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Indice:
1. La
composizione del governo D'Alema I (21 ottobre 1998) / La barca privata
di D'Alema
2. Scognamiglio, Prodi, Cossiga e D'Alema
si litigano il "merito" di aver condotto l'Italia ad una guerra di
aggressione:
- Scognamiglio: "Il governo D'Alema nacque per
rispettare gli impegni
Nato"
- Prodi: "Attacco contro Milosevic: fu il mio
governo a dire sì"
- Scognamiglio: "Prodi diede solo le basi, noi
inviammo gli aerei"
- Cossiga: "Prodi non aveva i voti per
rispettare gli impegni Nato"
3. Onorevole Prodi, non tolga a
D'Alema il "merito" della guerra!
(comunicato Peacelink - allegati atti governo Prodi)
4. La vigilia della guerra: Come gli
Usa hanno operato, attraverso la
Cia, per trascinare l'Italia nell'aggressione contro la Jugoslavia (di
Domenico Gallo)
5. Veltroni rivendica; la
Melandri non c'era e se c'era dormiva
6. D'Alema ha detto / Hanno detto di
D'Alema
7. Pasquale Vilardo a "Liberazione"
sulla candidatura di D'Alema ad un alto incarico istituzionale (2006)
Come l’Italia conquistò lo
«status di grande paese» (di Manlio Dinucci)
Vedi anche:
# Uno
spartiacque per le Ong, con i raid partì l'infausta missione
Arcobaleno
(Giulio Marcon - Il manifesto del 23-3-2009)
# Rassegna Stampa 24-26 aprile 1999
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1. La composizione
del
governo D'Alema I (21 ottobre 1998)
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Presidente
del Consiglio: Massimo D'Alema (Ds)
Vice Presidente:
Sergio Mattarella (Ppi)
Sottosegretario alla presidenza: Franco
Bassanini (Ds)
Bilancio e Tesoro:
Carlo Azeglio Ciampi
Finanze:
Vincenzo Visco (Ds)
Industria:
Pier Luigi Bersani (Ds)
Esteri:
Lamberto Dini (Ri)
Giustizia:
Oliviero Diliberto (Pdci)
Interno:
Rosa Russo Jervolino (Ppi)
Commercio estero:
Piero Fassino (Ds)
Riforme costituzionali:
Giuliano
Amato
Beni Culturali Spettacoli e Sport: Giovanna
Melandri (Ds)
Sanità:
Rosy Bindi (Ppi)
Ambiente:
Edo Ronchi (Verdi)
Funzione Pubblica:
Angelo Piazza
(Sdi)
Comunicazioni:
Salvatore Cardinale (Udr)
Pubblica Istruzione:
Luigi
Berlinguer (Ds)
Ricerca Scientifica e Università:
Ortensio Zecchino (Ppi)
Trasporti:
Tiziano Treu (Ri)
Difesa:
Carlo Scognamiglio (Udr)
Lavori Pubblici:
Enrico Micheli (Ppi)
Lavoro e Mezzogiorno:
Antonio
Bassolino (Ds)
Pari opportunità:
Laura Balbo
Solidarietà sociale:
Livia Turco (Ds)
Politiche agricole:
Paolo De Castro (Ulivo)
Rapporti parlamento:
Guido
Folloni (Udr)
Politiche comunitarie:
Enrico
Letta (Ppi)
Affari regionali:
Katia Belillo (Pdci)
(21 ottobre 1998) |

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2. Scognamiglio, Prodi, Cossiga e D'Alema
si
litigano il "merito"
di aver condotto l'Italia ad una guerra di aggressione
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Corriere della Sera - http://www.corriere.it
Giovedì 7 Giugno 2001
COMMENTI - LA LETTERA
"Il governo D'Alema nacque per rispettare
gli impegni Nato"
di CARLO SCOGNAMIGLIO
PASINI*
Nel dibattito sulla
caduta del governo Prodi pubblichiamo l'intervento di Carlo
Scognamiglio Pasini, ministro della Difesa nel successivo esecutivo
guidato da D'Alema.
Caro Direttore,
forse in conseguenza dell'esito elettorale, la più autorevole
stampa italiana ha pubblicato numerose interviste a protagonisti ed
articoli autorevoli che qualificano la formazione del Governo
presieduto dall'on. D'Alema (22 ottobre 1998) come la conseguenza dei
peggiori vizi del machiavellismo minore, cioè il complotto, il
tradimento e l'ambizione.
Avendo avuto una parte non secondaria in quella vicenda desidero
testimoniare che una simile ricostruzione non corrisponde affatto alla
verità storica, e costituisce invece il frutto di una percezione
della politica che vede soltanto le questioni interne e non conosce, o
non comprende, le ragioni della politica internazionale che talvolta
sono ben più forti e rilevanti di quelle domestiche.
Il Governo D'Alema non fu formato in conseguenza di questioni interne,
poiché - per quanto io sappia - il protagonista avrebbe
volentieri differito l'appuntamento, ma da ragioni di politica
internazionale che derivavano dalla più grave crisi che il Paese
si trovò ad affrontare negli oltre 50 anni della Repubblica.
Questi sono i fatti.
Il Governo presieduto dall'on. Prodi perse il voto di fiducia alla
Camera il 7 ottobre 1998.
Cinque giorni più tardi il Nac (North Atlantic Council,
cioè la Nato) deliberò l'Activation Order contro il
dittatore serbo Milosevic. Si tratta del terzo e ultimo passo della
procedura di attacco militare in vigore presso l'Alleanza Atlantica,
passo che affida al Segretario Generale e al comandante militare
(Supreme Allied Commander in Europe - Saucer) il mandato, irrevocabile
senza una nuova procedura di voto, di premere il grilletto, cioè
di scatenare l'attacco che verrà compiuto dalle forze alleate,
già schierate per questo scopo.
La delibera del 12 ottobre prevedeva una sospensiva di 96 ore,
cioè fino al 16 ottobre, nell'esecuzione, per dare modo al
Governo jugoslavo di dimostrare la propria disponibilità a
riprendere il negoziato con la comunità internazionale. Questo
fu, infatti, quanto si percepì, per cui alla scadenza la
sospensiva fu protratta per ulteriori 96 ore, cioè fino al 20
ottobre, data alla quale l'Act Ord fu definitivamente sospeso, ma non
revocato. Alla data del 20 ottobre 1998, cioè allo spegnersi
dell'allarme rosso, la procedura per la risoluzione della crisi di
governo italiana si era compiuta, avendo il Presidente della Repubblica
concluso le consultazioni ed affidato all'on. D'Alema l'incarico di
formare il Governo.
Rammentando questi fatti, è impensabile che qualcuno ritenga che
vi possa essere stato un solo rappresentante politico o istituzionale
che nel corso delle consultazioni si sia espresso per un Governo
istituzionale, cioè senza maggioranza parlamentare, oppure per
lo scioglimento anticipato del Parlamento (e per votare, quando: a
Natale?).
In quelle circostanze né il Presidente Scalfaro, né l'on.
D'Alema, avevano altra scelta se non tentare di formare un governo
politico, cioè sostenuto da una propria maggioranza
parlamentare, ancorché formata da una coalizione (i governi di
coalizione sono la norma non l'eccezione nelle situazioni di guerra)
diversa da quella formatasi con le elezioni politiche del 1996, un
governo che garantisse alle Forze Armate italiane la possibilità
di assolvere con dignità i propri compiti nell'Alleanza di
fronte alla imminenza di un conflitto che di necessità avrebbe
visto l'Italia nel ruolo di protagonista.
Sono testimone all'on. D'Alema di aver mantenuto i propri impegni con
scrupolo e determinazione.
Nel mese di novembre (1998, ndr) acconsentì alla richiesta di
far partecipare l'Italia alla costituzione dello Kfor in Macedonia, che
sarebbe poi divenuto il corpo di spedizione in Kosovo, su basi
paritetiche con le maggiori potenze europee, Francia e Inghilterra.
Nel mese di gennaio (1999, ndr) acconsentì al conferimento di
una rilevante forza aerea italiana di 40 (poi 50) aerei da
combattimento al comando Nato.
Il 24 marzo 1999 si assunse la responsabilità di acconsentire
l'inizio delle ostilità, nel corso delle quali pur impegnandosi
- come era suo dovere - nella ricerca di una soluzione diplomatica, non
ostacolò l'azione militare dell'Alleanza.
Verso la fine del conflitto autorizzò l'eventuale partecipazione
dell'Italia alla formazione di un corpo di invasione, con una imponente
aliquota di forze.
L'Italia uscì da questa drammatica vicenda avendo conquistato il
rispetto e la considerazione degli Alleati in una misura che mai si era
espressa in passato, e avendo offerto un contributo insostituibile
all'azione militare.
Queste furono le ragioni della formazione del Governo D'Alema e della
maggioranza che lo sostenne.
E' possibile che prima e dopo la conclusione vittoriosa della guerra
nel Kosovo si siano compiuti errori nella politica interna. Ma questa
è questione diversa dalle vicende che si svolsero nell'ottobre
1998, e sulla quale non saprei esprimermi per difetto di competenza.
*Ex ministro della Difesa
Corriere della Sera - http://www.corriere.it
Venerdi 8 giugno 2001
LA LETTERA
"Attacco contro Milosevic: fu il mio
governo a dire sì"
di ROMANO PRODI*
Nel dibattito sulla
caduta del
governo guidato da Romano Prodi, interviene oggi l'ex presidente del
Consiglio, attuale presidente della Commissione europea. Prodi
replica
a Carlo Scognamiglio Pasini, responsabile del ministero della Difesa
nel governo presieduto da Massimo D'Alema. Scognamiglio aveva sostenuto
che il gabinetto D'Alema era nato per rispettare gli impegni Nato,
consentendo così all'Italia di conquistare il rispetto e la
considerazione degli alleati.
Caro Direttore,
ho letto con interesse sul Corriere della Sera di ieri l'articolo che
l'ex ministro della Difesa Carlo Scognamiglio ha dedicato al passaggio
tra il governo da me presieduto e quello guidato dall'on. Massimo
D'Alema.
Carlo Scognamiglio si sofferma, in particolare, sugli avvenimenti di
politica internazionale (erano i giorni del drammatico confronto con la
Serbia di Milosevic) che fecero da sfondo al passaggio di governo.
Avvenimenti che lo inducono a concludere che il nuovo esecutivo fu
formato per "ragioni di politica internazionale che derivarono dalla
più grave crisi che il Paese si trovò ad affrontare negli
oltre
cinquanta anni della Repubblica".
Fondamentale - secondo Scognamiglio - fu, in questa prospettiva, la
necessità di dare vita ad un governo "che garantisse alle Forze
Armate
italiane la possibilità di assolvere con dignità i propri
compiti
nell'Alleanza di fronte alla imminenza di un conflitto che di
necessità
avrebbe visto l'Italia nel ruolo di protagonista".
"Il governo presieduto dall'on. Prodi perse il voto di fiducia alla
Camera il 7 ottobre 1998. Cinque giorni più tardi il Nac (North
Atlantic Council, cioè la Nato) deliberò l'Activation
Order contro il
dittatore serbo Milosevic. Si tratta del terzo e ultimo passo della
procedura di attacco militare in vigore presso l'Alleanza Atlantica,
passo che affida al Segretario Generale e al comandante militare il
mandato, irrevocabile senza una nuova procedura di voto, di premere il
grilletto. Alla data del 20 ottobre, cioè allo spegnersi
dell'allarme
rosso, la procedura per la risoluzione della crisi di governo italiana
si era compiuta, avendo il Presidente della Repubblica concluso le
consultazioni ed affidato all'on. D'Alema l'incarico di formare il
nuovo governo".
Questi sono "i fatti" ricordati da Carlo Scognamiglio. "Fatti" a
proposito dei quali non ho nulla da aggiungere. Se non un piccolo
particolare.
Questo: ancorché dimissionario, fu il mio governo ad assumersi
la
responsabilità di decidere a favore dell'Activation Order. E fui
io
stesso, come Presidente del Consiglio, a firmare il relativo
provvedimento.
*Presidente della Commissione europea
Corriere della Sera - http://www.corriere.it
Sabato 9 Giugno 2001
POLITICA
Scognamiglio replica al
presidente Ue: l'ex premier DS decise l'azione offensiva
"Prodi diede solo le basi,
noi inviammo gli aerei"
di CARLO SCOGNAMIGLIO*
Caro direttore,
la precisazione del presidente Prodi sulla mia ricostruzione,
pubblicata dal Corriere, delle vicende che diedero l'avvio alla guerra
del Kosovo e alla formazione del governo D'Alema, ovvero che fu pur
sempre il suo governo, ancorché dimissionario, ad 'assumersi la
responsabilità di decidere a favore dell'Activation Order (ossia
dell'ordine di attacco a Milosevic)' è del tutto pertinente, e
d'altra parte implicita nell'elenco di 'fatti' che avevo elencato.
Mentre va dato atto al governo dimissionario di avere superato non
poche difficoltà e resistenze istituzionali per non bloccare la
decisione della Nato [SIC], va però ricordato un altro 'fatto',
ossia che l'assenso dell'Italia si limitava all'uso delle basi e non
anche alla costituzione di una forza d'attacco aereo con mezzi
italiani, secondo la formula della 'difesa integrata'. In altre parole,
l'Italia non avrebbe partecipato ad azioni offensive. La questione fu
superata [SIC] successivamente, come ho ricordato, dal conferimento
deciso dal governo D'Alema di una cospicua forza aerea, inclusi i mezzi
d'attacco, al comando Nato.
P. S. Per quanto mi sia già dichiarato incompetente in questioni
di politica interna, posso tuttavia ritenere che la ragione per cui il
presidente Prodi non riuscì a ricostituire il governo, dopo il
voto di sfiducia, consistette nella sua indisponibilità,
motivata da ragioni di coerenza politica, ad accettare una coalizione
diversa da quella uscita dalle elezioni del '96. Per cui un secondo
governo Prodi sarebbe stato minoritario in Parlamento, e ciò in
contrasto con la regola universale delle democrazie parlamentari che,
in caso di guerra [SIC], prevede la formazione di governi di coalizione
e non di governi minoritari.
* ex ministro della Difesa
Corriere della Sera - http://www.corriere.it
Domenica 10 giugno 2001
LA LETTERA
Il presidente Cossiga* interviene nel
dibattito sulla caduta del governo dell'Ulivo
´Prodi non aveva i
voti per rispettare gli impegni Nato'
Caro Direttore,
ho letto con molta attenzione le lettere scritte al Suo giornale dall'
on. Prodi, presidente della Commissione Europea, e dall'ex ministro
della Difesa del governo D' Alema I, l'amico Carlo Scognamiglio.
Solo per precisare i fatti da un punto di vista tecnico e politico, e
quindi non per sollevare polemiche - per carita' di patria - ma per
amore della verita', debbo dire che a coloro i quali, come certamente
Carlo Scognamiglio ed io, anche contattati con preoccupazione e premura
dai rappresentanti dei governi alleati, seguivano con apprensione
l'avvicinarsi dell'inizio dell'intervento umanitario nel Kosovo e
quindi le operazioni militari contro la Serbia, era ben noto che il
governo Prodi non aveva nel suo complesso ne' la volonta' politica ne'
la forza parlamentare per poter prendere decisioni all'altezza del
nostro ruolo nella Nato. E questo anche per la presenza, in esso e
nella sua base parlamentare, di forti componenti pacifiste comuniste e
cattoliche. La prudenza di tutti stese in quel momento un pietoso
velo sui profondi dissensi affiorati nel governo a proposito della
nostra disponibilita' ad affrontare le nostre responsabilita'.
La decisione, la cui responsabilita' l'on. Prodi rivendica al suo
governo, fu quella di mettere le basi nazionali e Nato a disposizione
delle forze aeree dei Paesi alleati per le operazioni aeree contro
obiettivi jugoslavi, la cui partecipazione noi peraltro avevamo
declinato. Ci sarebbe mancato altro di non dichiarare la disponibilita'
dell' Italia all' uso delle basi nazionali Nato per le operazioni
militari da altri Paesi - e non da noi - condotte escludendo un nostro
diretto intervento!
Non fu facile per il governo D' Alema passare dalla sola messa a
disposizione delle basi al trasferimento sotto comando Nato delle
nostre forze aeree, che anche solo sulla base del concetto di difesa
integrata, intervennero con missioni di attacco contro obiettivi
militari jugoslavi nel Kosovo. Questa e' la verita'.
* Senatore a vita
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3. Onorevole Prodi,
non
tolga a D'Alema il "merito" della guerra!
COMUNICATO STAMPA - ASSOCIAZIONE PEACELINK
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COMUNICATO STAMPA -
ASSOCIAZIONE PEACELINK - TELEMATICA PER LA PACE
Onorevole Prodi, non tolga
a D'Alema il "merito" della guerra!
In un articolo apparso sul Corriere della Sera del 7 giugno 2001 l'ex
Ministro della Difesa Carlo Scognamiglio ha sostenuto che la nascita
del governo D'Alema e' stata in buona sostanza un "parto pilotato" per
creare un governo politico in grado di affrontare l'imminente emergenza
militare dei Balcani.
Scognamiglio ha affermato testualmente che, dopo la caduta del governo
Prodi, "né il
Presidente Scalfaro, né l'on. D'Alema, avevano altra scelta se
non tentare di formare un governo politico, (...) un governo che
garantisse alle Forze Armate italiane la possibilità di
assolvere con dignità i propri compiti nell'Alleanza di fronte
alla imminenza di un conflitto che di necessità avrebbe visto
l'Italia nel ruolo di protagonista".
Il 9 giugno L'Onorevole Romano Prodi si e' affrettato a replicare alle
affermazioni di Scognamiglio, e sempre dalle pagine del Corriere della
Sera ha sostenuto che "ancorché
dimissionario, fu il mio governo ad assumersi la responsabilità
di decidere a favore dell'"Activation Order". E fui io stesso, come
Presidente del Consiglio, a firmare il relativo provvedimento".
Per dovere di correttezza e di completezza dell'informazione, invitiamo
gli organi di stampa a riportare l'esatto contenuto delle disposizioni
impartite dal Governo presieduto da Romano Prodi nei giorni precedenti
al suo scioglimento.
I dati che stiamo per citare
sono liberamente consultabili all'indirizzo
Dalla consultazione di questi dati emerge quanto segue:
1) Le decisioni del governo Prodi, pur avendo aderito all' "Activation
Order" della Nato, avevano esplicitamente limitato l'azione delle Forze
Armate al territorio nazionale, ne' avevano autorizzato i bombardamenti
che sono stati successivamente effettuati ANCHE DA AEREI DELL'AVIAZIONE
ITALIANA, come risulta da numerose fonti dirette.
2) Il governo Prodi ha unicamente autorizzato attivita' di "DIFESA
INTEGRATA" del territorio nazionale, e non azioni militari al di fuori
dei confini della repubblica, affermando esplicitamente che
"Nell'attuale situazione costituzionale il contributo delle Forze
Armate italiane sarà LIMITATO ALLE ATTIVITA' DI DIFESA INTEGRATA
del territorio nazionale."
Con il termine "difesa integrata" si indicano tutte quelle azioni di
supporto e di facilitazione delle operazioni militari condotte dalle
forze Nato nel territorio nazionale, e non certo i bombardamenti
autorizzati in seguito dal governo D'Alema.
In questa circostanza il governo Prodi, parlando dell'"attuale
situazione costituzionale", ha dimostrato di essere ben consapevole dei
vincoli imposti dall'articolo 11 della Costituzione: "L'Italia ripudia
la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri
popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali".
3) Il governo Prodi ha riconosciuto al Parlamento la facolta' di
deliberare l'azione militare, affermando in un comunicato che, per
tutte le attivita' che esulano dalla Difesa Integrata, "Ogni eventuale
ulteriore impiego delle Forze Armate dovrà essere autorizzato
dal Parlamento".
Il governo D'Alema, d'altro canto, non ha riconosciuto al Parlamento la
prerogativa di essere l'unica autorita' in grado di deliberare lo stato
di guerra, e ha deciso unilateralmente di dare il via all'azione
militare. Il dibattito parlamentare sull'opportunita' e le modalita' di
questa azione militare e' avvenuto quando i bombardamenti e i
conseguenti "effetti collaterali" erano gia' in atto da diverso tempo.
Riteniamo pertanto che l'azione del governo Prodi, ancorche'
discutibile dal punto di vista politico, sia comunque rimasta
all'interno dei limiti imposti dal dettato costituzionale, limiti
abbondantemente superati dalle successive disposizioni impartite dal
governo D'Alema.
Invitiamo i mezzi di informazione a documentare nel modo piu' completo
possibile gli avvenimenti politici che hanno preceduto l'azione
militare della primavera del 1999, consultando anche e soprattutto gli
atti parlamentari e non solamente le "lettere al direttore" con cui
ognuno
espone la sua parziale versione dei fatti.
Contemporaneamente esortiamo tutti i rappresentanti politici che hanno
preso parte a vario titolo al governo D'Alema ad assumersi le loro
responsabilita' di fronte alla storia, di fronte alla loro coscienza, e
di fronte alle vittime civili dell'azione militare contro la Repubblica
Federale di Yugoslavia.
Carlo Gubitosa
Segretario Associazione Peacelink
Volontariato dell'informazione
www.peacelink.it
info@ peacelink.it
ALLEGATO:
I comunicati relativi alla questione del Kossovo emanati dal Governo
Prodi nei giorni immediatamente precedenti al suo scioglimento.
Fonte: http://www.parlamento.it/att/uip/kosovo.htm
Comunicato n. 157 del 12
ottobre 1998 (Governo Prodi)
In apertura di seduta il Consiglio ha auspicato che la trattativa in
corso a Belgrado e a Pristina abbia esito positivo in modo da garantire
completa attuazione della delibera del Consiglio di Sicurezza delle
Nazioni Unite a protezione dei cittadini del Kosovo. Udite poi le
relazioni del Ministro degli Affari Esteri, Lamberto Dini e del Ministro
della Difesa Beniamino Andreatta ha unanimemente ritenuto di autorizzare
il Rappresentante permanente d'Italia presso la Nato ad aderire al
cosiddetto Ordine di Attivazione (Act Ord). Questa decisione si colloca
nel quadro delle delibere adottate in ambito Onu. Di conseguenza
l'Italia metterà a disposizione le proprie basi qualora dovesse
risultare necessario l'intervento militare da parte dell'Alleanza
Atlantica per fronteggiare la crisi nel Kosovo. Il Governo ribadisce che
l'obiettivo della Nato e dell'Italia é quello di contribuire ad
una
soluzione durevole per consentire di fronteggiare l'imminenza di una
catastrofe umanitaria che minaccia la sopravvivenza di circa 300.000
rifugiati in un'area così vicina al nostro Paese. Nell'attuale
situazione costituzionale il contributo delle Forze Armate italiane
sarà
limitato alle attività di difesa integrata del territorio
nazionale.
Ogni eventuale ulteriore impiego delle Forze Armate dovrà essere
autorizzato dal Parlamento.
Comunicato n. 158 del 16
ottobre 1998 (Governo Prodi)
Il Ministro degli Affari Esteri, Dini, ha svolto una relazione sulle
tematiche di politica internazionale, illustrando in particolare gli
svilupppi della crisi in Kosovo, anche alla luce della riunione
ministeriale di ieri a Parigi del Gruppo di Contatto. Il Ministro Dini
ha espresso soddisfazione per gli accordi raggiunti a Belgrado nel
quadro del processo negoziale condotto dall'Ambasciatore Holbrooke, con
l'appoggio del Gruppo di Contatto, in particolare per l'intesa sulla
missione di verifica dell'Osce che verrà firmata oggi e per
quella sulla
sorveglianza aerea da parte della NATO già firmata ieri a
Belgrado. Tali
accordi sono il frutto del coordinamento fra la pressione diplomatica e
quella militare e della coesione dimostrata dai Paesi membri del Gruppo
di Contatto e dell'Alleanza Atlantica. Essi devono tradursi al piu'
presto in una nuova Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni
Unite, che conferisca loro definitiva autorità. In merito alla
missione
di verifica dell'Osce in Kosovo, cui l'Italia contribuirà in
maniera
significativa al pari degli altri Paesi europei del Gruppo di Contatto,
Dini ha indicato che essa dovrà essere dispiegata sul terreno
nei tempi
piu' rapidi possibili, per monitorare il ritiro delle forze speciali
dalla regione, consentire alle organizzazioni umanitarie di tornare
nella regione e facilitare gli interventi a favore dei profughi. In tale
contesto, ha ricordato che la Cooperazione italiana ha già
inviato una
missione a Belgrado e a Pristina per valutare la possibilità di
creare
in tempi brevi un sistema di centri di accoglienza per gli sfollati. Il
Ministro ha infine ribadito che occorre portare avanti l'azione di
pressione sulle parti in causa per l'avvio di negoziati seri e
costruttivi sul futuro Statuto di autonomia che consenta l'autogoverno
della regione, sulla base della piattaforma presentata dall'Ambasciatore
Hill, col sostegno del Gruppo di Contatto.
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La vigilia della guerra
Come gli Usa hanno
operato, attraverso la Cia,
per trascinare l'Italia
nell'aggressione contro la Jugoslavia
di Domenico Gallo
Tratto da: L'ERNESTO,
ottobre 2000
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La sera del 24 marzo 1999,
quando si sono levati in volo i bombardieri
della Nato e sono partiti i primi missili Cruise dalle navi militari
americane schierate nell'Adriatico, si è consumato un evento che
ha segnato una drammatica rottura dell'ordine internazionale, come
delineato dalla Carta delle Nazioni Unite. Un gruppo di potenze,
unite sotto la "leadership" degli Stati Uniti, attraverso una avventura
bellica, ha aperto una nuova avventura nelle relazioni internazionali,
rivendicando, manu militari, il "diritto" della cosiddetta ingerenza
umanitaria. In realtà il diritto di regolare unilateralmente le
situazioni di crisi internazionale attraverso la coercizione fondata
sulla geometrica potenza delle armi occidentali.
Quando il pomeriggio del 24 marzo il Parlamento italiano è stato
informato dal Governo che l'azione della Nato era iniziata, i
bombardieri erano già in volo, la macchina da guerra si era
messa in moto secondo un progetto predisposto e reso operativo da
tempo, e la politica non avrebbe potuto fare niente per arrestarla:
ormai si era consumato un evento (anche politicamente) irreversibile.
In quel frangente, nessuna forza di maggioranza o di opposizione
contraria alla guerra, nessun sindacato, nessuna mobilitazione
popolare, nessuno sciopero generale (che non c'è stato), avrebbe
potuto fermare i bombardieri in volo ed impedire che oltrepassassero
quella soglia, destinata a produrre quegli eventi disastrosi per il
Kosovo e la Serbia che si sono sviluppati come vicende ineluttabili.
Se il 24 marzo la macchina bellica della Nato non poteva più
essere arrestata dalla politica, allora v'è da chiedersi quando
è maturata questa irreparabilità, quando e da chi sono
stati fatti i passi, sono state compiute le scelte politiche che hanno
reso, prima, il ricorso alla guerra possibile e, poi, ineluttabile?
Sebbene, a quella data, ormai irreversibile, l'evento della guerra
è stato frutto di un processo politico il cui esito, per niente
scontato, è stato costruito tenacemente, dai soggetti
interessati, giorno per giorno, manovrando diversi tasselli sullo
scacchiere internazionale, compreso quello della crisi di governo in
Italia e del rimpasto del governo in Germania con l'allontanamento di
La Fontaine. Se tutti noi conosciamo la data di inizio della guerra e
possiamo collocarla in uno spazio temporale e in una dimensione
politica, altrettanto non può dirsi per la vigilia della guerra.
La vigilia della guerra:
il
punto di svolta
Crista Wolf in Cassandra ricostruisce il passaggio della società
di Troia da uno stato di pace ad uno stato di guerra ed il conseguente
degrado delle istituzioni, della politica, del linguaggio di fronte
all'avanzata dell'immagine del nemico e si pone appassionatamente
questa domanda: quando è iniziata la vigilia della guerra?
Parafrasando Crista Wolf vogliamo chiederci anche noi: quando è
iniziata la vigilia della guerra del Kosovo? Dove, e quando, e da chi,
sono state fatte le scelte politiche che hanno spianato la strada alle
armi e che hanno fatto fallire ogni tentativo di soluzione politica del
conflitto, a cui tanto la Jugoslavia, quanto la leadership albanese non
UCK, erano seriamente interessate?
Orbene, per quanto si tratti di un processo politico, nel quale gli
avvenimenti sono concatenati fra di loro, un punto di svolta c'è
ed è possibile risalire ad esso. È la decisione assunta
dal Consiglio dei Ministri del Governo Prodi, dopo la sfiducia, (votata
dalla Camera il 9 ottobre), qualche ora prima di fare le valigie e di
sloggiare da Palazzo Chigi, relativa adesione dell'Italia
all'activation order.
Un comunicato di Palazzo Chigi del 12 ottobre 1998 informa che il
Consiglio dei Ministri ha deciso di autorizzare il rappresentante
permanente dell'Italia presso il Consiglio Atlantico ad aderire al
c.d. Activation order. "Di conseguenza - recita il comunicato -
l'Italia metterà a disposizione le proprie basi qualora
risulterà necessario l'intervento militare da parte
dell'Alleanza atlantica per fronteggiare la crisi del Kosovo?
Nell'attuale situazione costituzionale - conclude il comunicato - il
contributo delle forze armate italiane sarà limitato alle
attività di difesa integrata del territorio nazionale. Ogni
eventuale ulteriore impiego delle Forze armate italiane dovrà
essere autorizzato dal Parlamento."
Il giorno successivo, il 13 ottobre, il Segretario Generale della Nato,
Solana, emana l'activation order e conferisce al Comandante militare
(SACEUR), generale Clark, il potere di ordinare attacchi armati contro
la Repubblica federale Jugoslava. È il 13 ottobre del 1998 che
la macchina da guerra della Nato accende (non solo in senso simbolico)
i suoi motori. Non li spegnerà più, malgrado l'accordo
fra Milosevic ed Hoolbroke del 14 ottobre, ed il conseguente
dispiegamento dell'OSCE nel Kosovo e malgrado i negoziati intavolati a
Rambouillet. Inizia così la vigilia della guerra.
Come e attraverso quali percorsi politici si è arrivati a questa
svolta?
Il nuovo ruolo strategico
della NATO
Il retroterra è costituito dal conflitto nato dalla dissoluzione
della ex Jugoslavia, ed in particolare dalla guerra nella Bosnia e dal
nuovo ruolo strategico militare che gli Stati Uniti hanno concepito per
la Nato dopo la fine della guerra fredda e che è stato
ufficialmente proclamato a Washington il 24 aprile, proprio mentre
veniva sperimentato in vivo.
Pochi ricordano che nell'estate del 1993, durante una delle fasi
più oscure del conflitto in Bosnia, si verificò un
durissimo braccio di ferro fra la Nato (che minacciava di intervenire
in Bosnia con bombardamenti contro le forze serbo-bosniache) e
l'Unprofor (i caschi blu dell'Onu) che si opponeva con tutte le sue
forze. Il braccio di ferro si concluse con la stipula di un memorandum
d'intesa, siglato nell'agosto dall'ammiraglio americano Jeremy Borda
(Comandante delle operazioni Nato) e dal generale francese Jean Cot
(Comandante delle forze Unprofor) con quale fu stabilito il principio
che la Nato non poteva bombardare senza il consenso della missione
dell'Onu, sebbene astrattamente autorizzata all'intervento dalle
Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che avevano stabilito alcune
misure interdittive della guerra e coercitive per i belligeranti. E
quando la Nato finalmente intervenne nella fase finale della guerra in
Bosnia, nella notte fra il 29 ed il 30 agosto del 1995, ciò
accadde soltanto per effetto di una legittima (ma inopportuna)
richiesta di intervento dell'Onu, che faceva seguito allo sconcerto ed
all'indignazione provocata dalla strage del mercato di Sarajevo occorsa
il giorno precedente (28 agosto).
Furono proprio le vicende della guerra di Bosnia e la
possibilità - e per un limitato verso anche l'esigenza - che la
Nato giocasse un ruolo nel contesto delle garanzie della sicurezza
internazionale a far si che venisse messa a punto nell'ambito della
Nato una strategia operativa di intervento per la gestione delle crisi,
includendovi dentro tanto le tradizionali (per l'Onu) missioni di
peacekeeping (mantenimento della pace), quanto le missioni di
peacebuilding (ricostruzione della pace), di cui la missione militare
dispiegata in Bosnia, a seguito degli accordi di Dayton costituisce un
esempio classico, che le missioni di peaceenforcing (per esempio,
sorveglianza degli embarghi delle armi) e le missioni di peacemaking
(costruire la pace attraverso un vero e proprio intervento bellico).
La posizione dell'Italia
In questo contesto, per la decisa posizione assunta dall'Italia,
durante il Governo Dini, fu stabilito che la Nato non aveva
legittimità a ricorrere a misure comportanti l'uso della forza
senza la preventiva autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, come del
resto prevede la Carta delle Nazioni Unite. Addirittura in questo
periodo il ministro degli esteri del Governo Dini, Susanna Agnelli,
diede platealmente uno schiaffo agli Stati Uniti, vietando - per
qualche tempo - che fossero dislocati ad Aviano i cacciabombardieri
invisibili Stealth, (che saranno i principali protagonisti della guerra
del 99), fino a quando l'Italia non fu inclusa nel Gruppo di contatto,
da cui l'amministrazione americana voleva tenerla fuori.
Questa posizione assunta dal Governo Dini fu ereditata dal Governo
Prodi e lo stesso Dini, come ministro degli esteri la mantenne in
piedi, come posizione ufficiale della Farnesina, in dichiarazioni
pubbliche e comunicati stampa, fino al settembre del 1998.
Nel frattempo la crisi della convivenza interetnica fra serbi ed
albanesi nel Kosovo si aggravò in quanto qualcuno decise di
soffiare sul fuoco del conflitto armato, appoggiando una banda armata
(l'Uck) che aveva avuto oscure origini e che fino a quel momento non
aveva giocato un ruolo effettivo.
È il 1° marzo 1998 la data che segnò l'inizio della
guerriglia dell'Uck, con l'uccisione di due poliziotti serbi a Drenica,
a cui fece seguito una reazione inconsulta che provocò la morte
di venti albanesi. Nella primavera del 1998 si accesero i fuochi di
sporadiche azioni di guerriglia a cui fecero seguito drastiche azioni
di repressione.
A questo punto la Nato, sotto la spinta dell'amministrazione americana,
decise di intervenire "politicamente" nel conflitto lanciando, con un
comunicato del Consiglio atlantico del 28 maggio, un duro monito a
Belgrado, in cui lasciava intravedere la possibilità di un
intervento militare. Questa posizione, in realtà, più che
favorire un self restraint da parte dell'apparato militare jugoslavo,
non poteva che incoraggiare l'Uck sulla strada della guerriglia che,
seppure perdente sul terreno, in prospettiva diventava vincente,
potendo giocare un ruolo di detonatore per l'intervento militare
occidentale. I furiosi combattimenti che ne sono seguiti durante
l'estate del 98 e la durissima repressione scatenata dalle forze di
sicurezza serbe (peraltro ingigantita dalla stampa internazionale con
la fabbricazione di notizie false) hanno sollecitato lo sdegno
dell'opinione pubblica internazionale, creando l'humus politico
favorevole per l'intervento della Nato.
Un problema da risolvere
C'era, però, un problema da risolvere. La carta delle Nazioni
Unite non consente che gruppi di Stati possano
ricorrere all'uso della forza per regolare le crisi internazionali e,
conseguentemente, la Nato non aveva alcuna legittimità per
effettuare un intervento militare per regolare la crisi del Kosovo,
aggredendo una delle parti in conflitto ed alleandosi con l'altra.
Nel corso della primavera, dell'estate e del mese di settembre del 1998
si sviluppò un dibattito sulla possibilità che la Nato
intervenisse militarmente nel Kosovo, anche in assenza di una formale
autorizzazione da parte del Consiglio di Sicurezza. Tale dibattito
nascondeva un conflitto politico durissimo fra Stati Uniti e Gran
Bretagna (che sostenevano la tesi della legittimità del ricorso
alla forza) e l'Italia che continuava ad opporsi.
Tale posizione, peraltro, non era affatto scontata all'interno del
Governo italiano, in quanto il Ministro della difesa Beniamino
Andreatta, propugnava l'allineamento totale dell'Italia alle esigenze
degli Stati Uniti, secondo la tradizionale politica di "fedeltà
atlantica"; tuttavia gli equilibri politici di maggioranza escludevano
che il Governo Prodi potesse assumere una posizione differente senza
rischiare una crisi.
È sorta a questo punto per l'Alleato americano l'esigenza di
provocare un mutamento di Governo in Italia per ottenere una
maggioranza più omogenea alle esigenze belliche della Nato.
Poiché non si poteva correre il rischio di nuove elezioni, il
cui esito non sarebbe stato prevedibile, è sorta l'esigenza di
trovare una maggioranza di ricambio che potesse fare accrescere il
tasso di "fedeltà atlantica" dell'Italia, sostituendo
Rifondazione comunista con forze più omogenee alla Nato.
Il ruolo di Cossiga
A questo punto è stato attivato il più autorevole dei
terminali della Cia nel sistema politico italiano, l'ex Presidente
della Repubblica Francesco Cossiga, l'uomo di Gladio.
Cossiga, fino all'inizio del 1998, aveva svolto un ruolo di tutore del
centro destra e sembrava che volesse contendere a Berlusconi la
leadership della destra. Nella primavera del 1998 Cossiga ha
fatto un revirement e, utilizzando la sua influenza politica occulta ma
reale sul sistema politico italiano, è riuscito a staccare una
frazione di deputati e senatori dal centro destra, fondando l'Udeur,
con il dichiarato scopo di far nascere una nuova maggioranza politica
che sostituisse quella basata sull'alleanza dell'Ulivo più
Rifondazione e guidata da Prodi.
Quasi tutti hanno commentato l'operazione Udeur guidata da Cossiga come
una manifestazione del peggiore costume trasformistico italiano. Ed
invece tale operazione, che si avvaleva si della tendenza al
trasformismo esistente nel sistema politico italiano, aveva uno
specifico significato ed un preciso obiettivo di natura internazionale:
quello di provocare un mutamento della posizione internazionale
dell'Italia e di ottenere la legittimazione della Nato al ricorso alla
guerra, come strumento della politica di potenza americana. Operazione
perfettamente riuscita.
Perso il condizionamento di Rifondazione comunista, indeboliti i Verdi,
indebolita la posizione autonomistica di Dini, il 12 ottobre 1998 il
Governo Prodi, sebbene sfiduciato, ha compiuto l'atto politicamente
più rilevante dalla sua nascita, e più gravido di
conseguenze per il futuro, accettando l'adesione dell'Italia
all'activation order.
La svolta
In sede politica la svolta dell'Italia sulla liceità del ricorso
all'uso della forza da parte della Nato era stata propugnata
dall'allora segretario del partito dei DS - l'on. D'Alema - e dal
sottosegretario alla Difesa, Brutti, i quali si erano affrettati a
dichiarare che la concessione dell'uso delle basi italiane (nella
imminente guerra contro la Jugoslavia) costituiva un "atto dovuto" ed
un effetto "automatico" della partecipazione italiana alla Nato.
Era ormai alle porte un Governo D'Alema, con la benedizione di Cossiga
e con l'uomo giusto, Carlo Scognamillo, al posto giusto, il Ministero
della Difesa.
Sul Foglio del 4 ottobre 2000 proprio Carlo Scognamiglio, polemizzando
con James Rubin, l'ex portavoce di Madeleine Albright, si lascia
sfuggire:
A Rubin sfugge che in
Italia avevamo dovuto cambiare governo proprio per fronteggiare gli
impegni politici-militari che si delineavano in Kosovo? Prodi ad
ottobre aveva espresso una disponibilità di massima all'uso
delle basi italiane, ma per la presenza di Rifondazione nella sua
maggioranza non avrebbe mai potuto impegnarsi in azioni militari. Per
questo il senatore Cossiga ed io ritenemmo che occorreva un accordo
chiaro con l'on. D'Alema.
In che cosa consisteva questo accordo? Due parti. La prima era il
rispetto dell'impegno per l'euro... la seconda era il vincolo di
lealtà alla Nato: l'Italia avrebbe dovuto fare esattamente
ciò che la Nato avrebbe deciso di fare. Questo è
esattamente ciò che l'Italia ha fatto.
Adesso che la missione è compiuta Cossiga può rientrare
nel centro destra. D'Alema è già tornato a casa.
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Veltroni rivendica; la Melandri non c'era e
se c'era dormiva
Date: Wed, 9 Apr 2003 13:55:01 +0200
From: "Gian"
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"Dovere della sinistra far guerra a un
dittatore"
Intervista a Walter Veltroni
su La Repubblica 1 aprile '99
"Da mesi parlo della Birmania, del Ruanda,
di Cuba e dei dissidenti sbattuti in galera da Castro, o ricordavo a
Jang Zemin in visita in Italia le esecuzioni degli oppositori in Cina.
Adesso si vede qual è il filo conduttore di questa politica: il
tentativo di costruire una Sinistra che faccia dei diritti umani il suo
nuovo 'internazionalismo', come ha detto Tony Blair alla convention dei
socialisti europei a Milano. Una nuova coscienza dei disastri
umanitari, del dolore, della catastrofe che c'è in tante parti
del mondo. Il Kosovo, per colpa di Milosevic, è oggi la parte
più devastata da questo flagello. Per farlo finire, purtroppo,
la comunità internazionale è costretta ad usare lo
strumento estremo, i bombardamenti"
Walter Veltroni
http://www.democraticidisinistra.it/interviste/veltroni010499.htm
"La sinistra italiana che sosteneva il
principio della non ingerenza e della sovranità nazionale sta
facendo un grande salto di maturità. Una sinistra nuova che
capisce che ci sono valori, principi e diritti che non possono essere
cancellati. Tra i giovani, tra gli studenti c'è la
consapevolezza che quando ci sono centinaia di migliaia di persone che
scappano può essere necessario usare la forza per aiutare i
deboli. Si parla della guerra giusta ma io vorrei introdurre il
concetto della pace giusta. Finché ci sono la diaspora, la
pulizia etnica, gli stupri, le decapitazioni, non c'è pace,
anche se i bombardieri tacciono"
Walter Veltroni
http://www.democraticidisinistra.it/interviste/intervista_veltroni1004.htm
"Stavano avvenendo cose di fronte alle
quali non ci si può più limitare alla compassione e alla
condanna: le decapitazioni, le fosse comuni, lo sterminio. Vedi, a
quelli che l'altro giorno sono venuti davanti a Montecitorio con gli
ulivi insanguinati, io potrei dire: dov'eravate, amici, dov'erano i
vostri fiori quando i serbi compivano atrocità e
uccidevano 300 mila esseri umani in Bosnia?"
Intervista a Walter Veltroni su l'Unità 29 marzo '99
http://www.democraticidisinistra.it/interviste/veltroni290399.htm
Giovanna Melandri dichiara a Ballarò dell'8 aprile 2003 che la
guerra alla Jugoslavia era da considerarsi legittima per tre motivi:
- La guerra era autorizzata dalla Nato (sic)
- La guerra era motivata dal massacro di Srebrenica avvenuto "poco
prima" (sic)
- La guerra avveniva dopo l'uccisione di 300.000 kosovari (sic)
Soffermiamoci sull'ultima menzogna auto-assolutoria di Giovanna
Melandri.
Il
segretario alla difesa americana William Cohen affermò che
in Kosovo erano stati uccisi dai serbi 100.000 Kosovari. D'Alema
alzò la cifra nei giorni del conflitto e parlò di 200.000
vittime, non distinguendo i profughi dagli assassinati. Oggi la
Melandri integra un numero già spaventoso di vittime al rialzo
per giustificare quella guerra ormai persa nella memoria, e parla di
300.000 morti. Questa operazione rialzista è una operazione
sporca, da democrazia americana. Ma, e la cosa è ancor
più grave in questi giorni di eccidi giustificati da fumo
ideologico, l'onorevole Melandri nega il riconoscimento storico della
infondatezza di queste cifre. Al pari delle vittime delle torri gemelle
-che son passate da 50.000 (200.000 per la
Fallaci) a 3.000 vittime- anche le vittime della "pulizia etnica" nel
Kosovo sono state ampiamente ridimensionate e anche questa parte della
conquista del continente europeo probabilmente dovrà essere
riscritta. Ad oggi il tribunale penale internazionale accusa il "regime
di Milosevic" di alcune centinaia di morti (670 vittime secondo i
servizi segreti croati non certo vicini ai serbi, 187 secondo
il rapporto dei medici del Tribunale dell'Aja per i crimini di
guerra in Jugoslavia.
Val la pena di ricordare
alcuni degli episodi della guerra
umanitaria alla Jugoslavia nel 1999
31 Maggio Colpito l'ospedale di Surdulica, il bilancio parla di venti
morti.
19 Maggio Colpito l'ospedale di Belgrado, tre morti.
14 Maggio Colpito villaggio Kosovaro 100 morti.
7 Maggio Colpito ospedale e mercato di Nis 20 morti.
7 Maggio Colpita l'ambasciata cinese 3 giornalisti morti e 20
diplomatici feriti.
1 Maggio Colpita corriera a Luzane 40 morti.
27 Aprile Surdulica: decine di case distrutte e diversi morti civili
per missili fuori rotta.
23 Aprile Belgrado: 16 dipendenti della TV serba uccisi; obiettivo
legittimo per la Nato.
14 Aprile Djakovica: 75 kosovari uccisi, addebitati inizialmente ai
serbi, in realtà per missili alleati.
12 Aprile Aleksinac: edifici civili abbattuti per errore.
http://www.repubblica.it/online/fatti/civili/civili/civili.html
Dal 16 marzo 1999, 23.000 missili e bombe furono sganciate su un Paese
di 11 milioni di abitanti. 35.000 cluster bombs (a frammentazione, armi
di distruzione di massa contrarie alla convenzione di Ginevra) ed a
grafite; furono usati 31.000 proiettili ad uranio impoverito, con
rilascio di materiale contaminante su tutta la Jugoslavia. In 78 giorni
di bombardamenti furono colpite scuole, ospedali, fattorie, ponti,
strade e vie acquatiche.
http://www.romacivica.net/forumdac/Usawarcrimes.htm
|
D'Alema ha detto / Hanno detto di
D'Alema
|
... E' difficile definire le regole di
appartenenza al giro nobile dei grandi,
non esiste uno statuto. Di
fatto ti rendi conto di essere entrato
in una certa agenda di telefonate del presidente degli Stati Uniti...
(da: Massimo D'Alema "Gli
italiani e la guerra", Mondadori)
---
Italia/Luttwak: "per gli Usa D'Alema fu più affidabile di
Berlusconi"
''Nel
1999 il governo di Massimo D'Alema ha combattuto nel Kosovo ed e'
rimasto lealmente al fianco degli americani dal principio fino alla
fine della guerra. Nel 2003 il governo di Silvio Berlusconi non ha
partecipato all'intervento in Iraq. Questa e' l'unica vera differenza
che Washington ha notato fra il centrosinistra ed il centrodestra, sul
piano della strategia militare''. Lo afferma a ''La Stampa''
Edward Luttwak, Senior fellow del Center for Strategical and
International Studies.
E, riguardo le affermazioni del presidente del Consiglio, Silvio
Berlusconi, secondo cui il capo della Casa Bianca, George Bush, avrebbe
lasciato intendere di non volere il ritorno del centrosinistra a
Palazzo Chigi, Luttwak afferma ancora: ''In generale, per principio, il governo
americano non dichiarerebbe mai di non poter lavorare con l'opposizione
di un Paese democratico, quando andasse al potere vincendo regolari
elezioni''.
''Non lo facciamo -aggiunge
l'esperto statunitense- neanche
quando gli oppositori sono i nostri peggiori nemici. Nel caso
dell'Italia, poi, gli Stati Uniti hanno gia' lavorato col
centrosinistra, e si sono trovati meglio che con gli altri governi
ostentatamente filoamericani''.
FONTE:
http://www.contropiano.org/doc_europa&russia.asp
02.11.05 - Italia/Luttwak: "per gli Usa D'Alema fu più
affidabile di Berlusconi"
---
...Vorrei
ricordare che quanto a impegno
nelle operazioni militari noi
siamo stati, nei 78
giorni del conflitto, il terzo Paese, dopo gli USA e
la Francia, e prima della
Gran Bretagna. In quanto ai tedeschi, hanno
fatto molta politica ma
il loro sforzo militare non è paragonabile al
nostro: parlo non solo
delle basi che ovviamente abbiamo messo a
disposizione, ma anche
dei nostri 52 aerei, delle nostre navi. L'Italia
si trovava veramente in
prima linea...
(Massimo D'Alema)
---
Dispaccio ANSA - Roma, 23 nov.
PRC: BERTINOTTI, D'ALEMA CANDIDABILE AL QUIRINALE
"D'Alema
al Quirinale? Candidabile a prescindere da me alla Camera". Lo
ha affermato il segretario di Rifondazione comunista Fausto Bertinotti,
nel corso di "Controcorrente", l'approfondimento di SKY TG24 condotto
da Corrado Formigli precisando che l'ideale successore di Ciampi "dovrebbe essere un uomo o una donna che per prima cosa si ispiri all'art 11
della Costituzione".
Se le barzellette di Berlusconi non fanno più ridere neppure al
bar e quelle su Berlusconi sono banali più di una dichiarazione
di Rutelli, per fortuna ci sono quelle di Bertinotti.
"D'Alema è candidabile al Quirinale". Bella scoperta: ha
l'età, i diritti politici ed un certo numero di grandi elettori.
Ma fantastica è la precisazione: il nuovo presidente "dovrebbe
essere un uomo o una donna che per prima cosa si ispiri all'art. 11
della Costituzione". Perfetto! L''uomo giusto (il bombardatore della
Jugoslavia) al posto giusto. Del resto, c'è una regola che ha
funzionato quasi sempre: ogni presidente della Repubblica riesce sempre
a far rimpiangere il suo predecessore. Col Ciampi tanto amato da Fini
si tratta di un'impresa davvero titanica, ma ci riusciranno anche
questa volta grazie anche al contributo del signore di cui sopra.
Fonte: Notiziario del Campo
Antimperialista ... 4 dicembre 2005 ...
http://www.antiimperialista.org
---
A D'Alema va conferito un “altissimo ruolo
istituzionale”
Rina Gagliardi su “Liberazione”
del 23 dicembre 2005
pag. 12, ultime due colonne, 13sima riga
|
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D'ALEMA
NO.
Aprile-maggio 2006 -
Dall'avvocato Pasquale Vilardo riceviamo queste importanti note,
riportate di seguito, che ci trovano assolutamente d'accordo.
Il ripudio della guerra come strumento di risoluzione delle
controversie internazionali rimane un criterio guida dell'agire
politico di tutti i cittadini democratici. Principi così
fondamentali
non si barattano per un piatto di lenticchie. I rappresentanti politici
devono rispettare i sentimenti ed i valori pacifisti dei loro elettori
oltrechè, naturalmente, le leggi fondamentali della Repubblica.
La guerra di aggressione contro la RF di Jugoslavia, nel 1999, non
è
stata solo illegale, ma anche criminale, avendo causato centinaia di
morti civili innocenti sul colpo e molte decine di migliaia di morti
ammazzati in seguito alle conseguenze ambientali dei bombardamenti.
Essa è stata condotta usando armi vietate, ed ha avuto come
conseguenza
diretta la "pulizia etnica" delle comunità non albanofone dalla
provincia serba del Kosmet, con veri e propri pogrom ed atti vandalici
anche contro beni culturali sulla carta tutelati dall'UNESCO. Il
Kosmet, dal giugno 1999 in poi, pur militarmente occupato dagli
aggressori del paese sotto ipocrita copertura ONU, è diventato
il
paradiso della criminalità organizzata che gestisce il traffico
di
droga, prostituzione ed armi in Europa: non è azzardato dire che
la
guerra di aggressione del 1999 sia stata scatenata da certi poteri in
seno alla NATO anche per tutelare gli interessi criminali di queste
bande mafiose delle quali l'UCK ha rappresentato la mera infrastruttura
militare. Dal punto di vista strettamente politico, tra gli obiettivi
in gran parte conseguiti di quei bombardamenti del 1999 vanno
annoverati: 1) una nuova secessione su base razziale nel già
massacrato
contesto balcanico 2) il furto giuridico ed economico ai danni della RF
di Jugoslavia, fino allo scioglimento formale di questo Stato 3) la
delegittimazione dell'ONU e dei principi fondamentali del diritto
nazionale ed internazionale.
Per tutti questi motivi - giuridici, etici e politici - la proposta di
assegnare qualsivoglia incarico istituzionale a Massimo D'Alema
è
irricevibile e ci vede come strenui oppositori.
A. Martocchia
(resp.
politico, Coord. Naz. per la Jugoslavia)
----- Original Message
-----
From: Avv.Vilardo Pasquale
To: lettere@liberazione.it
Sent: Thursday, April 20, 2006 8:18 AM
Subject: D'ALEMA , L'OPPOSIZIONE ALLA GUERRA, LA NONVIOLENZA.
D'ALEMA, L'OPPOSIZIONE ALLA GUERRA, LA NONVIOLENZA.
Caro direttore,
in questi giorni impazza il "D'Alema for President" - dal
toto-Quirinale al toto-Camera -, ma voglio ricordare, per il popolo
dell'opposizione alla guerra e della nonviolenza che ha eletto il 9
aprile numerosi suoi rappresentantti alla Camera e al Senato, che
D'Alema e' stato denunciato per l'illegalita' e la disumanita' della
guerra del 1999 di aggressione alla ex Jugoslavia, nella sua qualita'
di Presidente del Consiglio, per la violazione degli art.11 e 78 della
Costituzione e di svariati articoli del codice penale.
All'epoca le denunce vennero archiviate, sulla base del presupposto che
le Camere avessero dichiarato formalmente lo stato di guerra ai sensi
dell'art.78 della Costituzione. Ma non e' stato cosi', tanto e' vero
che Nichi Vendola scrisse un articolo su Liberazione per ribadire che
le Camere vennero messe di fronte al fatto compiuto e che numerosi
parlamentari - finanche di centrodestra - hanno confermato la versione
di Vendola, del resto suffragata dai resoconti parlamentari,
scrupolosamente letti e riletti da un valente magistrato incaricato a
cio'.
Ci sono tutti i presupposti dunque perche' l'istanza redatta da tempo
dai giuristi del PRC ai sensi dell'art. 2 comma 2 della legge del 5
giugno 1989 n.219 perche' venga revocato il decreto di archiviazione e
si proceda nei confronti di D'Alema sia depositata alla Procura della
Repubblica presso il Tribunale di Roma.
Ma a parte l'aspetto giuridico, c'e' una domanda etico-politica cui
rispondere: e' possibile votare D'Alema sulla base di principi quali la
non violenza e l'opposizione alla guerra? Possibile che in tutta
l'Unione non ci siano altri candidati per cariche cosi' importanti e
impegnative sotto il profilo politico, giuridico ed etico?
Avv. Pasquale Vilardo,
portavoce dell'Associazione Giuristi Democratici di Roma.
|
Prevod
sa italijanskog na srpsko-hrvatski (olga daric)
Pismo direktoru dnevnika Liberazione (organ PRC)
lettere @ liberazione.it
20. aprila 2006.
Advakat Paskuale Vilardo u ime Rimskog Saveza Demokratskih Pravnika.
Pismo ocito zasluzuje paznju najsire medjunarodne miroljubive javnosti,
zato je prevedeno.
<< Dragi
druze,
U
poslednje vreme u najvisim organima vlasti sve bruji od poklica
"D'Alemu za predsednika." U ime mira i naroda koji se aktivno bori
protiv politike rata, te je shodno tome 9. aprila izglasao prilican
broj poslanika, svojih predstavnika, u Poslanicki Dom i Senat, podsecam
da je protiv D'Aleme podignuta optuznica zbog proizvoljne i zverske
agresije na Jugoslaviju. U svojstvu predsednika Ministarskog Saveta
D'Alema je pogazio clan 11 i clan 78 Ustava kao i citav niz drugih iz
Krivicnog prava.
Sve
tuzbe koje su protiv D'Aleme tada podnete arhivisane su uz obrazlozenje
da su oba Poslanicka doma zvanicno proglasila rat u smislu clana 78
Ustava. To, medjutim, nije istina. Utoloko pre sto je Liberazione
objavio clanak iz pera Niki Vendole gde se jasno kaze da su oba Doma bila
stavljena pred svrsen cin, sto su potvrdili mnogi poslanici, pa i oni
iz redova desnog centra. Uostalom nadlezni sudija je do istog zakljucka
dosao posle iscrpnog i pomnog proucavanja skupstinskih zapisnika.
Dakle,
zadovoljeni su svi uslovi da tuzbe protiv D'Aleme svojevremeno podnete
od pravnika Partije Rifondacione Komunista (PRC) shodno clanu 2, stav 2
zakona n° 219 iz 5. juna 1989. budu uzete u razmatranje i
prosledjene nadleznom sudu u Rimu kako bi krivicni postupak gonjenja
mogao poceti.
Napomenucu
jos da pored tog pravnog naboja,D'Alemin slucaj ima i svoju
moralno-politicku konotaciju pa je neumitno pitanje : je li moguce
glasati za D'Alemu sa stanovista miroljubive koegzistencije i aktivne
borbe protiv politike rata i nasilja? Zar je moguce da u vasceloj
vladajucoj koaliciji ne postoji niko podobniji od D'Alema sa politicke,
eticke i pravne tacke gledista?
Advokat
Pasquale Vilardo,
predstavnik
Rimskog Saveza Demokratskih Pravnika >>
(na ovu temu imamo jos materijala na italijanskom koji za potrebe
korisnika mozemo prevesti:
http://www.cnj.it/24MARZO99/politico.htm
http://www.cnj.it/24MARZO99/giudiziario.htm
)
|
----- Original Message -----
From: Avv.Vilardo Pasquale
Sent: Monday, May 01, 2006 6:16 PM
Subject: All'attenzione di Rina Gagliardi e del direttore Piero
Sansonetti. INOLTRO.
Inoltro gli interrogativi posti a Rina Gagliardi e al
direttore di
Liberazione sull'eventuale candidatura di D'Alema a capo
dello stato
sia per conoscenza che per richiedere lumi a coloro che a suo tempo
proposero le denunce - e sono numerosi tra PRC e GD, ad
esempio - e
ancora oggi fanno il discorso del diritto e della guerra, ma
anche
della difesa della Costituzione e sulla nonviolenza, perche'
francamente sono perplesso a fronte di questa reiterata proposta, tanto
piu' perche' l'Unione ha in Parlamento i numeri per non cedere a nessun
ricatto bipartisan e quindi per agire in positivo.
Mi pare che i principi giuridici, politici ed etici in ballo siano
evidenti: o abbiamo sbagliato noi ad opporci alle guerre anche in
quanto illegali e dopo i "ragazzi di Salo' " vedremo la riabilitazione
dei "bombardieri umanitari", dei mercenari e peggio ancora?
E poi, preparandoci alla battaglia sul referendum costituzionale, come
difendiamo articoli e principi come quelli che scaturiscono dagli
articoli 11, 78, 87 della stessa con un capo dello stato che da capo
del governo li ha bellamente violati senza che si abbia notizia
pubblica di un'autocritica?
O dobbiamo liberarci dei nostri studi giuridici e dei nostri principi
politici di decenni e decenni - a sinistra e nell'area comunista
- in
quanto vecchi arnesi obsoleti e ormai di impaccio alla
governabilita'?
Pasquale Vilardo
----- Original Message -----
From: Avv.Vilardo Pasquale
Sent: Monday, May 01, 2006 3:46 PM
Subject: All'attenzione di Rina Gagliardi e del direttore Piero
Sansonetti.
ALL'ATTENZIONE DI RINA GAGLIARDI E DEL DIRETTORE PIERO SANSONETTI.
Cara Rina Gagliardi,
ho letto il tuo articolo su Liberazione di oggi - 1.5.06 - dal
titolo
" La corsa al Quirinale ..." nel quale riproponi la candidatura
di
D'Alema per il Quirinale e pertanto reinvio per conoscenza la mia
lettera al giornale in proposito, non pubblicata, con le seguenti
precisazioni.
1. Nel 1999 la guerra dei governi della Nato all'ex Jugoslavia provoco'
un imponente movimento internazionale di giuristi contro
l'illegalita'
e la disumanita' della stessa.
In Italia i giuristi del PRC furono protagonisti di quel movimento, che
sfocio' in 14 procedimenti dinanzi a 14 diverse Procure della
Repubblica firmate da centinaia di cittadini, con in prima fila
numerosi parlamentari e dirigenti nazionali e locali del PRC.
Ne scaturi' un procedimernto penale a carico di D'Alema in
qualita' di
Presidente del Consiglio per violazione degli articoli 11, 78, 87 della
Costituzione e di articoli del codice penale quali quelli ex art. 283,
287 e 422.
Il Tribunale dei Ministri archivio' perche' ritenne che il Parlamento
aveva formalmente dichiarato la guerra ex art.78 Cost. Ma non era
cosi', il Parlamento era stato messo di fronte al fatto compiuto:
infatti, Nichi Vendola scrisse un articolo su Liberazione in proposito,
vari parlamentari assentirono (tra loro il sottosegretario di D'Alema
ed esponenti del centrodestra, oltre quelli della sinistra
radicale),
un magistrato incaricato all'uopo lesse i resoconti parlamentari
e
confermo' il tutto.
Nel frattempo, in conseguenza di quella guerra illegale, veniva
approvato informalmente dai governi in carica - senza alcun passaggio
parlamentare - il nuovo trattato della NATO, esplodeva la vicenda
dell'uranio impoverito e la tragedia jugoslava si aggravava a
dismisura, ad indicare altre conseguenze nefaste.
A questo punto - a norma di legge - il decreto di archiviazione su
D'Alema puo' essere revocato e infatti tra giuristi del PRC vi e' stata
anche una deliberazione in tal senso, anche se non posta in essere.
2. Dopo il 1999 lo spettro delle guerre imperiali si e' aggravato a
dismisura, il PRC ha adottato la linea della non violenza, la nostra
Costituzione rischia ormai di essere stravolta e sostituita con
un'altra, di impianto autoritario e liberista.
3. Alla luce di quanto sopra non ti pare che:
- la candidatura di D'Alema al Quirinale e' in stridente contrasto con
la lotta del movimento per la pace contro l'illegalita' della guerra
alla ex Jugoslavia del 1999 e - piu' in generale - con
lotta per la
difesa della Costituzione e la linea della nonviolenza del PRC?
- non si rischia cosi' di deludere il movimento, sociale politico e
giuridico, contro la guerra, e di infilare il PRC in un tunnel di
terribili contraddizioni, a mio avviso indifendibili?
Alcuni dei protagonisti del movimento politico e giuridico contro la
guerra hanno gia' approvato la mia lettera non pubblicata,
formulando
esplicite richieste al PRC, tra i cui parlamentari numerosi sono coloro
che pure hanno denunciato D'Alema.
Di piu': il Presidente della Repubblica puo' anche essere un non
parlamentare, perche' dunque insistere con questa mono-richiesta cosi'
discutibile, inopportuna e contraddittoria con la stessa storia e gli
stessi principi del PRC?
E comunque pensa anche al prossimo futuro: con comportamenti del genere
ritieni che il PRC reggera' poi alle critiche, in campo sociale
politico giuridico etico? E - di grazia - con quali argomentazioni
serie?
Non so se sono il Don Chisciotte della situazione, scrivo anche per
dirimere i miei stessi dubbi, che sono tanti, pero' ammetterai che gli
interrogativi sono seri, inquietanti, ineludibili. Non a caso vorremmo
ri-fondare il movimento comunista, in discontinuita' netta con gli
errori e le tragedie del passato. E il vizio di dire una cosa prima di
essere eletti e di farne poi un'altra "una volta in sella
politico-istituzionale", lasciamolo ai politici del pensiero unico,
capitalista e borghese: noi siamo diversi, siamo comunisti e vogliamo
cambiare (in meglio) le cose.
A tale proposito trascrivo le parole di Nichi Vendola su "Liberazione" del 30.12.99,
a commento del decreto di archiviazione su D'Alema:
<< ... "c'e' un giudice a
Berlino!" A Roma quel giudice e' in vacanza o, se c'e', e' assai
distratto, non conosce bene neppure le norme scritte nella carta
costituzionale, non legge neppure i giornali: infatti l'alta
magistratura capitolina ha archiviato le trenta denunce, presentate da
illustri giuristi e da alcune migliaia di italiani, contro il governo
D'Alema per la guerra d' aggressione alla Repubblica jugoslava: dicono
questi Soloni (potremo chiamarli "toghe nere") che non vi e' stata
illegittimita' ne' reato, perche' l'intervento militare fu
preventivamente avallato dal Parlamento: una menzogna evidente, per
chiunque sappia leggere e scrivere: Signori della corte, a me
parlamentare fu negato per svariati giorni persino uno straccio di
dibattito, le parole e un truffaldino voto vennero dopo, a guerra
avviata. Davvero non lo sapevate? Le guerre sono sempre, fra l'altro,
strage di verita'... >>
E del resto finanche il Sottosegretario alla Presidenza del
Consiglio on. Minniti sul " Corriere
della Sera " del 30.6.99 ammette:
<< Eravamo in aula con i
parlamentari che si interrogavano sull'opportunita' di un intervento
aereo mentre gli aerei erano gia' in volo. Il Parlamento discuteva e
intanto tutto stava gia' accadendo. >>
Avv. Pasquale Vilardo
P.S.
Per sottolineare l' "internita'" politica e giuridica della mia critica
faccio presente che sono dirigente del circolo PRC di Ponte Milvio e
faccio parte degli organismi giuridici del PRC, dei Giuristi
Democratici e del comitato per la difesa della Costituzione.
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