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ITALIJANSKA KOORDINACIJA ZA JUGOSLAVIJU |
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Segnalazioni
approssimativamente ordinate per epoca storica:
il 'braccio di San Giovanni
Battista' a Siena
E' una reliquia conservata dentro un prezioso contenitore in argento, con ricche decorazioni in filigrana. Sulla base del ‘braccio’ d’argento è ben visibile la scritta in caratteri cirillici, dove si cita quale donatore l’arcivescovo Sava: fratello di Stefano Primocoronato, San Sava fu il fondatore della chiesa indipendente serba e il primo arcivescovo di questa dopo l’ottenimento dell’autonomia nel 1219. ALCUNI CENNI STORICI: Figura di primo piano nella Serbia di quegli anni era la veneziana Anna Dandolo, imparentata con Enrico Dandolo, uno dei protagonisti della conquista di Costantinopoli da parte dei ‘latini’. Anna fu alla corte serba dal primo decennio del Duecento fino alla morte, avvenuta alla metà del secolo. Quale segno e risultato visibile di un ‘cambio’ di alleanze motivato dal cambiamento della situazione nella capitale imperiale, Stefano Primocoronato si unì a lei dopo aver ripudiato la bizantina Eudossia. Anna, assunta al ruolo di regina nel momento in cui la nuova realtà politica balcanica ottenne una riconosciuta autonomia, mantenne certo una sua influenza anche accanto ai successori, confermata quando, dopo i figliastri Rodoslav e Vladislav, divenne re suo figlio Uroš (che poi sposerà Elena d'Angiò, vedi più avanti). Nell’epoca in cui nascevano o venivano rinnovati monasteri come Studenica e Mileseva, anche la sua presenza e il suo diretto legame con i conquistatori della capitale bizantina potettero contribuire a costruire rapporti tra quelle realtà, la Serbia e l’altra sponda adriatica. Qualche suggestione potrebbe esserne derivata ad esempio nelle scelte culturali riconoscibili a Venezia, particolarmente nei mosaici di San Marco, dove già nei primi decenni del XIII secolo sono stati riconosciuti possibili legami con esperienze artistiche di matrice balcanica. Anche se non è chiaro quando la reliquia sia arrivata in Serbia probabilmente da Bisanzio, essa risulta essere stata donata da San Sava al monastero di Žiča, prima sede arcivescovile. [Popović] Spostata a Peć - a seguito del trasferimento dell’Arcivescovado stesso nella nuova sede, in Kosovo dovuto ai gravi danni subiti dal più antico monastero già nella seconda metà dello stesso XIII secolo - la preziosa testimonianza fu lì venerata da Milutin. Dopo la fine della dinastia Nemanja, nel corso delle tormentate vicende che caratterizzarono la Serbia tra gli ultimi decenni del ‘300 e i primi quaranta anni del ‘400, pervenne al despota serbo Lazzaro Branković. E tramite sua moglie, Elena, figlia di Tommaso di Morea (erede degli imperatori paleologhi) finì per passare nelle mani di quest'ultimo. Nel 1464 il papa Pio II Piccolomini la ricevette da Tommaso di Morea, dopodichè l’autenticità fu riconosciuta dal celebre cardinale Bessarione. [D'Amico 2003] l'icona del Vaticano
L’icona ‘dei Santi Pietro e Paolo’ fa parte del Tesoro di San Pietro in
Vaticano. Essa costituisce forse il documento più prezioso
nell’ambito delle testimonianze di epoca antica (medioevale) dei
contatti intercorsi tra la cultura serbo-bizantina e quella
latino-cattolica, presenti sul territorio italiano.L'icona fu realizzata in un delicato momento di ‘passaggio’ sia politico che culturale nella storia della Serbia, è nello stesso tempo rara testimonianza superstite degli antichi contatti e conferma della frattura che, nei secoli successivi, ha diviso le culture presenti sulle sponde opposte dell’Adriatico. Una interessante trasposizione è oggi conservata nella Pinacoteca Civica di Fano. [D'Amico 2001] Al centro della tavola, in alto, appare dallo spazio celeste il busto di Cristo, che benedice con entrambe le mani le figure affrontate dei ‘mediatori’ rispetto alla realtà terrena, i pilastri della Chiesa, San Pietro e San Paolo, riconoscibili anche tramite le scritte in caratteri cirillici che le sovrastano. Sotto, in uno spazio ad arco, un santo vescovo vestito all’occidentale benedice una donna in veste monacale, inginocchiata in atto di rispetto, mentre ai due lati levano le mani verso l’alto due figure maschili, entrambe barbute e incoronate. Nella donna inchinata dinanzi al vescovo, che la presenza dell’aureola identifica con un Santo - quasi da tutti gli storici interpretato come San Nicola - è stata riconosciuta Elena d’Angiò, la regina ‘francese’ di Serbia di cui era nota la devozione nei riguardi del Santo: una devozione testimoniata anche dall’invio alla Basilica barese a lui dedicata - da parte ancora una volta di Elena e dei figli - di una icona ora perduta, e di altri doni di cui restano solo cenni documentari. Nelle figure incoronate ai lati, sulla scorta delle caratteristiche fisiche e dell’abbigliamento, si sono individuate proprio le immagini dei due ‘re’, figli di Elena ed Uroš, Dragutin e Milutin - che le descrizioni storiche ricordavano presenti accanto alla madre anche nella tavola perduta di Bari. (...) La icona del Vaticano sarebbe uno dei documentati ‘doni’ fatti pervenire dall’ex regina di Serbia e dai figli al papa, probabilmente proprio Niccolò IV (...). La datazione deve situarsi in un momento posteriore al 1282 - anno a partire dal quale Dragutin e Milutin furono per un periodo entrambi re su due differenti zone del Regno - e anteriore al 1304 - in quanto l’opera è già ricordata a quelle date in Vaticano nel Tesoro di Bonifacio VIII e di Benedetto IX. L’identificazione di Dragutin e Milutin accomunati dalla dignità regale potrebbe essere ulteriore conferma di una datazione ancora negli anni novanta, prima di quel 1299 che, con il matrimonio tra Milutin e la figlia dell’imperatore bizantino, Simonida, pose fine alla condivisione effettiva del regno e diede inizio allo scontro tra i due fratelli. [D'Amico 2003] Elena, forse più ancora della suocera Anna Dandolo, fu al centro di una corte aperta ai rapporti, e poi protettrice dei suoi autonomi possessi costieri e mediatrice tra i figli. Fondatrice del monastero ortodosso di Gradac - dove fu seppellita - e attiva sostenitrice nelle fondazioni del marito e dei figli, dopo la rimozione dal trono del marito Uroš ad opera del figlio maggiore Dragutin, prese i voti, senza perdere un influente ruolo nelle vicende del Regno. A lei fu garantito dallo stesso Dragutin, a ‘ricompensa’ per l’offesa nei riguardi del padre, il possesso di una vasta striscia di territorio, specie lungo il Litorale della Zeta, attuale Montenegro, con alcuni importanti centri, primo fra tutti Kotor - Cattaro. Lì, almeno fino al 1308, anche sotto il regno del secondo figlio Milutin, Elena continuò a svolgere attività culturale e politica: in quel periodo protesse anche le chiese cattoliche della regione, mantenne i rapporti con il papato e con i Francescani, di cui aiutò le fondazioni già esistenti e quelle di nuova creazione. [Čirković] la croce in argento del
tempo di Sava ed il "Piviale" nella cattedrale di Pienza
Il cosiddetto Piviale di Pio II è un'opera rarissima risalente al XIII sec. che fu donata al papa dal Despota di Morea Tommaso Paleologo, e da Pio II alla Cattedrale pientina nel 1462. E' realizzata con un sistema di ricamo decorativo chiamato opus anglicanum in seta policroma e argento, raffigura entro edicole gotiche scene della vita di Maria, di Santa Margherita di Antiochia e Santa Caterina d'Alessandria, per un totale di oltre 150 figure. Il disegno dell'opera è associato dai critici all'ambiente culturale o alla mano stessa del miniatore della cosiddetta Bibbia di Holkam, conservata al British Museum di Londra. Dunque il Piviale sarebbe di fattura inglese ma proveniente dalla corte di Bisanzio. In effetti Tommaso Paleologo recò in dono anche una croce-reliquiario trecentesca, con iscrizioni in greco e paleoslavo, in filigrana d’oro. Questa croce, attualmente ospitata nel Museo Diocesano di Pienza, è di provenienza serba. Sono noti gli stretti rapporti di Tommaso Paleologo con la corte serba: lui stesso figlio di Elena Dragaš, la sua figlia primogenita Elena era andata sposa nel 1446 al despota Lazzaro II. Il reliquiario, contenente frammenti della croce, fu probabilmente portato a Pienza insieme alla teca bizantina del capo di sant’Andrea. l'icona di San Nicola di Bari
E’ l’unica traccia rimasta in Basilica dei numerosi doni inviati da tutti gli zar di Serbia della dinastia Nemanja (Nemaide), a partire dal fondatore per finire a Stefano Dušan. L’icona, collocata dietro l’altare del Santo, è stata a lungo attribuita ad Uroš II Milutin, lo stesso che aveva donato l’altare d’argento nel 1319. Ma oggi, specie fra gli studiosi serbi, prevale l’opinione che sia da attribuirsi piuttosto al figlio, Uroš III (1322 – 1331). Egli l’avrebbe inviata alla Basilica come ringraziamento a San Nicola che gli aveva restituito la vista dopo che il padre l’aveva fatto accecare come ribelle. Nell'icona il Santo di Mira è ritratto tra i donatori, nella versione definitiva identificati con Stefano Dečanski e suo figlio Dušan. l'icona seicentesca del
patriarca serbo Pajsije nel Museo Nazionale di Ravenna
Al centro dell'icona è raffigurato il patriarca Pajsije in veste
di vescovo, con le mani tese verso il Cristo che appare in busto
nell'angolo sinistro in alto. C'è un'iscrizione in corsivo
cirillico, tradotta in italiano nella scheda: 'Il beato defunto patriarca Pajsije fa
preghiera al Signore/ Per volontà di me, signore Stojan
belgradese/ è stata dipinta questa icona nel 1771 (anno
del calendario orientale, ovvero 1663). L'umile Jovan di sua mano.'
[Angiolini Martinelli]la chiesa ed il convento di San Girolamo
degli Illirici a Roma
Tradizionale centro del cattolicesimo croato a Roma, la chiesa è anche detta "dei Croati" o "degli Schiavoni" (=slavi). Nella zona prospiciente il porto di Ripetta, si era insediata fin dal XIV secolo una comunità di profughi sfuggiti ai Turchi dall'Illiria (Balcani) e dalla Schiavonia (Slavonia), ai quali papa Niccolò V concesse nel 1453 l'istituzione di una Congregazione di San Girolamo degli Schiavoni, dotata di un ospizio, di un ospedale, e di una piccola chiesa del XII secolo da intitolare al loro santo nazionale san Girolamo. Nel secolo successivo papa Sisto V, discendente di una famiglia croata originaria della Dalmazia e già titolare della chiesa, la fece ricostruire interamente da Martino Longhi il Vecchio tra il 1588 e il 1589, dotandola di un campanile e di ricchi arredi. Vi istituì, anche, un capitolo che doveva espressamente essere costituito da preti di ascendenza croata. Avrebbe anche voluto portarvi il corpo di san Girolamo dalla basilica di Santa Maria Maggiore, ma non riuscì a dar seguito al suo proposito. Nel XIX secolo fu massicciamente restaurata da papa Pio IX; nel XX secolo l'intero edificio annesso fu parte del rifacimento in stile fascista che interessò tutta la piazza del Mausoleo di Augusto. Dell'importanza assegnata dal Fascismo al rapporto con la Croazia - che fu in parte sotto occupazione italiana durante la II G.M., mentre lo "Stato Indipendente" collaborazionista era guidato da Ante Pavelić già protetto ed addestrato dai servizi di Mussolini - testimoniano proprio i mosaici di quell'epoca, ad ornare il Convento, affacciati al Mausoleo di epoca romana. Nel dopoguerra il nazifascista Pavelić trova rifugio per un periodo proprio in quell'edificio. Il recente monumento (anni
'90) si trova sul limitare della Esedra intitolata allo stesso "Petar
II Petrović Njegoš - poeta e vescovo - principe del Montenegro
(1813-1851)" nei pressi del Giardino del Lago a Villa Borghese, nel
centro di Roma.
il busto di Nikola I del Montenegro a Bari
"Nikola I Petrović - Re del Montenegro (1841-1921)", padre di Jelena (Elena del Montenegro) che andrà in moglie a Vittorio Emanuele III di Savoia e dunque sarà regina d'Italia sotto il Fascismo, è rappresentato in questo busto recentemente innalzato (a cura della comunità montenegrina) in Corso Vittorio Emanuele II a Bari. Fonti:
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