P A R T I G I A N I !

Roma, 7-8 maggio 2005




P R O F I L I

BIOGRAFIE E RITRATTI
DI ALCUNI COMBATTENTI PER LA LIBERTÀ ORMAI DECEDUTI


PER AGGIORNAMENTI A PARTIRE DA FINE 2017
SI VEDA LA SEZIONE DEDICATA SUL NUOVO SITO




(in ordine alfabetico)





QUESTA PAGINA È IN CONTINUO AGGIORNAMENTO

Saremo grati per tutte le segnalazioni, che aggiungeremo volentieri

Alcuni profili di partigiani di diversi paesi si possono leggere
alle pagine del nostro PROGRAMMA e delle nostre ADESIONI


L'Unione - quindicinale Battaglione F.lli
                Bandiera, Jugoslavia 1945


L'"AFFICHE ROUGE"


Il 21 febbraio 1944, 23 membri della resistenza comunista – FTP-MOI (Francs Tireurs et Partisans – Main d’œuvre Immigré) furono  giustiziati sul Mont Valérien. Il processo a questo gruppo (noto come gruppo Manouchian dal nome del leader della sezione parigina, il poeta e attivista armeno Missak Manouchian), durato un solo giorno, fu oggetto di una vasta campagna sulla stampa collaborazionista. La ragione di questo violento attacco da parte dei giornali del potere è semplice :  dei 23 membri, 20 erano stranieri e fra questi c’erano 11 ebrei. L’obiettivo era di usare il gruppo Manouchian per dipingere la Resistenza come un affare comunista e ebraico.
La campagna raggiunse il suo apice con la pubblicazione e l’invio in tutta la Francia, nei giorni successivi l’esecuzione, dell’Affiche Rouge : il manifesto chiedeva « Liberatori ? » e sotto le foto di treni deragliati e corpi crivellati rispondeva « Liberazione con le armi del crimine ».
Più importante, soprattutto dal punto di vista dei nazisti, le dieci foto di altrettanti attivisti, ciascuna accompagnata dall’elenco dei « crimini » : Manouchian, armeno, capo del gruppo, 56 attacchi , 150 morti, 800 feriti.
La vicenda ha dato origine a varie polemiche  sul ruolo del PCF in questa vicenda : perché nel 1944 il partito comunista francese lasciò a Parigi solo questo gruppo « internazionale » (FTP-MOI), provvedendo a spostare altrove la resistenza francese (FTP) ?  Fu una scelta intenzionale o dettata dalle circostanze, nella misura in cui il FTP-MOI era più attivo e organizzato, dunque più adatto a restare in prima linea?
L'Affiche Rouge
  
I membri italiani  del gruppo erano :

Rino Della Negra, comunista di 21 anni     
Spartaco Fontanot, comunista di 22 anni
Cesare Luccarini, comunista di 23 anni
Antonio Salvadori, comunista di 24 anni
Amedeo Usseglio Pulatera, comunista di 33 anni


Per  approfondire :

  . Henri Noguères : Histoire de la Résistance en France, de 1940 à 1945, Paris, R. Laffont, 1967-1981, 5 vol., t. 4, pp. 373-375
  . Jacques Ravine : La Résistance organisée des Juifs en France, 1940-1944, préf. de Vladimir Pozner, Paris, Julliard, 1973, 316p.
  . Philippe Garnier Raymond : L'Affiche rouge, Paris, Arthème Fayard, 1975
  . Manouchian Mélinée : Manouchian
  . F. Johannès : Exposition Histoire de l'Affiche Rouge
  . Stéphane Courtois-Denis Peschanski-Adam Rayski  Le sang de l'étranger, Fayard,1989
Discografia :
  . CD de Léo Ferré - texte d'Aragon
Documentari :
  . CD-ROM La Seconde Guerre Mondiale, Arte éditions, Marc FERRO, « Histoire parallèle »
Film :
  . L'affiche rouge, 1976


Ulteriori informazioni e contatti presso il
Circolo dei Garibaldini

20, Rue des Vinaigriers
75010 Parigi
(X arrondissement, vicino al Canal St Martin;
Metro Jacques Bonsergent)

fonte



ARNALDO AZZI

Generale, comandante della  Divisione “Firenze” che il 22 settembre 1943 a Kruja, con il benestare dei partigiani comunisti albanesi, si trasformò nelle "Truppe italiane alla Montagna" impegnate nella lotta contro il nazifascismo.




ANDREA BENCICH

"DA MUGGIA A ROVIGO"

Andrea Bencich è nato a Muggia nel 1910, e descrive nella sua autobiografia (uscita nel 1988) "DA MUGGIA A ROVIGO":

La gente di Muggia era orientata a sinistra anche prima della prima guerra mondiale e vi erano assai diffuse le lotte operaie, di tipo socialista, sindacali e politiche, alle quali prendeva parte anche mio padre... mia madre proveniva dal piccolo paese di Slope,
sull'altipiano carsico ai confini della zona morenica dei Brkini, paesino che ha dato molti partigiani e molte vittime, durante la
seconda guerra mondiale, nella lotta contro il nazifascismo, tra le quali anche mio cugino Pocekaj. Di lì a pochi anni la mia famiglia si trasferì da Muggia a Tublje, un centro agricolo sul pianoro carsico interamente sloveno etnicamente, la cui popolazione era composta da ventisei famiglie tutte dedite all'agricoltura... Pure i tubeljci erano di orientamento di sinistra...

Andrea Bencich non si trasferì in Italia, ma dopo sei anni trascorsi nel carcere di Stremska Mitrovica (dove fu rinchiuso per attività rivoluzionaria e dove "frequentò l'università dei rivoluzionari", un suo insegnante era quel Moša Piade condannato a trenta anni) fu "liberato" nel 1939 ed espulso in Italia. A questo proposito Bencich scrive:

Ma il tempo trascorreva inesorabile e si avvicinava sempre di più la data dell'undici giugno del 1939, giorno in cui finiva la mia detenzione iugoslava. E arrivò anche quel giorno. Alle ore 11 mi chiamarono nella direzione e il direttore del carcere, scherzando, mi disse di sedermi e di bere un caffè poiché loro volevano essere esatti: poiché fui arrestato alle ore 11.30, sei anni prima, mi avrebbero lasciato alla medesima ora. Così fu. Ma fuori del carcere mi aspettavano dei gendarmi jugoslavi che avevano il compito di condurmi sino a Lubiana. Mi misero le catene ai polsi, senza stringerle troppo stavolta, e mi condussero a Lubiana dove mi consegnarono alla questura. Fui preso in consegna da due alti funzionari della polizia che mi interrogarono circa la vita del carcere e circa il mio avvenire. Mi proposero di non espellermi in Italia a condizione che io rinunciassi ad essere comunista. Rifiutai. Poi , un poliziotto mi condusse a Rakek, stazione alla frontiera con l'Italia. Così, dopo sei anni di carcere e dieci anni da quando ero entrato in Jugoslavia, facevo la medesima strada nel senso inverso e in condizioni ben diverse. Non posso dire che ero allegro ma neppure abbattuto più di tanto poiché era in me la ferma determinazione di mantenere la promessa che feci ai compagni di Sremska Mitrovica e al compagno Kersovani, (Otokar Kersovani, nativo di Pola, giornalista molto colto, parlava quattro lingue e nel 1942, i fascisti croati lo sgozzarono come un agnello ndr) il giorno dell'addio, cioè che sarei stato comunista in qualsiasi circostanza che mi potesse accadere... A Rakek fui introdotto nell'ufficio del commissario jugoslavo di frontiera, un uomo sulla quarantina, dai modi civili, che parlava uno sloveno perfetto. Mi offrì anche lui il caffè, e mi promise di non espellermi in Italia, dicendo che a lui ripugnava farlo, ma a condizione (la stessa di Lubiana) che io rinunciassi con una dichiarazione scritta a considerarmi comunista.
Risposi, senza jattanza ma fermamente, che io mai avrei fatto una cosa del genere e che lui, anche se gli dispiaceva, facesse pure il suo dovere. Il commissario per tutta risposta mi disse: "Vorrei avere fra i miei gente come lei". Al che io risposi: "Non potete averla poiché non avete i nostri ideali". Mi strinse la mano e mi fece condurre oltre frontiera... Al commissariato italiano mi tolsero le catene jugoslave e mi misero quelle italiane; poi, sotto scorta di due carabinieri, mi condussero a Trieste in treno...

Quindi da un carcere jugoslavo ad uno italiano, dopo l'otto settembre Andrea Bencich partecipò alla Resistenza nella città di Bologna, alla fine della guerra andarono a fargli visita a Bologna due dirigenti del partito comunista jugoslavo per fargli una proposta:

...Quando vennero da me a Bologna i compagni Srecko Vilhar, professore di Capodistria, che aveva fatto vari anni di carcere a Sremska Mitrovica assieme a me e Anton Ukmar, pure lui da Capodistria e che fu uno dei comandanti partigiani a Genova (Ukmar che ho conosciuto personalmente è stato anche uno degli istruttori degli etiopi durante la loro Resistenza nei confronti dell'Italia fascista, ed è di origini carsoline. Ndr), durante la guerra contro i nazisti. Loro due mi fecero la proposta ufficiale di andare in Jugoslavia. Non avevo problemi a rispondere: ammiravo la Jugoslavia e Tito per quel che avevano fatto durante la guerra partigiana; mi ero formato in gran parte politicamente a Sremska Mitrovica, ma in pari tempo mi ero legato strettamente ai compagni e alla gente di Bologna; sono cittadino italiano anche se il mio cognome è sloveno; eppoi, la cosa più importante: non sono entrato nel partito in cerca di carriera comunque concepita, ma per gli alti ideali del socialismo in cui credevo e credo sempre, malgrado gli errori e anche qualche degenerazione... per cui risposi ai due compagni che apprezzavo altamente la loro proposta, che essa mi onorava, ma che non accettavo poiché non volevo che si potesse dire: in Jugoslavia, che Bencich è venuto qua a pappa fatta; e in Italia, che Bencich ha disertato, persino lui, la nostra lotta. I due compagni hanno compreso e apprezzato la mia decisione...

Bencich poi ne passò di cotte e di crude, dopo la risoluzione del Cominform sospettato di titoismo, e messo ai margini.
Scrive Bencich:

A Chioggia, intanto, si tenne una riunione di partito... mi accusarono apertamente di titismo. Fu dimenticato, di colpo, tutto ciò che avevo fatto per loro: la "Socialpesca", la cooperativa delle merlettaie, il rafforzamento organizzativo e politico del partito, il legame con le masse... ero appena sposato e vivevo, non mi vergogno di dirlo, alla giornata e ai limiti della povertà. Avevo la polizia di Scelba alle mie calcagna e ben difficilmente avrei potuto trovare un lavoro, non dico decente, ma neppure uno qualsiasi, conosciuto come ero per un comunista irriducibile. Andai a Rovigo... Zanelli mi ricevette con la cordialità di sempre e da vero romagnolo. "Non aver paura! Vieni a lavorare a Rovigo in Federazione. Io garantisco per te".

Altro che "sicuramente in Italia stava meglio"!!!
Chiudo con alcune righe della prefazione di Elios Andreini: "Bencich nasce cittadino austriaco e vive intensamente i drammi di due
popoli, lo jugoslavo e l'italiano. Passa attraverso tre monarchie e due fascismi, in lui si riconoscono i segni profondi della Terza Internazionale comunista, da cui trae gli slanci generosi ed ideali. Assiste a grandi dispute e a dolorose divisioni. In carcere a Sremska Mitrovica, trova la sua università. Come maestri ha uomini di grande valore, il fior fiore della intellighenzia dei popoli jugoslavi, destinati a divenire i leader della Resistenza del nuovo Stato... Nel dopoguerra se non avesse scelto di restare italiano, avrebbe avuto una vita parallela in terra jugoslava ove i trascorsi politici potevano giocare un ruolo decisivo nella formazione dei gruppi dirigenti. Avrebbe certamente portato un buon contributo con il suo equilibrio, la sua passione, la sua intelligenza. Ma nel politico di professione che "non sapeva comandare" e considera il periodo più intenso e bello della sua vita quello del carcere in Serbia, nel compagno Bencich, con incarichi probabili nella Lega dei comunisti jugoslavi, sarebbe esplosa la nostalgia per le strade, le colline, le pause e le donne di Bologna.
A 78 anni Bencich, in pensione, (riceveva anche una pensione dalla Jugoslavia per meriti rivoluzionari. Ndr) alle otto apre la Federazione Comunista, legge, scrive, insegna russo ad un docente di latino e greco, distribuisce la stampa di partito, mantiene relazioni umane e politiche, si cimenta negli scacchi. Il tutto avviene nella stanza più buia, più appartata, Più scomoda di via Celio, scelta quasi per vocazione e per nostalgia per spazi angusti della sua università, Sremska Mitrovica.
Qui è nata anche la sua autobiografia."

Dimenticavo. Andrea Bencich ha dedicato il suo lavoro "a quanti, in silenzio e senza riconoscimenti d'alcun genere, hanno sacrificato la loro esistenza per l'affermazione di una società libera e democratica".

                          fabio fontanof (dalla lista resistenza_partigiana @yahoogroups.com )





BRUNO BRUNETTI

di Firenze - combattente partigiano italiano in Albania
Ci ha lasciato nel 2003




WLADIMIRO CAIMMI

Da: "Fosco Giannini"
Data: 28 ottobre 2009 8:07:14 GMT+01:00
        
      Caro compagno/a, ti invio questo mio articolo apparso oggi su “Liberazione”. E’ il ricordo di uno straordinario compagno che ci ha lasciati pochi giorni fa, un partigiano, un comunista, un grande scrittore. Ero molto legato a lui e ci terrei tanto a farlo conoscere... se potete, se non vi costa fatica, fate conoscere Caimmi al più alto numero possibile di compagni e lavoratori, specie ai giovani.
Caimmi se lo meritava.
 
Un grande abbraccio, Fosco
 
 
                    ADDIO AD UN RIVOLUZIONARIO *

Si è spento ad Ancona Wilfredo Caimmi, partigiano, medaglia d’argento al valor militare nella lotta di Liberazione, comunista, scrittore
 
* da “Liberazione” di mercoledì 28 ottobre ’09
 
di Fosco Giannini
 
Lo scorso 16 ottobre il compagno Wilfredo Caimmi ci ha lasciati. E’ stato un rivoluzionario e questa parola – difficile da usare – è quella che più di ogni altra, pienamente, lo ritrae, non solo per la sua fulgida storia personale, ma anche – e forse solo chi l’ha conosciuto può capire – per il modo che aveva di rifiutare seccamente l’attuale ed egemone mercificazione capitalistica della nostra vita ( non viveva certo di stenti, tuttavia guai, con lui, a buttare via un pezzo di pane, a fargli notare che la sua giacca era lisa, che le sue scarpe erano quasi a bocca aperta). Nato ad Ancona nel 1925, Wilfredo, da liceale, parte a piedi dalla sua città per andare a combattere i fascisti e i tedeschi, nelle lontane colline di Arcevia. E’ stato uno dei più amati e carismatici partigiani della Resistenza nelle Marche ( quando Alessandro Vaia – il leggendario comandante Alberti, capo della lotta partigiana per il  Centro Italia – venne ad Ancona, negli anni ’80, chiese innanzitutto notizie del comandante Rolando, nome di battaglia di Caimmi ) e nel contempo uno dei più duri e temuti – dai nazifascisti - combattenti per la libertà, un partigiano che univa alle insolite capacità di direzione politica una vera e propria maestria nell’arte militare, che gli valse – assieme al coraggio - la medaglia d’argento al valor militare nella lotta di Liberazione, cosa che pochi sapevano, che lui non sbandierava, che occorreva tirargli fuori con le pinze.
Caimmi era un comunista, un leninista, come teneva definirsi; aveva militato nel Pci, aveva lottato contro la svolta della “Bolognina” ed è stato uno dei fondatori  - tra i più illustri - del Prc di Ancona e in Rifondazione è stato iscritto sino alla fine, schierandosi fiduciosamente per l’unità dei comunisti.
Ma Caimmi è stato anche una vera e propria rivelazione artistica: improvvisamente, nel 1990, già anziano, (rielaborando antichi appunti e ricordi) inizia  a scrivere, scolpendo una dopo l’altra autentiche gemme letterarie, amatissime soprattutto dai giovani ( romanzi e racconti come
Ottavo Kilometro;  Al tempo della guerra;  La notte senza topi;  Con la pazienza degli alberi millenari;Harlem). A differenza di tanta  memorialistica sulla Resistenza (preziosa, ma spesso priva di ambizioni e di afflato letterario) l’opera di Caimmi è letteratura forte, evocatrice e i personaggi dei suoi romanzi – come quelli di ogni scrittore di razza – emergono dalle pagine con una loro particolare densità di carne e spirito. E Caimmi non scrive solo racconti della Resistenza: un vero e proprio capolavoro è  La notte senza topi, ove si racconta la dura vita degli operai del Cantiere Navale di Ancona negli anni del secondo dopoguerra, operai comunisti licenziati che diventano – per sopravvivere – contrabbandieri di sigarette e con i soldi guadagnati, “convincendo” i funzionari, ricomprano il loro lavoro e il loro prezioso status sociale e politico di arsenalotti (costruttori di navi) e militanti comunisti in lotta in un punto alto della produzione.
“ Wilfredo, l’uomo indurito dagli eventi e dalla lotta – afferma il compagno Alfonso Napolitano, artista, regista teatrale e anconetano anch’egli – ci ha riservato, negli ultimi anni della sua vita, una sorpresa che ci porta alla mente l’Ernesto Che Guevara della durezza e della tenerezza: ci ha anche consegnato – per darle a qualche editore - delle meravigliose, tenere e delicate favole per bambini”.
 
Nel 1990 accade un fatto che porta Caimmi alla ribalta nazionale: da un sottoscala della sua abitazione esce acqua; l’idraulico chiamato dal condominio a riparare il guasto sfonda una parete, trovandosi di fronte ad un vero e proprio arsenale militare : erano le armi – fucili, pistole, decine di mauser tolte ai tedeschi, mitragliatrici – che il comandante Rolando, dopo la Resistenza, non aveva consegnato e che aveva invece accuratamente custodito, oleato e tenuto in funzione per 45 anni,  forse nell’illusione – all’inizio - che il Vento del Nord e la rivoluzione potessero proseguire e certamente nel tentativo – passati i decenni – che la memoria della lotta non svaporasse.
La giustizia borghese, tuttavia, non può conoscere, né accettare il sogno: Caimmi, a 65 anni suonati, finisce nelle prigioni anconetane e vi rimane  chiuso – con la sua salute incerta -  per oltre sette mesi. Anche l’Anpilocale non scherza: il comandante Rolando, la medaglia d’argento per la lotta di Liberazione, è espulso “ per detenzione d’armi”.
Poi, tutto si razionalizza: Caimmi – ma dopo la galera – viene da tutti, compresa l’Anpi (che lo riammette nelle sue fila), riabilitato; il suo nome torna di cristallo e il vasto arsenale incidentalmente scoperto vieneorganizzato ed esposto – per tramandare lo spirito della lotta di Liberazione – nel museo della Resistenza di Falconara, vicina ad Ancona.
La lotta partigiana aveva segnato Caimmi nelle sue più profonde fibre, l’aveva plasmato per sempre; la grandezza di quei valori e il sogno della rivoluzione non erano mai più usciti dalla mente e dal corpo diWilfredo, che era secco, duro ed essenziale come i suoi pensieri. Severo e di pochissime parole, il vecchio Rolando sedeva – durante le riunioni  al nostro Circolo, il “ Gramsci” di Ancona -  nell’angolo più oscuro e lontano e negli ultimi anni, quando la discussione prendeva una piega che a lui non piaceva  ( quella “vendoliana” del superamento del partito comunista )  improvvisamente - senza che nessuno se ne accorgesse, come un partigiano nella notte - scivolava via, in silenzio. E la sua assenza diveniva di fatto  la critica più dura.
Il potere della giustizia l’ha condotto ( per fustigare un sogno) in quella prigionia nella quale nemmeno i fascisti erano riusciti a chiuderlo e quello della Sinistra l’ha mortificato duramente.
Chi l’ha conosciuto  lo sa : Caimmi non ha avuto mai paura di tutto ciò e ha proseguito a testa alta la sua vita,  dignitoso, sincero e solo con i suoi cani lupo. Poi, tutti, hanno dovuto ravvedersi.
 
Ciò che oggi chiediamo al nostro giornale, al nostro partito, al suo segretario è di non dimenticarsi di Wilfredo Caimmi, di venire ad Ancona a conoscerlo, a mettere a valore la sua storia di combattente, la sua opera letteraria. Come – anche in virtù della sua inconsueta e silenziosa modestia -  egli ha  ampiamente meritato.

--- *---

Caimmi fu combattente, nella zona di Arcevia (Marche), fianco a fianco con gli jugoslavi sfuggiti, dopo l'8 Settembre, dai campi di concentramento in cui gli italiani avevano rinchiuso i prigionieri politici delle zone occupate - a Renicci (AR), Colfiorito (PG), Servigliano (Fermo), Sforzacosta (MC), Fabriano (AN), e in decine di altri campi. Perciò, per questa sua esperienza diretta del carattere internazionale e internazionalista della Resistenza, provammo a coinvolgere Caimmi nel nostro convegno PARTIGIANI! del 2005, purtroppo senza riuscirci, a causa della sua età già avanzata. Non siamo riusciti nemmeno ad intervistarlo più recentemente per il nostro lavoro, attualmente in corso, sul contributo degli jugoslavi alla Resistenza in Appennino : all'ANPI di Ancona a fine maggio 2009 ci dissero che non ci poteva incontrare per motivi di salute. Anche per questi mancati incontri, il nostro rincrescimento per la sua scomparsa è particolarmente forte. (il webmaster del sito PARTIGIANI!)




TERZILIO CARDINALI

Comandante dei partigiani italiani in Albania
Morto in combattimento

Marzo 2009: rimosse la lapide commemorativa e la via a Scutari!



WALTER "VAMPA" CATTER

Sinto di Vicenza, martire dei fascisti in località Ponte dei Marmi assieme a

Livio Gemmo,
Lino "Ercole" Festini
(sinto),
Angelo Menardi,
Guido "Turchia" Molon,
Aldo Montemezzo,
Massimiliano Navarrini,
Luigi Pasqualin,
Silvio Paina
(sinto),
Renato Mastini "Giacomo Zulin" (sinto),

(vedi: "Quattro su dieci", di Irene Rui - Vampa Edizioni 2008)




TOMMASO CIANI

Abruzzese combattente nel Battaglione Garibaldi della Brigata Italia in Jugoslavia





AVIO CLEMENTI

Combattente della Divisione "Italia", grande divulgatore delle gesta dei partigiani italiani all'estero





VINCENZO COLAIANNI

Abruzzese combattente nel Battaglione Garibaldi in Jugoslavia





FILIPPO CULTRERA

combattente siciliano in Jugoslavia

Il 9 novembre 2011, ad ottantotto anni, è venuto a mancare il cavaliere Filippo Cultrera. Ragioniere, nato a Siracusa, si era trasferito a Viterbo in quanto impiegato alle Poste. Nel 1943 è chiamato in guerra sul fronte jugoslavo come caporale del Genio alpini; l’8 settembre lo coglie in Montenegro con la Divisione Taurinense. Fatto prigioniero dai partigiani jugoslavi, Cultrera deciderà di passare alla Resistenza entrando a far parte, appunto, della Divisione Taurinense - Garibaldi, con cui salirà sino all’estremo nord della Jugoslavia. In Croazia il suo reparto sarà passato in rassegna dal maresciallo Tito in persona, per tributare l’eroico sacrificio dei partigiani italiani nella Liberazione dei Balcani. Tornerà in Italia nell’agosto 1946. Cultrera sarà insignito di due croci al merito di guerra, mentre Tito gli assegnerà la Spomen medalju (medaglia in ricordo) della Repubblica federativa socialista jugoslava, in nome dell’amicizia fra i popoli della coalizione antifascista.
Filippo, finché le condizioni di salute gliel’hanno permesso, ha fatto parte del Direttivo per il Comitato provinciale Anpi, di cui è stato Vicepresidente, e ha presenziato assiduamente alle iniziative pubbliche, in particolare alle celebrazioni del 25 Aprile. Sino all’ultimo ha voluto rinnovare l’iscrizione. Se ne va, quindi, un Partigiano e uno delle, ultime, figure storiche dalla nostra Associazione.

(da una comunicazione di Silvio Antonini, Segretario e Portabandiera Anpi Cp Viterbo)




GIOVANNI CUCCU

 sardo combattente nella brigata "Sercer" tra Slovenia e Croazia

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GIULIO CUZZI

istriano combattente nella brigata "Katunar" in Jugoslavia

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QUIRINO D'ALÒ

Nativo di Luco dei Marsi (AQ), partigiano combattente, croce di guerra al valor militare con la seguente motivazione: “prendeva parte alla lotta partigiana in territorio straniero con spirito patriottico ed entusiasmo. Addetto al rifornimento viveri durante un importante ciclo operativo, s’impegnava con zelo, spirito d’iniziativa ed alto senso di responsabilità, affrontando serenamente ogni rischio pur di assolvere pienamente i suoi compiti. Jugoslavia  25 maggio - 20 luglio 1944”. Nella Divisione Italia dal 9.9.43 all’ 28.x.44 col grado di intendente di brigata = maresciallo; dal 29.x.44 all’8.5.45  col grado di intendente di raggruppamento = sottotenente. Già decorato con encomio solenne l’11.4.41. (ASAq, Ruolo matricolare n.19528. A cura di Riccardo Lolli)




DRAŠKO DINIĆ

Partigiano dal 1941, membro della Nova Komunisticka Partija Jugoslavije


IN MEMORIAM

Dragomir Draško Dinić
  (8.7.1907 - 16.3.2005)

Drugovi komunisti, razvlašćeni proleterijate, juče je, 18.03.2005. godine, iz redova NKPJ otišao još jedan od boraca - komunista koji su jurišali na nebo, a u ime humanijeg i dostojanstvenijeg života radničke klase, kojoj su pripadali svim svojim bićem.
Sa neizmernim pijetetom i uspomenom punom poštovanja i ljubavi prema velikom čoveku, revolucionaru i borcu u prisustvu mnogobrojne porodice, članova NKPJ i prijatelja, uz počasni plotun ispraćen je DRAGOMIR- DRAŠKO DINIĆ na večni počinak.
Ovaj istaknuti i nepokolebljivi revolucionar, sa partijskim stažom dužim od sedam i po decenija, koračajući pod crvenom zastavom borio se za integralnu slobodu, za socijalnu pravdu, za pobedu komunističkih ideala.
Draško Dinić je rođen 8. jula 1907. godine u selu Donje Konjuvce, u Leskovačkom okrugu u porodici Nikolaja Dinića, jednog od prvaka Socijal-demokratske partije Dimitrija Tucovića na jugu Srbije. Nikolaj Dinić je potom bio učesnik NOB-a od 1941. godine i narodni poslanik. Rođena sestra Draška Dinića bila je Narodni heroj Đuka Dinić, koju su Gestapo i specijalna Nedićeva policija usmrtili u Banjičkom logoru. Uprkos višemesečnom stravičnom mučenju u logoru ona zločincima nije rekla svoje pravo ime ni imena svojih partijskih saradnika. U NOB-u je pod nerazjašnjenim okolnostima poginuo i njen suprug Filip Kljajić komesar Prve proleterske brigade.
Cela porodica Dinić, njeni rođaci i bliski ljudi bili su učesnici revolucije.
Draško Dinić je kao dvadesetogodišnjak 1927. godine postao član SKOJ-a, potom i jedan od njegovih istaknutih rukovodilaca, a 1929. godine primljen je u Komunističku partiju Jugoslavije. Od tada je faktički postao profesionalni revolucionar. Obavljao je niz visokih partijskih dužnosti, pored ostalog rukovodio je i partijskom tehnikom, kao i ilegalnim komunikacijama Komunističke partije sa Kominternom, sa partijskim organizacijama u zemlji, sa slanjem dobrovoljca u Španiju tokom građanskog rata u toj zemlji.
Bio je član Komisije koja je primala u redove Partije i SKOJ-a nove kadrove, pa je, između ostalog, sudelovao u donošenju odluke o prijemu u Partiju i nekih potonjih najistaknutijih članova Politbiroa. Nažalost, mnogi od njih su kasnije izneverili komunistički pokret, prešli u reformizam i čak direktno u buržoaske partije. Draško je ostao nepokolobljiv marksista-lenjinista, prolazeći zbog takvog opredeljenja kroz mnogobrojna teška iskušenja koja su se povremeno pretvarala u golgotu.
Godine 1941. Draško je rukovodio grupom partijskih ilegalaca koja je iz zatvorske bolnice Gestapoa diverzantskom akcijom oslobodila uhapšenog Aleksandra Rankovića. Rukovodio je i mnogim drugim diverzantskim akcijama u Beogradu i Srbiji.
Kada je pao u ruke Gestapoa i Specijalne kvislinške policije oni nisu znali njegov identitet pa su ga kao običnog ilegalca internirali u koncentracioni logor u Norveškoj. U logoru je osnovao ilegalnu partijsku organizaciju.
Posle oslobođenja Draško je bio kadrovik, odnosno po funkciji druga ličnost u Ministrstvu unutrašnjih poslova sve do 1952.g. kada je smenjen i uhapšen, jer se suprotstavio masovnom hapšenju i slanju komunista na Goli otok.
Draško Dinić je diplomirani pravnik. Bio je veoma obrazovan i ideološki kompetentan i dosledan. A za ideološku komunističku doslednost se skupo plaćalo i pre i posle II svetskog rata, kao i posle kontrarevolucije od 1990, a naročito od 2000. godine. Mnogobrojne teškoće i iskušenja nisu ni za milimetar pokoloebali Draška Dinića u njegovoj revolucionarnoj aktivnosti i komunističkom opredeljenju. On je u junu 1990. godine bio jedan od osnivača Nove komunističke partije Jugoslavije koja nastavlja slavne revolucionarne tradicije KPJ iz 1919. godine, tradicije NOB-a i Svetskog komunističkog pokreta.
Draško je bio član CK NKPJ i, uprkos godinama koje su brojale gotovo jedan vek, spadao je u izuzetno aktivne i disciplinovane članove Partije. Sve do pre nekoliko meseci, dok ga, kako je govorio nisu izdale noge gotovo svakodnevno je posećivao partijske prostorije i učestvovao na svim partijskim manifestacijama.
Draško je bio naš učitelj, uzor i ponos, naš primer i živa enciklopedija komunističkog pokreta u Jugoslaviji i svetu. I stoga je uživao veliki ugled i imao veliki autoritet, mada je uvek bio skroman, tih, ali energičan u svakom domenu.
Draško je bio internacionalista i radovao se svakom uspehu progresivnih snaga u bilo kom kutku planete, a tugovao zbog poraza, revizionističkih zastranjivanja i drugih neuspeha komunista. Bio je u principu veliki optimista i sanjar, uveren u neizbežan istorijski trijumf komunističkih ideala i umro je u snu, ali mi njegovi sledbenici čvrsto verujemo u neizbežnost pobede društva zasnovanog na socijalnoj pravdi. A socijalne pravde nema bez socijalizma i komunizma.
Draško Dinić je bio izuzetno čestit i pošten čovek, uporan i nepokolebljiv, čovekoljubiv, drag i dalekovid kao i ideologija kojoj je pripadao.
Ime i delo Dragomira-Draška Dinića ostaće trajno urezani u anale Komunističkog pokreta u Jugoslaviji, služeći mu kao svetao primer, uzor i inspiracija u revolucionarnoj borbi.

Neka je večna slava i hvala velikom revolucionaru Drašku Diniću!

Sekretarijat NKPJ



AUGUSTO DI SANO

Abruzzese combattente nella Divisione Garibaldi in Jugoslavia





JOSEPH EPSTEIN 

le " colonel Gilles " dans la Résistance,
polonais, juif, communiste. Sa vie, c'est la lutte.

Né en 1911 à Zamosc en Pologne, il appartient ù une famille aisée de  culture yiddish. Très jeune, il participe, dans les rangs du Parti  communiste polonais, à la lutte contre !e gouvernement autoritaire de Pilsudski.

En 1932, il doit s'exiler et choisit la France. De 1936 ù 1939, il  combat aux côtés des républicains espagnols dans les rangs tics  Brigades internationales et il sait que la bataille contre le fascisme sera longue.

A son retour il s'engage dans l'armée française. Fait prisonnier en  1940, il est envoyé en prison outre-Rhin, s'en évade et rejoint la  lutte clandestine en France.

En 1942, il organise l'ensemble des "groupes de sabotage el de  destruction " (GSD), créés par les syndicats dans les entreprises  travaillant pour l'occupant.

En mai 1943, après une vague d 'arrestation il devient le chef des  FTP de !a région parisienne, sous le pseudonyme de colonel Gilles ".  Cette fonction militaire lui permet d'instaurer une tactique de  guérilla urbaine que mettent en oeuvre les Ftp-moi et qui porte ù  l'occupant nazi des coups sévères et spectaculaires.

Il est arrêté !e 16 novembre 1943, à Evry Petit-Bourg, en Seine-et-Oise, lors d'un rendez-vous avec Missak Manouchian dirigeant militaire régional des Ftp-moi. Sauvagement torturé, il ne parlera pus, jusqu'à taire son nom. Il  est fusillé au Mont Valérien, le 11 avril I94-1, avec vingt-huit autres résistants.


Source: "rifondazione_paris", Sab 2 Apr 2005  20:11:16 Europe/Rome
http://it.groups.yahoo.com/group/info_prc_paris/

Inauguration de la place Joseph EPSTEIN (Colonel Gilles dans la résistance)

Lundi 11 avril à 11h15
A l'angle de la rue des Mûriers et rue des Partants, Paris 20ème
     
Allocution de

Michel CHARZAT, Maire du 20ème

Léon LANDINI, Président de l'Amicale Carmagnole Liberté

Pierre MANSAT,au nom des élus communsites de Paris

Bertrand DELANOE, Maire de Paris


Source: http://komunist.free.fr/arhiva/apr2005/pariz.html

    Žozef Epštajn – Trg u srcu Pariza dobio ime slavnog partizanskog komandanta

Pun tekst govora Leona Landinija održanog na svečanom otvaranju trga Žozef Epštajn
u prisustvu najviših predstavnika Opštine Pariza, boračkih organizacija Francuske i velikog broja Parižana.
(prevod: Olga Darić)

Crveni plakat Vodio je u boj heroje poput Manuhiana, partizane doseljeničkog odreda (M.O.I.) čije su slike zajedno sa slikama diverzantskih akcija nacisti po hapšenju, uoči mučkog streljanja, objavili na svom gnusnom "crvenom plakatatu", oblepivši njime čitav Pariz i Francusku. Taj "crveni plakat" sa u nizu poređanim slikama "zlikovaca" danas važi za simbol Francuskog pokreta (F.T.P.). Komandovao je borcima za oblast Il d'Frans, junacima poput Anrija Rol-Tangija i Eduara Valerana, steljlanog na Mont-Valeranu 23. novembra 1943.

Albert Uzulias, načelnik Glavnog štaba F.T.P-a imao je običaj da kaže:
"Žozef Epštajn, to je najbolji komandant francuskog oružanog pokreta!"

Pa ipak je pao u zaborav! Da! zaboravljen među zaboravljenima, zaboravljen čak i od pojedinih najbliskijih saboraca. Šezdeset i jedna godina od njegovog streljanja je protekla i evo tek danas, ovim svečanim javnim činom, konačno počinjemo da skidamo veo zaborava. Zapostavljen od mnogih istoričara, nepoznat velikoj većini stanovnika Francuske.
Stranac, Jevrejin, Komunista! To su verovatno razlozi zbog kojih je zaboravljen njegov odsudan doprinos partizanskim akcijama u Parizu i području Il d'Frans-a. Diplomirani pravnik, komunista i čovek koji nadasve ceni mir, Epštajn nije bio predodređeni vojnik a proslavio se kao nadahnuti strateg. Tom izvanrednom organizatoru, najpreča je bila briga za živote boraca. Smatrao je da previše njih gine u akcijama protiv okupatora, pa je nastojao da što bolje osmisli odstupnicu i podršku borcima koji su izvodili napad. Zahvaljujući taktici koju je lično razrađivao, mnogi od nas ovde prisutnih saboraca, pa i ja lično, bili smo pošteđeni sigurne smrti. Veliki je broj nas koji mu dugujemo život pa smo stoga dali sve od sebe da se konačno, obznani ono što zaborav nagriza već više od 60 godina. Ima tome 25 godina kako su članovi boračke organizacije iz Bataljona Karmanjol et Liberte sebi stavili u zadatak odavanje priznanja svom drugu. Dvadeset pet godina smo obijali pragove nadležnih službi kako bi zasluge Komandanta Žila bile priznate i kako bi njegovo ime bilo i formalno slavom ovenčano. Cilj smo eto ostvarili, danas, zahvaljujući Opštini grada Pariza koja je izašla u susret našim molbama. Zahvalni smo ovde prisutnom G.dinu Predsedniku opštine grada Pariza, B. Delanoeu, G.đi O. Kristien, njegovom pomoćniku, kao i svima koji su nas podržali u nastojanjima da Žozef Epštajn dobije svoj Trg u Parizu. Pola Epštajn, majka ovde prisutnog Žorža, preminula je prošle godine, uskraćena za utešno saznanje da je čoveku kome je život posvetila, i formalno slavom ovenčan. Ovaj svečani čin u povodu koga smo se ovde okupili, mada bremenit strasnim uspomenama, nije žalostan. Žalosni su zaborav, nedoslednost, i nadasve, žalosno je izdajničko držanje, a mi ovde danas ispunjavamo reč!

Ipak treba reći i to da je danas, previše onih koji u sebi potiskuju uspomenu na tragičnu mladost. Previše je danas porodica koje u srcima još nose neprežaljenu tugu. Puke reči nisu dovoljne da iskažu bol za izgubljenim prijateljima, drugovima, braćom. Mi, koji smo preživeli epopeju oslobodilačke borbe, u nedrima nosimo uspomenu na pale borce žrtve naci-fašizma. Naša je želja da slavom budu ovenčani svi koji su pali za našu slobodu i koji su trajno žrtvovali svoju mladost. Bitka koju danas bijemo jeste bitka za Istinu. Nedopustivo je da sa nama iščezne Istorija, ona se mora odbraniti od slojeva prašine vremena koje prolazi i banalnosti koje ono nanosi, od beskrupuloznih i upornih pokušaja njenog prekrajanja. Mi, stari borci pripadnici F.T.P.-M.O.I -a, negovaćemo uspomenu na dane borbe, aktivnom borbom u vremenu sadašnjem, kome više nisu primerene uobičajene prigodne svečanosti pukog oživljavanja uspomena. To s toga što nas za prošlost pre vežu ideali za koje se i danas borimo, nego uspomene, ma koliko one bile upečatljive. Dužni smo pamtiti istrajavajući u borbi za bolje sutra.

Neka se zato sa ovog mesta gromko čuje naša reč:
"Uspomene nisu samo za negovanje prošlosti, one su pre svega za izgradnju svetle budućnosti".
Ne! daleko od toga da nam je stalo do rata i uspomena na njega. Svaki je rat nedostojan čoveka. Nedopustivo je, međutim, poistovećivanje naših slobodarskih ideala i borbe za njih, sa fašističkom. A takva je tendencija danas itekako prisutna.
Pokret otpora je od osnovnog značaja za Francusku, kao i za čovečanstvo uopšte uzev. Da nije bilo njega, ne bi bilo ni Francuske!

Iako ophrvani godinama, mi, stari borci istrajavamo u borbi da bismo ostali dostojni drugova koji više nisu sa nama. Oni su ginuli čvrsto verujući da se žrtvuju za bollje sutra, za uzvišene ideale bratstva i jedinstva.

Da! Za svet u kome neće vladati ratovi, deportacije, rasizam, torture, fašizam. Za svet u kome je ljudsko dostojanstvo svetinja. Svet u kome vlada mir.

Ili, kako reče Pol Eliar:
"Tek kada više ne bude ratova, smatraćemo da njihova žrtva nije bila uzaludna".

U Parizu - 11. aprila 2005.

*Leon Landini*, prvoborac
Pripadnik F.T.P.-M



SPARTACO FERRI

Spartaco Ferri ci ha lasciato il 14 agosto 2012. Altri testi in suo ricordo ed alcune fotografie si trovano nella pagina a lui dedicata sul sito del Gruppo Atei Materialisti Dialettici, di cui fu tra i fondatori.

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Da: Miriam Pellegrini Ferri <gamadilavoce @ aliceposta.it>
Data: 14 agosto 2012 21.18.08 GMT+02.00
Oggetto: [vocedelgamadi] Lutto assai doloroso

Il Partigiano, il comunista, il combattente contro  tutte le ingiustizie in ogni parte del mondo: Spartaco Ferri non é più con noi.
Aveva la tessera del partito comunista nel 1943, quando aveva solo 19 anni. Diffondeva l' Unità (un solo fogio clandestino) cosa che avrebbe potuto costargli la vita.e imparò a sparare al nemico dal suo comandante che era un valido jugoslavo, quando partì per  essere partigiano nelle montagne umbre  Aveva creduto e sperato nel Partito comunista di Gramsci. Ma quando nel 1968 i burocrati del partito   chiamavano la polizia contro gli studenti in lotta, anzichè ascoltarli, capirli e indirizzarli alle teorie scientifiche della classe, Spartaco  non esitò a lasciare il Partito. Lavorò per l' amicizia con la Cina di Mao, con l' Albania di Hoxha, con la Jugoslavia di Tito, con la Corea di Kim Il Sung, con Cuba. Accolse con grande entusiamo la proposta  della sua compagna di vita e di lotta, Miriam, madre dei suoi figli, che ideò di fondare il G.A.MA.DI. per la diffusione della cultura scientifica della nostra classe.
Nel suo lavoro di Perito industriale specialista in cemento precompresso, é stato premiato con medaglia dal ministero dei Lavori Pubblici per aver collaborato alla costruzione del Ponte in Tor di Quinto in Roma. Il tentativo più volte fallito di costruire l' autocamionale della CISA, che unisce il parmense a La Spezia, é stato realizzata con la direzione di Spartaco e a tutt'oggi (dopo più di trent' anni) é funzionante.Spartaco é stato un uomo nel senso più pieno del termine per la sua intelligenza per la sua onestà, per la sua lealtà e per l' impegno politico e sociale per il quale é stato sempre protagonista.  Insieme alla sua compagna, Egli ha scritto una delle pagine d' amore più belle e più intense vissute nel corso della loro unione durata oltre sessant' anni.
Addio Spartaco!!! Non ti dimenticheremo e continueremo a lottare!!!


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Da:     Coord. Naz. per la Jugoslavia <jugocoord @ tiscali.it>
Oggetto:     [CNJ] Spartaco Ferri
Data:     16 agosto 2012 00.05.05 GMT+02.00

Il Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia onlus si unisce al cordoglio per la scomparsa di Spartaco Ferri, cristallina figura di partigiano comunista e di internazionalista appassionato.
Spartaco mosse i primi passi della lotta armata antifascista nelle file della Brigata Gramsci dell'Umbria, sotto il comando di combattenti jugoslavi sfuggiti ai campi di concentramento sulla nostra penisola. Dopo la Liberazione si formò soprattutto sui testi di Engels, maturando una convinta adesione al materialismo storico e dialettico e ponendosi fermamente in contrasto contro le derive opportunistiche e anti-scientifiche di gran parte del movimento comunista italiano. Nei decenni successivi fu tra l'altro impegnato in iniziative internazionaliste e di amicizia "con la Cina di Mao, con l'Albania di Hoxha, con la Jugoslavia di Tito, con la Corea di Kim Il Sung, con Cuba", come ricorda la sua compagna di vita, la partigiana Miriam Pellegrini, alla quale va il nostro più affettuoso abbraccio in questo momento.
Con Miriam, nel 1998 Spartaco è stato tra i fondatori del GAMADI (Gruppo Atei Materialisti Dialettici) (1), organizzazione con cui CNJ-onlus da anni collabora ad esempio attraverso la redazione di un foglio comune sulle questioni jugoslave (2), nonché nell'organizzazione di iniziative (3) e nella gestione della sede romana. Come CNJ-onlus siamo fieri di avere avuto Spartaco tra i componenti del nostro Collegio dei Garanti.
Porteremo avanti gli ideali internazionalisti e di giustizia sociale di Spartaco, facendo tesoro dell'esempio e dell'insegnamento che ci ha trasmesso.

Per CNJ-onlus, il Consiglio Direttivo

(1) http://www.gamadilavoce.it/
(2) http://www.cnj.it/informazione.htm#insertoGAMADI
(3) Tra tutte ricordiamo la due-giorni organizzata nel 60.mo della Liberazione dell'Europa dal nazifascismo, cui intervennero ex combattenti, studiosi ed antifascisti da molti paesi: http://www.cnj.it/PARTIGIANI/resoconto.htm

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Cara Miriam

Mi sono addolorata profondamente dalla notizia della scomparsa del valoroso partigiano e antifascista,compagno Spartaco. In questi giorni di lutto ti sono molto vicina e acetta le mie condoglianze le piu sentite e sincere.Io so bene come ti senti in questi giorni della perdita del tuo caro compagno di vita e della nobile lotta antifascista e rivoluzionaria. Io ho la convinzione che tu andrai avanti,sempre energica nelle tue attivita sociali e pubblicistiche. Tu avrai il calore dei tuoi figli e il sostegno dei tuoi parenti,di tutti i compagni di lotta di Spartaco e i tuoi amici e collaboratori.

Con un senso di dolore nel cuore ci rendiamo conto che molti dei nostri amici partigiani non sono piu tra noi,ma la memoria di questi arditi combattenti rimara sempre viva,perche hanno lottato per tutta la vita,prima contro i nazifascisti e poi contro le forze reazionarie che hanno sfruttato senza pieta le masse lavoratrici e ci hanno portato in questa situazione attuale di crisi,di poverta,senza lavoro,interi popoli nel mondo e anche nei paesi piu sviluppati. Noi siamo fieri di tutti i partigiani e compagni di ogni nazionalita.

Che il ricordo di compagno Spartaco possa vivere per sempre nei cuori di chi lo ha conosciuto e amato. Gloria alla memoria di tutti i partigiani.

Ti abbraccio affettuosamente
Nexhmije Hoxha


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Questioni della Scienza
A cura di A. Martocchia
(pubblicato su La Voce del G.A.MA.DI. di ottobre 2012)

SPARTACO E LA SCIENZA

Il primo ricordo che ho di Spartaco Ferri credo risalga al 1999. Ero assieme ad un altro compagno quando incontrammo Spartaco e la sua compagna Miriam Pellegrini presso il cancello del parco della Cacciarella appena ristrutturato, in via Casal Bruciato a Roma. Conoscevo allora solo Miriam, indirettamente per averla ascoltata ed apprezzata in trasmissioni radiofoniche su Radio Città Aperta. Dopo essere stati presentati, i due si informarono meglio su di me, sulla mia formazione ed attività lavorativa, e subito Spartaco mi sorprese: "La tua formazione scientifica è molto preziosa. Ce n'è bisogno, perchè in giro regna sovrana una confusione terribile. Il pensiero comunista si basa sulla scienza, ogni questione politica andrebbe affrontata scientificamente, altrimenti tutto viene distorto e capovolto. Alla base della nostra teoria e pratica politica c'è il Materialismo Dialettico di Engels, che è esso stesso teoria scientifica. Chi prescinde da questo, anche se si dichiara comunista o marxista, viene imbrigliato nelle credenze e nelle chiacchiere della religione, cioè nell'irrazionalità in tutte le sue forme, ed è perciò destinato al fallimento."
Era la prima volta che sentivo parole simili, pronunziate con tale esattezza e determinazione, e devo dire che ne rimasi - e ne sono tuttora - folgorato. Avevo finalmente incontrato dei compagni con grande esperienza alle spalle, che non solo erano in grado di insegnarmi qualcosa - e per di più con la credibilità di chi era stato partigiano, combattente per la liberazione dal nazifascismo, e poi impegnato in tante battaglie non solo contro i residui del fascismo ma anche contro l'opportunismo e le deviazioni delle sinistra borghese... Non solo potevano insegnarmi qualcosa, ma avevano anche salda in mano la "chiave" dell'unitarietà tra conoscenza e passione scientifico-culturale e conoscenza e passione politico-ideologica. Tutte cose - Engels, la Dialettica della Natura, il socialismo scientifico - che conoscevo solo librescamente, per averle lette, e che adesso invece, grazie alle parole di Spartaco, si incarnavano nell'impegno concreto, nella attività politica reale, nella frequentazione vera con questi compagni preziosi.
Spartaco aveva maturato le sue convinzioni sin dagli anni Quaranta, nel fuoco della lotta partigiana e nei primissimi anni di vita politica del PCI nell'Italia appena liberata. Mi spiegò che in quell'epoca - credo fosse tra il 1944 e il 1947 - il Partito organizzava seri corsi di formazione, che includevano lo studio del Materialismo Dialettico, e quindi l'approfondimento della figura e dell'opera di Friedrich Engels. Contenuti che ben presto furono abbandonati dal Partito, troppo impegnato a conciliare l'aspirazione comunista con l'egemonia culturale del Vaticano attraverso scelte compromissorie e snaturanti. Nell'arco di pochi anni divenne chiaro che nel Partito si era preferito cedere l'attività culturale ed il lavoro ideologico ad intellettuali che non solo erano di estrazione borghese, ma che conservavano quella impostazione idealistica, subalterna al cattolicesimo, che continua a piagare la vita intellettuale della nostra nazione.
Spartaco era fatto di tutt'altra pasta. Da giovanissimo aveva recepito la natura più profonda e corretta del pensiero materialista storico e dialettico, non aveva mai ceduto a compromessi su quel versante, ed era in grado di tramandare quelle convinzioni, quel sapere, intatto a giovani "ignoranti" come me. È una lezione di quelle che non saranno mai dimenticate.





MIQEREM FUGA

Già Segretario  Generale dei Veterani (Partigiani) d'Albania




ANGELO GALAFATI

Lettera dal carcere di Regina coeli di Angelo Galafati, pontarolo, originario di Civitella d'Agliano (Vt), Combattente partigiano a Roma nel Movimento comunista d'Italia Bandiera rossa, trucidato alle Ardeatine. La registrazione è stata effettuata all’Archivio di Stato di Viterbo, il 7 settembre 2009, per l’inaugurazione della mostra Noi adesso rivoltiamo il mondo, Angelo Galafati e il Movimento comunista d’Italia Bandiera rossa. Legge: Laura Antonini, musica: Luciano Orologi.

http://www.youtube.com/watch?v=x_nydC22pP4 

http://www.youtube.com/watch?v=5NMr3JWE66w 

(segnalato da ANPI Viterbo)

Dalla scheda Anfim:
GALAFATI ANGELO di Giuseppe e Pettinelli Maria. Nato a Civitella d´Agliano il 31 agosto 1887, pontarolo. Combattente della I Guerra Mondiale di cui fu decorato di Medaglia d´Argento al Valor Militare. Fu sempre d´idee liberali e democratiche. Sin dal 1923 dovette sopportare, per le sue idee socialiste, le angherie del regime fascista, al punto che nella piazza del paese nativo fu oltraggiato e malmenato. Nonostante la sorveglianza e la mancanza di lavoro, non aderì al partito fascista. Si adattò ai lavori più umili per sfamare i suoi sette figli, lavorando giorno e notte. Dopo il 25 luglio 1943 aderì al Movimento Comunista d´Italia Bandiera Rossa, dove operò unitamente ad altri compagni, unendo gli antifascisti locali. Su denuncia di una spia, fu arrestato nella propria abitazione, a Roma, in via Fortebraccio n. 15, agli inizi di marzo 1944. Con lui furono arrestati quattro prigionieri russi, un belga ed un francese che aveva nascosto. Fu detenuto a Regina Coeli, cella 256. Trucidato alle fosse Ardeatine il 24 marzo 1944.




OVIDIO GARDINI

combattente sotto il comando di Giuseppe Maras nella Divisione "Italia"
Ci ha lasciato pochi anni fa

Forlì, settembre 1994: 

<< Caro Ivan,
(...) Ti ringrazio per le attestazioni di stima e per i tuoi personali ricordi, coi quali hai voluto sottolineare ed esaltare il clima, i rapporti fra genti e persone e la vita in genere che caratterizzavano la Jugoslavia degli anni ’70 e primi ’80, quando era ancora il solco della Resistenza e dei suoi valori quello su cui si incamminavano la gioventù e la società jugoslavi.
Ma mi rincuora il constatare che, al di là delle inevitabili amarezze per le mostruosità dell'oggi, persista in te la speranza e la fiducia in un futuro che riscoprendo i valori resistenziali ed umani universali ed eterni riporti pace, fratellanza ed unità fra tutti i Popoli Slavi del Sud. In questo senso anche tu oggi, generosamente impegnato verso tali obiettivi, sei come noi allora, un autentico "resistente" e ciò consola e ridà forza e coraggio a noi vecchi partigiani, a voltedisorientati e sbigottiti di fronte agli eventi odierni, allorché ci sentiamo traditi dalla storia e dagli uomini, traditi della nostra generosità così mal ripagata (...) magari traditi dall'età e dai suoi acciacchi e debolezze, anche se mai traditi dal cuore e dalla coscienza... >>

E presentando l'articolo "La storia cancellata", inviato a "Camicia rossa" e "Patria indipendente" (chiedendosi già allora se sarebbe stato pubblicato), nel dicembre 1998:

<< Come vedi (...) "La storia cancellata" è una denuncia, con alcune notizie dati e considerazioni mie personali, che trae lo spunto dalla rimozione a Spalato [Croazia] della lapide dedicata al battaglione "Garibaldi", rimozione avvenuta il 1. ottobre 1998 [in vista dell'arrivo del Papa Wojtyla]...
A te, che nonostante tutte le difficoltà materiali e spirituali quotidianamente affrontate nel tuo impegno per le grandi ragioni ideali, prosegui fermamente sulla tua strada e ti ricordi sovente anche di un vecchio partigiano della Resistenza italiana in Jugoslavia come me, invio più volentieri che ad altri questo mio scritto perché so meglio di altri ne capirai ispirazione e significato. >>
 
La lapide era stata collocata  nel novembre del 1963 per ricordare che l'esercito italiano non rappresentava tutti gli italiani - come ha raccontato V. Knezovic, presidente dell' ACGL (ANPI slavo) - e che alcuni di essi hanno voluto combattere accanto al popolo jugoslavo contro il fascismo. La lapide si trovava sull'edificio nella Piazza Garibaldi, ora divenuta "piazza di re Tomislav"... L' edificio, con la Croazia diventata "indipendente", è diventato sede dell'Arcivescovado... E lì si è riposato il papa Wojtyla.

<<
In Croazia girano liberamente di nuovo gli ustascia (i fascisti croati) e vengono celebrate messe in suffraggio e memoria del duce croato Ante Pavelic, che, può darsi, visto il corso recente delle beatificazioni cattoliche [Aloizije Stepinac], venga beatificato come eroe nazionale anche lui... >>

Da "La storia cancellata", intervento al Consiglio Nazionale A.N.P.I., Rimini 29/30, 10.1998:

<< Via la lapide dei partigiani. INSULTO ALLA "GARIBALDI"

(...) Penso valga la pena chiedersi se nella "rimozione" della Lapide del Battaglione "Garibaldi" debba vedersi una specie di omaggio, di ringraziamento dovuto e di solidarietà storica a Papa Giovanni Paolo II e al Vaticano per il loro riconoscimenti anticipati e "partigiani", e per la loro ripetuta presenza non solo religiosamente "beatificatrice", ma di sostegno e avallo politico al Governo di Tudjman e all’attuale Repubblica di Croazia. Infatti, non è forse noto che fra il Vaticano (oggi retto da Papa Wojtyla) e Garibaldi e i garibaldini non è corso mai buon sangue, come ci ricordano le vicende storiche del secolo scorso legate alle lotte per l’unità d’Italia e anche quelle politiche di questo secolo...? E (corsi e ricorsi della storia), come dimenticare a tal proposito l’ atteggiamento del Vaticano, nel 1873/76, proprio nelle regioni jugoslave, quando osteggiò direttamente e internazionalmente le lotte per l’indipendenza e la liberazione dell’Erzegovina e della Bosnia dal domino turco (mussulmano) condotta dai Serbi (cristiano ortodossi), a fianco dei quali parteciparono combattenti volontari garibaldini italiani ?... >>

di Ovidio Gardini segnaliamo il libro-testimonianza Canta canta burdel

Trascrizione dalla audio cassetta allegata:
“Odmor” - Dalla Resistenza italiana all’estero, canti ed echi, a ricordare una storia.
Testimonianza musicale a cura di Ovidio Gardini



[in grassetto corsivo blu i brani musicali]

LATO 1 <<

Dalla Resistenza italiana all’estero canti ed echi, a ricordare una storia, la Divisione garibaldina d’assalto “Italia” in Jugoslavia, 1943 – 1945.

La protesta, 1942 – 1943

In Jugoslavia, "Radio Scarpa" ce l’aveva portato dalla Grecia, ove già nell’inverno 1940-41, l’aveva cantato la Divisione Julia, dai greci inchiodata e purtroppo quasi annientata, sul confine greco – albanese. E noi l’avevamo fatto nostro e così lo cantavamo: [1'07''] Sul monte di Perati

Era stato, quello di Albania e Grecia, il primo di una serie di rovesci militari e umane tragedie dei militari italiani, seguito poi da quelli in Africa Orientale e Settentrionale, e poi in Russia. Contrariamente agli ordini che li vietavano perché considerati disfattisti – e faceva infatti a loro di contrappunto, paradossale, patetico e beffardo, propalato e gracchiato dalle trasmissioni della radio del governo fascista: “Vincere e vinceremmo in cielo, in terra, in mare” –, oltre al “Ponte di Perati” cantavamo pure il vecchio canto militare: [4'25''] Ta pum, ta pum

La nostalgia, 1942 – 1943

La esprimemmo tramite note canzoni di musica leggera, cantando tra le altre: [6'02''] Tornerai
[7'54''] (musicale) E poiché qualcuno di noi, nonostante gli ordini contrari, familiarizzava e cantava con la gente del posto, si è imparato anche: Tamo daleko / Laggiù lontano

Inizio della Resistenza, Settembre 1943, Dalmazia


Andando in montagna, verso i partigiani jugoslavi, quella stellata notte del 9 settembre 1943, incontro a quale destino andava, chi come noi era stato, fino al giorno prima, aggressore e occupatore armato di quel popolo? Un’ombra e un dubbio assillanti, presto dissipati dall’accoglienza comprensiva e poi fraterna dei partigiani jugoslavi. Tant’è che non molti giorni dopo, guidando in montagna altri militari italiani fuggiti ai tedeschi o sbandati e raccolti sulla costa, cantavamo insieme: [10'57''] La strada nel bosco

Il 13 settembre 1943, nasce a Spalato in Dalmazia il battaglione “Garibaldi” che canterà il proprio inno “Garibaldini”. Lo ascoltiamo, nella parte iniziale, dalla viva voce dei partigiani del coro della Divisione “Italia” in una esecuzione del 12 giugno 1945, registrata a Radio Zagabria, prima del rimpatrio: registrazione recuperata 20 anni dopo e purtroppo deteriorata dal tempo e dai limiti tecnici di allora, cui fanno seguito in un collegamento ideale, le voci della generazione dei nipoti – i 250 studenti dell’Istituto magistrale di Forlimpopoli, in un’esecuzione del 22 aprile del 1989, nell’Aula Magna dell’Istituto, registrata con un comunissimo registratore portatile nel corso di un incontro-testimonianza sulla Resistenza italiana all’estero: [13'50''] Garibaldini
"Bravissimi, molto bene (applausi) Pensate, nella Introduzione
del mio libro ho scritto che quella testimonianza la considero una lettera aperta ai compagni partigiani che hanno fatto con noi la Resistenza in Jugoslavia e che sono sparsi oggi in tutta Italia – perché eravamo di tutte le regioni italiane, dalla Sicilia alle Alpi. Ma ho scritto anche che è una lettera aperta per i nostri figli e i nostri nipoti. Il fatto di sentirvela cantare mi conferma ancora di più in questo, e quindi vi ringrazio, perché vedo che questa lettera aperta è giunta a destinazione. Grazie." (applausi)
Il 15 ottobre 1943, dalla compagnia italiana sorta in Dalmazia, nasce a Livno in Bosnia il Battaglione Matteotti, il cui inno diventerà il canto "Noi traditi": [17'36''] Noi traditi
Da quei primi giorni – Dalmazia 1943 – combattendo al fianco dei partigiani jugoslavi, impariamo, da loro cantata con nostro stupore in lingua italiana: [20'35''] Bandiera rossa
Ma impariamo, e facciamo nostri, anche loro canti partigiani e popolari, come "Marijane". Il canto "Marijane" si rivolge al Monte Marijan che è sopra a Spalato, e dice: "Oh Marijan, perché non sventoli la bandiera? Perché non sventoli la bandiera, amato tricolore, nella quale si legge il nome del compagno Tito, e dall'altra parte 'avanti partigiani'?"  [21'22''] Marijane
Altro canto è "Dalmatinska", l'inno della Prima Brigata Dalmata nelle cui file combatterono la nostra compagnia italiana e che in sintesi dice: "Di Dalmazia nostra prima Brigata d'assalto, proletario il comandante, proletario il commissario, proletari tutti i combattenti, valorosi partigiani di Tito, così fraternamente parlano fra loro: 'Salve comandante! Salve commissario! Salve compagni!"

[23'19''] Dalmatinska

"Zdravo drugovi! Zdravo (...) Kako je, druze? Dobro, a ti? Zdravo italijani! Pokret, pokret! Pokret drugovi, ajmo!..."

Bosnia. La fame e la lotta

Condivise coi compagni partigiani jugoslavi, fra cui tante donne della Resistenza, fame e lotta le cantammo con questa fantasia di canti partigiani e popolari: [24'38''] Oj Glamočko ravno polje / U Bosni se podignula raja / Lijepa Julijana (Razgranala grana jorgovana)
Questi tre canti, come il precedente "Tamo daleko" e i successivi "Blagi vjetar" e "Omladinka Mara", allora da noi cantati soltanto in serbocroato, vengono qui eseguiti anche in odierna versione cantata italiana per una comprensione godibile pure musicalmente:
[27'27''] Oj di Glamoč dolce piano / Nella Bosnia si levò la raja (Nella Bosnia è sorto il paradiso) / La bella Julijana
Noi, che arrivavamo stanchi ed affamati, la bella Julijana ci accoglieva dicendo: “Jedi brate moj!” (Mangia fratello mio). Mentre ci porgeva quel poco che aveva, una fetta di polenta e una ciotola di “kišelo mlijeko” (latte acido) – per noi la vita! Poi andò partigiana, come altre 100.000 donne jugoslave, e cadde come altre 20.000 di loro.

>> [31'00''] LATO 2 <<

Nel clima della guerra, momenti di vitale accomunante gioia, e anche d'amore, 1943 – 1945

Dai partigiani e dalle genti jugoslave, a sostenerci nella durissima lotta, la mano fraterna, l'affetto e l'amore. Con loro, il canto e il ballo più popolare in Jugoslavia –  [31'36''] (musicale) – il kolo in versione ballata... e cantata, che dice: "Allarga il giro, girotondo del Kozara, allargalo di più ché meglio si danza! Oj fanciulla, cara anima mia / Širi kolo oj siri kolo kozaračka lolo! Širi veče oj siri veče bolje se okreče! Oj djevojko, drago dušo moja..."
Una vecchia canzone popolare d'amore: [34'00''] Blagi vjetar poljem piri / Dolce brezza il campo sfiora
Un canto d'amore partigiano: [37'15''] Bolna lezi omladinka Mara ... / Giace Mara giovane malata ...

Il nostro itinerario: La lunga strada per la libertà e la fratellanza, 1943 – 1945


Partendo dalla già ricordata e cantata Dalmazia, esso si snoda attraverso le più volte, in tutti i sensi, percorse Bosnia ed Erzegovina, anch’esse già menzionate col loro canto – [41'14''] (musicale) Marš na Drini / Marcia sulla Drina – toccando il Montenegro e il Sangiaccato.
Il Durmitor è una montagna: "Durmitor oh alta montagna, oh lago, mia terra natale" [42'59''] Durmitor Durmitore visoka planino
E proseguendo poi per Šumadija e Serbia e Belgrado...
La Morava è un fiume: "Oj Morava, il mio villaggio è in pianura, tu sei in pianura, perché vuoi straripare? Cade la pioggia e la Morava arriva [43'56''] Oj Moravo, moje selo ravno
E ancora continuando attraverso Srem, Slavonia, e Croazia, fino a Zagabria, combattendo e marciando per venti mesi e circa 11.000 km, a piedi.


L’internazionalismo resistenziale, 1943 – 1945

Si espresse in tanti movimenti di Resistenza, che unirono nella comune lotta contro il nazifascismo, paesi e genti di etnie, lingue, cultura, credo socio-politico e religioso, diversi. Nel mondo, in Europa e la Resistenza italiana all’estero ne è emblematica testimonianza, e appunto in Jugoslavia, ove noi combattemmo.
Tale internazionalismo noi lo vivemmo nella lotta ma anche – e lo confermano quelli già cantati in questa testimonianza – nei canti.
Ricordando e ricollegandoci idealmente alla voce di Radio Londra in guerra, a quella tipica sigla musicale che allora ne precedeva la trasmissione – le quattro note iniziali della Quinta di Beethoven, leggibili anche in alfabeto Morse come lettera “V", uguale a Victory – dalla missione britannica presso il Comando supremo del maresciallo Tito, abbiamo, nell’inverno 1943 – 44, imparato e cantato: [48'12''] It's a long way to Tipperary "Bravissimi!" (applausi) "È lunga la strada per Tipperary, è lunga la strada per andarvi, per la più bella ragazza che io conosca. Addio Piccadilly, addio piazza di Leicester: è lunga la strada per Tipperary, ma il mio cuore è proprio là"
E, con nella mente l'eco della voce di Radio Mosca di quei giorni, annunciata allora da una toccante sigla musicale – le note iniziali di un canto popolare russo [49'25''] Shiroka Strana Moya Rodnaya "Oh vasta terra mia natale"... dai tovariši dell'Armata Rossa incontrati a Mladenovac, Serbia, ai primi d'ottobre 1944, abbiamo imparato e poi cantato "Komandir Čapajev": "Il comandante, l'eroe Čapajev, sta sempre innanzi. Egli comanda i suoi uomini con entusiasmo e fermezza. Tutta la gioventù al vederlo gioisce. Tutti accorrono alle sue parole." [50'07''] Komandir Čapajev
"Bravi!" (applausi) "Io mi compiaccio di questo internazionalismo, della vostra, diciamo, partecipazione, perché oggi, voi sapete, noi stiamo parlando di Europa e parleremmo d’Europa sempre più, ma non soltanto dell’Europa dell’Ovest, ma anche quella dell’Est. L’Europa e il mondo sono, saranno i nostri destini. Ecco, per questo, noi siamo in sintonia anche oggi."


A Belgrado e avanti, fino a Zagabria, 1944 – 1945

A Belgrado, liberata anche da noi, abbiamo formato, coi superstiti dei battaglioni “Garibaldi” e “Matteotti”, con altri partigiani italiani, già combattenti in reparti jugoslavi, e con 2500 italiani liberati dalla prigionia tedesca, il 28 ottobre 1944 la Brigata – poi Divisione – Garibaldina d’Assalto “Italia”, il 29 ottobre il Battaglione – poi Brigata – “Mameli”, il 19 novembre il Battaglione – poi Brigata –
“Fratelli Bandiera”, e più avanti, nello Srem, a Šarengrad, abbiamo costituito nel marzo 1945 la Compagnia – poi Battaglione – in armi d’accompagnamento “Šarengrad”. Ecco l’inno del Mameli che ascoltiamo nella parte iniziale dalle vive voci dei partigiani del coro della Divisione “Italia”, registrazione a Radio Zagabria del 12 giugno 1945, cui fanno seguito le voci della generazione dei figli, quelli del gruppo di filarmonici, in una esecuzione attuale: [53'07''] Inno del Battaglione Mameli
Questo che segue è l' [54'49''] Inno dei fratelli Bandiera
E conclude l'inno della Brigata – poi Divisione – "Italia", anch'esso nella parte iniziale con le voci dei partigiani del coro della Divisione “Italia”, cui seguono le voci della generazione dei nipoti, dell'Istituto Magistrale di Forlimpopoli: [56'46''] Inno della Brigata Italia
(Applausi) "Mi dispiace che i ruolini – che sono dove si registrano tutti i combattenti – della nostra formazione, cioè della Brigata–Divisione "Italia", siano già stati chiusi nel 1946 perché sennò vi iscrivevo tutti voi nella Brigata Italia! (applausi)
Ad essi, ai nipoti, il partigiano cantastorie, nel nome dei compagni caduti nella Resistenza, lascia il canto e la testimonianza. Perché continuino a cantare gli ideali della Resistenza:  Libertà, Pace, Giustizia Sociale e Fratellanza fra uomini e popoli! [60'23''] musicale (fisarmonica suona il kolo)

>> [trascrizione: Ivan Pavičevac e Andrea Martocchia; digitalizzazione: Giuseppe Casulli. N.B. il libro e l'audiocassetta sono in dotazione al Centro di Documentazione "Giuseppe Torre" di Jugocoord ONLUS]




NERINO GOBBO "GINO"

comandante del II settore della città di Trieste al momento della Liberazione, ci ha lasciati nel maggio 2012

Maggio 2005: INTERVENTO ALL'INIZIATIVA "PARTIGIANI!"
Maggio 2012: INTERVISTA POSTUMA
(anche su JUGOINFO)




VITOMIR GRBAC

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GERHARD HOFFMANN

Antifascista europeo, ci ha lasciato il 9/7/2014, a 97 anni compiuti.
Nel ’38 fuggì dalla sua Patria invasa dai nazisti e giovanissimo andò a combattere in Spagna, fu internato dai francesi, fuggì dal campo di concentramento e partecipò alla Resistenza francese. La madre, deportata ad Auschwitz , morì durante il viaggio, il fratello nel campo di Gross Rosen, il padre in un campo di internamento nella Francia di Petain.
Nel ’44 riuscì ad arruolarsi nelle truppe USA partecipando alla conquista della Germania. A 70 anni andò come volontario in Nicaragua per partecipare come carpentiere alla ricostruzione di quel paese. Negli ultimi anni venne diverse volte in Italia (Venezia, Trieste, Cagliari) per partecipare ad iniziative antifasciste. (fonte)





DRAGUTIN–DRAGO VESELIN IVANOVIĆ

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GIUSEPPE MARAS

Comandante della Divisione Italia, già Brigata Garibaldi, nella Lotta di Liberazione jugoslava;
poi Medaglia d'oro al Valor Militare. Decorato anche da Tito, che conosceva personalmente

Nato a Selve (Dalmazia) nel 1922, deceduto a Roma il 12 maggio 2002, Medaglia d’Oro al Valor Militare.

Il pomeriggio del 14 maggio del 2002, dalla Basilica di S. Lorenzo fuori le mura, a Roma, mentre impazzava, al solito, il traffico cittadino, si è visto uscire un feretro, sistemato su un vecchio affusto di cannone tirato a lucido. Sulla bara, una bandiera tricolore. Intorno: una compagnia di bersaglieri in armi, un gruppo di militari interforze, un drappello di carabinieri in alta uniforme e in congedo; la scenografia solenne, insomma, che com’è tradizione, accompagna i funerali dei decorati di Medaglia d’oro al valor militare. Fuori della consuetudine, però - oltre alla piccola folla di parenti e amici, di ex partigiani con il fazzoletto tricolore al collo (c’era anche un vecchio signore con camicia rossa e decorazioni, che reggeva un labaro dei garibaldini) – era il tricolore che ricopriva la bara. Non solo era sbiadito, ma al suo centro, nel bianco non più bianco, campeggiava una stella rossa e la scritta "Divisione Italia".

G. Maras riceve
                  una onoreficenza (Macerata 2001)

Giuseppe Maras decorato (dalla pagina: http://www.resistenzamacerata.it/Memoria/maras.html )

Con quella bandiera, dall’8 settembre 1943, l’allora sottotenente dei bersaglieri Giuseppe Maras, divenuto col tempo per i suoi uomini, "Pino il generale", aveva, combattendo contro i tedeschi, attraversato in lungo e in largo la Jugoslavia. Ventidue mesi di combattimenti durissimi, come ricorda la motivazione della Medaglia d’oro conferita a Maras il 7 settembre 1968, sino a quando i "talianski" della Divisione Italia, insieme all’Armata Rossa e all’Esercito popolare jugoslavo, non avevano liberato Belgrado. Quel giorno gli uomini di Giuseppe Maras (alla Divisione Italia si era arrivati per gradi: prima la costituzione, subito dopo l’armistizio, quando molti comandi si erano sfaldati, del battaglione "Garibaldi", composto anche dai giovanissimi carabinieri della "Bergamo" oltre che da fanti, granatieri, artiglieri e marinai; poi la costituzione del battaglione "Matteotti"; quindi la fusione nella brigata "Italia" che sarebbe diventata Divisione), in mezzo alle macerie e alle cannonate, raggiunsero il palazzetto dell’ambasciata italiana abbandonato dai diplomatici e issarono, sul terrazzo, la bandiera tricolore. Forse proprio la bandiera che Giuseppe Maras aveva custodito per tutta la vita e che ha accompagnato il suo funerale.

Fonte: http://www.anpi.it/patria/04-0502/19-22-Muraca_Terradura.pdf


La bandiera originale della Divisione Italia è ora custodita nel Museo delle Bandiere del Vittoriano a Roma

Ilio Muraca, Walkiria Terradura ed Avio Clementi ricordano la medaglia d'oro Giuseppe Maras (FILE PDF)

Cfr. anche l'articolo Ritorno a Spalato dove nacque il Battaglione "Garibaldi", da Patria Indipendente, ottobre 1985 (PDF incompleto)
 
Vedi anche: PROFILO DI GIUSEPPE MARAS, a cura del figlio Armando



NELLO MARIGNOLI

Radiotelegrafista della Marina militare italiana, Combattente nell’Esercito popolare di liberazione jugoslavo, Presidente onorario del Comitato provinciale ANPI Viterbo. Ci ha lasciato il 23 novembre 2014



GIUSEPPE MARMOROSA

Commissario politico nella II Brigata proletaria d’assalto in Jugoslavia





GIUSEPPE MEZZENZANA

immagini/mezzenzana_isprava.jpg
Tesserino militare di Giuseppe "Peći" Mezzenzana, appartenente al Primo Korpus Proletario

In una fotografia del 1985 nell'articolo
Ritorno a Spalato dove nacque il Battaglione "Garibaldi", da Patria Indipendente, ottobre 1985 (PDF incompleto)

Su Giuseppe Mezzenzana si veda veda il libro
IN MARCIA VERSO LA LIBERTÀ. Il contributo di un giovane partigiano italiano in Jugoslavia 1943-1945
a cura di Roberto Mezzenzana, Legnano 2016 <
roberto.mezzenzana  @  gmail.com >. Edizione autoprodotta in numero di copie limitato



VITTORIO MONDAZZI

Unitosi il 1 gennaio 1945 all’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia, caduto il 30 aprile successivo a Lipik (Croazia)




IBRAJ MUSA

Nato il 24 Aprile 1923. Albanese kosovaro, Veterano della II Guerra Mondiale, durante l'occupazione nazifascista della Jugoslavia ha combattuto nella Resistenza come partigiano, prima in Albania, poi in Serbia e infine in Bosnia. Egli e la sua famiglia vivevano a Osek Hila, villaggio a 5 Km da Djakovica, abitato da 1600 albanesi e poche decine di serbi.
Dopo l'aggressione della Nato e la conseguente occupazione del Kosovo nel giugno '99, che ha dato via libera alle forze terroriste dell'UCK nella provincia serba, come altre migliaia di famiglie di albanesi kosovari, gli Ibraj sono dovuti scappare in Serbia per non essere uccisi dai secessionisti.

Fonte: http://www.resistenze.org/sito/as/sosyu/assy9l13-005673.htm
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/6546



VILLY PASQUALI

Nato a Pistoia nel 1914, caduto a Brijestovo (Montenegro) il 10 novembre 1943, medico veterinario, Medaglia d'oro al valor militare alla memoria.
Si era laureato in medicina a Torino nel 1939 e tre anni dopo era stato chiamato alle armi. Mobilitato in Dalmazia con un reggimento di artiglieria alpina della "Taurinense", dopo l'8 settembre 1943 si unì ai partigiani che diedero vita alla Divisione "Garibaldi", partecipando con i suoi artiglieri a numerose azioni contro i tedeschi. Cadde durante un attacco ad un presidio nemico. La motivazione della massima ricompensa militare alla memoria di Villy Pasquali dice: "(...) Visto cadere un mitragliere lo sostituiva all'arma, continuando il fuoco contro un pezzo anticarro tedesco; fatto segno al tiro concentrato di armi automatiche nemiche non desisteva dalla azione, restando sul posto anche quando l'arma, più volte colpita, era resa inservibile. Sempre presente ove più aspro appariva il compito, durante una successiva azione, mentre con i suoi uomini formava una insormontabile barriera al nemico incalzante, stroncato dal fuoco nemico, immolava la sua giovinezza sul campo di battaglia". Nel dopoguerra a Villy Pasquali è stata intitolata la sezione di Pistoia dell'associazione Nazionale Alpini ed anche, a Pinerolo, la Scuola del Corpo di veterinaria, lasciata dal 1996 in abbandono. (fonte) A Pistoia << nel giardino di via Antonini, sull’ angolo opposto dello stesso isolato in cui è situato il monumento ad Aldo Moro troviamo un giardino ben curato con al centro una suggestiva scultura di Jorio Vivarelli, un basamento sovrastato da una grande penna alpina mozzata, che ricorda il sacrificio dell' alpino tenente veterinario, Villy Pasquali, caduto in Jugoslavia combattendo nella leggendaria “Divisione partigiana Garibaldi”, medaglia d'oro al valor militare, l’unica assegnata ad un cittadino del comune di Pistoia per il periodo della Resistenza. La bella scultura venne posta il 20 settembre 1998 per opportuna e benemerita iniziativa del gruppo pistoiese dell’Associazione Nazionale Alpini. >> (fonte)





GIOVANNI PESCE "VISONE"

vedi la pagina a lui dedicata





AHMET  SEJDIC

Partigiano jugoslavo, rom

Si è spento nel febbraio 2005 a Roma



PINKO TOMAŽIČ

vedi la pagina a lui dedicata




ALMA VIVODA


Nata a Chiampore di Muggia (Trieste) il 23 gennaio 1911, morta a Trieste il 28 giugno 1943, esercente, prima Caduta della Resistenza italiana.
Amabile all'anagrafe, Alma per gli amici, Maria nella clandestinità, la Vivoda iniziò assai presto l'attività antifascista, anche perché "La
Tappa" – la trattoria di Muggia di proprietà del padre – era diventata punto di riferimento per gli antifascisti della zona. Quando le autorità fasciste, negli anni della più dura repressione, imposero la chiusura dell'esercizio, Alma e il marito Luciano Santalesa (anch'egli militante comunista), si dedicarono completamente alla lotta per la libertà. Affidato ad un collegio di Udine il figlio Sergio, Alma e Luciano scelsero la clandestinità. Maria divenne una delle dirigenti più attive dell'organizzazione "Donne Antifasciste", assicurando i collegamenti tra l'antifascismo triestino e le formazioni partigiane dell'Istria. Quando il marito fu arrestato e fu ricoverato, per le sue precarie condizioni di salute, sotto sorveglianza in un sanatorio, Maria ne organizzò l'evasione. Era la primavera del '43 e Luciano Santalesa, aiutato dalla moglie, riuscì a raggiungere I partigiani istriani; combattendo con loro sarebbe caduto qualche mese dopo, pochi giorni prima che anche la moglie morisse dopo uno scontro a fuoco.
Alma,
nonostante avesse frequentato soltanto le elementari, era una donna di vivida intelligenza. Attenta ai problemi dell'emancipazione femminile e dell'internazionalismo, aveva promosso la diffusione della stampa clandestina ed era arrivata a curare di persona la redazione del foglio "La nuova donna". Anche per questo Alma era braccata dalla polizia fascista, che aveva posto sulla sua testa una taglia di 10.000 lire dell'epoca.
Il 28 giugno del '43, la giovane donna, durante una missione alla Rotonda del Boschetto (Trieste), fu riconosciuta da un carabiniere che, fingendosi amico, aveva frequentato "La Tappa" di Muggia. Nello scontro a fuoco che ne seguì, Alma fu ferita alla tempia. Trasportata all'ospedale, vi spirò dopo poche ore, assistita da Pierina Chinchio Postogna, che era stata catturata insieme a lei e che era stata ferita più leggermente. All'indomani della morte di Alma Vivoda, il nome della prima donna italiana caduta nella Resistenza fu assunto da un battaglione autonomo della 14a Brigata Garibaldi "Trieste" (Divisione Garibaldi "Natisone"), composto da partigiani italiani, sloveni, russi, da marinai romagnoli e da diverse compagne di lotta di "Maria". Dopo la Liberazione, ad Alma Vivoda sono stati intitolati il Circolo di cultura popolare di Santa Barbara (Muggia) ed una strada di Chiampore. Nel 1971, nel luogo dove Alma fu colpita, è stato eretto un monumento a suo ricordo. (fonte: http://www.anpi.it/uomini/vivoda_alma.htm )




CARLA VOLTOLINA


(...) Carla Voltolina, morta a Roma il 6 dicembre 2005, è stata una donna che ha fatto onore al suo Paese. E non perché – o non solo perché – il suo secondo nome, da lei usato solo dopo la scomparsa del marito, era Carla Pertini.
Quando, nel 1944 a Milano, il dirigente socialista reduce da carcere, esilio, nuovo arresto, condanna a morte ed evasione, lui ha 48 anni e lei 23, ma la ragazza Carla ha già sulle spalle una discreta esperienza di lotta.
E' nata a Torino, dove vive con i genitori (il padre è ufficiale), una classica famiglia borghese: studia, ed eccelle nello sport, in particolare nel nuoto. Una vita tranquilla, alla quale gli eventi, e un carattere che la spinge a scelte precise, anche se rischiose, daranno una svolta netta. Dopo il 25 luglio 1943, alla caduta del regime fascista, Carla prende contatto con il movimento socialista, e dopo l'8 settembre, mentre l'Italia cade sotto l'occupazione nazista, viene mandata a Roma, dove il comando delle formazioni partigiane socialiste sta organizzando i lanci di armi e munizioni da parte degli alleati. Passano i mesi, e nel marzo del '44 Carla Voltolina va in missione nell'Appennino marchigiano, a Visso, che nell'inverno è stata una delle prime "repubbliche partigiane". Ora, all'inizio della primavera, i tedeschi, che considerano quel tratto dell'Appennino di vitale importanza per i loro rifornimenti al fronte meridionale, e operano periodicamente interventi militari, accompagnati dalle SS che, con arresti e sbrigative esecuzioni, cercano di spezzare i collegamenti della Resistenza. In questa zona, ovviamente pericolosa, Carla deve prendere contatto con il comando della Brigata "Spartaco".
La Brigata è una "Garibaldi", quindi comunista, ma l'Office Special Services (l'Oss, che poi diverrà la Cia, e sarà tutta un'altra cosa) non fa tante distinzioni, e preferirebbe unificare i lanci, che sono sempre rischiosi, per chi li effettua e per chi li riceve. Il santuario di Macereto, in un pianoro isolato tra i monti, rappresenta una buona pista, anche se i tedeschi la conoscono e vi hanno già fatto un'incursione uccidendo tre paracadutisti alleati. I partigiani si spostano di continuo sui monti circostanti, e Carla, fra un incontro e l'altro, fa base a Visso, all'albergo Montebove, dove si ferma alcuni giorni: probabilmente troppi, perché, va detto, Carla è una ragazza che si fa notare, molto: bellissima, alta, con una sfolgorante corona di capelli ramati, di "clandestino" non ha nulla. E i tedeschi tengono d'occhio Visso e i suoi dintorni, con agenti travestiti da prigionieri alleati evasi, e qualche spia. "Meglio che torni a Roma, o vieni su in montagna", le fa sapere il comando partigiano. Ma le SS arrivano prima, e la portano via. Per fortuna non ha armi, né carte compromettenti: si finge malata, e con l'aiuto di un medico riesce a fuggire. Da Roma, dove è di nuovo attiva, è trasferita al Nord, a Milano, e qui incontra per la prima volta Sandro Pertini. Ancora la Resistenza, e finalmente la Liberazione. Il 6 giugno 1946 Carla e Pertini si sposano. Comincia una nuova fase. (...)

(fonte: http://www.poliziaedemocrazia.it/live/index.php?domain=archivio&action=articolo&idArticolo=1059
Gennaio/2006 - Articoli e Inchieste - Memoria - Carla la partigiana "first lady" - di Emilio Belfiore)





RADOVAN ILARIO "RADO" ZUCCON

Primavera 2009: è in uscita il CD "Neve diventeremo" del gruppo SETTEGRANI, contenente la canzone dedicata a Radovan Ilario "Rado" Zuccon,
partigiano istriano prigioniero a Buchenwald, deceduto nel 1995.
Un DVD di accompagnamento contiene anche il videoclip girato a Buchenwald ed altri materiali di utile documentazione.





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P A R T I G I A N I !
Una iniziativa internazionale ed internazionalista
nel 60.esimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo

http://www.cnj.it/PARTIGIANI/index.htm

Per contatti: PARTIGIANI! c/o CNJ,
C.P. 13114 (Uff. Roma 4), 00100 ROMA - ITALIA

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