P R O F I L I
BIOGRAFIE E RITRATTI
DI ALCUNI COMBATTENTI
PER LA LIBERTÀ ORMAI DECEDUTI
(in ordine alfabetico)
Saremo
grati per tutte le segnalazioni, che aggiungeremo volentieri
Alcuni profili di
partigiani di diversi paesi tuttora in vita si possono leggere
alle
pagine del nostro PROGRAMMA e delle
nostre ADESIONI
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L'"AFFICHE ROUGE"
Per non dimenticare
Il 21
febbraio 1944, 23 membri della resistenza comunista – FTP-MOI (Francs
Tireurs et Partisans – Main d’œuvre Immigré) furono
giustiziati sul Mont Valerian. Il processo a questo gruppo (noto come
gruppo Manouchian dal nome del leader della sezione parigina, il poeta
e attivista armeno Missak Manouchian), durato un solo giorno, fu
oggetto di una vasta campagna sulla stampa collaborazionista. La
ragione di questo violento attacco da parte dei giornali del potere
è semplice : dei 23 membri, 20 erano stranieri e fra
questi c’erano 11 ebrei. L’obiettivo era di usare il gruppo Manouchian
per dipingere la Resistenza come un affare comunista e ebraico.
La campagna raggiunse il suo apice
con la pubblicazione e l’invio in tutta la Francia, nei giorni
successivi l’esecuzione, dell’Affiche Rouge : il manifesto
chiedeva « Liberatori ? » e sotto le foto di
treni deragliati e corpi crivellati rispondeva « Liberazione
con le armi del crimine ».
Più importante, soprattutto
dal punto di vista dei nazisti, le dieci foto di altrettanti attivisti,
ciascuna accompagnata dall’elenco dei
« crimini » : Manouchian, armeno, capo del gruppo, 56
attacchi , 150 morti, 800 feriti.
La vicenda ha dato origine a varie
polemiche sul ruolo del PCF in questa vicenda :
perché nel 1944 il partito comunista francese lasciò a
Parigi solo questo gruppo « internazionale »
(FTP-MOI), provvedendo a spostare altrove la resistenza francese
(FTP) ? Fu una scelta intenzionale o dettata dalle
circostanze, nella misura in cui il FTP-MOI era più attivo e
organizzato, dunque più adatto a restare in prima linea?

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I membri
italiani del gruppo erano :
Rino Del
Negro
Spartaco
Fontano
Cesare
Luccarini
Antonio
Salvadori
Amedeo
Usseglio
Per
approfondire :
. Henri
Noguères
: Histoire de la Résistance
en France, de 1940 à 1945, Paris, R. Laffont, 1967-1981, 5 vol., t. 4, pp.
373-375
. Jacques Ravine :
La Résistance
organisée des
Juifs en France, 1940-1944, préf. de Vladimir Pozner,
Paris, Julliard, 1973,
316p.
. Philippe Garnier
Raymond : L'Affiche rouge,
Paris, Arthème Fayard, 1975
. Manouchian
Mélinée : Manouchian
. F.
Johannès :
Exposition Histoire de l'Affiche Rouge
. Stéphane
Courtois-Denis Peschanski-Adam Rayski Le sang de l'étranger,
Fayard,1989
Discografia
:
. CD de Léo
Ferré - texte d'Aragon
Documentari
:
. CD-ROM La Seconde Guerre Mondiale, Arte
éditions, Marc FERRO, « Histoire
parallèle »
Film
:
. L'affiche rouge,
1976
Ulteriori informazioni e contatti presso il
Circolo dei Garibaldini
20, Rue des
Vinaigriers
75010 Parigi
(X arrondissement, vicino al Canal St Martin;
Metro Jacques Bonsergent) |
ANDREA
BENCICH
"DA MUGGIA A ROVIGO"
Andrea Bencich è nato a
Muggia nel 1910, e descrive nella sua autobiografia (uscita nel 1988)
"DA MUGGIA A ROVIGO":
La gente di Muggia
era orientata a sinistra anche prima della prima guerra mondiale e vi
erano assai diffuse le lotte operaie, di tipo socialista, sindacali e
politiche, alle quali prendeva parte anche mio padre... mia madre
proveniva dal piccolo paese di Slope,
sull'altipiano
carsico ai confini della zona morenica dei Brkini, paesino che ha dato
molti partigiani e molte vittime, durante la
seconda guerra
mondiale, nella lotta contro il nazifascismo, tra le quali anche mio
cugino Pocekaj. Di lì a pochi anni la mia famiglia si
trasferì da Muggia a Tublje, un centro agricolo sul pianoro
carsico interamente sloveno etnicamente, la cui popolazione era
composta da ventisei famiglie tutte dedite all'agricoltura... Pure i
tubeljci erano di orientamento di sinistra...
Andrea Bencich non si
trasferì in Italia, ma dopo sei anni trascorsi nel carcere di
Stremska Mitrovica (dove fu rinchiuso per attività rivoluzionaria e dove
"frequentò l'università dei rivoluzionari", un suo
insegnante era quel Moša Piade
condannato a trenta anni) fu
"liberato" nel 1939 ed espulso in Italia. A questo proposito Bencich
scrive:
Ma il tempo
trascorreva inesorabile e si avvicinava sempre di più la data
dell'undici giugno del 1939, giorno in cui finiva la mia detenzione
iugoslava. E arrivò anche quel giorno. Alle ore 11 mi chiamarono
nella direzione e il direttore del carcere, scherzando, mi disse di
sedermi e di bere un caffè poiché loro volevano essere
esatti: poiché fui arrestato alle ore 11.30, sei anni prima, mi
avrebbero lasciato alla medesima ora. Così fu. Ma fuori del
carcere mi aspettavano dei gendarmi jugoslavi che avevano il compito di
condurmi sino a Lubiana. Mi misero le catene ai polsi, senza stringerle
troppo stavolta, e mi condussero a Lubiana dove mi consegnarono alla
questura. Fui preso in consegna da due alti funzionari della polizia
che mi interrogarono circa la vita del carcere e circa il mio avvenire.
Mi proposero di non espellermi in Italia a condizione che io
rinunciassi ad essere comunista. Rifiutai. Poi , un poliziotto mi
condusse a Rakek, stazione alla frontiera con l'Italia. Così,
dopo sei anni di carcere e dieci anni da quando ero entrato in
Jugoslavia, facevo la medesima strada nel senso inverso e in condizioni
ben diverse. Non posso dire che ero allegro ma neppure abbattuto
più di tanto poiché era in me la ferma determinazione di
mantenere la promessa che feci ai compagni di Sremska Mitrovica e al
compagno Kersovani, (Otokar
Kersovani, nativo di Pola, giornalista molto colto, parlava quattro
lingue e nel 1942, i fascisti croati lo sgozzarono come un agnello ndr)
il giorno
dell'addio, cioè che sarei stato comunista in qualsiasi
circostanza che mi potesse accadere... A Rakek fui introdotto
nell'ufficio del commissario jugoslavo di frontiera, un uomo sulla
quarantina, dai modi civili, che parlava uno sloveno perfetto. Mi
offrì anche lui il caffè, e mi promise di non espellermi
in Italia, dicendo che a lui ripugnava farlo, ma a condizione (la
stessa di Lubiana) che io rinunciassi con una dichiarazione scritta a
considerarmi comunista.
Risposi, senza
jattanza ma fermamente, che io mai avrei fatto una cosa del genere e
che lui, anche se gli dispiaceva, facesse pure il suo dovere. Il
commissario per tutta risposta mi disse: "Vorrei avere fra i miei gente
come lei". Al che io risposi: "Non potete averla poiché non
avete i nostri ideali". Mi strinse la mano e mi fece condurre oltre
frontiera... Al commissariato italiano mi tolsero le catene jugoslave e
mi misero quelle italiane; poi, sotto scorta di due carabinieri, mi
condussero a Trieste in treno...
Quindi da un carcere jugoslavo ad
uno italiano, dopo l'otto settembre Andrea Bencich partecipò
alla Resistenza nella città di Bologna, alla fine della guerra
andarono a fargli visita a Bologna due dirigenti del partito comunista
jugoslavo per fargli una proposta:
...Quando vennero da
me a Bologna i compagni Srecko Vilhar, professore di Capodistria, che
aveva fatto vari anni di carcere a Sremska Mitrovica assieme a me e
Anton Ukmar, pure lui da Capodistria e che fu uno dei comandanti
partigiani a Genova (Ukmar
che ho conosciuto personalmente è stato anche uno degli
istruttori degli etiopi durante la loro Resistenza nei confronti
dell'Italia fascista, ed è di origini carsoline. Ndr), durante la guerra
contro i nazisti. Loro due mi fecero la proposta ufficiale di andare in
Jugoslavia. Non avevo problemi a rispondere: ammiravo la Jugoslavia e
Tito per quel che avevano fatto durante la guerra partigiana; mi ero
formato in gran parte politicamente a Sremska Mitrovica, ma in pari
tempo mi ero legato strettamente ai compagni e alla gente di Bologna;
sono cittadino italiano anche se il mio cognome è sloveno;
eppoi, la cosa più importante: non sono entrato nel partito in
cerca di carriera comunque concepita, ma per gli alti ideali del
socialismo in cui credevo e credo sempre, malgrado gli errori e anche
qualche degenerazione... per cui risposi ai due compagni che apprezzavo
altamente la loro proposta, che essa mi onorava, ma che non accettavo
poiché non volevo che si potesse dire: in Jugoslavia, che
Bencich è venuto qua a pappa fatta; e in Italia, che Bencich ha
disertato, persino lui, la nostra lotta. I due compagni hanno compreso
e apprezzato la mia decisione...
Bencich poi ne passò di cotte
e di crude, dopo la risoluzione del Cominform sospettato di titoismo, e
messo ai margini.
Scrive Bencich:
A Chioggia, intanto,
si tenne una riunione di partito... mi accusarono apertamente di
titismo. Fu dimenticato, di colpo, tutto ciò che avevo fatto per
loro: la "Socialpesca", la cooperativa delle merlettaie, il
rafforzamento organizzativo e politico del partito, il legame con le
masse... ero appena sposato e vivevo, non mi vergogno di dirlo, alla
giornata e ai limiti della povertà. Avevo la polizia di Scelba
alle mie calcagna e ben difficilmente avrei potuto trovare un lavoro,
non dico decente, ma neppure uno qualsiasi, conosciuto come ero per un
comunista irriducibile. Andai a Rovigo... Zanelli mi ricevette con la
cordialità di sempre e da vero romagnolo. "Non aver paura! Vieni
a lavorare a Rovigo in Federazione. Io garantisco per te".
Altro che "sicuramente in Italia
stava meglio"!!!
Chiudo con alcune righe della
prefazione di Elios Andreini: "Bencich
nasce cittadino austriaco e vive intensamente i drammi di due
popoli, lo
jugoslavo e l'italiano. Passa attraverso tre monarchie e due fascismi,
in lui si riconoscono i segni profondi della Terza Internazionale
comunista, da cui trae gli slanci generosi ed ideali. Assiste a grandi
dispute e a dolorose divisioni. In carcere a Sremska Mitrovica, trova
la sua università. Come maestri ha uomini di grande valore, il
fior fiore della intellighenzia dei popoli jugoslavi, destinati a
divenire i leader della Resistenza del nuovo Stato... Nel dopoguerra se
non avesse scelto di restare italiano, avrebbe avuto una vita parallela
in terra jugoslava ove i trascorsi politici potevano giocare un ruolo
decisivo nella formazione dei gruppi dirigenti. Avrebbe certamente
portato un buon contributo con il suo equilibrio, la sua passione, la
sua intelligenza. Ma nel politico di professione che "non sapeva
comandare" e considera il periodo più intenso e bello della sua
vita quello del carcere in Serbia, nel compagno Bencich, con incarichi
probabili nella Lega dei comunisti jugoslavi, sarebbe esplosa la
nostalgia per le strade, le colline, le pause e le donne di Bologna.
A
78 anni Bencich, in pensione, (riceveva anche una pensione dalla
Jugoslavia per meriti rivoluzionari. Ndr) alle otto apre la Federazione Comunista,
legge, scrive, insegna russo ad un docente di latino e greco,
distribuisce la stampa di partito, mantiene relazioni umane e
politiche, si cimenta negli scacchi. Il tutto avviene nella stanza
più buia, più appartata, Più scomoda di via Celio,
scelta quasi per vocazione e per nostalgia per spazi angusti della sua
università, Sremska Mitrovica.
Qui
è nata anche la sua autobiografia."
Dimenticavo. Andrea Bencich ha
dedicato il suo lavoro "a quanti, in silenzio
e senza riconoscimenti d'alcun genere, hanno sacrificato la loro
esistenza per l'affermazione di una società libera e democratica".
fabio fontanof (dalla lista resistenza_partigiana @yahoogroups.com )
BRUNO BRUNETTI
di Firenze - combattente partigiano italiano in Albania
Ci ha lasciato nel 2003
WLADIMIRO CAIMMI
Da:
"Fosco Giannini"
Data: 28 ottobre 2009 8:07:14
GMT+01:00
Caro compagno/a, ti
invio questo mio articolo apparso oggi su “Liberazione”. E’ il ricordo
di uno straordinario compagno che ci ha lasciati pochi giorni fa, un
partigiano, un comunista, un grande scrittore. Ero molto legato a lui e
ci terrei tanto a farlo conoscere... se potete, se non vi costa fatica,
fate conoscere Caimmi al più alto numero possibile di compagni e
lavoratori, specie ai giovani.
Caimmi se lo
meritava.
Un grande
abbraccio, Fosco
ADDIO AD UN RIVOLUZIONARIO *
Si è spento ad Ancona Wilfredo Caimmi, partigiano, medaglia
d’argento al valor militare nella lotta di Liberazione, comunista,
scrittore
* da “Liberazione” di mercoledì 28 ottobre ’09
di Fosco Giannini
Lo scorso 16 ottobre il compagno
Wilfredo Caimmi ci ha lasciati. E’ stato un rivoluzionario e questa
parola – difficile da usare – è quella che più di ogni
altra, pienamente, lo ritrae, non solo per la sua fulgida storia
personale, ma anche – e forse solo chi l’ha conosciuto può
capire – per il modo che aveva di rifiutare seccamente l’attuale ed
egemone mercificazione capitalistica della nostra vita ( non viveva
certo di stenti, tuttavia guai, con lui, a buttare via un pezzo di
pane, a fargli notare che la sua giacca era lisa, che le sue scarpe
erano quasi a bocca aperta). Nato ad Ancona nel 1925, Wilfredo, da
liceale, parte a piedi dalla sua città per andare a combattere i
fascisti e i tedeschi, nelle lontane colline di Arcevia. E’ stato uno
dei più amati e carismatici partigiani della Resistenza nelle
Marche ( quando Alessandro Vaia – il leggendario comandante Alberti,
capo della lotta partigiana per il Centro Italia – venne ad
Ancona, negli anni ’80, chiese innanzitutto notizie del comandante
Rolando, nome di battaglia di Caimmi ) e nel contempo uno dei
più duri e temuti – dai nazifascisti - combattenti per la
libertà, un partigiano che univa alle insolite capacità
di direzione politica una vera e propria maestria nell’arte militare,
che gli valse – assieme al coraggio - la medaglia d’argento al valor
militare nella lotta di Liberazione, cosa che pochi sapevano, che lui
non sbandierava, che occorreva tirargli fuori con le pinze.
Caimmi era un comunista, un
leninista, come teneva definirsi; aveva militato nel Pci, aveva lottato
contro la svolta della “Bolognina” ed è stato uno dei
fondatori - tra i più illustri - del Prc di Ancona e in
Rifondazione è stato iscritto sino alla fine, schierandosi
fiduciosamente per l’unità dei comunisti.
Ma Caimmi è stato anche una
vera e propria rivelazione artistica: improvvisamente, nel 1990,
già anziano, (rielaborando antichi appunti e ricordi)
inizia a scrivere, scolpendo una dopo l’altra autentiche gemme
letterarie, amatissime soprattutto dai giovani ( romanzi e racconti come
Ottavo Kilometro; Al tempo
della guerra; La notte senza topi; Con la pazienza degli
alberi millenari;Harlem). A differenza di tanta memorialistica
sulla Resistenza (preziosa, ma spesso priva di ambizioni e di afflato
letterario) l’opera di Caimmi è letteratura forte, evocatrice e
i personaggi dei suoi romanzi – come quelli di ogni scrittore di razza
– emergono dalle pagine con una loro particolare densità di
carne e spirito. E Caimmi non scrive solo racconti della Resistenza: un
vero e proprio capolavoro è La notte senza topi, ove si
racconta la dura vita degli operai del Cantiere Navale di Ancona negli
anni del secondo dopoguerra, operai comunisti licenziati che diventano
– per sopravvivere – contrabbandieri di sigarette e con i soldi
guadagnati, “convincendo” i funzionari, ricomprano il loro lavoro e il
loro prezioso status sociale e politico di arsenalotti (costruttori di
navi) e militanti comunisti in lotta in un punto alto della produzione.
“ Wilfredo, l’uomo indurito dagli
eventi e dalla lotta – afferma il compagno Alfonso Napolitano, artista,
regista teatrale e anconetano anch’egli – ci ha riservato, negli ultimi
anni della sua vita, una sorpresa che ci porta alla mente l’Ernesto Che
Guevara della durezza e della tenerezza: ci ha anche consegnato – per
darle a qualche editore - delle meravigliose, tenere e delicate favole
per bambini”.
Nel 1990 accade un fatto che porta
Caimmi alla ribalta nazionale: da un sottoscala della sua abitazione
esce acqua; l’idraulico chiamato dal condominio a riparare il guasto
sfonda una parete, trovandosi di fronte ad un vero e proprio arsenale
militare : erano le armi – fucili, pistole, decine di mauser tolte ai
tedeschi, mitragliatrici – che il comandante Rolando, dopo la
Resistenza, non aveva consegnato e che aveva invece accuratamente
custodito, oleato e tenuto in funzione per 45 anni, forse
nell’illusione – all’inizio - che il Vento del Nord e la rivoluzione
potessero proseguire e certamente nel tentativo – passati i decenni –
che la memoria della lotta non svaporasse.
La giustizia borghese, tuttavia, non
può conoscere, né accettare il sogno: Caimmi, a 65 anni
suonati, finisce nelle prigioni anconetane e vi rimane chiuso –
con la sua salute incerta - per oltre sette mesi. Anche
l’Anpilocale non scherza: il comandante Rolando, la medaglia d’argento
per la lotta di Liberazione, è espulso “ per detenzione d’armi”.
Poi, tutto si razionalizza: Caimmi –
ma dopo la galera – viene da tutti, compresa l’Anpi (che lo riammette
nelle sue fila), riabilitato; il suo nome torna di cristallo e il vasto
arsenale incidentalmente scoperto vieneorganizzato ed esposto – per
tramandare lo spirito della lotta di Liberazione – nel museo della
Resistenza di Falconara, vicina ad Ancona.
La lotta partigiana aveva segnato
Caimmi nelle sue più profonde fibre, l’aveva plasmato per
sempre; la grandezza di quei valori e il sogno della rivoluzione non
erano mai più usciti dalla mente e dal corpo diWilfredo, che era
secco, duro ed essenziale come i suoi pensieri. Severo e di pochissime
parole, il vecchio Rolando sedeva – durante le riunioni al nostro
Circolo, il “ Gramsci” di Ancona - nell’angolo più oscuro
e lontano e negli ultimi anni, quando la discussione prendeva una piega
che a lui non piaceva ( quella “vendoliana” del superamento del
partito comunista ) improvvisamente - senza che nessuno se ne
accorgesse, come un partigiano nella notte - scivolava via, in
silenzio. E la sua assenza diveniva di fatto la critica
più dura.
Il potere della giustizia l’ha
condotto ( per fustigare un sogno) in quella prigionia nella quale
nemmeno i fascisti erano riusciti a chiuderlo e quello della Sinistra
l’ha mortificato duramente.
Chi l’ha conosciuto lo sa :
Caimmi non ha avuto mai paura di tutto ciò e ha proseguito a
testa alta la sua vita, dignitoso, sincero e solo con i suoi cani
lupo. Poi, tutti, hanno dovuto ravvedersi.
Ciò che oggi chiediamo al
nostro giornale, al nostro partito, al suo segretario è di non
dimenticarsi di Wilfredo Caimmi, di venire ad Ancona a conoscerlo, a
mettere a valore la sua storia di combattente, la sua opera letteraria.
Come – anche in virtù della sua inconsueta e silenziosa modestia
- egli ha ampiamente meritato.
---
*---
Caimmi fu combattente, nella zona di
Arcevia (Marche), fianco a fianco con gli jugoslavi sfuggiti, dopo l'8
Settembre, dai campi di
concentramento in cui gli italiani avevano rinchiuso i prigionieri
politici delle zone occupate - a Renicci (AR), Colfiorito (PG),
Servigliano (Fermo), Sforzacosta (MC), Fabriano (AN), e in decine di
altri campi. Perciò,
per questa sua esperienza diretta del carattere internazionale e
internazionalista della Resistenza, provammo a coinvolgere Caimmi nel nostro convegno PARTIGIANI! del 2005,
purtroppo senza riuscirci, a causa della sua età già
avanzata. Non siamo riusciti nemmeno ad intervistarlo più
recentemente per il nostro lavoro, attualmente
in corso, sul contributo degli jugoslavi alla Resistenza in Appennino
: all'ANPI di Ancona a fine maggio 2009 ci dissero che non ci poteva
incontrare per motivi di salute. Anche per questi mancati incontri, il
nostro rincrescimento per la sua scomparsa è particolarmente
forte. (il
webmaster del sito PARTIGIANI!)
TERZILIO CARDINALI
Comandante dei partigiani italiani in Albania
Morto in combattimento
Marzo
2009: rimosse la lapide commemorativa e la via a Scutari!
WALTER "VAMPA" CATTER
Sinto di
Vicenza, martire dei fascisti in località Ponte dei Marmi
assieme a
Livio Gemmo,
Lino "Ercole" Festini (sinto),
Angelo Menardi,
Guido "Turchia" Molon,
Aldo Montemezzo,
Massimiliano Navarrini,
Luigi Pasqualin,
Silvio Paina (sinto),
Renato Mastini "Giacomo Zulin" (sinto),
(vedi: "Quattro su dieci", di Irene Rui - Vampa Edizioni 2008)
DRASKO DINIC
Partigiano dal 1941, membro della Nova Komunisticka Partija Jugoslavije
IN MEMORIAM
Dragomir Draško Dinić
(8.7.1907 - 16.3.2005)
Drugovi
komunisti, razvlašćeni proleterijate, juče je, 18.03.2005. godine, iz
redova NKPJ otišao još jedan od boraca - komunista koji su jurišali na
nebo, a u ime humanijeg i dostojanstvenijeg života radničke klase,
kojoj su pripadali svim svojim bićem.
Sa neizmernim pijetetom i uspomenom punom poštovanja i ljubavi prema
velikom čoveku, revolucionaru i borcu u prisustvu mnogobrojne porodice,
članova NKPJ i prijatelja, uz počasni plotun ispraćen je DRAGOMIR-
DRAŠKO DINIĆ na večni počinak.
Ovaj istaknuti i nepokolebljivi revolucionar, sa partijskim stažom
dužim od sedam i po decenija, koračajući pod crvenom zastavom borio se
za integralnu slobodu, za socijalnu pravdu, za pobedu komunističkih
ideala.
Draško Dinić je rođen 8. jula 1907. godine u selu Donje Konjuvce, u
Leskovačkom okrugu u porodici Nikolaja Dinića, jednog od prvaka
Socijal-demokratske partije Dimitrija Tucovića na jugu Srbije. Nikolaj
Dinić je potom bio učesnik NOB-a od 1941. godine i narodni poslanik.
Rođena sestra Draška Dinića bila je Narodni heroj Đuka Dinić, koju su
Gestapo i specijalna Nedićeva policija usmrtili u Banjičkom logoru.
Uprkos višemesečnom stravičnom mučenju u logoru ona zločincima nije
rekla svoje pravo ime ni imena svojih partijskih saradnika. U NOB-u je
pod nerazjašnjenim okolnostima poginuo i njen suprug Filip Kljajić
komesar Prve proleterske brigade.
Cela porodica Dinić, njeni rođaci i bliski ljudi bili su učesnici
revolucije.
Draško Dinić je kao dvadesetogodišnjak 1927. godine postao član SKOJ-a,
potom i jedan od njegovih istaknutih rukovodilaca, a 1929. godine
primljen je u Komunističku partiju Jugoslavije. Od tada je faktički
postao profesionalni revolucionar. Obavljao je niz visokih partijskih
dužnosti, pored ostalog rukovodio je i partijskom tehnikom, kao i
ilegalnim komunikacijama Komunističke partije sa Kominternom, sa
partijskim organizacijama u zemlji, sa slanjem dobrovoljca u Španiju
tokom građanskog rata u toj zemlji.
Bio je član Komisije koja je primala u redove Partije i SKOJ-a nove
kadrove, pa je, između ostalog, sudelovao u donošenju odluke o prijemu
u Partiju i nekih potonjih najistaknutijih članova Politbiroa.
Nažalost, mnogi od njih su kasnije izneverili komunistički pokret,
prešli u reformizam i čak direktno u buržoaske partije. Draško je ostao
nepokolobljiv marksista-lenjinista, prolazeći zbog takvog opredeljenja
kroz mnogobrojna teška iskušenja koja su se povremeno pretvarala u
golgotu.
Godine 1941. Draško je rukovodio grupom partijskih ilegalaca koja je iz
zatvorske bolnice Gestapoa diverzantskom akcijom oslobodila uhapšenog
Aleksandra Rankovića. Rukovodio je i mnogim drugim diverzantskim
akcijama u Beogradu i Srbiji.
Kada je pao u ruke Gestapoa i Specijalne kvislinške policije oni nisu
znali njegov identitet pa su ga kao običnog ilegalca internirali u
koncentracioni logor u Norveškoj. U logoru je osnovao ilegalnu
partijsku organizaciju.
Posle oslobođenja Draško je bio kadrovik, odnosno po funkciji druga
ličnost u Ministrstvu unutrašnjih poslova sve do 1952.g. kada je
smenjen i uhapšen, jer se suprotstavio masovnom hapšenju i slanju
komunista na Goli otok.
Draško Dinić je diplomirani pravnik. Bio je veoma obrazovan i ideološki
kompetentan i dosledan. A za ideološku komunističku doslednost se skupo
plaćalo i pre i posle II svetskog rata, kao i posle kontrarevolucije od
1990, a naročito od 2000. godine. Mnogobrojne teškoće i iskušenja nisu
ni za milimetar pokoloebali Draška Dinića u njegovoj revolucionarnoj
aktivnosti i komunističkom opredeljenju. On je u junu 1990. godine bio
jedan od osnivača Nove komunističke partije Jugoslavije koja nastavlja
slavne revolucionarne tradicije KPJ iz 1919. godine, tradicije NOB-a i
Svetskog komunističkog pokreta.
Draško je bio član CK NKPJ i, uprkos godinama koje su brojale gotovo
jedan vek, spadao je u izuzetno aktivne i disciplinovane članove
Partije. Sve do pre nekoliko meseci, dok ga, kako je govorio nisu
izdale noge gotovo svakodnevno je posećivao partijske prostorije i
učestvovao na svim partijskim manifestacijama.
Draško je bio naš učitelj, uzor i ponos, naš primer i živa
enciklopedija komunističkog pokreta u Jugoslaviji i svetu. I stoga je
uživao veliki ugled i imao veliki autoritet, mada je uvek bio skroman,
tih, ali energičan u svakom domenu.
Draško je bio internacionalista i radovao se svakom uspehu progresivnih
snaga u bilo kom kutku planete, a tugovao zbog poraza, revizionističkih
zastranjivanja i drugih neuspeha komunista. Bio je u principu veliki
optimista i sanjar, uveren u neizbežan istorijski trijumf komunističkih
ideala i umro je u snu, ali mi njegovi sledbenici čvrsto verujemo u
neizbežnost pobede društva zasnovanog na socijalnoj pravdi. A socijalne
pravde nema bez socijalizma i komunizma.
Draško Dinić je bio izuzetno čestit i pošten čovek, uporan i
nepokolebljiv, čovekoljubiv, drag i dalekovid kao i ideologija kojoj je
pripadao.
Ime i delo Dragomira-Draška Dinića ostaće trajno urezani u anale
Komunističkog pokreta u Jugoslaviji, služeći mu kao svetao primer, uzor
i inspiracija u revolucionarnoj borbi.
Neka
je večna slava i hvala velikom revolucionaru Drašku Diniću!
Sekretarijat NKPJ
JOSEPH EPSTEIN
le " colonel Gilles " dans la Résistance,
polonais, juif, communiste. Sa vie, c'est la lutte.
Né
en 1911 à Zamosc en Pologne, il appartient ù une famille
aisée de culture yiddish. Très jeune, il participe,
dans les rangs du Parti communiste polonais, à la lutte
contre !e gouvernement autoritaire de Pilsudski.
En 1932, il doit s'exiler et choisit
la France. De 1936 ù 1939, il combat aux
côtés des républicains espagnols dans les rangs
tics Brigades internationales et il sait que la bataille contre
le fascisme sera longue.
A son retour il s'engage dans
l'armée française. Fait prisonnier en 1940, il est
envoyé en prison outre-Rhin, s'en évade et rejoint
la lutte clandestine en France.
En 1942, il organise l'ensemble des
"groupes de sabotage el de destruction " (GSD),
créés par les syndicats dans les entreprises
travaillant pour l'occupant.
En mai 1943, après une vague
d 'arrestation il devient le chef des FTP de !a région
parisienne, sous le pseudonyme de colonel Gilles ". Cette
fonction militaire lui permet d'instaurer une tactique de
guérilla urbaine que mettent en oeuvre les Ftp-moi et qui porte
ù l'occupant nazi des coups sévères et
spectaculaires.
Il est arrêté !e 16
novembre 1943, à Evry Petit-Bourg, en Seine-et-Oise, lors d'un
rendez-vous avec Missak Manouchian dirigeant militaire régional
des Ftp-moi. Sauvagement torturé, il ne parlera pus,
jusqu'à taire son nom. Il est fusillé au Mont
Valérien, le 11 avril I94-1, avec vingt-huit autres
résistants.
Source:
"rifondazione_paris", Sab 2 Apr 2005 20:11:16 Europe/Rome
http://it.groups.yahoo.com/group/info_prc_paris/
Inauguration de la place Joseph EPSTEIN (Colonel Gilles dans la
résistance)
Lundi 11 avril à 11h15
A l'angle de la rue des
Mûriers et rue des Partants, Paris 20ème
Allocution de
Michel CHARZAT, Maire du 20ème
Léon LANDINI,
Président de l'Amicale Carmagnole Liberté
Pierre MANSAT,au nom des élus
communsites de Paris
Bertrand DELANOE, Maire de Paris
Source: http://komunist.free.fr/arhiva/apr2005/pariz.html
Žozef Epštajn – Trg u srcu Pariza dobio ime slavnog
partizanskog komandanta
Pun tekst govora Leona Landinija održanog na svečanom otvaranju trga
Žozef Epštajn
u prisustvu najviših predstavnika Opštine Pariza, boračkih organizacija
Francuske i velikog broja Parižana.
(prevod: Olga Darić)
Crveni
plakat Vodio je u boj heroje poput Manuhiana, partizane doseljeničkog
odreda (M.O.I.) čije su slike zajedno sa slikama diverzantskih akcija nacisti po hapšenju,
uoči mučkog streljanja, objavili na svom gnusnom "crvenom plakatatu",
oblepivši njime čitav Pariz i Francusku. Taj "crveni plakat" sa u nizu
poređanim slikama "zlikovaca" danas važi za simbol Francuskog pokreta
(F.T.P.). Komandovao je borcima za oblast Il d'Frans, junacima poput
Anrija Rol-Tangija i Eduara Valerana, steljlanog na Mont-Valeranu 23.
novembra 1943.
Albert Uzulias, načelnik Glavnog
štaba F.T.P-a imao je običaj da kaže:
"Žozef Epštajn, to je najbolji
komandant francuskog oružanog pokreta!"
Pa
ipak je pao u zaborav! Da! zaboravljen među zaboravljenima, zaboravljen
čak i od pojedinih najbliskijih saboraca. Šezdeset i jedna godina od
njegovog streljanja je protekla i evo tek danas, ovim svečanim javnim
činom, konačno počinjemo da skidamo veo zaborava. Zapostavljen od
mnogih istoričara, nepoznat velikoj većini stanovnika Francuske.
Stranac, Jevrejin, Komunista! To su
verovatno razlozi zbog kojih je zaboravljen njegov odsudan doprinos
partizanskim akcijama u Parizu i području Il d'Frans-a. Diplomirani
pravnik, komunista i čovek koji nadasve ceni mir, Epštajn nije bio
predodređeni vojnik a proslavio se kao nadahnuti strateg. Tom
izvanrednom organizatoru, najpreča je bila briga za živote boraca.
Smatrao je da previše njih gine u akcijama protiv okupatora, pa je
nastojao da što bolje osmisli odstupnicu i podršku borcima koji su
izvodili napad. Zahvaljujući taktici koju je lično razrađivao, mnogi od
nas ovde prisutnih saboraca, pa i ja lično, bili smo pošteđeni sigurne
smrti. Veliki je broj nas koji mu dugujemo život pa smo stoga dali sve
od sebe da se konačno, obznani ono što zaborav nagriza već više od 60
godina. Ima tome 25 godina kako su članovi boračke organizacije iz
Bataljona Karmanjol et Liberte sebi stavili u zadatak odavanje
priznanja svom drugu. Dvadeset pet godina smo obijali pragove nadležnih
službi kako bi zasluge Komandanta Žila bile priznate i kako bi njegovo
ime bilo i formalno slavom ovenčano. Cilj smo eto ostvarili, danas,
zahvaljujući Opštini grada Pariza koja je izašla u susret našim
molbama. Zahvalni smo ovde prisutnom G.dinu Predsedniku opštine grada
Pariza, B. Delanoeu, G.đi O. Kristien, njegovom pomoćniku, kao i svima
koji su nas podržali u nastojanjima da Žozef Epštajn dobije svoj Trg u
Parizu. Pola Epštajn, majka ovde prisutnog Žorža, preminula je prošle
godine, uskraćena za utešno saznanje da je čoveku kome je život
posvetila, i formalno slavom ovenčan. Ovaj svečani čin u povodu koga
smo se ovde okupili, mada bremenit strasnim uspomenama, nije žalostan.
Žalosni su zaborav, nedoslednost, i nadasve, žalosno je izdajničko
držanje, a mi ovde danas ispunjavamo reč!
Ipak treba reći i to da je danas,
previše onih koji u sebi potiskuju uspomenu na tragičnu mladost.
Previše je danas porodica koje u srcima još nose neprežaljenu tugu.
Puke reči nisu dovoljne da iskažu bol za izgubljenim prijateljima,
drugovima, braćom. Mi, koji smo preživeli epopeju oslobodilačke borbe,
u nedrima nosimo uspomenu na pale borce žrtve naci-fašizma. Naša je
želja da slavom budu ovenčani svi koji su pali za našu slobodu i koji
su trajno žrtvovali svoju mladost. Bitka koju danas bijemo jeste bitka
za Istinu. Nedopustivo je da sa nama iščezne Istorija, ona se mora
odbraniti od slojeva prašine vremena koje prolazi i banalnosti koje ono
nanosi, od beskrupuloznih i upornih pokušaja njenog prekrajanja. Mi,
stari borci pripadnici F.T.P.-M.O.I -a, negovaćemo uspomenu na dane
borbe, aktivnom borbom u vremenu sadašnjem, kome više nisu primerene
uobičajene prigodne svečanosti pukog oživljavanja uspomena. To s toga
što nas za prošlost pre vežu ideali za koje se i danas borimo, nego
uspomene, ma koliko one bile upečatljive. Dužni smo pamtiti
istrajavajući u borbi za bolje sutra.
Neka
se zato sa ovog mesta gromko čuje naša reč:
"Uspomene nisu samo za negovanje
prošlosti, one su pre svega za izgradnju svetle budućnosti".
Ne! daleko od toga da nam je stalo
do rata i uspomena na njega. Svaki je rat nedostojan čoveka.
Nedopustivo je, međutim, poistovećivanje naših slobodarskih ideala i
borbe za njih, sa fašističkom. A takva je tendencija danas itekako
prisutna.
Pokret otpora je od osnovnog značaja
za Francusku, kao i za čovečanstvo uopšte uzev. Da nije bilo njega, ne
bi bilo ni Francuske!
Iako ophrvani godinama, mi, stari
borci istrajavamo u borbi da bismo ostali dostojni drugova koji više
nisu sa nama. Oni su ginuli čvrsto verujući da se žrtvuju za bollje
sutra, za uzvišene ideale bratstva i jedinstva.
Da! Za svet u kome neće vladati
ratovi, deportacije, rasizam, torture, fašizam. Za svet u kome je
ljudsko dostojanstvo svetinja. Svet u kome vlada mir.
Ili, kako reče Pol Eliar:
"Tek kada više ne bude ratova,
smatraćemo da njihova žrtva nije bila uzaludna".
U Parizu - 11.
aprila 2005.
*Leon Landini*, prvoborac
Pripadnik F.T.P.-M
MIQEREM FUGA
Già Segretario Generale dei Veterani (Partigiani)
d'Albania
ANGELO GALAFATI
Lettera
dal carcere di Regina coeli di Angelo Galafati, pontarolo, originario
di Civitella d'Agliano (Vt), Combattente partigiano a Roma nel
Movimento comunista d'Italia Bandiera rossa, trucidato alle Ardeatine.
La registrazione è stata effettuata all’Archivio di Stato di
Viterbo, il 7 settembre 2009, per l’inaugurazione della mostra Noi adesso rivoltiamo il mondo, Angelo
Galafati e il Movimento comunista d’Italia Bandiera rossa.
Legge: Laura Antonini, musica: Luciano Orologi.
http://www.youtube.com/watch?v=x_nydC22pP4
http://www.youtube.com/watch?v=5NMr3JWE66w
(segnalato da ANPI Viterbo)
Dalla scheda Anfim:
GALAFATI ANGELO di Giuseppe e Pettinelli Maria. Nato a Civitella
d´Agliano il 31 agosto 1887, pontarolo. Combattente della I
Guerra Mondiale di cui fu decorato di Medaglia d´Argento al Valor
Militare. Fu sempre d´idee liberali e democratiche. Sin dal 1923
dovette sopportare, per le sue idee socialiste, le angherie del regime
fascista, al punto che nella piazza del paese nativo fu oltraggiato e
malmenato. Nonostante la sorveglianza e la mancanza di lavoro, non
aderì al partito fascista. Si adattò ai lavori più
umili per sfamare i suoi sette figli, lavorando giorno e notte. Dopo il
25 luglio 1943 aderì al Movimento Comunista d´Italia
Bandiera Rossa, dove operò unitamente ad altri compagni, unendo
gli antifascisti locali. Su denuncia di una spia, fu arrestato nella
propria abitazione, a Roma, in via Fortebraccio n. 15, agli inizi di
marzo 1944. Con lui furono arrestati quattro prigionieri russi, un
belga ed un francese che aveva nascosto. Fu detenuto a Regina Coeli,
cella 256. Trucidato alle fosse Ardeatine il 24 marzo 1944.
OVIDIO GARDINI
combattente sotto il comando di Giuseppe Maras nella Divisione
"Garibaldi", che inquadrava i resistenti italiani in Jugoslavia
Ci ha
lasciato pochi anni fa
Forlì,
settembre 1994:
<< Caro
Ivan,
(...) Ti
ringrazio per le attestazioni di stima e per i tuoi personali ricordi,
coi quali hai voluto sottolineare ed esaltare il clima, i rapporti fra
genti e persone e la vita in genere che caratterizzavano la Jugoslavia
degli anni ’70 e primi ’80, quando era ancora il solco della Resistenza
e dei suoi valori quello su cui si incamminavano la gioventù e
la società jugoslavi.
Ma mi rincuora
il
constatare che, al di là delle inevitabili amarezze per le
mostruosità dell'oggi, persista in te la speranza e la fiducia
in un futuro che riscoprendo i valori resistenziali ed umani universali
ed eterni riporti pace, fratellanza ed unità fra tutti i Popoli
Slavi del Sud. In questo senso anche tu oggi, generosamente impegnato
verso tali obiettivi, sei come noi allora, un autentico "resistente" e
ciò consola e
ridà forza e coraggio a noi vecchi partigiani, a
voltedisorientati e sbigottiti di fronte agli
eventi odierni, allorché ci sentiamo traditi dalla storia e
dagli uomini, traditi della nostra generosità così mal
ripagata (...) magari traditi dall'età e dai suoi acciacchi e
debolezze, anche se mai traditi dal cuore e dalla coscienza...
>>
E presentando l'articolo "La storia
cancellata", inviato a "Camicia rossa" e
"Patria indipendente" (chiedendosi già allora se sarebbe stato
pubblicato), nel dicembre 1998:
<< Come vedi (...) "La
storia
cancellata" è una denuncia, con alcune notizie dati e
considerazioni mie personali, che trae lo spunto dalla rimozione a
Spalato [Croazia] della
lapide dedicata al battaglione "Garibaldi", rimozione avvenuta il 1.
ottobre 1998 [in vista
dell'arrivo del Papa Wojtyla]...
A te, che nonostante tutte le difficoltà materiali e spirituali
quotidianamente affrontate nel tuo impegno per le grandi ragioni
ideali, prosegui fermamente sulla tua strada e ti ricordi sovente anche
di un vecchio partigiano della Resistenza italiana in Jugoslavia come
me, invio più volentieri che ad altri questo mio scritto
perché so meglio di altri ne capirai ispirazione e significato.
>>
La lapide era stata
collocata nel
novembre del 1963 per ricordare che l'esercito italiano non
rappresentava tutti gli italiani - come ha raccontato V. Knezovic,
presidente dell' ACGL (ANPI slavo) - e che alcuni di essi hanno voluto
combattere accanto al popolo jugoslavo contro il fascismo. La lapide si trovava sull'edificio nella
Piazza Garibaldi, ora
divenuta "piazza di re Tomislav"... L' edificio, con la Croazia
diventata "indipendente", è diventato sede dell'Arcivescovado...
E lì si è riposato il papa Wojtyla.
<< In
Croazia girano liberamente di nuovo gli
ustascia (i fascisti croati) e vengono celebrate messe in suffraggio e
memoria del duce croato Ante Pavelic, che, può darsi, visto il
corso recente delle beatificazioni cattoliche [Aloizije
Stepinac],
venga beatificato come
eroe nazionale anche lui...
>>
Da "La storia cancellata", intervento al Consiglio Nazionale A.N.P.I.,
Rimini 29/30, 10.1998:
<< Via la lapide dei
partigiani. INSULTO ALLA "GARIBALDI"
(...) Penso valga la pena chiedersi
se
nella "rimozione" della Lapide del Battaglione "Garibaldi" debba
vedersi una specie di omaggio, di ringraziamento dovuto e di
solidarietà storica a Papa Giovanni Paolo II e al Vaticano per
il loro riconoscimenti anticipati e "partigiani", e per la loro
ripetuta presenza non solo religiosamente "beatificatrice", ma di
sostegno e avallo politico al Governo di Tudjman e all’attuale
Repubblica di Croazia. Infatti, non è forse noto che fra il
Vaticano (oggi retto da Papa Wojtyla) e Garibaldi e i garibaldini non
è corso mai buon sangue, come ci ricordano le vicende storiche
del secolo scorso legate alle lotte per l’unità d’Italia e anche
quelle politiche di questo secolo...? E (corsi e ricorsi della storia),
come dimenticare a tal proposito l’ atteggiamento del Vaticano, nel
1873/76, proprio nelle regioni jugoslave, quando osteggiò
direttamente e internazionalmente le lotte per l’indipendenza e la
liberazione dell’Erzegovina e della Bosnia dal domino turco
(mussulmano) condotta dai Serbi (cristiano ortodossi), a fianco dei
quali parteciparono combattenti volontari garibaldini italiani ?...
>>
di Ovidio Gardini segnaliamo il
libro-testimonianza Canta canta burdel
Trascrizione dalla audio cassetta allegata: “Odmor” - Dalla
Resistenza italiana all’estero, canti ed echi, a ricordare una storia.
Testimonianza musicale a cura di Ovidio Gardini
<< Dalla Resistenza italiana all’estero canti ed echi, a
ricordare una storia, la Divisione garibaldina d’assalto “Italia” in
Jugoslavia, 1943 – 1945.
La protesta, 1942 – 1943.
In Jugoslavia, radio Scarpa c’è l’aveva portato dalla
Grecia, ove già nell’ inverno 1940- 41, l’aveva cantato la
divisione Julia, dai greci inchiodata e purtroppo quasi annientata ,
sul confine greco – albanese. E noi l’avevamo fatto nostro e cosi lo
cantavamo: “Sul monte di Perati..........”
Era stato quello di Albania e
Grecia, il primo di una serie di rovesci militari e umane tragedie dei
militari italiani, seguito poi da quelli in Africa Orientale e
Settentrionale, e poi in Russia. Contrariamente a gli ordini che gli
vietavano perché considerati disfatisti e faceva infatti a loro
di contrappunto, paradossale, patetico e beffardo, propalato e
gracchiato dalle trasmissioni della radio del governo fascista:
“Vincere e vinceremmo in cielo, in terra, in mare”, oltre al “Ponte di
Perati” cantavamo pure il vecchio canto militare: “Quando sei dietro
quel muretto.....ta pum, ta pum...”.
(...................................)
Inizio della Resistenza,
Settembre 1943, Dalmazia
Andando in montagna, verso i partigiani jugoslavi, quella stellata
notte del 9 settembre 1943, incontro a quale destino andava, chi come
noi era stato, fino il giorno prima, aggressore e occupatore armato di
quel popolo?. Un’ ombra e un dubbio assillanti, presto dissipati
dall’ accoglienza comprensiva e poi fraterna dei partigiani jugoslavi.
Tant’è che non molti giorni dopo, guidando in montagna altri
militari italiani fuggiti ai tedeschi o sbandati e raccolti sulla
costa, cantavamo insieme.....(....)
Noi, che arrivavamo stanchi e
affamati, la bella Julijana ci accoglieva dicendo: “Jedi brate moj!”
(Mangia fratello mio). Mentre ci porgeva quel poco che aveva, una fetta
di polenta e una ciotola di “kiselo mliejko” (latte garbo), per noi la
vita. Poi andò partigiana, come altre 100.000 donne jugoslave, e
cadde come altre 20.000 di loro... (....)
Il 13 settembre 1943, nasce a
Spalato in Dalmazia il battaglione “Garibaldi” che canterà il
proprio inno “I garibaldini”. Lo ascoltiamo, nella parte iniziale,
dalla viva voce dei partigiani del coro della divisione “Italia” in una
esecuzione del 12 giugno1945, registrata a Radio Zagabria, prima del
rimpatrio. Registrazione ricuperata 20 anni dopo e purtroppo
deteriorata dal tempo e dai limiti tecnici di allora, cui fanno
seguito in un collegamento ideale, le voci della generazione dei nipoti
i 250 studenti dell’ Istituto magistrale di Forlinpopoli, in un’
esecuzione del 22 aprile del 1989, nell’aula Magna dell’Istituto,
registrata con un comunissimo registratore portatile nel corso di un
incontro testimonianza sulla Resistenza italiana all’estero:”....
Garibaldini, alla nostra Italia, ritorneremmo con la libertà.
Ogni fascista, ogni nazista, mandato via da noi
sarà....”.(Applausi). Bravissimi, molto bene...
(...............................................)
Il nostro itinerario: La
lunga strada per la libertà e la fratellanza, 1943 – 1945.
Partendo dalla già ricordata
e cantata Dalmazia, esso si snoda attraverso le più volte, in
tutti i sensi, percorse Bosnia ed Erzegovina, anch’esse già
menzionate coi loro canti (accompagnato dalla musica di “Mars na Drini”
(la Marcia sulla Drina). Toccando il Montenegro e il Sangiaccato.
(...............) E ancora
continuando attraverso Srem, Slavonia, fino a Zagabria, combattendo e
marciando per 20 mesi e c.ca 11.000 km, a piedi.
L’internazionalismo resistenziale,
1943 – 1945
Si espresse in tanti
movimenti di resistenza, che unirono nella comune lotta contro il
nazifascismo, paesi e genti di etnie, lingue, culture, credo
socio-politico e religioso, diversi. Nel mondo, in Europa e la
Resistenza italiana all’estero ne è l’emblematica testimonianza,
e appunto in Jugoslavia, ove noi combattemmo. (....)
Ricordando e ricollegandoci
idealmente alla voce di Radio Londra in guerra, a quella tipica sigla
musicale che allora ne precedeva la trasmissione, le quattro note
iniziali della Quinta (V) di Bethoven, leggibili anche in alfabeto
Morse come lettera “V, uguale a victory, dalla missione britannica
presso il Comando supremo del maresciallo Tito, abbiamo nell’inverno
1943 – 44, imparato e cantato:...
(Applausi) Bravissimi! Io mi
compiaccio di questo internazionalismo, della vostra, diciamo,
partecipazione, perché, oggi voi sapete, noi stiamo parlando d’
Europa e parleremmo d’Europa sempre più, ma non soltanto
dell’Europa dell’Ovest, ma anche quella dell’Est. L’Europa e il
mondo sono, saranno i nostri destini. Ecco, per questo, noi siamo in
sintonia anche oggi. (.....)
A Belgrado e avanti, fino a
Zagabria, 1944 – 1945
A Belgrado, liberata anche da
noi, abbiamo formato, coi superstiti dei battaglioni “Garibaldi” e
“Matteotti”, con altri partigiani italiani, già combattenti in
reparti jugoslavi, e con 2500 italiani liberati dalla prigionia
tedesca, il 28 ottobre 1944 la brigata, poi Divisione garibaldina
d’assalto “Italia”, il 29 ottobre il battaglione poi brigata “Mamelli”,
il 19 novembre il battaglione poi brigata
“Fratelli Bandiera” , e più
avanti nello Srem, a Sarengrad, abbiamo costituito nel marzo 1945, la
Compagnia poi Battaglione, armi d’accompagnamento “Sarengrad”. Ecco
l’inno di Mamelli che ascoltiamo nella parte iniziale dalle vive voci
dei partigiani del coro della divisione “Italia”, registrazione a Radio
Zagabria del 12 giugno 1945, cui fanno seguito le voci della
generazione dei figli, quelli del gruppo di filarmonici, in una
esecuzione attuale; “Forza battaglione Mamelli, morte al fascismo
darà...ai popoli la libertà.........”.
Ad essi, ai nipoti, il partigiano
cantastorie, nel nome dei compagni caduti nella Resistenza, lascia il
canto e la testimonianza, perché continuino a cantare gli
ideali della Resistenza, Libertà, Pace, Giustizia Sociale e
Fratellanza fra uomini e popoli! (Chiude il suono dell’armonica con le
note della danza popolare, il “Kolo”). >>
(trascrizione a cura di Ivan
Pavicevac)
VITOMIR GRBAC
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GIUSEPPE MARAS
Comandante della Divisione Italia, già Brigata Garibaldi, nella
Lotta di Liberazione jugoslava;
poi Medaglia d'oro al Valor Militare. Decorato anche da
Tito, che
conosceva personalmente
Nato a Selve (Dalmazia) nel 1922, deceduto a Roma il 12
maggio 2002, Medaglia d’Oro al Valor Militare.
Il pomeriggio
del 14
maggio del 2002, dalla Basilica di S. Lorenzo fuori le mura, a Roma,
mentre impazzava, al solito, il traffico cittadino, si è visto
uscire un feretro, sistemato su un vecchio affusto di cannone tirato a
lucido. Sulla bara, una bandiera tricolore. Intorno: una compagnia di
bersaglieri in armi, un gruppo di militari interforze, un drappello di
carabinieri in alta uniforme e in congedo; la scenografia solenne,
insomma, che com’è tradizione, accompagna i funerali dei
decorati di Medaglia d’oro al valor militare. Fuori della consuetudine,
però - oltre alla piccola folla di parenti e amici, di ex
partigiani con il fazzoletto tricolore al collo (c’era anche un vecchio
signore con camicia rossa e decorazioni, che reggeva un labaro dei
garibaldini) – era il tricolore che ricopriva la bara. Non solo era
sbiadito, ma al suo centro, nel bianco non più bianco,
campeggiava una stella rossa e la scritta "Divisione Italia".
|

|
Con
quella bandiera, dall’8 settembre 1943, l’allora sottotenente dei
bersaglieri Giuseppe Maras, divenuto col tempo per i suoi uomini, "Pino
il generale", aveva, combattendo contro i tedeschi, attraversato in
lungo e in largo la Jugoslavia. Ventidue mesi di combattimenti
durissimi, come ricorda la motivazione della Medaglia d’oro conferita a
Maras il 7 settembre 1968, sino a quando i "talianski" della Divisione
Italia, insieme all’Armata Rossa e all’Esercito popolare jugoslavo, non
avevano liberato Belgrado. Quel giorno gli uomini di Giuseppe Maras
(alla Divisione Italia si era arrivati per gradi: prima la
costituzione, subito dopo l’armistizio, quando molti comandi si erano
sfaldati, del battaglione "Garibaldi", composto anche dai giovanissimi
carabinieri della "Bergamo" oltre che da fanti, granatieri, artiglieri
e marinai; poi la costituzione del battaglione "Matteotti"; quindi la
fusione nella brigata "Italia" che sarebbe diventata Divisione), in
mezzo alle macerie e alle cannonate, raggiunsero il palazzetto
dell’ambasciata italiana abbandonato dai diplomatici e issarono, sul
terrazzo, la bandiera tricolore. Forse proprio la bandiera che Giuseppe
Maras aveva custodito per tutta la vita e che ha accompagnato il suo
funerale.
Fonte: http://www.anpi.it/patria/04-0502/19-22-Muraca_Terradura.pdf
Ilio
Muraca, Walkiria Terradura ed
Avio Clementi ricordano la medaglia d'oro Giuseppe Maras (FILE PDF)
Vedi anche: PROFILO
DI GIUSEPPE MARAS, a cura del figlio Armando
IBRAJ
MUSA
Nato
il 24 Aprile 1923. Albanese kosovaro, Veterano della II Guerra Mondiale,
durante l'occupazione nazifascista della Jugoslavia ha combattuto nella
Resistenza come partigiano, prima in Albania, poi in Serbia e infine in
Bosnia. Egli e la sua famiglia vivevano a Osek Hila, villaggio a 5 Km
da Djakovica, abitato da 1600 albanesi e poche decine di serbi.
Dopo l'aggressione della Nato e la
conseguente occupazione del Kosovo nel giugno '99, che ha dato via
libera alle forze terroriste dell'UCK nella provincia serba, come altre
migliaia di famiglie di albanesi kosovari, gli Ibraj sono dovuti
scappare in Serbia per non essere uccisi dai secessionisti...
Fonte: http://www.resistenze.org/sito/as/sosyu/assy9l13-005673.htm
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/6546
AHMET SEJDIC
Partigiano jugoslavo, rom
Si è spento nel febbraio 2005 a Roma
ALMA VIVODA
Nata a Chiampore di Muggia (Trieste)
il 23 gennaio 1911, morta a Trieste
il 28 giugno 1943, esercente,
prima Caduta della Resistenza italiana.
Amabile all'anagrafe, Alma per gli
amici, Maria nella clandestinità, la Vivoda iniziò assai presto
l'attività antifascista, anche perché "La
Tappa" – la trattoria di Muggia di
proprietà del padre – era diventata punto di riferimento per gli antifascisti della
zona. Quando le autorità fasciste, negli anni della più dura
repressione, imposero la chiusura dell'esercizio, Alma e il marito Luciano Santalesa
(anch'egli militante comunista), si dedicarono completamente alla lotta per
la libertà. Affidato ad un collegio di Udine il figlio Sergio, Alma e Luciano
scelsero la clandestinità. Maria divenne una delle dirigenti più
attive dell'organizzazione "Donne Antifasciste", assicurando i collegamenti
tra l'antifascismo triestino e
le formazioni partigiane
dell'Istria. Quando il marito fu arrestato e fu ricoverato, per le sue precarie
condizioni di salute, sotto sorveglianza
in un sanatorio, Maria ne
organizzò l'evasione. Era la primavera del '43 e Luciano Santalesa, aiutato dalla moglie,
riuscì a raggiungere I partigiani istriani; combattendo con loro sarebbe
caduto qualche mese dopo, pochi giorni prima che anche la moglie morisse
dopo uno scontro a fuoco.
Alma, nonostante avesse
frequentato soltanto le elementari, era una donna di vivida intelligenza. Attenta ai problemi
dell'emancipazione femminile e dell'internazionalismo, aveva promosso la
diffusione della stampa
clandestina ed era arrivata a curare di persona la redazione del foglio "La nuova donna". Anche per questo Alma era
braccata dalla polizia fascista,
che aveva posto sulla sua
testa una taglia di 10.000 lire dell'epoca.
Il 28 giugno del '43, la giovane
donna, durante una missione alla Rotonda del Boschetto (Trieste), fu
riconosciuta da un carabiniere
che, fingendosi amico, aveva frequentato "La Tappa" di Muggia. Nello scontro a fuoco che ne seguì, Alma
fu ferita alla tempia. Trasportata all'ospedale, vi spirò dopo poche
ore, assistita da Pierina Chinchio Postogna, che era stata catturata insieme
a lei e che era stata ferita più
leggermente. All'indomani della morte di Alma Vivoda, il nome della prima donna italiana caduta nella
Resistenza fu assunto da un battaglione
autonomo della 14a Brigata Garibaldi "Trieste" (Divisione Garibaldi "Natisone"), composto da
partigiani italiani, sloveni, russi,
da marinai romagnoli e da diverse compagne di lotta di "Maria". Dopo la Liberazione, ad Alma Vivoda sono
stati intitolati il Circolo di
cultura popolare di Santa Barbara (Muggia) ed una strada di Chiampore. Nel 1971, nel luogo dove Alma
fu colpita, è stato eretto un monumento a suo ricordo. (fonte: http://www.anpi.it/uomini/vivoda_alma.htm
)
CARLA
VOLTOLINA
(...) Carla Voltolina, morta a Roma il 6
dicembre 2005, è stata
una donna che ha fatto onore al suo Paese. E non perché – o non solo perché – il suo secondo nome,
da lei usato solo dopo la scomparsa
del marito, era Carla Pertini.
Quando, nel 1944 a Milano, il
dirigente socialista reduce da carcere, esilio, nuovo arresto, condanna a morte
ed evasione, lui ha 48 anni e lei
23, ma la ragazza Carla ha già sulle spalle una discreta esperienza di lotta.
E' nata a Torino, dove vive con i
genitori (il padre è ufficiale), una classica famiglia borghese: studia,
ed eccelle nello sport, in particolare
nel nuoto. Una vita tranquilla, alla quale gli eventi, e un carattere che la spinge a scelte
precise, anche se rischiose, daranno
una svolta netta. Dopo il 25 luglio 1943, alla caduta del regime fascista, Carla prende contatto
con il movimento socialista, e dopo l'8 settembre, mentre l'Italia cade
sotto l'occupazione nazista, viene
mandata a Roma, dove il comando delle formazioni partigiane socialiste sta organizzando i lanci di
armi e munizioni da parte degli
alleati. Passano i mesi, e nel marzo del '44 Carla Voltolina va in missione nell'Appennino marchigiano, a
Visso, che nell'inverno è stata una delle prime "repubbliche
partigiane". Ora, all'inizio della primavera, i tedeschi, che considerano
quel tratto dell'Appennino di vitale
importanza per i loro rifornimenti al fronte meridionale, e operano periodicamente interventi
militari, accompagnati dalle SS che, con arresti e sbrigative esecuzioni,
cercano di spezzare i collegamenti
della Resistenza. In questa zona, ovviamente pericolosa, Carla deve prendere contatto con il
comando della Brigata "Spartaco".
La Brigata è una "Garibaldi",
quindi comunista, ma l'Office Special Services (l'Oss, che poi diverrà
la Cia, e sarà tutta un'altra cosa) non fa tante distinzioni, e preferirebbe
unificare i lanci, che sono sempre
rischiosi, per chi li effettua e per chi li riceve. Il santuario di Macereto, in un pianoro
isolato tra i monti, rappresenta una buona pista, anche se i tedeschi la
conoscono e vi hanno già fatto un'incursione uccidendo tre
paracadutisti alleati. I partigiani si spostano di continuo sui monti
circostanti, e Carla, fra un incontro
e l'altro, fa base a Visso, all'albergo Montebove, dove si ferma alcuni giorni: probabilmente
troppi, perché, va detto, Carla è una ragazza che si fa notare, molto:
bellissima, alta, con una sfolgorante
corona di capelli ramati, di "clandestino" non ha nulla. E i tedeschi tengono d'occhio Visso e i
suoi dintorni, con agenti
travestiti da prigionieri alleati evasi, e qualche spia. "Meglio che torni a Roma, o vieni su in
montagna", le fa sapere il comando
partigiano. Ma le SS arrivano prima, e la portano via. Per fortuna non ha armi, né carte
compromettenti: si finge malata, e con l'aiuto di un medico riesce a fuggire. Da
Roma, dove è di nuovo attiva,
è trasferita al Nord, a Milano, e qui incontra per la prima volta Sandro Pertini. Ancora la
Resistenza, e finalmente la Liberazione.
Il 6 giugno 1946 Carla e Pertini si sposano. Comincia una nuova fase. (...)
(fonte: http://www.poliziaedemocrazia.it/live/index.php?domain=archivio&action=articolo&idArticolo=1059
Gennaio/2006 - Articoli e Inchieste - Memoria - Carla la partigiana "first lady" - di Emilio Belfiore)
RADOVAN ILARIO "RADO" ZUCCON
Primavera 2009: è
in uscita il CD "Neve diventeremo" del gruppo SETTEGRANI, contenente la canzone
dedicata a Radovan Ilario "Rado"
Zuccon,
partigiano
istriano prigioniero a Buchenwald, deceduto nel 1995.
Un
DVD di
accompagnamento contiene anche il videoclip girato a Buchenwald ed
altri materiali di utile documentazione.
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P A R T I G I A N
I !
Una iniziativa internazionale ed
internazionalista
nel 60.esimo anniversario della
Liberazione dal nazifascismo
http://www.cnj.it/PARTIGIANI/index.htm
Per
contatti: PARTIGIANI!
c/o RCA/CNJ,
Via di Casal Bruciato 27, I-00159 Roma
partigiani7maggio @ tiscali.it
FAX +39-06-7915200
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