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COORDINAMENTO NAZIONALE PER LA JUGOSLAVIA

ITALIJANSKA KOORDINACIJA ZA JUGOSLAVIJU


siete nella sezione dedicata alla disinformazione strategica su "foibe" ed "esodo" ed al neoirredentismo italiano

 


Basovica/Basovizza:
manifestazioni fasciste e disinformazione strategica


rright10.gif (248 byte) iniziative

rright10.gif (248 byte) documentazione 



vedi anche:

  • La "foiba" di Basovizza: un falso storico diventato monumento nazionale. Intervento di Alessandra Kersevan (VIDEO)
  • Operazione foibe a Trieste. Come si crea una mistificazione storica: dalla propaganda nazifascista attraverso la guerra fredda fino al neoirredentismo (versione online integrale della edizione 1997 del libro di Claudia Cernigoi) - vedi spec. la documentazione su Basovizza

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http://www.nuovaalabarda.org/leggi-articolo-una_denuncia_per_la_%27foiba%27_di_basovizza.php

Una denuncia per la 'foiba' di Basovizza

RIAPRITE LA FOIBA DI BASOVIZZA!

In data 25 ottobre 2005 i ricercatori storici Samo Pahor e Claudia 
Cernigoi hanno presentato ai Carabinieri un esposto indirizzato alla 
Procura della Repubblica presso il Tribunale di Trieste relativo ai 
“lavori di riqualificazione” inerenti al sito della cosiddetta Foiba 
di Basovizza, finanziati con i fondi stanziati per i cinquanta anni 
del ritorno dell’Italia a Trieste. Eccone il testo:

OGGETTO: esposto relativo alle attività previste con deliberazione 
comunale n. 68 d.d. 3 ottobre 2005 variante n. 86 al vigente PRGC – 
recupero dell’area e del monumento della Foiba di Basovizza.

I sottoscritti Claudia CERNIGOI (n. Trieste 17/2/1959, ivi residente 
in via San Primo 20) e Samo PAHOR (n. Trbovlje 22/5/1939, residente a 
Trieste in Salita di Vuardel 21) espongono quanto segue in 
riferimento ai lavori di cui alla delibera comunale in oggetto.

Da decenni il pozzo della Miniera sito nella proprietà della 
comunella di Boršt risulta dichiarato monumento nazionale e luogo di 
manifestazioni di vario carattere con riferimento ad esecuzioni 
sommarie che sarebbero avvenute in loco nel periodo immediatamente 
successivo al 1° maggio 1945.
Dopo i recuperi effettuati dalle autorità anglo-americane nell’estate/
autunno 1945, non risultano effettuati altri recuperi di salme, 
nonostante da più parti si parlasse della presenza di “centinaia” o 
“migliaia” di persone uccise sommariamente e gettate nella voragine. 
Citiamo a questo proposito una relazione del direttore della 
Divisione terza della XII Ripartizione (lavori pubblici) del Comune 
di Trieste, datata 13/9/1954, in cui si legge che
< fuori del Cimitero si è a conoscenza della giacenza dei resti non 
riconoscibili nella foiba denominata della “Miniera” di Basovizza, 
frammisti a munizioni ed armi, di difficile raccolta, presumibilmente 
n. 4000 >. (allegato 1)
Successivamente nel 1959 il Ministero della Difesa predisponeva una 
sistemazione del fondo con l’apposizione dell’attuale copertura allo 
scopo di impedire l’uso a discarica della voragine mineraria.
All’epoca il deputato Giorgio Almirante, capogruppo del partito 
denominato “Movimento Sociale Italiano”, presentò un’interrogazione 
parlamentare
< in ordine al pietoso recupero delle salme degli infoibati nelle 
zone della Venezia Giulia rimaste all’Italia, anche in relazione al 
fatto che due tra le più grandi foibe, quelle di Basovizza e di 
Monrupino, contenenti migliaia di cadaveri, sono state rozzamente 
tappate con un solettone di cemento >.
Il ministro della Difesa pro tempore, on. Giulio Andreotti, rispose:
< I lavori eseguiti (...) hanno esclusivamente funzione protettiva, 
per evitare che continui lo scarico delle immondizie nelle foibe. La 
chiusura è del tutto provvisoria. Essa è costituita da lastre di 
cemento poggiate su travi di ferro e munite di anelloni per il loro 
sollevamento. La chiusura non preclude quindi la possibilità del 
recupero delle salme giacenti nel fondo del pozzo, recupero che sarà 
effettuato quando sarà possibile superare le molteplici e serie 
difficoltà di ordine igienico e di sicurezza. Occorre tener presente 
(...) anche il fatto ormai accertato, che (...) sono stati gettati 
ingenti quantitativi di esplosivo e residuati di nafta, il che 
aumenta notevolmente il rischio delle operazioni >
Analoga interrogazione fu presentata dal deputato Gefter-Wondrich e 
risposta simile a quella sopra citata fu data dal Sottosegretario di 
Stato per la difesa Caiati nella seduta del 12/12/59.
(Le due interrogazioni si trovano in “Atti parlamentari anno 1959-60. 
Risposte scritte ad interrogazioni dal 13/10/59 al 25/1/60”. Seduta 
4/12/59, allegato 2)
Da dette risposte si evince chiaramente che i recuperi stante 
l’attuale sistemazione sono tecnicamente possibili; ma nel caso in 
questione sono anche giuridicamente dovuti ai sensi del comma 2 
dell’art. 116 delle norme di attuazione c.p.p. che recita:
< Il disseppellimento di un cadavere può essere ordinato, con le 
dovute cautele, dall’autorità giudiziaria se vi sono gravi indizi di 
reato >.
I recuperi dei resti mortuari sono inoltre resi obbligatori dall’art. 
50 del Regolamento di Polizia Mortuaria (DPR 10/9/90 n. 285) che recita:
< Nei cimiteri devono essere ricevuti quando non venga richiesta 
altra destinazione:
- i cadaveri delle persone morte nel territorio del Comune, qualunque 
ne fosse in vita la residenza; (omissis)
- i resti mortali delle persone sopra elencate >.
Le ripetute affermazioni relative a massacri avvenuti presso il Pozzo 
della miniera, nonché le costanti manifestazioni che vi si svolgono 
da decenni costituiscono di per se stesse “notitia criminis” nonché 
“gravi indizi di reato”, così come previsti dalle normative vigenti. 
Che nel Pozzo della miniera si trovino resti umani, risulta inoltre 
dal fascicolo RGNR 631/00 della Procura della Repubblica presso il 
Tribunale Ordinario di Trieste, a firma del PM dott. Dario Grohmann, 
nel quale si legge che < il monumento indicato > è < da considerarsi 
sepolcro > (allegato 3).
La copertura prevista dal progetto approvato dal Comune di Trieste 
con la deliberazione in oggetto specificata, qualora realizzata, 
costituirà un grave ostacolo ai recuperi dei resti umani di cui con 
tanta costante iterazione si afferma l’esistenza, possibili invece 
con l’attuale sistemazione; la mancanza di questi accertamenti 
causerebbe inoltre impedimento alla Magistratura di acquisire prove 
fondamentali per le valutazioni giudiziarie dell’accertamento dei 
fatti avvenuti e delle eventuali responsabilità penali conseguenti.

I sottoscritti ritengono opportuno che venga sentito in qualità di 
persona informata sui fatti l’onorevole Giulio Andreotti, o, in 
subordine, l’onorevole Caiati.

Si chiede pertanto a codesta spettabile Autorità Giudiziaria di voler 
emettere un’ordinanza di sospensione dei lavori di cui alla delibera 
in oggetto, e di voler procedere ad un’esplorazione del contenuto del 
pozzo della miniera di Basovizza, per verificare la presenza di resti 
umani, e provvedere alla loro dignitosa sepoltura in luogo all’uopo 
preposto.

I sottoscritti chiedono inoltre di venire avvisati dell’eventuale 
richiesta di archiviazione ai sensi dell’art. 408 c.p.p..

In data 7/11/05 l’esposto è stato archiviato, su indicazione del 
dottor Nicola Maria Pace, Procuratore della Repubblica di Trieste, 
nel Registro degli “atti non costituenti reato”; tale tipo di 
archiviazione, ci è stato spiegato negli Uffici della Procura, non 
obbliga il Procuratore a motivare la propria decisione, né a darne 
notizia ai denuncianti. Di conseguenza, nel fascicolo relativo, 
abbiamo trovato solo copia della documentazione da noi presentata, la 
lettera di trasmissione alla Procura della Stazione dei Carabinieri 
di Basovizza e nel frontespizio le seguenti annotazioni a penna: “al 
Procuratore per Sue valutazioni, data la peculiarità dell’esposto... 
io non credo si debba provvedere a sospendere (sic) un atto 
amministrativo, né c’è alcun reato in corso”. Data 2/11/05, firma 
illeggibile (non è quella del dottor Pace).
In seguito a questa dichiarazione, che non essendo più 
particolareggiata non ci permette di comprendere a fondo il motivo 
per cui quanto da noi denunciato non raffiguri alcun reato, dobbiamo 
per forza cercare di dare delle interpretazioni a quanto la Procura 
ha inteso sostenere.
Se la Procura non ritiene necessario procedere ad un recupero delle 
salme presenti nel Pozzo della Miniera prima dell’ultimazione dei 
lavori che potrebbero inibirne la successiva possibilità, nonostante 
tutte le notizie di presenza di dette salme (che potrebbero 
costituire i “gravi indizi di reato”), ciò può significare soltanto, 
a parere nostro, che la Procura non ritenga che vi siano salme ancora 
giacenti nel Pozzo suddetto: altrimenti ne avrebbe dovuto ordinare il 
recupero.
A questo punto, però, dobbiamo ritenere che, oltre a quanto fu 
recuperato dalla voragine nel 1945 a cura degli angloamericani (il 
verbale di tali recuperi fu pubblicato sul “Piccolo” di Trieste il 
31/1/95, e fu sintetizzato nelle seguenti parole scritte dal 
giornalista: < Ma una decina di corpi smembrati e irriconoscibili non 
dovevano sembrare un risultato soddisfacente e alla fine si preferì 
sospendere i lavori >.
Di conseguenza, possiamo essere portati a pensare che oltre alla 
“decina di corpi smembrati e irriconoscibili”, già recuperati nel 
1945, nel Pozzo della miniera non ci sono mai stati altri resti 
umani; che tutto quanto apparso sulla stampa, in testi storici, in 
dichiarazioni di intellettuali e di uomini politici rispetto alle 
“centinaia”, “migliaia” di infoibati, agli eccidi di Basovizza e via 
di questo passo, siano soltanto voci inconsistenti, non degne di 
essere considerate notizie di reato (chi parla di massacri avvenuti 
in un certo posto e di cadaveri ancora lì giacenti, cosa fa, se non 
comunicare di essere a conoscenza di un reato consumatosi?) da parte 
della nostra Procura della Repubblica.
Però a questo punto potremmo anche ritenere che non solo la foiba di 
Basovizza non dovrebbe più essere considerata un monumento nazionale 
(monumento a ricordo di fatti che non sono avvenuti?), ma potremmo 
anche chiedere che le voci, non degne di fede, di coloro che 
continuano a parlare di eccidi avvenuti a Basovizza, quando la 
Procura non ritiene di dover agire per recuperarne i resti delle 
presunte vittime, vengano fatte tacere, in quanto false ed 
inattendibili, ed atte a turbare l’ordine pubblico.
E potremmo anche chiederci e chiedere alle autorità competenti, se 
sia congrua la spesa di 805.000 Euro, tratte dai fondi per le 
celebrazioni del cinquantenario del ritorno di Trieste all’Italia, 
per “riqualificare” un monumento che non ha ragione di esistere, in 
quanto propaganda un falso storico

Per opportuna conoscenza ai nostri lettori, pubblichiamo la lettera 
inviata dai sottoscritti Pahor e Cernigoi al senatore Giulio Andreotti.


Egregio Signore

Giulio ANDREOTTI
Senatore a vita
Senato della Repubblica
Palazzo Madama
00186 - ROMA


Nell’ormai lontanissimo 1959 Ella, nella veste di Ministro della 
Difesa, ha assicurato, rispondendo ad una interrogazione parlamentare 
dell’on. Giorgio Almirante, che la copertura delle foibe di Basovizza 
e di Monrupino è provvisoria, già predisposta per essere tolta, ed ha 
promesso che tale copertura sarebbe stata tolta non appena le 
condizioni sanitarie e di sicurezza l’avrebbero permesso.
Il progresso della medicina e della tecnologia civile e militare, ha 
fatto tali passi da rendere del tutto possibile il promesso recupero 
dei resti mortali, rispetto al quale l’on. Almirante ha posto 
l’interrogazione parlamentare nell’interesse dei congiunti delle 
persone che colà sarebbero state uccise nel 1945.
L’amministrazione comunale di Trieste ha deciso di coprire la 
copertura fatta nel 1959 a cura del Commissariato generale per le 
onoranze ai caduti in guerra sulla voragine di Basovizza con un 
enorme cofano di ferro, annullando così la possibilità di recupero 
delle salme che ivi si troverebbero.
Le chiediamo pertanto di intervenire nelle sedi competenti affinché 
quanto promesso dal Ministro della difesa dell’epoca ai familiari 
delle persone uccise in quelle località venga fatto prima della 
collocazione di detto cofano di ferro.
Oltre che per il fatto di veder mantenuta una promessa che Ella ha 
fatto ai congiunti, rappresentati dall’on. Almirante, riteniamo che 
sia Suo interesse che la copertura delle due voragini venga tolta ed 
i resti mortali colà giacenti recuperati, anche per un altro motivo. 
Infatti dalle nostre parti corre voce, specialmente dopo che il 
dottor Giorgio Rustia ha scritto, nel 2000, che “la foiba di 
Monrupino è un eccesso della nostra storiografia che ha voluto creare 
una foiba in cui saranno stati buttati una dozzina o una ventina di 
soldati tedeschi”, che Ella sapeva benissimo, già prima della 
decisione di far chiudere le due voragini, che esse non contenevano 
resti mortali di italiani, uccisi solo perché italiani, ma ha voluto 
impedire che le operazioni di recupero di resti mortali inesistenti 
dimostrassero l’infondatezza delle accuse nei confronti delle forze 
armate jugoslave, accuse che sono servite per decenni come pretesto 
per negare alla minoranza linguistica e nazionale slovena quella 
tutela che, secondo le sentenze della Corte Costituzionale, le 
spettava fino dal 1° gennaio 1948. Sarebbe quindi auspicabile un Suo 
intervento per evitare che i lavori in corso sul monumento di 
Basovizza rendano non realizzabile il recupero delle salme da Lei a 
suo tempo promesso.
In attesa di un gentile riscontro porgiamo distinti saluti.

Dobbiamo a questo punto precisare che fino a questo momento non 
abbiamo avuto alcun riscontro. Abbiamo quindi deciso di rendere 
pubbliche queste nostre note.

Marzo 2006.


=== 2 ===

http://www.nuovaalabarda.org/leggi-articolo-il_caso_dell%27imbrattamento_delle_due_foibe.php

Il Caso Dell'Imbrattamento Delle Due Foibe

QUALE FOIBA E' STATA IMBRATTATA?
QUELLA DI BASOVIZZA O QUELLA DI 
MONRUPINO?

“Imbrattata ancora una volta la Foiba di Basovizza dove è ancora 
aperto il cantiere per il rinnovamento del sito”, leggiamo sul 
“Piccolo” del 18/10/06, e più avanti: “l’atto vandalico ha subito 
provocato la reazione del presidente provinciale di AN Gilberto Paris 
Lippi” (Lippi, lo ricordiamo, è anche vicesindaco del Comune di 
Trieste). Leggiamo poi che Lippi si è dichiarato “sconcertato e 
allibito di fronte alla notizia che alcuni vandali hanno nuovamente 
imbrattato il cippo dei Volontari (...) con la scritta in vernice 
nera, Ozna, con la stella rossa, falce e martello, hanno rimarcato la 
loro mancanza di coraggio”; seguono altre affermazioni del 
vicesindaco che accusa i “vandali” di “viltà e vigliaccheria” e di 
essere “capaci di comunicare le loro idee” solo con “l’atto 
vandalico”, ed in tal modo “oltraggiano il ricordo dei nostri 
cittadini e danneggiano contemporaneamente il patrimonio comune”; 
inoltre Lippi stigmatizza la “mancanza di cultura” dei “vandali”, di 
quella “cultura che oggi ci induce ad intraprendere un percorso che 
porti il nostro Paese verso una memoria condivisa e non ad una 
costante dimostrazione di intolleranza, risentimento e violenza”.
Stanti queste affermazioni di Lippi contrarie ad “intolleranza, 
risentimento e violenza”, auspichiamo che quest’anno il nostro 
rappresentante istituzionale si sia astenuto dal festeggiare la 
ricorrenza della marcia su Roma, come era invece uso fare in un 
passato neanche tanto remoto. Del resto è proprio da alcune sue 
dichiarazioni a proposito della serata di festeggiamenti (pubblicate 
sul “Piccolo” del 31/10/00) che possiamo forse comprendere meglio il 
concetto di memoria condivisa propugnato dall’oggi vicesindaco ed 
allora consigliere regionale:
“Abbiamo passato una bella serata. Un modo come un altro per stare 
assieme. Il 26 ottobre si celebra la seconda redenzione di Trieste, 
quella del 1954, e visto che il 28 ottobre era vicino, lo abbiamo 
ricordato collettivamente (...) La marcia su Roma del resto fa parte 
del nostro passato, perché fingere di essercene dimenticati?”.
Già, perché Lippi e Menia non dovrebbero festeggiare il proprio 
passato, soltanto perché vorrebbero che altri rinnegassero il proprio?
Ma torniamo alla questione dell’imbrattamento della foiba, così come 
denunciato da Lippi. Innanzitutto non ci risulta che presso il 
monumento esista alcun “cippo dei volontari” (volontari in quale 
Corpo, ci chiediamo innanzitutto): c’è un cippo posto dagli alpini, 
uno dalla Guardia di Finanza ed uno dalla Federazione grigioverde a 
ricordo di tutti i militari. Inoltre non ci sembra molto chiara la 
descrizione della scritta in vernice nera che comprende anche una 
stella rossa: o gli ignoti “vandali” si sono dedicati alla policromia 
nell’imbrattamento, o forse per Lippi tutte le stelle sono rosse per 
definizione se si trovano presso una falce e martello.
Alla protesta di Lippi è seguita una nota del capogruppo dei DS in 
Consiglio comunale, Tarcisio Barbo, che sostiene essere il fatto “più 
che un atto vandalico una vera e propria provocazione (...) ne è 
evidente dimostrazione il richiamo all’Ozna” (dal “Piccolo” del 19 
ottobre).
Anche qui c’è qualcosa che non ci convince. L’Ozna era un organo 
istituzionale di polizia jugoslavo esattamente come all’epoca dei 
presunti “infoibamenti” erano organi istituzionali di polizia l’OSS 
statunitense e la FSS britannica, tutti di paesi che erano alleati 
nella guerra contro il nazifascismo. Dove stia la provocazione nel 
richiamo all’Ozna, Barbo ce lo dovrebbe spiegare meglio; ma rileviamo 
che anche lui conclude il comunicato con un richiamo alla 
“pacificazione in atto”, proprio come Lippi.
Fin qui le notizie sulla stampa: però a questo punto noi andiamo 
oltre perché abbiamo avuto delle informazioni interessanti da parte 
del professor Samo Pahor, che, non risultandogli l’esistenza di alcun 
“cippo dei volontari” presso la foiba di Basovizza, si è recato con 
un altro testimone sul luogo per verificare lo stato dei luoghi. 
Ricordiamo che l’intera area è ancora recintata per i lavori di 
“riqualificazione” a cura del Comune di Trieste, ma lo stato dei 
luoghi è visibile anche dall’esterno. Sentiamo ora cosa ci ha 
raccontato Pahor.
“Siamo andati fino al cantiere per verificare cosa fosse stato 
effettivamente imbrattato, però non abbiamo visto alcuna scritta o 
imbrattamento. Così, pensando che si fosse già provveduto, nel corso 
dei tre giorni intercorsi, alla pulizia del sito, ci siamo recati 
presso la stazione dei Carabinieri di Basovizza, per chiedere 
chiarimenti. Alle nostre domande il maresciallo ci ha risposto che 
loro non hanno constatato alcun imbrattamento, e la ditta che sta 
effettuando i lavori ha negato che vi sia stato alcun atto vandalico”.
A questo punto ci siamo chiesti, noi come il professor Pahor, come 
abbia potuto il vicesindaco Lippi denunciare, oltretutto con tale 
dovizia di particolari, un imbrattamento che non è avvenuto. Così, 
mentre noi ci limitiamo a segnalare all’opinione pubblica questa 
palese contraddizione, Pahor ha invece presentato una denuncia alla 
Procura della Repubblica, avente come oggetto: “denuncia penale per 
il reato previsto e punito dall’art. 656 del c.p. con l’aggravante ai 
sensi dell’art. 3 della legge 13/10/75 n. 654 e della legge 25/6/93 
n. 205 (...)”.
Pahor si richiama all’art. 656 (“pubblicazione o diffusione di 
notizie false, esagerate o tendenziose, atte a turbare l’ordine 
pubblico”) poiché “l’atto che non è stato commesso è però tale che 
avrebbe turbato l’opinione pubblica ed avrebbe causato il disturbo 
dell’ordine pubblico”, e quindi chiede vengano acquisite dalla 
magistratura le note inviate sia da Lippi sia da Barbo.
Per la cronaca, diciamo subito che questa denuncia è stata quasi 
immediatamente archiviata dalla Procura triestina tra quelle “non 
costituenti notizia di reato”.
Un’altra denuncia, di simile tenore, è stata presentata anche da 
Paolo Parovel; a queste denunce sono seguiti comunicati stampa, che 
sono stati peraltro ignorati sia dal “Piccolo”, sia dalle emittenti 
radiotelevisive locali, mentre hanno trovato spazio sulla stampa 
slovena di Trieste ed in alcuni siti internet nazionali. Va però 
rimarcato che, ancora il 9 ed il 14 novembre scorsi, il “Piccolo” ha 
pubblicato, all’interno di elenchi di atti vandalici avvenuti in 
città negli ultimi mesi (soprattutto danneggiamenti a strutture 
scolastiche) anche l’annotazione che il 17 ottobre la foiba di 
Basovizza è stata imbrattata con la scritta “Ozna”.
Fin qui abbiamo trattato delle notizie apparse sulla stampa 
triestina. Se però andiamo a leggere la stampa friulana, scopriamo 
che l’intreccio si complica e le contraddizioni aumentano: infatti il 
2 novembre (quindi alcuni giorni dopo le denunce presentate da Pahor 
e Parovel, ed i relativi comunicati stampa – inviati anche a testate 
regionali), sul “Gazzettino” troviamo in prima pagina il seguente 
titolo “Foiba di Opicina (il corsivo è nostro, n.d.r.) sfregiata la 
stele”, ed il rimando alle pagine interne, dove due articoli, firmati 
dai giornalisti Maurizio Bait e Roberto Urizio, ci rendono edotti del 
fatto che, in seguito ad una segnalazione inviata al 
“Gazzettino” (diciamo subito che la stessa lettera è apparsa 
integralmente sul “Messaggero Veneto” dello stesso giorno) dal 
generale in congedo Luciano Santoro, la stele “che ricorda le vittime 
della foiba di Monrupino” era stata “imbrattata con la scritta Ozna 
accompagnata da una grossa stella e dalla falce e martello”. 
Prendiamo atto che all’interno dell’articolo è pubblicata anche una 
foto della lapide imbrattata (in vernice nera, come segnala 
l’articolo), dalla quale possiamo dedurre che la scritta non deve 
essere stata fatta con una bomboletta spray in fretta e furia ma con 
un pennello e, data l’accuratezza e la precisione del disegno della 
stella rossa in vernice nera, l’anonimo “artista” deve averci messo 
un po’ di tempo per realizzare la sua “opera”. Nell’articolo leggiamo 
anche che il Comune di Trieste ha provveduto immediatamente alla 
pulizia della stele e che le cerimonie dei giorni seguenti si sono 
svolte regolarmente.
Tralasciamo di commentare tutti gli annessi e connessi degli articoli 
dei due cronisti, che per l’ennesima volta ci presentano le solite 
falsità sulla questione delle “foibe”, mettendo in evidenza solo il 
fatto che una volta ancora non viene detto che nella foiba 149 di 
Monrupino sono stati sepolti sommariamente i militari germanici 
caduti nella battaglia di Opicina, i cui corpi sono poi stati 
traslati dapprima al cimitero triestino di S. Anna e successivamente 
a quello militare germanico di Costernano in provincia di Verona, 
quindi la stele posta a ricordo degli “istriani fiumani e dalmati” 
ivi caduti è un falso storico che non rende giustizia a nessuno.
L’atto vandalico è stato denunciato alla stampa, abbiamo detto, dal 
generale Santoro, che, leggiamo, si era recato il 14 ottobre (notiamo 
che le notizie sull’imbrattamento di Basovizza lo datano invece al 17 
ottobre) con “un gruppo dell’Anupsa (Associazione nazionale ufficiali 
provenienti dal servizio attivo) di Udine che, composto da una 
cinquantina di persone, dopo una visita al laboratorio di luce al 
sincrotrone Elettra di Basovizza, ha deciso di recarsi alla foiba in 
questione (cioè quella di Monrupino, n.d.r.) poiché quella, più 
famosa, di Basovizza è oggetto in questo periodo d’interventi di 
riqualificazione”.
A questo punto ci troviamo di fronte a diversi fattori da valutare. 
Innanzitutto ricordiamo che a Trieste Paris Lippi aveva denunciato, 
come avvenuto alla foiba di Basovizza, un imbrattamento (che però non 
risulterebbe essere avvenuto) la cui descrizione corrisponde a quello 
che abbiamo visto nelle foto pubblicate dai giornali friulani come 
riferito alla foiba di Monrupino. Dunque, se l’imbrattamento è 
avvenuto a Monrupino, perché Lippi parla di Basovizza, e, anche 
ammettendo che si sia confuso tra le due foibe, perché non ha fatto 
una rettifica pubblica?
Secondo punto: perché sulla stampa triestina si è parlato solo ed 
esclusivamente del presunto imbrattamento di Basovizza e mai di 
quello (reale, supponiamo, stante la foto) di Monrupino, che invece è 
stato trattato dalla stampa friulana con un forte risalto? Dato che 
il “Messaggero” ed il “Piccolo” appartengono allo stesso gruppo 
editoriale, ci risulta oscuro il motivo per cui la lettera del 
generale Santoro sia stata pubblicata dal quotidiano friulano e non 
da quello triestino, considerando soprattutto che il fatto denunciato 
si sarebbe svolto in provincia di Trieste e non in quella di Udine.
Poi ci è sorto l’interesse di conoscere meglio i protagonisti di 
questo “caso stampa”. L’associazione cui fa riferimento il generale, 
innanzitutto. Cos’è l’Associazione nazionale ufficiali provenienti 
dal servizio attivo (Anupsa)? Nel sito internet dell’Esercito abbiamo 
trovato che l’atto costitutivo dell’Anupsa porta la data del 3 
febbraio 1948; successivamente viene citata “una frase significativa 
dello Statuto sociale” che “ne delineava gli scopi principali”. 
Eccola: “La fiamma che per oltre un trentennio ha sorretto il nostro 
animo non può e non deve spegnersi. Appare pertanto evidente la 
necessità di organizzarsi sia per alimentare la fiamma sia per 
garantire i nostri interessi presso le Autorità Militari sia per 
valorizzare le nostre capacità lavorative in ogni campo”.
Questo richiamo al “trentennio” precedente al 1948 può forse far 
pensare ad una sorta di “nostalgia” per il periodo storico 
corrispondente al ventennio fascista, così come anche il concetto di 
“alimentare la fiamma” ci ricorda altri simboli di movimenti politici 
nostalgici della medesima epoca; ultima annotazione, leggiamo che il 
loro primo “Notiziario interno” uscì il 31 luglio 1948 e “cambiò 
veste e titolo” nel gennaio 1958, diventando “Tradizione Militare”.
Passiamo ora al generale Luciano Santoro, residente a Cividale, che, 
da fonti Internet ci risulta “nel 1965 tenente proveniente 
dall’accademia militare di Modena (...) in servizio nel 76° Rgt. 
fanteria con sede in Cividale del Friuli” (segnalazione nel sito 
Esercito italiano bacheca), nonché rappresentante di una 
“Associazione di Studi Storici cividalesi”, della quale attività non 
abbiamo trovato però molte notizie. Gli interventi del generale 
Santoro sulla stampa, presenti in rete, sono per lo più tratti dal 
“Gazzettino”, ed hanno come tema ricorrente i “pericoli identitari” 
per Cividale e le valli del Natisone se fosse applicata la legge di 
tutela per la minoranza slovena, in quanto, Santoro, come anche la 
Lega Nazionale del Friuli, ritengono che nella zona non esista alcuna 
comunità “slovenofona”. Non sappiamo inoltre se, e in quale legame di 
parentela egli sia con la professoressa Piera Specogna Santoro, pure 
di Cividale, che fu tra gli eredi del “gladiatore” Aldo Specogna che 
querelarono gli autori del testo “Gli anni bui della Slavia” per 
quanto essi avevano scritto su di lui.
È invece necessario ora riportare alcune delle espressioni usate dal 
generale in congedo nella lettera pubblicata dal “Messaggero”, per 
comprendere il suo pensiero. Riferendosi a varie scritte “anti-
italiane” che sarebbero comparse in vari tempi (non specifica quali) 
e vari luoghi, egli sostiene che “sono segnali molto preoccupanti di 
un revanscismo sloveno o filosloveno che probabilmente noi stiamo, a 
causa del nostro solito buonismo e del menefreghismo politico, 
sottovalutando. Se poi si aggiunge che si vuole riconoscere la 
minoranza linguistica nazionale slovena anche dove lo sloveno non si 
è mai parlato, né viene capito, e cioè nelle valli del Natisone, 
Torre-Cornappo, Resia, dove si usano parlate molto particolari, ma 
addirittura anche a Cividale del Friuli, che con gli sloveni, nella 
sua bimillenaria storia, non ha avuto niente da spartire, allora ci 
si domanda se, per caso, non c’è dietro qualche altro progetto, che 
alla fine della seconda guerra mondiale non è stato, per nostra 
fortuna realizzato (la formazione, con i territori italiani di 
Trieste, di Gorizia e della provincia di Udine, della settima 
repubblica della federazione jugoslava), ma che adesso piano piano 
potrebbe attuare una qualche attuazione”.
Queste grottesche (nonché anacronistiche, stante che la Jugoslavia è 
un bel po’ di tempo che non esiste più) affermazioni di Santoro ci 
richiamano alla mente quelle, altrettanto curiose, espresse dal 
triestino Giorgio Rustia in un volantino diffuso nel novembre 1998 a 
firma di un “Comitato spontaneo di cittadini che non parlano 
sloveno”: all’epoca, quando la legge di tutela non era ancora stata 
approvata, Rustia, sosteneva che tramite essa gli sloveni sarebbero 
riusciti ad ottenere per mano legale ciò che non riuscì loro “manu 
militari” nel ‘45 con i carri armati: cioè occupare i “nostri” 
territori. E come? Semplice, spiega Rustia: con questa legge di 
tutela a Trieste ci sarà bisogno di circa 250/300 interpreti che 
dovranno giocoforza venire qui da oltre confine perché “a Trieste non 
ci sono sloveni disoccupati”; questi interpreti si porterebbero 
dietro la propria famiglia (“moglie, due figli, genitori, fratelli”), 
cosicché in men che non si dica a Trieste ci sarebbero un migliaio di 
sloveni in più, dal che nascerebbe un ulteriore bisogno di 
interpreti, che dovrebbero nuovamente venire “importati” da oltre 
confine e via di seguito; in tal modo, secondo Rustia, si sarebbe 
sviluppata a Trieste una “catena di Sant’Antonio” che avrebbe 
riempito di sloveni la città costringendo gli italiani all’emigrazione.
Al di là delle facili ironie che si possono fare leggendo 
affermazioni di questo tipo, noi riteniamo che esse siano invece 
molto gravi, innanzitutto perché pretendono di negare, usando 
argomenti falsi, la presenza storica della comunità slovena nella 
Regione (è ben vero che lo sloveno che si parla nelle valli del 
Natisone non è lo stesso che si parla a Lubiana, ma non è accettabile 
che venga liquidato come “parlata molto particolare”, come se si 
trattasse del grammelot di Dario Fo invece che di un idioma 
sviluppatosi in un’isola linguistica e proprio per questo diverso 
dallo sviluppo che ha avuto la lingua slovena “riconosciuta”); e poi 
perché, tramite questa negazione, attribuiscono alla comunità slovena 
(ed ai “filosloveni”, cioè a coloro che pur non essendo sloveni, 
ritengono che la tutela delle lingue e culture minori sia doverosa 
per uno stato democratico) intenzioni eversive che non esistono se 
non negli incubi fantastorici di persone come Rustia o Santoro.
Tornando alla questione degli imbrattamenti, reali o presunti, 
abbiamo visto come quella che poteva sembrare soltanto una bufala a 
proposito di atti vandalici mai avvenuti, si è rivelata invece una 
costruzione di falsità ed ambiguità, i cui fini non ci sono chiari, 
ma che andrebbero indagati a fondo per le implicazioni che potrebbero 
avere nella civile convivenza democratica tra popoli di diversa etnia.
Riteniamo necessario a questo punto che le autorità competenti aprano 
un’indagine approfondita su tutta questa vicenda (comunicati, 
lettere, articoli, testimonianze, verifiche sull’imbrattamento di 
Monrupino, connessioni tra le persone e via di seguito), per chiarire 
a fondo di quale tipo di provocazione si sia trattato. Ed auspichiamo 
infine che, data l’interrogazione presentata in merito dal 
consigliere comunale Barbo lunedì 6 novembre, il vicesindaco Lippi 
voglia chiarire pubblicamente i motivi che lo hanno portato a 
denunciare alla stampa un imbrattamento che è sì avvenuto nei termini 
da lui descritti, ma non sulla foiba da lui indicata.

Novembre 2006


=== 3 ===

Promemoria
Associazione per la difesa dei valori dell´antifascismo e dell´antinazismo
Drustvo za zascito vrednot protifasizma in protinacizma

Trieste, 12.3.2007


Comunicato stampa - con richiesta di pubblicazione



Qualche tempo fa la nostra associazione aveva fatto pervenire al sindaco di Trieste (e per conoscenza al Prefetto di Trieste) una diffida formale dal permettere che durante iniziative promosse o organizzate dal Comune di Trieste venissero esposte in sua presenza bandiere ed altri simboli che erano palesi infrazioni della legislazione che proibisce l'apologia del fascismo. Gli si comunicava inoltre che nel caso avesse permesso il ripetersi di simili episodi ci saremmo trovati costretti a imformare della cosa la magistratura. 
Purtroppo abbiamo dovuto rilevare che in occasione delle celebrazioni del 10 febbraio scorso presso il pozzo della miniera di Basovizza tra il pubblico era presente in luogo ben visibile un tricolore italiano con al centro un aquila che tiene tra gli artigli un fascio littorio, la bandiera cioè dello stato fantoccio creato in Italia durante la guerra dagli occupatori nazisti. Non avendo avuto notizia del fatto che il sindaco, qualche altro pubblico ufficiale o le forze dell'ordine fossero intervenuti per rimuovere l'oltraggiosa bandiera ed identificare coloro che l'avevano esposta ci siamo trovati costretti ad adempiere all'impegno preso. Venerdì 9 marzo la nostra associazione ha così consegnato alla magistratura un esposto con allegata documentazione del fatto, chiedendo ai magistrati di valutare se non si sia trattato dell'infrazione delle leggi che proibiscono l'apologia del fascismo, il vilipendio della bandiera nazionale, l'omissione di atti d'ufficio o di altre fattispecie di reato e l'emanazione dei provvedimenti del caso.  
Rimaniamo ora in attesa delle decisioni della magistratura di cui naturalmente informeremo tempestivamente l'opinione pubblica italiana e straniera. 

Per l'Associazione Promemoria
Il presidente
Sandi Volk


=== 4 ===

2010: Veneto Fronte Skinheads sulla "foiba" di Basovizza


Saluti romani e proclami sulla difesa del "suolo italiano": ma le bandiere che sventolano sono quelle naziste e della R.S.I. di cui né Basovizza né la regione giuliana facevano parte (essendo Adriatisches Kuestenland)!

2008: A Basovizza 200 militanti della destra radicale


Nazisti a
                  Basovizza

La destra radicale ha trascorso la giornata del 25 aprile ricordando i martiri delle Foibe. Oltre duecento persone hanno partecipato alla manifestazione che si è svolta nel primo pomeriggio a Basovizza nel corso della quale non sono mancati i saluti romani. È stata letta la testimonianza «di un appartenente alla Repubblica sociale condannato a morte dagli angloamericani».
La manifestazione, partita con una «colonna tricolore» da piazza Oberdan, è stata organizzata dal Gruppo unione difesa (Gud) che raccoglie alcuni movimenti della destra radicale. A Basovizza sono confluiti suoi militanti da tutto il Friuli Venezia Giulia oltre a quelli di Fronte Veneto Skinheads.
In mattinata all’hotel Milano, Manlio Portolan, Ugo Fabbri e Fabio Bellani, unitamente a Roberto Fifaco un italiano che vive in Istria, si sono alternati al microfono nell’ambito di una conferenza intitolata «I crimini dei vincitori».
Giovedì sera invece nella sede del Gruppo unione difesa, in via Rapicio si è svolta una serata musicale «in ricordo - così sottolineava la nota firmata da Fabio Bellani - dei caduti fascisti e dei cuori neri caduti negli anni ’70 e ’80».


(da Il Piccolo del 26 aprile 2008)


=== 5 ===

IL MUSEO DELLA FOIBA DI BASOVIZZA

(fonte: La Nuova Alabarda, febbraio 2008)

Nell’ambito delle iniziative del Giorno del ricordo 2008 (che, dobbiamo dire, è passato piuttosto in sordina quest’anno rispetto agli anni precedenti) vi sono, a nostro parere, due elementi degni di nota: il primo è la reiterazione da parte del nostro Presidente Napolitano delle affermazioni (secondo noi non condivisibili) che già l’anno scorso suscitarono polemiche al limite dell’incidente diplomatico con la Croazia, cioè l’affermare che le “foibe” furono “pulizia etnica”. Caso effettivamente preoccupante, perché errare è umano, ma perseverare…
L’altra notizia importante è che è stato (finalmente?) inaugurato il Museo della “foiba” di Basovizza, quello del quale lo spiritoso Daniel Agami rimpiangeva la mancanza (come da noi commentato in un articolo a proposito un paio di mesi or sono). Il museo è decisamente scarno: composto da una decina di pannelli, più ricchi di foto che di elementi storici. I testi e le foto sono comunque pubblicati in un volumetto (costo 8 euro) redatto in 5 lingue oltre l’italiano.
Il lato interessante di questa mostra è che quanto scritto sui tabelloni è (tranne alcune inesattezze che evidenzieremo a parte) del tutto veritiero. Il problema è che la verità scritta non è tutta la verità, ma solo parte di essa. Prendiamo il primo pannello: viene riportata tutta la vicenda delle notizie stampa e delle relative smentite sui (mai avvenuti) recuperi di centinaia di corpi dalla foiba di Basovizza nel 1945, e, dopo avere parlato delle infruttuose esplorazioni compiute dagli Angloamericani conclude con quanto pubblicato dal giornalista Giovanni D’Alò il 30/11/45, che, dopo avere parlato dei recuperi effettuati con la benna, fu il primo a fare un “calcolo approssimativo in metri cubi del numero delle possibili salme: circa 450 metri cubi di materiali corrispondenti a 1200-1500 corpi umani, il che naturalmente era solo un’ipotesi, posto che nella cavità erano stati gettati oggetti di ogni tipo, comprese carcasse di animali e munizioni inesplose, per rendere più ardue le ricerche”. Le ricerche di che, può chiedersi il lettore smaliziato: dato che in tutto il testo non si parla mai di alcuna salma recuperata (in realtà, stanti i documenti di pubblico dominio, dovrebbero essere stati recuperati i resti di una decina di persone, irriconoscibili), CHI sarebbe stato “infoibato” in quello che oggi è un monumento nazionale con tanto di museo?
Infatti leggendo attentamente il testo appare evidente che non v’è alcuna prova che a Basovizza sia stato commesso un eccidio: però questo non è detto chiaramente, lo si deve leggere tra le righe. Per questo diciamo che si tratta di verità, ma solo di parte di essa: perché nei pannelli non troviamo accenni al fatto che documenti angloamericani (di pubblico dominio) escludevano la presenza di altri resti umani nel Pozzo della miniera oltre alla decina recuperata all’inizio delle esplorazioni, e che fu questo il motivo della sospensione delle ricerche.
Un pannello successivo parla della storia del monumento di Basovizza, ma neanche qui compare qualcosa che possa richiamare lo svolgersi di massacri nel sito. Né si parla del continuato “mutamento” di cifre, sia della profondità del Pozzo, sia dei “metri cubi” di “infoibati”, cosa che meriterebbe invece di essere ricordata ai visitatori.
Nel pannello dedicato alla “cartografia” (che a parer nostro avrebbe dovuto precedere, per senso cronologico e di inquadratura storica quelli già visti) una didascalia spiega che “nel 1941 l’Italia annette alcuni territori sloveni (…) e croati”, dove il concetto, per quanto scientificamente esatto di “annessione” nell’immaginario del lettore comune può sembrare quasi un evento indolore, mentre in realtà comportò violenze, morti, deportazioni e distruzione del territorio di grande entità. In compenso, una successiva nota precisa che “ai primi di maggio 1945 gli Jugoslavi occupano tutta la Venezia Giulia”: anche qui notiamo l’uso strumentale (già da noi in altre sedi stigmatizzato) del termine “occupazione” riferito alla presenza jugoslava a Trieste, quando per gli angloamericani non si usa questo termine, che porta il lettore a valutare negativamente ed aprioristicamente la presenza jugoslava nella regione, ancora prima di conoscere la realtà dei fatti storici.
Nel pannello dedicato alle foibe istriane del 1943 (anche questo, a logica temporale, avrebbe dovuto precedere quelli su Basovizza) troviamo delle generalizzazioni che ci sembrano fuori luogo, come l’accenno a “forme di violenza premoderna” quali “linciaggi, violenze a carico di ragazze e donne incinte”. Dato che le violenze a carico di ragazze e donne incinte furono una minima parte (su circa 300 vittime fu riesumata una sola ragazza incinta), indugiare su questi particolari non serve tanto alla ricostruzione storica quanto all’instillare nel visitatore l’idea della “barbarie premoderna”, magari balcanica. Come se gli occupatori italiani o tedeschi non avessero usato violenza sulle donne nel corso della guerra (si pensi solo al caso della donna che subì un aborto a Trieste a causa delle violenze degli agenti dell’Ispettorato Speciale di PS). E questo pannello omette curiosamente di dire il numero delle vittime del periodo (quattrocento circa, tra recuperati e scomparsi), ma afferma che l’offensiva tedesca (alla quale parteciparono anche truppe italiane, tra le quali il Reggimento Istria comandato da Luigi Papo, anche se il pannello non lo dice) “fece migliaia di morti fra la popolazione civile”. Il che può forse dare al lettore la falsa impressione che i morti causati dagli “slavi” erano di più… ma forse questa è solo una nostra impressione.
Parliamo brevemente del fatto che, una volta di più, gli storici spiegano nel modo sbagliato la questione del CLN triestino, che era “drammaticamente isolato dal CLN Alta Italia”: ciò avvenne non perché il CLNAI ed i comunisti lo aveva emarginato, ma perché lo stesso CLN triestino non aveva voluto accettare le direttive del CLNAI di collaborare con gli Alleati jugoslavi. Fu questo il motivo dell’isolamento del CLN, il motivo per cui successivamente membri del CLN triestino furono arrestati e deportati dalle autorità jugoslave.
Neppure serve a fare chiarezza il pannello dedicato alla “repressione”, dove non si parla mai del numero degli “scomparsi” da Trieste: si parla delle stragi dei collaborazionisti sloveni e croati “che provocarono decine di migliaia di vittime”, e più sotto “nella regione a venire perseguitati furono assai più gli italiani che gli sloveni e croati”, al che un lettore non attento potrebbe essere indotto a credere che, se sloveni e croati furono uccisi a decine di migliaia, tanti di più furono gli italiani. Cosa che non è vera, e difatti gli autori della mostra non la scrivono: non la scrivono, appunto. Così come nel pannello dedicato agli “uccisi e scomparsi” si fa una tale confusione di cifre di arrestati, di corpi recuperati, di morti presunte, di rientrati e di impossibilità di raggiungere un risultato conclusivo e via discorrendo, che alla fine uno non si raccapezza più e conclude: se si è sempre detto che è stato commesso un eccidio enorme, sarà anche vero.
Perché il redattore abilmente riporta cifre e dati che in linea di massima sono veritieri: il problema è che non sono presentati in maniera tale da permettere a chi legge di valutare la reale entità degli eventi ma lasciano la porta aperta a tutte le interpretazioni possibili.
Dire che le esplorazioni compiute nel dopoguerra dalla Squadra dell’ispettore De Giorgi portarono al recupero di 464 salme è cosa del tutto corretta, anche se andrebbe specificato che la maggior parte di questi morti erano militari uccisi nel corso del conflitto. È anche corretto dire che altre 401 salme di militari tedeschi ed italiani furono recuperate nell’estate 1945: quello che non è corretto è dire che questi militari furono recuperati “nella sola città di Trieste”, dato che quasi tutti questi corpi furono recuperati dalla sola foiba 149 (la cosiddetta “foiba di Monrupino”,), che è pure stata dichiarata monumento nazionale, che si trova a qualche chilometro dalla “città di Trieste”. Messa in questo modo, la frase potrebbe portare ad accreditare la “voce” circolante e mai storicamente accreditata che parla di uccisioni e sepolture sommarie avvenute in città nel maggio 1945.
Così quando si dice che nel 1947 il GMA disponeva di un elenco di 3.419 nominativi di persone scomparse (riferite alle province di Gorizia, Trieste e Pola), bisognerebbe aggiungere che negli anni successivi molti dei prigionieri furono rimpatriati e che alla fine gli “scomparsi” a vario titolo (non tutti “infoibati”) per le province di Trieste e Gorizia risultano essere in totale un migliaio. Perché, dato che le cifre ci sono, sono state rese pubbliche e non sono mai state smentite, non ha senso dilungarsi sulla difficoltà di quantificare l’entità dell’evento e non concludere riportando i risultati.
Nella sezione “La divisione della Venezia Giulia”, oltre a rilevare che, nonostante quanto scrivano gli autori, ricerche sugli “scomparsi” avvennero anche nel territorio amministrato dalla Jugoslavia e non solo in quello controllato dal GMA, troviamo come degne di interesse le didascalie di due foto, presentate la prima come “manifestazione filo-jugoslava a Capodistria” e la seconda “manifestazione filo-jugoslava in Istria” nell’estate del 1945.
Nella prima foto vediamo alcune persone marciare con un cartello dalla scritta (in italiano) “W la fratellanza italo-slovena”, e l’unica bandiera che si distingue chiaramente è quella USA (bandiere slovene o jugoslave si intravedono appena, come pure si intravede una bandiera italiana con la stella rossa), oltre ad un’immagine di Stalin.
Nell’altra foto si vede un oratore (in divisa jugoslava) che parla davanti ad una bandiera USA ed una bandiera britannica, con l’onnipresente cartello in lingua italiana “W la fratellanza italo-slovena”. Non mettiamo in dubbio la “filo-jugoslavità” di queste manifestazioni, semplicemente possiamo constatare che essere filo-jugoslavi nell’estate del 1945 significava essere decisamente internazionalisti, anche nei confronti di Paesi sicuramente non sospettabili di simpatie comuniste.
Il pannello finale, che avrebbe dovuto, a logica, essere messo prima di tutti gli altri, porta il titolo “prima e dopo”. In esso troviamo la foto dell’incendio alla sede del quotidiano “Il Piccolo” nel 1915, incendio appiccato nel corso di una manifestazione di protesta contro l’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria-Ungheria (buona parte della popolazione di Trieste era fedele al governo di Vienna, va ricordato, mentre il quotidiano era ferocemente interventista); poi una foto della Società ginnastica triestina bruciata, sempre nel 1915 “dai dimostranti filo-austriaci” (anche questa associazione era fortemente impegnata dal punto di vista irredentista per chiedere il distacco di Trieste dall’Impero di appartenenza). Segue una foto dell’incendio del Narodni Dom di Trieste del 1920, commesso dai fascisti, una della devastazione, ad opera di squadristi fascisti, della sinagoga di Trieste nel 1942, una foto della Risiera di San Sabba (campo nazifascista di concentramento, smistamento e sterminio per ebrei e partigiani) ed infine una foto del campo profughi di Padriciano, dove furono accolti per diversi anni, in condizioni precarie, molti degli esuli dall’Istria.
Tutta questa carrellata storica (che avrebbe richiesto ben più delle poche righe che le dedica il pannello in questione) viene così riassunta:
“A partire dal 1941 le occupazioni italiane in Jugoslavia hanno generato lotta partigiana e repressione, con i loro orrori (…) l’occupazione germanica della regione Giulia ha prodotto la Risiera di San Sabba (…) il secondo dopoguerra è stato segnato dalle violenze di massa (…) e dall’esodo degli italiani (...) All’interno di questo crescendo di violenze le stragi dell’autunno 1943 e della primavera 1945 rappresentano un picco particolarmente tragico anche se purtroppo non isolato. Più in generale infatti le terre alto-adriatiche possono venir considerate come un “laboratorio” della contemporaneità nell’Europa centrale, cioè un territorio di limitate dimensioni sul quale si sono concentrati in maniera esemplare alcuni dei fenomeni più significativi e devastanti dell’età contemporanea”.
Questi fenomeni vengono così nominati: “contrasti nazionali intrecciati a conflitti sociali; guerre di massa; effetti imprevisti della dissoluzione degli imperi plurinazionali; affermarsi di regimi antidemocratici impegnati ad imporre le loro pretese totalitarie su di una società locale profondamente divisa; scatenamento delle persecuzioni razziali e creazione dell’universo concentrazionario; trasferimenti forzati di popolazione capaci di modificare irreversibilmente la configurazione nazionale di un territorio; persecuzioni religiose in nome dell’ateismo di stato; conflittualità est-ovest lungo una delle frontiere della guerra fredda. Una sintesi, insomma, delle grandi tragedie del secolo scorso, concentrata su questo fazzoletto di terra”.
Questa sindrome “triestocentrica” da “siamo noi l’ombelico del mondo” che ci sembra pervadere questo scritto, ci pare vagamente fuori luogo se confrontiamo la realtà storica di queste terre con quella di altri territori anche solo europei. Accantonando come lapsus l’accenno alle “persecuzioni religiose in nome dell’ateismo di stato” (chi ha scritto una cosa del genere, se l’ha riferita alla Jugoslavia, dimostra una totale non-conoscenza di quella che era la vita sociale in quel Paese), consideriamo che i fenomeni descritti sono stati più o meno vissuti anche a Trieste, ma sicuramente in misura minore di quanto è accaduto nel resto d’Europa.
In conclusione una nostra valutazione. un visitatore attento di questo Museo dovrebbe giungere alla conclusione che il sito di Basovizza è un “memoriale” delle “foibe” (come detto in uno dei pannelli), ma non un luogo dove si sono effettivamente svolti degli eccidi: allora, perché non dirlo chiaro e tondo invece di girarci attorno?

febbraio 2008




Il pozzo minerario “foiba” di Basovizza è realmente monumento nazionale?
Nel 1945 si scriveva:" non ci sono salme"


dal blog di Marco Barone, 28/7/2014

La nuova Stampa del 15 agosto del 1945, in prima pagina, pubblicava la seguente notizia, del 14 agosto 1945: “Da notizie che un corrispondente dell'Ansa ha assunto da fonte attendibile, risultano infondate le voci sull'avvenuto ritrovamento di salme di civili e di militari italiani e neozelandesi in una o più foibe nei pressi di Basovizza ad una decina di Km dalla città, vittime dell'occupazione jugoslava”.
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La nuova Stampa del 9 ottobre 1957, scriverà: "Non è svelato il mistero della foiba di Trieste", ove si ricorderà che “ gli alleati sospettando che anche dei loro militari potessero esservi stati buttati,tentarono il recupero delle salme e crearono un'apposita attrezzatura ma dopo poco abbandonarono l'impresa rivelatasi difficilissima e costosissima.Successivamente, in vari periodi, squadre di speleologi tentarono la stessa impresa seppur con mezzi di fortuna, calandosi nel pozzo profondo oltre duecento metri. Ma a distanza di tanti anni uno strato di materiale saponificato, oltre ai quintali di rifiuti e rottami di ogni genere riversati nel pozzo, ricopre con una impenetrabile crosta il fondo della miniera. Rivelatosi inutile ogni tentativo di recente il Comune di Trieste aveva deciso, in accordo con le autorità,di chiudere il pozzo mediante una soletta di calcestruzzo erigendovi sopra una croce a ricordo delle vittime".
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Ed il Parlamentare De Totto, aderente al MSI, non perderà tempo, nella seduta del 14 ottobre 1957, a dichiarare, in relazione a presunti ritrovamenti di resti umani nella foiba di Basovizza, quanto ora segue:
“Proprio in questi giorni, infatti, si è scoperta la tragica foiba di Basovizza, dove decine di metri di cadaveri stratificati dimostrano che le cosiddette deportazioni non furono altro che orrendi massacri. Ne abbiamo ora la prova materiale. E di fronte a questa tragica foiba, non può essere in noi solo il sentimento umanitario del recupero delle salme; ma deve in noi insorgere imperativo il sentimento collettivo di una nazione che, dopo tante mistificazioni, ha decisamente la prova atta a dimostrare da quale parte, nel corso della guerra 1940-43, sia stata la civiltà e da quale parte la barbarie. E' tempo oramai di parificare la Russia sovietica sovietica alla Jugoslavia di Tito, anche nel campo dei rapporti internazionali, perché nel nome del marxismo operante non ci sono differenze, né di mentalità né di metodo. Noi speriamo, tenacemente speriamo, non solo sulla scia del sentimento, ma soprattutto nel solco della tradizione irredentistica di tante generazioni, che il tricolore, attraverso una nuova politica di unione nazionale e di grande dignità, possa un giorno ritornare a garrire sugli italianissimi territori di Zara, Fiume e Pola”. Parole, che nel corso degli anni, specialmente dopo la caduta del Muro di Berlino, hanno trovato affermazione nella realtà. Equiparazione tra la Jugoslavia socialista e la Russia stalinista e questa con il nazismo, equiparazione tra le così dette foibe e le così dette Fosse Ardeatine e via discorrendo sino ad arrivare alla pretesa delle terre contese, che continua ancora oggi ad esistere e persistere. Eppure all'Italia di Trieste o di Fiume non è mai realmente importato nulla. Dopo una metodica e lunga ma anche violenta campagna di epurazione e pulizia etnica, deslavizzando il confine orientale, e saldando il concetto di italianità, anche con l'immigrazione di persone provenienti dall'Italia meridionale, il sistema Italia aveva un solo scopo da perseguire, sin dai tempi del fallito colonialismo. Dominare l'Adriatico e per fare ciò era necessario possedere il porto di Trieste e Fiume e per possedere il porto di Trieste e Fiume era necessario una mera operazione di persuasione e di legittimazione, di italianità di quelle terre. Quando Fiume passerà all'Italia, dopo il colpo militare eversivo ed antefascista di D'Annunzio e tramite l'operato del fascismo e di Mussolini, cadrà in miseria, stessa cosa accadrà a Trieste, che vivrà il suo declino proprio sotto l'amministrazione del sistema italiano. Correnti minoritarie diventeranno maggioritarie, quale l'irredentismo ad esempio, perché utili alla vera causa, condita da becero razzismo ed autoritarismo nei confronti di sloveni, croati, serbi,montenegrini. Di “foibe” si parlava e tanto sin dal 1945. Eppure sia Londra che Washington avevano riconosciuto e legittimato, proprio in quel periodo, proprio quando la così detta questione delle foibe era nota, talmente nota che la stampa nazionale più di una volta la denunciava anche in prima pagina, il governo di Tito. La questione foibe prima, esodo dopo, con la collaborazione attiva dei gladiatori, dell'organizzazione Gladio, poiché molte liste dei così detti infoibati, ad esempio, sono state fornite proprio dai gladiatori od ottenute con il loro aiuto, deve essere letta ed analizzata in modo compiuto e contestualizzando la verità storica, gli eventi e le cause. Ritornando sul caso pozzo minerario di Basovizza, chiamato in modo inappropriato, ma volutamente strumentale alla causa anticomunista ed anti jugoslava, foiba di Basovizza, nel sito della rete civica di Trieste si legge:
“Nell'estate-autunno del 1945 le autorità militari anglo-americane disposero alcuni sondaggi nella cavità, ma sospesero ben presto le operazioni. In anni successivi altre esplorazioni furono condotte da privati che constatarono come la voragine fosse stata ulteriormente riempita. Tra il 1953 e il 1954 la ditta Cavazzoni procedette al recupero di rottami metallici dal fondo senza imbattersi in resti umani. La cavità da allora rimase aperta e utilizzata come discarica fino al 1959, cioè fino alla prima sistemazione monumentale per opera della Commissariato generale per le Onoranze in Guerra del Ministero della Difesa”. Sul punto è intervenuta più di una volta la Claudia Cernigoi, questo il link dossier di cui suggerisco la lettura.

La domanda, per l'ennesima volta, è: come può un pozzo minerario, o meglio una cavità artificiale scavata nel primo decennio del XX secolo per la ricerca di carbone, diventato/a discarica nel corso del tempo, prima di essere definitivamente chiuso/a, essere ancora oggi monumento nazionale “simbolo per i familiari degli infoibati e dei deportati deceduti nei campi di concentramento in Jugoslavia e delle associazioni degli italiani esuli dall'Istria, da Fiume e dalla Dalmazia, che qui ricordano le vittime delle violenze del 1943-1945”? Ma anche sulla questione pozzo minerario, “foiba”di Basovizza, vi è un piccolo particolare. Risulterebbe che nel 22 febbraio 1980 sia stato emanato un decreto ministeriale, strumento certamente non idoneo a livello giuridico per definire il carattere di monumento nazionale di qualsiasi sito, in relazione alla “foiba” di Basovizza con la seguente motivazione: < l’immobile Foiba di Basovizza è dichiarato di interesse particolarmente importante ai sensi della legge 1.6.1939 perché testimonianza di tragiche vicende accadute alla fine del secondo conflitto mondiale, divenuta fossa comune di un numero rilevante di vittime, civili e militari, in maggioranza italiani, uccisi ed ivi fatti precipitare >. In base a quali dati si sia sostenuto ciò è tutto da capire. Altre fonti riportano addirittura che la “foiba” di Basovizza sarebbe stata dichiarata monumento nazionale con decreto del Presidente della Repubblica dell'11 settembre 1943(?), altre che sarebbe stata dichiarata monumento nazionale con DPR del giorno 11 settembre 1992. Ma facendo una ricerca nel siti istituzionali di riferimento, di questo DPR,quello del 1992, non vi è alcuna traccia. Forse perché mai emanato? Ma senza un DPR un sito non può essere definito e dichiarato monumento nazionale, ma potrebbe rientrare nel novero dei beni di interesse culturali da salvaguardare. Ma anche su questo punto, alla luce di tutte le considerazioni che emergono in merito al caso pozzo minerario di Basovizza, vi sarebbe molto da dire, perché rischia, a tutti gli effetti, di essere un clamoroso e pericoloso falso storico.

Marco Barone

Note: Suggerisco anche la visione e l'ascolto dell'intervento di Alessandra Kersevan:
La "foiba" di Basovizza: un falso storico diventato monumento nazionale (VIDEO)



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