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VINCENZO COLAIANNI


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Vincenzo Colaianni, chiamato alle armi nel marzo del 1942 con la classe di leva 1923, (1) dopo poco più di un anno venne inviato col 10° Reggimento artiglieria a presidiare l’isola di Rodi, assegnata all’Italia con il trattato di Losanna del 1923.
Avrà pochi mesi per familiarizzarsi con la condizione di occupante di un territorio straniero che si troverà coinvolto nella dissoluzione dell’esercito italiano seguita all’8 Settembre. Dopo una prima resistenza dell’esercito italiano alle truppe tedesche, Colaianni venne preso prigioniero nel corso dei combattimenti del 9 settembre e recluso in uno dei centri di raccolta trasformati da subito in veri e propri campi di concentramento. Come gli altri italiani, tra i quali Alessandro Natta con il quale avrebbe condiviso, una volta tornato in patria, idee e militanza politica, fu sottoposto alle continue richieste di adesione al rinato fascismo ed all’esercito nazista, ogni giorno più minacciose. (2) Il giovane artigliere di Barisciano fu tra coloro che non cedettero alle minacce ed alle pressioni materiali e psicologiche, e quindi trasportato sulla terra ferma in condizioni disumane, senza potersi nutrire, sino all’approdo al Pireo» (3)
Dalla Grecia i prigionieri venivano trasportati a piedi verso campi di concentramento in Jugoslavia per essere poi trasferiti verso i lager dell’Europa centrale.

Nel corso della conquista di Belgrado, nell’ottobre 1944, i partigiani jugoslavi poterono liberare dai campi di smistamento nei dintorni della capitale i prigionieri italiani reclusi, tra i quali dovette trovarsi Colaianni, ai quali si spalancava la possibilità del rientro in patria, attraverso Dubrovnik, dove era stato allestito un centro di raccolta di militari e prigionieri italiani attrezzato dal Regio Stato Maggiore per organizzarne il ritorno a casa essendo la Jugoslavia meridionale ormai liberata dalla presenza delle truppe germaniche. Benchè provato dalle sofferenze subite il giovane caporale fu tra quanti decisero di confluire nel Battaglione Garibaldi che affiancava l’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo nella guerra contro l’occupante nazifascista. Affrontò così nuovamente i rigori di un inverno particolarmente rigido senza adeguato equipaggiamento e i sanguinosi combattimenti nel teatro delle operazioni sul fronte della pianura dello Srem, dove il comando tedesco del Gruppo d'armate E aveva organizzato solide linee difensive schierate tra i fiumi Sava e Danubio, fino al 13 aprile 1945 quando fu piegata anche l’ultima linea di difesa nemica. L’8 maggio i partigiani italiani entravano con la 1ª Divisione proletaria a Zagabria accolti festosamente dalla popolazione e qualche tempo dopo la formazione italiana veniva sciolta ed i combattenti rimpatriati. Colaianni poteva così ripresentarsi a casa dai suoi, irriconoscibile con la barba lunga ed i calzoni tenuti insieme da fil di ferro, un proiettile ormai naturalizzato dentro il braccio sinistro e con il vessillo garibaldino ed il tesserino ben stretti con sé. (4)

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Note
(1) Nato a Barisciano (AQ) il 29 novembre 1922, era stato dichiarato rivedibile nella chiamata alle armi dell’anno precedente.
(2) Dagli atti della Commissione delle Nazioni Unite risulta che i prigionieri italiani erano sistematicamente maltrattati e torturati dalle truppe naziste che utilizzavano «a questo scopo la deportazione, le restrizioni alimentari, le minacce e le percosse specie verso coloro che propagandavano idee contrarie». AUSSME, relazioni, b.2129, fs. A/2/5 e B/1/27 in P.Iuso, La resistenza dei militari italiani nelle isole dell’Egeo, Roma, Rivista Militare, 1994, p.286. Il responsabile dell’intero settore dell’Egeo Orientale, il generale Otto Wagener, verrà condannato quale criminale di guerra dal Tribunale Militare Alleato a 18 anni di carcere.
(3) E’ proprio Natta a darne una descrizione eloquente: «Nelle stive alcuni energumeni, armati di bastoni, stipavano fino all’inverosimile gli italiani via via che giungevano. Il carico era enorme: si stava in piedi uno accanto all’altro, stretti e pigiati, senza possibilità neppure di muoversi, e già dai primi momenti l’aria era diventata irrespirabile […] si giungeva in fondo una vera tomba fra le pareti d’acciaio con le mani sanguinanti […] senza luce, senza aria, gli uni ammassati sugli altri,  senza poterci muovere nel lezzo che diveniva di momento in momento più orribile […] e così le stive si tramutarono in una specie di fetida cloaca». A. Natta, L’altra Resistenza, Torino, Einaudi, 1997, pp.37-43.
(4) Testimonianza orale del figlio Mauro Colaianni.

Pagina a cura di Riccardo Lolli


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