P A R T I G I A N I !

Roma, 7-8 maggio 2005





INTERVENTO DELLO STORICO ANGELO DEL BOCA,

ORATORE UFFICIALE ALLA COMMEMORAZIONE DEL 59° ANNIVERSARIO DELL'ECCIDIO DI FONDOTOCE

Cari Amici!

sono passati quasi sessant'anni da quel terribile 20 giugno 1944 ed
ancora oggi si stenta a credere che un popolo civile come quello
tedesco che ha dato i natali a kant, a Goethe, a Schiller, a Thomas
Mann, possa essersi macchiato di questo e di altre migliaia di crimini,
in Italia e in Europa. Sembra impossibile che un paese che ha ascoltato
la predicazione di un geniale riformatore religioso come Martin Lutero,
che si scagliava contro il mercato delle indulgenze per proclamare il
primato della fede, abbia perso completamente la fede in Dio e negli
uomini, per ritornare ai riti pagani di Odino e del Walhalla, e per
sprofondare nella peggiore barbarie, nella quale sarebbe stato
possibile concepire persino l'Olocausto. Eppure ciò è accaduto. Qui. in
questa vasta sana affossata. ai confini tra il Verbano e l’Ossola, la
generazione educata da Hitler ha voluto darci un esempio di come si può
creare l'inferno in terra, con tutti i suoi gironi, ì suoi tormenti, i
suoi spasimi.

Se noi ripercorriamo la via crucis dei 43 partigiani, che ha inizio
dalle cantine dell'Asilo infantile di Malesco, ci accorgiamo che i
nazisti intendono inscenare uno spettacolo, il più odioso e macabro
possibile, per ricordare alle popolazioni della regione, che hanno
osato sfidare il soldato tedesco, che esso è intoccabile ed impunibile,
in quanto appartiene ad una razza superiore, destinata a governare
l'Europa e forse, col tempo, anche l'intero pianeta. Che egli appartenga
al popolo eletto, all'Herrenvolk, lo scandisce la precisa disposizione del
feldmaresciallo Albert Kesserling: per ogni tedesco ucciso debbono
pagare con la vita dieci italiani.

Sono le ore 15 del 20 giugno quando un reparto di SS preleva dalla
cantina di Villa Caramona, ad Intra, i quarantatrè partigiani delle
formazioni "Mario Flaim", "Cesare Battisti" e "Giovine Italia"
rastrellati in VaI Grande. E subito ha inizio lo spettacolo, secondo
una regia malvagia. In testa alla colonna vengono posti il tenente Ezio
Rizzato, dal volto "orribilmente tumefatto per le percosse ricevute"
riferirà un testimone;
Cleonice Tomassetti, che si è attirata l'odio degli aguzzini per aver
invitato compagni a morire con dignità; e due altri partigiani che
reggono un cartello, che recita: "Sono questi i liberatori d'Italia
oppure sono banditi?". Seguono gli altri condannati; a morte, sotto 'la
stretta sorveglianza dei nazisti. È una giornata particolarmente afosa
e il cammino da Intra a Fondotoce è lungo, sembra infinito. Quasi tutti
i partigiani recano i segni delle violenze e delle torture subite a
Malesco e a Intra. Alcuni hanno il viso coperto di sangue,
irriconoscibile. Altri camminano a stento per le percosse ricevute agli
arti inferiori. La colonna lascia Intra, attraversa Pallanza, poi Suna
ed infine l'abitato della frazione di Fondotoce. Se i nazisti contavano
su di uno spettacolo ammonitore, tale da ricordare per secoli il furore
tedesco, debbono ricredersi. Le strade sono deserte. I cascinali sbarrati.
Le finestre chiuse. La nostra gente osserva si il corteo dei morituri,
ma di nascosto, Soffre e prega. La marcia della morte dura tre lunghissime
ore. Alle 18 la colonna giunge sul greto del canale che allaccia il lago di
Mergozzo al lago Maggiore.
E il luogo scelto dai nazisti per la strage. Qui i quarantatrè
partigiani vengono avviati al plotone di esecuzione tre per volta.
Tutti si comportano in modo ammirevole, a cominciare dall'umile
Cleonice Tomassetti, che cade gridando "Viva l'Italia libera". Il tragico
cerimoniale dura un'ora.
Poi i colpi di grazia. Dai quali si salva Carlo Suzzi, seppure ferito
in più parti.

Di questo episodio, uno dei più gravi dell'occupazione tedesca,
dobbiamo conservare per sempre la memoria. Senza dimenticare un solo
particolare, una sola brutalità, un solo gesto dì riscatto.

Ci aiutano a ricordare i versi, bellissimi, di Dante Strona:

Fondotoce / una parola lunga, come respiro / per un sonno di pace / su
cuscini d'alghe / sul muro dei fucilati /  il capelvenere dei vent’anni /
al tramonto, l'onda si colora / come quel giorno.

Degli aguzzini del 20 giugno 1944, ed erano tanti, si sono perse
ovviamente le tracce. Molto probabilmente la storia del loro crimine è
contenuta in uno dei 695 fascicoli gelosamente custoditi per decenni
nell"'armadio della vergogna". Come è noto, pochissimi processi furono
celebrati nel dopoguerra contro i criminali nazisti. I generali von Mackensen
e Maltzer, incriminati per la strage delle Fosse Ardeatine, furono condannati
alla pena capitale, presto commutata nell'ergastolo. Ma nel 1952, tanto von
Mackensen che Kesserling, venivano rimessi in libertà. E noi, oggi, sappiamo
anche il perché. Come hanno riferito gli storici Filippo Focardi e Lutz
Klinkhammer, la diplomazia e il Governo italiani decisero di limitare
le rivendicazioni nei confronti dei criminali di guerra tedeschi per
paura che un'azione energica contro i tedeschi si ritorcesse a danno
dell'Italia, impegnata a proteggere i propri cittadini reclamati per
crimini di guerra da Stati esteri (in prima fila, dalla Jugoslavia)".
Mai baratto fu più odioso ed immondo. Ma non era che il principio. Chi
è avanti negli anni, come chi vi parla, ricorderà benissimo che nei
primi anni del dopoguerra furono istruiti moltissimi processi contro i
partigiani, mentre una sciagurata amnistia mandava assolti migliaia di
criminali. fascisti e nazisti. Non mancarono neppure i tentativi per abbattere
la Repubblica nata dalla Resistenza.
Il più clamoroso fu quello del governo Tambroni, d'intesa con i
neofascisti del Movimento Sociale Italiano, per fare dell'Italia una
copia della Grecia dei colonnelli.

Falliti i golpe contro la Repubblica (non va dimenticato quello di
Junio Valerio Borghese, già comandante della X° Flottiglia MAS e
alleato di Hitler nei seicento giorni di Salò), sì tentava di nuocere
all’epopea della Resistenza con mezzi più subdoli e malvagi. Ad
esempio, riducendone il valore sotto il profilo militare, sminuendo il
suo apporto alla vittoria finale, anche se il primo a riconoscerlo e ad
apprezzarlo era lo stesso generale americano Mark Clark, comandante in
capo delle forze alleate in Italia.

Per chi le ha dimenticate, le sue parole di elogio, pronunciate il 30
aprile subito dopo la sua entrata nella Milano liberata dalle forze
partigiane, vogliamo oggi ricordarle:

"Patrioti ora che la guerra è finita, sento il dovere di rivolgere a
voi che con la vostra azione avete tanto contribuito al conseguimento
della vittoria, il mio profondo compiacimento. Siete stati degni delle
nobili tradizioni lasciate in retaggio dai martiri e dagli eroi del
Risorgimento. Avete dato alla causa della civiltà democratica tutto
quanto era in vostro potere. Ciò non sarà dimenticato".

Non sono parole di circostanza. E neppure dettate dall'emozione. Uomo
di guerra, abituato a muovere sui vari fronti centinaia di migliaia di
uomini ed a valutare le perdite nella fornace di una guerra moderna, il
generale Clark sa perfettamente che cosa significano 44.720 partigiani
uccisi e 21.168 invalidi. Sa che è stata una guerra di popolo, una guerra di
liberazione dallo straniero, che ha mobilitato 364.773 fra partigiani
combattenti e patrioti. Ossia il più vasto e spontaneo movimento
popolare che la storia d'Italia ricordi.

Il generale Clark è anche in grado di valutare lo straordinario apporto
della Resistenza nelle operazioni di antisabotaggio e nella difesa
dell'apparato produttivo. Le centrali idroelettriche dell'Ossola
vengono poste in salvo grazie ai partigiani. E sono ancora i partigiani
a salvare il porto di Genova, che genieri del generale Gunther Meinhold
avevano minato. Questi fatti, queste cifre, vengono troppo spesso
dimenticati. O addirittura contestati, contro ogni evidenza.

Un altro modo di denigrare il movimento partigiano è quello di
enfatizzarne le supposte fratture e rivalità. L'eccidio di Porzus, ad
esempio, viene spesso usato a questo scopo, dimenticando che
l'increscioso episodio di Porzus è un caso isolato e scontato in una
guerra per bande che ha coinvolto alcune centinaia di migliaia di
combattenti di tutte le estrazioni sociali. Per fare un paragone si
pensi alla guerra di liberazione dell'Algeria, che ha mobilitato meno
dì un terzo delle forze partigiane italiane e che ha causato, per
dissidi interni al Fronte di Liberazione Nazionale e relative purghe,
ben 13 mila morti.

Ma il compito del revisionismo storico, che da mezzo secolo infuria nel
nostro paese, con la pretesa dì ristabilire la verità su quel periodo
storico, è proprio quello di offuscare e dì distruggere l'immagine
radiosa della Resistenza con limitazioni e calunnie. "Ma quando una
causa è stata difesa con così possente lotta di popolo - scriveva Cino
Moscatellì nel 1958 - questa causa non muore. Lo spirito garibaldino non muore.
Esso animerà sempre i figli migliori della terra nostra finché ci siano
tenebre da fugare, servitù da abbattere, ingiustizie da vincere".

Da qualche tempo si assiste anche ad una nuova manovra, altrettanto
subdola e da respingere con fermezza. Si tratta della pretesa di
equiparare i partigiani ai militi di Salò, e ciò in base alla
considerazione che entrambi gli schieramenti hanno combattuto per la
stessa patria e molti, nei due campi, si sono sacrificati per essa. Il
risultato di questa equiparazione - si sostiene a destra, ma non soltanto a
destra - è la riconciliazione fra i partigiani e i "ragazzi di Salò" una
riconciliazione che dovrebbe porre fine a sessant'anni di polemiche, di
scontri, di incomprensioni. Anche se sono passati sessant'anni dai
giorni della Resistenza e i nostri animi sono sicuramente più inclini
al perdono e alla comprensione, una tale proposta non può che essere
respinta. Perché si tratta di una proposta insostenibile, antistorica e
soprattutto ingiusta.
Non si può porre sullo stesso piano i partigiani, che si sono battuti
per cacciare dall'Italia il tedesco invasore e per riportare nel paese
le istituzioni democratiche abbattute dalla dittatura fascista, e i
"ragazzi di Salò" e i loro padri, che hanno combattuto per ridare fiato
al fascismo e per mantenere l'Europa sotto il tallone nazista. Non si
può mettere sullo stesso piano vittime e carnefici, combattenti per la
libertà ed alleati dei creatori dei lager di sterminio

Con quale coraggio si propone oggi una riconciliazione quando ogni
giorno si verificano in Italia episodi di intolleranza, di teppismo, di
antisemitismo. Soltanto negli ultimi mesi sono state profanate le tombe
e le lapidi commemorative di partigiani a Torino, Modena, Genova,
Coreglia Ligure, Mira Taglio, Cernobbio e al sacrario della Benedicta.
Per non parlare delle scritte di matrice neofascista e delle svastiche apparse
a Roma, Milano, Treviso, Pistoia, Cesena, Lucca, Ameglia, Montebelluno di
Treviso e in altre decine di località. E lungo sarebbe l'elenco delle
aggressioni neofasciste, culminate a Milano, il 17 marzo, con
l'uccisione del giovane antifascista Davide "Dax" Cesare e il ferimento
di Antonino Alesi. Ma non basta. Don Gianni Baget Bozzo noto
consigliere del premier Berlusconi, e alcuni parlamentari di Forza
Italia e di Alleanza Nazionale hanno in animo di presentare una
proposta di legge per abolire la festa del 25 aprile, con l'assurda
giustificazione che la lotta di liberazione non sarebbe stata un
movimento popolare ed avrebbe anzi diviso la coscienza nazionale. La
proposta non è ancora arrivata in parlamento, ma ciò che è accaduto il
25 aprile scorso e nella vigilia sembra una prova generale per la sua
abolizione. Per cominciare, a Treviso, il vecchio partigiano Agostino
Pavan è stato bersagliato dai leghisti con monetine mentre teneva il
discorso ufficiale. A Roma, il portavoce di Forza Italia, Sandro Bondi,
ha sostenuto che la responsabilità delle stragi naziste, quella di
Marzabotto in testa, ricade sui partigiani "che hanno radicalizzato lo
scontro con i nazisti in ritirata". Per finire, all'invito del presidente Ciampi
di recarsi in Quirinale a festeggiare il 25 aprile, il Premier Berlusconi ha
disertato la cerimonia con la scusa banale che aveva problemi ad una
mano. Non c'è alcun dubbio. E ormai chiaro che si tende a tagliare il
legame tra antifascismo, Resistenza e Costituzione. Anche se la proposta
di abolire la ricorrenza del 25 aprile non dovesse passare, per la decisa
opposizione delle forze democratiche del paese, è comunque evidente
l'intento di seppellire, anno dopo anno, questa gloriosa data sotto un velo
di neutralità, sino a renderla insignificante.
Ma noi siamo convinti che esistono ancora nel nostro paese forze sufficienti
per impedire quest'ultimo oltraggio.
E vorremmo che oggi, qui, in questo luogo che ha visto il sacrificio di
42 eroici partigiani, prendessimo tutti insieme l'impegno di difendere la
memoria della lotta di liberazione, quella lotta che, come ha precisato
l'ex capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, non può, nè deve essere
riscritta, perché in essa affondano le radici della nostra democrazia.

Vorremmo concludere questo intervento citando un brano del manifesto
che il capitano Filippo Maria Beltrami fece affiggere in Omegna
nell'ultima notte dell'anno 1943. Dice il testo:

"E allora il popolo ha il diritto di gridare, deve gridare: BASTA!
Basta con queste infamie, basta con questi massacri. E questo grido che
già gonfia i petti sia raffica di vento che tutto spazzi, tutto
distrugga davanti a sé. Terribile diventi la nostra ira, l'ira di tutta
la nostra gente martoriata ed oppressa. Viva l'Italia!"

Quando il "capitano" stila questo manifesto, mancano soltanto 34 giorni
alla sua morte gloriosa a Megolo. E si può capire la sua ira, le sue
parole di fuoco, l'invito a gridare: BASTA! Oggi la situazione nel
nostro paese è sicuramente meno drammatica. Non c'è alcuna guerra in
corso. Non c'è alcun nemico straniero che occupa le nostre contrade.
Non ci sono avvisaglie di una guerra civile. E tuttavia ci sono troppe
anomalie nel nostro paese, troppi attentati alla Costituzione, troppo
disprezzo per le regole fondamentali della democrazia, perché si possa
vivere nella serenità e nella fiducia nell'avvenire. C'è in molti di
noi che hanno partecipato alla guerra di Liberazione, una profonda
inquietudine, una sconfinata amarezza, un senso
di impotenza che ci opprime. Ed anche - lo confessiamo - un poco di
quell'ira che il capitano Beltrami avvertiva. Una sana, giustificata,
troppo a lungo repressa ira. Ed anche la voglia prepotente di gridare:
BASTA!

Angelo Del Boca


(Fonte: COMITATO DI UNITÀ ANTIFASCISTA E ANTIMPERIALISTA - OLEGGIO
Fotocop. in proprio Via S. Maria, 11- 28047 OLEGGIO (NO)
e diffuso sulla lista:  Linea-Rossa @ yahoogroups.com )






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Una iniziativa internazionale ed internazionalista
nel 60.esimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo

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