I partigiani jugoslavi nella Resistenza italiana

Panto Ćemović
partigiano e martire del nazifascismo a L'Aquila


Approfondimento a cura di Riccardo Lolli (2018)

Panto Ćemović all'epoca della sua deportazione in Italia è uno studente di filosofia montenegrino. Ha 20 anni quando fugge dal campo di Colfiorito dove erano rinchiusi circa 700 internati montenegrini stipati in capannoni che potevano ospitare al massimo cinquecento persone. La notte del 22 settembre 1943 i prigionieri, ormai più di un migliaio, fuggono dal campo. Panto riesce a passare le linee, a mettersi in contatto con gli inglesi ed a giungere, con altri compatrioti, in territorio aquilano. Parteciperà attivamente alla Resistenza locale acquartierandosi inizialmente nella zona di Tornimparte.
L'8 gennaio 1944 scende da Castiglione a Villa Grande con il compagno Stanko Stević per portare delle notizie e per fare rifornimento di cibarie. Traditi da una spia i due cadono in mano dei tedeschi e vengono portati ad Aquila da dove riescono a scappare. Ćemović, che parlava bene l'italiano, rimane nascosto in città confondendosi inizialmente con la popolazione locale. Riconosciuto, fu per due volte catturato riuscendo sempre ad fuggire per continuare a muoversi nel cono d'ombra del tessuto cittadino antifascista, dove operava una fitta rete clandestina di assistenza agli ex-POW inglesi e jugoslavi. Sarà la famiglia della signora Amalia Agnelli, la cui cartolibreria era sede insospettabile di incontri tra antifascisti aquilani e confinati politici, a prendersi cura del giovane montenegrino, come lei ricorda nella sua relazione presentata alla Commissione Riconpart:
Avuta comunicazione di poter avviare Steel e Nathan [due prigionieri inglesi accolti dalla scrivente] verso la linea per farsi passare oltre, mi metto in cerca di una guida e coadiuvata dalla signorina Clelia D'Inzillo ed a tramite di Natale Morelli da Tempera, la trovo nella persona di una slava (tale Mirko). Partono la sera del 4 marzo1944 assieme ad un altro prigioniero, Joseph Bois (che è stato 7 mesi in casa della signora Di Carlo) e riescono a passare la linea. […] Si unisce al loro ritorno in Aquila pure lo slavo Panto Cemovic (prigioniero di guerra). Rifornii i 3 prigionieri di denaro, viveri indumenti proteggendoli amorosamente.
Ćemović viene, però, ancora scoperto ed imprigionato per l'ultima volta nel carcere di Collemaggio, con l'accusa di essere una spia al soldo degli Alleati. La sua tragica fine il 1° giugno 1944, dodici giorni prima della liberazione di Aquila, l'ha raccontata Goffredo Jukich, amico fraterno oltre che suo compagno di cella nel carcere militare di Collemaggio, nel suo romanzo semiautobiografico 'Uomini zero':
nel campo "oltre a terrore e paura, regnava un opprimente silenzio ed era proibito parlare o produrre qualunque tipo di suoni. Non si vedeva alcun mobile, brande per dormire o paglia per terra. Erano quattro mura, soffitto e pavimento. I prigionieri dormivano sul nudo cemento e l'unica fonte di calore, di protezione dal freddo, erano i prigionieri stessi, che si riscaldavano reciprocamente col calore del corpo. I detenuti giacevano sulla nuda terra, stretti l'uno contro l'altro, esponendo al freddo solamente i fianchi, così si tentava di esporre al gelo la superficie del corpo più piccola. Una mano si trovava tra il cemento e il corpo, e il braccio fungeva quasi da materasso. La schiena e la parte anteriore erano riscaldate e riscaldavano i corpi con i quali avevano il contatto fisico". "Fu all'ora del rancio, qualche giorno prima del trasferimento al Nord, che un giovane ventenne montenegrino fu ucciso per divertimento, per voglia di uccidere". All'urlo del SS che annunciava la distribuzione del magro pasto, Panto si precipita alla porta. "La giovane SS, che si trovava in città da quattro giorni, apparteneva a un'unità che si ritirava verso il nord; mentre riposava o faceva servizi di guardia agli obiettivi in cui si trovava alloggiata la forza nazista, bloccò Panto e fece segnò a Goffredo di avvicinarsi, ma poi, esclamando 'Ist egal [non importa, in tedesco], uscì con il montenegrino, chiudendo la porta dietro di sé. Appena due o tre minuti dopo si sentì una raffica di mitra. Un suono secco e assordante che non riuscì ad annullare un grido di dolore soffocato, e tornò il silenzio. La porta s'aprì di nuovo e s'affacciò lo stesso giovanissimo soldato che, con un dito, chiamò Goffredo e Pietro, e poi ancora un prigioniero, e ordinò loro di seguirlo. Al di là della soglia dell'edificio, giaceva supino il povero Panto in un bagno di sangue che gli usciva dalla schiena. Ai tre prigionieri si bloccarono i sentimenti e, impassibili, aspettavano di essere abbattuti, ma il soldatino ordinò al terzo prigioniero, il più robusto, di piegarsi e agli altri due di caricare il corpo sanguinante di Panto, non ancora abbandonato dall'anima, di sostenerlo ai lati e di riportarlo nella camerata. La malvagità umana certe volte può superare la stessa morte. Il moribondo fu adagiato al centro della camerata e ai prigionieri fu ordinato di fare il cerchio senza fine e girare, e girare. Nel corridoio della sentinella si era radunato tutto il plotone della guardia, c'erano giovanissimi SS e militi repubblichini che, sghignazzando e parlando come se assistessero allo spettacolo in un circo, sorvegliavano che nessuno aiutasse il povero corpo. Dopo mezz'ora di atroce agonia, il giovane corpo cessò di vivere e la morte liberò Panto dalla ferocia degli uomini. Non morì solo, fu accompagnato attimo per attimo dai suoi compagni, e nel loro animo moriva la fiducia negli uomini".
Ćemović fu sepolto a L'Aquila con una memorabile cerimonia funebre. La salma è stata traslata nel sacrario dei caduti jugoslavi a Sansepolcro ma la sua tomba resiste nel cimitero aquilano, monito ed insegnamento per le generazioni a venire.
 


IMG_sma/cemovic_tumulazione2.jpg   IMG_sma/PantoNikCemovic.jpg



Ultimo aggiornamento di questa pagina: 23 aprile 2018
Scriveteci all'indirizzo partigiani7maggio @ tiscali.it

I partigiani jugoslavi nella Resistenza italiana