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Indice:
1. Insabbiate le denunce alla magistratura italiana
2. Insabbiata
la denuncia alla Corte
Internazionale di Giustizia dell'Aia
3. Insabbiate le
denunce
per il
bombardamento della Radiotelevisione
serba
include notizie sul processo in Olanda riguardante anche il
bombardamento dei civili al mercato di Niš
(15 morti e 70 feriti)
4. Prosegue lo sforzo, da
parte della magistratura
tedesca, di
insabbiare la denuncia per i 10 morti ed i 30 feriti di Varvarin
5. Il "Tribunale ad hoc" dell'Aia
insabbia tutte le denunce relative ai
crimini della NATO
vedi
anche, sulle indagini da parte di organizzazioni indipendenti e sui
tribunali "popolari":
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1. INSABBIATE LE DENUNCE
ALLA MAGISTRATURA ITALIANA
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Denuncia presentata da Pallotti ed altri (presso avvocato
Dall'Asén) contro i Ministri D'Alema, Scognamiglio, Dini ed
altri, per "concorso nei reati di attentato contro la Costituzione
(art.283 c.p.), usurpazione di potere (art.287 c.p.), strage, omicidio
plurimo e lesioni; nonchè di disastro ambientale e crimini di
guerra..." il 13/7/1999 alla Procura della Repubblica presso il
Tribunale di Bologna
Denuncia
presentata da Cerminara ed altri presso:
PROCURA DELLA REPUBBLICA presso il Tribunale di Roma,
Ufficio Protocollo Registrato il 13/05/1999 al n. 3863 Prot. Del.
http://www.pasti.org/avvroma.html
Denuncia del
coordinamento dei comitati
contro la guerra alla Procura della Repubblica, presso il Tribunale di
Roma, 1 giugno 1999
http://www.pasti.org/comguerr.html
Denuncia penale presentata dal Movimento
Nonviolento e dal Movimento Internazionale della Riconciliazione il 7
maggio 1999 alla Procura della Repubblica presso il Tribunale
penale di Verona
Commento:
Le denunce presentate contro il governo italiano e gli argomeni
infondati con cui vengono respinte
http://www.pasti.org/denunit.html
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2. INSABBIATA LA DENUNCIA ALLA
CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA DELL'AIA
(Fonte: JUGOINFO
Sab 18 Dic 2004)
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Con la motivazione vergognosa che la materia non sarebbe di sua
competenza poiche' "all'epoca dei fatti la RF di Jugoslavia non
era membro a pieno titolo dell'ONU", la Corte Internazionale di
Giustizia dell'Aia ha provveduto ad insabbiare il procedimento
giudiziario intentato dallo Stato jugoslavo per i crimini di
guerra e contro l'umanita' commessi dalla Alleanza Atlantica
nella primavera 1999.
Si noti che tutte le analoghe denunce presentate alle magistrature
di vari paesi (compresa l'Italia) sono state insabbiate
(tranne la causa intentata in Germania per le vittime di
Varvarin); l'illegittimo "Tribunale ad hoc" (da non confondere
con la Corte Internazionale di Giustizia), dal canto suo, si e'
sempre rifiutato di incriminare i dirigenti NATO in quanto ad
essi deve la sua stessa esistenza, i suoi stipendi, ed essi ne
sono i principali sponsor.
Le denunce contro Stati Uniti e Spagna erano gia' state
dichiarate insostenibili dalla Corte Internazionale di Giustizia
dell'Aia poiche' questi due Stati non hanno mai ratificato la
legislazione internazionale sul genocidio... Altri paesi, come
l'Italia - gravemente implicata nei crimini di guerra del 1999
- avevano chiesto alla Corte internazionale di giustizia
dell'Aja di ''non pronunciarsi'', in attesa del disfacimento di
quanto resta dello Stato jugoslavo (Serbia e Montenegro).
Il pretesto che all'epoca la Jugoslavia "non era membro dell'ONU"
non regge: la Jugoslavia era stata sospesa in forza delle
pressioni degli stessi paesi aggressori; ma in realta', pur
sospesa dalle sessioni, la Jugoslavia era membro fondatore delle
Nazioni Unite.
La Corte Internazionale di Giustizia dell'Aia ha impiegato ben
cinque anni e mezzo per giungere a questo esito infame.
Sul
caso della denuncia presentata all'Aia si veda anche:
Sulla denuncia per crimini
di guerra presentata dalla Jugoslavia contro la NATO
Memorandum "Slobode"
protiv povlacenja tuzbi
BELGRADE ACTION AGAINST
NATO BEGINS
Preliminary hearings in Serbia and Montenegro vs NATO trial marked by
calls for legal action to be dismissed.
By Rachel S. Taylor in The Hague - IWPR'S TRIBUNAL UPDATE No. 354,
April 2004, 2004
(Note e link a cura di Italo Slavo)
KOSOVO: CORTE AJA RESPINGE ISTANZA SERBIA [sic] CONTRO PAESI NATO
(ANSA) - BRUXELLES, 15 DIC - La Corte internazionale di giustizia
dell'Aja ha oggi respinto le accuse per genocidio presentate
dalla Serbia e Montenegro contro otto paesi della Nato, fra i
quali l'Italia, per la loro partecipazione alla guerra del Kosovo
del 1999. Il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite ha
di fatto dato ragione alla posizione degli otto paesi (oltre a
Italia, Belgio, Francia, Canada, Germania, Olanda, Portogallo,
Gran Bretagna), secondo i quali il tribunale dell'Aja non ha
alcuna competenza nel caso. Il presidente della Corte, il cinese
Shi Jiuyong, ha reso noto che i 15 giudici del tribunale hanno
''all'unanimita''' dichiarato di ''non avere competenza'' nei
confronti delle istanze presentate dalla Serbia e Montenegro
contro i paesi dell'Alleanza Atlantica nell'aprile del 1999. Si
tratta, ha precisato il presidente, di una decisione finale,
contro la quale non c'e' pertanto possibilita' di appello. (ANSA) RIG
15/12/2004 17:11
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3. INSABBIATA LA DENUNCIA PER IL BOMBARDAMENTO
DELLA RADIOTELEVISIONE SERBA
(Fonte: Andrea Catone / JUGOINFO
Gio 6 Nov 2003)
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Sul bombardamento della RTS di Belgrado vedi
anche:
# NATO murdered
journalists, then jailed TV director
By
Heather Cottin - May 1, 2009 - also
in JUGOINFO
archived post
# Amnesty: NATO
bombing of Serbian TV 'war crime' (Dusan Stojanovic, AP April 23, 2009)
/ AI:
Who will judge NATO's crimes? (Beta News Agency/Politika - May 4,
2009): see JUGOINFO
archived posts
# La Denuncia
presentata da La
Valle ed altri relativa al bombardamento della televisione
jugoslava al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale Penale
Militare, Roma, 5 maggio 1999: http://www.pasti.org/tvjugo.html
# i commenti nella Rassegna
Stampa 24-26 aprile 1999
# lo stralcio dal documento di Amnesty
International - 1 Giugno 2000
# http://www.srpskadijaspora.info/vest.asp?id=4265
Serbian Internet News
January 30, 2009
[Republication from 2004]
Humanitarian Bombers in
Court
For the first time since the Nuremburg trials of the
Nazis in 1946, the former leadership of a western
country was forced to attend court yesterday to defend
accusations that their country had committed war
crimes.
Wim Kok, who had
been a trade union firebrand before
becoming prime minister of the
Netherlands, and is now
a corporate board member of Shell and the Dutch
Telecoms company Telfort, avoided giving a view on
whether the NATO attack on the
Belgrade RTS TV Studio
was justified, saying he had only found out after the
bombing that 150 civilians had been inside the
building at that time.
Ex-foreign minister van
Aartsen, on the other hand,
appeared enthusiastic about the attack.
When the advocate
for the victims' families, Nico
Steijnen, asked him
about the Amnesty International
report which concluded that the TV studio was a purely
civilian site, the former cabinet member claimed that
the studio was in fact a 'dual use' installation which
also had a function for the Yugoslavian armed forces.
Van Aartsen also stated that the Dutch govenment had
in written correspondence with Amnesty International
on several occasions before this bombing stating that
communications centres in general could be considered
legitimate targets; this, he suggested, could be
considered sufficient warning to the civilians inside
the RTS TV building in Belgrade.
Even Judge P. A. Koppen,
presiding over the courtroom,
appeared to have difficulty concealing his amazement
at this statement.
Sixteen people, all civilians, died in the attack,
which put the television station out of action for
three hours before transmission was resumed.
When asked about the NATO cluster bomb attack on Nis,
a Serbian town near a military airfield, Wim Kok
stated, "It's even more sad, seeing that a market and
a hospital were hit, that the actual target was
missed."
Following the 15 dead and 70 injured
in Nis, the Dutch
government decided that its own F16 warplanes would
cease dropping cluster bombs on Yugoslavia; the other
components of the NATO forces did not change their
policy of using these terrifying weapons.
The packed courtroom heard an account of the NATO
strategy of gradually increasing the range of sites
which it was permissible for US and West European
forces to attack, moving from strictly military
targets in phase one of the war, to phase two, phase
two-plus, and phase three, in which communications,
transport and other infrastructure would be destroyed.
Steijnen (for the victims'families): 'What was the
difference between phase two-plus and phase three''
Kok: 'In the NATO Council, the transition between
phases two and three was considered sensitive. So we
had phase two-plus, which included 'C-three centres' '
command, control and communications targets.'
Steijnen: 'Why was it sensitive, the move to phase
three''
Kok: 'That was my perception.'
Steijnen: 'A parliamentary document states explicitly
that civil targets were included. Was that the cause
of this '"sensitiveness"'
Kok: 'I can't say more. The decisions on specific
targets were not posed to the Netherlands and did not
have to be.'
One could conclude that only a country with no real
possiblity of hitting back at its opponents could thus
be coldly, systematically brought to its knees in the
78 days of this bombardment, the first major war in
Europe since 1945.
The tensions within NATO had more to do with keeping
public opinion on board than any likelihood that
Yugoslavia could score any military successes.
The court appearance was part of a preliminary hearing
in an action for compensation from
the Dutch state on
behalf of victims of the
NATO attacks on Nis and the
RTS TV Studio. The former defence minister Frank de
Grave has yet to to
give evidence, and ex-leader of
parliament Jeltje van Nieuwenhoven
is refusing to
attend the court.
After today's proceedings, Meindert Stelling, a
leading member of the campaign for the bombing victims
and a founder member of Lawyers for Peace, was
optimistic about the outcome.
"We have established that the Dutch government was
involved all the way, in the decision-making process
about what kind of targets would be attacked in which
phases of the war.
"Also, our former foreign minister made it clear that
NATO forces needed to operate within the protocol of
international law, meaning that a target can only be
selected for attack if destroying it or putting it out
of action will create a definite military advantage
for the attacking party, according to plans and in the
circumstances of the time.
"The government will have to prove that the RTS TV
studio was actually in use by the Yugoslavian
military. They will also need to show that it was
reasonable to drop cluster bombs at Nis, so close to a
civilian inhabited area."
Stelling, himself a
former Dutch Air Force pilot,
commented further on the day's evidence. "Our former
prime minister showed that he was not in control in
Holland's relationship with the NATO military
apparatus. He was not in control of whether the war
was conducted within international law. This amounts
to neglect."
Stelling concurs that it might have been convenient
for the Dutch leadership and some other European NATO
top politicians not to know which specific sites were
to be targetted, in case they were illegal. (...)
LA
CASSAZIONE LIBERALIZZA I CRIMINI DI GUERRA
Le cronache politiche dell’anno II del Governo Berlusconi sono tutte
incentrate sullo scontro titanico sulla giustizia, (rectius
sull’impunità del Premier e dei suoi sodali), che si articola
fra le aule del Tribunale e i Palazzi romani. e rimbalza nei girotondi
e nella manifestazioni popolari per la legalità. A leggere
queste cronache sembrerebbe che l’autorità giudiziaria nel suo
insieme fornisca un baluardo ai progetti di illegalità e di
arbitrio che avanzano prepotentemente nel mondo politico.
A ben vedere la linea di resistenza all’arbitrio è molto
più frastagliata di quel che appare. Le esigenze di
impunità di questa classe dirigente hanno trovato, in più
di una occasione, una benevola comprensione fra i guardiani delle
regole. Basti pensare che la c.d. “legge Cirami”, presentata alla
Camera il 9 luglio 2002, ha trovato appiglio in una “provvidenziale”
ordinanza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, depositata il
5 luglio, che accogliendo la richiesta degli avvocati di Berlusconi e
Previti, sollevava un dubbio di costituzionalità della norma del
codice di procedura penale che non consentiva il giochino della
rimessione ad altra sede dei processi di Milano.
Però è passata quasi inosservata una ben più grave
ordinanza, depositata nel corso del mese di giugno 2002, con la quale
le Sezioni Unite hanno realizzato la più grande liberalizzazione
giudiziaria che si sia mai verificata dalla fondazione della
Repubblica. In un’epoca in cui trionfa la liberalizzazione ed arretrano
i vincoli del diritto, le Sezioni Unite hanno dato la stura alla madre
di tutte le liberalizzazioni. Hanno “liberalizzato” la guerra,
sciogliendola dai vincoli noiosi del diritto, fino al punto da sancire
l’insindacabilità giudiziaria dei crimini di guerra.
Così, senza tanto clamore, è fiorita una nuova
libertà per il potere. Le Sezioni Unite della Corte di
Cassazione, hanno riconosciuto, gratis, a Berlusconi una assoluta (in
quanto insindacabile) libertà di bombardamento.
E’ accaduto che la NATO la notte del 23 aprile 1999 ha attaccato gli
studi della Radio Televisione Serba, provocando la morte di 16 persone.
Tale episodio bellico è stato fortemente contestato dalle
organizzazioni che si occupano della tutela dei diritti umani, in
primis Amnesty International in quanto organizzare attacchi contro i
civili e le strutture civili è drasticamente proibito dalla
convenzioni internazionali. In altre parole la strage che ne è
seguita costituirebbe un crimine di guerra. (si veda in proposito il
documento NATO/RTF: unlawful killings or collateral damages?, Londra,
giugno 2000, di cui è possibile leggere una versione italiana
sul sito www.domenicogallo.it).
I parenti di alcune vittime che, per loro sfortuna conoscevano
l’Italiano, hanno letto la Costituzione italiana, in particolare l’art.
2, che assicura che esistono dei diritti dell’uomo che – addirittura -
sono inviolabili; l’art. 24 che assicura che tutti possono agire in
giudizio per la tutela dei propri diritti e l’art. 113 che assicura che
la tutela dei diritti è garantita – persino – contro gli atti
della Pubblica Amministrazione. Trattandosi di persone semplici e
sprovvedute, costoro hanno commesso l’imperdonabile ingenuità di
credervi. Per questo hanno citato in giudizio, innanzi al Tribunale
civile di Roma, la Presidenza del Consiglio dei Ministri ed il Ministro
della Difesa chiedendo che il Giudice accertasse se i loro congiunti
avevano il dovere di morire o se anche per essi valeva il principio che
la vita umana vale qualcosa, tanto che non può essere soppressa
se le convenzioni internazionali lo vietano.
C’è da premettere che negli Stati Uniti una causa del genere non
sarebbe stata possibile perché in quell’ordinamento, tanto
più civile del nostro, vige da tempo immemorabile il principio
della immunità dalla giurisdizione degli atti di
sovranità. Questo grande principio di civiltà giuridica
assicura al Presidente degli Stati Uniti la libertà di
bombardare chi vuole, quando vuole e come vuole, senza dover renderne
conto a nessuno. Questo non vuol dire che il Presidente degli Stati
Uniti possa fare quello che vuole, tanto da essere sottratto al
controllo dei giudici. E’ vero che è libero di sganciare una
bomba atomica e – magari - provocare la morte di qualche milione di
persone, però se tradisce la moglie sono guai, ed i giudici in
quel paese sanno essere inflessibili, come insegna la vicenda di Bill
Clinton e Monica Lewinski.
In Italia questo principio non è mai esistito. Esisteva una
più modesta immunità degli atti puramente politici (come
promulgare una legge o indire un referendum), che non potevano essere
sottoposti a sindacato giurisdizionale in quanto espressione di una
attività politica, non assoggettabile a parametri di riferimento
giuridici, essendo libera nel fine, ed in quanto non incidenti su
diritti soggettivi garantiti dall’ordinamento.
C’è da premettere che di fronte alla Corte Europea dei Diritti
dell’uomo si è svolta un’altra causa promossa da altri parenti
della vittime della stessa strage compiuta negli studi della
televisione serba, i quali – a loro volta - hanno commesso
l’ingenuità di leggersi la Convenzione Europea dei Diritti
dell’uomo e di credere che la stessa si applicasse anche alle
nefandezze compiute in Jugoslavia.
Nel corso del giudizio i giudici di Strasburgo hanno rivolto una
domanda al Governo italiano, chiedendogli “se la dottrina
dell’immunità della sovranità è riconosciuta nel
diritto italiano?”
A questa domanda il co-agente italiano (con una nota del 13 novembre
2001) ha risposto richiamando la dottrina dell’immunità degli
atti politici ed ha poi dichiarato: “E’ perfettamente possibile arguire
che, mentre la partecipazione dell’Italia alla campagna militare contro
la Repubblica Federale Jugoslava è essa stessa un atto politico,
come tale in suscettibile di sindacato giurisdizionale, non vi sono
ostacoli al sindacato giurisdizionale rispetto alle singole operazioni
eseguite in tale contesto (come per esempio il bombardamento
dell’edificio della RTS) sulla base dell’allegazione che esse sono
state illecite ed hanno causato danni ingiusti a singoli individui ”.
Com’è noto alle Corti internazionali non si possono raccontare
balle, tanto più che a Strasburgo siede un giudice italiano. Per
questo – in via del tutto eccezionale - il co-agente italiano ha detto
la verità.
Ma torniamo al giudizio pendente innanzi al Tribunale di Roma.
L’avvocatura dello Stato, che per legge difende i Ministri, si è
costituita e non ha speso una parola per controbattere gli argomenti
giuridici e di fatto sollevati dai parenti delle vittime. Ha invocato
semplicemente la carenza di giurisdizione, cioè ha detto che il
giudice non doveva permettersi di giudicare. Poiché tale
maleducata eccezione, oltretutto non argomentata dal punto di vista
giuridico, aveva una possibilità di essere accolta equivalente a
zero, l’Avvocatura ha chiamato in soccorso le Sezioni Unite della
Cassazione, ricorrendo ad un espediente procedurale: il ricorso per
regolamento preventivo di giurisdizione. Quando viene proposto il
Regolamento preventivo il giudice deve fermarsi ed attendere che le
Sezioni Unite risolvano il problema.
Ed è proprio quello che è successo, la causa iniziata
innanzi al Tribunale di Roma è stata immediatamente sospesa dopo
la prima udienza.
Tuttavia la strada scelta dall’Avvocatura per bloccare il giudice
naturale del processo appariva tecnicamente impraticabile. Infatti le
Sezioni Unite delle Cassazione avevano da anni assunto un indirizzo
giurisprudenziale che dichiarava inammissibile il ricorso per
regolamento preventivo di giurisdizione nei casi di difetto assoluto di
giurisdizione, In questi casi – sostenevano le Sezioni Unite – non si
pone un problema di giurisdizione, ma una questione di merito. E’ il
giudice di merito che deve conoscere il fatto e decidere se la pretesa
fatta valere in giudizio può essere tutelata o meno. A questo
punto il lettore sprovveduto si chiederà, come hanno fatto le
Sezioni Unite a dichiarare ammissibile il ricorso se in base alla loro
giurisprudenza esso era palesemente inammissibile?
La risposta è semplice. Avete mai sentito parlare del miracolo
italiano? L’Italia è un paese dove i miracoli esistono, anche in
Cassazione. Così al primo punto della motivazione dell’ordinanza
i sommi giudici dicono: “il regolamento di giurisdizione è
ammissibile”. Quindi precisano che è questione di giurisdizione
“anche quella su cui si deve statuire che ogni giudice difetta di
giurisdizione” e richiamano una precedente pronunzia del 1978, tacendo
sull’indirizzo contrario che esse avevano introdotto e consolidato
negli ultimi venti anni. Come motivano le Sezioni Unite questo
miracoloso cambiamento di indirizzo? E’ semplice, non lo motivano
affatto. Al di sopra delle Sezioni Unite c’è solo il tribunale
di Dio, non c’è bisogno, quindi, di motivare. Entrando nel vivo
del problema le Sezioni Unite affermano: “La domanda riferisce allo
Stato italiano una responsabilità che è fatta dipendere
da un atto di guerra, in particolare da una modalità di
conduzione delle ostilità belliche rappresentata dalla guerra
aerea.” Quindi sentenziano: “La scelta di una modalità di
conduzione delle ostilità rientra fra gli atti di Governo”. Si
tratta di atti che costituiscono manifestazione di una funzione
politica, rispetto alla quale non è possibile configurare una
situazione di “interesse protetto a che gli atti in cui si manifesta
assumano o non assumano un determinato contenuto”. Ragion per cui
“rispetto ad atti di questo tipo nessun giudice ha il potere di
sindacato circa il modo in cui la funzione viene esercitata”. Insomma,
i giudici devono tacere.
Peccato, però, che i parenti delle vittime non avevano mai
contestato alcuna funzione politica dello Stato italiano. Essi, infatti
non avevano mai chiesto al giudice italiano di sindacare le scelte di
politica internazionale compiute dal nostro governo, né, avevano
chiesto di applicare l’art. 11 della Costituzione, secondo cui l’Italia
- addirittura - ripudia la guerra (che esagerazione!), né -
tanto meno - avevano chiesto di sindacare le modalità di
conduzione della guerra aerea.
I meschini avevano avuto solo l’ardire di chiedere al giudice italiano
di valutare se la strage compiuta in loro danno fosse stata realizzata
secondo diritto o meno, poiché – in teoria – esiste un diritto
che regola anche queste cose.
La teoria avanzata dalle Sezioni Unite è veramente singolare.
Infatti è la prima volta che in Italia una strage viene
dichiarata un atto politico e gli viene fornita l’immunità
giurisdizionale. Dal punto di vista delle fenomenologia giuridica, una
strage non è un atto deliberativo (che sia esso politico o meno)
bensì è il risultato di una operazione materiale, come ha
osservato in proposito il co-agente italiano a Strasburgo. Tuttavia se
la si fosse considerata nella sua natura di operazione materiale, la
strage non avrebbe potuto essere coperta con il pietoso velo protettivo
dell’atto politico. Ecco perché le Sezioni Unite, a prezzo di
una piccolissima forzatura della logica e della lingua italiana,
(l’Accademia della Crusca non gliene voglia!) definiscono la strage una
“modalità di conduzione della guerra aerea”.
La dilatazione fino all’infinito del concetto di atto politico,
però, non bastava a mettere al riparo l’ “atto di Governo” da
ogni critica giuridica. Infatti le vittime hanno sostenuto la
fastidiosa tesi che persino gli atti di Governo o di sovranità
sono assoggettati a delle regole giuridiche che ne limitano la
libertà (come ribadisce lo Statuto istitutivo della Corte Penale
Internazionale) vietando – per esempio – il genocidio, la tortura o i
crimini di guerra, ed hanno invocato i trattati internazionali firmati
dall’Italia. A questo riguardo le Sezioni Unite osservano: “Le norme
del Protocollo di Ginevra del 1977 e della Convenzione Europea dei
diritti dell’uomo, hanno come oggetto la protezione dei civili in caso
di attacchi, ma in quanto norme di diritto internazionale regolano i
rapporti fra Stati.” Poi osservano che le leggi che hanno dato
applicazione a tali Trattati internazionali nel nostro ordinamento
interno “non contengono norme espresse che consentono alle persone
offese di chiedere allo Stato riparazione dei danni loro derivati dalla
violazione delle norme internazionali” Quindi osservano “che
disposizioni di questo contenuto siano implicitamente risultate
introdotte nell’ordinamento per effetto dell’esecuzione data alle norme
di diritto internazionale è principio che trova, poi, ostacolo
in quello contrario, per cui alle funzioni di tipo politico non si
contrappongono situazioni soggettive protette.” Traducendo in soldoni,
con questo linguaggio paludato le Sezioni Unite hanno espresso un
concetto molto semplice e neppure tanto originale: i trattati
internazionali sono pezzi di carta (soprattutto quelli che riguardano i
diritti dell’uomo). Di fronte a questa affermazione tanto drastica e
perentoria, quanto surreale, appare come un faro di civiltà
giuridica persino lo Stato di Israele che, dinanzi alla sua Corte
Suprema, ha espressamente riconosciuto che le sue forze armate, nelle
conduzione delle ostilità, sono giuridicamente vincolate al
rispetto delle norme del diritto bellico e non ha mai rivendicato,
né ottenuto (almeno formalmente) l’immunità dal controllo
di legalità dei propri giudici- (cfr. Sentenza n. 2941 del 8
aprile 2002).
Invece in Italia il potere esecutivo, grazie a questa generosa
ordinanza delle Sezioni Unite, è diventato un princeps legibus
solutus poiché di fronte all’esercizio della funzione politica
di compiere un bombardamento ed una strage conseguente, non si possono
contrapporre “situazioni soggettive protette”. Insomma le vittime di
crimini di guerra devono crepare e non possono accampare diritti E che
non si azzardino a rivolgersi ad un giudice!
A questo punto non ci resta che sperare che il Ministro dell’Interno
non legga l’ordinanza. Non si sa mai. Domani qualcuno potrebbe scoprire
che sparare sull’opposizione in piazza è esercizio di una
insindacabile funzione politica.
il manifesto - 23 Aprile 2003
GIORNALISMO TARGET
Dalla tv di Belgrado all'Hotel Palestine.
Quel «vicino» 23 aprile
di DOMENICO GALLO
Ksenija Bankovic aveva 28 anni il 23 aprile del 1999 ed era molto
contenta del suo lavoro di assistente al montaggio, anche Jelika
Munitlak aveva 28 anni ed era contenta del suo lavoro di
truccatrice.Oggi, dopo quattro anni, Ksenija e Jelika hanno ancora 28
anni. Infatti sono state spogliate della vita alle ore 2,06 del 23
aprile 1999, assieme ad altre quattordici persone, come loro addette al
lavoro presso gli studi della Rts (Radio Televisione Serba) di
Belgrado. Un missile «intelligente» della NATO aveva deciso
di impadronirsi della loro vita e c'è riuscito, centrando, con
precisione millimetrica, l'ala centrale dell'edificio della
televisione, dove ferveva il lavoro dell'equipe tecnica. I vertici
dell'Alleanza sono così riuscite a spegnere per sempre il
sorriso di Ksenija e di Jelika che, chissà per quale oscura
ragione, dava loro tanto fastidio. Quattro anni fa l'opinione pubblica
non era ancora abituata a considerare le equipe televisive ed i
giornalisti addetti al loro lavoro come obiettivi militari, come bocche
e come occhi da chiudere per sempre, con l'argomento irresistibile del
tritolo. Per questo, all'epoca si levò un fremito di
indignazione che raggiunse, addirittura, i vertici politici coinvolti
in quella sciagurata impresa. Il ministro italiano degli Esteri
dell'epoca, l'on. Dini, da Washington, dove si era riunito il Summit
dell'Alleanza per celebrare i 50 anni della Nato, dichiarò ai
giornalisti italiani «è terribile, disapprovo, non credo
che fosse neppure nei piani». Ma fu immediatamente sconfessato
dal suo Presidente del Consiglio, l'on. Massimo D'Alema, che
dichiarò: «Non si può commentare ogni giorno
dov'è caduta una bomba», precisando che la sua reazione
alla notizia risultava «attenuata dal fatto che in Jugoslavia non
esiste una stampa libera» (Corriere della Sera, 24 aprile 1999).
Così il 23 aprile del 1999, nel processo della modernizzazione
che incombe sul nostro tempo, è entrato una preziosa
acquisizione giuridica: il diritto alla vita dei giornalisti (e di
tutti coloro che lavorano nel mondo dei media) è un diritto
affievolito, dipende dal grado di libertà di stampa esistente in
un determinato contesto. Quando la televisione costituisce uno
strumento di propaganda di un regime politico autoritario, allora
può essere silenziata con la giusta dose di tritolo. D'altronde
è proprio quello che sostenevano i portavoce della Nato, nel
briefing quotidiano con la stampa. Il colonnello Konrad Freytag, sempre
nella fatidica giornata del 23 aprile, dichiarava che la Nato aveva
continuato gli attacchi volti a indebolire gli apparati di propaganda
della Jugoslavia e per questo aveva colpito gli studi radiotelevisivi
della Tv di Belgrado: «la più grande istituzione dei mass
media in Yugoslavia, che orchestra la maggior parte dei programmi di
propaganda del regime».
Anche in Iraq, come tutti sanno, non esisteva una stampa libera, per
questo le forze dell'Alleanza del bene, il giorno prima della
capitolazione di Baghdad hanno distrutto il terrazzo da cui trasmetteva
la Tv Al Jazeera, uccidendone l'inviato, ed hanno bombardato l'Hotel
Palestine, uccidendo altri due giornalisti, che non avevano capito bene
che il regime di Saddam non garantisce la libertà di stampa.
L'esempio della Rts ha fatto scuola. Sono passati solo quattro anni da
quell'evento, ma sembra che sia trascorso un secolo. In Jugoslavia del
regime di Milosevic non è rimasta più traccia alcuna: i
dignitari del regime o sono morti per faide interne o sono finiti in
prigione all'Aja. La stessa Jugoslavia non esiste più, ha
cambiato nome: adesso si chiama Serbia e Montenegro. Apparentemente ci
sono tutte le ragioni per aprire una casella negli scaffali della
storia dove archiviare definitivamente la guerra Nato di Jugoslavia e
passare ad altro. Ma i conti non tornano, questa stagione non riesce a
concludersi, perché sino ad oggi nessuno ci ha dato conto della
atroce morte di Ksenija e dei suoi compagni. Nessuno ha pronunziato una
parola di giustizia che consentisse ai morti di riposare in pace. Di
fronte a questo evento sta il silenzio assordante delle Corti e dei
sistemi giudiziari di cui l'Occidente mena gran vanto.
In primo luogo il silenzio di quell'organo che l'Onu aveva creato per
proteggere gli abitanti della ex Jugoslavia dalla barbarie della
guerra. Il Tribunale penale per i crimini commessi nella ex Jugoslavia
non ha detto una parola. Non ha potuto, in quanto il suo Procuratore,
Carla Del Ponte, ha deciso di non chiedere ai suoi giudici di giudicare
ed ha dichiarato, il 5 giugno del 2000 al Consiglio di Sicurezza
dell'ONU di essere «molto soddisfatta» per aver archiviato
le denunzie relative ai crimini commessi dai vincitori - accuse
depositate da Amnesty International e Human Right Watch. In secondo
luogo il silenzio di quella Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, che ha
deciso, il 12 dicembre 2001, pronunziandosi sul ricorso presentato dal
papà di Ksenija Bankovic, di non giudicare, decretandoche i
diritti dell'uomo non sono poi tanto universali. In terzo luogo il
silenzio della Cassazione, le cui Sezioni unite civili hanno imposto,
nel giugno del 2002, ai giudici italiani di tacere, di non raccogliere
il grido di dolore delle vittime, per non disturbare la libertà
di bombardamento del sovrano. Com'è noto, al di sopra delle
Sezioni Unite, c'è solo il Tribunale di Dio. Quindi i sommi
giudici credevano di mettere la parola fine a questa vicenda, ma hanno
commesso uno sbaglio. I morti non sono d'accordo. Lo spettro delle
sedici vittime innocenti (che tornano in questi giorni
d'attualità) continua ad aggirarsi nelle Cancellerie e nelle
Corti di Giustizia. I leaders politici, responsabili della morte
fisica, ed i magistrati, responsabili della morte giudiziaria, non se
ne potranno liberare e trasaliranno, vedendoseli comparire dinanzi,
come Macbeth quando vedeva riaffiorare lo spettro di Banquo.
TRIBUNALE
CIVILE DI ROMA
ATTO DI CITAZIONE
La sig. Ambretta Rampelli, nata a Napoli il 22 agosto 1933, residente
in Roma, Piazza Buenos Aires 14, non in proprio ma nella qualità
di procuratrice speciale del sig. Dusan Markovic, cittadino Jugoslavo,
nato a Cortanovci (YU) il 5/8/1924 e residente a Belgrado, Vojvode
Stepe n. 287 e della signora Dusica Jontic, cittadina Jugoslava nata a
Beli Potok (YU) il 27/2/1948 e residente a Belgrado, Brace Jerkovic 85,
in virtù di procura speciale rilasciata innanzi al Cancelliere
del Consolato dell’Ambasciata italiana in Belgrado il 7 aprile 2000,
nonché nella qualità di procuratrice speciale del sig.
Markovic Zoran, cittadino jugoslavo, nato a Belgrado il 25 marzo 1952,
ivi residente in Proleterkih Brigada 73 e del sig. Jontic Vladimir,
nato a Belgrado il 14 agosto 1978, cittadino jugoslavo, residente a
Belgrado, Brace Jerkovic n. 85, in virtù di procura speciale
rilasciata innanzi al Cancelliere del Consolato dell’Ambasciata
italiana in Belgrado il 16 maggio 2000 (doc. 1 e 2), elettivamente
domiciliata in Roma, Via degli Scipioni n. 268/a presso lo studio
dell’avv. Prof. Giuseppe Bozzi, che la rappresenta e difende,
congiuntamente e disgiuntamente all’avv. Marina Mattina come da mandato
in calce al presente atto;
Premesso
In fatto
1. E’ noto che a partire dal 24 marzo 1999 la NATO ha scatenato una
offensiva militare contro la Repubblica Federale Jugoslava utilizzando
mezzi militari aereonavali. Si è trattato di una offensiva su
vasta scala che si è protratta ininterrottamente per 78 giorni
(sino al 10 giugno 1999), durante i quali sono stati colpiti numerosi
obiettivi civili, economici e militari posti su tutto il territorio
della Repubblica Federale Jugoslava (Kosovo, Montenegro, Serbia e
Voivodina). In particolare sono stati distrutti i ponti sul Danubio
(tranne che a Belgrado), e quasi tutti i principali ponti del paese,
sono state distrutte le raffinerie petrolifere, il complesso
dell’industria chimica in Pancevo, impianti industriali di ogni genere,
sono state colpite scuole, ospedali, monumenti, chiese, impianti
turistici e termali. (doc.3)
2. In questo contesto, il 23 aprile 1999 alle ore 2,06 alcuni missili o
munizioni di precisione lanciate da mezzi aerei della NATO hanno
colpito, nel centro di Belgrado l’edificio che ospita gli studi e gli
uffici della Radio Televisione Serba (RTS). Nell’edificio si trovavano
in quel momento numerose persone, fra giornalisti, tecnici ed
impiegati, addette al lavoro ed era in corso una trasmissione
televisiva. (doc.4)
3. A seguito delle esplosioni una intera ala dell’edificio è
crollata. Sono stati estratti dalle macerie i corpi di 14 vittime,
mentre altre di altre due persone presenti nell’edificio non sono stati
trovati i corpi in quanto – evidentemente – polverizzati per effetto
delle esplosioni. (doc.4)
4. Fra i corpi delle vittime estratti dalle macerie veniva rinvenuti
quelli di Dejan Markovic, e Slobodan Jontic che al momento dell’attacco
della NATO, si trovavano all’interno dell’edificio in quanto addetti al
loro lavoro di impiegati. La causa della morte per entrambi è da
attribuirsi per entrambi agli effetti distruttivi delle esplosioni,
come risulta dalle autopsie, che si allegano corredate delle relative
foto(doc. 5,6, 7 e 8)
5. Il sig. Dejan Markovic, che al momento del decesso aveva 39 anni,
essendo nato in Belgrado il 15/5/1959, era residente in Belgrado, Via
Vojvode Stepe n. 287 e conviveva con il padre Dusan Markovic. Lavorava
presso la R.T.S. percependo un salario mensile di 1.735 dinari. Oltre
il padre, ha lasciato il fratello Markovic Zoran (doc. 9, 10)
6. Il sig. Slobodan Jontic, che al momento del decesso aveva 54 anni,
essendo nato a Pirot il 22 gennaio 1945, era residente in Belgrado, Via
Brace Jerkovic 85 e conviveva con la moglie Jontic Dusica e con il
figlio Jontic Vladimir. Lavorava presso la R.T.S. percependo un salario
di 1.533 dinari mensili (doc. 11,12 e 13)
In diritto.
7. Con la Carta della Nazioni Unite, ispirata dall’esigenza –
com’è scritto nel preambolo – di ” salvare le future generazioni
dal flagello della guerra che per ben due volte nel corso di questa
generazione (quella del 1945) ha provocato sofferenze indicibili
all’umanità” è stato abrogato un antico istituto del
diritto internazionale, conosciuto con il nome di jus ad bellum, ovvero
è stato abolita la prerogativa degli Stati sovrani di esercitare
il potere di guerra poiché, ai sensi dell’art. 2, comma 4, “I
membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla
minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità
territoriale e l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in
qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite.”
8. Il sistema di sicurezza delineato dalla Carta delle Nazioni Unite
prevede dei meccanismi coercitivi, indicati nel Cap. VII, che
consentono in determinate circostanze al Consiglio di Sicurezza di
“intraprendere, con forze aeree, navali o terrestri, ogni azione che
sia necessaria per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza
internazionale” (art.41). In questo contesto l’art. 53 della Carta
prevede che: “Il Consiglio di Sicurezza utilizza, se del caso, gli
accordi o le organizzazioni regionali per azioni coercitive sotto la
sua direzione. Tuttavia, nessuna azione coercitiva potrà venire
intrapresa in base ad accordi regionali o da parte di organizzazioni
regionali senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza.”
9. E’ evidente che, al di fuori del contesto dei meccanismi coercitivi
previsti dalla Carta delle Nazioni Unite nessuno Stato o Organizzazione
regionale di sicurezza può intraprendere azioni che comportino
il ricorso alla violenza bellica.
10. E’ stato osservato in sede di dottrina internazionalistica che:
“secondo l’impostazione più conseguente l’eliminazione dello jus
ad bellum, ovvero la soppressione della compétence de guerre si
traduce nell’abrogazione del potere di promuovere lo Stato di guerra; e
poiché questo, com’è ben noto, consiste in un assetto
dell’ordinamento internazionale tale da consentire ai belligeranti il
compimento di attività, nei loro reciproci confronti e nei
confronti dei neutrali, le quali sarebbero altrimenti illecite,
l’impossibilità di promuoverlo porta alla illiceità di
tutte le operazioni militari delle quali uno Stato prendesse
l’iniziativa e che ledessero interessi protetti dal diritto
internazionale di pace. L’uccisione di ogni nemico sarebbe un
assassinio, l’impossessamento di beni suscettibili di preda sarebbe un
furto o una rapina, il bombardamento di impianti un danneggiamento, e
via discorrendo. L’aggressore i cui organi militari compissero tali
operazioni dovrebbe puntualmente risponderne.” (cfr Augusto Curti
Cialdino, voce Guerra (dir. Int.) in Enciclopedia del Diritto).
11. Senza bisogno di accedere ad una tesi così rigorosa, non
v’è motivo di dubitare che, sia pure in violazione degli
obblighi derivanti dalla loro qualità di membri delle Nazioni
Unite, e per l’Italia in violazione dell’art. 11 della Costituzione,
gli Stati membri della NATO, attraverso l’azione militare condotta
contro la Jugoslavia, abbiano inteso chiaramente operare per promuovere
la trasformazione dell’assetto dell’ordinamento internazionale da uno
stato di pace ad uno stato di guerra con tutte le conseguenze che
ciò comporta sotto il profilo del diritto internazionale.
Ciò rende in linea generale leciti quelle operazioni e quegli
atti di violenza che altrimenti cadrebbero sotto l’imperio del diritto
comune ma nello stesso tempo sottopone tutte le attività dei
belligeranti all’obbligo dell’osservanza rigorosa delle norme del
diritto bellico umanitario.
12. Tali norme, per quanto riguarda il ricorso ai metodi ed ai mezzi di
guerra, pongono una netta distinzione fra popolazione civile, che deve,
per quanto possibile, essere protetta dalla violenza delle armi, e
soggetti che partecipano all’azione bellica contro i quali è
lecito lo spiegamento della violenza.
13. In particolare il I Protocollo di Ginevra del 1977 (ratificato in
Italia con legge 11 dicembre 1985 n. 672) all’art. 35 prevede che: “In
ogni conflitto armato il diritto delle Parti in conflitto di scegliere
metodi e mezzi di guerra non è illimitato”; all’art. 48 prevede
che: “Allo scopo di assicurare il rispetto e la protezione della
popolazione civile e dei beni di carattere civile, le Parti in
conflitto dovranno fare, in ogni momento, distinzione fra la
popolazione civile ed i combattenti, nonché fra beni di
carattere civile e gli obiettivi militari, e, di conseguenza, dirigere
le operazioni soltanto contro obiettivi militari”; all’art. 51 prevede
che: “..2. Sia la popolazione civile che le persone civili non dovranno
essere oggetto di attacco.(..) 4. Sono vietati gli attacchi
indiscriminati..”
14. Sono queste le regole fondamentali sulle quali si basa il diritto
“umanitario” di guerra, che gli articoli menzionati del I Protocollo di
Ginevra del 1977, ribadiscono riproducendo dei precetti consuetudinari,
già riconosciuti dalle Convenzioni dell’Aja del 1899, del 1907 e
da altri strumenti del diritto internazionale.
15. Lo stato di guerra quindi non attribuisce ai belligeranti la
possibilità di fare un ricorso illimitato alla violenza.
16. Questo concetto era stato acquisito nel diritto internazionale
ancor prima dello Statuto del Tribunale di Norimberga e delle grandi
codificazioni incarnate dalle IV Convenzioni di Ginevra del 1949 e dai
due Protocolli del 1977.
17. Infatti il codice penale militare di guerra, promulgato nel 1941,
prevede un apposita sezione, il Capo III, per punire gli “atti illeciti
di guerra”, nei quali rientra l’uso di quei mezzi o modi di guerra
vietati dalla legge o dalle convenzioni internazionali o contrari
all’onore militare.
18. Nel corso delle operazioni militari, avviate a partire dal 24 marzo
1999, l’aviazione della NATO ha causato numerose stragi, colpendo
ripetutamente obiettivi civili, fra questi un treno di pendolari in
movimento (il 12 aprile), provocando la morte di una dozzina di
persone, un corteo di profughi albanesi che fuggivano dalle zone di
guerra (il 14 aprile), provocando la morte di 73 persone. Il 27 aprile
a Surdulica, nella Serbia meridionale, è stato raso al suolo un
intero quartiere residenziale, provocando circa 20 morti ed un numero
imprecisato di feriti fra gli abitanti del villaggio. L’8 maggio la
NATO ha colpito l’ambasciata cinese, provocando la morte di tre
persone. Il 13 maggio a Prizen è stata colpita un’altra colonna
di profughi albanesi provocando la morte di 48 persone.(cfr doc. 3). In
tutti questi casi le stragi sono state considerate frutto di errori e i
civili uccisi non sono stati rivendicati come “obiettivi militari”,
tutt’al più sono stati considerati come “danni collaterali”
rispetto all’azione militare. Nel caso dell’attacco alla TV di
Belgrado, invece, la strage dei civili è stata deliberatamente
pianificata e rivendicata come conseguimento di un obiettivo militare
19. L’edificio della Televisione certamente non è stato colpito
per errore e coloro che hanno diretto l’attacco erano a perfetta
conoscenza che gli Uffici erano frequentati da giornalisti e tecnici
per la semplice ragione che al momento dell’attacco le trasmissioni
erano ancora in corso.
20. Lo stesso giorno, infatti, nel briefing quotidiano con la stampa
internazionale, i portavoce della NATO, hanno rivendicato l’attacco
contro la Radio Televisione Serba. In particolare il colonnello Konrad
Freytag, ha dichiarato che la NATO ha continuato gli attacchi volti a
indebolire gli apparati di propaganda della RFY e per questo ha colpito
gli studi radiotelevisivi della TV di Belgrado: “la più grande
istituzione dei mass media in Yugoslavia, che orchestra la maggior
parte dei programmi di propaganda del regime.” (doc.14)
21. Il Comandante in capo delle forze NATO in Europa, gen. Welsey
Clark, responsabile della pianificazione e dell’esecuzione di tutte le
operazioni militari compiute dalla NATO nel territorio della ex
Yugoslavia, non solo non ha sconfessato tale operazione, ma ne ha
assunto la responsabilità nel corso di una conferenza stampa
svoltasi il 27 aprile 1999, durante la quale ha riconfermato che
l’attacco all’edificio della RTS rientrava, a pieno titolo, nella
strategia militare dell’Alleanza (doc.15).
22. Le vittime di questa strage, pertanto, non costituiscono un “danno
collaterale”, in quanto essi stessi erano l’obiettivo preselezionato
dell’attacco.
23. Orbene è sin troppo evidente che i giornalisti e le
strutture della comunicazione civile e dei mass media, per quanto
possano agevolare con la propaganda o con la censura di guerra, la
macchina bellica, dall’una o dall’altra parte, cionondimeno restano,
per loro natura, soggetti e strutture civili e non diventano
combattenti, contro i quali sia lecito rivolgere la violenza delle armi.
24. Al riguardo è chiarissima la norma di cui all’art. 50 del I
Protocollo, che recita: “1. E’ considerata civile ogni persona che non
appartiene a una delle categorie indicate nell’art. 4 A. 1), 2), 3) e
6) della III Convenzione e nell’art. 43 del presente Protocollo. In
caso dubbio, la detta persona sarà considerata civile”.
25. Sono considerati, pertanto, belligeranti, ai sensi della III
Convenzione di Ginevra, soltanto coloro che portano le armi o seguono
le forze armate, senza farne direttamente parte come i piloti, i membri
civili degli equipaggi, i fornitori, i prestatori di servizi incaricati
del benessere delle forze armate, i corrispondenti di guerra, gli
apprendisti della marina mercantile, gli equipaggi dell’aviazione
civile, etc. Tutti gli altri soggetti sono considerati civili, contro i
quali non è lecito portare attacchi armati.
26. Addirittura per i giornalisti una norma ad hoc del Protocollo,
l’art. 79 (misure di protezione dei giornalisti) specifica che
(persino): “i giornalisti che svolgono missioni professionali
pericolose nelle zone di conflitto armato saranno considerati persone
civili, ai sensi dell’art. 50, par. 1”.
27. La distinzione fondamentale del diritto umanitario fra belligeranti
e popolazione civile non avrebbe senso se si includessero nel concetto
di “obiettivi militari” i civili che partecipano alla vita culturale.
Se si adoperasse il criterio di legittimità rivendicato dalla
NATO sarebbero possibili attacchi indiscriminati, rivolti contro tutti,
anche contro le scuole e gli studenti che le frequentano. Dichiarare
“obiettivo militare” una televisione o un giornale (e coloro che vi
lavorano), significa che durante un conflitto armato, qualunque
stazione televisiva, qualunque giornale può essere oggetto di
attacco armato.
28. L’opinione pubblica italiana si è giustamente indignata
perchè la polizia Jugoslava, il 16 aprile del 1999, ha
intimidito e minacciato la giornalista Lucia Annunziata ed il Governo
italiano - giustamente - ha deprecato l’episodio con le autorità
della Repubblica Federale Jugoslava. (doc.16). Non è possibile,
pertanto, che – in una situazione di guerra - sia considerato illecito
infastidire una giornalista italiana e viceversa sia considerato lecito
uccidere decine di giornalisti (e tecnici) jugoslavi sul posto di
lavoro ed a causa del loro lavoro.
29. Pianificare l’assassinio di giornalisti, come di qualunque altra
categoria di civili non belligeranti, significa pianificare dei crimini
di guerra, come tali non consentiti dal nostro ordinamento, in
particolare dall’art. 174 del C.P.M.G., che punisce “Il Comandante di
una forza militare che, per nuocere al nemico, ordina o autorizza l’uso
di alcuno dei mezzi o dei modi di guerra vietati dalla legge o dalle
convenzioni internazionali, o comunque contrari all’onore militare.”
30. Nel caso di specie, sebbene l’evento dannoso sia avvenuto a
Belgrado, l’illecito deve ritenersi commesso nel territorio dello
Stato, ai sensi dell’art. 6 del Codice penale, poichè qui
è avvenuta in tutto o in parte l’azione criminosa che lo ha
realizzato, dal momento che è un fatto notorio che gli attacchi
contro la Jugoslavia sono partiti dalle basi militari dislocate in
territorio italiano, oppure da navi militari che appoggiate a basi
dislocate in territorio italiano e che in Italia si trovano numerosi
comandi NATO, che hanno diretto, coordinato ed organizzato le azioni
militari indirizzate nel teatro jugoslavo;
31. In ogni caso l’esponente, avvalendosi dei poteri a lei conferiti,
dichiara espressamente di rinunziare all’applicazione delle legge
jugoslava regolante le obbligazioni nascenti da fatto illecito e chiede
che sia applicata la legge nazionale italiana ed in particolare gli
articoli 2043 e seguenti del Codice civile. Fa presente, tuttavia, che
nell’ordinamento jugoslavo è presente una norma, in tema di
risarcimento dei danni derivanti da fatto illecito, simile all’art.
2043 c.c. (doc. 17). Inoltre, con riferimento alla materia specifica,
sia in Jugoslavia, sia in Italia, trova applicazione la norma di cui
all’art. 91 del I° Protocollo di Ginevra relativa all’obbligo delle
parti in conflitto di risarcire il danno in caso di violazione delle
disposizioni delle Convenzioni o del Protocollo.
32. Sebbene la responsabilità dell’azione criminosa sia stata
rivendicata impersonalmente dalla NATO e non sia stata comunicata la
nazionalità del mezzo aereo impegnato in tale operazione,
è indiscutibile che sussiste una responsabilità diretta
ed immediata del Ministero della Difesa nella causazione del fatto
dannoso, anche sotto il profilo dell’art. 2051 c.c.
33. Il Ministero della Difesa, infatti, è l’Ente proprietario e
custode delle basi, degli impianti, degli aeroporti, dei porti, delle
c.d. “militar facilities” utilizzate dalla NATO in Italia per la
proiezione di potenza nel teatro jugoslavo, nonché il gestore
del personale militare che ha coadiuvato e sostenuto l’attività
bellica della NATO.
34. In particolare, secondo quanto rivelato dalla Rivista dell’Unione
Nazionale Ufficiali in congedo d’Italia, risulta che: “nel corso della
campagna aerea l’Alleanza ha effettuato ben 36.000 sortite, di cui
13.000 di attacco. La flotta aerea che ha svolto queste missioni ha
raggiunto un picco di circa 900 velivoli, di cui 800 basati a terra e
100 imbarcati. Di questi 800 velivoli, oltre 450, con punte fino a 500,
sono stati schierati sulle basi italiane che, di conseguenza, hanno
ospitato il 60% di tutti i velivoli. Per quanto riguarda il nostro
paese, i 50 velivoli dell’aereonautica militare, affiancati per la
prima volta nei combattimenti dai velivoli AV-8B della marina operanti
dalla portaerei Garibaldi, hanno compiuto un ingente sforzo con oltre
1100 sortite, di cui meta’di attacco ad obiettivi militari.”(doc.18)
35. La responsabilità dello Stato italiano, tuttavia, sussiste
anche sotto un altro profilo. Anche a voler ammettere – per assurdo –
che i missili che hanno provocato l’evento siano stati sparati da una
base della NATO posta sulla Luna, non per questo verrebbe meno la
responsabilità dello Stato italiano.
36. La NATO, infatti, a differenza della Comunità Economica
Europea, non è una istituzione sopranazionale. La partecipazione
alla NATO non comporta dal punto di vista formale alcuna cessione di
sovranità nazionale. La NATO è un organismo
internazionale nel quale si realizza la cooperazione di più
Stati nel settore dell’integrazione militare e della difesa. Nella
struttura militare integrata della NATO tutti i paesi membri
partecipano in condizioni di eguaglianza giuridica, così come
avviene nel Consiglio Atlantico, l’organo politico posto al vertice
dell’Alleanza. Ufficiali italiani sono presenti nel Comitato militare
della NATO e nelle varie strutture militari di comando e di controllo,
mentre il rappresentante politico del Governo italiano siede in
permanenza nel Consiglio Atlantico e partecipa alle decisioni politiche
ed operative che ivi vengono assunte in condizioni di perfetta
parità con gli altri membri permanenti. In particolare va
rilevato che il Comitato militare della NATO, l’organo posto al vertice
della complessa struttura militare integrata è presieduto da un
ufficiale italiano, l’ammiraglio Guido Venturoni (doc.19).
37. Quindi le azioni realizzate dall’Alleanza, in esecuzione delle
decisioni assunte dai vertici politici e militari della NATO, non sono
un quid alii, nell’ipotesi tali azioni siano fonte di
responsabilità civile, è evidente che questa
responsabilità è condivisa – proprio a cagione della sua
condizione di parità – dal Governo italiano assieme ai Governi
degli altri paesi membri. E’ noto che gli obiettivi degli attacchi
aerei sono stati oggetto di discussione e di approvazione da parte di
tutti i paesi membri della NATO, tanto che in alcuni casi i bombardieri
sono stati richiamati mentre erano in volo a cagione del veto opposto
da taluni paesi della NATO, come lamenta il generale americano Michael
Short (doc.20). Nel caso di specie non risulta che l’Italia abbia posto
alcun veto all’attacco contro la TV e i giornalisti serbi. Del resto se
l’Italia avesse posto il veto l’attacco non si sarebbe verificato. Da
ciò deriva che il Governo italiano, nella persona della
Presidenza del Consiglio dei Ministri, è comunque responsabile
dell’azione criminosa realizzata dalla NATO, indipendentemente dal
grado di coinvolgimento delle strutture militari italiane.
38. Sotto il profilo civile la responsabilità diretta ed
immediata del fatto illecito che ha cagionato la morte di MARKOVIC
Dejan e JONTIC Slobodan deve essere attribuita al Comando delle Forze
Alleate dell’Europa Meridionale (AFSOUTH), Quartier generale Supremo
dell’Alleanza atlantica con sede in Napoli, la cui
responsabilità operativa copre un settore di circa 4 milioni di
km quadrati, che comprende Italia, Grecia, Turchia, il Mar Mediterraneo
dallo stretto di Gibilterra alle coste della Siria, il Mar di Marmara e
il Mar Nero. Da tale Comando dipendono una serie di Comandi subordinati
che comprendono tutte le forze terrestri, aeree e navali dell’Alleanza
che operano nel settore del Mediterraneo e che nel caso di specie hanno
partecipato agli attacchi contro la Jugoslavia (doc. 21 e 22).
39. La questione della responsabilità civile per i danni
cagionati a terzi dalle forze armate dei paesi membri dell’Alleanza,
dislocate sul territorio di altri paesi membri, è regolata dalla
Convenzione di Londra del 19 giugno 1951 sullo Statuto delle Forze
Armate (approvata in Italia con legge 30 novembre 1955 n. 1335) e dal
Protocollo sullo Statuto dei Quartieri Generali militari internazionali
istituiti in base al Trattato Nord-Atlantico (redatto a Parigi il 28
agosto 1952 e approvato in Italia con legge 30 novembre 1955, n. 1338).
Ai sensi dell’art. VIII, paragrafo 5, della Convenzione di Londra lo
Stato di soggiorno (in questo caso l’Italia) è obbligato al
risarcimento dei danni causati a terzi per fatti illeciti commessi
dagli appartenenti alle forze Armate di altri paesi della NATO, in
sostituzione dello Stato di origine dell’autore del fatto. In questo
contesto il Quartiere Generale da cui dipendono i militari responsabili
del fatto illecito, pur non essendo contraddittore necessario, è
legittimato a partecipare al giudizio poiché, ai sensi dell’art.
XI del Protocollo, i Quartieri Generali Supremi hanno la
personalità giuridica e possono agire in giudizio sia come
attori che come convenuti.
CITA
1) La Presidenza del Consiglio dei Ministri, in persona del Presidente
del Consiglio pro-tempore on. Giuliano Amato, domiciliato per legge
presso l’Avvocatura dello Stato in Via dei Portoghesi 12
2) Il Ministero della Difesa in persona del Ministro pro-tempore, on.
Sergio Mattarella, domiciliato per legge presso l’Avvocatura dello
Stato in Via dei Portoghesi 12
3) Il Comando delle Forze Alleate dell’Europa Meridionale (AFSOUTH), in
persona del Comandante pro tempore Ammiraglio James O. ELLIS jr.,
domiciliato in Napoli, Viale della Liberazione
a comparire davanti l’intestato Tribunale di Roma, nella sua nota sede
di Viale Giulio Cesare n. 54/b, Sezione e Giudice designandi,
all’udienza che ivi sarà tenuta il 2 ottobre 2000, ore di rito,
con invito a costituirsi nei modi di cui all’art. 166 cpc entro il
termine di giorni 20 dall’udienza indicata e con l’esplicito avviso che
adempiendo oltre tale termine incorrerà nelle decadenze di cui
all’art. 167 c.p.c. ed in difetto si procederà nella loro
dichiarata contumacia per ivi sentire accogliere le seguenti
CONCLUSIONI
Piaccia all’illustrissimo Tribunale adito, ogni altra eccezione o
deduzione reietta,
accertare e dichiarare le responsabilità dei convenuti per il
fatto illecito, da considerarsi reato, che ha determinato la morte di
Dejan MARKOVIC e Slobodan JONTIC e per l’effetto condannare i convenuti
in solido al risarcimento dei danni materiali e dei danni morali subiti
dagli attori che si indicano nella misura di cui alle note tabelle in
uso all’Ufficio, moltiplicata per due, trattandosi di fatto doloso, in
particolare
per Dusan MARKOVIC (padre di Dejan MARKOVIC) in £. 529.000.000
per danno danno morale e £. 20.000.000 per lucro cessante;
per Markovic Zoran (fratello di Dejan MARKOVIC) in £. 210.000.000;
per Dusica JONTIC, (moglie di Slobodan JONTIC) in £. £.
529.000.000 264.700.000 per danno danno morale e £. 20.000.000
per lucro cessante;
per Vladimir Jontic, (figlio di Slobodan JONTIC) in £. 423.000.000
ovvero quelle diverse somme che saranno reputate di giustizia, oltre
interessi e rivalutazione come per legge.
Con vittoria di spese, competenze ed onorari del giudizio, da distrarsi
a favore dell’avv. Marina Mattina
In via istruttoria
Si depositano i seguenti documenti:
1. Proc. Speciale Rep. n. 8/2000 (doc.1)
2. Proc. Speciale Rep. n. 11/2000 (doc.2)
3. fascicolo composto da 28 fotocopie tratte dal volume: Nato crimes in
Yugoslavia, pubblicato in Belgrado, maggio 1999
4. fascicolo composto da 4 fotocopie tratte dal volume di cui sopra,
relative al bombardamento dell’edificio della Radio Televisione Serba
(R.T.S.) (doc.4)
5. Verbale dell’autopsia eseguita sul corpo di Markovic Dejan e
relativa traduzione giurata, composto da 12 pagine (doc.5)
6. Verbale dell’autopsia eseguita sul corpo di Jontic Slobodan e
relativa traduzione giurata, composto da 13 pagine (doc.6)
7. fascicolo fotografico relativo all’autopsia di Markovic Dejan,
composto da tre fogli e 9 fotografie (doc.7)
8. fascicolo fotografico relativo all’autopsia di Jontic Slobodan,
composto da tre fogli e 9 fotografie (doc.8)
9. certificati anagrafici di Markovic Dejan: certificato di nascita
(doc. 9/a); certificato di residenza (doc. 9/b); certificato di morte
(doc. 9/c)
10. dichiarazioni (n.2) relative al reddito percepito da Markovic
Dejan, rilasciate dal datore di lavoro (R.T.S.) (doc.10)
11. certificati anagrafici di Jontic Slobodan: certificato di nascita
(doc.11/a); certificato di residenza (doc.11/b); certificato di morte
(doc.11/c)
12. certificati anagrafici relativi ai prossimi congiunti di Jontic
Slobodan:: certificato di nascita di agli Dusica Jontic (nata Nikolic)
(doc. 12/a; certificato di matrimonio della stessa (doc. 12/b) e
certificato di nascita e cittadinanza Vladimir Jontic (doc. 12/c)
13. dichiarazioni (n.2) relative al reddito percepito da Jontic
Slobodan, rilasciate dal datore di lavoro (R.T.S.) (doc.13)
14. conferenza stampa della NATO in data 23 aprile 99 (6 pagine)
(doc.14)
15. conferenza stampa della NATO in data 27 aprile 99 (14 pagine)
(doc.15)
16. fotocopia tratta dall’Unità del 17 aprile 1999
17. normativa jugoslava di riferimento, art. 154 del cod. civ. con
traduzione in italiano (doc. 17);
18. estratto della Rivista dell’Unione Nazionale degli Ufficiali in
congedo d’Italia, composto da 4 fotocopie;
19. vertici militari della NATO: Nato Military Representatives (doc.
17/a); Chairmen of the NATO Military Committee (doc. 17/b)
20. The Kosovo Campaign: Airpower made it work
21. Estratto dal Manuale della NATO, composto da 16 fogli (doc. 19);
22. Estratto dal sito internet del Comando Alleato delle Forze del sud
Europa: Fact sheet (doc. 19/a); Biography (doc. 19/b)
23. Fascicolo con il teso delle Convenzioni internazionali e delle
altre norme richiamate nella narrativa.
Si Chiede ammettersi interrogatorio formale del sig. Presidente del
Consiglio, on. Giuliano Amato, del sig. Ministro della Difesa, on.
Sergio Mattarella, del sig. Comandante delle Forze Alleate dell’Europa
Meridionale, Ammiraglio James O. ELLIS jr., sul seguente capitolo:
1) Vero che nel corso della campagna aerea contro la Jugoslavia l’
Alleanza ha effettuato ben 36.000 sortite, di cui 13.000 di attacco;
che la flotta aerea che ha svolto queste missioni ha raggiunto un picco
di circa 900 velivoli, di cui 800 basati a terra e 100 imbarcati; che
di questi velivoli, oltre 450, con punto fino a 500 sono stati
schierati sulle basi italiane; che, per quanto riguarda l-Italia, i 50
velivoli dell’Aereonautica Militare, affiancati dai velivoli AV 8B
della Marina operanti dalla portaerei Garibaldi, hanno compiuto un
ingente sforzo con oltre 1100 sortite, di cui la meta’ di attacco ad
obiettivi militari?
2) vero che il 23 aprile 1999 mezzi aerei della NATO, in partenza da
basi italiane ed, in ogni caso sottoposti al Comando dell’AFSOUTH,
hanno colpito con missili o munizioni di precisione nel centro di
Belgrado l’edificio che ospita gli studi e gli Uffici della Radio
Televisione serba, provocando la morte di 16 persone, fra le quali i
signori Dejan MARKOVIC e Slobodan JONTIC?
Roma, il 31 maggio 2000
Prof. Avv. Giuseppe Bozzi Avv. Marina Mattina
Nella qualita’ delego a rappresentarmi e difendermi, anche
disgiuntamente, nel presente giudizio, il prof. avv. Giuseppe Bozzi e
l’avv. Marina Mattina, ai quali conferisco ogni potere di legge
inerente al mandato.
Eleggo domicilio in Via degli Scipioni, n.268/a presso lo studio del
primo.
Ambretta Rampelli
ORDINANZA DELLA CORTE
SUPREMA DI CASSAZIONE
(Bombardamenti alla tv serba: l'Italia non
deve risarcire le vittime. Le
norme interne che recepiscono quelle internazionali non prevedono
quest'obbligo. Dopo la dichiarazione d'inammissibilità della
Corte dei diritti nel dicembre 2001, le sezioni unite respingono il ricorso di altri due cittadini serbi. Documenti Correlati: Sezioni unite, ordinanza 8157/02;
depositata il 5 giugno 2002)
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONI UNITE CIVILI
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Oggetto
Dott. Nicola MARVULLI - Primo Presidente
Dott. Alfio FINOCCHIARO- Presidente di sezione-
Dott. Paolo VITTORIA Rel. Consigliere R.G.N. 20569/
Dott. Ernesto LUPO - Consigliere - Cron.
Dott. Roberto PREDEN - Consigliere - Rep.
Dott. Enrico ALTIERI - Consigliere - Ud.08102/02
Dott. Michele VARRONE - Consigliere - C.C.
Dott. Luigi Francesco DI NANNI - Consigliere -
Dott. Maria Gabriella LUCCIOLI - Consigliere -
ha pronunciato la seguente
O R D I N A N Z A
sul ricorso proposto da:
PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, in persona del Presidente
pro-tempore, MINISTERO DELLA DIFESA, in persona del Ministro
pro-tempore, domiciliati in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso
L’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che li rappresenta e difende ope
legis;
ricorrenti
contro
DUSAN MARKOVIC, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEGLI SCIPIONI
268/A, presso lo studio dell'avvocato GIUSEPPE BOZZI, che lo
rappresenta e difende, giusta delega in calce al controricorso;
controricorrente
nonchè contro
COMANDO DELLE FORZE ALLEATE DELL'EUROPA MERIDIONALE
(AFSOUTH) e AMBRETTA RAMPELLI, nella qualità di procuratrice
speciale dei sigg.ri MUSICA JONTIC, MARKOVIC ZORAN, JONTIC VLADIMIR;
intimati
per regolamento preventivo di giurisdizione in relazione al giudizio
pendente n. 39329/00 del Tribunale di ROMA;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio il
08/02/02 dal Consigliere Dott. Paolo VITTORIA;
lette le conclusioni scritte dal Sostituto Procuratore Generale Dott.
Antonio MARTONE il quale chiede che le Sezioni unite della Corte di
Cassazione, dichiarino inammissibile il regolamento con le conseguenze
di legge.
La Corte
Premesso in fatto.
l. - Ambretta Rampelli, agendo in qualità di procuratrice
speciale di Dusan Markovic, Dusica Jontic, Zoran Markovic e Vladimir
Jontic, ha convenuto in giudizio davanti al tribunale di Roma la
Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero della difesa ed il
Comando delle Forze Alleate dell'Europa Meridionale -Afsouth.
Ha proposto una domanda di condanna al risarcimento dei danni.
I fatti esposti nella citazione sono i seguenti.
L'edificio che ospitava gli studi della Radio Televisione Serba, nella
notte del 23.4.1999, è stato deliberatamente colpito nel corso
di una delle operazioni aeree condotte dalla Nato contro la Repubblica
federale di Jugoslavia.
Una parte dell'edificio è crollata e nel crollo hanno trovato la
morte Dejan Markovic e Slobodan Jontic, congiunti degli attori.
Queste le ragioni di diritto poste a base della domanda.
Essere stato scelto come bersaglio l'edificio della emittente
televisiva costituisce un modo di conduzione delle ostilità non
consentito dal I Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra del
12.8.1949, perché diretto contro un obiettivo non militare e
rivolto intenzionalmente a colpire civili; è poi vietato
dall'art. 174 del Codice penale militare di guerra.
La responsabilità per le conseguenze che ne sono derivate deve
essere riferita allo Stato italiano, sia perché come paese
membro della Nato ha concorso alla determinazione di adottare
l'indicato modo di condurre le ostilità, sia perché
l'operazione bellica è stata compiuta a partire dal suo
territorio e dunque trovano applicazione le norme dettate dall’art.
VIII, paragrafo 5, della Convenzione di Londra del 19 giugno 1951,
approvata con la L. 30 novembre 1955, n. 1335.
2. - I convenuti si sono costituiti in giudizio.
Le amministrazioni dello Stato hanno eccepito il difetto assoluto di
giurisdizione, l'Afsouth il difetto di giurisdizione del giudice
italiano.
3. - Le due amministrazioni, con ricorso notificato a tutte le altre
parti, hanno poi chiesto che la questione di giurisdizione sia risolta
dalle sezioni unite e sia dichiarato il difetto di giurisdizione
dell'Autorità giudiziaria.
Hanno svolto queste considerazioni.
Lo Stato è assoggettato alla giurisdizione dei suoi giudici solo
quando si presenta come 'Stato-amministrazione", perché in
questo caso il potere giudiziario può porsi rispetto ad esso in
posizione di alterità e quindi di terzietà. Questa
posizione dì alterità e terzietà del giudice non
può configurarsi quando lo Stato è chiamato davanti al
giudice nella sua unitaria soggettività di
“Stato-comunità" ed è ciò che accade quando in suo
confronto sono fatte valere pretese che rilevano da comportamenti
tenuti come soggetto sovrano nel campo dei rapporti internazionali.
In questo caso i suoi atti possono solo essere sindacati da Corti
Internazionali alla cui competenza giurisdizionale lo Stato si sia
assoggettato in relazione a specifiche materie.
La domanda è stata proposta in confronto del Ministero della
difesa sul presupposto che ricorra la competenza giurisdizionale
prevista dall'art. VIII n. 5 della Convenzione di Londra del 19.6.1951,
ratificata con la L. 30 novembre 1955, n. 1335.
Ma nel caso ne manca il presupposto dato dal fatto che i danni siano
stati causati nel territorio dello Stato di soggiorno.
4. - Gli attori, che hanno resistito e chiesto sia dichiarato che la
giurisdizione sussiste, hanno svolto queste considerazioni.
Al primo argomento hanno contrapposto che deliberare e porre in atto
un'operazione bellica è comportamento che si imputa allo Stato
apparato e non allo Stato comunità e che, comunque, dalle
convenzioni internazionali sul diritto umanitario bellico derivano
limiti alla scelta dei modi in cui condurre un'azione di guerra,
oltrepassati i quali lo Stato risponde dei danni provocati dal suo atto
anche nei confronti dei singoli che li subiscono, ai quali si deve
quindi riconoscere il diritto di adire lo Stato davanti ai suoi giudici.
Al secondo argomento hanno contrapposto che potersi o no considerare il
fatto avvenuto sul territorio italiano attiene non alla giurisdizione,
ma alla responsabilità.
5. Il pubblico ministero ha concluso per iscritto, chiedendo sia
dichiarata la giurisdizione del giudice ordinario.
Ha osservato che non è in questione la giurisdizione, ma
l'esistenza di norme o principi che consentano di affermare la
responsabilità fatta valere con la domanda.
Le parti hanno depositato una memoria.
Ritenuto in diritto.
l. - Il regolamento di giurisdizione è ammissibile.
E' questione di giurisdizione, la cui soluzione può essere
chiesta alle sezioni unite con l'istanza di regolamento, anche quella
su cui si deve statuire che ogni giudice difetta di giurisdizione (art.
382 secondo comma, cod. proc. civ.) Sez. Un. 9 gennaio 1978 n. 53.
2. - La domanda riferisce allo Stato italiano una responsabilità
che è fatta dipendere da un atto di guerra, in particolare da
una modalità di conduzione delle ostilità belliche
rappresentata dalla guerra aerea.
La scelta di una modalità di conduzione delle ostilità
rientra tra gli atti di Governo.
Sono questi atti che costituiscono manifestazione di una funzione
politica, della quale è nella Costituzione la previsione della
sua attribuzione ad un organo costituzionale: funzione che per sua
natura è tale da non potersi configurare, in rapporto ad essa,
una situazione di interesse protetto a che gli atti in cui si-
manifesta assumano o non. assumano un determinato contenuto - Sez. Un.
12 luglio 1968 n- 2452; 17 ottobre 1980 n. 5583; 8 gennaio 1993 n. 124.
Rispetto ad atti di questo tipo nessun giudice ha potere di sindacato
circa il modo in cui la funzione è stata esercitata.
3. - Le norme del Protocollo di Ginevra del 1977 (artt. 35.2, 48, 49,
51, 52 e 57) e della Convenzione europea dei diritti dell'uomo (artt. 2
e 15.2), che disciplinano la condotta delle ostilità, hanno
bensì come oggetto la protezione dei civili in caso di
attacchi,, ma in quanto norme di diritto internazionale regolano
rapporti tra Stati.
Gli stessi trattati strutturano i procedimenti per accertare le
violazioni, prevedono le sanzioni in caso di responsabilità
(art. 91 del Protocollo; art. 41 della Convenzione), indicano le Corti
internazionali competenti ad affermarla.
Le leggi che vi hanno dato applicazione nello Stato italiano non
contengono per contro norme espresse che consentano alle persone offese
di chiedere allo Stato riparazione dei danni loro derivati dalla
violazione delle norme internazionali.
Che disposizioni con questo contenuto siano implicitamente risultate
introdotte nell'ordinamento per effetto della esecuzione data alle
norme di diritto internazionale è principio che trova poi
ostacolo in quello contrario, di cui si è fatto cenno, per cui
alle funzioni di tipo politico non si contrappongono situazioni
soggettive protette.
Del resto, per assicurate nell'ambito dell'ordinamento interno una
riparazione per il pregiudizio risentito in conseguenza della
violazione di norme della Convenzione sui diritti dell'uomo, con
riguardo all'art. 6 ed a proposito del mancato rispetto del termine di
ragionevole durata del processo, si è provveduto con apposita
legge (la L. 24 marzo 2001, n. 89).
4. - La possibilità di assoggettare a sindacato la
determinazione del Governo circa la condotta delle ostilità
nell'ambito delle operazioni aeree della Nato contro la Repubblica
federale di Jugoslavia non può d'altra parte essere tratta dalla
Convenzione di Londra del 1951.
La circostanza che gli aerei impiegati nel bombardamento della stazione
radio televisiva di Belgrado possano avere utilizzato basi ubicate sul
territorio italiano costituisce un momento della più complessa
operazione di cui si chiede dì valutare la liceità e
dunque non rileva ai fini della applicazione della norma dettata dal
paragrafo 5 dell'art. VIII della Convenzione, che presuppone al
contrario la commissione di un atto al riguardo del quale la
valutazione di illiceità possa essere compiuta.
5. - Decidendo sulla questione di giurisdizione, di cui la Presidenza
del Consiglio dei ministri ed il Ministero della difesa hanno chiesto
la soluzione in relazione alla domanda proposta dagli attori nei loro
confronti, si deve statuire che conoscere della controversia non spetta
al giudice ordinario né ad alcun altro giudice.
5.1. - Nessuna pronuncia sulla giurisdizione deve essere resa in
relazione alla domanda che gli attori hanno proposto, con -,.a stessa
citazione, in confronto del Comando delle Forze Alleate dell'Europa
Meridionale, ed in relazione alla quale lo stesso Comando davanti al
giudice di merito ha sollevato eccezione di difetto di giurisdizione
del giudice italiano.
Il Comando non ha dal canto suo presentato istanza di regolamento
né ha preso parte a questa fase del giudizio chiedendo una
statuizione sulla giurisdizione nei suoi confronti.
Si tratta di domanda contro diverso convenuto e la circostanza che sia
stata proposta con la medesima citazione non toglie che si sia in
presenza di causa diversa, sebbene riunita in un unico processo,
sicché non può esercitarsi a suo riguardo, in questa
sede, il potere di rilievo e decisione di ufficio sulle questioni di
giurisdizione.
6. Le spese di questa fase e dell'intero giudizio, tra i ricorrenti e
gli attori, debbono essere dichiarate compensate in considerazione
della natura degli argomenti trattati.
P.Q.M.
La Corte dichiara il difetto di giurisdizione; compensa le spese
dell'intero giudizio.
Così deciso il giorno 8 febbraio 2002, in Roma, nella camera di
consiglio delle sezioni unite civili della Corte di cassazione.
Il Presidente
CONSIGLIO
D'EUROPA
GRANDE CHAMBRE
DÉCISION
SUR LA RECEVABILITÉ
de la requête n° 52207/99
présentée
par Vlastimir et Borka BANKOVIC, Zˇivana STOJADINOVIC, Mirjana
STOIMENOVSKI, Dragana JOKSIMOVIC et Dragan SUKOVIC
contre
la Belgique, la République
tchèque, le Danemark, la France, l’Allemagne, la Grèce,
la Hongrie, l’Islande, l’Italie, le Luxembourg, les Pays-Bas, la
Norvège, la Pologne, le Portugal, l’Espagne, la Turquie et le
Royaume-Uni
La Cour européenne des Droits de l’Homme, siégeant en une
Grande Chambre composée de:
M. L. WILDHABER, président,
Mme E. PALM,
MM. C.L. ROZAKIS,
G. RESS,
J.-P. COSTA,
GAUKUR JÖRUNDSSON,
L. CAFLISCH,
P. KURIS,
I. CABRAL BARETTO,
R. TÜRMEN,
Mme V. STRAZNICKA,
MM. C. BIRSAN,
J. CASADEVALL,
J. HEDIGAN,
Mme W. THOMASSEN,
MM. A.B. BAKA,
K. TRAJA, juges,
et de M. P.J. MAHONEY, greffier,
Vu la requête susmentionnée, introduite le 20 octobre 1999
et enregistrée le 28 octobre 1999,
Vu la décision du 14 novembre 2000 par laquelle la chambre de la
première section à laquelle l’affaire avait à
l’origine été attribuée s’est dessaisie en faveur
de la Grande Chambre (article 30 de la Convention),
Vu les observations déposées par les gouvernements
défendeurs et celles soumises en réponse par les
requérants,
Vu les observations orales présentées par les parties le
24 octobre 2001 et les commentaires écrits soumis par elles
ultérieurement en réponse aux questions des juges,
Après en avoir délibéré le 24 octobre et le
12 décembre 2001, rend la décision que voici,
adoptée à cette dernière date :
EN FAIT
1. Les requérants sont tous
ressortissants de la République fédérale de
Yougoslavie (« RFY »). Les deux premiers requérants,
Vlastimir et Borka Bankovic, sont nés en 1942 et en 1945
respectivement, et ils saisissent la Cour en leur nom propre et au nom
de leur fille décédée, Ksenija Bankovic. La
troisième requérante, Zˇivana Stojanovic, est née
en 1937, et elle saisit la Cour en son nom propre et au nom de son fils
décédé, Nebojsˇa Stojanovic. La quatrième
requérante, Mirjana Stoimenovski, saisit la Cour en son nom
propre et au nom de son fils décédé, Darko
Stoimenovski. La cinquième requérante, Dragana
Joksimovic, est née en 1956, et elle saisit la Cour en son nom
propre et au nom de son mari décédé, Milan
Joksimovic. Le sixième requérant, Dragan Sukovic, saisit
la Cour en son nom propre.
2. Les requérants sont représentés devant la Cour
par M. Anthony Fisher, solicitor exerçant dans l’Essex, M. Vojin
Dimitrijevic, directeur du Centre des droits de l’homme de Belgrade, M.
Hurst Hannum, professeur de droit international à
l’université Tufts de Medford, dans le Massachusetts, aux
Etats-Unis, et Mme Françoise Hampson, barrister et professeur de
droit international à l’université d’Essex. Les
représentants précités ont assisté à
l’audience publique devant la Cour conjointement avec leurs
conseillers, M. Rick Lawson, Mme Tatjana Papic et M. Vladan Joksimovic.
La troisième requérantes, Mme Zˇivana Stojanovic,
était également présente.
3. Les Gouvernements sont représentés devant la Cour par
leurs agents. Lors de l’audience, les gouvernements ci-après
étaient représentés comme suit : Le Royaume-Uni
(dont les observations ont été déposées au
nom de l’ensemble des défendeurs) par MM. Christopher Greenwood,
Q.C. et professeur de droit international, et James Eadie, conseils,
par M. Martin Eaton, agent, du ministère des Affaires
étrangères et du Commonwealth, et par M. Martin Hemming,
conseiller ; la Belgique par M. Jan Lathouwers, agent adjoint ; la
France par M. Pierre Boussaroque, conseil ; l’Allemagne par M.
Christoph Blosen, adjoint au représentant permanent de
l’Allemagne auprès du Conseil de l’Europe ; la Grèce par
M. Michael Apessos, conseiller ; la Hongrie par M. Lipót
Höltzl et Mme Monika Weller, agent et coagent respectivement ;
l’Italie par M. Francesco Crisafulli, coagent adjoint ; le Luxembourg
par M. Nicolas Mackel, agent ; les Pays-Bas par Mme Jolien Schukking,
agent ; la Norvège par M. Frode Elgesem, agent faisant fonction
; la Pologne par M. Christophe Drzewicki, agent, et Mme Renata
Kowalska, conseil ; et la Turquie par Mme Deniz Akçay, coagent.
A. Les circonstances de l’espèce
4. Les faits de la cause, tels qu’ils ont été
exposés par les parties, peuvent se résumer comme suit.
5. Les gouvernements défendeurs estiment la requête
irrecevable sans qu’il y ait lieu d’aborder les faits de la cause et
précisent qu’une non-contestation explicite par eux d’un
élément de fait ne doit en aucun cas être retenue
contre eux. Dans son résumé ci-dessous des circonstances
de l’espèce, la Cour n’a pas interprété les
non-contestations explicites d’éléments de fait comme des
acceptations de ces éléments par la partie
concernée.
1. Le contexte
6. De nombreux documents traitent du conflit qui opposa les forces
serbes et albanaises du Kosovo en 1998 et 1999. Devant l’escalade de la
violence et eu égard aux préoccupations grandissantes de
la communauté internationale et à l’échec des
initiatives diplomatiques, le Groupe de contact composé des
représentants de six pays (institué en 1992 par la
Conférence de Londres) se réunit et décida
d’organiser des négociations entre les parties au conflit.
7. Le 30 janvier 1999, à la suite d’une décision de son
Conseil de l’Atlantique Nord (« CAN »), l’Organisation du
Traité de l’Atlantique Nord (« OTAN »)
annonça que des frappes aériennes seraient
effectuées sur le territoire de la FRY en cas de non-respect des
exigences de la Communauté internationale. Des
négociations eurent alors lieu entre les parties au conflit, du
6 au 23 février 1999 à Rambouillet, et du 15 au 18 mars
1999 à Paris. L’accord de paix proposé à l’issue
des pourparlers fut signé par la délégation
albanaise du Kosovo, mais pas par la délégation serbe.
8. Considérant que tous les efforts entrepris pour parvenir
à une solution politique négociés de la crise du
Kosovo avaient échoué, le CAN décida de commencer
les frappes aériennes (opération Force alliée)
contre la RFY, mesure que le Secrétaire général de
l’OTAN annonça le 23 mars 1999. Les frappes aériennes
s’échelonnèrent du 24 mars au 8 juin 1999.
2. Le bombardement de la Radio-Televizije Srbije (« RTS »)
9. Trois chaînes de télévision et quatre stations
de radio se partageaient les locaux de la RTS à Belgrade. Les
installations de production les plus importantes se trouvaient dans
trois bâtiments de la rue Takovska. La régie finale
était abritée au premier étage de l’un d’eux ;
elle employait principalement du personnel technique.
10. Le 23 avril 1999, juste après 2 heures du matin, l’un des
bâtiments de la RTS de la rue Takovska fut touché par un
missile tiré d’un avion de l’OTAN, qui provoqua l’effondrement
de deux des quatre étages de l’immeuble et détruisit la
régie finale.
11. La fille des deux premiers requérants, les fils des
troisième et quatrième requérantes et le mari de
la cinquième requérante furent tués, le
sixième requérant s’en tirant avec des blessures. Le
bombardement fit seize morts et seize blessés graves.
Vingt-quatre cibles furent touchées en RFY au cours de la
même nuit, dont trois à Belgrade.
3. Procédures engagées devant d’autres juridictions
internationales à la suite du bombardement
12. Le 26 avril 1999, la RFY déposa entre les mains du
Secrétaire général des Nations unies sa
déclaration reconnaissant la juridiction obligatoire de la Cour
internationale de Justice (« CIJ »). Le 29 avril 1999, la
RFY engagea contre la Belgique et neuf autres Etats une
procédure visant leur participation à l’opération
Force alliée et présenta une demande en indication de
mesures provisoires au titre de l’article 73 du règlement de la
CIJ. Par une ordonnance datée du 2 juin 1999, la CIJ
écarta cette demande. Les autres questions soulevées dans
le cadre de la cause sont toujours pendantes.
13. En juin 2000, le comité institué pour examiner
l’opération Force alliée fit rapport au procureur du
Tribunal pénal international pour l’ex-Yougoslavie (« TPIY
»). Il ne recommanda pas l’ouverture d’une enquête. Le 2
juin 2000, ledit procureur informa le Conseil de sécurité
des Nations unies de sa décision de ne pas ouvrir
d’enquête.
B. Textes de droit international pertinents
1. Le Traité de Washington de 1949
14. Entré en vigueur le 24 août 1949, le Traité de
Washington créa une alliance, matérialisée dans
l’Organisation du Traité de l’Atlantique Nord (« OTAN
»), entre dix Etats européens (la Belgique, la France, le
Luxembourg, les Pays-Bas, le Royaume-Uni, le Danemark, l’Islande,
l’Italie, la Norvège et le Portugal), le Canada et les
Etats-Unis. La Grèce et la Turquie y adhérèrent en
1952, la République Fédérale d’Allemagne en 1959,
puis l’Espagne en 1982. Ces pays furent imités le 12 mars 1999
par la République Tchèque, la Hongrie et la Pologne.
15. Le but essentiel de l’OTAN est de sauvegarder la liberté et
la sécurité de tous ses membres par des moyens politiques
et militaires dans le respect des principes de la Charte des Nations
unies. Le principe fondamental régissant son fonctionnement est
celui d’un engagement commun en faveur d’une coopération entre
Etats souverains fondée sur l’indivisibilité de la
sécurité des pays membres.
2. La Convention de Vienne de 1969 sur le droit des traités
(« la Convention de Vienne de 1969 »)
16. L’article 31 de la Convention de Vienne de 1969 est intitulé
« Règle générale d’interprétation
». Sa partie pertinente en l’espèce est ainsi
libellée :
« Un traité doit être interprété de
bonne foi suivant le sens ordinaire à attribuer aux termes du
traité dans leur contexte et à la lumière de son
objet et de son but.
(...)
3. Il sera tenu compte, en même temps que du contexte :
(...)
b) de toute pratique ultérieurement suivie dans l’application du
traité par laquelle est établi l’accord des parties
à l’égard de l’interprétation du traité ;
c) de toute règle pertinente de droit international applicable
dans les relations entre les parties. »
17. L’article 32 est intitulé « Moyens
complémentaires d’interprétation ». Il dispose :
« Il peut être fait appel à des moyens
complémentaires d’interprétation, et notamment aux
travaux préparatoires et aux circonstances dans lesquelles le
traité a été conclu, en vue, soit de confirmer le
sens résultant de l’application de l’article 31, soit de
déterminer le sens lorsque l’interprétation donnée
conformément à l’article 31 :
a) laisse le sens ambigu ou obscur, ou
b) conduit à un résultat qui est manifestement absurde ou
déraisonnable. »
18. Dans son commentaire à leur sujet, la Commission du droit
international releva que les articles 31 et 32 devaient opérer
conjointement et n’avaient nullement pour effet de tracer une ligne de
démarcation rigide entre la « règle
générale » et les « moyens
complémentaires » d’interprétation. Elle
précisa par ailleurs que la distinction elle-même se
justifiait, dès lors que les éléments
d’interprétation énumérés à
l’article 31 se rapportaient tous à l’accord intervenu entre les
parties au moment où il a reçu son expression authentique
dans le texte ou ultérieurement. Les travaux
préparatoires n’avaient selon elle pas le même
caractère d’authenticité, « quelle que [pût]
être leur valeur, dans certains cas, pour éclairer
l’expression que le texte donne à l’accord » (Annuaire
CDI, 1966, vol. II, p. 240).
3. La genèse de l’article 1 de la Convention
19. Le texte rédigé par la commission des affaires
juridiques et administratives de l’Assemblée consultative du
Conseil de l’Europe prévoyait, dans ce qui allait devenir
l’article 1 de la Convention, que les « Etats membres
s’engage[aie]nt à garantir à toute personne
résidant sur leur territoire les droits (...) ». Le
comité d’experts intergouvernemental qui se pencha sur le projet
de l’Assemblée consultative décida de remplacer les mots
« résidant sur leur territoire » par les termes
« relevant de leur juridiction ». Les motifs ayant
présidé à cette modification se trouvent
décrits dans l’extrait suivant du Recueil des travaux
préparatoires de la Convention européenne des Droits de
l’Homme (vol. III, p. 260):
« Le projet de l’Assemblée avait attribué le
bénéfice de la Convention à « toute personne
résidant sur le territoire des Etats signataires. » Il a
semblé au Comité que le terme « résidant
» pourrait être considéré comme étant
trop restrictif. En effet, il y aurait lieu d’accorder le
bénéfice de la Convention à toute personne se
trouvant sur le territoire des Etats signataires, même à
celles qui ne sauraient être considérées comme y
résidant au sens juridique du mot. D’ailleurs, ce sens n’est pas
le même selon toutes les législations nationales. Le
Comité a donc remplacé le terme « résidant
» par les mots « relevant de leur juridiction », qui
figurent également dans l’article 2 du projet de Pacte de la
Commission des Nations Unies. »
20. L’adoption de l’article 1 de la Convention fut encore
précédée d’une observation du représentant
belge, qui, le 25 août 1950, lors de la séance
plénière de l’Assemblée consultative, s’exprima
comme suit :
« (...) actuellement le droit de protection de nos Etats, en
vertu d’une clause formelle de la Convention, pourra s’exercer
intégralement et sans division ni distinction en faveur des
individus quelle qu’en soit la nationalité qui, sur le
territoire de l’un quelconque de nos Etats, auraient eu à se
plaindre d’une violation de [leurs] droit[s]. »
21. Il est ensuite précisé dans les travaux
préparatoires que le libellé de l’article 1 comportant
les mots « relevant de leur juridiction » ne prêta
pas à discussion et que le texte tel qu’il se présentait
alors (et tel qu’il existe aujourd’hui) fut adopté par
l’Assemblée consultative le 25 août 1950 sans subir de
nouveaux amendements (Recueil précité, vol. VI, p. 132).
4. La Déclaration américaine des droits et devoirs de
l’homme de 1948
22. L’article 2 de cette déclaration est ainsi libellé :
« Toutes les personnes, sans distinction de race, de sexe, de
langue, de religion ou autre, sont égales devant la loi et ont
les droits et les devoirs consacrés dans cette
déclaration. »
23. Dans son rapport sur l’affaire Coard (Rapport n° 109/99,
affaire n° 10 951, Coard et al. v. the United States, 29 septembre
1999, §§ 37, 39, 41 et 43), la Commission
interaméricaine des droits de l’homme se pencha sur des griefs
relatifs à la détention et au traitement infligés
aux requérants par les forces des Etats-Unis dans les premiers
jours de l’opération militaire menée à Grenade.
Elle s’exprima comme suit :
« Si l’application extraterritoriale de la Déclaration
américaine n’a pas été débattue par les
parties, la Commission juge pertinent de relever que, dans certaines
circonstances, l’exercice de sa juridiction sur des actes se
caractérisant par leur extraterritorialité est non
seulement conforme aux normes en vigueur mais exigé par elles.
Les droits fondamentaux de l’individu sont proclamés dans les
Amériques sur la base des principes d’égalité et
de non-discrimination – « sans distinction de race, de
nationalité, de religion ou de sexe ». (...) Etant
donné que les droits individuels procèdent directement de
la qualité d’être humain de tout individu, chaque Etat
américain est tenu d’assurer à toute personne relevant de
sa juridiction le bénéfice des droits
protégés. Si sont ainsi le plus souvent concernées
les personnes se trouvant sur le territoire de l’Etat envisagé,
il peut arriver que le soient aussi des personnes dont la situation
présente un élément d’extraterritorialité,
ce qui est le cas de celles qui se trouvent sur le territoire d’un Etat
mais relèvent du contrôle d’un autre Etat – d’ordinaire au
travers des actes accomplis par les agents de ce dernier à
l’étranger. En principe l’examen ne tourne pas autour de la
nationalité de la victime présumée ou de sa
présence sur une aire géographique
déterminée, mais autour de la question de savoir si, dans
les circonstances de l’espèce, l’Etat mis en cause a
respecté les droits d’une personne relevant de son
autorité et de son contrôle. »
24. La partie pertinente en l’espèce de l’article 1 de la
Convention américaine des droits de l’homme de 1978, sur lequel
se fonde la compétence matérielle de la Cour
interaméricaine des droits de l’homme, est ainsi libellée
:
« Les Etats parties s’engagent à respecter les droits et
libertés reconnus dans la présente Convention et à
en garantir le libre et plein exercice à toute personne relevant
de leur compétence, sans aucune distinction (...) »
5. Les quatre Conventions de Genève de 1949 sur le droit
humanitaire de la guerre
25. L’article 1 de chacune de ces Conventions (« Les Conventions
de Genève de 1949 ») prévoit que les Parties
contractantes « s’engagent à respecter et à faire
respecter la présente Convention en toutes circonstances ».
6. Le Pacte de 1966 relatif aux droits civils et politiques (« le
Pacte de 1966 ») et son Protocole facultatif de 1966
26. La partie pertinente en l’espèce de l’article 2 § 1 du
Pacte de 1966 est ainsi libellée :
« Les Etats parties au présent Pacte s’engagent à
respecter et garantir à tous les individus se trouvant sur leur
territoire et relevant de leur compétence les droits reconnus
dans le présent Pacte, (...) »
La Commission des Droits de l’Homme des Nations unies approuva lors de
sa sixième session, en 1950, une motion tendant à faire
insérer dans le texte de l’article 2 § 1 du projet de Pacte
les mots « se trouvant sur leur territoire et relevant de leur
». Des propositions subséquentes visant à
l’exclusion de ces termes échouèrent en 1952 et 1963. Par
la suite, la Commission des Droits de l’Homme chercha à
développer, dans certains contextes limités, la
responsabilité des Etats contractants pour les actes accomplis
par leurs agents à étranger.
27. La partie pertinente en l’espèce de l’article 1 du Protocole
facultatif de 1966 est ainsi libellée :
« Tout Etat partie au Pacte qui devient partie au présent
Protocole reconnaît que le Comité a compétence pour
recevoir et examiner des communications émanant de particuliers
relevant de sa juridiction qui prétendent être victimes
d’une violation, par cet Etat partie, de l’un quelconque des droits
énoncés dans le Pacte. (...) »
GRIEFS
28. Les requérants dénoncent
le bombardement du bâtiment de la RTS effectué par les
forces de l’OTAN le 23 avril 1999. Ils invoquent les dispositions
suivantes de la Convention : l’article 2 (droit à la vie),
l’article 10 (droit à la liberté d’expression) et
l’article 13 (droit à un recours effectif).
EN DROIT
29. Les cinq premiers requérants
invoquent les article 2, 10 et 13 en leur nom propre et au nom de leurs
proches décédés. Le sixième, qui fut
blessé lors de l’opération, invoque les mêmes
articles en son nom propre. Avec l’accord de la Cour, les parties ont
limité leurs observations écrites et orales aux seules
questions de recevabilité, les Gouvernements précisant
par ailleurs qu’ils ne plaideraient pas le caractère
manifestement mal fondé des griefs.
30. En ce qui concerne la recevabilité de l’affaire, les
requérants soutiennent que la requête est compatible
ratione loci avec les dispositions de la Convention au motif que les
actes incriminés, qui soit ont été accomplis en
RFY, soit l’ont été sur le territoire des Etats
défendeurs mais ont produit leur effets en RFY, les ont fait
entrer, eux et leurs proches décédés, dans la
sphère de juridiction desdits Etats. Ils considèrent
également que les Etats défendeurs sont solidairement
responsables du bombardement nonobstant le fait que celui-ci a
été effectué par les forces de l’OTAN, et
affirment qu’ils ne disposaient d’aucun recours interne effectif.
31. Les Gouvernements plaident quant à eux
l’irrecevabilité de l’affaire. Ils soutiennent pour l’essentiel
que la requête est incompatible ratione personae avec les
dispositions de la Convention au motif que les requérants ne
relevaient pas de la juridiction des Etats défendeurs, au sens
de l’article 1 de la Convention. Ils considèrent
également que, conformément au « principe Or
monétaire » dégagé par la CIJ, la Cour ne
peut statuer sur le bien-fondé de l’affaire car cela reviendrait
pour elle à se prononcer sur les droits et obligations des
Etats-Unis, du Canada et de l’OTAN elle-même, alors qu’aucune de
ces entités n’est Partie contractante à la Convention,
ni, en conséquence, partie à la présente
procédure (Or monétaire pris à Rome en 1943,
Recueil CIJ 1954, p. 19, appliqué dans l’affaire du Timor
oriental, Recueil CIJ 1995, p. 90).
32. Le gouvernement français soutient de surcroît que le
bombardement litigieux est imputable non aux Etats défendeurs
mais à l’OTAN, organisation dotée d’une
personalité juridique internationale distincte de celle de ses
Etats membres. Le gouvernement turc formule par ailleurs certaines
observations précisant son analyse de la situation qui
prévaut dans la partie nord de Chypre.
33. Enfin, les gouvernements de la Hongrie, de l’Italie et de la
Pologne considèrent que, contrairement à ce qu’exige
l’article 35 § 1 de la Convention, les requérants n’ont pas
épuisé les voies de recours qui s’ouvraient à eux
dans lesdits Etats.
A. Les requérants et leurs proches décédés
relevaient-ils de la « juridiction » des Etats
défendeurs, au sens de l’article 1 de la Convention ?
34. Dès lors que c’est principalement sur la base d’une
réponse négative à cette question que les
Gouvernements contestent la recevabilité de la requête, la
Cour se penchera tout d’abord sur ce point. L’article 1 de la
Convention est ainsi libellé :
« Les Hautes Parties contractantes reconnaissent à toute
personne relevant de leur juridiction les droits et libertés
définis au titre I de la (...) Convention »
1. Les observations des gouvernements défendeurs
35. Les Gouvernements soutiennent que les requérants et leurs
proches décédés ne relevaient pas, à
l’époque pertinente, de la « juridiction » des Etats
défendeurs, la requête étant dès lors
incompatible ratione personae avec les dispositions de la Convention.
36. Quant au sens précis à attribuer au terme «
juridiction », ils considèrent que celui-ci doit
être interprété suivant le sens ordinaire et bien
établi qu’il revêt en droit international public.
L’exercice par un Etat de sa « juridiction » impliquerait
ainsi l’affirmation ou l’exercice d’une autorité juridique
actuelle ou présumée sur des personnes redevable d’une
certaine forme d’allégeance à l’Etat en question ou ayant
été placées sous son contrôle. Par ailleurs,
le terme de « juridiction » supposerait
généralement une forme de relation structurée
existant normalement pendant un certain laps de temps.
37. Les Gouvernements s’estiment confortés dans leur analyse
à cet égard par la jurisprudence de la Cour ayant
appliqué la notion de juridiction pour affirmer que certains
individus subissant les effects d’actes accomplis par un Etat
défendeur en dehors de son territoire peuvent passer pour
relever de la juridiction de cet Etat au motif que celui-ci
exerçait sur eux une certaine forme d’autorité juridique.
L’arrestation et la détention des requérants en dehors du
territoire de l’Etat défendeur dans les affaires Issa et
Öcalan (Issa et autres c. Turquie (déc.), n° 31821/96,
30 mai 2000, non publiée, et Öcalan c. Turquie
(déc.), n° 46221/99, 14 décembre 2000, non
publiée) relèveraient ainsi d’un exercice classique, par
des forces militaires opérant sur un sol étranger, de
pareille autorité juridique ou compétence sur les
personnes concernées, tandis que dans l’affaire Xhavara, qui
concernait une allégation aux termes de laquelle un navire de
guerre italien avait délibérément pris pour cible
un navire albanais à quelque 35 milles nautiques au large des
côtes italiennes (Xhavara et autres c. Italie et Albanie
(déc.), n° 39473/98, 11 janvier 2001, non publiée),
la juridiction était partagée en vertu d’un accord
écrit entre les Etats défendeurs. Les Gouvernements
voient également une confirmation de leur interprétation
de la notion de juridiction dans les travaux préparatoires de la
Convention et dans la pratique suivie par les Etats relativement
à l’application de celle-ci depuis qu’ils l’ont ratifiée.
Ils se réfèrent, sur ce dernier point, à la
non-notification de dérogations au titre de l’article 15 pour
les opérations militaires auxquelles les Etats contractants ont
participé en dehors de leur territoire.
38. Les Gouvernement concluent que le comportement incriminé par
les requérants ne peut manifestement être décrit
comme l’exercice de semblable autorité juridique ou
compétence.
39. Les Gouvernements se tournent ensuite vers les principaux arguments
des requérants relatifs à la portée de la notion
de « juridiction » figurant à l’article 1 de la
Convention, la thèse des intéressés consistant
à dire que l’obligation positive de protection que
prévoit cette clause s’applique proportionnellement au
contrôle exercé.
40. A cet égard, les Gouvernements considèrent
premièrement que le texte même de l’article 1 ne fournit
aucun appui à pareille interprétation. Si les auteurs
avaient souhaité mettre en place ce qui constitue en
vérité un type de responsabilité « de cause
à effet », ils auraient pu adopter un libellé
analogue à celui de l’article 1 des Conventions de Genève
de 1949 (cité ci-dessus, § 25). En tout état de
cause, l’interprétation prônée par les
requérants du terme de « juridiction » donnerait
à l’obligation positive des Etats contractants de
reconnaître les droits matériels définis dans la
Convention une portée qui n’a jamais été
envisagée par l’article 1 de celle-ci .
41. Les Gouvernements estiment deuxièmement que l’invocation par
les requérants de l’article 15 à l’appui de leur
interprétation extensive de l’article 1 est erronée et
que ladite clause renforce en fait leur thèse à eux. Rien
en effet dans le texte ou l’application de l’article 15 de la
Convention n’impliquerait, comme les requérants le supposeraient
à tort, que le second paragraphe de cet article vise les
situations de « guerre » ou d’« urgence » tant
à l’extérieur qu’à l’intérieur du
territoire des Etats contractants. Dès lors, l’article 15 §
2 ne corroborerait pas l’interprétation large de l’article 1
proposée par les requérants.
42. Troisièmement, et quant à l’observation des
requérants selon laquelle les citoyens de la RFY se verraient
privés de tout recours au sens de la Convention, les
Gouvernements rappellent qu’un constat aux termes duquel la Turquie
n’était pas responsable au titre de la Convention dans les
affaires concernant la partie nord de Chypre aurait privé les
habitants dudit territoire du bénéfice des droits
garantis par la Convention dont ils auraient autrement eu la jouissance
(arrêts Loizidou c. Turquie du 23 mars 1995 (exceptions
préliminaires), série A n° 310, Loizidou c. Turquie
du 18 décembre 1996 (fond), Recueil des arrêts et
décisions 1996–VI, n° 26, et Chypre c. Turquie [GC], n°
25781/94, CEDH 2001). Ils relèvent qu’en l’espèce la RFY
n’était pas et n’est toujours pas partie à la Convention,
et que ses habitants ne pouvaient puiser aucun droit dans la Convention.
43. Quatrièmement, les Gouvernements contestent avec vigueur les
arguments des requérants relatifs au risque qu’il y aurait
à ne pas rendre responsables au titre de la Convention les Etats
participant à des missions militaires du type de celle
incriminée en l’espèce. Selon eux, ce serait plutôt
la théorie nouvelle de type causal de la juridiction
extraterritoriale prônée par les requérants qui
entraînerait de graves conséquences au plan international.
Combinée avec l’affirmation préconisée par les
intéressés de la responsabilité solidaire de
l’ensemble des Etats du fait de leur qualité de membres de
l’OTAN, pareille théorie mettrait gravement à mal le but
et le système de la Convention. En particulier, elle aurait des
conséquences sérieuses sur toute action collective
militaire internationale, dans la mesure où elle rendrait la
Cour compétente pour contrôler la participation des Etats
contractants à des missions militaires menées où
que ce soit sur le globe dans des conditions où il serait
impossible auxdits Etats d’assurer aux habitants des territoires
concernés la jouissance de l’un quelconque des droits garantis
par la Convention, y compris dans les situations où un Etat
contractant ne prendrait aucune part active à la mission
incriminée. Le danger de violer la Convention qui en
résulterait risquerait, d’après les Gouvernements, de
saper de manière significative la participation des Etats
à de telles missions et déboucherait en tout état
de cause sur des dérogations au titre de l’article 15 de la
Convention qui seraient bien plus protectrices pour les Etats. De plus,
le droit humanitaire international, le TPIY et, depuis peu, la Cour
pénale internationale (« CPI ») seraient là
pour réguler ce type de comportement des Etats.
44. Enfin, les Gouvernements récusent également les
théories subsidiaires développées par les
requérants quant à la responsabilité des Etats au
titre de l’article 1 de la Convention. En ce qui concerne l’argument
tiré du contrôle que les forces de l’OTAN auraient
exercé sur l’espace aérien au-dessus de Belgrade, ils
démentent que pareil contrôle existât et contestent
en tout état de cause que la maîtrise d’un espace
aérien puisse être mise sur le même plan qu’un
contrôle territorial d’une nature et d’une étendue, telles
qu’identifiées dans les arrêts précités
concernant la partie nord de Chypre, propres à faire conclure
à l’exercice d’un contrôle effectif ou d’une
autorité juridique. Ils jugent par ailleurs erronée la
comparaison faite par les requérants entre la présente
espèce et l’affaire Soering (arrêt Soering c. Royaume-Uni
du 7 juillet 1989, série A, n° 161). A l’époque
où devait être prise la décision litigieuse
concernant l’opportunité d’extrader M. Soering, ce dernier se
trouvait en effet détenu sur le territoire de l’Etat
défendeur, situation correspondant à un exercice
classique par l’Etat de son autorité juridique sur un individu
auquel il est en mesure de garantir le respect de l’ensemble des droits
consacrés par la Convention.
45. En résumé, les Gouvernements soutiennent que les
requérants et leurs proches décédés ne
relevaient pas de la juridiction des Etats défendeurs et que,
par conséquent, leur requête est incompatible ratione
personae avec les dispositions de la Convention.
2. Les arguments des requérants
46. Les requérants considèrent que la requête est
compatible ratione loci avec les dispositions de la Convention, dans la
mesure où le bombardement de la RTS les a placés dans la
sphère de juridiction des Etats défendeurs. Ils
soutiennent en particulier que la « juridiction » desdits
Etats peut se déterminer à partir d’une adaptation des
critères du « contrôle effectif »
dégagés par la Cour dans les arrêts Loizidou
précités (exceptions préliminaires et fond), de
sorte que l’étendue de l’obligation positive procédant de
l’article 1 de la Convention de reconnaître les droits
consacrés par celle-ci serait proportionnée à
l’ampleur du contrôle effectivement exercé. Ils estiment
que cette conception de la notion de juridiction au sens de l’article 1
est de nature à fournir à la Cour des critères
exploitables pour le traitement des plaintes pouvant naître
à l’avenir de situations comparables.
47. Ainsi, lorsque la Cour, dans les arrêts Loizidou
précités (exceptions préliminaires et fond), jugea
que les forces turques exerçaient un contrôle effectif sur
la partie nord de Chypre, il était juste de considérer
que la Turquie avait l’obligation de garantir le respect sur le
territoire en question de l’ensemble des droits consacrés par la
Convention. En revanche, lorsque les Etats défendeurs frappent
une cible située en dehors de leur territoire, ils ne sont pas
tenus à l’impossible (assurer le respect de l’éventail
complet des droits reconnus par la Convention), mais ils doivent
être jugés responsables des violations des droits garantis
par la Convention dont ils avaient la possibilité d’assurer le
respect dans la situation en cause.
48. Les requérants soutiennent que cette approche se concilie
parfaitement avec l’état actuel de la jurisprudence issue de la
Convention, et ils invoquent en particulier les décisions sur la
recevabilité adoptées dans les affaires Issa, Xhavara et
Öcalan précitées, ainsi que celle rendue dans
l’affaire Ilascu (Ilascu c. Moldova et Fédération de
Russie (déc.), n° 48787/99, 4 juillet 2001, non
publiée). Ils la jugent également compatible avec
l’interprétation d’expressions similaires donnée par la
Commission interaméricaine des Droits de l’Homme (voir le
rapport relatif à l’affaire Coard précité, §
23). Se référant à une affaire du Comité
des Droits de l’Homme des Nations unies, ils affirment que ledit
Comité est parvenu à des conclusions analogues
relativement à l’article 2 § 1 du Pacte de 1966 et à
l’article 1 du Protocole facultatif à cet instrument.
49. Ils estiment en outre que leur approche du concept de «
juridiction » trouve un appui dans le texte et la structure de la
Convention, en particulier dans l’article 15 : celui-ci serait en
effet, selon eux, privé de sens s’il ne s’appliquait pas
également aux situations de guerre ou d’urgence
extraterritoriales. Dès lors, en l’absence de notification de
dérogation à cette disposition, la Convention
s’appliquerait même pendant de tels conflits.
50. Quant à l’invocation par les Gouvernements des travaux
préparatoires, les requérants font observer que ceux-ci
ne constituent pas une source de preuve essentielle ou
définitive quant au sens à attribuer au terme «
juridiction » figurant à l’article 1 de la Convention. Ils
relèvent en effet que l’« autorité juridique
» et la « relation structurée » dont les
Gouvernements font des éléments essentiels de la notion
de juridiction ne sont pas mentionnées dans les travaux
préparatoires.
51. Ils rejettent par ailleurs la thèse des Gouvernements selon
laquelle leur interprétation de l’article 1 constituerait un
dangereux précédent. La présente espèce ne
concernerait pas un accident ou une omission survenus à
l’occasion d’une mission de maintien de la paix des Nations unies, ni
des actes commis par des « soldats voyous ». Elle mettrait
en cause un acte délibéré, approuvé par
chacun des Etats défendeurs et exécuté
conformément au plan établi. Les requérants
soutiennent que ce qui serait dangereux, ce serait de ne pas rendre les
Etats responsables des violations de la Convention pouvant
résulter de ce type d’actions. Mettant en exergue la
prééminence du droit à la vie et le rôle de
la Convention comme instrument de l’ordre public européen, ils
soulignent que le fait d’écarter la responsabilité des
Etats défendeurs laisserait les requérants sans le
moindre recours et les armées des Etats défendeurs libres
d’agir en toute impunité. La CIJ ne serait pas compétente
pour recevoir des plaintes individuelles, le TPIY statuerait sur la
responsabilité d’individus accusés de graves crimes de
guerre et la CPI n’aurait pas encore été établie.
52. A titre subsidiaire, les requérants allèguent qu’eu
égard à l’ampleur de l’opération aérienne
et au nombre relativement faible de victimes le contrôle
qu’exerçait l’OTAN sur l’espace aérien était
pratiquement aussi complet que celui qu’exerçait la Turquie sur
le territoire de la partie nord de Chypre. Il s’agissait certes d’un
contrôle de portée limitée (il ne s’exerçait
que sur l’espace aérien), mais l’obligation positive
résultant de l’article 1 pourrait être limitée de
manière analogue. Les notions de « contrôle effectif
» et de « juridiction » devraient être
suffisamment flexibles pour tenir compte de la disponibilité et
de l’usage d’armes de précision modernes, qui autoriseraient des
actions extraterritoriales de grande précision et de fort impact
sans nécessiter la présence de troupes au sol. Compte
tenu de ces progrès de la technique moderne, l’invocation d’une
différence entre des attaques aériennes et des actions
menées par des troupes au sol serait aujourd’hui
dépourvue de pertinence.
53. A titre plus subsidiaire encore, les requérants, comparant
les circonstances de la présente espèce et celles qui
caractérisaient l’affaire Soering précitée,
soutiennent que l’acte incriminé n’était en
réalité que l’effet extraterritorial de décisions
antérieures, prises sur le territoire des Etats
défendeurs, de bombarder la RTS et de lancer le missile. On
pourrait dès lors considérer, pour les mêmes motifs
que ceux retenus dans l’affaire Soering, qu’ils relevaient de la
juridiction des Etats défendeurs.
3. L’appréciation de la Cour
54. La Cour relève que le lien réel entre les
requérants et les Etats défendeurs est constitué
de l’acte incriminé, qui, où qu’il ait été
décidé, a été accompli ou a
déployé ses effets en dehors du territoire desdits Etats
(« l’acte extraterritorial »). Elle estime qu’il s’agit
donc essentiellement de rechercher si l’on peut considérer que,
du fait de l’acte extraterritorial, les requérants et leurs
proches décédés étaient susceptibles de
relever de la juridiction des Etats défendeurs (arrêts
Drozd et Janousek c. France et Espagne du 26 juin 1992, série A
n° 240, § 91, Loizidou (exceptions préliminaires et
fond) précités, § 64 et § 56 respectivement, et
Chypre c. Turquie précité, § 80).
a) Les règles d’interprétation applicables
55. La Cour rappelle que la Convention doit être
interprétée à la lumière des règles
fixées dans la Convention de Vienne de 1969 (arrêt Golder
c. Royaume-Uni du 21 février 1975, série A n° 18,
§ 29).
56. Elle cherchera donc à déterminer le sens ordinaire
devant être attribué aux termes « relevant de leur
juridiction » dans leur contexte et à la lumière de
l’objet et du but de la Convention (article 31 § 1 de la
Convention de Vienne de 1969 et, parmi d’autres, l’arrêt Johnston
et autres c. Irlande du 18 décembre 1986, série A n°
112, § 51). Elle tiendra compte également de « toute
pratique ultérieurement suivie dans l’application du
traité par laquelle est établi l’accord des parties
à l’égard de l’interprétation du traité
» (article 31 § 3 b) de la Convention de Vienne de 1969 et
arrêt Loizidou (exceptions préliminaires)
précité, § 73).
57. De surcroît, l’article 31 § 3 c) indique qu’il y a lieu
de tenir compte de « toute règle pertinente du droit
international applicable dans les relations entre les parties ».
D’une manière plus générale, la Cour
réaffirme que les principes qui sous-tendent la Convention ne
peuvent s’interpréter et s’appliquer dans le vide. Elle doit
aussi prendre en compte toute règle pertinente du droit
international lorsqu’elle se prononce sur des différends
concernant sa compétence et, par conséquent,
déterminer la responsabilité des Etats
conformément aux principes du droit international
régissant la matière, tout en tenant compte du
caractère particulier de la Convention, instrument de protection
des droits de l’homme (arrêt Loizidou (fond)
précité, §§ 43 et 52). Aussi la Convention
doit-elle s’interpréter, dans toute la mesure du possible, en
harmonie avec les autres principes du droit international, dont elle
fait partie (Al-Adsani c. Royaume-Uni [GC], n° 35763, § 60,
à paraître dans CEDH 2001).
58. La Cour rappelle par ailleurs que les travaux préparatoires
peuvent également être consultés en vue de
confirmer le sens résultant de l’application de l’article 31 de
la Convention de Vienne de 1969 ou de déterminer le sens lorsque
l’interprétation donnée conformément audit article
31 laisse le sens « ambigu ou obscur », ou conduit à
un résultat qui est « manifestement absurde ou
déraisonnable » (article 32). La Cour a également
pris note du commentaire de la CDI sur la relation entre les
règles d’interprétation codifiées dans lesdits
articles 31 et 32 (dont le texte ainsi qu’un résumé du
commentaire fait à leur sujet par la CDI figurent aux
paragraphes 16-18 ci-dessus).
b) Le sens devant être attribué aux mots « relevant
de leur juridiction »
59. En ce qui concerne le « sens ordinaire » des termes
pertinents figurant dans l’article 1 de la Convention, la Cour
considère que, du point de vue du droit international public, la
compétence juridictionnelle d’un Etat est principalement
territoriale. Si le droit international n’exclut pas un exercice
extraterritorial de sa juridiction par un Etat, les
éléments ordinairement cités pour fonder pareil
exercice (nationalité, pavillon, relations diplomatiques et
consulaires, effet, protection, personnalité passive et
universalité, notamment) sont en règle
générale définis et limités par les droits
territoriaux souverains des autres Etats concernés (Mann,
« The Doctrine of Jurisdiction in International Law », RdC,
1964, vol. 1 ; Mann, « The Doctrine of Jurisdiction in
International Law, Twenty Years Later », RdC, 1984, vol. 1 ;
Bernhardt, Encyclopaedia of Public International Law, édition
1997, vol. 3, pp. 55–59 (« Jurisdiction of States »), et
édition 1995, vol. 2, pp. 337–343 (« Extra-territorial
Effects of Administrative, Judicial and Legislative Acts ») ;
Oppenheim’s International Law 9è édition 1992 (Jennings
and Watts), vol. 1, § 137 ; P.-M. Dupuy, Droit international
public, 4è édition 1998, p. 61 ; Brownlie, Principles of
International Law, 5è édition 1998, pp. 287, 301 et
312–314).
60. Ainsi, par exemple, la possibilité pour un Etat d’exercer sa
juridiction sur ses propres ressortissants à l’étranger
est subordonnée à la compétence territoriale de
cet Etat et d’autres (Higgins, « Problems and Process »
(1994), p. 73 ; et Nguyen Quoc Dinh, Droit international public,
6è édition 1999 (Daillier et Pellet), p. 500). De
surcroît, un Etat ne peut concrètement exercer sa
juridiction sur le territoire d’un autre Etat sans le consentement,
l’invitation ou l’acquiescement de ce dernier, à moins que le
premier ne soit un Etat occupant, auquel cas on peut considérer
qu’il exerce sa juridiction sur ce territoire, du moins à
certains égards (Bernhardt, précité, vol. 3, p.
59, et vol. 2, pp. 338–340 ; Oppenheim, précité, §
137 ; P.-M. Dupuy, précité, pp. 64-65 ; Brownlie,
précité, p. 313 ; Cassese, International Law, 2001, p. 89
; et tout récemment, le Rapport sur le traitement
préférentiel des minorités nationales par leur
Etat-parent, adopté par la Commission de Venise lors de sa
48ème réunion plénière (Venise, les 19-20
octobre 2001).
61. Aussi la Cour estime-t-elle que l’article 1 de la Convention doit
passer pour refléter cette conception ordinaire et
essentiellement territoriale de la juridiction des Etats, les autres
titres de juridiction étant exceptionels et nécessitant
chaque fois une justification spéciale, fonction des
circonstances de l’espèce (voir, mutatis mutandis et en
général, le Comité restreint d’experts sur la
compétence pénale extraterritoriale, Comité
européen pour les problèmes criminels, Conseil de
l’Europe, « Compétence pénale extraterritoriale
», rapport publié en 1990, pp. 8–30).
62. La Cour considère que la pratique suivie par les Etats
contractants dans l’application de la Convention depuis sa ratification
montre qu’ils ne redoutaient pas l’engagement de leur
responsabilité extraterritoriale dans des contextes analogues
à celui de la présente espèce. Si certains Etats
contractants ont participé, depuis leur ratification de la
Convention, à un certain nombre de missions militaires qui les
ont amenés à accomplir des actes extraterritoriaux
(notamment dans le Golfe, en Bosnie-Herzégovine et en RFY),
aucun d’eux n’a jamais indiqué par la notification d’une
dérogation au titre de l’article 15 de la Convention qu’il
considérait que les actes extraterritoriaux impliquaient
l’exercice d’un pouvoir de juridiction au sens de l’article 1 de la
Convention. Les dérogations existantes ont été
notifiées par la Turquie et par le Royaume-Uni relativement
à certains conflits internes (dans le Sud-Est de la Turquie et
en Irlande du Nord respectivement), et la Cour ne décèle
aucun élément qui lui permettrait d’accueillir la
thèse des requérants selon laquelle l’article 15 couvre
l’ensemble des situations de « guerre » et d’«
urgence », tant à l’intérieur qu’à
l’extérieur du territoire des Etats contractants. De fait,
l’article 15 lui-même doit se lire à la lumière de
la limitation de « juridiction » énoncée
à l’article 1 de la Convention.
63. Enfin, la Cour trouve une confirmation claire de cette conception
essentiellement territoriale de la juridiction des Etats dans les
travaux préparatoires de la Convention, lesquels
révèlent que si le comité d’experts
intergouvernamental remplaça les termes « résidant
sur leur territoire » par les mots « relevant de leur
juridiction », c’était afin d’étendre l’application
de la Convention aux personnes qui, sans résider, au sens
juridique du terme, sur le territoire d’un Etat se trouvent
néanmoins sur le territoire de cet Etat (paragraphe 19
ci-dessus).
64. Il est vrai que le principe selon lequel la Convention est un
instrument vivant qui doit être interprété à
la lumière des conditions actuelles est solidement ancré
dans la jurisprudence de la Cour. Celle-ci l’a appliqué non
seulement aux dispositions normatives de la Convention (par exemple,
dans les arrêts Soering précité, § 102,
Dudgeon c. Royaume-Uni du 22 octobre 1981, série A n° 45, X,
Y et Z c. Royaume-Uni du 22 avril 1997, Recueil 1997–II, V. c.
Royaume-Uni [GC] n° 24888/94, § 72, CEDH 1999–IX, et Matthews
c. Royaume-Uni [GC], n° 24833/94, § 39, CEDH 1999–I), mais
également, et c’est davantage pertinent pour la présente
espèce, lorsqu’il s’est agi pour elle d’interpréter les
anciens articles 25 et 46 de la Convention relativement à la
reconnaissance par un Etat contractant de la compétence des
organes de la Convention (arrêt Loizidou (exceptions
préliminaires) précité, § 71). La Cour
considéra, dans le dernier arrêt cité, que les
anciens articles 25 et 46 de la Convention ne pouvaient
s’interpréter uniquement en conformité avec les
intentions de leurs auteurs, telles qu’elles avaient été
exprimées plus de quarante ans auparavant, dans la mesure
où même s’il s’était trouvé établi
que les restrictions en cause devaient passer pour admissibles au
regard desdites clauses à l’époque où une
minorité des Parties contractantes existant à
l’époque de l'arrêt de la Cour avaient adopté la
Convention, pareille preuve ne pouvait « être
déterminante ».
65. Or, contrairement à la question de la compétence des
organes de la Convention pour connaître d’une espèce, qui
était débattue dans l’affaire Loizidou (exceptions
préliminaires), la portée de l’article 1, qui se trouve
au cœur du présent litige, est déterminante pour celle
des obligations positives pesant sur les Parties contractantes et,
partant, pour la portée et l’étendue de tout le
système protection des droits de l’homme mis en place par la
Convention. En tout état de cause, les passages des travaux
préparatoires cités ci-dessus fournissent une indication
claire et ne pouvant être ignorée du sens que les auteurs
de la Convention ont entendu donner audit article 1. La Cour souligne
qu’elle n’interprète pas la disposition en cause «
uniquement » en conformité avec les travaux
préparatoires et qu’elle ne juge pas ceux-ci «
déterminants » ; elle voit plutôt dans les travaux
préparatoires une confirmation non équivoque du sens
ordinaire de l’article 1 de la Convention tel qu’elle l’a
déjà identifié (article 32 de la Convention de
Vienne de 1969).
66. Ainsi, comme la Cour l’a dit dans l’affaire Soering :
« L’article 1 (...) fixe une limite, notamment territoriale, au
domaine de la Convention. En particulier, l’engagement des Etats
contractants se borne à reconnaître « (en anglais
« to secure ») aux personnes relevant de leur «
juridiction » les droits et libertés
énumérés. En outre, la Convention ne régit
pas les actes d’un Etat tiers, ni ne prétend exiger des Parties
contractantes qu’elles imposent ses normes à pareil Etat. »
c) Actes extraterritoriaux reconnus comme s’analysant en l’exercice par
l’Etat concerné de sa juridiction
67. En conformité avec la notion essentiellement territoriale de
juridiction, la Cour n’a admis que dans des circonstances
exceptionnelles que les actes des Etats contractants accomplis ou
produisant des effets en dehors de leur territoire peuvent s’analyser
en l’exercice par eux de leur juridiction au sens de l’article 1 de la
Convention.
68. Elle a évoqué dans sa jurisprudence, à titre
d’exemples censés montrer que la juridiction d’un Etat
défendeur « ne se circonscrit pas [à son]
territoire national » (arrêt Loizidou (exceptions
préliminaires) précité, § 62), des situations
dans lesquelles l’extradition ou l’expulsion d’une personne par un Etat
contractant peut soulever un problème au regard des articles 2
et/ou 3 (ou, exceptionnellement, au regard des articles 5 et/ou 6),
donc engager la responsabilité de l’Etat au titre de la
Convention (arrêts Soering précité, § 91, Cruz
Varas et autres c. Suède du 20 mars 1991, série A n°
201, §§ 69 et 70, et Vilvarajah et autres c. Royaume-Uni du
30 octobre 1991, série A n° 215, § 103).
La Cour note toutefois que, dans les cas précités, les
Etats défendeurs avaient engagé leur
responsabilité par des actes concernant des personnes qui
avaient été accomplis alors que celles-ci se trouvaient
sur leur territoire et qu’elles relevaient dès lors
manifestement de leur juridiction, et que pareils cas ne concernent pas
l’exercice actuel par un Etat de sa compétence ou juridiction
à l’étranger (voir également l’arrêt
Al-Adsani précité, § 39).
69. Un autre exemple mentionné au paragraphe 62 de l’arrêt
Loizidou (exceptions préliminaires) précité
était l’arrêt Drozd et Janousek, dans lequel la Cour,
citant un certain nombre de décisions sur la recevabilité
adoptées par la Commission, avait admis que la
responsabilité des Parties contractantes (en l’occurrence la
France et l’Espagne) pouvait en principe entrer en jeu à raison
d’actes émanant de leurs organes (en l’occurrence des juges)
ayant été accomplis ou ayant produit des effets en dehors
de leur territoire (arrêt Drozd et Janousek
précité, § 91). Dans ladite affaire, les actes
incriminés ne pouvaient, eu égard aux circonstances,
être imputés aux Etats défendeurs, dès lors
que les juges mis en cause n’avaient pas agi en leur qualité de
juges français ou espagnols et que les juridictions andorrannes
fonctionnaient indépendament desdits Etats.
70. En outre, dans son premier arrêt Loizidou (exceptions
préliminaires), la Cour jugea que, compte tenu de l’objet et du
but de la Convention, une Partie contractante pouvait voir sa
responsabilité engagée lorsque, par suite d’une action
militaire – légale ou non –, elle exerçait en pratique
son contrôle sur une zone située en dehors de son
territoire national. Elle estima que l’obligation d’assurer dans une
telle région le respect des droits et libertés garantis
par la Convention découlait du fait de ce contrôle, qu’il
s’exerçât directement, par l’intermédiaire des
forces armées des Etats concernés ou par le biais d’une
administration locale subordonnée. Elle conclut que les actes
dénoncés par la requérante étaient «
de nature à relever de la juridiction de la Turquie au sens de
l’article 1 de la Convention ».
Statuant au fond, la Cour jugea qu’il ne s’imposait pas de
déterminer si la Turquie exerçait en
réalité dans le détail un contrôle sur la
politique et les actions des autorités de la «
République turque de Chypre du Nord » (« RTCN
»). Le grand nombre de soldats participant à des missions
actives dans le nord de Chypre attestait selon elle que l’armée
turque exerçait « en pratique un contrôle global sur
cette partie de l’île ». La Cour estima que, d’après
le critère pertinent et dans les circonstances de la cause, ce
contrôle engageait la responsabilité de la Turquie
à raison de la politique et des actions de la « RTCN
». Elle considéra que les personnes touchées par
cette politique ou ces actions relevaient donc de la «
juridiction » de la Turquie aux fins de l’article 1 de la
Convention, et que l’obligation qui incombait audit Etat de garantir
à la requérante les droits et libertés
définis dans la Convention s’étendait en
conséquence à la partie septentionale de Chypre.
Dans son arrêt Chypre c. Turquie précité,
adopté ultérieurement, la Cour ajouta qu’étant
donné que la Turquie exerçait en pratique un
contrôle global sur le territoire concerné, sa
responsabilité ne pouvait se circonscrire aux actes commis par
ses propres agents sur ce territoire mais s’étendait
également aux actes de l’administration locale qui survivait
grâce à son soutien. Elle jugea ainsi qu’en vertu de la
« juridiction » exercée par lui au sens de l’article
1 de la Convention, ledit Etat devait assurer dans la partie
septentrionale de Chypre le respect de la totalité des droits
matériels consacrés par la Convention.
71. En résumé, il ressort de sa jurisprudence que la Cour
n’admet qu’exceptionnellement qu’un Etat contractant s’est livré
à un exercice extraterritorial de sa compétence : elle ne
l’a fait jusqu’ici que lorsque l’Etat défendeur, au travers du
contrôle effectif exercé par lui sur un territoire
extérieur à ses frontières et sur ses habitants
par suite d’une occupation militaire ou en vertu du consentement, de
l’invitation ou de l’acquiescement du gouvernement local, assumait
l’ensemble ou certains des pouvoirs publics relevant normalement des
prérogatives de celui-ci.
72. C’est ainsi que, conformément à cette approche, la
Cour a jugé récemment que la participation d’un Etat en
qualité de défendeur à une procédure
dirigée contre lui dans un autre Etat n’emporte pas par cela
seul exercice extraterritorial par lui de sa juridiction (McElhinney c.
Irlande et Royaume-Uni (déc.), n° 31253-96, p. 7, 9
février 2000, non publiée). La Cour s’exprima ainsi :
« Dans la mesure où le requérant se plaint, sur le
terrain de l’article 6 (...), de l’attitude adoptée par le
gouvernement britannique dans la procédure irlandaise, la Cour
ne juge pas nécessaire d’examiner dans l’abstrait la question de
savoir si les actes accomplis par un gouvernement en sa qualité
de partie à des procédures judiciaires menées dans
un autre Etat contractant sont de nature à engager sa
responsabilité au titre de l’article 6 (...) La Cour
considère que, compte tenu des circonstances
particulières de l’espèce, le fait que le gouvernement
britannique ait soulevé devant les juridictions irlandaises une
exception tirée de son immunité souveraine dans une
procédure dont l’initiative avait été prise par le
requérant ne suffit pas à faire relever ce dernier de la
juridiction du Royaume-Uni au sens de l’article 1 de la Convention.
»
73. La Cour note par ailleurs qu’on rencontre d’autres cas d’exercice
extraterritorial de sa compétence par un Etat dans les affaires
concernant des actes accomplis à l’étranger par des
agents diplomatiques ou consulaires, ou à bord d’aéronefs
immatriculés dans l’Etat en cause ou de navires battant son
pavillon. Dans ces situations spécifiques, il est clair que le
droit international coutumier et des dispositions conventionnelles ont
reconnu et défini l’exercice extraterritorial de sa juridiction
par l’Etat concerné.
d) Dans ces conditions, les requérants en l’espèce
étaient-ils susceptibles de relever de la « juridiction
» des Etats défendeurs ?
74. Les requérants soutiennent que le bombardement de la RTS par
les Etats défendeurs constitue un exemple supplémentaire
d’acte extraterritorial susceptible d’entrer dans le champ
d’application de la notion de « juridiction » au sens de
l’article 1 de la Convention et proposent ainsi un affinement de la
définition du sens ordinaire du terme « juridiction
» figurant audit article. La Cour doit donc se convaincre qu’il
existe en l’espèce des circonstances également
exceptionnelles propres à faire conclure à un exercice
extraterritorial de leur juridiction par les Etats défendeurs.
75. A cet égard, les requérants suggèrent
premièrement d’appliquer de manière spécifique les
critères du « contrôle effectif »
développés dans les affaires relatives à la partie
septentrionale de Chypre. Ils soutiennent que l’obligation positive
résultant de l’article 1 va jusqu’à astreindre les Etats
à assurer le respect des droits consacrés par la
Convention à proportion du contrôle exercé dans une
situation extraterritoriale donnée. Pour les Gouvernements,
admettre cela reviendrait à entériner une conception
causale de la notion de juridiction qui n’aurait pas été
envisagée par l’article 1 de la Convention ou qu’il ne serait
pas approprié de retenir. La Cour estime que la thèse des
requérants équivaut à considérer que toute
personne subissant des effets négatifs d’un acte imputable
à un Etat contractant « relève » ipso facto,
quel que soit l’endroit où l’acte a été commis et
où que ses conséquences aient été
ressenties, « de la juridiction » de cet Etat aux fins de
l’article 1 de la Convention.
La Cour incline à souscrire à l’argument des
Gouvernements selon lequel le texte de l’article 1 ne s’accomode pas
d’une telle conception de la notion de « juridiction ».
Certes, les requérants admettent que pareille «
juridiction » et la responsabilité au regard de la
Convention qui en découlerait pour l’Etat concerné se
limiteraient aux circonstances ayant entouré l’accomplissement
de l’acte et aux conséquences de celui-ci. La Cour estime
toutefois que le texte de l’article 1 n’offre aucun appui à
l’argument des requérants selon lequel l’obligation positive que
fait cette disposition aux Etats contractants de reconnaître
« les droits et libertés définis au titre I de la
(...) Convention » peut être fractionnée et
adaptée en fonction des circonstances particulières de
l’acte extraterritorial en cause. Elle considère au demeurant
que la même conclusion découle du texte de l’article 19 de
la Convention. De surcroît, la thèse des requérants
n’explique pas l’emploi des termes « relevant de leur juridiction
» qui figurent à l’article 1 et va même
jusqu’à rendre ceux-ci superflus et dénués de
toute finalité. Du reste, si les auteurs de la Convention
avaient voulu assurer une juridiction aussi extensive que ne le
préconisent les requérants, ils auraient pu adopter un
texte identique ou analogue à celui, contemporain, des articles
1 des quatre Conventions de Genève de 1949 (paragraphe 25
ci-dessus).
Par ailleurs, l’interprétation donnée par les
requérants de la notion de juridiction revient à
confondre la question de savoir si un individu « relève de
la juridiction » d’un Etat contractant et celle de savoir si
l’intéressé peut être réputé victime
d’une violation de droits garantis par la Convention. Or il s’agit
là de conditions de recevabilité séparées
et distinctes devant chacune être remplie, dans l’ordre
précité, pour qu’un individu puisse invoquer les
dispositions de la Convention à l’encontre d’un Etat contractant.
76. Deuxièmement, et à titre subsidiaire, les
requérants soutiennent que la portée limitée
à l’espace aérien du contrôle exercé par les
Etats contractants n’excluait pas pour ces derniers l’obligation
positive de protéger les requérants, mais ne faisait que
circonscrire son étendue. La Cour considère que cet
argument est essentiellement le même que celui avancé
à titre principal et le rejette pour les mêmes raisons.
77. Troisièmement, les requérants développent un
autre argument subsidiaire, tiré d’une comparaison avec
l’affaire Soering précitée, en faveur de l’exercice de
leur juridiction par les Etats défendeurs. La Cour juge cet
argument peu convaincant, compte tenu des différences
fondamentales déjà relevées entre l’affaire
Soering et la présente espèce (paragraphe 68 ci-dessus).
78. Quatrièmement, la Cour ne juge pas nécessaire de se
prononcer sur le sens précis à attribuer dans divers
contextes aux clauses présentées comme analogues
relatives à la notion de juridiction qui figurent dans les
instruments internationaux mentionnés par les requérants,
car les observations des intéressés à cet
égard (paragraphe 48 ci-dessus) n’emportent pas sa conviction.
Elle relève que l’article 2 de la Déclaration
américaine des Droits et des Devoirs de l’Homme adoptée
en 1948 et mentionné dans le rapport Coard précité
de la Commission interaméricaine des droits de l’homme
(paragraphe 23 ci-dessus) ne comporte aucune limitation explicite de
juridiction. Par ailleurs, pour ce qui est de l’article 2 § 1 du
Pacte de 1966 (paragraphe 26 ci-dessus), dès 1950 les auteurs de
l’instrument avaient définitivement et expressément
limité sa portée territoriale, et l’on peut difficilement
soutenir qu’une reconnaissance exceptionnelle par le Comité des
droits de l’homme des Nations unies de certains cas de juridiction
extraterritoriale (dont les requérants ne fournissent au
demeurant qu’un seul exemple) soit de nature à battre en
brèche la portée explicitement territoriale
conférée à la notion de juridiction par ledit
article du Pacte de 1966 ou à expliquer le sens précis
devant être attribué à la notion de «
juridiction » figurant à l’article 1 du Protocole
facultatif de 1966 (paragraphe 27 ci-dessus). Si le texte de l’article
1 de la Convention américaine des droits de l’homme de 1978
(paragraphe 24 ci-dessus) comporte une condition de juridiction
analogue à celle figurant à l’article 1 de la Convention
européenne, les requérants n’ont produit devant la Cour
aucune jurisprudence pertinente concernant son interprétation.
79. Cinquièmement, et de façon plus
générale, les requérants soutiennent qu’une
décision affirmant qu’ils ne relevaient pas de la juridiction
des Etats défendeurs irait à l’encontre de la mission
d’ordre public impartie à la Convention et laisserait une lacune
regrettable dans le système de protection des droits de l’homme
institué par la Convention.
80. L’obligation de la Cour à cet égard consiste à
tenir compte de la nature particulière de la Convention,
instrument constitutionnel d’un ordre public européen pour la
protection des êtres humains, et son rôle, tel qu’il se
dégage de l’article 19 de la Convention, est d’assurer le
respect par les Parties contractantes des engagements souscrits par
elles (arrêt Loizidou (exceptions préliminaires)
précité, § 93). Aussi peut-on difficilement
prétendre qu’une décision refusant d’admettre la
juridiction extraterritoriale des Etats défendeurs
méconnaîtrait l’objectif d’ordre public de la Convention,
lequel souligne lui-même la vocation essentiellement
régionale du système de la Convention, ou l’article 19 de
celle-ci, qui ne fournit pas un éclairage particulier du champ
d’application territorial dudit système.
Certes, en adoptant son arrêt Chypre c. Turquie
précité, la Cour a eu conscience de la
nécessité d’éviter une « lacune regrettable
dans le système de protection des droits de l’homme »
(§ 78) dans la partie nord de Chypre. Toutefois, les Gouvernements
l’ont d’ailleurs relevé, cette observation se rapportait
à une situation entièrement différente de celle
incriminée en l’espèce. Les habitants de la partie nord
de Chypre se seraient en effet trouvés exclus, du fait du
« contrôle effectif » exercé par la Turquie
sur le territoire concerné et de l’impossibilité
concomitante pour le gouvernement de Chypre, Etat contractant, de
satisfaire aux obligations résultant pour lui de la Convention,
du bénéfice des garanties et du système
résultant de celle-ci qui leur avait jusque-là
été assuré.
En résumé, la Convention est un traité
multilatéral opérant, sous réserve de son article
56 , dans un contexte essentiellement régional, et plus
particulièrement dans l’espace juridique des Etats contractants,
dont il est clair que la RFY ne relève pas. Elle n’a donc pas
vocation à s’appliquer partout dans le monde, même
à l’égard du comportement des Etats contractants. Aussi
la Cour n’a-t-elle jusqu’ici invoqué l’intérêt
d’éviter de laisser des lacunes ou des solutions de
continuité dans la protection des droits de l’homme pour
établir la juridiction d’un Etat contractant que dans des cas
où, n’eussent été les circonstances
spéciales s’y rencontrant, le territoire concerné aurait
normalement été couvert par la Convention.
81. Enfin, les requérants se réfèrent, en
particulier, aux décisions sur la recevabilité des
affaires Issa et Öcalan précitées, adoptées
par la Cour. Il est vrai que la Cour a déclaré ces deux
affaires recevables et que celles-ci comportent certains griefs
relatifs à des actions qu’auraient commises des agents turcs en
dehors du territoire de la Turquie. En revanche, ni dans l’une ni dans
l’autre la question de la juridiction n’a été
soulevée par le gouvernement défendeur ou examinée
par la Cour, et en tout état de cause le fond de ces affaires
demeure à trancher. De même, on ne trouve trace d’aucune
exception se rapportant à la notion de juridiction dans la
décision d’irrecevabilité de l’affaire Xhavara
(précitée), à laquelle les requérants se
réfèrent également. Quoi qu’il en soit, les
requérants en l’occurrence ne contestent pas les
éléments de preuve fournis par les Gouvernements
concernant le partage, en vertu d’un accord écrit
préalable, de la juridiction entre l’Albanie et l’Italie dans
ladite espèce. Quant à l’affaire Ilascu, également
invoquée par les requérants et citée ci-dessus,
elle a trait à des allégations aux termes desquelles les
forces russes contrôlent une partie du territoire de la Moldova,
question qui devra être tranchée définitivement
lors de l’examen au fond de la cause. Dans ces conditions, les affaires
précitées ne fournissent aucun appui à
l’interprétation préconisée par les
requérants de la juridiction des Etats contractants, au sens de
l’article 1 de la Convention.
4. Conclusion de la Cour
82. Compte tenu de ce qui précède, la Cour n’est pas
persuadée de l’existence d’un lien juridictionnel entre les
personnes ayant été victimes de l’acte incriminé
et les Etats défendeurs. En conséquence, elle estime que
les requérants n’ont pas démontré
qu’eux-mêmes et leurs proches décédés
étaient susceptibles de « relever de la juridiction
» des Etats défendeurs du fait de l’acte extraterritorial
en cause.
B. Autres questions de recevabilité
83. Eu égard à sa conclusion ci-dessus, la Cour
considère qu’il ne s’impose pas d’examiner les autres
observations des parties sur la recevabilité de la requête.
Les questions qui s’y trouvaient abordées se rapportaient
à la possibilité d’engager la responsabilité
solidaire des Etats défendeurs pour un acte accompli par une
organisation internationale dont ils sont membres, à
l’épuisement des voies de recours internes au sens de l’article
35 § 1 de la Convention, et à la compétence de la
Cour pour examiner l’affaire, compte tenu des principes établis
par l’arrêt Or monétaire précité de la CIJ.
C. Résumé et conclusion
84. En résumé, la Cour conclut que l’action
incriminée des Etats défendeurs n’engage pas la
responsabilité de ceux-ci au regard de la Convention et qu’en
conséquence il ne s’impose pas d’examiner les autres questions
de recevabilité soulevées par les parties.
85. La requête doit dès lors être
déclarée incompatible avec les dispositions de la
Convention et, partant, irrecevable, conformément à
l’article 35 §§ 3 et 4 de la Convention.
Par ces motifs, la Cour, à l’unanimité,
Déclare la requête irrecevable.
Paul MAHONEY Luzius WILDHABER
Greffier Président
|
4. SULLA DENUNCIA ALLA MAGISTRATURA TEDESCA
PER I 10 MORTI E 30 FERITI
DI VARVARIN
|
Varvarin: licenza di
uccidere
(a cura del CNJ)
La Corte di Appello di Colonia ha rigettato ieri l'istanza dei parenti
delle vittime e dei sopravvissuti al raid NATO sul paesino serbo di
Varvarin contro il governo federale tedesco.
Nel bombardamento del ponte a Varvarin, il 30 maggio 1999, dieci
persone rimasero uccise, 17 riportarono ferite gravi e altre 30
rimasero ferite lievemente. Il ponte non era un obbiettivo
militare.
Gli aerei Nato lo colpirono in due attacchi consecutivi; la
maggiorparte delle vittime furono abitanti accorsi per soccorrere i
feriti del primo raid.
Furono centinaia, d'altronde, gli obbiettivi civili colpiti, e circa
1500 le vittime civili di quella aggressione criminale della quale si
resero corresponsabili i governi europei di "centrosinistra".
La decisione della Corte di Appello di Colonia rappresenta l'ennesimo
penoso tentativo di insabbiare le cause intentate contro la NATO per
la aggressione del 1999. Tutte le altre denunce, presentate a numerose
istanze - di vari paesi o sovranazionali - sui crimini di guerra della
Nato in Jugoslavia sono state già bloccate per "ragion di Stato",
comprese quelle italiane, e quella presentata dalla Jugoslavia alla
Corte Internazionale dell'Aia (vedi sopra).
Tuttavia, come è spiegato nella intervista ad uno degli avvocati
tedeschi che difendono la parte offesa, la causa per Varvarin
verrà
portata alle istanze superiori. Perciò, le vittime di Varvarin
hanno
tuttora urgente bisogno del nostro sostegno. Per contribuire, si puo'
versare sul conto tedesco:
Vereinigung
deutscher Juristen,
Berliner Sparkasse,
BLZ 100 500 00, Kto.: 33 52 20 14
Sulla causa intentata in Germania per il bombardamento di Varvarin si
veda anche, ad esempio:
IL SITO INTERNET DEL COMITATO TEDESCO CHE SOSTIENE LA CAUSA:
German court rejects Serbs' appeal over 1999 bridge bombing (AFP) / Deutsches Gericht wies
serbische Klage wegen NATO-Bombenkrieg 1999 erneut ab /
Ergänzende Ausführungen zu den die gesamtschuldnerische
Haftung begründenden Tatsachen...
(Annotazioni aggiunte alla Memoria d'Appello, giugno 2005)
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/4512
Varvarin-Klage:
Kostenknebel aus Berlin (26 Ott 2004)
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/3942
NATO-Kriegsopfer klagen
gegen die Bundesrepublik Deutschland
(Memoria d'appello per la Corte Suprema di Colonia, 3/9/2004)
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/3770
Projekt "NATO-Kriegsopfer
klagen auf Schadenersatz" (13 Feb 2004)
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/3192
Varvarin citizens to
appeal to Higher Court in Cologne (19/12/2003)
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/3037
Varvarin/Germania:
sancito il diritto di ammazzare i civili ? (11/12/2003)
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/3009
Varvarin-Bürger
gegen Deutschland (9 Dic 2003)
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/3000
Varvarin 30/5/1999
(30 Ott 2003)
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/2910
Primo processo per i raid
del 1999 (16 Ott 2003)
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/2867
Varvarin "pictures" here:
http://web.archive.org/web/20041009153546/www.sramota.com/nato/varvarin/
(WARNING: SOME PICTURES ARE VERY GRAPHIC AND DISTURBING!!!)
nonche' larga parte del libro di Jürgen Elsässer Kriegslügen ("Menzogne di
guerra"), specialmente nell'edizione aggiornata tedesca (2004):
http://www.cnj.it/documentazione/sanja.htm
(L'ultimo giorno di Sanja - Cosa
racconterebbe della guerra una una ragazza serba perita nel
bombardamento di Varvarin)
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5. IL "TRIBUNALE AD HOC" DELL'AIA
INSABBIA TUTTE LE DENUNCE
CONTRO LA NATO
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http://www.pasti.org/denlaia.html
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