P R O F I L
I
BIOGRAFIE E RITRATTI
DI ALCUNI COMBATTENTI
PER LA LIBERTÀ ORMAI DECEDUTI
(in ordine alfabetico)
Saremo
grati
per tutte le segnalazioni, che aggiungeremo volentieri
Alcuni profili di
partigiani di diversi paesi si possono leggere
alle
pagine del nostro PROGRAMMA
e delle
nostre ADESIONI
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L'"AFFICHE ROUGE"
Per non dimenticare
Il
21
febbraio 1944, 23 membri della resistenza comunista – FTP-MOI
(Francs
Tireurs et Partisans – Main d’œuvre Immigré)
furono
giustiziati sul Mont Valerian. Il processo a questo gruppo
(noto come
gruppo Manouchian dal nome del leader della sezione parigina,
il poeta
e attivista armeno Missak Manouchian), durato un solo giorno,
fu
oggetto di una vasta campagna sulla stampa collaborazionista.
La
ragione di questo violento attacco da parte dei giornali del
potere
è semplice : dei 23 membri, 20 erano
stranieri e fra
questi c’erano 11 ebrei. L’obiettivo era di usare il gruppo
Manouchian
per dipingere la Resistenza come un affare comunista e
ebraico.
La campagna raggiunse il suo
apice
con la pubblicazione e l’invio in tutta la Francia, nei giorni
successivi l’esecuzione, dell’Affiche Rouge : il
manifesto
chiedeva « Liberatori ? » e sotto
le foto di
treni deragliati e corpi crivellati rispondeva
« Liberazione
con le armi del crimine ».
Più importante,
soprattutto
dal punto di vista dei nazisti, le dieci foto di altrettanti
attivisti,
ciascuna accompagnata dall’elenco dei
« crimini » : Manouchian, armeno, capo del
gruppo, 56
attacchi , 150 morti, 800 feriti.
La vicenda ha dato origine a
varie
polemiche sul ruolo del PCF in questa vicenda :
perché nel 1944 il partito comunista francese
lasciò a
Parigi solo questo gruppo
« internazionale »
(FTP-MOI), provvedendo a spostare altrove la resistenza
francese
(FTP) ? Fu una scelta intenzionale o dettata dalle
circostanze, nella misura in cui il FTP-MOI era più
attivo e
organizzato, dunque più adatto a restare in prima
linea?

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I membri
italiani del gruppo erano :
Rino
Del
Negro
Spartaco
Fontano
Cesare
Luccarini
Antonio
Salvadori
Amedeo
Usseglio
Per
approfondire :
. Henri
Noguères
: Histoire de la
Résistance
en France, de 1940 à 1945, Paris, R. Laffont, 1967-1981, 5
vol., t. 4, pp.
373-375
. Jacques
Ravine : La
Résistance
organisée des
Juifs en France, 1940-1944, préf. de
Vladimir Pozner, Paris, Julliard, 1973,
316p.
. Philippe
Garnier
Raymond : L'Affiche
rouge,
Paris, Arthème Fayard, 1975
.
Manouchian
Mélinée : Manouchian
. F.
Johannès :
Exposition Histoire de l'Affiche Rouge
.
Stéphane
Courtois-Denis Peschanski-Adam Rayski Le sang de
l'étranger,
Fayard,1989
Discografia
:
. CD de
Léo
Ferré - texte d'Aragon
Documentari
:
. CD-ROM La Seconde Guerre Mondiale,
Arte
éditions, Marc FERRO, « Histoire
parallèle »
Film
:
. L'affiche
rouge,
1976
Ulteriori informazioni e contatti presso il
Circolo dei Garibaldini
20, Rue des
Vinaigriers
75010 Parigi
(X arrondissement, vicino al Canal St Martin;
Metro Jacques Bonsergent) |
ANDREA
BENCICH
"DA MUGGIA A ROVIGO"
Andrea Bencich è nato
a
Muggia nel 1910, e descrive nella sua autobiografia (uscita
nel 1988)
"DA MUGGIA A ROVIGO":
La gente di Muggia
era orientata a sinistra anche prima della prima guerra
mondiale e vi
erano assai diffuse le lotte operaie, di tipo socialista,
sindacali e
politiche, alle quali prendeva parte anche mio padre... mia
madre
proveniva dal piccolo paese di Slope,
sull'altipiano
carsico
ai confini della zona morenica dei Brkini, paesino che ha
dato
molti partigiani e molte vittime, durante la
seconda
guerra
mondiale, nella lotta contro il nazifascismo, tra le quali
anche mio
cugino Pocekaj. Di lì a pochi anni la mia famiglia si
trasferì da Muggia a Tublje, un centro agricolo sul
pianoro
carsico interamente sloveno etnicamente, la cui popolazione
era
composta da ventisei famiglie tutte dedite
all'agricoltura... Pure i
tubeljci erano di orientamento di sinistra...
Andrea Bencich non si
trasferì in Italia, ma dopo sei anni trascorsi nel
carcere di
Stremska Mitrovica (dove fu rinchiuso per attività rivoluzionaria e
dove
"frequentò l'università dei rivoluzionari", un
suo
insegnante era quel Moša
Piade
condannato a trenta
anni) fu
"liberato" nel 1939 ed espulso in Italia. A questo proposito
Bencich
scrive:
Ma il tempo
trascorreva inesorabile e si avvicinava sempre di più
la data
dell'undici giugno del 1939, giorno in cui finiva la mia
detenzione
iugoslava. E arrivò anche quel giorno. Alle ore 11 mi
chiamarono
nella direzione e il direttore del carcere, scherzando, mi
disse di
sedermi e di bere un caffè poiché loro
volevano essere
esatti: poiché fui arrestato alle ore 11.30, sei anni
prima, mi
avrebbero lasciato alla medesima ora. Così fu. Ma
fuori del
carcere mi aspettavano dei gendarmi jugoslavi che avevano il
compito di
condurmi sino a Lubiana. Mi misero le catene ai polsi, senza
stringerle
troppo stavolta, e mi condussero a Lubiana dove mi
consegnarono alla
questura. Fui preso in consegna da due alti funzionari della
polizia
che mi interrogarono circa la vita del carcere e circa il
mio avvenire.
Mi proposero di non espellermi in Italia a condizione che io
rinunciassi ad essere comunista. Rifiutai. Poi , un
poliziotto mi
condusse a Rakek, stazione alla frontiera con l'Italia.
Così,
dopo sei anni di carcere e dieci anni da quando ero entrato
in
Jugoslavia, facevo la medesima strada nel senso inverso e in
condizioni
ben diverse. Non posso dire che ero allegro ma neppure
abbattuto
più di tanto poiché era in me la ferma
determinazione di
mantenere la promessa che feci ai compagni di Sremska
Mitrovica e al
compagno Kersovani,
(Otokar
Kersovani, nativo di Pola, giornalista molto colto, parlava
quattro
lingue e nel 1942, i fascisti croati lo sgozzarono come un
agnello ndr)
il
giorno
dell'addio, cioè che sarei stato comunista in
qualsiasi
circostanza che mi potesse accadere... A Rakek fui
introdotto
nell'ufficio del commissario jugoslavo di frontiera, un uomo
sulla
quarantina, dai modi civili, che parlava uno sloveno
perfetto. Mi
offrì anche lui il caffè, e mi promise di non
espellermi
in Italia, dicendo che a lui ripugnava farlo, ma a
condizione (la
stessa di Lubiana) che io rinunciassi con una dichiarazione
scritta a
considerarmi comunista.
Risposi,
senza
jattanza ma fermamente, che io mai avrei fatto una cosa del
genere e
che lui, anche se gli dispiaceva, facesse pure il suo
dovere. Il
commissario per tutta risposta mi disse: "Vorrei avere fra i
miei gente
come lei". Al che io risposi: "Non potete averla
poiché non
avete i nostri ideali". Mi strinse la mano e mi fece
condurre oltre
frontiera... Al commissariato italiano mi tolsero le catene
jugoslave e
mi misero quelle italiane; poi, sotto scorta di due
carabinieri, mi
condussero a Trieste in treno...
Quindi da un carcere
jugoslavo ad
uno italiano, dopo l'otto settembre Andrea Bencich
partecipò
alla Resistenza nella città di Bologna, alla fine della
guerra
andarono a fargli visita a Bologna due dirigenti del partito
comunista
jugoslavo per fargli una proposta:
...Quando vennero da
me a Bologna i compagni Srecko Vilhar, professore di
Capodistria, che
aveva fatto vari anni di carcere a Sremska Mitrovica assieme
a me e
Anton Ukmar, pure lui da Capodistria e che fu uno dei
comandanti
partigiani a Genova
(Ukmar
che ho conosciuto personalmente è stato anche uno
degli
istruttori degli etiopi durante la loro Resistenza nei
confronti
dell'Italia fascista, ed è di origini carsoline. Ndr), durante
la guerra
contro i nazisti. Loro due mi fecero la proposta ufficiale
di andare in
Jugoslavia. Non avevo problemi a rispondere: ammiravo la
Jugoslavia e
Tito per quel che avevano fatto durante la guerra
partigiana; mi ero
formato in gran parte politicamente a Sremska Mitrovica, ma
in pari
tempo mi ero legato strettamente ai compagni e alla gente di
Bologna;
sono cittadino italiano anche se il mio cognome è
sloveno;
eppoi, la cosa più importante: non sono entrato nel
partito in
cerca di carriera comunque concepita, ma per gli alti ideali
del
socialismo in cui credevo e credo sempre, malgrado gli
errori e anche
qualche degenerazione... per cui risposi ai due compagni che
apprezzavo
altamente la loro proposta, che essa mi onorava, ma che non
accettavo
poiché non volevo che si potesse dire: in Jugoslavia,
che
Bencich è venuto qua a pappa fatta; e in Italia, che
Bencich ha
disertato, persino lui, la nostra lotta. I due compagni
hanno compreso
e apprezzato la mia decisione...
Bencich poi ne passò
di cotte
e di crude, dopo la risoluzione del Cominform sospettato di
titoismo, e
messo ai margini.
Scrive Bencich:
A Chioggia, intanto,
si tenne una riunione di partito... mi accusarono
apertamente di
titismo. Fu dimenticato, di colpo, tutto ciò che
avevo fatto per
loro: la "Socialpesca", la cooperativa delle merlettaie, il
rafforzamento organizzativo e politico del partito, il
legame con le
masse... ero appena sposato e vivevo, non mi vergogno di
dirlo, alla
giornata e ai limiti della povertà. Avevo la polizia
di Scelba
alle mie calcagna e ben difficilmente avrei potuto trovare
un lavoro,
non dico decente, ma neppure uno qualsiasi, conosciuto come
ero per un
comunista irriducibile. Andai a Rovigo... Zanelli mi
ricevette con la
cordialità di sempre e da vero romagnolo. "Non aver
paura! Vieni
a lavorare a Rovigo in Federazione. Io garantisco per te".
Altro che "sicuramente in
Italia
stava meglio"!!!
Chiudo con alcune righe della
prefazione di Elios Andreini: "Bencich
nasce cittadino austriaco e vive intensamente i drammi di
due
popoli,
lo
jugoslavo e l'italiano. Passa attraverso tre monarchie e due
fascismi,
in lui si riconoscono i segni profondi della Terza
Internazionale
comunista, da cui trae gli slanci generosi ed ideali. Assiste
a grandi
dispute e a dolorose divisioni. In carcere a Sremska
Mitrovica, trova
la sua università. Come maestri ha uomini di grande
valore, il
fior fiore della intellighenzia dei popoli jugoslavi,
destinati a
divenire i leader della Resistenza del nuovo Stato... Nel
dopoguerra se
non avesse scelto di restare italiano, avrebbe avuto una vita
parallela
in terra jugoslava ove i trascorsi politici potevano giocare
un ruolo
decisivo nella formazione dei gruppi dirigenti. Avrebbe
certamente
portato un buon contributo con il suo equilibrio, la sua
passione, la
sua intelligenza. Ma nel politico di professione che "non
sapeva
comandare" e considera il periodo più intenso e bello
della sua
vita quello del carcere in Serbia, nel compagno Bencich, con
incarichi
probabili nella Lega dei comunisti jugoslavi, sarebbe esplosa
la
nostalgia per le strade, le colline, le pause e le donne di
Bologna.
A
78 anni Bencich, in pensione, (riceveva anche una
pensione dalla
Jugoslavia per meriti rivoluzionari. Ndr) alle otto apre la Federazione
Comunista,
legge, scrive, insegna russo ad un docente di latino e
greco,
distribuisce la stampa di partito, mantiene relazioni
umane e
politiche, si cimenta negli scacchi. Il tutto avviene nella
stanza
più buia, più appartata, Più scomoda di
via Celio,
scelta quasi per vocazione e per nostalgia per spazi angusti
della sua
università, Sremska Mitrovica.
Qui
è nata anche la sua autobiografia."
Dimenticavo. Andrea Bencich
ha
dedicato il suo lavoro "a quanti, in silenzio
e senza riconoscimenti d'alcun genere, hanno sacrificato la
loro
esistenza per l'affermazione di una società libera e
democratica".
fabio
fontanof (dalla lista resistenza_partigiana @yahoogroups.com )
BRUNO BRUNETTI
di Firenze - combattente partigiano italiano in Albania
Ci ha lasciato nel 2003
WLADIMIRO CAIMMI
Da:
"Fosco Giannini"
Data: 28 ottobre 2009 8:07:14
GMT+01:00
Caro
compagno/a, ti
invio questo mio articolo apparso oggi su “Liberazione”. E’ il
ricordo
di uno straordinario compagno che ci ha lasciati pochi giorni
fa, un
partigiano, un comunista, un grande scrittore. Ero molto
legato a lui e
ci terrei tanto a farlo conoscere... se potete, se non vi
costa fatica,
fate conoscere Caimmi al più alto numero possibile di
compagni e
lavoratori, specie ai giovani.
Caimmi se
lo
meritava.
Un grande
abbraccio, Fosco
ADDIO
AD UN RIVOLUZIONARIO *
Si è spento ad Ancona Wilfredo Caimmi, partigiano,
medaglia
d’argento al valor militare nella lotta di Liberazione,
comunista,
scrittore
* da “Liberazione” di mercoledì 28 ottobre ’09
di Fosco Giannini
Lo scorso 16 ottobre il
compagno
Wilfredo Caimmi ci ha lasciati. E’ stato un rivoluzionario e
questa
parola – difficile da usare – è quella che più
di ogni
altra, pienamente, lo ritrae, non solo per la sua fulgida
storia
personale, ma anche – e forse solo chi l’ha conosciuto
può
capire – per il modo che aveva di rifiutare seccamente
l’attuale ed
egemone mercificazione capitalistica della nostra vita ( non
viveva
certo di stenti, tuttavia guai, con lui, a buttare via un
pezzo di
pane, a fargli notare che la sua giacca era lisa, che le sue
scarpe
erano quasi a bocca aperta). Nato ad Ancona nel 1925,
Wilfredo, da
liceale, parte a piedi dalla sua città per andare a
combattere i
fascisti e i tedeschi, nelle lontane colline di Arcevia. E’
stato uno
dei più amati e carismatici partigiani della Resistenza
nelle
Marche ( quando Alessandro Vaia – il leggendario comandante
Alberti,
capo della lotta partigiana per il Centro Italia – venne
ad
Ancona, negli anni ’80, chiese innanzitutto notizie del
comandante
Rolando, nome di battaglia di Caimmi ) e nel contempo uno dei
più duri e temuti – dai nazifascisti - combattenti per
la
libertà, un partigiano che univa alle insolite
capacità
di direzione politica una vera e propria maestria nell’arte
militare,
che gli valse – assieme al coraggio - la medaglia d’argento al
valor
militare nella lotta di Liberazione, cosa che pochi sapevano,
che lui
non sbandierava, che occorreva tirargli fuori con le pinze.
Caimmi era un comunista, un
leninista, come teneva definirsi; aveva militato nel Pci,
aveva lottato
contro la svolta della “Bolognina” ed è stato uno dei
fondatori - tra i più illustri - del Prc di
Ancona e in
Rifondazione è stato iscritto sino alla fine,
schierandosi
fiduciosamente per l’unità dei comunisti.
Ma Caimmi è stato
anche una
vera e propria rivelazione artistica: improvvisamente, nel
1990,
già anziano, (rielaborando antichi appunti e ricordi)
inizia a scrivere, scolpendo una dopo l’altra autentiche
gemme
letterarie, amatissime soprattutto dai giovani ( romanzi e
racconti come
Ottavo Kilometro; Al
tempo
della guerra; La notte senza topi; Con la pazienza
degli
alberi millenari;Harlem). A differenza di tanta
memorialistica
sulla Resistenza (preziosa, ma spesso priva di ambizioni e di
afflato
letterario) l’opera di Caimmi è letteratura forte,
evocatrice e
i personaggi dei suoi romanzi – come quelli di ogni scrittore
di razza
– emergono dalle pagine con una loro particolare
densità di
carne e spirito. E Caimmi non scrive solo racconti della
Resistenza: un
vero e proprio capolavoro è La notte senza topi,
ove si
racconta la dura vita degli operai del Cantiere Navale di
Ancona negli
anni del secondo dopoguerra, operai comunisti licenziati che
diventano
– per sopravvivere – contrabbandieri di sigarette e con i
soldi
guadagnati, “convincendo” i funzionari, ricomprano il loro
lavoro e il
loro prezioso status sociale e politico di arsenalotti
(costruttori di
navi) e militanti comunisti in lotta in un punto alto della
produzione.
“ Wilfredo, l’uomo indurito
dagli
eventi e dalla lotta – afferma il compagno Alfonso Napolitano,
artista,
regista teatrale e anconetano anch’egli – ci ha riservato,
negli ultimi
anni della sua vita, una sorpresa che ci porta alla mente
l’Ernesto Che
Guevara della durezza e della tenerezza: ci ha anche
consegnato – per
darle a qualche editore - delle meravigliose, tenere e
delicate favole
per bambini”.
Nel 1990 accade un fatto che
porta
Caimmi alla ribalta nazionale: da un sottoscala della sua
abitazione
esce acqua; l’idraulico chiamato dal condominio a riparare il
guasto
sfonda una parete, trovandosi di fronte ad un vero e proprio
arsenale
militare : erano le armi – fucili, pistole, decine di mauser
tolte ai
tedeschi, mitragliatrici – che il comandante Rolando, dopo la
Resistenza, non aveva consegnato e che aveva invece
accuratamente
custodito, oleato e tenuto in funzione per 45 anni,
forse
nell’illusione – all’inizio - che il Vento del Nord e la
rivoluzione
potessero proseguire e certamente nel tentativo – passati i
decenni –
che la memoria della lotta non svaporasse.
La giustizia borghese,
tuttavia, non
può conoscere, né accettare il sogno: Caimmi, a
65 anni
suonati, finisce nelle prigioni anconetane e vi rimane
chiuso –
con la sua salute incerta - per oltre sette mesi. Anche
l’Anpilocale non scherza: il comandante Rolando, la medaglia
d’argento
per la lotta di Liberazione, è espulso “ per detenzione
d’armi”.
Poi, tutto si razionalizza:
Caimmi –
ma dopo la galera – viene da tutti, compresa l’Anpi (che lo
riammette
nelle sue fila), riabilitato; il suo nome torna di cristallo e
il vasto
arsenale incidentalmente scoperto vieneorganizzato ed esposto
– per
tramandare lo spirito della lotta di Liberazione – nel museo
della
Resistenza di Falconara, vicina ad Ancona.
La lotta partigiana aveva
segnato
Caimmi nelle sue più profonde fibre, l’aveva plasmato
per
sempre; la grandezza di quei valori e il sogno della
rivoluzione non
erano mai più usciti dalla mente e dal corpo
diWilfredo, che era
secco, duro ed essenziale come i suoi pensieri. Severo e di
pochissime
parole, il vecchio Rolando sedeva – durante le riunioni
al nostro
Circolo, il “ Gramsci” di Ancona - nell’angolo
più oscuro
e lontano e negli ultimi anni, quando la discussione prendeva
una piega
che a lui non piaceva ( quella “vendoliana” del
superamento del
partito comunista ) improvvisamente - senza che nessuno
se ne
accorgesse, come un partigiano nella notte - scivolava via, in
silenzio. E la sua assenza diveniva di fatto la critica
più dura.
Il potere della giustizia
l’ha
condotto ( per fustigare un sogno) in quella prigionia nella
quale
nemmeno i fascisti erano riusciti a chiuderlo e quello della
Sinistra
l’ha mortificato duramente.
Chi l’ha conosciuto lo
sa :
Caimmi non ha avuto mai paura di tutto ciò e ha
proseguito a
testa alta la sua vita, dignitoso, sincero e solo con i
suoi cani
lupo. Poi, tutti, hanno dovuto ravvedersi.
Ciò che oggi chiediamo
al
nostro giornale, al nostro partito, al suo segretario è
di non
dimenticarsi di Wilfredo Caimmi, di venire ad Ancona a
conoscerlo, a
mettere a valore la sua storia di combattente, la sua opera
letteraria.
Come – anche in virtù della sua inconsueta e silenziosa
modestia
- egli ha ampiamente meritato.
---
*---
Caimmi fu combattente, nella
zona di
Arcevia (Marche), fianco a fianco con gli jugoslavi
sfuggiti, dopo l'8
Settembre, dai campi di
concentramento in cui gli italiani avevano rinchiuso i
prigionieri
politici delle zone occupate - a Renicci (AR), Colfiorito
(PG),
Servigliano (Fermo), Sforzacosta (MC), Fabriano (AN), e in
decine di
altri campi. Perciò,
per
questa sua esperienza diretta del carattere internazionale e
internazionalista della Resistenza, provammo a coinvolgere
Caimmi nel nostro convegno
PARTIGIANI! del 2005,
purtroppo senza riuscirci, a causa della sua età
già
avanzata. Non siamo riusciti nemmeno ad intervistarlo
più
recentemente per il nostro lavoro,
attualmente
in corso, sul contributo degli jugoslavi alla Resistenza
in Appennino
: all'ANPI di Ancona a fine maggio 2009 ci dissero che non
ci poteva
incontrare per motivi di salute. Anche per questi mancati
incontri, il
nostro rincrescimento per la sua scomparsa è
particolarmente
forte. (il
webmaster del sito PARTIGIANI!)
TERZILIO CARDINALI
Comandante dei partigiani italiani in Albania
Morto in combattimento
Marzo
2009: rimosse la lapide commemorativa e la via a Scutari!
WALTER "VAMPA" CATTER
Sinto di
Vicenza, martire dei fascisti in località Ponte dei Marmi
assieme a
Livio Gemmo,
Lino "Ercole" Festini (sinto),
Angelo Menardi,
Guido "Turchia" Molon,
Aldo Montemezzo,
Massimiliano Navarrini,
Luigi Pasqualin,
Silvio Paina
(sinto),
Renato Mastini "Giacomo Zulin" (sinto),
(vedi: "Quattro su dieci", di Irene Rui - Vampa Edizioni 2008)
FILIPPO CULTRERA
combattente partigiano in Jugoslavia
Il
9 novembre 2011, ad ottantotto anni, è venuto a mancare
il cavaliere Filippo Cultrera. Ragioniere, nato a Siracusa, si
era trasferito a Viterbo in quanto impiegato alle Poste. Nel 1943 è chiamato in
guerra sul fronte jugoslavo come caporale del Genio alpini;
l’8 settembre lo coglie in Montenegro con la Divisione
Taurinense. Fatto prigioniero dai partigiani jugoslavi,
Cultrera deciderà di passare alla Resistenza entrando a
far parte, appunto, della Divisione Taurinense - Garibaldi,
con cui salirà sino all’estremo nord della Jugoslavia.
In Croazia il suo reparto sarà passato in rassegna dal
maresciallo Tito in persona, per tributare l’eroico sacrificio
dei partigiani italiani nella Liberazione dei Balcani.
Tornerà in Italia nell’agosto 1946. Cultrera
sarà insignito di due croci al merito di guerra, mentre
Tito gli assegnerà la Spomen medalju (medaglia in
ricordo) della Repubblica federativa socialista jugoslava, in
nome dell’amicizia fra i popoli della coalizione antifascista.
Filippo, finché le
condizioni di salute gliel’hanno permesso, ha fatto parte del
Direttivo per il Comitato provinciale Anpi, di cui è
stato Vicepresidente, e ha presenziato assiduamente alle
iniziative pubbliche, in particolare alle celebrazioni del 25
Aprile. Sino all’ultimo ha voluto rinnovare l’iscrizione.
Se ne va, quindi, un
Partigiano e uno delle, ultime, figure storiche dalla nostra
Associazione.
(da una comunicazione di
Silvio Antonini, Segretario e Portabandiera Anpi Cp Viterbo)
DRASKO DINIC
Partigiano dal 1941, membro della Nova Komunisticka Partija
Jugoslavije
IN MEMORIAM
Dragomir Draško Dinić
(8.7.1907 - 16.3.2005)
Drugovi
komunisti, razvlašćeni proleterijate, juče je, 18.03.2005.
godine, iz
redova NKPJ otišao još jedan od boraca - komunista koji su
jurišali na
nebo, a u ime humanijeg i dostojanstvenijeg života radničke
klase,
kojoj su pripadali svim svojim bićem.
Sa neizmernim pijetetom i uspomenom punom poštovanja i ljubavi
prema
velikom čoveku, revolucionaru i borcu u prisustvu mnogobrojne
porodice,
članova NKPJ i prijatelja, uz počasni plotun ispraćen je
DRAGOMIR-
DRAŠKO DINIĆ na večni počinak.
Ovaj istaknuti i nepokolebljivi revolucionar, sa partijskim
stažom
dužim od sedam i po decenija, koračajući pod crvenom zastavom
borio se
za integralnu slobodu, za socijalnu pravdu, za pobedu
komunističkih
ideala.
Draško Dinić je rođen 8. jula 1907. godine u selu Donje
Konjuvce, u
Leskovačkom okrugu u porodici Nikolaja Dinića, jednog od prvaka
Socijal-demokratske partije Dimitrija Tucovića na jugu Srbije.
Nikolaj
Dinić je potom bio učesnik NOB-a od 1941. godine i narodni
poslanik.
Rođena sestra Draška Dinića bila je Narodni heroj Đuka Dinić,
koju su
Gestapo i specijalna Nedićeva policija usmrtili u Banjičkom
logoru.
Uprkos višemesečnom stravičnom mučenju u logoru ona zločincima
nije
rekla svoje pravo ime ni imena svojih partijskih saradnika. U
NOB-u je
pod nerazjašnjenim okolnostima poginuo i njen suprug Filip
Kljajić
komesar Prve proleterske brigade.
Cela porodica Dinić, njeni rođaci i bliski ljudi bili su
učesnici
revolucije.
Draško Dinić je kao dvadesetogodišnjak 1927. godine postao član
SKOJ-a,
potom i jedan od njegovih istaknutih rukovodilaca, a 1929.
godine
primljen je u Komunističku partiju Jugoslavije. Od tada je
faktički
postao profesionalni revolucionar. Obavljao je niz visokih
partijskih
dužnosti, pored ostalog rukovodio je i partijskom tehnikom, kao
i
ilegalnim komunikacijama Komunističke partije sa Kominternom, sa
partijskim organizacijama u zemlji, sa slanjem dobrovoljca u
Španiju
tokom građanskog rata u toj zemlji.
Bio je član Komisije koja je primala u redove Partije i SKOJ-a
nove
kadrove, pa je, između ostalog, sudelovao u donošenju odluke o
prijemu
u Partiju i nekih potonjih najistaknutijih članova Politbiroa.
Nažalost, mnogi od njih su kasnije izneverili komunistički
pokret,
prešli u reformizam i čak direktno u buržoaske partije. Draško
je ostao
nepokolobljiv marksista-lenjinista, prolazeći zbog takvog
opredeljenja
kroz mnogobrojna teška iskušenja koja su se povremeno pretvarala
u
golgotu.
Godine 1941. Draško je rukovodio grupom partijskih ilegalaca
koja je iz
zatvorske bolnice Gestapoa diverzantskom akcijom oslobodila
uhapšenog
Aleksandra Rankovića. Rukovodio je i mnogim drugim diverzantskim
akcijama u Beogradu i Srbiji.
Kada je pao u ruke Gestapoa i Specijalne kvislinške policije oni
nisu
znali njegov identitet pa su ga kao običnog ilegalca internirali
u
koncentracioni logor u Norveškoj. U logoru je osnovao ilegalnu
partijsku organizaciju.
Posle oslobođenja Draško je bio kadrovik, odnosno po funkciji
druga
ličnost u Ministrstvu unutrašnjih poslova sve do 1952.g. kada je
smenjen i uhapšen, jer se suprotstavio masovnom hapšenju i
slanju
komunista na Goli otok.
Draško Dinić je diplomirani pravnik. Bio je veoma obrazovan i
ideološki
kompetentan i dosledan. A za ideološku komunističku doslednost
se skupo
plaćalo i pre i posle II svetskog rata, kao i posle
kontrarevolucije od
1990, a naročito od 2000. godine. Mnogobrojne teškoće i
iskušenja nisu
ni za milimetar pokoloebali Draška Dinića u njegovoj
revolucionarnoj
aktivnosti i komunističkom opredeljenju. On je u junu 1990.
godine bio
jedan od osnivača Nove komunističke partije Jugoslavije koja
nastavlja
slavne revolucionarne tradicije KPJ iz 1919. godine, tradicije
NOB-a i
Svetskog komunističkog pokreta.
Draško je bio član CK NKPJ i, uprkos godinama koje su brojale
gotovo
jedan vek, spadao je u izuzetno aktivne i disciplinovane članove
Partije. Sve do pre nekoliko meseci, dok ga, kako je govorio
nisu
izdale noge gotovo svakodnevno je posećivao partijske prostorije
i
učestvovao na svim partijskim manifestacijama.
Draško je bio naš učitelj, uzor i ponos, naš primer i živa
enciklopedija komunističkog pokreta u Jugoslaviji i svetu. I
stoga je
uživao veliki ugled i imao veliki autoritet, mada je uvek bio
skroman,
tih, ali energičan u svakom domenu.
Draško je bio internacionalista i radovao se svakom uspehu
progresivnih
snaga u bilo kom kutku planete, a tugovao zbog poraza,
revizionističkih
zastranjivanja i drugih neuspeha komunista. Bio je u principu
veliki
optimista i sanjar, uveren u neizbežan istorijski trijumf
komunističkih
ideala i umro je u snu, ali mi njegovi sledbenici čvrsto
verujemo u
neizbežnost pobede društva zasnovanog na socijalnoj pravdi. A
socijalne
pravde nema bez socijalizma i komunizma.
Draško Dinić je bio izuzetno čestit i pošten čovek, uporan i
nepokolebljiv, čovekoljubiv, drag i dalekovid kao i ideologija
kojoj je
pripadao.
Ime i delo Dragomira-Draška Dinića ostaće trajno urezani u anale
Komunističkog pokreta u Jugoslaviji, služeći mu kao svetao
primer, uzor
i inspiracija u revolucionarnoj borbi.
Neka
je večna slava i hvala velikom revolucionaru Drašku Diniću!
Sekretarijat NKPJ
JOSEPH EPSTEIN
le " colonel Gilles " dans la Résistance,
polonais, juif, communiste. Sa vie, c'est la lutte.
Né
en 1911 à Zamosc en Pologne, il appartient ù une
famille
aisée de culture yiddish. Très jeune, il
participe,
dans les rangs du Parti communiste polonais, à la
lutte
contre !e gouvernement autoritaire de Pilsudski.
En 1932, il doit s'exiler et
choisit
la France. De 1936 ù 1939, il combat aux
côtés des républicains espagnols dans les
rangs
tics Brigades internationales et il sait que la bataille
contre
le fascisme sera longue.
A son retour il s'engage dans
l'armée française. Fait prisonnier en
1940, il est
envoyé en prison outre-Rhin, s'en évade et
rejoint
la lutte clandestine en France.
En 1942, il organise
l'ensemble des
"groupes de sabotage el de destruction " (GSD),
créés par les syndicats dans les
entreprises
travaillant pour l'occupant.
En mai 1943, après une
vague
d 'arrestation il devient le chef des FTP de !a
région
parisienne, sous le pseudonyme de colonel Gilles ".
Cette
fonction militaire lui permet d'instaurer une tactique
de
guérilla urbaine que mettent en oeuvre les Ftp-moi et
qui porte
ù l'occupant nazi des coups sévères
et
spectaculaires.
Il est arrêté !e
16
novembre 1943, à Evry Petit-Bourg, en Seine-et-Oise,
lors d'un
rendez-vous avec Missak Manouchian dirigeant militaire
régional
des Ftp-moi. Sauvagement torturé, il ne parlera pus,
jusqu'à taire son nom. Il est fusillé au
Mont
Valérien, le 11 avril I94-1, avec vingt-huit autres
résistants.
Source:
"rifondazione_paris", Sab 2 Apr 2005 20:11:16 Europe/Rome
http://it.groups.yahoo.com/group/info_prc_paris/
Inauguration de la place Joseph EPSTEIN (Colonel Gilles dans la
résistance)
Lundi 11 avril à 11h15
A l'angle de la rue des
Mûriers et rue des Partants, Paris 20ème
Allocution de
Michel CHARZAT, Maire du
20ème
Léon LANDINI,
Président de l'Amicale Carmagnole Liberté
Pierre MANSAT,au nom des
élus
communsites de Paris
Bertrand DELANOE, Maire de
Paris
Source: http://komunist.free.fr/arhiva/apr2005/pariz.html
Žozef Epštajn – Trg u srcu Pariza dobio ime
slavnog
partizanskog komandanta
Pun tekst govora Leona Landinija održanog na svečanom otvaranju
trga
Žozef Epštajn
u prisustvu najviših predstavnika Opštine Pariza, boračkih
organizacija
Francuske i velikog broja Parižana.
(prevod: Olga Darić)
Crveni
plakat Vodio je u boj heroje poput Manuhiana, partizane
doseljeničkog
odreda (M.O.I.) čije su slike zajedno sa slikama diverzantskih akcija nacisti po
hapšenju,
uoči mučkog streljanja, objavili na svom gnusnom "crvenom
plakatatu",
oblepivši njime čitav Pariz i Francusku. Taj "crveni plakat"
sa u nizu
poređanim slikama "zlikovaca" danas važi za simbol Francuskog
pokreta
(F.T.P.). Komandovao je borcima za oblast Il d'Frans, junacima
poput
Anrija Rol-Tangija i Eduara Valerana, steljlanog na
Mont-Valeranu 23.
novembra 1943.
Albert Uzulias, načelnik
Glavnog
štaba F.T.P-a imao je običaj da kaže:
"Žozef Epštajn, to je
najbolji
komandant francuskog oružanog pokreta!"
Pa
ipak je pao u zaborav! Da! zaboravljen među zaboravljenima,
zaboravljen
čak i od pojedinih najbliskijih saboraca. Šezdeset i jedna
godina od
njegovog streljanja je protekla i evo tek danas, ovim svečanim
javnim
činom, konačno počinjemo da skidamo veo zaborava. Zapostavljen
od
mnogih istoričara, nepoznat velikoj većini stanovnika
Francuske.
Stranac, Jevrejin, Komunista!
To su
verovatno razlozi zbog kojih je zaboravljen njegov odsudan
doprinos
partizanskim akcijama u Parizu i području Il d'Frans-a.
Diplomirani
pravnik, komunista i čovek koji nadasve ceni mir, Epštajn nije
bio
predodređeni vojnik a proslavio se kao nadahnuti strateg. Tom
izvanrednom organizatoru, najpreča je bila briga za živote
boraca.
Smatrao je da previše njih gine u akcijama protiv okupatora,
pa je
nastojao da što bolje osmisli odstupnicu i podršku borcima
koji su
izvodili napad. Zahvaljujući taktici koju je lično razrađivao,
mnogi od
nas ovde prisutnih saboraca, pa i ja lično, bili smo pošteđeni
sigurne
smrti. Veliki je broj nas koji mu dugujemo život pa smo stoga
dali sve
od sebe da se konačno, obznani ono što zaborav nagriza već
više od 60
godina. Ima tome 25 godina kako su članovi boračke
organizacije iz
Bataljona Karmanjol et Liberte sebi stavili u zadatak odavanje
priznanja svom drugu. Dvadeset pet godina smo obijali pragove
nadležnih
službi kako bi zasluge Komandanta Žila bile priznate i kako bi
njegovo
ime bilo i formalno slavom ovenčano. Cilj smo eto ostvarili,
danas,
zahvaljujući Opštini grada Pariza koja je izašla u susret
našim
molbama. Zahvalni smo ovde prisutnom G.dinu Predsedniku
opštine grada
Pariza, B. Delanoeu, G.đi O. Kristien, njegovom pomoćniku, kao
i svima
koji su nas podržali u nastojanjima da Žozef Epštajn dobije
svoj Trg u
Parizu. Pola Epštajn, majka ovde prisutnog Žorža, preminula je
prošle
godine, uskraćena za utešno saznanje da je čoveku kome je
život
posvetila, i formalno slavom ovenčan. Ovaj svečani čin u
povodu koga
smo se ovde okupili, mada bremenit strasnim uspomenama, nije
žalostan.
Žalosni su zaborav, nedoslednost, i nadasve, žalosno je
izdajničko
držanje, a mi ovde danas ispunjavamo reč!
Ipak treba reći i to da je
danas,
previše onih koji u sebi potiskuju uspomenu na tragičnu
mladost.
Previše je danas porodica koje u srcima još nose neprežaljenu
tugu.
Puke reči nisu dovoljne da iskažu bol za izgubljenim
prijateljima,
drugovima, braćom. Mi, koji smo preživeli epopeju
oslobodilačke borbe,
u nedrima nosimo uspomenu na pale borce žrtve naci-fašizma.
Naša je
želja da slavom budu ovenčani svi koji su pali za našu slobodu
i koji
su trajno žrtvovali svoju mladost. Bitka koju danas bijemo
jeste bitka
za Istinu. Nedopustivo je da sa nama iščezne Istorija, ona se
mora
odbraniti od slojeva prašine vremena koje prolazi i banalnosti
koje ono
nanosi, od beskrupuloznih i upornih pokušaja njenog
prekrajanja. Mi,
stari borci pripadnici F.T.P.-M.O.I -a, negovaćemo uspomenu na
dane
borbe, aktivnom borbom u vremenu sadašnjem, kome više nisu
primerene
uobičajene prigodne svečanosti pukog oživljavanja uspomena. To
s toga
što nas za prošlost pre vežu ideali za koje se i danas borimo,
nego
uspomene, ma koliko one bile upečatljive. Dužni smo pamtiti
istrajavajući u borbi za bolje sutra.
Neka
se zato sa ovog mesta gromko čuje naša reč:
"Uspomene nisu samo za
negovanje
prošlosti, one su pre svega za izgradnju svetle budućnosti".
Ne! daleko od toga da nam je
stalo
do rata i uspomena na njega. Svaki je rat nedostojan čoveka.
Nedopustivo je, međutim, poistovećivanje naših slobodarskih
ideala i
borbe za njih, sa fašističkom. A takva je tendencija danas
itekako
prisutna.
Pokret otpora je od osnovnog
značaja
za Francusku, kao i za čovečanstvo uopšte uzev. Da nije bilo
njega, ne
bi bilo ni Francuske!
Iako ophrvani godinama, mi,
stari
borci istrajavamo u borbi da bismo ostali dostojni drugova
koji više
nisu sa nama. Oni su ginuli čvrsto verujući da se žrtvuju za
bollje
sutra, za uzvišene ideale bratstva i jedinstva.
Da! Za svet u kome neće
vladati
ratovi, deportacije, rasizam, torture, fašizam. Za svet u kome
je
ljudsko dostojanstvo svetinja. Svet u kome vlada mir.
Ili, kako reče Pol Eliar:
"Tek kada više ne bude
ratova,
smatraćemo da njihova žrtva nije bila uzaludna".
U Parizu
- 11.
aprila 2005.
*Leon Landini*, prvoborac
Pripadnik F.T.P.-M
MIQEREM FUGA
Già Segretario Generale dei Veterani (Partigiani)
d'Albania
ANGELO GALAFATI
Lettera
dal
carcere di Regina coeli di Angelo Galafati, pontarolo,
originario
di Civitella d'Agliano (Vt), Combattente partigiano a Roma nel
Movimento comunista d'Italia Bandiera rossa, trucidato alle
Ardeatine.
La registrazione è stata effettuata all’Archivio di
Stato di
Viterbo, il 7 settembre 2009, per l’inaugurazione della mostra
Noi adesso rivoltiamo il
mondo, Angelo
Galafati e il Movimento comunista d’Italia Bandiera rossa.
Legge: Laura Antonini, musica: Luciano Orologi.
http://www.youtube.com/watch?v=x_nydC22pP4
http://www.youtube.com/watch?v=5NMr3JWE66w
(segnalato da ANPI Viterbo)
Dalla scheda Anfim:
GALAFATI ANGELO di Giuseppe e Pettinelli Maria. Nato a
Civitella
d´Agliano il 31 agosto 1887, pontarolo. Combattente
della I
Guerra Mondiale di cui fu decorato di Medaglia d´Argento
al Valor
Militare. Fu sempre d´idee liberali e democratiche. Sin
dal 1923
dovette sopportare, per le sue idee socialiste, le angherie
del regime
fascista, al punto che nella piazza del paese nativo fu
oltraggiato e
malmenato. Nonostante la sorveglianza e la mancanza di lavoro,
non
aderì al partito fascista. Si adattò ai lavori
più
umili per sfamare i suoi sette figli, lavorando giorno e
notte. Dopo il
25 luglio 1943 aderì al Movimento Comunista
d´Italia
Bandiera Rossa, dove operò unitamente ad altri
compagni, unendo
gli antifascisti locali. Su denuncia di una spia, fu arrestato
nella
propria abitazione, a Roma, in via Fortebraccio n. 15, agli
inizi di
marzo 1944. Con lui furono arrestati quattro prigionieri
russi, un
belga ed un francese che aveva nascosto. Fu detenuto a Regina
Coeli,
cella 256. Trucidato alle fosse Ardeatine il 24 marzo 1944.
OVIDIO GARDINI
combattente sotto il comando di Giuseppe Maras nella Divisione
"Garibaldi", che inquadrava i resistenti italiani in
Jugoslavia
Ci ha
lasciato pochi anni fa
Forlì,
settembre
1994:
<<
Caro
Ivan,
(...) Ti
ringrazio per le attestazioni di stima e per i tuoi personali
ricordi,
coi quali hai voluto sottolineare ed esaltare il clima, i
rapporti fra
genti e persone e la vita in genere che caratterizzavano la
Jugoslavia
degli anni ’70 e primi ’80, quando era ancora il solco della
Resistenza
e dei suoi valori quello su cui si incamminavano la
gioventù e
la società jugoslavi.
Ma mi
rincuora
il
constatare che, al di là delle inevitabili amarezze per
le
mostruosità dell'oggi, persista in te la speranza e la
fiducia
in un futuro che riscoprendo i valori resistenziali ed umani
universali
ed eterni riporti pace, fratellanza ed unità fra tutti
i Popoli
Slavi del Sud. In questo senso anche tu oggi, generosamente
impegnato
verso tali obiettivi, sei come noi allora, un autentico
"resistente" e
ciò consola e
ridà forza e coraggio a noi vecchi partigiani, a
voltedisorientati e sbigottiti di fronte agli
eventi odierni, allorché ci sentiamo traditi dalla
storia e
dagli uomini, traditi della nostra generosità
così mal
ripagata (...) magari traditi dall'età e dai suoi
acciacchi e
debolezze, anche se mai traditi dal cuore e dalla coscienza...
>>
E presentando l'articolo "La
storia
cancellata", inviato a "Camicia rossa" e
"Patria indipendente" (chiedendosi già allora se
sarebbe stato
pubblicato), nel dicembre 1998:
<< Come vedi
(...) "La
storia
cancellata" è una denuncia, con alcune notizie dati e
considerazioni mie personali, che trae lo spunto dalla
rimozione a
Spalato [Croazia] della
lapide dedicata al battaglione "Garibaldi", rimozione avvenuta
il 1.
ottobre 1998 [in
vista
dell'arrivo del Papa Wojtyla]...
A te, che nonostante tutte le difficoltà materiali e
spirituali
quotidianamente affrontate nel tuo impegno per le grandi
ragioni
ideali, prosegui fermamente sulla tua strada e ti ricordi
sovente anche
di un vecchio partigiano della Resistenza italiana in
Jugoslavia come
me, invio più volentieri che ad altri questo mio
scritto
perché so meglio di altri ne capirai ispirazione e
significato.
>>
La lapide era stata
collocata nel
novembre del 1963 per ricordare che l'esercito italiano non
rappresentava tutti gli italiani - come ha raccontato V.
Knezovic,
presidente dell' ACGL (ANPI slavo) - e che alcuni di essi
hanno voluto
combattere accanto al popolo jugoslavo contro il fascismo. La lapide si trovava
sull'edificio nella
Piazza Garibaldi, ora
divenuta "piazza di re Tomislav"... L' edificio, con la
Croazia
diventata "indipendente", è diventato sede
dell'Arcivescovado...
E lì si è riposato il papa Wojtyla.
<< In
Croazia girano liberamente di nuovo gli
ustascia (i fascisti croati) e vengono celebrate messe in
suffraggio e
memoria del duce croato Ante Pavelic, che, può darsi,
visto il
corso recente delle beatificazioni cattoliche [Aloizije
Stepinac],
venga beatificato come
eroe nazionale anche lui...
>>
Da "La storia cancellata", intervento al Consiglio Nazionale
A.N.P.I.,
Rimini 29/30, 10.1998:
<< Via la lapide dei
partigiani. INSULTO ALLA "GARIBALDI"
(...) Penso valga la pena
chiedersi
se
nella "rimozione" della Lapide del Battaglione "Garibaldi"
debba
vedersi una specie di omaggio, di ringraziamento dovuto e di
solidarietà storica a Papa Giovanni Paolo II e al
Vaticano per
il loro riconoscimenti anticipati e "partigiani", e per la
loro
ripetuta presenza non solo religiosamente "beatificatrice",
ma di
sostegno e avallo politico al Governo di Tudjman e
all’attuale
Repubblica di Croazia. Infatti, non è forse noto che
fra il
Vaticano (oggi retto da Papa Wojtyla) e Garibaldi e i
garibaldini non
è corso mai buon sangue, come ci ricordano le vicende
storiche
del secolo scorso legate alle lotte per l’unità
d’Italia e anche
quelle politiche di questo secolo...? E (corsi e ricorsi
della storia),
come dimenticare a tal proposito l’ atteggiamento del
Vaticano, nel
1873/76, proprio nelle regioni jugoslave, quando
osteggiò
direttamente e internazionalmente le lotte per
l’indipendenza e la
liberazione dell’Erzegovina e della Bosnia dal domino turco
(mussulmano) condotta dai Serbi (cristiano ortodossi), a
fianco dei
quali parteciparono combattenti volontari garibaldini
italiani ?...
>>
di Ovidio Gardini segnaliamo il
libro-testimonianza Canta canta burdel
Trascrizione dalla audio cassetta allegata: “Odmor” - Dalla
Resistenza italiana all’estero, canti ed echi, a ricordare una
storia.
Testimonianza musicale a cura di Ovidio Gardini
<< Dalla Resistenza italiana all’estero canti ed echi, a
ricordare una storia, la Divisione garibaldina d’assalto
“Italia” in
Jugoslavia, 1943 – 1945.
La protesta, 1942 –
1943.
In Jugoslavia, radio Scarpa c’è l’aveva portato
dalla
Grecia, ove già nell’ inverno 1940- 41, l’aveva cantato
la
divisione Julia, dai greci inchiodata e purtroppo quasi
annientata ,
sul confine greco – albanese. E noi l’avevamo fatto nostro e
cosi lo
cantavamo: “Sul monte di Perati..........”
Era stato quello di Albania e
Grecia, il primo di una serie di rovesci militari e umane
tragedie dei
militari italiani, seguito poi da quelli in Africa Orientale e
Settentrionale, e poi in Russia. Contrariamente a gli ordini
che gli
vietavano perché considerati disfatisti e faceva
infatti a loro
di contrappunto, paradossale, patetico e beffardo, propalato e
gracchiato dalle trasmissioni della radio del governo
fascista:
“Vincere e vinceremmo in cielo, in terra, in mare”, oltre al
“Ponte di
Perati” cantavamo pure il vecchio canto militare: “Quando sei
dietro
quel muretto.....ta pum, ta pum...”.
(...................................)
Inizio della
Resistenza,
Settembre 1943, Dalmazia
Andando in montagna, verso i partigiani jugoslavi, quella
stellata
notte del 9 settembre 1943, incontro a quale destino andava,
chi come
noi era stato, fino il giorno prima, aggressore e occupatore
armato di
quel popolo?. Un’ ombra e un dubbio assillanti, presto
dissipati
dall’ accoglienza comprensiva e poi fraterna dei partigiani
jugoslavi.
Tant’è che non molti giorni dopo, guidando in montagna
altri
militari italiani fuggiti ai tedeschi o sbandati e raccolti
sulla
costa, cantavamo insieme.....(....)
Noi, che arrivavamo stanchi e
affamati, la bella Julijana ci accoglieva dicendo: “Jedi brate
moj!”
(Mangia fratello mio). Mentre ci porgeva quel poco che aveva,
una fetta
di polenta e una ciotola di “kiselo mliejko” (latte garbo),
per noi la
vita. Poi andò partigiana, come altre 100.000 donne
jugoslave, e
cadde come altre 20.000 di loro... (....)
Il 13 settembre 1943, nasce a
Spalato in Dalmazia il battaglione “Garibaldi” che
canterà il
proprio inno “I garibaldini”. Lo ascoltiamo, nella parte
iniziale,
dalla viva voce dei partigiani del coro della divisione
“Italia” in una
esecuzione del 12 giugno1945, registrata a Radio Zagabria,
prima del
rimpatrio. Registrazione ricuperata 20 anni dopo e purtroppo
deteriorata dal tempo e dai limiti tecnici di allora,
cui fanno
seguito in un collegamento ideale, le voci della generazione
dei nipoti
i 250 studenti dell’ Istituto magistrale di Forlinpopoli, in
un’
esecuzione del 22 aprile del 1989, nell’aula Magna
dell’Istituto,
registrata con un comunissimo registratore portatile nel corso
di un
incontro testimonianza sulla Resistenza italiana
all’estero:”....
Garibaldini, alla nostra Italia, ritorneremmo con la
libertà.
Ogni fascista, ogni nazista, mandato via da noi
sarà....”.(Applausi). Bravissimi, molto bene...
(...............................................)
Il nostro itinerario:
La
lunga strada per la libertà e la fratellanza, 1943 –
1945.
Partendo dalla già
ricordata
e cantata Dalmazia, esso si snoda attraverso le più
volte, in
tutti i sensi, percorse Bosnia ed Erzegovina, anch’esse
già
menzionate coi loro canti (accompagnato dalla musica di “Mars
na Drini”
(la Marcia sulla Drina). Toccando il Montenegro e il
Sangiaccato.
(...............) E ancora
continuando attraverso Srem, Slavonia, fino a Zagabria,
combattendo e
marciando per 20 mesi e c.ca 11.000 km, a piedi.
L’internazionalismo
resistenziale,
1943 – 1945
Si espresse
in tanti
movimenti di resistenza, che unirono nella comune lotta contro
il
nazifascismo, paesi e genti di etnie, lingue, culture, credo
socio-politico e religioso, diversi. Nel mondo, in Europa e la
Resistenza italiana all’estero ne è l’emblematica
testimonianza,
e appunto in Jugoslavia, ove noi combattemmo.
(....)
Ricordando e ricollegandoci
idealmente alla voce di Radio Londra in guerra, a quella
tipica sigla
musicale che allora ne precedeva la trasmissione, le quattro
note
iniziali della Quinta (V) di Bethoven, leggibili anche in
alfabeto
Morse come lettera “V, uguale a victory, dalla missione
britannica
presso il Comando supremo del maresciallo Tito, abbiamo
nell’inverno
1943 – 44, imparato e cantato:...
(Applausi) Bravissimi! Io mi
compiaccio di questo internazionalismo, della vostra, diciamo,
partecipazione, perché, oggi voi sapete, noi stiamo
parlando d’
Europa e parleremmo d’Europa sempre più, ma non
soltanto
dell’Europa dell’Ovest, ma anche quella dell’Est.
L’Europa e il
mondo sono, saranno i nostri destini. Ecco, per questo, noi
siamo in
sintonia anche oggi. (.....)
A Belgrado e avanti, fino a
Zagabria, 1944 – 1945
A Belgrado, liberata
anche da
noi, abbiamo formato, coi superstiti dei battaglioni
“Garibaldi” e
“Matteotti”, con altri partigiani italiani, già
combattenti in
reparti jugoslavi, e con 2500 italiani liberati dalla
prigionia
tedesca, il 28 ottobre 1944 la brigata, poi Divisione
garibaldina
d’assalto “Italia”, il 29 ottobre il battaglione poi brigata
“Mamelli”,
il 19 novembre il battaglione poi brigata
“Fratelli Bandiera” , e
più
avanti nello Srem, a Sarengrad, abbiamo costituito nel marzo
1945, la
Compagnia poi Battaglione, armi d’accompagnamento “Sarengrad”.
Ecco
l’inno di Mamelli che ascoltiamo nella parte iniziale dalle
vive voci
dei partigiani del coro della divisione “Italia”,
registrazione a Radio
Zagabria del 12 giugno 1945, cui fanno seguito le voci della
generazione dei figli, quelli del gruppo di filarmonici, in
una
esecuzione attuale; “Forza battaglione Mamelli, morte al
fascismo
darà...ai popoli la libertà.........”.
Ad essi, ai nipoti, il
partigiano
cantastorie, nel nome dei compagni caduti nella Resistenza,
lascia il
canto e la testimonianza, perché continuino a
cantare gli
ideali della Resistenza, Libertà, Pace, Giustizia
Sociale e
Fratellanza fra uomini e popoli! (Chiude il suono
dell’armonica con le
note della danza popolare, il “Kolo”). >>
(trascrizione a cura di Ivan
Pavicevac)
VITOMIR GRBAC
Vai alla pagina dedicata
GIUSEPPE MARAS
Comandante della Divisione Italia, già Brigata Garibaldi,
nella
Lotta di Liberazione jugoslava;
poi Medaglia d'oro al Valor Militare. Decorato anche da
Tito, che
conosceva personalmente