Ottobre 1944: i giovanissimi
        combattenti che, nelle file della Seconda Brigata Proletaria,
        hanno preso parte ai combattimenti per la liberazione di
        Belgrado, posano soddisfatti per la foto-ricordo (dal libro:
        Pokret!, di A. Clementi, ed. ANPI Roma, 1989)

P A R T I G I A N I !

Roma, 7-8 maggio 2005



INTERVENTO DI ARMANDO MARAS




Ricordo di Giuseppe Maras

Cari amici ed amiche, cari compagni e compagne!
Dopo aver esordito, mio padre avrebbe forse guardato intorno con compiacimento, riconoscendo i volti di coloro con cui aveva condiviso tanta parte -e così importante- della sua vita.
Sicuramente avrebbe detto ironicamente che ogni anno c’è qualcuno in più che non si presenta all’appuntamento, assente giustificato, ma che non importa... la storia viene tramandata a prescindere dalla presenza fisica di chi la scrisse.
E’ la prima volta che mi capita di parlare in pubblico di mio padre, la prima e probabilmente l’ultima volta che ne faccio una sorta di commemorazione, e non sono nemmeno molto sicuro che ciò che dirò sarà una commemorazione.
Negli ultimi anni di vita ho trovato con mio padre un rapporto diverso da ciò che era stato in precedenza. Ho recuperato una dimensione più filiale della relazione. Sono riuscito a fargli persino qualche coccola. Mi piacerebbe oggi condividere con voi qualche ricordo... vedere il nostro, anzi il vostro Pino da una angolazione inconsueta. Dico Vostro perché ho intenzione di lasciarvi per intero la dimensione eroica, storica, pubblica, del personaggio. Per me è Papà, il mio papà, e tanto mi basta.
Non è certamente facile essere figli di un Eroe. Ma è facile essere figli di un Giusto.
L’attività di raccolta ed organizzazione dei cimeli storici e l’associazionismo partigiano sono stati praticamente l’unico hobby di mio padre, che io ricordi. Fin da quando ero bambino lo ho visto passare i pochi momenti liberi a studiare rubriche ingiallite e cartine. Diceva sempre che si preparava il lavoro per quando sarebbe andato in pensione. In realtà quando è stato finalmente libero dal lavoro di ufficio si è dedicato molto anche alla manutenzione della casa... chi di voi che ha frequentato Casa Maras non lo ha mai trovato intento a lucidare un tavolo o a verniciare una finestra?
Comunque, ha portato a termine la missione che si era data. Non è passato molto tempo fra il completamento dell’enorme lavoro di archiviazione e ricostruzione storica, e la sua scomparsa. Sicuramente sentiva l’esigenza di terminare il lavoro prima che le forze e la lucidità gli venissero a mancare. Oggi tutto il suo lascito: documenti originali, materiale, ricostruzioni storiche, è nel Museo Garibaldino di Porta San Pancrazio.
La vita di mio padre ha avuto un punto di frattura, una svolta decisiva, con la morte di Lina, l’amata moglie, mia madre. La prima volta in vita mia che lo ho visto piangere. Da quel momento è iniziata un’altra storia, di cui non ho voglia di parlare, scandita da un rapido susseguirsi di infarti e malanni. Voglio però dire che è proprio in quegli ultimi due anni che ho scoperto aspetti della personalità, del carattere di mio padre che fino ad allora non erano emersi. Una tenerezza rimasta nascosta sotto la scorza del Comandante.
Fin da quando ero bambino dicevo... sono cresciuto sentendo i racconti epici delle gesta dei Partigiani, della Divisione Italia. Racconti spesso ripetuti, fin nei minimi particolari, a visitatori diversi. Ma sempre ascoltati da me con avido interesse. Così oggi posso raccontare la storia di “Guardia Rosa”, o del “gatto del prete”, o la fuga dal villaggio nella notte fra le linee dei nazisti, con i bambini morti soffocati involontariamente dalle madri che coprivano loro la bocca per timore che piangessero e si facessero scoprire.
O, ancora, la storia dell’uovo sodo diviso in sette, tirando a sorte le briciole (dividerlo in otto sarebbe stato al limite meno difficile). E le marce in Bosnia. Le battaglie. Storie di fatiche, di coraggio, di fame, di determinazione, di barbarie, di riscatto e onore. Sopratutto, lo voglio dire, storie di meravigliosa solidarietà fra Uomini, con la U maiuscola.
Consentitemi di non soffermarmi a valutare, a dare un giudizio sui fatti e sulle storie che udii. Non troverei sicuramente le parole adeguate, e tanti di voi, che hanno vissuto quella epopea, possono farlo più degnamente di me.
Vi voglio raccontare la storia di “Guardia Rosa”.
Molte foto fatte nel corso degli anni, con diversi ospiti, mostrano papà sotto un quadro, che ritrae un partigiano dall’aspetto piuttosto campagnolo. In basso, vicino alla firma dell’autore, il titolo: <<compagno “Guardia Rosa”, paesano da Padova (intorno)>>
Il quadro fu dato a mio padre dall’autore, affinché lo facesse avere ai familiari dell’uomo ritratto, un partigiano suo grande amico, morto in battaglia. Ma dell’uomo nessuno sa nulla, tutti i compagni lo ricordano con il suo soprannome “Guardia Rossa” (ma per uno Slavo “Rossa” o “Rosa” suona simile...). Mio padre ha cercato a lungo, inutilmente, di risalire all’identità del personaggio. Un contadino, da un paese vicino Padova, ... ma dove? Quel quadro rappresentò sempre per papà una sconfitta, fu un suo cruccio quello di non aver potuto riportare “Guardia Rossa” ai suoi cari.
Un giorno io ed i miei fratelli, vedendolo continuamente alla scrivania alle prese con grandi libroni (i famosi ruolini dei reparti) decidemmo di modernizzare l’attività, e gli regalammo un computer, uno dei primi personal computer che cominciavano ad essere prodotti. Era uno strumento rudimentale, non consentiva di produrre stampe, per esempio. “L’informatica entra fra i Partigiani” scrisse lui con tono trionfante in un articolo scritto per una rivista. Ma tornò ben presto ai quadernoni scritti con calligrafia minuta ed ordinata.
La guerra aveva insegnato a Pino la rinuncia ad ogni tornaconto personale, e l’intransigenza verso se stessi prima che verso gli altri. Subito dopo la fine della guerra un qualche Ministero lo aveva incaricato di pagare i soldi arretrati ai suoi soldati. Gli avevano dato un sacco con i soldi... si proprio un sacco come quello della befana. Raccontava che, finita la distribuzione, era rimasto parecchio denaro. Così aveva girato per vari uffici ... “scusate, avrei questo denaro che mi è avanzato...” ma tutti gli dicevano “non possiamo riprenderlo, ormai è stato stanziato e la contabilità non si può modificare...” Fin quando trovò qualcuno che gli disse “bravo, signor Maras!!! lasci pure qui che ci penso io...” A questo punto del racconto una smorfia gli increspava le labbra, un po’ il disgusto verso il furbo di turno, un po’ forse la mesta constatazione che lui furbo non era e mai lo sarebbe stato, in quel modo. Avrebbe continuato tutta la vita a sudarsi il pane onestamente. Felice di sapere che non avrebbe mai dovuto abbassare gli occhi davanti a nessuno. Era questa la sua stella polare. Non avrebbe mai, mai voluto deludere coloro –ed erano tanti- che lo consideravano un esempio, che avevano creduto in lui.
La storia era iniziata all’indomani dell’8 Settembre 1943. Si trovava già in Yugoslavia, però stava combattendo dalla parte sbagliata. Raccontava spesso dello sbandamento dei suoi commilitoni quel giorno, della fuga di molti ufficiali e comandanti. I Partigiani avevano detto ai soldati italiani “non vi odiamo, non vi facciamo prigionieri; se volete combattere con noi siete i benvenuti e sarete nostri pari; se volete cercare di tornare a casa vi indicheremo la strada, ma dovrete lasciare a noi tutto l’equipaggiamento, le armi, i cappotti”. Lui non volle cedere il cappotto, e scelse di restare. Ma del “prima”, del periodo antecedente l’8 Settembre, non ha parlato mai. Non ne so nulla. Non una fotografia, non un ricordo.
Il periodo delle celebrazioni post-belliche è anche esso ricco di aneddoti. Amava partecipare ai viaggi rievocativi, amava incontrare i compagni yugoslavi di un tempo, tornare nei villaggi e sui sentieri che aveva calcato alla testa della sua Divisione. Raramente si sottraeva ad un invito per parlare, per rievocare. Il tempo era passato, la tecnologia galoppava. Gli regalammo un computer vero, per potersi creare un archivio di discorsi ed articoli, in modo da avere la possibilità di scrivere facilmente... Macché, continuò ad usare la vecchia macchina da scrivere, fogli bianchi e carta-carbone, pestando i tasti con due sole dita ... ma velocissimo!
Di tutti questi incontri rimane fra l’altro una imponente documentazione fotografica. Naturalmente in quasi tutte le foto compare anche Lina... chi ha partecipato lo ricorderà bene... Dopo vani tentativi iniziali di sottrarsi a questa affettuosa ma attenta e costante presenza, l’eroico combattente rinunciò a questa battaglia, e Lina divenne una Partigiana adottiva.
Non ha avuto una vita facile, Pino. Trovarsi a 22 anni alla testa di 5000 uomini a combattere per la libertà ti lascia il segno. Un passaggio dalla fanciullezza alla consapevole maturità. Però diceva sempre di non volersi lamentare. Si considerava un uomo fortunato, in qualche modo. Solo che la fortuna lo aveva assistito in maniera ... poco tradizionale.
Era inciampato nell’unica mina tedesca difettosa, che non era esplosa. Un’altra volta si era trovato in un campo, ed aveva visto gli abitanti del villaggio venire verso di lui urlando e sbracciandosi. Capì che gli dicevano di stare fermo. Era nel mezzo di un campo minato. Un’altra volta ancora gli era esplosa vicino una mina, mentre marciavano in fila. Il compagno due posizioni avanti a lui aveva avuto una gamba tranciata; quello davanti a lui era morto sventrato; a lui una scheggia aveva fatto volare via il cappello... Due anni di guerra partigiana, e neanche un graffietto... no, non c’era proprio da lamentarsi!
Ed una volta, vinto dalla stanchezza, dal freddo e dalla fame, si era seduto appoggiato ad un albero, chiedendo agli altri di andare avanti ed aspettando la fine... Ma qualcuno era tornato dopo pochi minuti a prenderlo: erano arrivati ad un villaggio, dove potevano rifocillarsi e riposare!
La guerra è finita, la vita ha continuato a scorrere inesorabilmente, il diario del Comandante è arrivato all’ultima pagina.
Sono ormai 3 anni che Pino ci ha lasciati, ma il suo ricordo è vivo in coloro che lo hanno conosciuto ed amato: i suoi figli, i suoi amici, i suoi Partigiani.
Vi ringrazio per avermi dato l’opportunità di ravvivare i miei ricordi, per avermi consentito di tornare bambino per qualche minuto, e di aver reso possibile la piccola magia di sentirmi ancora per qualche attimo vicino a Lui.


alle
                esequie di Tito (Belgrado 1980)

Giuseppe Maras (in primo piano) alle esequie di Tito, Belgrado 1980








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P A R T I G I A N I !
Una iniziativa internazionale ed internazionalista
nel 60.esimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo

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