P A R T I G I A N I !

Roma, 7-8 maggio 2005




P R O F I L I

BIOGRAFIE E RITRATTI
DI ALCUNI COMBATTENTI PER LA LIBERTÀ ORMAI DECEDUTI


(in ordine alfabetico)





QUESTA PAGINA È IN CONTINUO AGGIORNAMENTO

Saremo grati per tutte le segnalazioni, che aggiungeremo volentieri

Alcuni profili di partigiani di diversi paesi tuttora in vita si possono leggere
alle pagine del nostro PROGRAMMA e delle nostre ADESIONI


L'Unione - quindicinale Battaglione F.lli Bandiera, Jugoslavia 1945


L'"AFFICHE ROUGE"

Dal sito della sezione PdCI di Parigi (Francia)
http://www.pdci-europa.org/sezioni/fr/parigi.html

Per non dimenticare

Il 21 febbraio 1944, 23 membri della resistenza comunista – FTP-MOI (Francs Tireurs et Partisans – Main d’œuvre Immigré) furono  giustiziati sul Mont Valerian. Il processo a questo gruppo (noto come gruppo Manouchian dal nome del leader della sezione parigina, il poeta e attivista armeno Missak Manouchian), durato un solo giorno, fu oggetto di una vasta campagna sulla stampa collaborazionista. La ragione di questo violento attacco da parte dei giornali del potere è semplice :  dei 23 membri, 20 erano stranieri e fra questi c’erano 11 ebrei. L’obiettivo era di usare il gruppo Manouchian per dipingere la Resistenza come un affare comunista e ebraico.
La campagna raggiunse il suo apice con la pubblicazione e l’invio in tutta la Francia, nei giorni successivi l’esecuzione, dell’Affiche Rouge : il manifesto chiedeva « Liberatori ? » e sotto le foto di treni deragliati e corpi crivellati rispondeva « Liberazione con le armi del crimine ».
Più importante, soprattutto dal punto di vista dei nazisti, le dieci foto di altrettanti attivisti, ciascuna accompagnata dall’elenco dei « crimini » : Manouchian, armeno, capo del gruppo, 56 attacchi , 150 morti, 800 feriti.
La vicenda ha dato origine a varie polemiche  sul ruolo del PCF in questa vicenda : perché nel 1944 il partito comunista francese lasciò a Parigi solo questo gruppo « internazionale » (FTP-MOI), provvedendo a spostare altrove la resistenza francese (FTP) ?  Fu una scelta intenzionale o dettata dalle circostanze, nella misura in cui il FTP-MOI era più attivo e organizzato, dunque più adatto a restare in prima linea?
L'Affiche Rouge
  
I membri italiani  del gruppo erano :

Rino Del Negro     
Spartaco Fontano  
Cesare Luccarini
Antonio Salvadori
Amedeo Usseglio



Per  approfondire :
  . Henri Noguères : Histoire de la Résistance en France, de 1940 à 1945, Paris, R. Laffont, 1967-1981, 5 vol., t. 4, pp. 373-375
  . Jacques Ravine : La Résistance organisée des Juifs en France, 1940-1944, préf. de Vladimir Pozner, Paris, Julliard, 1973, 316p.
  . Philippe Garnier Raymond : L'Affiche rouge, Paris, Arthème Fayard, 1975
  . Manouchian Mélinée : Manouchian
  . F. Johannès : Exposition Histoire de l'Affiche Rouge
  . Stéphane Courtois-Denis Peschanski-Adam Rayski  Le sang de l'étranger, Fayard,1989
Discografia :
  . CD de Léo Ferré - texte d'Aragon
Documentari :
  . CD-ROM La Seconde Guerre Mondiale, Arte éditions, Marc FERRO, « Histoire parallèle »
Film :
  . L'affiche rouge, 1976


Ulteriori informazioni e contatti presso il
Circolo dei Garibaldini

20, Rue des Vinaigriers
75010 Parigi
(X arrondissement, vicino al Canal St Martin;
Metro Jacques Bonsergent)




ANDREA BENCICH

"DA MUGGIA A ROVIGO"

Andrea Bencich è nato a Muggia nel 1910, e descrive nella sua autobiografia (uscita nel 1988) "DA MUGGIA A ROVIGO":

La gente di Muggia era orientata a sinistra anche prima della prima guerra mondiale e vi erano assai diffuse le lotte operaie, di tipo socialista, sindacali e politiche, alle quali prendeva parte anche mio padre... mia madre proveniva dal piccolo paese di Slope,
sull'altipiano carsico ai confini della zona morenica dei Brkini, paesino che ha dato molti partigiani e molte vittime, durante la
seconda guerra mondiale, nella lotta contro il nazifascismo, tra le quali anche mio cugino Pocekaj. Di lì a pochi anni la mia famiglia si trasferì da Muggia a Tublje, un centro agricolo sul pianoro carsico interamente sloveno etnicamente, la cui popolazione era composta da ventisei famiglie tutte dedite all'agricoltura... Pure i tubeljci erano di orientamento di sinistra...

Andrea Bencich non si trasferì in Italia, ma dopo sei anni trascorsi nel carcere di Stremska Mitrovica (dove fu rinchiuso per attività rivoluzionaria e dove "frequentò l'università dei rivoluzionari", un suo insegnante era quel Moša Piade condannato a trenta anni) fu "liberato" nel 1939 ed espulso in Italia. A questo proposito Bencich scrive:

Ma il tempo trascorreva inesorabile e si avvicinava sempre di più la data dell'undici giugno del 1939, giorno in cui finiva la mia detenzione iugoslava. E arrivò anche quel giorno. Alle ore 11 mi chiamarono nella direzione e il direttore del carcere, scherzando, mi disse di sedermi e di bere un caffè poiché loro volevano essere esatti: poiché fui arrestato alle ore 11.30, sei anni prima, mi avrebbero lasciato alla medesima ora. Così fu. Ma fuori del carcere mi aspettavano dei gendarmi jugoslavi che avevano il compito di condurmi sino a Lubiana. Mi misero le catene ai polsi, senza stringerle troppo stavolta, e mi condussero a Lubiana dove mi consegnarono alla questura. Fui preso in consegna da due alti funzionari della polizia che mi interrogarono circa la vita del carcere e circa il mio avvenire. Mi proposero di non espellermi in Italia a condizione che io rinunciassi ad essere comunista. Rifiutai. Poi , un poliziotto mi condusse a Rakek, stazione alla frontiera con l'Italia. Così, dopo sei anni di carcere e dieci anni da quando ero entrato in Jugoslavia, facevo la medesima strada nel senso inverso e in condizioni ben diverse. Non posso dire che ero allegro ma neppure abbattuto più di tanto poiché era in me la ferma determinazione di mantenere la promessa che feci ai compagni di Sremska Mitrovica e al compagno Kersovani, (Otokar Kersovani, nativo di Pola, giornalista molto colto, parlava quattro lingue e nel 1942, i fascisti croati lo sgozzarono come un agnello ndr) il giorno dell'addio, cioè che sarei stato comunista in qualsiasi circostanza che mi potesse accadere... A Rakek fui introdotto nell'ufficio del commissario jugoslavo di frontiera, un uomo sulla quarantina, dai modi civili, che parlava uno sloveno perfetto. Mi offrì anche lui il caffè, e mi promise di non espellermi in Italia, dicendo che a lui ripugnava farlo, ma a condizione (la stessa di Lubiana) che io rinunciassi con una dichiarazione scritta a considerarmi comunista.
Risposi, senza jattanza ma fermamente, che io mai avrei fatto una cosa del genere e che lui, anche se gli dispiaceva, facesse pure il suo dovere. Il commissario per tutta risposta mi disse: "Vorrei avere fra i miei gente come lei". Al che io risposi: "Non potete averla poiché non avete i nostri ideali". Mi strinse la mano e mi fece condurre oltre frontiera... Al commissariato italiano mi tolsero le catene jugoslave e mi misero quelle italiane; poi, sotto scorta di due carabinieri, mi condussero a Trieste in treno...

Quindi da un carcere jugoslavo ad uno italiano, dopo l'otto settembre Andrea Bencich partecipò alla Resistenza nella città di Bologna, alla fine della guerra andarono a fargli visita a Bologna due dirigenti del partito comunista jugoslavo per fargli una proposta:

...Quando vennero da me a Bologna i compagni Srecko Vilhar, professore di Capodistria, che aveva fatto vari anni di carcere a Sremska Mitrovica assieme a me e Anton Ukmar, pure lui da Capodistria e che fu uno dei comandanti partigiani a Genova (Ukmar che ho conosciuto personalmente è stato anche uno degli istruttori degli etiopi durante la loro Resistenza nei confronti dell'Italia fascista, ed è di origini carsoline. Ndr), durante la guerra contro i nazisti. Loro due mi fecero la proposta ufficiale di andare in Jugoslavia. Non avevo problemi a rispondere: ammiravo la Jugoslavia e Tito per quel che avevano fatto durante la guerra partigiana; mi ero formato in gran parte politicamente a Sremska Mitrovica, ma in pari tempo mi ero legato strettamente ai compagni e alla gente di Bologna; sono cittadino italiano anche se il mio cognome è sloveno; eppoi, la cosa più importante: non sono entrato nel partito in cerca di carriera comunque concepita, ma per gli alti ideali del socialismo in cui credevo e credo sempre, malgrado gli errori e anche qualche degenerazione... per cui risposi ai due compagni che apprezzavo altamente la loro proposta, che essa mi onorava, ma che non accettavo poiché non volevo che si potesse dire: in Jugoslavia, che Bencich è venuto qua a pappa fatta; e in Italia, che Bencich ha disertato, persino lui, la nostra lotta. I due compagni hanno compreso e apprezzato la mia decisione...

Bencich poi ne passò di cotte e di crude, dopo la risoluzione del Cominform sospettato di titoismo, e messo ai margini.
Scrive Bencich:

A Chioggia, intanto, si tenne una riunione di partito... mi accusarono apertamente di titismo. Fu dimenticato, di colpo, tutto ciò che avevo fatto per loro: la "Socialpesca", la cooperativa delle merlettaie, il rafforzamento organizzativo e politico del partito, il legame con le masse... ero appena sposato e vivevo, non mi vergogno di dirlo, alla giornata e ai limiti della povertà. Avevo la polizia di Scelba alle mie calcagna e ben difficilmente avrei potuto trovare un lavoro, non dico decente, ma neppure uno qualsiasi, conosciuto come ero per un comunista irriducibile. Andai a Rovigo... Zanelli mi ricevette con la cordialità di sempre e da vero romagnolo. "Non aver paura! Vieni a lavorare a Rovigo in Federazione. Io garantisco per te".

Altro che "sicuramente in Italia stava meglio"!!!
Chiudo con alcune righe della prefazione di Elios Andreini: "Bencich nasce cittadino austriaco e vive intensamente i drammi di due
popoli, lo jugoslavo e l'italiano. Passa attraverso tre monarchie e due fascismi, in lui si riconoscono i segni profondi della Terza Internazionale comunista, da cui trae gli slanci generosi ed ideali. Assiste a grandi dispute e a dolorose divisioni. In carcere a Sremska Mitrovica, trova la sua università. Come maestri ha uomini di grande valore, il fior fiore della intellighenzia dei popoli jugoslavi, destinati a divenire i leader della Resistenza del nuovo Stato... Nel dopoguerra se non avesse scelto di restare italiano, avrebbe avuto una vita parallela in terra jugoslava ove i trascorsi politici potevano giocare un ruolo decisivo nella formazione dei gruppi dirigenti. Avrebbe certamente portato un buon contributo con il suo equilibrio, la sua passione, la sua intelligenza. Ma nel politico di professione che "non sapeva comandare" e considera il periodo più intenso e bello della sua vita quello del carcere in Serbia, nel compagno Bencich, con incarichi probabili nella Lega dei comunisti jugoslavi, sarebbe esplosa la nostalgia per le strade, le colline, le pause e le donne di Bologna.
A 78 anni Bencich, in pensione, (riceveva anche una pensione dalla Jugoslavia per meriti rivoluzionari. Ndr) alle otto apre la Federazione Comunista, legge, scrive, insegna russo ad un docente di latino e greco, distribuisce la stampa di partito, mantiene relazioni umane e politiche, si cimenta negli scacchi. Il tutto avviene nella stanza più buia, più appartata, Più scomoda di via Celio, scelta quasi per vocazione e per nostalgia per spazi angusti della sua università, Sremska Mitrovica.
Qui è nata anche la sua autobiografia."

Dimenticavo. Andrea Bencich ha dedicato il suo lavoro "a quanti, in silenzio e senza riconoscimenti d'alcun genere, hanno sacrificato la loro esistenza per l'affermazione di una società libera e democratica".

                          fabio fontanof (dalla lista resistenza_partigiana @yahoogroups.com )





BRUNO BRUNETTI

di Firenze - combattente partigiano italiano in Albania
Ci ha lasciato nel 2003




WLADIMIRO CAIMMI

Da: "Fosco Giannini"
Data: 28 ottobre 2009 8:07:14 GMT+01:00
        
      Caro compagno/a, ti invio questo mio articolo apparso oggi su “Liberazione”. E’ il ricordo di uno straordinario compagno che ci ha lasciati pochi giorni fa, un partigiano, un comunista, un grande scrittore. Ero molto legato a lui e ci terrei tanto a farlo conoscere... se potete, se non vi costa fatica, fate conoscere Caimmi al più alto numero possibile di compagni e lavoratori, specie ai giovani.
Caimmi se lo meritava.
 
Un grande abbraccio, Fosco
 
 
                    ADDIO AD UN RIVOLUZIONARIO *

Si è spento ad Ancona Wilfredo Caimmi, partigiano, medaglia d’argento al valor militare nella lotta di Liberazione, comunista, scrittore
 
* da “Liberazione” di mercoledì 28 ottobre ’09
 
di Fosco Giannini
 
 
Lo scorso 16 ottobre il compagno Wilfredo Caimmi ci ha lasciati. E’ stato un rivoluzionario e questa parola – difficile da usare – è quella che più di ogni altra, pienamente, lo ritrae, non solo per la sua fulgida storia personale, ma anche – e forse solo chi l’ha conosciuto può capire – per il modo che aveva di rifiutare seccamente l’attuale ed egemone mercificazione capitalistica della nostra vita ( non viveva certo di stenti, tuttavia guai, con lui, a buttare via un pezzo di pane, a fargli notare che la sua giacca era lisa, che le sue scarpe erano quasi a bocca aperta). Nato ad Ancona nel 1925, Wilfredo, da liceale, parte a piedi dalla sua città per andare a combattere i fascisti e i tedeschi, nelle lontane colline di Arcevia. E’ stato uno dei più amati e carismatici partigiani della Resistenza nelle Marche ( quando Alessandro Vaia – il leggendario comandante Alberti, capo della lotta partigiana per il  Centro Italia – venne ad Ancona, negli anni ’80, chiese innanzitutto notizie del comandante Rolando, nome di battaglia di Caimmi ) e nel contempo uno dei più duri e temuti – dai nazifascisti - combattenti per la libertà, un partigiano che univa alle insolite capacità di direzione politica una vera e propria maestria nell’arte militare, che gli valse – assieme al coraggio - la medaglia d’argento al valor militare nella lotta di Liberazione, cosa che pochi sapevano, che lui non sbandierava, che occorreva tirargli fuori con le pinze.
Caimmi era un comunista, un leninista, come teneva definirsi; aveva militato nel Pci, aveva lottato contro la svolta della “Bolognina” ed è stato uno dei fondatori  - tra i più illustri - del Prc di Ancona e in Rifondazione è stato iscritto sino alla fine, schierandosi fiduciosamente per l’unità dei comunisti.
Ma Caimmi è stato anche una vera e propria rivelazione artistica: improvvisamente, nel 1990, già anziano, (rielaborando antichi appunti e ricordi) inizia  a scrivere, scolpendo una dopo l’altra autentiche gemme letterarie, amatissime soprattutto dai giovani ( romanzi e racconti come
Ottavo Kilometro;  Al tempo della guerra;  La notte senza topi;  Con la pazienza degli alberi millenari;Harlem). A differenza di tanta  memorialistica sulla Resistenza (preziosa, ma spesso priva di ambizioni e di afflato letterario) l’opera di Caimmi è letteratura forte, evocatrice e i personaggi dei suoi romanzi – come quelli di ogni scrittore di razza – emergono dalle pagine con una loro particolare densità di carne e spirito. E Caimmi non scrive solo racconti della Resistenza: un vero e proprio capolavoro è  La notte senza topi, ove si racconta la dura vita degli operai del Cantiere Navale di Ancona negli anni del secondo dopoguerra, operai comunisti licenziati che diventano – per sopravvivere – contrabbandieri di sigarette e con i soldi guadagnati, “convincendo” i funzionari, ricomprano il loro lavoro e il loro prezioso status sociale e politico di arsenalotti (costruttori di navi) e militanti comunisti in lotta in un punto alto della produzione.
“ Wilfredo, l’uomo indurito dagli eventi e dalla lotta – afferma il compagno Alfonso Napolitano, artista, regista teatrale e anconetano anch’egli – ci ha riservato, negli ultimi anni della sua vita, una sorpresa che ci porta alla mente l’Ernesto Che Guevara della durezza e della tenerezza: ci ha anche consegnato – per darle a qualche editore - delle meravigliose, tenere e delicate favole per bambini”.
 
Nel 1990 accade un fatto che porta Caimmi alla ribalta nazionale: da un sottoscala della sua abitazione esce acqua; l’idraulico chiamato dal condominio a riparare il guasto sfonda una parete, trovandosi di fronte ad un vero e proprio arsenale militare : erano le armi – fucili, pistole, decine di mauser tolte ai tedeschi, mitragliatrici – che il comandante Rolando, dopo la Resistenza, non aveva consegnato e che aveva invece accuratamente custodito, oleato e tenuto in funzione per 45 anni,  forse nell’illusione – all’inizio - che il Vento del Nord e la rivoluzione potessero proseguire e certamente nel tentativo – passati i decenni – che la memoria della lotta non svaporasse.
La giustizia borghese, tuttavia, non può conoscere, né accettare il sogno: Caimmi, a 65 anni suonati, finisce nelle prigioni anconetane e vi rimane  chiuso – con la sua salute incerta -  per oltre sette mesi. Anche l’Anpilocale non scherza: il comandante Rolando, la medaglia d’argento per la lotta di Liberazione, è espulso “ per detenzione d’armi”.
Poi, tutto si razionalizza: Caimmi – ma dopo la galera – viene da tutti, compresa l’Anpi (che lo riammette nelle sue fila), riabilitato; il suo nome torna di cristallo e il vasto arsenale incidentalmente scoperto vieneorganizzato ed esposto – per tramandare lo spirito della lotta di Liberazione – nel museo della Resistenza di Falconara, vicina ad Ancona.
La lotta partigiana aveva segnato Caimmi nelle sue più profonde fibre, l’aveva plasmato per sempre; la grandezza di quei valori e il sogno della rivoluzione non erano mai più usciti dalla mente e dal corpo diWilfredo, che era secco, duro ed essenziale come i suoi pensieri. Severo e di pochissime parole, il vecchio Rolando sedeva – durante le riunioni  al nostro Circolo, il “ Gramsci” di Ancona -  nell’angolo più oscuro e lontano e negli ultimi anni, quando la discussione prendeva una piega che a lui non piaceva  ( quella “vendoliana” del superamento del partito comunista )  improvvisamente - senza che nessuno se ne accorgesse, come un partigiano nella notte - scivolava via, in silenzio. E la sua assenza diveniva di fatto  la critica più dura.
Il potere della giustizia l’ha condotto ( per fustigare un sogno) in quella prigionia nella quale nemmeno i fascisti erano riusciti a chiuderlo e quello della Sinistra l’ha mortificato duramente.
Chi l’ha conosciuto  lo sa : Caimmi non ha avuto mai paura di tutto ciò e ha proseguito a testa alta la sua vita,  dignitoso, sincero e solo con i suoi cani lupo. Poi, tutti, hanno dovuto ravvedersi.
 
Ciò che oggi chiediamo al nostro giornale, al nostro partito, al suo segretario è di non dimenticarsi di Wilfredo Caimmi, di venire ad Ancona a conoscerlo, a mettere a valore la sua storia di combattente, la sua opera letteraria. Come – anche in virtù della sua inconsueta e silenziosa modestia -  egli ha  ampiamente meritato.

--- *---

Caimmi fu combattente, nella zona di Arcevia (Marche), fianco a fianco con gli jugoslavi sfuggiti, dopo l'8 Settembre, dai campi di concentramento in cui gli italiani avevano rinchiuso i prigionieri politici delle zone occupate - a Renicci (AR), Colfiorito (PG), Servigliano (Fermo), Sforzacosta (MC), Fabriano (AN), e in decine di altri campi. Perciò, per questa sua esperienza diretta del carattere internazionale e internazionalista della Resistenza, provammo a coinvolgere Caimmi nel nostro convegno PARTIGIANI! del 2005, purtroppo senza riuscirci, a causa della sua età già avanzata. Non siamo riusciti nemmeno ad intervistarlo più recentemente per il nostro lavoro, attualmente in corso, sul contributo degli jugoslavi alla Resistenza in Appennino : all'ANPI di Ancona a fine maggio 2009 ci dissero che non ci poteva incontrare per motivi di salute. Anche per questi mancati incontri, il nostro rincrescimento per la sua scomparsa è particolarmente forte. (il webmaster del sito PARTIGIANI!)




TERZILIO CARDINALI

Comandante dei partigiani italiani in Albania
Morto in combattimento

Marzo 2009: rimosse la lapide commemorativa e la via a Scutari!



WALTER "VAMPA" CATTER

Sinto di Vicenza, martire dei fascisti in località Ponte dei Marmi assieme a

Livio Gemmo,
Lino "Ercole" Festini
(sinto),
Angelo Menardi,
Guido "Turchia" Molon,
Aldo Montemezzo,
Massimiliano Navarrini,
Luigi Pasqualin,
Silvio Paina
(sinto),
Renato Mastini "Giacomo Zulin" (sinto),

(vedi: "Quattro su dieci", di Irene Rui - Vampa Edizioni 2008)




DRASKO DINIC

Partigiano dal 1941, membro della Nova Komunisticka Partija Jugoslavije


IN MEMORIAM

Dragomir Draško Dinić
  (8.7.1907 - 16.3.2005)

Drugovi komunisti, razvlašćeni proleterijate, juče je, 18.03.2005. godine, iz redova NKPJ otišao još jedan od boraca - komunista koji su jurišali na nebo, a u ime humanijeg i dostojanstvenijeg života radničke klase, kojoj su pripadali svim svojim bićem.
Sa neizmernim pijetetom i uspomenom punom poštovanja i ljubavi prema velikom čoveku, revolucionaru i borcu u prisustvu mnogobrojne porodice, članova NKPJ i prijatelja, uz počasni plotun ispraćen je DRAGOMIR- DRAŠKO DINIĆ na večni počinak.
Ovaj istaknuti i nepokolebljivi revolucionar, sa partijskim stažom dužim od sedam i po decenija, koračajući pod crvenom zastavom borio se za integralnu slobodu, za socijalnu pravdu, za pobedu komunističkih ideala.
Draško Dinić je rođen 8. jula 1907. godine u selu Donje Konjuvce, u Leskovačkom okrugu u porodici Nikolaja Dinića, jednog od prvaka Socijal-demokratske partije Dimitrija Tucovića na jugu Srbije. Nikolaj Dinić je potom bio učesnik NOB-a od 1941. godine i narodni poslanik. Rođena sestra Draška Dinića bila je Narodni heroj Đuka Dinić, koju su Gestapo i specijalna Nedićeva policija usmrtili u Banjičkom logoru. Uprkos višemesečnom stravičnom mučenju u logoru ona zločincima nije rekla svoje pravo ime ni imena svojih partijskih saradnika. U NOB-u je pod nerazjašnjenim okolnostima poginuo i njen suprug Filip Kljajić komesar Prve proleterske brigade.
Cela porodica Dinić, njeni rođaci i bliski ljudi bili su učesnici revolucije.
Draško Dinić je kao dvadesetogodišnjak 1927. godine postao član SKOJ-a, potom i jedan od njegovih istaknutih rukovodilaca, a 1929. godine primljen je u Komunističku partiju Jugoslavije. Od tada je faktički postao profesionalni revolucionar. Obavljao je niz visokih partijskih dužnosti, pored ostalog rukovodio je i partijskom tehnikom, kao i ilegalnim komunikacijama Komunističke partije sa Kominternom, sa partijskim organizacijama u zemlji, sa slanjem dobrovoljca u Španiju tokom građanskog rata u toj zemlji.
Bio je član Komisije koja je primala u redove Partije i SKOJ-a nove kadrove, pa je, između ostalog, sudelovao u donošenju odluke o prijemu u Partiju i nekih potonjih najistaknutijih članova Politbiroa. Nažalost, mnogi od njih su kasnije izneverili komunistički pokret, prešli u reformizam i čak direktno u buržoaske partije. Draško je ostao nepokolobljiv marksista-lenjinista, prolazeći zbog takvog opredeljenja kroz mnogobrojna teška iskušenja koja su se povremeno pretvarala u golgotu.
Godine 1941. Draško je rukovodio grupom partijskih ilegalaca koja je iz zatvorske bolnice Gestapoa diverzantskom akcijom oslobodila uhapšenog Aleksandra Rankovića. Rukovodio je i mnogim drugim diverzantskim akcijama u Beogradu i Srbiji.
Kada je pao u ruke Gestapoa i Specijalne kvislinške policije oni nisu znali njegov identitet pa su ga kao običnog ilegalca internirali u koncentracioni logor u Norveškoj. U logoru je osnovao ilegalnu partijsku organizaciju.
Posle oslobođenja Draško je bio kadrovik, odnosno po funkciji druga ličnost u Ministrstvu unutrašnjih poslova sve do 1952.g. kada je smenjen i uhapšen, jer se suprotstavio masovnom hapšenju i slanju komunista na Goli otok.
Draško Dinić je diplomirani pravnik. Bio je veoma obrazovan i ideološki kompetentan i dosledan. A za ideološku komunističku doslednost se skupo plaćalo i pre i posle II svetskog rata, kao i posle kontrarevolucije od 1990, a naročito od 2000. godine. Mnogobrojne teškoće i iskušenja nisu ni za milimetar pokoloebali Draška Dinića u njegovoj revolucionarnoj aktivnosti i komunističkom opredeljenju. On je u junu 1990. godine bio jedan od osnivača Nove komunističke partije Jugoslavije koja nastavlja slavne revolucionarne tradicije KPJ iz 1919. godine, tradicije NOB-a i Svetskog komunističkog pokreta.
Draško je bio član CK NKPJ i, uprkos godinama koje su brojale gotovo jedan vek, spadao je u izuzetno aktivne i disciplinovane članove Partije. Sve do pre nekoliko meseci, dok ga, kako je govorio nisu izdale noge gotovo svakodnevno je posećivao partijske prostorije i učestvovao na svim partijskim manifestacijama.
Draško je bio naš učitelj, uzor i ponos, naš primer i živa enciklopedija komunističkog pokreta u Jugoslaviji i svetu. I stoga je uživao veliki ugled i imao veliki autoritet, mada je uvek bio skroman, tih, ali energičan u svakom domenu.
Draško je bio internacionalista i radovao se svakom uspehu progresivnih snaga u bilo kom kutku planete, a tugovao zbog poraza, revizionističkih zastranjivanja i drugih neuspeha komunista. Bio je u principu veliki optimista i sanjar, uveren u neizbežan istorijski trijumf komunističkih ideala i umro je u snu, ali mi njegovi sledbenici čvrsto verujemo u neizbežnost pobede društva zasnovanog na socijalnoj pravdi. A socijalne pravde nema bez socijalizma i komunizma.
Draško Dinić je bio izuzetno čestit i pošten čovek, uporan i nepokolebljiv, čovekoljubiv, drag i dalekovid kao i ideologija kojoj je pripadao.
Ime i delo Dragomira-Draška Dinića ostaće trajno urezani u anale Komunističkog pokreta u Jugoslaviji, služeći mu kao svetao primer, uzor i inspiracija u revolucionarnoj borbi.

Neka je večna slava i hvala velikom revolucionaru Drašku Diniću!

Sekretarijat NKPJ




JOSEPH EPSTEIN 

le " colonel Gilles " dans la Résistance,
polonais, juif, communiste. Sa vie, c'est la lutte.

Né en 1911 à Zamosc en Pologne, il appartient ù une famille aisée de  culture yiddish. Très jeune, il participe, dans les rangs du Parti  communiste polonais, à la lutte contre !e gouvernement autoritaire de Pilsudski.

En 1932, il doit s'exiler et choisit la France. De 1936 ù 1939, il  combat aux côtés des républicains espagnols dans les rangs tics  Brigades internationales et il sait que la bataille contre le fascisme sera longue.

A son retour il s'engage dans l'armée française. Fait prisonnier en  1940, il est envoyé en prison outre-Rhin, s'en évade et rejoint la  lutte clandestine en France.

En 1942, il organise l'ensemble des "groupes de sabotage el de  destruction " (GSD), créés par les syndicats dans les entreprises  travaillant pour l'occupant.

En mai 1943, après une vague d 'arrestation il devient le chef des  FTP de !a région parisienne, sous le pseudonyme de colonel Gilles ".  Cette fonction militaire lui permet d'instaurer une tactique de  guérilla urbaine que mettent en oeuvre les Ftp-moi et qui porte ù  l'occupant nazi des coups sévères et spectaculaires.

Il est arrêté !e 16 novembre 1943, à Evry Petit-Bourg, en Seine-et-Oise, lors d'un rendez-vous avec Missak Manouchian dirigeant militaire régional des Ftp-moi. Sauvagement torturé, il ne parlera pus, jusqu'à taire son nom. Il  est fusillé au Mont Valérien, le 11 avril I94-1, avec vingt-huit autres résistants.


Source: "rifondazione_paris", Sab 2 Apr 2005  20:11:16 Europe/Rome
http://it.groups.yahoo.com/group/info_prc_paris/

Inauguration de la place Joseph EPSTEIN (Colonel Gilles dans la résistance)

Lundi 11 avril à 11h15
A l'angle de la rue des Mûriers et rue des Partants, Paris 20ème
     
Allocution de

Michel CHARZAT, Maire du 20ème

Léon LANDINI, Président de l'Amicale Carmagnole Liberté

Pierre MANSAT,au nom des élus communsites de Paris

Bertrand DELANOE, Maire de Paris


Source: http://komunist.free.fr/arhiva/apr2005/pariz.html

    Žozef Epštajn – Trg u srcu Pariza dobio ime slavnog partizanskog komandanta

Pun tekst govora Leona Landinija održanog na svečanom otvaranju trga Žozef Epštajn
u prisustvu najviših predstavnika Opštine Pariza, boračkih organizacija Francuske i velikog broja Parižana.
(prevod: Olga Darić)

Crveni plakat Vodio je u boj heroje poput Manuhiana, partizane doseljeničkog odreda (M.O.I.) čije su slike zajedno sa slikama diverzantskih akcija nacisti po hapšenju, uoči mučkog streljanja, objavili na svom gnusnom "crvenom plakatatu", oblepivši njime čitav Pariz i Francusku. Taj "crveni plakat" sa u nizu poređanim slikama "zlikovaca" danas važi za simbol Francuskog pokreta (F.T.P.). Komandovao je borcima za oblast Il d'Frans, junacima poput Anrija Rol-Tangija i Eduara Valerana, steljlanog na Mont-Valeranu 23. novembra 1943.

Albert Uzulias, načelnik Glavnog štaba F.T.P-a imao je običaj da kaže:
"Žozef Epštajn, to je najbolji komandant francuskog oružanog pokreta!"

Pa ipak je pao u zaborav! Da! zaboravljen među zaboravljenima, zaboravljen čak i od pojedinih najbliskijih saboraca. Šezdeset i jedna godina od njegovog streljanja je protekla i evo tek danas, ovim svečanim javnim činom, konačno počinjemo da skidamo veo zaborava. Zapostavljen od mnogih istoričara, nepoznat velikoj većini stanovnika Francuske.
Stranac, Jevrejin, Komunista! To su verovatno razlozi zbog kojih je zaboravljen njegov odsudan doprinos partizanskim akcijama u Parizu i području Il d'Frans-a. Diplomirani pravnik, komunista i čovek koji nadasve ceni mir, Epštajn nije bio predodređeni vojnik a proslavio se kao nadahnuti strateg. Tom izvanrednom organizatoru, najpreča je bila briga za živote boraca. Smatrao je da previše njih gine u akcijama protiv okupatora, pa je nastojao da što bolje osmisli odstupnicu i podršku borcima koji su izvodili napad. Zahvaljujući taktici koju je lično razrađivao, mnogi od nas ovde prisutnih saboraca, pa i ja lično, bili smo pošteđeni sigurne smrti. Veliki je broj nas koji mu dugujemo život pa smo stoga dali sve od sebe da se konačno, obznani ono što zaborav nagriza već više od 60 godina. Ima tome 25 godina kako su članovi boračke organizacije iz Bataljona Karmanjol et Liberte sebi stavili u zadatak odavanje priznanja svom drugu. Dvadeset pet godina smo obijali pragove nadležnih službi kako bi zasluge Komandanta Žila bile priznate i kako bi njegovo ime bilo i formalno slavom ovenčano. Cilj smo eto ostvarili, danas, zahvaljujući Opštini grada Pariza koja je izašla u susret našim molbama. Zahvalni smo ovde prisutnom G.dinu Predsedniku opštine grada Pariza, B. Delanoeu, G.đi O. Kristien, njegovom pomoćniku, kao i svima koji su nas podržali u nastojanjima da Žozef Epštajn dobije svoj Trg u Parizu. Pola Epštajn, majka ovde prisutnog Žorža, preminula je prošle godine, uskraćena za utešno saznanje da je čoveku kome je život posvetila, i formalno slavom ovenčan. Ovaj svečani čin u povodu koga smo se ovde okupili, mada bremenit strasnim uspomenama, nije žalostan. Žalosni su zaborav, nedoslednost, i nadasve, žalosno je izdajničko držanje, a mi ovde danas ispunjavamo reč!

Ipak treba reći i to da je danas, previše onih koji u sebi potiskuju uspomenu na tragičnu mladost. Previše je danas porodica koje u srcima još nose neprežaljenu tugu. Puke reči nisu dovoljne da iskažu bol za izgubljenim prijateljima, drugovima, braćom. Mi, koji smo preživeli epopeju oslobodilačke borbe, u nedrima nosimo uspomenu na pale borce žrtve naci-fašizma. Naša je želja da slavom budu ovenčani svi koji su pali za našu slobodu i koji su trajno žrtvovali svoju mladost. Bitka koju danas bijemo jeste bitka za Istinu. Nedopustivo je da sa nama iščezne Istorija, ona se mora odbraniti od slojeva prašine vremena koje prolazi i banalnosti koje ono nanosi, od beskrupuloznih i upornih pokušaja njenog prekrajanja. Mi, stari borci pripadnici F.T.P.-M.O.I -a, negovaćemo uspomenu na dane borbe, aktivnom borbom u vremenu sadašnjem, kome više nisu primerene uobičajene prigodne svečanosti pukog oživljavanja uspomena. To s toga što nas za prošlost pre vežu ideali za koje se i danas borimo, nego uspomene, ma koliko one bile upečatljive. Dužni smo pamtiti istrajavajući u borbi za bolje sutra.

Neka se zato sa ovog mesta gromko čuje naša reč:
"Uspomene nisu samo za negovanje prošlosti, one su pre svega za izgradnju svetle budućnosti".
Ne! daleko od toga da nam je stalo do rata i uspomena na njega. Svaki je rat nedostojan čoveka. Nedopustivo je, međutim, poistovećivanje naših slobodarskih ideala i borbe za njih, sa fašističkom. A takva je tendencija danas itekako prisutna.
Pokret otpora je od osnovnog značaja za Francusku, kao i za čovečanstvo uopšte uzev. Da nije bilo njega, ne bi bilo ni Francuske!

Iako ophrvani godinama, mi, stari borci istrajavamo u borbi da bismo ostali dostojni drugova koji više nisu sa nama. Oni su ginuli čvrsto verujući da se žrtvuju za bollje sutra, za uzvišene ideale bratstva i jedinstva.

Da! Za svet u kome neće vladati ratovi, deportacije, rasizam, torture, fašizam. Za svet u kome je ljudsko dostojanstvo svetinja. Svet u kome vlada mir.

Ili, kako reče Pol Eliar:
"Tek kada više ne bude ratova, smatraćemo da njihova žrtva nije bila uzaludna".

U Parizu - 11. aprila 2005.

*Leon Landini*, prvoborac
Pripadnik F.T.P.-M




MIQEREM FUGA

Già Segretario  Generale dei Veterani (Partigiani) d'Albania




ANGELO GALAFATI

Lettera dal carcere di Regina coeli di Angelo Galafati, pontarolo, originario di Civitella d'Agliano (Vt), Combattente partigiano a Roma nel Movimento comunista d'Italia Bandiera rossa, trucidato alle Ardeatine. La registrazione è stata effettuata all’Archivio di Stato di Viterbo, il 7 settembre 2009, per l’inaugurazione della mostra Noi adesso rivoltiamo il mondo, Angelo Galafati e il Movimento comunista d’Italia Bandiera rossa. Legge: Laura Antonini, musica: Luciano Orologi.

http://www.youtube.com/watch?v=x_nydC22pP4 

http://www.youtube.com/watch?v=5NMr3JWE66w 

(segnalato da ANPI Viterbo)

Dalla scheda Anfim:
GALAFATI ANGELO di Giuseppe e Pettinelli Maria. Nato a Civitella d´Agliano il 31 agosto 1887, pontarolo. Combattente della I Guerra Mondiale di cui fu decorato di Medaglia d´Argento al Valor Militare. Fu sempre d´idee liberali e democratiche. Sin dal 1923 dovette sopportare, per le sue idee socialiste, le angherie del regime fascista, al punto che nella piazza del paese nativo fu oltraggiato e malmenato. Nonostante la sorveglianza e la mancanza di lavoro, non aderì al partito fascista. Si adattò ai lavori più umili per sfamare i suoi sette figli, lavorando giorno e notte. Dopo il 25 luglio 1943 aderì al Movimento Comunista d´Italia Bandiera Rossa, dove operò unitamente ad altri compagni, unendo gli antifascisti locali. Su denuncia di una spia, fu arrestato nella propria abitazione, a Roma, in via Fortebraccio n. 15, agli inizi di marzo 1944. Con lui furono arrestati quattro prigionieri russi, un belga ed un francese che aveva nascosto. Fu detenuto a Regina Coeli, cella 256. Trucidato alle fosse Ardeatine il 24 marzo 1944.




OVIDIO GARDINI

combattente sotto il comando di Giuseppe Maras nella Divisione "Garibaldi", che inquadrava i resistenti italiani in Jugoslavia 
Ci ha lasciato pochi anni fa

Forlì, settembre 1994: 

<< Caro Ivan,
(...) Ti ringrazio per le attestazioni di stima e per i tuoi personali ricordi, coi quali hai voluto sottolineare ed esaltare il clima, i rapporti fra genti e persone e la vita in genere che caratterizzavano la Jugoslavia degli anni ’70 e primi ’80, quando era ancora il solco della Resistenza e dei suoi valori quello su cui si incamminavano la gioventù e la società jugoslavi.
Ma mi rincuora il constatare che, al di là delle inevitabili amarezze per le mostruosità dell'oggi, persista in te la speranza e la fiducia in un futuro che riscoprendo i valori resistenziali ed umani universali ed eterni riporti pace, fratellanza ed unità fra tutti i Popoli Slavi del Sud. In questo senso anche tu oggi, generosamente impegnato verso tali obiettivi, sei come noi allora, un autentico "resistente" e ciò consola e ridà forza e coraggio a noi vecchi partigiani, a voltedisorientati e sbigottiti di fronte agli eventi odierni, allorché ci sentiamo traditi dalla storia e dagli uomini, traditi della nostra generosità così mal ripagata (...) magari traditi dall'età e dai suoi acciacchi e debolezze, anche se mai traditi dal cuore e dalla coscienza... >>

E presentando l'articolo "La storia cancellata", inviato a "Camicia rossa" e "Patria indipendente" (chiedendosi già allora se sarebbe stato pubblicato), nel dicembre 1998:

<< Come vedi (...) "La storia cancellata" è una denuncia, con alcune notizie dati e considerazioni mie personali, che trae lo spunto dalla rimozione a Spalato [Croazia] della lapide dedicata al battaglione "Garibaldi", rimozione avvenuta il 1. ottobre 1998 [in vista dell'arrivo del Papa Wojtyla]...
A te, che nonostante tutte le difficoltà materiali e spirituali quotidianamente affrontate nel tuo impegno per le grandi ragioni ideali, prosegui fermamente sulla tua strada e ti ricordi sovente anche di un vecchio partigiano della Resistenza italiana in Jugoslavia come me, invio più volentieri che ad altri questo mio scritto perché so meglio di altri ne capirai ispirazione e significato. >>
 
La lapide era stata collocata  nel novembre del 1963 per ricordare che l'esercito italiano non rappresentava tutti gli italiani - come ha raccontato V. Knezovic, presidente dell' ACGL (ANPI slavo) - e che alcuni di essi hanno voluto combattere accanto al popolo jugoslavo contro il fascismo. La lapide si trovava sull'edificio nella Piazza Garibaldi, ora divenuta "piazza di re Tomislav"... L' edificio, con la Croazia diventata "indipendente", è diventato sede dell'Arcivescovado... E lì si è riposato il papa Wojtyla.

<<
In Croazia girano liberamente di nuovo gli ustascia (i fascisti croati) e vengono celebrate messe in suffraggio e memoria del duce croato Ante Pavelic, che, può darsi, visto il corso recente delle beatificazioni cattoliche [Aloizije Stepinac], venga beatificato come eroe nazionale anche lui... >>

Da "La storia cancellata", intervento al Consiglio Nazionale A.N.P.I., Rimini 29/30, 10.1998:

<< Via la lapide dei partigiani. INSULTO ALLA "GARIBALDI"

(...) Penso valga la pena chiedersi se nella "rimozione" della Lapide del Battaglione "Garibaldi" debba vedersi una specie di omaggio, di ringraziamento dovuto e di solidarietà storica a Papa Giovanni Paolo II e al Vaticano per il loro riconoscimenti anticipati e "partigiani", e per la loro ripetuta presenza non solo religiosamente "beatificatrice", ma di sostegno e avallo politico al Governo di Tudjman e all’attuale Repubblica di Croazia. Infatti, non è forse noto che fra il Vaticano (oggi retto da Papa Wojtyla) e Garibaldi e i garibaldini non è corso mai buon sangue, come ci ricordano le vicende storiche del secolo scorso legate alle lotte per l’unità d’Italia e anche quelle politiche di questo secolo...? E (corsi e ricorsi della storia), come dimenticare a tal proposito l’ atteggiamento del Vaticano, nel 1873/76, proprio nelle regioni jugoslave, quando osteggiò direttamente e internazionalmente le lotte per l’indipendenza e la liberazione dell’Erzegovina e della Bosnia dal domino turco (mussulmano) condotta dai Serbi (cristiano ortodossi), a fianco dei quali parteciparono combattenti volontari garibaldini italiani ?... >>

di Ovidio Gardini segnaliamo il libro-testimonianza Canta canta burdel

Trascrizione dalla audio cassetta allegata:
“Odmor” - Dalla Resistenza italiana all’estero, canti ed echi, a ricordare una storia.
Testimonianza musicale a cura di Ovidio Gardini


<< Dalla Resistenza italiana all’estero canti ed echi, a ricordare una storia, la Divisione garibaldina d’assalto “Italia” in Jugoslavia, 1943 – 1945.

La protesta, 1942 – 1943.

In Jugoslavia, radio Scarpa  c’è l’aveva portato dalla Grecia, ove già nell’ inverno 1940- 41, l’aveva cantato la divisione Julia, dai greci inchiodata e purtroppo quasi annientata , sul confine greco – albanese. E noi l’avevamo fatto nostro e cosi lo cantavamo: “Sul monte di Perati..........”

Era stato quello di Albania e Grecia, il primo di una serie di rovesci militari e umane tragedie dei militari italiani, seguito poi da quelli in Africa Orientale e Settentrionale, e poi in Russia. Contrariamente a gli ordini che gli vietavano perché considerati disfatisti e faceva infatti a loro di contrappunto, paradossale, patetico e beffardo, propalato e gracchiato dalle trasmissioni della radio del governo fascista: “Vincere e vinceremmo in cielo, in terra, in mare”, oltre al “Ponte di Perati” cantavamo pure il vecchio canto militare: “Quando sei dietro quel muretto.....ta pum, ta pum...”.
(...................................)

Inizio della Resistenza, Settembre 1943, Dalmazia

Andando in montagna, verso i partigiani jugoslavi, quella stellata notte del 9 settembre 1943, incontro a quale destino andava, chi come noi era stato, fino il giorno prima, aggressore e occupatore armato di quel popolo?. Un’ ombra e un dubbio assillanti,  presto dissipati dall’ accoglienza comprensiva e poi fraterna dei partigiani jugoslavi. Tant’è che non molti giorni dopo, guidando in montagna altri militari italiani fuggiti ai tedeschi o sbandati e raccolti sulla costa, cantavamo insieme.....(....)

Noi, che arrivavamo stanchi e affamati, la bella Julijana ci accoglieva dicendo: “Jedi brate moj!” (Mangia fratello mio). Mentre ci porgeva quel poco che aveva, una fetta di polenta e una ciotola di “kiselo mliejko” (latte garbo), per noi la vita. Poi andò partigiana, come altre 100.000 donne jugoslave, e cadde come altre 20.000 di loro... (....)

Il 13 settembre 1943, nasce a Spalato in Dalmazia il battaglione “Garibaldi” che canterà il proprio inno “I garibaldini”. Lo ascoltiamo, nella parte iniziale, dalla viva voce dei partigiani del coro della divisione “Italia” in una esecuzione del 12 giugno1945, registrata a Radio Zagabria, prima del rimpatrio. Registrazione ricuperata 20 anni dopo e purtroppo deteriorata dal tempo  e dai limiti tecnici di allora, cui fanno seguito in un collegamento ideale, le voci della generazione dei nipoti i 250 studenti dell’ Istituto magistrale di Forlinpopoli, in un’ esecuzione del 22 aprile del 1989, nell’aula Magna dell’Istituto, registrata con un comunissimo registratore portatile nel corso di un incontro testimonianza sulla Resistenza italiana all’estero:”.... Garibaldini, alla nostra Italia, ritorneremmo con la libertà. Ogni fascista, ogni nazista, mandato via da noi sarà....”.(Applausi). Bravissimi, molto bene...
(...............................................)

Il nostro itinerario: La lunga strada per la libertà e la fratellanza, 1943 – 1945.

Partendo dalla già ricordata e cantata Dalmazia, esso si snoda attraverso le più volte, in tutti i sensi, percorse Bosnia ed Erzegovina, anch’esse già menzionate coi loro canti (accompagnato dalla musica di “Mars na Drini” (la Marcia sulla Drina). Toccando il Montenegro e il Sangiaccato.
(...............) E ancora continuando attraverso Srem, Slavonia, fino a Zagabria, combattendo e marciando per  20 mesi e c.ca 11.000 km, a piedi.

L’internazionalismo resistenziale, 1943 – 1945

Si espresse in tanti movimenti di resistenza, che unirono nella comune lotta contro il nazifascismo, paesi e genti di etnie, lingue, culture, credo socio-politico e religioso, diversi. Nel mondo, in Europa e la Resistenza italiana all’estero ne è l’emblematica testimonianza, e appunto in Jugoslavia, ove noi combattemmo.   (....)
Ricordando e ricollegandoci idealmente alla voce di Radio Londra in guerra, a quella tipica sigla musicale che allora ne precedeva la trasmissione, le quattro note iniziali della Quinta (V) di Bethoven, leggibili anche in alfabeto Morse come lettera “V, uguale a victory, dalla missione britannica presso il Comando supremo del maresciallo Tito, abbiamo nell’inverno 1943 – 44, imparato e cantato:...
(Applausi) Bravissimi! Io mi compiaccio di questo internazionalismo, della vostra, diciamo, partecipazione, perché, oggi voi sapete, noi stiamo parlando d’ Europa e parleremmo d’Europa sempre più, ma non soltanto dell’Europa dell’Ovest,  ma anche quella dell’Est. L’Europa e il mondo sono, saranno i nostri destini. Ecco, per questo, noi siamo in sintonia anche oggi.  (.....)

A Belgrado e avanti, fino a Zagabria, 1944 – 1945

A Belgrado, liberata anche da noi, abbiamo formato, coi superstiti dei battaglioni “Garibaldi” e “Matteotti”, con altri partigiani italiani, già combattenti in reparti jugoslavi, e con 2500 italiani liberati dalla prigionia tedesca, il 28 ottobre 1944 la brigata, poi Divisione garibaldina d’assalto “Italia”, il 29 ottobre il battaglione poi brigata “Mamelli”, il 19 novembre il battaglione poi brigata
“Fratelli Bandiera” , e più avanti nello Srem, a Sarengrad, abbiamo costituito nel marzo 1945, la Compagnia poi Battaglione, armi d’accompagnamento “Sarengrad”. Ecco l’inno di Mamelli che ascoltiamo nella parte iniziale dalle vive voci dei partigiani del coro della divisione “Italia”, registrazione a Radio Zagabria del 12 giugno 1945, cui fanno seguito le voci della generazione dei figli, quelli del gruppo di filarmonici, in una esecuzione attuale; “Forza  battaglione Mamelli, morte al fascismo darà...ai popoli la libertà.........”.

Ad essi, ai nipoti, il partigiano cantastorie, nel nome dei compagni caduti nella Resistenza, lascia il canto  e la testimonianza, perché continuino a cantare gli ideali della Resistenza, Libertà, Pace, Giustizia Sociale e Fratellanza fra uomini e popoli! (Chiude il suono dell’armonica con le note della danza popolare, il “Kolo”). >>

(trascrizione a cura di Ivan Pavicevac)




VITOMIR GRBAC

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GIUSEPPE MARAS

Comandante della Divisione Italia, già Brigata Garibaldi, nella Lotta di Liberazione jugoslava;
poi Medaglia d'oro al Valor Militare. Decorato anche da Tito, che conosceva personalmente

Nato a Selve (Dalmazia) nel 1922, deceduto a Roma il 12 maggio 2002, Medaglia d’Oro al Valor Militare.

Il pomeriggio del 14 maggio del 2002, dalla Basilica di S. Lorenzo fuori le mura, a Roma, mentre impazzava, al solito, il traffico cittadino, si è visto uscire un feretro, sistemato su un vecchio affusto di cannone tirato a lucido. Sulla bara, una bandiera tricolore. Intorno: una compagnia di bersaglieri in armi, un gruppo di militari interforze, un drappello di carabinieri in alta uniforme e in congedo; la scenografia solenne, insomma, che com’è tradizione, accompagna i funerali dei decorati di Medaglia d’oro al valor militare. Fuori della consuetudine, però - oltre alla piccola folla di parenti e amici, di ex partigiani con il fazzoletto tricolore al collo (c’era anche un vecchio signore con camicia rossa e decorazioni, che reggeva un labaro dei garibaldini) – era il tricolore che ricopriva la bara. Non solo era sbiadito, ma al suo centro, nel bianco non più bianco, campeggiava una stella rossa e la scritta "Divisione Italia".

G. Maras riceve una onoreficenza (Macerata 2001)

Giuseppe Maras decorato (dalla pagina: http://www.resistenzamacerata.it/Memoria/maras.html )

Con quella bandiera, dall’8 settembre 1943, l’allora sottotenente dei bersaglieri Giuseppe Maras, divenuto col tempo per i suoi uomini, "Pino il generale", aveva, combattendo contro i tedeschi, attraversato in lungo e in largo la Jugoslavia. Ventidue mesi di combattimenti durissimi, come ricorda la motivazione della Medaglia d’oro conferita a Maras il 7 settembre 1968, sino a quando i "talianski" della Divisione Italia, insieme all’Armata Rossa e all’Esercito popolare jugoslavo, non avevano liberato Belgrado. Quel giorno gli uomini di Giuseppe Maras (alla Divisione Italia si era arrivati per gradi: prima la costituzione, subito dopo l’armistizio, quando molti comandi si erano sfaldati, del battaglione "Garibaldi", composto anche dai giovanissimi carabinieri della "Bergamo" oltre che da fanti, granatieri, artiglieri e marinai; poi la costituzione del battaglione "Matteotti"; quindi la fusione nella brigata "Italia" che sarebbe diventata Divisione), in mezzo alle macerie e alle cannonate, raggiunsero il palazzetto dell’ambasciata italiana abbandonato dai diplomatici e issarono, sul terrazzo, la bandiera tricolore. Forse proprio la bandiera che Giuseppe Maras aveva custodito per tutta la vita e che ha accompagnato il suo funerale.

Fonte: http://www.anpi.it/patria/04-0502/19-22-Muraca_Terradura.pdf


Ilio Muraca, Walkiria Terradura ed Avio Clementi ricordano la medaglia d'oro Giuseppe Maras (FILE PDF)

Vedi anche: PROFILO DI GIUSEPPE MARAS, a cura del figlio Armando



IBRAJ MUSA

Nato il 24 Aprile 1923. Albanese kosovaro, Veterano della II Guerra Mondiale, durante l'occupazione nazifascista della Jugoslavia ha combattuto nella Resistenza come partigiano, prima in Albania, poi in Serbia e infine in Bosnia. Egli e la sua famiglia vivevano a Osek Hila, villaggio a 5 Km da Djakovica, abitato da 1600 albanesi e poche decine di serbi.
Dopo l'aggressione della Nato e la conseguente occupazione del Kosovo nel giugno '99, che ha dato via libera alle forze terroriste dell'UCK nella provincia serba, come altre migliaia di famiglie di albanesi kosovari, gli Ibraj sono dovuti scappare in Serbia per non essere uccisi dai secessionisti...

Fonte: http://www.resistenze.org/sito/as/sosyu/assy9l13-005673.htm
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/6546




GIOVANNI PESCE "VISONE"

vedi la pagina a lui dedicata





AHMET  SEJDIC

Partigiano jugoslavo, rom

Si è spento nel febbraio 2005 a Roma




ALMA VIVODA


Nata a Chiampore di Muggia (Trieste) il 23 gennaio 1911, morta a Trieste il 28 giugno 1943, esercente, prima Caduta della Resistenza italiana.
Amabile all'anagrafe, Alma per gli amici, Maria nella clandestinità, la Vivoda iniziò assai presto l'attività antifascista, anche perché "La
Tappa" – la trattoria di Muggia di proprietà del padre – era diventata punto di riferimento per gli antifascisti della zona. Quando le autorità fasciste, negli anni della più dura repressione, imposero la chiusura dell'esercizio, Alma e il marito Luciano Santalesa (anch'egli militante comunista), si dedicarono completamente alla lotta per la libertà. Affidato ad un collegio di Udine il figlio Sergio, Alma e Luciano scelsero la clandestinità. Maria divenne una delle dirigenti più attive dell'organizzazione "Donne Antifasciste", assicurando i collegamenti tra l'antifascismo triestino e le formazioni partigiane dell'Istria. Quando il marito fu arrestato e fu ricoverato, per le sue precarie condizioni di salute, sotto sorveglianza in un sanatorio, Maria ne organizzò l'evasione. Era la primavera del '43 e Luciano Santalesa, aiutato dalla moglie, riuscì a raggiungere I partigiani istriani; combattendo con loro sarebbe caduto qualche mese dopo, pochi giorni prima che anche la moglie morisse dopo uno scontro a fuoco.
Alma,
nonostante avesse frequentato soltanto le elementari, era una donna di vivida intelligenza. Attenta ai problemi dell'emancipazione femminile e dell'internazionalismo, aveva promosso la diffusione della stampa clandestina ed era arrivata a curare di persona la redazione del foglio "La nuova donna". Anche per questo Alma era braccata dalla polizia fascista, che aveva posto sulla sua testa una taglia di 10.000 lire dell'epoca.
Il 28 giugno del '43, la giovane donna, durante una missione alla Rotonda del Boschetto (Trieste), fu riconosciuta da un carabiniere che, fingendosi amico, aveva frequentato "La Tappa" di Muggia. Nello scontro a fuoco che ne seguì, Alma fu ferita alla tempia. Trasportata all'ospedale, vi spirò dopo poche ore, assistita da Pierina Chinchio Postogna, che era stata catturata insieme a lei e che era stata ferita più leggermente. All'indomani della morte di Alma Vivoda, il nome della prima donna italiana caduta nella Resistenza fu assunto da un battaglione autonomo della 14a Brigata Garibaldi "Trieste" (Divisione Garibaldi "Natisone"), composto da partigiani italiani, sloveni, russi, da marinai romagnoli e da diverse compagne di lotta di "Maria". Dopo la Liberazione, ad Alma Vivoda sono stati intitolati il Circolo di cultura popolare di Santa Barbara (Muggia) ed una strada di Chiampore. Nel 1971, nel luogo dove Alma fu colpita, è stato eretto un monumento a suo ricordo. (fonte: http://www.anpi.it/uomini/vivoda_alma.htm )




CARLA VOLTOLINA


(...) Carla Voltolina, morta a Roma il 6 dicembre 2005, è stata una donna che ha fatto onore al suo Paese. E non perché – o non solo perché – il suo secondo nome, da lei usato solo dopo la scomparsa del marito, era Carla Pertini.
Quando, nel 1944 a Milano, il dirigente socialista reduce da carcere, esilio, nuovo arresto, condanna a morte ed evasione, lui ha 48 anni e lei 23, ma la ragazza Carla ha già sulle spalle una discreta esperienza di lotta.
E' nata a Torino, dove vive con i genitori (il padre è ufficiale), una classica famiglia borghese: studia, ed eccelle nello sport, in particolare nel nuoto. Una vita tranquilla, alla quale gli eventi, e un carattere che la spinge a scelte precise, anche se rischiose, daranno una svolta netta. Dopo il 25 luglio 1943, alla caduta del regime fascista, Carla prende contatto con il movimento socialista, e dopo l'8 settembre, mentre l'Italia cade sotto l'occupazione nazista, viene mandata a Roma, dove il comando delle formazioni partigiane socialiste sta organizzando i lanci di armi e munizioni da parte degli alleati. Passano i mesi, e nel marzo del '44 Carla Voltolina va in missione nell'Appennino marchigiano, a Visso, che nell'inverno è stata una delle prime "repubbliche partigiane". Ora, all'inizio della primavera, i tedeschi, che considerano quel tratto dell'Appennino di vitale importanza per i loro rifornimenti al fronte meridionale, e operano periodicamente interventi militari, accompagnati dalle SS che, con arresti e sbrigative esecuzioni, cercano di spezzare i collegamenti della Resistenza. In questa zona, ovviamente pericolosa, Carla deve prendere contatto con il comando della Brigata "Spartaco".
La Brigata è una "Garibaldi", quindi comunista, ma l'Office Special Services (l'Oss, che poi diverrà la Cia, e sarà tutta un'altra cosa) non fa tante distinzioni, e preferirebbe unificare i lanci, che sono sempre rischiosi, per chi li effettua e per chi li riceve. Il santuario di Macereto, in un pianoro isolato tra i monti, rappresenta una buona pista, anche se i tedeschi la conoscono e vi hanno già fatto un'incursione uccidendo tre paracadutisti alleati. I partigiani si spostano di continuo sui monti circostanti, e Carla, fra un incontro e l'altro, fa base a Visso, all'albergo Montebove, dove si ferma alcuni giorni: probabilmente troppi, perché, va detto, Carla è una ragazza che si fa notare, molto: bellissima, alta, con una sfolgorante corona di capelli ramati, di "clandestino" non ha nulla. E i tedeschi tengono d'occhio Visso e i suoi dintorni, con agenti travestiti da prigionieri alleati evasi, e qualche spia. "Meglio che torni a Roma, o vieni su in montagna", le fa sapere il comando partigiano. Ma le SS arrivano prima, e la portano via. Per fortuna non ha armi, né carte compromettenti: si finge malata, e con l'aiuto di un medico riesce a fuggire. Da Roma, dove è di nuovo attiva, è trasferita al Nord, a Milano, e qui incontra per la prima volta Sandro Pertini. Ancora la Resistenza, e finalmente la Liberazione. Il 6 giugno 1946 Carla e Pertini si sposano. Comincia una nuova fase. (...)

(fonte: http://www.poliziaedemocrazia.it/live/index.php?domain=archivio&action=articolo&idArticolo=1059
Gennaio/2006 - Articoli e Inchieste - Memoria - Carla la partigiana "first lady" - di Emilio Belfiore)





RADOVAN ILARIO "RADO" ZUCCON

Primavera 2009: è in uscita il CD "Neve diventeremo" del gruppo SETTEGRANI, contenente la canzone dedicata a Radovan Ilario "Rado" Zuccon,
partigiano istriano prigioniero a Buchenwald, deceduto nel 1995.
Un DVD di accompagnamento contiene anche il videoclip girato a Buchenwald ed altri materiali di utile documentazione.





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P A R T I G I A N I !
Una iniziativa internazionale ed internazionalista
nel 60.esimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo

http://www.cnj.it/PARTIGIANI/index.htm

Per contatti: PARTIGIANI! c/o RCA/CNJ,
Via di Casal Bruciato 27, I-00159 Roma
partigiani7maggio @ tiscali.it
 FAX +39-06-7915200

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