www.cnj.it
COORDINAMENTO NAZIONALE PER LA JUGOSLAVIA - ONLUS
ITALIJANSKA KOORDINACIJA ZA JUGOSLAVIJU

 
rright10.gif (248 byte) documentazione
rright10.gif (248 byte) iniziative

Documento Costitutivo
rright10.gif (248 byte) solidarietà
rright10.gif (248 byte) informazione
rright10.gif (248 byte) cultura
rright10.gif (248 byte) politica
rright10.gif (248 byte) amicizia
rright10.gif (248 byte) valori fondativi

Indice:

1. Insabbiate le denunce alla magistratura italiana

2.
Insabbiata la denuncia alla Corte Internazionale di Giustizia dell'Aia

3. Insabbiate le denunce per il bombardamento della Radiotelevisione serba
include notizie sul processo in Olanda riguardante anche il
bombardamento dei civili al mercato di Niš (15 morti e 70 feriti)

4. Prosegue lo sforzo, da parte della magistratura tedesca, di insabbiare la denuncia per i 10 morti ed i 30 feriti di Varvarin

5. Il "Tribunale ad hoc" dell'Aia insabbia tutte le denunce relative ai crimini della NATO

6. US Uses Past Crimes to Legalize Future Ones (Diana Johnstone, 2013)

7. Diritto e ... rovescio internazionale nel caso jugoslavo (A. Martocchia su Marx21 n.1/2015)
Flashback / Diritto, adieu / La notizia più recente / Il Kosovo e la missione EULEX / Altri aspetti dello stato di illegalità in Kosovo / Il caso Jelisić / La magistratura come prosecuzione della guerra con altri mezzi



vedi anche, sulle indagini da parte di organizzazioni indipendenti e sui tribunali "popolari":

CITAZIONI:

NON-INTERVENTION IN INTERNAL AFFAIRS
On the matter of non-intervention in internal affairs the Helsinki Final Statement of 1975 states:

“VI. Non-intervention in internal affairs
The participating States will refrain from any intervention, direct or indirect, individual or collective, in the internal or external affairs falling within the domestic jurisdiction of another participating State, regardless of their mutual relations.
They will accordingly refrain from any form of armed intervention or threat of such intervention against another participating State. They will likewise in all circumstances refrain from any other act of military, or of political, economic or other coercion designed to subordinate to their own interest the exercise by another participating State of the rights inherent in its sovereignty and thus to secure advantages of any kind. Accordingly, they will, inter alia, refrain from direct or indirect assistance to terrorist activities, or to subversive or other activities directed towards the violent overthrow of the regime of another participating State.”


(Source)



ALTRI LINK:
2018: STRAFANZAGE vom 10.4.2018. in Zusammenhang mit dem Einsatz der Bundeswehr gegen das ehemaligen Jugoslawien im Jahr 1999
(Denuncia Penale presentata dalla cittadina Helga Fuchs per la partecipazione della Bundeswehr ai bombardamenti del 1999)
Antwort vom Generalbundesanwalt (18.4.2018)
An den Generalbundesanwalt Herrn Dr. Peter Frank (Helga Fuchs, 29.4.2018)

2013: АГРЕСИЈА ИМА ИМЕ!
(Presa di posizione del Circolo Ufficiali della Serbia sulla interpretazione giuridica dei bombardamenti NATO del 1999)






1. INSABBIATE LE DENUNCE ALLA MAGISTRATURA ITALIANA



Denuncia
presentata da Pallotti ed altri (presso avvocato Dall'Asén) contro i Ministri D'Alema, Scognamiglio, Dini ed altri, per "concorso nei reati di attentato contro la Costituzione (art.283 c.p.), usurpazione di potere (art.287 c.p.), strage, omicidio plurimo e lesioni; nonchè di disastro ambientale e crimini di guerra..." il 13/7/1999
alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bologna

Denuncia presentata da Cerminara ed altri presso: PROCURA DELLA REPUBBLICA presso il Tribunale di Roma, Ufficio Protocollo Registrato il 13/05/1999 al n. 3863 Prot. Del.

http://www.pasti.org/avvroma.html

Denuncia del coordinamento dei comitati contro la guerra alla Procura della Repubblica, presso il Tribunale di Roma, 1 giugno 1999

http://www.pasti.org/comguerr.html

Denuncia penale presentata dal Movimento Nonviolento e dal Movimento Internazionale della Riconciliazione il 7 maggio 1999 alla  Procura della Repubblica presso il Tribunale penale di Verona

Commento: Le denunce presentate contro il governo italiano e gli argomeni infondati con cui vengono respinte

http://www.pasti.org/denunit.html




D’Alema, il Kosovo e la Cassazione

Francesco Pallante

su Il Manifesto del 22.06.2017

Uno dei passaggi più applauditi del discorso con cui Tomaso Montanari ha aperto la manifestazione di domenica scorsa al Teatro Brancaccio è stato quello in cui – ricordando come molti dei «mali» di oggi originino da politiche avviate nella prima legislatura dell’Ulivo – ha denunciato l’«illegittimità» della guerra contro la Serbia. Intervistato martedì da Daniela Preziosi su questo giornale, Massimo D’Alema ha così replicato: «Vorrei spiegare a Montanari che di questo fui accusato da un gruppo di giuristi. Poi la Cassazione emise una sentenza che archiviò tutto riconoscendo la piena legittimità del mio agire».
In effetti, la Cassazione ha avuto modo di occuparsi, sia pure in modo peculiare, della vicenda in due occasioni.

All’origine della prima c’è uno degli episodi più controversi del conflitto: il bombardamento della sede della televisione Rts (Radio televisione serba), compiuto nella notte del 23 aprile 1999 da aerei della Nato, dopo che la stessa Rts aveva rifiutato di cessare le trasmissioni di «propaganda» (questa l’accusa della Nato) a sostegno del regime di Milosevic. Dopo la conclusione delle ostilità, i parenti di alcune delle sedici vittime si rivolsero al Tribunale di Roma, per vedere riconosciuta l’illiceità dell’attacco alla Rts e ottenere, di conseguenza, il risarcimento dei danni patiti ai sensi dell’articolo 2043 del codice civile. In opposizione, l’Avvocatura dello Stato negò che la magistratura italiana avesse competenza in materia, proponendo regolamento preventivo di giurisdizione e così chiamando in causa la Corte di Cassazione. Ne scaturì l’ordinanza n. 8157 del 5 giugno 2002 delle Sezioni Unite civili, nella quale venne dichiarato, così come richiesto dall’Avvocatura dello Stato, il «difetto di giurisdizione» della magistratura italiana. Più precisamente l’ordinanza stabilì che, rispetto agli atti che costituiscono manifestazione di una funzione politica, tra cui rientrano gli atti di guerra, «nessun giudice ha potere di sindacato circa il modo in cui la funzione è stata esercitata». In definitiva: la Cassazione non svolse alcun esame di merito della controversia, non addivenendo al riconoscimento né della legittimità né della illegittimità della guerra o di un suo episodio. Molto più semplicemente, si fermò prima: all’affermazione dell’incompetenza della magistratura a pronunciarsi.

La seconda vicenda nacque invece dalla denuncia che alcuni cittadini, su iniziativa di parlamentari di Rifondazione comunista, presentarono nei confronti di D’Alema per i delitti di attentato alla Costituzione, usurpazione di potere politico o militare e strage, delitti che sarebbero stati commessi in conseguenza della partecipazione dell’Italia alla guerra. La denuncia venne assegnata per competenza al Collegio per i reati ministeriali presso il Tribunale di Roma e si concluse, il 26 ottobre 1999, con l’archiviazione del procedimento: sostanzialmente, perché i giudici non ravvisarono anomalie rispetto a quanto sancito dall’articolo 78 della Costituzione sulla deliberazione dello stato di guerra. I ricorrenti si rivolsero allora alla Cassazione chiedendo l’annullamento del decreto di archiviazione in virtù di un vizio procedurale: non essere stati informati della richiesta di archiviazione avanzata dal pubblico ministero e, per l’effetto, non aver potuto adeguatamente contestare in contraddittorio tale richiesta. Con la sentenza n. 36274 dell’8 ottobre 2001 la VI sezione penale della Suprema Corte statuì l’infondatezza del ricorso, negando che i ricorrenti potessero considerarsi «persone offese dal reato», essendo invece al più semplici «danneggiati dal reato», e dunque riconoscendo la correttezza della decisione del Tribunale di Roma di non dare loro avviso della richiesta di archiviazione. Anche in questo caso, dunque, la Cassazione non ebbe modo di esprimersi né sulla legittimità né sulla illegittimità della guerra, ma si limitò a intervenire sui profili procedurali della vicenda svoltasi nel grado di merito.





2. INSABBIATA LA DENUNCIA ALLA
CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA DELL'AIA

(Fonte: JUGOINFO Sab 18 Dic 2004)




Con la motivazione vergognosa che la materia non sarebbe di sua  competenza poiche' "all'epoca dei fatti la RF di Jugoslavia non era  membro a pieno titolo dell'ONU", la Corte Internazionale di Giustizia  dell'Aia ha provveduto ad insabbiare il procedimento giudiziario  intentato dallo Stato jugoslavo per i crimini di guerra e contro  l'umanita' commessi dalla Alleanza Atlantica nella primavera 1999.

Si noti che tutte le analoghe denunce presentate alle magistrature di   vari paesi (compresa l'Italia) sono state insabbiate (tranne la causa  intentata in Germania per le vittime di Varvarin); l'illegittimo  "Tribunale ad hoc" (da non confondere con la Corte Internazionale di  Giustizia), dal canto suo, si e' sempre rifiutato di incriminare i  dirigenti NATO in quanto ad essi deve la sua stessa esistenza, i suoi  stipendi, ed essi ne sono i principali sponsor.

Le denunce contro Stati Uniti e Spagna erano gia' state   dichiarate  insostenibili dalla Corte Internazionale di Giustizia dell'Aia poiche'  questi due Stati non hanno mai ratificato la legislazione  internazionale sul genocidio... Altri paesi, come l'Italia - gravemente  implicata nei crimini di guerra del 1999 -  avevano chiesto alla Corte  internazionale di giustizia dell'Aja di ''non pronunciarsi'', in attesa  del disfacimento di quanto resta dello Stato jugoslavo (Serbia e  Montenegro).

Il pretesto che all'epoca la Jugoslavia "non era membro dell'ONU" non  regge: la Jugoslavia era stata sospesa in forza delle pressioni degli  stessi paesi aggressori; ma in realta', pur sospesa dalle sessioni, la  Jugoslavia era membro fondatore delle Nazioni  Unite.

La Corte Internazionale di Giustizia dell'Aia ha impiegato ben cinque  anni e mezzo per giungere a questo esito infame.

Sul caso della denuncia presentata all'Aia si veda anche:

Sulla denuncia per crimini di guerra presentata dalla Jugoslavia contro la NATO


Memorandum "Slobode" protiv povlacenja tuzbi


BELGRADE ACTION AGAINST NATO BEGINS


Preliminary hearings in Serbia and Montenegro vs NATO trial marked by calls for legal action to be dismissed.
By Rachel S. Taylor in The Hague - IWPR'S TRIBUNAL UPDATE No. 354, April 2004, 2004


(Note e link a cura di Italo Slavo)



KOSOVO: CORTE AJA RESPINGE ISTANZA SERBIA [sic] CONTRO PAESI NATO

(ANSA) - BRUXELLES, 15 DIC - La Corte internazionale di giustizia dell'Aja ha oggi respinto le accuse per genocidio presentate dalla  Serbia e Montenegro contro otto paesi della Nato, fra i quali l'Italia,  per la loro partecipazione alla guerra del Kosovo del 1999. Il  principale organo giudiziario delle Nazioni Unite ha di fatto dato  ragione alla posizione degli otto paesi (oltre a Italia, Belgio,  Francia, Canada, Germania, Olanda, Portogallo, Gran Bretagna), secondo  i quali il tribunale dell'Aja non ha alcuna competenza nel caso. Il  presidente della Corte, il cinese Shi Jiuyong, ha reso noto che i 15  giudici del tribunale hanno ''all'unanimita''' dichiarato di ''non  avere competenza'' nei confronti delle istanze presentate dalla Serbia  e Montenegro contro i paesi dell'Alleanza Atlantica nell'aprile del  1999. Si tratta, ha precisato il presidente, di una decisione finale,  contro la quale non c'e' pertanto possibilita' di appello. (ANSA) RIG
15/12/2004 17:11





3. INSABBIATA LA DENUNCIA PER IL BOMBARDAMENTO
DELLA RADIOTELEVISIONE SERBA

(Fonte: Andrea Catone / JUGOINFO Gio 6 Nov 2003)



Sul bombardamento della RTS di Belgrado vedi anche:

# NATO murdered journalists, then jailed TV director
By Heather Cottin - May 1, 2009 - also in JUGOINFO archived post

# Amnesty: NATO bombing of Serbian TV 'war crime'
(Dusan Stojanovic, AP April 23, 2009) / AI: Who will judge NATO's crimes? (Beta News Agency/Politika - May 4, 2009): see JUGOINFO archived posts

#
La Denuncia presentata da La Valle ed altri relativa al bombardamento della televisione jugoslava al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale Penale Militare, Roma, 5 maggio 1999: http://www.pasti.org/tvjugo.html

# i commenti nella Rassegna Stampa 24-26 aprile 1999

# lo stralcio dal documento di Amnesty International - 1 Giugno 2000

#
http://www.srpskadijaspora.info/vest.asp?id=4265

Serbian Internet News
January 30, 2009
[Republication from 2004]

Humanitarian Bombers in Court

For the first time since the Nuremburg trials of the
Nazis in 1946, the former leadership of a western
country was forced to attend court yesterday to defend
accusations that their country had committed war
crimes.

Wim Kok, who had been a trade union firebrand before
becoming prime minister of the Netherlands, and is now
a corporate board member of Shell and the Dutch
Telecoms company Telfort, avoided giving a view on
whether the NATO attack on the Belgrade RTS TV Studio
was justified, saying he had only found out after the
bombing that 150 civilians had been inside the
building at that time.

Ex-foreign minister van Aartsen, on the other hand,
appeared enthusiastic about the attack.


When the advocate for the victims' families, Nico
Steijnen, asked him about the Amnesty International
report
which concluded that the TV studio was a purely
civilian site, the former cabinet member claimed that
the studio was in fact a 'dual use' installation which
also had a function for the Yugoslavian armed forces.

Van Aartsen also stated that the Dutch govenment had
in written correspondence with Amnesty International
on several occasions before this bombing stating that
communications centres in general could be considered
legitimate targets; this, he suggested, could be
considered sufficient warning to the civilians inside
the RTS TV building in Belgrade.

Even Judge P. A. Koppen, presiding over the courtroom,
appeared to have difficulty concealing his amazement
at this statement.

Sixteen people, all civilians, died in the attack,
which put the television station out of action for
three hours before transmission was resumed.

When asked about the NATO cluster bomb attack on Nis,
a Serbian town near a military airfield, Wim Kok
stated, "It's even more sad, seeing that a market and
a hospital were hit, that the actual target was
missed."

Following the 15 dead and 70 injured in Nis, the Dutch
government decided that its own F16 warplanes would
cease dropping cluster bombs on Yugoslavia; the other
components of the NATO forces did not change their
policy of using these terrifying weapons.

The packed courtroom heard an account of the NATO
strategy of gradually increasing the range of sites
which it was permissible for US and West European
forces to attack, moving from strictly military
targets in phase one of the war, to phase two, phase
two-plus, and phase three, in which communications,
transport and other infrastructure would be destroyed.


Steijnen (for the victims'families): 'What was the
difference between phase two-plus and phase three''

Kok: 'In the NATO Council, the transition between
phases two and three was considered sensitive. So we
had phase two-plus, which included 'C-three centres' '
command, control and communications targets.'

Steijnen: 'Why was it sensitive, the move to phase
three''

Kok: 'That was my perception.'

Steijnen: 'A parliamentary document states explicitly
that civil targets were included. Was that the cause
of this '"sensitiveness"'

Kok: 'I can't say more. The decisions on specific
targets were not posed to the Netherlands and did not
have to be.'

One could conclude that only a country with no real
possiblity of hitting back at its opponents could thus
be coldly, systematically brought to its knees in the
78 days of this bombardment, the first major war in
Europe since 1945.

The tensions within NATO had more to do with keeping
public opinion on board than any likelihood that
Yugoslavia could score any military successes.

The court appearance was part of a preliminary hearing
in an action for compensation from the Dutch state on
behalf of victims of the NATO attacks on Nis and the
RTS TV Studio. The former defence minister Frank de
Grave has yet to to give evidence, and ex-leader of
parliament Jeltje van Nieuwenhoven is refusing to
attend the court.

After today's proceedings, Meindert Stelling, a
leading member of the campaign for the bombing victims
and a founder member of Lawyers for Peace, was
optimistic about the outcome.


"We have established that the Dutch government was
involved all the way, in the decision-making process
about what kind of targets would be attacked in which
phases of the war.

"Also, our former foreign minister made it clear that
NATO forces needed to operate within the protocol of
international law, meaning that a target can only be
selected for attack if destroying it or putting it out
of action will create a definite military advantage
for the attacking party, according to plans and in the
circumstances of the time.

"The government will have to prove that the RTS TV
studio was actually in use by the Yugoslavian
military. They will also need to show that it was
reasonable to drop cluster bombs at Nis, so close to a
civilian inhabited area."

Stelling, himself a former Dutch Air Force pilot,
commented further on the day's evidence. "Our former
prime minister showed that he was not in control in
Holland's relationship with the NATO military
apparatus. He was not in control of whether the war
was conducted within international law. This amounts
to neglect."


Stelling concurs that it might have been convenient
for the Dutch leadership and some other European NATO
top politicians not to know which specific sites were
to be targetted, in case they were illegal. (...)




LA CASSAZIONE LIBERALIZZA I CRIMINI DI GUERRA

Le cronache politiche dell’anno II del Governo Berlusconi sono tutte incentrate sullo scontro titanico sulla giustizia, (rectius sull’impunità del Premier e dei suoi sodali), che si articola fra le aule del Tribunale e i Palazzi romani. e rimbalza nei girotondi e nella manifestazioni popolari per la legalità. A leggere queste cronache sembrerebbe che l’autorità giudiziaria nel suo insieme fornisca un baluardo ai progetti di illegalità e di arbitrio che avanzano prepotentemente nel mondo politico.
A ben vedere la linea di resistenza all’arbitrio è molto più frastagliata di quel che appare. Le esigenze di impunità di questa classe dirigente hanno trovato, in più di una occasione, una benevola comprensione fra i guardiani delle regole. Basti pensare che la c.d. “legge Cirami”, presentata alla Camera il 9 luglio 2002, ha trovato appiglio in una “provvidenziale” ordinanza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, depositata il 5 luglio, che accogliendo la richiesta degli avvocati di Berlusconi e Previti, sollevava un dubbio di costituzionalità della norma del codice di procedura penale che non consentiva il giochino della rimessione ad altra sede dei processi di Milano.
Però è passata quasi inosservata una ben più grave ordinanza, depositata nel corso del mese di giugno 2002, con la quale le Sezioni Unite hanno realizzato la più grande liberalizzazione giudiziaria che si sia mai verificata dalla fondazione della Repubblica. In un’epoca in cui trionfa la liberalizzazione ed arretrano i vincoli del diritto, le Sezioni Unite hanno dato la stura alla madre di tutte le liberalizzazioni. Hanno “liberalizzato” la guerra, sciogliendola dai vincoli noiosi del diritto, fino al punto da sancire l’insindacabilità giudiziaria dei crimini di guerra.
Così, senza tanto clamore, è fiorita una nuova libertà per il potere. Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, hanno riconosciuto, gratis, a Berlusconi una assoluta (in quanto insindacabile) libertà di bombardamento.
E’ accaduto che la NATO la notte del 23 aprile 1999 ha attaccato gli studi della Radio Televisione Serba, provocando la morte di 16 persone.
Tale episodio bellico è stato fortemente contestato dalle organizzazioni che si occupano della tutela dei diritti umani, in primis Amnesty International in quanto organizzare attacchi contro i civili e le strutture civili è drasticamente proibito dalla convenzioni internazionali. In altre parole la strage che ne è seguita costituirebbe un crimine di guerra. (si veda in proposito il documento NATO/RTF: unlawful killings or collateral damages?, Londra, giugno 2000, di cui è possibile leggere una versione italiana sul sito www.domenicogallo.it).
I parenti di alcune vittime che, per loro sfortuna conoscevano l’Italiano, hanno letto la Costituzione italiana, in particolare l’art. 2, che assicura che esistono dei diritti dell’uomo che – addirittura - sono inviolabili; l’art. 24 che assicura che tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e l’art. 113 che assicura che la tutela dei diritti è garantita – persino – contro gli atti della Pubblica Amministrazione. Trattandosi di persone semplici e sprovvedute, costoro hanno commesso l’imperdonabile ingenuità di credervi. Per questo hanno citato in giudizio, innanzi al Tribunale civile di Roma, la Presidenza del Consiglio dei Ministri ed il Ministro della Difesa chiedendo che il Giudice accertasse se i loro congiunti avevano il dovere di morire o se anche per essi valeva il principio che la vita umana vale qualcosa, tanto che non può essere soppressa se le convenzioni internazionali lo vietano.
C’è da premettere che negli Stati Uniti una causa del genere non sarebbe stata possibile perché in quell’ordinamento, tanto più civile del nostro, vige da tempo immemorabile il principio della immunità dalla giurisdizione degli atti di sovranità. Questo grande principio di civiltà giuridica assicura al Presidente degli Stati Uniti la libertà di bombardare chi vuole, quando vuole e come vuole, senza dover renderne conto a nessuno. Questo non vuol dire che il Presidente degli Stati Uniti possa fare quello che vuole, tanto da essere sottratto al controllo dei giudici. E’ vero che è libero di sganciare una bomba atomica e – magari - provocare la morte di qualche milione di persone, però se tradisce la moglie sono guai, ed i giudici in quel paese sanno essere inflessibili, come insegna la vicenda di Bill Clinton e Monica Lewinski.
In Italia questo principio non è mai esistito. Esisteva una più modesta immunità degli atti puramente politici (come promulgare una legge o indire un referendum), che non potevano essere sottoposti a sindacato giurisdizionale in quanto espressione di una attività politica, non assoggettabile a parametri di riferimento giuridici, essendo libera nel fine, ed in quanto non incidenti su diritti soggettivi garantiti dall’ordinamento.
C’è da premettere che di fronte alla Corte Europea dei Diritti dell’uomo si è svolta un’altra causa promossa da altri parenti della vittime della stessa strage compiuta negli studi della televisione serba, i quali – a loro volta - hanno commesso l’ingenuità di leggersi la Convenzione Europea dei Diritti dell’uomo e di credere che la stessa si applicasse anche alle nefandezze compiute in Jugoslavia.
Nel corso del giudizio i giudici di Strasburgo hanno rivolto una domanda al Governo italiano, chiedendogli “se la dottrina dell’immunità della sovranità è riconosciuta nel diritto italiano?”
A questa domanda il co-agente italiano (con una nota del 13 novembre 2001) ha risposto richiamando la dottrina dell’immunità degli atti politici ed ha poi dichiarato: “E’ perfettamente possibile arguire che, mentre la partecipazione dell’Italia alla campagna militare contro la Repubblica Federale Jugoslava è essa stessa un atto politico, come tale in suscettibile di sindacato giurisdizionale, non vi sono ostacoli al sindacato giurisdizionale rispetto alle singole operazioni eseguite in tale contesto (come per esempio il bombardamento dell’edificio della RTS) sulla base dell’allegazione che esse sono state illecite ed hanno causato danni ingiusti a singoli individui ”.

Com’è noto alle Corti internazionali non si possono raccontare balle, tanto più che a Strasburgo siede un giudice italiano. Per questo – in via del tutto eccezionale - il co-agente italiano ha detto la verità.
Ma torniamo al giudizio pendente innanzi al Tribunale di Roma. L’avvocatura dello Stato, che per legge difende i Ministri, si è costituita e non ha speso una parola per controbattere gli argomenti giuridici e di fatto sollevati dai parenti delle vittime. Ha invocato semplicemente la carenza di giurisdizione, cioè ha detto che il giudice non doveva permettersi di giudicare. Poiché tale maleducata eccezione, oltretutto non argomentata dal punto di vista giuridico, aveva una possibilità di essere accolta equivalente a zero, l’Avvocatura ha chiamato in soccorso le Sezioni Unite della Cassazione, ricorrendo ad un espediente procedurale: il ricorso per regolamento preventivo di giurisdizione. Quando viene proposto il Regolamento preventivo il giudice deve fermarsi ed attendere che le Sezioni Unite risolvano il problema.
Ed è proprio quello che è successo, la causa iniziata innanzi al Tribunale di Roma è stata immediatamente sospesa dopo la prima udienza.
Tuttavia la strada scelta dall’Avvocatura per bloccare il giudice naturale del processo appariva tecnicamente impraticabile. Infatti le Sezioni Unite delle Cassazione avevano da anni assunto un indirizzo giurisprudenziale che dichiarava inammissibile il ricorso per regolamento preventivo di giurisdizione nei casi di difetto assoluto di giurisdizione, In questi casi – sostenevano le Sezioni Unite – non si pone un problema di giurisdizione, ma una questione di merito. E’ il giudice di merito che deve conoscere il fatto e decidere se la pretesa fatta valere in giudizio può essere tutelata o meno. A questo punto il lettore sprovveduto si chiederà, come hanno fatto le Sezioni Unite a dichiarare ammissibile il ricorso se in base alla loro giurisprudenza esso era palesemente inammissibile?
La risposta è semplice. Avete mai sentito parlare del miracolo italiano? L’Italia è un paese dove i miracoli esistono, anche in Cassazione. Così al primo punto della motivazione dell’ordinanza i sommi giudici dicono: “il regolamento di giurisdizione è ammissibile”. Quindi precisano che è questione di giurisdizione “anche quella su cui si deve statuire che ogni giudice difetta di giurisdizione” e richiamano una precedente pronunzia del 1978, tacendo sull’indirizzo contrario che esse avevano introdotto e consolidato negli ultimi venti anni. Come motivano le Sezioni Unite questo miracoloso cambiamento di indirizzo? E’ semplice, non lo motivano affatto. Al di sopra delle Sezioni Unite c’è solo il tribunale di Dio, non c’è bisogno, quindi, di motivare. Entrando nel vivo del problema le Sezioni Unite affermano: “La domanda riferisce allo Stato italiano una responsabilità che è fatta dipendere da un atto di guerra, in particolare da una modalità di conduzione delle ostilità belliche rappresentata dalla guerra aerea.” Quindi sentenziano: “La scelta di una modalità di conduzione delle ostilità rientra fra gli atti di Governo”. Si tratta di atti che costituiscono manifestazione di una funzione politica, rispetto alla quale non è possibile configurare una situazione di “interesse protetto a che gli atti in cui si manifesta assumano o non assumano un determinato contenuto”. Ragion per cui “rispetto ad atti di questo tipo nessun giudice ha il potere di sindacato circa il modo in cui la funzione viene esercitata”. Insomma, i giudici devono tacere.
Peccato, però, che i parenti delle vittime non avevano mai contestato alcuna funzione politica dello Stato italiano. Essi, infatti non avevano mai chiesto al giudice italiano di sindacare le scelte di politica internazionale compiute dal nostro governo, né, avevano chiesto di applicare l’art. 11 della Costituzione, secondo cui l’Italia - addirittura - ripudia la guerra (che esagerazione!), né - tanto meno - avevano chiesto di sindacare le modalità di conduzione della guerra aerea.
I meschini avevano avuto solo l’ardire di chiedere al giudice italiano di valutare se la strage compiuta in loro danno fosse stata realizzata secondo diritto o meno, poiché – in teoria – esiste un diritto che regola anche queste cose.
La teoria avanzata dalle Sezioni Unite è veramente singolare. Infatti è la prima volta che in Italia una strage viene dichiarata un atto politico e gli viene fornita l’immunità giurisdizionale. Dal punto di vista delle fenomenologia giuridica, una strage non è un atto deliberativo (che sia esso politico o meno) bensì è il risultato di una operazione materiale, come ha osservato in proposito il co-agente italiano a Strasburgo. Tuttavia se la si fosse considerata nella sua natura di operazione materiale, la strage non avrebbe potuto essere coperta con il pietoso velo protettivo dell’atto politico. Ecco perché le Sezioni Unite, a prezzo di una piccolissima forzatura della logica e della lingua italiana, (l’Accademia della Crusca non gliene voglia!) definiscono la strage una “modalità di conduzione della guerra aerea”.
La dilatazione fino all’infinito del concetto di atto politico, però, non bastava a mettere al riparo l’ “atto di Governo” da ogni critica giuridica. Infatti le vittime hanno sostenuto la fastidiosa tesi che persino gli atti di Governo o di sovranità sono assoggettati a delle regole giuridiche che ne limitano la libertà (come ribadisce lo Statuto istitutivo della Corte Penale Internazionale) vietando – per esempio – il genocidio, la tortura o i crimini di guerra, ed hanno invocato i trattati internazionali firmati dall’Italia. A questo riguardo le Sezioni Unite osservano: “Le norme del Protocollo di Ginevra del 1977 e della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, hanno come oggetto la protezione dei civili in caso di attacchi, ma in quanto norme di diritto internazionale regolano i rapporti fra Stati.” Poi osservano che le leggi che hanno dato applicazione a tali Trattati internazionali nel nostro ordinamento interno “non contengono norme espresse che consentono alle persone offese di chiedere allo Stato riparazione dei danni loro derivati dalla violazione delle norme internazionali” Quindi osservano “che disposizioni di questo contenuto siano implicitamente risultate introdotte nell’ordinamento per effetto dell’esecuzione data alle norme di diritto internazionale è principio che trova, poi, ostacolo in quello contrario, per cui alle funzioni di tipo politico non si contrappongono situazioni soggettive protette.” Traducendo in soldoni, con questo linguaggio paludato le Sezioni Unite hanno espresso un concetto molto semplice e neppure tanto originale: i trattati internazionali sono pezzi di carta (soprattutto quelli che riguardano i diritti dell’uomo). Di fronte a questa affermazione tanto drastica e perentoria, quanto surreale, appare come un faro di civiltà giuridica persino lo Stato di Israele che, dinanzi alla sua Corte Suprema, ha espressamente riconosciuto che le sue forze armate, nelle conduzione delle ostilità, sono giuridicamente vincolate al rispetto delle norme del diritto bellico e non ha mai rivendicato, né ottenuto (almeno formalmente) l’immunità dal controllo di legalità dei propri giudici- (cfr. Sentenza n. 2941 del 8 aprile 2002).
Invece in Italia il potere esecutivo, grazie a questa generosa ordinanza delle Sezioni Unite, è diventato un princeps legibus solutus poiché di fronte all’esercizio della funzione politica di compiere un bombardamento ed una strage conseguente, non si possono contrapporre “situazioni soggettive protette”. Insomma le vittime di crimini di guerra devono crepare e non possono accampare diritti. E che non si azzardino a rivolgersi ad un giudice!
A questo punto non ci resta che sperare che il Ministro dell’Interno non legga l’ordinanza. Non si sa mai. Domani qualcuno potrebbe scoprire che sparare sull’opposizione in piazza è esercizio di una insindacabile funzione politica.



il manifesto - 23 Aprile 2003

GIORNALISMO TARGET
Dalla tv di Belgrado all'Hotel Palestine.

Quel «vicino» 23 aprile

di DOMENICO GALLO
                   
Ksenija Bankovic aveva 28 anni il 23 aprile del 1999 ed era molto contenta del suo lavoro di assistente al montaggio, anche Jelika Munitlak aveva 28 anni ed era contenta del suo lavoro di truccatrice.Oggi, dopo quattro anni, Ksenija e Jelika hanno ancora 28 anni. Infatti sono state spogliate della vita alle ore 2,06 del 23 aprile 1999, assieme ad altre quattordici persone, come loro addette al lavoro presso gli studi della Rts (Radio Televisione Serba) di Belgrado. Un missile «intelligente» della NATO aveva deciso di impadronirsi della loro vita e c'è riuscito, centrando, con precisione millimetrica, l'ala centrale dell'edificio della televisione, dove ferveva il lavoro dell'equipe tecnica. I vertici dell'Alleanza sono così riuscite a spegnere per sempre il sorriso di Ksenija e di Jelika che, chissà per quale oscura ragione, dava loro tanto fastidio. Quattro anni fa l'opinione pubblica non era ancora abituata a considerare le equipe televisive ed i giornalisti addetti al loro lavoro come obiettivi militari, come bocche e come occhi da chiudere per sempre, con l'argomento irresistibile del tritolo. Per questo, all'epoca si levò un fremito di indignazione che raggiunse, addirittura, i vertici politici coinvolti in quella sciagurata impresa. Il ministro italiano degli Esteri dell'epoca, l'on. Dini, da Washington, dove si era riunito il Summit dell'Alleanza per celebrare i 50 anni della Nato, dichiarò ai giornalisti italiani «è terribile, disapprovo, non credo che fosse neppure nei piani». Ma fu immediatamente sconfessato dal suo Presidente del Consiglio, l'on. Massimo D'Alema, che dichiarò: «Non si può commentare ogni giorno dov'è caduta una bomba», precisando che la sua reazione alla notizia risultava «attenuata dal fatto che in Jugoslavia non esiste una stampa libera» (Corriere della Sera, 24 aprile 1999). Così il 23 aprile del 1999, nel processo della modernizzazione che incombe sul nostro tempo, è entrato una preziosa acquisizione giuridica: il diritto alla vita dei giornalisti (e di tutti coloro che lavorano nel mondo dei media) è un diritto affievolito, dipende dal grado di libertà di stampa esistente in un determinato contesto. Quando la televisione costituisce uno strumento di propaganda di un regime politico autoritario, allora può essere silenziata con la giusta dose di tritolo. D'altronde è proprio quello che sostenevano i portavoce della Nato, nel briefing quotidiano con la stampa. Il colonnello Konrad Freytag, sempre nella fatidica giornata del 23 aprile, dichiarava che la Nato aveva continuato gli attacchi volti a indebolire gli apparati di propaganda della Jugoslavia e per questo aveva colpito gli studi radiotelevisivi della Tv di Belgrado: «la più grande istituzione dei mass media in Yugoslavia, che orchestra la maggior parte dei programmi di propaganda del regime».

Anche in Iraq, come tutti sanno, non esisteva una stampa libera, per questo le forze dell'Alleanza del bene, il giorno prima della capitolazione di Baghdad hanno distrutto il terrazzo da cui trasmetteva la Tv Al Jazeera, uccidendone l'inviato, ed hanno bombardato l'Hotel Palestine, uccidendo altri due giornalisti, che non avevano capito bene che il regime di Saddam non garantisce la libertà di stampa. L'esempio della Rts ha fatto scuola. Sono passati solo quattro anni da quell'evento, ma sembra che sia trascorso un secolo. In Jugoslavia del regime di Milosevic non è rimasta più traccia alcuna: i dignitari del regime o sono morti per faide interne o sono finiti in prigione all'Aja. La stessa Jugoslavia non esiste più, ha cambiato nome: adesso si chiama Serbia e Montenegro. Apparentemente ci sono tutte le ragioni per aprire una casella negli scaffali della storia dove archiviare definitivamente la guerra Nato di Jugoslavia e passare ad altro. Ma i conti non tornano, questa stagione non riesce a concludersi, perché sino ad oggi nessuno ci ha dato conto della atroce morte di Ksenija e dei suoi compagni. Nessuno ha pronunziato una parola di giustizia che consentisse ai morti di riposare in pace. Di fronte a questo evento sta il silenzio assordante delle Corti e dei sistemi giudiziari di cui l'Occidente mena gran vanto.

In primo luogo il silenzio di quell'organo che l'Onu aveva creato per proteggere gli abitanti della ex Jugoslavia dalla barbarie della guerra. Il Tribunale penale per i crimini commessi nella ex Jugoslavia non ha detto una parola. Non ha potuto, in quanto il suo Procuratore, Carla Del Ponte, ha deciso di non chiedere ai suoi giudici di giudicare ed ha dichiarato, il 5 giugno del 2000 al Consiglio di Sicurezza dell'ONU di essere «molto soddisfatta» per aver archiviato le denunzie relative ai crimini commessi dai vincitori - accuse depositate da Amnesty International e Human Right Watch. In secondo luogo il silenzio di quella Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, che ha deciso, il 12 dicembre 2001, pronunziandosi sul ricorso presentato dal papà di Ksenija Bankovic, di non giudicare, decretandoche i diritti dell'uomo non sono poi tanto universali. In terzo luogo il silenzio della Cassazione, le cui Sezioni unite civili hanno imposto, nel giugno del 2002, ai giudici italiani di tacere, di non raccogliere il grido di dolore delle vittime, per non disturbare la libertà di bombardamento del sovrano. Com'è noto, al di sopra delle Sezioni Unite, c'è solo il Tribunale di Dio. Quindi i sommi giudici credevano di mettere la parola fine a questa vicenda, ma hanno commesso uno sbaglio. I morti non sono d'accordo. Lo spettro delle sedici vittime innocenti (che tornano in questi giorni d'attualità) continua ad aggirarsi nelle Cancellerie e nelle Corti di Giustizia. I leaders politici, responsabili della morte fisica, ed i magistrati, responsabili della morte giudiziaria, non se ne potranno liberare e trasaliranno, vedendoseli comparire dinanzi, come Macbeth quando vedeva riaffiorare lo spettro di Banquo.



TRIBUNALE CIVILE DI ROMA
ATTO DI CITAZIONE

La sig. Ambretta Rampelli, nata a Napoli il 22 agosto 1933, residente in Roma, Piazza Buenos Aires 14, non in proprio ma nella qualità di procuratrice speciale del sig. Dusan Markovic, cittadino Jugoslavo, nato a Cortanovci (YU) il 5/8/1924 e residente a Belgrado, Vojvode Stepe n. 287 e della signora Dusica Jontic, cittadina Jugoslava nata a Beli Potok (YU) il 27/2/1948 e residente a Belgrado, Brace Jerkovic 85, in virtù di procura speciale rilasciata innanzi al Cancelliere del Consolato dell’Ambasciata italiana in Belgrado il 7 aprile 2000, nonché nella qualità di procuratrice speciale del sig. Markovic Zoran, cittadino jugoslavo, nato a Belgrado il 25 marzo 1952, ivi residente in Proleterkih Brigada 73 e del sig. Jontic Vladimir, nato a Belgrado il 14 agosto 1978, cittadino jugoslavo, residente a Belgrado, Brace Jerkovic n. 85, in virtù di procura speciale rilasciata innanzi al Cancelliere del Consolato dell’Ambasciata italiana in Belgrado il 16 maggio 2000 (doc. 1 e 2), elettivamente domiciliata in Roma, Via degli Scipioni n. 268/a presso lo studio dell’avv. Prof. Giuseppe Bozzi, che la rappresenta e difende, congiuntamente e disgiuntamente all’avv. Marina Mattina come da mandato in calce al presente atto;

Premesso
In fatto
1. E’ noto che a partire dal 24 marzo 1999 la NATO ha scatenato una offensiva militare contro la Repubblica Federale Jugoslava utilizzando mezzi militari aereonavali. Si è trattato di una offensiva su vasta scala che si è protratta ininterrottamente per 78 giorni (sino al 10 giugno 1999), durante i quali sono stati colpiti numerosi obiettivi civili, economici e militari posti su tutto il territorio della Repubblica Federale Jugoslava (Kosovo, Montenegro, Serbia e Voivodina). In particolare sono stati distrutti i ponti sul Danubio (tranne che a Belgrado), e quasi tutti i principali ponti del paese, sono state distrutte le raffinerie petrolifere, il complesso dell’industria chimica in Pancevo, impianti industriali di ogni genere, sono state colpite scuole, ospedali, monumenti, chiese, impianti turistici e termali. (doc.3)
2. In questo contesto, il 23 aprile 1999 alle ore 2,06 alcuni missili o munizioni di precisione lanciate da mezzi aerei della NATO hanno colpito, nel centro di Belgrado l’edificio che ospita gli studi e gli uffici della Radio Televisione Serba (RTS). Nell’edificio si trovavano in quel momento numerose persone, fra giornalisti, tecnici ed impiegati, addette al lavoro ed era in corso una trasmissione televisiva. (doc.4)
3. A seguito delle esplosioni una intera ala dell’edificio è crollata. Sono stati estratti dalle macerie i corpi di 14 vittime, mentre altre di altre due persone presenti nell’edificio non sono stati trovati i corpi in quanto – evidentemente – polverizzati per effetto delle esplosioni. (doc.4)
4. Fra i corpi delle vittime estratti dalle macerie veniva rinvenuti quelli di Dejan Markovic, e Slobodan Jontic che al momento dell’attacco della NATO, si trovavano all’interno dell’edificio in quanto addetti al loro lavoro di impiegati. La causa della morte per entrambi è da attribuirsi per entrambi agli effetti distruttivi delle esplosioni, come risulta dalle autopsie, che si allegano corredate delle relative foto(doc. 5,6, 7 e 8)
5. Il sig. Dejan Markovic, che al momento del decesso aveva 39 anni, essendo nato in Belgrado il 15/5/1959, era residente in Belgrado, Via Vojvode Stepe n. 287 e conviveva con il padre Dusan Markovic. Lavorava presso la R.T.S. percependo un salario mensile di 1.735 dinari. Oltre il padre, ha lasciato il fratello Markovic Zoran (doc. 9, 10)
6. Il sig. Slobodan Jontic, che al momento del decesso aveva 54 anni, essendo nato a Pirot il 22 gennaio 1945, era residente in Belgrado, Via Brace Jerkovic 85 e conviveva con la moglie Jontic Dusica e con il figlio Jontic Vladimir. Lavorava presso la R.T.S. percependo un salario di 1.533 dinari mensili (doc. 11,12 e 13)
In diritto.
7. Con la Carta della Nazioni Unite, ispirata dall’esigenza – com’è scritto nel preambolo – di ” salvare le future generazioni dal flagello della guerra che per ben due volte nel corso di questa generazione (quella del 1945) ha provocato sofferenze indicibili all’umanità” è stato abrogato un antico istituto del diritto internazionale, conosciuto con il nome di jus ad bellum, ovvero è stato abolita la prerogativa degli Stati sovrani di esercitare il potere di guerra poiché, ai sensi dell’art. 2, comma 4, “I membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite.”
8. Il sistema di sicurezza delineato dalla Carta delle Nazioni Unite prevede dei meccanismi coercitivi, indicati nel Cap. VII, che consentono in determinate circostanze al Consiglio di Sicurezza di “intraprendere, con forze aeree, navali o terrestri, ogni azione che sia necessaria per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale” (art.41). In questo contesto l’art. 53 della Carta prevede che: “Il Consiglio di Sicurezza utilizza, se del caso, gli accordi o le organizzazioni regionali per azioni coercitive sotto la sua direzione. Tuttavia, nessuna azione coercitiva potrà venire intrapresa in base ad accordi regionali o da parte di organizzazioni regionali senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza.”
9. E’ evidente che, al di fuori del contesto dei meccanismi coercitivi previsti dalla Carta delle Nazioni Unite nessuno Stato o Organizzazione regionale di sicurezza può intraprendere azioni che comportino il ricorso alla violenza bellica.
10. E’ stato osservato in sede di dottrina internazionalistica che: “secondo l’impostazione più conseguente l’eliminazione dello jus ad bellum, ovvero la soppressione della compétence de guerre si traduce nell’abrogazione del potere di promuovere lo Stato di guerra; e poiché questo, com’è ben noto, consiste in un assetto dell’ordinamento internazionale tale da consentire ai belligeranti il compimento di attività, nei loro reciproci confronti e nei confronti dei neutrali, le quali sarebbero altrimenti illecite, l’impossibilità di promuoverlo porta alla illiceità di tutte le operazioni militari delle quali uno Stato prendesse l’iniziativa e che ledessero interessi protetti dal diritto internazionale di pace. L’uccisione di ogni nemico sarebbe un assassinio, l’impossessamento di beni suscettibili di preda sarebbe un furto o una rapina, il bombardamento di impianti un danneggiamento, e via discorrendo. L’aggressore i cui organi militari compissero tali operazioni dovrebbe puntualmente risponderne.” (cfr Augusto Curti Cialdino, voce Guerra (dir. Int.) in Enciclopedia del Diritto).
11. Senza bisogno di accedere ad una tesi così rigorosa, non v’è motivo di dubitare che, sia pure in violazione degli obblighi derivanti dalla loro qualità di membri delle Nazioni Unite, e per l’Italia in violazione dell’art. 11 della Costituzione, gli Stati membri della NATO, attraverso l’azione militare condotta contro la Jugoslavia, abbiano inteso chiaramente operare per promuovere la trasformazione dell’assetto dell’ordinamento internazionale da uno stato di pace ad uno stato di guerra con tutte le conseguenze che ciò comporta sotto il profilo del diritto internazionale. Ciò rende in linea generale leciti quelle operazioni e quegli atti di violenza che altrimenti cadrebbero sotto l’imperio del diritto comune ma nello stesso tempo sottopone tutte le attività dei belligeranti all’obbligo dell’osservanza rigorosa delle norme del diritto bellico umanitario.
12. Tali norme, per quanto riguarda il ricorso ai metodi ed ai mezzi di guerra, pongono una netta distinzione fra popolazione civile, che deve, per quanto possibile, essere protetta dalla violenza delle armi, e soggetti che partecipano all’azione bellica contro i quali è lecito lo spiegamento della violenza.
13. In particolare il I Protocollo di Ginevra del 1977 (ratificato in Italia con legge 11 dicembre 1985 n. 672) all’art. 35 prevede che: “In ogni conflitto armato il diritto delle Parti in conflitto di scegliere metodi e mezzi di guerra non è illimitato”; all’art. 48 prevede che: “Allo scopo di assicurare il rispetto e la protezione della popolazione civile e dei beni di carattere civile, le Parti in conflitto dovranno fare, in ogni momento, distinzione fra la popolazione civile ed i combattenti, nonché fra beni di carattere civile e gli obiettivi militari, e, di conseguenza, dirigere le operazioni soltanto contro obiettivi militari”; all’art. 51 prevede che: “..2. Sia la popolazione civile che le persone civili non dovranno essere oggetto di attacco.(..) 4. Sono vietati gli attacchi indiscriminati..”
14. Sono queste le regole fondamentali sulle quali si basa il diritto “umanitario” di guerra, che gli articoli menzionati del I Protocollo di Ginevra del 1977, ribadiscono riproducendo dei precetti consuetudinari, già riconosciuti dalle Convenzioni dell’Aja del 1899, del 1907 e da altri strumenti del diritto internazionale.
15. Lo stato di guerra quindi non attribuisce ai belligeranti la possibilità di fare un ricorso illimitato alla violenza.
16. Questo concetto era stato acquisito nel diritto internazionale ancor prima dello Statuto del Tribunale di Norimberga e delle grandi codificazioni incarnate dalle IV Convenzioni di Ginevra del 1949 e dai due Protocolli del 1977.
17. Infatti il codice penale militare di guerra, promulgato nel 1941, prevede un apposita sezione, il Capo III, per punire gli “atti illeciti di guerra”, nei quali rientra l’uso di quei mezzi o modi di guerra vietati dalla legge o dalle convenzioni internazionali o contrari all’onore militare.
18. Nel corso delle operazioni militari, avviate a partire dal 24 marzo 1999, l’aviazione della NATO ha causato numerose stragi, colpendo ripetutamente obiettivi civili, fra questi un treno di pendolari in movimento (il 12 aprile), provocando la morte di una dozzina di persone, un corteo di profughi albanesi che fuggivano dalle zone di guerra (il 14 aprile), provocando la morte di 73 persone. Il 27 aprile a Surdulica, nella Serbia meridionale, è stato raso al suolo un intero quartiere residenziale, provocando circa 20 morti ed un numero imprecisato di feriti fra gli abitanti del villaggio. L’8 maggio la NATO ha colpito l’ambasciata cinese, provocando la morte di tre persone. Il 13 maggio a Prizen è stata colpita un’altra colonna di profughi albanesi provocando la morte di 48 persone.(cfr doc. 3). In tutti questi casi le stragi sono state considerate frutto di errori e i civili uccisi non sono stati rivendicati come “obiettivi militari”, tutt’al più sono stati considerati come “danni collaterali” rispetto all’azione militare. Nel caso dell’attacco alla TV di Belgrado, invece, la strage dei civili è stata deliberatamente pianificata e rivendicata come conseguimento di un obiettivo militare
19. L’edificio della Televisione certamente non è stato colpito per errore e coloro che hanno diretto l’attacco erano a perfetta conoscenza che gli Uffici erano frequentati da giornalisti e tecnici per la semplice ragione che al momento dell’attacco le trasmissioni erano ancora in corso.
20. Lo stesso giorno, infatti, nel briefing quotidiano con la stampa internazionale, i portavoce della NATO, hanno rivendicato l’attacco contro la Radio Televisione Serba. In particolare il colonnello Konrad Freytag, ha dichiarato che la NATO ha continuato gli attacchi volti a indebolire gli apparati di propaganda della RFY e per questo ha colpito gli studi radiotelevisivi della TV di Belgrado: “la più grande istituzione dei mass media in Yugoslavia, che orchestra la maggior parte dei programmi di propaganda del regime.” (doc.14)
21. Il Comandante in capo delle forze NATO in Europa, gen. Welsey Clark, responsabile della pianificazione e dell’esecuzione di tutte le operazioni militari compiute dalla NATO nel territorio della ex Yugoslavia, non solo non ha sconfessato tale operazione, ma ne ha assunto la responsabilità nel corso di una conferenza stampa svoltasi il 27 aprile 1999, durante la quale ha riconfermato che l’attacco all’edificio della RTS rientrava, a pieno titolo, nella strategia militare dell’Alleanza (doc.15).
22. Le vittime di questa strage, pertanto, non costituiscono un “danno collaterale”, in quanto essi stessi erano l’obiettivo preselezionato dell’attacco.
23. Orbene è sin troppo evidente che i giornalisti e le strutture della comunicazione civile e dei mass media, per quanto possano agevolare con la propaganda o con la censura di guerra, la macchina bellica, dall’una o dall’altra parte, cionondimeno restano, per loro natura, soggetti e strutture civili e non diventano combattenti, contro i quali sia lecito rivolgere la violenza delle armi.
24. Al riguardo è chiarissima la norma di cui all’art. 50 del I Protocollo, che recita: “1. E’ considerata civile ogni persona che non appartiene a una delle categorie indicate nell’art. 4 A. 1), 2), 3) e 6) della III Convenzione e nell’art. 43 del presente Protocollo. In caso dubbio, la detta persona sarà considerata civile”.
25. Sono considerati, pertanto, belligeranti, ai sensi della III Convenzione di Ginevra, soltanto coloro che portano le armi o seguono le forze armate, senza farne direttamente parte come i piloti, i membri civili degli equipaggi, i fornitori, i prestatori di servizi incaricati del benessere delle forze armate, i corrispondenti di guerra, gli apprendisti della marina mercantile, gli equipaggi dell’aviazione civile, etc. Tutti gli altri soggetti sono considerati civili, contro i quali non è lecito portare attacchi armati.
26. Addirittura per i giornalisti una norma ad hoc del Protocollo, l’art. 79 (misure di protezione dei giornalisti) specifica che (persino): “i giornalisti che svolgono missioni professionali pericolose nelle zone di conflitto armato saranno considerati persone civili, ai sensi dell’art. 50, par. 1”.
27. La distinzione fondamentale del diritto umanitario fra belligeranti e popolazione civile non avrebbe senso se si includessero nel concetto di “obiettivi militari” i civili che partecipano alla vita culturale. Se si adoperasse il criterio di legittimità rivendicato dalla NATO sarebbero possibili attacchi indiscriminati, rivolti contro tutti, anche contro le scuole e gli studenti che le frequentano. Dichiarare “obiettivo militare” una televisione o un giornale (e coloro che vi lavorano), significa che durante un conflitto armato, qualunque stazione televisiva, qualunque giornale può essere oggetto di attacco armato.
28. L’opinione pubblica italiana si è giustamente indignata perchè la polizia Jugoslava, il 16 aprile del 1999, ha intimidito e minacciato la giornalista Lucia Annunziata ed il Governo italiano - giustamente - ha deprecato l’episodio con le autorità della Repubblica Federale Jugoslava. (doc.16). Non è possibile, pertanto, che – in una situazione di guerra - sia considerato illecito infastidire una giornalista italiana e viceversa sia considerato lecito uccidere decine di giornalisti (e tecnici) jugoslavi sul posto di lavoro ed a causa del loro lavoro.
29. Pianificare l’assassinio di giornalisti, come di qualunque altra categoria di civili non belligeranti, significa pianificare dei crimini di guerra, come tali non consentiti dal nostro ordinamento, in particolare dall’art. 174 del C.P.M.G., che punisce “Il Comandante di una forza militare che, per nuocere al nemico, ordina o autorizza l’uso di alcuno dei mezzi o dei modi di guerra vietati dalla legge o dalle convenzioni internazionali, o comunque contrari all’onore militare.”
30. Nel caso di specie, sebbene l’evento dannoso sia avvenuto a Belgrado, l’illecito deve ritenersi commesso nel territorio dello Stato, ai sensi dell’art. 6 del Codice penale, poichè qui è avvenuta in tutto o in parte l’azione criminosa che lo ha realizzato, dal momento che è un fatto notorio che gli attacchi contro la Jugoslavia sono partiti dalle basi militari dislocate in territorio italiano, oppure da navi militari che appoggiate a basi dislocate in territorio italiano e che in Italia si trovano numerosi comandi NATO, che hanno diretto, coordinato ed organizzato le azioni militari indirizzate nel teatro jugoslavo;
31. In ogni caso l’esponente, avvalendosi dei poteri a lei conferiti, dichiara espressamente di rinunziare all’applicazione delle legge jugoslava regolante le obbligazioni nascenti da fatto illecito e chiede che sia applicata la legge nazionale italiana ed in particolare gli articoli 2043 e seguenti del Codice civile. Fa presente, tuttavia, che nell’ordinamento jugoslavo è presente una norma, in tema di risarcimento dei danni derivanti da fatto illecito, simile all’art. 2043 c.c. (doc. 17). Inoltre, con riferimento alla materia specifica, sia in Jugoslavia, sia in Italia, trova applicazione la norma di cui all’art. 91 del I° Protocollo di Ginevra relativa all’obbligo delle parti in conflitto di risarcire il danno in caso di violazione delle disposizioni delle Convenzioni o del Protocollo.
32. Sebbene la responsabilità dell’azione criminosa sia stata rivendicata impersonalmente dalla NATO e non sia stata comunicata la nazionalità del mezzo aereo impegnato in tale operazione, è indiscutibile che sussiste una responsabilità diretta ed immediata del Ministero della Difesa nella causazione del fatto dannoso, anche sotto il profilo dell’art. 2051 c.c.
33. Il Ministero della Difesa, infatti, è l’Ente proprietario e custode delle basi, degli impianti, degli aeroporti, dei porti, delle c.d. “militar facilities” utilizzate dalla NATO in Italia per la proiezione di potenza nel teatro jugoslavo, nonché il gestore del personale militare che ha coadiuvato e sostenuto l’attività bellica della NATO.
34. In particolare, secondo quanto rivelato dalla Rivista dell’Unione Nazionale Ufficiali in congedo d’Italia, risulta che: “nel corso della campagna aerea l’Alleanza ha effettuato ben 36.000 sortite, di cui 13.000 di attacco. La flotta aerea che ha svolto queste missioni ha raggiunto un picco di circa 900 velivoli, di cui 800 basati a terra e 100 imbarcati. Di questi 800 velivoli, oltre 450, con punte fino a 500, sono stati schierati sulle basi italiane che, di conseguenza, hanno ospitato il 60% di tutti i velivoli. Per quanto riguarda il nostro paese, i 50 velivoli dell’aereonautica militare, affiancati per la prima volta nei combattimenti dai velivoli AV-8B della marina operanti dalla portaerei Garibaldi, hanno compiuto un ingente sforzo con oltre 1100 sortite, di cui meta’di attacco ad obiettivi militari.”(doc.18)
35. La responsabilità dello Stato italiano, tuttavia, sussiste anche sotto un altro profilo. Anche a voler ammettere – per assurdo – che i missili che hanno provocato l’evento siano stati sparati da una base della NATO posta sulla Luna, non per questo verrebbe meno la responsabilità dello Stato italiano.
36. La NATO, infatti, a differenza della Comunità Economica Europea, non è una istituzione sopranazionale. La partecipazione alla NATO non comporta dal punto di vista formale alcuna cessione di sovranità nazionale. La NATO è un organismo internazionale nel quale si realizza la cooperazione di più Stati nel settore dell’integrazione militare e della difesa. Nella struttura militare integrata della NATO tutti i paesi membri partecipano in condizioni di eguaglianza giuridica, così come avviene nel Consiglio Atlantico, l’organo politico posto al vertice dell’Alleanza. Ufficiali italiani sono presenti nel Comitato militare della NATO e nelle varie strutture militari di comando e di controllo, mentre il rappresentante politico del Governo italiano siede in permanenza nel Consiglio Atlantico e partecipa alle decisioni politiche ed operative che ivi vengono assunte in condizioni di perfetta parità con gli altri membri permanenti. In particolare va rilevato che il Comitato militare della NATO, l’organo posto al vertice della complessa struttura militare integrata è presieduto da un ufficiale italiano, l’ammiraglio Guido Venturoni (doc.19).
37. Quindi le azioni realizzate dall’Alleanza, in esecuzione delle decisioni assunte dai vertici politici e militari della NATO, non sono un quid alii, nell’ipotesi tali azioni siano fonte di responsabilità civile, è evidente che questa responsabilità è condivisa – proprio a cagione della sua condizione di parità – dal Governo italiano assieme ai Governi degli altri paesi membri. E’ noto che gli obiettivi degli attacchi aerei sono stati oggetto di discussione e di approvazione da parte di tutti i paesi membri della NATO, tanto che in alcuni casi i bombardieri sono stati richiamati mentre erano in volo a cagione del veto opposto da taluni paesi della NATO, come lamenta il generale americano Michael Short (doc.20). Nel caso di specie non risulta che l’Italia abbia posto alcun veto all’attacco contro la TV e i giornalisti serbi. Del resto se l’Italia avesse posto il veto l’attacco non si sarebbe verificato. Da ciò deriva che il Governo italiano, nella persona della Presidenza del Consiglio dei Ministri, è comunque responsabile dell’azione criminosa realizzata dalla NATO, indipendentemente dal grado di coinvolgimento delle strutture militari italiane.
38. Sotto il profilo civile la responsabilità diretta ed immediata del fatto illecito che ha cagionato la morte di MARKOVIC Dejan e JONTIC Slobodan deve essere attribuita al Comando delle Forze Alleate dell’Europa Meridionale (AFSOUTH), Quartier generale Supremo dell’Alleanza atlantica con sede in Napoli, la cui responsabilità operativa copre un settore di circa 4 milioni di km quadrati, che comprende Italia, Grecia, Turchia, il Mar Mediterraneo dallo stretto di Gibilterra alle coste della Siria, il Mar di Marmara e il Mar Nero. Da tale Comando dipendono una serie di Comandi subordinati che comprendono tutte le forze terrestri, aeree e navali dell’Alleanza che operano nel settore del Mediterraneo e che nel caso di specie hanno partecipato agli attacchi contro la Jugoslavia (doc. 21 e 22).
39. La questione della responsabilità civile per i danni cagionati a terzi dalle forze armate dei paesi membri dell’Alleanza, dislocate sul territorio di altri paesi membri, è regolata dalla Convenzione di Londra del 19 giugno 1951 sullo Statuto delle Forze Armate (approvata in Italia con legge 30 novembre 1955 n. 1335) e dal Protocollo sullo Statuto dei Quartieri Generali militari internazionali istituiti in base al Trattato Nord-Atlantico (redatto a Parigi il 28 agosto 1952 e approvato in Italia con legge 30 novembre 1955, n. 1338). Ai sensi dell’art. VIII, paragrafo 5, della Convenzione di Londra lo Stato di soggiorno (in questo caso l’Italia) è obbligato al risarcimento dei danni causati a terzi per fatti illeciti commessi dagli appartenenti alle forze Armate di altri paesi della NATO, in sostituzione dello Stato di origine dell’autore del fatto. In questo contesto il Quartiere Generale da cui dipendono i militari responsabili del fatto illecito, pur non essendo contraddittore necessario, è legittimato a partecipare al giudizio poiché, ai sensi dell’art. XI del Protocollo, i Quartieri Generali Supremi hanno la personalità giuridica e possono agire in giudizio sia come attori che come convenuti.
CITA
1) La Presidenza del Consiglio dei Ministri, in persona del Presidente del Consiglio pro-tempore on. Giuliano Amato, domiciliato per legge presso l’Avvocatura dello Stato in Via dei Portoghesi 12
2) Il Ministero della Difesa in persona del Ministro pro-tempore, on. Sergio Mattarella, domiciliato per legge presso l’Avvocatura dello Stato in Via dei Portoghesi 12
3) Il Comando delle Forze Alleate dell’Europa Meridionale (AFSOUTH), in persona del Comandante pro tempore Ammiraglio James O. ELLIS jr., domiciliato in Napoli, Viale della Liberazione
a comparire davanti l’intestato Tribunale di Roma, nella sua nota sede di Viale Giulio Cesare n. 54/b, Sezione e Giudice designandi, all’udienza che ivi sarà tenuta il 2 ottobre 2000, ore di rito, con invito a costituirsi nei modi di cui all’art. 166 cpc entro il termine di giorni 20 dall’udienza indicata e con l’esplicito avviso che adempiendo oltre tale termine incorrerà nelle decadenze di cui all’art. 167 c.p.c. ed in difetto si procederà nella loro dichiarata contumacia per ivi sentire accogliere le seguenti
CONCLUSIONI
Piaccia all’illustrissimo Tribunale adito, ogni altra eccezione o deduzione reietta,
accertare e dichiarare le responsabilità dei convenuti per il fatto illecito, da considerarsi reato, che ha determinato la morte di Dejan MARKOVIC e Slobodan JONTIC e per l’effetto condannare i convenuti in solido al risarcimento dei danni materiali e dei danni morali subiti dagli attori che si indicano nella misura di cui alle note tabelle in uso all’Ufficio, moltiplicata per due, trattandosi di fatto doloso, in particolare
per Dusan MARKOVIC (padre di Dejan MARKOVIC) in £. 529.000.000 per danno danno morale e £. 20.000.000 per lucro cessante;
per Markovic Zoran (fratello di Dejan MARKOVIC) in £. 210.000.000;
per Dusica JONTIC, (moglie di Slobodan JONTIC) in £. £. 529.000.000 264.700.000 per danno danno morale e £. 20.000.000 per lucro cessante;
per Vladimir Jontic, (figlio di Slobodan JONTIC) in £. 423.000.000
ovvero quelle diverse somme che saranno reputate di giustizia, oltre interessi e rivalutazione come per legge.
Con vittoria di spese, competenze ed onorari del giudizio, da distrarsi a favore dell’avv. Marina Mattina
In via istruttoria
Si depositano i seguenti documenti:
1. Proc. Speciale Rep. n. 8/2000 (doc.1)
2. Proc. Speciale Rep. n. 11/2000 (doc.2)
3. fascicolo composto da 28 fotocopie tratte dal volume: Nato crimes in Yugoslavia, pubblicato in Belgrado, maggio 1999
4. fascicolo composto da 4 fotocopie tratte dal volume di cui sopra, relative al bombardamento dell’edificio della Radio Televisione Serba (R.T.S.) (doc.4)
5. Verbale dell’autopsia eseguita sul corpo di Markovic Dejan e relativa traduzione giurata, composto da 12 pagine (doc.5)
6. Verbale dell’autopsia eseguita sul corpo di Jontic Slobodan e relativa traduzione giurata, composto da 13 pagine (doc.6)
7. fascicolo fotografico relativo all’autopsia di Markovic Dejan, composto da tre fogli e 9 fotografie (doc.7)
8. fascicolo fotografico relativo all’autopsia di Jontic Slobodan, composto da tre fogli e 9 fotografie (doc.8)
9. certificati anagrafici di Markovic Dejan: certificato di nascita (doc. 9/a); certificato di residenza (doc. 9/b); certificato di morte (doc. 9/c)
10. dichiarazioni (n.2) relative al reddito percepito da Markovic Dejan, rilasciate dal datore di lavoro (R.T.S.) (doc.10)
11. certificati anagrafici di Jontic Slobodan: certificato di nascita (doc.11/a); certificato di residenza (doc.11/b); certificato di morte (doc.11/c)
12. certificati anagrafici relativi ai prossimi congiunti di Jontic Slobodan:: certificato di nascita di agli Dusica Jontic (nata Nikolic) (doc. 12/a; certificato di matrimonio della stessa (doc. 12/b) e certificato di nascita e cittadinanza Vladimir Jontic (doc. 12/c)
13. dichiarazioni (n.2) relative al reddito percepito da Jontic Slobodan, rilasciate dal datore di lavoro (R.T.S.) (doc.13)
14. conferenza stampa della NATO in data 23 aprile 99 (6 pagine) (doc.14)
15. conferenza stampa della NATO in data 27 aprile 99 (14 pagine) (doc.15)
16. fotocopia tratta dall’Unità del 17 aprile 1999
17. normativa jugoslava di riferimento, art. 154 del cod. civ. con traduzione in italiano (doc. 17);
18. estratto della Rivista dell’Unione Nazionale degli Ufficiali in congedo d’Italia, composto da 4 fotocopie;
19. vertici militari della NATO: Nato Military Representatives (doc. 17/a); Chairmen of the NATO Military Committee (doc. 17/b)
20. The Kosovo Campaign: Airpower made it work
21. Estratto dal Manuale della NATO, composto da 16 fogli (doc. 19);
22. Estratto dal sito internet del Comando Alleato delle Forze del sud Europa: Fact sheet (doc. 19/a); Biography (doc. 19/b)
23. Fascicolo con il teso delle Convenzioni internazionali e delle altre norme richiamate nella narrativa.
Si Chiede ammettersi interrogatorio formale del sig. Presidente del Consiglio, on. Giuliano Amato, del sig. Ministro della Difesa, on. Sergio Mattarella, del sig. Comandante delle Forze Alleate dell’Europa Meridionale, Ammiraglio James O. ELLIS jr., sul seguente capitolo:
1) Vero che nel corso della campagna aerea contro la Jugoslavia l’ Alleanza ha effettuato ben 36.000 sortite, di cui 13.000 di attacco; che la flotta aerea che ha svolto queste missioni ha raggiunto un picco di circa 900 velivoli, di cui 800 basati a terra e 100 imbarcati; che di questi velivoli, oltre 450, con punto fino a 500 sono stati schierati sulle basi italiane; che, per quanto riguarda l-Italia, i 50 velivoli dell’Aereonautica Militare, affiancati dai velivoli AV 8B della Marina operanti dalla portaerei Garibaldi, hanno compiuto un ingente sforzo con oltre 1100 sortite, di cui la meta’ di attacco ad obiettivi militari?
2) vero che il 23 aprile 1999 mezzi aerei della NATO, in partenza da basi italiane ed, in ogni caso sottoposti al Comando dell’AFSOUTH, hanno colpito con missili o munizioni di precisione nel centro di Belgrado l’edificio che ospita gli studi e gli Uffici della Radio Televisione serba, provocando la morte di 16 persone, fra le quali i signori Dejan MARKOVIC e Slobodan JONTIC?

Roma, il 31 maggio 2000
Prof. Avv. Giuseppe Bozzi Avv. Marina Mattina

Nella qualita’ delego a rappresentarmi e difendermi, anche disgiuntamente, nel presente giudizio, il prof. avv. Giuseppe Bozzi e l’avv. Marina Mattina, ai quali conferisco ogni potere di legge inerente al mandato.
Eleggo domicilio in Via degli Scipioni, n.268/a presso lo studio del primo.

Ambretta Rampelli



ORDINANZA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

(Bombardamenti alla tv serba: l'Italia non deve risarcire le vittime. Le norme interne che recepiscono quelle internazionali non prevedono quest'obbligo. Dopo la dichiarazione d'inammissibilità della Corte dei diritti nel dicembre 2001, le sezioni unite respingono il ricorso di altri due cittadini serbi. Documenti Correlati: Sezioni unite, ordinanza 8157/02; depositata il 5 giugno 2002) 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONI UNITE CIVILI
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Oggetto
Dott. Nicola MARVULLI - Primo Presidente
Dott. Alfio FINOCCHIARO- Presidente di sezione-
Dott. Paolo VITTORIA Rel. Consigliere R.G.N. 20569/
Dott. Ernesto LUPO - Consigliere - Cron.
Dott. Roberto PREDEN - Consigliere - Rep.
Dott. Enrico ALTIERI - Consigliere - Ud.08102/02
Dott. Michele VARRONE - Consigliere - C.C.
Dott. Luigi Francesco DI NANNI - Consigliere -
Dott. Maria Gabriella LUCCIOLI - Consigliere -
ha pronunciato la seguente

O R D I N A N Z A
sul ricorso proposto da:
PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, in persona del Presidente pro-tempore, MINISTERO DELLA DIFESA, in persona del Ministro pro-tempore, domiciliati in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso L’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che li rappresenta e difende ope legis;
ricorrenti
contro
DUSAN MARKOVIC, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEGLI SCIPIONI 268/A, presso lo studio dell'avvocato GIUSEPPE BOZZI, che lo rappresenta e difende, giusta delega in calce al controricorso;
controricorrente
nonchè contro
COMANDO DELLE FORZE ALLEATE DELL'EUROPA MERIDIONALE
(AFSOUTH) e AMBRETTA RAMPELLI, nella qualità di procuratrice speciale dei sigg.ri MUSICA JONTIC, MARKOVIC ZORAN, JONTIC VLADIMIR;
intimati
per regolamento preventivo di giurisdizione in relazione al giudizio pendente n. 39329/00 del Tribunale di ROMA;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio il 08/02/02 dal Consigliere Dott. Paolo VITTORIA;
lette le conclusioni scritte dal Sostituto Procuratore Generale Dott. Antonio MARTONE il quale chiede che le Sezioni unite della Corte di Cassazione, dichiarino inammissibile il regolamento con le conseguenze di legge.
La Corte
Premesso in fatto.
l. - Ambretta Rampelli, agendo in qualità di procuratrice speciale di Dusan Markovic, Dusica Jontic, Zoran Markovic e Vladimir Jontic, ha convenuto in giudizio davanti al tribunale di Roma la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero della difesa ed il Comando delle Forze Alleate dell'Europa Meridionale -Afsouth.
Ha proposto una domanda di condanna al risarcimento dei danni.
I fatti esposti nella citazione sono i seguenti.
L'edificio che ospitava gli studi della Radio Televisione Serba, nella notte del 23.4.1999, è stato deliberatamente colpito nel corso di una delle operazioni aeree condotte dalla Nato contro la Repubblica federale di Jugoslavia.
Una parte dell'edificio è crollata e nel crollo hanno trovato la morte Dejan Markovic e Slobodan Jontic, congiunti degli attori.
Queste le ragioni di diritto poste a base della domanda.
Essere stato scelto come bersaglio l'edificio della emittente televisiva costituisce un modo di conduzione delle ostilità non consentito dal I Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra del 12.8.1949, perché diretto contro un obiettivo non militare e rivolto intenzionalmente a colpire civili; è poi vietato dall'art. 174 del Codice penale militare di guerra.
La responsabilità per le conseguenze che ne sono derivate deve essere riferita allo Stato italiano, sia perché come paese membro della Nato ha concorso alla determinazione di adottare l'indicato modo di condurre le ostilità, sia perché l'operazione bellica è stata compiuta a partire dal suo territorio e dunque trovano applicazione le norme dettate dall’art. VIII, paragrafo 5, della Convenzione di Londra del 19 giugno 1951, approvata con la L. 30 novembre 1955, n. 1335.
2. - I convenuti si sono costituiti in giudizio.
Le amministrazioni dello Stato hanno eccepito il difetto assoluto di giurisdizione, l'Afsouth il difetto di giurisdizione del giudice italiano.
3. - Le due amministrazioni, con ricorso notificato a tutte le altre parti, hanno poi chiesto che la questione di giurisdizione sia risolta dalle sezioni unite e sia dichiarato il difetto di giurisdizione dell'Autorità giudiziaria.
Hanno svolto queste considerazioni.
Lo Stato è assoggettato alla giurisdizione dei suoi giudici solo quando si presenta come 'Stato-amministrazione", perché in questo caso il potere giudiziario può porsi rispetto ad esso in posizione di alterità e quindi di terzietà. Questa posizione dì alterità e terzietà del giudice non può configurarsi quando lo Stato è chiamato davanti al giudice nella sua unitaria soggettività di “Stato-comunità" ed è ciò che accade quando in suo confronto sono fatte valere pretese che rilevano da comportamenti tenuti come soggetto sovrano nel campo dei rapporti internazionali.
In questo caso i suoi atti possono solo essere sindacati da Corti Internazionali alla cui competenza giurisdizionale lo Stato si sia assoggettato in relazione a specifiche materie.
La domanda è stata proposta in confronto del Ministero della difesa sul presupposto che ricorra la competenza giurisdizionale prevista dall'art. VIII n. 5 della Convenzione di Londra del 19.6.1951, ratificata con la L. 30 novembre 1955, n. 1335.
Ma nel caso ne manca il presupposto dato dal fatto che i danni siano stati causati nel territorio dello Stato di soggiorno.
4. - Gli attori, che hanno resistito e chiesto sia dichiarato che la giurisdizione sussiste, hanno svolto queste considerazioni.
Al primo argomento hanno contrapposto che deliberare e porre in atto un'operazione bellica è comportamento che si imputa allo Stato apparato e non allo Stato comunità e che, comunque, dalle convenzioni internazionali sul diritto umanitario bellico derivano limiti alla scelta dei modi in cui condurre un'azione di guerra, oltrepassati i quali lo Stato risponde dei danni provocati dal suo atto anche nei confronti dei singoli che li subiscono, ai quali si deve quindi riconoscere il diritto di adire lo Stato davanti ai suoi giudici.
Al secondo argomento hanno contrapposto che potersi o no considerare il fatto avvenuto sul territorio italiano attiene non alla giurisdizione, ma alla responsabilità.
5. Il pubblico ministero ha concluso per iscritto, chiedendo sia dichiarata la giurisdizione del giudice ordinario.
Ha osservato che non è in questione la giurisdizione, ma l'esistenza di norme o principi che consentano di affermare la responsabilità fatta valere con la domanda.
Le parti hanno depositato una memoria.
Ritenuto in diritto.
l. - Il regolamento di giurisdizione è ammissibile.
E' questione di giurisdizione, la cui soluzione può essere chiesta alle sezioni unite con l'istanza di regolamento, anche quella su cui si deve statuire che ogni giudice difetta di giurisdizione (art. 382 secondo comma, cod. proc. civ.) Sez. Un. 9 gennaio 1978 n. 53.
2. - La domanda riferisce allo Stato italiano una responsabilità che è fatta dipendere da un atto di guerra, in particolare da una modalità di conduzione delle ostilità belliche rappresentata dalla guerra aerea.
La scelta di una modalità di conduzione delle ostilità rientra tra gli atti di Governo.
Sono questi atti che costituiscono manifestazione di una funzione politica, della quale è nella Costituzione la previsione della sua attribuzione ad un organo costituzionale: funzione che per sua natura è tale da non potersi configurare, in rapporto ad essa, una situazione di interesse protetto a che gli atti in cui si- manifesta assumano o non. assumano un determinato contenuto - Sez. Un. 12 luglio 1968 n- 2452; 17 ottobre 1980 n. 5583; 8 gennaio 1993 n. 124.
Rispetto ad atti di questo tipo nessun giudice ha potere di sindacato circa il modo in cui la funzione è stata esercitata.
3. - Le norme del Protocollo di Ginevra del 1977 (artt. 35.2, 48, 49, 51, 52 e 57) e della Convenzione europea dei diritti dell'uomo (artt. 2 e 15.2), che disciplinano la condotta delle ostilità, hanno bensì come oggetto la protezione dei civili in caso di attacchi,, ma in quanto norme di diritto internazionale regolano rapporti tra Stati.
Gli stessi trattati strutturano i procedimenti per accertare le violazioni, prevedono le sanzioni in caso di responsabilità (art. 91 del Protocollo; art. 41 della Convenzione), indicano le Corti internazionali competenti ad affermarla.
Le leggi che vi hanno dato applicazione nello Stato italiano non contengono per contro norme espresse che consentano alle persone offese di chiedere allo Stato riparazione dei danni loro derivati dalla violazione delle norme internazionali.
Che disposizioni con questo contenuto siano implicitamente risultate introdotte nell'ordinamento per effetto della esecuzione data alle norme di diritto internazionale è principio che trova poi ostacolo in quello contrario, di cui si è fatto cenno, per cui alle funzioni di tipo politico non si contrappongono situazioni soggettive protette.
Del resto, per assicurate nell'ambito dell'ordinamento interno una riparazione per il pregiudizio risentito in conseguenza della violazione di norme della Convenzione sui diritti dell'uomo, con riguardo all'art. 6 ed a proposito del mancato rispetto del termine di ragionevole durata del processo, si è provveduto con apposita legge (la L. 24 marzo 2001, n. 89).
4. - La possibilità di assoggettare a sindacato la determinazione del Governo circa la condotta delle ostilità nell'ambito delle operazioni aeree della Nato contro la Repubblica federale di Jugoslavia non può d'altra parte essere tratta dalla Convenzione di Londra del 1951.
La circostanza che gli aerei impiegati nel bombardamento della stazione radio televisiva di Belgrado possano avere utilizzato basi ubicate sul territorio italiano costituisce un momento della più complessa operazione di cui si chiede dì valutare la liceità e dunque non rileva ai fini della applicazione della norma dettata dal paragrafo 5 dell'art. VIII della Convenzione, che presuppone al contrario la commissione di un atto al riguardo del quale la valutazione di illiceità possa essere compiuta.
5. - Decidendo sulla questione di giurisdizione, di cui la Presidenza del Consiglio dei ministri ed il Ministero della difesa hanno chiesto la soluzione in relazione alla domanda proposta dagli attori nei loro confronti, si deve statuire che conoscere della controversia non spetta al giudice ordinario né ad alcun altro giudice.
5.1. - Nessuna pronuncia sulla giurisdizione deve essere resa in relazione alla domanda che gli attori hanno proposto, con -,.a stessa citazione, in confronto del Comando delle Forze Alleate dell'Europa Meridionale, ed in relazione alla quale lo stesso Comando davanti al giudice di merito ha sollevato eccezione di difetto di giurisdizione del giudice italiano.
Il Comando non ha dal canto suo presentato istanza di regolamento né ha preso parte a questa fase del giudizio chiedendo una statuizione sulla giurisdizione nei suoi confronti.
Si tratta di domanda contro diverso convenuto e la circostanza che sia stata proposta con la medesima citazione non toglie che si sia in presenza di causa diversa, sebbene riunita in un unico processo, sicché non può esercitarsi a suo riguardo, in questa sede, il potere di rilievo e decisione di ufficio sulle questioni di giurisdizione.
6. Le spese di questa fase e dell'intero giudizio, tra i ricorrenti e gli attori, debbono essere dichiarate compensate in considerazione della natura degli argomenti trattati.
P.Q.M.
La Corte dichiara il difetto di giurisdizione; compensa le spese dell'intero giudizio.
Così deciso il giorno 8 febbraio 2002, in Roma, nella camera di consiglio delle sezioni unite civili della Corte di cassazione.

Il Presidente



CONSIGLIO D'EUROPA
GRANDE CHAMBRE

DÉCISION
SUR LA RECEVABILITÉ
de la requête n° 52207/99
présentée par Vlastimir et Borka BANKOVIC, Zˇivana STOJADINOVIC, Mirjana STOIMENOVSKI, Dragana JOKSIMOVIC et Dragan SUKOVIC
contre
la Belgique, la République tchèque, le Danemark, la France, l’Allemagne, la Grèce, la Hongrie, l’Islande, l’Italie, le Luxembourg, les Pays-Bas, la Norvège, la Pologne, le Portugal, l’Espagne, la Turquie et le Royaume-Uni

La Cour européenne des Droits de l’Homme, siégeant en une Grande Chambre composée de:
M. L. WILDHABER, président,
Mme E. PALM,
MM. C.L. ROZAKIS,
G. RESS,
J.-P. COSTA,
GAUKUR JÖRUNDSSON,
L. CAFLISCH,
P. KURIS,
I. CABRAL BARETTO,
R. TÜRMEN,
Mme V. STRAZNICKA,
MM. C. BIRSAN,
J. CASADEVALL,
J. HEDIGAN,
Mme W. THOMASSEN,
MM. A.B. BAKA,
K. TRAJA, juges,
et de M. P.J. MAHONEY, greffier,
Vu la requête susmentionnée, introduite le 20 octobre 1999 et enregistrée le 28 octobre 1999,
Vu la décision du 14 novembre 2000 par laquelle la chambre de la première section à laquelle l’affaire avait à l’origine été attribuée s’est dessaisie en faveur de la Grande Chambre (article 30 de la Convention),
Vu les observations déposées par les gouvernements défendeurs et celles soumises en réponse par les requérants,
Vu les observations orales présentées par les parties le 24 octobre 2001 et les commentaires écrits soumis par elles ultérieurement en réponse aux questions des juges,
Après en avoir délibéré le 24 octobre et le 12 décembre 2001, rend la décision que voici, adoptée à cette dernière date :
EN FAIT
1. Les requérants sont tous ressortissants de la République fédérale de Yougoslavie (« RFY »). Les deux premiers requérants, Vlastimir et Borka Bankovic, sont nés en 1942 et en 1945 respectivement, et ils saisissent la Cour en leur nom propre et au nom de leur fille décédée, Ksenija Bankovic. La troisième requérante, Zˇivana Stojanovic, est née en 1937, et elle saisit la Cour en son nom propre et au nom de son fils décédé, Nebojsˇa Stojanovic. La quatrième requérante, Mirjana Stoimenovski, saisit la Cour en son nom propre et au nom de son fils décédé, Darko Stoimenovski. La cinquième requérante, Dragana Joksimovic, est née en 1956, et elle saisit la Cour en son nom propre et au nom de son mari décédé, Milan Joksimovic. Le sixième requérant, Dragan Sukovic, saisit la Cour en son nom propre.
2. Les requérants sont représentés devant la Cour par M. Anthony Fisher, solicitor exerçant dans l’Essex, M. Vojin Dimitrijevic, directeur du Centre des droits de l’homme de Belgrade, M. Hurst Hannum, professeur de droit international à l’université Tufts de Medford, dans le Massachusetts, aux Etats-Unis, et Mme Françoise Hampson, barrister et professeur de droit international à l’université d’Essex. Les représentants précités ont assisté à l’audience publique devant la Cour conjointement avec leurs conseillers, M. Rick Lawson, Mme Tatjana Papic et M. Vladan Joksimovic. La troisième requérantes, Mme Zˇivana Stojanovic, était également présente.
3. Les Gouvernements sont représentés devant la Cour par leurs agents. Lors de l’audience, les gouvernements ci-après étaient représentés comme suit : Le Royaume-Uni (dont les observations ont été déposées au nom de l’ensemble des défendeurs) par MM. Christopher Greenwood, Q.C. et professeur de droit international, et James Eadie, conseils, par M. Martin Eaton, agent, du ministère des Affaires étrangères et du Commonwealth, et par M. Martin Hemming, conseiller ; la Belgique par M. Jan Lathouwers, agent adjoint ; la France par M. Pierre Boussaroque, conseil ; l’Allemagne par M. Christoph Blosen, adjoint au représentant permanent de l’Allemagne auprès du Conseil de l’Europe ; la Grèce par M. Michael Apessos, conseiller ; la Hongrie par M. Lipót Höltzl et Mme Monika Weller, agent et coagent respectivement ; l’Italie par M. Francesco Crisafulli, coagent adjoint ; le Luxembourg par M. Nicolas Mackel, agent ; les Pays-Bas par Mme Jolien Schukking, agent ; la Norvège par M. Frode Elgesem, agent faisant fonction ; la Pologne par M. Christophe Drzewicki, agent, et Mme Renata Kowalska, conseil ; et la Turquie par Mme Deniz Akçay, coagent.
A. Les circonstances de l’espèce
4. Les faits de la cause, tels qu’ils ont été exposés par les parties, peuvent se résumer comme suit.
5. Les gouvernements défendeurs estiment la requête irrecevable sans qu’il y ait lieu d’aborder les faits de la cause et précisent qu’une non-contestation explicite par eux d’un élément de fait ne doit en aucun cas être retenue contre eux. Dans son résumé ci-dessous des circonstances de l’espèce, la Cour n’a pas interprété les non-contestations explicites d’éléments de fait comme des acceptations de ces éléments par la partie concernée.
1. Le contexte
6. De nombreux documents traitent du conflit qui opposa les forces serbes et albanaises du Kosovo en 1998 et 1999. Devant l’escalade de la violence et eu égard aux préoccupations grandissantes de la communauté internationale et à l’échec des initiatives diplomatiques, le Groupe de contact composé des représentants de six pays (institué en 1992 par la Conférence de Londres) se réunit et décida d’organiser des négociations entre les parties au conflit.
7. Le 30 janvier 1999, à la suite d’une décision de son Conseil de l’Atlantique Nord (« CAN »), l’Organisation du Traité de l’Atlantique Nord (« OTAN ») annonça que des frappes aériennes seraient effectuées sur le territoire de la FRY en cas de non-respect des exigences de la Communauté internationale. Des négociations eurent alors lieu entre les parties au conflit, du 6 au 23 février 1999 à Rambouillet, et du 15 au 18 mars 1999 à Paris. L’accord de paix proposé à l’issue des pourparlers fut signé par la délégation albanaise du Kosovo, mais pas par la délégation serbe.
8. Considérant que tous les efforts entrepris pour parvenir à une solution politique négociés de la crise du Kosovo avaient échoué, le CAN décida de commencer les frappes aériennes (opération Force alliée) contre la RFY, mesure que le Secrétaire général de l’OTAN annonça le 23 mars 1999. Les frappes aériennes s’échelonnèrent du 24 mars au 8 juin 1999.
2. Le bombardement de la Radio-Televizije Srbije (« RTS »)
9. Trois chaînes de télévision et quatre stations de radio se partageaient les locaux de la RTS à Belgrade. Les installations de production les plus importantes se trouvaient dans trois bâtiments de la rue Takovska. La régie finale était abritée au premier étage de l’un d’eux ; elle employait principalement du personnel technique.
10. Le 23 avril 1999, juste après 2 heures du matin, l’un des bâtiments de la RTS de la rue Takovska fut touché par un missile tiré d’un avion de l’OTAN, qui provoqua l’effondrement de deux des quatre étages de l’immeuble et détruisit la régie finale.
11. La fille des deux premiers requérants, les fils des troisième et quatrième requérantes et le mari de la cinquième requérante furent tués, le sixième requérant s’en tirant avec des blessures. Le bombardement fit seize morts et seize blessés graves. Vingt-quatre cibles furent touchées en RFY au cours de la même nuit, dont trois à Belgrade.
3. Procédures engagées devant d’autres juridictions internationales à la suite du bombardement
12. Le 26 avril 1999, la RFY déposa entre les mains du Secrétaire général des Nations unies sa déclaration reconnaissant la juridiction obligatoire de la Cour internationale de Justice (« CIJ »). Le 29 avril 1999, la RFY engagea contre la Belgique et neuf autres Etats une procédure visant leur participation à l’opération Force alliée et présenta une demande en indication de mesures provisoires au titre de l’article 73 du règlement de la CIJ. Par une ordonnance datée du 2 juin 1999, la CIJ écarta cette demande. Les autres questions soulevées dans le cadre de la cause sont toujours pendantes.
13. En juin 2000, le comité institué pour examiner l’opération Force alliée fit rapport au procureur du Tribunal pénal international pour l’ex-Yougoslavie (« TPIY »). Il ne recommanda pas l’ouverture d’une enquête. Le 2 juin 2000, ledit procureur informa le Conseil de sécurité des Nations unies de sa décision de ne pas ouvrir d’enquête.
B. Textes de droit international pertinents
1. Le Traité de Washington de 1949
14. Entré en vigueur le 24 août 1949, le Traité de Washington créa une alliance, matérialisée dans l’Organisation du Traité de l’Atlantique Nord (« OTAN »), entre dix Etats européens (la Belgique, la France, le Luxembourg, les Pays-Bas, le Royaume-Uni, le Danemark, l’Islande, l’Italie, la Norvège et le Portugal), le Canada et les Etats-Unis. La Grèce et la Turquie y adhérèrent en 1952, la République Fédérale d’Allemagne en 1959, puis l’Espagne en 1982. Ces pays furent imités le 12 mars 1999 par la République Tchèque, la Hongrie et la Pologne.
15. Le but essentiel de l’OTAN est de sauvegarder la liberté et la sécurité de tous ses membres par des moyens politiques et militaires dans le respect des principes de la Charte des Nations unies. Le principe fondamental régissant son fonctionnement est celui d’un engagement commun en faveur d’une coopération entre Etats souverains fondée sur l’indivisibilité de la sécurité des pays membres.
2. La Convention de Vienne de 1969 sur le droit des traités (« la Convention de Vienne de 1969 »)
16. L’article 31 de la Convention de Vienne de 1969 est intitulé « Règle générale d’interprétation ». Sa partie pertinente en l’espèce est ainsi libellée :
« Un traité doit être interprété de bonne foi suivant le sens ordinaire à attribuer aux termes du traité dans leur contexte et à la lumière de son objet et de son but.
(...)
3. Il sera tenu compte, en même temps que du contexte :
(...)
b) de toute pratique ultérieurement suivie dans l’application du traité par laquelle est établi l’accord des parties à l’égard de l’interprétation du traité ;
c) de toute règle pertinente de droit international applicable dans les relations entre les parties. »
17. L’article 32 est intitulé « Moyens complémentaires d’interprétation ». Il dispose :
« Il peut être fait appel à des moyens complémentaires d’interprétation, et notamment aux travaux préparatoires et aux circonstances dans lesquelles le traité a été conclu, en vue, soit de confirmer le sens résultant de l’application de l’article 31, soit de déterminer le sens lorsque l’interprétation donnée conformément à l’article 31 :
a) laisse le sens ambigu ou obscur, ou
b) conduit à un résultat qui est manifestement absurde ou déraisonnable. »
18. Dans son commentaire à leur sujet, la Commission du droit international releva que les articles 31 et 32 devaient opérer conjointement et n’avaient nullement pour effet de tracer une ligne de démarcation rigide entre la « règle générale » et les « moyens complémentaires » d’interprétation. Elle précisa par ailleurs que la distinction elle-même se justifiait, dès lors que les éléments d’interprétation énumérés à l’article 31 se rapportaient tous à l’accord intervenu entre les parties au moment où il a reçu son expression authentique dans le texte ou ultérieurement. Les travaux préparatoires n’avaient selon elle pas le même caractère d’authenticité, « quelle que [pût] être leur valeur, dans certains cas, pour éclairer l’expression que le texte donne à l’accord » (Annuaire CDI, 1966, vol. II, p. 240).
3. La genèse de l’article 1 de la Convention
19. Le texte rédigé par la commission des affaires juridiques et administratives de l’Assemblée consultative du Conseil de l’Europe prévoyait, dans ce qui allait devenir l’article 1 de la Convention, que les « Etats membres s’engage[aie]nt à garantir à toute personne résidant sur leur territoire les droits (...) ». Le comité d’experts intergouvernemental qui se pencha sur le projet de l’Assemblée consultative décida de remplacer les mots « résidant sur leur territoire » par les termes « relevant de leur juridiction ». Les motifs ayant présidé à cette modification se trouvent décrits dans l’extrait suivant du Recueil des travaux préparatoires de la Convention européenne des Droits de l’Homme (vol. III, p. 260):
« Le projet de l’Assemblée avait attribué le bénéfice de la Convention à « toute personne résidant sur le territoire des Etats signataires. » Il a semblé au Comité que le terme « résidant » pourrait être considéré comme étant trop restrictif. En effet, il y aurait lieu d’accorder le bénéfice de la Convention à toute personne se trouvant sur le territoire des Etats signataires, même à celles qui ne sauraient être considérées comme y résidant au sens juridique du mot. D’ailleurs, ce sens n’est pas le même selon toutes les législations nationales. Le Comité a donc remplacé le terme « résidant » par les mots « relevant de leur juridiction », qui figurent également dans l’article 2 du projet de Pacte de la Commission des Nations Unies. »
20. L’adoption de l’article 1 de la Convention fut encore précédée d’une observation du représentant belge, qui, le 25 août 1950, lors de la séance plénière de l’Assemblée consultative, s’exprima comme suit :
« (...) actuellement le droit de protection de nos Etats, en vertu d’une clause formelle de la Convention, pourra s’exercer intégralement et sans division ni distinction en faveur des individus quelle qu’en soit la nationalité qui, sur le territoire de l’un quelconque de nos Etats, auraient eu à se plaindre d’une violation de [leurs] droit[s]. »
21. Il est ensuite précisé dans les travaux préparatoires que le libellé de l’article 1 comportant les mots « relevant de leur juridiction » ne prêta pas à discussion et que le texte tel qu’il se présentait alors (et tel qu’il existe aujourd’hui) fut adopté par l’Assemblée consultative le 25 août 1950 sans subir de nouveaux amendements (Recueil précité, vol. VI, p. 132).
4. La Déclaration américaine des droits et devoirs de l’homme de 1948
22. L’article 2 de cette déclaration est ainsi libellé :
« Toutes les personnes, sans distinction de race, de sexe, de langue, de religion ou autre, sont égales devant la loi et ont les droits et les devoirs consacrés dans cette déclaration. »
23. Dans son rapport sur l’affaire Coard (Rapport n° 109/99, affaire n° 10 951, Coard et al. v. the United States, 29 septembre 1999, §§ 37, 39, 41 et 43), la Commission interaméricaine des droits de l’homme se pencha sur des griefs relatifs à la détention et au traitement infligés aux requérants par les forces des Etats-Unis dans les premiers jours de l’opération militaire menée à Grenade. Elle s’exprima comme suit :
« Si l’application extraterritoriale de la Déclaration américaine n’a pas été débattue par les parties, la Commission juge pertinent de relever que, dans certaines circonstances, l’exercice de sa juridiction sur des actes se caractérisant par leur extraterritorialité est non seulement conforme aux normes en vigueur mais exigé par elles. Les droits fondamentaux de l’individu sont proclamés dans les Amériques sur la base des principes d’égalité et de non-discrimination – « sans distinction de race, de nationalité, de religion ou de sexe ». (...) Etant donné que les droits individuels procèdent directement de la qualité d’être humain de tout individu, chaque Etat américain est tenu d’assurer à toute personne relevant de sa juridiction le bénéfice des droits protégés. Si sont ainsi le plus souvent concernées les personnes se trouvant sur le territoire de l’Etat envisagé, il peut arriver que le soient aussi des personnes dont la situation présente un élément d’extraterritorialité, ce qui est le cas de celles qui se trouvent sur le territoire d’un Etat mais relèvent du contrôle d’un autre Etat – d’ordinaire au travers des actes accomplis par les agents de ce dernier à l’étranger. En principe l’examen ne tourne pas autour de la nationalité de la victime présumée ou de sa présence sur une aire géographique déterminée, mais autour de la question de savoir si, dans les circonstances de l’espèce, l’Etat mis en cause a respecté les droits d’une personne relevant de son autorité et de son contrôle. »
24. La partie pertinente en l’espèce de l’article 1 de la Convention américaine des droits de l’homme de 1978, sur lequel se fonde la compétence matérielle de la Cour interaméricaine des droits de l’homme, est ainsi libellée :
« Les Etats parties s’engagent à respecter les droits et libertés reconnus dans la présente Convention et à en garantir le libre et plein exercice à toute personne relevant de leur compétence, sans aucune distinction (...) »
5. Les quatre Conventions de Genève de 1949 sur le droit humanitaire de la guerre
25. L’article 1 de chacune de ces Conventions (« Les Conventions de Genève de 1949 ») prévoit que les Parties contractantes « s’engagent à respecter et à faire respecter la présente Convention en toutes circonstances ».
6. Le Pacte de 1966 relatif aux droits civils et politiques (« le Pacte de 1966 ») et son Protocole facultatif de 1966
26. La partie pertinente en l’espèce de l’article 2 § 1 du Pacte de 1966 est ainsi libellée :
« Les Etats parties au présent Pacte s’engagent à respecter et garantir à tous les individus se trouvant sur leur territoire et relevant de leur compétence les droits reconnus dans le présent Pacte, (...) »
La Commission des Droits de l’Homme des Nations unies approuva lors de sa sixième session, en 1950, une motion tendant à faire insérer dans le texte de l’article 2 § 1 du projet de Pacte les mots « se trouvant sur leur territoire et relevant de leur ». Des propositions subséquentes visant à l’exclusion de ces termes échouèrent en 1952 et 1963. Par la suite, la Commission des Droits de l’Homme chercha à développer, dans certains contextes limités, la responsabilité des Etats contractants pour les actes accomplis par leurs agents à étranger.
27. La partie pertinente en l’espèce de l’article 1 du Protocole facultatif de 1966 est ainsi libellée :
« Tout Etat partie au Pacte qui devient partie au présent Protocole reconnaît que le Comité a compétence pour recevoir et examiner des communications émanant de particuliers relevant de sa juridiction qui prétendent être victimes d’une violation, par cet Etat partie, de l’un quelconque des droits énoncés dans le Pacte. (...) »
GRIEFS
28. Les requérants dénoncent le bombardement du bâtiment de la RTS effectué par les forces de l’OTAN le 23 avril 1999. Ils invoquent les dispositions suivantes de la Convention : l’article 2 (droit à la vie), l’article 10 (droit à la liberté d’expression) et l’article 13 (droit à un recours effectif).
EN DROIT
29. Les cinq premiers requérants invoquent les article 2, 10 et 13 en leur nom propre et au nom de leurs proches décédés. Le sixième, qui fut blessé lors de l’opération, invoque les mêmes articles en son nom propre. Avec l’accord de la Cour, les parties ont limité leurs observations écrites et orales aux seules questions de recevabilité, les Gouvernements précisant par ailleurs qu’ils ne plaideraient pas le caractère manifestement mal fondé des griefs.
30. En ce qui concerne la recevabilité de l’affaire, les requérants soutiennent que la requête est compatible ratione loci avec les dispositions de la Convention au motif que les actes incriminés, qui soit ont été accomplis en RFY, soit l’ont été sur le territoire des Etats défendeurs mais ont produit leur effets en RFY, les ont fait entrer, eux et leurs proches décédés, dans la sphère de juridiction desdits Etats. Ils considèrent également que les Etats défendeurs sont solidairement responsables du bombardement nonobstant le fait que celui-ci a été effectué par les forces de l’OTAN, et affirment qu’ils ne disposaient d’aucun recours interne effectif.
31. Les Gouvernements plaident quant à eux l’irrecevabilité de l’affaire. Ils soutiennent pour l’essentiel que la requête est incompatible ratione personae avec les dispositions de la Convention au motif que les requérants ne relevaient pas de la juridiction des Etats défendeurs, au sens de l’article 1 de la Convention. Ils considèrent également que, conformément au « principe Or monétaire » dégagé par la CIJ, la Cour ne peut statuer sur le bien-fondé de l’affaire car cela reviendrait pour elle à se prononcer sur les droits et obligations des Etats-Unis, du Canada et de l’OTAN elle-même, alors qu’aucune de ces entités n’est Partie contractante à la Convention, ni, en conséquence, partie à la présente procédure (Or monétaire pris à Rome en 1943, Recueil CIJ 1954, p. 19, appliqué dans l’affaire du Timor oriental, Recueil CIJ 1995, p. 90).
32. Le gouvernement français soutient de surcroît que le bombardement litigieux est imputable non aux Etats défendeurs mais à l’OTAN, organisation dotée d’une personalité juridique internationale distincte de celle de ses Etats membres. Le gouvernement turc formule par ailleurs certaines observations précisant son analyse de la situation qui prévaut dans la partie nord de Chypre.
33. Enfin, les gouvernements de la Hongrie, de l’Italie et de la Pologne considèrent que, contrairement à ce qu’exige l’article 35 § 1 de la Convention, les requérants n’ont pas épuisé les voies de recours qui s’ouvraient à eux dans lesdits Etats.
A. Les requérants et leurs proches décédés relevaient-ils de la « juridiction » des Etats défendeurs, au sens de l’article 1 de la Convention ?
34. Dès lors que c’est principalement sur la base d’une réponse négative à cette question que les Gouvernements contestent la recevabilité de la requête, la Cour se penchera tout d’abord sur ce point. L’article 1 de la Convention est ainsi libellé :
« Les Hautes Parties contractantes reconnaissent à toute personne relevant de leur juridiction les droits et libertés définis au titre I de la (...) Convention »
1. Les observations des gouvernements défendeurs
35. Les Gouvernements soutiennent que les requérants et leurs proches décédés ne relevaient pas, à l’époque pertinente, de la « juridiction » des Etats défendeurs, la requête étant dès lors incompatible ratione personae avec les dispositions de la Convention.
36. Quant au sens précis à attribuer au terme « juridiction », ils considèrent que celui-ci doit être interprété suivant le sens ordinaire et bien établi qu’il revêt en droit international public. L’exercice par un Etat de sa « juridiction » impliquerait ainsi l’affirmation ou l’exercice d’une autorité juridique actuelle ou présumée sur des personnes redevable d’une certaine forme d’allégeance à l’Etat en question ou ayant été placées sous son contrôle. Par ailleurs, le terme de « juridiction » supposerait généralement une forme de relation structurée existant normalement pendant un certain laps de temps.
37. Les Gouvernements s’estiment confortés dans leur analyse à cet égard par la jurisprudence de la Cour ayant appliqué la notion de juridiction pour affirmer que certains individus subissant les effects d’actes accomplis par un Etat défendeur en dehors de son territoire peuvent passer pour relever de la juridiction de cet Etat au motif que celui-ci exerçait sur eux une certaine forme d’autorité juridique. L’arrestation et la détention des requérants en dehors du territoire de l’Etat défendeur dans les affaires Issa et Öcalan (Issa et autres c. Turquie (déc.), n° 31821/96, 30 mai 2000, non publiée, et Öcalan c. Turquie (déc.), n° 46221/99, 14 décembre 2000, non publiée) relèveraient ainsi d’un exercice classique, par des forces militaires opérant sur un sol étranger, de pareille autorité juridique ou compétence sur les personnes concernées, tandis que dans l’affaire Xhavara, qui concernait une allégation aux termes de laquelle un navire de guerre italien avait délibérément pris pour cible un navire albanais à quelque 35 milles nautiques au large des côtes italiennes (Xhavara et autres c. Italie et Albanie (déc.), n° 39473/98, 11 janvier 2001, non publiée), la juridiction était partagée en vertu d’un accord écrit entre les Etats défendeurs. Les Gouvernements voient également une confirmation de leur interprétation de la notion de juridiction dans les travaux préparatoires de la Convention et dans la pratique suivie par les Etats relativement à l’application de celle-ci depuis qu’ils l’ont ratifiée. Ils se réfèrent, sur ce dernier point, à la non-notification de dérogations au titre de l’article 15 pour les opérations militaires auxquelles les Etats contractants ont participé en dehors de leur territoire.
38. Les Gouvernement concluent que le comportement incriminé par les requérants ne peut manifestement être décrit comme l’exercice de semblable autorité juridique ou compétence.
39. Les Gouvernements se tournent ensuite vers les principaux arguments des requérants relatifs à la portée de la notion de « juridiction » figurant à l’article 1 de la Convention, la thèse des intéressés consistant à dire que l’obligation positive de protection que prévoit cette clause s’applique proportionnellement au contrôle exercé.
40. A cet égard, les Gouvernements considèrent premièrement que le texte même de l’article 1 ne fournit aucun appui à pareille interprétation. Si les auteurs avaient souhaité mettre en place ce qui constitue en vérité un type de responsabilité « de cause à effet », ils auraient pu adopter un libellé analogue à celui de l’article 1 des Conventions de Genève de 1949 (cité ci-dessus, § 25). En tout état de cause, l’interprétation prônée par les requérants du terme de « juridiction » donnerait à l’obligation positive des Etats contractants de reconnaître les droits matériels définis dans la Convention une portée qui n’a jamais été envisagée par l’article 1 de celle-ci .
41. Les Gouvernements estiment deuxièmement que l’invocation par les requérants de l’article 15 à l’appui de leur interprétation extensive de l’article 1 est erronée et que ladite clause renforce en fait leur thèse à eux. Rien en effet dans le texte ou l’application de l’article 15 de la Convention n’impliquerait, comme les requérants le supposeraient à tort, que le second paragraphe de cet article vise les situations de « guerre » ou d’« urgence » tant à l’extérieur qu’à l’intérieur du territoire des Etats contractants. Dès lors, l’article 15 § 2 ne corroborerait pas l’interprétation large de l’article 1 proposée par les requérants.
42. Troisièmement, et quant à l’observation des requérants selon laquelle les citoyens de la RFY se verraient privés de tout recours au sens de la Convention, les Gouvernements rappellent qu’un constat aux termes duquel la Turquie n’était pas responsable au titre de la Convention dans les affaires concernant la partie nord de Chypre aurait privé les habitants dudit territoire du bénéfice des droits garantis par la Convention dont ils auraient autrement eu la jouissance (arrêts Loizidou c. Turquie du 23 mars 1995 (exceptions préliminaires), série A n° 310, Loizidou c. Turquie du 18 décembre 1996 (fond), Recueil des arrêts et décisions 1996–VI, n° 26, et Chypre c. Turquie [GC], n° 25781/94, CEDH 2001). Ils relèvent qu’en l’espèce la RFY n’était pas et n’est toujours pas partie à la Convention, et que ses habitants ne pouvaient puiser aucun droit dans la Convention.
43. Quatrièmement, les Gouvernements contestent avec vigueur les arguments des requérants relatifs au risque qu’il y aurait à ne pas rendre responsables au titre de la Convention les Etats participant à des missions militaires du type de celle incriminée en l’espèce. Selon eux, ce serait plutôt la théorie nouvelle de type causal de la juridiction extraterritoriale prônée par les requérants qui entraînerait de graves conséquences au plan international. Combinée avec l’affirmation préconisée par les intéressés de la responsabilité solidaire de l’ensemble des Etats du fait de leur qualité de membres de l’OTAN, pareille théorie mettrait gravement à mal le but et le système de la Convention. En particulier, elle aurait des conséquences sérieuses sur toute action collective militaire internationale, dans la mesure où elle rendrait la Cour compétente pour contrôler la participation des Etats contractants à des missions militaires menées où que ce soit sur le globe dans des conditions où il serait impossible auxdits Etats d’assurer aux habitants des territoires concernés la jouissance de l’un quelconque des droits garantis par la Convention, y compris dans les situations où un Etat contractant ne prendrait aucune part active à la mission incriminée. Le danger de violer la Convention qui en résulterait risquerait, d’après les Gouvernements, de saper de manière significative la participation des Etats à de telles missions et déboucherait en tout état de cause sur des dérogations au titre de l’article 15 de la Convention qui seraient bien plus protectrices pour les Etats. De plus, le droit humanitaire international, le TPIY et, depuis peu, la Cour pénale internationale (« CPI ») seraient là pour réguler ce type de comportement des Etats.
44. Enfin, les Gouvernements récusent également les théories subsidiaires développées par les requérants quant à la responsabilité des Etats au titre de l’article 1 de la Convention. En ce qui concerne l’argument tiré du contrôle que les forces de l’OTAN auraient exercé sur l’espace aérien au-dessus de Belgrade, ils démentent que pareil contrôle existât et contestent en tout état de cause que la maîtrise d’un espace aérien puisse être mise sur le même plan qu’un contrôle territorial d’une nature et d’une étendue, telles qu’identifiées dans les arrêts précités concernant la partie nord de Chypre, propres à faire conclure à l’exercice d’un contrôle effectif ou d’une autorité juridique. Ils jugent par ailleurs erronée la comparaison faite par les requérants entre la présente espèce et l’affaire Soering (arrêt Soering c. Royaume-Uni du 7 juillet 1989, série A, n° 161). A l’époque où devait être prise la décision litigieuse concernant l’opportunité d’extrader M. Soering, ce dernier se trouvait en effet détenu sur le territoire de l’Etat défendeur, situation correspondant à un exercice classique par l’Etat de son autorité juridique sur un individu auquel il est en mesure de garantir le respect de l’ensemble des droits consacrés par la Convention.
45. En résumé, les Gouvernements soutiennent que les requérants et leurs proches décédés ne relevaient pas de la juridiction des Etats défendeurs et que, par conséquent, leur requête est incompatible ratione personae avec les dispositions de la Convention.
2. Les arguments des requérants
46. Les requérants considèrent que la requête est compatible ratione loci avec les dispositions de la Convention, dans la mesure où le bombardement de la RTS les a placés dans la sphère de juridiction des Etats défendeurs. Ils soutiennent en particulier que la « juridiction » desdits Etats peut se déterminer à partir d’une adaptation des critères du « contrôle effectif » dégagés par la Cour dans les arrêts Loizidou précités (exceptions préliminaires et fond), de sorte que l’étendue de l’obligation positive procédant de l’article 1 de la Convention de reconnaître les droits consacrés par celle-ci serait proportionnée à l’ampleur du contrôle effectivement exercé. Ils estiment que cette conception de la notion de juridiction au sens de l’article 1 est de nature à fournir à la Cour des critères exploitables pour le traitement des plaintes pouvant naître à l’avenir de situations comparables.
47. Ainsi, lorsque la Cour, dans les arrêts Loizidou précités (exceptions préliminaires et fond), jugea que les forces turques exerçaient un contrôle effectif sur la partie nord de Chypre, il était juste de considérer que la Turquie avait l’obligation de garantir le respect sur le territoire en question de l’ensemble des droits consacrés par la Convention. En revanche, lorsque les Etats défendeurs frappent une cible située en dehors de leur territoire, ils ne sont pas tenus à l’impossible (assurer le respect de l’éventail complet des droits reconnus par la Convention), mais ils doivent être jugés responsables des violations des droits garantis par la Convention dont ils avaient la possibilité d’assurer le respect dans la situation en cause.
48. Les requérants soutiennent que cette approche se concilie parfaitement avec l’état actuel de la jurisprudence issue de la Convention, et ils invoquent en particulier les décisions sur la recevabilité adoptées dans les affaires Issa, Xhavara et Öcalan précitées, ainsi que celle rendue dans l’affaire Ilascu (Ilascu c. Moldova et Fédération de Russie (déc.), n° 48787/99, 4 juillet 2001, non publiée). Ils la jugent également compatible avec l’interprétation d’expressions similaires donnée par la Commission interaméricaine des Droits de l’Homme (voir le rapport relatif à l’affaire Coard précité, § 23). Se référant à une affaire du Comité des Droits de l’Homme des Nations unies, ils affirment que ledit Comité est parvenu à des conclusions analogues relativement à l’article 2 § 1 du Pacte de 1966 et à l’article 1 du Protocole facultatif à cet instrument.
49. Ils estiment en outre que leur approche du concept de « juridiction » trouve un appui dans le texte et la structure de la Convention, en particulier dans l’article 15 : celui-ci serait en effet, selon eux, privé de sens s’il ne s’appliquait pas également aux situations de guerre ou d’urgence extraterritoriales. Dès lors, en l’absence de notification de dérogation à cette disposition, la Convention s’appliquerait même pendant de tels conflits.
50. Quant à l’invocation par les Gouvernements des travaux préparatoires, les requérants font observer que ceux-ci ne constituent pas une source de preuve essentielle ou définitive quant au sens à attribuer au terme « juridiction » figurant à l’article 1 de la Convention. Ils relèvent en effet que l’« autorité juridique » et la « relation structurée » dont les Gouvernements font des éléments essentiels de la notion de juridiction ne sont pas mentionnées dans les travaux préparatoires.
51. Ils rejettent par ailleurs la thèse des Gouvernements selon laquelle leur interprétation de l’article 1 constituerait un dangereux précédent. La présente espèce ne concernerait pas un accident ou une omission survenus à l’occasion d’une mission de maintien de la paix des Nations unies, ni des actes commis par des « soldats voyous ». Elle mettrait en cause un acte délibéré, approuvé par chacun des Etats défendeurs et exécuté conformément au plan établi. Les requérants soutiennent que ce qui serait dangereux, ce serait de ne pas rendre les Etats responsables des violations de la Convention pouvant résulter de ce type d’actions. Mettant en exergue la prééminence du droit à la vie et le rôle de la Convention comme instrument de l’ordre public européen, ils soulignent que le fait d’écarter la responsabilité des Etats défendeurs laisserait les requérants sans le moindre recours et les armées des Etats défendeurs libres d’agir en toute impunité. La CIJ ne serait pas compétente pour recevoir des plaintes individuelles, le TPIY statuerait sur la responsabilité d’individus accusés de graves crimes de guerre et la CPI n’aurait pas encore été établie.
52. A titre subsidiaire, les requérants allèguent qu’eu égard à l’ampleur de l’opération aérienne et au nombre relativement faible de victimes le contrôle qu’exerçait l’OTAN sur l’espace aérien était pratiquement aussi complet que celui qu’exerçait la Turquie sur le territoire de la partie nord de Chypre. Il s’agissait certes d’un contrôle de portée limitée (il ne s’exerçait que sur l’espace aérien), mais l’obligation positive résultant de l’article 1 pourrait être limitée de manière analogue. Les notions de « contrôle effectif » et de « juridiction » devraient être suffisamment flexibles pour tenir compte de la disponibilité et de l’usage d’armes de précision modernes, qui autoriseraient des actions extraterritoriales de grande précision et de fort impact sans nécessiter la présence de troupes au sol. Compte tenu de ces progrès de la technique moderne, l’invocation d’une différence entre des attaques aériennes et des actions menées par des troupes au sol serait aujourd’hui dépourvue de pertinence.
53. A titre plus subsidiaire encore, les requérants, comparant les circonstances de la présente espèce et celles qui caractérisaient l’affaire Soering précitée, soutiennent que l’acte incriminé n’était en réalité que l’effet extraterritorial de décisions antérieures, prises sur le territoire des Etats défendeurs, de bombarder la RTS et de lancer le missile. On pourrait dès lors considérer, pour les mêmes motifs que ceux retenus dans l’affaire Soering, qu’ils relevaient de la juridiction des Etats défendeurs.
3. L’appréciation de la Cour
54. La Cour relève que le lien réel entre les requérants et les Etats défendeurs est constitué de l’acte incriminé, qui, où qu’il ait été décidé, a été accompli ou a déployé ses effets en dehors du territoire desdits Etats (« l’acte extraterritorial »). Elle estime qu’il s’agit donc essentiellement de rechercher si l’on peut considérer que, du fait de l’acte extraterritorial, les requérants et leurs proches décédés étaient susceptibles de relever de la juridiction des Etats défendeurs (arrêts Drozd et Janousek c. France et Espagne du 26 juin 1992, série A n° 240, § 91, Loizidou (exceptions préliminaires et fond) précités, § 64 et § 56 respectivement, et Chypre c. Turquie précité, § 80).
a) Les règles d’interprétation applicables
55. La Cour rappelle que la Convention doit être interprétée à la lumière des règles fixées dans la Convention de Vienne de 1969 (arrêt Golder c. Royaume-Uni du 21 février 1975, série A n° 18, § 29).
56. Elle cherchera donc à déterminer le sens ordinaire devant être attribué aux termes « relevant de leur juridiction » dans leur contexte et à la lumière de l’objet et du but de la Convention (article 31 § 1 de la Convention de Vienne de 1969 et, parmi d’autres, l’arrêt Johnston et autres c. Irlande du 18 décembre 1986, série A n° 112, § 51). Elle tiendra compte également de « toute pratique ultérieurement suivie dans l’application du traité par laquelle est établi l’accord des parties à l’égard de l’interprétation du traité » (article 31 § 3 b) de la Convention de Vienne de 1969 et arrêt Loizidou (exceptions préliminaires) précité, § 73).
57. De surcroît, l’article 31 § 3 c) indique qu’il y a lieu de tenir compte de « toute règle pertinente du droit international applicable dans les relations entre les parties ». D’une manière plus générale, la Cour réaffirme que les principes qui sous-tendent la Convention ne peuvent s’interpréter et s’appliquer dans le vide. Elle doit aussi prendre en compte toute règle pertinente du droit international lorsqu’elle se prononce sur des différends concernant sa compétence et, par conséquent, déterminer la responsabilité des Etats conformément aux principes du droit international régissant la matière, tout en tenant compte du caractère particulier de la Convention, instrument de protection des droits de l’homme (arrêt Loizidou (fond) précité, §§ 43 et 52). Aussi la Convention doit-elle s’interpréter, dans toute la mesure du possible, en harmonie avec les autres principes du droit international, dont elle fait partie (Al-Adsani c. Royaume-Uni [GC], n° 35763, § 60, à paraître dans CEDH 2001).
58. La Cour rappelle par ailleurs que les travaux préparatoires peuvent également être consultés en vue de confirmer le sens résultant de l’application de l’article 31 de la Convention de Vienne de 1969 ou de déterminer le sens lorsque l’interprétation donnée conformément audit article 31 laisse le sens « ambigu ou obscur », ou conduit à un résultat qui est « manifestement absurde ou déraisonnable » (article 32). La Cour a également pris note du commentaire de la CDI sur la relation entre les règles d’interprétation codifiées dans lesdits articles 31 et 32 (dont le texte ainsi qu’un résumé du commentaire fait à leur sujet par la CDI figurent aux paragraphes 16-18 ci-dessus).
b) Le sens devant être attribué aux mots « relevant de leur juridiction »
59. En ce qui concerne le « sens ordinaire » des termes pertinents figurant dans l’article 1 de la Convention, la Cour considère que, du point de vue du droit international public, la compétence juridictionnelle d’un Etat est principalement territoriale. Si le droit international n’exclut pas un exercice extraterritorial de sa juridiction par un Etat, les éléments ordinairement cités pour fonder pareil exercice (nationalité, pavillon, relations diplomatiques et consulaires, effet, protection, personnalité passive et universalité, notamment) sont en règle générale définis et limités par les droits territoriaux souverains des autres Etats concernés (Mann, « The Doctrine of Jurisdiction in International Law », RdC, 1964, vol. 1 ; Mann, « The Doctrine of Jurisdiction in International Law, Twenty Years Later », RdC, 1984, vol. 1 ; Bernhardt, Encyclopaedia of Public International Law, édition 1997, vol. 3, pp. 55–59 (« Jurisdiction of States »), et édition 1995, vol. 2, pp. 337–343 (« Extra-territorial Effects of Administrative, Judicial and Legislative Acts ») ; Oppenheim’s International Law 9è édition 1992 (Jennings and Watts), vol. 1, § 137 ; P.-M. Dupuy, Droit international public, 4è édition 1998, p. 61 ; Brownlie, Principles of International Law, 5è édition 1998, pp. 287, 301 et 312–314).
60. Ainsi, par exemple, la possibilité pour un Etat d’exercer sa juridiction sur ses propres ressortissants à l’étranger est subordonnée à la compétence territoriale de cet Etat et d’autres (Higgins, « Problems and Process » (1994), p. 73 ; et Nguyen Quoc Dinh, Droit international public, 6è édition 1999 (Daillier et Pellet), p. 500). De surcroît, un Etat ne peut concrètement exercer sa juridiction sur le territoire d’un autre Etat sans le consentement, l’invitation ou l’acquiescement de ce dernier, à moins que le premier ne soit un Etat occupant, auquel cas on peut considérer qu’il exerce sa juridiction sur ce territoire, du moins à certains égards (Bernhardt, précité, vol. 3, p. 59, et vol. 2, pp. 338–340 ; Oppenheim, précité, § 137 ; P.-M. Dupuy, précité, pp. 64-65 ; Brownlie, précité, p. 313 ; Cassese, International Law, 2001, p. 89 ; et tout récemment, le Rapport sur le traitement préférentiel des minorités nationales par leur Etat-parent, adopté par la Commission de Venise lors de sa 48ème réunion plénière (Venise, les 19-20 octobre 2001).
61. Aussi la Cour estime-t-elle que l’article 1 de la Convention doit passer pour refléter cette conception ordinaire et essentiellement territoriale de la juridiction des Etats, les autres titres de juridiction étant exceptionels et nécessitant chaque fois une justification spéciale, fonction des circonstances de l’espèce (voir, mutatis mutandis et en général, le Comité restreint d’experts sur la compétence pénale extraterritoriale, Comité européen pour les problèmes criminels, Conseil de l’Europe, « Compétence pénale extraterritoriale », rapport publié en 1990, pp. 8–30).
62. La Cour considère que la pratique suivie par les Etats contractants dans l’application de la Convention depuis sa ratification montre qu’ils ne redoutaient pas l’engagement de leur responsabilité extraterritoriale dans des contextes analogues à celui de la présente espèce. Si certains Etats contractants ont participé, depuis leur ratification de la Convention, à un certain nombre de missions militaires qui les ont amenés à accomplir des actes extraterritoriaux (notamment dans le Golfe, en Bosnie-Herzégovine et en RFY), aucun d’eux n’a jamais indiqué par la notification d’une dérogation au titre de l’article 15 de la Convention qu’il considérait que les actes extraterritoriaux impliquaient l’exercice d’un pouvoir de juridiction au sens de l’article 1 de la Convention. Les dérogations existantes ont été notifiées par la Turquie et par le Royaume-Uni relativement à certains conflits internes (dans le Sud-Est de la Turquie et en Irlande du Nord respectivement), et la Cour ne décèle aucun élément qui lui permettrait d’accueillir la thèse des requérants selon laquelle l’article 15 couvre l’ensemble des situations de « guerre » et d’« urgence », tant à l’intérieur qu’à l’extérieur du territoire des Etats contractants. De fait, l’article 15 lui-même doit se lire à la lumière de la limitation de « juridiction » énoncée à l’article 1 de la Convention.
63. Enfin, la Cour trouve une confirmation claire de cette conception essentiellement territoriale de la juridiction des Etats dans les travaux préparatoires de la Convention, lesquels révèlent que si le comité d’experts intergouvernamental remplaça les termes « résidant sur leur territoire » par les mots « relevant de leur juridiction », c’était afin d’étendre l’application de la Convention aux personnes qui, sans résider, au sens juridique du terme, sur le territoire d’un Etat se trouvent néanmoins sur le territoire de cet Etat (paragraphe 19 ci-dessus).
64. Il est vrai que le principe selon lequel la Convention est un instrument vivant qui doit être interprété à la lumière des conditions actuelles est solidement ancré dans la jurisprudence de la Cour. Celle-ci l’a appliqué non seulement aux dispositions normatives de la Convention (par exemple, dans les arrêts Soering précité, § 102, Dudgeon c. Royaume-Uni du 22 octobre 1981, série A n° 45, X, Y et Z c. Royaume-Uni du 22 avril 1997, Recueil 1997–II, V. c. Royaume-Uni [GC] n° 24888/94, § 72, CEDH 1999–IX, et Matthews c. Royaume-Uni [GC], n° 24833/94, § 39, CEDH 1999–I), mais également, et c’est davantage pertinent pour la présente espèce, lorsqu’il s’est agi pour elle d’interpréter les anciens articles 25 et 46 de la Convention relativement à la reconnaissance par un Etat contractant de la compétence des organes de la Convention (arrêt Loizidou (exceptions préliminaires) précité, § 71). La Cour considéra, dans le dernier arrêt cité, que les anciens articles 25 et 46 de la Convention ne pouvaient s’interpréter uniquement en conformité avec les intentions de leurs auteurs, telles qu’elles avaient été exprimées plus de quarante ans auparavant, dans la mesure où même s’il s’était trouvé établi que les restrictions en cause devaient passer pour admissibles au regard desdites clauses à l’époque où une minorité des Parties contractantes existant à l’époque de l'arrêt de la Cour avaient adopté la Convention, pareille preuve ne pouvait « être déterminante ».
65. Or, contrairement à la question de la compétence des organes de la Convention pour connaître d’une espèce, qui était débattue dans l’affaire Loizidou (exceptions préliminaires), la portée de l’article 1, qui se trouve au cœur du présent litige, est déterminante pour celle des obligations positives pesant sur les Parties contractantes et, partant, pour la portée et l’étendue de tout le système protection des droits de l’homme mis en place par la Convention. En tout état de cause, les passages des travaux préparatoires cités ci-dessus fournissent une indication claire et ne pouvant être ignorée du sens que les auteurs de la Convention ont entendu donner audit article 1. La Cour souligne qu’elle n’interprète pas la disposition en cause « uniquement » en conformité avec les travaux préparatoires et qu’elle ne juge pas ceux-ci « déterminants » ; elle voit plutôt dans les travaux préparatoires une confirmation non équivoque du sens ordinaire de l’article 1 de la Convention tel qu’elle l’a déjà identifié (article 32 de la Convention de Vienne de 1969).
66. Ainsi, comme la Cour l’a dit dans l’affaire Soering :
« L’article 1 (...) fixe une limite, notamment territoriale, au domaine de la Convention. En particulier, l’engagement des Etats contractants se borne à reconnaître « (en anglais « to secure ») aux personnes relevant de leur « juridiction » les droits et libertés énumérés. En outre, la Convention ne régit pas les actes d’un Etat tiers, ni ne prétend exiger des Parties contractantes qu’elles imposent ses normes à pareil Etat. »
c) Actes extraterritoriaux reconnus comme s’analysant en l’exercice par l’Etat concerné de sa juridiction
67. En conformité avec la notion essentiellement territoriale de juridiction, la Cour n’a admis que dans des circonstances exceptionnelles que les actes des Etats contractants accomplis ou produisant des effets en dehors de leur territoire peuvent s’analyser en l’exercice par eux de leur juridiction au sens de l’article 1 de la Convention.
68. Elle a évoqué dans sa jurisprudence, à titre d’exemples censés montrer que la juridiction d’un Etat défendeur « ne se circonscrit pas [à son] territoire national » (arrêt Loizidou (exceptions préliminaires) précité, § 62), des situations dans lesquelles l’extradition ou l’expulsion d’une personne par un Etat contractant peut soulever un problème au regard des articles 2 et/ou 3 (ou, exceptionnellement, au regard des articles 5 et/ou 6), donc engager la responsabilité de l’Etat au titre de la Convention (arrêts Soering précité, § 91, Cruz Varas et autres c. Suède du 20 mars 1991, série A n° 201, §§ 69 et 70, et Vilvarajah et autres c. Royaume-Uni du 30 octobre 1991, série A n° 215, § 103).
La Cour note toutefois que, dans les cas précités, les Etats défendeurs avaient engagé leur responsabilité par des actes concernant des personnes qui avaient été accomplis alors que celles-ci se trouvaient sur leur territoire et qu’elles relevaient dès lors manifestement de leur juridiction, et que pareils cas ne concernent pas l’exercice actuel par un Etat de sa compétence ou juridiction à l’étranger (voir également l’arrêt Al-Adsani précité, § 39).
69. Un autre exemple mentionné au paragraphe 62 de l’arrêt Loizidou (exceptions préliminaires) précité était l’arrêt Drozd et Janousek, dans lequel la Cour, citant un certain nombre de décisions sur la recevabilité adoptées par la Commission, avait admis que la responsabilité des Parties contractantes (en l’occurrence la France et l’Espagne) pouvait en principe entrer en jeu à raison d’actes émanant de leurs organes (en l’occurrence des juges) ayant été accomplis ou ayant produit des effets en dehors de leur territoire (arrêt Drozd et Janousek précité, § 91). Dans ladite affaire, les actes incriminés ne pouvaient, eu égard aux circonstances, être imputés aux Etats défendeurs, dès lors que les juges mis en cause n’avaient pas agi en leur qualité de juges français ou espagnols et que les juridictions andorrannes fonctionnaient indépendament desdits Etats.
70. En outre, dans son premier arrêt Loizidou (exceptions préliminaires), la Cour jugea que, compte tenu de l’objet et du but de la Convention, une Partie contractante pouvait voir sa responsabilité engagée lorsque, par suite d’une action militaire – légale ou non –, elle exerçait en pratique son contrôle sur une zone située en dehors de son territoire national. Elle estima que l’obligation d’assurer dans une telle région le respect des droits et libertés garantis par la Convention découlait du fait de ce contrôle, qu’il s’exerçât directement, par l’intermédiaire des forces armées des Etats concernés ou par le biais d’une administration locale subordonnée. Elle conclut que les actes dénoncés par la requérante étaient « de nature à relever de la juridiction de la Turquie au sens de l’article 1 de la Convention ».
Statuant au fond, la Cour jugea qu’il ne s’imposait pas de déterminer si la Turquie exerçait en réalité dans le détail un contrôle sur la politique et les actions des autorités de la « République turque de Chypre du Nord » (« RTCN »). Le grand nombre de soldats participant à des missions actives dans le nord de Chypre attestait selon elle que l’armée turque exerçait « en pratique un contrôle global sur cette partie de l’île ». La Cour estima que, d’après le critère pertinent et dans les circonstances de la cause, ce contrôle engageait la responsabilité de la Turquie à raison de la politique et des actions de la « RTCN ». Elle considéra que les personnes touchées par cette politique ou ces actions relevaient donc de la « juridiction » de la Turquie aux fins de l’article 1 de la Convention, et que l’obligation qui incombait audit Etat de garantir à la requérante les droits et libertés définis dans la Convention s’étendait en conséquence à la partie septentionale de Chypre.
Dans son arrêt Chypre c. Turquie précité, adopté ultérieurement, la Cour ajouta qu’étant donné que la Turquie exerçait en pratique un contrôle global sur le territoire concerné, sa responsabilité ne pouvait se circonscrire aux actes commis par ses propres agents sur ce territoire mais s’étendait également aux actes de l’administration locale qui survivait grâce à son soutien. Elle jugea ainsi qu’en vertu de la « juridiction » exercée par lui au sens de l’article 1 de la Convention, ledit Etat devait assurer dans la partie septentrionale de Chypre le respect de la totalité des droits matériels consacrés par la Convention.
71. En résumé, il ressort de sa jurisprudence que la Cour n’admet qu’exceptionnellement qu’un Etat contractant s’est livré à un exercice extraterritorial de sa compétence : elle ne l’a fait jusqu’ici que lorsque l’Etat défendeur, au travers du contrôle effectif exercé par lui sur un territoire extérieur à ses frontières et sur ses habitants par suite d’une occupation militaire ou en vertu du consentement, de l’invitation ou de l’acquiescement du gouvernement local, assumait l’ensemble ou certains des pouvoirs publics relevant normalement des prérogatives de celui-ci.
72. C’est ainsi que, conformément à cette approche, la Cour a jugé récemment que la participation d’un Etat en qualité de défendeur à une procédure dirigée contre lui dans un autre Etat n’emporte pas par cela seul exercice extraterritorial par lui de sa juridiction (McElhinney c. Irlande et Royaume-Uni (déc.), n° 31253-96, p. 7, 9 février 2000, non publiée). La Cour s’exprima ainsi :
« Dans la mesure où le requérant se plaint, sur le terrain de l’article 6 (...), de l’attitude adoptée par le gouvernement britannique dans la procédure irlandaise, la Cour ne juge pas nécessaire d’examiner dans l’abstrait la question de savoir si les actes accomplis par un gouvernement en sa qualité de partie à des procédures judiciaires menées dans un autre Etat contractant sont de nature à engager sa responsabilité au titre de l’article 6 (...) La Cour considère que, compte tenu des circonstances particulières de l’espèce, le fait que le gouvernement britannique ait soulevé devant les juridictions irlandaises une exception tirée de son immunité souveraine dans une procédure dont l’initiative avait été prise par le requérant ne suffit pas à faire relever ce dernier de la juridiction du Royaume-Uni au sens de l’article 1 de la Convention. »
73. La Cour note par ailleurs qu’on rencontre d’autres cas d’exercice extraterritorial de sa compétence par un Etat dans les affaires concernant des actes accomplis à l’étranger par des agents diplomatiques ou consulaires, ou à bord d’aéronefs immatriculés dans l’Etat en cause ou de navires battant son pavillon. Dans ces situations spécifiques, il est clair que le droit international coutumier et des dispositions conventionnelles ont reconnu et défini l’exercice extraterritorial de sa juridiction par l’Etat concerné.
d) Dans ces conditions, les requérants en l’espèce étaient-ils susceptibles de relever de la « juridiction » des Etats défendeurs ?
74. Les requérants soutiennent que le bombardement de la RTS par les Etats défendeurs constitue un exemple supplémentaire d’acte extraterritorial susceptible d’entrer dans le champ d’application de la notion de « juridiction » au sens de l’article 1 de la Convention et proposent ainsi un affinement de la définition du sens ordinaire du terme « juridiction » figurant audit article. La Cour doit donc se convaincre qu’il existe en l’espèce des circonstances également exceptionnelles propres à faire conclure à un exercice extraterritorial de leur juridiction par les Etats défendeurs.
75. A cet égard, les requérants suggèrent premièrement d’appliquer de manière spécifique les critères du « contrôle effectif » développés dans les affaires relatives à la partie septentrionale de Chypre. Ils soutiennent que l’obligation positive résultant de l’article 1 va jusqu’à astreindre les Etats à assurer le respect des droits consacrés par la Convention à proportion du contrôle exercé dans une situation extraterritoriale donnée. Pour les Gouvernements, admettre cela reviendrait à entériner une conception causale de la notion de juridiction qui n’aurait pas été envisagée par l’article 1 de la Convention ou qu’il ne serait pas approprié de retenir. La Cour estime que la thèse des requérants équivaut à considérer que toute personne subissant des effets négatifs d’un acte imputable à un Etat contractant « relève » ipso facto, quel que soit l’endroit où l’acte a été commis et où que ses conséquences aient été ressenties, « de la juridiction » de cet Etat aux fins de l’article 1 de la Convention.
La Cour incline à souscrire à l’argument des Gouvernements selon lequel le texte de l’article 1 ne s’accomode pas d’une telle conception de la notion de « juridiction ». Certes, les requérants admettent que pareille « juridiction » et la responsabilité au regard de la Convention qui en découlerait pour l’Etat concerné se limiteraient aux circonstances ayant entouré l’accomplissement de l’acte et aux conséquences de celui-ci. La Cour estime toutefois que le texte de l’article 1 n’offre aucun appui à l’argument des requérants selon lequel l’obligation positive que fait cette disposition aux Etats contractants de reconnaître « les droits et libertés définis au titre I de la (...) Convention » peut être fractionnée et adaptée en fonction des circonstances particulières de l’acte extraterritorial en cause. Elle considère au demeurant que la même conclusion découle du texte de l’article 19 de la Convention. De surcroît, la thèse des requérants n’explique pas l’emploi des termes « relevant de leur juridiction » qui figurent à l’article 1 et va même jusqu’à rendre ceux-ci superflus et dénués de toute finalité. Du reste, si les auteurs de la Convention avaient voulu assurer une juridiction aussi extensive que ne le préconisent les requérants, ils auraient pu adopter un texte identique ou analogue à celui, contemporain, des articles 1 des quatre Conventions de Genève de 1949 (paragraphe 25 ci-dessus).
Par ailleurs, l’interprétation donnée par les requérants de la notion de juridiction revient à confondre la question de savoir si un individu « relève de la juridiction » d’un Etat contractant et celle de savoir si l’intéressé peut être réputé victime d’une violation de droits garantis par la Convention. Or il s’agit là de conditions de recevabilité séparées et distinctes devant chacune être remplie, dans l’ordre précité, pour qu’un individu puisse invoquer les dispositions de la Convention à l’encontre d’un Etat contractant.
76. Deuxièmement, et à titre subsidiaire, les requérants soutiennent que la portée limitée à l’espace aérien du contrôle exercé par les Etats contractants n’excluait pas pour ces derniers l’obligation positive de protéger les requérants, mais ne faisait que circonscrire son étendue. La Cour considère que cet argument est essentiellement le même que celui avancé à titre principal et le rejette pour les mêmes raisons.
77. Troisièmement, les requérants développent un autre argument subsidiaire, tiré d’une comparaison avec l’affaire Soering précitée, en faveur de l’exercice de leur juridiction par les Etats défendeurs. La Cour juge cet argument peu convaincant, compte tenu des différences fondamentales déjà relevées entre l’affaire Soering et la présente espèce (paragraphe 68 ci-dessus).
78. Quatrièmement, la Cour ne juge pas nécessaire de se prononcer sur le sens précis à attribuer dans divers contextes aux clauses présentées comme analogues relatives à la notion de juridiction qui figurent dans les instruments internationaux mentionnés par les requérants, car les observations des intéressés à cet égard (paragraphe 48 ci-dessus) n’emportent pas sa conviction. Elle relève que l’article 2 de la Déclaration américaine des Droits et des Devoirs de l’Homme adoptée en 1948 et mentionné dans le rapport Coard précité de la Commission interaméricaine des droits de l’homme (paragraphe 23 ci-dessus) ne comporte aucune limitation explicite de juridiction. Par ailleurs, pour ce qui est de l’article 2 § 1 du Pacte de 1966 (paragraphe 26 ci-dessus), dès 1950 les auteurs de l’instrument avaient définitivement et expressément limité sa portée territoriale, et l’on peut difficilement soutenir qu’une reconnaissance exceptionnelle par le Comité des droits de l’homme des Nations unies de certains cas de juridiction extraterritoriale (dont les requérants ne fournissent au demeurant qu’un seul exemple) soit de nature à battre en brèche la portée explicitement territoriale conférée à la notion de juridiction par ledit article du Pacte de 1966 ou à expliquer le sens précis devant être attribué à la notion de « juridiction » figurant à l’article 1 du Protocole facultatif de 1966 (paragraphe 27 ci-dessus). Si le texte de l’article 1 de la Convention américaine des droits de l’homme de 1978 (paragraphe 24 ci-dessus) comporte une condition de juridiction analogue à celle figurant à l’article 1 de la Convention européenne, les requérants n’ont produit devant la Cour aucune jurisprudence pertinente concernant son interprétation.
79. Cinquièmement, et de façon plus générale, les requérants soutiennent qu’une décision affirmant qu’ils ne relevaient pas de la juridiction des Etats défendeurs irait à l’encontre de la mission d’ordre public impartie à la Convention et laisserait une lacune regrettable dans le système de protection des droits de l’homme institué par la Convention.
80. L’obligation de la Cour à cet égard consiste à tenir compte de la nature particulière de la Convention, instrument constitutionnel d’un ordre public européen pour la protection des êtres humains, et son rôle, tel qu’il se dégage de l’article 19 de la Convention, est d’assurer le respect par les Parties contractantes des engagements souscrits par elles (arrêt Loizidou (exceptions préliminaires) précité, § 93). Aussi peut-on difficilement prétendre qu’une décision refusant d’admettre la juridiction extraterritoriale des Etats défendeurs méconnaîtrait l’objectif d’ordre public de la Convention, lequel souligne lui-même la vocation essentiellement régionale du système de la Convention, ou l’article 19 de celle-ci, qui ne fournit pas un éclairage particulier du champ d’application territorial dudit système.
Certes, en adoptant son arrêt Chypre c. Turquie précité, la Cour a eu conscience de la nécessité d’éviter une « lacune regrettable dans le système de protection des droits de l’homme » (§ 78) dans la partie nord de Chypre. Toutefois, les Gouvernements l’ont d’ailleurs relevé, cette observation se rapportait à une situation entièrement différente de celle incriminée en l’espèce. Les habitants de la partie nord de Chypre se seraient en effet trouvés exclus, du fait du « contrôle effectif » exercé par la Turquie sur le territoire concerné et de l’impossibilité concomitante pour le gouvernement de Chypre, Etat contractant, de satisfaire aux obligations résultant pour lui de la Convention, du bénéfice des garanties et du système résultant de celle-ci qui leur avait jusque-là été assuré.
En résumé, la Convention est un traité multilatéral opérant, sous réserve de son article 56 , dans un contexte essentiellement régional, et plus particulièrement dans l’espace juridique des Etats contractants, dont il est clair que la RFY ne relève pas. Elle n’a donc pas vocation à s’appliquer partout dans le monde, même à l’égard du comportement des Etats contractants. Aussi la Cour n’a-t-elle jusqu’ici invoqué l’intérêt d’éviter de laisser des lacunes ou des solutions de continuité dans la protection des droits de l’homme pour établir la juridiction d’un Etat contractant que dans des cas où, n’eussent été les circonstances spéciales s’y rencontrant, le territoire concerné aurait normalement été couvert par la Convention.
81. Enfin, les requérants se réfèrent, en particulier, aux décisions sur la recevabilité des affaires Issa et Öcalan précitées, adoptées par la Cour. Il est vrai que la Cour a déclaré ces deux affaires recevables et que celles-ci comportent certains griefs relatifs à des actions qu’auraient commises des agents turcs en dehors du territoire de la Turquie. En revanche, ni dans l’une ni dans l’autre la question de la juridiction n’a été soulevée par le gouvernement défendeur ou examinée par la Cour, et en tout état de cause le fond de ces affaires demeure à trancher. De même, on ne trouve trace d’aucune exception se rapportant à la notion de juridiction dans la décision d’irrecevabilité de l’affaire Xhavara (précitée), à laquelle les requérants se réfèrent également. Quoi qu’il en soit, les requérants en l’occurrence ne contestent pas les éléments de preuve fournis par les Gouvernements concernant le partage, en vertu d’un accord écrit préalable, de la juridiction entre l’Albanie et l’Italie dans ladite espèce. Quant à l’affaire Ilascu, également invoquée par les requérants et citée ci-dessus, elle a trait à des allégations aux termes desquelles les forces russes contrôlent une partie du territoire de la Moldova, question qui devra être tranchée définitivement lors de l’examen au fond de la cause. Dans ces conditions, les affaires précitées ne fournissent aucun appui à l’interprétation préconisée par les requérants de la juridiction des Etats contractants, au sens de l’article 1 de la Convention.
4. Conclusion de la Cour
82. Compte tenu de ce qui précède, la Cour n’est pas persuadée de l’existence d’un lien juridictionnel entre les personnes ayant été victimes de l’acte incriminé et les Etats défendeurs. En conséquence, elle estime que les requérants n’ont pas démontré qu’eux-mêmes et leurs proches décédés étaient susceptibles de « relever de la juridiction » des Etats défendeurs du fait de l’acte extraterritorial en cause.
B. Autres questions de recevabilité
83. Eu égard à sa conclusion ci-dessus, la Cour considère qu’il ne s’impose pas d’examiner les autres observations des parties sur la recevabilité de la requête.
Les questions qui s’y trouvaient abordées se rapportaient à la possibilité d’engager la responsabilité solidaire des Etats défendeurs pour un acte accompli par une organisation internationale dont ils sont membres, à l’épuisement des voies de recours internes au sens de l’article 35 § 1 de la Convention, et à la compétence de la Cour pour examiner l’affaire, compte tenu des principes établis par l’arrêt Or monétaire précité de la CIJ.
C. Résumé et conclusion
84. En résumé, la Cour conclut que l’action incriminée des Etats défendeurs n’engage pas la responsabilité de ceux-ci au regard de la Convention et qu’en conséquence il ne s’impose pas d’examiner les autres questions de recevabilité soulevées par les parties.
85. La requête doit dès lors être déclarée incompatible avec les dispositions de la Convention et, partant, irrecevable, conformément à l’article 35 §§ 3 et 4 de la Convention.
Par ces motifs, la Cour, à l’unanimité,
Déclare la requête irrecevable.

Paul MAHONEY Luzius WILDHABER
Greffier Président




4. SULLA DENUNCIA ALLA MAGISTRATURA TEDESCA
PER I 10 MORTI E 30 FERITI DI VARVARIN



Siehe auch: Scharfes Zischen. Haben zivile Kriegsopfer Anspruch auf Schadenersatz? (Der Spiegel, 44/2006)

Varvarin: licenza di uccidere

(a cura del CNJ)

La Corte di Appello di Colonia ha rigettato ieri l'istanza dei parenti
delle vittime e dei sopravvissuti al raid NATO sul paesino serbo di
Varvarin contro il governo federale tedesco.

Nel bombardamento del ponte a Varvarin, il 30 maggio 1999, dieci
persone rimasero uccise, 17 riportarono ferite gravi e altre 30
rimasero ferite lievemente. Il ponte non era un obbiettivo  militare.
Gli aerei Nato lo colpirono in due attacchi consecutivi; la
maggiorparte delle vittime furono abitanti accorsi per soccorrere i
feriti del primo raid.
Furono centinaia, d'altronde, gli obbiettivi civili colpiti, e circa
1500 le vittime civili di quella aggressione criminale della quale si
resero corresponsabili i governi europei di "centrosinistra".
La decisione della Corte di Appello di Colonia rappresenta l'ennesimo
penoso tentativo di insabbiare le cause intentate contro la NATO per
la aggressione del 1999. Tutte le altre denunce, presentate a numerose
istanze - di vari paesi o sovranazionali - sui crimini di guerra della
Nato in Jugoslavia sono state già bloccate per "ragion di Stato",
comprese quelle italiane, e quella presentata dalla Jugoslavia alla
Corte Internazionale dell'Aia (vedi sopra).

Tuttavia, come è spiegato nella intervista ad uno degli avvocati
tedeschi che difendono la parte offesa, la causa per Varvarin verrà
portata alle istanze superiori. Perciò, le vittime di Varvarin hanno
tuttora urgente bisogno del nostro sostegno. Per contribuire, si puo'
versare sul conto tedesco:

    Vereinigung deutscher Juristen,
    Berliner Sparkasse,
    BLZ 100 500 00, Kto.: 33 52 20 14

Sulla causa intentata in Germania per il bombardamento di Varvarin si
veda anche, ad esempio:

IL SITO INTERNET DEL COMITATO TEDESCO CHE SOSTIENE LA CAUSA:

German court rejects Serbs' appeal over 1999 bridge bombing (AFP) / Deutsches Gericht wies serbische Klage wegen NATO-Bombenkrieg 1999 erneut ab / Ergänzende Ausführungen zu den die gesamtschuldnerische Haftung begründenden Tatsachen...
(Annotazioni aggiunte alla Memoria d'Appello, giugno 2005)
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/4512

Varvarin-Klage: Kostenknebel aus Berlin (26 Ott 2004)
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/3942
NATO-Kriegsopfer klagen gegen die Bundesrepublik Deutschland
(Memoria d'appello per la Corte Suprema di Colonia, 3/9/2004)
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/3770
Projekt "NATO-Kriegsopfer klagen auf Schadenersatz" (13 Feb 2004)
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/3192
Varvarin citizens to appeal to Higher Court in Cologne (19/12/2003)
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/3037
Varvarin/Germania: sancito il diritto di ammazzare i civili ? (11/12/2003)
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/3009
Varvarin-Bürger gegen  Deutschland (9 Dic 2003)
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/3000
Varvarin 30/5/1999 (30 Ott 2003)
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/2910
Primo processo per i raid del 1999 (16 Ott 2003)
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/2867

Varvarin "pictures" here:
http://web.archive.org/web/20041009153546/www.sramota.com/nato/varvarin/
(WARNING: SOME PICTURES ARE VERY GRAPHIC AND DISTURBING!!!)

nonche' larga parte del libro di Jürgen Elsässer Kriegslügen ("Menzogne di guerra"), specialmente nell'edizione aggiornata tedesca (2004):
http://www.cnj.it/documentazione/sanja.htm
(L'ultimo giorno di Sanja - Cosa racconterebbe della guerra una una ragazza serba perita nel bombardamento di Varvarin)




5. IL "TRIBUNALE AD HOC" DELL'AIA
INSABBIA TUTTE LE DENUNCE CONTRO LA NATO



Evidence of Nato Crimes Presented to Prosecutor - The Hague, 9 June 1999 (by Mandel et al.)

http://www.pasti.org/denlaia.html





6. UNITED STATES USE PAST CRIMES TO LEGALIZE FUTURE ONES



Counterpunch, August 26, 2013

Justifying the Unjustifiable

US Uses Past Crimes to Legalize Future Ones

by DIANA JOHNSTONE in Paris

The liberal warhawks are groping around for a pretext they can call “legal” for waging war against Syria, and have come up with the 1999 “Kosovo war”.

This is not surprising insofar as a primary purpose of that US/NATO 78-day bombing spree was always to set a precedent for more such wars.  The pretext of “saving the Kosovars” from an imaginary “genocide” was as false as the “weapons of mass destruction” pretext for war against Iraq, but the fakery has been much more successful with the general public.  Therefore Kosovo retains its usefulness in the propaganda arsenal.

On August 24, the New York Times reported that President Obama’s national security aides are “studying the NATO air war in Kosovo as a possible blueprint for acting without a mandate from the United Nations.” (By the way, the “air war” was not “in Kosovo”, but struck the whole of what was then Yugoslavia, mostly destroying Serbia’s civilian infrastructure and also spreading destruction in Montenegro.)

On Friday, Obama admitted that going in and attacking another country “without a U.N. mandate and without clear evidence” raised questions in terms of international law.

According to the New York Times, “Kosovo is an obvious precedent for Mr. Obama because, as in Syria, civilians were killed and Russia had longstanding ties to the government authorities accused of the abuses. In 1999, President Bill Clinton used the endorsement of NATO and the rationale of protecting a vulnerable population to justify 78 days of airstrikes.”

“It’s a step too far to say we’re drawing up legal justifications for an action, given that the president hasn’t made a decision,” said a senior administration official, who spoke on the condition of anonymity to discuss the deliberations.  “But Kosovo, of course, is a precedent of something that is perhaps similar.”

Ivo H. Daalder, a former United States ambassador to NATO, suggests that the administration could argue that the use of chemical weapons in Syria amounts to a grave humanitarian emergency, just as the Clinton administration argued in 1999 that “a grave humanitarian emergency” presented the “international community” with “the responsibility to act”.

This amounts to creative legality worthy of the planet’s number one Rogue State.

An Illegal War as Precedent for More War

The US/NATO war against Yugoslavia, which used unilateral force to break up a sovereign state, detaching the historic Serbian province of Kosovo and transforming it into a US satellite, was clearly in violation of international law.

In May 2000, the distinguished British authority on international law, Sir Ian Brownlie (1936-2010), presented a 16,000-word Memorandum, evaluating the war’s legal status for the Select Committee on Foreign Affairs of the British Parliament.

Brownlie recalled that key provisions of the United Nations Charter state quite clearly that “All Members shall refrain in their international relations from the threat or use of force against the territorial integrity or political independence of any State, or in any other manner inconsistent with the Purposes of the United Nations.”

Brownlie added that the alleged right to use force for humanitarian purposes was not compatible with the UN Charter.

During the past decade, the Western powers have invented and promoted a theoretical “right to protect” (R2P) in an effort to get around the UN Charter in order to clear the way for wars whose final purpose is regime change. The use of R2P to overthrow Gaddafi in Libya gave the game away, ensuring Russian and Chinese opposition for any further such manoeuvre in the UN Security Council.

Concerning the Kosovo war, in his Memorandum Professor Brownlie reached the following major conclusions:

- The primary justification for the bombing of Yugoslavia was always the imposition of the NATO plans for the future of Kosovo. It was in this context that the bombing campaign was planned in August 1998.

–  The threats of massive air strikes were made in the same context and were first made public in October 1998. Neither the purpose of the planned air strikes nor their implementation related to events on the ground in Kosovo in March 1999.

–  The cause of the air strikes was quite simple: given that Yugoslavia had not given in to threats, the threats had to be carried out.

–  The legal basis of the action, as presented by the United Kingdom and other NATO States, was at no stage adequately articulated.

–  Humanitarian intervention, the justification belatedly advanced by the NATO States, has no place either in the United Nations Charter or in customary international law.

– If the view had been held that the Permanent Members of the Security Council would recognise the need for humanitarian action, then no doubt a resolution would have been sought.

– The intentions of the United States and the United Kingdom included the removal of the Government of Yugoslavia. It is impossible to reconcile such purposes with humanitarian intervention.

– The claim to be acting on humanitarian grounds appears difficult to reconcile with the disproportionate amount of violence involved in the use of heavy ordnance and missiles. The weapons had extensive blast effects and the missiles had an incendiary element. A high proportion of targets were in towns and cities. Many of the victims were women and children. After seven weeks of the bombing at least 1,200 civilians had been killed and 4,500 injured.

–  In spite of the references to the need for a peaceful solution to be found in Security Council Resolutions, the public statements of Mrs Albright, Mr Cook, Mr Holbrooke, and others, and the reiterated threats of massive air strikes, make it very clear that no ordinary diplomacy was envisaged.

The “Kosovo treatment”

As a final synopsis, Brownlie wrote a prophetic note on future use of “the Kosovo treatment”:

“The writer has contacts with a great number of diplomats and lawyers of different nationalities. The reaction to the NATO bombing campaign outside Europe and North America has been generally hostile. Most States have problems of separatism and could, on a selective basis, be the objects of Western ‘crisis management’. The selection of crises for the ‘Kosovo’ treatment will depend upon the geopolitical and collateral agenda. It is on this basis, and not a humanitarian agenda, that Yugoslavia is marked out for fragmentation on a racial basis, whilst Russia and Indonesia are not.”

He added: “Forcible intervention to serve humanitarian objectives is a claim which is only open to powerful States to make against the less powerful. The fate of Yugoslavia will have caused considerable

damage to the cause of non-proliferation of weapons of mass destruction.”

The Brownlie Memorandum to the British Parliament is the most thorough assessment of the legal status of the Kosovo War.  It is quite remarkable that the liberal warhawks around Obama talk of using that war as a “legal precedent” for a new war against Syria.

This amounts to saying that a crime committed once becomes a “precedent” to justify the crime being committed the next time.

How Many Times Can You Fool Most of the People?

If understood correctly, the Kosovo war was indeed a precedent that should act as a warning signal.

How many times can the United States use a false alarm to start an aggressive war?  Non-existent “genocide” in Kosovo and Libya, non-existent weapons of mass destruction in Iraq, and now what looks to much of the world like a “false flag” chemical weapons attack in Syria.

The United States habitually announces the presence of a desired casus belli, dismissing demands for concrete evidence.

In Kosovo, the United States obtained withdrawal of international observers who could have testified whether or not there was evidence of “genocide” of Kosovars.  The accusations escalated during the war, and when, afterwards, no evidence of such mass murder was found, the matter was forgotten.

In Iraq, there was never any proof of WMD, but the US went ahead and invaded.

In Libya, the pretext for war was a misquoted statement of Gaddafi threatening a “massacre of civilians” in Benghazi.  This was exposed as a fake, but again, NATO bombed, the regime was toppled, and the pretext falls into oblivion.

Sunday, just as the Syrian government announced readiness to allow international inspectors to investigate allegations of chemical weapons use, the White House responded, “too late!”

A senior Obama administration official demanding anonymity (one can reasonably guess the official was Obama’s hawkish National Security Advisor Susan Rice) issued a statement claiming that there was “very little doubt” that President Bashar al-Assad’s military forces had used chemical weapons against civilians and that a promise to allow United Nations inspectors access to the site was “too late to be credible.”

In the world beyond the beltway, there is a great deal of doubt – especially about the credibility of the United States government when it comes to finding pretexts to go to war.  Moreover, setting “chemical weapons” as a “red line” obliging the US to go to war is totally arbitrary.  There are many ways of killing people in a civil war.  Selecting one as a trigger for US intervention serves primarily to give rebels an excellent reason to carry out a “false flag” operation that will bring NATO into the war they are losing.

Who really wants or needs US intervention?  The American people?  What good will it do them to get involved in yet another endless Middle East war?

But who has influence on Obama?  The American people?  Or is it rather “our staunchest ally”, who is most concerned about rearranging the Middle East neighborhood?

“This situation must not be allowed to continue,” Prime Minister Benjamin Netanyahu said, expressing remarkable concern for Syrian civilians “who were so brutally attacked by weapons of mass destruction.”

“The most dangerous regimes in the world must not be allowed to possess the most dangerous weapons in the world,” Netanyahu added.

Incidentally, polls have been taken showing that for much of the world, the most dangerous regime in the world is Israel, which is allowed to possess the most dangerous weapons – nuclear weapons.  But there is no chance that Israel will ever get “the Kosovo treatment”.

DIANA JOHNSTONE is the author of Fools Crusade: Yugoslavia, NATO and Western Delusions.







Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia - onlus
 
sito internet: http://www.cnj.it/
posta elettronica: j u g o c o o r d @ t i s c a l i . i t
notiziario telematico JUGOINFO:
http://groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/messages