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COORDINAMENTO NAZIONALE PER LA JUGOSLAVIA - ONLUS
ITALIJANSKA KOORDINACIJA ZA JUGOSLAVIJU

 
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Documentazione sulla aggressione della NATO
contro la Repubblica Federale di Jugoslavia

24 marzo - 6 giugno 1999


I. IL TRAMONTO DELLA SINISTRA
ovvero:
LE IMPLICAZIONI POLITICHE E CULTURALI




Indice:

1. La composizione del governo D'Alema I (21 ottobre 1998) / La barca privata di D'Alema

2. Scognamiglio, Prodi, Cossiga e D'Alema si litigano il "merito" di aver condotto l'Italia ad una guerra di aggressione:
- Scognamiglio: "Il governo D'Alema nacque per rispettare gli impegni Nato"
- Prodi: "Attacco contro Milosevic: fu il mio governo a dire sì"
- Scognamiglio: "Prodi diede solo le basi, noi inviammo gli aerei"
- Cossiga: "Prodi non aveva i voti per rispettare gli impegni Nato"
3. Onorevole Prodi, non tolga a D'Alema il "merito" della guerra!
(comunicato Peacelink - allegati Atti governo Prodi)

4. La vigilia della guerra: Come gli Usa hanno operato, attraverso la Cia, per trascinare l'Italia nell'aggressione contro la Jugoslavia (di Domenico Gallo)

5. Veltroni rivendica; la Melandri  non c'era e se c'era dormiva

6. D'Alema ha detto / Hanno detto di D'Alema

7. Pasquale Vilardo a "Liberazione" sulla candidatura di D'Alema ad un alto incarico istituzionale (2006)

8. Intellettuali "fin de siècle"
- Scienza e guerra "fin de siècle" (A. Martocchia)
- Intellettuali in guerra (F. Erbani)
- Nobel laureate Harold Pinter opposes NATO action
9. Sergio Mattarella e la aggressione alla Jugoslavia

E inoltre:

Come l’Italia conquistò lo «status di grande paese» (di Manlio Dinucci)

Vedi anche:

#
A. Catone: La guerra umanitaria
1. Un modo umano di fare la guerra
2. Diritto Internazionale Umanitario
3. Sinistra guerra umanitaria
4. Bellum iustum
5. Guerra non-guerra
6. La guerra è guerra
7. Anonima guerra-soggetto. Chi fa la guerra?
8. La “polizia internazionale”
9. Diritto d’ingerenza
10. Intervento militare umanitario
12. L’invenzione di una nuova Auschwitz
13. Effetti della guerra umanitaria
14. Dalla “guerra umanitaria” alla “guerra al terrorismo”
15. Rimozione della guerra umanitaria: cala il sipario sul Kosovo

(pubblicato in Umano troppo disumano, n. 11 di Athanor Semiotica, Filosofia, Arte, Letteratura, n. 11, 2007-2008, a cura di Fabio De Leonardis e Augusto Ponzio, Meltemi, Roma, pp. 309-330)

# Uno spartiacque per le Ong, con i raid partì l'infausta missione Arcobaleno
(Giulio Marcon - Il manifesto del 23-3-2009)

# Rassegna Stampa 24-26 aprile 1999




1. La composizione del governo D'Alema I (21 ottobre 1998)



Presidente del Consiglio:    Massimo D'Alema (Ds)
Vice Presidente:             Sergio Mattarella (Ppi)
Sottosegretario alla presidenza: Franco Bassanini (Ds)
Bilancio e Tesoro:             Carlo Azeglio Ciampi
Finanze:                 Vincenzo Visco (Ds)
Industria:                 Pier Luigi Bersani (Ds)
Esteri:                     Lamberto Dini (Ri)
Giustizia:                 Oliviero Diliberto (Pdci)
Interno:                     Rosa Russo Jervolino (Ppi)
Commercio estero:             Piero Fassino (Ds)
Riforme costituzionali:         Giuliano Amato
Beni Culturali Spettacoli e Sport: Giovanna Melandri (Ds)
Sanità:                     Rosy Bindi (Ppi)
Ambiente:                 Edo Ronchi (Verdi)
Funzione Pubblica:         Angelo Piazza (Sdi)
Comunicazioni:             Salvatore Cardinale (Udr)
Pubblica Istruzione:         Luigi Berlinguer (Ds)
Ricerca Scientifica e Università: Ortensio Zecchino (Ppi)
Trasporti:                 Tiziano Treu (Ri)
Difesa:                     Carlo Scognamiglio (Udr)
Lavori Pubblici:             Enrico Micheli (Ppi)
Lavoro e Mezzogiorno:      Antonio Bassolino (Ds)
Pari opportunità:             Laura Balbo
Solidarietà sociale:             Livia Turco (Ds)
Politiche agricole:             Paolo De Castro (Ulivo)
Rapporti parlamento:         Guido Folloni (Udr)
Politiche comunitarie:         Enrico Letta (Ppi)
Affari regionali:             Katia Belillo (Pdci)

              (21 ottobre 1998)
Massimo D'Alema sulla sua barca


2. Scognamiglio, Prodi, Cossiga e D'Alema si litigano il "merito"
di aver condotto l'Italia ad una guerra di aggressione




Corriere della Sera - http://www.corriere.it
Giovedì 7 Giugno 2001
COMMENTI - LA LETTERA

"Il governo D'Alema nacque per rispettare gli impegni Nato"

di CARLO SCOGNAMIGLIO PASINI*

Nel dibattito sulla caduta del governo Prodi pubblichiamo l'intervento di Carlo Scognamiglio Pasini, ministro della Difesa nel successivo esecutivo guidato da D'Alema.

Caro Direttore,
forse in conseguenza dell'esito elettorale, la più autorevole stampa italiana ha pubblicato numerose interviste a protagonisti ed articoli autorevoli che qualificano la formazione del Governo presieduto dall'on. D'Alema (22 ottobre 1998) come la conseguenza dei peggiori vizi del machiavellismo minore, cioè il complotto, il tradimento e l'ambizione.
Avendo avuto una parte non secondaria in quella vicenda desidero testimoniare che una simile ricostruzione non corrisponde affatto alla verità storica, e costituisce invece il frutto di una percezione della politica che vede soltanto le questioni interne e non conosce, o non comprende, le ragioni della politica internazionale che talvolta sono ben più forti e rilevanti di quelle domestiche.
Il Governo D'Alema non fu formato in conseguenza di questioni interne, poiché - per quanto io sappia - il protagonista avrebbe volentieri differito l'appuntamento, ma da ragioni di politica internazionale che derivavano dalla più grave crisi che il Paese si trovò ad affrontare negli oltre 50 anni della Repubblica.
Questi sono i fatti.
Il Governo presieduto dall'on. Prodi perse il voto di fiducia alla Camera il 7 ottobre 1998.
Cinque giorni più tardi il Nac (North Atlantic Council, cioè la Nato) deliberò l'Activation Order contro il dittatore serbo Milosevic. Si tratta del terzo e ultimo passo della procedura di attacco militare in vigore presso l'Alleanza Atlantica, passo che affida al Segretario Generale e al comandante militare (Supreme Allied Commander in Europe - Saucer) il mandato, irrevocabile senza una nuova procedura di voto, di premere il grilletto, cioè di scatenare l'attacco che verrà compiuto dalle forze alleate, già schierate per questo scopo.
La delibera del 12 ottobre prevedeva una sospensiva di 96 ore, cioè fino al 16 ottobre, nell'esecuzione, per dare modo al Governo jugoslavo di dimostrare la propria disponibilità a riprendere il negoziato con la comunità internazionale. Questo fu, infatti, quanto si percepì, per cui alla scadenza la sospensiva fu protratta per ulteriori 96 ore, cioè fino al 20 ottobre, data alla quale l'Act Ord fu definitivamente sospeso, ma non revocato. Alla data del 20 ottobre 1998, cioè allo spegnersi dell'allarme rosso, la procedura per la risoluzione della crisi di governo italiana si era compiuta, avendo il Presidente della Repubblica concluso le consultazioni ed affidato all'on. D'Alema l'incarico di formare il Governo.
Rammentando questi fatti, è impensabile che qualcuno ritenga che vi possa essere stato un solo rappresentante politico o istituzionale che nel corso delle consultazioni si sia espresso per un Governo istituzionale, cioè senza maggioranza parlamentare, oppure per lo scioglimento anticipato del Parlamento (e per votare, quando: a Natale?).
In quelle circostanze né il Presidente Scalfaro, né l'on. D'Alema, avevano altra scelta se non tentare di formare un governo politico, cioè sostenuto da una propria maggioranza parlamentare, ancorché formata da una coalizione (i governi di coalizione sono la norma non l'eccezione nelle situazioni di guerra) diversa da quella formatasi con le elezioni politiche del 1996, un governo che garantisse alle Forze Armate italiane la possibilità di assolvere con dignità i propri compiti nell'Alleanza di fronte alla imminenza di un conflitto che di necessità avrebbe visto l'Italia nel ruolo di protagonista.
Sono testimone all'on. D'Alema di aver mantenuto i propri impegni con scrupolo e determinazione.
Nel mese di novembre (1998, ndr) acconsentì alla richiesta di far partecipare l'Italia alla costituzione dello Kfor in Macedonia, che sarebbe poi divenuto il corpo di spedizione in Kosovo, su basi paritetiche con le maggiori potenze europee, Francia e Inghilterra.
Nel mese di gennaio (1999, ndr) acconsentì al conferimento di una rilevante forza aerea italiana di 40 (poi 50) aerei da combattimento al comando Nato.
Il 24 marzo 1999 si assunse la responsabilità di acconsentire l'inizio delle ostilità, nel corso delle quali pur impegnandosi - come era suo dovere - nella ricerca di una soluzione diplomatica, non ostacolò l'azione militare dell'Alleanza.
Verso la fine del conflitto autorizzò l'eventuale partecipazione dell'Italia alla formazione di un corpo di invasione, con una imponente aliquota di forze.
L'Italia uscì da questa drammatica vicenda avendo conquistato il rispetto e la considerazione degli Alleati in una misura che mai si era espressa in passato, e avendo offerto un contributo insostituibile all'azione militare.
Queste furono le ragioni della formazione del Governo D'Alema e della maggioranza che lo sostenne.
E' possibile che prima e dopo la conclusione vittoriosa della guerra nel Kosovo si siano compiuti errori nella politica interna. Ma questa è questione diversa dalle vicende che si svolsero nell'ottobre 1998, e sulla quale non saprei esprimermi per difetto di competenza.

*Ex ministro della Difesa




Corriere della Sera - http://www.corriere.it
Venerdi 8 giugno 2001
LA LETTERA

"Attacco contro Milosevic: fu il mio governo a dire sì"

di ROMANO PRODI*

Nel dibattito sulla caduta del governo guidato da Romano Prodi, interviene oggi l'ex presidente del Consiglio, attuale presidente della Commissione europea.  Prodi replica a Carlo Scognamiglio Pasini, responsabile del ministero della Difesa nel governo presieduto da Massimo D'Alema. Scognamiglio aveva sostenuto che il gabinetto D'Alema era nato per rispettare gli impegni Nato, consentendo così all'Italia di conquistare il rispetto e la considerazione degli alleati.

Caro Direttore,
ho letto con interesse sul Corriere della Sera di ieri l'articolo che l'ex ministro della Difesa Carlo Scognamiglio ha dedicato al passaggio tra il governo da me presieduto e quello guidato dall'on. Massimo D'Alema.
Carlo Scognamiglio si sofferma, in particolare, sugli avvenimenti di politica internazionale (erano i giorni del drammatico confronto con la Serbia di Milosevic) che fecero da sfondo al passaggio di governo. Avvenimenti che lo inducono a concludere che il nuovo esecutivo fu formato per "ragioni di politica internazionale che derivarono dalla più grave crisi che il Paese si trovò ad affrontare negli oltre cinquanta anni della Repubblica".
Fondamentale - secondo Scognamiglio - fu, in questa prospettiva, la necessità di dare vita ad un governo "che garantisse alle Forze Armate italiane la possibilità di assolvere con dignità i propri compiti nell'Alleanza di fronte alla imminenza di un conflitto che di necessità avrebbe visto l'Italia nel ruolo di protagonista".
"Il governo presieduto dall'on. Prodi perse il voto di fiducia alla Camera il 7 ottobre 1998. Cinque giorni più tardi il Nac (North Atlantic Council, cioè la Nato) deliberò l'Activation Order contro il dittatore serbo Milosevic. Si tratta del terzo e ultimo passo della procedura di attacco militare in vigore presso l'Alleanza Atlantica, passo che affida al Segretario Generale e al comandante militare il mandato, irrevocabile senza una nuova procedura di voto, di premere il grilletto. Alla data del 20 ottobre, cioè allo spegnersi dell'allarme rosso, la procedura per la risoluzione della crisi di governo italiana si era compiuta, avendo il Presidente della Repubblica concluso le consultazioni ed affidato all'on. D'Alema l'incarico di formare il nuovo governo".
Questi sono "i fatti" ricordati da Carlo Scognamiglio. "Fatti" a proposito dei quali non ho nulla da aggiungere. Se non un piccolo particolare.
Questo: ancorché dimissionario, fu il mio governo ad assumersi la responsabilità di decidere a favore dell'Activation Order. E fui io stesso, come Presidente del Consiglio, a firmare il relativo provvedimento.

*Presidente della Commissione europea




Corriere della Sera - http://www.corriere.it
Sabato 9 Giugno 2001
POLITICA

Scognamiglio replica al presidente Ue: l'ex premier DS decise l'azione offensiva

"Prodi diede solo le basi, noi inviammo gli aerei"

di CARLO SCOGNAMIGLIO*

Caro direttore,
la precisazione del presidente Prodi sulla mia ricostruzione, pubblicata dal Corriere, delle vicende che diedero l'avvio alla guerra del Kosovo e alla formazione del governo D'Alema, ovvero che fu pur sempre il suo governo, ancorché dimissionario, ad 'assumersi la responsabilità di decidere a favore dell'Activation Order (ossia dell'ordine di attacco a Milosevic)' è del tutto pertinente, e d'altra parte implicita nell'elenco di 'fatti' che avevo elencato.
Mentre va dato atto al governo dimissionario di avere superato non poche difficoltà e resistenze istituzionali per non bloccare la decisione della Nato [SIC], va però ricordato un altro 'fatto', ossia che l'assenso dell'Italia si limitava all'uso delle basi e non anche alla costituzione di una forza d'attacco aereo con mezzi italiani, secondo la formula della 'difesa integrata'. In altre parole, l'Italia non avrebbe partecipato ad azioni offensive. La questione fu superata [SIC] successivamente, come ho ricordato, dal conferimento deciso dal governo D'Alema di una cospicua forza aerea, inclusi i mezzi d'attacco, al comando Nato.

P. S. Per quanto mi sia già dichiarato incompetente in questioni di politica interna, posso tuttavia ritenere che la ragione per cui il presidente Prodi non riuscì a ricostituire il governo, dopo il voto di sfiducia, consistette nella sua indisponibilità, motivata da ragioni di coerenza politica, ad accettare una coalizione diversa da quella uscita dalle elezioni del '96. Per cui un secondo governo Prodi sarebbe stato minoritario in Parlamento, e ciò in contrasto con la regola universale delle democrazie parlamentari che, in caso di guerra [SIC], prevede la formazione di governi di coalizione e non di governi minoritari.

* ex ministro della Difesa




Corriere della Sera - http://www.corriere.it 
Domenica 10 giugno 2001
LA LETTERA
 
Il presidente Cossiga* interviene nel dibattito sulla caduta del governo dell'Ulivo

´Prodi non aveva i voti per rispettare gli impegni Nato'

Caro Direttore,
ho letto con molta attenzione le lettere scritte al Suo giornale dall' on. Prodi, presidente della Commissione Europea, e dall'ex ministro della Difesa del governo D' Alema I, l'amico Carlo Scognamiglio.
Solo per precisare i fatti da un punto di vista tecnico e politico, e quindi non per sollevare polemiche - per carita' di patria - ma per amore della verita', debbo dire che a coloro i quali, come certamente Carlo Scognamiglio ed io, anche contattati con preoccupazione e premura dai rappresentanti dei governi alleati, seguivano con apprensione l'avvicinarsi dell'inizio dell'intervento umanitario nel Kosovo e quindi le operazioni militari contro la Serbia, era ben noto che il governo Prodi non aveva nel suo complesso ne' la volonta' politica ne' la forza parlamentare per poter prendere decisioni all'altezza del nostro ruolo nella Nato. E questo anche per la presenza, in esso e nella sua base parlamentare, di forti componenti pacifiste comuniste e cattoliche.  La prudenza di tutti stese in quel momento un pietoso velo sui profondi dissensi affiorati nel governo a proposito della nostra disponibilita' ad affrontare le nostre responsabilita'.
La decisione, la cui responsabilita' l'on. Prodi rivendica al suo governo, fu quella di mettere le basi nazionali e Nato a disposizione delle forze aeree dei Paesi alleati per le operazioni aeree contro obiettivi jugoslavi, la cui partecipazione noi peraltro avevamo declinato. Ci sarebbe mancato altro di non dichiarare la disponibilita' dell' Italia all' uso delle basi nazionali Nato per le operazioni militari da altri Paesi - e non da noi - condotte escludendo un nostro diretto intervento!
Non fu facile per il governo D' Alema passare dalla sola messa a disposizione delle basi al trasferimento sotto comando Nato delle nostre forze aeree, che anche solo sulla base del concetto di difesa integrata, intervennero con missioni di attacco contro obiettivi militari jugoslavi nel Kosovo. Questa e' la verita'.

* Senatore a vita




3. Onorevole Prodi, non tolga a D'Alema il "merito" della guerra!

COMUNICATO STAMPA - ASSOCIAZIONE PEACELINK



COMUNICATO STAMPA - ASSOCIAZIONE PEACELINK - TELEMATICA PER LA PACE

Onorevole Prodi, non tolga a D'Alema il "merito" della guerra!


In un articolo apparso sul Corriere della Sera del 7 giugno 2001 l'ex Ministro della Difesa Carlo Scognamiglio ha sostenuto che la nascita del governo D'Alema e' stata in buona sostanza un "parto pilotato" per creare un governo politico in grado di affrontare l'imminente emergenza militare dei Balcani.
Scognamiglio ha affermato testualmente che, dopo la caduta del governo Prodi,  "né il Presidente Scalfaro, né l'on. D'Alema, avevano altra scelta se non tentare di formare un governo politico, (...) un governo che garantisse alle Forze Armate italiane la possibilità di assolvere con dignità i propri compiti nell'Alleanza di fronte alla imminenza di un conflitto che di necessità avrebbe visto l'Italia nel ruolo di protagonista".
Il 9 giugno L'Onorevole Romano Prodi si e' affrettato a replicare alle affermazioni di Scognamiglio, e sempre dalle pagine del Corriere della Sera ha sostenuto che "ancorché dimissionario, fu il mio governo ad assumersi la responsabilità di decidere a favore dell'"Activation Order". E fui io stesso, come Presidente del Consiglio, a firmare il relativo provvedimento".
Per dovere di correttezza e di completezza dell'informazione, invitiamo gli organi di stampa a riportare l'esatto contenuto delle disposizioni impartite dal Governo presieduto da Romano Prodi nei giorni precedenti al suo scioglimento.
I dati che stiamo per citare sono liberamente consultabili all'indirizzo

Dalla consultazione di questi dati emerge quanto segue:

1) Le decisioni del governo Prodi, pur avendo aderito all' "Activation Order" della Nato, avevano esplicitamente limitato l'azione delle Forze Armate al territorio nazionale, ne' avevano autorizzato i bombardamenti che sono stati successivamente effettuati ANCHE DA AEREI DELL'AVIAZIONE ITALIANA, come risulta da numerose fonti dirette.

2) Il governo Prodi ha unicamente autorizzato attivita' di "DIFESA INTEGRATA" del territorio nazionale, e non azioni militari al di fuori dei confini della repubblica, affermando esplicitamente che  "Nell'attuale situazione costituzionale il contributo delle Forze Armate italiane sarà LIMITATO ALLE ATTIVITA' DI DIFESA INTEGRATA del territorio nazionale."
Con il termine "difesa integrata" si indicano tutte quelle azioni di supporto e di facilitazione delle operazioni militari condotte dalle forze Nato nel territorio nazionale, e non certo i bombardamenti autorizzati in seguito dal governo D'Alema.
In questa circostanza il governo Prodi, parlando dell'"attuale situazione costituzionale", ha dimostrato di essere ben consapevole dei vincoli imposti dall'articolo 11 della Costituzione: "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali".

3) Il governo Prodi ha riconosciuto al Parlamento la facolta' di deliberare l'azione militare, affermando in un comunicato che, per tutte le attivita' che esulano dalla Difesa Integrata, "Ogni eventuale ulteriore impiego delle Forze Armate dovrà essere autorizzato dal Parlamento".
Il governo D'Alema, d'altro canto, non ha riconosciuto al Parlamento la prerogativa di essere l'unica autorita' in grado di deliberare lo stato di guerra, e ha deciso unilateralmente di dare il via all'azione
militare. Il dibattito parlamentare sull'opportunita' e le modalita' di questa azione militare e' avvenuto quando i bombardamenti e i conseguenti "effetti collaterali" erano gia' in atto da diverso tempo.

Riteniamo pertanto che l'azione del governo Prodi, ancorche' discutibile dal punto di vista politico, sia comunque rimasta all'interno dei limiti imposti dal dettato costituzionale, limiti abbondantemente superati dalle successive disposizioni impartite dal governo D'Alema.
Invitiamo i mezzi di informazione a documentare nel modo piu' completo possibile gli avvenimenti politici che hanno preceduto l'azione militare della primavera del 1999, consultando anche e soprattutto gli atti parlamentari e non solamente le "lettere al direttore" con cui ognuno espone la sua parziale versione dei fatti.
Contemporaneamente esortiamo tutti i rappresentanti politici che hanno preso parte a vario titolo al governo D'Alema ad assumersi le loro responsabilita' di fronte alla storia, di fronte alla loro coscienza, e di fronte alle vittime civili dell'azione militare contro la Repubblica Federale di Yugoslavia.

Carlo Gubitosa
Segretario Associazione Peacelink
Volontariato dell'informazione
www.peacelink.it
info@ peacelink.it

ALLEGATO:

I comunicati relativi alla questione del Kossovo emanati dal Governo
Prodi nei giorni immediatamente precedenti al suo scioglimento.
Fonte: http://www.parlamento.it/att/uip/kosovo.htm

Comunicato n. 157 del 12 ottobre 1998 (Governo Prodi)

In apertura di seduta il Consiglio ha auspicato che la trattativa in
corso a Belgrado e a Pristina abbia esito positivo in modo da garantire
completa attuazione della delibera del Consiglio di Sicurezza delle
Nazioni Unite a protezione dei cittadini del Kosovo. Udite poi le
relazioni del Ministro degli Affari Esteri, Lamberto Dini e del Ministro
della Difesa Beniamino Andreatta ha unanimemente ritenuto di autorizzare
il Rappresentante permanente d'Italia presso la Nato ad aderire al
cosiddetto Ordine di Attivazione (Act Ord). Questa decisione si colloca
nel quadro delle delibere adottate in ambito Onu. Di conseguenza
l'Italia metterà a disposizione le proprie basi qualora dovesse
risultare necessario l'intervento militare da parte dell'Alleanza
Atlantica per fronteggiare la crisi nel Kosovo. Il Governo ribadisce che
l'obiettivo della Nato e dell'Italia é quello di contribuire ad una
soluzione durevole per consentire di fronteggiare l'imminenza di una
catastrofe umanitaria che minaccia la sopravvivenza di circa 300.000
rifugiati in un'area così vicina al nostro Paese. Nell'attuale
situazione costituzionale il contributo delle Forze Armate italiane sarà
limitato alle attività di difesa integrata del territorio nazionale.
Ogni eventuale ulteriore impiego delle Forze Armate dovrà essere
autorizzato dal Parlamento.

Comunicato n. 158 del 16 ottobre 1998 (Governo Prodi)

Il Ministro degli Affari Esteri, Dini, ha svolto una relazione sulle
tematiche di politica internazionale, illustrando in particolare gli
svilupppi della crisi in Kosovo, anche alla luce della riunione
ministeriale di ieri a Parigi del Gruppo di Contatto. Il Ministro Dini
ha espresso soddisfazione per gli accordi raggiunti a Belgrado nel
quadro del processo negoziale condotto dall'Ambasciatore Holbrooke, con
l'appoggio del Gruppo di Contatto, in particolare per l'intesa sulla
missione di verifica dell'Osce che verrà firmata oggi e per quella sulla
sorveglianza aerea da parte della NATO già firmata ieri a Belgrado. Tali
accordi sono il frutto del coordinamento fra la pressione diplomatica e
quella militare e della coesione dimostrata dai Paesi membri del Gruppo
di Contatto e dell'Alleanza Atlantica. Essi devono tradursi al piu'
presto in una nuova Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni
Unite, che conferisca loro definitiva autorità. In merito alla missione
di verifica dell'Osce in Kosovo, cui l'Italia contribuirà in maniera
significativa al pari degli altri Paesi europei del Gruppo di Contatto,
Dini ha indicato che essa dovrà essere dispiegata sul terreno nei tempi
piu' rapidi possibili, per monitorare il ritiro delle forze speciali
dalla regione, consentire alle organizzazioni umanitarie di tornare
nella regione e facilitare gli interventi a favore dei profughi. In tale
contesto, ha ricordato che la Cooperazione italiana ha già inviato una
missione a Belgrado e a Pristina per valutare la possibilità di creare
in tempi brevi un sistema di centri di accoglienza per gli sfollati. Il
Ministro ha infine ribadito che occorre portare avanti l'azione di
pressione sulle parti in causa per l'avvio di negoziati seri e
costruttivi sul futuro Statuto di autonomia che consenta l'autogoverno
della regione, sulla base della piattaforma presentata dall'Ambasciatore
Hill, col sostegno del Gruppo di Contatto.




La vigilia della guerra

Come gli Usa hanno operato, attraverso la Cia,
per trascinare l'Italia nell'aggressione contro la Jugoslavia

di Domenico Gallo

Tratto da: L'ERNESTO, ottobre 2000


La sera del 24 marzo 1999, quando si sono levati in volo i bombardieri della Nato e sono partiti i primi missili Cruise dalle navi militari americane schierate nell'Adriatico, si è consumato un evento che ha segnato una drammatica rottura dell'ordine internazionale, come delineato dalla Carta delle Nazioni Unite.  Un gruppo di potenze, unite sotto la "leadership" degli Stati Uniti, attraverso una avventura bellica, ha aperto una nuova avventura nelle relazioni internazionali, rivendicando, manu militari, il "diritto" della cosiddetta ingerenza umanitaria. In realtà il diritto di regolare unilateralmente le situazioni di crisi internazionale attraverso la coercizione fondata sulla geometrica potenza delle armi occidentali.
Quando il pomeriggio del 24 marzo il Parlamento italiano è stato informato dal Governo che l'azione della Nato era iniziata, i bombardieri erano già in volo, la macchina da guerra si era messa in moto secondo un progetto predisposto e reso operativo da tempo, e la politica non avrebbe potuto fare niente per arrestarla: ormai si era consumato un evento (anche politicamente) irreversibile. In quel frangente, nessuna forza di maggioranza o di opposizione contraria alla guerra, nessun sindacato, nessuna mobilitazione popolare, nessuno sciopero generale (che non c'è stato), avrebbe potuto fermare i bombardieri in volo ed impedire che oltrepassassero quella soglia, destinata a produrre quegli eventi disastrosi per il Kosovo e la Serbia che si sono sviluppati come vicende ineluttabili.
Se il 24 marzo la macchina bellica della Nato non poteva più essere arrestata dalla politica, allora v'è da chiedersi quando è maturata questa irreparabilità, quando e da chi sono stati fatti i passi, sono state compiute le scelte politiche che hanno reso, prima, il ricorso alla guerra possibile e, poi, ineluttabile?
Sebbene, a quella data, ormai irreversibile, l'evento della guerra è stato frutto di un processo politico il cui esito, per niente scontato, è stato costruito tenacemente, dai soggetti interessati, giorno per giorno, manovrando diversi tasselli sullo scacchiere internazionale, compreso quello della crisi di governo in Italia e del rimpasto del governo in Germania con l'allontanamento di La Fontaine. Se tutti noi conosciamo la data di inizio della guerra e possiamo collocarla in uno spazio temporale e in una dimensione politica, altrettanto non può dirsi per la vigilia della guerra.

La vigilia della guerra: il punto di svolta

Crista Wolf in Cassandra ricostruisce il passaggio della società di Troia da uno stato di pace ad uno stato di guerra ed il conseguente degrado delle istituzioni, della politica, del linguaggio di fronte all'avanzata dell'immagine del nemico e si pone appassionatamente questa domanda: quando è iniziata la vigilia della guerra? Parafrasando Crista Wolf vogliamo chiederci anche noi: quando è iniziata la vigilia della guerra del Kosovo? Dove, e quando, e da chi, sono state fatte le scelte politiche che hanno spianato la strada alle armi e che hanno fatto fallire ogni tentativo di soluzione politica del conflitto, a cui tanto la Jugoslavia, quanto la leadership albanese non UCK, erano seriamente interessate?
Orbene, per quanto si tratti di un processo politico, nel quale gli avvenimenti sono concatenati fra di loro, un punto di svolta c'è ed è possibile risalire ad esso. È la decisione assunta dal Consiglio dei Ministri del Governo Prodi, dopo la sfiducia, (votata dalla Camera il 9 ottobre), qualche ora prima di fare le valigie e di sloggiare da Palazzo Chigi, relativa adesione dell'Italia all'activation order.
Un comunicato di Palazzo Chigi del 12 ottobre 1998 informa che il Consiglio dei Ministri ha deciso di autorizzare il rappresentante permanente dell'Italia presso il Consiglio Atlantico ad aderire al c.d.  Activation order. "Di conseguenza - recita il comunicato - l'Italia metterà a disposizione le proprie basi qualora risulterà necessario l'intervento militare da parte dell'Alleanza atlantica per fronteggiare la crisi del Kosovo? Nell'attuale situazione costituzionale - conclude il comunicato - il contributo delle forze armate italiane sarà limitato alle attività di difesa integrata del territorio nazionale. Ogni eventuale ulteriore impiego delle Forze armate italiane dovrà essere autorizzato dal Parlamento."
Il giorno successivo, il 13 ottobre, il Segretario Generale della Nato, Solana, emana l'activation order e conferisce al Comandante militare (SACEUR), generale Clark, il potere di ordinare attacchi armati contro la Repubblica federale Jugoslava. È il 13 ottobre del 1998 che la macchina da guerra della Nato accende (non solo in senso simbolico) i suoi motori. Non li spegnerà più, malgrado l'accordo fra Milosevic ed Hoolbroke del 14 ottobre, ed il conseguente dispiegamento dell'OSCE nel Kosovo e malgrado i negoziati intavolati a Rambouillet. Inizia così la vigilia della guerra.
Come e attraverso quali percorsi politici si è arrivati a questa svolta?

Il nuovo ruolo strategico della NATO

Il retroterra è costituito dal conflitto nato dalla dissoluzione della ex Jugoslavia, ed in particolare dalla guerra nella Bosnia e dal nuovo ruolo strategico militare che gli Stati Uniti hanno concepito per la Nato dopo la fine della guerra fredda e che è stato ufficialmente proclamato a Washington il 24 aprile, proprio mentre veniva sperimentato in vivo.
Pochi ricordano che nell'estate del 1993, durante una delle fasi più oscure del conflitto in Bosnia, si verificò un durissimo braccio di ferro fra la Nato (che minacciava di intervenire in Bosnia con bombardamenti contro le forze serbo-bosniache) e l'Unprofor (i caschi blu dell'Onu) che si opponeva con tutte le sue forze. Il braccio di ferro si concluse con la stipula di un memorandum d'intesa, siglato nell'agosto dall'ammiraglio americano Jeremy Borda (Comandante delle operazioni Nato) e dal generale francese Jean Cot (Comandante delle forze Unprofor) con quale fu stabilito il principio che la Nato non poteva bombardare senza il consenso della missione dell'Onu, sebbene astrattamente autorizzata all'intervento dalle Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che avevano stabilito alcune misure interdittive della guerra e coercitive per i belligeranti. E quando la Nato finalmente intervenne nella fase finale della guerra in Bosnia, nella notte fra il 29 ed il 30 agosto del 1995, ciò accadde soltanto per effetto di una legittima (ma inopportuna) richiesta di intervento dell'Onu, che faceva seguito allo sconcerto ed all'indignazione provocata dalla strage del mercato di Sarajevo occorsa il giorno precedente (28 agosto).
Furono proprio le vicende della guerra di Bosnia e la possibilità - e per un limitato verso anche l'esigenza - che la Nato giocasse un ruolo nel contesto delle garanzie della sicurezza internazionale a far si che venisse messa a punto nell'ambito della Nato una strategia operativa di intervento per la gestione delle crisi, includendovi dentro tanto le tradizionali (per l'Onu) missioni di peacekeeping (mantenimento della pace), quanto le missioni di peacebuilding (ricostruzione della pace), di cui la missione militare dispiegata in Bosnia, a seguito degli accordi di Dayton costituisce un esempio classico, che le missioni di peaceenforcing (per esempio, sorveglianza degli embarghi delle armi) e le missioni di peacemaking (costruire la pace attraverso un vero e proprio intervento bellico).

La posizione dell'Italia

In questo contesto, per la decisa posizione assunta dall'Italia, durante il Governo Dini, fu stabilito che la Nato non aveva legittimità a ricorrere a misure comportanti l'uso della forza senza la preventiva autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, come del resto prevede la Carta delle Nazioni Unite. Addirittura in questo periodo il ministro degli esteri del Governo Dini, Susanna Agnelli, diede platealmente uno schiaffo agli Stati Uniti, vietando - per qualche tempo - che fossero dislocati ad Aviano i cacciabombardieri invisibili Stealth, (che saranno i principali protagonisti della guerra del 99), fino a quando l'Italia non fu inclusa nel Gruppo di contatto, da cui l'amministrazione americana voleva tenerla fuori.
Questa posizione assunta dal Governo Dini fu ereditata dal Governo Prodi e lo stesso Dini, come ministro degli esteri la mantenne in piedi, come posizione ufficiale della Farnesina, in dichiarazioni pubbliche e comunicati stampa, fino al settembre del 1998.
Nel frattempo la crisi della convivenza interetnica fra serbi ed albanesi nel Kosovo si aggravò in quanto qualcuno decise di soffiare sul fuoco del conflitto armato, appoggiando una banda armata (l'Uck) che aveva avuto oscure origini e che fino a quel momento non aveva giocato un ruolo effettivo.
È il 1° marzo 1998 la data che segnò l'inizio della guerriglia dell'Uck, con l'uccisione di due poliziotti serbi a Drenica, a cui fece seguito una reazione inconsulta che provocò la morte di venti albanesi. Nella primavera del 1998 si accesero i fuochi di sporadiche azioni di guerriglia a cui fecero seguito drastiche azioni di repressione.
A questo punto la Nato, sotto la spinta dell'amministrazione americana, decise di intervenire "politicamente" nel conflitto lanciando, con un comunicato del Consiglio atlantico del 28 maggio, un duro monito a Belgrado, in cui lasciava intravedere la possibilità di un intervento militare. Questa posizione, in realtà, più che favorire un self restraint da parte dell'apparato militare jugoslavo, non poteva che incoraggiare l'Uck sulla strada della guerriglia che, seppure perdente sul terreno, in prospettiva diventava vincente, potendo giocare un ruolo di detonatore per l'intervento militare occidentale.  I furiosi combattimenti che ne sono seguiti durante l'estate del 98 e la durissima repressione scatenata dalle forze di sicurezza serbe (peraltro ingigantita dalla stampa internazionale con la fabbricazione di notizie false) hanno sollecitato lo sdegno dell'opinione pubblica internazionale, creando l'humus politico favorevole per l'intervento della Nato.

Un problema da risolvere

C'era, però, un problema da risolvere. La carta delle Nazioni Unite non consente che gruppi di Stati possano
ricorrere all'uso della forza per regolare le crisi internazionali e, conseguentemente, la Nato non aveva alcuna legittimità per effettuare un intervento militare per regolare la crisi del Kosovo, aggredendo una delle parti in conflitto ed alleandosi con l'altra.
Nel corso della primavera, dell'estate e del mese di settembre del 1998 si sviluppò un dibattito sulla possibilità che la Nato intervenisse militarmente nel Kosovo, anche in assenza di una formale autorizzazione da parte del Consiglio di Sicurezza. Tale dibattito nascondeva un conflitto politico durissimo fra Stati Uniti e Gran Bretagna (che sostenevano la tesi della legittimità del ricorso alla forza) e l'Italia che continuava ad opporsi.
Tale posizione, peraltro, non era affatto scontata all'interno del Governo italiano, in quanto il Ministro della difesa Beniamino Andreatta, propugnava l'allineamento totale dell'Italia alle esigenze degli Stati Uniti, secondo la tradizionale politica di "fedeltà atlantica"; tuttavia gli equilibri politici di maggioranza escludevano che il Governo Prodi potesse assumere una posizione differente senza rischiare una crisi.
È sorta a questo punto per l'Alleato americano l'esigenza di provocare un mutamento di Governo in Italia per ottenere una maggioranza più omogenea alle esigenze belliche della Nato. Poiché non si poteva correre il rischio di nuove elezioni, il cui esito non sarebbe stato prevedibile, è sorta l'esigenza di trovare una maggioranza di ricambio che potesse fare accrescere il tasso di "fedeltà atlantica" dell'Italia, sostituendo Rifondazione comunista con forze più omogenee alla Nato.

Il ruolo di Cossiga

A questo punto è stato attivato il più autorevole dei terminali della Cia nel sistema politico italiano, l'ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, l'uomo di Gladio.
Cossiga, fino all'inizio del 1998, aveva svolto un ruolo di tutore del centro destra e sembrava che volesse contendere a Berlusconi la leadership della destra.  Nella primavera del 1998 Cossiga ha fatto un revirement e, utilizzando la sua influenza politica occulta ma reale sul sistema politico italiano, è riuscito a staccare una frazione di deputati e senatori dal centro destra, fondando l'Udeur, con il dichiarato scopo di far nascere una nuova maggioranza politica che sostituisse quella basata sull'alleanza dell'Ulivo più Rifondazione e guidata da Prodi.
Quasi tutti hanno commentato l'operazione Udeur guidata da Cossiga come una manifestazione del peggiore costume trasformistico italiano. Ed invece tale operazione, che si avvaleva si della tendenza al trasformismo esistente nel sistema politico italiano, aveva uno specifico significato ed un preciso obiettivo di natura internazionale: quello di provocare un mutamento della posizione internazionale dell'Italia e di ottenere la legittimazione della Nato al ricorso alla guerra, come strumento della politica di potenza americana. Operazione
perfettamente riuscita. 
Perso il condizionamento di Rifondazione comunista, indeboliti i Verdi, indebolita la posizione autonomistica di Dini, il 12 ottobre 1998 il Governo Prodi, sebbene sfiduciato, ha compiuto l'atto politicamente più rilevante dalla sua nascita, e più gravido di conseguenze per il futuro, accettando l'adesione dell'Italia all'activation order.

La svolta

In sede politica la svolta dell'Italia sulla liceità del ricorso all'uso della forza da parte della Nato era stata propugnata dall'allora segretario del partito dei DS - l'on. D'Alema - e dal sottosegretario alla Difesa, Brutti, i quali si erano affrettati a dichiarare che la concessione dell'uso delle basi italiane (nella imminente guerra contro la Jugoslavia) costituiva un "atto dovuto" ed un effetto "automatico" della partecipazione italiana alla Nato.
Era ormai alle porte un Governo D'Alema, con la benedizione di Cossiga e con l'uomo giusto, Carlo Scognamillo, al posto giusto, il Ministero della Difesa.
Sul Foglio del 4 ottobre 2000 proprio Carlo Scognamiglio, polemizzando con James Rubin, l'ex portavoce di Madeleine Albright, si lascia sfuggire:
A Rubin sfugge che in Italia avevamo dovuto cambiare governo proprio per fronteggiare gli impegni politici-militari che si delineavano in Kosovo? Prodi ad ottobre aveva espresso una disponibilità di massima all'uso delle basi italiane, ma per la presenza di Rifondazione nella sua maggioranza non avrebbe mai potuto impegnarsi in azioni militari. Per questo il senatore Cossiga ed io ritenemmo che occorreva un accordo chiaro con l'on. D'Alema.
In che cosa consisteva questo accordo? Due parti. La prima era il rispetto dell'impegno per l'euro... la seconda era il vincolo di lealtà alla Nato: l'Italia avrebbe dovuto fare esattamente ciò che la Nato avrebbe deciso di fare. Questo è esattamente ciò che l'Italia ha fatto.
Adesso che la missione è compiuta Cossiga può rientrare nel centro destra. D'Alema è già tornato a casa.




Veltroni rivendica; la Melandri non c'era e se c'era dormiva

Date: Wed, 9 Apr 2003 13:55:01 +0200
From: "Gian"



"Dovere della sinistra far guerra a un dittatore"

Intervista a  Walter Veltroni
su La Repubblica 1 aprile '99

"Da mesi parlo della Birmania, del Ruanda, di Cuba e dei dissidenti sbattuti in galera da Castro, o ricordavo a Jang Zemin in visita in Italia le esecuzioni degli oppositori in Cina. Adesso si vede qual è il filo conduttore di questa politica: il tentativo di costruire una Sinistra che faccia dei diritti umani il suo nuovo 'internazionalismo', come ha detto Tony Blair alla convention dei socialisti europei a Milano. Una nuova coscienza dei disastri umanitari, del dolore, della catastrofe che c'è in tante parti del mondo. Il Kosovo, per colpa di Milosevic, è oggi la parte più devastata da questo flagello. Per farlo finire, purtroppo, la comunità internazionale è costretta ad usare lo strumento estremo, i bombardamenti"

Walter Veltroni
http://www.democraticidisinistra.it/interviste/veltroni010499.htm

"La sinistra italiana che sosteneva il principio della non ingerenza e della sovranità nazionale sta facendo un grande salto di maturità. Una sinistra nuova che capisce che ci sono valori, principi e diritti che non possono essere cancellati. Tra i giovani, tra gli studenti c'è la consapevolezza che quando ci sono centinaia di migliaia di persone che scappano può essere necessario usare la forza per aiutare i deboli. Si parla della guerra giusta ma io vorrei introdurre il concetto della pace giusta. Finché ci sono la diaspora, la pulizia etnica, gli stupri, le decapitazioni, non c'è pace, anche se i bombardieri tacciono"

Walter Veltroni
http://www.democraticidisinistra.it/interviste/intervista_veltroni1004.htm

"Stavano avvenendo cose di fronte alle quali non ci si può più limitare alla compassione e alla condanna: le decapitazioni, le fosse comuni, lo sterminio. Vedi, a quelli che l'altro giorno sono venuti davanti a Montecitorio con gli ulivi insanguinati, io potrei dire: dov'eravate, amici, dov'erano i vostri fiori quando i serbi compivano  atrocità e uccidevano 300 mila esseri umani in Bosnia?"

Intervista a  Walter Veltroni su l'Unità 29 marzo '99
http://www.democraticidisinistra.it/interviste/veltroni290399.htm



Giovanna Melandri dichiara a Ballarò dell'8 aprile 2003 che la guerra alla Jugoslavia era da considerarsi legittima per tre motivi:

- La guerra era autorizzata dalla Nato (sic)
- La guerra era motivata dal massacro di Srebrenica avvenuto "poco prima" (sic)
- La guerra avveniva dopo l'uccisione di 300.000 kosovari (sic)

Soffermiamoci sull'ultima menzogna auto-assolutoria di Giovanna Melandri.
Il segretario alla difesa americana William Cohen affermò che in Kosovo erano stati uccisi dai serbi 100.000 Kosovari. D'Alema alzò la cifra nei giorni del conflitto e parlò di 200.000 vittime, non distinguendo i profughi dagli assassinati. Oggi la Melandri integra un numero già spaventoso di vittime al rialzo per giustificare quella guerra ormai persa nella memoria, e parla di 300.000 morti. Questa operazione rialzista è una operazione sporca, da democrazia americana. Ma, e la cosa è ancor più grave in questi giorni di eccidi giustificati da fumo ideologico, l'onorevole Melandri nega il riconoscimento storico della infondatezza di queste cifre. Al pari delle vittime delle torri gemelle -che son passate da 50.000 (200.000 per la
Fallaci) a 3.000 vittime- anche le vittime della "pulizia etnica" nel Kosovo sono state ampiamente ridimensionate e anche questa parte della conquista del continente europeo probabilmente dovrà essere riscritta. Ad oggi il tribunale penale internazionale accusa il "regime di Milosevic" di alcune centinaia di morti (670 vittime secondo i servizi segreti croati non certo vicini ai serbi, 187 secondo il rapporto dei medici del Tribunale dell'Aja per i crimini di guerra in Jugoslavia.

Val la pena di ricordare alcuni degli episodi della guerra
umanitaria alla Jugoslavia nel 1999

31 Maggio Colpito l'ospedale di Surdulica, il bilancio parla di venti morti.
19 Maggio Colpito l'ospedale di Belgrado, tre morti.
14 Maggio Colpito villaggio Kosovaro 100 morti.
7 Maggio Colpito ospedale e mercato di Nis 20 morti.
7 Maggio Colpita l'ambasciata cinese 3 giornalisti morti e 20 diplomatici feriti.
1 Maggio Colpita corriera a Luzane 40 morti.
27 Aprile Surdulica: decine di case distrutte e diversi morti civili per missili fuori rotta.
23 Aprile Belgrado: 16 dipendenti della TV serba uccisi; obiettivo legittimo per la Nato.
14 Aprile Djakovica: 75 kosovari uccisi, addebitati inizialmente ai serbi, in realtà per missili alleati.
12 Aprile Aleksinac: edifici civili abbattuti per errore.

http://www.repubblica.it/online/fatti/civili/civili/civili.html

Dal 16 marzo 1999, 23.000 missili e bombe furono sganciate su un Paese di 11 milioni di abitanti. 35.000 cluster bombs (a frammentazione, armi di distruzione di massa contrarie alla convenzione di Ginevra) ed a grafite; furono usati 31.000 proiettili ad uranio impoverito, con rilascio di materiale contaminante su tutta la Jugoslavia. In 78 giorni di bombardamenti furono colpite scuole, ospedali, fattorie, ponti, strade e vie acquatiche.

http://www.romacivica.net/forumdac/Usawarcrimes.htm





D'Alema ha detto / Hanno detto di D'Alema



... E' difficile definire le regole di appartenenza al giro nobile dei grandi,
non esiste uno statuto.
Di fatto ti rendi conto di essere entrato
in una certa agenda di telefonate del presidente degli Stati Uniti...


(da: Massimo D'Alema "Gli italiani e la guerra", Mondadori)

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Italia/Luttwak: "per gli Usa D'Alema fu più affidabile di Berlusconi"

''Nel 1999 il governo di Massimo D'Alema ha combattuto nel Kosovo ed e' rimasto lealmente al fianco degli americani dal principio fino alla fine della guerra. Nel 2003 il governo di Silvio Berlusconi non ha partecipato all'intervento in Iraq. Questa e' l'unica vera differenza che Washington ha notato fra il centrosinistra ed il centrodestra, sul piano della strategia militare''. Lo afferma a ''La Stampa'' Edward Luttwak, Senior fellow del Center for Strategical and International Studies.
E, riguardo le affermazioni del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, secondo cui il capo della Casa Bianca, George Bush, avrebbe lasciato intendere di non volere il ritorno del centrosinistra a Palazzo Chigi, Luttwak afferma ancora: ''In generale, per principio, il governo americano non dichiarerebbe mai di non poter lavorare con l'opposizione di un Paese democratico, quando andasse al potere vincendo regolari elezioni''.
''Non lo facciamo -aggiunge l'esperto statunitense- neanche quando gli oppositori sono i nostri peggiori nemici. Nel caso dell'Italia, poi, gli Stati Uniti hanno gia' lavorato col centrosinistra, e si sono trovati meglio che con gli altri governi ostentatamente filoamericani''.

FONTE: http://www.contropiano.org/doc_europa&russia.asp
02.11.05 - Italia/Luttwak: "per gli Usa D'Alema fu più affidabile di Berlusconi"

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...Vorrei ricordare che quanto a impegno nelle operazioni militari noi
siamo stati, nei 78 giorni del conflitto, il terzo Paese, dopo gli USA e
la Francia, e prima della Gran Bretagna. In quanto ai tedeschi, hanno
fatto molta politica ma il loro sforzo militare non è paragonabile al
nostro: parlo non solo delle basi che ovviamente abbiamo messo a
disposizione, ma anche dei nostri 52 aerei, delle nostre navi. L'Italia
si trovava veramente in prima linea...

(Massimo D'Alema)

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Dispaccio ANSA - Roma, 23 nov.
PRC: BERTINOTTI, D'ALEMA CANDIDABILE AL QUIRINALE

"D'Alema al Quirinale? Candidabile a prescindere da me alla Camera". Lo ha affermato il segretario di Rifondazione comunista Fausto Bertinotti, nel corso di "Controcorrente", l'approfondimento di SKY TG24 condotto da Corrado Formigli precisando che l'ideale successore di Ciampi "dovrebbe essere un uomo o una donna che per prima cosa si ispiri all'art 11 della Costituzione".
Se le barzellette di Berlusconi non fanno più ridere neppure al bar e quelle su Berlusconi sono banali più di una dichiarazione di Rutelli, per fortuna ci sono quelle di Bertinotti.
"D'Alema è candidabile al Quirinale". Bella scoperta: ha l'età, i diritti politici ed un certo numero di grandi elettori. Ma fantastica è la precisazione: il nuovo presidente "dovrebbe essere un uomo o una donna che per prima cosa si ispiri all'art. 11 della Costituzione". Perfetto! L''uomo giusto (il bombardatore della Jugoslavia) al posto giusto. Del resto, c'è una regola che ha funzionato quasi sempre: ogni presidente della Repubblica riesce sempre a far rimpiangere il suo predecessore. Col Ciampi tanto amato da Fini si tratta di un'impresa davvero titanica, ma ci riusciranno anche questa volta grazie anche al contributo del signore di cui sopra.

Fonte: Notiziario del Campo Antimperialista ... 4 dicembre 2005 ...
http://www.antiimperialista.org

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A D'Alema va conferito un “altissimo ruolo istituzionale”

Rina Gagliardi su “Liberazione” del 23 dicembre 2005
pag. 12, ultime due colonne, 13sima riga




L'avvocato Vilardo sulla candidatura di D'Alema




D'ALEMA NO.

Aprile-maggio 2006 - Dall'avvocato Pasquale Vilardo riceviamo queste importanti note, riportate di seguito, che ci trovano assolutamente d'accordo.
Il ripudio della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali rimane un criterio guida dell'agire politico di tutti i cittadini democratici. Principi così fondamentali non si barattano per un piatto di lenticchie. I rappresentanti politici devono rispettare i sentimenti ed i valori pacifisti dei loro elettori oltrechè, naturalmente, le leggi fondamentali della Repubblica.
La guerra di aggressione contro la RF di Jugoslavia, nel 1999, non è stata solo illegale, ma anche criminale, avendo causato centinaia di morti civili innocenti sul colpo e molte decine di migliaia di morti ammazzati in seguito alle conseguenze ambientali dei bombardamenti. Essa è stata condotta usando armi vietate, ed ha avuto come conseguenza diretta la "pulizia etnica" delle comunità non albanofone dalla provincia serba del Kosmet, con veri e propri pogrom ed atti vandalici anche contro beni culturali sulla carta tutelati dall'UNESCO. Il Kosmet, dal giugno 1999 in poi, pur militarmente occupato dagli aggressori del paese sotto ipocrita copertura ONU, è diventato il paradiso della criminalità organizzata che gestisce il traffico di droga, prostituzione ed armi in Europa: non è azzardato dire che la guerra di aggressione del 1999 sia stata scatenata da certi poteri in seno alla NATO anche per tutelare gli interessi criminali di queste bande mafiose delle quali l'UCK ha rappresentato la mera infrastruttura militare. Dal punto di vista strettamente politico, tra gli obiettivi in gran parte conseguiti di quei bombardamenti del 1999 vanno annoverati: 1) una nuova secessione su base razziale nel già massacrato contesto balcanico 2) il furto giuridico ed economico ai danni della RF di Jugoslavia, fino allo scioglimento formale di questo Stato 3) la delegittimazione dell'ONU e dei principi fondamentali del diritto nazionale ed internazionale.
Per tutti questi motivi - giuridici, etici e politici - la proposta di assegnare qualsivoglia incarico istituzionale a Massimo D'Alema è irricevibile e ci vede come strenui oppositori.

A. Martocchia
(resp. politico, Coord. Naz. per la Jugoslavia)

----- Original Message -----
From: Avv.Vilardo Pasquale
To: lettere@liberazione.it
Sent: Thursday, April 20, 2006 8:18 AM
Subject: D'ALEMA , L'OPPOSIZIONE ALLA GUERRA, LA NONVIOLENZA.

 D'ALEMA, L'OPPOSIZIONE  ALLA  GUERRA, LA NONVIOLENZA.

 Caro direttore,

 in questi giorni impazza il "D'Alema for President" - dal toto-Quirinale al toto-Camera -, ma voglio ricordare, per il popolo dell'opposizione alla guerra e della nonviolenza che ha eletto il 9 aprile numerosi suoi rappresentantti alla Camera e al Senato, che D'Alema e' stato denunciato per l'illegalita' e la disumanita' della guerra del 1999 di aggressione alla ex Jugoslavia, nella sua qualita' di Presidente del Consiglio, per la violazione degli art.11 e 78 della Costituzione e di svariati articoli del codice penale.
All'epoca le denunce vennero archiviate, sulla base del presupposto che le Camere avessero dichiarato formalmente lo stato di guerra ai sensi dell'art.78 della Costituzione. Ma non e' stato cosi', tanto e' vero che Nichi Vendola scrisse un articolo su Liberazione per ribadire che le Camere vennero messe di fronte al fatto compiuto e che numerosi parlamentari - finanche di centrodestra - hanno confermato la versione di Vendola, del resto suffragata dai resoconti parlamentari, scrupolosamente letti e riletti da un valente magistrato incaricato a cio'.
Ci sono tutti i presupposti dunque perche' l'istanza redatta da tempo dai giuristi del PRC ai sensi dell'art. 2 comma 2 della legge del 5 giugno 1989 n.219 perche' venga revocato il decreto di archiviazione e si proceda nei confronti di D'Alema sia depositata alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma.
Ma a parte l'aspetto giuridico, c'e' una domanda etico-politica cui rispondere: e' possibile votare D'Alema sulla base di principi quali la non violenza e l'opposizione alla guerra? Possibile che in tutta l'Unione non ci siano altri candidati per cariche cosi' importanti e impegnative sotto il profilo politico, giuridico ed etico?


Avv. Pasquale Vilardo,
portavoce dell'Associazione Giuristi Democratici di Roma.
Prevod sa italijanskog na srpsko-hrvatski (olga daric)

Pismo direktoru dnevnika Liberazione (organ PRC)
lettere @ liberazione.it
20. aprila 2006.
Advakat Paskuale Vilardo u ime Rimskog Saveza Demokratskih Pravnika.
Pismo ocito zasluzuje paznju najsire medjunarodne miroljubive javnosti, zato je prevedeno.

<< Dragi druze,

U poslednje vreme u najvisim organima vlasti sve bruji od poklica "D'Alemu za predsednika." U ime mira i naroda koji se aktivno bori protiv politike rata, te je shodno tome 9. aprila izglasao prilican broj poslanika, svojih predstavnika, u Poslanicki Dom i Senat, podsecam da je protiv D'Aleme podignuta optuznica zbog proizvoljne i zverske agresije na Jugoslaviju. U svojstvu predsednika Ministarskog Saveta D'Alema je pogazio clan 11 i clan 78 Ustava kao i citav niz drugih iz Krivicnog prava.
Sve tuzbe koje su protiv D'Aleme tada podnete arhivisane su uz obrazlozenje da su oba Poslanicka doma zvanicno proglasila rat u smislu clana 78 Ustava. To, medjutim, nije istina. Utoloko pre sto je Liberazione objavio clanak iz pera Niki Vendole gde se jasno kaze da su oba Doma bila stavljena pred svrsen cin, sto su potvrdili mnogi poslanici, pa i oni iz redova desnog centra. Uostalom nadlezni sudija je do istog zakljucka dosao posle iscrpnog i pomnog proucavanja skupstinskih zapisnika.
Dakle, zadovoljeni su svi uslovi da tuzbe protiv D'Aleme svojevremeno podnete od pravnika Partije Rifondacione Komunista (PRC) shodno clanu 2, stav 2 zakona n° 219 iz 5. juna 1989. budu uzete u razmatranje i prosledjene nadleznom sudu u Rimu kako bi krivicni postupak gonjenja mogao poceti.
Napomenucu jos da pored tog pravnog naboja,D'Alemin slucaj ima i svoju moralno-politicku konotaciju pa je neumitno pitanje : je li moguce glasati za D'Alemu sa stanovista miroljubive koegzistencije i aktivne borbe protiv politike rata i nasilja? Zar je moguce da u vasceloj vladajucoj koaliciji ne postoji niko podobniji od D'Alema sa politicke, eticke i pravne tacke gledista?

Advokat Pasquale Vilardo,
predstavnik Rimskog Saveza Demokratskih Pravnika >>

(na ovu temu imamo jos materijala na italijanskom koji za potrebe korisnika mozemo prevesti:
http://www.cnj.it/24MARZO99/politico.htm
http://www.cnj.it/24MARZO99/giudiziario.htm )

----- Original Message -----
From: Avv.Vilardo Pasquale
Sent: Monday, May 01, 2006 6:16 PM
Subject: All'attenzione di Rina Gagliardi e del direttore Piero Sansonetti. INOLTRO.

Inoltro  gli interrogativi posti  a  Rina Gagliardi e al direttore di Liberazione  sull'eventuale candidatura di D'Alema  a capo dello stato sia per conoscenza che per richiedere lumi a coloro che a suo tempo proposero le denunce - e  sono numerosi tra PRC e GD,  ad esempio -  e ancora oggi  fanno il discorso del diritto e della guerra, ma anche della difesa della Costituzione e sulla nonviolenza, perche' francamente sono perplesso a fronte di questa reiterata proposta, tanto piu' perche' l'Unione ha in Parlamento i numeri per non cedere a nessun ricatto bipartisan e quindi per agire in positivo.
Mi pare che i principi giuridici, politici ed etici in ballo siano evidenti: o abbiamo sbagliato noi ad opporci alle guerre anche in quanto illegali e dopo i "ragazzi di Salo' " vedremo la riabilitazione dei "bombardieri umanitari", dei mercenari e peggio ancora?
E poi, preparandoci alla battaglia sul referendum costituzionale, come difendiamo articoli e principi come quelli che scaturiscono dagli articoli 11, 78, 87 della stessa con un capo dello stato che da capo del governo li ha bellamente  violati senza che si abbia notizia pubblica di un'autocritica?
O dobbiamo liberarci dei nostri studi giuridici e dei nostri principi politici di decenni e decenni  - a sinistra e nell'area comunista - in  quanto vecchi arnesi obsoleti e  ormai di impaccio alla governabilita'?
Pasquale Vilardo


----- Original Message -----
From: Avv.Vilardo Pasquale
Sent: Monday, May 01, 2006 3:46 PM
Subject: All'attenzione di Rina Gagliardi e del direttore Piero Sansonetti.


ALL'ATTENZIONE DI RINA GAGLIARDI E DEL DIRETTORE PIERO SANSONETTI.

Cara Rina Gagliardi,
ho letto il tuo articolo su Liberazione di oggi - 1.5.06 -  dal titolo " La corsa al Quirinale ..." nel quale riproponi  la candidatura di D'Alema per il Quirinale e pertanto reinvio per conoscenza la mia lettera al giornale in proposito, non pubblicata, con le seguenti precisazioni.

1. Nel 1999 la guerra dei governi della Nato all'ex Jugoslavia provoco' un imponente movimento internazionale di giuristi contro l'illegalita'  e la disumanita' della stessa.
In Italia i giuristi del PRC furono protagonisti di quel movimento, che sfocio' in 14 procedimenti dinanzi a 14 diverse Procure della Repubblica firmate da centinaia di cittadini, con in prima fila numerosi parlamentari e dirigenti nazionali e locali del PRC.
Ne scaturi' un procedimernto penale  a carico di D'Alema in qualita' di Presidente del Consiglio per violazione degli articoli 11, 78, 87 della Costituzione e di articoli del codice penale quali quelli ex art. 283, 287 e 422.
Il Tribunale dei Ministri archivio' perche' ritenne che il Parlamento aveva formalmente dichiarato la guerra ex art.78 Cost. Ma non era cosi', il Parlamento era stato messo di fronte al fatto compiuto: infatti, Nichi Vendola scrisse un articolo su Liberazione in proposito, vari parlamentari assentirono (tra loro il sottosegretario di D'Alema ed esponenti del centrodestra, oltre quelli della  sinistra radicale), un magistrato  incaricato all'uopo lesse i resoconti parlamentari e confermo' il tutto.
Nel frattempo, in conseguenza di quella guerra illegale, veniva approvato informalmente dai governi in carica - senza alcun passaggio parlamentare - il nuovo trattato della NATO, esplodeva la vicenda dell'uranio impoverito e la tragedia jugoslava si aggravava a dismisura, ad indicare altre conseguenze nefaste.
A questo punto - a norma di legge - il decreto di archiviazione su D'Alema puo' essere revocato e infatti tra giuristi del PRC vi e' stata anche una deliberazione in tal senso, anche se non posta in essere.

2. Dopo il 1999 lo spettro delle guerre imperiali si e' aggravato a dismisura, il PRC ha adottato la linea della non violenza, la nostra Costituzione rischia ormai di essere stravolta  e sostituita con un'altra, di impianto autoritario e liberista.

3. Alla luce di quanto sopra  non ti pare che:
- la candidatura di D'Alema al Quirinale e' in stridente contrasto con la lotta del movimento per la pace contro l'illegalita' della guerra alla ex Jugoslavia del 1999 e - piu' in generale -  con  lotta per la difesa della Costituzione e la linea della nonviolenza del PRC?
- non si rischia cosi' di deludere il movimento, sociale politico e giuridico, contro la guerra, e di infilare il PRC in un tunnel di terribili contraddizioni, a mio avviso indifendibili?

Alcuni dei protagonisti del movimento politico e giuridico contro la guerra hanno gia' approvato  la mia lettera non pubblicata, formulando esplicite richieste al PRC, tra i cui parlamentari numerosi sono coloro che pure hanno denunciato D'Alema.
Di piu': il Presidente della Repubblica puo' anche essere un non parlamentare, perche' dunque insistere con questa mono-richiesta cosi' discutibile, inopportuna e contraddittoria con la stessa storia e gli stessi principi del PRC?
E comunque pensa anche al prossimo futuro: con comportamenti del genere ritieni che il PRC reggera' poi alle critiche, in campo sociale politico giuridico etico? E - di grazia - con quali argomentazioni serie?
Non so se sono il Don Chisciotte della situazione, scrivo anche per dirimere i miei stessi dubbi, che sono tanti, pero' ammetterai che gli interrogativi sono seri, inquietanti, ineludibili. Non a caso vorremmo ri-fondare il movimento comunista, in discontinuita' netta con gli errori e le tragedie del passato. E il vizio di dire una cosa prima di essere eletti e di farne poi un'altra "una volta in sella politico-istituzionale", lasciamolo ai politici del pensiero unico, capitalista e borghese: noi siamo diversi, siamo comunisti e vogliamo cambiare (in meglio) le cose.
A tale proposito trascrivo le parole di Nichi Vendola su "Liberazione" del 30.12.99, a commento del decreto di archiviazione su D'Alema:

<< ... "c'e' un giudice a Berlino!" A Roma quel giudice e' in vacanza o, se c'e', e' assai distratto, non conosce bene neppure le norme scritte nella carta costituzionale, non legge neppure i giornali: infatti l'alta magistratura capitolina ha archiviato le trenta denunce, presentate da illustri giuristi e da alcune migliaia di italiani, contro il governo D'Alema per la guerra d' aggressione alla Repubblica jugoslava: dicono questi Soloni (potremo chiamarli "toghe nere") che non vi e' stata illegittimita' ne' reato, perche' l'intervento militare fu preventivamente avallato dal Parlamento: una menzogna evidente, per chiunque sappia leggere e scrivere: Signori della corte, a me parlamentare fu negato per svariati giorni persino uno straccio di dibattito, le parole e un truffaldino voto vennero dopo, a guerra avviata. Davvero non lo sapevate? Le guerre sono sempre, fra l'altro, strage di verita'... >>

E del resto finanche  il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio on. Minniti sul " Corriere della Sera " del 30.6.99 ammette:

<< Eravamo in aula con i parlamentari che si interrogavano sull'opportunita' di un intervento aereo mentre gli aerei erano gia' in volo. Il Parlamento discuteva e intanto tutto stava gia' accadendo. >>

Avv. Pasquale Vilardo

P.S.
Per sottolineare l' "internita'" politica e giuridica della mia critica faccio presente che sono dirigente del circolo PRC di Ponte Milvio e faccio parte degli organismi giuridici del PRC, dei Giuristi Democratici e del comitato per la difesa della Costituzione.




Intellettuali "fin de siècle"




Vedi anche:
Andrea Martocchia, Scienza e guerra "fin de siècle"
in: IMBROGLI DI GUERRA. Contributi al Seminario sulla guerra nei Balcani, Roma, 21 giugno 1999
Roma, Odradek 1999



Intellettuali in guerra
di FRANCESCO ERBANI
La Repubblica, 10 maggio 1999 - pagina 27, sezione Cultura

Il più tranchant è stato il drammaturgo inglese Harold Pinter: "La politica estera americana si può definire nel modo seguente: baciami il culo o ti rompo la faccia. Milosevic si è rifiutato di baciare il culo dell' America e allora Clinton rompe la faccia al popolo serbo". La più sorprendente senza dubbio Vanessa Redgrave: grande attrice, grande figura della sinistra britannica, pacifista di lungo corso, non ha esitato un minuto e si è schierata a favore dei bombardamenti della Nato sulla Serbia. Due esempi a puro titolo di campionatura: sono molti in tutta Europa e fuori gli intellettuali che si sono schierati, chi rispondendo alle angosce che dettava il proprio animo, chi agitando le proprie competenze, chi rincorrendo una propria verità per intuizione, con slancio poetico, chi aderendo ad un appello, chi sgambettando sul teatrino delle vanità. Accanto a quelli che hanno fatto prevalere le ragioni di un "sì" o di un "no" all' intervento dell' Alleanza contro Milosevic, ci sono i tanti che hanno squadernato dubbi. Gli intellettuali del Vecchio Continente parlano senza frontiere. Le loro parole rimbalzano da un quotidiano all' altro. Nessuna sorpresa dunque se uno dei più acuti scontri si sia acceso fra l' americana Susan Sontag e l' austriaco Peter Handke, da tempo apologeta di Milosevic. La scrittrice de L' amante del vulcano, che durante i bombardamenti mise in scena a Sarajevo un Aspettando Godot, ha accusato senza perifrasi il suo collega di essere, al pari di Louis-Ferdinand Céline, geniale come scrittore, ma pessimo come uomo, assimilando la smaccata propaganda filoserba di Handke all' antisemitismo e al filonazismo dell' autore di Viaggio al centro della notte. Contro Handke si è scagliato anche Salman Rushdie, che gli ha addebitato molte "idiozie", e lo ha immaginato a rivaleggiare "in scemenze di classe mondiale con l' attore Charlton Heston". Un altro elemento di rilievo è quell' effetto di sparigliamento che molti interventi suscitano. Chi avrebbe mai pensato di trovare Jurgen Habermas su posizioni così critiche nei confronti del pacifismo? Eppure il filosofo tedesco ha trovato molti punti deboli in chi accusa gli Stati Uniti di voler garantire e approfondire la propria sfera di influenza colpendo la Serbia. In Inghilterra prevale anche fra gli intellettuali la linea di Tony Blair, il più impegnato nel conflitto a fianco degli Stati Uniti. "La Serbia di Milosevic", scrive il Guardian, "è assimilata alla Spagna di Franco durante la guerra civile". E questa sovrapposizione ha più forza dell' antica attitudine pacifista e di certo radicato antiamericanismo della sinistra britannica. Fa eccezione, oltre Pinter, lo storico Eric Hobsbawm, critico del New Labour, che in un' intervista a l' Unità, bolla la posizione americana come megalomane, "un pasticcio". Non era del tutto prevedibile neanche la posizione assunta da Gunter Grass, il cui appoggio ai bombardamenti della Nato era mitigato da una sola obiezione: l' intervento in Kosovo arriva troppo tardi. E una tesi analoga ha sostenuto un altro scrittore tedesco, Peter Schneider: "Dobbiamo domandarci se un impegno militare più precoce non avrebbe impedito l' attuale catastrofe". Anche in Germania le scelte di Schroder sembra raccolgano consensi in vasti settori intellettuali. Lo storico Daniel Goldhagen, che ha studiato quanto intensa fu nel popolo tedesco l' adesione ai progetti di sterminio hitleriani, ha esteso questo criterio alla Serbia di Milosevic. Molti più dubbi animano invece Christa Wolf, la scrittrice maggiormente rappresentativa dell' ex Ddr, che alla solidarietà verso chi soffre accompagna la convinzione che "per quanto grande possa essere il disprezzo nei confronti della soldataglia serba", in nessun modo si può pensare che le bombe aiutino i kosovari. In Francia gli schieramenti paiono più netti. Usano la grancassa per sostenere la Nato Bernard-Henry Lévy o André Glucksmann, che si è prodigato in un plateale elogio ai piloti dell' Alleanza ("rischiano la loro vita per colpire con la maggiore precisione possibile e proteggere i civili") che oggi stride di fronte alle macerie dell' ospedale di Nis e ai brandelli dell' Ambasciata cinese di Belgrado. L' abitudine a riflettere non abbandona invece Edgar Morin, che ricorda i vani sforzi per favorire a Parigi un incontro fra Rugova, leader moderato dei kosovari, e le autorità francesi. Non fu mai possibile, ha raccontato il filosofo in un' intervista all' Unità, con ciò favorendo l' isolamento dell' autonomista Rugova a favore dei militanti dell' Uck. I più rappresentativi intellettuali sudamericani hanno posizioni altrettanto definite. Mario Vargas Llosa sostiene le ragioni della Nato: a suo avviso il problema non è il Kosovo, il problema è Milosevic. Sulla banda opposta sia Luis Sepulveda che Gabriel Garcia Marquez (che ha scelto di condire la sua avversione con un ritratto del segretario della Nato Javier Solana, "uomo rasato male a causa dell' insonnia", prodigo di sorrisi e abbracci al punto da stringere a sé un palo della luce). Contrario all' intervento militare anche lo spagnolo Manuel Vazquez Montalban, mentre sono dalla parte dell' Alleanza militano Juan Goytisolo e Jorge Semprun. Due grandi figure come Noam Chomsky e Michael Walzer si dividono il campo negli Stati Uniti, mentre un grande vecchio dell' America liberal John Kenneth Galbraith, manifesta un amaro scetticismo sull' utilità dell' azione militare, alla quale preferisce l' antica pazienza diplomatica. Il celebre linguista, ha sfoderato il pacifismo degli anni del Vietnam e della guerra nel Golfo ed ha argomentato la sua opposizione ai bombardamenti elencando tutti gli altri focolai di pulizia etnica che bruciano nel mondo e che si consumano lontano dall' attenzione occidentale. Walzer, autore di un libro che si intitola Guerre giuste e guerre ingiuste, è invece favorevole a un intervento che blocchi la criminale azione contro i kosovari, e che usi, se necessari, tutti gli strumenti, compreso lo sbarco di truppe terrestri. In Italia la temperatura è rimasta, finora, tiepida. Di appelli ne sono circolati un paio: uno patrocinato da Inge Feltrinelli (e sottoscritto originariamente da un centinaio e più di scrittori, critici, accademici, registi, professionisti, uomini di scienza, artisti e musicisti), e un altro che recava come prima firma quella di Mario Luzi (seguito da Carlo Bo, Liliana Cavani, Carlo Lizzani, Giovanni Raboni, Rita Levi Montalcini, Lalla Romano, Vincenzo Consolo e altri ancora). Sia Gianni Vattimo che Claudio Magris hanno sollevato dubbi e questioni, esercitando quel diritto a capire meglio le cose del mondo che è tipico della funzione intellettuale. Ha però agitato le acque una intervista di Giancarlo Bosetti a Norberto Bobbio, che insieme a tante perplessità manifestava consenso all' uso delle maniere forti per bloccare il dittatore Milosevic. Alcuni degli argomenti usati dal filosofo torinese, in particolare sul ruolo degli Stati Uniti, non hanno convinto né due suoi allievi come il giurista Luigi Ferrajoli e il politologo Danilo Zolo, né un altro grande protagonista del pensiero novecentesco come Eugenio Garin, che al pari di Bobbio, parlava all' altezza giusta per leggere in profondità cosa si agita nel ventre di questo secolo che muore.




Nobel laureate Harold Pinter opposes NATO action
US foreign policy can be defined as follows: 'Kiss my arse or I'll kick your head in.' Milosevic refused to kiss America's arse so Clinton is kicking in the head of the Serbian people (not Milosevic himself) with catastrophic consequences for the Kosovans. Nato's action is ill thought out, ill considered, misjudged, miscalculated, disastrous. It is also totally illegal and probably represents the last nail in the coffin of the UN. The justification for the action - 'humanitarian considerations' - is clearly a very bad joke. It also demonstrates a profound hypocrisy on the part of the US and UK. Sanctions on Iraq - led by those countries - have killed nearly one million Iraqi children. That's genocide for you - in no uncertain terms.
Milosevic is undoubtedly ruthless and savage. So is Clinton. Clinton continues the vicious Reagan/Bush tradition with no trouble at all. But he combines that tradition with a shy grin and a beguiling southern drawl. He can really be so sweet on television. Blair is the one who kisses Clinton's arse fervently and dreams that he is Mrs Thatcher. The level of intelligence employed in this whole enterprise is pathetic if not infantile. The US is now a highly dangerous force, totally out of control.

Harold Pinter,
London (in: The Guardian, Thursday April 8, 1999 – source)

   Counterblast May 4 1999 - Television programme (also HERE)

Harold Pinter's contribution in written publications on Nato's bombing of Serbia

Playwright Harold Pinter presents a powerful case in opposition to NATO bombardment of Serbia (by Ann Talbot, 7 May 1999 – also on JUGOINFO)

We are bandits guilty of murder (Harold Pinter, The Telegraph, 2 May 1999)






Sergio Mattarella e la aggressione alla Jugoslavia




Ha detto Sergio Mattarella ...

... nel corso della Informativa urgente alla Camera sulla partecipazione dell'Italia alla aggressione armata contro la Repubblica federale di Jugoslavia, 24 marzo 1999:
<< Sappiamo tutti che l'ONU (...) non ha espressamente autorizzato un intervento armato in Kosovo. È anche a tutti nota la ragione per cui ciò non avviene: la ferma opposizione dei paesi con diritto di veto nel Consiglio di sicurezza. Come è noto, l'Italia si batte da anni per una riforma del Consiglio di sicurezza che lo renda più democratico e rappresentativo, ponendo le premesse per un superamento del diritto di veto... >>
[In merito si veda anche la polemica in Commissioni riunite, 18 marzo 2003:

... in risposta a una interrogazione parlamentare, 27 settembre del 2000:
<< ... a Sarajevo ... non vi è mai stato uso di uranio impoverito >>
[In merito si vedano ad esempio:
Depleted Uranium Contaminates Bosnia-Herzegovina (ENS, March 25, 2003)
Depleted uranium in Bosnia's water (Apr 30, 2003)
Depleted Uranium in Bosnia and Herzegovina:Post-Conflict Environmental Assessment (UNEP, March 2003)

... intervistato dal Corriere della Sera, 5 giugno 1999:
<< La fine della guerra poteva essere raggiunta solo puntando su una pace giusta... Non vogliamo l' indipendenza di quella regione, ne' cambiare l' assetto territoriale della Jugoslavia. >>
[In merito si veda la dichiarazione alla stampa di Massimo D'Alema, che nel febbraio 2008 annuncia il riconoscimento dello "Stato" del Kosovo da parte dell'Italia:

... esprimendosi in merito al colpo di Stato dei nazionalisti serbi contro il governo delle sinistre, Ottobre 2000:
<< Scompare, nel nostro continente, l'ultimo regime fondato su una visione nazionalistica ed espansionistica a discriminante etnica e su principi ed ideologie ereditati dal totalitarismo' >>
[In merito alla discriminante etnica, si veda il nostro 

Su Mattarella e i bombardamenti anticostituzionali contro la Jugoslavia si vedano anche:

La composizione del governo D'Alema I (21 ottobre 1998)

Conferenza stampa di Solana e Clark, a Bruxelles (25 marzo 1999)
... Anche il vicepresidente del Consiglio italiano Sergio Mattarella, intervendo brevemente, questa mattina, al Senato, ha confermato che la Nato va avanti ...

In risposta alle contestazioni di Ramon Mantovani in Commissione Difesa (5 luglio 2000)







www.ilmanifesto.it
riprodotto su:
http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=18094
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/6433
en francais: Comment l’Italie a conquis le « statut de grand pays »
http://www.mondialisation.ca/index.php?context=va&aid=12866
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/6433

Decimo anniversario della guerra contro la Iugoslavia

Come l’Italia conquistò lo «status di grande paese»

Manlio Dinucci

Il 24 marzo 1999, la seduta del senato riprende alle 20,35 con una comunicazione dell’on. Mattarella, vice-presidente del governo D’Alema: «Onorevoli senatori, come le agenzie hanno informato, alle ore 18,45 sono iniziate le operazioni della Nato». In quel momento, le bombe degli F-16 del 31° stormo Usa, decollati dalla base di Aviano, già hanno colpito Pristina e Belgrado. E stanno arrivando nuove ondate di cacciabombardieri Usa e alleati, partiti da altre basi italiane. Come testimonia lo stesso Massimo D’Alema nel libro-intervista Kosovo / Gli Italiani e la guerra (Mondadori, agosto 1999), i capi di governo della Ue, prima di partire per il vertice di Berlino, avevano fatto un «giro di telefonate», dando «pieni poteri al comandante generale della Nato» (il generale Usa Wesley Clark).
In tal modo, violando la Costituzione (artt. 11, 78 e 87), l’Italia viene trascinata in una guerra, di cui il governo informa il parlamento dopo le agenzie di stampa, quando ormai è iniziata.
Fondamentale è il ruolo svolto dai comandi e dalle basi Usa/Nato in Italia. Le operazioni navali e aeree sono dirette dai comandi alleati di Napoli e Vicenza, agli ordini di ufficiali Usa e quindi inseriti nella catena di comando del Pentagono. E dalle basi in Italia decolla la maggior parte dei mille  aerei che, in 78 giorni, effettuano 38mila sortite, sganciando 23 mila bombe e missili sulla Serbia e il Kosovo.
 In tal modo viene attivato e testato, nelle condizioni di una guerra reale, l’intero sistema delle basi Usa/Nato in Italia, preparando il suo potenziamento per le guerre future.
Non solo. Contrariamente a quanto affermato da Mattarella al senato, che «nelle operazioni non sono impegnati aerei italiani», ai bombardamenti partecipano anche 54 aerei italiani, che compiono 1.378 sortite, attaccando gli obiettivi indicati dal comando Usa. «Per numero di aerei siamo stati secondi solo agli Usa. L’Italia è un grande paese e non ci si deve stupire dell’impegno dimostrato in questa guerra», dichiara il 10 giugno 1999 il presidente del consiglio D’Alema durante la visita alla base di Amendola, sottolineando che, per i piloti, è stata «una grande esperienza umana e professionale».
Si rende in tal modo operativo, per la prima volta, il «nuovo modello di difesa», che attribuisce alle nostre forze armate il compito di «proiettarsi» ovunque per difendere gli «interessi vitali».
E il 23-25 aprile 1999, mentre è ancora in corso la guerra, il governo D’Alema partecipa,  a Washington, al vertice Nato che ufficializza il «nuovo concetto strategico»: da alleanza che, in base all’articolo 5 del trattato del 4 aprile 1949, impegna i paesi membri ad assistere anche con la forza armata il paese membro che sia attaccato nell’area nord-atlantica, essa viene trasformata in alleanza che impegna i paesi membri anche a «condurre operazioni di risposta alle crisi non previste dall’articolo 5, al di fuori del territorio dell’Alleanza». Alla domanda di quale sia l’area geografica in cui la Nato è pronta a intervenire, il presidente democratico Clinton risponde che «non è questione di geografia».
Da qui inizia l’espansione della Nato verso est, fin dentro il territorio dell’ex Urss e oltre. Oggi l’«area atlantica» si estende fin sulle montagne afghane. E i soldati italiani sono là, confermando quello che D’Alema definisce con orgoglio «il nuovo status di grande paese», conquistato dall’Italia sul campo di battaglia dieci anni fa.

(il manifesto, 22 marzo 2009)












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