Ottobre 1944: i giovanissimi
        combattenti che, nelle file della Seconda Brigata Proletaria,
        hanno preso parte ai combattimenti per la liberazione di
        Belgrado, posano soddisfatti per la foto-ricordo (dal libro:
        Pokret!, di A. Clementi, ed. ANPI Roma, 1989)

P A R T I G I A N I !

Roma, 7-8 maggio 2005



Anniversari: Settembre 1943

La resa di Sebenico e le stragi della "Prinz Eugen"


di Ilio Muraca

(da Patria Indipendente, 23 luglio 2006 -
http://www.anpi.it/patria_2006/07/16-17_MURACA.pdf )


Erano certamente due grandi bandiere bianche quelle che vedevo, erette sui fuoristrada tedeschi, in avvicinamento alla piazzaforte di Sebenico, sulla costa dalmata, quel mattino del 10 settembre 1943. Ma altrettanto incerto era, invece, il loro significato, perché l'ordine che avevo ricevuto era di difesa ad oltranza del porto di una città, dal quale si sarebbero potuti imbarcare alcune migliaia di nostri militari, evitando così la cattura.
Avvertivo la responsabilità di un ordine che voleva dire "combattere" e della eccezionale posizione del fortino che comandavo, il più avanzato sulla strada di Zara, a cui stava sopraggiungendo la 14ª divisione SS tedesca. E avrei dovuto essere io, inesperto sottotenente, da appena tre mesi uscito da Modena, a dare inizio al previsto sbarramento di fuoco, per impedire la occupazione della città.
Al mio segnale, senza alcun altro avviso, sarebbe seguito il tiro di interdizione di decine di bocche da fuoco, concentrate lungo tutto il perimetro di una difesa fra le più salde della costa. Tuttavia, mi sorprendeva che nessuno, dopo gli ordini della sera precedente, si facesse più vivo, malgrado che la situazione fosse sempre più drammatica.
Ero solo, coi miei bersaglieri, i quali, la sera dell'otto settembre, all'annuncio dell'armistizio, preceduto dai fuochi di gioia dei partigiani si erano dati alle più sfrenate manifestazioni di giubilo ma che, ora, erano tornati seri e disciplinati, immobili dietro i muretti di sassi, con le armi pronte a sparare.

Alcuni di loro appartenevano a classi anziane, con tre anni di guerra sulle spalle; molti erano siciliani, con la dolorosa notizia che la loro terra era stata già invasa dagli anglo-americani.
L'alba ci aveva colti tutti così, dopo una notte insonne, in posizione di massima all'erta. Stavo vivendo quegli attimi di tensione spasmodica come sull'orlo di un precipizio, ma con il cannocchiale ben puntato sulle bandiere bianche che si avvicinavano alla linea di apertura fuoco, cinquecento metri da noi, con quell'ambigua esposizione di un segnale di pace. Poi, in rapida sequenza, gli avvenimenti che avrebbero segnato per sempre la mia vita: l'urlo del telefonista che ripeteva: "signor tenente non si spara più!"; l'assalto improvviso, a seguito della nostra rinuncia, di un gruppo di partigiani, che non avevo mai visto così da vicino, sbucati chissà da dove, che si para spavaldamente davanti alla colonna tedesca e inonda le prime macchine con un diluvio di colpi di parabellum; i drappi bianchi che rapidamente si abbassano, mentre alcuni tedeschi si riversano, esamini, sulla strada, fuori dai loro mezzi; e, su tutto, il nostro assordante silenzio di uomini vinti.
Quel pomeriggio, venni lasciato ancora solo, coi miei pensieri in subbuglio e le mie domande irrisolte, perché più nessuno rispondeva, dall'altro capo del telefono. Più tardi, divenne tutto più chiaro, quando alcuni colleghi, ormai prigionieri, ma momentaneamente liberi sulla parola d'onore, saliti sino al mio fortino, mi avevano ragguagliato sulla cattura dell'intero reggimento.
Non c'era stata nessuna reazione, per la improvvisa resa ai tedeschi del comandante della divisione "Bergamo", il quale, subito dopo, aveva preso il largo verso l'ospitale Trieste, già in mano nemica.
La notte che seguì, ancora insonne, con l'animo amareggiato e pieno di voglia di rivincita, permisi di entrare nel fortino ad un sergente del mio battaglione, da mesi disertore, che mi pose la richiesta di consegnare le armi ai partigiani, in cambio della libertà e del rimpatrio. Cedetti le armi a quegli uomini che avevano dimostrato quello straordinario coraggio, sulla strada della nostra capitolazione, ma rinunciai all'offerta del ritorno a casa. Mi aspettavano quindici, interminabili mesi di un cammino egualmente verso la libertà, ma in un Paese straniero, dilaniato dalla occupazione nazifascista.
Più tardi, venni a sapere che, nei dintorni di Spalato, il primo di ottobre, a seguito della loro collaborazione coi partigiani, favorita dal generale transfuga a Trieste, quarantotto ufficiali e tre generali erano stati condannati e fucilati, da un tribunale della stessa divisione SS "Prinz Eugen".
I loro corpi, riportati in Italia, sono oggi sepolti nel tempio militare del Lido di Venezia. Si è trattato di uno degli eccidi più sanguinosi della guerra di Liberazione, il cui ricordo, forse perché in parte offuscato da quello di Cefalonia, non è mai stato celebrato.
Anche la mia vicenda di transfuga e della consegna delle armi ai partigiani, sembra che abbia avuto un tragico epilogo, nella persona del Col. Verdi, comandante del mio reggimento, di stanza a Spalato e, perciò, molto distante dal mio fortino. Un testimone oculare lo avrebbe visto scendere dal mezzo sul quale si stava già avviando verso la prigionia, dopo che un motociclista, latore di un ordine urgente, aveva bloccato l'automezzo e ordinato la consegna dell'alto ufficiale. Ritenuto ingiustamente responsabile del mio gesto, verrà anch'egli fucilato dai feroci SS della "Prinz Eugen". Ho cercato invano la sua lapide, fra quelle del Lido, ove avrei tanto desiderato deporre un fiore.



La Resistenza dei militari italiani a Spalato

A Spalato gli uomini della Divisione Bergamo fecero causa comune con i partigiani iugoslavi. La città venne difesa per giorni dagli attacchi delle colonne motorizzate della divisione SS Prinz Eugen, che per passare dovette attendere il rinforzo della 114^ divisione tedesca. Nel frattempo però alcune unità della nostra Marina poterono salpare alla volta dell'Italia portando in salvo interi reparti con tutto il loro armamento. E mentre i tedeschi facevano intervenire anche la loro aviazione, dalla città i partigiani iugoslavi andavano evacuando un'enorme quantità di materiale bellico col quale armarono poi migliaia di nuove reclute del maresciallo Tito. I bombardamenti di rappresaglia provocarono centinaia di vittime negli accampamenti dei militari italiani. Quando la situazione divenne insostenibile, i superstiti uscirono dalla città per raggiungere i partigiani. Una volta occupata Spalato, il comando della divisione SS Prinz Eugen istituì un tribunale speciale per giudicare gli ufficiali della divisione Bergamo che avevano collaborato con i partigiani di Tito. Il verdetto fu spietato: il 1° ottobre nei pressi della città vennero fucilati tre generali e 47 ufficiali. Oggi le loro salme sono accolte a Venezia nel tempio votivo dedicato ai caduti delle due guerre mondiali.

La Resistenza dei militari italiani a Belgrado

I superstiti della difesa di Spalato continuarono a combattere e nacquero così prima il battaglione Garibaldi, subito accolto nelle fila della I brigata proletaria iugoslava, e poi il battaglione Matteotti, costituito grazie al moltiplicarsi dei militari che avevamo scelto di combattere i tedeschi. Per ben tre volte i due battaglioni Garibaldi e Matteotti, le maggiori formazioni italiane in Bosnia, rischiarono di essere annientati dalle offensive tedesche a largo raggio e di lunga durata e tuttavia ressero alle più dure prove meritando l'elogio di Tito e frequenti citazioni nei bollettini di Radio Londra. I due battaglioni parteciparono anche alla conquista di Belgrado, città alla cui tenuta i tedeschi attribuivano un'enorme importanza morale e strategica. La sede del Teatro nazionale della città fu liberata il 19 ottobre dal battaglione Garibaldi, dopo tre giorni di violenti scontri con i tedeschi. A Belgrado venne decisa anche la costituzione della brigata d'assalto Italia, grazie alla fusione dei due battaglioni Garibaldi e Matteotti con altri tre composti da centinaia di italiani liberati dalla prigionia; una brigata forte di 4.000 uomini che nel maggio 1945 ritornò in patria con il nome di Divisione Italia.


Fonte: sito ANPI - segnalato su: http://it.groups.yahoo.com/group/resistenza_partigiana/


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