LA CASA VIENNESE SERBOCROATA
Quella che segue è
la traduzione di un articolo del linguista e traduttore Sinan Gudzevic.
Si intitola "La Casa Viennese Serbocroata" con riferimento alle prime
elaborazioni linguistiche comuni degli Slavi del Sud, che, dopo
l'impegno di Vuk Karadžić degli anni 1815-1850 circa, culminarono
proprio nell'"accordo di Vienna" con l'adozione generalizzata di una
lingua comune per tutti i popoli di Croazia, Bosnia, Serbia,
Montenegro. Vescovi, scrittori, professori di tutte le
nazionalità contribuirono attivamente a questa impresa centrale
nel progresso civile e culturale dell'area.
Certi "linguisti"
nazionalisti, ed i loro mentori e colleghi accademici occidentali,
vorrebbero oggi invertire quegli esiti, e cambiare davvero tutte le
parole degli Slavi del Sud affinchè non parlino più la
stessa lingua! Ma neanche mille anni basterebbero per questo!
I nazionalisti non sono
capaci di mettersi in testa che è più facile uccidere uno
Stato che una lingua. Non è neanche possibile dimostrare loro
che è più facile creare un nuovo Stato piuttosto che una
nuova lingua.
La Casa Viennese Serbocroata
di Sinan Gudžević
Aim, Zagabria, 29.12.2000.
http://www.aimpress.ch/dyn/pubs/archive/data/200012/01229-006-pubs-zag.htm
(traduzione senza fini di
lucro: Dragomir Kovacevic)
Questo articolo condivide
il difetto di tutti quelli che, occupandosi
degli inizi di qualcosa, non riescono a raccontare... dall'inizio. Si,
perché l'inizio è sconosciuto, non si sa quando
"l'inizio" ebbe il proprio "inizio". Siccome tutto iniziò in
tempi remoti, forse nel dodicesimo secolo, quando probabilmente un
Croato incontrò un Serbo per la prima volta [In effetti Serbi e
Croati sono lo stesso popolo, diviso in due dallo scisma avvenuto nella
chiesa cristiana proprio nel XII secolo, ndt]. Perciò questo
articolo inizierà con un aneddoto, da metà. Anzi non con
uno, ma con due aneddoti. Il primo è diffuso nella forma di
barzelletta, mentre il secondo è qualcosa di più (sebbene
una buona barzelletta non sia cosa futile!), perché riguarda le
avventure celebri dell'antichità, e noi ormai sappiamo come
l'invecchiamento sia precondizione per la bontà.
Il primo aneddoto, dunque, a seconda della regione dove viene narrato
ha per soggetto Luigi Quattordicesimo, Luigi Quindicesimo, oppure
Bismarck, ma per me la versione montenegrina è la più
convincente di tutte, perché si narra che le sue origini
sarebbero da far risalire alla corte del Re Nikola di Montenegro verso
la fine del secolo scorso. Un mattino, dunque, Re Nikola decise di
verificare in che misura le sue guardie del corpo fossero adulatrici o
ipocrite. Schierandoli in fila su di un prato, vicino alla sua reggia,
il Re prese la pistola e sparò in alto, in direzione di
un'aquila, che in quei tempi era un uccello molto presente in
Montenegro. La pallottola non colpì l'aquila in volo, eppure
alla domanda "L'ho colpita o no, mie guardie?", le guardie risposero
all'unisono "L'ha colpita, padrone!", tutte tranne una, che disse:
"Ehh, padrone, non si è mai vista un'aquila simile: morta, eppur
vola ancora!"
Il secondo aneddoto è più noto: quel mostro di Gorgone
fermò in mare aperto la barca del vecchio marinaio greco. Alla
domanda se il Re Alessandro fosse ancora vivo, il marinaio diede una
risposta rimasta celebre: "E' vivo, ed è ancora re!"
La motivazione di questo che vi ho appena raccontato segue due punti -
il primo: è morto eppure vola; ed il secondo: è vivo, ed
è ancora re. In mezzo a questi due punti oggi si colloca quel
mostro linguistico (alcuni lo definiscono "drago", "spettro", un tale
ha detto: "mostro centauro") nato al finire del diciannovesimo secolo
sotto il nome di Lingua Serbocroata. Tre giorni prima della conclusione
del secondo millennio, cercandole col lumicino, in tutto il mondo non
si riuscirebbe a trovare più di un migliaio di persone non
disposte a dire che tale creatura linguistica sarebbe morta. Quei mille
(io personalmente ne conosco ottantatre) direbbero che questa creatura
è ancora in vita. Alcuni di loro direbbero che è ancora
re; e conosco perfino uno di loro che direbbe che questa creatura porta
le ali, eccome!
Sarà ormai un decennio che svariati despoti sparano
incessantemente contro questa lingua. E sono convinti d'averla uccisa.
Si pone la domanda se questa lingua "scomparsa" sia effettivamente e
letteralmente ed irrevocabilmente morta, oppure, come il Re Alessandro
- spero il lettore non trovi il paragone troppo esagerato - se non sia
ancora viva, e se non sia ancora re! L'intenzione di questo articolo
non è quella di cercare la risposta per questa domanda. I
nazionalisti non sono capaci di mettersi in testa che è
più facile uccidere uno Stato che una lingua. Non è
neanche possibile dimostrare loro che è più facile creare
un nuovo Stato piuttosto che una nuova lingua. Tra l'altro, i
nazionalisti sono bugiardi. Quando si accorgono che la realtà
smaschera le loro bugie, essi creano nuove realtà più
congrue alle loro bugie. Questo articolo non ha per scopo quello di
metterli sulla strada giusta: tanto, loro, quando io per esempio dico
"no", dicono "si", e quando io dico "si", loro dicono "no". Questo
articolo ha per scopo quello di ricordarci di certe meravigliose
persone jugoslave che edificarono le fondamenta della lingua comune di
Serbi, Croati, Bosgnazzi e Montenegrini, fondamenta che non sono
abbattibili facilmente. Non è facile determinare la data di
inizio della costruzione di queste fondamenta. Però, una data
è indiscutibile: 28 di marzo del 1850. A Vienna in quella data,
molto probabilmente nell'appartamento di Vuk Karadžić, oppure nella
celebre taverna di Gerlovic in Baumarkt, otto Jugoslavi (essi stessi si
diedero tale nome) si riunirono e firmarono un manifesto con il quale
invitavano gli Slavi del Sud ad accettare il cosiddetto dialetto
meridionale come loro lingua letteraria. Questo dialetto meridionale
è la variante ijekava del novoštokavo. In base a come lo
descrissero i linguisti, il novoštokavo è quel dialetto diffuso
in mezzo al territorio idiomatico tra i fiumi Sutla e Timok, tra il
Mare Adriatico e Timisoara, tra Horgos e la montagna Šara.
Questo dialetto comprende il maggior numero di fruitori (al presente
sono più di diciotto milioni) in grado di capirsi tutti tra di
loro. Questo dialetto, dunque, fu standardizzato e considerato come
norma per la lingua letteraria di Serbi, Croati, Bosgnazzi e
Montenegrini. Tale processo durò fino agli anni Novanta del
secolo scorso ed ebbe il carattere di una vera battaglia e di una vera
guerra. Negli anni '90 del XIX secolo, lo spazio linguistico
serbocroato fu diviso politicamente tra due imperi e due Stati
indipendenti. Questa lingua standardizzata, normata, comprensibile per
tutti, questa lingua policentrica e letteraria, non ebbe mai un suo
nome preciso. I Serbi lo chiamarono il "serbo", i Croati "croato", i
Bosgnazzi "bosniaco", i Montenegrini "montenegrino", gli Jugoslavi
"jugoslaveno", "jugoslavo", "nostrano", gli Illiri "illirico", e la
popolazione dei musulmani jugoslavi presenti qua e la arrivarono a
chiamarlo il "turco"! Il nome "serbocroato", secondo tutte le
indicazioni, fu usato per la prima volta da Jakob Grimm nella
prefazione per l'edizione tedesca della "Grammatica della lingua serba
" del 1824 di Vuk Karadžić. Prima della creazione della Jugoslavia,
questo nome lo usarono i grammatici Pero Budmani nel 1867 e, in
italiano, Giovanni Androvich nel 1908, così come il celebre
slavista August Leskien, autore della "Grammatik der serbo-kroatischen
Sprache", Heidelberg, 1914.
Torniamo al tema del gruppo degli otto viennesi. Cinque di loro erano
croati. Dimitrija Demeter, Ivan Kukuljevic Sakcinski, Ivan Mažuranić,
Vinko Pacel e Stjepan Pejaković. Due di loro erano serbi: Ðuro
Daničić e Vuk Stefanović Karadžić. Uno era sloveno: Fran Miklošić.
L'accordo letterario di Vienna, come questo "manifesto ai popoli
jugoslavi" fu denominato in seguito, nacque nella forma di un documento
a margine dei lavori sulla terminologia politica e giuridica per i
popoli slavi dell'Impero Austriaco. Il lavoro della creazione di una
terminologia fu finanziato dal ministero della Monarchia, ed il
risultato doveva facilitare la comunicazione negli affari legali nel
sud slavo dell'Impero. L'iniziatore del lavoro sulla terminologia a
tutti gli effetti fu Miklošić, bibliotecario e deputato nel Reichstag
dell'Impero. In base alla poca documentazione disponibile sull'Accordo
letterario, si può dedurre che Miklošić fu l'autore dell'idea di
un incontro concernente l'accordo per la lingua letteraria. Quello che
a prima vista sembra strano, dimostra invece una sensibilità
linguistica perfetta ed il notevole livello di preparazione dei
firmatari. Quegli otto, al momento della firma dell'Accordo, erano
tutti cittadini della Monarchia d'Austria, essendo nati sul territorio
della monarchia, tutti tranne Karadžić, mentre come base della lingua
letteraria suggerirono un dialetto che veniva prevalentemente parlato
al di fuori del territorio della monarchia! Quando si ragiona su questa
decisione, il lavoro pluriennale e l'impegno di Vuk Karadžić per
l'introduzione dell'idioma meridionale come base della lingua
letteraria non possono essere trascurati. Quando si legge, oggi, questo
Accordo, esso per una metà sembra fallito, ma per la seconda
metà è eccellente. I firmatari partirono da un
presupposto che è distante, se non proprio inaccettabile, per i
nazionalisti odierni e perfino per quelle persone lontane da qualsiasi
nazionalismo: "i sottoscritti, considerato che un unico popolo dovrebbe
possedere una letteratura unica, e biasimando la situazione odierna per
cui la sfera delle Lettere è lacerata non soltanto in merito
all'alfabeto, ma anche nella grammatica, si sono radunati in questi
giorni per discutere su come accordarsi ed unirsi nel modo migliore sul
tema della letteratura". Segue il testo dell'Accordo, diviso in cinque
punti. I primi due punti iniziano con "Abbiamo riconosciuto
unanimemente", il terzo punto inizia con "Abbiamo considerato opportuno
e necessario", il quarto punto al suo inizio riporta "Abbiamo
riconosciuto tutti", ed il quinto "Abbiamo accettato unanimemente". Per
il tema che ci interessa, in questo momento è importante il
secondo punto. Esso riporta le ragioni per cui quegli otto uomini
suggerirono "che sarebbe più corretto ed è la migliore
soluzione accettare l'idioma meridionale come lingua letteraria, ed in
particolare,
a) poiché la maggior parte della popolazione parla in questo
modo,
b) poiché sarebbe il più vicino all'antica lingua slava e
perciò alle altre lingue slave,
c) poiché tutta la poesia popolare è cantata in tale
dialetto,
d) poiché l'antica letteratura della Repubblica di Dubrovnik
è scritta con tale idioma,
e) poiché ormai la maggioranza dei letterati, di confessione
orientale ed occidentale, scrivono in tale maniera (anche se non tutti
stanno attenti alle regole)."
L'organizzazione dell'incontro per la realizzazione dell'Accordo
probabilmente fu opera di Miklošić. Il contenuto dell'Accordo, il suo
secondo punto in particolare, rivela invece la mano del veterano Vuk
Karadžić. Il celebre filologo Vatroslav Jagić, scrivendo nel 1864 sul
tema della grammatica, affermò che gli accordi viennesi furono
realizzati dai "figli migliori del nostro popolo, di cui la patria
ancora oggi è fiera". In una annotazione, in questa sezione del
suo scritto, aggiunge: "Mentre scriviamo, giunge la triste notizia che
morte sgradita ha portato via il nostro anziano e venerando Vuk
Karadžić. Ogni letterato si ricorderà, in occasione di una sua
prossima opera, di tessergli una corona per i suoi attualissimi
meriti".
Oggigiorno, il secondo punto dell'Accordo si potrebbe definire
integralmente veritiero, ed ancor più di centocinquanta anni fa.
Invece, la frase introduttiva sarebbe da bocciare completamente. In
questo consiste la forza e la saldezza della nostra casa linguistica
viennese: fragile politicamente ma solida dal punto di vista
linguistico. Il novoštokavo, normato e standardizzato, al presente
è ancor più armonizzato; Serbi, Croati, Bosgnazzi e
Montenegrini scoppierebbero di rabbia oggi per il fatto di capire tutti
la stessa lingua. Per impedire che non sia così, essi inventano
delle nuove realtà. Un esempio molto recente: Ladan, la "clava
linguistica" croata, pochi giorni fa, mentre presentava uno dei suoi
raffazzonati saggi linguistici a Rijeka/Fiume, ha dichiarato di essere
cresciuto nell'ambiente multilinguistico della Bosnia! Non succede mai
che un figlio di Fiume in tali occasioni non ponga la domanda: come mai
la Bosnia sarebbe un ambiente multilinguistico? In verità, la
Bosnia è l'ambiente linguistico štokavo più compatto di
tutti!
Difatti in Bosnia l'Accordo viennese è stato accettato ed
applicato nel modo migliore, e più completamente che altrove. Le
differenze linguistiche in Bosnia sono tali che la loro ricerca ed
individuazione è molto difficile. Questo non è il caso di
altre regioni della variante štokava. I leader nazionalistici ne sono
bene al corrente, e perciò hanno avviato una guerra linguistica.
O, per meglio dire, una guerra lessicale, una guerra dove la parola
è il mezzo che combatte contro altre parole. Si è
arrivati al punto che l'area linguistica serbocroata assomiglia
all'allegoria rinascimentale "La guerra grammaticale". Il
rappresentante migliore di questo genere letterario è Andrea
Guarna da Napoli. Nel suo libro "Bellum grammaticale" egli descrisse un
paese felice, chiamato Grammatica, in cui regnavano due re, in
concordia ed a beneficio di tutti i cittadini: il re dei Verbi, ed il
re dei Sostantivi. Nel corso di un banchetto, dopo avere tanto mangiato
e bevuto, i due cominciarono a litigare su quali parole sarebbero state
le più antiche e più importanti. Non arrivando ad un
compromesso, decisero di risolvere la lite con la guerra. La mattina
seguente partirono, l'uno contro l'altro, ciascuno con il proprio
esercito. Sotto la bandiera del Re dei Verbi si schierarono tutti gli
Avverbi e tutti i Verbi che ci sono: i verbi d'azione, quelli di
ripetizione, gli incompleti, gli irregolari, e così via; mentre
con il re dei Sostantivi si unirono i Sostantivi, i Pronomi, e tutte le
Preposizioni. Il Participio, per sua natura, non poté decidere
con quale re schierarsi, e cominciò ad inviare truppe ad ambedue
le parti. Il campo di battaglia fu organizzato nell'area delle
Congiunzioni. Un nubifragio fece interrompere la feroce battaglia. La
battaglia rimase senza vincitore, e le perdite delle parti in guerra
furono tremende: un verbo perse il figlio, un altro rimase senza tutti
i suoi alleati, il terzo perse il futuro e fu costretto a comprarselo
al mercato; molti dei Sostantivi cambiarono genere, alcuni furono
castrati e passarono al neutro... ed in tutto ciò perirono tanti
Singolari e Plurali.
Se tutto questo potè accadere nel Rinascimento, allora
perché mai, ad un mostro di nome Lingua Serbocroata, dopo
centocinquant'anni non potrebbero crescere le ali, per alzarsi al di
sopra della sua provincia Grammatica, nell'attesa che qualche vento
schiarisca la nebbia sopra alle parole litigiose e mutilate, per curare
le loro ferite e ricomporle, seppellendo le parole morte?
Sinan Gudžević
|
"Чувајте, чедо моје мило, језик
као земљу. Реч се може изгубити као град,
као земља, као душа. А шта је народ, изгуби
ли језик, земљу, душу?... Цареви се смењују,
државе пропадају, а језик и народ су ти
који остају, па ће тако освојен део земље
и народ, кад тад, да се врате језичкој
матици и своме матичном народу."
"Conservatela
e curatela come si coltiva la terra,
questa creatura cara, che è la lingua. La parola può
andare perduta, come una città che si perde, come la terra, o
l'anima. Che cosa rappresenta un popolo, dopo aver perduto la lingua,
la terra e l'anima?... Gli Zar passano e arrivano degli altri, gli
stati vanno in rovina, ma la lingua ed il popolo sopravvivono. In
tal modo, nonostante venga conquistata una parte della sua terra
insieme
con lui, prima o poi il popolo ritornerà alla sua corrente
linguistica ed al suo popolo materno."
(Stefan
Nemanja, primo personaggio storico a vedersi attribuito il
titolo del re nella Serbia medioevale; le sue parole, pronunciate
prima della morte nel lontano 1196, possono insegnare se siamo capaci
di ascoltare...)
(a cura di DK)
|
Pravopis
srpskohrvatskog jezika - Matica Srpska i Matica Hrvatska, 1960
SPR:HRVATSKA-PREVOD-EP
U Evropskom
parlamentu prevođenje s hrvatskog na srpski
ZAGREB, 28. maja (Tanjug) - Na
inicijativu Doris Pak i Hansa Svobode, u Evropskom parlamentu je od
juče uvedeno prevođenje s hrvatskog na srpski jezik, jer su hrvatski
prevodioci izdvojeni u posebnu kabinu, odvojenu od zajednilke kabine za
srpski, bosanski i crnogorski jezik, javljaju danas hrvatski mediji.
Hrvatski predstavnici bili su protiv ideje Sekretarijata EP da, shodno
praksi Haškog suda, obezbedi zajednički prevod na
hrvatsko-srpsko-bosanskom jeziku. (Kraj)
LE SPESE INUTILI DEL PARLAMENTO EUROPEO
Agendo in base all'iniziativa di Doris Pak e Hans Svoboda, ieri, nel
Parlamento UE, è stata
introdotta la traduzione dal croato al serbo (SIC), cosicchè i traduttori
croati sono stati collocati in una cabina a parte, separata dalla
cabina congiunta per serbo, bosniaco
e montenegrino (SIC SIC).
L'informazione giunge dai media della Croazia. I rappresentanti della
Croazia erano contrari all'idea del Parlamento UE che, sulla scia della
prassi del Tribunale dell'Aja, fosse procurata una traduzione unica per
la lingua croata-serba-bosniaca.
(fonte Tanjug
- 28 maggio 2008 - in italiano a cura di DK)
Spese inutili del Parlamento
europeo? “E chi se ne frega” si diranno i deputati – parlamentari!
Tanto per loro non ci sono problemi, salariali s’ intende. D’ altronde
cosa ci si puo’ aspettare da questa Europa dei capitali, con la
sua miope socio-politica, “che l’occhiolino fa al tiranno...” (Đuro Jaksić)?
Almeno sulla disputa linguistica, da parte degli intellettuali, degli
scrittori, dei professori una precisazione sarebbe dovuta. E invece
niente!... Noi jugoslavi, anche di media cultura linguistica, sapevamo
bene tutti che la nostra lingua era il “serbo o croato”! Non ho sentito
ancora che gli austriaci per esempio, non parlino il tedesco, ma
la loro “madrelingua”!...
Al Parlamento europeo suggerirei di ufficializzare la lingua “serba o
croata”, (serbo-croata o croato-serba), usando il linguaggio che
comprendono tutti i cittadini delle ex-Repubbliche jugoslave e che
tuttora usano in grande maggioranza o in toto - come in
Bosnia-Erzegovina e Montenegro (nella variante “jekava”). Anche
per uno straniero e’ comprensibile che januar, februar eccetera
indicano i mesi. Nel mio lavoro per non turbare certi animi ho
preferito usare la “numerazione” del mese: primo, secondo...
dodicesimo. Al Tribunale dell’Aia, che tanto per coprire un po’ la sua
faziosita’ ha processato alcuni esponenti croati e musulmani bosniaci
("bosgnazzi"), Milosevic ha elegantemente risposto alla traduzione di
un croato doc: "Studeni sara’ senz’ altro un mese invernale" (giacche’
“studeni” vuol dire freddo).
Ivan Pavicevac, giugno 2008
MinCulPop
linguistico anche nelle Università italiane?
Il
Ministero dell'Università e della Ricerca attraverso la
Conferenza dei Rettori ha recentemente trasmesso senza commento alle
strutture universitarie una nota proveniente dall'Ambasciata di Croazia:
---
Da:
Segreteria Crui
Inviato:
giovedì 6 novembre 2008 14.33
A:
Undisclosed recipients
Oggetto:
Ambasciata della Repubblica di Croazia
A
tutti i Rettori
Si
trasmette l'allegata nota del MIUR relativa all'oggetto.
Cordiali
saluti.
La
Segreteria CRUI
(SI VEDA IL DOCUMENTO ORIGINALE ALLA
URL: http://www.cnj.it/documentazione/AmbCroazia_a_ConfRettori.pdf )
Ambasciata della Repubblica di Croazia
(...)
Roma, li 7 ottobre 2008
Vorremmo informarLa del
cambiamento dell'indicazione internazionale della lingua croata,
entrato in vigore il 1 settembre 2008. Con la decisione del corpo
internazionale ISO639-2 Registration Authority e la Biblioteca del
Congresso degli Stati Uniti (Library of Congress) di Washington,
l'indicazione "hrv" è stata introdotta come l'unica indicazione
bibliografica e terminologica per la lingua croata, sostituendo
l'indicazione "scr" usata finora [v. http://www.loc.gov/marc/tn080701.html]. (...) Per le indicazioni
bibliografiche d'ora in poi verranno adoperate esclusivamente le nuove
indicazioni per le suddette lingue: "hrv" per la lingua croata e "srp"
per la lingua serba. (...)
Distinti saluti,
Ambasciatore
Tomislav Vidošević
---
Tale nota è stata inoltrata dai Rettori alle
rispettive biblioteche universitarie. Ma a che pro?
Che cosa dovrebbe in effetti comportare la rigorosa
applicazione di tale richiesta dell'Ambasciata di Croazia?
Si sta forse chiedendo di riclassificare i libri in
serbocroato, presenti nelle biblioteche universitarie, distinguendoli
tra libri scritti in "serbo" e in "croato"?
In questo caso, come
andranno classificati ad esempio gli iper-classici di Ivo Andrić,
premio Nobel jugoslavo, di famiglia "croata" ma opzione linguistica
"serba" (ekava), nato a Travnik nel cuore
della Bosnia-Erzegovina e dunque profondamente influenzato dal lessico
e dalla cultura di ascendenza turca ed islamica di cui si sono oggi
appropriati i settori politici cosiddetti "bosgnacchi"? Classificheremo
la sua lingua come "croata", come "serba", o come... "bosgnacca"?
Oppure procureremo tre copie identiche per ogni libro di
Andrić, classificandole diversamente in modo da non scontentare nessun
partito politico?
E come dovremmo
classificare il "Serto della montagna" del Njegoš, vera e propria
"Divina Commedia" della lingua serbocroata, scritta in caratteri
"serbi" (cirillici) ma nella variante di pronunzia "croata" (jekava) dal famoso letterato e
regnante... montenegrino Petar Petrović?
Prendere alla lettera ciò che viene richiesto dalla
Ambasciata della Repubblica di Croazia significherebbe piegarsi alle
logiche imposte dal peggiore nazionalismo, mettendo in pratica in campo
letterario quel separatismo (pseudo)etnico che è stato imposto
con la violenza sul terreno jugoslavo. Inoltre, simili scelte
relegherebbero ad esempio gli autori della Bosnia-Erzegovina e del
Montenegro in una condizione di discriminazione: per loro sarebbe
infatti arbitrario usare sia la classificazione "croata" che quella
"serba". Vogliamo imporre l'utilizzo di due ulteriori standard fittizi
di classificazione linguistica?
E per i corsi di lingua, come ci vogliamo regolare? Vogliamo
avviare lo stesso processo di discriminazione, di
moltiplicazione e di separazione dell'identico?
Il fatto che la Registration Authority ISO639-2
e la Library of Congress degli USA abbiano introdotto questi nuovi
standard non rappresenta altro che un atto politicamente motivato, che
non deve necessariamente avere implicazioni sulla vita e sulle
strutture culturali e accademiche del mondo intero. Esiste ad esempio
un diverso e più corretto standard, l'ISO 639-3 (*),
nel quale il serbocroato continua ad essere
considerato macro-lingua all'interno della quale è
possibile differenziale (per chi proprio ci tiene) tra le "nuove
lingue" - hrv, srp, bs(bos)...
La questione linguistica serbocroata
esemplifica la degenerazione dei rapporti socio-culturali nell'area
jugoslava. Sul tema siamo intervenuti in passato diffondendo
documentazione, e continueremo a parlarne (si faccia riferimento spec.
alla pagina a questo dedicata sul nostro sito internet: http://www.cnj.it/CULTURA/jezik.htm ). Ci ripromettiamo di intervenire
presto sul tema anche con una iniziativa pubblica organizzata in ambito
accademico.
Per adesso, pubblichiamo di seguito una analisi di
carattere scientifico preparata per CNJ-onlus da Ljiljana Banjanin,
lettrice di serbocroato a Torino e componente del nostro Comitato
Scientifico.
Coordinamento
Nazionale per la Jugoslavia – onlus
8 dicembre 2008
(*)
http://www.sil.org/iso639-3/documentation.asp?id=hbs
Documentation for ISO 639
identifier:
hbsIdentifier: hbs
Name: Serbo-Croatian
Status: Active
Code set: 639-3
Equivalent: 639-1: sh (deprecated)
Scope: Macrolanguage
Type: Living
The individual languages within this macrolanguage are:
Bosnian [bos]
Croatian [hrv]
Serbian [srp]
Alcune note sulla
necessità di mantenere lo standard serbocroato
(a
cura di Ljiljana Banjanin, lettrice di serbocroato a Torino, per il
Comitato Scientifico del Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia
- onlus)
Il serbocroato fu la
lingua ufficiale jugoslava sia durante il Regno di Jugoslavia sia
durante la Repubblica Federale (SFRJ).
La scelta tra la parlate
era vincolata da due fattori principali:
Le parlate jugoslave si
differenziano da un lato per come viene espresso il termine «che
cosa», che ha tre
varianti: što, kaj, ča, da cui la denominazione
della parlate come štokavo, kajkavo e čakavo. Il kajkavo si parla
soprattutto in Croazia, nella zona intorno a Zagabria, il čakavo in
alcune zone del litorale settentrionale croato e delle isole, in certe
parti dell'Istria e in alcune zone della Dalmazia, mentre lo štokavo
è senza dubbio la parlata più diffusa.
Esistono dialetti che si
differenziano per la pronuncia di quello che fu lo jat paleoslavo che
divenne je (talvolta ije)
ovvero e o anche i, da cui le
denominazioni: jekavo (talvolta
ijekavo), ekavo ed ikavo. Si faccia un esempio per i
non conoscitori della lingua, il sostantivo ljeto (estate) diventa leto in ekavo e lito in ikavo,
l'aggettivo lijepo (bello) diventa nella
variante ekava: lepo e nella variante
ikava lipo.
Alla fine si scelse la
variante štokavo-jekava, tra l'altro la più
comprensibile in quanto la più estesa sul territorio. Tappe del
processo furono le discussioni tra linguisti, letterati, intellettuali,
basti pensare a figure come Dositej Obradović, Ljudevit Gaj, Vuk
Karadzić, e all'accordo di Vienna nel 1850. Tale variante corrisponde
in generale alla parlata bosniaco erzegovese (bosansko-hercegovačko
narjeće)
I problemi esistono, in
quanto nei territori jugoslavi esistevano (ed esistono) combinazioni
dei due vincoli, talvolata a macchia di leopardo, senza parlare dei
numerosi dialetti, all'interno delle combinazioni principali, e
ciò costutuisce fin dall'inizio una enorme ricchezza linguistica.
Si noti inoltre che
esistono due alfabeti, il latino ed il cirillico. Per lo più in
Serbia si parlava in ekavo-štokavo e si scriveva in cirillico, mentre
in Bosnia e in Croazia era più comune lo jekavo, tuttavia
è' interessante notare come in certe zone dell'interno della
Croazia si parli in ikavo,che sembrerebbe caratteristico della
Dalmazia, e in certe zone della Serbia meridionale in jekavo. In
Montenegro si scrive in cirillico ma la variante è jekava.
E' soprattutto attraverso
la letteratura che si scopre la ricchezza della lingua: Goran Kovačić
scrive in čakavo, come Vladimir Nazor, del resto, Ivo Andrić scrive sia
in ekavo sia in jekavo, Krleža scrive anche in kajkavo: e non
c'è corrispondenza tra nazionalità del letterato e tipo
di scrittura.
Soprattutto nella
Jugoslavia socialista, c'è grande attenzione per la letteratura
e la lingua del Paese, si ribadisce l'unità della lingua,
l'ortografia comune con rispetto delle varianti ekava/jekava e dei due
alfabeti; si stampano inoltre le opere letterarie in tutte le versioni
possibili: il rispetto dell'unità della lingua, non impedisce
infatti la sperimentazione sulla base del patrimonio lingusitico.
Con la distruzione della
Jugoslavia socialista viene distrutta anche la lingua, ovvero la
denominazione della lingua ufficiale. In Croazia si promuove la
pubblicazione di grammatiche, dizionari della lingua croata; la lingua
ufficiale della radio, della televisione viene „ripulita“ dai serbismi.
In Serbia solo in seguito viene adottato il termine 'lingua serba' e
l'alfabeto cirillico[1].
La creazione di altri
stati sul teritorio della Jugoslavia offre possibilità di
creazione di numerose altre „lingue“ che nascono da uno stesso
standard: per il momento si sono rese concrete la bosniaca (in almeno
due o tre varianti), e la montenegrina, oltre alle due citate sopra. Si
tratta di lingue politiche, lingue che seguono, rispondono al bisogno
di creare un'identità nazionale attraverso la lingua,
perché è un mezzo che permette una manipolazione facile,
attraverso una parola d'ordine dall'impatto immediato (UN POPOLO=UNO
STATO=UNA LINGUA).
Il problema dell'identità della
lingua non è banale, dal punto di vista
scientifico, come del resto banali non sono tutti i problemi collegati
al linguaggio.Tuttavia vi sono dei criteri basati su posizioni
teoriche; per esempio vi sono vincoli genetici (da che cosa è
nata una certa lingua), strutturali (come è costruita ),
socio-linguistici (come la considerano coloro che parlano). Le neo-
lingue serbo, croato, bosniaco e montenegrino, sono nate dalla parlata
neo-štokava, come il serbocroato, sono quasi uguali tra di loro (a
volte le differenze sono ridicole: si pensi che il montenegrino
differisce solo in tre (tre!) dettagli dal serbocroato (per esempio la
parola «domani» si dice sutra in serbocroato e sjutra in
montenegrino), tanto che la comprensibilità è totale, e
soltanto il terzo criterio pone problemi.
A nostro parere, la lingua
può considerarsi come sistema o come standard. Nel primo caso,
è ovvio per i linguisti, che il il bosniaco, il croato, il serbo
e il montenegrino, sono parte di una stessa lingua, perchè sono
identiche dal punto di vista linguistico, genetico e strutturale; per
ogni persona di normale buon senso il fatto stesso che la
intercomprensione sia completa, fa sì che la lingua sia la
stessa. Tuttavia la lingua è anche standard, e questo, come si
sa da molti anni, presuppone un accordo sociale sulle regole, le norme
linguistiche per una determinata società: si tratta ovviamente
di un'idea socio-politica della lingua, e infatti è noto a tutti
che il passaggio dal considerare una parlata lingua o dialetto è
un fatto principalmente politico.
Il serbocroato (o
serbo-croato, o croato-serbo) è una lingua
policentrica : cioè una
lingua con alcune varianti che in alcuni tratti si differenziano, ma
non a tal punto da costituire una lingua autonoma.
Anche l' Inglese, il
Tedesco e il Portoghese sono lingue di tale tipo: esistono infatti
alcune varianti per ognuna di loro. Brittanico, americano, australiano,
o inglese standard sono le varianti della lingua Inglese, tedesco,
austriaco, lo standard tedesco svizzero riguardano il tedesco e per
quanto riguarda il portoghese ricordiamo portoghese, standard
portoghese brasiliano.[2]
La linguista Snježana
Kordić insiste sulla tesi che si tratta di questo tipo di standard,
specialmente dopo la dissoluzione della Jugoslavia degli anni Novanta:
argomenta la sua tesi con le seguente dichiarazioni: „Sia la
linguistica che la sociolinguistica dimostrano che il serbocroato oggi
come prima è una lingua standardizzata di tipo policentrico.
Tutti e tre [...] i criteri [...], - comprensione reciproca,
compatibilità del sistema linguistico, la base dialettale comune
(lo štokavo) della lingua standard – indicano che si tratta della
stessa lingua policentrica“.[3]
Ranko Bugarski, anglista e
linguista afferma tra l'altro:» E' ancora legittimo parlare di
esistenza del serbocroato come di una lingua standard (anche se,
naturalmente, con alcune varianti territoriali). Anche se ad alcuni
attualmente potrebbe apparire strano, se non reazionario, vi sono degli
argomenti a sostegno della tesi. Il primoargomento è la
strettissima somiglianza linguistica, addirittura strutturale talvolta,
tra gli eredi del serbocroato....La normale comunicazione tra gli
abitanti di Zagabria, Belgrado e Sarajevo procede come
prima...Sicché mentre è normale parlare a proposito di
una persona che conosca spagnolo, francese e italiano, per esempio, di
multilinguismo, farlo per chi parli serbo, croato e bosnaico
sembrerebbe uno scherzo.»
A nostro parere, si
possono sintetizzare le precedenti considerazioni in alcuni punti
chiave:
1. La prevalenza delle
forze centripete presso gli slavi meridionali è una conseguenza
di fattori extra-linguistici e extra-culturali. Nella
autodeterminazione nazionale degli anni '90, che molto spesso è
anche nazionalistica, la politica quotidiana e i politici hanno
utilizzato quello che è piu' semplice da utilizzare, cioè
la lingua. In tal modo essa è diventata il mezzo politico, la
carta da giocare nelle mani della politica e la misura della
autodeterminazione.
2 La situazione attuale
linguistica e sociolinguistica sui territori della ex-Jugoslavia
è caotica. L'atteggiamento dei linguisti non è separato
da quello dei politici, il che crea una certa parzialità nella
standardizzazione delle «nuove lingue» che vengono
presentate come un qualcosa di diverso rispetto allo standard
pre-esistente noto come serbo-croato o croato-serbo o semplicemente
serbocroato.
3. Gli sforzi per produrre
gli standard nuovi che insistono esclusivamente sulle differenze tra il
serbo e il croato e non sulle affinità e le somiglianze, sono un
esempio negativo di attualizzazione della politica linguistica,
indipendemente da quale parte arrivino. Importanti linguisti e
scrittori si sono uniti ai politici e questo è un fatto
preoccupante, oltre che scoraggiante, perchè gli interessi della
affermazione nazionale si sono identificati con quelli linguistici, e
gli intellettuali hanno perso l'occasione di fare il loro lavoro;
è successo con le neo-lingue quello che è successo a
proposito delle neo-guerre: all'analisi rigorosa si è sostituita
la condiscendenza alla propaganda politica e, ancora più grave,
l'affinamento della propaganda con l'uso distorto dei mezzi forniti
dalla ricerca.
4. L'attribuzione di una
spropositata importanza alla denominazione della lingua è una
conseguenza del bisogno di affermare la propria apprtenenza nazionale,
in modo che l'individuo si identifichi con il proprio gruppo in maniera
monolitica, in senso nazionale e linguistico.
5. In molte
università italiane e internazionali i cambiamentti nella lingua
sono già stati codificati, però la separazione di questi
due rami della Slavistica ci pone davanti a molti interrogativi: il
primo tra tutti la validità scientifica delle nuove lingue e
letterature, che forse continueranno a moltiplicarsi, e così fra
breve assisteremo alla nascita anche del šumadinese, del
belgradese-moravo, vojvodinese, erzegovese, ecc., ecc., ecc. (senza
parlare delle lingue derivate dal kajkavo e dal čakavo!).
6. Il problema a nostro
avviso più importante per la lingua serbocroata, è il
pericolo di perdita della indubbia ricchezza della lingua:
l'impoverimento sarebbe dannoso dal punto di vista del livello
culturale dei cittadini territori jugoslavi, sia dal punto di vista
letterario e scientifico, sia dal punto di vista degli studenti e degli
slavisti stranieri.
Pertanto riteniamo che
siano da evitare passi ulteriori sulla strada della separazione della
lingua serbocroata.
[1] cfr. Ivan
Klajn Grammatica della lingua serba, Zavod za udzbenike,
Beograd, 2007,p. 13: „ Dopo la creazione dello Stato jugoslavo (1918),
in Serbia e nel Montenegro ha cominciato a diffondersi rapidamente
l'alfabeto latino, già in uso presso i croati.
Oggi la „latinica“ è più diffusa in Serbia, a
tal punto che è nato un movimento per la protezione della
„cirilica“, e negli ultimi anni si sono avute misure legislative per
definire la „cirilica“ come l'alfabeto primario nell'uso ufficiale e
pubblico. Anche se l'uso parallelo di due alfabeti è un caso
unico in Europa, se non nel mondo, sembra probabile che esso si
mantenga anche nel futuro“.
[2] Cfr. H. Glùck
(hrsg), MetzlerLexikon
Sprache, Stuttgart, 2000.
[3] Cfr. La situazione linguistica attuale nell’area a standard
neostokavi (ex serbo-croato), a cura di Rosanna
Morabito, in “Studi Slavistica”, III, Firenze University
Press, 2006, p. 325.
Fonte: LiMeS
n.6/2003,
p.229: IL
NOSTRO ORIENTE
Per
rafforzare la loro identità, i croati insistono nel
promuovere una
lingua nazionale sempre più distinta dal
serbo-croato incentivato
dagli jugoslavisti. Ma serbi e croati continuano a capirsi
perfettamente nella ‘loro lingua’.
SERBO,
CROATO
O SERBO-CROATO?
L’USO
GEOPOLITICO DELLA LINGUA
di Luka BOGDANIĆ
1. CROATO
E SERBO O SERBO-CROATO?
Due
lingue o una? Una lingua una nazione, o una lingua due nazioni? Tutte
queste domande si risolvono in una sola questione: qual è
la
caratteristica principale dell’identità nazionale di serbi
e
croati?
Nell’Ottocento,
nei circoli intellettuali di Zagabria nasce sotto l’influenza
del Risorgimento europeo il movimento illirico, guidato da
Ljudevit Gaj. Il movimento, sorto per contrastare il predominio
della cultura ungherese e austriaca su quella slava, aveva
l’obiettivo di favorire l’unità culturale, ma in ultima analisi
anche l’unità politica degli slavi del Sud. La
rivendicazione
dell’unità degli slavi meridionali derivava dalla coscienza
che solo con la creazione di uno Stato sudslavo sarebbe stato
possibile difendere gli interessi di quei popoli dalle mire
espansionistiche delle potenze circostanti (1).
L’ideale unitario poggiava sulla convinzione che la
lingua è
il fondamento dell’identità nazionale. Partendo da tale
presupposto, cioè dalla convinzione che serbi e croati
parlano
la medesima lingua e dunque sono un unico popolo, Ljudevit Gaj,
guida del movimento risorgimentale croato, scelse come lingua
standard il dialetto croato parlato dai croati dell’Erzegovina,
regione dove il modo di parlare dei croati non differisce da
quello dei serbi locali. Infatti, nell’Erzegovina, sia serbi
che croati parlano usando il dialetto štokavo e
la pronuncia ijekava.
Lo štokavo è
la caratteristica generale del dialetto (in questo caso un
dialetto che è divenuto lingua letteraria) in quanto il
pronome
interrogativo «che» viene espresso con la parola
«što»;
ijekavo è
la caratteristica che si riferisce alla pronuncia delle sole vocali.
Anche a Belgrado, per esempio, si usa lo štokavo,
però non la pronuncia ijekava ma
quella ekava.
Qualche
decennio prima di Gaj, in Serbia, Vuk Stefanović Karadjić
riformò
l’alfabeto cirillico e formulò la regola ortografica
fondamentale della lingua serbocroata: «Scrivi come parli e
leggi com’è scritto».
L’idea
secondo cui gli elementi fondamentali di una nazione sono in
primis la lingua,
e poi usi, costumi, alla base dei quali stanno fattori
naturalistico-ambientali e geografico-climatici, è di
derivazione herderiana. Infatti, secondo Johann Gottfried Herder
il primato nella formazione di una nazione spetta al linguaggio,
in quanto solo grazie ad esso si possono tramandare usi e
costumi da una generazione all’altra. Per Herder, «è
il
linguaggio che fonda le leggi e lega le stirpi», tanto
che nella
lingua «è impresso l’intelletto e il carattere di un
popolo»
(2).
Ancora, «l’essenza della nazione non è la razza, “il
sangue” (perché le razze, mescolandosi ovunque, sono una
suddivisione arbitraria) bensì essa è costituita dai modi
dell’acculturazione (lingua, religione, forme della
convivenza, costumi)» (3).
La
carenza principale della concezione herderiana stava nel fatto che si
trattava di una visione della nazione di tipo storico-culturale,
cioè sostanzialmente apolitica. D’altra parte era
più che
logico che in una Croazia arretrata e politicamente sottomessa,
in particolare all’Ungheria e poi all’Austria, le prime istanze
di emancipazione venissero presentate sotto forma di riflessioni
su questioni culturali. In condizioni di totale assenza di una
storia e di una tradizione politica propria, l’unico spazio in
cui era possibile agire, per quei pochi intellettuali croati e serbi
imbevuti d’ideali risorgimentali appresi nel corso dei loro
studi nelle università europee, era ovviamente l’ambito
della
cultura. Essi troveranno quindi nel pensiero di Herder un
terreno particolarmente fertile e adatto ai loro scopi culturali e in
ultima analisi geopolitici.
Il
fatto che nei Balcani, più che altrove, il risorgimento
nazionale
esca dal cappello magico della cultura e si mimetizzi
continuamente come fenomeno culturale, è spiegabile se si
pensa
all’assenza plurisecolare di qualunque tipo di Stato unitario
delle popolazioni sudslave. Tale assenza ha loro precluso ogni
possibilità di riflessione e di riscontro empirico sul
ruolo
dello Stato nella creazione dell’identità nazionale. Essa
ha
inoltre impedito che si formasse una cultura politica uniforme
dei serbi e dei croati. Sicché l’impegno culturale ha
rappresentato per secoli, in Croazia, in Bosnia e in Serbia,
l’unico modo per fare politica. Discutere della lingua dei
croati e dei serbi non significa dunque affrontare una
questione accademica o meramente culturale, ma intervenire in un
problema politico e geopolitico di prim’ordine.
2.
Se il serbo-croato sia una o due lingue è rimasta fino al giorno
d’oggi una questione politica fra le più dibattute.
L’ideale
unitario dei popoli slavi del Sud, la Jugoslavia, poggia sul
presupposto che la lingua dei serbi e dei croati sia una sola. Per
conseguenza, il compito primario d’ogni nazionalismo separatista
era, ed è, provare che si tratta di due lingue diversissime.
Il
fatto che immediatamente distingue il serbo e il croato è che la
prima viene scritta, oltre che in alfabeto latino, anche in
cirillico. D’altronde, se si lascia scorrere la memoria
storica, si ricorderà che anche i croati lungo tutto il medioevo
scrivevano in glagolitico, sostanzialmente una variante del
cirillico antico. Per rendersene conto basta visitare qualche
chiesa cattolica croata tardomedievale. Ci sono addirittura alcune
parole che scritte con l’alfabeto cirillico serbo hanno la stessa
forma grafica che se fossero scritte con l’alfabeto latino ed
ovviamente hanno lo stesso significato e pronuncia sia in serbo
che in croato, come per esempio le parole jaje (uovo),
ja (io), moj (mio), mak (papavero),
oko (occhio),
kao (come),
je (è), mama (mamma),
TATA (papà,
scritto in stampatello) eccetera. Cosicché è addirittura
possibile
costruire alcune piccole frasi che sono scritte allo stesso modo sia
in alfabeto cirillico serbo sia in alfabeto latino croato, come
ad esempio la frase: «Moja
mama je jaka kao ja»
(«Mia madre è forte come me»). Infatti le lettere a,
e, j, o,
m, k, e la lettera T (se scritta in stampatello), sono scritte allo
stesso modo nell’alfabeto latino e in quello cirillico.
La
seconda differenza nel modo di esprimersi di serbi e croati, come
già
osservato, sta nel fatto che i serbi parlano ekavo e
i croati ijekavo.
Si tratta di due varianti di pronunce che si distinguono nel
modo in cui si esprimono le vocali: i serbi ad esempio per la
parola latte dicono mleko e
i croati mlijeko.
Però si tratta di una differenza che riguarda più lo
standard
della lingua letteraria che la sostanza linguistica.
In
alcune regioni della ex Jugoslavia è facilissimo trovare serbi
che
parlano ijekavo (particolarmente
in Bosnia ed Erzegovina), come vi sono croati che parlano ekavo (ad
esempio nei dintorni di Zagabria).
Poiché
molti serbi parlano ijekavo,
alla fine dell’Ottocento Ante Starčević – padre del
nazionalismo croato antiserbo o come lo chiamava Franjo Tudjman
padre della patria – scriveva le sue opere in ekavo.
A suo avviso la maggioranza dei serbi parlava ijekavo e
dunque per distinguersi da essi i croati dovevano adottare
lo standard della pronuncia ekava.
L’ironia della storia ha fatto sì che, secondo una logica
nazionalista, le opere del padre della patria risultino oggi quasi
tutte scritte in lingua straniera.
Esistono
insomma differenze tra serbo e croato, ma non più che tra
dialetti
di una medesima lingua. Si tratta di diversità dovute al
diverso sviluppo storico che la lingua croato-serba ha avuto in
differenti regioni. La lingua serba, come anche il suo standard,
è piena di parole d’origine turca, mentre lo standard croato
è
stato epurato delle parole straniere, in quanto si è sempre
ritenuto che esse siano un elemento estraneo allo spirito della
lingua.
Il
modo di parlare di serbi, croati e musulmani in Bosnia, specialmente
in quelle regioni dove le tre popolazioni vivevano insieme fino
a ieri, è uguale. È dunque impossibile distinguerli
in base al
linguaggio. L’unico modo per determinare se si tratta di
serbi, croati o musulmani è classificarli in base alla religione.
3.
La creazione di una lingua, come anche la creazione di una nazione,
è
un processo cui concorre una pluralità di cause. Serbi e
croati
sono stati esposti all’influenza di religioni diverse e dunque
di culture diverse, la cristiana orientale e la cristiana
occidentale. Inoltre, si trovano sul limes che
divide l’Oriente dall’Occidente, schiacciati dall’incontro
di differenti concezioni e interessi geopolitici. Per questo hanno
sviluppato caratteri particolari. Ma le diversità non sono tali
da
dividerli in due compagini etnicamente differenti. Tanto che
qualche volta troviamo maggiori differenze tra croati di due
diverse regioni, ad esempio tra croati di Bosnia e croati dello
Zagorje (regione nordoccidentale della Croazia tra Zagabria e
Slovenia) o tra serbi di due regioni differenti, ad esempio tra
i serbi della Croazia e i serbi della Šumadija (regione della
Serbia centrale), che tra i croati e i serbi di una medesima
regione, ad esempio tra i serbi e i croati dell’Erzegovina.
L’idea
della lingua unitaria serbo-croata era alla base dell’ideologia
della fratellanza ed unità nella Jugoslavia socialista.
Secondo
questa visione, serbi e croati, nonostante le differenze, sono
due popoli fratelli, un’unica stirpe in nuce che occupa un
unico spazio geopolitico, quello dei Balcani occidentali, ma che
la storia aveva diviso creando due compagini etnicamente simili.
Difatti, nella prima dichiarazione sul linguaggio e l’ortografia
del 1954, nota come Accordi di Novi Sad, gli intellettuali e i
letterati serbi e croati dichiaravano che «la lingua
popolare di
serbi, croati e montenegrini è un’unica lingua. Per tale motivo
anche la lingua letteraria che si è sviluppata sulla base
di
essa intorno ai due centri maggiori, Belgrado e Zagabria, è
un’unica lingua con due pronunce, la ekava e
la ijekava»
(4).
Insomma, gli ideologi di Tito sostenevano che si trattasse di
un’unica lingua con due varianti, quella serba ekava e
quella croata ijekava,
di eguale valore. Per dirla con le parole di Miroslav Krleža,
il più importante scrittore croato e, con Ivo Andrić,
jugoslavo: «Croato e serbo sono un’unica lingua. I croati
la chiamano croato, i serbi serbo».
Durante
la vicenda jugoslava, molti degli intellettuali che avevano firmato
gli Accordi di Novi Sad cambiarono più volte la propria
opinione rispetto alla questione linguistica (5).
Si potrebbe fare una lunga lista d’intellettuali, sia serbi che
croati, che non si sono mai sentiti in contraddizione con se
stessi affermando che il serbo e il croato sono un’unica
lingua, per sostenere con altrettanta fermezza, solo
qualche decennio
dopo, che si trattava di due lingue diverse. E quasi non si
accorgevano che pur litigando tra loro si comprendevano
perfettamente!
Vista
la somiglianza, se non l’uguaglianza, tra serbo e croato, i
nazionalisti croati (ma non solo essi!) erano da sempre
preoccupati di provare la diversità tra serbo e croato,
anche a
costo di inventarla. Questa grande opera d’immaginazione ebbe
la sua massima espressione negli anni Novanta durante il governo del
partito Hdz (6),
ovvero durante la presidenza di Franjo Tudjman. Infatti, se Tudjman
aveva un’ossessione, questa stava nella continua invenzione di
nuove/antiche parole croate e nell’autarchia linguistica. Essa
arrivò al punto che l’ultimo libro del presidente Tudjman
ha
un titolo «talmente croato» che ad un croato risulta quasi
incomprensibile (7).
La
continua invenzione delle parole che non esistevano o non venivano
più usate da decenni nel croato corrente prima del 1991, e
dunque il continuo ricorrere a locuzioni che distinguessero il
croato dal serbo e venissero propinate al popolo tramite la
televisione e la stampa, è indubbiamente il particolare
più
marcante della politica culturale della presidenza di Franjo
Tudjman. Certo, la prima manifestazione d’autarchia
linguistica nella storia dalla Croazia risale al periodo dello Stato
indipendente croato di Ante Pavelić, istituito dai governi
delle forze dell’asse durante la seconda guerra mondiale.
Però
sotto Tudjman l’invenzione di nuove parole ha raggiunto vette
assolute. Sembrava che tutti i croati dovessero riandare a
scuola per
parlare e scrivere correttamente la propria lingua. Si è
addirittura
seriamente dibattuto se introdurre l’ortografia etimologica,
ripudiando in tal modo l’impostazione comune al serbo e al
croato introdotta da Vuk S. Karadjić. La (taciuta) parola d’ordine
era autarchia linguistica. L’intento era di mettere in risalto
l’identità nazionale e culturale croata esaltandone le
differenze da quella serba. Questo trend applicato alla lingua
ha avuto a volte approdi talmente assurdi da produrre
una quantità
di barzellette sui neo-croatismi.
4.
Visto che il linguaggio non è solo un mezzo di trasmissione
della
cultura, ma anche un potente strumento di potere, è ovvio
che
in Croazia la differenziazione linguistica della lingua croata
da quella serba era ed è adoperata in particolare nel gergo
statale amministrativo e in quello militare. Una grande quantità
di
parole del gergo politico è nata dopo il 1990. Si
iniziò con
termini direttamente legati alla nascita del nuovo sistema
politico, che di fatto in Croazia fu segnato dalla
vittoria elettorale dell’Hdz. Infatti, una delle prime parole
cambiate fu glasanje –
che significa
votare,
sostituita dall’espressione glasovanje;
così il termine glasanje veniva
relegato al passato, insieme al sistema socialista e all’ideale
di fratellanza e unità di serbi e croati.
Il
passaporto, che da sempre in Croazia come in Serbia era chiamato pasoš,
divenne dall’oggi al domani putovnica,
termine che deriva dalla parola putovati – che
significa viaggiare. L’insegna d’onorificenza divenne da orden a odličije.
Altri esempi: il termine «sviluppo del discorso»
passò da tok
razgovora a tijek
razgovora, il
pubblico difensore da javni
tužilac divenne
pučki
pravobranitelj;
arrestare mutò da uhapsiti in uhititi.
L’ambasciatore da ambasador divenne
veleposlanik (parola
composta da vele =
grande e poslanik =
emissario), mentre il termine console,
chissà
perché, rimase konzul.
La parola sekretar,
segretario, venne espulsa dal linguaggio amministrativo e fu
sostituita con l’ex sinonimo slavo tajnik.
Gli spettatori passarono da gledaoci a gledatelji –
gli spettatori della televisione che propagava la nuova lingua
croata.
L’Europa,
sogno ambito e per ora irrealizzato dei croati, che si
materializzava nel loro immaginario sotto forma di vetrine dei
negozi di Trieste o Graz, diventò Europa da Evropa;
solo che in base alla stessa logica si dovrebbe dire Kaukaz per Caucaso
e non Kavkaz come
ancora oggi si denomina sia in croato sia in serbo quella
lontana catena montuosa tra Europa ed Asia. Chissà se si
trattò di
una dimenticanza, visto che per i croati l’Oriente non era
più
importante, o se qualcuno si rese conto che per un croato la
parola Kaukaz è
impronunciabile. In onore di questa inclinazione verso
l’Occidente, poi, e in omaggio ai nuovi interessi geopolitici
croati, un cinema nel centro di Zagabria che da sempre si chiamava
Balkan divenne Europa.
Contemporaneamente
al volgersi verso l’Europa della nuova Croazia, quasi tutte le
cosiddette parole straniere, cioè quelle d’origine greca, latina
o
inglese furono espulse dai manuali di scuola e dal linguaggio
politico. Perché? Perché usate anche dai serbi. Se
prima per
indicare l’aereo si potevano usare a piacimento le parole avion o zrakoplov,
da un giorno all’altro il termine da usare divenne zrakoplov (parola
composta da ploviti =
navigare e zrak =
aria). Allo stesso modo, se prima era normale usare come
sinonimi aerodrom o zračna
luka per
indicare l’aeroporto,
la
seconda d’un tratto divenne la sola parola permessa. Lo stesso si
cercò di fare con il termine elicottero che in croato come
in
serbo si dice helikopter,
ma per fortuna il nuovo termine non fu mai accettato in quanto
ritenuto troppo ridicolo. Allo stesso modo, il direttore della
scuola da direktor divenne
ravnatelj,
e il compito da fare a casa da domaća
zadaća mutò
in domaći
uradak.
Addirittura
alcune località o aree geografiche cambiarono nome. Così
la
regione Banija, storicamente abitata da un buon numero di serbi,
dopo l’operazione Lampo del 1995, che si concluse con la
cacciata dei serbi, cambiò non solo la sua configurazione
etnica, ma in onore della grande vittoria mutò nome in Banovina.
Con
la nascita dell’Armata croata, tutte le denominazioni dei gradi
degli ufficiali dell’esercito vennero cambiati. Si fece di
tutto per differenziarli il più possibile dall’Armata
jugoslava. La caserma da kasarna divenne
vojarna,
i gradi di maggiore e capitano, che in croato-serbo suonano major, kapetan,
vennero sostituiti da termini come bojnik e satnik.
L’unica
sfortuna di questa grandiosa opera di creazione della nuova
lingua croata fu che alcuni termini internazionali furono
sostituiti con varie parole slave coniate ad
hoc.
In tal modo, grazie alla radice slava di questi neocomposti, il
croato rimaneva sempre comprensibile per i serbi, mentre per i
croati le lingue europee diventavano sempre più lontane. A
guardare bene, più che di un processo di nation-building o rebuilding tramite
la creazione del linguaggio, si trattò di una semplice
eliminazione di un grande numero di sinonimi e dunque di un
impoverimento del linguaggio.
Esistono
Stati e popoli che pur avendo a cuore le proprie particolari
caratteristiche nazionali e il proprio Stato, ammettono senza
difficoltà che condividono con un’altra popolazione la
propria lingua. Anzi, probabilmente, non arriverebbero mai a
sostenere che parlano due lingue diverse con una tenacia pari a
quella mostrata da serbi e croati. Per esempio, un austriaco
difficilmente sosterrà che la sua lingua, almeno quella
ufficiale e letteraria, sia diversa da quella parlata dai
tedeschi, e
per lo stesso motivo non penserà che l’uso della lingua tedesca
metta in dubbio la sua identità nazionale di austriaco.
L’insistenza con la quale vari linguisti e ideologi degli
Stati sorti sul territorio della ex Jugoslavia marcano la differenza
tra serbo e croato, casomai induce a dubitare che davvero esista
una sostanziale differenza tra i due popoli. Infatti, al
cospetto dello zelo dei puristi della lingua, e del loro lavoro
svolto tramite le televisioni e i giornali, bisogna osservare che la
nuova lingua croata non ha estirpato i dialetti, né
sopraffatto
il loro uso. Spesso le differenze tra i vari dialetti nella
stessa Croazia sono maggiori di quelle esistenti tra lo standard
della lingua letteraria croata e quella serba.
Così,
ad esempio, il dialetto zagabrese può essere più
comprensibile ad
un belgradese dato che entrambi i dialetti sono pieni di
cosiddetti germanismi, che ad uno spalatino, il cui dialetto
è
incomprensibile senza una minima conoscenza dell’italiano o
più precisamente del dialetto veneto (8).
Come se non bastasse, anche se in Croazia non è stata
introdotta l’ortografia etimologica, è stato permesso a
piacimento, nel pieno stile dell’assurda applicazione
balcanica del concetto di democrazia, di utilizzare per alcune
parole anche l’ortografia etimologica. Così succede che ad
esempio due fratelli di età diversa, nella stessa scuola
elementare,
studino due ortografie diverse, con l’unica differenza che uno
ha una maestra un po’ più zelante quanto a purismo
linguistico.
5.
Dopo il 1991 non solo i croati ma anche i serbi hanno cercato di
reinventare la loro lingua. D’un tratto, in Serbia si doveva
scrivere solo in alfabeto cirillico per onorare l’ortodossia.
Contemporaneamente, in Bosnia molti si davano da fare
per inventare
un’immaginaria lingua bosniaca. Ma serbi e croati si capiscono
perfettamente. E quando si incontrano nel mondo, in contesti
veramente estranei a tutti e due, ad esempio nell’ambita
Europa, comunicano l’uno con l’altro senza problemi. Se gli
si chiede in quale lingua comunichino, con un po’ di imbarazzo,
forse perché coscienti dell’assurdità della loro
situazione,
rispondono: našim
jezikom (nella nostra
lingua) senza specificare meglio qual è questa «nostra
lingua» –
la lingua della comprensione reciproca.
Se
una volta a tenere insieme serbi, croati, musulmani e montenegrini
era la concezione della fratellanza e dell’unità suggellata
dall’esistenza di uno Stato comune, chissà se oggi il
legame
non stia nel senso di smarrimento e confusione davanti al
proprio passato e al proprio futuro. Quali saranno le conseguenze dei
separatismi linguistici oggi è troppo presto per dire, ma
se si
giudica in base all’esperienza storica bisogna concludere che
i popoli dell’ex Jugoslavia hanno sempre trovato un linguaggio
comune, malgrado le divisioni e i divergenti interessi.
Marina
Abramović, la più famosa artista contemporanea dell’ex
Jugoslavia, vincitrice della Biennale di Venezia nel 1997,
parlando della sua opera Balkan Baroque ha
osservato: «Balkan
Baroque rappresenta
la ricchezza della mente, o piuttosto una specie di
irrazionalità, una follia tipica di un’area geografica
specifica. Credo che l’ambiente, e soprattutto la
configurazione geografica, sia estremamente importante per la
formazione della psicologia collettiva. I Balcani sono un luogo
dove Est e Ovest si incontrano, dunque un luogo dove due civiltà
opposte vengono in contatto e si mescolano causando la
contraddittorietà della nostra natura». In piena sintonia
con
Abramović, il geopolitico Georges Prévélakis
osserva nel suo
libro I
Balcani:
«Per quanto concerne le forze interne dei Balcani, la
storia dimostra che il meglio e il peggio sono entrambi
possibili, e che le forze di convergenza sono importanti quanto
quelle di divergenza. Così l’elemento determinante sembra
essere l’ambiente geopolitico. (...) Nel bene e nel male i popoli
dei Balcani sono capaci di arrivare agli estremi» (9).
Indubbiamente uno di questi estremi è la diatriba tra i
serbi e
i croati sulla loro lingua.
NOTE:
1. Il
movimento illirico aveva il suo punto d’approdo ideale
nell’unità
politica degli slavi del Sud, cioè nella creazione di uno
Stato
indipendente degli slavi. Per rendersi conto non solo dell’impatto
che ha avuto tale movimento, ma anche di quanto gli illiristi
fossero affezionati all’idea dell’unità dei
popoli sudslavi,
basti ricordare che l’Accademia delle scienze e arti, che nasce a
Zagabria nel 1861 sotto la guida del vescovo cattolico
postillirista Josip Juraj Strossmayer, ottiene il nome Jugoslavenska
Akademija Zanosti i Umjetnosti (Accademia jugoslava delle
scienze e arti) e non il nome di Accademia croata.
2. J.G.
HERDER, Idee
per la filosofia della storia dell’umanità,
trad. di Valerio Verra, Bari-Roma 1992, Laterza, p. 222.
3. N.
MERKER, Il
sangue e la terra. Due secoli di idee sulla nazione, Roma
2001, Editori Riuniti, p. 21.
4. Pravopis
srpsko-hravatskoga jezika. Matica
Srpska i Matica Hravatska,
Novi Sad-Zagreb 1960, p. 5.
5. In
realtà, già nel 1967, vari circoli intellettuali croati,
in
particolare quelli radunati intorno all’Associazione letteraria
croata, protestarono contro l’ideologia linguistica ufficiale nella
Dichiarazione sullo stato della lingua croata. La Dichiarazione
fu subito condannata da tutti gli esponenti politici della
Lega comunista, nonché ufficialmente respinta dalla Lega
dei
comunisti croati nell’aprile del 1967. Ovviamente simili
manifestazioni di nazionalismo linguistico si ebbero anche nel
«caldo» 1971, l’anno in cui esplose per la prima
volta, dopo
il 1945, la questione nazionale croata.
6. Hdz
sta per Hrvatska demoktratska zajednica (Comunità democratica
croata), il partito fondato e guidato fino alla sua morte dal
presidente Franjo Tudjman.
7.
Il
titolo del libro di Franjo Tudjman è Usudbene
posvijesnice,
che in una traduzione approssimativa suonerebbe: Storie
determinanti di piccoli paesi.
8. Ad
esempio in dialetto zagabrese dire che «il cacciavite è in
bagno»
suonerebbe «šarafenciger
je u badecimeru»
mentre in spalatino «kazavita
je u banju».
9. G.
PRÉVÉLAKIS, I
Balcani,
Bologna 1997, il Mulino, p. 159.
TAVOLA
CON ALCUNI ESEMPI DI CAMBIAMENTI INTRODOTTI NELLA LINGUA CROATA DOPO
IL 1991:
Indice
delle voci:
serbo-croato:
lingua ufficiale composta da due standard di ambo valore;
croato:
lo standard del croato letterale prima del 1991;
serbo:
lo standard del serbo letterale prima del 1991;
neo-croato:
lo standard della lingua ufficiale dopo il 1991.
serbo-croato
croato serbo neo-croato italiano
ambasador
ambasador ambasador veleposalnik ambasciatore
sekretar
sekretar/tajnik sekretar tajnik segretario
uhapsiti
uhapsiti uhapsiti uhititi arrestare
pasoš
pasoš pasoš putovnica passaporto
pogotovo
pogotovo pogotovo poglavito soprattutto
činovnik/službenik
službenik/činovnik činovnik zaposlenik impiegato
lična
karta lična karta lična karta osobna iskaznica carta d’identità
zrak/vazduh
zrak vazduh zrak aria
avion/zrakoplov/vazduhoplov avion/zrakoplov avion/vazduhoplov zrakoplov
aereo
aerodrom
aerodrom aerodrom zračna luka aeroporto
tok
razgovora tok razgovora tok razgovora tijek razgovora corso del
discorso
prevodilac
prevodilac prevodilac prevoditelj interprete
zadatak
zadatak zadatak uradak compito
glasati
glasati glasati glasovati votare
radnik
radnik radnik djelatnik/radnik operaio/lavoratore
Evropa
Evropa Evropa Europa Europa
Banija
Banija Banija Banovina Bania
... o jeziku tvom i
mojem ...
8. prosinca - decembra,
1954-te
Znanost o jeziku utvrdila je u 19. stoljecu da je narodni jezik Srba i
Hrvata jedan jezik, pa su stoga neki hrvatski i srpski filolozi, medju
kojima su bili Vuk S. Karadzic, Ivan Kukuljevic, Djuro Danicic, Ivan
Mazuranic i Dimitrije Demeter, vec
1850
(per la traduzione osservare; ancora non era formato il Regno dei
Serbi, Croati, Sloveni) sklopili
u
Becu knjizevni dogovor kojim su htjeli jezik srpske i hrvatske
knjizevnosti pribliziti, sloziti i ujediniti. Njihova je namjera
urodila plodom, tako da su u drugoj polovici 19. stoljeca i u Srba i u
Hrvata pobijedili fonetski pravopisni principi, a za knjizevni jezik
uzet stokavski dijalekt novih oblika i akcenata.
Ono sto je zapoceto knjizevnim dogovorom u Becu nastavljeno je sto
godina poslije dogovorom, kojim su
na
sastanku u Novom Sadu, doneseni Zakljucci o hrvatskosrpskom/
srpskohrvatskom jeziku i pravopisu. Sa hrvatske strane Novosadski
dogovor su na licu mjesta ili naknadno potpisali: Mirko Bozic, Marin
Franicevic, Josip Hamm, Mate Hraste, Ljudevit Jonke, Marijan Jurkovic,
Jure Kastelan, Zdenko Skreb, Josip Badalic, Antun Barac, Josip
Barkovic, Dobrisa Cesaric, Vladan Desnica, Ivan Doncevic, Petar
Guberina, Joza Horvat, Stjepan Ivsic, Vojin Jelic, Slavko Jezic,
Vjekoslav Kaleb, Gustav Krklec, Miroslav Krleza, Mijo Mirkovic (nome di
battaglia Mate Balota), Tito Strozzi, Tomislav Tanhofer, Vice
Zaninovic, (i drugi citirani)...
(Il testo è tratto
dalla rivista di Zagabria "Hrvatska ljevica", numero 2-3/2003, rubrica
Cronologia)
... sulla lingua tua
e mia ...
8 dicembre
1954
La Scienza linguistica nel 19.mo Secolo ha constatato che la lingua
nazionale dei serbi e dei croati è una unica, perciò
alcuni filologi serbi e croati, fra i quali Vuk Stefanovic Karadzic,
Ivan Kukuljevic, Djuro Danicic, Ivan Mazuranic e Dimitrije Demeter,
già
nel 1850 (ancora
non era stato creato il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni,
n.d.o.) hanno stipulato
a Vienna
l’accordo letterario con l’intenzione di sistematizzare e unificare la
lingua letteraria, avvicinandola alla lingua popolare. La loro
intenzione ha avuto esito positivo, così che nella seconda
metà del 19.mo Secolo, sia dalla parte croata che quella serba,
ha prevalso il principio ortografico fonetico e per la lingua
letteraria è stato scelto il dialetto stokavo (*) con le forme e
gli accenti nuovi. Quello che è stato iniziato con
l’accordo letterario a Vienna è continuato
100 anni dopo, con l’accordo di Novi Sad
dove sono state deliberate regole sulla lingua e sulla ortografia
serbocroata/ croatoserba.
Per la parte croata l’Accordo di Novi Sad è stato firmato da
Mirko Bozic, Marin Franicevic, Josip Hamm, Mate Hraste, Ljudevit Jonke,
Marijan Jurkovic, Jure Kastelan, Zdenko Skreb, Josip Badalic, Antun
Barac, Josip Barkovic, Dobrisa Cesaric, Vladan Desnica, Ivan Doncevic,
Petar Guberina, Joza Horvat, Stjepan Ivsic, Vojin Jelic, Slavko Jezic,
Vjekoslav Kaleb, Gustav Krklec, Miroslav Krleza, Mijo Mirkovic (nome di
battaglia Mate Balota), Titto Strozzi, Tomislav Tanhofer, Vice
Zaninovic, e altri.
(*) sul dialetto štokavo si veda il documento Alcune
note sulla necessità di mantenere lo standard serbocroato.
Aggiungiamo le
considerazioni seguenti (a cura di Ivan per CNJ-onlus):
La
distinzione tra le varianti della lingua serbocroata viene in primo
luogo dal pronome
interrogativo-relativo "che, che cosa". La variante "što" è
usata nella stragrande maggioranza del
territorio di Serbia, Croazia, Bosnia-Erzegovina e Montenegro.
Sia i dialetti serbi
che quelli croati si basano sugli stessi elementi di fonetica,
morfologia e sintassi. Tutte le forme delle parole sono sottoposte a
sette casi grammaticali, mentre per quanto riguarda il lessico i sinonimi -
cioè le varianti usate con il medesimo significato, che sono comunque
meno di quelle esistenti ad esempio in tutti dialetti italiani - non
costituiscono altro che l'insieme del patrimonio
linguistico. Dare maggiore
"dignità" linguistica ad un
sinonimo in una repubblica piuttosto in un'altra non vuol dire parlare
"un'altra lingua"! Ad esempio: usare "u vezi" oppure "glede" è
come usare in
italiano "per quanto concerne" o "per quanto riguarda".
A
scuola, per un compito in classe di serbocroato/croatoserbo, è
sempre valsa esclusivamente la regola che se si inizia scrivere usando
la parlata (pronunzia) "ekava" (ad es. fiume=reka) tutto
il compito deve continuare con l'ekavo; e viceversa se si usa lo
"jekavo" (ad es. fiume=rijeka). Stessa regola
è sempre stata fatta valere per i sostantivi, ad esempio per i
mesi: "januar" equivale a "sijecanj" così come "papà"
equivale a "babbo", ma in letteratura si deve scegliere se usare l'una
oppure l'altra forma.
LINK UTILI (in costruzione)