Bilo je to u nekoj
zemlji seljaka
na brdovitom balkanu,
umrla je mucenickom smrcu
ceta djaka
u jednom danu.
Iste su godine
svi bili rodjeni,
isti su im tekli skolski dani,
na iste svecanosti
zajedno su vodjeni,
od istih bolesti svi pelcovani,
i svi umrli u istom danu.
Bilo je to u nekoj zemlji seljaka
na brdovitom Balkanu,
umrla je mucenickom smrcu
ceta djaka
u jednom danu.
A pedeset i pet minuta
pre smrtnog trena
sedela je u djackoj klupi
ceta malena
i iste zadatke teske
resavala: koliko moze
putnik ako ide peske...
i tako redom.
Misli su im bile pune
istih brojki
i po sveskama u skolskoj torbi
besmislenih lezalo bezbroj
petica i dvojki.
Pregrst istih snova
i istih tajni
rodoljubivih i ljubavnih
stiskalo se u dnu dzepova.
I cinilo se svakom
da ce dugo,
da ce vrlo dugo
trcati ispod svoda plava
dok sve zadatke na svetu
ne posvrsava.
Bilo je to u nekoj zemlji seljaka
na brdovitom Balkanu,
umrla je mucenickom smrcu
ceta djaka
u istom danu.
Decaka redova celi
uzeli su se za ruke
i sa skolskog zadnjeg casa
na streljanje posli mirno
kao da smrt nije nista.
Drugova redovi celi
istog casa se uzneli
do vecnog boravista.
Desanka Maksimovic: FIABA CRUENTA
Avvenne in un paese di contadini
nella Balcania montuosa:
una compagnia di alunni
in un giorno solo morì
di morte gloriosa.
Avevano tutti la stessa età,
scorrevano uguali per tutti
i giorni di scuola, andavano alle cerimonie in compagnia,
li vaccinavano tutti
contro la stessa malattia.
Morirono tutti in una giornata sola.
Avvenne in un paese di contadini
nella Balcania montuosa:
una compagnia di alunni
in un solo giorno morì
di morte gloriosa.
Cinquantacinque minuti
prima che la morte se li portasse via
sedevano sui banchi di scuola
i ragazzi della piccola compagnia,
e con lo stesso compito assillante;
andando a piedi, quanto
impiega un viandante
e così via.
Erano pieni delle stesse cifre
i loro pensieri,
e nei quaderni, dentro la cartella,
giacevano assurdi innumerevoli
i cinque e gli zeri
Stringevano in saccoccia con ardore
una manciata di comuni sogni,
di comuni segreti
patriottici e d'amore.
E ognuno, lieto della propria aurora,
credeva di poter correre molto
tanto ancora
sotto l'azzurro tetto rotondo
fino a risolvere
tutti i compiti di questo mondo.
Avvenne in un paese di contadini
nella Balcania montuosa:
una compagnia di alunni
in un giorno solo morì
di morte gloriosa.
File intere di ragazzi
Si presero per mano
e, dall'ultima ora di scuola,
si avviarono alla fucilazione
calmi, col cuore forte,
come se nulla fosse la morte.
File intere di compagni
salirono nella stessa ora
verso l'eterna dimora.
Il seguente articolo e'
tratto da "Storia Illustrata" del gennaio 1979
STERMINIO NAZISTA IN SERBIA
In un
solo giorno 7300 morti nella città martire.
È l'autunno del 1941. Pochi mesi dopo la dissoluzione del regno
di Jugoslavia, la penisola balcanica è insorta contro
l'occupante nazifascista.
Alla rivolta partigiana i tedeschi rispondono facendo strage della
popolazione civile.
di ANTONIO
PITAMITZ
Pančevo, 22
aprile 1941: un ufficiale tedesco
da il colpo di grazia a civili serbi agonizzanti /
A German officer
of the Gross Deutschland Division
finishing off Serbian civilians
executed at random in Pancevo,
April 22, 1941 (photo:
Der
Spiegel)
Il 20 ottobre 1941, sei mesi dopo l'invasione tedesca della Jugoslavia,
nei due Ginnasi di Kragujevac (leggi Kragujevaz), la
città serba posta nel centro della regione della Šumadija, le
lezioni iniziano alle 8.30, come di consueto. Sono in programma quel
giorno la sintassi della lingua serbocroata, matematica, la poesia di
Goethe, la fisica. In una classe, un professore croato, un profugo
fuggito dal regime fascista instaurato in Croazia da Ante Pavelic,
sottolinea il valore della libertà. Poco lontano, un altro
spiega l'opera di
un poeta serbo del romanticismo risorgimentale. La mente rivolta alle
secolari lotte sostenute dai serbi per la loro indipendenza e a quella
presente che cresce irresistibilmente, anch'egli parla di
libertà. La
voce calma e profonda che illustra i versi del poeta: "La
libertà è
un nettare che inebria / Io la bevvi perché avevo sete", ne
nasconde a fatica la tensione, che aleggia anche nell'aula, che grava
su tutti, sulla cittadina, sui suoi abitanti, e che l'eco strozzata di
fucilerie lontane da alcuni giorni alimenta.
Dal 13 ottobre 1941 Kragujevac e la sua regione sono teatro di una
vasta azione di rappresaglia, che i tedeschi stanno conducendo con
spietata decisione contemporaneamente anche nel resto della Serbia. La
ferocia di cui essi in quei giorni danno prova ha una ragione specifica
contingente. La rapida vittoria dell'Asse ha dissolto uno Stato, il
regno dei Karadjordjevic, ma non ha prostrato i popoli della
Jugoslavia. L'illusione tedesca di una comoda permanenza in quella
terra è stata presto delusa. Sin dai primi giorni
dell'occupazione, i tedeschi hanno avuto filo da torcere. La guerra,
che anche in Šumadija i resistenti fanno, è senza quartiere.
Sabotaggi sensazionali e diversioni in grande stile si registrano sin
dal mese di maggio. Linee telefoniche e telegrafiche vengono tagliate,
ponti e strade ferrate saltano. Il movimento di resistenza cresce
così rapidamente, ben
presto è così ampio che i tedeschi e le truppe
collaborazioniste
del quisling serbo Milan Nedic abbandonano il presidio dei villaggi.
Gli invasori si sentono troppo esposti, isolati, preferiscono
arroccarsi in
città. La lotta contro i patrioti la organizzano dai centri
urbani, e la conducono secondo il metro nazista che misura in tutti gli
slavi una razza inferiore, da sterminare. La traduzione pratica di
questo principio è all'altezza della fama che si guadagnano. A
Belgrado, una moto incendiata della Wehrmacht vale la vita di 122
serbi. Solo nella capitale, in sette mesi fucilano 4700 ostaggi.
Incredibilmente, gli hitleriani ritengono di poter coprire
con la propaganda questo pugno di ferro che calano sul paese. Le
argomentazioni che diffondono sono quelle care alla "dottrina"
nazifascista dell'Ordine Nuovo Europeo. Ai contadini serbi dicono di
averli salvati dagli ebrei e dai capitalisti, e promettono anche di
salvarli dal bolscevismo semita, che sta per essere sicuramente
sconfitto sul fronte orientale.
L'itinerario di questa vittoria, a Kragujevac può
essere seguito sulla grande carta geografica che campeggia nel centro
della città.
Una croce uncinata segna la progressione delle forze dell'Asse in
direzione di Mosca. Però, come altrove, nemmeno a Kragujevac
terrore,
repressione, lusinghe, denaro fatto circolare per corrompere, valgono a
indebolire il sostegno alla lotta partigiana, a ridurne il seguito. A
dare contorni netti alla situazione, le risposte alla propaganda
tedesca non mancano. La carta geografica dell'Asse viene bruciata in
pieno giorno. Il fuoco divora anche una delle fabbriche militari della
città.
Un treno di quaranta vagoni viene distrutto sulla linea
Kragujevac-Kraljevo, provocando la morte di cinquanta tedeschi. Da
vincitori e occupanti, i tedeschi si trovano nella condizione di
assediati.
È Kragujevac, città da sempre ribelle, che
prende il suo nome da kraguj, dal rapace grifone che popolava i sui
boschi, che alimenta la Resistenza della zona. È questa
città di antiche
tradizioni nazionali e socialiste che guida la lotta della Šumadija, il
cuore della Serbia. Gli operai comunisti che costituiscono il nerbo
delle formazioni partigiane vengono dal suo arsenale militare. Dalle
sue case dai cento nascondigli, che hanno già ingannato turchi e
austroungarici,
escono le armi, le munizioni, il materiale sanitario, i libri che
donne, bambini e ragazzi portano quotidianamente ai combattenti del
bosco.
Per contenere la sua iniziativa, per fronteggiare questa
lotta di bande, che è lotta di popolo e che sconvolge gli schemi
bellici
dei signori nazisti della guerra, già alla fine dell'agosto 1941
Kragujevac conta la guarnigione tedesca più forte di tutta la
Serbia
centrale. Ma i due battaglioni e i mezzi corazzati di cui i tedeschi
dispongono non sono sufficienti ad arrestare lo slancio delle tre
compagnie partigiane che operano fuori della città. Né
tantomeno la Gestapo
è in grado di bloccare i gruppi clandestini che si annidano
dentro. La loro azione anzi si fa sempre più audace, punta sul
risultato militare, ma
ricerca anche l'effetto psicologico. Per i partigiani, importante
è non soltanto colpire il nemico, ma aiutare anche i serbi
oppressi a sperare, a vivere. Una notte d'agosto, cento metri di
ferrovia vengono fatti saltare in città, proprio sotto il naso
dei tedeschi.
È una sfida, che ha sapore di beffa. In questa
situazione, la rabbia e il desiderio di vendetta dei tedeschi crescono
quotidianamente. Quando nel settembre 1941, la ribellione guadagna
tutta la Serbia, e conseguentemente mette radici ancora più
profonde in Šumadija, il generale Boehme, comandante delle forze
tedesche nel Paese, considera che la misura è colma. Il
prestigio dei suoi soldati deve essere risollevato, una dura lezione
deve essere somministrata ai serbi. Una spietata repressione, da
condurre senza esitazione, è decisa. A
rendere più chiara la direttiva che passa ai subalterni, e che
precisa la "filosofia" del comando tedesco, Boehme ricorda che "una
vita umana non vale nulla", e che perciò per intimidire bisogna
ricorrere a una "crudeltà senza eguali". A metà settembre
i tedeschi
passano all'azione. La macchina si mette in moto.
Per un mese la Serbia centrale è trasformata in un
campo di sterminio.
A decine villaggi grandi e piccoli sono bruciati, spesso, come a Novo
Mesto o a Debrc, con dentro gli abitanti. I serbi muoiono a migliaia,
uccisi, massacrati. A Šabac, il 26 settembre, sono 3000 gli uomini dai
14 ai 70 anni che rimangono vittime della razzia tedesca. Cinquecento
muoiono durante una marcia fatta fare al passo di corsa per 46
chilometri. Gli altri sono fucilati. Una sorte analoga hanno, il 10
ottobre, a Valjevo, 2200 ostaggi: finiscono al muro. "Pagano" 10
tedeschi uccisi e 24 feriti. Cinque giorni dopo, il 15, è
"sentenziata" la punizione di Kraljevo, un'altra città che
resiste. I plotoni
di esecuzione lavorano per cinque giorni, le vittime sono 5000. Sembra
impossibile immaginare una strage ancora più grande. Eppure,
l'allucinante escalation non ha toccato la sua punta di massimo orrore.
Lo farà a Kragujevac, e nel suo circondario. La "spedizione
punitiva" comincia il 13 ottobre. Quel giorno, nel quartiere operaio di
Kragujevac, i tedeschi prendono 30 uomini. Per 3 giorni se li
trascinano dietro nella puntata che fanno contro il paese vicino,
Gornji Milanovac. Affamati, percossi, costretti a rimuovere tronchi
d'albero e a tirare fuori dal fango carri armati, adoperati come scudo
contro i partigiani, sono testimoni della sorte del piccolo paese di
pastori. Vivono un'agonia che ha fine solo con il grande massacro, nel
quale scompaiono anche i 132 ostaggi di Gornji Milanovac. In quanto al
paese, anche questo viene bruciato. I tedeschi saldano così un
vecchio conto che avevano in sospeso. Anche per questa impresa
però
devono pagare uno scotto. Trentasei uomini vengono messi fuori
combattimento dai partigiani, che attaccano senza sosta.
Di fronte a questo "smacco" la logica tedesca della
ritorsione non tarda a scattare. Sarà Kragujevac a pagare, con
la vita di 100 cittadini ogni tedesco morto, e con quella di 50 ogni
tedesco ferito. Duemilatrecento persone sono condannate a morte.
La rappresaglia punta per primo sui "nemici storici" del
Reich: comunisti e ebrei. Gli ebrei maschi, e un certo numero di
comunisti, 66 persone in tutto, vengono arrestati sulla base delle
liste che i collaborazionisti forniscono. Ma questo non basta. Il
giorno successivo, il 19 ottobre, una massiccia operazione ha luogo
nell'immediata periferia della città. Tre paesi, posti nel giro
di tre chilometri, sono travolti della furia tedesca. Grošnica,
Meckovac, Maršic bruciano, 423 uomini muoiono. A Meckovac, donne e
bambini sono costretti ad assistere all'esecuzione. Lo stesso macabro
rituale
è imposto a Grošnica, dove si distinguono i Volontari
Anticomunisti di Dimitrjie Ljotic. Il paese quel giorno celebra la
festa del patrono. I fascisti serbi strappano il pope dall'altare con
il vangelo ancora in mano, i fedeli vanno a morire stringendo i pani
benedetti della comunione ortodossa. Vengono falciati tutti lì
vicino, con le mitragliatrici. Così, intorno a Kragujevac si
è fatto un
cerchio di morte. La prova generale è compiuta. Ora si passa al
"grande
massacro".
L'azione inizia la mattina del 20 ottobre. Alle prime luci
dell'alba, gli accessi a Kragujevac vengono bloccati. Mitragliatrici
sono postate nei punti nevralgici. Nessuno può più uscire
dalla
città, nessuno può più entrarvi. Chi, ignorando il
dispositivo, si avvicina, viene
ucciso. È quanto accade a uno zingaro, che arriva dalla
campagna, a un
vecchio che in città muove verso il mercato. Agli ordini del
maggiore
Koenig, tedeschi e collaborazionisti aprono la caccia all'uomo. Nessuno
sfugge, nessuno è "dimenticato". Il gruppo di operai che lavora
tranquillamente a un torrente, i tre popi di una chiesa, che sperano di
trovare la salvezza dietro le icone. I razziatori entrano a stanare
ovunque. Gli impiegati sono portati fuori dal municipio; giudici,
scrivani, pubblico, dal tribunale. Dalle abitazioni vengono tratti
anche gli ammalati. Un barbiere è prelevato dal negozio insieme
al suo
cliente, che con altri disgraziati marcia verso il suo destino, una
guancia insaponata, l'altra no.
Alle dieci i tedeschi irrompono anche nei due ginnasi.
L'apparizione di quelle uniformi verdi armate di fucili e parabellum,
infrange la normalità forzata che da tre giorni nelle due scuole
vige. Il
barone Bischofhausen, il comandante tedesco della piazza, il 17 ha
minacciato presidi, professori e genitori di severe sanzioni se i
ragazzi non frequentavano la scuola. Lo ha fatto ripetere anche per le
vie della città, a suon di tamburo, dal banditore pubblico. Li
vuole tutti
in aula, sempre. L'ufficiale tedesco, che da civile è
insegnante,
combatte l'assenteismo degli studenti non certo perché mosso da
passione pedagogica. Chiedendo che proprio per quel giorno 20 tutti
siano presenti, egli fa apparire di voler esercitare un controllo; che
però si trasforma in una trappola. In realtà, egli non
dimentica che i ginnasiali di Kragujevac hanno manifestato sin dai
primi giorni la
più violenta opposizione all'occupante. Un giovane è
finito
impiccato dopo uno scontro con la polizia. Il barone sa pure che anche
in quelle aule la Resistenza attinge, per alimentare i suoi "gruppi
d'azione", i suoi propagandisti e sabotatori.
L'ispezione annunciata per quel giorno è arrivata.
I registri chiesti dal barone sono pronti. Arrivando quella mattina a
scuola, i ragazzi hanno cancellato i loro nomi dall'elenco. Precauzione
inutile. Non
c'è appello. I tedeschi entrano direttamente nelle aule, e
rastrellano. Hinaus, fuori tutti quelli dai 16 anni in su. Anche il
ragazzo invalido che si trascina con la stampella, per il quale invano
una professoressa intercede. Anche la classe che il professore di
tedesco tenta di salvare. Ai soldati che si affacciano, il professore
dice, per rabbonirli, che stanno facendo lezione di tedesco. Mente. E
mente una seconda volta quando gli chiedono quanti anni hanno i suoi
ragazzi. Quindici dice. I tedeschi, convinti, fanno per andarsene. Ma
in quel momento un alunno si alza dall'ultimo banco. È lo
spilungone
della classe. I tedeschi, dalla soglia si girano, capiscono, e sbattono
fuori tutti.
I ginnasiali raggiungono le file dei razziati, i
professori in testa. Con loro, ci sono anche Mile Novakovic, insegnante
di chimica, celibe, e Djordje Stefanov, di letteratura croata, anche
lui rifugiato in Serbia con la moglie e le due figlie per sfuggire ai
fascisti della Croazia. Quel giorno i due professori non hanno lezione.
Ma quando hanno visto che in città i tedeschi rastrellavano,
certi che la
scuola non sarebbe stata risparmiata, sono venuti lo stesso, per essere
insieme ai loro ragazzi. Li vogliono seguire fino in fondo. Andranno
insieme a loro alla fucilazione. Del corpo insegnante, solo le donne
non sono razziate. Dalle finestre della scuola vedono sfilare i
professori e gli alunni, e "cento berretti levarsi in segno di saluto".
I ragazzi credono ancora che torneranno.
Pochi sono i fortunati che riescono a filtrare tra le
maglie di quella immensa rete gettata sulla città. Chi vi
riesce, va a unirsi ai partigiani. Avrà sicuramente qualcuno da
vendicare. Gli altri, a migliaia, ingrossano le colonne che tutto il
giorno scorrono per Kragujevac dirette ai luoghi di raccolta. I
razziati sono quasi 10.000, su meno di 30.000 abitanti che conta la
città. I tedeschi non
hanno tralasciato nemmeno il carcere. Ultimi ad arrivare, quei detenuti
sono, con comunisti ed ebrei, i primi ad essere fucilati.
Dai luoghi dove sono concentrati in attesa di conoscere la
loro sorte, la sera di quel 20 ottobre i prigionieri sentono le prime
scariche di fucileria. È l'avvio della grande carneficina.
Contando sulla
sorpresa, e sulla iniziale "distrazione" dei fucilatori, alcuni dei
condannati riescono a salvarsi. Qualcuno fugge appena messo in riga.
Altri, come Zivotjin Jovanovic, alla scarica si getta a terra anche se
non è colpito, poi balza e corre. Viene ricatturato a un posto
di blocco. Tenta di nuovo la fuga, e il suo guardiano gli spara a
bruciapelo. Gli sfiora l'inguine. Poi dopo avergli dato il colpo di
grazia nella spalla invece che in testa, lo lascia a terra credendolo
morto. L'uomo striscia tutta la notte a palmo a palmo finché
arriva alla casa
di un amico. È soccorso, si crede in salvo. Arrivano i fascisti
serbi,
che lo riprendono. Dopo averlo picchiato decidono che, essendo ormai in
fin di vita, tanto vale lasciarlo morire. Ma l'uomo non muore.
Altri ancora devono la vita alla fortuna, alla
professione, al sangue freddo che riescono ad avere anche in un tale
frangente. A mano a mano che inquadrano i gruppi per condurli alla
fucilazione, i tedeschi fanno la selezione. Alcuni criteri non sono
molto chiari. Risparmiano, per esempio, gli elettricisti, gli
idraulici, i panettieri. Altri lo sono di più. Ai loro
collaboratori fascisti concedono di tirare fuori
i loro amici e parenti. In questo mercato i fascisti serbi sono
generosi. Arrivano a offrire dei ragazzi di 10/12 anni in cambio dei
loro protetti. Viene risparmiato anche chi è cittadino di un
paese
alleato dell'Asse. O che lo faccia credere. Escono romeni, ungheresi.
Un dalmata si dichiara italiano. Forse lo è davvero, forse
è
solo un croato acculturato italiano, bilingue. Ma riesce a salvarsi, e
a salvare il ragazzo che gli è accanto, affermando alla guardia,
con la sua "autorità" di "alleato", che non ha ancora 16 anni.
Un serbo, invece, mostra un certificato bulgaro qualunque, rilasciato
dalle truppe di Sofia che occupano il suo Paese di origine, e viene
messo da parte.
Non fa nulla invece per salvarsi Jovan Kalafatic,
professore, insegnante di religione, che invece potrebbe. Tutti sanno
che è
un fascista convinto. A scuola sospettano anche che sia un delatore,
che alcuni professori progressisti siano finiti in galera per opera
sua. Basterebbe che dica chi è. Kalafatic invece tace. Tace
anche
quando passano i fascisti serbi per la "loro" selezione. Forse, nelle
lunghe ore della tragedia passate con il suo popolo, deve aver capito
la vera natura dell'Ordine Nuovo nel quale crede. Va, volontariamente,
alla fucilazione con gli altri. Vanno volontari anche due vecchi
genitori che non vogliono abbandonare i figli. Alla fucilazione vanno,
divisi in due gruppi, anche i 300 studenti ginnasiali e i loro
professori. Alla testa di un gruppo vi è il preside del
ginnasio. L'altro gruppo
marcia verso la morte in fila indiana, le mani sulle spalle, come
dovessero danzare il kolo, la danza nazionale serba. Poi, cantano.
Intonano "Hej Slaveni!", l'inno antico e comune a tutti gli slavi.
Cadono cantando.
Il massacro dura a lungo. Su un fronte di morte lungo
oltre dieci chilometri, fuori della città le armi crepitano fino
alle 14 del
giorno 21 ottobre. Settemilatrecento uomini di Kragujevac dai 16 ai 60
anni cadono divisi in 33 gruppi. Dovevano essere 2300. I tedeschi hanno
più che triplicato il "coefficiente dichiarato" di rappresaglia.
I graziati sono circa 3000. Molti di questi sopravvissuti rientreranno
a piangere un morto. Kragujevac onora la memoria dei suoi fucilati il
sabato successivo al massacro. Il rito ortodosso per il quale il sabato
è il giorno dei morti, vuole anche che per ogni morto sia accesa
una candela gialla e per ogni candela, cui si accompagna un pane che
è da
benedire con il vino santo, il pope reciti la parola dei defunti. I
sacerdoti rimasti a Kragujevac sono solo due. Altri sette sono stati
fucilati. Ma il rito deve essere compiuto. Mentre le donne piantano le
candele, presentano i pani, gridano il nome del defunto, i due preti
cantano l'antica preghiera della liturgia veteroslava. Dandosi il
cambio pregano per ventiquattro ore, dalle sette alle sette.
Inutilmente i nazisti tentano poi di nascondere la
verità sulla strage, alterando registri, imbrogliando le cifre,
esumando e cremando cadaveri. Kragujevac ha fatto il "suo" appello.
È la prova che
Zivotjin Jovanovic, l'uomo sopravvissuto tre volte, porta ai giudici di
Norimberga: "...Quell'ottobre del 1941 a Kragujevac furono esposte
più di settemila bandiere nere... nella chiesa vennero
presentati e benedetti in un giorno più di settemila pani... E
furono accese settemila e trecento candele...".
Desanka Maksimovic: UNA FIABA
ROSSO SANGUE
(traduzione:
Dragomir Kovačević)
Accadde, in un paese di
contadini
nei Balcani montuosi,
che, da martire, morì
una brigata di allievi-bambini
in un solo giorno. Proprio così.
Nello stesso anno
erano tutti nati,
con i giorni scolastici di tutti, consueti,
alle feste tutti insieme
venivano invitati,
per le stesse malattie tutti vaccinati,
e tutti morirono nello stesso giorno.
Accadde, in un paese di contadini
nei Balcani montuosi,
che, da martire, morì
una brigata di allievi-bambini
in un solo giorno. Proprio così.
La brigata piccolina,
soltanto cinquantacinque minuti
prima dell'evento mortale,
sedeva nella panchina,
facendo gli esercizi
su quanto farebbe un viaggiatore
se viaggiasse a piedi...
e cosi via.
Le loro menti occupate
con le stesse cifre.
I loro quaderni nelle borse,
da un miriade di
cinque e dieci inondate.
Degli stessi sogni,
degli stessi segreti
patriottici e amorosi,
stringevano una manciata
in ogni loro tasca.
Sembrava a ciascuno
che avrebbe corso a lungo
sotto la luce del sole
risolvendo tutti i compiti,
come ci si vuole.
Accadde in un paese di contadini
nei Balcani montuosi,
che, da martire, morì
una brigata di allievi-bambini
in un solo giorno. Proprio così.
Dei ragazzi file intere,
uscendo dall'ultima loro lezione,
si presero per le mani,
incamminandosi alla fucilazione, sereni
come se la morte fosse nulla.
Dei ragazzi file intere
si alzarono nello stesso instante
verso la eterna culla.