P A R T I G I A N I !

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Materiali sulla figura di

PIETRO SECCHIA
  prevalentemente raccolti sul sito Resistenze.org:


Pietro Secchia: Elenco opere (A cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare di Torino)
http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcp5d27eo.htm

TESTI E LIBRI DI PIETRO SECCHIA:
Archivio 1945-1973 [Feltrinelli Editore, 1979]
-- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/bm/mdbmen11-015385.htm
sul legame tra lotta economica e lotta politica --
http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcpac18-006405.htm
le nuove generazioni --
http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcp8l29.htm
la bandiera della Resistenza --
http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcp8d17-002958.htm
la liberazione di Firenze --
http://www.resistenze.org/sito/te/cu/st/cust6g29.htm
l'arte dell'organizzazione --
http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcp6d07.htm
Trieste 7 novembre 1965: Celebrazione della Rivoluzione d'Ottobre --
http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcp5l29.htm
idee e programma della Resistenza
-- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcp5d06.htm
la svolta di Salerno -- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcp5d05.htm
le cinque giornate di Torino -- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcp5d15.htm
nel 30.mo anniversario della Liberazione
-- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcp5d17.htm
i garibaldini passano all'offensiva -- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcp5c26.htm
il partito e i CLN -- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcp5c25.htm
carcere e confino -- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcp5c11.htm
le quattro giornate di Napoli -- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcp5c13.htm
le masse scendono in lotta -- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcp5c15.htm
la preparazione politico militare -- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcp5c07.htm
Le donne partigiane -- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcp5b27.htm
lo sciopero generale -- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcp5b26.htm
i quarantatre martiri di Fondotoce -- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcp5g01.htm
lo sciopero del 14 luglio --
http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcp5g14.htm e http://www.resistenze.org/sito/te/cu/st/custig09-020561.htm
ritorno alla libertà e alla lotta -- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcp8g23-003518.htm
le armi del fascismo 1921-1971. La nascita del fascismo -- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcp9n03-005870.htm
le armi del fascismo 1921-1971. Il programma fascista del 1919 -- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcpad05-006647.htm
le armi del fascismo 1921-1971. Le "spedizioni punitive" -- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcpag01-006648.htm
i crociati della menzogna -- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcpag21-007333.htm
1960 - La battaglia contro il governo Tambroni -- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcpaf29-007226.htm
Luigi Longo e la lotta politica nell'interno del partito -- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcpal23-007698.htm
Terzo tempo dell’anticomunismo -- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcpan03-007684.htm e http://www.comunisti-italiani-messina.it:80/interventi/terzo-tempo-dell-anticomunismo.html
i giovani della fondazione del P.C.I. alla Resistenza -- http://www.resistenze.org/sito/te/cu/st/custca21-010342.htm
i compiti del commissario politico -- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcpcd16-010850.htm
la costruzione del Partito comunista [Rinascita, anno VI, n.12, 1949] -- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcpdf29-013076.htm
il partito forma suprema della organizzazione di classe [1951] -- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcpcg07-011381.htm
la più grande eredità di Stalin: il Partito comunista [1953] -- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcpdb28-012363.htm
discorso al Senato della Repubblica sulla grazia a Moranino [15 giugno 1965] -- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcpbf18-009235.htm

Aldo dice: 26x1 [Feltrinelli, 1963] -- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/bm/mdbmdd19-012694.htm
L'azione svolta dal Partito Comunista in Italia durante il fascismo [Feltrinelli 1969] -- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/bm/mdbmgg04-018142.htm
Le armi del fascismo [Feltrinelli, 1973] -- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/bm/mdbmdd12-012651.htm
Enciclopedia dell'Antifascismo e della Resistenza
[con E. Nizza (sotto la direzione di); Milano, La Pietra]
vol.I: A-C, 1968; app. a vol.I, 1971
vol.II: D-G, 1971
vol.III: H-M, 1976
vol.IV: N-Q, 1984
vol.V: R-S, 1987
vol.VI: T-Z, 1989; app., 1989
Storia della Resistenza
vol.1: Nuove Resistenti n.629
vol.2: con Filippo Frassati, Editori Riuniti, 1965 -- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/bm/mdbmhe06-019179.htm


DA "I COMUNISTI E L'INSURREZIONE (1943-1945) (Edizioni di cultura sociale, 1954):
Introduzione --
http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcpad15-006723.htm
Lo sciopero generale del marzo 1944 [La Nostra Lotta, marzo 1944, n. 5-6] -- http://www.resistenze.org/sito/te/cu/st/custec03-014080.htm
L'intero volume leggibile online -- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/bm/mdbmdg04-013072.htm

DA "LOTTA ANTIFASCISTA E GIOVANI GENERAZIONI" (La Pietra, 1973):
Gli scioperi del marzo 1943 -- http://www.marx21.it/storia-teoria-e-scienza/storia/21888-gli-scioperi-del-marzo-1943.html
L'intero volume leggibile online -- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/bm/mdbmfd16-016179.htm
 
DA "LA RESISTENZA ACCUSA":

Dall'edizione de "LA RESISTENZA ACCUSA" del 1949 (ANPI Roma):
Discorso parlamentare del 1949 sulla persecuzione antipartigiana

Dall'edizione de "LA RESISTENZA ACCUSA 1945-1973" del 1976 (Mazzotta editore):
Problemi e storia della Resistenza [1954] --
http://www.resistenze.org/sito/te/cu/an/cuangd18-017815.htm
La condanna di Gemisto-Franco Moranino (1) [1957
] -- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcpde02-012730.htm
Stato e polizia [1967] -- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcpdn16-013754.htm
L'intero volume leggibile online -- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/bm/mdbmdn15-013747.htm

Quaderno: La Resistenza accusa -- http://www.resistenze.org/sito/se/li/seli5d29.htm

TESTI SU PIETRO SECCHIA:
Biografia -- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcpbiog.htm
Elenco opere
-- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcp5d27eo.htm
Un profilo di D. Maffione -- http://www.resistenze.org/sito/te/cu/st/cust6c25.htm

CONVEGNO 16/4/2005:
resoconto convegno
-- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/se/050416ps/mdse5d16.htm
introduzione di E. Vigna -- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/se/050416ps/mdse5f26.htm
intervento di G. Caralli --
http://www.resistenze.org/sito/ma/di/se/050416ps/mdse5f11.htm

intervento di S. Ricaldone -- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/se/050416ps/mdse5e02.htm
gli interventi dei partigiani Giorgio Caralli e Sergio Ricaldone anche in formato AUDIO
-- http://www.resistenze.org/sito/te/cu/st/custdn17-013757.htm

intervento di T. Tussi -- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/se/050416ps/mdse5f12.htm
intervento di N. Brambilla Pesce -- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/se/050416ps/mdse5f13.htm
intervento di M. Graziosi -- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/se/050416ps/mdse5d21.htm
intervento di F. Dubla -- http://www.resistenze.org/sito/ma/di/se/050416ps/mdse5d17.htm
intervento di G. Proglio --
http://www.resistenze.org/sito/ma/di/se/050416ps/mdse5e24.htm
intervento di L. Saragnese -- SUL REVISIONISMO STORICO IN ITALIA --
http://www.resistenze.org/sito/ma/di/se/050416ps/mdse5f01.htm
saluto di F. Ferro --
http://www.resistenze.org/sito/ma/di/se/050416ps/mdse5e25.htm
adesione del gruppo provinciale PRC di Torino --
http://www.resistenze.org/sito/ma/di/se/050416ps/mdse5f27.htm

Altre iniziative:
Relazione sull’iniziativa “Pietro Secchia. Attualità di una proposta di lotta per la democrazia progressiva”
Fermo – 7/12/2010 - Associazione politico-culturale Marx XXI
http://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtba01-008065.htm


ed i libri:

"Pietro Secchia rivoluzionario eretico"

a cura di A. Barile e D. Ruggeri

presentazione di Paolo De Nardis
Bordeaux Edizioni
Pagine: 208 – euro 14,00 – Dimensioni: 13,5×21 cm – ISBN 978-88-99641-07-8

presentazione a Roma Venerdi 20 gennaio 2017



"Il partito, le masse e l'assalto al cielo" - scritti scelti di Pietro Secchia


a cura di Marcello Graziosi


Ed. La Città del Sole - Vico Latilla,18 - 80134 - Napoli - www.lacittadelsole.net

2006 / Pagine 204 / Prezzo di copertina: 10.00 Euro

La scheda è leggibile qui: http://www.resistenze.org/sito/se/li/seli6f29.htm
oppure qui: http://www.cnj.it/PARTIGIANI/secchia.pdf
La recensione di Ferdinando Dubla: http://www.resistenze.org/sito/se/li/seli6m28.htm







www.resistenze.org - materiali resistenti in linea - iper-classici - 17-04-06

Secchia (1949), La Resistenza accusa, ANPI, Roma
trascrizione e conversione in html a cura del CCDP



Secchia

La Resistenza accusa


Indice

I partigiani ritrovano la loro unità
Assumersi la propria responsabilità
Le persecuzioni anti-partigiane
Gli arresti illegali
Violenze e torture
Quanti sono i partigiani detenuti?
Un comunicato ignobile
Chi sono gli inquisitori dei partigiani?
Gli ex dirigenti dell'O.V.R.A.
La più bassa delle infamie
Polizia di partito
Il Casellario politico centrale
Che cosa chiediamo?
Giuraste di tornare...
Per la distensione: giustizia ai partigiani


L'appello dell'A.N.P.I. con la denuncia del limite intollerabile a cui sono giunte in Italia — specie nel Modenese — le persecuzioni anti-partigiane, ha avuto larga eco anche nel Parlamento. Decisive prove sugli arbitrari arresti e sulle sevizie di partigiani sono state portate in un impressionante intervento del sen. Pietro Secchia, attualmente Vice Segretario del P.C.I. e durante la lotta di liberazione eroico Commissario Generale delle Brigate Garibaldi. A noi pare che il suo discorso, superando nella parte sostanziale ogni posizione particolare di Partito, abbia risuonato come la voce stessa — severa e ammonitrice — della Resistenza, che accusa coloro i quali cercano di infamarla e processarla, che richiama tutti i suoi esponenti di ieri alla gloriosa responsabilità comune, che solleva con ferma fiducia i suoi grandi ideali popolari e nazionali, destinati comunque a trionfare.

Per tali ragioni, abbiamo scelto questo discorso per iniziare una collana di pubblicazioni dell'A.N.P.I. in difesa della Resistenza.

 

 

Signor Presidente, onorevoli senatori.

Limiterò di proposito il mio intervento ad una sola questione, ma che ritengo decisiva per giudicare dell'opera del Governo e del bilancio del Ministero dell'Interno. E' una questione sulla quale molto già si è parlato fuori di qui, nell'altro ramo del Parlamento ed anche in questa Aula; però la sua importanza è tale da richiamare non solo la nostra insistenza ma l'attenzione e la preoccupazione di ogni italiano, a qualunque partito appartenga, a cui stiano veramente a cuore le sorti della libertà e l'avvenire del Paese. Parlerò della politica di persecuzione dei partigiani, politica perseguita con metodo, pervicacemente da ormai due anni e in modo particolare dal 18 aprile ad oggi, e che costituisce parte essenziale del bilancio del Ministero dell'Interno e dell'attività dei suoi organi di polizia.

Nel corso della discussione all'altro ramo del Parlamento sul bilancio dell'Interno, si è detto che l'opposizione nega semplicemente le opere del regime (scusate, del governo) democristiano o che le degna appena di uno sguardo sprezzante, mentre si sarebbe persa in una serie di cronachette e di episodi particolari senza importanza. Si è detto che il Governo ha presentato dei bilanci di opere compiute nel corso di quest'anno, che ad esempio si sono costruite strade per 2.200 chilometri, fognature per 1.036 Km. acquedotti per 1.291 chilometri, strade ferrate, porti e così via. Tutte cose senza dubbio assai importanti, ma che non sono l'elemento decisivo per giudicare della politica di un regime o di un governo.

Anzitutto i ministri, e in primo luogo il ministro dell'Interno e quello della Giustizia avrebbero dovuto presentarci un bilancio dal quale risultasse che democrazia e repubblica sono state consolidate, che le libertà costituzionali dei cittadini, ma di tutti i cittadini, sono state rispettate tutelate e difese. Voi anzitutto avreste dovuto presentare un bilancio dal quale risultasse che la legge é uguale per tutti e che la Costituzione repubblicana e stata applicata in difesa delle libertà personali di tutti i cittadini, ripeto di tutti i cittadini, perché la libertà del cittadino é il diritto fondamentale, soppresso il quale la Costituzione della Repubblica perde ogni e qualsiasi valore e perdono valore anche le opere costruttive realizzate durante l'anno.

Anche il regime fascista ogni anno il 28 ottobre, proprio di questi giorni, usava presentare il bilancio della sua attività, ed era un bilancio nel quale venivano messe in mostra, e molto in luce, le costruzioni dei ponti, delle strade, delle ferrovie, degli stadi sportivi, degli arenghi, ecc. ecc. Ma cosa volete, onorevoli senatori, che importasse a noi che in regime fascista i treni arrivassero in orario, o che si costruisse un certo numero di strade, di scuole, di case, quando il popolo italiano era privato di tutte le libertà e quando quel regime conduceva una politica che avrebbe portato infine a sicura rovina il Paese?

C'era forse un solo democratico in Italia, un solo antifascista disposto a far credito a quel regime, o ad essere indulgente nei confronti della sua politica, solo perché costruiva delle strade, delle case, delle ferrovie? Per alcune centinaia di case costruite, quante migliaia ne fece poi distruggere in conseguenza della sua politica?
Ebbene, perché noi oggi dovremmo dare più importanza ai chilometri di strade ricostruite, che non alle libertà dei cittadini italiani? Ogni regime e ogni governo è capace di costruire strade. ponti, ferrovie, e in questo campo quello che é stato fatto sarebbe stato fatto ugualmente se al governo non c'eravate voi e d'altronde, quanto é stato costruito é soprattutto il risultato del lavoro e del sacrificio di centinaia e centinaia di ingegneri, di operai, di tecnici, di contadini, di lavoratori.

Ma é invece l'opera fondamentale di questo Governo. é la sostanza che noi vogliamo esaminare e discutere. E la sostanza é: in quale misura la democrazia é stata consolidata in Italia? Quanti passi avanti si sono fatti per debellare i residui del fascismo, quanti passi avanti si sono fatti nel consolidamento della Repubblica, per dare un maggiore benessere agli italiani, e per valorizzare quelle forze che per far libera l'Italia hanno tanto sofferto e combattuto, cosa si é fatto per unire tutte le forze produttive del nostro paese nello sforzo per ricostruire e per riedificare in pace? Questo vogliamo vedere.
L'azione antipartigiana e le violazioni delle libertà dei cittadini, sancite dalla Costituzione repubblicana da parte delle autorità di polizia e con la diretta responsabilità di organi governativi, hanno ormai raggiunto un'ampiezza tale da suscitare nel Paese l'indignazione e la protesta di uomini di ogni corrente politica.

I partigiani ritrovano la loro unità

Fuori di qui, malgrado i contrasti di parte, malgrado le differenze di gradi e di mostrine, malgrado le diversità di fede politica e religiosa, i partigiani ed i patrioti ritrovano la loro unità su questo punto: la difesa della Resistenza.

L'appello lanciato dall'A.N.P.I. una settimana fa perché tutte le Associazioni della Resistenza e degli ex combattenti manifestino la loro decisione e la loro protesta contro la repressione antipartigiana, ha già trovato eco in diverse città d'Italia. E' di ieri sera il Convegno tenuto a Torino per la difesa dei valori della Resistenza. A questo Convegno, per la prima volta dopo il 18 Aprile, si sono ritrovati riuniti insieme i membri dei Comitati di Liberazione, ed ex partigiani di formazioni diverse; per la prima volta si sono ritrovati assieme dopo il 18 aprile i partigiani democristiani, comunisti, socialisti, liberali, monarchici, saragattiani, repubblicani, comandanti di formazioni autonome e di diverso colore politico; tutti si son trovati d'accordo sulla necessità che venga posto fine in tutta Italia alla campagna antipartigiana, che la Resistenza, gli uomini e i valori del movimento di liberazione nazionale siano tutelati e rispettati, che la Costituzione abbia un valore anche per loro. Ed io credo che almeno su questo punto dovrebbe essere possibile trovare anche in quest'Aula l'accordo di tutti coloro che hanno combattuto nelle file partigiane o che comunque hanno lottato e sofferto per la causa della libertà.

L'onorevole Scelba ha detto, nell'altro ramo del Parlamento, che non vuole lasciare a noi il monopolio della Resistenza. Noi non abbiamo mai preteso di avere questo monopolio. Non abbiamo mai preteso di avere il monopolio del movimento partigiano nei giorni della lotta (anche se molti allora ce lo lasciavano volentieri, e non intendiamo neppure avere oggi il monopolio della difesa e della valorizzazione della Resistenza. Saremo ben lieti se non solo da questi banchi, ma da tutti i banchi di quest'Aula, dove siedono autorevoli e valorosi comandanti del movimento partigiano ed autorevoli esponenti della Resistenza, si leveranno altre voci a chiedere che sia posto fine all'infame campagna anti-partigiana, a chiedere che non siano più tollerate le diffamazioni, le persecuzioni. le violenze. gli arbitri, le violazioni della legge a danno dei partigiani, a danno di coloro che hanno salvato l'onore dell'Italia e per merito dei quali é sorta la Repubblica, e per merito dei quali voi sedete su quel banco di Governo. Io mi auguro anzi che da tutti i settori si levino voci autorevoli a chiedere che i partigiani siano considerati dei benemeriti della Patria e non dei malfattori e dei «fuorilegge»

Io mi auguro che ognuno che abbia ricoperto dei posti di responsabilità nel Corpo dei Volontari della Libertà, nei Comitati di Liberazione e nel movimento partigiano, senta oggi il dovere, l'imperativo morale di parlare. Tacere significherebbe dare prova di irresponsabilità e di viltà, tacere significherebbe tradire la fiducia di migliaia di partigiani e di ex combattenti. Chi tace prova che non era degno di occupare il posto al quale era stato chiamato dalla fiducia del popolo.

Assumersi la propria responsabilità

Se l'esigenza della lotta ha consigliato uomini autorevoli dei Comitati di Liberazione e valorosi comandanti di formazioni partigiane a impartire, in determinate circostanze, ordini talvolta duri ma necessari, questi uomini hanno oggi il dovere e l'obbligo morale di assumere le proprie responsabilità, hanno il dovere di intervenire a difesa di chi oggi é perseguitato per aver fatto il suo dovere di soldato e di patriota, e per aver eseguito degli ordini.

L'onorevole Marazza, per esempio — io pensavo di incontrarlo oggi qui — si é forse dimenticato di aver firmato il 26 aprile 1945 (dico il 26 aprile 1945 e non sei mesi o un anno prima) un manifesto-proclama del Comitato di Liberazione Nazionale per l'Alta Italia nel quale, tra l'altro, è detto:
«Tutti i fascisti devono fare atto di resa alle Autorità del Comitato di Liberazione Nazionale e consegnare le armi. Coloro che resisteranno saranno trattati come nemici della Patria e come tali saranno sterminati — Questo é il termine usato: «sterminati».

Questo proclama è firmato dall'on. Achille Marazza e da Augusto De Gasperi. a nome del partito della Democrazia Cristiana, da Giustino Arpesani e da Filippo Jacini per il Partito Liberale.

Orbene, si rendevano conto, questi signori, che firmando il giorno 26 aprile 1945, un proclama di tale vigore, diffuso a diecine di migliaia di copie, mentre il popolo era in armi, essi si assumevano una responsabilità, una responsabilità della quale forse allora erano orgogliosi, ma alla quale non posson sottrarsi oggi quando degli autentici partigiani vengono arrestati e condannati per avere, non dico sterminato, ma giustiziato in quei giorni alcuni nemici della Patria.

Nel 1944, il generale Trabucchi, quando venne arrestato dai tedeschi, alla domanda rivoltagli da un ufficiale tedesco come mai egli, insegnante alla scuola militare, capo di stato maggiore di armate avesse accettato di essere il comandante di una ciurmaglia di straccioni, rispose fieramente: «Nessun comando più di quello partigiano poteva onorarmi e la ciurmaglia di straccioni vedrà le spalle dei tedeschi in fuga come pecorelle folli». Ebbene, noi siamo certi che oggi il generale Trabucchi non si dimenticherà di quei suoi partigiani straccioni di cui era così orgoglioso, e non si dimenticherà neppure di certi suoi ordini un po' drastici alla vigilia della insurrezione.

Voglio leggervi, perché é probabile che molti in quest'Aula non conoscano, certi documenti. Voglio leggere, non tutti, alcuni dei punti delle istruzioni impartite alla vigilia del 26 aprile dal generale Trabucchi quale comandante regionale e della piazza di Torino del Corpo dei Volontari della Libertà. Queste istruzioni sono pubblicate dall'Ufficio storico per la guerra di Liberazione, a cura della Presidenza del Consiglio. Ebbene cosa dicevano queste istruzioni? — Dicevano:

a) i Ministri di Stato, i sottosegretari di Stato, i prefetti, i segretari federali, «in carica dopo l'8 settembre 1943», sono già stati condannati a morte per intesa col nemico e opera diretta a colpire le forze armate del governo legittimo. Di conseguenza sarà per questi sufficiente l'accertamento della identità personale per ordinarne l'esecuzione capitale;

b) nei riguardi di coloro che hanno portato le armi a favore dello straniero contro le forze armate legittime sarà sufficiente stabilire l'appartenenza dell'imputato dopo 1'8 settembre 1943 a qualsiasi formazione volontaria, (brigate nere, formazioni Muti, X Flottiglia MAS, raggruppamento brigate cacciatori delle Alpi e degli Appennini, S.S. italiane, milizie speciali indossanti la camicia nera, ecc. ecc.) per pronunciare condanna alla esecuzione senza diritto ad inoltrare domanda di grazia;

c) nei riguardi delle spie dovrà essere accertata la consistenza del capo d'accusa ed emessa sentenza in conseguenza;

d) infine il tribunale di guerra potrà anche giudicare quel personale che, come i direttori della stampa fascista. dopo l'8 settembre 1943, abbia favorito le forze naziste nell'opera di repressione e di rappresaglia arrecando gravi danni alla Nazione. Anche qui per questi crimini sarà pronunciata e fatta immediatamente eseguire la sentenza capitale.

Orbene, é vero che il Comando generale del Corpo Volontari della Libertà ebbe allora a osservare che queste disposizioni di fucilare tutti coloro che avevano portato le armi contro la Patria, compresi i direttori dei giornali fascisti, ecc., non corrispondevano alla posizione da noi assunta; la posizione era che soltanto chi resisteva doveva essere fucilato e invece coloro che si arrendevano avrebbero dovuto aver salva la vita. Tuttavia quelle istruzioni furono impartite e il generale Trabucchi non avrà dimenticato quelle sue, direttive insurrezionali; (d'altra parte si possono rileggere negli atti pubblicati dalla Presidenza .del Consiglio) e pensiamo non vorrà dimenticare qualcuno che oggi forse paga per avere ubbidito.

Si é detto e ripetuto da parte dell'autorità e dei giornali governativi che nessuno intende perseguitare i partigiani ma che si tratta semplicemente di applicare la legge nei confronti di criminali indegni di portare il nome di partigiani. L'onorevole Scelba, anzi, finge di indignarsi ogni volta che noi parliamo di oltraggio alla Resistenza, ma i fatti stanno a dimostrare che la ricerca del colpevole o di alcuni colpevoli non é che il pretesto per perseguitare una grande parte di partigiani per tentare di offuscare le loro gesta eroiche, per diminuire il loro prestigio nell'opinione pubblica.

Le persecuzioni anti-partigiane

Quando in una sola provincia, nella provincia di Modena sono stati in poco più di un anno fermati e interrogati 3.500 partigiani, quando parecchie centinaia di essi si trovano tuttora in carcere non si può negare che si tratti di una vera e propria campagna di persecuzione.

Nella provincia di Modena vi sono stati in tutto durante la guerra di liberazione 18.411 partigiani combattenti e voi nel corso di 18 mesi ne avete fermati e interrogati 3.500, cioè il 20%. E la dimostrazione che si tratta di infami montature, di odiose persecuzioni, la si ha dal fatto stesso che la gran parte di questi fermati e arrestati é stata poi rilasciata ancor prima del processo per inesistenza di reato o perché i fatti risultavano essere autentiche azioni di guerra. Non posso mettermi qui ora a leggervi tutti gli elenchi dei partigiani arrestati e fermati nella provincia di Modena e nelle altre provincie italiane e poi mandati assolti dopo lunghi mesi di carcere, in sede di istruttoria o al processo.

Mi limiterò a citare alcuni casi, i più recenti.

Pochi giorni or sono i giornali (non tutti) hanno dato la notizia che a Bologna sono stati rilasciati dopo un lungo periodo di detenzione gli ex partigiani Cleto Masi, Piero Astolfi, Saverio Malpieri, Tommaso Bosi, Pino Trebbi, Leopoldo Lambertini, tutti da Castelfranco (Emilia); ebbene. questi partigiani si trovavano in carcere da 14 mesi. Dai giornali cosiddetti indipendenti, dai giornali della Democrazia Cristiana e dei Comitati Civici furono coperti di insulti infamanti e definiti volgari malfattori. Di che cosa erano accusati? Del solito reato di avere ucciso a scopo di rapina, In realtà avevano giustiziato quattro fascisti repubblichini, spie dei tedeschi, collaborazionisti. Ebbene questi partigiani a quattro anni di distanza, furono arrestati, bastonati, seviziati, portati a scavare le fosse dove erano i repubblichini. Ecco che cosa racconta ad esempio Cleto Masi, uno di questi assolti, mandato in libertà dopo lunga detenzione. Racconta il Masi: «Il maresciallo Cau si avventò su di me, mi sbottonò i pantaloni, cominciò a strapparmi i peli mentre i carabinieri facevano grandi risate e disse: "Se non dici la verità ti dò un sacco di botte da farti divenire tubercoloso". Mi dava forti schiaffoni sull'orecchio sinistro, poi cominciò a picchiarmi con un bastone, e solo quando fu stanco mi rinviò in cella».

Ed un altro .di questi partigiani, rilasciato in questi giorni aggiunge: «Fummo portati sul posto ove erano sepolti i repubblichini; ci attendeva uno spettacolo inatteso, vi era molta folla, in primo piano i parenti dei morti, da un lato molte macchine ferme, vi erano pure i giornalisti del Giornale dell'Emilia, dell'Avvenire d'Italia e della Gazzetta di Modena, i carabinieri, il tenente Rizzo, il giudice istruttore. Il maresciallo Cau mi disse: "prendi la vanga assassino", i fotografi si avvicinarono, tentai di non farmi fotografare, il maresciallo mi sollevò la faccia dicendomi: "su delinquente, alza la testa, ed ora al lavoro". Ad un tratto mi sentii male, sono tuttora convalescente di una malattia e chiesi di essere esonerato. Mi fu risposto con un brusco rifiuto. Al tenente Rizzo che aveva proposto di andare a chiamare il becchino, il maresciallo Cau disse che a me spettava il compito di scavare la fossa. I parenti dei morti che si trovavano ad un palmo da me gridavano come invasati: "assassino, delinquente"; "quando avrai finito — mi disse un vecchio fascista — andrai tu nella buca". Un ex milite delle brigate nere mi passò davanti con un nodoso bastone e mi disse: "appena hai finito te ne faccio fare stoppa". Io seguitavo solamente a dire: "i nazifascisti mi hanno ammazzato due fratelli, io non ho fatto altro che eseguire un ordine militare". Dovetti raccattare i due cadaveri, osso per osso. mentre la folla urlava forsennatamente».

Ebbene il 18 ottobre, dieci giorni or sono, dopo 14 mesi, la sezione istruttoria della Corte di Assise di Bologna, mandava questi partigiani tutti assolti perché il fatto non costituisce reato e perché alcuni di essi non avevano partecipato al fatto, I giornali più reazionari, hanno taciuto.

L'Umanità, organo del partito dei lavoratori italiani ha intitolato un articoletto «Giustizia alla resistenza» ecco tutto.

Giustizia alla Resistenza! troppo poco. non c'erano neppure due righe di commento! Credete di avere così reso giustizia alla Resistenza?

Ma giustizia alla Resistenza avrebbe voluto fossero almeno arrestati e condannati coloro che avevano fatto arrestare e seviziare questi partigiani. Giustizia esigerebbe fossero almeno condannati quei giornali che hanno volgarmente diffamato la Resistenza.

Chi indennizza ora questi partigiani dei 14 mesi di carcere, di sofferenze, di umiliazioni, di insulti ricevuti? Questo non é che un caso, il più recente. Ve ne sono degli altri.
Il 19 luglio u.s., sono stati assolti dalla Corte di Assise di Modena, dopo 26 mesi di carcere, i partigiani Cirri Armando, Manfredi Loreno, Brasti Pietro. Manni Pietro e altri perché il fatto non costituiva reato, e potrei citare, sempre di Modena, Luigi Carpelli arrestato il 12 maggio 1948 ed assolto dalla Corte di Assise di Modena dopo 10 mesi di carcere perché il fatto fu riconosciuto atto di guerra. Lulli Sergio, Bizzarri Vincenzo. Cavalcanti Cesare, Gianni Giancarlo, arrestati il 3 febbraio 1949, prosciolti in istruttoria dopo 5 mesi di detenzione, perché il fatto fu riconosciuto azione di guerra. E potrei continuare ancora. I partigiani di Arezzo, prosciolti il 15 settembre u.s. dalla Sezione Istruttoria della Corte di Appello di Firenze. Erano imputati:
Don Tarquinio Mazzoni parroco di Capolona, già Presidente di quel Comitato di Liberazione e primo sindaco del paese, il dottor Ivo Barbini, Siro Giannini, Vittorio Martinetti, Bruno Ceccotti, Antonio Capoianni ecc. assolti con formula piena perché il fatto é da considerare azione di guerra.

E' di pochi giorni or sono la scarcerazione di 7 partigiani di Calenzano (Firenze), i quali erano stati arrestati per avere giustiziato 5 repubblichini organizzatori di franchi tiratori nei giorni dell'insurrezione.

Anche per questi come per tutti gli altri una scandalosa campagna giornalistica era stata inscenata dai giornali cosiddetti «indipendenti»e dai giornali della Democrazia Cristiana.

Gli arresti illegali

La grande maggioranza dei partigiani arrestati vengono assolti, la grande maggioranza viene rilasciata dopo mesi e mesi di carcere, dopo che nel Paese si é fatto contro di loro un abominevole campagna di diffamazione, il che significa che si arresta a casaccio, che si procede ad arresti in massa senza discriminazione; che si viola continuamente la legge, la quale prescrive che perché si possa procedere a mandati di cattura e di arresto nei confronti dei partigiani e dei patrioti, occorre vi sia la prova certa che si tratti di reati comuni.

Orbene, quando vi sono delle assoluzioni di questo genere significa che la prova certa non c'era. La prova certa non c'é mai quando i partigiani vengono arrestati ed accusati di atti avvenuti nel corso della guerra di liberazione. (Applausi da sinistra).

L'onorevole Scelba si é giustificato, pochi giorni or sono, dicendo che tutti questi arresti sono stati eseguiti in seguito a regolare mandato di cattura. Ma cosa significa questo? La assoluzione della grande maggioranza dei partigiani dopo lunghi mesi di carcere non sta forse a dimostrare che quei mandati di cattura erano illegali?

E poi la conosciamo noi la storia dei mandati di cattura! Noi tutti che sediamo su questi banchi siamo stati durante il regime fascista arrestati e condannati quasi sempre con regolare mandato di cattura. Oh! non era certo quella parvenza di legalità che mancava, anzi il regime fascista ne emetteva in abbondanza di mandati di cattura!

Al momento dell'arresto però i mandati di cattura non c'erano mai, ma dopo quando già ci si trovava in carcere arrivavano, proprio come si fa oggi. Ed anche questo è illegale. Ma poi crede proprio il Ministro Scelba che noi, che i partigiani, che ognuno che ha votato la Costituzione repubblicana possa essere pago di questa puerile giustificazione: c'era il mandato di cattura! Ma allora quale valore hanno gli articoli 13 e 28 della Costituzione?

Migliaia di cittadini, di partigiani benemeriti della Patria vengono arrestati, bastonati, insultati, colpiti nel loro onore e seviziati, portati a scavare le fosse e fatti oggetto degli scherni e del ludibrio dei traditori risparmiati dalla generosità del nostro popolo; vengono trattenuti in carcere per mesi e mesi e poi, a giustificazione di così rivoltante trattamento si crede di poter dire semplicemente: «c'era il mandato di cattura!».

Ma la Costituzione repubblicana rende i funzionari, i dipendenti dello Stato e degli Enti pubblici direttamente responsabili degli atti compiuti in violazione dei diritti dei cittadini. Ebbene che cosa ha fatto il Ministro dell'Interno così solerte nel fare applicare la legge quando si tratta di colpire i comunisti, i socialisti, i partigiani e i lavoratori? Cosa ha fatto per fare applicare la legge quando é stata calpestata da coloro che perseguitavano i partigiani e i lavoratori, da coloro che avevano il dovere di farla rispettare?

Quanti sono stati i funzionari di polizia e dei carabinieri sottoposti a giudizio perché colpevoli di violenze fisiche e morali sulle persone di numerosi partigiani arrestati? Che cosa é stato fatto per riparare, per risarcire i danni morali e materiali arrecati alle centinaia e centinaia di partigiani ingiustamente colpiti? Insomma, la libertà personale é inviolabile o no? Le violenze morali e fisiche sono punite oppure no? Gli organi e i dipendenti dello Stato sono responsabili oppure no? Oppure quando l'arbitrio e la violenza sono adoperati dal potere statale e dai suoi organi, allora l'arbitrio e la violenza diventano legittimi ed anche encomiabili?

Violenze e torture

I casi di violenze inaudite perpetrate a danno dei partigiani sono innumerevoli. Anche qui non sono i fatti che mancano, ma c'é solo l'imbarazzo della scelta. Mi limito a citarne alcuni:

«Io sottoscritto CAVALLI Domenico, di Giuseppe, nato a San Ruffino, residente a Sassuolo, dichiaro quanto segue: il giorno 16 agosto 1949 fui fermato dai carabinieri e consegnato alla polizia modenese per essere sottoposto ad interrogatorio in seguito alla morte di un certo Giuliani. Poiché, in seguito ad accuse mosse dal funzionario Pedullà, io asserivo che in quella data mi trovavo a Paderna di San Romano per lavori di mietitura, mi fecero un circolo entro al quale dovevo restare immobile per 18 ore consecutive, costringendomi così alla fame, alla sete e ad una stanchezza indicibile. Poi fui portato in una cella della questura. Dopo alcune ore fui di nuovo sottoposto ad interrogatorio durato sette ore consecutive a base di schiaffi, e bastonate ed ogni genere di insulti. Tutto questo accadde durante i primi tre giorni di detenzione in questura, mentre nei giorni successivi sino al 18 agosto, ho assistito più volte alle più vergognose offese contro la persona dell'on. Togliatti e di altri parlamentari e personalità».

Naturalmente, dopo questo bestiale trattamento il Cavalli fu rilasciato perché riconosciuto innocente.

Ecco come scrive un altro partigiano:
«Io sottoscritto FORAPANE Giuseppe di Enrico e di Folli Elvira, nato a Rovereto di Novi, Via Giglida 4, dichiaro che la notte tra il 13 e il 14 luglio 1949, alle ore 24, circa, venivo fatto alzare dal letto dal maresciallo dei carabinieri di Novi, Bellotti, e obbligato a prendere una vanga; caricato sulla sua bicicletta dovetti accompagnarlo in un podere. Durante il percorso il carabiniere di nome Sciacca mi chiese se mi ricordavo quella strada. Alla mia risposta che non avevo niente da ricordare, mi disse: "Fa una croce sulla strada perché non la rivedrai mai più". Arrivato sul podere vidi che sotto un filare di viti c'erano già due carabinieri e vicino a loro era stata scavata una buca. Appena fermato il maresciallo si avvicinò a me e disse: "Questa volta ci sei caduto: parla!" Alla mia risposta negativa mi diede due schiaffi, e sputandomi in faccia voleva sapere dove erano le armi. Poi in numero di tre cominciarono a percuotermi, e mentre uno mi teneva stretto gli altri mi battevano compreso il maresciallo. Questo durò per 15 minuti, ma poiché rimanevo sulla negativa, mi gettarono nella buca scaricandomi palate di terra addosso. Nello stesso tempo l'appuntato dei carabinieri mi montò addosso pestandomi il petto e dicendo: "Ora dovrai parlare, altrimenti ti seppelliremo". (Rumori dalla sinistra). Poi mi fecero sedere a terra: l'appuntato mi era seduto vicino e continuava ad interrogarmi ed ogni tanto mi stringeva con le mani alla gola. (Rumori). Fui poi portato su un camioncino e accompagnato in paese alla Caserma dei carabinieri di Novi. Mi chiusero in cella. Al mattino seguente, alle ore 10,30, venne dentro alla mia cella l'appuntato con altri due carabinieri, Sciacca e Filippi, e cominciarono di nuovo la battuta della notte che durò per circa un'ora. Nel pomeriggio dello stesso giorno, verso le ore 15, mi prelevarono dalla cella e mi portarono in cucina dove fui sottoposto ad altro interrogatorio e ad altre percosse. Poi mi portarono a mangiare e mi dissero: "Preparati perché sarai portato in carcere a Modena". Durante la notte e nei giorni successivi, ogni ora circa o i carabinieri o il maresciallo mi venivano a fare una visita nella quale oltre ad essere interrogato mi picchiavano. Il 25 corrente mese fui messo finalmente in libertà, ed in data odierna mi sono recato dal dottore Giovanni Braghiroli per una visita di controllo».

Il referto medico dichiara:
«FORAPANE Giuseppe di Enrico, di anni 28 é stato da me visitato in data odierna; e l'ho trovato affetto da ecchimosi sottorbitale destra e da ecchimosi alla regione scapolomerale sinistra» Firmato: dott. BRAGHIROLI»

Ed eccovi ancora un altro caso:
«Io sottoscritta NADALINI Bruna di Eliseo e della Bianchi Assunta, nata a San Giovanni in Persiceto, dichiaro di essere stata arrestata dai carabinieri di Castelfranco Emilia al comando del maresciallo Cau, il 20 luglio 1949, sotto l'accusa di avere effettuato un prelevamento di generi alimentari e di vestiario nel marzo 1945, presso l'abitazione De Stefani. Sono stata trattenuta fino al 30 luglio presso la caserma di Castelfranco in compagnia di altri partigiani, ed ho subito ben tre pressanti interrogatori. Sono stata obbligata a dormire in una stanza con 15 uomini in condizioni veramente disperate: senza brande, con una sola coperta. Avendo chiesto di essere alloggiata in una stanza da sola mi veniva risposto dal maresciallo Cau che "trattandosi di una partigiana non potevo che essere una ragazza di malavita (Rumori ed interruzioni), e potevo quindi stare assieme agli uomini senza timore di perdere l'onore". Nei giorni trascorsi nella Caserma .di Castelfranco, ho assistito più di una volta a pietosi spettacoli di uomini che uscivano dall'ufficio del maresciallo ridotti male per i pugni e le bastonature prese. Dopo tre mesi di detenzione nelle carceri di Modena sono stata rimessa in libertà».

Ed ancor ecco quanto racconta un altro partigiano, DINI Romolo, abitante a Modena, Via Nonantola 648:
«La sera del 25 maggio '1949 mi trovavo a Spilimberto e verso le ore 21, mentre attraversavo la piazza del paese in compagnia della mia fidanzata, fui avvicinato dal maresciallo dei carabinieri che mi chiese se nessuno mi aveva rotto la faccia. Io gliene chiesi il perché e lui per tutta risposta mi invitò in caserma, dicendomi che aveva bisogno di parlarmi. Gli domandai perché non poteva dirmi subito che cosa desiderava e a tale domanda egli mi puntò la pistola in un fianco e mi ingiunse di seguirlo in caserma. Strada facendo mi percosse continuamente a calci e a pugni. Giunti davanti alla Caserma mi disse di suonare il campanello e mentre lo facevo mi colpì con un forte calcio nella schiena che mi buttò dentro alla porta. Appena dentro il maresciallo si buttò su di me colpendomi a calci e pugni e insultandomi con le frasi più ingiuriose. Tu sei un lurido comunista, io ti metto le budella in gola; puoi ringraziare Iddio se ancora non ti ho bucato la pancia. Prendendomi alla gola continuava a ripetere: "non sai che io ti strozzo?"».

Questo partigiano venne poi rilasciato dopo alcuni giorni senza sapere il perché di questo trattamento e senza sapere ancora oggi che cosa il maresciallo volesse da lui.
Questo maresciallo fu denunciato e qualche settimana fa fu condannato a pagare le spese processuali. (Commenti da sinistra).

Il Tribunale non ha potuto fare a meno di condannare il maresciallo, perché molti cittadini di ogni ceto sociale avevano assistito a quella scena brutale. avvenuta sulla pubblica piazza. Non sempre però si verificano condizioni del genere per cui alla violenza dei marescialli possono assistere 20 o 30 persone. Ma vi pare onorevoli colleghi che la semplice condanna alle spese processuali sia sufficiente a rendere giustizia ad un cittadino arrestato e malmenato senza alcun motivo, e ad impedire che simili fatti si ripetano?

E così potrei continuare a lungo nella elencazione dei fatti, ma altri sono stati già denunciati nei giorni scorsi nell'altro ramo del Parlamento.

Le violenze nelle questure e nelle caserme contro i detenuti sono ancora oggi un sistema normale di interrogatorio. Né ci si venga a dire che il Ministro dell'Interno ha impartito più di una volta direttive e disposizioni affinché sia salvaguardata la personalità e i diritti del cittadino.

Queste circolari non sono che un alibi fabbricato preventivamente, allo stesso modo che certe dichiarazioni che i marescialli dei carabinieri fanno firmare ai detenuti di «non essere stati bastonati», sono la prova migliore che la bastonatura c'é stata. Può darsi - io non lo nego - che le circolari alle quali il Ministro dell'Interno ha alluso altre volte esistano. Però quello che é certo é che in molte caserme ed in molte questure esistono strumenti per bastonare e torturare anche senza lasciare tracce esteriori sulla carne dei pazienti.

So di non dire una novità; é questa cosa vecchia di decenni, risale al fascismo e a molto prima del fascismo; ma l'enormità é che questi sistemi durino tuttora e che siano impiegati da organi e da funzionari di un governo che si dice democratico, che si dice cristiano, e che si dice repubblicano. La polizia oggi, come in passato, continua ad essere superiore a tutto, continua ad essere al di sopra delle leggi.

Se si vuole sul serio porre termine a questi sistemi non bastano certo le circolari. Quale valore esse possono avere quando la polizia ed ogni agente di polizia sanno di poter compiere impunemente ogni arbitrio ed ogni violenza?

Ma di tutto quanto succede nelle camere di sicurezza, nelle questure e nelle caserme, il Ministro dell'Interno é responsabile. Perché la responsabilità delle bastonature e delle violenze non può essere attribuita soltanto a qualche miserabile maresciallo Cau o a qualche commissario fascista-repubblichino. La responsabilità non é solo di chi bastona o di chi materialmente tortura; ma di chi violando la legge ha ordinato o autorizzato o consentito all'arresto in massa di centinaia e centinaia di partigiani. Il costume di arrestare degli innocenti e tenerli in carcere arbitrariamente dura da un pezzo: ma questo abuso le autorità di polizia lo commettono ogni giorno solo perché nessuno é chiamato a renderne conto.

Quanti sono i partigiani detenuti?

Potrei leggervi un lungo elenco di partigiani attualmente detenuti nelle Carceri di Modena e in altre Carceri italiane. Si tratta di partigiani autentici, di valorosi combattenti, accusati e detenuti ingiustamente per azioni di guerra che hanno avuto luogo nel corso del 1944 e nei primi mesi del 1945, in ogni caso in epoche nelle quali quei fatti o non costituivano reato o sono amnistiati. Non leggerò tutto l'elenco, ve ne faccio grazia.

Vi leggerò solo alcuni nomi:
BARTOLINI Giuseppe, Medaglia d'Argento, comandante di Divisione, ferito di guerra, è stato arrestato il 10 giugno 1949 e si trova nelle Carceri di Modena in attesa di processo, accusato di fatti avvenuti 1'8 aprile 1945;
BISI Umberto, Medaglia d'Argento, proposto per la Medaglia d'Oro, decorato di Bronze-Star, comandante di Brigata. Il Bisi ha avuto il padre ed il fratello assassinati dai nazi-fascisti. E' in carcere dal 28 aprile per fatti che risalgono al 14 luglio 1945.
MENONI Angelo, partigiano, ferito di guerra, Medaglia d'Argento; é in carcere dal 13 febbraio .di questo anno, per fatti che risalgono al gennaio 1945;
PAPA Filippo, comandante di Brigata, decorato di Bronze-Star, arrestato il 12 maggio 1949, si trova in Carcere per fatti che risalgono al 5 agosto 1944;
BORSARI Luigi. comandante di Divisione, Sindaco di Caverro, si trova in carcere fin dal 7 luglio 1948 per fatti che risalgono al 7 marzo 1945;
LUGLI Vasco, vice comandante di Divisione, detenuto dal 15 agosto 1949 per fatti che risalgono al 6 gennaio 1945.
REBUTTINI Giuseppe, comandante di Brigata detenuto dal 10 giugno 1949 per fatti che risalgono all'8 aprile 1945.
RIOLI Narciso, comandante di brigata, detenuto dal 20 giugno 1949 per fatti che risalgono al 10 aprile 1945.
CORGHI Giuseppe, comandante di Brigata, detenuto dal 28 giugno 1949 per fatti che risalgono al 10 aprile 1945.

L'elenco dei partigiani detenuti nelle Carceri di Modena é ancora molte; lungo.

Se questa Assemblea lo desiderasse io sarei disposto a continuare la lettura di questi elenchi, e non solo dei partigiani autentici che si trovano nelle carceri di Modena, ma anche dei partigiani che sono detenuti nel Vercellese, nel Biellese, nelle provincie di Bologna, Ravenna, Ferrara, Mantova, Lucca, Reggio Emilia, Firenze, Arezzo ed in altre località.

Onorevoli colleghi noi sappiamo molto bene che nelle carceri vi sono anche altri detenuti, dei detenuti per reati comuni. Vi sono pure degli ex partigiani che hanno macchiato il loro onore di partigiani, ma questi non sono compresi nei nostri elenchi. Noi non veniamo a difendere degli indegni. Ma non vogliamo permettere neppure a voi di mescolare gli innocenti con i colpevoli, i partigiani con i detenuti comuni, perché la più grande offesa che si possa fare alla Resistenza, il più perfido dei sistemi diffamatori è proprio quello di mettere in un solo sacco dei partigiani valorosi e onesti con degli ex partigiani che si sono macchiati di colpe. Ma siete voi a impiegare questo sistema quando invece di informarvi sulla personalità dei partigiani detenuti e sulla natura dei reati di cui sono imputati, vi ritenete soddisfatti quando vi siete informati sulla capienza delle carceri di Modena e quando mettete nello stesso sacco i partigiani che sono detenuti per atti di guerra con i truffatori e i ladri. Siete voi che permettete e stimolate la diffamazione dei partigiani della Resistenza quando ordinate e lasciate fare arresti in massa, quando, con il pretesto di colpire o ricercare un colpevole, arrestate diecine di innocenti.

L'onorevole Scelba ha contestato il numero dei partigiani attualmente detenuti nelle Carceri di Modena, prima dando alcuni dati sulla capienza delle carceri e poi con un comunicato apparso ieri con grande evidenza sul giornale del Presidente del Consiglio.

Un comunicato ignobile

Orbene, onorevoli senatori, non si può immaginare qualche cosa di più ignobile di questo comunicato: esso é un tipico esempio del modo come si diffama la Resistenza. Nel comunicato si dice: «Nelle carceri giudiziarie di Modena e di Saliceto si trovano ristretti 303 detenuti di cui 122 per omicidio e 181 per reati vari, come violenza carnale, furto, rapina, fallimento, atti di libidine, falso, ecc».

Per imbrogliare le carte si è voluto appositamente mescolare, confondere i partigiani con i detenuti per reati comuni. Ma se l'onorevole Scelba pensava che l'ANPI avesse gonfiato le cifre, se voleva precisare quelle cifre, correttezza e onestà richiedevano che il Ministro contestasse quei dati senza offendere la Resistenza. Ed avrebbe potuto farlo comunicando semplicemente quanti sono i partigiani detenuti nella provincia di Modena per fatti connessi alla lotta di liberazione e per azioni avvenute prima del 31 luglio 1945.

Non c'era proprio alcun bisogno di fare l'elenco dei detenuti per violenza carnale, furto, rapina, fallimento, atti di libidine e falso. Tutto questo non ci interessa e non ci riguarda, ed é stato messo lì in quel comunicato sui partigiani al solo scopo di buttare un'altra manata di fango sulla Resistenza. Questo comunicato non solo non smentisce niente, ma conferma che molti partigiani si trovano detenuti nel carcere di Modena perché esso dice: «Nelle cifre suindicate sono compresi anche arrestati per fatti avvenuti dopo il 31 luglio 1945».

Badate bene, onorevoli senatori, sono compresi anche arrestati per fatti avvenuti dopo il 31 luglio 1945, il che vuoi dire che i più sono detenuti per fatti avvenuti prima del 31 luglio 1945, per fatti cioè che comunque sono amnistiati. Insomma, quel comunicato si limita a dire che l'A. N. P. I. ha esagerato le cifre; ma il Ministro dell'Interno non sa o non ha voluto dirci quanti sono i partigiani detenuti nelle Carceri della provincia di Modena e nelle altre provincie di Italia. Sarebbe stato secondo me meno grave se anziché cercare di negare o sminuire il numero dei partigiani detenuti nella provincia di Modena e nelle altre provincie italiane per fatti connessi alla lotta di liberazione, il Ministro avesse saputo dirci quanti sono e avesse avuto il coraggio di assumersi la responsabilità. Invece, confessando di ignorare o fingendo di ignorare il numero dei partigiani attualmente detenuti il Ministro dell'Interno viene a dimostrare che egli non si preoccupa minimamente di salvaguardare la libertà dei cittadini, di difendere il buon nome dei partigiani, viene a dimostrare che egli ha lasciato carta bianca alle autorità locali, a certi questori ex repubblichini, a certi ex funzionari dell'O.V.R.A., ai marescialli Cau, perché é nelle mani di costoro che oggi é abbandonata la salvaguardia delle leggi o meglio é all'arbitrio di costoro che sono abbandonati i partigiani.

Chi sono gli inquisitori dei partigiani?

Si, é veramente incredibile a dirsi, onorevoli senatori, ma oggi in molti casi sono i fascisti, e i fascisti repubblichini, sono cioè i peggiori nemici dei partigiani gli incaricati di arrestare, inquisire e giudicare i partigiani. Lungi da me, lungi da noi l'intenzione di accusare l'intero Corpo di polizia, o di accusare tutti i facenti parte della Celere, e l'intero Corpo di carabinieri di essere degli antidemocratici di essere dei fascisti. Sappiamo molto bene che nella loro maggioranza gli agenti di polizia e i carabinieri provengono dal popolo, sono uomini del popolo, quasi sempre mal pagati, chiamati ad una funzione altamente responsabile e rischiosa, quale quella di difendere le libertà democratiche, le libertà dei cittadini e di fare rispettare le leggi della Repubblica.

Ma spesso questi uomini sono obbligati ad assolvere dei compiti che non contribuiscono certo ad elevare, nell'anima degli italiani, il rispetto e l'ammirazione per la polizia. Sono uomini sì, che provengono dal popolo gli agenti i carabinieri e molti funzionari di polizia. Tra di loro vi sono senza dubbio dei democratici sinceri, ma come vengono reclutati, e soprattutto come vengono educati? e poi come vengono impiegati? Nelle caserme e nelle scuole di polizia gli agenti vengono educati ad odiare i lavoratori, a considerare i comunisti. i socialisti, i partigiani come i «sovversivi», come i nemici della Patria e della Società, proprio come erano considerati all'epoca del fascismo.

Voglio citare solo qualche esempio tra i tanti. Nella «Rivista di polizia» fascicolo gennaio-febbraio, un questore scrive:
«Durante uno sciopero é naturale che gli industriali continuino a far funzionare i loro impianti; la gente dice che sono dei benemeriti, gli scioperanti li chiamano crumiri e si danno da fare per disturbarli, la polizia allora deve intervenire e dare il fatto loro ai violenti».

Ecco come scrivono i dirigenti della polizia sulle riviste che devono servire alla educazione degli agenti!
Prendo un altro fascicolo marzo-aprile di quest'anno, possiamo leggervi uno scritto di un questore che si lamenta perché mancano delle disposizioni di legge che «dichiarino finalmente il carattere insurrezionale dello sciopero a sfondo politico».

Per cui secondo questo emerito tutore dell'ordine, in una repubblica democratica ogni sciopero politico di protesta, per l'assassinio di un bracciante, o per l'arbitrario scioglimento di una amministrazione comunale o anche solo per il licenziamento di un membro di una commissione interna o per qualsiasi questione che interessa vivamente i lavoratori, dovrebbe essere considerato alla stregua di un movimento insurrezionale!!!

Ed é così, grazie a questa educazione, tipicamente fascista, che si hanno poi, in occasione degli scioperi, frequenti e violenti scontri tra lavoratori e agenti di polizia con vittime e dolorose conseguenze dalle due parti. Questo perché gli agenti di polizia vengono educati a considerare i lavoratori e gli scioperanti come malfattori, come provocatori di disordini, Non si insegna agli agenti di polizia
ai carabinieri che lo sciopero é un diritto dei lavoratori sancito dalla Costituzione e che questo diritto va rispettato difeso come tutti gli altri diritti dei cittadini.

Gli ex dirigenti dell'O.V.R.A.

Ma chi sono i dirigenti delle forze di polizia? Innanzi tutto é risaputo che i 5.500 partigiani circa che erano stati immessi nelle forze di polizia sono stati ad uno ad uno, quasi tutti eliminati, perché ha detto l'on. Scelba, in altra occasione, erano dei settari, incapaci di assolvere con imparzialità al loro dovere. Ma chi sono gli uomini imparziali, gli uomini non settari, adatti a far rispettare le libertà democratiche e le leggi della Repubblica che l'onorevole Scelba ha riassunto in servizio al posto dei partigiani? Sono gli ex dirigenti dell'Ovra, gli ex fascisti repubblichini, molti gerarchi della milizia fascista. Vi potrei leggere qui i loro nomi o almeno quelli di una parte di costoro; potrei dirvi quale era la posizione di questi funzionari all'epoca del fascismo e quale la loro posizione oggi nei ruoli del dipartimento di polizia, anche se spesso la loro vera funzione é opportunamente coperta da incarichi generici. Si cerca cioè di farli passare come elementi che hanno incarichi assai meno delicati di quelli che veramente ed effettivamente svolgono.

Potrei leggervi questi nomi, ma lo ritengo inutile perché l'onorevole Scelba li conosce ad uno ad uno e credo che non sia il solo a conoscerli in quest'Aula. Ho già detto prima che nella polizia vi sono anche molti elementi sinceramente democratici, però notevole é il numero degli ex appartenenti alla polizia fascista, ex repubblichini, ex capi dell'Ovra. Vi sono cioè molte di quelle degnissime persone che per venti anni hanno fedelmente servito il regime di Mussolini, vi sono tra di loro i responsabili e gli organizzatori di innumerevoli delitti orditi e consumati durante il ventennio fascista, responsabili di sevizie e violenze di ogni genere consumate nel corso di venti anni nelle camere di sicurezza.

Non si vorrà dire che vi era allora un unico responsabile, il giustiziato di piazza Loreto, e che costoro erano dei candidi agnellini! Senza dubbio Mussolini era il responsabile numero uno; ma certi capi dell'Ovra, certi ufficiali della milizia fascista sono pure responsabili del lento assassinio di Antonio Gramsci, dell'assassinio dei fratelli Rosselli, di Gastone Sozzi, di Antonio Sanvito, di Iside Viana e di tanti altri morti nelle carceri italiane prima del 25 luglio, morti in seguito alle torture e alle sevizie cui furono sottoposti.

Non fu Mussolini personalmente ad andare nel febbraio 1928 nelle carceri di Perugia a torturare Gastone Sozzi, ad iniettargli nelle carni vive la tintura di iodio, ad ammazzarlo; non fu personalmente Mussolini ad andare nelle Carceri di Genova a schiacciare il cranio a Giuseppe Riva in una morsa di ferro. Il regime di Mussolini con la sua politica ordinava e autorizzava questi delitti, ma materialmente questi delitti sono stati consumati da certi dirigenti dell'Ovra, della milizia fascista e dai loro subordinati. Ebbene, molti di questi uomini sono stati oggi non solo riassunti in servizio, ma adibiti a funzioni dirigenti e responsabili nel dipartimento di polizia anche se, ripeto, in certi casi con delle opportune coperture.

Questi uomini che per oltre venti anni hanno servito il regime della tirannia nelle funzioni più sporche e criminali, questi uomini che per oltre venti anni hanno lottato contro la libertà e la democrazia, questi uomini che hanno odiato gli antifascisti, che sono stati educati ai sentimenti più antidemocratici, sarebbero per il Ministro dell'Interno, per l'attuale governo gli uomini imparziali, competenti, i più adatti a tutelare la Costituzione repubblicana ed a far rispettare i diritti dei cittadini e le libertà democratiche!

Costoro sono incapaci e indegni per mentalità, per educazione, sono incapaci moralmente e direi fisicamente di essere dei tutori e dei difensori delle libertà democratiche e della Costituzione repubblicana! E tanto meno sono capaci di lottare e di vigilare contro la rinascita del fascismo. Dico di più, li avete riassunti in servizio e messi a posti di responsabilità proprio perché erano fascisti, proprio perché avevano la competenza e le capacità tecniche per lottare contro i lavoratori, proprio perché hanno la competenza e le capacità tecniche per violare le norme costituzionali, per violare la legge senza lasciare prove, per commettere ogni sorta di arbitri e di violenze senza lasciare tracce. Costoro avevano una grande competenza dei metodi fascisti che certamente i partigiani entrati nella polizia non avevano, e sono costoro che oggi sono chiamati ad arrestare, ad inquisire, a giudicare i partigiani.

La più bassa delle infamie

No! costoro non debbono e non possono giudicare i partigiani, i lavoratori, gli antifascisti. Ne sono indegni. Qualunque possa essere il delitto di cui un partigiano é accusato, costoro non lo possono toccare, non gli possono mettere le mani addosso, poiché essi sono dei colpevoli mentre i partigiani non lo sono.

L'articolo 27 della Costituzione stabilisce che «l'imputato non é considerato colpevole fino alla condanna definitiva». Ebbene, nel momento in cui il partigiano viene arrestato e messo in istato di accusa per fatti che risalgono al periodo della guerra di liberazione, o fino al 31 luglio 1945, il partigiano é innocente, é un libero cittadino, é un valoroso che ha dato il sangue per la libertà e l'indipendenza del Paese, mentre certi individui che oggi vanno ad arrestare, ad interrogare ed a giudicare i partigiani erano dalla parte dei traditori fascisti ed hanno lottato per tanti anni contro la libertà. Molti di essi sono stati al servizio dei boia nazisti.

No, i dirigenti dell'Ovra, gli ex gerarchi della milizia fascista, coloro che hanno servito i tedeschi e la repubblica di Salò non possono essere impiegati ad arrestare, ad inquisire a giudicare gli antifascisti e i partigiani.

Ma non vi accorgete che é la più bassa delle infamie, è la più rivoltante delle ingiustizie, é l'insulto più atroce che potesse essere fatto a tutti coloro che hanno combattuto e sofferto, a tutti coloro che sono morti per la libertà, quella di fare oggi arrestare e giudicare i partigiani e gli antifascisti proprio dai fascisti di ieri, proprio da coloro che hanno tradito la Patria e che oggi sono salvi grazie alla generosità del popolo italiano, degli antifascisti e dei sinceri democratici?

Sono già state denunciate qui ieri l'altro dall'amico Lussu le gesta vergognose del commissario di polizia ex fascista repubblichino Pirrone a Carbonia; altre ne sono state citate da Firenze, da Bologna, da Modena e da Torino; altri casi sono stati citati qui stamane dal mio amico senatore Bardini.

Polizia di partito

L'on. Scelba nell'altro ramo del Parlamento, in occasione della discussione sul bilancio, ha detto: «Io respingo nettamente l'accusa che la polizia sia diventata una polizia di partito».

In questa sua affermazione l'onorevole Scelba viene smentito, una volta tanto, anche dagli stessi funzionari della polizia. Ecco cosa scrive la «Rivista di polizia», fascicolo dell'aprile di questo anno, in un articolo che ha per titolo: «Per l'indipendenza della polizia». Scrive un funzionario: «In Italia la polizia non é mai stata libera. Non é stata libera durante il regime fascista dato il carattere autoritario di questo, avendo essa il compito prevalente, spesso ingrato, di mantenere in vita quel regime. Non é stata libera dopo la caduta del fascismo perché, dopo aver subito le vendette, le persecuzioni, le recriminazioni di tutti coloro che il fascismo avevano avversato, si vide avvolta in un alone sempre più denso e soffocante di diffidenza e di sospetto». Venendo poi a parlare della situazione di oggi, questo funzionario dice: «L'asservimento è ancora dannosissimo, perché ottunde ed annulla il senso della responsabilità e, con questo, lo spirito di iniziativa e di autocritica, il coraggio nella determinazione, la decisione nella esecuzione. Ma la conseguenza peggiore e senza dubbio più deleteria dell'asservimento della polizia al potere politico, é certamente la carenza e l'assenza di ogni forma di assistenza e di tutela dei pubblici e privati diritti ed interessi. Stando così le cose, quando all'un partito succede un altro di opposta tendenza (mi sembra che questo funzionario cominci a preoccuparsi) succede che il primo pensiero dei nuovi capi é quello di circondarsi di uomini fidati e provati, anche se incompetenti e specialmente di mettere nei posti di comando della polizia persone lige, rimovendo quelle che c'erano prima». Ed infine questo funzionario, conclude: «Ora noi vogliamo che tutto ciò abbia fine. Per noi e per la società che é nostro dovere tutelare e proteggere. Riteniamo quindi indispensabile ed urgente assicurare alla funzione di polizia l'indipendenza necessaria perché essa possa funzionare. ecc. ecc.».

La polizia, dunque, per autorevole confessione di alti funzionari che ne fanno parte, non solo non é mai stata indipendente. ma non lo é nemmeno oggi. E' al servizio di un partito. D'altra parte basta vedere come e per quali obiettivi viene impiegata per convincersene. La polizia viene sempre impiegata per difendere gli interessi e le cosiddette libertà dei grandi capitalisti e dei grandi agrari. Viene sempre impiegata quando si tratta di garantire la cosiddetta libertà di lavoro e cioè la libertà di crumiraggio. Non conosco un solo caso in cui la Polizia sia stata impiegata per garantire la libertà di sciopero. La Costituzione stabilisce il diritto di sciopero ma non prevede il diritto di crumiraggio e neppure il diritto di serrata.

Orbene in questo anno centinaia e centinaia sono stati i braccianti, gli operai, i lavoratori arrestati, bastonati, condannati per avere violato la cosiddetta libertà di lavoro. In questo momento non voglio discutere sull'arbitrarietà di questi arresti, voglio anzi ammettere che in qualche caso la legge, sia pur dura, sia stata applicata alla lettera. Ma può citare il Ministro on. Scelba un solo caso di un grande industriale, di un grosso agrario, che sia stato denunziato per infrazione al diritto di non lavoro? Quanti sono stati i grandi industriali e i grossi agrari arrestati e condannati per avere violato le libertà personali dei lavoratori, per aver chiuso gli stabilimenti, per avere provocato scioperi, per avere organizzato associazioni di crumiri, per avere tentato di impedire e annullare il diritto di sciopero, per avere organizzato delle bande armate contro gli scioperanti? Lei, signor Ministro, non ci può citare uno solo di questi casi. Orbene non é possibile che mentre nel corso di un anno si sono arrestati a migliaia gli operai, i contadini, i braccianti per violazioni della legge, non é possibile che tutti gli agrari, tutti gli industriali, tutti i datori di lavoro e i loro agenti abbiano sempre osservato scrupolosamente la legge. No, questo non é possibile, nessuno può crederci, nessuno ci crede.

La spiegazione c'é, ed é molto semplice. Il Ministro dell'Interno si preoccupa soltanto di difendere gli interessi dei grandi capitalisti e non si preoccupa affatto di fare rispettare i diritti dei lavoratori. Se si pesta un callo ad un grosso agrario allora tutta la Celere accorre, ma per difendere i diritti dei lavoratori non c'é nessuna Celere, nessuna Polizia, non c'é nessuna Costituzione, perché anche la Costituzione diventa un pezzo di carta straccia quando si tratta di difendere i lavoratori.

Ma vi sono altri elementi, altre prove che stanno a testimoniare che l'attuale Governo ha trasformato la Polizia in una Polizia di classe e di partito o meglio vi sono altre prove che la Polizia continua ad essere, come era nel passato, uno strumento della classe dominante, vi sono altre prove che ne avete fatto lo strumento non di difesa della democrazia ma degli interessi di casta e della parte più reazionaria della società italiana. Non solo molti capi della polizia sono ex fascisti repubblichini, ex dirigenti dell' OVRA, non solo la Polizia viene impiegata esclusivamente in difesa di certi gruppi di cittadini. Non solo, i mezzi che essa impiega sono spesso simili a quelli fascisti, ma v'é qualcosa di più che imprime ad essa un netto carattere di parte.

Il Casellario politico centrale

Non é una Polizia di partito, ha detto l'onorevole Scelba. Ed allora come si spiega la ricostituzione degli schedari per i politici nei quali sono diligentemente incasellati gli uomini che più hanno combattuto per la libertà del nostro Paese? Non soltanto sono stati rimessi in funzione i casellari per i politici presso le questure, ma è stato ricostituito il cosiddetto C.P.C. (casellario politico centrale) presso il Ministero dell'interno, divisione della Pubblica Sicurezza. Quali sono i dati che sono iscritti nei formulario di ogni schedato? Ecco il modulo: in questo formulario si chiede il nome, cognome, paternità, data e luogo di nascita, coniuge, figli, connotati, contrassegni, caratteri funzionari ecc. (Esempio: violento, pericoloso, intelligente), professione, documenti, onorificenze, informazioni sui componenti della famiglia, procedimenti penali, provvedimenti amministrativi, dettagliata situazione economica, tenore di vita, ecc. ecc.; precisare se svolge attività politica o se sia sospetto di svolgerla, se tiene conferenze; residenza ed attività economica, attività politica precedente». Vi sono poi indicati quattro tipi di vigilanza e il tipo di vigilanza per il quale viene proposto: continua vigilanza, attenta vigilanza, normale vigilanza, discreta vigilanza. La discreta vigilanza può anche essere, si dice, non molesta o riservata.

Onorevoli colleghi,
nell'elenco delle persone che dovrebbero essere iscritte al Casellario Politico Centrale, in questi questionari che vengono inviati alle questure, sono indicate, é vero, prevalentemente delle voci che riguardano ex fascisti, individui condannati o colpiti per collaborazionismo, sospetti di voler ripristinare il regime fascista anche sotto altri nomi. Però questa non é che la trasparente copertura. In realtà tra le tante voci che riguardano i fascisti, ce ne sono due o tre che danno la possibilità di schedare e di mettere sotto vigilanza - senza che nel formulario siano nominati: i comunisti, i socialisti, i partigiani, i più noti ed attivi antifascisti. Queste voci sono: «violenti politici capaci di atti di terrorismo». (Sarebbe curioso vedere chi deve giudicare della capacità di quel tale elemento politico a fare atti di terrorismo). Poiché molti comandanti e partigiani del Corpo Volontari della Libertà hanno dimostrato notevoli capacita di organizzare eroiche azioni gappiste e attacchi di guerriglia contro formazioni tedesche e repubblichine, sotto la voce violenti politici capaci di atti di terrorismo vengono schedati i più noti partigiani. Poi vi é la voce: «condannati per vilipendio alla nazione». Orbene, é risaputo che il fascismo si é sempre autoidentificato con la nazione, e molti sono stati gli antifascisti, nel corso del ventennio condannati per vilipendio alla nazione. Così sotto questa voce è possibile incasellare molti socialisti e molti comunisti. Ma poi vi è una voce ancora più generica: «agitatori» sotto la quale chiunque può essere compreso. In realtà questi schedari vengono riempiti solo con nomi di partigiani, di comunisti e di socialisti. Non ci risulta che siano stati segnalati degli «agitatori» o dei «violenti politici» democristiani, all'infuori di qualcuno che é stato partigiano e che non sappiamo se é stato segnalato per errore o per troppo zelo di qualche funzionario di questura.

Ma che cosa si dice in queste schede del casellario politico centrale? Ve ne voglio leggere solo qualcuna. E' indirizzata al Ministero dell'Interno; data, numero del protocollo. ecc. ecc., ed ecco il testo: «Tal dei Tali, direttore dell'Ufficio Stampa e Propaganda della Federazione del Partito Comunista di X... membro del comitato esecutivo provinciale; fanatico comunista (la terminologia é la stessa come vedete che c'era alcuni anni fa), svolge intensa attività; elemento intelligente e pericoloso, ha ascendente sulle masse e riscuote molta fiducia nell'ambiente del Partito Comunista, anche per la sua cultura; ha frequentato una scuola di partito a Milano. Il Tal dei Tali é stato denunciato il... per diffamazione. il giorno...,prosciolto per remissione di querela é stato trasferito il giorno... nella provincia di... con mansioni ancora da accertare. La questura e i carabinieri di.. hanno disposto la vigilanza a richiesta della questura di...

Un altro: «Studente universitario di carattere violento, politicamente pericoloso, capace di sovvertire gli ordinamenti dello Stato... (ilarità da sinistra) - questa è una tipica formulazione di una volta - ...buon organizzatore, scaltro, intelligente, autorevole, ambizioso, fanatico, capace di arringare le masse e procurare disordini pur di raggiungere i propri obiettivi, molto considerato negli ambienti socialcomunisti». Seguono lo stato della famiglia di questo individuo, i precedenti. ecc. le condanne che ha avuto e poi é detto: «comunista anticlericale, opportunista, é stipendiato dal Partito Comunista Italiano con L. 30.000 mensili».

Un altro: «La persona in oggetto indicata é uno studente universitario già impiegato e successivamente nominato responsabile della Camera del Lavoro di... Nel 1943 partecipò ad azioni partigiane, si iscrisse al Partito Comunista. Individuo di indiscussa intelligenza. Quando si trova in presenza di un numero rilevante di persone diviene violento e pericoloso per l'ordine pubblico e per gli attuali ordinamenti dello Stato (ilarità da sinistra). Attualmente trovasi a Roma, presso la Villa Crimajer (cioè quella località che noi comunemente chiamiamo «Le Frattocchie») e frequenta un corso di cultura comunista».

Ed un altro ancora: «Il Tal dei Tali, figlio di un direttore di banca, famiglia benestante borghese, considerato in città anche fra i ceti alti. Prima di essere comunista era iscritto come uomo di punta del Partito d'Azione. E' stato partigiano - coraggioso - si dice che l'attentato al comandante delle SS tedesche il... 1944 sia stato diretto personalmente da lui. Attualmente iscritto al P.C.I. e collaboratore di giornali comunisti. Si dispone attenta vigilanza sulla sua reale attività».

E così via. Io credo di poter rinunciare a leggerne degli altri (ilarità da sinistra).

Orbene, come si conciliano questi schedari, queste segnalazioni, queste disposizioni (in parecchi di questi schedari alla fine c'é la disposizione della vigilanza discreta) di vigilanza, di controllo e comunque di limitazione delle libertà personali con gli articoli 13, 15, 16 e 21 della Costituzione? Come si conciliano queste segnalazioni, queste disposizioni di vigilanza e di controllo con l'immunità dei parlamentari e con il prestigio stesso dei deputati e senatori, sottoposti a vigilanza e a giudizio da parte del maresciallo dei carabinieri o sia pure di un commissario capo di polizia? Non é forse questa una delle prove che la polizia é una polizia di partito, é uno strumento per la politica reazionaria del regime? Non fa parte forse anche questo dell'immonda campagna di diffamazione dei partigiani? Perché a parole tutti sono capaci di esaltare la Resistenza, «i partigiani», «l'eroismo patriottico»; in realtà partigiani valorosi decorati di medaglie d'oro e d'argento si trovano iscritti in questo Casellario Politico Centrale come elementi pericolosi da vigilare e il giudizio che se ne dà in molti casi non é diverso da quello che davano a suo tempo le SS tedesche. E non può essere diverso perché coloro che danno questi giudizi sono in molti casi ex fascisti repubblichini, ex ufficiali della milizia, ecc.

Che cosa chiediamo?

Mi avvio alla conclusione.
Che cosa chiediamo noi? Chiediamo forse l'immunità o l'impunità per chi é stato partigiano? A nessuno potrebbe venire in mente una richiesta così assurda. Per quanto meritevole possa essere un cittadino davanti alla Patria, per quanto possa avere lottato e sofferto per la libertà del suo Paese, sia esso ex partigiano, ex combattente, decorato o no, se viola la legge ne deve subire i rigori.

Non siamo qui a difendere chi ha mancato, chi non era degno di vestire la divisa partigiana, chiediamo una cosa sola sulla quale tutti coloro che sono stati soldati o comandanti di formazioni partigiane, tutti coloro che hanno partecipato alla lotta per la liberazione, che hanno comunque lottato e sofferto per liberare l'Italia dal fascismo e dai tedeschi dovrebbero essere d'accordo.

Chiediamo che non sia più oltre permesso di poter impunemente diffamare anche sulla stampa (per essere breve non ho voluto citare una quantità di questi fogli da spazzatura che ogni giorno vilipendono i partigiani), perseguitare, arrestare i partigiani per azioni di guerra compiute prima dell'aprile 1945 e nei primi mesi della liberazione fino al 31 luglio, come prescrive la legge. Noi chiediamo che non sia più oltre permesso a nessuno di infangare la pagina più bella della storia del nostro Paese; chiediamo che la legge sia rispettata ed innanzi tutto da coloro che hanno il dovere e la funzione di fare rispettare le leggi.

Chiediamo che la si finisca con l'arrestare i partigiani per pretesi delitti avvenuti nel corso della guerra di liberazione; chiediamo che venga applicato nella lettera e nello spirito il decreto luogotenenziale del 12 aprile 1945 che tra l'altro dice: «sono considerate azioni di guerra e pertanto non punibili a termini delle leggi comuni gli atti di sabotaggio, le requisizioni ed ogni altra azione compiuta dai patrioti per la necessità di lotta contro i tedeschi ed i fascisti nel periodo di occupazione nemica»; chiediamo che si ponga termine a questa vergogna alla quale da due anni assistiamo, quella cioè di mettere sotto processo partigiani per azioni di guerra, per operazioni compiute per necessità di lotta contro i tedeschi e i fascisti.

Lo sappiamo che senza dubbio talune azioni furono dettate solo dalla dura necessità di guerra, da necessità contingenti, ma quali azioni di guerra, onorevoli colleghi, quali azioni di guerra, di qualsiasi guerra potrebbero essere giudicate obiettivamente a distanza di 5 o 6 anni da quando sono avvenute? Non si deve dimenticare che le azioni partigiane hanno avuto luogo quando il nostro Paese era messo a ferro ed a fuoco, quando interi villaggi erano dati alle fiamme, le loro popolazioni trucidate, due mila persone in un solo villaggio a Marzabotto assassinate, i partigiani seviziati e squartati vivi.

L'altro giorno l'onorevole Gasparotto parlando sul bilancio della difesa ha rievocato qui quali orrendi delitti, quali delitti di massa contro popolazioni inermi di interi villaggi furono consumati dai tedeschi e dai fascisti. Quando si giudicano i partigiani queste cose non bisogna dimenticarle, occorre riportarsi a quel clima, rievocato ieri l'altro qui dall'onorevole Gasparotto, occorre riportarsi a quei giorni di lotta decisiva per liberare il nostro Paese.

Giuraste di tornare...

Il collega senatore Cadorna il 6 maggio del 1945 a Milano nel suo discorso di commiato ai partigiani ebbe a pronunciare queste parole: «sopraffatti dalla sproporzione del numero foste talora costretti ad abbandonare con le lacrime agli occhi e l'ira nel cuore le valorose popolazioni che vi avevano fraternamente aiutati. Costretti a cercare riparo nel terreno insidioso, sentiste alle vostre spalle l'urlo delle vittime nei poveri villaggi dati preda alle fiamme. Giuraste di tornare e di vendicare le vittime innocenti. Giunsero così i giorni della Liberazione e della gloria. Man mano che il successo si apriva agli eserciti alleati, si accendeva la battaglia nelle retrovie del nemico... L'esercito partigiano sorgeva dall'ombra e si collegava con le popolazioni insorte affrontando il nemico al grido: arrendersi o perire. Il tempo eroico é ora trascorso. L'esercito partigiano si riunisce oggi per la sua grande celebrazione che prelude al suo scioglimento. Ma se le formazioni si sciolgono, lo spirito partigiano non muore, esso guiderà la Patria verso i suoi nuovi destini».

Giuraste di tornare e di vendicare le vittime innocenti! Generale Cadorna, quanti, di quei partigiani tornati al suo appello in quei villaggi che erano stati dati alle fiamme, quanti dei partigiani tornati a vendicare, sono le sue parole, le vittime innocenti attendono che lei assieme a tutti gli esponenti della Resistenza insieme ai comandanti partigiani, assieme a coloro che furono alla testa dei comitati di liberazione si levi a chiedere giustizia!

Mai nella storia d'Italia si é assistito ad un procedimento così scandaloso che a distanza di cinque anni da una guerra di popolo si mettono sotto processo coloro che hanno combattuto per la libertà contro l'invasore e contro i traditori, su denuncia delle famiglie delle spie, dei fascisti repubblichini, su denuncia di coloro che stavano dalla parte del nemico e che nella migliore delle ipotesi non possono che essere mossi da spirito di vendetta.

Un procedimento simile sarebbe stato assurdo anche se adottato nel corso della guerra di Liberazione o subito dopo quando i Comitati di Liberazione Nazionale e il comando del Corpo Volontari della libertà erano ancora in funzione; perché questi organismi e solo questi organismi sarebbero stati in grado di giudicare coloro che si erano macchiati di colpe nel corso della guerra. Ma procedere oggi a distanza di 4-5 anni all'arresto di centinaia e centinaia di partigiani, dare corso oggi alle denuncie delle famiglie dei fascisti repubblichini, delle spie e dei collaborazionisti, dei tedeschi, andar oggi a disseppellire le tombe, a sottoporre a violenza i partigiani per stabilire se questa o quest'altra esecuzione era stata eseguita con tutte le regole del codice militare di guerra oppure secondo talune indicazioni un po' sommarie del generale Trabucchi, tutto questo supera ogni limite di ragionevolezza.

Il procedimento adottato contro i partigiani dopo la «vittoria» democristiana del 18 aprile non può che essere giudicato come il tentativo di forze fasciste di fare la loro vendetta, come una delle manifestazioni più aperte della controffensiva antidemocratica ed antirepubblicana. Perché, onorevoli colleghi. in tutte le guerre, nelle guerre di tutti i tempi e di tutti i paesi, tra le moltitudini dei combattenti, dei valorosi e degli eroi, vi sono sempre stati anche dei soldati indegni, ma sempre si è visto che questi sono stati puniti nel corso della guerra stessa o subito dopo. Mai si è assistito ad uno sconcio come quello al quale abbiamo assistito in questi anni.

Non si é mai assistito in alcun paese a questo assurdo che a cinque anni dalla fine della guerra per tentare di scoprire dieci o venti delinquenti si proceda all'arresto ed all'inquisizione di migliaia e migliaia di valorosi combattenti. Al contrario, alla fine di ogni guerra, o pochi anni dopo, quasi a sanzionare la pace ed a suggellare il ritorno alla normalità si aprivano le porte delle carceri anche a quei disgraziati che nel corso di tragici avvenimenti, in circostanze particolari, avevano mancato, avevano violato la legge.

Per la distensione: giustizia ai partigiani

Invece da noi in Italia alla fine di una vera guerra di popolo, al termine di una guerra di liberazione abbiamo prima assistito all'esaltazione dei partigiani e dei patrioti, di coloro che questa guerra avevano combattuto, poi per realizzare la pacificazione nel Paese la Repubblica ha generosamente accordato al nemico di ieri, ai fascisti, larghe amnistie, ed adesso invece di porre la parola pace si ricomincia da capo.

Voi avete cominciato a mettere sotto processo i partigiani, a perseguitarli, a permettere e ad alimentare infami campagne di stampa contro la Resistenza e i suoi artefici. E chiamate questo pacificare il Paese? In un primo tempo si condannano i fascisti più responsabili e più criminali. Poi sono venute le amnistie ed era giusto, ripeto, accordarle se si voleva unire e pacificare il Paese. Ma in seguito avete ricollocato in posti delicati e di responsabilità degli ex dirigenti fascisti, degli ex gerarchi della milizia e questo era già sbagliato, ed ora siete arrivati a mettere sotto processo ed a perseguitare i partigiani! Ma fino a quando si vuole continuare questa tragica altalena?

Se non vi anima un senso di giustizia perlomeno l'interesse del Paese, la necessità di spezzare quella che qualcuno di voi ha chiamato la spirale della vendetta, vi dovrebbe spingere a porre fine ad una campagna di odiose persecuzioni che non possono non suscitare altro odio, altre vendette, che non possono non provocare lo sdegno di quanti devono vivere questo tempo della «liberazione tradita».

Nella relazione di maggioranza sul Bilancio dell'Interno presentata dalla prima commissione si ricorda che «bisogna rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale. che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e la effettiva partecipazione di tutti i lavoratori alla organizzazione politica, economica e sociale del Paese». E si aggiunge che: «Bisogna rendere sempre più intimi e sempre più stretti i legami tra lavoratori e lo Stato e togliere le cause dei maggiori squilibri sociali. In ciò sta il segreto per assicurare all'interno l'ordine e la pace, basati sul consenso e non ottenuti con la forza».

Non so se il senatore Merlin ha voluto dare dei consigli all'on. Scelba, comunque sono queste delle affermazioni che noi possiamo pienamente sottoscrivere. Ma la politica sin qui seguita dal governo e dal Ministro dell'Interno é nettamente in contrasto con quelle parole. Tra l'altro esse sono la confessione che il consenso sino ad oggi voi l'avete ottenuto solo con la forza. Che voi contiate solo sulla forza, lo dimostra anche la vostra svalutazione del Parlamento.

Per svalutare il Parlamento e per ridurne a zero la sua funzione, voi avete adottato da tempo una tattica che si potrebbe definire «l'ostruzionismo del silenzio». Voi dite all'opposizione: «parlate, parlate pure, dite quel che volete, tanto noi facciamo quello che vogliamo! Parlate pure, tanto quando avrete finito noi voteremo e faremo quello che ci piace!». Così voi dimostrate di non aver altra fede che nella forza. Non fatevi però soverchie illusioni su questa forza. Altri se le sono fatte e quelle illusioni furono causa per il nostro Paese di immense rovine.

Per conto nostro, illusioni non ce ne facciamo; sappiamo che la lotta per la libertà esige sacrifici e sofferenze; ma queste non ci fanno paura, non ci hanno mai fatto paura. Noi abbiamo una grande fede nel nostro popolo, nel nostro Paese e nell'avvenire del Socialismo.

Voi fate quello che volete: verrà un giorno in cui nessuna violenza, nessun arbitrio e nessuna forza potrà impedire che l'Italia sia rinnovata. Ne siamo certi.

Per quel giorno noi lavoriamo, per quel giorno lavorano tutti i partigiani della Pace!

(Vivissimi e prolungati applausi dalla sinistra. Si grida «Viva i partigiani d'Italia». I senatori della sinistra sono tutti in piedi e per alcuni minuti l'applauso continua a risuonare nell'aula).






Secchia

LE DONNE PARTIGIANE

Mentre la guerra di liberazione volge al suo epilogo vittorioso, la nostra cronaca sarebbe incompleta se tacessimo della funzione avuta da una brigata che non combatté eppure partecipò a tutti i combattimenti, fu presente sempre, ovunque operò senza rumorosi spari, ma la sua azione fu altrettanto efficace e necessaria che quella delle armi più perfezionate: si tratta delle partigiane infermiere, staffette, informatrici.
La Resistenza, per quanto grande potesse essere il coraggio degli uomini, non sarebbe stata possibile senza le donne; la loro funzione è stata meno appariscente, ma non meno essenziale. Né vi è alcun confronto possibile con la partecipazione delle donne alle lotte del risorgimento e alle guerre per l'indipendenza nazionale. Si trattò allora, fatta eccezione per le giornate insurrezionali cittadine e delle rivolte popolari, di poche elette, di fulgidi esempi ma non di fenomeno di massa. «Caratteristica fondamentale della resistenza femminile che fu uno degli elementi più vitali della guerra di liberazione è proprio questo suo carattere collettivo, quasi anonimo, questo suo avere per protagoniste non alcune creature eccezionali, ma vaste masse appartenenti ai più diversi strati della popolazione, questo suo nascere non dalla volontà di poche, ma dalla iniziativa spontanea di molte» (2).

I primi corrieri e informatori partigiani furono le donne. Inizialmente portavano assieme agli aiuti in viveri e indumenti le notizie da casa e le informazioni sui movimenti del nemico. Ben presto questo lavoro spontaneo venne organizzato, ed ogni distaccamento si creò le proprie staffette, che si specializzarono nel fare la spola tra i centri abitati e i comandi delle unità partigiane.
Le staffette costituirono un ingranaggio importante della complessa macchina dell'esercito partigiano. Senza i collegamenti assicurati dalle staffette le direttive sarebbero rimaste lettera morta, gli aiuti, gli ordini, le informazioni non sarebbero arrivati nelle diverse zone. Delicato e duro, quasi sempre pericoloso era il loro lavoro; anche quando non attraversavano le linee durante il combattimento, sotto il fuoco del nemico, dovevano con materiale pericoloso, talvolta ingombrante, salire per le scoscese pendici dei monti, attraversare torrenti, percorrere centinaia di chilometri in bicicletta o in camion, spesso a piedi, non di rado sotto la pioggia e l'infuriare del vento. Pigiata in un treno, serrata tra le assi sconnesse di un carro bestiame, la staffetta trascorreva lunghe ore, costretta sovente a passare la notte nelle stazioni o in aperta campagna sfidando i pericoli dei bombardamenti e del tedesco in agguato.
Spesso dovevano precedere i fascisti che salivano, per avvertire in tempo i nostri, e talvolta restavano coinvolte nel rastrellamento. Dopo i combattimenti non sempre i partigiani in ritirata potevano trascinarsi dietro i colpiti gravemente. Se c'era un ferito da nascondere rimaneva la staffetta a vegliarlo, a prestargli le cure necessarie, a cercargli il medico, a organizzare il suo ricovero in clinica.
Non di rado, dopo la battaglia, la staffetta restava sul posto nel paese occupato, per conoscere le mosse del nemico e far pervenire le informazioni ai comandi partigiani. Durante le marce di trasferimento erano all'avanguardia: quando l'unità partigiana arrivava in prossimità di un centro abitato, la staffetta per prima entrava in paese per sincerarsi se vi fossero forze nemiche e quante, se fosse possibile o meno alla colonna partigiana proseguire.
Durante le soste di pernottamento e di riposo le staffette andavano nell'abitato in cerca di viveri, di medicinali e di quant'altro occorreva. Infaticabili, sempre in moto notte e giorno per stabilire un collegamento, ricercare informazioni, portare un ordine, trasmettere una direttiva; spesso nella piccola busta che la staffetta nascondeva in seno vi era la salvezza, la vita o la morte di centinaia di uomini.

Numerose staffette caddero in combattimento o nell'adempimento delle loro pericolose missioni. Tra le altre: Giuseppina Canna a Premosello il 29 agosto del 1944, Erminia Casinghino a Varallo il 24 aprile del 1945, Ermelinda Cerruti a Feriolo di Baveno il 19 novembre 1944, Alda Genolle a Cavaglio d'Agogna il 4 aprile 1945, Rossana Re a Orio Mosso il 4 ottobre 1944, Cleonice Tommasetti a Fondotoce il 20 giugno 1944, Fiorina Gottico a Varallo Pombia il 26 aprile 1945, Veronica Ottone a Gravellona Toce il l° novembre 1944, Maria Mariotti il 16 maggio 1944 a Novara, Anna Rossetti il 22 febbraio 1945, Maria Luisa Minardi, Maria Ubezio.
Le formazioni valsesiane e dell'Ossola ebbero come principali collaboratrici e «staffette»: Teresa Mondini, addetta ai servizi di collegamento; le sorelle Dina, Lina e Tersilia Mambrini di Borgosesia; le sorelle Maria e Wanda Manfredi di Valduggia; le sorelle Wanda ed Emiliuccia Canna di Borgosesia; le sorelle Vitto, Jucci e Rosetta Caula di Varallo Sesia (infermiere ed anche combattenti); le sorelle Caterina, Angela e Maria Zanotti di Valduggia; la mamma di Angelo Zanotti e quella di Giacomino Barbaglia; Stellina Vecchio, del Comando generale delle brigate «Garibaldi»; la maestrina di Rimasco, Biancaneve di Boleto, la Mariuccia di Varallo Pombia, la Bianca di Montrigone, la Fina Rizzio e sua figlia Maria di Praveri, Maria Riolio di Lebbia, la Mariuccia di Cellio e Lilliana Fantini di Borgomanero, Maria Teresa di Maggiora, le figlie Rasario e la mamma Comoli di Raschetto, la Lina di Varallo Sesia e molte altre (2).
Particolarmente preziosa, inoltre, fu l'opera di Mariolina e Marcella Balconi, instancabili e coraggiose ispettrici sanitarie del Comando generale delle brigate Garibaldi.
Il comando garibaldino biellese si servì essenzialmente dell'opera di Lilliana Rossetti per il collegamento con il comando zona e col comando regionale; di Bianca Diodati, Vinca Berti, Anna Cinanni e Alba Ferrari per il collegamento con il Comando generale delle brigate «Garibaldi», che aveva sede a Milano; di Nella Zaninetti, Aurora Rossetti, Giovanna Vannucci, Teresina Comini, Rita Gallo, Nara Bertotti, Luisa Giacchini, Ughetta Bozzalla, Mercedes Falla, Bruna Giva, Maria Lastella, Eva Anselmetti, Bettina Zanotti, Ortensia Nicolò, Maddalena Curtis, Amata Casale, Silvia Berbero, Scintilla Robbioli, Maria Teresa Curnic, Alba Boschetto per i collegamenti con le diverse unità della V e della XII divisione, Lina Antonietti assicurava il collegamento con il CLN e le autorità cittadine. Va pure ricordata Caterina Negro, la vecchia «zia» dei partigiani, che malgrado la sua età avanzata non risparmiò energie per aiutare in ogni modo i patrioti che trovavano nella sua casa ospitale ristoro, collegamento e recapito. Alba Spina ed Ergenite Gili, tra le più attive e audaci, prestarono la loro opera prima nelle formazioni partigiane biellesi, e poi passarono a disposizione del comando militare regionale.
È impossibile citare e ricordare i nomi di tutte. Abbiamo avuto bisogno dell'aiuto di centinaia e centinaia di loro, della loro iniziativa, delle loro cure e del loro coraggio. Ai partigiani e ai combattenti sono state date delle medaglie, agli intriganti anche, alle donne della Resistenza poco o nulla. Ma coloro che le hanno conosciute porteranno sempre nei loro cuori il ricordo di ciò che sono state; alle staffette, alle infermiere, a tutte le donne partigiane va l'affetto imperituro dei garibaldini

Tratto da Secchia, Moscatelli, Il Monterosa è sceso a Milano, G. Einaudi Editore, Torino, 1958, pp.. 603-607

Note
1)      A. Marchesini Gobetti, Donne piemontesi nella lotta di liberazione, Torino.
2)      Chiediamo venia al gran numero di quelle pur valorose e meritevoli i cui nomi ci sono sfuggiti.





www.resistenze.org - cultura e memoria resistenti - antifascismo - 18-04-16 - n. 585

Pietro Secchia | La resistenza accusa, Mazzotta editore, 1976, pag. 246-275
Trascrizione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare


Secchia

Problemi e storia della Resistenza (*)



06/07/1954

A dieci anni di distanza dalla Resistenza, viva come non mai nel pensiero e nella vita del nostro popolo, è giusto chiederci a che punto si trova lo studio sulla Resistenza, sui suoi problemi e la elaborazione della sua storia.

Non si tratta soltanto di ricordare i nostri caduti e il loro testamento; quel che s'impone è di dare impulso allo studio della Resistenza, per eternare nella storia d'Italia quest'epica lotta del nostro popolo e per fare conoscere alle giovani generazioni una grande esperienza dalla quale molti insegnamenti possono e devono essere tratti per le lotte che oggi combattiamo e che devono essere portate al successo.

Studi e documenti sulla Resistenza

Oltre un migliaio di pubblicazioni sulla Resistenza e sulla guerra di Liberazione nazionale hanno visto la luce negli anni scorsi. Non è molto, ma neppure poco; non possiamo dire però di essere a buon punto negli studi sulla Resistenza e nella elaborazione della sua storia.

Le pubblicazioni uscite sinora sono per lo più delle monografie, dei diari, dei saggi prevalentemente a carattere personale, o delle cronache puramente descrittive, dei ricordi in cui spesso la documentazione fa difetto.

Esistono soltanto, sinora, due libri organici sulla Resistenza: Un popolo alla macchia di Luigi Longo e La storia della Resistenza italiana di Roberto Battaglia, che si sono proposti di interpretare i fatti nel loro concatenamento e nel loro sviluppo e di affrontare i problemi più generali di interpretazione storica della Resistenza.

Un popolo alla macchia di Luigi Longo è il primo documento notevole sulla Resistenza apparso poco dopo la fine della guerra di Liberazione nazionale. Il suo valore è politico e storico non soltanto perché offrì ed offre tuttora prezioso materiale agli studiosi, ma perché non si limita a narrare che cosa è accaduto e come è accaduto, come venne organizzata, diretta e sostenuta la Resistenza, ma mette in luce quali furono le forze e gli interessi contrastanti di lotta e soprattutto l'irrompere impetuoso delle masse popolari nella grande battaglia per la libertà e l'indipendenza del paese.

La storia della Resistenza italiana di Roberto Battaglia è la sola pubblicazione uscita sinora che per il suo carattere e la sua serietà possa degnamente fregiarsi del titolo di «storia», perché Roberto Battaglia non si è proposto soltanto di narrare, ma di interpretare i fatti, non ha messo sullo stesso piano ciò che muore e ciò che nasce, ma ha cercato di scoprire il fondo delle cose ed i veri quesiti storici, ha indicato i profondi contrasti e le lotte dei gruppi sociali e politici durante quel periodo della nostra vita nazionale che non è ristretto tra l'8 settembre 1943 ed il 25 aprile 1945.

Per comprendere la Resistenza è indispensabile collocarla nelle condizioni storiche che la fecero sorgere, è indispensabile cioè partire dal fascismo, da come questo è nato, come si è sviluppato, come ha potuto vincere nel nostro paese.

Se si prescinde da La storia della Resistenza italiana dell'amico R. Battaglia e da Un popolo alla macchia di L. Longo, vi sono sinora soltanto alcuni saggi parziali pubblicati in riviste od opuscoli dove la guerra partigiana sia affrontata e trattata dal punto di vista storico.

Non vogliamo sottovalutare con queste affermazioni l'importanza dei numerosi scritti, anche se di carattere puramente descrittivo e documentario, apparsi sinora. Al contrario dobbiamo constatare che anche da questo punto di vista molto dev'essere ancora fatto perché le memorie, i diari, le cronache, la documentazione sono la base, il punto di partenza per ogni ulteriore elaborazione storica.

Le pubblicazioni documentarie hanno a nostro avviso notevole valore anche se, come ha osservato il professor Piero Pieri, «nessun documento è stato mai steso allo scopo di raccontare la verità agli storici, ma bensì per produrre un certo risultato pratico».

Ma proprio per questo i documenti di allora hanno valore storico, perché chi in quel momento li scriveva non pensava certo a scrivere della storia, ma piuttosto a farla, pensava ad ottenere un risultato pratico nella lotta. Tant'è che il contenuto di determinate direttive e posizioni politiche sottoscritte allora da tutti i partiti del CLN non corrispondono più alle posizioni politiche che oggi determinati partiti e movimenti hanno assunto, al punto che essi non amano certe rievocazioni e documentazioni.

Siamo lungi dal sottovalutare gli scritti che hanno carattere di documentazione, tant'è che il compagno Longo ed io abbiamo ritenuto di fare cosa utile nel pubblicare in due volumi i principali articoli e documenti da noi scritti durante la guerra di Liberazione e relativi alla lotta partigiana ed ai problemi politici ed organizzativi che l'hanno caratterizzata.

Lo scopo nostro e stato appunto quello di portare un contributo agli studi della Resistenza con la documentazione delle posizioni assunte dal Partito Comunista Italiano e da altri partiti e della funzione decisiva avuta dalla classe operaia e dai lavoratori nel corso della guerra di Liberazione nazionale.

Gli amici Lussu, Battaglia, Fancello ed altri salutando queste nostre pubblicazioni hanno voluto cogliere il loro valore tra l'altro proprio nel fatto che «esse non utilizzano il senno di poi, ma offrono materiale autentico di articoli, documenti ed appelli pubblicati nel corso della lotta. Mettono, cioè, ognuno in grado di conoscere quali sono state le direttive impresse dal partito comunista all'azione dei suoi nuclei politici, sindacali e militari nella lotta decisiva contro l'invasore tedesco e contro il suo complice fascista ed a quali criteri esso si è ispirato nei suoi rapporti con gli altri raggruppamenti antifascisti, in vista della istituzione di un regime di libertà nel nostro paese».

Ma noi vorremmo che molti altri protagonisti e partecipi della grande lotta partigiana raccogliessero, ordinassero e pubblicassero i loro scritti, le loro esperienze, quelle delle formazioni militari o dei movimenti e partiti politici attorno ai quali combatterono.

La pubblicazione degli atti e dei documenti sulle lotte combattute e sulle posizioni politiche assunte dai diversi partiti, correnti politiche, formazioni partigiane in quegli anni e sul contributo effettivo dato dagli uni e dagli altri alla guerra di Liberazione nazionale ed alla sconfitta del fascismo, è indispensabile alla storiografia della Resistenza ed è nello stesso tempo un doveroso seppure modestissimo omaggio verso l'eroismo dei combattenti ed il sacrificio dei caduti.

Si tratta di un dovere e di un obbligo che trascende qualsiasi considerazione o inclinazione personale, poiché l'esigenza di fare conoscere ai giovani la storia della Resistenza, le azioni dei partigiani e dei patrioti è un dovere verso la nazione. È un compito ed un dovere che devono essere sentiti da tutte le organizzazioni democratiche.

Omissioni e deformazioni storiografiche

Dare impulso a questi studi è tanto più necessario in quanto già oggi sono in atto aperti tentativi di deformazione e di vera e propria falsificazione della storia della Resistenza, senza parlare dell'opera di denigrazione condotta dai nemici della libertà negli anni scorsi ed in modo particolarmente virulento in questi tempi dagli agenti di McCarty.

Vi sono anche coloro che deformano e falsificano la Resistenza - diciamo cosi - in buona fede.

Nel giudicare eventi passati ai quali si è partecipato è facile alle volte scambiare l'atteggiamento che si ha oggi di fronte ad essi o che si reputa sarebbe stato giusto assumere con quello che effettivamente si è assunto allora, quando quegli eventi non avevano ancora avuto il loro epilogo.

In molte narrazioni, esposizioni, cronache della Resistenza messe in circolazione, vi sono in notevole quantità giudizi e spiegazioni interessate, non troppo fedeli alla verità, e vere e proprie invenzioni fatte in buona fede e no, frutto del senno di poi e delle posizioni di parte dei loro autori.

Tra le diverse forme di falsificazione storica vi è anche quella dell'omissione. Vi è, ad esempio, chi narrando determinate azioni militari o episodi di guerra guerreggiata della Resistenza, il successo di determinate formazioni, non inventa, dice né più ne' meno quanto è accaduto, ma tace un piccolo particolare e cioè che mentre quella battaglia era in corso gli operai della città vicina o della provincia avevano proclamato lo sciopero generale, o i contadini delle campagne circostanti con grandi azioni di massa avevano paralizzato l'azione dei tedeschi e dei fascisti, limitato i loro movimenti, ritardato il loro spostamento.

Coloro che parlano e scrivono della guerra partigiana tacendo delle innumerevoli azioni di massa condotte dagli operai, dai contadini, dai lavoratori, falsificano per omissione la storia della Resistenza.

Ognuno di noi rievocando fatti, avvenimenti, eventi passati ai quali abbiamo partecipato non può fare a meno, malgrado lo sforzo per mantenersi obiettivo anche nel dettaglio, di giudicare le posizioni di ieri alla luce della esperienza di oggi, alla luce della critica e dell'autocritica e cioè del grado di coscienza cui siamo giunti.

Inoltre nei racconti, nei diari, nelle memorie a carattere personale si osserva alle volte spiccata la tendenza ad esagerare l'importanza decisiva, per lo sviluppo degli avvenimenti, di lotte e battaglie alle quali colui che racconta ha partecipato personalmente.

Non facile, ad esempio, da questo punto di vista è stabilire quale sia stato l'effettivo apporto militare di determinate formazioni partigiane che hanno sostenuto grandi battaglie od occupato per periodi più o meno lunghi intere zone. Eppure anche per questo tale studio è necessario, indispensabile, perché da esso apparirà come in certi casi il contributo decisivo al successo di determinate azioni o battaglie o alla conclusione vittoriosa di una lotta non spetti a questo o a quest'altro gruppo di unità partigiane (che si contendono il primato talvolta per motivi politici) ma sia stato dato dalla risultanza di azioni, combinate o no, di diverse unità partigiane e di azioni di massa che si sviluppavano contemporaneamente o quasi nella stessa località o regione.

Ma se molte deformazioni e inesattezze di giudizi avvengono più o meno in buona fede, sono purtroppo numerosi gli interessati a falsare volutamente e a deformare la realtà storica soltanto perché questa non è a loro favorevole.

Ad esempio, i gruppi dirigenti della grande borghesia e del capitale monopolista, i responsabili della politica del fascismo, coloro che hanno voluto l'asse Roma-Berlino, che hanno collaborato con l'invasore tedesco, tutti coloro che in un modo o nell'altro sono responsabili di avere portato a rovina il nostro paese non hanno alcun interesse a fare conoscere la vera storia della Resistenza in Italia, perché questa suona condanna per loro, suona condanna per le vecchie classi dominanti.

Vi sono anche di quelli che hanno avversato il fascismo e che pur hanno interesse ad ignorare o a deformare la storia della Resistenza. Si tratta di uomini o di movimenti che, pur avendo avversato il fascismo, non hanno portato un notevole contributo attivo alla lotta antifascista ed alla lotta per la libertà. Di qui il loro interesse a tutto accomunare, tutto confondere, a non fare distinzioni, a non vedere qual'è stato il contributo di questa classe, di questo ceto sociale, di questo partito o di quest'altro. Perché ogni distinzione, ogni specificazione farebbe inevitabilmente risaltare il contributo effettivo e diverso dato dagli uni nei confronti degli altri.

Ecco sorgere allora la leggenda, già largamente in circolazione, che la Resistenza fu un grande fenomeno spontaneo e che il movimento partigiano non venne organizzato da nessuno. La Resistenza - si dice- non appartiene a nessun partito. Tutti gli italiani furono per la Resistenza. Ognuno sentì - scrivono certuni - dal fondo dell'animo una voce, qualcuno la chiama la voce della patria, altri la voce della coscienza, altri la voce di Dio.Questa voce ognuno l'avrebbe sentita come per incanto l'8 settembre 1943.

Si tratta di una teoria che può fare comodo, ma che non risponde a verità. È verissimo che la Resistenza non appartiene a nessun partito, ma è altrettanto vero che non tutti i partiti vi contribuirono in egual misura. È verissimo che nella Resistenza, in ogni paese, tutti i ceti sociali furono presenti, ma non tutti in egual misura.

Non ribellione, non movimento legittimista, ma guerra patriottica

Intanto vi erano i fascisti che si trovavano dall'altra parte della barricata, che furono i nemici - intendiamo parlare natutalmente dei responsabili - gli avversari della Resistenza e che oggi la vilipenclono, la calunniano, la insultano. Poi vi erano coloro che presero posizione contro i tedeschi soltanto in obbedienza al re ed alla monarchia, ma che non pensavano ad alcun rinnovamento di carattere sociale, anzi vi erano ostili ed avevano timore delle masse popolari. Costoro avevano ritenuto giusto marciare braccio a braccio a fianco dei tedeschi e dei fascisti ed approvare tutti i loro delitti sino a quando la monarchia aveva sostenuto il fascismo. È chiaro che costoro non hanno alcun interesse a che sia elaborata una vera storia della Resistenza ed a mettere in giusta luce l'apporto dato alla Resistenza delle masse popolari.

Durante la guerra di Liberazione hanno fatto di tutto per frenare, per contenere lo sviluppo del movimento partigiano, per limitare la mobilitazione del popolo. Oggi confessano apertamente qual'è stata la loro funzione, la esagerano persino, tentano di far credere che la Resistenza fu il risultato della fedeltà del popolo alla monarchia, che fu un movimento «legittimista» sorto in base a non sappiamo quali accordi con gli Alleati. «Noi», scrive Luigi Longo, «abbiamo sempre respinto il termine di ribelli che ci davano i fascisti e che all'inizio a sfida adottarono alcune formazioni partigiane. Non noi, ma i fascisti erano i ribelli, gli usurpatori delle leggi della patria. Noi eravamo i patrioti e perciò rappresentavamo lo Stato, la legge, la forza regolatrice della vita nazionale.»

Giustissimo, però non la pensavano cosi i fascisti e non soltanto i fascisti, ma non la pensavano e non la pensano cosi coloro che scorgono il potere, il diritto, la giustizia soltanto nelle leggi codificate, soltanto nei codici, nei prefetti, nelle forme materiali dello Stato con tutti i suoi strumenti ed i suoi sigilli. Per costoro proprio perché i partigiani si presentavano non soltanto come combattenti ma come esponenti di un nuovo potere statale che nasceva, erano dei «ribelli», dei ribelli all'ordine costituito, anche se questo ordinamento era costituito da usurpatori, da traditori, da uomini e da gruppi che si erano alleati col nemico e che col nemico collaboravano.

Prova ne sia che nel dopoguerra, quando si iniziò il periodo delle persecuzioni partigiane, molti valorosi partigiani furono condannati in base al codice penale fascista e le loro azioni vennero giudicate non come fatti di guerra ed in base agli ordinamenti del CLN, ma in base a quel codice fascista che era stato il codice anche della cosiddetta Repubblica di Salò e che purtroppo è ancora oggi in vigore.

Certi cosiddetti uomini d'ordine prima di dare un qualsiasi giudizio su di un movimento, per stabilire se è legittimo o illegittimo, legale o illegale, si chiedono: chi è che aveva il potere in quel determinato territorio? Chi risiedeva in prefettura? Chi aveva a sua disposizione i tribunali, i giudici, le carceri, la polizia?

Nell'Italia occupata dai tedeschi, questi strumenti del potere erano nelle mani dei fascisti repubblichini. Questi avevano tradito, venduto l'Italia, erano diventati dei servi dei tedeschi, dei boia a loro disposizione.

Non importa, ci rispondono quei tali uomini cosiddetti di ordine, se erano loro a disporre delle prefetture, della polizia, dei tribunali e delle carceri, allora essi erano il potere legittimo, gli altri i ribelli.

Infine, nella svalutazione che oggi si fa della Resistenza, ha la sua parte, se non decisiva certo molto importante, l'anticomunismo. I comunisti, i socialisti devono esser presentati come i negatori della patria, come i traditori e per far questo non si può parlare troppo della Resistenza, ove rifulge l'opera loro, per far questo bisogna tacere o ridurre al minimo il contributo decisivo portato alla Resistenza dalle masse popolari, dalla classe operaia, dai contadini, dagli intellettuali d'avanguardia, dai lavoratori.

Il tentativo di giubilare la Resistenza come «un grande fenomeno religioso»

I circoli dirigenti della grande borghesia non hanno mai interesse ad esaltare i movimenti partigiani, i movimenti che, per quanto patriottici, hanno carattere di rivolta contro il cosiddetto potere costituito. Perché - pensano i circoli dirigenti della grande borghesia - esaltando i movimenti patriottici, partigiani, si finisce sempre per indebolire l'autorità dello Stato, del potere comunque costituito.

Ieri, è vero, i partigiani, i patrioti si battevano contro i tedeschi, ma non si sa mai, domani potrebbero battersi contro gli imperialisti americani. Meglio quindi non parlare troppo dei partigiani e della vera essenza della Resistenza, meglio fare della Resistenza un mito, qualche cosa di astratto, di nebuloso. La Resistenza - concludono costoro - è stata il più grande fenomeno religioso.

A proposito di movimento religioso, si può osservare come oggi anche le migliori pubblicazioni, quelle che costituiscono un vero e proprio testamento della Resistenza, anzi la sua esaltazione, vengono presentate dalla cosiddetta grande stampa in una luce che sminuisce e deforma la Resistenza.

Intendo parlare delle Lettere dei condannati a morte della Resistenza europea pubblicate in questi giorni dalla Casa Editrice Einaudi a cura di Piero Malvezzi e di Giovanni Pirelli.

Da solo questo libro è una storia, da solo insegna che cosa è stato il fascismo. Da solo insegna che cosa la Resistenza fu nei suoi combattenti, nei suoi eroismi, nei suoi sacrifici, nei suoi dolori, nel suo programma e nel suo significato. Quanto meno è un fortissimo stimolo ad approfondire lo studio dei combattenti, dei programmi e delle idee politiche e sociali della Resistenza.

Eppure, come viene recensito, come viene presentato dalla grande stampa, dai giornaloni cosiddetti indipendenti questo libro?

Generale è l'ammirazione, la reverenza per l'eroismo, la nobiltà, la semplicità con la quale i combattenti della Resistenza italiana ed europea hanno affrontato le più atroci torture e la morte. Ma anche in questo generale riconoscimento, in questa ammirazione per l'eroismo e la nobiltà, per i caduti in quanto caduti, per gli eroi in quanto eroi, appare chiara l'intenzione di sminuire la Resistenza svuotandola della sua realtà, ignorandone i suoi ideali ed il suo programma.

Tutti si tolgono il cappello davanti ai morti, tutti ammirano il loro eroismo. «È purtroppo d'uso di fronte ai caduti, ai martiri, agli eroi», scrive Lucio Lombardo Radice, «una sorta di retorica impersonale: la retorica del sacrificio e del discorso celebrativo, la retorica dell'eroe senza volto, del caduto immobile nell'ultimo gesto, lontano e diverso dai vivi appunto perché eroe, appunto perché caduto.»

Vi è chi celebra la loro morte per poter in un certo senso condannare la loro vita. Il silenzio sulla loro vita e sulle loro lotte è già di per sé una condanna.

Con una formale riverenza verso la morte e verso l'eroismo, questi scrittori o critici dei giornali della grande borghesia cercano di distogliere l'attenzione del lettore da quella che fu la vita dei nostri martiri, da quella che fu la loro lotta contro il fascismo, da quella che fu la Resistenza.

Leggendo le Lettere dei condannati a morte, gli orrori delle torture, la ferocia dei nazisti farneticanti di dominare il mondo, a noi sovviene immediatamente alla memoria un'autorevole definizione data a suo tempo del fascismo: «Il fascismo è la dittatura terrorista, aperta degli elementi più reazionari, più sciovinisti e più imperialisti del capitale finanziario. Il fascismo hitleriano non è soltanto.nazionalismo borghese, è sciovinismo bestiale. È un sistema governativo di banditismo politico. È barbarie, è ferocia medievale. È l'aggressione sfrenata contro gli altri popoli e paesi.»

Questo è stato il fascismo, ma questo sembra abbiano dimenticato molti di coloro che hanno recensito le Lettere dei condannatia morte della Resistenza. Apprezzano la pubblicazione, esaltano la forza d'animo dei condannati, plaudono al loro coraggio, ma evitano di parlare del fascismo e dei responsabili di tanti delitti.

Alcuni arrivano a parlare delle atrocità commesse dai soldati di Hitler, ma pochi di quei critici ricordano che chi allora governava l'Italia portò il nostro paese a fianco di Hitler e che degli italiani aiutarono le belve umane tedesche nei loro crimini orrendi.

Leggere queste lettere, meditarle dovrebbe voler dire chiedersi che cosa è stato il fascismo. Leggere queste lettere, meditarle dovrebbe significare chiedersi che cosa è stata la Resistenza, qual era il suo programma, quali i suoi ideali, quando è sorta, come si è sviluppata, chi furono i suoi protagonisti e cosi via.

Invece no, tutto si limita all'esaltazione della morte, perché per molti la Resistenza è se non da condannare per lo meno una cosa morta, una battaglia lontana, un attimo di slancio nazionale le cui ragioni sarebbero venute a cessare e le cui bandiere dovrebbero essere collocate nei musei.

Nelle recensioni che abbiamo avuto occasione di leggere, alcuni hanno l'aria di dire, altri lo dicono apertamente: «Noi ci togliamo il cappello davanti alla morte, davanti all'eroismo, ma non facciamo della politica.»

In realtà, in questo come in molti altri casi, non fare della politica significa proprio fare della politica e non certo della migliore. Perché la peggiore delle politiche è proprio quella che sotto il volto della imparzialità lascia via libera alla menzogna e alla calunnia, cerca di far credere che gli eroi ed i morti della Resistenza non facevano della politica.

Uomini di tutte le opinioni e di tutte le fedi combatterono nella Resistenza, tutti egualmente grandi nel sacrificio i caduti.

Sarebbe di cattivo gusto inserire nel giudizio dei distinguo settari, ma la profanazione viene proprio dalla parte di coloro che mentre ipocritamente dicono: «Non facciamo distinzioni, non facciamo politica», colgono anche questa occasione per avanzare la loro ormai vecchia tesi: la Resistenza non fu comunista, né democristiana, né liberale, né socialcomunista, fu una manifestazione di quello spirito di rivolta definito da qualcuno l'onore dell'uomo.

Quando si fanno di queste affermazioni, quando volutamente si vuole tutto mescolare e confondere per tacere degli ideali per i quali quegli uomini sono stati condannati a morte, significa proprio fare della politica e della meno pulita, significa offendere la loro memoria.

Non si può prescindere dalla politica, non si possono separare gli ideali di quegli uomini dalle loro qualità morali. Quegli uomini furono tali, ebbero tale forza e tale grandezza morale innanzi tutto perché erano dei combattenti per un ideale e per un grande ideale.

A voler fare astrazione da ogni idea, da ogni programma, dai responsabili del fascismo e della sua politica, dai motivi ideali per cui gli uomini della Resistenza hanno lottato e sono caduti, si finisce - come qualcuno ha scritto - col trovare il comune denominatore che univa gli uomini della Resistenza non nella lotta per la vita e per la libertà, ma nella morte.

È giusto cercare di cogliere nella Resistenza l'elemento unitario che mosse i patrioti e i combattenti per la libertà, che portò a lottare ed a morire fianco a fianco comunisti e cattolici, socialisti e liberali, uomini di idee politiche e di fedi diverse, ma si commette un grave errore di giudizio, di valutazione e di deformazione della Resistenza quale essa fu e della sua storia quando si nega e si cerca di nascondere che all'epica sua lotta le forze principali le diedero i lavoratori, le avanguardie democratiche di sinistra.

Per la storia della Reistenza italiana

Per tutti questi motivi è indispensabile che i patrioti e i democratici sinceri, gli uomini della Resistenza di ogni corrente politica diano un maggiore impulso agli studi sulla Resistenza, perché se questo non viene fatto dagli antifascisti, dai democratici sinceri, dagli uomini che amano la pace e la libertà, non sarà fatto da nessun altro.

È sintomatico, ad esempio, che nessun storico di professione abbia ancora scritto una storia o almeno un saggio di una certa importanza sulla Resistenza italiana.

Quale ne è il motivo? Si dice che gli storici di professione non scrivono sulla Resistenza perché ancora troppo presto, perché è a noi troppo vicina e vive sono ancora le passioni politiche, brucianti gli interessi di parte.

L'argomento non convince; intanto perché gli avvenimenti non sono cosi vicini. Sono trascorsi dieci anni dalla fine della guerra di Liberazione e oltre trent'anni dalla marcia su Roma.

In secondo luogo, gli storici onesti non possono attendere non si sa bene cosa per fare conoscere agli italiani ciò che è bene e necessario sia conosciuto oggi. Pace, giustizia, libertà: i grandi ideali della Resistenza non hanno suggellato un'epoca chiusa, ma proprio per questo, proprio perché la lotta per questi ideali continua ancora oggi, è necessario che la storia della Resistenza sia conosciuta già sin da oggi come insegnamento, come esperienza, come lievito di una unità popolare e nazionale nuova e possibilmente ancora più larga.

«L'istoria è l'esperienza. È d'uopo preparare sollecitamente la nostra istoria per poterci senza indugio valere della nostra esperienza.» Cosi scriveva Carlo Cattaneo già nel settembre 1848 nella prefazione alle sue memorie dell'insurrezione di Milano. Ma se il Cattaneo riteneva alcuni mesi dopo l'insurrezione del marzo 1848 necessario e urgente scriverne la storia, oggi ci si obietta che è troppo presto per scrivere una vera e fondata storia della Resistenza non soltanto perché troppo vive e ardenti sono ancora le passioni e gli interessi di parte, ma perché molti fatti devono ancora essere conosciuti, vagliati, trovare la loro spiegazione, perché molto materiale deve essere ancora raccolto, studiato e selezionato.

Anche questo secondo argomento è assai fragile. Non siamo cosi ingenui da pensare ad una storia «definitiva». Sappiamo molto bene che la storia, definita da qualcuno la scienza dei mutamenti, è essa stessa in continuo mutamento. Sappiamo che anche la storia della Resistenza sarà via via, col passare del tempo, progressivamente arricchita, determinati fatti e giudizi saranno precisati, determinati aspetti o problemi della lotta oggi in ombra saranno messi in luce e affrontati domani.

Col tempo altri studi storici più ampi e approfonditi verranno a completare quelli di oggi. Ma intanto perché lasciare specialmente i giovani nell'ignoranza su ciò che già oggi sulla Resistenza si sa e si può sapere?

Il motivo vero della perplessità, delle esitazioni e della rinuncia, almeno sino ad oggi, da parte degli storici ufficiali o di professione a scrivere sulla Resistenza mi sembra l'abbia colto Palmiro Togliatti quando afferma che la storiografia idealistica non è capace di comprendere e spiegare che cosa è stato il fascismo. «La Resistenza italiana», scrive Togliatti, «parte dal crollo del fascismo e da un crollo che precede, come tutti sanno, la definitiva disfatta militare, essendo un fatto prevalentemente politico. Ma è proprio questo crollo che la storiografia idealistica non è capace di comprendere e spiegare, perché non è capace di ragionevolmente comprendere e spiegare il fascismo. Troppo comodo e privo di senso ripetere che quella fu una parentesi di pazzia, una aberrazione. Il fascismo fu il governo e il regime delle classi borghesi italiane, cosi come sono uscite dal Risorgimento, dal primo cinquantennio unitario e dalla prima partecipazione a un conflitto armato internazionale.

«I più avveduti tra gli scrittori di storia ben cominciano ad avvertire che il vero problema della storia moderna d'Italia è di studiare e giustificare storicamente la continuità di questo sviluppo al quale non contraddice la manifestazione di forze che lo contrastano, di tentativi che si muovono in altre direzioni.

«Soltanto quando si sia riusciti a comprendere e storicamente giustificare la continuità di questo sviluppo, soltanto allora si chiariscono le questioni più importanti della nostra storia e si giunge a scorgere fra l'altro anche qual'è il contenuto vero della Resistenza italiana.»

Non è dunque la vicinanza dei fatti che fa ostacolo. Ma, per poter scrivere la storia di un movimento, occorre avere la capacità di trovare le ragioni reali di quel movimento, le forze che lo mossero, le lotte e i contrasti che lo hanno portato avanti, occorre sapere scorgere ciò che c'è di nuovo nella vita, ciò che muore e ciò che nasce, occorre saper fare distinzione tra ciò che è destinato a morire e ciò che si sviluppa.

«Ciò che manca alla storiografia di oggi», come ha acutamente rilevato Togliatti, «o ciò che per essa non è chiaro del tutto, sembra essere infatti precisamente un giusto concetto dello sviluppo, cioè della novità, della trasformazione.

«Non è escluso che questo avvenga perché le sue costruzioni si muovono in una atmosfera che viene chiamata ideale, ma dove le idee non sono più tali, perché per lo più mancano di corpo e idea senza corpo non si dà.»

Vano sarebbe perderci in lamentele ed attendere dagli altri ciò che essi non vogliono o non sono in grado di fare.

La storiografia borghese non vede nella Resistenza un oggetto del più grande interesse per i propri studi e per lo studio della storia d'Italia, ma vi vede più o meno consapevolmente o inconsapevolmente un nemico alla conservazione del predominio di classe della grande borghesia. Scrivere la storia della Resistenza dev'essere il compito degli uomini di cultura democratici, degli intellettuali antifascisti e non soltanto degli intellettuali ma degli operai, dei contadini, di tutti coloro che hanno lottato e che lottano per la libertà, la pace e l'indipendenza del paese.

La vera storiografia della Resistenza e soprattutto la storia della Resistenza non possono che essere opera dei resistenti. Impiego questo termine nel senso più ampio della parola. Considero, cioè, come resistenti i giovani di oggi e tutti coloro che anche se non hanno partecipato direttamente alle formazioni partigiane lottano oggi per la pace e la libertà.

La Resistenza è stata il primo apparire e affermarsi di una classe dirigente nuova alla testa di tutta la vita nazionale. Per questo sono soprattutto gli uomini di questa nuova classe dirigente, gli uomini che marciano verso l'avvenire, sono gli uomini che fanno la loro storia, che la devono anche scrivere.

Mi sentirei lusingato se la conversazione di questa sera servisse anch'essa a portare un sia pure modesto contributo a stimolare la discussione ed il dibattito sui temi della Resistenza, se riuscisse a invogliare ed a spingere qualcuno ad approfondire questi problemi, ad indirizzare su questi le sue ricerche ed i propri studi.

Due temi già discussi: l'attendismo e il rapporto tra lotta armata e lotta di massa

Vi sono dei temi che già sono stati largamente sviluppati, quali, ad esempio, quello dell'attendismo e delle radici sociali e di classe dell'attendismo, anche se dell'attendismo sono stati messi in luced più gli aspetti aperti e grossolani che non quelli mascherati.

L'attendismo nella forma più subdola e pericolosa non si presentava apertamente, senza veli, nella veste di coloro che dicevano che bisognava essere molto prudenti, attendere l'arrivo degli anglo-americani prima di passare all'azione o che bisognava soltanto attaccare i fascisti e non i tedeschi.

L'attendismo più subdolo e' pericoloso era rappresentato da coloro che non muovevano obiezioni alla necessità di agire, ma sostenevano che per agire subito e con successo era indispensabile porre alla testa delle formazioni partigiane gli ufficiali di professione, gli ufliciali di carriera con provate capacità tecniche e senza mettere loro tra i piedi l'intralcio dei commissari politici.

Questa tendenza era pericolosa per la condotta stessa della guerra partigiana che aveva sue caratteristiche particolari e per le aspirazioni democratiche delle masse popolari le quali lottavano si per cacciare i tedeschi, ma anche per battere il fascismo e conquistare la libertà.

Quella tendenza era pericolosa anche perché, se fosse prevalsa, l'allontanamento dei «capi» popolari dai comandi avrebbe arrestato lo slancio combattivo dei lavoratori, condotto all'inerzia ed all'attesa passiva degli eventi. Se alla testa di gran parte delle formazioni partigiane vi fossero stati quali comandanti degli ufficiali di carriera, questi, che per la maggior parte erano monarchici e badogliani, avrebbero ubbidito assai più agli ordini della monarchia e di Alexander (ricordiamo le famose disposizioni per la smobilitazione) che non a quelli del comando del CVL e del CLN.

Noi non avevamo alcuna prevenzione verso gli ufficiali di carriera ed ovunque si presentarono furono utilizzati in posti di comando e resero dei grandi servizi, «là dove», come scrive L. Longo, «seppero capire e rispettare lo spirito popolare», là dove seppero accettare l'aiuto e la collaborazione dei commissari politici e degli operai e contadini facenti parte dei comandi. «Riuscirono quei militari che seppero unire alle loro conoscenze tecniche le doti umane del comandante popolare eletto dal basso, sorto dalla fiducia dei suoi uomini, impostosi attraverso la lotta.»

Pure abbastanza dibattuto è stato il problema dei legami tra lotta armata e lotta di massa.

Questi ed altri temi pur essendo già stati largamente oggetto di scritti e di saggi possono beninteso essere ancora maggiormente documentati e approfonditi.

Vi sono però molti temi ed aspetti della Resistenza che devono essere ancora affrontati ed attendono i volonterosi all'opera.

Sul carattere particolare cha ha avuto la Reistenza in Italia già è stato scritto, ma è un tema che dev'essere ancora approfondito. La guerra partigiana ha avuto da noi carattere diverso che non in altri paesi d'Europa. Il nostro era non soltanto un paese invaso dallo straniero, ma un paese oppresso dalla dittatura fascista. Più che altrove la guerra partigiana era in Italia lotta militare e lotta sociale nello stesso tempo, era lotta per l'indipendenza ed insurrezione nazionale per la conquista della libertà. La Resistenza in Italia è stata antifascista e, più che altrove, ha avuto carattere di lotta contro quei gruppi del grande capitale che avevano prima dato vita al fascismo e poi portato il paese alla rovina.

È stato già largamente dimostrato che protagonista principale della lotta partigiana e della Resistenza fu la nuova classe dirigente, la classe operaia e che il contributo maggiore assieme a tutte le altre forze democratiche venne dato dall'avanguardia della classe operaia e dei lavoratori.

Il carattere particolare della Resistenza italiana e i movimenti di Resistenza negli altri paesi d'Europa

Tutte le formazioni partigiane, qualunque fosse il loro colore politico, si sono appoggiate direttamente o indirettamente sulle lotte della classe operaia, dei contadini e dei lavoratori. La Resistenza non avrebbe potuto vivere non dico un anno, ma neppure un mese senza l'aiuto e l'appoggio diretto o indiretto degli operai e dei lavoratori, senza le migliaia di agitazioni e di scioperi che allora come oggi trovarono alla loro testa comunisti e socialisti. Non avrebbe potuto vivere neppure un mese la Resistenza senza l'aiuto diretto e quotidiano delle masse contadine il cui eroismo è simbolizzato dal sacrificio dei fratelli Cervi.

Il tema del carattere particolare che ha avuto in Italia la Resistenza deve però essere ancora approfondito anche con uno studio serio dei movimenti della Resistenza negli altri paesi d'Europa.

Non si può studiare un fenomeno cosi generale ed internazionale quale fu la Resistenza, che mosse milioni di uomini di fedi diverse per chiari obiettivi comuni - politici, militari e sociali - senza condurre uno studio comparato col carattere e le diverse espressioni che ebbe la Resistenza in altri paesi.

Come vennero affrontati e risolti in altri paesi problemi politici e militari che si posero anche a noi? Le soluzioni in molti casi furono analoghe, in altri assai diverse. In che misura la diversa tattica seguita e le diverse soluzioni date ai problemi dell'unità politica, dell'unità di comando o della condotta militare della guerra partigiana corrispondevano ad una diversità di situazione oppure ai metodi e criteri politici e militari diversi? Ed in questo caso, alla luce dei fatti, dei risultati, delle esperienze, qual'è il giudizio che si può dare?

Poco conosciamo sinora dei movimenti della Resistenza degli altri paesi e ciò che conosciamo è insufficiente ad uno studio comparativo, corrono di conseguenza dei giudizi altrettanto superficiali quanto le informazioni.

Si parla, ad esempio, di Resistenza europea mossa «ovunque dalle stesse ragioni e dagli stessi ideali», ma questo non è che un luogo comune che coglie soltanto alcuni caratteri generali.

Sappiamo, ad esempio, che anche in Francia il movimento nazionale per la liberazione dai tedeschi ebbe caratteristiche analoghe alla nostra Resistenza. Anche in Francia protagonista principale fu la nuova classe dirigente, fu la classe operaia, furono i lavoratori. Anche là, come da noi, vi furono forze che lavorarono per impedire l'insurrezione nazionale e per il pacifico trapasso dei poteri da Pétain a De Gaulle. De Gaulle stesso ebbe piuttosto la funzione di freno, di ostacolo che non di aiuto e di impulso al movimento popolare della Resistenza.

Pierre Montauban scrive: «Privando volutamente i francesi delle armi che loro erano necessarie, De Gaulle ha facilitato i piani repressivi degli hitleriani ed i loro piani di distruzione ed ha limitato la funzione dei francesi nella guerra.»

In Italia è cosi poco conosciuta la Resistenza francese che si è persino creata una leggenda, una specie di mito sul movimento di De Gaulle durante la guerra.

S'ignora da molti che lo stato maggiore di De Gaulle a Londra fece di tutto per impedire che le formazioni partigiane popolari venissero armate. Si ignora che nell'ottobre 1941 la parola d'ordine lanciata da De Gaulle era la seguente: «La consegna che io do per i territori occupati è di non uccidere più neppure un tedesco». E nell'agosto 1944 lanciava quest'altra direttiva: «Frenate, frenate la guerriglia». Era la stessa direttiva che Alexander riteneva di poter impartire ai partigiani italiani.

È vero che in Francia l'unità, a differenza che da noi in Italia, si formò sotto l'urto degli avvenimenti, almeno inizialmente, più intorno ai «militari», ai generali che non intorno ai partiti progressivi; ma anche in Francia, senza l'apporto decisivo della classe operaia e delle masse popolari, la Resistenza sarebbe stata cosa assai più limitata e con scarse possibilità di successo.
Lo scrittore francese di parte cattolica François Mauriac loriconosce quando scrive: «Solo la classe operaia nella sua massa è rimasta fedele alla nazione». E lo storico francese Henri Michel, segretario dell'Istituto per la storia della seconda guerra mondiale, e non certo comunista, riconosce che in Francia la Resistenza propriamente detta non nacque che assai tardi rispetto alla data dell'invasione nemica e cioè assunse una consistenza particolare soltanto con la partecipazione dei comunisti, solo quando essi entrando nella Resistenza vi fecero «entrare le masse operaie, contadine e urbane».

Ma se troviamo nella Resistenza francese molte analogie con quella italiana, vi sono anche notevoli diversità che meritano di essere studiate.

Innanzi tutto in Francia - come già è stato rilevato - mancava una netta frattura che dividesse, come in Italia, i fascisti dagli antifascisti, i «patrioti» dai collaborazionisti e dai traditori. «In Francia la frattura era cosi poco netta e profonda», scrive Togliatti, «che anche nei momenti più aspri e profondi non fu sempre facile distinguere bene tra determinati gruppi che aderivano alla Resistenza ed altri che si adattavano senza sforzo al regime del maresciallo Pétain».

Per contrapposto, sembra essere stata sempre assai più marcata che non da noi la frattura nelle forze della Resistenza. Da noi vi furono senza dubbio divergenze anche profonde in seno al CLN che assunsero, in certi momenti, punte di asprezza ma mai di rottura. Anzi, con lo svilupparsi della lotta partigiana andò rafforzandosi l'unità delle formazioni partigiane e l'unità di comando.

In Francia, noi vediamo in campo De Gaulle contro Giraud con attorno ad essi prevalentemente le forze militari, e poi le forze popolari raggruppate attorno alle formazioni partigiane sorte e dirette per iniziativa dei partiti democratici d'avanguardia ed in modo particolare del partito comunista.

Questa maggior asprezza dei contrasti in seno alla Resistenza ha avuto per risultato rigurgiti di «anticomunismo» ed una più marcata debolezza del CLN.

Sono problemi che vanno approfonditi e meglio studiati. Ma poi non vi è soltanto la Resistenza francese, vi sono stati molti altri movimenti di Resistenza in Europa che devono essere studiati: il più grande e con caratteristiche proprie è quello dell'Unione Sovietica i cui partigiani agivano in stretto contatto e in collaborazione con l'esercito nazionale.

Tanto più dovrebbe essere studiata l'esperienza dell'esempio grandioso e dell'eroismo dei partigiani e del popolo sovietico in quanto esso diede uno slancio gigantesco a tutta la Resistenza europea trasformandola da lotta di piccoli gruppi, di minoranze, in guerra di popolo.

Abbiamo avuto un movimento di Resistenza di notevole importanza ai confini del nostro paese: il movimento partigiano jugoslavo. Anch'esso ha avuto caratteristiche politiche e militari proprie. Al punto che alcuni dirigenti partigiani jugoslavi, non riuscendo a comprendere la diversità della nostra situazione, ci mossero allora l'accusa di preoccuparci durante la guerra di Liberazione nazionale di organizzare e condurre soltanto degli scioperi nelle fabbriche invece di fare evacuare le città industriali e portare tutta la massa operaia in montagna tra le formazioni partigiane.

Stolta accusa che dimostra in coloro che la muovevano l'ignoranza, la non conoscenza della situazione italiana, del modo come si sviluppa la lotta delle grandi masse e dei rapporti che intercorrono tra la parte più avanzata di una classe o di un gruppo di classi e l'intera popolazione.

Noi non abbiamo mai sottovalutato l'eroismo, i sacrifici e la capacità di lotta dimostrata dal popolo jugoslavo e l'importanza dell'esempio che da esso ci veniva, ma non potevamo, né volevamo copiare meccanicamente i metodi di condotta della guerra jugoslava perché non potevamo ignorare la diversa situazione del nostro paese, politica e militare, in particolare per l'esistenza di un forte proletariato industriale.

Noi volevamo e dovevamo portare la guerriglia partigiana nelle città stesse, in mezzo alle divisioni nemiche: ovunque e con ogni mezzo dovevamo attaccare l'invasore.

Anche ammesso fosse stato possibile in Italia, ed è semplicemente assurdo il pensarlo, organizzare nella situazione di occupazione tedesca l'esodo in massa delle popolazioni delle grandi città per trasportarle in montagna e qui costituire delle forti unità partigiane, liberare zone e province, noi avremmo abbandonato nelle mani degli invasori tedeschi tutti gli impianti industriali del nostro paese. Avremmo lasciato loro strada libera, rendendoli padroni delle più importanti linee di comunicazione attraverso le quali avrebbero potuto fare transitare indisturbate le loro divisioni corazzate.

D'altra parte, questa ipotesi appartiene al regno della fantasia perché se la parola d'ordine di abbandonare le fabbriche, di evacuare le città e di raggiungere in montagna le formazioni partigiane fosse stata data, la grande massa dei lavoratori non l'avrebbe potuta seguire. Soltanto la parte più avanzata l'avrebbe accolta. I risultati sarebbero stati la separazione dell'avanguardia dalle masse e l'abbandono dei lavoratori, delle grandi città a se stessi nelle mani del nemico ed un indebolimento certo della lotta.

Diversa era la situazione della Jugoslavia, il cui territorio è privo di importanti agglomerati industriali, con scarse vie di comunicazione, ricco di montagne e foreste al centro del paese.

Fu possibile ai partigiani jugoslavi - anche per l'aiuto che poterono avere dal disarmo delle divisioni italiane che si trovavano in Jugoslavia all'8 settembre - liberare per periodi abbastanza lunghi ampi territori, ma quasi mai queste zone libere spezzavano le principali linee di comunicazione dei tedeschi.

Ma anche queste sono considerazioni - lo riconosciamo - ancora troppo superficiali e generiche e le esperienze politiche e militari del movimento partigiano jugoslavo meritano di essere ulteriormente studiate ed approfondite.

Spontaneità e organizzazione della Resistenza

Un altro tema sul quale molto deve ancora essere detto è quello della spontaneità o meno della Resistenza, anche perché, su questo come su altri temi, la polemica è ancora oggi abbastanza vivace.

L'amico on. Piero Calamandrei, ad esempio, risponde cortesemente alle nostre documentazioni tese a dimostrare che la Resistenza non è stata un movimento spontaneo, scrivendo: «...Queste stesse parole mi sono state rimproverate da chi mi ha obiettato che, mettendo in evidenza questo carattere di spontaneità che ebbe da principio la Resistenza, insurrezione morale prima che insurrezione militare, si lasciano all'oscuro i vari moventi politici e sociali di essa, preparati da un ventennio di consapevole educazione di partito, clandestinamente perseguita a prezzo di fucilazioni, di prigionie, di confini, di esili.

«Non sono di questa opinione. Sarebbe stoltezza negare che uno dei fondamenti della Resistenza è stata la lotta sociale, l'aspirazione dei sofferenti verso la giustizia sociale; e sarebbe cecità non accorgersi che l'ossatura organizzativa fu data alla Resistenza da quei partiti antifascisti che avevano resistito clandestinamente o che si erano formati sotto il fascismo, e che in quel ventennio di oppressione tennero accesa la fiamma e gettarono i semi nelle coscienze.

«Ma, d'altra parte, neppure questo carattere religioso e morale, prima che sociale e politico, della Resistenza non si potrebbe negare senza cadere in altrettanta cecità in senso opposto.

«Senza questa spontaneità di carattere morale e religioso, non si potrebbe spiegare come, all'indomani dell'8 settembre, assai prima che gli organizzatori avessero potuto prendere i primi contatti, assai prima chei partiti avessero messo in azione da regione a regione i loro fili clandestini, fossero sorti in cento luoghi d'Italia, non solo nelle città, ma nei borghi più solitari, nelle montagne, nei casali, nelle officine, nelle scuole, tra i contadini, tra gli operai, tra gli studenti, tra gli intellettuali, cento focolai di insurrezione, l'uno all'insaputa dell'altro, senza mezzi, senza avere idee chiare, senza saper bene quel che occorreva fare, ma tuttavia tutti mossi da irreprimibile volontà di fare».

Questa polemica è essa stessa la dimostrazione che vi sono dei periodi della storia delle lotte del popolo italiano che devono ancora essere studiati. Tra questi vi è tutto il periodo dei vent 'anni di lotta contro il fascismo e vi è il periodo che va dal 25 luglio all'8 settembre, il quale segnò il ritorno ad una sia pure «limitata» libertà nel quale rividero la luce i partiti, i giornali, le commissioni interne nelle fabbriche e durante il quale tornarono dalle carceri e dalle isole di confino i prigionieri del fascismo, ed in cui molti di coloro che erano stati sino allora passivamente in attesa sentirono il dovere di cominciare ad agire.

Il periodo che va dal 25 luglio all'8 settembre merita di essere attentamente studiato per comprendere quale fu il lavoro politico ed organizzativo necessario per mettere in piedi le formazioni partigiane. Questo lavoro era stato compiuto durante la dura lotta clandestina condotta per vent'anni contro il fascismo e durante l'attività svolta nei 45 giorni del governo Badoglio.

All'8 settembre, col disgregarsi dell'esercito, si formarono si spontaneamente dei gruppi e delle bande di soldati e ufficiali sbandati, ma la loro preoccupazione era quella di non lasciarsi prendere dai tedeschi, di rifugiarsi in montagna. Questa non era ancora la Resistenza.

Spontanei, in certo senso, furono la fuga di notevoli gruppi di soldati verso le montagne e il raggruppamento in bande. Ma il movimento dei partigiani combattenti non sorse spontaneamente, al contrario. All'inizio la vera ed effettiva Resistenza dovette affrontare e combattere l'ostacolo dell'attesismo ed occorsero alcuni mesi per organizzare il movimento partigiano vero e proprio e perché questo iniziasse la lotta armata contro i tedeschi ed i fascisti.

Non dobbiamo neppure dimenticare che la Resistenza, pur essendo stata il più grande movimento insurrezionale di popolo nella storia del nostro paese, ha portato alla lotta attiva, rispetto a tutta la popolazione, una minoranza di combattenti sui monti, nelle fabbriche e nei villaggi.

Senza dubbio le formazioni partigiane e gappiste poterono vivere, combattere e svilupparsi perché sostenute ed aiutate in mille modi da grande parte della popolazione.

Oggi, nello scrivere la storia della Resistenza, si deve porre attenzione a non idealizzarla, a non trasformarla in leggenda, in mito.

Oggi sembra a molti quasi naturale che allora tutti dovessero essere per la Resistenza e che nessuno più potesse prestar fede alla Repubblica di Salò.

«Ma in realtà», scrive assai opportunamente R. Battaglia, «la vittoria della Resistenza non fu cosi ovvia, non fu ottenuta diremmo cosi meccanicamente come semplice conseguenza dell'odio attiratosi dai vecchi e dai nuovi dominatori. C'è stato anzi un momento in cui le due forze contrastanti sono state in bilico, un attimo forse, ma quanto mai ricco di insidie e di pericoli.

«È il momento in cui la Repubblica di Salò, spingendo a fondo la polemica contro il governo di Badoglio, fa breccia nelle menti più sprovvedute dei giovani e riesce ad ottenere un discreto afflusso di chiamati nella prima leva delle classi 1923-,24».

A questo si era aggiunto l'arresto della marcia degli Alleati e lo svanire di conseguenza della prospettiva di una rapida liberazione. Ma anche per un altro motivo dev'essere studiato più a fondo il periodo che va dal 25 luglio all'8 settembre, per trovare cioè le ragioni della incapacità e della impotenza degli uomini che avevano assunto la dura eredità fascista, a chiamare il popolo italiano in difesa della indipendenza del paese e a opporsi alla sua occupazione da parte dei tedeschi.

Perché i grandi capi dell'esercito e coloro che se ne stavano attorno alla monarchia non trovarono altro di meglio da fare che fuggire?

Si dice che sarebbe stato impossibile impedire l'occupazione del paese da parte dei tedeschi. La cosa è assai discutibile, perché vi erano ancora in Italia cospicue forze militari che unite alle masse popolari in armi avrebbero potuto se non impedire l'occupazione di una parte del paese, per lo meno impegnare il nemico in una lotta ardua e difficile.

Certo per far questo sarebbe stato necessario fare appello alle masse popolari, armarle e chiamarle ad unirsi alle formazioni dell'esercito regolare. Ma i gruppi dirigenti del grande capitale e della monarchia avevano più paura dei lavoratori in armi che di qualsiasi altra cosa, preferirono perciò la disgregazione dell'esercito. Invece di chiamare i soldati e il popolo a difendere la patria con ogni mezzo, li invitarono a gettare le armi e aprirono le porte del paese all'invasore tedesco.

La mancata resistenza delle truppe italiane, la fuga del re della casa reale e dello stato maggiore prima a Pescara poi a Bari, la disposizione dei comandi di corpo d'armata di non opporre resistenza ai tedeschi, lo scioglimento dell'esercito sono stati il risultato di una volontà ben determinata.

Se la fuga a Pescara avesse avuto soltanto lo scopo di mettere in salvo il re ed il comando dell'esercito, si sarebbero dati alle truppe ordini precisi di resistere, si sarebbero per lo meno date disposizioni e prese misure per fare saltare le strade ferrate, i ponti, per ostruire le strade, distruggere i depositi di carburanti e materiali, rendere impraticabili le più importanti vie di comunicazione e inutilizzabili per lungo tempo gli impianti industriali più direttamente legati alla produzione bellica.

Nulla di tutto questo è stato fatto, depositi, magazzini, mezzi di trasporto, armi - tutto venne abbandonato nelle mani degli invasori.

La divergenza radicale di interessi tra le forze del grande capitale finanziario e quelle della nazione risalta chiaramente anche dalla strategia militare allora messa in atto ed è illuminata dagli avvenimenti dell'8 settembre e dalle misure allora adottate dallo stato maggiore.

Il contributo degli intellettuali alla Resistenza

Se molto è già stato scritto sull'apporto decisivo alla Resistenza da parte della classe operaia, dei contadini e dei lavoratori, poco è ancora stato detto sul contributo del mondo universitario, degli intellettuali e degli studenti. Eppure anche questo contributo fu notevole ed è certamente un tema che meriterebbe di essere studiato.

In Italia il mondo delle università non ha partecipato alla Resistenza nel modo cosi largo com'è avvenuto in Francia, tuttavia anche da noi vi ha portato un notevole contributo.

Occorre dire che in Italia pesavano sugli intellettuali vent'anni di dittatura e di corruzione fascista e non si può negare che la cosidetta alta cultura abbia avuto una parte di responsabilità politica sul prolungarsi della dittatura fascista. Ma il 25 luglio e l'8 settembre rompono l'aria stagnante dell 'immobilismo, del disorientamento e dei dubbi, scuote anche il mondo delle università e delle scuole, risveglia coloro che non avevano mai aderito al fascismo o vi avevano soltanto aderito formalmente.

Vi erano stati naturalmente degli intellettuali d'avanguardia (comunisti, socialisti, azionisti, democratici sinceri) che si erano battuti contro il fascismo ed erano finiti al tribunale speciale o al confino anche nel corso del ventennio.

Particolarmente forti questi nuclei a Napoli, a Roma, a Firenze, a Pisa, a Bologna, ecc.

Ma l'appello lanciato nel novembre 1943 dall'Università di Padova da Concetto Marchesi fu - possiamo ben dire - il vero appello di mobilitazione e indicò ai professori ed agli studenti la via da seguire. «Per la fede che vi illumina», diceva l'appello, «per lo sdegno che vi accende, non lasciate che l'oppressore disponga della vostra vita, fate risorgere i vostri battaglioni, liberate l'Italia dall'ignominia, aggiungete al labaro della vostra università la gloria di una nuova, più grande decorazione in questa battaglia suprema per la giustizia e per la pace del mondo.»

Da quel momento le università diventarono anch'esse centri cospirativi e fornirono lunghe liste di combattenti e di intellettuali, professori, assistenti e studenti fucilati, caduti in combattimento o trucidati nelle prigioni. Ricordiamo tra gli altri Giame Pintor, Giorgio Labò, Eugenio Colorni a Roma, il dottor Gianfranco Mattei del Politecnico di Milano pure fucilato a Roma, il professor Paolo Braccini dell'Università di Torino, Primo Visentin, Mario Bastia, Eugenio Curiel e tanti altri.

Non vi è università da Milano a Bologna, da Padova a Pisa, a Roma, a Palermo che non abbia dato il suo generoso contributo alla lotta ed alla guerra di Liberazione nazionale.

L'aspetto militare della Resistenza

Manca si può dire quasi completamente una storia militare della Resistenza, mancano quasi del tutto degli studi approfonditi, concreti, sul contributo effettivo apportato dai partigiani e dai patrioti alla guerra contro i tedeschi e per la sconfitta del fascismo.

Anche questo dovrebbe offrire ad ogni studioso, uomo politico o militare ampio campo per ricerche e studi.

È abbastanza diffusa l'opinione alimentata da chi ha interesse a sminuire il movimento della Resistenza che i partigiani erano si degli uomini coraggiosi, ma con scarse capacità militari e che comunque le formazioni partigiane per la loro costituzione e la loro particolarità assolsero più ad una funzione politica che militare. Questo giudizio è completamente errato. Che all'inizio ci sia stata molta inesperienza e molta improvvisazione è vero, che l'audacia abbia sopperito in molti casi alla preparazione è altrettanto certo. Questo d'altronde è avvenuto dappertutto e non solo all 'epoca nostra. «La guerra rivoluzionaria», dice Mao Tse-tung, «è fatta dal popolo, spesso essa viene intrapresa senza uno studio preliminare, ma viene studiata nel corso del suo sviluppo. Cosi la pratica è un insegnamento».

I partigiani non avevano soltanto del coraggio e dell'audacia, hanno dimostrato di aver saputo agire in modo fortemente organizzato, secondo piani ed obiettivi molto precisi.

Le azioni meglio riuscite sono state quelle preparate ed organizzate con criteri militari anche se non secondo le norme regolamentari e i vecchi schemi. «L'aspetto militare della guerra di Liberazione», ha scritto giustamente Roberto Battaglia, «sta proprio in ciò, nell'avere rotto tutti gli schemi più diffusi della scienza e dell'arte militare.»

Non che la guerra partigiana sfugga alle leggi dell'arte militare. La guerra partigiana, come ogni operazione degli eserciti regolari, è pure essa sottomessa alle leggi dell'arte e della scienza militare. Tuttavia il carattere specifico che le operazioni della guerra partigiana e dell'insurrezione nazionale comportano è sensibilmente diverso da quello di un esercito regolare.

Il valore del contributo militare dato dalla Resistenza alla Liberazione del nostro paese è stato riconosciuto dai comandi Alleati. È noto che nella parte conclusiva di un rapporto delle forze alleate dell'aprile 1945, già frequentemente citato, sulla campagna in Italia è detto: «Il contributo partigiano al salvamento della struttura economica del paese può essere considerato come il più rilevante aspetto del ruolo che i volontari della libertà svolsero in tutta la campagna italiana. Il contributo partigiano alla vittoria alleata fu assai notevole e sorpassò di gran lunga le più ottimistiche previsioni. Con la forza delle armi essi aiutarono a spezzare la potenza e il morale di un nemico di gran lunga ad essi superiore di numero; senza queste vittorie partigiane non vi sarebbe stata in Italia una vittoria alleata così rapida, così schiacciante e cosi poco dispendiosa».

Però non possiamo essere soddisfatti di affermazioni cosi generiche, anche se importanti, noi sentiamo indispensabile uno studio approfondito di carattere militare che faccia un bilancio ed una valutazione complessiva di tutte le operazioni condotte dai partigiani di ogni formazione, dai patrioti e dai gappisti. Ed anche dai soldati e dagli ufficiali.

Gli eroici episodi di Cefalonia, di Corfù, del Dodecaneso, della Tessaglia, della Macedonia, della Maddalena, di Bastia e di altre località, dove unità dell'esercito si batterono valorosamente contro i tedeschi, devono essere studiati e inseriti nella storia della Resistenza nazionale.

Si dice che i circoli militari americani avessero valutato l'apporto dei partigiani italiani equivalente a 18-20 divisioni.

I dati del CVL danno la cifra di 75-80.000 partigiani di montagna nel giugno e 100.000 nell'agosto 1944 e di circa 100.000 altri combattenti inquadrati nei GAP di città e nelle SAP di pianura nell'Italia settentrionale.

Almeno altri 20.000 partigiani sono da valutarsi nell'Italia centrale.

Non discuto la cifra delle 20 divisioni valutata dagli Alleati, non so se questa valutazione è insufficiente, ritengo però che non si possa misurare lo sforzo della Resistenza di un popolo con un numero determinato di divisioni.

La guerra di Liberazione, l'insurrezione nazionale e la Resistenza non sono state l'opera soltanto delle formazioni partigiane, ma il risultato della lotta e dell'azione di una grande parte del popolo nostro, dei lavoratori delle città e delle campagne. È impossibile - ritengo - valutare meccanicamente l'apporto di un popolo in divisioni, perché dobbiamo tenere conto non soltanto delle azioni più propriamente militari, ma delle lotte condotte nelle città e nelle campagne, degli scioperi, dei sabotaggi della produzione bellica, delle rivolte dei contadini nei villaggi, degli attacchi ai convogli tedeschi, delle truppe che il nemico è stato costretto a tenere impegnato nella Valle Padana, nei centri industriali e per effettuare i rastrellamenti.

Tutte le fonti concordano nell'elevare a 30.000 i tedeschi ed i fascisti che investirono le posizioni partigiane soltanto nel Veneto, dal Cadore all'altipiano d'Asiago. Oltre metà dell'esercito tedesco che occupava l'Italia era impegnato in azioni antipartigiane.

Lo studio dell'esperienza militare partigiana cosi diversa anche da zona a zona, da regione a regione nei suoi aspetti militari tecnici, organizzativi non è ancora stato affrontato e gli uomini della Resistenza dovrebbero impegnarsi a farlo per lo meno ognuno per la propria regione o per la propria provincia o zona.

Resistenza = lotta contro il fascismo

Un altro tema che dev'essere ancora studiato e approfondito è quello del fascismo. Perché non si può fare la storia della Resistenza senza partire dalla lotta contro il fascismo.

La Resistenza italiana cominciò molto prima che negli altri paesi d'Europa, molto prima dell'8 settembre 1943. Cominciò con la Resistenza al fascismo.

È vero che per taluni la Resistenza comincia soltanto dal 25 luglio o dall'8 settembre, da quando cioè la monarchia tentò di separare le sue responsabilità da quelle del fascismo. Per costoro era legittimo combattere il fascismo soltanto quando questo, dando vita al governo repubblicano di Salò, si pose contro le istituzioni della patria e si mise apertamente al servizio dello straniero. Coloro che cosi ragionano vedono la Resistenza quasi esclusivamente come lotta contro lo straniero e non come lotta contro il fascismo.

Ma, a nostro modo di vedere, non è lecito partire dal momento del disastro militare, dal luglio o dal settembre 1943, per fare la storia della Resistenza.

Non è vero, non soltanto perché ciò non corrisponde a realtà ma in quanto in Italia durante vent'anni vi fu sia pure condotta da piccole minoranze dell'avanguardia della classe operaia e dei lavoratori, delle forze democratiche di sinistra ed in modo particolare del partito comunista, una lotta accanita contro il fascismo. In secondo luogo perché, se si considerasse che la Resistenza comincia soltanto dal 1943, significherebbe praticamente riconoscere la legittimità del governo e del regime fascista sino al momento del disastro. Si accetterebbe, cioè, una ben strana teoria: che hanno ragione quelli che vincono. No, il regime fascista era un regime illegale e di banditismo sin dal momento in cui è sorto. Quella del fascismo fu una politica nefasta che avrebbe portato presto o tardi il paese al disastro ed alla rovina.

Contro la politica e la ideologia, se si può parlare di ideologia, del fascismo era giusto lottare sin dal momento in cui il fascismo sorse, ecco perché per noi la Resistenza comincia da allora, comincia dagli anni 1921-22 anche se naturalmente  dopo il settembre 1943 la Resistenza assunse la forma più avanzata di lotta armata e di insurrezione nazionale.

Primo e secondo Risorgimento

Infine un altro tema che gli studiosi e i volonterosi potrebbero affrontare è quello dei rapporti che intercorrono tra il primo ed il cosiddetto secondo Risorgimento.

«Questo ripete quello?», chiede Palmiro Togliatti. «Lo prolunga, lo riproduce in condizioni diverse confermando le virtù di un popolo nella rivendicazione della sua libertà politica e della indipendenza nazionale? Oppure lo corregge ponendosi e muovendosi sopra un piano diverso? Dov'è la continuità e dove la novità; dov'è la concordanza e dove il contrasto?»

Togliatti non si è limitato a porre le domande ma ci ha dato l'orientamento e le indicazioni necessarie per trovare le risposte.

La diversità fondamentale sta nel fatto che la Resistenza - il secondo Risorgimento - fu diretta da una nuova classe dirigente. La lotta per la libertà e per l'indipendenza nazionale è cosa ben diversa se la ispirano e dirigono gli uomini politici della borghesia, conservatori o liberali, com'è avvenuto durante il primo Risorgimento, oppure se la dirigono comunisti, socialisti e democratici di tendenza socialista, com'è avvenuto durante la guerra di Liberazione nazionale.

Sempre le masse popolari sono state la forza motrice della storia, ma sappiamo tutti che la loro funzione aumenta in rapporto al numero degli uomini che partecipano ad un avvenimento e soprattutto in rapporto al grado di coscienza, di consapevolezza, di organizzazione e di unità di questi uomini, al grado di comprensione dei loro interessi fondamentali.

Il carattere di massa e popolare che ebbe la lotta partigiana in Italia diede ad essa una particolare impronta progressiva e sociale che la caratterizza e distingue nettamente dal primo Risorgimento. Per quanto anche allora gli uomini del popolo abbiano scritto con le loro gesta eroiche pagine gloriose in tutte le insurrezioni e le guerre per l'indipendenza dell'Italia e specialmente nelle leggendarie imprese garibaldine, non c'è dubbio però che le masse lavoratrici e popolari furono in gran parte assenti e tenute lontane dal movimento per l'unificazione italiana e nella misura in cui furono presenti nell'azione lo furono nell'ambito di una lotta condotta sotto la guida della borghesia.

Proprio per questo il primo Risorgimento fu rachitico, stentate e limitate le sue riforme, la rivoluzione borghese finî in un compromesso e non riuscì a portare a fondo la lotta contro il feudalesimo. La borghesia italiana non seppe muovere le masse popolari, non seppe alleare a sé i contadini e i lavoratori del Nord e del Sud, ebbe sin da allora paura delle masse popolari e non vi fu di conseguenza una rivoluzione nazionale.

Caratteristiche del tutto diverse, anche dal punto di vista militare e per il diverso numero dei partecipanti, e per le condizioni diverse in cui si trovarono a lottare i patrioti, ebbero le battaglie del Risorgimento da quelle della Resistenza.

La guerra partigiana, la Resistenza, anche se considerata soltanto nella sua fase culminante dell'insurrezione armata nazionale, si sviluppò continuamente per venti mesi in tutta l'Italia occupata dallo straniero. Nessuna delle guerre del Risorgimento superò mai invece la durata di un unico ciclo stagionale.

Il Risorgimento presenta - scrive Teodolfo Tessari - un solo caso di occupazione stabile di territori da parte di bande: il Cadore nella primavera 1848 con Pietro Fortunato Calvi a capo di cinque piccoli gruppi di volontari e di valligiani.

Nessuno vuol negare che vi siano profondi elementi di contatto e di allacciamento ideale tra la Resistenza ed il Risorgimento, però le lotte del Risorgimento furono lotte prevalentemente per la cacciata dello straniero.

Elementi di carattere sociale furono senza dubbio presenti anche in alcuni movimenti più caratteristici del Risorgimento, tuttavia quegli elementi ebbero un peso del tutto secondario, la stessa epopea garibaldina ebbe proporzioni limitate se confrontate con la Resistenza.

Certo, lottando contro lo straniero ed i suoi satelliti, gli uomini del Risorgimento lottarono anche per la libertà, ma era la libertà della borghesia nei confronti dell'assolutismo e del feudalesimo. Il «popolo», il proletariato lottò allora in «qualità di borghese, nell'ambito di una lotta condotta per fini borghesi, sotto la guida borghese, contro i nemici della borghesia».

La «libertà» per la quale lottò la grande maggioranza degli uomini della Resistenza non fu la libertà per la quale lottò la borghesia contro la vecchia società feudale.

La Resistenza - è vero - non fu lotta per la rivoluzione socialista, fu però lotta per la conquista delle libertà democratiche per gli operai, per i contadini, per i lavoratori, per le classi oppresse.

Per questo il contributo principale alla Resistenza fu dato dalle forze popolari, dalle forze democratiche di sinistra, dai comunisti, dai socialisti, dagli uomini del Partito d'Azione, dagli intellettuali d'avanguardia e loro è stato in ogni paese il maggior numero di vittime, loro le gesta più leggendarie.

Non vi è alcun dubbio che la Resistenza, il cui programma era dichiaratamente politico, democratico ed antifascista (non è il caso di citare ancora una volta la famosa dichiarazione del CLNAI: Non vi sarà posto domani in Italia per una democrazia zoppa...), guidata dal CLN costituiva un movimento rivoluzionario e sociale del nostro paese.

Naturalmente a questo sbocco si opponevano e si opposero le forze anglo-americane che occupavano l'Italia, le quali diedero tutto il loro appoggio a quelle forze conservatrici e reazionarie che oggi ad ogni costo vogliono impedire l'applicazione della Costituzione repubblicana.

La Resistenza è la Costituzione repubblicana. Sino a quando la Costituzione repubblicana non sarà stata applicata in tutte le sue parti essenziali non potremo considerare realizzato il programma della Resistenza.

Sino ad oggi la Resistenza non ha realizzato i suoi obiettivi, il suo programma. Frustrati furono i suoi sforzi, i suoi ideali, noi sappiamo da quali forze interne e soprattutto straniere. Vi è anche in questo una certa analogia col Risorgimento che Antonio Labriola definì «una rivoluzione democratica non compiuta che ha lasciato il paese nella corruttela e nel pericolo permanente».

Parole che a prima vista si potrebbero ripetere oggi, ma oggi le forze democratiche e popolari, in Italia e nel mondo, hanno tale possanza che non può essere confrontata con quella di cent'anni or sono. Ma proprio per questo lo studio della Resistenza e del Risorgimento, con quanto hanno di comune e di diverso nei metodi di lotta, nei programmi, nella partecipazione delle masse e negli obiettivi raggiunti è quanto mai necessario.

L'enunciazione dei problemi e dei temi che meritano di essere studiati e approfonditi potrebbe continuare. Ma non è il caso. Sono già stato troppo lungo. E poi non è la tematica che manca, si tratta di trovare gli uomini di buona volontà e mi auguro che anche gli studiosi che si raccolgono intorno alla Fondazione Gramsci, gli storici, gli intellettuali, gli uomini della Resistenza sappiano in occasione del decennale che stiamo celebrando prendere concrete iniziative per sviluppare l'indagine storica e per fare conoscere attraverso apposite pubblicazioni non soltanto quello cha ha fatto Roma durante la guerra di Liberazione, ma che cosa ha fatto la Resistenza italiana.

Gli studi sulla Resistenza dovrebbero interessare anche coloro che hanno inclinazione e passione per lo studio del movimento operaio, perché oggi non è più possibile uno studio serio sul movimento operaio moderno che ignori o sottovaluti la Resistenza. Il fatto stesso di dedicarsi allo studio della Resistenza e del movimento operaio potrebbe essere per molti studiosi la via per uscire dall'ambiente chiuso o retrivo della cosiddetta cultura ufficiale. L'interesse degli studi sulla Resistenza è storiografico e politico. Queste due esigenze non possono andare disgiunte dalla necessaria praticità di ogni indagine storica per disinteressata ed obiettiva che essa voglia essere.

Fare conoscere che cosa è stato il fascismo e che cosa è stata la Resistenza significa agire nell'interesse della pace, della libertà e dell'indipendenza del nostro paese, significa ubbidire al comandamento che ci viene dai caduti e dai martiri della Resistenza. Ascoltiamo questo comandamento e i caduti non saranno morti invano.


Note:

*) Rapporto introduttivo al dibattito tenuto alla Fondazione Gramsci il 6 luglio 1954 sul tema Problemi e storia della Resistenza.