CNJ

COORDINAMENTO NAZIONALE PER LA JUGOSLAVIA

ITALIJANSKA KOORDINACIJA ZA JUGOSLAVIJU



 


Testi di Miroslav Krleža

Scelti, tradotti e commentati da Dragomir K.
Adattamento a cura di Andrea M.

1. Profilo e biografia

2. Visita alla Ferrovia della Gioventù Brcko-Banovici (1946)
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i na srpskohrvatskom - i PDF

3. Tito
(1962?)
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i na srpskohrvatskom - i PDF

4. "Notturno di Kumrovec": Il ritorno di Tito / Titov povratak 1937

5. LE BALLATE DI PETRICA KEREMPUH (Einaudi 2007)

rright10.gif (248 byte) iniziative

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Documento
Costitutivo

rright10.gif (248 byte) solidarietà

rright10.gif (248 byte) informazione

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rright10.gif (248 byte) politica

rright10.gif (248 byte) amicizia

rright10.gif (248 byte) valori fondativi



Miroslav  Krleža,  da  giovane, si apprestava alla carriera militare. Nel  1912,  prima  dello  scoppio  della  I Guerra Balcanica che contrappose la Serbia e la Turchia, egli si presentò a Belgrado, come volontario. Tuttavia, fu obbligato poi a trascorrere parte della I Guerra Mondiale nelle file dell'esercito Austro-Ungarico, come tanti. 
Negli anni 1917-18 lavorò molto, pubblicando molto; militò attivamente per la futura unione di Jugoslavia (famoso il suo testo  "Pijana novembarska noc' "- "La notte sbronza di un novembre"). Negli  anni  '20  visitò l'URSS e pubblicò dei lavori su quel paese.
Il suo profilo politico fu complesso: nazionalista  croato, filojugoslavo, comunista.  Gli  piaceva l'idea di una Croazia repubblica dentro la Jugoslavia, ma  questo  non  era possibile sotto la monarchia. Negli anni '20 e '30 in Croazia era frequente che i comunisti fossero anche nazionalisti croati, viste le  delusioni  con  la monarchia. Intorno al 1932, questi nazionalismi si  separarono in uno di destra ed in un altro, progressista e comunista.
La  gente comune in Croazia forse non ha amato molto Krleža. Ma sono sempre famose le sue battute, rivelatrici del suo spirito brillante e caparbio:  "Croati  e Serbi sono uno stesso sterco che la ruota della storia  ha  diviso  un  due". Oppure:  "Salite  sul monte Sljeme, che sta sopra Zagabria, e quello che riuscite a vedere ad occhio nudo è tutta la Croazia." O ancora:
"Serbo e Croato sono un'unica lingua, i Serbi lo chiamano il serbo, e i  Croati lo chiamano il croato"...

Bibliografia (libri pubblicati in italiano):

Krleža Miroslav, "Il  ritorno  di  Filip  Latinovicz" (povratak filipa latinovicza). Studio Tesi 1983

Krleža Miroslav, "Sull'orlo della ragione". Studio Tesi 1984

Krleža Miroslav, "I signori Glembay"
(gospođa glembajevi). Costa&Nolan 1987

Krleža Miroslav, "Bellezza arte e tendenza politica". Costa&Nolan 1991

Krleža Miroslav, "Il dio marte croato" (hrvatski bog mars). Studio Tesi 1991

Krleža Miroslav, "La battaglia di Bistrica Lesna". PBU 1995

Vedi più sotto per altri elementi di biografia e fonti.
DK segnala anche il sito http://www.borut.com/library/index.htm, primo archivio web della letteratura degli slavi del sud, sul quale alla lettera "K" si possono trovare, di Krleža, i racconti e segmenti dalle novelle.



...Dietro a queste prediche umanistiche non sentirete altro che l'affilatura dei coltelli. I signori si stanno preparando all'assassinio per rapina, e prima di scannare la povera gente balcanica vogliono diffamarla davanti all'Europa, come se loro fossero gli unici garanti della civiltà europea...


Miroslav Krleza, tratto da "Le bandiere", 1967





Un testo sui tempi quando costruivamo le ferrovie... e le ferrovie costruivano noi.
In quel  periodo (1946-1947) erano due le Ferrovie della Gioventù in costruzione: questa di cui si parla qui, la Brcko-Banovici, e poi la Samac-Sarajevo. Il distintivo rosso (nel file PDF) è del 1947, relativo alla Samac-Sarajevo.

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Miroslav Krleža: Visita alla ferrovia della gioventù Brčko - Banovići

(Frammenti dal diario del 5. Novembre 1946.)


Il mattino del giorno del Bayram a Brčko: due-tre fez, due-tre feregié, qualche sparo qua e la dalle pistole giocattolo dei bambini, la bellezza dello sguardo omerico dei bovini, le tavole bagnate del ponte sulla Sava. Tante immagini, veramente arcaiche e strane, come dal secolo scorso. Sto in piedi sulle tavole umide del ponte sulla Sava, imbevute di pioggia, e rifletto sulla Sava - un motivo ricorrente nella nostra pittura e letteratura. Da oramai più di cento anni la Sava scorre nelle nostre Arti, senza avere ispirato pennelli oltre a quello di Nikola Mašić. Uno dei poeti sentimentali della Sava, del suo flusso lirico placido e delle sue sponde verdi, fu A. G. Matoš. Nessuno meglio di lui ha descritto la Sava a Turopolje oppure sotto le mura di Belgrado.

Lo scirocco si sta stendendo sopra le brune terre arate. Sopra le montagne di Majevica e Konjuh il vento sta spingendo le nubi, vasti orizzonti si stanno aprendo nell'ondeggiare dei boschi di faggio color rame, ed il paesaggio assomiglia alle lande nei dintorni di Novo Mesto e Stična, dove, sotto il monte di Kostanjevica, giocando con i canneti sullo specchio verde d'acqua, come se fossero delle livelle, scorre placida la Krka. Nel corso di questo viaggio sono in compagnia di un occidentale, uno straniero che è arrivato due giorni fa da Parigi, ha pernottato nel belgradese "Majestic", e stamane si è avviato con noi per visitare la ferrovia della gioventù. Come potrei spiegare a questo occidentale, a questo straniero, che si trova per la prima volta sul nostro territorio, dove ci troviamo in effetti, quali siano questi spazi e questi tempi, e che cosa stia succedendo? Che cos'è la Bosnia, chi sono i bogumili, perché "la Bosnia cadde silenziosa", in che modo Roma governava da queste parti - invano e partius infidelium -, chi sono questi nostri Maomettani, queste figure fantastiche delle bourke del Kurdistan che si muovono come le maschere delle domini nere; e come mai proprio queste maschere rappresentano la "nostra Toscana", e perché la battaglia per la città di Jajce durò sessanta e più anni, e che cosa significa, in tutto questo, il mattino nebbioso di Bayram sulla Ferrovia della Gioventù?

La strade fangose, le vedute ondulate, e le montagne nascoste nelle nubi sopra laghi distanti, azzurri. Un mattino meraviglioso d'argento, con dei laghi di colori chiari di un verde-smeraldo, che si disperdono nella luce polare sopra fantastici arcipelaghi del cielo.

- Qual è il senso della costruzione di questa ferrovia, e che cosa avete in mente quando dite che sessantamila giovani ora stanno trivellando il medioevo bosniaco e balcanico?

La ferrovia come opera tecnica, come lotta contro le gole, il terreno roccioso, le acque, terra, pioggia, torrenti, sole, e medioevo. Dalle parti della cittadina di Kiseljak si sta lottando contro il fango. Soltanto in Galizia, come ora a Kiseljak, ho visto una tale quantità di fango, tra Strij Rožnjatov e Kolomeja, nell'anno 1916, durante l'offensiva del generale Brusilov. Un fango di colore argilla giallo-chiaro, sfuso, fango grasso di Pannonia che inghiottiva i secoli e le civilizzazioni, dal Duce e dal Fuehrer e molti altri, di cui ormai non si conosce il nome.

Fango-brodo, nel quale bollivano le serie di combinazioni e battaglie politiche sanguinose; fango-diarrea, quando nell'uomo urla una bestia e l'intestino si stringe dalla paura mortale. Fango elementare, terrificante, nero, balcanico, archeo-fango dei pregiudizi, del passato, e della vergogna. In questa puzza che si attacca agli scarponi come l'alva funebre, dove ogni passo dell'uomo è accompagnato dal marciume di tombe vili - un fango denso, acquoso, che si sta travasando come una zuppa che ha bollito troppo a lungo, di tutti quegli affamati battaglioni bosniaco-erzegovesi sull'Isonzo ed in Galizia (1914 – 1918) -, questo "fango come tale", "fango per se", solcato dai binari, da bulldozer, rotaie di ferro sopra il tunnel di Kiseljak; alcune centinaia di giovani in movimento. Le grida, il suono delle seghe, il battito dell'incudine, il rumore dei motori, e sopra tutto ciò si sta sollevando la parabola del tunnel di Kiseljak che si merita il pennello di qualche grande artista che sia capace di stendere un arco di perspicace fantasia sopra questo infernale e denso cacao fatto di fango, in questo momento, storico, dell'unica via d'uscita dalla nostra miseria e arretratezza. Il vasto e sterminato campo fangoso si stende davanti ai nostri sguardi come una grande monumentale composizione con gli ammassi della lirica marrone del pennello impressionista. Kiseljak, con il suo arco glorioso del tunnel ferrato di cemento, le lampade ad acetilene, le impalcature, i movimenti delle masse scalze di ragazzi e ragazze bosniache, con la sua dignità si merita un monumentale poema su tela. Riuscire a rappresentare questo tunnel sotto forma di un meraviglioso affresco sarebbe il compito ideale per un pittore. Di sicuro questa non è la prima ferrovia che si costruisce nel mondo, ma è sicuramente la prima costruita interamente dai bambini, che l'hanno donata a Tito, il primo uomo della nostra politica capace di scavare tunnel nel più tenebroso medioevo del nostro passato. Tutto questo ha un suo senso ancora più profondo.

Il crepuscolo di un novembre sta sorvolando Kiseljak, gli strati bruno scuro, color cioccolato, risuonano tutti in canti puri, solari, spontanei, canti d'argento dei bambini. Sull'orizzonte splende il verde chiaro di luna e nella notte bruna, nella luce del faro color magnesio, luccicano gli occhi dei bambini come se fossero dei gatti. Le otri delle nubi, pesanti e pigre, viaggiano sopra i boschi umidi autunnali. Si è aperto il varco nella Terra. Nel grembo di questa pesante terra bosniaca, nella tomba del dannato passato, sono emersi dei bambini con le torce in mano, che come una vera staffetta tra i secoli portano la luce nelle nostre tenebre, per trasmetterla alle generazioni future. I figli dei minatori e degli ingegneri doneranno a questa terra ferita e stanca dei libri e del pane, acciaio, carbone e salnitro. Con più acciaio e più salnitro, queste terre arate correranno di meno il rischio di essere calpestate dalle ruote e dai cannoni dello straniero che, come maiali della Storia, l'hanno rimestata negli ultimi duemila anni.

La gioventù nata prima della Grande Guerra, le prime squadre della nostra gioventù socialista, hanno sviluppato dentro di se un forte coefficiente di volontà personale nella lotta contro le bettole intellettuali della Pannonia, nei Balcani. Quell'"Uomo Positivo" (finora mai descritto nella nostra narrativa) ha creduto, con subitanea ispirazione, che la volontà dell'individuo possa influenzare la volontà della moltitudine. Le nostre generazioni hanno fatto i conti con pregiudizi secolari, basandosi sul volontarismo e sul romanticismo. Resistendo alla slavina dei più diversi e svariati pregiudizi, le giovani generazioni avevano acquisito un approccio negativo nel corso dei decenni, e il dramma era così iniziato. A causa del pensiero liberale, lo scontro si era sviluppato sempre di più, ed il ritmo, di anno in anno, guadagnava in pericolosità. Liberandosi di congetture supreme, la gioventù si è resa consapevole del fatto che il mondo non è basato sull'immagine di concetti supremi, ma viceversa. Liberandosi di tutte le nozioni supreme che stanno nell'uomo, la gioventù ha cominciato a muoversi sulla nostra terra da persone libere. Questa consapevolezza è aumentata con il tempo. Il senso della comprensione dialettica si è sviluppato nel corso degli anni trascorsi nelle carceri, si è giunti ai primi spari, agli attentati, alle guerre, alla liberazione dello Stato, ai movimenti clandestini, alla rivoluzione - fino a questa ferrovia, il cui tragitto porta verso il socialismo. I tunnel sono scavati, il viaggio è iniziato: a dispetto delle tombe medioevali, delle bettole, e delle ciocie.


Testo originale:

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Miroslav Krleža: Izlet na omladinsku prugu Brčko - Banovići

(Fragmenti iz dnevnika od 5. novembra 1946)


Bajramsko jutro u Brčkom: dva-tri fesa, dvije-tri feredže, tu i tamo po koji pucanj iz dječje pištolje, volooka, homerska ljepota pogleda goveđeg, mokre daske na Savskom mostu. Mnogo slika, zapravo staromodnih, čudnih, osamdesetih godina prošloga stoljeća. Stojim na Savskom mostu, na vlažnom, od kiše natopljenim daskama, i razmišljam o Savi kao o motivu našega slikarstva i naše književnosti. Već više od stotinu godina teče Sava kroz našu umjetnost, a osim Nikole Mašića nije inspirisala ničije palete. Jedan od sentimentalnih pjesnika savskih, njenog tihog lirskog toka i zelenih joj obala, bio je A. G. Matoš. Save u Turopolju ili pod Beogradom nitko nije dao bolje od njega.

Valja se jugovina po smeđim oranicama. Nad Majevicom i nad Konjuhom nosi vjetar oblake, daleki horizonti otvaraju se u talasanju bakrene bukove šume, a krajina podsjeća na žumberački pejzaž oko Novog Mesta i Stične, gdje pod Kostanjevicom tiho teče Krka, poigravajući se trskama na zelenom ogledalu vode kao sa libelama. Putujem s jednim zapadnjakom, inostrancem, koji je prije dva dana doputovao iz Pariza u beogradski "Majestic", a jutros krenuo s nama da posjeti Omladinsku prugu. Kako da objasnim ovom zapadnjaku, inostrancu, koji se prvi put nalazi na našem terenu, gdje smo i kakav je ovo prostor i kakvo je ovo vrijeme i šta se tu oko nas zbiva? Šta je Bosna, tko su bogumili, zašto je "Bosna pala šaptom", kako je Rim ovdje jalovo vladao i partius infidelium, tko su ovi naši Muhamedanci, te fantastične figure kurdistanskih krabulja, koje se kreću kao maske crnih domina, kako to da su upravo te maske "naša Toscana", zašto je bitka za Jajce trajala šezdeset i više godina i što znači ovo magleno bajramsko jutro na Omladinskoj pruzi?

Blatne ceste, ustalasani vidici, a u oblacima planine nad dalekim modrim ostrvima. Divno, srebrno jutro sa pastelnim i vedrim smaragdno-zelenkastim jezerima, koja se gube u polarnoj rasvjeti, nad fantastičnim arhipelazima neba.

- Kakav je smisao ove pruge i što znači to, da šezdeset hiljada omladinaca prodire u bosanski i balkanski srednji vijek?

Pruga kao tehničko djelo, borba s klisurama, sa kamenim terenom, s vodama, sa zemljom, s kišom, sa bujicama, s suncem i sa srednjim vijekom. Kos Kiseljaka borba s blatom. Samo u Galiciji između Strija Rožnjatova i Kolomeje godine 1916. u vrijeme ofenzive generala Brusilova vidio sam toliku masu blata kao ovdje kod Kiseljaka. Blato boje glinene, svijetlo-žućkaste, razliveno, masno, panonsko blato, koje je progutalo stoljeća i civilizacije, sa Duceom i Fihrerom i mnogima kojima se danas ni imena više ne zna.

Blato-čorba, u kojoj su se skuvale serije krvavih političkih kombinacija i bitaka, blato prolijev, od strašnih historijskih panika, kada urla zvijer u čovjeku i steže se utroba u smrtnome strahu. Blato elementarno, strašno, crno, balkansko, problato predrasuda, prošlosti i sramote. U ovom gustom smradu što se lijepi za bakandže kao kadeverična alva, gdje svaki korak ljudski prati gnjilež podmuklih grobova, blato gusto, vodnjikavo, što se prelijeva kao prežgana supa svih bosansko-hercegovačkih gladnih bataljona na Soči i po Galiciji (1914 – 1918), ovo "blato kao takvo", "blato po sebi", izbrazdano kolosjecima, buldožerima, gvozdenim šinama, nad samim tunelom Kiseljaka; nekoliko stotina omladinaca u pokretu. Vika, zvukovi pile, odjek nakovnja, brujanje motora, a nad svime parabola kiseljačkog tunela, dostojna pera jednog velikog umjetnika, koji bi nad ovim paklenim, gustim kakaoom od blata umio da raspne jedan luk, luk vidovite uobrazilje, u ovom historijskom trenutku jedinog mogućeg izlaza iz blatnog groba naše bijede i zaostalosti. Ogromna, nedogledna blatna poljana razastrla se pred našim očima kao velika monumentalna kompozicija s masom smeđih lirizama impresionističke palete. Kiseljak sa svojim tunelskim slavolukom, sa svojom betonskom potkovom, karbitnim lampama i skelama, sa pokretom mase bosonogih dječaka i djevojčica, dostojan je monumentalne poeme na platnu. Dati ovaj tunel bio bi zadatak slikarski idealan za veličanstvenu fresku. Nije ovo prva pruga na svijetu sigurno, ali je prva koju su izgradila djeca i poklonila je Titu, koji je prvi čovjek naše politike, te mu uspijeva da probija tunele kroz najmračnije srednjevjekovje naše prošlosti. Ima sve to svoj dublji smisao.

Prše sumrak novembarski nad Kiseljakom, a nad tamno-smeđim hrasticama boje čokolade sve odjekuje od naivne, vedre, spontane, srebrne dječje pjesme. Na horizontu zeleni se mjesečina i u smeđoj noći, u magnezijskom svijetlu svjetionika svjetlucaju dječje oči kao mačje. Mješine oblaka putuju nad mokrim jesenskim šumama umorno i lijeno. Zemlja je prokopana. U njedrima te teške bosanske zemlje, u grobu jedne uklete prošlosti pojavila su se djeca sa buktinjama u ruci i kao prava štafeta vjekova, pronose svjetlost kroz naš mrak, i ona še tu svjetlost predati pokoljenjima. Djeca minera i inženjera dat će ovoj ranjenoj i umornoj zemlji knjiga, lijekova i hljeba, čelika, ugljena i salitre. Što više čelika i salitre, tim manje opasnosti za ove oranice, da ih pregaze tuđi točkovi i tuđi topovi, koji ovu zemlju preoravaju i po njoj ruju kao historijski krmci dvije hiljade godina.

Omladina predratna (mislim predratna u periodu prije prvog imperijalističkog rata 1918), prve falange naše socijalističke omladine razvile su u sebi jaki koeficijent lične volje u borbi s ovim našim intelektualnim panonskim, balkanskim krčmama. Onaj "Pozitivni Čovjek" (neopisan još u našoj beletristici), povjerovao je da volja pojedinca može da djeluje na volju mnoštva, u svojoj prvoj inspiraciji. Pokoljenja su se razračunavala kod nas sa predrasudama vjekova na toj voluntarističnoj, romantičnoj osnovi. Odoljevajući stihiji mnogobrojnih i raznovrsnih predrasuda, omladinske generacije postale su u toku decenija negativne i drama je počela. Sukob se je uslijed slobodnog načina razmišljanja stao razvijati sve više i ritam je iz godine u godinu postojao opasniji. Oslobodivši se vrhunaravnih pretpostavaka, omladina je stekla uvjerenje  da svijet nije stvoren na sliku i priliku vrhunaravnih pojmova nego obratno.
Oslobodivši se svega što je u čovjeku vrhunaravna faza, omladina se počela kretati našom zemljom kao slobodan čovjek. A to je saznanje raslo godinama. Smisao za dijalektičko shvaćanje razvijao se po zatvorima i došlo je do prvih metaka, do atentata, do ratova, do državnog oslobođenja, do ilegalnih pokreta, do ovoga rata, do revolucije i do ove pruge, kojom se već davno putuje u smjeru socijalizma. Tuneli su prokopani i vožnja je počela: grobovima srednjovjekovja, krčmama, opancima u prkos.


(Fonte: sito web del Centar Tito, Belgrado)



Miroslav  Krleža  e  Josip Broz "Tito" si conobbero nei primi anni '20 quando Tito,  ispirato dalle letture della narrativa, della pubblicistica e della  rivista "Plamen" (La Fiamma) di Krleža, lo cercò, volle incontrarlo.  Questa conoscenza, ed in seguito l'amicizia, durarono per tutta  la  loro  vita, pur con dei saliscendi, delle distanze, polemiche, contrasti  - si pensi al cosiddetto  "scontro  sulla sinistra letteraria" (sukob  na  knjizzevnoj  ljevici),  fino  al  distacco completo, per esempio  alla   vigilia  della  guerra,  nel  1940.  quando  Krleža, nonostante  il   suo  profilo genericamente di  sinistra,  si trovò  isolato.  
La   II   Guerra Mondiale   Krleža  la  trascorse nell'isolamento.  Nel  1943  aveva rifiutato l'offerta di un incarico governativo da parte di Pavelic.  Dopo  la  guerra, i  rapporti tra Krleža e Tito si rivitalizzarono,  cosicchè Krleža  potè,  con  il  sostegno diretto e indiretto  di  Tito,  iniziare la sua attività pubblica, le cui realizzazioni più  note furono  la  costituzione  della Società degli scrittori di Croazia, dell'Accademia  delle  Scienze,  dell'Istituto  Lessicografico, di  cui fu il direttore; partecipò anche alla  fondazione della Facoltà di Filosofia a a Zara. Fu direttore generale della

Enciclopedia jugoslava, per molti anni nel dopoguerra. Un distanziamento completo tra Tito e Krleža ebbe luogo alla fine degli  anni  '60,  con  il  risveglio del nazionalismo croato, dopo la famosa  "Dichiarazione sulla lingua croata" di cui Krleža sicuramente era  uno degli ideatori, se non proprio l'autore. In tale occasione Tito lo escluse dal Partito e lo allontanò dalle sue funzioni.
Il  testo  "Tito" risale agli anni 1960-62, quando Tito aveva promosso certe riforme; forse è dell'anno 1962, dopo il famoso discorso a Spalato...

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Miroslav Krleža: Tito


In mezzo al caos sterile delle opinioni, convinzioni, principi e mentalità, nella veste di co-relatore alla Ottava Conferenza del Partito, nel febbraio 1928, Tito si è presentato con le sue tesi, pratico-politiche, molto semplici, logiche, convincenti e attraenti, nell'ottica della solidarietà proletaria, all'opinione del proletariato del Partito, già fortemente turbata a causa delle lunghe discussioni partitiche. Rappresentante dell'opposizione proletaria nel Partito, Tito ha sottolineato il contrasto tra la resistenza di massa, che nasce nei confronti dello stato dei fatti politici ed economici nella forma degli scioperi sempre più agitati (nel periodo quando la paga oraria era tra uno e due dinari), e questa discussione dal punto di vista dei principi, apparentemente corretta, laddove invece essa, nel caso non abbia termine nell'interesse dell'unità del Partito, porta il Partito allo sfascio inevitabile. Rappresentante di una opposizione esplicita rispetto alle discussioni nella dirigenza del Partito, affetta da un sempre più forte isolamento dalle masse e da una separazione sempre più pericolosa dai compiti pratici, Tito è emerso come interprete della solidarietà proletaria, e sin dal primo momento ha guadagnato le simpatie di tutti i delegati. Non ha menzionato alcuno dei temi-cardine delle discussioni partitiche, però ha parlato della tecnica organizzativa, inadeguata, dei comitati locali, dei legami, deboli o inesistenti, della distribuzione del materiale propagandistico clandestino, che non ha funzionato, delle decisioni dei forum, che non sono arrivate mai alle regioni, della trascuratezza nel perfezionamento teorico delle masse proletarie, e cosi via. Nella sua relazione, egli ha sottolineato come le frazioni nel partito (ormai arrivato a livelli di intolleranza animosa) possano essere soppresse unicamente per mezzo del lavoro pratico nelle masse, in modo che si parli di quello che il proletariato effettivamente sente nella sua preoccupazione quotidiana: bassi salari e disoccupazione. Ha parlato della necessità di una liberazione immediata dalle lotte frazionistiche, della influenza negativa di queste sulle masse; e rispetto alla analisi politica, il suo quadro è stato scuro e molto serio: il terrore della banda della corte reale si sa trasformando in dittatura general-fascista; tutti i partiti croati sono arrendevoli, e l'unico modo per porre termine alla situazione malsana del partito, data la serietà delle circostanze, consiste nell'apertura delle scuole di formazione del partito, che inizino con la cura sistematica del livello ideologico delle masse, che si rinnovi il Soccorso Rosso (Crvena Pomoć), che la psicosi della sconfitta venga sorpassata, e questo unicamente in forza di un centro proletario monolitico del Partito, consapevole della propria classe, che dovrebbe orientarsi esclusivamente verso una teoria dell'unità del Partito, senza compromessi.

Tra l'attentato nel Parlamento (20. VI 1928) e la dittatura del 6. Gennaio (1929), sotto la guida di un nuovo Comitato locale, una serie di scioperi e manifestazioni ben organizzate, tra cui alcune a giugno e luglio, tra scontri violenti e creazione di barricate e persecuzioni, hanno acquisito un carattere rivoltoso; allorchè, dopo due mesi, nel settembre del 1928, Tito era già stato condannato a sei anni di carcere, scomparendo così dalla scena politica, fino al suo ritorno da Mosca nel 1936-37.

Quando è tornato nel paese, "giunto a metà del suo cammino" nella veste di segretario organizzativo del CK KPJ, la sua vita personale, cosiddetta privata, di cittadino, di individuo, era ormai finita. Da quel momento in poi, nella funzione di segretario di un movimento clandestino, ed ormai clandestino anche lui, ha cominciato con la vita di funzionario rivoluzionario, perseguitato dalle leggi in vigore e con la taglia sulla testa - un buon candidato per la morte. L'infanzia, l'artigianato, l'esercito austriaco, la ferita sul fronte nord russo, la prigionia di guerra, la vita da metalmeccanico nelle fabbriche, il carcere e l'emigrazione politica, tutte le peripezie drammatiche di una esistenza proletaria miserabile, la libertà personale e la vita familiare - tutto ciò lo ha regalato al Partito, avendo bruciato ormai da tempo l'illusione di una tranquilla carriera personale.

Dopo suo ritorno dalla Russia (nel periodo delle stragi staliniane), Tito si è trovato a capo di un movimento comunista condannato a morte, di un Partito di cui la buona parte degli attivisti in Russia era già stata eliminata. Il pensiero che stava tornando a casa, nella sua terra, in una forma di rinnegazione, dove il pericolo di morte lo circonda continuamente, gli sembrava, di fronte alla realtà staliniana, come un'illusione meravigliosa sulle possibilità della lotta che si sono aperte; una illusione forse micidiale, ma carica di speranza coraggiosa di fronte alla depressione miserabile, senza via d'uscita, in cui le enormi masse dei rivoluzionari condannati a morte stavano soffocando passivamente.

Tornato a casa, nella sua terra, Tito ha continuato con lavoro partitico secondo lo stesso piano disegnato nove anni fa. Per accedere con metodo alla presa di massa di un movimento demoralizzato e quasi smantellato, occorreva creare nuovi quadri, instaurare i legami interrotti tra le masse e la dirigenza, costruire lo schema tecnico-organizzativo che si era rotto, attivare la stampa legale e clandestina, organizzare le scuole del partito e i corsi politici, e dimostrare, con il lavoro concreto, che è si iniziato a risolvere il principale compito della liberazione del proletariato, con l'obiettivo finale dell'abbattimento del potere borghese e della conquista dei principi socialisti. Dal primo giorno, quando nella veste di funzionario sindacale è apparso dinanzi all'organizzazione zagabrese, lui ha agito come un politico pratico, senza che il suo sguardo intellettuale-politico si distogliesse dai principi leninisti. Dare effettivo contenuto ai pensieri leniniani, distinguere decisamente quando il pensiero politico si trasforma in finzione, e quando nuovamente esso guadagna la forma del potere materiale - tutto ciò sono gli elementi di base del suo talento, del quale si serve mentre naviga sicuro tra le tempeste della sua lunga lotta politica.

Alla vigilia della Seconda Guerra mondiale (1937-40), in meno di tre anni lui è riuscito, con grandi mosse, a realizzare il suo piano, a costruire i nuovi quadri politici, ad organizzare cornici partitiche solide per le azioni di massa sindacali e politiche; cosicché già nell'agosto 1941, consapevole dal primo giorno di guerra che le armi erano diventate uno dei mezzi politici della lotta, si è trovato sul territorio liberato come guida di un esercito politicamente bene organizzato, principale autore dell'insurrezione e della rivoluzione che avrebbe finalizzato nell'autunno del 1945, con la proclamazione delle Repubblica Socialista.

La conquista socialista del 1945 naturalmente non è soltanto opera personale di Tito, perché questa conquista politica è stata pagata con le teste e il sangue dei milioni, mentre è comunque vero che lui, come guida, nella veste del segretario del Comitato Centrale ha combattuto costantemente e tenacemente per diciannove anni.

Sarebbe logico e ragionevole dire che le circostanze e le relazioni tra poteri sociali ed economici stabiliscono l'andamento della storia, mentre è ugualmente veritiero che nella storia non c'è mai stato un evento di grande importanza senza l'apparizione ed il ruolo di una persona di eccezionale rilievo. Il ruolo di persona di eccezionale rilievo viene pagato a prezzo di sangue e di sacrificio.

Ci sono dei giorni solenni nella vita di ciascuno, quando occorre riconoscere gli attributi positivi, fossero essi anche modesti e quotidiani. Quando questi riconoscimenti di regola vengono espressi a tutti quelli che hanno compiuto il loro dovere, non sarebbe corretto, nel caso dell'uomo che guida il nostro paese, privarlo di un riconoscimento oggettivo, soltanto perché si tratta di una persona di eccezionale rilievo.

Dobbiamo essere corretti! Non era una cosa di poco conto trovarsi sulla via d'urto dell'uragano che si era abbattuto su Tito e su tutto il Comitato Centrale del KPJ, e resistere a quella tempesta dignitosamente e corraggiosamente. Sarebbe forse eccessivo dire che le cose sarebbero andate in una direzione completamente diversa se non ci fosse stato Tito, siccome lui in quel momento drammatico e decisivo aveva intorno a se una squadra di collaboratori leali, e la simpatia univoca dell'intero Partito e di tutti i nostri popoli. E' fuor di dubbio che i fenomeni della destalinizzazione, della coesistenza, della lotta internazionale per i diritti dell'uomo, per la pace nel mondo, la politica degli Stati non allineati, e così via, fanno riferimento alla sua iniziativa personale nello stesso modo in cui la risoluzione dell'organizzazione locale del Partito del Febbraio 1928, che rappresenta una data storica, di svolta, nella storia del nostro movimento. Da quella data Tito si è incamminato lungo il suo sentiero della storia, ed il suo cammino si è trasformato in un fenomeno importante dalle proporzioni internazionali, intercontinentali ed epocali. Ed oggi, quando verso la fine del settimo decennio egli si è trovato nuovamente nel mezzo della battaglia per i principi dell'unità del Partito e del popolo - come si puo' evincere dalle sue parole: una battaglia che non è meno importante ed eccitante delle tante che ha già condotto -, gli auguriamo ed auguriamo a tutti noi che rimanga come nostro alfiere per tanti anni ancora, perché, per esperienza, non abbiamo motivo di dubitare nelle vittorie del suo vessillo.


Testo originale:


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Miroslav Krleža: Tito


Usred sveopće jalove zbrke mišljenja i uvjerenja, principa i mentaliteta, kao koreferent na Osmoj Mjesnoj partijskoj konferenciji februara 1928, pojavio se Tito sa svojim praktičko-političkim tezama, veoma jednostavnim i logičnim, za proletersku partijsku svijest, tada već prilično uznemirenu dugotrajnim partijskim rasprama, veoma uvjerljivim, a po principu proleterske solidarnosti neobično privlačnim, Kao predstavnik proleterske partijske opozicije, Tito je naglasio kontrast između masovnog otpora koji se javlja spram političkog i ekonomskog stanja fakata u sve nervoznijim štrajkovima (kada se po satu radnog vremena plaćalo jedan do dva dinara), i ove prividno principijelne diskusije, koja prijeti Partiji neminovnim rasulom, ne bude li se prekinula u interesu partijskog jedinstva. Kao predstavnik neuvijene negacije ove partijske diskusije, koja se odvijala u okviru partijskog vodstva uz sve veću izolaciju od masa i sve opasnije odvajanje od praktičnih zadataka, Tito se javio kao tumač proleterske solidarnosti i od prve njegove riječi on je osvojio simpatije svih delegata.
On nije progovorio ni o jednoj od takozvanih kardinalnih tema partijske diskusije nego o tome kako organizaciona tehnika Mjesnog Komiteta nije na visini, kako su veze slabe ili nikakve, kako ne funkcionira raspodjela ilegalnog propagandističkog materijala, kako rezolucije s viših foruma ne stižu do rajona, kako je političko prosvjećivanje partijske mase zanemareno i tako dalje. U svome koreferatu on je naglasio kako se partijsko frakcionaštvo (koje je tada već bilo zauzelo relacije neprijateljske netrpeljivosti), može suzbiti isključivo samo praktičnim radom u masama, i to tako, da se progovori stvarno o onom što proletarijat neposredno osjeća kao svoju dnevnu brigu, a to su slabe plaće i besposlica. Govorio je o potrebi neposrednog oslobođenja od frakcijske borbe, o negativnom uticaju ovog sektaštva na mase, a što se političke prognoze tiče, njegova slika bila je tamna i veoma ozbiljna: teror dvorske klike pretvara se u generalsko-fašističku diktaturu, sve su hrvatske partije kapitulantske i jedini način kako da se prekine sa nezdravim stanjem u partiji, s obzirom na ozbiljnost situacije, jeste, da se pokrenu partijske škole, da se otpočne sa sistematskim uzdizanjem ideološkog nivoa masa, da se obnovi Crvena Pomoć kako bi se prevladala psihoza poraza, koju može prevladati isključivo samo monolitni, klasnosvjesni proleterski centar Partije, kome misao beskompromisnog partijskog jedinstva treba da bude jedinim političkom kompasom.

Između atentata u Skupštini (20. VI 1928), i šestojanuarske diktature (1929), pod vodstvom novog Mjesnog Komiteta javila se serija dobroorganiziranih štrajkova i masovnih demonstracija, od kojih su neke (u junu i julu), poprimile buntovni karakter u oružanim sukobima s brahijalnom silom, s progonima i dizanjem bariada, a dva mjeseca kasnije, septembra godine 1928, Tito je bio već suđen na šest godina robije i tako nestao sa političke pozornice sve do svoga povratka iz Moskve 1936-37.

Kada se "napol svoga životnoga puta" vratio kao organizacioni sekretar CK KPJ u zemlju, njegov lični, takozvani privatni život građanina, pojedinca, bio je već višemanje prekinut. Od toga momenta on, kao sekretar jednog ilegalnog pokreta i sam u ilegalnosti, počeo je da živi životom revolucionarnog funkcionera, koji je po pozitivnim zakonima gonjen i ucijenjen - solidan kandidat smrti. Djetinjstvo, zanat, austrijska vojska, rana na sjevernom ruskom ratištu, ratno zarobljeništvo, život metalca po fabrikama, robija i politička emigracija, sve dramatske peripetije bijedne proleterske egzistencije, individualnu slobodu i obiteljski život, sve je to poklonio Partiji, pregorjevši već davno svaku iluziju o nekoj individualnoj mirnoj karijeri.

Na povratku iz Rusije (a to je bilo vrijeme staljinskih krvoprolića), Tito se našao na čelu komunističkog pokreta osuđenog na smrt, i Partije, čiji je dobar dio partijskog aktiva koji se našao u Rusiji, bio već likvidiran. Pomisao da se vraća kući, u vlastitu zemlju, u neku vrstu odmetništva, gdje mu prijeti trajna smrtna opasnost, pričinjala mu se spram one staljinske stvarnosti divnom iluzijom o otvorenim mogućnostima borbe, možda smrtonosne, a ipak pune smione nade spram bezizgledne bijedne depresije, usred koje se u Rusije pasivno gušila mnogobrojna masa na smrt osuđenih idealnih revolucionara.

Kod kuće, u zemlji, Tito je nastavio partijskim poslom po istom planu, kako ga je bio ocrtao devet godina ranije, Da bi se metodičko moglo pristupiti omasovljenju demoraliziranog i razbitog pokreta, trebalo je stvoriti nove kadrove, uspostaviti prekinutu vezi između mase i vodstva, izgraditi razorenu organizacionu tehniku, pokrenuti partijsku legalnu i ilegalnu štampu, organizirati partijske škole i političke kurseve i tako praktičnim radom dokazati da se ponovno pristupilo metodičkom rješavanju osnovnog zadatka oslobođenja proletarijata, s određenim ciljem obaranja građanske vlasti i pobjede socijalističkih principa. Od prvoga dana, kako se kao sindikalni funkcioner pojavio pred zagrebačkom organizacijom, on je igrao ulogu praktičnog političara, što ne znači da mu intelektualnopolitički pogled nije bio trajno uperen na lenjinske principe. Dati lenjinskim mislima stvarnu sadržinu, trajno razlikovati, kada se politička misao pretvara u fikciju, a kad opet poprima oblik materijalne snage, to su osnovni elementi njegovog dara kojim se služi kao pouzdanim navigacionim sredstvom kroz sve oluje svoje dugogodišnje političke borbe.

U predvečerje drugog svjetskog rata (1937-40), on je za nepune tri godine uspio da u glavnim potezima ostvari svoj plan, da izgradi svoje nove partijske kadrove, da organizira solidne partijske okvire za sindikalne i političke akcije većega stila, i da se tako već augusta mjeseca godine 1941, od prvoga dana rata svjestan, da je oružje postalo jednim političkim sredstvom borbe, nađe na oslobođenom terenu, na čelu jedne politički organizirane vojske, kao glavni inicijator ustanka i revolucije, koju će pobjedonosno dovršiti jeseni 1945, proklamacijom Socijalističke Republike.

Socijalistička pobjeda godine 1945. nije, dakako, isključivo Titovo lično djelo, jer tu su političku pobjedu milijuni platili svojom glavom i svojom krvlju, ali opet je istinito da se na čelu pokreta do te pobjede borio kao sekretar CK postojano i ustrajno punih devetnaest godina.

Logično je i razumno kada se govori kako prilike i odnosi socijalnih i ekonomskih snaga stvaraju historiju, ali je opet istina i to, da u historiji nije bilo nikada nijednog događaja većega stila, a da nije povezan o pojavu i o ulogu neke markantne izuzetne ličnosti, a historijska uloga markantne i izuzetne ličnosti plaća se krvavo i samozatajno.

Ima svečanih dana u životu svakoga čovjeka kad je dobro da mu se priznaju pozitivna svojstva, bila ona sasvim skromna i svakodnevna, pa kad se takva priznanja odaju po pravilu svima koji su izvršili svoju dužnost, ne bi bilo pravedno, da se u slučaju čovjeka koji se nalazi na čelu naše zemlje, sustegnemo od objektivnog priznanja samo zato, jer se radi o istaknutoj i markantnoj ličnosti.

Budimo pravedni! Naći se godine tisuću devet stotina četrdeset i osme na udaru uragana kakav se oborio na Tita i na čitav CK KPJ, i odoljeti onoj oluji dostojanstveno i ponosno i smiono, nije bila mala stvar. Možda bi bilo pretjerano reći, da bi se stvar bila razvila sasvim drugim pravcem da nije bilo Tita, jer on je u onom dramatskom i sudbonosnom trenutku bio okružen falangom svojih lojalnih i odanih saradnika, nošen jednodušnom simpatijom čitave Partije i svih naših naroda, ali je izvan sumnje da su pojave destaljinizacije, koegzistencije, međunarodne čovjekoljubive borbe, za svjetski mir, politike vanblokovskih zemalja i tako dalje, vezane o njegovu ličnu inicijativu upravo tako kao što je o njegovu ličnu inicijativu bila vezana rezolucija zagrebačke Mjesne Partijske Organizacije februara 1928, koja u historiji našega pokreta predstavlja historijski datum i prekretnicu, Od toga dana Tito se zaputio svojom historijskom stazom, a njegov put pretvorio se u pojavu važnu, u međunarodnim i međukontinentalnim omjerima isto tako historijsku. I danas, kada se našao na kraju sedmoga decenija ponovno usred bitke za principe partijskog i narodnog jedinstva, a kao što se iz njegovih govora čuje, bitke, koje nije manje važna i manje uzbudljiva nego što su bile tolike koje je izvojštio, želimo njemu i svima nama da nam ostane barjaktarom još mnogo godina, jer što se pobjede njegovih barjaka tiče, u to, na temelju iskustva, nemamo razloga sumnjati.


(Fonte: sito web del Centar Tito, Belgrado)



IL "NOTTURNO DI KUMROVEC"  

Statua di Tito - A.
                  Augustincic, Kumrovec La notizia della demolizione della famosa statua di Tito [da parte di fascisti a fine dicembre 2004; poi restaurata, ndCNJ] realizzata da Antun Augustinčić e posta dinanzi alla casa natale di Kumrovec, ha suscitato forti emozioni e ricordi in molti di noi.

DK ricorda sua madre "sulla foto con i bambini  scalzi  di  Kumrovec,  nel  Maggio  1945,  con i mazzetti di fiorellini  in  mano...  E un testo del secondo miglior figlio della terra jugoslava e croata, lo scrittore marxista Miroslav  Krleža,  ed  il suo capitolo che racconta il ritorno di Tito dalla Russia, con il compito di riorganizzare il partito, nel 1937..."
DK ha tradotto integralmente questo testo, la cui versione originale, ripresa dalla pagina  http://de.geocities.com/opiumzanarod/tekstovi/povratak.htm , è da noi  riportata in fondo.
Lo stesso sito http://de.geocities.com/opiumzanarod (oppure:  http://www.bratstvo.cjb.net/ ) contiene, oltre a questo, alcuni  altri brani fondamentali della letteratura jugoslava, che oggi qualcuno vorrebbe dimenticata. Lo stesso Miroslav Krleža, che è il più grande  scrittore della Croazia del XX secolo, è "reietto" dagli attuali ambienti letterari e culturali croati, tutti improntati al nazionalismo sciovinista, ed è trascurato, per opportunismo, anche dagli slavisti nostrani.




Miroslav Krleža: Il ritorno di Tito 1937


Tito  sta in piedi davanti alla casa natia, con i pensieri che, in grandi cerchi,  gli  girano  attorno a questo antico muschioso tetto di Kumrovec. Sta  riflettendo  di se, della sua infanzia triste, della Grande Guerra, di caserme, Carpazi,  campi  di concentramento e di combattimento, delle battaglie che  ha  passato. Di fiumi enormi, siberiani, di una lingua russa che  bagna le  mura della Cina, di paesi e popoli mongoli, lontani come il mare che si  spande  in tutta l'Asia fino al Pacifico. Sta riflettendo ora, Tito, sulla  propria  vita, sulle fabbriche in cui fu operaio, sui sindacati, sui compagni, sugli scioperi, sul movimento di cui fu il capo, su tutta una vita che, dai  giorni  della  prigionia  a Lepoglava, e dalla guerra in Spagna, con l'enorme  cerchio  delle battaglie  e dei combattimenti da Madrid fino a Kumrovec,  ora si chiude - questo interminabile cerchio di una vita, un viaggio attorno al pianeta che dura, oramai, da una vita intera, mentre i cani abbaiano come facevano trenta e quarant'anni fa. Non hanno nemmeno oliato le cerniere delle porte, i gatti morti li buttano ancora nel ruscello, i letamai sono ancora privi dei muri di supporto, come  se nel mondo non accadesse nulla, non fosse accaduto proprio nulla, come se  l'Europa non stesse dinanzi ad una nuova guerra mondiale! Le ciminiere  fumanti  dei  complessi  chimici dal Mare del Nord fino agli Urali  e al Volga  traspirano,  con  il  ritmo  del  lavoro,  e rimbombano le acciaierie  da  Vladivostok fino a Magnitogorsk, vibrano le fondamenta medioevali della terra. America ed Europa stanno cuocendo più di cento milioni  di  tonnellate di acciaio, tuonano i cannoni in Spagna, Hitler sta   preparando   la  carneficina,  una  tempesta  internazionale  sta arrivando,  mentre qua, i cani abbaiano, i fossi puzzano come ai tempi della servitù  della gleba e del lavoro duro, i tempi di Keglevic. Una nuova catastrofe  internazionale  si  sta preparando,  il  gorilla fascista affila  i  suoi  coltelli, e da noi... Kupinec, Kaptol e Kumrovec ancora ronfano,  tutta la nostra intelligentzia piccolo-borghese ronfa,  mentre  Tito sta in mezzo a Kumrovec e sente questo vuoto, questo ritardo di dimensioni medioevali, la dannazione di questa notte di  Kumrovec,  con  i  cani  che abbaiano in un posto completamente immobile e dannato  come  sempre.  Dal Pacifico, dalla Spagna, giungono le fiamme della  grande  rivoluzione in atto, tremola il riflesso del rossore di un'alba fatta dei fuochi delle innumerevoli fonderie del mondo nuovo: il polso  del  mondo  batte  già  col  ritmo dei futuri secoli radiosi, mentre da noi il barbagianni gira attorno al campanile dell'epoca di Maria Teresa: ed  è tutto  talmente, noiosamente vecchio che sembra il cimitero vecchio di Kumrovec  e  il  suo  ponte marcio che rischia di sgretolarsi sotto al rumoroso  passo di qualche notturno passante solitario. Nel silenzioso momento  finale  di  questo  soliloquio  lirico,  negli  ultimi  toni della cantilena  di questo monologo melanconico, la voce di Tito ha cambiato colore e i suoi occhi azzurro chiaro, colombini, si sono tinti con i riflessi  di  un  blu  scuro,  metallico come l'inchiostro. Il gioco morbido  e  benigno  delle labbra si è irrigidito in forma di riga scolpita nella pietra, e in quella voce è apparsa un'espressione indefinita e suggestiva, piena di dolore e turbamento.

-  Kumrovec  russa,  che  dio  la benedica: ma fino a quando da noi tutto dormirà  ronfando,  si  chiede  Tito impaziente,  quasi nervosamente, con quell'accento violento con cui nella lingua nostrana buttano giù dal cielo tutti gli dei dal gradino superiore ad uno inferiore.

-  Noi  ci  troviamo  dinanzi  ad  una nuova guerra mondiale, e non ci salverà  proprio  niente,  tranne  la  nostra ragione! Ed è questo che bisognerebbe  spiegare  a  Kumrovec  e  Kupinec,  ed ai nostri stupidi borghi  di  provincia,  da  Ljubljana  fino  a  Belgrado!  Le  colombe arrostite non cadono dai cieli.

Da  quando  la  storia  nostrana  viene  scritta con il sangue e con la carne dei nostri  popoli, il nome di Tito è diventato oggi il simbolo drammatico di  tutta la generazione attuale. In questo naufragio, il più disperato di tutti,  è emerso lui, con la torcia leniniana a schiarire le tenebre, ed  il suo itinerario da Kumrovec e Jajce, fino a Belgrado e Zagabria, è l'itinerario  del  nostro  popolo;  dalla figura  d'un uomo medioevale, indietro, fino al cittadino dei secoli futuri, ben più felici: questo è  il  movimento  che ritrova la nostra civiltà,  ad ogni costo. Questa  è  la  nostra  volontà  storica, manifestatasi in innumerevoli sforzi  nei  secoli  precedenti,  e  se  si  può  esprimere nel modo seguente:  è  la  volontà  di trasformazione e di liberazione nelle sfere sociali  superiori  di tutto il mondo, sulla base delle esperienze della prima e della Seconda guerra  mondiale,  e  dopo  la sotterranea, pesante battaglia politica che è durata per decenni e che ci è costata tante vittime. Tito è l'arco glorioso tra le mura scure ed insanguinate del nostro passato medioevale  fino  alla  strada, fino ad una civiltà non più soggiogata dalle  banche, dalle menzogne  e dai pregiudizi  altrui.  È lui la cartuccia di mitraglia  che sbocca  davanti  il  fumo  e la  nebbia della  nostra arretratezza,  ed emerge  come  simbolo incandescente sopra le bandiere stellate della nostra consapevolezza politica moderna.

Quando,  durante  quest'ultima  guerra, nelle  lunghe  ore  della veglia notturna, negli anni 1943 - 1944, di tanto in tanto si sentiva il rombo dei  cannoni  di  Tito  che  brontolavano  per  le notti intere attorno a Zagabria,  io  li  ascoltavo spesso. Dinanzi a me c'era sempre un'immagine, sin dall'anno  millenovecentotrentasette: l'immagine  di  Tito che sta seduto davanti ad un abat-jour di pergamena  di una lampada fiorentina, nella lucentezza giallastra  del corale  gregoriano, con delle note antiche, quadrate in quattro-quarti, con dei  caratteri  tinti in un rosso sangue carmine, che parla  del  notturno  di  Kumrovec.  Tuonano i suoi cannoni mentre dura, questa veglia  determinante  per  la  guerra -  ed  io,  nella  mia solitudine,  penso:  eccolo  Tito  che  risveglia  Kumrovec  dal sonno millenario!  Tito  si  è  ribellato  contro il medioevo, ha trovato la strada  d'uscita, lui naviga a vele spiegate, e le sue galee navigano nel porto sicuro della vittoria...


Testo originale:


Miroslav Krleža: Titov povratak 1937


Stoji Tito pred svojom kućom, a misli mu kruže u ogromnim krugovima oko starog kumrovečkog krova obraslog mahovinom. Razmišlja o sebi, o svom žalosnom djetinjstvu, o svjetskom ratu, o kasarnama, o Karpatima, o logorima i o bojištima, o bitkama kroz koje je prolazio i o velikim sibirskim rijekama, o ruskom jeziku, što oplakuje kao more kitajske zidine i mongolske daleke zemlje i narode, razlijevajući se sve tamo preko Azije do Tihog oceana. Razmišlja Tito o svom vlastitom životu, o fabrikama po kojima je radio, o sindikatima, o drugovima, o štrajkovima, o pokretu kome stoji na čelu, o čitavom jednom ljudskom životu, što se preko Lepoglave i Španije zatvara danas u ogroman krug bitaka i borbe od Madrida do Kumrovca, i taj nedogledni životni krug jednog putovanja oko svijeta, traje eto, već čitav jedan život, a ovdje u Kumrovcu, laju psi kao što su lajali prije trideset i četrdeset godina, Ni vrata nisu podmazali i krepane mačke bacaju u potok, ni gnojnice nisu podzidali, kao da se u svijetu ništa ne događa i kao da se uopće ništa nije dogodilo i kao da Evropa ne stoji pred novim svjetskim ratom! Puše se i dime kemijski kombinati od Sjevernog ledenog mora do Urala i Volge, grmi čelična industrija od Vladivostoka do Magnitogorska, trese se zemlja u svojim sredovječnim temeljima, Amerika i Evropa kuvaju više od sto miliona tona čelika, grme topovi u Španiji, Hitler sprema pokolj, dolazi međunarodna oluja, a ovdje laju psi i vonjaju jame kao u Keglevićevo doba tlake i robote. Sprema se nova međunarodna katastrofa, fašistički gorila brusi svoje noževe, a kod nas Kupinec hrče, Kaptol hrče, Kumrovec hrče, čitava naša malograđanska inteligencija hrče, a Tito stoji usred Kumrovca i osjeća vakuum sredovječnog zakašnjenja, prokletstvo kumrovečkog nokturna, kada laju psi i sve stoji ukleto na jednom te istom mjestu. Od Tihog Oceana i od Španije ližu plamenovi velike revolucije, u rujnom odsjevu titra osvit požara po bezbrojnim talionicama svijeta, dime se kombinati, puls svijeta kuca već danas ritmom budućih svijetlih stoljeća, a kod nas sovuljaga oblijeće oko marijaterezijanskih zvonika: i sve je dosadno staro kumrovečko groblje i truli most, te prijeti da će se srušiti pod malo glasnijom stopom noćnog samotnika. U tihom završnom trenutku ovog lirskog solilokvija, u posljednjim tonovima kantilene tog melankoničnog monologa, Titov glas promijenio je sjaj i njegove svijetloplave oči golubinje prelile su se ocalnim, tamnomodrim, metalnim prijelivom i potamnile kao tinta. Dobročudna, mekana igra usana ustitrala je od prkosne, tvrde, kao od kamena klesane crte i u onom pogledu, u onom glasu javio se nekakav neodređen i sugestivan izraz pun bola i nemira.

- Kumrovec hrče, bog ga blagoslovio, pak dokle će kod nas sve da hrče, zapitao se Tito bijesno, gotovo nervozno, s onim violentnim akcentom, kojim se u našem jeziku skidaju s neba sva božanstva višeg i nižeg rada.

- Mi stojimo pred novim svjetskim ratom, i ako nas ne bude spasila naša vlastita pamet, neće nas spasiti ništa! I to je ono što bi trebalo objasniti i Kumrovcu i Kupincu, i glupim našim čaršijama od Ljubljane do Beograda! Ne padaju pečeni golubovi s neba.

Ime Titovo postalo je danas dramatskim simbolom pokoljenja svih naših naroda, otkada se piše historija krvlju i mesom naših naroda. U brodolomu, koji od svih naših brodoloma bio najbeznadniji, pojavio se on sa lenjinskom buktinjom u mraku i njegov put od Kumrovca i Jajca, do Beograda i do Zagreba put je našeg naroda, da bi od sredovječnog, zaostalog čovjeka postao građaninom budućih sretnijih stoljeća: to je pokret za našom vlastitom civilizacijom pod svaku cijenu. To je naša historijska volja koja se objavljivala u mnogobrojnim naporima kroz vjekove, i ako se može tako reći, to je volja za preobražajem i oslobođenjem u višim društvenim silama čitavog svijeta, na temelju iskustva iz prvog i drugog svjetskog rata i teške političke podzemne borbe, koja je trajala decenijama i stajala bezbrojno mnogo žrtava. Tito, to je slavoluk između mrkih i krvavih zidina naše sredovječne prošlosti i put do civilizacije, koja neće više da bude robovanje tuđim bankama, tuđim neistinama i predrasudama. To je karteča koja se kroz dim i maglu naše zaostalosti probila kao usijani znamen nad zvjezdanim barjacima naše suvremene političke svijesti.

Kada su se u ovom ratu za dugih noćnih bdjenja oko 1943. do 1944. od vremena na vrijeme čuli Titovi topovi kako gunđaju čitave noći oko Zagreba, često sam prisluškivao toj noćnoj grmljavini. Uvijek me je pred očima bila jedna te ista slika iz godine tridesetsedme; sjedi Tito pred pergamenom fjorentinske svjetiljke, u žućkastom sjaju rasvjetljenog gregorijanskog korala sa starinskim, četverouglastim notama kvadrakvatrama u krvavoj transparentnoj boji karminskih slova, i priča o kumrovečkom Nokturnu. Grme njegovi topovi, traje sudbonosno ratno bdjenje a ja mislim u svojoj samoći: gle, Tito budi Kumrovec iz hiljadugodišnjeg sna! Tito se pobunio protiv srednjeg vijeka, on je našao izlaz, on plovi punim jedrima i njegove galije putuju u sigurnu luku pobjedu...


(iz: http://de.geocities.com/opiumzanarod/tekstovi/povratak.htm )



Miroslav Krleža

LE BALLATE DI PETRICA KEREMPUH

a cura di Silvio Ferrari

prefazione di Predrag Matvejević 

con uno scritto di Joža Skok (ed.orig. 1956, titolo originale Balade Petrice Kerempuha)

pp.251, € 15.00, Giulio Einaudi editore, Torino 2007


Miroslav Krleža (1893-1981) scrittore croato, jugoslavo e mitteleuropeo, ha influenzato l'ambiente culturale e letterario della sua patria a partire dagli anni Venti e fino alla morte, in modo talmente significativo da segnare tutto il Novecento di tutti gli Jugo-slavi. Dotato di una forte personalità, spirito ribelle e contradittorio, era il più importante intellettuale della sinistra nel periodo delle avanguardie letterarie tra le due guerre, ma contemporaneamente anche un forte oppositore del „realismo socialista“ e del diktat sovietico che nel 1948 cercava di „prescrivere“ e imporre le leggi nella letteratura. Krleža invece si opponeva a qualsiasi propaganda politica nell'arte e nella letteratura impegnandosi  per l'autonomia creativa e le libertà espressive. 

In Italia incominciano ad essere conosciute ed apprezzate le sue opere a partire dagli anni Sessanta quando sulle riviste come „L'Europa letteraria“ e la „Nuova Rivista europea“ venne presentato con testi critici o con brevi traduzioni. Negli anni Ottanta vengono tradotte da Silvio Ferrari le sue migliori opere presso varie case edittrici: Studio Tesi ha pubblicato Il Dio Marte croato nel 1981, Il ritorno di Filip Latinovicz nel 1983, Sull'orlo della ragione nel 1984, Costa & Nolan la pièce teatrale I Signori Glembay nel 1987 e un volume di saggistica critica Bellezza, arte e tendenza politica nel 1991.  

Un primo tentativo parziale di traduzione delle Ballate di Petrica Kerempuh sulla cui stesura l'autore ha lavorato nel 1935/36, si trova nell'antologia curata da Luigi Salvini Poeti croati moderni (Garzanti, Milano 1942). In questa edizione integrale invece, sono pubblicati 34 componimenti disomogenei per la loro struttura (da pochi versi fino a quelli somiglianti a un poema vero e proprio) ma compatti per il filo conduttore che li lega. Krleža ha qui adottato un genere letterario di origine popolare, le ballate appunto, ma anche un linguaggio inconsueto. Si tratta di una forma arcaica, dialettale  del kaikavo (dal pronome interrogativo „kaj“), diffusa nella regione di Zagorje, al nord di Zagabria, diversa dalla lingua letteraria o dalle forme dei dialetti urbani, risulta invece più vicina alla lingua dei contadini o agli antichi libri di preghiere. Il linguaggio delle Ballate è quindi il frutto di una scelta precisa e originale dell'autore, una sintesi di diverse fonti, ricca dal punto di vista fonetico, morfologico e lessico perché corrisponde in modo migliore alle capacità espressive del protagonista principale Petrica Kerempuh, rappresentante dello spirito popolare ma anche un poeta dotto, una specie di Till Eugenspiegel croato, un vagabondo allegro e spensierato ma anche melanconico e triste,  perseguitato in tutti i tempi e in diversi modi. Dall'inizio e fino alla fine, in un crescendo di parole e gesta piene di ironia, sarcasmo e cinismo privi di sdolcinato sentimentalismo, egli rappresenta un dialogo dell'autore con la storia partendo dal „basso“, cioè dall'uomo piccolo che da vittima nel suo anonimato diventa un involontario attore tragico degli avvenimenti storici. Con i versi di Kerempuh il lettore percorre il destino del singolo e di tutto un popolo, la tragica rivolta contadina guidata da Matija Gubec nel 1573, le lotte e le devastazioni delle terre da parte dei turchi, fino alla comparsa del fascismo e agli avvenimenti che portano alla Seconda guerra. Dai versi introduttivi Petrica i galežnjaki/Petrica e gli impiccati scanditi dalla mandola di Kerempuh fino al Planetarium nel quale cade la maschera prottetiva del protagonista portando allo scoperto il poeta stesso che „Nel buio, in cantina, [...]/ mi sono messo a latrare come un cane solitario,/ che sanguinando muore per davvero“. 

Il volume è presentato con testo in originale a fronte e può essere considerato importante non solo nell'ambito della letteratura alla quale appartiene il suo autore, ma  anche come parte della letteratura europea.  


Ljiljana Banjanin







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