Secchia (1949), La Resistenza accusa, ANPI,
Roma
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Secchia
La Resistenza accusa
Indice
I partigiani ritrovano la loro unità
Assumersi la propria responsabilità
Le persecuzioni anti-partigiane
Gli arresti illegali
Violenze e torture
Quanti sono i partigiani detenuti?
Un comunicato ignobile
Chi sono gli inquisitori dei partigiani?
Gli ex dirigenti dell'O.V.R.A.
La più bassa delle infamie
Polizia di partito
Il Casellario politico centrale
Che cosa chiediamo?
Giuraste di tornare...
Per la distensione: giustizia ai partigiani
L'appello dell'A.N.P.I. con la denuncia del limite intollerabile a cui sono giunte in Italia — specie nel Modenese — le persecuzioni anti-partigiane, ha avuto larga eco anche nel Parlamento. Decisive prove sugli arbitrari arresti e sulle sevizie di partigiani sono state portate in un impressionante intervento del sen. Pietro Secchia, attualmente Vice Segretario del P.C.I. e durante la lotta di liberazione eroico Commissario Generale delle Brigate Garibaldi. A noi pare che il suo discorso, superando nella parte sostanziale ogni posizione particolare di Partito, abbia risuonato come la voce stessa — severa e ammonitrice — della Resistenza, che accusa coloro i quali cercano di infamarla e processarla, che richiama tutti i suoi esponenti di ieri alla gloriosa responsabilità comune, che solleva con ferma fiducia i suoi grandi ideali popolari e nazionali, destinati comunque a trionfare.
Per tali ragioni, abbiamo scelto questo discorso per iniziare una collana di pubblicazioni dell'A.N.P.I. in difesa della Resistenza.
Signor
Presidente, onorevoli
senatori.
Limiterò di proposito il mio intervento ad una sola questione, ma che
ritengo
decisiva per giudicare dell'opera del Governo e del bilancio del
Ministero
dell'Interno. E' una questione sulla quale molto già si è parlato fuori
di qui,
nell'altro ramo del Parlamento ed anche in questa Aula; però la sua
importanza
è tale da richiamare non solo la nostra insistenza ma l'attenzione e la
preoccupazione di ogni italiano, a qualunque partito appartenga, a cui
stiano veramente
a cuore le sorti della libertà e l'avvenire del Paese. Parlerò della
politica
di persecuzione dei partigiani, politica perseguita con metodo,
pervicacemente
da ormai due anni e in modo particolare dal 18 aprile ad oggi, e che
costituisce parte essenziale del bilancio del Ministero dell'Interno e
dell'attività dei suoi organi di polizia.
Nel corso della discussione all'altro ramo del Parlamento sul bilancio
dell'Interno, si è detto che l'opposizione nega semplicemente le opere
del
regime (scusate, del governo) democristiano o che le degna appena di
uno
sguardo sprezzante, mentre si sarebbe persa in una serie di cronachette
e di
episodi particolari senza importanza. Si è detto che il Governo ha
presentato
dei bilanci di opere compiute nel corso di quest'anno, che ad esempio
si sono
costruite strade per 2.200 chilometri, fognature per 1.036 Km.
acquedotti per
1.291 chilometri, strade ferrate, porti e così via. Tutte cose senza
dubbio
assai importanti, ma che non sono l'elemento decisivo per giudicare
della
politica di un regime o di un governo.
Anzitutto i ministri, e in primo luogo il ministro dell'Interno e
quello della
Giustizia avrebbero dovuto presentarci un bilancio dal quale risultasse
che
democrazia e repubblica sono state consolidate, che le libertà
costituzionali
dei cittadini, ma di tutti i cittadini, sono state rispettate
tutelate e
difese. Voi anzitutto avreste dovuto presentare un bilancio dal quale
risultasse che la legge é uguale per tutti e che la Costituzione
repubblicana e
stata applicata in difesa delle libertà personali di tutti i cittadini,
ripeto
di tutti i cittadini, perché la libertà del cittadino é il diritto
fondamentale, soppresso il quale la Costituzione della Repubblica perde
ogni e
qualsiasi valore e perdono valore anche le opere costruttive realizzate
durante
l'anno.
Anche il regime fascista ogni anno il 28 ottobre, proprio di questi
giorni,
usava presentare il bilancio della sua attività, ed era un bilancio nel
quale
venivano messe in mostra, e molto in luce, le costruzioni dei ponti,
delle
strade, delle ferrovie, degli stadi sportivi, degli arenghi, ecc. ecc.
Ma cosa
volete, onorevoli senatori, che importasse a noi che in regime fascista
i treni
arrivassero in orario, o che si costruisse un certo numero di strade,
di scuole,
di case, quando il popolo italiano era privato di tutte le libertà e
quando
quel regime conduceva una politica che avrebbe portato infine a sicura
rovina
il Paese?
C'era forse un solo democratico in Italia, un solo antifascista
disposto a far
credito a quel regime, o ad essere indulgente nei confronti della sua
politica,
solo perché costruiva delle strade, delle case, delle ferrovie? Per
alcune
centinaia di case costruite, quante migliaia ne fece poi distruggere in
conseguenza della sua politica?
Ebbene, perché noi oggi dovremmo dare più importanza ai chilometri di
strade
ricostruite, che non alle libertà dei cittadini italiani? Ogni regime e
ogni
governo è capace di costruire strade. ponti, ferrovie, e in questo
campo quello
che é stato fatto sarebbe stato fatto ugualmente se al governo non
c'eravate
voi e d'altronde, quanto é stato costruito é soprattutto il risultato
del
lavoro e del sacrificio di centinaia e centinaia di ingegneri, di
operai, di
tecnici, di contadini, di lavoratori.
Ma é invece l'opera fondamentale di questo Governo. é la sostanza che
noi
vogliamo esaminare e discutere. E la sostanza é: in quale misura la
democrazia
é stata consolidata in Italia? Quanti passi avanti si sono fatti per
debellare
i residui del fascismo, quanti passi avanti si sono fatti nel
consolidamento
della Repubblica, per dare un maggiore benessere agli italiani, e per
valorizzare quelle forze che per far libera l'Italia hanno tanto
sofferto e
combattuto, cosa si é fatto per unire tutte le forze produttive del
nostro
paese nello sforzo per ricostruire e per riedificare in pace? Questo
vogliamo
vedere.
L'azione antipartigiana e le violazioni delle libertà dei cittadini,
sancite
dalla Costituzione repubblicana da parte delle autorità di polizia e
con la
diretta responsabilità di organi governativi, hanno ormai raggiunto
un'ampiezza
tale da suscitare nel Paese l'indignazione e la protesta di uomini di
ogni
corrente politica.
I partigiani ritrovano la loro unità
Fuori di qui, malgrado i contrasti di parte, malgrado le differenze di
gradi e
di mostrine, malgrado le diversità di fede politica e religiosa, i
partigiani
ed i patrioti ritrovano la loro unità su questo punto: la difesa della
Resistenza.
L'appello lanciato dall'A.N.P.I. una settimana fa perché tutte le
Associazioni
della Resistenza e degli ex combattenti manifestino la loro decisione e
la loro
protesta contro la repressione antipartigiana, ha già trovato eco in
diverse
città d'Italia. E' di ieri sera il Convegno tenuto a Torino per la
difesa dei
valori della Resistenza. A questo Convegno, per la prima volta dopo il
18
Aprile, si sono ritrovati riuniti insieme i membri dei Comitati di
Liberazione,
ed ex partigiani di formazioni diverse; per la prima volta si sono
ritrovati
assieme dopo il 18 aprile i partigiani democristiani, comunisti,
socialisti,
liberali, monarchici, saragattiani, repubblicani, comandanti di
formazioni
autonome e di diverso colore politico; tutti si son trovati d'accordo
sulla
necessità che venga posto fine in tutta Italia alla campagna
antipartigiana,
che la Resistenza, gli uomini e i valori del movimento di liberazione
nazionale
siano tutelati e rispettati, che la Costituzione abbia un valore anche
per
loro. Ed io credo che almeno su questo punto dovrebbe essere possibile
trovare
anche in quest'Aula l'accordo di tutti coloro che hanno combattuto
nelle file
partigiane o che comunque hanno lottato e sofferto per la causa della
libertà.
L'onorevole Scelba ha detto, nell'altro ramo del Parlamento, che non
vuole
lasciare a noi il monopolio della Resistenza. Noi non abbiamo mai
preteso di
avere questo monopolio. Non abbiamo mai preteso di avere il monopolio
del
movimento partigiano nei giorni della lotta (anche se molti allora ce
lo
lasciavano volentieri, e non intendiamo neppure avere oggi il monopolio
della
difesa e della valorizzazione della Resistenza. Saremo ben lieti se non
solo da
questi banchi, ma da tutti i banchi di quest'Aula, dove siedono
autorevoli e
valorosi comandanti del movimento partigiano ed autorevoli esponenti
della
Resistenza, si leveranno altre voci a chiedere che sia posto fine
all'infame
campagna anti-partigiana, a chiedere che non siano più tollerate le
diffamazioni, le persecuzioni. le violenze. gli arbitri, le violazioni
della
legge a danno dei partigiani, a danno di coloro che hanno salvato
l'onore
dell'Italia e per merito dei quali é sorta la Repubblica, e per merito
dei
quali voi sedete su quel banco di Governo. Io mi auguro anzi che da
tutti i
settori si levino voci autorevoli a chiedere che i partigiani siano
considerati
dei benemeriti della Patria e non dei malfattori e dei «fuorilegge»
Io mi auguro che ognuno che abbia ricoperto dei posti di responsabilità
nel
Corpo dei Volontari della Libertà, nei Comitati di Liberazione e nel
movimento
partigiano, senta oggi il dovere, l'imperativo morale di parlare.
Tacere
significherebbe dare prova di irresponsabilità e di viltà, tacere
significherebbe tradire la fiducia di migliaia di partigiani e di ex
combattenti. Chi tace prova che non era degno di occupare il posto al
quale era
stato chiamato dalla fiducia del popolo.
Assumersi la propria responsabilità
Se l'esigenza della lotta ha consigliato uomini autorevoli dei Comitati
di
Liberazione e valorosi comandanti di formazioni partigiane a impartire,
in
determinate circostanze, ordini talvolta duri ma necessari, questi
uomini hanno
oggi il dovere e l'obbligo morale di assumere le proprie
responsabilità, hanno
il dovere di intervenire a difesa di chi oggi é perseguitato per aver
fatto il
suo dovere di soldato e di patriota, e per aver eseguito degli ordini.
L'onorevole Marazza, per esempio — io pensavo di incontrarlo oggi qui —
si é
forse dimenticato di aver firmato il 26 aprile 1945 (dico il 26 aprile
1945 e
non sei mesi o un anno prima) un manifesto-proclama del Comitato di
Liberazione
Nazionale per l'Alta Italia nel quale, tra l'altro, è detto:
«Tutti i fascisti devono fare atto di resa alle Autorità del Comitato
di
Liberazione Nazionale e consegnare le armi. Coloro che resisteranno
saranno
trattati come nemici della Patria e come tali saranno sterminati
—
Questo é il termine usato: «sterminati».
Questo proclama è firmato dall'on. Achille Marazza e da Augusto De
Gasperi. a
nome del partito della Democrazia Cristiana, da Giustino Arpesani e da
Filippo
Jacini per il Partito Liberale.
Orbene, si rendevano conto, questi signori, che firmando il giorno 26
aprile
1945, un proclama di tale vigore, diffuso a diecine di migliaia di
copie,
mentre il popolo era in armi, essi si assumevano una responsabilità,
una
responsabilità della quale forse allora erano orgogliosi, ma alla quale
non
posson sottrarsi oggi quando degli autentici partigiani vengono
arrestati e
condannati per avere, non dico sterminato, ma giustiziato in quei
giorni alcuni
nemici della Patria.
Nel 1944, il generale Trabucchi, quando venne arrestato dai tedeschi,
alla
domanda rivoltagli da un ufficiale tedesco come mai egli, insegnante
alla
scuola militare, capo di stato maggiore di armate avesse accettato di
essere il
comandante di una ciurmaglia di straccioni, rispose fieramente: «Nessun
comando
più di quello partigiano poteva onorarmi e la ciurmaglia di straccioni
vedrà le
spalle dei tedeschi in fuga come pecorelle folli». Ebbene, noi siamo
certi che
oggi il generale Trabucchi non si dimenticherà di quei suoi partigiani
straccioni di cui era così orgoglioso, e non si dimenticherà neppure di
certi
suoi ordini un po' drastici alla vigilia della insurrezione.
Voglio leggervi, perché é probabile che molti in quest'Aula non
conoscano,
certi documenti. Voglio leggere, non tutti, alcuni dei punti delle
istruzioni
impartite alla vigilia del 26 aprile dal generale Trabucchi quale
comandante
regionale e della piazza di Torino del Corpo dei Volontari della
Libertà.
Queste istruzioni sono pubblicate dall'Ufficio storico per la guerra di
Liberazione, a cura della Presidenza del Consiglio. Ebbene cosa
dicevano queste
istruzioni? — Dicevano:
a) i Ministri di Stato, i sottosegretari di Stato, i prefetti, i
segretari
federali, «in carica dopo l'8 settembre 1943», sono già stati
condannati a
morte per intesa col nemico e opera diretta a colpire le forze armate
del
governo legittimo. Di conseguenza sarà per questi sufficiente
l'accertamento
della identità personale per ordinarne l'esecuzione capitale;
b) nei riguardi di coloro che hanno portato le armi a favore dello
straniero
contro le forze armate legittime sarà sufficiente stabilire
l'appartenenza
dell'imputato dopo 1'8 settembre 1943 a qualsiasi formazione
volontaria,
(brigate nere, formazioni Muti, X Flottiglia MAS, raggruppamento
brigate
cacciatori delle Alpi e degli Appennini, S.S. italiane, milizie
speciali
indossanti la camicia nera, ecc. ecc.) per pronunciare condanna alla esecuzione
senza diritto ad inoltrare domanda di grazia;
c) nei riguardi delle spie dovrà essere accertata la consistenza del
capo
d'accusa ed emessa sentenza in conseguenza;
d) infine il tribunale di guerra potrà anche giudicare quel personale
che, come
i direttori della stampa fascista. dopo l'8 settembre 1943, abbia
favorito le
forze naziste nell'opera di repressione e di rappresaglia arrecando
gravi danni
alla Nazione. Anche qui per questi crimini sarà pronunciata e fatta
immediatamente eseguire la sentenza capitale.
Orbene, é vero che il Comando generale del Corpo Volontari della
Libertà ebbe
allora a osservare che queste disposizioni di fucilare tutti coloro che
avevano
portato le armi contro la Patria, compresi i direttori dei giornali
fascisti,
ecc., non corrispondevano alla posizione da noi assunta; la posizione
era che
soltanto chi resisteva doveva essere fucilato e invece coloro che si
arrendevano avrebbero dovuto aver salva la vita. Tuttavia quelle
istruzioni
furono impartite e il generale Trabucchi non avrà dimenticato quelle
sue,
direttive insurrezionali; (d'altra parte si possono rileggere negli
atti
pubblicati dalla Presidenza .del Consiglio) e pensiamo non vorrà
dimenticare
qualcuno che oggi forse paga per avere ubbidito.
Si é detto e ripetuto da parte dell'autorità e dei giornali governativi
che
nessuno intende perseguitare i partigiani ma che si tratta
semplicemente di
applicare la legge nei confronti di criminali indegni di portare il
nome di
partigiani. L'onorevole Scelba, anzi, finge di indignarsi ogni volta
che noi
parliamo di oltraggio alla Resistenza, ma i fatti stanno a dimostrare
che la
ricerca del colpevole o di alcuni colpevoli non é che il pretesto per
perseguitare una grande parte di partigiani per tentare di offuscare le
loro
gesta eroiche, per diminuire il loro prestigio nell'opinione pubblica.
Le persecuzioni anti-partigiane
Quando in una sola provincia, nella provincia di Modena sono stati in
poco più
di un anno fermati e interrogati 3.500 partigiani, quando parecchie
centinaia
di essi si trovano tuttora in carcere non si può negare che si tratti
di una
vera e propria campagna di persecuzione.
Nella provincia di Modena vi sono stati in tutto durante la guerra di
liberazione 18.411 partigiani combattenti e voi nel corso di 18 mesi ne
avete
fermati e interrogati 3.500, cioè il 20%. E la dimostrazione che si
tratta di infami
montature, di odiose persecuzioni, la si ha dal fatto stesso che la
gran parte
di questi fermati e arrestati é stata poi rilasciata ancor prima del
processo
per inesistenza di reato o perché i fatti risultavano essere autentiche
azioni
di guerra. Non posso mettermi qui ora a leggervi tutti gli elenchi dei
partigiani arrestati e fermati nella provincia di Modena e nelle altre
provincie italiane e poi mandati assolti dopo lunghi mesi di carcere,
in sede
di istruttoria o al processo.
Mi limiterò a citare alcuni casi, i più recenti.
Pochi giorni or sono i giornali (non tutti) hanno dato la notizia che a
Bologna
sono stati rilasciati dopo un lungo periodo di detenzione gli ex
partigiani
Cleto Masi, Piero Astolfi, Saverio Malpieri, Tommaso Bosi, Pino Trebbi,
Leopoldo Lambertini, tutti da Castelfranco (Emilia); ebbene. questi
partigiani
si trovavano in carcere da 14 mesi. Dai giornali cosiddetti
indipendenti, dai
giornali della Democrazia Cristiana e dei Comitati Civici furono
coperti di
insulti infamanti e definiti volgari malfattori. Di che cosa erano
accusati?
Del solito reato di avere ucciso a scopo di rapina, In realtà avevano
giustiziato quattro fascisti repubblichini, spie dei tedeschi,
collaborazionisti. Ebbene questi partigiani a quattro anni di distanza,
furono
arrestati, bastonati, seviziati, portati a scavare le fosse dove erano
i
repubblichini. Ecco che cosa racconta ad esempio Cleto Masi, uno di
questi
assolti, mandato in libertà dopo lunga detenzione. Racconta il Masi:
«Il
maresciallo Cau si avventò su di me, mi sbottonò i pantaloni, cominciò
a
strapparmi i peli mentre i carabinieri facevano grandi risate e disse:
"Se
non dici la verità ti dò un sacco di botte da farti divenire
tubercoloso".
Mi dava forti schiaffoni sull'orecchio sinistro, poi cominciò a
picchiarmi con
un bastone, e solo quando fu stanco mi rinviò in cella».
Ed un altro .di questi partigiani, rilasciato in questi giorni
aggiunge: «Fummo
portati sul posto ove erano sepolti i repubblichini; ci attendeva uno
spettacolo inatteso, vi era molta folla, in primo piano i parenti dei
morti, da
un lato molte macchine ferme, vi erano pure i giornalisti del Giornale
dell'Emilia, dell'Avvenire d'Italia e della Gazzetta di
Modena,
i carabinieri, il tenente Rizzo, il giudice istruttore. Il maresciallo
Cau mi
disse: "prendi la vanga assassino", i fotografi si avvicinarono,
tentai di non farmi fotografare, il maresciallo mi sollevò la faccia
dicendomi:
"su delinquente, alza la testa, ed ora al lavoro". Ad un tratto mi
sentii male, sono tuttora convalescente di una malattia e chiesi di
essere
esonerato. Mi fu risposto con un brusco rifiuto. Al tenente Rizzo che
aveva
proposto di andare a chiamare il becchino, il maresciallo Cau disse che
a me
spettava il compito di scavare la fossa. I parenti dei morti che si
trovavano
ad un palmo da me gridavano come invasati: "assassino, delinquente";
"quando avrai finito — mi disse un vecchio fascista — andrai tu nella
buca". Un ex milite delle brigate nere mi passò davanti con un nodoso
bastone e mi disse: "appena hai finito te ne faccio fare stoppa". Io
seguitavo solamente a dire: "i nazifascisti mi hanno ammazzato due
fratelli, io non ho fatto altro che eseguire un ordine militare".
Dovetti
raccattare i due cadaveri, osso per osso. mentre la folla urlava
forsennatamente».
Ebbene il 18 ottobre, dieci giorni or sono, dopo 14 mesi, la sezione
istruttoria della Corte di Assise di Bologna, mandava questi partigiani
tutti
assolti perché il fatto non costituisce reato e perché alcuni di essi
non
avevano partecipato al fatto, I giornali più reazionari, hanno taciuto.
L'Umanità, organo del partito dei lavoratori italiani ha
intitolato un
articoletto «Giustizia alla resistenza» ecco tutto.
Giustizia alla Resistenza! troppo poco. non c'erano neppure due righe
di
commento! Credete di avere così reso giustizia alla Resistenza?
Ma giustizia alla Resistenza avrebbe voluto fossero almeno arrestati e
condannati coloro che avevano fatto arrestare e seviziare questi
partigiani.
Giustizia esigerebbe fossero almeno condannati quei giornali che hanno
volgarmente diffamato la Resistenza.
Chi indennizza ora questi partigiani dei 14 mesi di carcere, di
sofferenze, di
umiliazioni, di insulti ricevuti? Questo non é che un caso, il più
recente. Ve
ne sono degli altri.
Il 19 luglio u.s., sono stati assolti dalla Corte di Assise di Modena,
dopo 26
mesi di carcere, i partigiani Cirri Armando, Manfredi Loreno, Brasti
Pietro.
Manni Pietro e altri perché il fatto non costituiva reato, e potrei
citare,
sempre di Modena, Luigi Carpelli arrestato il 12 maggio 1948 ed assolto
dalla
Corte di Assise di Modena dopo 10 mesi di carcere perché il fatto fu
riconosciuto atto di guerra. Lulli Sergio, Bizzarri Vincenzo.
Cavalcanti
Cesare, Gianni Giancarlo, arrestati il 3 febbraio 1949, prosciolti in
istruttoria dopo 5 mesi di detenzione, perché il fatto fu riconosciuto
azione
di guerra. E potrei continuare ancora. I partigiani di Arezzo,
prosciolti il 15
settembre u.s. dalla Sezione Istruttoria della Corte di Appello di
Firenze.
Erano imputati:
Don Tarquinio Mazzoni parroco di Capolona, già Presidente di quel
Comitato di
Liberazione e primo sindaco del paese, il dottor Ivo Barbini, Siro
Giannini,
Vittorio Martinetti, Bruno Ceccotti, Antonio Capoianni ecc. assolti con
formula
piena perché il fatto é da considerare azione di guerra.
E' di pochi giorni or sono la scarcerazione di 7 partigiani di
Calenzano
(Firenze), i quali erano stati arrestati per avere giustiziato 5
repubblichini
organizzatori di franchi tiratori nei giorni dell'insurrezione.
Anche per questi come per tutti gli altri una scandalosa campagna
giornalistica
era stata inscenata dai giornali cosiddetti «indipendenti»e dai
giornali della Democrazia Cristiana.
Gli arresti illegali
La grande maggioranza dei partigiani arrestati vengono assolti, la
grande
maggioranza viene rilasciata dopo mesi e mesi di carcere, dopo che nel
Paese si
é fatto contro di loro un abominevole campagna di diffamazione, il che
significa che si arresta a casaccio, che si procede ad arresti in massa
senza
discriminazione; che si viola continuamente la legge, la quale
prescrive che
perché si possa procedere a mandati di cattura e di arresto nei
confronti dei
partigiani e dei patrioti, occorre vi sia la prova certa che si
tratti
di reati comuni.
Orbene, quando vi sono delle assoluzioni di questo genere significa che
la
prova certa non c'era. La prova certa non c'é mai quando i partigiani
vengono
arrestati ed accusati di atti avvenuti nel corso della guerra di
liberazione. (Applausi
da sinistra).
L'onorevole Scelba si é giustificato, pochi giorni or sono, dicendo che
tutti
questi arresti sono stati eseguiti in seguito a regolare mandato di
cattura. Ma
cosa significa questo? La assoluzione della grande maggioranza dei
partigiani
dopo lunghi mesi di carcere non sta forse a dimostrare che quei mandati
di
cattura erano illegali?
E poi la conosciamo noi la storia dei mandati di cattura! Noi tutti che
sediamo
su questi banchi siamo stati durante il regime fascista arrestati e
condannati
quasi sempre con regolare mandato di cattura. Oh! non era certo quella
parvenza
di legalità che mancava, anzi il regime fascista ne emetteva in
abbondanza di
mandati di cattura!
Al momento dell'arresto però i mandati di cattura non c'erano mai, ma
dopo
quando già ci si trovava in carcere arrivavano, proprio come si fa
oggi. Ed
anche questo è illegale. Ma poi crede proprio il Ministro Scelba che
noi, che i
partigiani, che ognuno che ha votato la Costituzione repubblicana possa
essere
pago di questa puerile giustificazione: c'era il mandato di cattura! Ma
allora
quale valore hanno gli articoli 13 e 28 della Costituzione?
Migliaia di cittadini, di partigiani benemeriti della Patria vengono
arrestati,
bastonati, insultati, colpiti nel loro onore e seviziati, portati a
scavare le
fosse e fatti oggetto degli scherni e del ludibrio dei traditori
risparmiati
dalla generosità del nostro popolo; vengono trattenuti in carcere per
mesi e
mesi e poi, a giustificazione di così rivoltante trattamento si crede
di poter
dire semplicemente: «c'era il mandato di cattura!».
Ma la Costituzione repubblicana rende i funzionari, i dipendenti dello
Stato e
degli Enti pubblici direttamente responsabili degli atti compiuti in
violazione
dei diritti dei cittadini. Ebbene che cosa ha fatto il Ministro
dell'Interno
così solerte nel fare applicare la legge quando si tratta di colpire i
comunisti, i socialisti, i partigiani e i lavoratori? Cosa ha fatto per
fare
applicare la legge quando é stata calpestata da coloro che
perseguitavano i
partigiani e i lavoratori, da coloro che avevano il dovere di farla
rispettare?
Quanti sono stati i funzionari di polizia e dei carabinieri sottoposti
a
giudizio perché colpevoli di violenze fisiche e morali sulle persone di
numerosi partigiani arrestati? Che cosa é stato fatto per riparare, per
risarcire
i danni morali e materiali arrecati alle centinaia e centinaia di
partigiani
ingiustamente colpiti? Insomma, la libertà personale é inviolabile o
no? Le
violenze morali e fisiche sono punite oppure no? Gli organi e i
dipendenti
dello Stato sono responsabili oppure no? Oppure quando l'arbitrio e la
violenza
sono adoperati dal potere statale e dai suoi organi, allora l'arbitrio
e la
violenza diventano legittimi ed anche encomiabili?
Violenze e torture
I casi di violenze inaudite perpetrate a danno dei partigiani sono
innumerevoli. Anche qui non sono i fatti che mancano, ma c'é solo
l'imbarazzo
della scelta. Mi limito a citarne alcuni:
«Io sottoscritto CAVALLI Domenico, di Giuseppe, nato a San Ruffino,
residente a
Sassuolo, dichiaro quanto segue: il giorno 16 agosto 1949 fui fermato
dai
carabinieri e consegnato alla polizia modenese per essere sottoposto ad
interrogatorio in seguito alla morte di un certo Giuliani. Poiché, in
seguito
ad accuse mosse dal funzionario Pedullà, io asserivo che in quella data
mi
trovavo a Paderna di San Romano per lavori di mietitura, mi fecero un
circolo
entro al quale dovevo restare immobile per 18 ore consecutive,
costringendomi
così alla fame, alla sete e ad una stanchezza indicibile. Poi fui
portato in
una cella della questura. Dopo alcune ore fui di nuovo sottoposto ad
interrogatorio durato sette ore consecutive a base di schiaffi, e
bastonate ed
ogni genere di insulti. Tutto questo accadde durante i primi tre giorni
di
detenzione in questura, mentre nei giorni successivi sino al 18 agosto,
ho
assistito più volte alle più vergognose offese contro la persona
dell'on.
Togliatti e di altri parlamentari e personalità».
Naturalmente, dopo questo bestiale trattamento il Cavalli fu rilasciato
perché
riconosciuto innocente.
Ecco come scrive un altro partigiano:
«Io sottoscritto FORAPANE Giuseppe di Enrico e di Folli Elvira, nato a
Rovereto
di Novi, Via Giglida 4, dichiaro che la notte tra il 13 e il 14 luglio
1949,
alle ore 24, circa, venivo fatto alzare dal letto dal maresciallo dei
carabinieri di Novi, Bellotti, e obbligato a prendere una vanga;
caricato sulla
sua bicicletta dovetti accompagnarlo in un podere. Durante il percorso
il
carabiniere di nome Sciacca mi chiese se mi ricordavo quella strada.
Alla mia
risposta che non avevo niente da ricordare, mi disse: "Fa una croce
sulla
strada perché non la rivedrai mai più". Arrivato sul podere vidi che
sotto
un filare di viti c'erano già due carabinieri e vicino a loro era stata
scavata
una buca. Appena fermato il maresciallo si avvicinò a me e disse:
"Questa
volta ci sei caduto: parla!" Alla mia risposta negativa mi diede due
schiaffi, e sputandomi in faccia voleva sapere dove erano le armi. Poi
in
numero di tre cominciarono a percuotermi, e mentre uno mi teneva
stretto gli
altri mi battevano compreso il maresciallo. Questo durò per 15 minuti,
ma
poiché rimanevo sulla negativa, mi gettarono nella buca scaricandomi
palate di
terra addosso. Nello stesso tempo l'appuntato dei carabinieri mi montò
addosso
pestandomi il petto e dicendo: "Ora dovrai parlare, altrimenti ti
seppelliremo". (Rumori dalla sinistra). Poi mi fecero sedere a
terra: l'appuntato mi era seduto vicino e continuava ad interrogarmi ed
ogni
tanto mi stringeva con le mani alla gola. (Rumori). Fui poi
portato su
un camioncino e accompagnato in paese alla Caserma dei carabinieri di
Novi. Mi
chiusero in cella. Al mattino seguente, alle ore 10,30, venne dentro
alla mia
cella l'appuntato con altri due carabinieri, Sciacca e Filippi, e
cominciarono
di nuovo la battuta della notte che durò per circa un'ora. Nel
pomeriggio dello
stesso giorno, verso le ore 15, mi prelevarono dalla cella e mi
portarono in
cucina dove fui sottoposto ad altro interrogatorio e ad altre percosse.
Poi mi
portarono a mangiare e mi dissero: "Preparati perché sarai portato in
carcere a Modena". Durante la notte e nei giorni successivi, ogni ora
circa o i carabinieri o il maresciallo mi venivano a fare una visita
nella
quale oltre ad essere interrogato mi picchiavano. Il 25 corrente mese
fui messo
finalmente in libertà, ed in data odierna mi sono recato dal dottore
Giovanni
Braghiroli per una visita di controllo».
Il referto medico dichiara:
«FORAPANE Giuseppe di Enrico, di anni 28 é stato da me visitato in data
odierna; e l'ho trovato affetto da ecchimosi sottorbitale destra e da
ecchimosi
alla regione scapolomerale sinistra» Firmato: dott. BRAGHIROLI»
Ed eccovi ancora un altro caso:
«Io sottoscritta NADALINI Bruna di Eliseo e della Bianchi Assunta, nata
a San
Giovanni in Persiceto, dichiaro di essere stata arrestata dai
carabinieri di
Castelfranco Emilia al comando del maresciallo Cau, il 20 luglio 1949,
sotto
l'accusa di avere effettuato un prelevamento di generi alimentari e di
vestiario nel marzo 1945, presso l'abitazione De Stefani. Sono stata
trattenuta
fino al 30 luglio presso la caserma di Castelfranco in compagnia di
altri
partigiani, ed ho subito ben tre pressanti interrogatori. Sono stata
obbligata
a dormire in una stanza con 15 uomini in condizioni veramente
disperate: senza
brande, con una sola coperta. Avendo chiesto di essere alloggiata in
una stanza
da sola mi veniva risposto dal maresciallo Cau che "trattandosi di una
partigiana non potevo che essere una ragazza di malavita (Rumori ed
interruzioni), e potevo quindi stare assieme agli uomini senza
timore di
perdere l'onore". Nei giorni trascorsi nella Caserma .di Castelfranco,
ho
assistito più di una volta a pietosi spettacoli di uomini che uscivano
dall'ufficio del maresciallo ridotti male per i pugni e le bastonature
prese.
Dopo tre mesi di detenzione nelle carceri di Modena sono stata rimessa
in
libertà».
Ed ancor ecco quanto racconta un altro partigiano, DINI Romolo,
abitante a
Modena, Via Nonantola 648:
«La sera del 25 maggio '1949 mi trovavo a Spilimberto e verso le ore
21, mentre
attraversavo la piazza del paese in compagnia della mia fidanzata, fui
avvicinato dal maresciallo dei carabinieri che mi chiese se nessuno mi
aveva
rotto la faccia. Io gliene chiesi il perché e lui per tutta risposta mi
invitò
in caserma, dicendomi che aveva bisogno di parlarmi. Gli domandai
perché non
poteva dirmi subito che cosa desiderava e a tale domanda egli mi puntò
la
pistola in un fianco e mi ingiunse di seguirlo in caserma. Strada
facendo mi
percosse continuamente a calci e a pugni. Giunti davanti alla Caserma
mi disse
di suonare il campanello e mentre lo facevo mi colpì con un forte
calcio nella
schiena che mi buttò dentro alla porta. Appena dentro il maresciallo si
buttò
su di me colpendomi a calci e pugni e insultandomi con le frasi più
ingiuriose.
Tu sei un lurido comunista, io ti metto le budella in gola; puoi
ringraziare
Iddio se ancora non ti ho bucato la pancia. Prendendomi alla gola
continuava a
ripetere: "non sai che io ti strozzo?"».
Questo partigiano venne poi rilasciato dopo alcuni giorni senza sapere
il
perché di questo trattamento e senza sapere ancora oggi che cosa il
maresciallo
volesse da lui.
Questo maresciallo fu denunciato e qualche settimana fa fu condannato a
pagare
le spese processuali. (Commenti da sinistra).
Il Tribunale non ha potuto fare a meno di condannare il maresciallo,
perché
molti cittadini di ogni ceto sociale avevano assistito a quella scena
brutale.
avvenuta sulla pubblica piazza. Non sempre però si verificano
condizioni del
genere per cui alla violenza dei marescialli possono assistere 20 o 30
persone.
Ma vi pare onorevoli colleghi che la semplice condanna alle spese
processuali
sia sufficiente a rendere giustizia ad un cittadino arrestato e
malmenato senza
alcun motivo, e ad impedire che simili fatti si ripetano?
E così potrei continuare a lungo nella elencazione dei fatti, ma altri
sono
stati già denunciati nei giorni scorsi nell'altro ramo del Parlamento.
Le violenze nelle questure e nelle caserme contro i detenuti sono
ancora oggi
un sistema normale di interrogatorio. Né ci si venga a dire che il
Ministro
dell'Interno ha impartito più di una volta direttive e disposizioni
affinché
sia salvaguardata la personalità e i diritti del cittadino.
Queste circolari non sono che un alibi fabbricato preventivamente, allo
stesso
modo che certe dichiarazioni che i marescialli dei carabinieri fanno
firmare ai
detenuti di «non essere stati bastonati», sono la prova migliore che la
bastonatura c'é stata. Può darsi - io non lo nego - che le circolari
alle quali
il Ministro dell'Interno ha alluso altre volte esistano. Però quello
che é
certo é che in molte caserme ed in molte questure esistono strumenti
per
bastonare e torturare anche senza lasciare tracce esteriori sulla carne
dei
pazienti.
So di non dire una novità; é questa cosa vecchia di decenni, risale al
fascismo
e a molto prima del fascismo; ma l'enormità é che questi sistemi durino
tuttora
e che siano impiegati da organi e da funzionari di un governo che si
dice
democratico, che si dice cristiano, e che si dice repubblicano. La
polizia
oggi, come in passato, continua ad essere superiore a tutto, continua
ad essere
al di sopra delle leggi.
Se si vuole sul serio porre termine a questi sistemi non bastano certo
le
circolari. Quale valore esse possono avere quando la polizia ed ogni
agente di
polizia sanno di poter compiere impunemente ogni arbitrio ed ogni
violenza?
Ma di tutto quanto succede nelle camere di sicurezza, nelle questure e
nelle
caserme, il Ministro dell'Interno é responsabile. Perché la
responsabilità
delle bastonature e delle violenze non può essere attribuita soltanto a
qualche
miserabile maresciallo Cau o a qualche commissario
fascista-repubblichino. La
responsabilità non é solo di chi bastona o di chi materialmente
tortura; ma di
chi violando la legge ha ordinato o autorizzato o consentito
all'arresto in
massa di centinaia e centinaia di partigiani. Il costume di arrestare
degli
innocenti e tenerli in carcere arbitrariamente dura da un pezzo: ma
questo
abuso le autorità di polizia lo commettono ogni giorno solo perché
nessuno é
chiamato a renderne conto.
Quanti sono i partigiani detenuti?
Potrei leggervi un lungo elenco di partigiani attualmente detenuti
nelle
Carceri di Modena e in altre Carceri italiane. Si tratta di partigiani
autentici, di valorosi combattenti, accusati e detenuti ingiustamente
per
azioni di guerra che hanno avuto luogo nel corso del 1944 e nei primi
mesi del
1945, in ogni caso in epoche nelle quali quei fatti o non costituivano
reato o
sono amnistiati. Non leggerò tutto l'elenco, ve ne faccio grazia.
Vi leggerò solo alcuni nomi:
BARTOLINI Giuseppe, Medaglia d'Argento, comandante di Divisione, ferito
di
guerra, è stato arrestato il 10 giugno 1949 e si trova nelle Carceri di
Modena
in attesa di processo, accusato di fatti avvenuti 1'8 aprile 1945;
BISI Umberto, Medaglia d'Argento, proposto per la Medaglia d'Oro,
decorato di
Bronze-Star, comandante di Brigata. Il Bisi ha avuto il padre ed il
fratello
assassinati dai nazi-fascisti. E' in carcere dal 28 aprile per fatti
che
risalgono al 14 luglio 1945.
MENONI Angelo, partigiano, ferito di guerra, Medaglia d'Argento; é in
carcere
dal 13 febbraio .di questo anno, per fatti che risalgono al gennaio
1945;
PAPA Filippo, comandante di Brigata, decorato di Bronze-Star, arrestato
il 12
maggio 1949, si trova in Carcere per fatti che risalgono al 5 agosto
1944;
BORSARI Luigi. comandante di Divisione, Sindaco di Caverro, si trova in
carcere
fin dal 7 luglio 1948 per fatti che risalgono al 7 marzo 1945;
LUGLI Vasco, vice comandante di Divisione, detenuto dal 15 agosto 1949
per
fatti che risalgono al 6 gennaio 1945.
REBUTTINI Giuseppe, comandante di Brigata detenuto dal 10 giugno 1949
per fatti
che risalgono all'8 aprile 1945.
RIOLI Narciso, comandante di brigata, detenuto dal 20 giugno 1949 per
fatti che
risalgono al 10 aprile 1945.
CORGHI Giuseppe, comandante di Brigata, detenuto dal 28 giugno 1949 per
fatti
che risalgono al 10 aprile 1945.
L'elenco dei partigiani detenuti nelle Carceri di Modena é ancora
molte; lungo.
Se questa Assemblea lo desiderasse io sarei disposto a continuare la
lettura di
questi elenchi, e non solo dei partigiani autentici che si trovano
nelle
carceri di Modena, ma anche dei partigiani che sono detenuti nel
Vercellese,
nel Biellese, nelle provincie di Bologna, Ravenna, Ferrara, Mantova,
Lucca,
Reggio Emilia, Firenze, Arezzo ed in altre località.
Onorevoli colleghi noi sappiamo molto bene che nelle carceri vi sono
anche
altri detenuti, dei detenuti per reati comuni. Vi sono pure degli ex
partigiani
che hanno macchiato il loro onore di partigiani, ma questi non sono
compresi
nei nostri elenchi. Noi non veniamo a difendere degli indegni. Ma non
vogliamo
permettere neppure a voi di mescolare gli innocenti con i colpevoli, i
partigiani con i detenuti comuni, perché la più grande offesa che si
possa fare
alla Resistenza, il più perfido dei sistemi diffamatori è proprio
quello di
mettere in un solo sacco dei partigiani valorosi e onesti con degli ex
partigiani che si sono macchiati di colpe. Ma siete voi a impiegare
questo
sistema quando invece di informarvi sulla personalità dei partigiani
detenuti e
sulla natura dei reati di cui sono imputati, vi ritenete soddisfatti
quando vi
siete informati sulla capienza delle carceri di Modena e quando mettete
nello
stesso sacco i partigiani che sono detenuti per atti di guerra con i
truffatori
e i ladri. Siete voi che permettete e stimolate la diffamazione dei
partigiani
della Resistenza quando ordinate e lasciate fare arresti in massa,
quando, con
il pretesto di colpire o ricercare un colpevole, arrestate diecine di
innocenti.
L'onorevole Scelba ha contestato il numero dei partigiani attualmente
detenuti
nelle Carceri di Modena, prima dando alcuni dati sulla capienza delle
carceri e
poi con un comunicato apparso ieri con grande evidenza sul giornale del
Presidente del Consiglio.
Un comunicato ignobile
Orbene, onorevoli senatori, non si può immaginare qualche cosa di più
ignobile
di questo comunicato: esso é un tipico esempio del modo come si diffama
la
Resistenza. Nel comunicato si dice: «Nelle carceri giudiziarie di
Modena e di
Saliceto si trovano ristretti 303 detenuti di cui 122 per omicidio e
181 per
reati vari, come violenza carnale, furto, rapina, fallimento, atti di
libidine,
falso, ecc».
Per imbrogliare le carte si è voluto appositamente mescolare,
confondere i
partigiani con i detenuti per reati comuni. Ma se l'onorevole Scelba
pensava
che l'ANPI avesse gonfiato le cifre, se voleva precisare quelle cifre,
correttezza e onestà richiedevano che il Ministro contestasse quei dati
senza offendere
la Resistenza. Ed avrebbe potuto farlo comunicando semplicemente quanti
sono i
partigiani detenuti nella provincia di Modena per fatti connessi alla
lotta di
liberazione e per azioni avvenute prima del 31 luglio 1945.
Non c'era proprio alcun bisogno di fare l'elenco dei detenuti per
violenza
carnale, furto, rapina, fallimento, atti di libidine e falso. Tutto
questo non
ci interessa e non ci riguarda, ed é stato messo lì in quel comunicato
sui
partigiani al solo scopo di buttare un'altra manata di fango sulla
Resistenza.
Questo comunicato non solo non smentisce niente, ma conferma che molti
partigiani si trovano detenuti nel carcere di Modena perché esso dice:
«Nelle
cifre suindicate sono compresi anche arrestati per fatti
avvenuti dopo
il 31 luglio 1945».
Badate bene, onorevoli senatori, sono compresi anche arrestati
per fatti
avvenuti dopo il 31 luglio 1945, il che vuoi dire che i più
sono
detenuti per fatti avvenuti prima del 31 luglio 1945, per fatti cioè
che
comunque sono amnistiati. Insomma, quel comunicato si limita a dire che
l'A. N.
P. I. ha esagerato le cifre; ma il Ministro dell'Interno non sa o non
ha voluto
dirci quanti sono i partigiani detenuti nelle Carceri della provincia
di Modena
e nelle altre provincie di Italia. Sarebbe stato secondo me meno grave
se
anziché cercare di negare o sminuire il numero dei partigiani detenuti
nella
provincia di Modena e nelle altre provincie italiane per fatti connessi
alla
lotta di liberazione, il Ministro avesse saputo dirci quanti sono e
avesse avuto
il coraggio di assumersi la responsabilità. Invece, confessando di
ignorare o
fingendo di ignorare il numero dei partigiani attualmente detenuti il
Ministro
dell'Interno viene a dimostrare che egli non si preoccupa minimamente
di
salvaguardare la libertà dei cittadini, di difendere il buon nome dei
partigiani, viene a dimostrare che egli ha lasciato carta bianca alle
autorità
locali, a certi questori ex repubblichini, a certi ex funzionari
dell'O.V.R.A.,
ai marescialli Cau, perché é nelle mani di costoro che oggi é
abbandonata la
salvaguardia delle leggi o meglio é all'arbitrio di costoro che sono
abbandonati i partigiani.
Chi sono gli inquisitori dei partigiani?
Si, é veramente incredibile a dirsi, onorevoli senatori, ma oggi in
molti casi
sono i fascisti, e i fascisti repubblichini, sono cioè i peggiori
nemici dei
partigiani gli incaricati di arrestare, inquisire e giudicare i
partigiani.
Lungi da me, lungi da noi l'intenzione di accusare l'intero Corpo di
polizia, o
di accusare tutti i facenti parte della Celere, e l'intero Corpo di
carabinieri
di essere degli antidemocratici di essere dei fascisti. Sappiamo molto
bene che
nella loro maggioranza gli agenti di polizia e i carabinieri provengono
dal
popolo, sono uomini del popolo, quasi sempre mal pagati, chiamati ad
una
funzione altamente responsabile e rischiosa, quale quella di difendere
le
libertà democratiche, le libertà dei cittadini e di fare rispettare le
leggi
della Repubblica.
Ma spesso questi uomini sono obbligati ad assolvere dei compiti che non
contribuiscono certo ad elevare, nell'anima degli italiani, il rispetto
e
l'ammirazione per la polizia. Sono uomini sì, che provengono dal popolo
gli
agenti i carabinieri e molti funzionari di polizia. Tra di loro vi sono
senza
dubbio dei democratici sinceri, ma come vengono reclutati, e
soprattutto come
vengono educati? e poi come vengono impiegati? Nelle caserme e nelle
scuole di
polizia gli agenti vengono educati ad odiare i lavoratori, a
considerare i
comunisti. i socialisti, i partigiani come i «sovversivi», come i
nemici della
Patria e della Società, proprio come erano considerati all'epoca del
fascismo.
Voglio citare solo qualche esempio tra i tanti. Nella «Rivista di
polizia»
fascicolo gennaio-febbraio, un questore scrive:
«Durante uno sciopero é naturale che gli industriali continuino a far
funzionare i loro impianti; la gente dice che sono dei benemeriti, gli
scioperanti li chiamano crumiri e si danno da fare per disturbarli, la
polizia
allora deve intervenire e dare il fatto loro ai violenti».
Ecco come scrivono i dirigenti della polizia sulle riviste che devono
servire
alla educazione degli agenti!
Prendo un altro fascicolo marzo-aprile di quest'anno, possiamo leggervi
uno
scritto di un questore che si lamenta perché mancano delle disposizioni
di
legge che «dichiarino finalmente il carattere insurrezionale dello
sciopero a
sfondo politico».
Per cui secondo questo emerito tutore dell'ordine, in una repubblica
democratica ogni sciopero politico di protesta, per l'assassinio di un
bracciante, o per l'arbitrario scioglimento di una amministrazione
comunale o
anche solo per il licenziamento di un membro di una commissione interna
o per
qualsiasi questione che interessa vivamente i lavoratori, dovrebbe
essere
considerato alla stregua di un movimento insurrezionale!!!
Ed é così, grazie a questa educazione, tipicamente fascista, che si
hanno poi,
in occasione degli scioperi, frequenti e violenti scontri tra
lavoratori e
agenti di polizia con vittime e dolorose conseguenze dalle due parti.
Questo perché
gli agenti di polizia vengono educati a considerare i lavoratori e gli
scioperanti come malfattori, come provocatori di disordini, Non si
insegna agli
agenti di polizia
ai carabinieri che lo sciopero é un diritto dei lavoratori sancito
dalla
Costituzione e che questo diritto va rispettato difeso come tutti gli
altri
diritti dei cittadini.
Gli ex dirigenti dell'O.V.R.A.
Ma chi sono i dirigenti delle forze di polizia? Innanzi tutto é
risaputo che i
5.500 partigiani circa che erano stati immessi nelle forze di polizia
sono
stati ad uno ad uno, quasi tutti eliminati, perché ha detto l'on.
Scelba, in
altra occasione, erano dei settari, incapaci di assolvere con
imparzialità al
loro dovere. Ma chi sono gli uomini imparziali, gli uomini non settari,
adatti
a far rispettare le libertà democratiche e le leggi della Repubblica
che
l'onorevole Scelba ha riassunto in servizio al posto dei partigiani?
Sono gli
ex dirigenti dell'Ovra, gli ex fascisti repubblichini, molti gerarchi
della
milizia fascista. Vi potrei leggere qui i loro nomi o almeno quelli di
una
parte di costoro; potrei dirvi quale era la posizione di questi
funzionari
all'epoca del fascismo e quale la loro posizione oggi nei ruoli del
dipartimento di polizia, anche se spesso la loro vera funzione é
opportunamente
coperta da incarichi generici. Si cerca cioè di farli passare come
elementi che
hanno incarichi assai meno delicati di quelli che veramente ed
effettivamente
svolgono.
Potrei leggervi questi nomi, ma lo ritengo inutile perché l'onorevole
Scelba li
conosce ad uno ad uno e credo che non sia il solo a conoscerli in
quest'Aula.
Ho già detto prima che nella polizia vi sono anche molti elementi
sinceramente
democratici, però notevole é il numero degli ex appartenenti alla
polizia
fascista, ex repubblichini, ex capi dell'Ovra. Vi sono cioè molte di
quelle
degnissime persone che per venti anni hanno fedelmente servito il
regime di
Mussolini, vi sono tra di loro i responsabili e gli organizzatori di
innumerevoli delitti orditi e consumati durante il ventennio fascista,
responsabili di sevizie e violenze di ogni genere consumate nel corso
di venti
anni nelle camere di sicurezza.
Non si vorrà dire che vi era allora un unico responsabile, il
giustiziato di
piazza Loreto, e che costoro erano dei candidi agnellini! Senza dubbio
Mussolini era il responsabile numero uno; ma certi capi dell'Ovra,
certi
ufficiali della milizia fascista sono pure responsabili del lento
assassinio di
Antonio Gramsci, dell'assassinio dei fratelli Rosselli, di Gastone
Sozzi, di
Antonio Sanvito, di Iside Viana e di tanti altri morti nelle carceri
italiane
prima del 25 luglio, morti in seguito alle torture e alle sevizie cui
furono
sottoposti.
Non fu Mussolini personalmente ad andare nel febbraio 1928 nelle
carceri di
Perugia a torturare Gastone Sozzi, ad iniettargli nelle carni vive la
tintura
di iodio, ad ammazzarlo; non fu personalmente Mussolini ad andare nelle
Carceri
di Genova a schiacciare il cranio a Giuseppe Riva in una morsa di
ferro. Il
regime di Mussolini con la sua politica ordinava e autorizzava questi
delitti,
ma materialmente questi delitti sono stati consumati da certi dirigenti
dell'Ovra, della milizia fascista e dai loro subordinati. Ebbene, molti
di questi
uomini sono stati oggi non solo riassunti in servizio, ma adibiti a
funzioni
dirigenti e responsabili nel dipartimento di polizia anche se, ripeto,
in certi
casi con delle opportune coperture.
Questi uomini che per oltre venti anni hanno servito il regime della
tirannia
nelle funzioni più sporche e criminali, questi uomini che per oltre
venti anni
hanno lottato contro la libertà e la democrazia, questi uomini che
hanno odiato
gli antifascisti, che sono stati educati ai sentimenti più
antidemocratici,
sarebbero per il Ministro dell'Interno, per l'attuale governo gli
uomini
imparziali, competenti, i più adatti a tutelare la Costituzione
repubblicana ed
a far rispettare i diritti dei cittadini e le libertà democratiche!
Costoro sono incapaci e indegni per mentalità, per educazione, sono
incapaci
moralmente e direi fisicamente di essere dei tutori e dei difensori
delle
libertà democratiche e della Costituzione repubblicana! E tanto meno
sono
capaci di lottare e di vigilare contro la rinascita del fascismo. Dico
di più,
li avete riassunti in servizio e messi a posti di responsabilità
proprio perché
erano fascisti, proprio perché avevano la competenza e le capacità
tecniche per
lottare contro i lavoratori, proprio perché hanno la competenza e le
capacità tecniche
per violare le norme costituzionali, per violare la legge senza
lasciare prove,
per commettere ogni sorta di arbitri e di violenze senza lasciare
tracce.
Costoro avevano una grande competenza dei metodi fascisti che
certamente i
partigiani entrati nella polizia non avevano, e sono costoro che oggi
sono
chiamati ad arrestare, ad inquisire, a giudicare i partigiani.
La più bassa delle infamie
No! costoro non debbono e non possono giudicare i partigiani, i
lavoratori, gli
antifascisti. Ne sono indegni. Qualunque possa essere il delitto di cui
un
partigiano é accusato, costoro non lo possono toccare, non gli possono
mettere
le mani addosso, poiché essi sono dei colpevoli mentre i partigiani non
lo
sono.
L'articolo 27 della Costituzione stabilisce che «l'imputato non é
considerato
colpevole fino alla condanna definitiva». Ebbene, nel momento in cui il
partigiano viene arrestato e messo in istato di accusa per fatti che
risalgono
al periodo della guerra di liberazione, o fino al 31 luglio 1945, il
partigiano
é innocente, é un libero cittadino, é un valoroso che ha dato il sangue
per la
libertà e l'indipendenza del Paese, mentre certi individui che oggi
vanno ad
arrestare, ad interrogare ed a giudicare i partigiani erano dalla parte
dei
traditori fascisti ed hanno lottato per tanti anni contro la libertà.
Molti di
essi sono stati al servizio dei boia nazisti.
No, i dirigenti dell'Ovra, gli ex gerarchi della milizia fascista,
coloro
che hanno servito i tedeschi e la repubblica di Salò non possono essere
impiegati ad arrestare, ad inquisire a giudicare gli antifascisti e i
partigiani.
Ma non vi accorgete che é la più bassa delle infamie, è la più
rivoltante delle
ingiustizie, é l'insulto più atroce che potesse essere fatto a tutti
coloro che
hanno combattuto e sofferto, a tutti coloro che sono morti per la
libertà,
quella di fare oggi arrestare e giudicare i partigiani e gli
antifascisti
proprio dai fascisti di ieri, proprio da coloro che hanno tradito la
Patria e
che oggi sono salvi grazie alla generosità del popolo italiano, degli
antifascisti e dei sinceri democratici?
Sono già state denunciate qui ieri l'altro dall'amico Lussu le gesta
vergognose
del commissario di polizia ex fascista repubblichino Pirrone a
Carbonia; altre
ne sono state citate da Firenze, da Bologna, da Modena e da Torino;
altri casi
sono stati citati qui stamane dal mio amico senatore Bardini.
Polizia di partito
L'on. Scelba nell'altro ramo del Parlamento, in occasione della
discussione sul
bilancio, ha detto: «Io respingo nettamente l'accusa che la polizia sia
diventata una polizia di partito».
In questa sua affermazione l'onorevole Scelba viene smentito, una volta
tanto,
anche dagli stessi funzionari della polizia. Ecco cosa scrive la
«Rivista di
polizia», fascicolo dell'aprile di questo anno, in un articolo che ha
per
titolo: «Per l'indipendenza della polizia». Scrive un funzionario: «In
Italia
la polizia non é mai stata libera. Non é stata libera durante il regime
fascista dato il carattere autoritario di questo, avendo essa il
compito
prevalente, spesso ingrato, di mantenere in vita quel regime. Non é
stata
libera dopo la caduta del fascismo perché, dopo aver subito le
vendette, le
persecuzioni, le recriminazioni di tutti coloro che il fascismo avevano
avversato, si vide avvolta in un alone sempre più denso e soffocante di
diffidenza e di sospetto». Venendo poi a parlare della situazione di
oggi,
questo funzionario dice: «L'asservimento è ancora dannosissimo, perché
ottunde
ed annulla il senso della responsabilità e, con questo, lo spirito di
iniziativa e di autocritica, il coraggio nella determinazione, la
decisione
nella esecuzione. Ma la conseguenza peggiore e senza dubbio più
deleteria
dell'asservimento della polizia al potere politico, é certamente la
carenza e
l'assenza di ogni forma di assistenza e di tutela dei pubblici e
privati
diritti ed interessi. Stando così le cose, quando all'un partito
succede un
altro di opposta tendenza (mi sembra che questo funzionario cominci a
preoccuparsi) succede che il primo pensiero dei nuovi capi é quello di
circondarsi di uomini fidati e provati, anche se incompetenti e
specialmente di
mettere nei posti di comando della polizia persone lige, rimovendo
quelle che
c'erano prima». Ed infine questo funzionario, conclude: «Ora noi
vogliamo che
tutto ciò abbia fine. Per noi e per la società che é nostro dovere
tutelare e
proteggere. Riteniamo quindi indispensabile ed urgente assicurare alla
funzione
di polizia l'indipendenza necessaria perché essa possa funzionare. ecc.
ecc.».
La polizia, dunque, per autorevole confessione di alti funzionari che
ne fanno
parte, non solo non é mai stata indipendente. ma non lo é nemmeno oggi.
E' al
servizio di un partito. D'altra parte basta vedere come e per quali
obiettivi
viene impiegata per convincersene. La polizia viene sempre impiegata
per
difendere gli interessi e le cosiddette libertà dei grandi capitalisti
e dei
grandi agrari. Viene sempre impiegata quando si tratta di garantire la
cosiddetta libertà di lavoro e cioè la libertà di crumiraggio. Non
conosco un
solo caso in cui la Polizia sia stata impiegata per garantire la
libertà di
sciopero. La Costituzione stabilisce il diritto di sciopero ma non
prevede il
diritto di crumiraggio e neppure il diritto di serrata.
Orbene in questo anno centinaia e centinaia sono stati i braccianti,
gli
operai, i lavoratori arrestati, bastonati, condannati per avere violato
la
cosiddetta libertà di lavoro. In questo momento non voglio discutere
sull'arbitrarietà di questi arresti, voglio anzi ammettere che in
qualche caso
la legge, sia pur dura, sia stata applicata alla lettera. Ma può citare
il
Ministro on. Scelba un solo caso di un grande industriale, di un grosso
agrario, che sia stato denunziato per infrazione al diritto di non
lavoro?
Quanti sono stati i grandi industriali e i grossi agrari arrestati e
condannati
per avere violato le libertà personali dei lavoratori, per aver chiuso
gli
stabilimenti, per avere provocato scioperi, per avere organizzato
associazioni
di crumiri, per avere tentato di impedire e annullare il diritto di
sciopero,
per avere organizzato delle bande armate contro gli scioperanti? Lei,
signor
Ministro, non ci può citare uno solo di questi casi. Orbene non é
possibile che
mentre nel corso di un anno si sono arrestati a migliaia gli operai, i
contadini,
i braccianti per violazioni della legge, non é possibile che tutti gli
agrari,
tutti gli industriali, tutti i datori di lavoro e i loro agenti abbiano
sempre
osservato scrupolosamente la legge. No, questo non é possibile, nessuno
può
crederci, nessuno ci crede.
La spiegazione c'é, ed é molto semplice. Il Ministro dell'Interno si
preoccupa
soltanto di difendere gli interessi dei grandi capitalisti e non si
preoccupa
affatto di fare rispettare i diritti dei lavoratori. Se si pesta un
callo ad un
grosso agrario allora tutta la Celere accorre, ma per difendere i
diritti dei
lavoratori non c'é nessuna Celere, nessuna Polizia, non c'é nessuna
Costituzione, perché anche la Costituzione diventa un pezzo di carta
straccia
quando si tratta di difendere i lavoratori.
Ma vi sono altri elementi, altre prove che stanno a testimoniare che
l'attuale
Governo ha trasformato la Polizia in una Polizia di classe e di partito
o
meglio vi sono altre prove che la Polizia continua ad essere, come era
nel
passato, uno strumento della classe dominante, vi sono altre prove che
ne avete
fatto lo strumento non di difesa della democrazia ma degli interessi di
casta e
della parte più reazionaria della società italiana. Non solo molti capi
della
polizia sono ex fascisti repubblichini, ex dirigenti dell' OVRA, non
solo la
Polizia viene impiegata esclusivamente in difesa di certi gruppi di
cittadini.
Non solo, i mezzi che essa impiega sono spesso simili a quelli
fascisti, ma v'é
qualcosa di più che imprime ad essa un netto carattere di parte.
Il Casellario politico centrale
Non é una Polizia di partito, ha detto l'onorevole Scelba. Ed allora
come si
spiega la ricostituzione degli schedari per i politici nei quali sono
diligentemente incasellati gli uomini che più hanno combattuto per la
libertà
del nostro Paese? Non soltanto sono stati rimessi in funzione i
casellari per i
politici presso le questure, ma è stato ricostituito il cosiddetto
C.P.C.
(casellario politico centrale) presso il Ministero dell'interno,
divisione
della Pubblica Sicurezza. Quali sono i dati che sono iscritti nei
formulario di
ogni schedato? Ecco il modulo: in questo formulario si chiede il nome,
cognome,
paternità, data e luogo di nascita, coniuge, figli, connotati,
contrassegni,
caratteri funzionari ecc. (Esempio: violento, pericoloso,
intelligente),
professione, documenti, onorificenze, informazioni sui componenti della
famiglia, procedimenti penali, provvedimenti amministrativi,
dettagliata
situazione economica, tenore di vita, ecc. ecc.; precisare se svolge
attività
politica o se sia sospetto di svolgerla, se tiene conferenze; residenza
ed
attività economica, attività politica precedente». Vi sono poi indicati
quattro
tipi di vigilanza e il tipo di vigilanza per il quale viene proposto:
continua
vigilanza, attenta vigilanza, normale vigilanza, discreta vigilanza. La
discreta vigilanza può anche essere, si dice, non molesta o riservata.
Onorevoli colleghi,
nell'elenco delle persone che dovrebbero essere iscritte al Casellario
Politico
Centrale, in questi questionari che vengono inviati alle questure, sono
indicate, é vero, prevalentemente delle voci che riguardano ex
fascisti,
individui condannati o colpiti per collaborazionismo, sospetti di voler
ripristinare il regime fascista anche sotto altri nomi. Però questa non
é che
la trasparente copertura. In realtà tra le tante voci che riguardano i
fascisti, ce ne sono due o tre che danno la possibilità di schedare e
di
mettere sotto vigilanza - senza che nel formulario siano nominati: i
comunisti,
i socialisti, i partigiani, i più noti ed attivi antifascisti. Queste
voci
sono: «violenti politici capaci di atti di terrorismo». (Sarebbe
curioso vedere
chi deve giudicare della capacità di quel tale elemento politico a fare
atti di
terrorismo). Poiché molti comandanti e partigiani del Corpo Volontari
della
Libertà hanno dimostrato notevoli capacita di organizzare eroiche
azioni
gappiste e attacchi di guerriglia contro formazioni tedesche e
repubblichine,
sotto la voce violenti politici capaci di atti di terrorismo vengono
schedati i
più noti partigiani. Poi vi é la voce: «condannati per vilipendio alla
nazione». Orbene, é risaputo che il fascismo si é sempre
autoidentificato con
la nazione, e molti sono stati gli antifascisti, nel corso del
ventennio
condannati per vilipendio alla nazione. Così sotto questa voce è
possibile
incasellare molti socialisti e molti comunisti. Ma poi vi è una voce
ancora più
generica: «agitatori» sotto la quale chiunque può essere compreso. In
realtà
questi schedari vengono riempiti solo con nomi di partigiani, di
comunisti e di
socialisti. Non ci risulta che siano stati segnalati degli «agitatori»
o dei
«violenti politici» democristiani, all'infuori di qualcuno che é stato
partigiano e che non sappiamo se é stato segnalato per errore o per
troppo zelo
di qualche funzionario di questura.
Ma che cosa si dice in queste schede del casellario politico centrale?
Ve ne
voglio leggere solo qualcuna. E' indirizzata al Ministero dell'Interno;
data,
numero del protocollo. ecc. ecc., ed ecco il testo: «Tal dei Tali,
direttore
dell'Ufficio Stampa e Propaganda della Federazione del Partito
Comunista di
X... membro del comitato esecutivo provinciale; fanatico comunista (la
terminologia é la stessa come vedete che c'era alcuni anni fa), svolge
intensa
attività; elemento intelligente e pericoloso, ha ascendente sulle masse
e
riscuote molta fiducia nell'ambiente del Partito Comunista, anche per
la sua
cultura; ha frequentato una scuola di partito a Milano. Il Tal dei Tali
é stato
denunciato il... per diffamazione. il giorno...,prosciolto per
remissione di
querela é stato trasferito il giorno... nella provincia di... con
mansioni
ancora da accertare. La questura e i carabinieri di.. hanno disposto la
vigilanza a richiesta della questura di...
Un altro: «Studente universitario di carattere violento, politicamente
pericoloso, capace di sovvertire gli ordinamenti dello Stato... (ilarità
da
sinistra) - questa è una tipica formulazione di una volta - ...buon
organizzatore, scaltro, intelligente, autorevole, ambizioso, fanatico,
capace
di arringare le masse e procurare disordini pur di raggiungere i propri
obiettivi, molto considerato negli ambienti socialcomunisti». Seguono
lo stato
della famiglia di questo individuo, i precedenti. ecc. le condanne che
ha avuto
e poi é detto: «comunista anticlericale, opportunista, é stipendiato
dal
Partito Comunista Italiano con L. 30.000 mensili».
Un altro: «La persona in oggetto indicata é uno studente universitario
già
impiegato e successivamente nominato responsabile della Camera del
Lavoro di...
Nel 1943 partecipò ad azioni partigiane, si iscrisse al Partito
Comunista.
Individuo di indiscussa intelligenza. Quando si trova in presenza di un
numero
rilevante di persone diviene violento e pericoloso per l'ordine
pubblico e per
gli attuali ordinamenti dello Stato (ilarità da sinistra).
Attualmente
trovasi a Roma, presso la Villa Crimajer (cioè quella località che noi
comunemente chiamiamo «Le Frattocchie») e frequenta un corso di cultura
comunista».
Ed un altro ancora: «Il Tal dei Tali, figlio di un direttore di banca,
famiglia
benestante borghese, considerato in città anche fra i ceti alti. Prima
di
essere comunista era iscritto come uomo di punta del Partito d'Azione.
E' stato
partigiano - coraggioso - si dice che l'attentato al comandante delle
SS
tedesche il... 1944 sia stato diretto personalmente da lui. Attualmente
iscritto al P.C.I. e collaboratore di giornali comunisti. Si dispone
attenta
vigilanza sulla sua reale attività».
E così via. Io credo di poter rinunciare a leggerne degli altri (ilarità
da
sinistra).
Orbene, come si conciliano questi schedari, queste segnalazioni, queste
disposizioni (in parecchi di questi schedari alla fine c'é la
disposizione
della vigilanza discreta) di vigilanza, di controllo e comunque di
limitazione
delle libertà personali con gli articoli 13, 15, 16 e 21 della
Costituzione?
Come si conciliano queste segnalazioni, queste disposizioni di
vigilanza e di
controllo con l'immunità dei parlamentari e con il prestigio stesso dei
deputati e senatori, sottoposti a vigilanza e a giudizio da parte del
maresciallo dei carabinieri o sia pure di un commissario capo di
polizia? Non é
forse questa una delle prove che la polizia é una polizia di partito, é
uno
strumento per la politica reazionaria del regime? Non fa parte forse
anche
questo dell'immonda campagna di diffamazione dei partigiani? Perché a
parole
tutti sono capaci di esaltare la Resistenza, «i partigiani», «l'eroismo
patriottico»; in realtà partigiani valorosi decorati di medaglie d'oro
e
d'argento si trovano iscritti in questo Casellario Politico Centrale
come
elementi pericolosi da vigilare e il giudizio che se ne dà in molti
casi non é
diverso da quello che davano a suo tempo le SS tedesche. E non può
essere
diverso perché coloro che danno questi giudizi sono in molti casi ex
fascisti
repubblichini, ex ufficiali della milizia, ecc.
Che cosa chiediamo?
Mi avvio alla conclusione.
Che cosa chiediamo noi? Chiediamo forse l'immunità o l'impunità per chi
é stato
partigiano? A nessuno potrebbe venire in mente una richiesta così
assurda. Per
quanto meritevole possa essere un cittadino davanti alla Patria, per
quanto
possa avere lottato e sofferto per la libertà del suo Paese, sia esso
ex
partigiano, ex combattente, decorato o no, se viola la legge ne deve
subire i
rigori.
Non siamo qui a difendere chi ha mancato, chi non era degno di vestire
la
divisa partigiana, chiediamo una cosa sola sulla quale tutti coloro che
sono
stati soldati o comandanti di formazioni partigiane, tutti coloro che
hanno
partecipato alla lotta per la liberazione, che hanno comunque lottato e
sofferto per liberare l'Italia dal fascismo e dai tedeschi dovrebbero
essere
d'accordo.
Chiediamo che non sia più oltre permesso di poter impunemente diffamare
anche
sulla stampa (per essere breve non ho voluto citare una quantità di
questi
fogli da spazzatura che ogni giorno vilipendono i partigiani),
perseguitare,
arrestare i partigiani per azioni di guerra compiute prima dell'aprile
1945 e
nei primi mesi della liberazione fino al 31 luglio, come prescrive la
legge.
Noi chiediamo che non sia più oltre permesso a nessuno di infangare la
pagina
più bella della storia del nostro Paese; chiediamo che la legge sia
rispettata
ed innanzi tutto da coloro che hanno il dovere e la funzione di fare
rispettare
le leggi.
Chiediamo che la si finisca con l'arrestare i partigiani per pretesi
delitti
avvenuti nel corso della guerra di liberazione; chiediamo che venga
applicato
nella lettera e nello spirito il decreto luogotenenziale del 12 aprile
1945 che
tra l'altro dice: «sono considerate azioni di guerra e pertanto non
punibili a
termini delle leggi comuni gli atti di sabotaggio, le requisizioni ed
ogni
altra azione compiuta dai patrioti per la necessità di lotta contro i
tedeschi
ed i fascisti nel periodo di occupazione nemica»; chiediamo che si
ponga
termine a questa vergogna alla quale da due anni assistiamo, quella
cioè di
mettere sotto processo partigiani per azioni di guerra, per operazioni
compiute
per necessità di lotta contro i tedeschi e i fascisti.
Lo sappiamo che senza dubbio talune azioni furono dettate solo dalla
dura
necessità di guerra, da necessità contingenti, ma quali azioni di
guerra,
onorevoli colleghi, quali azioni di guerra, di qualsiasi guerra
potrebbero
essere giudicate obiettivamente a distanza di 5 o 6 anni da quando sono
avvenute? Non si deve dimenticare che le azioni partigiane hanno avuto
luogo
quando il nostro Paese era messo a ferro ed a fuoco, quando interi
villaggi
erano dati alle fiamme, le loro popolazioni trucidate, due mila persone
in un
solo villaggio a Marzabotto assassinate, i partigiani seviziati e
squartati
vivi.
L'altro giorno l'onorevole Gasparotto parlando sul bilancio della
difesa ha
rievocato qui quali orrendi delitti, quali delitti di massa contro
popolazioni inermi
di interi villaggi furono consumati dai tedeschi e dai fascisti. Quando
si
giudicano i partigiani queste cose non bisogna dimenticarle, occorre
riportarsi
a quel clima, rievocato ieri l'altro qui dall'onorevole Gasparotto,
occorre
riportarsi a quei giorni di lotta decisiva per liberare il nostro Paese.
Giuraste di tornare...
Il collega senatore Cadorna il 6 maggio del 1945 a Milano nel suo
discorso di
commiato ai partigiani ebbe a pronunciare queste parole: «sopraffatti
dalla
sproporzione del numero foste talora costretti ad abbandonare con le
lacrime
agli occhi e l'ira nel cuore le valorose popolazioni che vi avevano
fraternamente aiutati. Costretti a cercare riparo nel terreno
insidioso,
sentiste alle vostre spalle l'urlo delle vittime nei poveri villaggi
dati preda
alle fiamme. Giuraste di tornare e di vendicare le vittime
innocenti.
Giunsero così i giorni della Liberazione e della gloria. Man mano che
il
successo si apriva agli eserciti alleati, si accendeva la battaglia
nelle
retrovie del nemico... L'esercito partigiano sorgeva dall'ombra e si
collegava
con le popolazioni insorte affrontando il nemico al grido: arrendersi o
perire.
Il tempo eroico é ora trascorso. L'esercito partigiano si riunisce oggi
per la
sua grande celebrazione che prelude al suo scioglimento. Ma se le
formazioni si
sciolgono, lo spirito partigiano non muore, esso guiderà la Patria
verso i suoi
nuovi destini».
Giuraste di tornare e di vendicare le vittime innocenti! Generale
Cadorna,
quanti, di quei partigiani tornati al suo appello in quei villaggi che
erano
stati dati alle fiamme, quanti dei partigiani tornati a vendicare,
sono
le sue parole, le vittime innocenti attendono che lei assieme a tutti
gli
esponenti della Resistenza insieme ai comandanti partigiani, assieme a
coloro
che furono alla testa dei comitati di liberazione si levi a chiedere
giustizia!
Mai nella storia d'Italia si é assistito ad un procedimento così
scandaloso che
a distanza di cinque anni da una guerra di popolo si mettono sotto
processo
coloro che hanno combattuto per la libertà contro l'invasore e contro i
traditori, su denuncia delle famiglie delle spie, dei fascisti
repubblichini,
su denuncia di coloro che stavano dalla parte del nemico e che nella
migliore
delle ipotesi non possono che essere mossi da spirito di vendetta.
Un procedimento simile sarebbe stato assurdo anche se adottato nel
corso della
guerra di Liberazione o subito dopo quando i Comitati di Liberazione
Nazionale
e il comando del Corpo Volontari della libertà erano ancora in
funzione; perché
questi organismi e solo questi organismi sarebbero stati in grado di
giudicare
coloro che si erano macchiati di colpe nel corso della guerra. Ma
procedere
oggi a distanza di 4-5 anni all'arresto di centinaia e centinaia di
partigiani,
dare corso oggi alle denuncie delle famiglie dei fascisti
repubblichini, delle
spie e dei collaborazionisti, dei tedeschi, andar oggi a disseppellire
le
tombe, a sottoporre a violenza i partigiani per stabilire se questa o
quest'altra esecuzione era stata eseguita con tutte le regole del
codice
militare di guerra oppure secondo talune indicazioni un po' sommarie
del
generale Trabucchi, tutto questo supera ogni limite di ragionevolezza.
Il procedimento adottato contro i partigiani dopo la «vittoria»
democristiana del
18 aprile non può che essere giudicato come il tentativo di forze
fasciste di
fare la loro vendetta, come una delle manifestazioni più aperte della
controffensiva antidemocratica ed antirepubblicana. Perché, onorevoli
colleghi.
in tutte le guerre, nelle guerre di tutti i tempi e di tutti i paesi,
tra le
moltitudini dei combattenti, dei valorosi e degli eroi, vi sono sempre
stati
anche dei soldati indegni, ma sempre si è visto che questi sono stati
puniti
nel corso della guerra stessa o subito dopo. Mai si è assistito ad uno
sconcio
come quello al quale abbiamo assistito in questi anni.
Non si é mai assistito in alcun paese a questo assurdo che a cinque
anni dalla
fine della guerra per tentare di scoprire dieci o venti delinquenti si
proceda
all'arresto ed all'inquisizione di migliaia e migliaia di valorosi
combattenti.
Al contrario, alla fine di ogni guerra, o pochi anni dopo, quasi a
sanzionare
la pace ed a suggellare il ritorno alla normalità si aprivano le porte
delle
carceri anche a quei disgraziati che nel corso di tragici avvenimenti,
in
circostanze particolari, avevano mancato, avevano violato la legge.
Per la distensione: giustizia ai partigiani
Invece da noi in Italia alla fine di una vera guerra di popolo, al
termine di
una guerra di liberazione abbiamo prima assistito all'esaltazione dei
partigiani e dei patrioti, di coloro che questa guerra avevano
combattuto, poi
per realizzare la pacificazione nel Paese la Repubblica ha
generosamente
accordato al nemico di ieri, ai fascisti, larghe amnistie, ed adesso
invece di
porre la parola pace si ricomincia da capo.
Voi avete cominciato a mettere sotto processo i partigiani, a
perseguitarli, a
permettere e ad alimentare infami campagne di stampa contro la
Resistenza e i
suoi artefici. E chiamate questo pacificare il Paese? In un primo tempo
si
condannano i fascisti più responsabili e più criminali. Poi sono venute
le
amnistie ed era giusto, ripeto, accordarle se si voleva unire e
pacificare il
Paese. Ma in seguito avete ricollocato in posti delicati e di
responsabilità
degli ex dirigenti fascisti, degli ex gerarchi della milizia e questo
era già
sbagliato, ed ora siete arrivati a mettere sotto processo ed a
perseguitare i
partigiani! Ma fino a quando si vuole continuare questa tragica
altalena?
Se non vi anima un senso di giustizia perlomeno l'interesse del Paese,
la
necessità di spezzare quella che qualcuno di voi ha chiamato la spirale
della
vendetta, vi dovrebbe spingere a porre fine ad una campagna di odiose
persecuzioni che non possono non suscitare altro odio, altre vendette,
che non
possono non provocare lo sdegno di quanti devono vivere questo tempo
della
«liberazione tradita».
Nella relazione di maggioranza sul Bilancio dell'Interno presentata
dalla prima
commissione si ricorda che «bisogna rimuovere gli ostacoli di ordine
economico
e sociale. che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza
dei
cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e la
effettiva
partecipazione di tutti i lavoratori alla organizzazione politica,
economica e
sociale del Paese». E si aggiunge che: «Bisogna rendere sempre più
intimi e
sempre più stretti i legami tra lavoratori e lo Stato e togliere le
cause dei
maggiori squilibri sociali. In ciò sta il segreto per assicurare
all'interno
l'ordine e la pace, basati sul consenso e non ottenuti con la forza».
Non so se il senatore Merlin ha voluto dare dei consigli all'on.
Scelba,
comunque sono queste delle affermazioni che noi possiamo pienamente
sottoscrivere. Ma la politica sin qui seguita dal governo e dal
Ministro
dell'Interno é nettamente in contrasto con quelle parole. Tra l'altro
esse sono
la confessione che il consenso sino ad oggi voi l'avete ottenuto solo
con la
forza. Che voi contiate solo sulla forza, lo dimostra anche la vostra
svalutazione del Parlamento.
Per svalutare il Parlamento e per ridurne a zero la sua funzione, voi
avete
adottato da tempo una tattica che si potrebbe definire «l'ostruzionismo
del
silenzio». Voi dite all'opposizione: «parlate, parlate pure, dite quel
che
volete, tanto noi facciamo quello che vogliamo! Parlate pure, tanto
quando
avrete finito noi voteremo e faremo quello che ci piace!». Così voi
dimostrate
di non aver altra fede che nella forza. Non fatevi però soverchie
illusioni su
questa forza. Altri se le sono fatte e quelle illusioni furono causa
per il
nostro Paese di immense rovine.
Per conto nostro, illusioni non ce ne facciamo; sappiamo che la lotta
per la
libertà esige sacrifici e sofferenze; ma queste non ci fanno paura, non
ci
hanno mai fatto paura. Noi abbiamo una grande fede nel nostro popolo,
nel
nostro Paese e nell'avvenire del Socialismo.
Voi fate quello che volete: verrà un giorno in cui nessuna
violenza,
nessun arbitrio e nessuna forza potrà impedire che l'Italia sia
rinnovata. Ne
siamo certi.
Per quel giorno noi lavoriamo, per quel giorno lavorano tutti i
partigiani
della Pace!
(Vivissimi e prolungati applausi dalla sinistra. Si grida «Viva i
partigiani
d'Italia». I senatori della sinistra sono tutti in piedi e per alcuni
minuti
l'applauso continua a risuonare nell'aula).