Ottobre 1944: i giovanissimi
        combattenti che, nelle file della Seconda Brigata Proletaria,
        hanno preso parte ai combattimenti per la liberazione di
        Belgrado, posano soddisfatti per la foto-ricordo (dal libro:
        Pokret!, di A. Clementi, ed. ANPI Roma, 1989)

P A R T I G I A N I !

Roma, 7-8 maggio 2005



Nel 60.mo della Liberazione della Bosnia-Erzegovina



Jasna Tkalec ci scrive:

Ho trovato un libro di Rodoljub Colakovic, uno dei fondatori del KPJ (Partito Comunista di Jugoslavia), un rivoluzionario che ebbe un'enorme stima sia in Bosnia, di cui era natio, sia in tutta la Jugoslavia, visto che da minorenne (allora si era maggiorenni a 21 anni) prese parte ad un attentato politico contro un ministro di polizia jugoslavo. Fu condannato a molti anni di prigione e il suo compagno e complice Alija Alijagic, fu impiccato.
Colakovic  ha proprio il dono del racconto e in un certo senso è un Andric in edizione minimalista. Il suo libro "Ratni zapisi" (Scritti di guerra), una specie di diario, è un pozzo di informazioni preziosissime per chiunque si occupi della Bosnia e per capire sia cosa successe nella Bosnia Orientale, Srebrenica, Vlasenica, Kladusa, Usora, Zvornik  nel periodo estate-autunno 1941, sia nello stesso periodo 1991-1993. Un ritratto ineguagliabile dei cetnizi, degli ustascia e della marmaglia musulmana che (per fortuna in esigua minoranza) si era messa a fiancheggiarli. Ma anche dell'insurrezione di massa del popolo intero - non soltanto serbo - che prese le armi per difendere all'inizio la propria vita, ma anche un concetto di giustizia e di vita in comune concreto, senza il quale la Bosnia - come del resto tutti i paesi che una volta facevano parte della Jugoslavia, ma soprattutto dico la Bosnia sia orientale che centrale o occidentale - non ha ne' senso ne' futuro. Peccato che questo libro - scritto nel 1946 - non sia pubblicato in nessuna lingua straniera... se tradotto sarebbe secondo me ancora interessantissimo e molto moderno.

La canzone "Konjuh planinom", che mi sembra viene cantata sull'aria di una celebre canzone russa "Komsomolsko serce razbito" (Il cuore di komsomolac rotto) e dice più o meno: "Svojega drugara, husinjskog rudara sahranjuje ceta proletera" (...un suo compagno,  minatore di Husinj caduto, mette in tomba un unità di proletari), prende spunto da un evento storico:

Husinj era un paese di minatori che si erano ribellati nel 1920, dopo i moti operai, alla reazione crescente dei padroni; ed ebbero scontri con la stazione di gendarmeria nel paese. Viene ucciso il comandante dei gendarmi e il conducente dello sciopero e della sommossa dei minatori fu arrestato e condannato a morte, ma sotto pressione dell'opinione pubblica ebbe mutata la pena in ergastolo.
Nel 1941 gli ustascia, siccome Husinj era prevalentemente abitata dai croati, mandarano lì i loro emissari, e poichè nel paese era attiva una cella comunista, vennero fregati. Uno dei capi del paese si finse convinto ustascia, così lo scelsero per fare il "tabornik" (una specie di comandante sul campo) e gli diedero uniformi, scarpe, armi. I minatori presero tutta la roba e salirono fra i monti portando ai partigiani le armi di cui si sentiva un enorme bisogno.
Peccato che quella unità, composta da minatori, comunisti scelti e già temprati nella lotta, ebbe un destino atroce. Tutti caddero nella Resistenza, fuorchè uno che nel periodo postbellico morì in uno scontro con  i rimasugli della feccia fascista...
Certe categorie, come i minatori bosniaci appunto, erano destinati a pagare tre volte...



Rodoljub Colakovic

Bosnia Orientale, autunno 1941


Vlasenica

Nella Vlasenica adesso c'è grande vivacità, ma non è quella vivacità dei tempi di prima della guerra dovuta all'incrocio delle strade commerciali della vendita di legna, dei carrettieri, che tiravano giù la legna dalla montagna, degli autisti, che portavano i viaggiatori e merci diverse da Zvornik a Sarajevo. Adesso la cittadina è il centro del “vojvoda” dei cetnizi Acim Babic, che è calato da Han Pijesak in questo posto. In essa adesso si trovano le officine dove si cuce la biancheria per gli insorti e le panetterie che fanno il pane  per questa parte del fronte di Kladanj e Zvornik, tenuto dai cetnizi. Nella cittadina ronza un buon numero di cetnizi armati, con le cartucciere incrociate sul petto a mo’ di decorazione. Generalmente le sue vesti le
portano dei contadini: qualcheduno porta anche le bandoliere dei gendarmi, e quelli che fanno parte della scorta del “vojvoda” indossano vestiti di qualità detti “sciajacki”, e sui piedi le ciocie,  con tantissime decorazioni. Certi cetnizi si sono lasciati crescere la barba e la lunghezza di questa barba, secondo loro, mostra il tempo passato da quando chi la porta è entrato “nella lotta”; a prima vista, costoro – quando si deve dare l'impressione splendida del coraggio – non sono avari di gesti e di parole.
Nella cittadina la situazione è penosa. La stragrande parte degli abitanti sono musulmani e questi vivono nel terrore e nella incertezza. È vero che non ci sono stati massacri, ma capita spesso che i cetnizi avvinazzati irrompono nelle case dei musulmani improvvisando perquisizioni, cercando “gli ustascia nascosti”, e minacciano che sgozzeranno tutti e si portano via tutta la roba che ritengono bella o piacevole. Dai villaggi musulmani vicini arrivano le voci, che i cetnizi terrorizzano la gente, picchiano, violentano, e già sono successi degli assassinii. Una delegazione formata dai musulmani di Vlasenica più in vista, gente che non  ha preso parte al movimento ustascia, si è recata dal “voivoda” Acim per chiedere protezione. Questi ha promesso solennemente che non dovranno temere niente e poi subito - ha chiesto soldi! Glieli hanno dati, ma chi può stare sicuro in questa cittadina in cui ogni cetnik è convinto di rappresentare il potere e di poterlo esercitare a suo piacimento? Quando un cetnik nel bel mezzo di Vlasenica ha ammazzato un musulmano, il comando della città non lo ha nemmeno arrestato. L’episodio è stato spiegato semplicemente: a questo cetnik gli ustascia gli hanno ammazzato il fratello, e lui si è solo vendicato. Che questo musulmano ammazzato fosse un cittadino tranquillo, che con gli assassini del fratello non avesse nulla da spartire, per i cetnizi non era una ragione valida per perseguire l’assassino. Per loro il cetnik era un “vendicatore serbo” che, in verità, non aveva ammazzato proprio un ustascia, ma si era sfogato su un “turco”. Nessun musulmano, a Vlasenica, poteva stare tranquillo per la propria dignità, per i propri averi, tantomeno per la propria vita. A causa di questo i musulmani si vedono raramente per le strade, e nelle case dei musulmani prevalgono ansia ed apprensione – proprio la stessa che c’era nelle case serbe nel periodo del potere ustascia. È vero: un piccolo gruppo dei nostri [i partigiani, ndt] tutto il tempo veglia che questa gente innocente non venga maltrattata; per ogni caso di infrazione delle leggi essi vanno al Comando della città e protestano, fanno coraggio ai nostri musulmani, spiegano loro la nostra politica di fratellanza; ma essi non detengono il potere e tutti i loro sforzi non bastano ad infrangere l’atmosfera di paura e di insicurezza.

. . . . .

Cosa era successo prima della ribellione

La testimonianza di un sopravvissuto:

“Il 7 luglio, di sera, gli ustascia sono entrati nel carcere, ci hanno portato fuori uno per uno, ci hanno perquisiti e ci hanno tolto tutto quello che avevamo addosso, e poi ci hanno messo in un'altra cella. C’era soltanto il vice del “logornik”, lo studente Suljo Suscic ed altri tre ustascia. Ci hanno portat in corridoio, ci hanno legati due a due e poi tutti insieme ad una lunghissima catena di ferro. Ci hanno portati verso Scehovici. Mezzo chilometro dopo Vlasenica ci ha sorpassato un camion con i fari accesi pieno di soldati, che andava in direzione di Sarajevo. La strada era assicurata militarmente: ad ogni curva c’era un ustascia armato di mitragliatrice. Arrivati davanti alla casa di Hoxa Medo Brugeglia la colonna si è fermata. Il figlio di Brugeglia, Huso, che ci aveva dapprima legati in carcere, ha fatto un fischio ed è uscito dalla casa. Medo, senza una parola, si è messo a capo della colonna, accanto a suo figlio Huso, e tutta la colonna si è messa in cammino. Dopo un po’ ha cambiato la direzione, svoltando verso Rascicia Gaj. Subito quando siamo usciti dalla strada maestra svoltando verso Gaj siamo diventati tutti consapevoli che ci portavano a morire. Gli uni hanno cominciato a piangere, gli altri a ricordare i loro bambini, altri ancora a battersi il petto con la mano libera.
Io ero nella seconda fila, legato a Giuro Vuckovic. Ho approfittato di una occasione, ho fatto segno al compagno di tenere il lucchetto con la mano libera, e con un colpo ho rotto il lucchetto che ci teneva legati alla catena;  e tutto questo nel momento in cui già eravamo arrivati fino alla fossa, e già stavamo sulla terra vangata di fresco. Adesso tutti stavamo fermi e zitti. Anche gli ustascia stavano zitti. Aspettavo che ci falciassero con la mitraglietta, ma  invece Suscic, che in una mano teneva la torcia elettrica e nell’altra il  revolver, urlò: entrate nella fossa. Questo per noi due era il segno che nello stesso istante saltassimo nel ruscello, il cui  mormorio si sentiva subito dietro la fossa. Appresso a noi saltò anche Giorgie Viskovic, che era riuscito a liberarsi dalla catena. Dietro di noi gli ustascia spararono caricatori interi dai fucili. Vuckovic è stato ammazzato, ma Viskovic ed io siamo arrivati, all’alba, scalzi e senza nulla in testa, al villaggio di Zicote. Dai contadini abbiamo sentito dire che lì nessun'altra notte si erano sentiti degli spari,
si è sparato soltanto quella notte in cui noi siamo scappati via. Quindi significa che gli ustascia le loro vittime le sgozzavano o le seppellivano vive, visto che a noi avevano ordinato di entrare vivi nella fossa...”

. . . . .

Srebrenica

Dinanzi a Srebrenica ci  aspettavano una decina di giovani con i regali di benvenuto. Non ho visto le loro facce nel buio, ma dalle loro voci liete e concitate ho dedotto che si rallegravano per il nostro arrivo.
- Abbiamo già pensato che non sareste venuti -, diceva una voce nel baccano, più alta delle altre, - e noi avevamo già preparato la conferenza. Srebrenica vuole sentire e vuole vedere i partigiani!

Ci siamo incamminati per la strada che sale, piena di curve, seguendo un ruscello, e ci siamo fermati davanti ad un’osteria. Siamo entrati in un caffè. Dietro al tavolo dove erano allineate le bibite l’oste mi è venuto incontro e mi ha salutato come un vecchio conoscente.
All’inizio non sapevo chi fosse, ma guardandolo con un po’ più d’attenzione in volto, ho riconosciuto Simo Bogovic, un operaio panettiere, che  nel 1920 era il segretario della nostra piccola cella del Partito comunista di Bjeljina. In seguito, quando il nostro Partito è stato proibito, lui era andato a vivere a Srebrenica ed era diventato padrone di un’osteria.
Nel bel mezzo del discorso lui improvvisamente si mise a singhiozzare e le lacrime gli solcarono il viso.
- Il figlio mi è caduto un mese fa, il mio primo figlio -, disse singhiozzando. - È molto penoso, ma è morto coraggiosamente, come un vero comunista...
Simo aveva lasciato il movimento ed aveva cominciato a servire le bibite ai clienti, ma i suoi figli li aveva tirati su come si deve.

- Guarda, tutti questi sono i compagni del mio figliuolo caduto - mi disse, mostrando i giovani che sedevano intorno al tavolo. - Loro ti possono dire come era coraggioso mio figlio...
- Ma non c’è bisogno di testimoni, ti credo, compagno Simo.
- No, no, chiediglielo, non pensare che io questo lo abbia detto come padre - disse Simo, e ricominciò a piangere.
- Bene, Simo, calmati compagno, in una lotteria come questa sono i migliori che muoiono -, gli disse Jaksic.

Ho pernottato dal medico del distretto, il dottor Asim Cemerlic, mio compagno di scuola, che in questa regione ha prestato servizio già vent’anni. Nei primi giorni dell’occupazione lui ha reso servigi enormi ai Serbi di questa zona, perchè con la sua autorità ha ottenuto dal “logornik” ustascia che questi non eseguisse nessun ordine dei suoi superiori di Tuzla e Sarajevo, e soprattutto nessun ordine che riguardasse arresto e internamento di “sospetti”. Il distretto di Srebrenica forse è l’unico in Bosnia ed Erzegovina dal quale nessuno, nel 1941, sia stato portato nei campi di concentramento tenuti dagli ustascia e dove nessuno sia stato ammazzato nei giorni del massacro ustascia ai danni dei serbi. In questa regione così fuori dal mondo nessuno dei caporioni ustascia si è mai azzardato a venire, e già nel mese d’agosto si era accesa la ribellione.
Cemerlic si lagnava che i cetnizi già cominciavano a dare noie agli abitanti dei villaggi musulmani, i quali non erano più al riparo ne' in casa ne' in strada dai soprusi dei cetnizi, tollerati dal comando cetnico.
Sono andato a dormire tardi e non riuscivo ad addormentarmi, tanto mi aveva scosso il discorso di Cemalovic. Ieri in questa regione i musulmani erano i fratelli dei serbi, si erano comportati umanamente, e oggi questo era il ringraziamento. Per loro, in grande maggioranza contadini ignoranti, diventa assai difficile distinguere un serbo da un cetnico, visto che qui per il bene si rende il male, nel falso nome della “vendetta serba”. E che cosa ci sarebbe allora da meravigliarsi se loro, con le loro teste, dovessero concludere che bisogna prestar fede al vecchio proverbio – maledetto – che dice: ”
Non credere al morlacco (serbo) e neanche al lupo”; proverbio che fu forgiato dagli aga e dai bey [dignitari turchi, ndt] per avvelenare l’anima dei braccianti musulmani, e che oggi viene ripetuto da Mesic, Ciapljic, Haxic, Sciuljak, e da altri delinquenti ustascia. ”Fate fuori i morlacchi e poi vivrete in santa pace” – questa è la base della loro criminale propaganda. In questa regione i musulmani non hanno voluto dar loro retta. Ma adesso vengono gli sciovinisti serbi, i bastardi cetnizi, a mostrare con il loro operato che “la libertà serba” della quale strombazzano, per i musulmani vuol dire insicurezza, ogni specie di umiliazione, e forse anche annientamento. Ci sarebbe dunque da meravigliarsi se concludessero che è Adem Aga Mesic ad aver ragione e non la gente che gli aveva detto di vivere in concordia e in buoni rapporti con i loro vicini serbi? In questa regione sperduta della Bosnia non ci sono le unità partigiane a far vedere ai musulmani che esiste una diversa specie di insorti, che conduce la lotta anche per la loro libertà, convinta che senza la libertà per i serbi, i musulmani ed i croati di Bosnia-Erzegovina, nella stessa misura, non ci sarà libertà per nessuno di questi tre popoli. Con il loro operato i cetnizi non soltanto riempiono di vergogna la bandiera dell’insurrezione, ma le scavano la fossa e la indeboliscono. L’odio sciovinista che loro seminano vuol dire portare acqua al mulino dell’occupante fascista: questo detto ben noto qui trova la sua profonda conferma.

L'indomani alla conferenza, trasformatasi in un raduno, abbiamo parlato io, Giukanovic e Jaksic. Il caffè era strapieno di gente che con la massima attenzione ascoltava le nostre esposizioni.

Nel mio discorso ho dato la più grande importanza alla questione della fratellanza e dell'unità nella Bosnia ed Erzegovina. Ho parlato di ciò di cui la sera prima, dopo il discorso con Cemalovic, avevo pensato a lungo. Non ho risparmiato niente agli sciovinisti serbi, a quelli che intendevano il senso della nostra insurrezione come una occasione per “sgozzare i turchi”.
Per via di questo certa “cittadinanza” serba ce l’aveva con me, e mi guardava storto. È chiaro che le mie parole non sono state tenere. A loro conveniva di più ascoltare Dangic, un ufficiale dell’ex esercito e “un vero serbo”, uno che ciancia della “libertà serba”, sulla quale loro nutrono sí nobili sentimenti: non vanno al fronte, nessuno tocca i loro cassetti, e per di più possono comportarsi come “razza superiore” verso i musulmani e tenere verso di loro un atteggiamento tra il pietoso ed il protettivo... E questo comunista parla in un modo offensivo: vuole renderli uguali alle “balije” (musulmani), e chiede inoltre che i più ricchi aprano il portafoglio e diano più danaro per il fronte.
Ma all’opposto rispetto a loro, i musulmani e la gioventù serba, una ventina o trentina di studenti, sono stati entusiasmati. Per la prima volta hanno sentito le parole del Partito comunista, che chiamano alla lotta non soltanto contro gli occupanti, ma anche contro tutti quelli che in qualche maniera li aiutano: per la prima volta hanno sentito parole sulla fratellanza e sull’unità di tutta la gente onesta nella lotta per la  libertà e per una Bosnia-Erzegovina riconciliata, parole su di un futuro più felice nella Jugoslavia che sarà frutto della nostra lotta...

Lo stesso giorno, nel pomeriggio, ho tenuto una conferenza con i giovani. In questa conferenza abbiamo formato una compagnia partigiana di Srebrenica, visto che per la formazione di una unità più grande non c’erano ancora le condizioni in questa regione. Le armi gliele avremmo spedite dopo qualche giorno. Appena avute le armi loro sarebbero dovuti andare verso il fronte di Zvornik, sul settore controllato dai cetnizi di Srebrenica, ed insieme a loro avrebbero dovuto prendere parte alla liberazione di Zvornik. Ho spiegato che a Zvornik la situazione non era buona, e che loro avrebbero potuto fare molto per migliorarla se fossero riusciti a trovare il modo di stare vicini ai contadini cetnizi e di esercitare una influenza politica su di loro in accordo con la nostra linea di unità di tutte le forze insurrezionali.

Poi siamo andati al piccolo villaggio vicino di Bratunac. Qui abbiamo tenuto il comizio in un caffè abbandonato. La stragrande parte dei presenti erano i musulmani dai villaggi vicini. Erano venuti per sentire i partigiani, che in questa regione nessuno aveva mai visto, ma dei quali avevano sentito che erano gente onesta e piena di giustizia. Anche qua, in questa regione sperduta, erano arrivate le voci su Cicia, che sta sul monte Romanija, voci su di un capo partigiano che trattava alla pari tutti i figli onesti di questa terra.
Con difficoltà sono riuscito ad arrivare, fendendo la massa, fino al posto assegnato all’oratore – un tavolo malfermo del caffè. Mentre parlava Pero, un uomo di queste parti, il quale per primo dopo di me aveva preso la parola, osservavo il pubblico. Erano tutti gente contadina, che fatica in questa regione, vestiti da contadini, con vesti consunte, certuni proprio vestiti di stracci. Erano presenti pochi giovani, e la maggiorparte erano persone avanti con l'età, che sembravano depresse, anzi impaurite. Durante i nostri discorsi nessuno espresse ad alta voce il suo consenso, ma tutti ascoltavano con grande attenzione. Come se avessero paura di mostrarsi apertamente d’accordo con qualcosa che, dopo, avrebbe potuto nuocere loro, negli occhi e nelle orecchie di coloro che erano venuti a questo raduno da poliziotti, per vedere e sentire e per controllare che atteggiamento avessero i presenti. Questi erano un gruppo di cetnizi del posto, capeggiato da Srbislav Blazic, che stava vicino alla porta del caffè e da quella posizione seguiva l'andamento del raduno.
Quando, dopo il raduno, sono uscito fuori con Jaksic, Blazic mi ha fermato ed ha cominciato, subito senza nessuna introduzione, a dire che i serbi di questa regione non saranno mai d’accordo con quello che avevo detto sulla fratellanza di serbi e  musulmani. Questo per prima cosa. Seconda cosa,
che i serbi non andranno mai d’accordo con i comunisti, visto che essi non credono in dio. I serbi di qui non vogliono più sentire discorsi del genere che offendono i loro sentimenti nazionali.
Quest’ultima frase era detta con tono di minaccia.
(...
) Mi creava disagio quel colloquio, ma non potevo passare oltre Blazic ed i suoi senza dir nulla, visto che lui avrebbe interpretato questo come una fuga ed avrebbe potuto, come ogni codardo, spararmi nella schiena. Ho spostato la pistola dalla schiena verso avanti ed ho sbloccato la sicura. Ho risposto a Blazic, che si era accorto del mio gesto, che quello che avevo detto nel comizio era l'unica vera politica serba e che essa era allo stesso tempo la politica di tutti i nostri popoli. Ogni baruffa fra i nostri popoli sarebbe stata utile soltanto all’occupatore. Quanto alla collaborazione fra i comunisti ed altri patrioti, essa è più che possibile. Se si sono potuti mettere d’accordo i russi e gli inglesi per battere Hitler, perchè non si dovrebbero mettere d’accordo i nostri patrioti, siano essi repubblicani o monarchici, credenti o atei: oggi il compito primario è lottare per la libertà della patria, e questa è la stessa per credenti e non credenti, come lo è per i repubblicani e per i monarchici. E infine – noi diremo sempre al popolo quello che pensiamo e non obblighiamo nessuno a sentirci...


Tratto da: Rodoljub Colakovic
, "Zapisi iz oslobodilackog rata" (Scritti dalla guerra di Liberazione), Svjetlost, Sarajevo 1948.
Pg.
110 e segg. Selezione e traduzione a cura di Jasna Tkalec.
 

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Una iniziativa internazionale ed internazionalista
nel 60.esimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo

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