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COORDINAMENTO NAZIONALE PER LA JUGOSLAVIA

ITALIJANSKA KOORDINACIJA ZA JUGOSLAVIJU


siete nella sezione dedicata all'irredentismo pan-albanese

 



KOSMET:
Il patrimonio artistico-religioso

e la sua distruzione
da parte degli irredentisti pan-albanesi






IN QUESTA PAGINA:

- Tre saggi di ROSA D’AMICO
Direttrice Storica dell'Arte presso la Soprintendenza per i Beni Storici e Artistici di Bologna
(pubblicati con l'autorizzazione dell'autrice):

1) Sul crinale tra Occidente e Oriente, l’arte nella Serbia del ‘200 come ponte tra culture

2) L’arte bizantina in Serbia tra ‘200 e ‘300: notizie brevi tra storia e cultura

(tratto con revisioni e aggiunte dal testo pubblicato nel catalogo della mostra ‘Paolo Veneziano...’ di Rimini. Fonte: http://www.salvaimonasteri.org/stampa_06.htm - JUGOINFO May 31, 2004 )

3) MEMORIA STORICA E TUTELA:
PER LA CONOSCENZA E LA SALVAGUARDIA DEL
PATRIMONIO CULTURALE DELLA SERBIA


(da ‘Mediterraneum/Tutela e valorizzazione dei beni culturali e ambientali. Volume II. La tutela del patrimonio culturale in caso di conflitto’, a cura di Fabio Maniscalco, Napoli 2002 pp. 127- 133.
Fonte: http://www.salvaimonasteri.org/stampa_07.htm - JUGOINFO May 31, 2004 )


- Un saggio di Valentino Pace (Università degli Studi di Udine):

CHIESE E MONASTERI DEL KOSOVO:
UNA TESTIMONIANZA DELLA CIVILTA’ CRISTIANA IN PERICOLO


(contributo per il volume L'altra guerra del Kosovo
Il patrimonio della cristianità serbo-ortodossa da salvare )


ALTRE PAGINE E LINK:

L'affresco della Vergine Ljeviska a Prizren, Kosmet,
prima e dopo il pogrom del 2004 (a cura di Dk)

Poesia: GRAČANICA (Desanka Maksimović)

http://www.salvaimonasteri.org/

Dalla nostra pagina della CULTURA, la sezione su architettura e arti figurative

http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/3543

http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/3541

http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/3521


Destruction of Orthodox Christian Heritage in Macedonia 2001:
http://www.kosovo.com/eccl_mac.html

Kosovo, chiese ortodosse sempre sotto tiro:
0. THE MOST RECENT DESTRUCTIONS (links)
1. Kosovo, chiese ortodosse sotto tiro (Tommaso Di Francesco)
2. NUOVO LIBRO: L'altra guerra del Kosovo. Il patrimonio della cristianità serbo-ortodossa da salvare
- recensione di Ida Dominijanni
- recensione di Loris Campetti
- intervista al vicario del monastero di Decani (2004)
3. FLASHBACK : THE 2004 DESTRUCTIONS
4. LINKS
JUGOINFO July 25, 2006

<< BRUCIATE TUTTE LE CHIESE, CAZZO! >>
<< TUTTE LE ABBIAMO BRUCIATE >>
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/4939

CULTURAL GENOCIDE IN KOSOVO
Arson and vandalism after 17th March, 2004
http://www.bhhrg.org/Print.asp?ReportID=218&CountryID=20

SERBIAN TREASURES ON THE BLACK MARKET
Before churches and monasteries were torched and destroyed, all precious treasures that could be removed were looted and they are already available on the illegal world antiquities market
http://groups.yahoo.com/group/decani/message/81499

GRACANICA
The Gracanica monastery, near Lipljan in Kosovo, is one of the last monumental foundations of King Milutin Nemanjic. Built on the ruins of the former Church of the Holy Virgin, the monastery, finished in 1321, was dedicated to the Dormition of the Holy Virgin...
http://blago.serbianunity.net/Archives/Gracanica/

THE UPDATED LIST OF DESTROYED AND DAMAGED CHRISTIAN ORTHODOX SHRINES IN KOSOVO AFTER KRISTALLNACHT OF 17-18 MARCH 2004
http://www.spc.org.yu/Vesti-2004/03/list-23-3-04-e.html




Documento
Costitutivo

rright10.gif (248 byte) solidarietà

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rright10.gif (248 byte) cultura

rright10.gif (248 byte) politica

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rright10.gif (248 byte) valori fondativi







 





Rosa D'Amico

Sul crinale tra Occidente e Oriente, l’arte nella Serbia del ‘200 come ponte tra culture


1) UNA TERRA DI PASSAGGI E CONTATTI            

Nella tormentata vicenda dei Balcani e della Serbia, da sempre ‘terra di passaggio ’, punto d’incontro e di frizione tra civiltà, i complessi monumentali hanno costituito spesso l’unico ‘segno’ di sopravvivenza ‘materiale’ per interi gruppi nazionali e culturali. Legati all’orgoglio delle origini e ad antichi momenti di gloria perduti, essi sono diventati nei secoli simbolo della ‘resistenza’ della propria identità anche nei periodi di allontanamento, di silenzio e di paura. La distruzione e ricostruzione  di singoli edifici o di interi nuclei, più volte testimoniata nel tempo in quei luoghi, conferma come il bisogno di radicamento nella propria storia collettiva abbia incentivato la conservazione del patrimonio culturale, mentre, dalla prospettiva contraria, la sua identificazione con un simbolo visibile dell’identità ‘nemica’,  ha sempre creato i presupposti per il suo ‘annullamento’ ideale e materiale.
Se in ogni epoca la cultura del ‘nemico’ è condannata a un destino di distruzione, ancora oggi  solo il riconoscimento del ‘filo’ che unisce le proprie radici a quelle dell’ ‘altro’ nella condivisione di uno spazio comune può costituire  base per una reale tutela: considerare  il patrimonio di un luogo come indivisibile eredità di tutti quelli che vi hanno le proprie radici aiuterà a ‘curarlo’ e farlo esistere: ogni negazione o ‘sostituzione’ del contesto umano mina invece la sua stessa sopravvivenza. Gli organismi internazionali – anche volendolo-  non potranno garantire da soli nemmeno la sopravvivenza dei monumenti giudicati ‘patrimonio dell’umanità’, se questi non saranno ‘vissuti’ da chi, attraverso drammatiche vicende, ha consentito che giungessero fino ad oggi.  Ovunque il rispetto per l’opera d’arte non può prescindere dal rispetto per le componenti umane che costituiscono elemento cementante della storia e della vita di un territorio. Il cambiamento dei  toponimi, con lo ‘sradicamento’ di  una parte della ‘memoria’ e della storia,  non può consentire la salvaguardia. Qualcosa di simile si sta verificando – quasi sempre in silenzio-  nel Kosovo, che,  dopo  tragiche vicende di scontro, sta finendo per essere ‘spogliato’ di una delle sue identità con l’appoggio- o tacita approvazione- di chi dovrebbe aiutare  a ricostruirvi  le basi della società civile. Anche i drammatici eventi che solo un anno fa in quei luoghi hanno coinvolto insieme alle persone insostituibili monumenti non hanno suscitato quella forte e unanime condanna che ci si sarebbe aspettati.
Per non lasciare che il silenzio trionfi sarà allora anche necessaria la ‘nostra’ consapevolezza- il riconoscimento dei valori comuni che uniscono quei luoghi e  le loro emergenze artistiche alla nostra civiltà. La ‘chiusura’ ideale  verso interi Paesi, causata da separazioni e conflitti, ha sempre creato forti danni all’unità della conoscenza. Nello scorso decennio ad esempio per uno strano concetto di ‘embargo’ storico nei riguardi della Serbia, anche  alcune importanti manifestazioni dedicate all’arte bizantina hanno ignorato la stessa esistenza di quel fondamentale nodo culturale.  L’identificazione di un passato condiviso può aiutare anche noi ad affrontare diffidenze non del tutto superate, confini culturali  spesso divenuti confini sociali e politici. I risultati che derivano dalla  riscoperta di tanti tasselli, consentita dalla volontà di ricostruire il ‘filo’ che lega ancora oggi due mondi vicini pur nelle naturali differenze, aiutano a capire quanto la loro mancanza  renda difficile anche la conoscenza di importanti frammenti della nostra storia,  privandoci di una parte insostituibile della comune identità. 
 

2) LA COMPLESSITA’ DEI CONTATTI. STORIA E SITUAZIONE RECENTE

Frequenti notizie sui territori  balcanici e sull’antica Serbia  ci sono state tramandate nel corso dei secoli dai viaggiatori che attraversavano con varie motivazioni quelle regioni. L’interruzione degli scambi non fu quasi mai totale e nemmeno i drammatici eventi verificatisi durante il lungo dominio ottomano bloccarono le storiche vie di comunicazione, né le espressioni di vita e arte: al contrario, oltre alla creazione di importanti testimonianze della cultura islamica, l’atteggiamento periodicamente tollerante dei conquistatori e la resistenza delle popolazioni autoctone consentirono  la sopravvivenza e momenti di nuova fioritura anche per la preesistente tradizione culturale.
Il più forte iato alla conoscenza per quanto riguarda i monumenti medievali ortodossi si ebbe quando, a seguito delle guerre austro - turche di fine ‘600 e del ‘700, gran parte dei residenti serbi- in particolare del Sud e del Kosovo- migrò, sotto la pressione ottomana, nelle regioni danubiane dell’Ungheria: gli eventi bellici e soprattutto l’abbandono portarono allora alla parziale o totale perdita di monumenti e testimonianze. 
Solo nel secolo XIX il nuovo interesse nei riguardi dei popoli che si liberavano dalle antiche dominazioni e  il desiderio degli intellettuali balcanici di riallacciarsi alle proprie radici, nel periodo in cui si formava il nuovo Regno di Serbia, portarono alla ripresa delle indagini e alla protezione di quanto sopravvissuto: sulle mura delle chiese monasteriali costruite tra la fine del XII e la metà del XV secolo restavano, pur danneggiati, complessi pittorici di altissimo rilievo, più numerosi che in altri centri dell’antico Impero bizantino.
A partire dalla seconda metà dell’‘800, ma specialmente dagli anni venti del ‘900, l’allargarsi della tutela portò, con il ripristino di edifici diroccati, al recupero delle pitture al loro interno e a nuove informazioni sui complessi. Dopo il lungo abbandono, ad esempio, la ricostruzione, nel 1926, delle volte crollate della chiesa di Sopocani, aiutò a conoscere meglio anche i suoi affreschi, incrementando lo studio  dell’arte legata alla prima ‘Rinascenza’ bizantina.
Malgrado con l’indagine sui cicli cominciassero a circolare anche fuori dall’ambito geografico più ristretto prima disegni e schizzi, poi immagini fotografiche dei monumenti, fino almeno agli anni trenta del ‘900  quelle testimonianze restavano tuttavia note al di là dei Balcani solo a pochi specialisti ed eruditi.
Ancor più difficile era il riconoscimento dei contatti  quando l’intera cultura bizantina, salvo poche eccezioni a  Costantinopoli e nell’antico Oriente, era conosciuta in Occidente quasi esclusivamente  tramite testimonianze tarde, o periferiche e ‘provinciali’, che non  rendevano giustizia alla sua grandezza. Non è del resto del tutto superata l’interpretazione negativa del termine  ‘bizantino’, collegato solo agli aspetti più deteriori e tradizionalisti dell’arte d’occidente, dimenticando il  debito che la crescita delle nostre  maggiori scuole deve a quella cultura.


3) LA SERBIA DEL ‘200 TRA DUE CULTURE

Solo in tempi relativamente recenti si sono aperte nuove strade alla conoscenza dell’arte e della società serba del ‘200 - ‘300 nei suoi rapporti con l’Occidente medievale e con l’Italia. Alla crescita dei legami tra le due coste, rafforzati lungo le rotte adriatiche dalla reciproca necessità di scambi commerciali, non fu estraneo, specie nel secolo XIII,  il  ruolo svolto dai protagonisti – occidentali e orientali- della storia europea del tempo. Non dimentichiamo che  la cultura  fu una delle espressioni più significative di quel secolo, in cui le vicende storiche portarono Europa e Mediterraneo a costituire, nel bene e nel male,  una ‘comunità’ ‘aperta’ e ricca di contatti.
Alcune delle storiche vie che fin dall’epoca romana univano l’Adriatico all’interno dei Balcani si incontravano proprio nella Raska, la regione che, insieme al vicino Kosovo, avrebbe costituito centro propulsore dello Stato serbo medievale, e di li proseguivano verso le capitali dell’Impero bizantino, Salonicco e Costantinopoli, rendendo anche geograficamente questi territori un importante crocevia tra Oriente e Occidente.
Particolarmente a partire dalla seconda metà del XII secolo si sviluppò in questa zona, ricca dal punto di vista agricolo e minerario, quello che nel giro di pochi decenni sarebbe diventato il regno di Serbia: la spinta all’unione tra diverse realtà preesistenti, con allargamento del territorio, era stata data soprattutto da Nemanja, divenuto ‘gran jupano’ (ovvero ‘sovrano’) della gente serba (1166- 1196- morto nel 1199). Colto e abile, egli pose le basi per la nascita  di una dinastia e di uno Stato la cui importanza crebbe  tra ‘200 e ‘300, finendo per costituire  uno dei fattori  più interessanti della storia balcanica del tempo. Legato alla cultura dell’Impero bizantino, con cui ebbe rapporti (sua moglie Anna era greca) e soprattutto scontri,  difensore della ‘vera fede ’ ortodossa, Nemanja mantenne però  contatti e stabilì alleanze in Occidente, avvicinandosi a Federico Barbarossa e alla stessa Roma papale. Come avverrà per i suoi successori, egli tenne una posizione aperta nei riguardi del cattolicesimo, cui apparteneva tra l’altro la maggior parte delle popolazioni e degli stessi episcopati del Litorale serbo, la cosiddetta ‘Zeta’, comprendente il sud della Dalmazia, la costa dell’attuale Montenegro e il nord dell’Albania.
La Serbia e gli altri  Stati balcanici non si fecero scrupolo di approfittare per la propria crescita della decadenza dell’Impero bizantino da cui in vario modo dipendevano. Nel 1204 l’indebolimento del grande vicino portò alla conquista della stessa  capitale imperiale, Costantinopoli, da parte dei Crociati latini – in particolare veneziani e francesi- che, attirati dalle sue ricchezze,  la assaltarono e depredarono invece di proseguire verso la Terra santa, e la tennero con alterna fortuna fino al 1261, quando vi tornarono al potere gli imperatori greci della dinastia paleologa. Quell’evento impregnò di sé le logiche storiche e la cultura di tutto il secolo, e non solo.
Per verificare la particolare posizione politica assunta dalla Serbia  nelle vicende del tempo, varrà la pena considerare anche le informazioni che ci vengono dalle scelte dinastiche dei Nemanjic’. Per via matrimoniale arrivarono alla loro corte  importanti figure femminili legate ora all’Impero e agli Stati d’Oriente, ora ai potentati d’Occidente. Stefano primo coronato, figlio di Nemanja (1196- 1228) - il primo dei sovrani serbi cui venne riconosciuto il titolo di re- nel 1201 ripudiò la prima moglie  Eudossia, figlia dell’ultimo Imperatore bizantino della dinastia degli Angeli, e sposò, pochi anni dopo, Anna Dandolo: proveniente da  Venezia, la potenza più influente nel ‘nuovo’ Impero ‘latino’, e  nipote di Enrico Dandolo, principale ispiratore e protagonista della conquista di Costantinopoli, la sua presenza potette aiutare nei primi decenni del ‘200 i rapporti tra la sua città di origine e la Serbia, contribuendo anche, almeno in parte, a facilitarvi l’arrivo di importanti maestranze artistiche dall’antica capitale.
Passando alla generazione successiva, mentre i primi due eredi di Stefano, Radoslav (1228- 1234)  e Vladislav (1234 – 1243) , si unirono rispettivamente con una principessa greca dell’Epiro e con la figlia del vicino potente re di Bulgaria, sancendo uno spostamento ‘politico’ verso Oriente, il terzo, Uros, figlio di Anna Dandolo (1243- 1276), alla metà del secolo prese di nuovo in moglie la rappresentante di una potente casata d’Occidente. Elena d’Angiò, cattolica, colta, sempre riconosciuta dal papa ‘fedele figlia della chiesa ’, era parente degli Angioini dell’Italia meridionale, che la definivano ‘cara consanguinea ’.Chiara risulterà la logica ‘antigreca’ di questa scelta. Si ricordi che la dinastia degli Angiò, di origine francese, era  una delle grandi ‘potenze’ del tempo. Dopo aver avuto un significativo ruolo nella Costantinopoli ‘latina’ fino al ritorno dei Paleologhi nel 1261, nella seconda metà del ‘200 andò sempre più ampliando la sua influenza in Europa, con forti mire sui Balcani e sull’Ungheria - poi in parte realizzate ai primi del secolo successivo. Per quanto riguarda l’Italia, oltre a dominare Napoli e molte zone del Sud, stendeva strategicamente il suo velo protettivo sul papato, sul ‘partito’ guelfo e le città ad esso legate, e sull’ordine francescano.
La presenza di Elena in Serbia in un momento di complessi intrecci per le vicende del Regno ebbe, più ancora di quella di Anna Dandolo, un ruolo significativo negli scambi tra i due mondi cui apparteneva. Anche se sempre in rapporto con la famiglia di origine, ella ebbe un forte ascendente nella nuova patria: prima insieme ad Uros lavorò per la stabilizzazione del regno, e fu presente quale donatrice o sostenitrice nelle fondazioni da lui promosse, anche se nello stesso tempo proteggeva le autonomie delle regioni costiere. Dopo il 1276, quando il marito fu detronizzato dal figlio maggiore Dragutin,  Elena, insieme all’ex re (morto l’anno successivo), prese i voti, secondo una consuetudine allora diffusa e riproposta dai regnanti serbi – a partire da Nemanja-  nel momento in cui lasciavano il trono. Ciò non le impedì di mantenere una sua personale influenza fino al 1314, data dalla morte. A parziale ‘ricompensa’ per l’offesa verso il padre, Dragutin, al momento di assumere il potere,  le aveva concesso in dotazione una vasta zona  del Litorale, con importanti città, tra cui Cattaro, Scutari e Antivari, e alcuni territori dell’interno, fino a Brnjac nel Kosovo, luogo  che divenne centro, fino almeno al 1308, di una sua corte aperta ai rapporti. In quegli anni, mentre continuava a svolgere un ruolo autorevole nelle faccende di Stato, cercando di influenzare le scelte dei figli Dragutin e Milutin,  riprese anche a sostenere le comunità cattoliche del Litorale proteggendo in particolare – come i suoi parenti angioini in Italia -  i conventi francescani e fondandone di nuovi. A conferma del suo rilevante ruolo anche simbolico nell’ambito dello Stato, la sua immagine compare spesso nella pittura monumentale. La troviamo varie volte negli affreschi di Sopocani, commissionati da Uros: nell’ offerta della Chiesa  alla Vergine e a Cristo del nartece, ad esempio, mentre da un lato il re, abbigliato secondo le usanze  imperiali bizantine, avanza tenendo davanti a sé Dragutin, il figlio maggiore, dall’altro Elena, pure contrassegnata dagli abiti e dalle insegne regali, accompagna il più giovane Milutin. Più tardi la troviamo, oltre che nella sua fondazione di Gradac,   anche in quelle dei figli: nella cappella di Dragutin alle ‘Torri di  San Giorgio’ a Ras appare in lutto per la morte del marito; ad Arilje è presente nel corteo dei monaci Nemanjic; e fin nelle pitture promosse da Milutin a Gracanica, realizzate quando l’ex regina era già morta, la sua immagine torna, a celebrazione della dinastia, accanto a quella del marito.

Proseguendo nella sua politica, era stato lo stesso Uros, in vista di una pacificazione con il potente vicino, a promuovere l’unione  del suo erede Dragutin (1276 – 1282) con una principessa ungherese di educazione occidentale, Katalina, figlia del re Stefano V: tale evento, che dal 1268 inserì il principe serbo nelle vicende dinastiche del vicino, potente stato, sarebbe stato all’origine della tensione tra i due Nemanjic’, e  avrebbe influenzato le strategie future della regione. La presenza per un periodo della principessa ungherese accanto ad Elena alla corte serba dovette peraltro influenzare ulteriormente le scelte culturali dello Stato in crescita.
Dopo aver usurpato il trono paterno nel 1276, Dragutin fu a sua volta sostituito ‘pacificamente’ nel 1282 dal fratello Milutin (1282- 1321) , conservando il territorio a nord della Serbia ampliato fino alla zona danubiana, al confine con l’Ungheria. Solo dal 1299 le cose presero definitivamente un’altra strada: il matrimonio tra Milutin e Simonida, figlia dell’Imperatore bizantino Andronico II, portò da un lato alla rottura con il fratello – sodale con il suocero e da sempre antigreco - e ad una guerra civile durata più di dieci anni, dall’altro stabilì in modo definitivo il rapporto privilegiato –politico, culturale e sociale-  tra la Serbia trecentesca e l’Impero rifondato dai Paleologhi.
 

4) I NEMANJIC’ E LA FONDAZIONE DEI MONASTERI NEL ‘200

Anche per la posizione ‘intermedia’ tra Oriente e Occidente mantenuta dai Nemanjic’  durante il periodo dell’Impero latino di Costantinopoli e per tutto il secolo, proprio il ‘200 costituì uno dei momenti di massima complessità anche  per quanto riguarda il dialogo culturale tra lo Stato serbo e le realtà con cui di volta in volta entrò in rapporto: pur sempre strettamente legate al mondo bizantino, proprio le testimonianze di quel secolo, promosse dalla Corte come dalla Chiesa,  presentano  più frequenti contatti con ‘l’altra sponda dell’Adriatico’.
Colti e sostenuti dalla ricchezza economica, che li portava al desiderio di eguagliare gli Imperatori, e disponendo dei migliori artisti allora sul mercato, i Nemanjic – laici ed ecclesiastici- dettero una loro personale e particolare  impronta ai complessi da loro commissionati.

Mancando una capitale stabile (pur dovendo ricordare il ruolo sostenuto in questo senso dalla città di Ras, identificata nelle vicinanze dell’attuale Novi Pazar), anche la funzione di centri politici, culturali e sociali fu assunta spesso nella giovane Serbia dai monasteri e dalle Chiese episcopali. Fondati dai re, come dai membri più elevati della Chiesa nazionale, ai cui vertici furono spesso membri della stessa famiglia Nemanjic’, i monasteri, circondati di forti mura, comprendevano di solito la Chiesa principale, altri minori edifici di culto, la residenza dei monaci, la foresteria, il refettorio, varie strutture di servizio, luoghi di riunione,  tutto rigorosamente sottoposto ad un’unica Regola. Ogni monastero aveva una sua proprietà, allargata a terreni e villaggi  che gli venivano concessi per il mantenimento della comunità e la cui dimensione ne arricchiva il prestigio (figura 1).
Al primo esponente della dinastia, Nemanja, nella logica lungimirante che lo aveva portato a ‘costruire’ le fondamenta di una nuova realtà politica, si deve l’erezione di importanti complessi come S. Nicola a Kursumlja, Djurdjevi Stupovi (Le ‘colonne’ o ‘torri di San Giorgio’, in alto sopra l’attuale città di Novi Pazar) e soprattutto Studenica (ca 1183(?)- 1196), dove, lasciato il potere ‘terreno’, egli prese i voti negli ultimi anni della vita. Né va dimenticata, accanto ad altri suoi interventi su  edifici preesistenti, la rifondazione, sul  Monte Atos, luogo particolarmente sacro per gli ortodossi, del monastero di Hilandar, che ottenne di destinare a sede dei monaci serbi: lì, invitato dal figlio Ratsko, che si era fatto monaco sulla ‘montagna sacra ’ con il nome di Sava, egli concluse piamente la vita,  divenendo poco dopo il primo e più importante tra i santi dinastici serbi.
Con i suoi eredi, lo stesso Sava e suo fratello, il re Stefano Primocoronato, fu definitivamente sancita l’esistenza del Regno e della Chiesa  di Serbia, riconosciuti rispettivamente nel 1217 (invio della corona reale a Stefano da parte del papa Onorio III) e 1219 (autonomia della Chiesa nazionale, con a capo lo stesso Sava, nominato allora Arcivescovo dal Patriarca di Nicea).
E’ interessante notare, pur nella coincidenza dei fini, la differente posizione ‘politica’ di Stefano e Sava nei  rapporti con Oriente e Occidente: il primo, pur mantenendo la funzione di ‘difensore della vera fede’ ottenne la corona dal papa di Roma e, ripudiata una principessa bizantina, sposò una Dandolo e cercò più di un legame con i principati d’Occidente. Il secondo, sia culturalmente che politicamente, restò sempre totalmente volto alla difesa dell’eredità bizantina e ortodossa.
A loro si deve una forte attività di promozione culturale, destinata a dare fondamento e conferma alla dinastia. Fra 1207 e 1220 fu fondato il complesso di Zica, dal 1219 prima sede dell’Arcivescovado indipendente; nuovi importanti interventi furono effettuati a Hilandar, legato agli ultimi giorni di Nemanja e alla vita monastica di Sava prima del ritorno in patria. Particolarmente significativo fu il proseguimento dei lavori a Studenica, dove tra 1204 e 1205 era stato traslato da Hilandar il corpo del fondatore, facendone il luogo di culto più importante dello Stato.Tra 1208 e 1209 la decorazione pittorica concluse la parte più importante del cantiere. Radoslav, primo figlio di Stefano, nel suo breve regno, fu impegnato soprattutto in nuovi interventi nelle fondazioni preesistenti. Ancora a Studenica, davanti alla nobile struttura della facciata di Nemanja, egli fece costruire  il ‘nartece’ esterno ( struttura di ingresso alla chiesa ortodossa): un ambiente di grandi proporzioni, con due cappelle laterali.  Vladislav, suo fratello, fu  ‘ktitor’ di uno dei più importanti monasteri serbi, quello di Mileseva, mentre al suo fratellastro Uros si deve il complesso di Sopocani con la chiesa della Santissima Trinità, la cui pittura rappresenta altissima testimonianza della prima rinascenza bizantina.
Seguendo la tradizione dei Nemanjic, Dragutin, nei suoi cinque anni di regno, ma anche nel successivo periodo di concordia con il fratello, intervenne su monumenti preesistenti (si veda la Cappella che prende da lui il nome nell’antico complesso delle ‘Torri di San Giorgio’ presso Ras (Djurdjevi Stupovi), e realizzò sue fondazioni, come la Chiesa episcopale di Arilje, terminata con le pitture nel 1296.
Già alla fine di quel secolo, nei primi anni di regno di  Milutin, quando questi, dopo aver ampliato il territorio sottraendo  a Bisanzio la Macedonia e molte terre già greche, stabilì una lunga pace con la dinastia paleologa tramite il matrimonio con Simonida, e ancor più nei primi decenni del Trecento, fino alla sua morte, si assisterà a una nuova  fioritura di fondazioni, legate al suo nome ma anche a rappresentanti della nobiltà, del clero e di singole comunità. Le più alte testimonianze dell’arte di quel momento, particolarmente nel Kosovo, in Macedonia e nella conquistata Salonicco, sono preziosa  espressione della nuova fioritura dell’arte bizantina, nota come ‘rinascenza paleologa’. Argomento di un altro capitolo di questo volume.


5) CARATTERE DI ‘PONTE’ DELL’ARCHITETTURA E DELLA PITTURA NELLA SERBIA DEL ‘200

La maggior parte delle chiese costruite nel ‘200 in Serbia deriva da un modello architettonico unico, riproposto nel tempo con importanti variazioni che non ne mettono in discussione gli elementi fondamentali. Principale caratteristica di questo gruppo di edifici, legati alla cosiddetta ‘scuola raska’, dal nome della regione di Ras (Rascia o Raska), centro dello Stato nascente, dove ne sorsero gli esempi più importanti , fu quella – non presente in altre zone dell’Impero bizantino- di unire a tipologie costruttive che richiamano gli esempi  proposti dal ‘romanico’ sull’altra sponda adriatica  -soprattutto in Puglia, ma anche per alcuni elementi in Lombardia- una pianta e una distribuzione interna adattate alle necessità rituali della Chiesa ortodossa. Al ‘romanico’ ci riportano le facciate a spiovente, la presenza delle lesene e degli archetti ciechi in alto a spartire gli spazi esterni, la tipologia delle bifore, ma anche molte strutture di sostegno di volte e archi e la generale tensione verso l’alto che caratterizza molti di questi edifici rispetto ai prototipi  bizantini.  Alla tradizione orientale è invece strettamente legata la suddivisione interna, in cui gli spazi si raccordano intorno al centro rappresentato dalla cupola appoggiata su una base  cubica, e  soprattutto - con innovazioni di volta in volta proposte - il programma delle pitture murali, che nella chiesa ortodossa  costituiva  un sistema unitario: nelle parti più elevate - cupola e volte- i dipinti alludevano alla Rivelazione del mondo divino; nell’abside, dove si celebrava, erano in rapporto con il Mistero dell’Incarnazione e della Redenzione, mentre tutti gli spazi destinati ai fedeli erano occupati da scene della vita di Cristo, della Vergine, di Santi, da prefigurazioni bibliche, figure di profeti, apostoli, martiri, monaci,  dall’alto verso il basso e dal centro verso i lati. Va ricordato come, a seguito dell’antica  controversia iconoclasta, nella cultura cristiana d’Oriente l’immagine aveva acquistato una identificazione quasi magica con il soggetto rappresentato (Velmans), diventando un momento di comunicazione con il  mondo ultrasensibile e assumendo un valore quasi sacramentale, equivalente ai misteri officiati sull’altare. Lo spazio della chiesa veniva così ad essere l’ universo ideale in cui aveva luogo l’unione mistica tra il fedele, nobilitato dall’Incarnazione, e Dio.


6) LE GRANDI FONDAZIONI: STUDENICA, MILESEVA, SOPOCANI: CICLI PITT0RICI LUNGO IL PERCORSO DELLA RINASCENZA BIZANTINA

I costruttori e gli abili scalpellini  cui si devono molte  testimonianze della scuola raska,  pur pienamente al corrente dei modi architettonici bizantini, dovettero avere rapporti con il Litorale, dove erano naturalmente presenti  suggestioni dall’altra sponda adriatica: veniva sicuramente da Cattaro il francescano Vitus  che lasciò la sua ‘firma’ nella chiesa del monastero di Visoki Decani in Kosovo (terminata tra 1334 e 1335), il più recente edificio esistente legato a questa tipologia (foto 2).
Dopo San Nicola a Kursumlja e ‘Le torri di San Giorgio’ presso Ras, che ne avevano posto le prime basi, il prototipo più significativo dell’architettura ‘raska’ era stato, alla fine del secolo XII, la chiesa di Studenica: fondata da Nemanja, custode delle sue spoglie e centro del suo culto,  la connessione con la sua figura e il ruolo di primo tra i monasteri serbi che ne conseguì contribuirono a farne un simbolo da imitare  da parte dei successori. Anche per questo il suo modello si diffuse con successo nei territori  sottoposti allo Stato e alla Chiesa serba –  tenendo peraltro conto delle modifiche attuate poco dopo nella chiesa di Zica,  prima sede dell’Arcivescovado, fin dall’origine luogo di incoronazione dei re, di cui era stato ‘ktitor’ Stefano Primo coronato- poi lì sepolto-  in stretto rapporto con Sava
Nella chiesa di Studenica, dedicata alla Madonna, sia l’armonica struttura esterna - dove, nelle parti più significative, gli architetti usarono come materiale edilizio il prezioso marmo bianco-  che la decorazione scolpita e a rilievo - in particolare la lunetta sull’ingresso principale, con la Madonna tra angeli- trovano vicini confronti nella produzione romanica- in particolare pugliese- dello stesso ‘200. 
Le pitture più antiche all’interno sono invece – come diventerà consueto per questi edifici- espressione della pittura bizantina dell’epoca. Ad eseguirle furono chiamati maestri forse direttamente  costantinopolitani, che qui, pur seguendo le norme imposte dal programma, sentirono la forte influenza culturale dei committenti serbi – il re Stefano e soprattutto suo fratello Sava, che all’inizio del secolo aveva lasciato Hilandar ed era tornato in patria per portare avanti la fondazione del padre, e stabilire le regole della nuova comunità religiosa
E’ questa influenza che porta qui alla comparsa di temi e Santi originali, all’uso della lingua locale accanto a quella greca nelle iscrizioni, e alle prime intromissioni della ‘sfera laica in quella del sacro’ che diventeranno frequenti  nella successiva arte serba: i  ritratti ‘realistici’ dei  membri della dinastia e della Chiesa entrano in dialettico rapporto con i Santi protettori  e con la Storia della Salvezza di cui finiscono per considerarsi i prosecutori quali difensori della fede: si vedano gli esempi di Mileseva (figura 3) e Sopocani (figura 4)
 
Pur non dimenticando la possibile influenza svolta anche dalla regina veneziana Anna Dandolo e dai naturali legami con la Costantinopoli ‘latina’ negli anni dopo la conquista, la presenza di grandi ed aggiornati maestri in territorio serbo già all’alba del secolo XIII viene collegata soprattutto con l’attività svolta da Sava, che intrecciò rapporti con tutti i maggiori centri dell’Oriente ortodosso: dal Monte Atos a Costantinopoli, Salonicco, fino a Gerusalemme e Nicea, capitale  della riscossa bizantina e principale fulcro della cultura ‘greca’ duecentesca, dove sarebbe stata riconosciuta nel 1219 l’autonomia della Chiesa serba. Nel corso dei suoi spostamenti incontrò e invitò in patria  rinomati artisti che cercavano occasioni di lavoro migliori che non nell’antica capitale depredata e sottomessa, e che in quei decenni potevano lavorare, oltre che per i re balcanici  e per i magnati dell’Impero, anche per nobili stranieri (Angiò, Monferrato, Orsini) imparentati tra loro. In Serbia quelle illustri maestranze trovarono condizioni ambientali favorevoli, che consentirono loro anche di operare con maggiore libertà. 
Nello strato pittorico originario di Studenica spiccano, accanto alle tante figure di Santi e Profeti, la Vergine col Figlio, vera e propria icona affrescata, simbolo dell’Incarnazione e dedicataria della Chiesa, e la grande Crocifissione (figura 5) - tra le più alte realizzazioni del tempo nell’intera pittura bizantina: qui la linea, precedentemente protagonista della figurazione, diventa elemento che accompagna una più calma scansione del racconto, un nuovo interesse per il volume e l’espressione, anche se mai individualizzata fino in fondo.

La presenza di Sava a capo della Chiesa nazionale restò di fondamentale importanza per la cultura serba fino al 1235, anno della morte: egli mantenne infatti una forte influenza anche durante il regno del maggiore dei suoi nipoti,  Radoslav, e all’inizio del governo di Vladislav: anni in cui l’arte pittorica in Serbia, in armonia con le esigenze del nuovo stato, continuò a seguire con una propria autonomia i più nobili corsi della pittura bizantina.

In quei primi decenni del ‘200 la pittura delle città greche d’Oriente – di cui le testimonianze serbe costituiscono tra le più alte espressioni- era  coinvolta nella necessità di rinnovamento e di riscossa conseguente alla conquista di Costantinopoli del 1204, che aveva messo in crisi le certezze circa l’ ‘eternità’ dell’Impero. Fino ad allora per secoli committenti ed artisti avevano  rifiutato l’eccessivo avvicinamento dell’immagine alla realtà: le figure dei personaggi sacri erano state smaterializzate per evidenziarne il significato spirituale e  la funzione simbolica, secondo una regola sempre seguita  dopo il periodo dell’iconoclastia, quando i sostenitori dell’immagine avevano così voluto superare la discussione circa una possibile lettura della rappresentazione ‘realistica’ dei protagonisti della storia sacra come incentivo all’idolatria. Adesso, pur senza mai arrivare all’imitazione della realtà –per ragioni teologiche e non di scarsa capacità inventiva- si sentiva invece l’esigenza di un ritorno al classicismo, con una nuova progressiva ‘umanizzazione’ anche delle figure sacre, e se ne trovava una base teologica nell’accento posto sul valore dell’Incarnazione di Cristo, fattosi uomo. Alla ricerca di modelli, se ne trovarono fonti nel mondo classico, ma anche e soprattutto nelle opere- più recenti- dell’ellenismo. Fino al ritorno dei Paleologhi, e ancora  nei decenni immediatamente successivi, la ‘rinascenza’ dell’antico fu  fatta propria, come mai era avvenuto fino ad allora, anche dai vertici della Chiesa ortodossa.

Tra 1222 e 1228, quando regnava ancora il padre ed era solo ‘giovane principe ’, Vladislav aveva fatto costruire la propria fondazione-mausoleo, Mileseva, di cui poi continuò ad occuparsi durante il suo regno. La struttura della chiesa segue i ‘modi’ imposti dall’ormai venerato modello di Studenica e da quello - con cui più immediatamente si rapporta- di Zica (figura 6). Seguendo l’esempio del padre e dello zio, che avevano traslato le spoglie di Nemanja (San Simeone)a Studenica, Vladislav fece trasportare a Mileseva nel 1336 i resti dello stesso Sava, anch’egli presto santificato: fatto che contribuì prima a dare prestigio, poi a mantenere a lungo la fama del monastero, divenuto il più importante dopo Studenica
Nel cuore della Raska, il complesso costituì nei secoli successivi significativa ‘stazione’ lungo il percorso delle strade che portavano dal Litorale a Salonicco e a Costantinopoli.
Per quanto riguarda l’architettura, la scansione originaria degli spazi esterni non è più riconoscibile.  Il lungo abbandono e i danni subiti soprattutto tra fine ‘600 e ‘800, con perdita di parti dell’edificio, e crollo del tetto, avevano portato nel tardo ‘800 a un restauro ricostruttivo: la muratura esterna fu allora ricoperta da una malta uniforme che rende tuttora  difficile lo studio delle parti originali della struttura.
Pur danneggiati, splendono sulle pareti interne gli affreschi sopravvissuti alle secolari traversie: alla loro complessa concezione iconografica- adattamento degli schemi importati alle necessità e alla filosofia del nuovo Stato-  e alla presenza dei più aggiornati pittori dell’epoca  non fu nemmeno qui estranea l’influenza di Sava. Elemento significativo, che dà un aspetto unitario al complesso, pur nella presenza di diversi maestri, è, in particolare nella navata, il riconosciuto parallelismo tra le composizioni che, attraverso raffinati giochi di opposti e contrasti simmetrici, crea una complessa armonia dell’insieme. Ad esempio le frammentarie NativitàDiscesa al Limbo – inizio e momento conclusivo della Salvazione-  si affrontano sulle pareti laterali, mentre  la Presentazione al Tempio è divisa tra due pilastri, e i Santi raffigurati  in una cantoria sono simmetrici a quelli nell’altra sia per numero che per significato. La caduta del muro di separazione tra navata e nartece impedisce di leggere nel complesso la grande figurazione della Dormizione della Vergine, di cui restano gli Apostoli sui due lati (figura 7) E’ anche interessante notare (Radojcic’) come, in modo originale, il ‘percorso’ delle rappresentazioni vada qui in direzione contraria a quella consueta: le storie sono infatti  disposte da destra a sinistra e dal basso verso l’alto.
Nella perdita di molte testimonianze realizzate nelle capitali d’Oriente, il ciclo di Mileseva rappresenta un punto fermo per la conoscenza  della pittura in Serbia e nella stessa Bisanzio all’epoca della prima Rinascenza, e costituisce insieme verifica dei tanti passaggi che contraddistinsero l’Europa ‘aperta’ di quel periodo. In armonia con le nuove tendenze,  i cambiamenti rispetto alla tradizione- e allo stesso grande prototipo di Studenica - vi sono evidenti. Cercando esempi i maestri di Mileseva si rifecero, come i loro contemporanei attivi in tutto l’ ‘ecumene bizantino ’, ai monumenti tardo antichi e a modelli di epoca ellenistica, unendoli alle suggestioni  dell’arte ‘di mediazione’ formatasi al tempo dell’impero latino, che forse portò anche nella pittura al possibile incrocio tra  elementi bizantini e romanici (Radojcic’)
Si veda, nello spazio sotto la cupola, la grande ‘Deposizione dalla Croce’, (figura 8- b/n) dove la scena, originariamente impreziosita dal fondo d’oro, pur seguendo un’iconografia consueta, ne dà un’ autonoma interpretazione formale e cromatica. Linea e colore seguono le forme, costruiscono volumi, lasciano trapelare le emozioni. I corpi e i volti sono fisicamente individuati, senza tuttavia ‘scadere’ nel verosimile. Il noto Angelo bianco della Resurrezione, (figura 9) quasi genio antico,  domina i soldati addormentati, mentre le Pie donne si raggruppano su un lato con moti che piaceranno ai pittori italiani. La bella Annunciata che fila, (figura 10) composta e nobile figura di giovane donna, siede pensosa su un cuscino rosso sullo sfondo architettonico appena accennato che allude al tempio.
Significativa  per capire quale doveva essere lo splendore originario della chiesa è la descrizione che ne fece, ancora nel 1550, l’Ambasciatore di Venezia Catarino Zen - ripreso nove anni dopo da Melchior Saidliz. Evidente vi appare l’allusione a quello che era stato l’uso di metalli preziosi e soprattutto di oro da parte dei pittori, non solo in particolari decorativi (come già a Studenica), ma anche nei fondali  degli affreschi realizzati nelle zone più visibili del tempio, a costruire un rapporto diretto tra l’edificio materiale e lo splendore del divino: una presenza che, rara nella pittura bizantina, caratterizzerà in seguito le principali fondazioni dei Nemanijc’ da Sopocani a Banjska in Kosovo, mausoleo di Milutin. Anche se oggi di quell’originario splendore rimangono solo tracce, resta documentata, tramite indagini tecniche e relativi studi, la volontà dei committenti e degli artisti di rendere la chiesa scrigno prezioso, in cui la superficie dipinta si ispira alla ricchezza delle tecniche musive care ai bizantini, tutt’altro che ignote ai colti autori del ciclo.

Qualche decennio dopo anche nel monastero di Sopocani, fondato da Uros I, la chiesa, dedicata alla Trinità, fu costruita secondo le ‘regole’ della scuola raska, tuttora riconoscibili- anche nelle zone ricostruite-  nella distribuzione e decorazione dell’esterno, in particolare negli archetti pensili e nelle lesene lungo le pareti, nella scansione delle bifore e delle absidi, come nella  tensione delle strutture verso l’alto (figura 11).
Gli affreschi realizzati dal maestro principale e dai suoi collaboratori nelle parti più importanti della chiesa, specie nella navata e in parte nel nartece, costituiscono un complesso unico nello stesso mondo bizantino, e uno dei vertici dell’arte europea del ‘200: espressione sublime di quella ‘rinascenza’ che aveva cercato modelli nel più nobile ellenismo, tra Nicea e Costantinopoli, e di cui abbiamo visto, qualche decennio prima, l’alta ma diversa interpretazione di Mileseva.  Anche le pitture dei più importanti maestri di Sopocani avevano in origine preziosi fondi d’oro, ancora oggi  in più parti ‘suggeriti’ dalla sopravvissuta preparazione ocra. Su quello sfondo spiccano monumentali, armoniche figure di Santi (fig. 12), Profeti, Evangelisti, (figura 13) Patriarchi, Apostoli (figura 14), Padri della Chiesa – vero e proprio pantheon del mondo ortodosso nella particolare versione serba- , le cui forme, fisicamente volumetriche, sono rese con colori luminosi e sottili passaggi chiaroscurali. Tra le scene, spesso inserite in  ambienti architettonici e paesaggistici spazialmente allusivi e coinvolgenti, anche se mai ‘realistici’,  si vedano la Discesa all’Ade, in cui le tensioni pur presenti si stemperano nell’armonia geometrica delle linee e nei rapporti cromatici;  la ‘Dormizione della Vergine(figura 15), di dimensione monumentale, entro cui si accostano e dialogano colori e forme nella scansione simmetrica degli opposti;  e la parte sopravvissuta della Natività,  dove  i pastori, eleganti figure dai movimenti trattenuti, in un paesaggio roccioso,  accanto a un idillico gregge – rievocazione anch’esso di antichi modelli- si interrogano in un dialogo silenzioso, indicando verso l’alto. Non lontano, lo splendido particolare del Bagno del Bambino riprende un tema già diffuso, ma qui interpretato con un inedito ‘naturalismo’ che piacerà agli artisti italiani di fine secolo. 
La  datazione di queste pitture è stata posta  tra 1263 e 1268- solo pochi anni dopo la riconquista paleologa di Costantinopoli. Tra i diversi elementi che hanno consentito di stabilirne i termini temporali ha importanza anche l’analisi dei personaggi rappresentati nel monumentale episodio storico che, sulla parete est del nartece, raffigura la morte dell’ex  regina  Anna Dandolo, lì sepolta. All’evento partecipano suo figlio Uros, il fratellastro ed ex re Vladislav , i giovani principi Dragutin e Milutin e, ai piedi del letto funebre, ancora una volta, la regina Elena. A conferma del possibile termine ‘post  quem’ del 1263, qui compare  anche il fratello di Uros, l’arcivescovo Sava II, con le insegne della carica da lui ottenuta in quell’anno, mentre l’assenza della moglie di Dragutin, Katalina, sposata nel 1268, che sarà sempre raffigurata accanto al marito nelle successive fondazioni, rende difficile ammettere la sua mancanza dopo tale data in un dipinto celebrativo della famiglia.

A partire dal 1233 - ancora negli anni di San Sava, e fino al  1250 -  riprendendo forse il modello di Zica e  Mileseva – era stata costruita a  Pec’, nel Kosovo, nel cuore dell’antica  Serbia, la chiesa più antica tra quelle che formeranno il più importante centro religioso dello Stato (figura 16): dedicata  ai Santi Apostoli, questa fu destinata ad ospitare il mausoleo dei vescovi serbi. Quando, nell’ultimo decennio del ‘200, la prima sede dell’Arcivescovado, Zica, aveva subito gravi danni a causa di incursioni di Bulgari e Tatari, il principale centro dell’autorità ecclesiastica fu lì trasferito. Il complesso, che poi ospiterà il Patriarcato, arricchito di nuovi edifici e pitture tra fine ‘200 e primi del ‘300, assunse la funzione di punto di riferimento  per la Chiesa e la cultura nazionale anche nei secoli successivi, nel lungo periodo della dominazione ottomana, e fino ad oggi.
Anche se le prime pitture dei Santi Apostoli, realizzate intorno al 1260, sono in pratica contemporanee a Sopocani, presentano significative differenze di stile rispetto a quelle dei maestri che operarono nella fondazione di Uros in anni vicini: segno della varia ricchezza che contrassegnò i corsi pittorici bizantini e serbi del periodo. Anche le più antiche maestranze presenti a Pec’    vengono ritenute di provenienza greca, vicine a quelle che eseguirono le migliori pitture nella lontana Trebisonda (1238-63). Tra le loro testimonianze ricordiamo la figura della Vergine orante e quelle degli Apostoli . La diffusione di caratteri di stile affini in pitture conservate in luoghi tra loro distanti, fa di queste opere, in mancanza del più vasto tessuto connettivo perduto, rare e tanto più preziose sopravvivenze di una tendenza di amplissimo respiro, ‘sviluppatasi tra Nicea e Costantinopoli durante il periodo dell’occupazione latina ’.

Anche nell’ultimo ventennio del secolo XIII furono affrescati, nelle province greche come  nella regione balcanica, diversi cicli pittorici,  ulteriore  espressione del processo che condurrà  dal nobile classicismo di Sopocani  alle tendenze proprie della fioritura artistica di  primo ‘300.
Tra 1270 e 1276,  prima della detronizzazione di Uros, anche Elena, unica tra le figure femminili legate alla dinastia, aveva fondato a Gradac il proprio monastero – mausoleo, (figura 17) dove fu seppellita nel 1314: secondo la tradizione ormai consueta degli edifici eretti dai Nemanjic’, l’architettura della chiesa principale, che presenta anche suggestioni del gotico francese, segue, pur con interessanti innovazioni, il modello della scuola raska.
Gli artisti che negli anni ottanta vi eseguirono il danneggiato ciclo di cui è ormai leggibile solo  qualche frammento vengono giudicati in rapporto con le maestranze allora attive a Costantinopoli o nelle provincie macedoni e greche: il loro stile è ancora legato - come suggerisce la committenza di Elena -ai modi impostisi nel periodo della Rinascenza che aveva trovato la sua più alta realizzazione a Sopocani -  anche se qui e là vi si notano già i segni dell’ ulteriore cambiamento  che porterà, tra fine secolo e primi decenni del ‘300, alla fase matura della pittura paleologa. Ne sono indizio la presenza di nuovi temi e il consistente arricchimento dei soggetti. Per fare un esempio, la tradizionale Natività diventa occasione per rappresentare in un’unica scena diversi episodi successivi, fino alla rara Fuga in Egitto.
Al 1295- 96 risalgono  gli affreschi  della chiesa episcopale di Arilje, fondata da Dragutin seguendo il modello dei predecessori. Val la pena ricordare con gli studiosi serbi che nell’ambito di quelle pitture sono stati individuati indizi documentari che fanno supporre la possibile provenienza della bottega esecutrice dalla seconda città dell’Impero, Salonicco, una delle più significative realtà culturali del mondo bizantino.
Malgrado anche qui si senta la suggestione di alcuni elementi della maggiore arte classica di metà 200, vi si nota però soprattutto la ricerca di nuove strade, testimoniata tra l’altro dal gusto per un più accentuato ed espressivo movimento, meno classicamente inteso, e per l’ulteriore inserimento di nuove scene, personaggi ed iconografie.


7) ALCUNI ESEMPI PER UN COLLEGAMENTO TRA CULTURE

Sempre nuovi tasselli  confermano i legami tra le principali espressioni dell’arte bizantina duecentesca, specie nella sua ‘versione’ serba, e la contemporanea produzione della penisola italiana: e tali influssi, riconosciuti in luoghi diversi tra loro, fanno pensare all’esistenza di  rapporti almeno in qualche caso diretti, incentivati dalle alleanze politiche e commerciali stabilite in quei complessi decenni.
Le suggestioni ‘balcaniche’ riconosciute in alcune testimonianze veneziane dei primi vent’anni del 200– all’epoca in cui era in Serbia Anna Dandolo-, e in particolare in mosaici di San Marco come la nota Orazione nell’orto, eseguita intorno al 1219- potrebbero dipendere da una simile circolazione di cultura. Nella città lagunare - anche per il ruolo non marginale assunto a Costantinopoli e in Serbia dalle ricordate presenze ‘latine’ e direttamente veneziane accanto a quelle greche per tutto il ‘200 - simili tangenze non furono casuali. Esse sono ancora ben riconoscibili negli ultimi decenni del XIII secolo e ai primi del ‘300, e ancora oltre. Se ne ricordino i riferimenti nel momento più avanzato del cantiere di San Marco, ma anche in frammenti sopravvissuti della pittura murale lagunare (come  il discusso affresco con Sant’Elena e santi in San Giovanni Decollato, in cui sono state riconosciute suggestioni dal momento ‘classico’ di Mileseva e in parte di Sopocani) e in dipinti su tavola realizzati in città intorno agli esordi di Paolo Veneziano.

Nei primi decenni del Duecento a Roma i papi- e in particolare Onorio III - lo stesso che aveva inviato la corona di re a Stefano Primo coronato-, in mancanza di maestranze autoctone esperte nella realizzazione di mosaici, avevano chiamato ad ornare chiese e basiliche abili maestri di provenienza, ma non necessariamente di origine, veneziana, collegati a modi non lontani dall’Orazione nell’orto.  Ma per quanto riguarda il passaggio di temi e influssi nella città papale non possiamo soprattutto dimenticare il ruolo svolto dal papa francescano Niccolò IV (1288 – 1292), che in gioventù era stato nella stessa Costantinopoli, sentendone poi sempre la  suggestione culturale. Significativo fu tra l’altro il rapporto di quel colto Pontefice con Elena d’Angiò che, all’inizio dell’ultimo decennio del secolo, gli donò l’icona tuttora  nel Tesoro di San Pietro, in cui, sotto il Cristo benedicente e gli apostoli Pietro e Paolo, compare lei stessa inchinata davanti a San Nicola, con ai lati i figli Dragutin e Milutin. Ricorderemo allora che molte fondazioni francescane promosse dall’ex regina serba lungo il Litorale – di cui purtroppo restano quasi sempre solo tracce documentarie (Subotic’)- sono collegate alla data 1288, e comunque agli anni intorno al 1290, in cui era papa Niccolò.
Proprio a Niccolò si deve, sullo scorcio del ‘200, la promozione di cantieri che, a Roma come ad Assisi, presentano, accanto a tante ‘novità’, anche forti suggestioni dalla maggiore arte d’Oriente, con echi dalla pittura della Rinascenza bizantina anche nella versione che ne era stata data nei monasteri serbi, specie Mileseva e  Sopocani.
Entrando nel dibattito su quel momento dell’arte romana, Valentino Pace in particolare vi riconosce legami con le pitture sopravvissute nei  monumenti balcanici. Uno dei maestri più influenti del tempo, Jacopo Torriti, pure francescano, sembra sentirne la suggestione: nei mosaici  absidali di Santa Maria Maggiore e  negli Apostoli nell’abside di San Giovanni in Laterano  viene suggerita  la presenza di tangenze con Sopocani. Motivi di sottile parallelismo con lo stesso ciclo sono stati identificati anche nel Cristo del Giudizio Universale di Pietro Cavallini in Santa Cecilia in Trastevere. Ed è ancora  Cavallini a mostrare consonanze con simili modelli nelle Storie della Vergine per Santa Maria in Trastevere, dove, nel Bagno di Maria Bambina, troviamo una versione iconografica vicina a quella del maggiore maestro di Sopocani nella Natività. Agli esordi pittorici del cantiere di San Francesco in Assisi vengono poi suggeriti contatti tra il Padre Eterno della Creazione- la prima scena nella zona alta della navata della Basilica, pure riferita al Torriti - e gli affreschi di Mileseva.
I contatti  dell’antica Serbia, e in particolare delle città della sua costa, con le regioni adriatiche italiane furono ovviamente sviluppati anche dal punto di vista culturale. Con  la vicina Puglia furono resi più forti e frequenti, oltre che da naturali tramiti geografici, commerciali, politici, e religiosi (per un periodo parte del Litorale serbo dipendeva dal Vescovo di Bari),  anche  dalla presenza nella cattedrale barese della tomba di San Nicola, venerato su entrambe le sponde- in particolare proprio dai Nemanjic’ ,  che nel corso di tutta la loro storia  elargirono  ricchi doni alla Cattedrale barese.
Nello stesso scorcio di tempo anche in territorio emiliano e romagnolo possono riconoscersi ‘segni’ che confermano anche culturalmente la presenza di contatti con l’altra sponda adriatica. A parte le possibili suggestioni balcaniche già suggerite ad esempio negli affreschi del Battistero di Parma o in quelli di San Bartolo a Ferrara (ma si veda a questo proposito il recente importante contributo di Valentino Pace (Zograf 2004), non mancano simili riflessi anche nel primo sviluppo della scuola riminese: in essa, accanto alle suggestioni giottesche, troviamo elementi – specie di carattere  iconografico- acquisiti tramite lo scambio con  i centri della costa dalmata. In uno dei più antichi maestri di Rimini, Giovanni, la  tavoletta con la Madonna e Santi oggi a Faenza, proveniente da una chiesa francescana, costituisce  ad esempio ‘traduzione’ in nuovo linguaggio del tema balcanico della Madonna Pelagonitissa.
Sempre più da indagare sono anche i legami tra l’arte bizantina, anche nella ‘versione’ serba, e la maggiore cultura  toscana del ‘200: a Firenze, e soprattutto a  Pisa, città ‘marinara’ da sempre collegata a Costantinopoli da commerci e rapporti politici, spesso in conflitto con Venezia e Genova. Le nuove ricerche confermano tanti legami diretti, pur uniti ad un linguaggio in trasformazione. Anche in Giunta Pisano, la cui influenza fu poi forte fino all’Umbria e all’Emilia, sono presenti suggestioni probabilmente mediate dal neo ellenismo costantinopolitano, molto vicine a Mileseva  E se osserviamo alcune antiche Madonne pisane, non possiamo non riconoscervi almeno l’informazione su modelli, anche meno noti, come quello, datato negli anni venti del ‘200, della ‘Madonna con Cristo nutritore’ nella chiesa della Bogorodica Ljeviska a Prizren in Kosovo, purtroppo gravemente danneggiata nel marzo 2004.
Persino nella ‘gotica’ Siena, e nel grande Duccio di Boninsegna, possono identificarsi –pur nell’interpretazione di una personalità creatrice- indizi di ascendenze a volte direttamente balcaniche. Nella Resurrezione nel dossale della Maestà già nel Duomo,  l’Angelo sul sepolcro sembra traduzione in lingua gotica del mirabile Angelo bianco di Mileseva. Ma anche nella grande vetrata per l’abside del Duomo, mentre il Cristo della Dormizione della Vergine presenta straordinari contatti con quello della simile scena di Sopocani, le figure dei Profeti nei lati trovano più di un riferimento nei Santi di Mileseva.
A confermare poi i suggestivi legami già suggeriti da Radojcic’ tra la Deposizione,  una delle  ‘Storiette della Passione’ oggi conservate tra la  Pinacoteca senese e diversi Musei, eseguite da antichi maestri attivi a Siena, e la simile scena nello spazio sotto la cupola della stessa  Mileseva, possiamo oggi aggiungere i nuovi possibili indizi conseguenti alla scoperta, nei locali sotto il Duomo, di  importanti affreschi del secolo XIII:  tra questi la Deposizione dalla Croce vale a  confermare i rapporti con la simile figurazione del monastero serbo.
E’ vero che troviamo un’iconografia quasi identica nelle composizioni dedicate al soggetto sia nelle zone di influenza bizantina che nelle loro riprese occidentali, e che, tradotta in nuovi linguaggi, essa compare fin nell’arte gotica. Ma l’impianto figurativo della Deposizione del Duomo senese, pur alludendo a nuove direzioni di ricerca, presenta cadenze che evidenziano possibili prestiti anche formali da prototipi del classicismo d’Oriente, come quello di  Mileseva.
Non si tratta di ricondurre gli affreschi senesi ad un  maestro di  immediata educazione bizantina, ma di collegarli con una tendenza che, nella volontà di riappropriarsi dei modi più alti della cultura dell’Impero ‘romeo’, identificava in quel confronto una propria nobilitazione- riferendosi in questo caso non a un ‘modello’ generico, ma a un più immediato contatto con un ben determinato contesto ambientale e con un simile sentire pittorico.

Possiamo individuare tracce di simili percorsi ancora nella Bologna gotica dei primi decenni del ‘300: nel clima che la vedeva centro ‘internazionale’ di commerci e scambi , e dove aveva rilevante funzione la presenza dell’Università e degli ordini religiosi, la città manteneva contatti con Venezia, con la costa- in particolare con Rimini-  e con le vicine regioni, come – in quanto legata ai  Guelfi- con la Francia, gli angioini e il papato.
Negli anni Trenta del ‘300 vi cresceva  un’autonoma scuola artistica, in rapporto ‘libero’ con quella riminese, ma più fortemente ancorata a modi  gotici, e a una rilettura in senso ‘naturale’ di antichi modelli.
Furono ancora i  francescani a chiamare nel loro convento bolognese Vitale, uno dei protagonisti delle nuove tendenze pittoriche. E proprio in San Francesco, nei primi anni del quarto decennio,  il maestro ‘tradurrà’ in linguaggio gotico un’iconografia  rara in Italia, eseguendo, sul pilastro presso l’altare della basilica, l’affresco che, dopo la riscoperta nel 1978, è conosciuto come ‘Madonna del Ricamo’. La  Vergine vi è raffigurata come Madonna operosa, nell’atto di ricamare, costituendo una delle più antiche  versioni note in Italia di un tema diversamente diffuso nella cultura bizantina, che aveva sempre collegato il soggetto della Madonna che fila all’Annunciata, colta dall’Angelo mentre è intenta a tessere nel Tempio
Forse non è un caso che, tradotta in linguaggio occidentale e in un nuovo contesto, l’iconografia  compaia, dopo i possibili prototipi senesi,  proprio nella chiesa francescana di  Bologna, e nel mondo espressivo di Vitale. E’ come se certo  ‘naturalismo’, proprio della trascrizione  dei moduli bizantini quale appare nelle fondazioni dei re serbi, dopo aver attraversato l’Adriatico, continuasse a diffondere, anche a distanza di tempo, modelli più confacenti al gusto del ‘naturale’  proprio di una cultura in corso di rinnovamento come quella bolognese dei primi decenni del ‘300.
Proprio quell’opera - con il suo ‘filo’ esistente ma non facilmente leggibile, di cui spesso si è negata la presenza-  è diventata,  a partire dal primo momento dello scambio con la Serbia nel 1994,  un vero e proprio simbolo degli antichi legami mai interrotti malgrado tante negazioni e rifiuti, e nello stesso tempo sottile allusione al nuovo incontro tra diversi luoghi e persone che nel corso degli ultimi dieci anni hanno voluto costruite momenti di positivo, reciproco incontro al di là delle volute strumentalizzazioni.



TRACCE PER UNA BIBLIOGRAFIA



Indicazioni per una inquadratura di storia e cultura della Serbia nel ‘200 (opere in italiano cui si fa riferimento nel testo):

(Per ulteriore letteratura sull’argomento si rimanda alla bibliografia contenuta nei contributi di seguito elencati e alle segnalazioni riportate in calce al testo di Valentino Pace)

V. Lazarev, ‘Storia della pittura bizantina’, edizione originale 1947 (edizione italiana Milano 1967), in particolare pp. 293- 304

S. Cirkovic’, I serbi nel Medioevo, edizione italiana, Milano (Jaca Book), 1992

T.Velmans, Affreschi e mosaici, in T. Velmans, V. Korac’, M. Suput, Bisanzio - Lo splendore dell’arte monumentale, Milano (Jaca Book), 1999, in particolare cap. V, La cosiddetta Rinascenza dei Paleologi, p. 179 segg

S. Paijc’, ‘La Serbia nel XIII secolo. Interazione storico – artistica ’, pp. 13- 24, con bibliografia; sui monasteri, Studenica; Prizren; Mileseva; Moraca; Pec’; Sopocani; Gradac; Arilje, pp. 29- 86, in ‘ Tra le due sponde dell’Adriatico- la pittura nella Serbia del XIII secolo e l’Italia, cat. della mostra (Bologna, Ferrara, Bari, Venezia), Ferrara 1999 (per una generale inquadratura del secolo in Serbia).


Sui rapporti tra l’arte del ‘200 in Serbia e l’Italia (testi recenti):

R. D’Amico; S. Pasi; P. Angiolini Martinelli; E. Marcato; M. Medica; R. Lorusso Romiti; M. Milella; F. Lollini, in Tra le due sponde dell’Adriatico- la pittura nella Serbia del XIII secolo e l’Italia, cat. cit. , Ferrara 1999.

V. Pace, Dieci secoli di affreschi e mosaici romani; Jacopo Torriti frate, architetto e ‘ pictor’ ; Mosaici e pittura romana del Medioevo: pregiudizi e omissioni, in ‘Arte a Roma nel medioevo: committenza, ideologia e cultura figurativa in monumenti e libri ’ , Napoli 2000 , p. 305 segg.; p. 399 segg. ; p. 287 segg

R. D’Amico, ‘Appunti sui rapporti tra la Serbia dei Nemanja, i Balcani e le culture della penisola italiana nel secolo XIII: ancora tra le due sponde dell’Adriatico, e R. D’Amico- D. Preradovic’, schede (Mileseva, Sopocani, Pec’) in ‘Il Trecento adriatico- Paolo Veneziano e la pittura tra Occidente e Oriente, cat. della mostra di Rimini, a cura di F. Flores D’Arcais, Milano 2002, pp. 57- 63

V. Pace, Aquileia, Parma, Venezia, Ferrara: il ruolo della Serbia ( e della Macedonia) in quattro casi di ‘maniera greca’ nel Veneto e in Emilia, in ‘Zograf n. 30, 2004, in corso di stampa


Per le informazioni contenute nel testo rimando anche a miei precedenti contributi sull’argomento, in particolare:

R.D’Amico, Quel ‘filo’ da Mileseva a Bologna’, in ‘Strenna storica bolognese’ 1997 , pp. 237- 263

Tra Oriente e Occidente attraverso l’Adriatico- due regine della Serbia del ‘200 a Bologna’, in ‘Strenna storica bolognese’ 1998, pp. 205- 226

Per la storia dell’icona serba del Vaticano: il rapporto con le vicende della Basilica di San Pietro e una sua ‘replica’ seicentesca a Fano’ in ‘Zograf’ 2000, pp. 89- 100

Ponti distrutti- ponti da ricostruire- ancora il ‘filo’ tra Bologna e Belgrado’, in ‘Strenna storica bolognese’ 2000, pp. 255- 270

Alla confluenza tra fiumi e culture- Per la costruzione di nuovi ponti’, in ‘ Strenna storica bolognese’ 2001, pp.247- 266

Tra storia e tutela lungo le strade della Serbia. I monasteri di Mileseva e Sopocani, in ‘Strenna storica bolognese’ 2002, pp. 191- 207

Memoria storica e tutela:perla conoscenza la salvaguardia del patrimonio culturale della Serbia, in ‘Mediterraneum - Tutela e valorizzazione dei beni culturali ed ambientali ’ , II, La tutela del patrimonio culturale in caso di conflitto, a cura di F. Maniscalco, Napoli 2002, pp. 181- 190

Antiche presenze serbe in Italia: storia e arte per la ricostruzione dei fili perduti, in ‘Strenna storica bolognese’ 2003, pp. 155- 175

Percorsi iconografici e artistici tra ‘200 e ‘300. Da Siena a Bologna’, in ‘Strenna storica bolognese’ 2004, pp. 187- 209


Sui principali monasteri (in lingua serba, con sunto in inglese, e ricca documentazione fotografica) :

S. Radojcic’, Mileseva, Beograd 1963

G. Babic'- V. Korac'- S. Cirkovic', Studenica, Beograd 1986

V. Djuric’, Sopocani, Beograd 1991, pp. 173- 175


Per il passaggio tra ‘200 e ‘300:

B. Todic’, ‘Srpsko slikarstvo u doba Kralja Milutina’, Beograd 1998; ed. inglese Serbian Medieval Painting: The Age of King Milutin, Beograd 1999


FOTO E DIDASCALIE


1) Pianta dei principali monasteri del ‘200 presenti nel territorio dell’attuale Serbia (Kosovo compreso)

2) Esterno della chiesa di Decani

3) Mileseva, Chiesa dell’Ascensione (parete sud nella campata occidentale della navata), Scena di donazione: Vladislav dona a Cristo il modello della chiesa, con la mediazione della Vergine

4) Sopocani, Chiesa della Santa Trinità (nartece), Storie della vita di Stefano Nemanja (particolare)

5) Studenica, Chiesa della Madonna (parete occidentale), Crocifissione: particolare del Cristo

6) Mileseva, Chiesa dell’Ascensione, esterno della zona absidale

7) Mileseva, Chiesa dell’Ascensione (parete occidentale), Apostoli, (particolare- frammento della Dormizione della Vergine)

8) Mileseva, Chiesa dell’Ascensione (spazio sotto la cupola), Deposizione

9) Mileseva, Chiesa dell’Ascensione (parete sud della navata), L’Angelo seduto sulla tomba e le Pie donne particolare della Resurrezione

10) Mileseva, Chiesa dell’Ascensione (pilastro sud presso l’altare), Annunciata che fila

11) Sopocani, Chiesa della Santa Trinità , esterno

12) Sopocani, Chiesa della Santa Trinità, San Minas (da un pilastro)

13) Sopocani, Chiesa della Santa Trinità (pennacchio sotto la cupola), L’Evangelista Giovanni

14) Sopocani, Chiesa della Santa Trinità (cantoria settentrionale), Giovane Apostolo (Giovanni?),

15) Sopocani, Chiesa della Santa Trinità (parete occidentale della nave), Dormizione della Vergine

16) Pec’, complesso del Patriarcato con la chiesa dei Santi Apostoli, esterno

17) Gradac, Chiesa dell’Annunciazione, esterno





L’arte bizantina in Serbia tra ‘200 e ‘300: notizie brevi tra storia e
cultura

ROSA D’AMICO
(tratto con revisioni e aggiunte dal testo pubblicato nel catalogo
della mostra ‘Paolo Veneziano…’ di Rimini)

Al confine tra Oriente e Occidente, le terre balcaniche hanno sempre
avuto un difficile ruolo di ‘ponte’: ‘cerniera’ tra luoghi e culture, e
insieme punto d’attrito tra civiltà. Nel Medioevo le rotte dei
commerci, che vedevano le due rive dell’Adriatico in continuo rapporto,
penetravano dalle ricche città del Litorale nell’interno, incontrando,
nel cuore dell'antica Serbia, la via romana che, attraverso l’attuale
Macedonia, raggiungeva la seconda capitale bizantina, Salonicco, e poi
Costantinopoli, la ‘città imperiale’- il maggior centro di riferimento
per il mondo allora conosciuto.
Negli ultimi decenni del XII secolo era sorto all’interno dei Balcani,
accanto ad altre realtà, come la potente Bulgaria, il primo embrione di
quello che sarebbe divenuto lo Stato serbo: dominato dalla dinastia dei
Nemanjic’, questo si sarebbe in breve ampliato, raggiungendo il
Litorale, e divenendo una delle più significative presenze politiche e
sociali di quei territori. Suo primo centro propulsore fu la regione
della Raska che, con il vicino Kosovo, rappresentava un importante
crocevia per comunicazioni, scambi, traffici commerciali, in una terra
ricca dal punto di vista agricolo e minerario.
Già sotto il fondatore Nemanja si manifestò la ‘dualità’ politica,
culturale e religiosa dello Stato in formazione, al confine tra
cattolicesimo e ortodossia, tra Impero bizantino e potentati
d’Occidente. Tra la fine del 1100 e i primi del ‘200 la Serbia, come
gli altri Stati dei Balcani, approfittò abilmente dell’indebolimento e
della decadenza del vicino Impero per la propria crescita, in
particolare a seguito degli eventi del 1204. In quell’anno la stessa
capitale Costantinopoli era caduta in mano ai crociati ‘latini’, in
particolare veneziani e francesi, che avrebbero mantenuto il potere
sulla grande e ricca città fino al 1261, quando il potere sarebbe
tornato in mano greca con la dinastia dei Paleologhi. Alla nuova
politica dello Stato serbo contribuì l’accorta politica matrimoniale
dei Nemanjic’, che già in passato avevano stretto parentele con
famiglie d’Occidente oltre che con gli Stati confinanti e con i ‘romei’
di Bisanzio. Già nel 1207- 1208 il figlio di Nemanja, Stefano – poi re
‘primo coronato’- ripudiò la moglie bizantina Eudossia, e sposò la
veneziana Anna, nipote di Enrico Dandolo, tra i principali protagonisti
della conquista latina di Costantinopoli. Anna, proveniente dallo Stato
più potente tra Occidente e Oriente, fu presente alla formazione del
regno- sancita definitivamente nel 1217, quando Stefano ricevette la
corona dallo stesso papa Onorio- e vi mantenne una propria influenza,
accanto al marito e ai suoi successori, per tutta la vita: arrivata in
Serbia quando Venezia era la maggiore potenza dell’Impero ‘latino’,
morì intorno al 1250, durante il regno del figlio Uros I, il più abile
e ‘illuminato’ tra i discendenti di Stefano. Proprio in quegli anni- a
seguire una ‘politica’ matrimoniale volta di nuovo in senso
‘occidentale’- Uros aveva sposato la francese Elena d’Angiò, figlia di
Baldovino, l’ultimo imperatore occidentale di Bisanzio, detronizzato
nel 1261 dall’avvento dei Paleologhi. Cattolica, legata ai potenti
Angioini che governavano l’Italia meridionale con forti mire sui
Balcani e sull’Ungheria, Elena fu, più di Anna, figura influente nella
politica serba e nella ‘mediazione’ tra est e ovest. Prima accanto ad
Uros, poi quale ‘consigliera’ dei figli, i re Dragutin e Milutin, ella
percorse tutta la seconda metà del ‘200, fino al 1314, data della sua
morte.
La presenza presso la corte serba di queste figure femminili conferma
una tendenza non estranea al ‘passaggio’ di idee e modelli tra le rive
adriatiche. Elena, ‘cara consanguinea’ degli angioini, fu riconosciuta
dai papi ‘fedele figlia della chiesa’, malgrado l’unione con una
dinastia ortodossa. Dopo la detronizzazione di Uros nel 1276 ad opera
del figlio Dragutin, questi, a parziale ‘ricompensa’ per l’offesa verso
il padre, concesse ad Elena i territori del Litorale, ed alcuni
possessi nell’interno, fino a Brnjac, dove l’ex regina istituì la sua
corte. Importante fu, sullo scorcio del ‘200, il suo rapporto con la
costa, dove - nelle città litoranee da lei governate- a Kotor, Bar,
Skadar- tornò a proteggere le fondazioni cattoliche- specie
francescane- e promosse- soprattutto dal 1288- la costruzione di nuovi
monasteri dell’Ordine. Significativo fu il suo rapporto con Niccolò IV,
l’illuminato francescano che, dopo aver conosciuto in gioventù la
cultura di Costantinopoli, di cui sentì sempre la forte suggestione, fu
papa proprio dal 1288 al 1292.
Grande sviluppo ebbe lo Stato in particolare sotto il secondo figlio di
Elena e Uros, Milutin: l’intera Macedonia passò allora sotto il
controllo del re serbo. Nel 1999, poi, arrivando alla rottura con il
fratello Dragutin, che governava allora la zona nord della Serbia ed
era legato all’Ungheria, egli riannodò i rapporti con i Paleologhi di
Bisanzio, ancora una volta per via matrimoniale, unendosi alla
giovanissima Simonida, principessa reale. Da allora prevalse
definitivamente in Serbia l’influsso politico, culturale e religioso
dell’Oriente bizantino. Attraverso scontri, conflitti, nuove alleanze,
dopo il regno del figlio di Milutin, Stefano Decanski, si arrivò alla
metà del ‘300, momento della massima espansione dello Stato sotto il
re- imperatore- Dusan, e poi alla sua rapida disgregazione e
indebolimento, fino alla conquista ottomana del 1459.
La storia di questo territorio trova estrinsecazione nell’arte:
espressione principale ne fu la grande fioritura di monasteri, di
fondazione reale o monastica, le cui chiese, nel corso di più di due
secoli, furono affrescate da grandi maestri provenienti probabilmente
dalle capitali bizantine, Costantinopoli e Salonicco. Nel corso del
‘200, quando la Serbia divenne uno dei punti di riferimento per i
contatti tra est e ovest, vi si manifestarono alcuni dei più
significativi episodi della cultura europea del tempo, importante
tramite per l’irraggiamento della più nobile arte bizantina.
Architettura e pittura, come naturale in una terra di passaggio tra
civiltà e religioni, vi produssero monumenti di grande suggestione,
testimoni materiali dell’incontro tra le tradizioni del cristianesimo
orientale e il ‘romanico’ occidentale- tra culto della chiesa ortodossa
e forme costruttive ‘italiane’. Risultato ne furono già i primi edifici
della ‘scuola Raska’, così detta dalla regione dove era stato fondato
lo Stato e dove più ampiamente si diffuse: nelle chiese allora
costruite, ad una forma esterna che ricorda le cattedrali romaniche
della Puglia o della Lombardia corrisponde una distribuzione interna
legata anche nella decorazione pittorica ai modi più nobili
dell’Oriente bizantino. Dagli ultimi decenni del XII secolo, quando
furono fondati i monasteri di Kursumlja e Studenica, fino al ‘300,
epoca in cui l’architetto francescano di Kotor Vita realizzò, dopo il
1321, la monumentale chiesa di Decani in Kosovo, fu tutta una grande
fioritura di edifici che ripropongono con variazioni modelli simili.
Poco dopo l’arrivo in Serbia di Anna Dandolo, alla fine del primo
decennio del ‘200, era stato decorato di splendidi affreschi il ‘primo’
tra i monasteri, Studenica, fondato nel 1196: lì era stato seppellito
lo stesso Nemanja, il fondatore della dinastia che, fattosi monaco alla
fine della vita con il nome di Simeone, divenne il primo e più
importante tra i santi serbi.
Molto significativa accanto a quella del re Stefano è in quel periodo
la figura dell’altro suo figlio, monaco con il nome di Sava- pure
santificato dopo la morte- che nel 1219 fondò e fu primo arcivescovo
della Chiesa serba indipendente. Frequentatore di Costantinopoli,
Salonicco e delle capitali d’Oriente, ne riportò in patria tesori e
artisti illustri che, nei ricchi centri della nuova realtà politica,
come al di là dell’Adriatico, cercavano occasioni di lavoro migliori
che non nell’antica capitale depredata e impoverita. A loro-
espressione della cultura più aggiornata allora esistente- fu affidata
la decorazione di molti dei più antichi monasteri: dalla stessa
Studenica a Hilandar, fondazione serba sul monte Athos.
Tra 1222 e 1228 il secondo figlio di Stefano Primo coronato, Vladislav,
costruì e decorò la propria fondazione- mausoleo, Mileseva, il più
importante monastero del regno dopo Studenica: nel cuore della Raska,
era vicino all’antica città mercantile di Prijepolje, non lontano dalle
vie che portavano da un lato al Litorale, dall’altro a Salonicco. Pur
danneggiati, splendono sulle pareti gli affreschi che, nelle zone più
importanti della chiesa, avevano luminosi fondi d’oro ad imitare il
prezioso mosaico, di cui gli esecutori bizantini, forse di Salonicco,
conoscevano perfettamente la tecnica. Non dovette essere estranea alla
concezione e alla presenza dei più aggiornati pittori dell’epoca
l’influente posizione dello zio di Vladislav, il ricordato Sava,
vissuto fino al 1236. Nella grave perdita di testimonianze originali
nelle capitali d’Oriente, cicli come quello di Mileseva rappresentano
un punto fermo per la conoscenza dell’arte di Bisanzio nel suo momento
più alto, adattamento degli schemi importati alle necessità e alla
filosofia del nuovo Stato. Sempre nuovi tasselli ne confermano il
legame con opere del ‘200 in Italia. Gli influssi ‘balcanici’,
riconosciuti a Venezia, a Roma, in Toscana e nelle città del ‘nostro’
litorale adriatico, fanno pensare a rapporti diretti, sulla base di
alleanze politiche e commerciali. Del resto i pittori bizantini che
avevano lasciato le grandi capitali d’Oriente erano abituati ad
aggiornare le loro precedenti conoscenze a contatto con le novità
iconografiche e stilistiche proposte nei luoghi dove operavano, come
l’emergente regno dei Nemanja o Venezia.
Uros’ I, fratellastro e successore di Vladislav, aveva fondato un altro
tra i massimi monasteri della Serbia, Sopocani. Le pitture del maggiore
artista e dei suoi più alti collaboratori lì attivi, di qualche
decennio successive rispetto a Mileseva, costituiscono uno dei vertici
dell’intera arte europea del ‘200: vera e propria ‘rinascenza’ degli
antichi modelli ellenistici, in rapporto con i maggiori centri
culturali bizantini, ma difficilmente comparabili con testimonianze
sopravvissute, la loro suggestione incontra, in modo diverso rispetto a
Mileseva, l’arte contemporanea della penisola italiana, confermando la
‘dualità’ dei Nemanja tra Oriente e Occidente. L’affresco nel nartece
interno della chiesa, che rappresenta la Morte di Anna Dandolo, con la
presenza di personaggi storici, contribuisce a datare il complesso tra
1263 e 1265: intorno alla defunta, tra i familiari e i nobili della
corte, sono il re suo figlio, Uros, il fratellastro, l’ex re Vladislav,
l’altro fratello, l’arcivescovo Sava II, e i figli Dragutin e Milutin
‘giovani principi’. Sull’altro lato, in ginocchio, bacia la mano della
defunta la nuova regina, Elena. Accanto a Dragutin non compare
Katalina, figlia del futuro re d’Ungheria che, seguendo la politica di
alleanze matrimoniali dei Nemanja, egli sposò nel 1368- data che
diventa così un termine ante quem per il ciclo.
Al papa Niccolò IV, di cui si sono ricordati i rapporti con Elena
d’Angiò, si deve, sullo scorcio del ‘200, la promozione di cantieri
artistici che, a Roma e ad Assisi, presentano suggestioni dalla
maggiore arte d’Oriente, con possibili echi proprio di Sopocani. Anche
Jacopo Torriti, pure francescano, sembra averne avuto conoscenza nei
mosaici per Santa Maria Maggiore, nelle Basiliche romane e ad Assisi. E
Pietro Cavallini mostra consonanze con simili modelli nel celebre ciclo
a mosaico con Storie della Vergine per Santa Maria in Trastevere. Nel
Bagno del Bambino (a)- diffuso tema bizantino, collegato alla Natività-
troviamo lì forse la versione iconografica più vicina a quella,
sublime, della parete nord della Chiesa di Sopocani.
Unica tra le regine serbe, Elena, insieme ad Uros, aveva fondato nel
1276, secondo le regole ortodosse, il proprio monastero- mausoleo, in
cui fu sepolta nel 1314. Nella chiesa principale, la cui costruzione
presenta- non casualmente- anche suggestioni del gotico francese, gli
affreschi sopravvissuti ricordano ancora il grande modello di Sopocani.
Il monastero che era stato la prima sede dell’Arcivescovado serbo sotto
San Sava, Zica, era stato gravemente danneggiato da incursioni già alla
metà del ‘200, con perdita di molte pitture. Verso la fine del secolo
vi furono affrescati nuovi cicli da artisti che, con quelli attivi ad
Arilje, monastero sorto nella zona sottoposta al potere di Dragutin,
segnano l’importante passaggio tra il classicismo di Sopocani e le
diverse tendenze che si svilupperanno nel nuovo secolo.
I gravi danni subiti da Zica alla metà del ‘200 avevano portato a
spostare la sede dell’Arcivescovado a Pec’ nel Kosovo, nel cuore più
protetto della vecchia Serbia. Lì tra il sesto decennio del ‘200 e i
primi del ‘300 sorse uno dei complessi più importanti della regione,
poi restato punto di riferimento anche nei secoli della presenza turca.
Tre chiese unite tra loro, la più antica delle quali è quella dei Santi
Apostoli. Di grande importanza, gli affreschi interni raccontano le
vicende dell’arte in Serbia dal tempo di Sopocani alle novità della
matura pittura paleologa, entro forme architettoniche non più legate
alla scuola raska, ma a una lettura dell’edificio a cupola tipico
dell’Oriente cristiano.
In effetti, con la fine del ‘200 e i primi decenni del ‘300, quando il
centro dello Stato, con le conquiste di Milutin, si spostò verso il
Sud, le nuove costruzioni e i nuovi cicli pittorici interessarono
soprattutto le zone del Kosovo e della Macedonia. Una suggestione più
ampiamente orientale si riconosce nelle grandi fondazioni promosse da
lui, dalla Chiesa e dall’aristocrazia: fondazioni la cui architettura
interpreta in modo originale gli schemi costruttivi bizantini. Alcuni
esempi, il monastero di Staro Nagoricino in Macedonia, e le grandi
chiese del Kosovo, dalla Madonna di Ljevisa a Prizren a Gracanica, che
custodiscono al loro interno importanti ed uniche testimonianze
pittoriche legate agli sviluppi dell’arte paleologa- ultima fioritura
di grande rilievo dell’arte bizantina. In alcuni casi ci restano anche
i nomi degli artisti che decorarono gli edifici con splendidi e
complessi cicli, tra cui Michele Astrapa ed Eutichio, pittori di
Salonicco, attivi in diversi momenti nelle maggiori chiese del periodo.
La fioritura proseguì sotto Stefano Decanski e sotto Dusan, re e
imperatore. Ad essi va tra l’altro riferita l’ultima grande costruzione
legata allo stile ‘misto’ della scuola Raska, la chiesa del monastero
di Decani.
Sotto la pressione turca, che si fece costante negli ultimi decenni del
‘300, il centro dello Stato serbo, indebolito e frammentato, si
trasferì più a nord, nella regione del fiume Morava, ove, tra la fine
del secolo XIV e la prima metà del ‘400, si produsse una diversa
fioritura architettonica e pittorica, basata su nuove idee e nuovi
modelli, le cui principali testimonianze sono ancora visibili nei
monasteri di Manasija- Resava, Ljubostinja, Kalenic’.
Fitte fino al ‘600 sono le notizie sulle regioni interne balcaniche, e
sulla Serbia, tramandateci dai viaggiatori che le attraversarono:
l’interruzione degli scambi non fu quasi mai totale e nemmeno i
drammatici eventi verificatisi durante il lungo dominio ottomano
bloccarono le storiche vie di comunicazione, né le espressioni di vita
e cultura. Un più forte iato alla conoscenza si ebbe a seguito delle
guerre austro - turche di fine ‘600 e del ‘700, quando la migrazione di
molti residenti nelle regioni danubiane dell’Ungheria portò allo
sradicamento della memoria, con parziale o totale perdita di monumenti
e testimonianze. Solo nel secolo XIX, con il nuovo interesse nei
riguardi dei popoli che si liberavano dalle antiche dominazioni, e con
il desiderio degli intellettuali balcanici di riallacciarsi alle
proprie radici, si tornò a proteggere quanto sopravvissuto di un
patrimonio che manteneva un tessuto fitto e diramato. Sulle mura dei
monasteri ortodossi costruiti tra la fine del XII e la metà del XV
secolo restavano, pur danneggiati, complessi pittorici di altissimo
rilievo, più fitti che in altri centri dell’antico Impero. Specialmente
a partire dagli anni venti del ‘900 si arrivò al ripristino di edifici
diroccati e al recupero delle pitture in essi contenute. Studiosi come
il francese Gabriel Millet o il russo Okunev, insieme a ricercatori
balcanici, si dedicarono all’indagine sui cicli; e cominciarono a
circolare fotografie di complessi che spesso continuavano a
deteriorarsi.
Difficile era il riconoscimento degli antichi contatti: l’intera
cultura bizantina, salvo pochi vertici, era allora conosciuta per lo
più tramite opere tarde, o periferiche e ‘provinciali’, che non
rendevano giustizia alla sua grandezza; e così ‘bizantino’ diveniva
termine negativo, legato agli aspetti deteriori dell’arte d’occidente.
La riscoperta delle opere realizzate nell’antica Serbia può ancora oggi
aiutare ad affrontare confini culturali spesso divenuti anche confini
sociali e politici; a meglio capire la nostra stessa cultura che, nel
suo antico sviluppo, trovò, nel reciproco scambio, uno degli elementi
fondanti. Gli eventi bellici che hanno drammaticamente coinvolto quelle
regioni sia nel corso delle due guerre mondiali, che nei più recenti e
recentissimi eventi, devono farci riflettere sulla necessità di
considerare il grande patrimonio culturale di quelle regioni come
eredità comune di tutti noi, aiutandone la sopravvivenza e il tramando
alle future generazioni.

Riferimenti bibliografici:

G. Millet, L’Art chretien d’Orient du milieu du XII au milieu du XVI
siecle, La peinture- Peintures russes et serbes, Paris 1908
G. Millet, L’ancien art serbe. Les eglises, Paris 1919
N. Okunev, Monumenta Artis Serbicae, Praga 1928- 32
A. Deroko, in ‘ L’art Byzantin chez les slaves, Les Balkans’, tomo I,
Paris 1930
G. Millet, in ‘l’Art byzantin chez les Slaves, Les Balkans’, tomo I,
Paris 1930
C. Diehl, ‘La peinture byzantine’, Paris 1933
V. Petkovic’, ‘La peinture serbe du Moyen Age’, I- II, Beograd 1930- 34
V. Lazarev, ‘Storia della pittura bizantina’, edizione originale 1947;
(ed. it. Milano 1967)
‘L’Art medieval yougoslave’, catalogo della mostra, Parigi 1950 ( S.
Radojcic’, ‘Les fresques dans les eglises du Moyen Age en Serbie, au
Montenegro et en Macedoine’, ibidem) .
G. Millet, ‘La peinture du Moyen Age en Yougoslavie: Serbie, Macedoine
et Montenegro’, Paris 1957
S. Radojcic’, Mileseva, Beograd 1963, pp. 40- 59 ( con sunto in inglese)
A.Deroko, ‘Malo nekog davnog secanja’, in ‘Zograf’, n. 3, Beograd 1969,
pp. 53- 55
G. Matthiae, Pittura romana del Medioevo, I edizione, Roma 1966, II
edizione, con commento di G. Gandolfo, Roma 1988
V. Djuric’, Sopocani, Beograd 1991, pp. 173- 175 ( in lingua originale,
con breve sunto in inglese).
S. Cirkovic’, I serbi nel Medioevo, edizione italiana, Milano 1992.
B. Todic’, ‘Srpsko slikarstvo u doba Kralja Milutina’, Beograd 1998
AA.VV., Tra le due sponde dell’Adriatico- la pittura nella Serbia del
XIII secolo e l’Italia, cat. della mostra (Bologna, Ferrara, Bari),
Ferrara 1999
V. Pace, Mosaici e pittura romana del Medio Evo: pregiudizi e
omissioni, e Dieci secoli di affreschi e mosaici romani, in ‘Arte a
Roma nel Medioevo’, Napoli 2000, p. 287 segg., in part. pp. 294- 302; e
p. 305 segg. , in part. p. 312-14
R.D’Amico, Quel ‘filo’ da Mileseva a Bologna’, in Strenna storica
bolognese, 1997
‘Tra Oriente e Occidente attraverso l’Adriatico- due regine della
Serbia del ‘200 a Bologna’, in Strenna storica bolognese, 1998
‘Ponti distrutti- ponti da ricostruire- ancora il ‘filo’ tra Bologna e
Belgrado’, in ‘Strenna storica bolognese’, 2000
‘Alla confluenza tra fiumi e culture- Per la costruzione di nuovi
ponti’, in ‘ Strenna storica bolognese’ 2001
Per la salvaguardia dei beni culturali della Serbia, in
‘Mediterraneum’(in corso)



MEMORIA STORICA E TUTELA: PER LA CONOSCENZA E LA SALVAGUARDIA DEL
PATRIMONIO CULTURALE DELLA SERBIA

Rosa D’Amico
(da ‘Mediterraneum/Tutela e valorizzazione dei beni culturali e
ambientali. Volume II,). La tutela del patrimonio culturale in caso di
conflitto’, a cura di Fabio Maniscalco, Napoli 2002 pp. 127- 133)

Nei Balcani e nella Serbia , da sempre ‘terra di passaggio’ e di
confronto tra grandi potenze, dove , tra Oriente e Occidente, sorsero e
tramontarono regni e imperi, i monumenti costituirono spesso l’unico
‘segno’ ‘materiale’ di intere identità nazionali e culturali, restando
simbolo di ‘resistenza’ anche nei periodi più duri. Le testimonianze
sulle loro frequenti distruzioni e ricostruzioni confermano che il
radicamento nella storia collettiva ne ha aiutato la conservazione,
mentre, dall’angolatura contraria, il fatto di ‘rappresentare’
‘visibilmente’ l’identità ‘nemica’ ha creato i presupposti per il loro
‘annullamento’ ideale e materiale.
Drammatici sono i ‘passaggi’ che , nei secoli, hanno visto tanti
complessi della ‘Vecchia Serbia’ abbandonati, danneggiati o distrutti.
Ricordiamo ad esempio , in Kosovo, il romitorio di San Pietro a Korisa
, di cui restano parti dell’architettura e degli affreschi, per lo più
perduti già in epoca antica ; o la chiesa dei Santi Arcangeli presso
Prizren, costruita nel ‘300 dal re- imperatore Dusan, che conserva in
loco solo le fondamenta e alcuni blocchi del parato murario- in marmo
come nella più antica Studenica- mentre la maggior parte dei materiali
fu riutilizzata, dopo l’abbandono , nella costruzione della moschea di
Sidan Pasa a Prizren, tra i più rilevanti edifici islamici del secolo
XVI nella regione.
Malgrado il frequente ‘uso’ dei monumenti come segno positivo o
negativo di identità, è utile ricordare i contatti mantenuti in questi
territori nei momenti di scontro meno aperto. La tolleranza della
legislazione ottomana consentì a lungo la sopravvivenza dei privilegi
goduti da alcuni monasteri , una limitata libertà di culto e la
conseguente espressione di un’autonoma cultura di tradizione ortodossa
, che mantenne il legame con le proprie radici. Anche nella ‘ripresa’
artistica dei secoli XVI e XVII, al tempo del rinnovato Patriarcato di
Pec’- che, sede dell’antico Arcivescovado medievale, era stato riaperto
nel 1549 col sostegno dell’allora Gran Vizir, sotto la guida di suo
fratello, Makarije Sokolovic’- le ‘nuove’ costruzioni e pitture serbe
non cercheranno ‘nuovi modelli’, ma , per non perdere il contatto con
la propria storia, si rifaranno, ‘restaurandoli’, o ‘ricostruendoli’, a
quelli delle antiche fondazioni

Varietà e ricchezza del patrimonio presente nel territorio sono
confermate dalle tante emergenze. Ecco i più antichi monasteri
costruiti tra XII e XIII secolo nella Raska, regione nel sud della
Serbia e culla dei primi Nemanja: da Djurdjevi Stupovi, a Kursumlija ,
a Studenica, da Mileseva, a Sopocani e Gradac , sono espressione di una
cultura che, tipica del momento e della zona, univa suggestioni da
Oriente e Occidente. Ecco , poco più a nord, i complessi nella regione
della Morava, sede degli ultimi despoti dove, prima della definitiva
caduta dello Stato serbo sotto gli Ottomani nel 1459, si espressero, in
fondazioni come Manasija- Resava, Ravanica, Kalenic’, nuove tendenze
artistiche..
Nel Kosovo , Gracanica , fondata da re Milutin nel 1315, è tra le più
significative costruzioni dell’architettura bizantina paleologa, mentre
la chiesa di Decani , progettata nel 1321 per suo figlio Stefano
‘Decanski’ da Vitus, architetto francescano di Kotor- Cattaro, ha
ancora le forme esterne del ‘romanico’ occidentale, tipiche dell’antica
scuola ‘ raska’. All’interno entrambi gli edifici conservano cicli di
grande rilievo per la storia dell’arte bizantina, come la chiesa della
Vergine di Ljevisa a Prizren, con affreschi firmati dai maggiori
esponenti della ‘scuola di re Milutin’, i pittori di Salonicco Michele
Astrapa ed Eutichio. Le chiese del Patriarcato di Pec’- dai Santi
Apostoli a San Demetrio a Santa Maria- realizzate dalla metà del 200 ai
primi del 300, sono legate non solo alle memorie medievali, ma anche
alla ‘rinascenza’ cinque- seicentesca , quando la rinnovata autonomia
incentivò il sogno di una rinascita.
Non dimentichiamo la cultura formatasi in Vojvodina specie dopo la
‘grande migrazione’ del 1689, quando i serbi trovarono rifugio nelle
zone danubiane dell’Ungheria, legate all’Impero asburgico :
significativi i complessi della zona di Fruska Gora, vicino a Novi Sad,
monasteri come Vojlovica presso Pancevo, o interi centri
dall’interessante tessuto urbano- Novi Sad , Pancevo , Sombor , Sremski
Karlovski, Vrsac, in cui si uniscono la tradizione ungherese e quella
balcanica . In questa regione, pur nelle recenti difficoltà, non si è
interrotto il rapporto tra i gruppi etnici che nel tempo vi si sono
stabiliti .
Un cenno meritano sia il patrimonio dell’artigianato e delle tradizioni
popolari, che gli interessanti edifici otto- novecenteschi, base
urbanistica delle nuove città- e di Belgrado- dopo la fondazione del
nuovo Regno indipendente .
I monasteri sono allora solo le emergenze più rilevanti in una terra
ricca di edifici ‘minori’ di varia epoca, che specie nelle zone a sud ,
fino al Kosovo– più a lungo sotto l’influenza ottomana- dialogano
spesso con il tessuto islamico, rappresentato da interessanti moschee e
da strutture di pubblica utilità. Punto di riferimento per tutti è
l’importante patrimonio archeologico, databile dal paleolitico
all’epoca romana e al primo Mediovo .

Alcune testimonianze su due dei monasteri citati della Raska, Sopocani
e Mileseva- espressioni altissime dell’arte bizantina nell’antico Regno
dei Nemanja – possono aiutarci a ‘ripercorrere’ le esperienze vissute
nei secoli da un patrimonio, fino a date recenti quasi ignoto per
difficoltà di informazione , più che per diffidenze strumentali.
L’approfondimento dell’indagine sugli antichi scambi, la volontà di
riallacciare i capi del ‘filo’ che lega due mondi vicini pur nelle
differenze, può aiutare anche la tutela di opere senza le quali non
conosceremo fino in fondo neppure la nostra stessa civiltà.
Esse appartengono a un territorio, ma sono insieme patrimonio comune.

Ricordiamo anzitutto i contatti della dinastia serba con l’Occidente,
sviluppati specie nel secolo XIII, spesso in funzione antibizantina, e
testimoniati anche dall’importante ruolo lì svolto da due regine: la
veneziana Anna Dandolo, nipote di Enrico Dandolo- tra i conquistatori
di Costantinopoli nella IV crociata del 1204, che sancì per
sessant’anni il governo ‘latino’ dell’antica Bisanzio- sposò Stefano,
‘Primocoronato’- il più antico dei Nemanja ad aver assunto il titolo
reale- e dal primo decennio alla metà del ‘200 fu protagonista della
vita del Regno accanto a Stefano e ai figli Radoslav, stanislav e Uros
. Intorno al 1250 quest’ultimo – il fondatore di Sopocani – prese in
moglie la francese Elena D’Angiò, figlia dell’ ultimo Imperatore
occidentale di Costantinopoli , Baldovino, cacciato nel 1262
dall’avvento dei Paleologhi. Legata alla dinastia angioina, in rapporto
con la politica guelfa italiana e col papato, Elena avrà grande
influenza in Serbia, prima, fino al 1269, accanto al marito, e poi fino
alla morte, nel 1314, sotto il regno dei figli, Dragutin e Milutin.
Notevole fu la sua importanza per il rapporto tra le due culture e le
due interpretazioni religiose cui era personalmente legata.

Vicino all’attuale città di Novi Pazar, nel cuore dell’antica Raska- la
cui prima capitale, Ras, è forse stata individuata nelle vicinanze- il
monastero di Sopocani è espressione di quell’ importante momento
politico e culturale. L’assegnazione dei dipinti più significativi
della chiesa al periodo tra 1263 e 1265 è importante anche per gli
scambi con l’arte italiana, nelle forme che assunse negli ultimi
decenni del secolo XIII a Roma, Siena, Assisi, Venezia e lungo
l’Adriatico. La loro datazione - convalidata dagli studi successivi - è
partita proprio dall’identificazione dei personaggi presenti nella
Morte di Anna Dandolo, episodio storico dipinto nel nartece: accanto al
fondatore Uros, due suoi fratelli- l’ex re Vladislav e il futuro
arcivescovo Sava II- gli allora giovani figli Dragutin e Milutin e, ai
piedi del letto, la nuova regina, Elena.
La drammatica vicenda conservativa di Sopocani ebbe inizio alla fine
del ‘300.
Il patriarca Pajsje- importante esponente della Chiesa serba dopo la
ricostituzione del Patriarcato di Pec’- ricordava ancora nel 1628- 29
le distruzioni subite dal monastero nel 1389, al momento della più
antica conquista turca della Serbia del Sud, e quando, sotto la spinta
ottomana, il centro dello Stato ormai frammentato si era spostato nella
regione intorno alla Morava, con parziale abbandono degli antichi
territori .
Dopo un silenzio di 150 anni, interrotto da qualche sporadica notizia,
Sopocani si ‘risvegliò’ nel periodo del Patriarcato riaperto, fino alla
seconda metà del ‘600, epoca delle guerre austro- turche. Nel 1688,
spinte dal sogno di una nuova indipendenza sotto gli Asburgo, le
popolazioni serbe si ribellarono e seguirono con speranza l’avanzata
austriaca, e la ‘riconquista’ di territori ai turchi. Antichi storici
ricordano che in quell’anno molti complessi, da Mileseva a Djurdjevi
Stupovi, da Sopocani a Studenica, furono dati alle fiamme e
saccheggiati durante la ritirata ottomana verso sud . Quando furono poi
gli Austriaci a ritirarsi sconfitti, molti serbi, guidati dal
patriarca, li seguirono fino alle regioni danubiane della Vojvodina
nella ‘grande migrazione’ del 1689, portando con sè le antiche reliquie
dei monasteri, ma lasciando gli edifici al deterioramento.
Varie iscrizioni documentano il dolore di testimoni per i monumenti
danneggiati da scontri, vendette, eventi naturali, ma soprattutto
dall’abbandono della popolazione che, sradicata e lontana, non poteva
più ‘curare’ quei ‘segni’ privilegiati della propria identità.
Nel 1724 , a Sopocani, il metropolita della Raska, Arsenije IV, pur
ritenendone ancora possibile il recupero, incideva nel portale di marmo
tra nartece e nave principale parole di rimpianto per il degrado del
monastero. Sullo stesso portale , Gavril, metropolita di Bosnia,
lasciava nel 1750 una ‘invocazione’ sulla necessità di rinnovare quel
tempio- simbolo. L’impossibilità di attuare il progetto è documentata
da una scritta del 1759, in cui si descrive la bellezza del monastero e
delle sue pitture e se ne piange lo stato.

Accanto a Sopocani, Mileseva è uno dei complessi più significativi del
‘200 in Serbia. Il re Vladislav, fratello e predecessore di Uros I,
eresse il monastero quale suo mausoleo all’inizio del regno, e restò
suo ‘mecenate’ per tutto il periodo in cui fu re, e anche dopo il
ritiro nelle terre del Litorale. Si datano intorno al 1236 le più
importanti pitture murali commissionate ad artisti delle maggiori
scuole bizantine . Per la fortunata collocazione geografica , lungo la
strada mai interrotta che conduceva dalla costa, attraverso la vicina
città mercantile di Prijepolje- ‘grande centro dei serbi cristiani’,
come la descriveva nel 1573 il francese Pierre Lascopier- fino
all’interno dei Balcani, e verso Costantinopoli, Mileseva – custode di
importanti reliquie, e dei sepolcri di prestigiosi esponenti della
storia serba, come San Sava, fondatore, nel 1219, della Chiesa
indipendente - restò spesso presente nei documenti. Molte sono le
descrizioni lasciatene da viaggiatori, di nazionalità soprattutto
francese , veneziana e tedesca.
Dopo le devastazioni tardo trecentesche le attività non vi si
interruppero, anche per l’appoggio del governo ottomano, che ne
mantenne antichi privilegi. Anzi, secondo le fonti, contributi le erano
spesso elargiti da turchi ed ebrei come da cristiani. Vi si ricorda
spesso l’importante attività tipografica, che nel 1536- 37 portò i
monaci- tipografi Teodosio e Gherardo a Venezia, nella stamperia serba
di Bozidar Vukovic’- Dionisio della Vechia.
Nel 1550 l’Ambasciatore veneziano Catarino Zen citava nella chiesa la
presenza - confermata nove anni dopo da Melchior Saidliz- di oro e
argento. L’ oro era in effetti protagonista anche delle pitture, non
solo in particolari decorativi, ma perfino- come anche a Sopocani- nei
fondali degli episodi affrescati nelle zone più visibili . Anche se
oggi ne rimangono solo tracce, esse documentano la volontà di rendere
l’interno delle chiese scrigni preziosi, con dipinti ispirati alla
ricchezza delle tecniche musive.
Un momento drammatico per Mileseva si ebbe dopo il 1583, quando morì il
suo protettore, Mehmed Sokolovic’. Allora, a seguito di una rivolta
antiturca, il corpo di San Sava, segno di identità per il popolo serbo,
venne prelevato dal sepolcro, trasportato a Belgrado- castello
fortificato turco- e bruciato. Seguirono anni difficili, con più di un
invito al papa e ai sovrani occidentali perché intervenissero a
liberare quelle terre dal governo ottomano.
Sotto il patriarca Pajsje, tra 1614 e 1647, e nei due decenni
successivi, si ha anche a Mileseva una rinnovata fioritura: nel 1657
furono commissionate nuove pitture, che, eseguite a risarcimento di
zone mancanti , protessero gli originali fino alle più recenti
‘riscoperte’. Dopo il 1689, con la dispersione dei monaci, anche questo
monastero, oggetto di nuovi saccheggi ed incendi, fu gradualmente
abbandonato.

Notizie sui monasteri riprendono a diffondersi , dopo un periodo di
silenzio, con la ‘riscoperta’ ottocentesca delle ‘antichità serbe’,
promossa a livello culturale e politico mentre cresceva in Europa, con
il Romanticismo, l’interesse per l’identità dei popoli; era il momento
in cui, nelle terre legate agli Imperi ottomano e asburgico, si
prendeva coscienza della propria storia , e si rivendicava la propria
autonomia – un momento che in Serbia coincise con la formazione del
Regno indipendente, ancora una volta fondato sui valori della ‘memoria’.

‘Sopocani, monastero nella Vecchia Serbia, di cui oggi restano le
mura’: così, nel 1818, Vuk Karadzic’, letterato e rinnovatore della
lingua serbocroata , descriveva l’illustre monumento. Acquarelli e
disegni del secolo XIX confermano quanto viaggiatori e amatori
annotavano circa lo stato dell’edificio, privo delle volte su quasi
tutta la navata, anche se la cupola e parte dell’abside erano ancora
integre. Le descrizioni vi testimoniano i problemi degli affreschi,
causati da incendi antichi, come dall’abbandono e dall’esposizione agli
agenti atmosferici.
Console in Bosnia dal 1857 al 1858, il diplomatico russo Giliferning,
che visitò numerosi monasteri della Vecchia Serbia, sentendosi ‘in un
territorio storico’, giudicò Sopocani -‘uno dei più importanti
monumenti’ della regione’- ancora facilmente recuperabile. ‘Per la
prima volta, trattando degli affreschi del nartece esterno’ (poi
ulteriormente danneggiati , e ancora oggi conservati ‘all’aperto’, non
essendo mai stata ricostruita questa zona dell’edificio) , egli
ipotizzava ‘la possibilità di trarne copie per salvaguardarne la
memoria quali testimonianze della storia della pittura ad affresco
slava’( Komnenovic’). Il complesso di Mileseva viene invece da lui
descritto ancora come ‘rovina’. Poco dopo – tra 1863 e 1868- la chiesa
avrebbe subito un ‘restauro’ non rispettoso delle forme originali- con
l’uniforme intonacatura che dette al suo esterno l’aspetto attuale.
Nuovo impulso allo studio delle ‘antichità serbe’ venne dopo la guerra
serbo- turca del 1876- 88, quando nuovi territori vennero annessi al
Regno. Gli sforzi di catalogazione proseguirono, con note di viaggio,
descrizioni , disegni, spesso carenti a livello scientifico, ma validi
come documenti su un patrimonio che continuava a subire danni.
I conflitti dei primi del ‘900, e soprattutto la guerra 1915- 1918,
portarono infatti nuove distruzioni a edifici difficilmente
difendibili, sia per la dispersione su un vasto territorio- con
conseguenti problemi di accesso - che per l’uso ‘militare’ attribuito
ad alcuni di essi, come Djurdjevi Stupovi. Fondato nel secolo XII, agli
inizi della dinastia Nemanja, questo monastero domina la valle di Novi
Pazar- centro dell’antica Raska- fino al Kosovo. Ancora i viaggiatori
ottocenteschi ne ricordavano integra parte della muratura e degli
affreschi. Ma, usato - per la sua posizione strategica- come deposito
di armi dagli austriaci, fu da questi fatto saltare al momento della
ritirata , riducendosi allo stato di ‘rovina’ in cui in parte ancora si
trova.
La necessità di una ‘ricostruzione’- anche della conoscenza - allargata
oltre i confini balcanici- si sviluppò negli anni tra le due guerre
mondiali, mentre si continuava a scrivere e a visitare le chiese mezzo
distrutte, occupandosi più ampiamente anche delle necessità di recupero.
Di grande significato fu l’impegno del celebre bizantinologo francese
Gabriel Millet, che sistematizzò in anni di lavoro quanto noto sui
monumenti bizantini serbi , descrivendone anche il drammatico stato
conservativo. Ancora nel 1920 A. Deroko ricordava l’isolamento di
Sopocani, privo di facili accessi e di luoghi di sosta. Solo dopo il
1926, quando fu ricostruita la parte mancante, ma documentabile, della
chiesa, si diffuse meglio anche la conoscenza delle sue pitture ,
finalmente protette dalle intemperie.
Tra gli ‘amatori’ e storici di quel periodo , il russo Nikolaj Okunjev
fu importante per la riscoperta di percorsi perduti. Alla fine degli
anni venti, quando la cultura bizantina era nota – a parte le tracce
sublimi conservate nell’antica Costantinopoli e nei ‘centri’
dell’antico Oriente cristiano- quasi solo attraverso interpretazioni
provinciali o testimonianze di più tardi ‘madonneri’, Paolo Muratoff,
nel volume ‘La pittura bizantina’, citava le ricerche, ancora non
pubblicate, dello studioso russo. Questi, ‘lasciandosi guidare da
considerazioni molto sagaci di ordine teorico…rivolse l’attenzione
…sulle più antiche tra le pitture murali della Vecchia Serbia e della
Macedonia. Finora era relativamente poco nota l’esistenza stessa di
questi affreschi anteriori al secolo XIV. Il Millet e il Diehl fanno
menzione di affreschi antichissimi a Studeniza (sic) (della fine del
XII secolo), nonché degli affreschi di Zica e Gradac (della prima metà
del secolo XIII)….Sono in primo luogo questi affreschi preziosi di
Nerez ( Nerezi in Macedonia) , poi quelli di Milescevo ( sic) ( dal
1236) e di Sopociany (sic) ( al 1250) che l’Okunjev ha esplorato e in
parte con le mani liberato da posteriori ridipinture…’
‘…I successivi anelli della catena … che speriamo tra pochi anni di
veder compiutamente saldata, si devono ancora ai lavori dell’Okunjev ….
Gli affreschi del monastero di Milescevo (sic)…Una serie di affreschi
ancora più notevoli … è stata scoperta… nel monastero di Sopociany…’.
In queste frasi scopriamo la passione per la ricerca e il desiderio di
liberare con le proprie mani i dipinti per ritrovarne l’aspetto
originario.
Anche fuori dai confini balcanici nasce la consapevolezza di un
patrimonio a lungo ignorato, che porta a rivedere , attraverso il
dialogo con le ricomparse pitture dei monasteri serbi, gli stessi
angoli di lettura dell’arte ‘bizantina’ e dei suoi rapporti di dare-
avere con le culture occidentali.

Con l’uscita dal secondo conflitto mondiale, quando l’ Europa prendeva
coscienza della necessità di salvaguardare il suo passato, anche in
Jugoslavia si avviarono nuove campagne di restauro e ricostruzione dei
monumenti sulla base delle forme antiche, campagne spesso proseguite
fino ad oggi, quando non in corso, o interrotte per i recenti eventi
bellici, ‘proiezione’ di un tormentato percorso storico.
Nei primi anni cinquanta fu fondato l’Istituto per la protezione dei
monumenti della Repubblica di Serbia- con sedi principali a Belgrado e
a Pristina. Fu un periodo importante per la ricerca come per
l’accelerazione degli interventi .
Purtroppo la grande dimensione dei cicli , la conservazione spesso
compromessa, la difficoltà di raggiungere luoghi isolati, non
consentirono sempre recuperi rapidi e diramati . Mentre in Italia, nel
caso di gravi danni alla pittura murale, si procedeva a ‘stacchi’ e
‘strappi’- usando metodi collaudati dall’esperienza- anche se non
sempre ‘sicuri’ a livello conservativo- nella Jugoslavia che si
risollevava dalla guerra si cercò un modo alternativo per ‘tramandare’
un patrimonio quasi perduto alla memoria delle generazioni future.
Sull’esempio di quanto realizzato a Parigi dal Museo dei Monumenti
francesi, a Belgrado si formò una scuola specializzata nella ‘copia’
degli affreschi, di cui venivano riproposte dimensioni, colori e
iconografie , ma anche irregolarità, mancanze, danni, sovrapposizioni,
che potevano documentarne lo stato in un determinato momento. I
copisti, in contatto con l’originale, ne studiavano anche le tecniche.
Così le indagini sui colori, sugli effetti degli agenti esterni, sulla
costruzione degli strati pittorici, hanno visto spesso la loro
partecipazione. Molti particolari da pitture ‘conservate nelle chiese
in rovina’- dalla stessa Sopocani, a Mileseva, a Studenica, alle chiese
del Kosovo e alle fondazioni della ‘scuola della Morava’- furono
riprodotti su tela, a tempera, consentendo la salvaguardia almeno del
‘ricordo’ di tante testimonianze.
Fortunatamente furono anche possibili interventi di restauro ‘in loco’;
oltre alla pulitura, al consolidamento e allo studio del già noto,
nuove superfici furono liberate dalle ridipinture- come a Studenica;
altre furono riscoperte sotto scialbature: ad esempio, nella Madonna di
Ljevisa presso Prizren tornarono allora in luce gli affreschi
trecenteschi ricoperti di calce quando il complesso era stato
trasformato in moschea ; nel monastero di Manasja- Resava nella Morava
si recuperarono importanti pitture quattrocentesche. L’attività dei
restauratori non tolse spazio ai copisti; ogni volta che comparivano
nuove pitture, o che un dipinto subiva un intervento, essi venivano
chiamati a testimoniare un altro ‘passaggio’ nell’esistenza dell’opera.
E il fenomeno della ‘copia’ è restato connesso fino ad oggi alla
volontà di sopravvivenza, di conservazione della propria cultura. Si
ricorderà che, fino allo scoppio della guerra del ‘99 , in Kosovo si
continuava ad andare: e che ancora nell’estate del ’98 i ‘copisti’
belgradesi erano a Pec’, a ‘testimoniare’ lo stato delle pitture.
Le copie, facilmente trasportabili, divennero anche ‘messaggere’ per la
conoscenza della pittura bizantina di Serbia al di là dei confini,
quando, a partire dal 1950, furono al centro di mostre ‘itineranti’.
Mentre negli stessi anni in Occidente si presentavano affreschi
originali staccati, le pitture dei monasteri serbi furono rese note a
un pubblico più vasto proprio tramite le ‘copie’- la ‘migliore
possibilità di conoscere un’opera dopo quella consentita dalla visione
dell’originale’ (Zivkovic’).
Dalla prima esposizione a Parigi, si passò, tra gli anni cinquanta e
sessanta, a iniziative su singoli temi, in sedi italiane, europee e
americane, fino ad arrivare - nel 1999, in concomitanza con il nuovo
tragico conflitto- alla realizzazione a Bologna e Ferrara, poi a Bari e
l’anno seguente a Venezia, della mostra ‘Tra le due sponde
dell’Adriatico’, destinata ad illustrare tramite una cinquantina di
copie i più significativi cicli dei monasteri duecenteschi di Serbia,
‘a confronto’ con opere del Duecento italiano che nello ‘scambio’ con
quella terra trovano più di un riferimento.
In quel periodo difficile la volontà d’incontro ha mantenuto i contatti
, cercando, al di là delle strumentalizzazioni, di far conoscere la
grandezza di una cultura che ha avuto tanti rapporti con la nostra.
Quei legami hanno permesso tra l’altro di avere notizie dirette sugli
eventi, specie sui danni al patrimonio. E’ naturale che quanto allora
raccolto subisse gli effetti del clima instaurato dal conflitto. Ma la
comunicazione ha consentito di ricevere nel corso dei tre tragici mesi
di bombardamenti informazioni di prima mano su quanto avveniva , mentre
notizie ufficiali venivano diffuse dal sito Internet dell’Istituto per
la Protezione dei monumenti , ancora consultabile.
Ogni danno, ma anche ogni ‘mancanza di attenzione’ nei riguardi di
obiettivi sensibili per la storia collettiva di intere comunità , ha
portato- accanto a perdite ‘materiali’- profonde ferite all’identità,
al rapporto di intere generazioni con il ‘luogo’, testimoniato anche
dal lungo, difficile recupero dei monumenti, troppo spesso liquidato
come ‘non antico’ e di conseguenza ‘non interessante’.

Nell’ottobre del 1998, quando la prospettiva di una nuova guerra nei
Balcani era sempre più vicina, l’ecologo Franz Weber inoltrava una
richiesta al Parlamento europeo perché il complesso dei monumenti del
Kosovo- di cui 1800 di rilevante valore- fosse protetto dall’Unesco .
In un appello ai leaders delle grandi potenze, chiedeva poi di
scongiurare interventi aerei che difficilmente avrebbero risparmiato il
tessuto urbanistico e monumentale della regione. L’Istituto per la
protezione dei monumenti di Belgrado, che elencava in Serbia e
Montenegro 3000 complessi già considerati dalla stessa UNESCO, e altri
13.000 degni di interesse, inviò in quel periodo varie richieste al
Direttore generale di quell’organismo , perché nella sua funzione
‘sovranazionale’ consentisse di risparmiare un patrimonio di valore
universale.
Furono anche la scarsa informazione sull’importanza di quei complessi e
la loro collocazione al di là di un confine lungamente isolato a
stendere un velo di silenzio sulle conseguenze di un attacco dall’alto-
sia pur ‘intelligente’ e ‘selettivo’. Alcuni si opposero a quel
silenzio; e questo permise, se non di impedire un’azione pianificata a
livello troppo alto, almeno di non interrompere la comunicazione, di
far ‘sentire’ alla società civile dell’altra parte – per lo più
scarsamente compromessa con le attività che venivano attribuite non a
un gruppo, ma a un intero popolo- che la sua identità poteva essere
rispettata e non violentata, che l’embargo culturale non era da tutti
applicato, che la grandezza di una storia tanto legata alla nostra non
poteva essere dimenticata per strumentalizzazioni contingenti.
Quell’embargo- mantenuto per una parte degli anni novanta , e
proseguito idealmente fino a date recenti, aveva portato addirittura -
per una curiosa commistione tra vicende contemporanee e cultura
storica- all’interruzione di percorsi conoscitivi: ad esempio
importanti mostre internazionali sull’arte bizantina hanno allora
‘ignorato’ fin l’esistenza del grande momento in cui la Serbia era
stata importante centro di quella cultura.
Lo stesso embargo escludeva la Jugoslavia dai consessi internazionali,
anche quando si trattava della salvaguardia dei beni culturali in caso
di conflitto. Non avendo voce ‘riconosciuta’, gli appelli lanciati per
la tutela del patrimonio nei momenti più gravi dell’intero decennio di
guerra- ‘percorso’ da ripetute minacce di interventi aerei contro la
Serbia - hanno avuto qualche risposta di comprensione , quando non sono
caduti nel nulla. I rappresentanti culturali jugoslavi non hanno potuto
nemmeno presenziare alla discussione sulla convenzione dell’Aja nel
marzo del 1999, quando l’intervento era deciso, e sarebbe stato
opportuno affrontare in modo non generico la situazione del patrimonio
che in quel momento era il più minacciato.

Su questo delicato tessuto di comunità umane e di monumenti si è
abbattuta dalla fine di marzo alla metà di giugno del 1999 la guerra
aerea, e nel Kosovo, centro della tragedia, anche lo scontro tra due
identità sempre più contrapposte, proseguito anche dopo la ‘pace’. Già
pochi giorni dopo l’inizio dell’attacco arrivava notizia della caduta
di ordigni presso Gracanica, con possibile compromissione statica delle
pareti- danno causato agli antichi edifici dal dissesto dovuto alle
forti deflagrazioni che, pur non colpendoli , avevano l’effetto di
continui, forti terremoti.
Danni strutturali diretti hanno coinvolto tra l’altro il monastero di
Kursumljia, i complessi della zona di Fruska Gora, particolarmente
bersagliata, il settecentesco monastero di Vojlovica , di cui è caduto
il tetto, la chiesa della Trasfigurazione a Pancevo, con il crollo di
una delle volte dipinte.
Significativi i danni riportati, nella Serbia centrale, dai monasteri
della zona di Ovcar- Kablar, mentre lesioni e crepe si denunciavano nel
monastero di Kovilj- del secolo XVI- presso Novi Sad, e in quello di
Rakovica, presso Belgrado. Pericoli alla stabilità delle strutture
coinvolgevano anche le chiese nella zona di Novi Pazar- da San Pietro a
Ras alla stessa Djurdjevi Stupovi, con possibile coinvolgimento della
non lontana Sopocani . Danni gravi hanno subito a Belgrado e nelle
altre città- gli edifici otto- novecenteschi, sedi di Ministeri e di
strutture governative e di conseguenza diretto ‘obiettivo’ degli
attacchi aerei.
I problemi del Kosovo saranno da altri trattati. Ma va qui fatto cenno
alla difficoltà di stabilire - in mancanza di attendibili testimonianze
delle diverse parti in conflitto- le cause di alcune perdite: in parte
imputabili alle bombe, ma anche alla volontà di ‘annullare’ l’identità
culturale del ‘nemico’- rischio cui un così delicato patrimonio è
sempre esposto. Da un lato sono stati danneggiati o distrutti edifici
legati all’identità islamica, in particolare moschee- a Djakovica,
Prizren, Pristina, Pec’. Le testimonianze di delegazioni lì presenti
confermano tante perdite- ferita profonda all’intera realtà del
territorio. D’altra parte- non durante il conflitto, ma dopo la ‘pace’,
alla presenza delle truppe internazionali- sono stati abbattuti o
gravemente deturpati numerosi monasteri ortodossi: forse non i
principali, meglio difesi, ma buona parte del tessuto connettivo che
arricchiva questa terra di episodi di varia epoca e storia- spesso
liquidati come ‘artisticamente poco interessanti’ (ma quando si tratta
del ‘nostro’ patrimonio, ogni chiesa di montagna è giustamente
sottoposta a tutela, perchè , pur in forme ‘provinciali’, è patrimonio
della comunità). Già nel luglio del ‘99- a pochi giorni dalla
‘conclusione’ degli attacchi, e dall’arrivo delle ‘truppe di pace’-
almeno trenta tra chiese e monasteri erano stati incendiati, violati o
fatti saltare. Non si sono sentite molte voci scandalizzate per queste
azioni, giudicate come ‘naturale risposta’ alle violenze subite. Così,
ogni casella finisce per andare al suo posto! E le coscienze
addormentate sono tranquille. Ma alcuni hanno anche allora dichiarato
il proprio sgomento e la necessità della tutela . Ricordiamo gli
articoli di Lionello Puppi sui danni che la scarsa attenzione ha
provocato all’identità di un popolo e della sua cultura . E gli appelli
lanciati sulla necessità di recuperare resti e documenti materiali dei
monasteri distrutti, prima di perdere anche le tracce della ‘memoria’.

Oggi tante cose sono cambiate in quella terra. Anche chi non si era
avvicinato alla sua cultura e alla sua società civile nel periodo della
separazione sente la necessità di riaprire i contatti. Si parla del
recupero del patrimonio di Serbia e Kosovo, finalmente come patrimonio
dell’umanità. Importanti iniziative ‘pubbliche’ sono state dedicate al
problema. Ho partecipato a due di questi momenti: al convegno
organizzato nel marzo 2000 a Venezia dal Dipartimento di Architettura -
sui beni culturali in rapporto alla guerra, e alla giornata dedicata un
anno dopo dalla Scuola Normale di Pisa ai problemi del patrimonio del
Kosovo. Più di recente sono state effettuate missioni, che ci si augura
siano momenti di dialogo tra parti che, entrambe, hanno qualcosa da
dire. La storia dei recuperi in quelle regioni non può essere
dimenticata, né liquidata perché non sempre ‘in linea’ con le teorie
proposte altrove. Si può crescere ‘insieme’ attraverso il confronto ,
anche se questo raramente si realizza nei fatti. Le occasioni che hanno
avuto- e continuano ad avere- concreta attuazione dimostrano che si può
almeno continuare su questa strada.

Il patrimonio ‘dell’umanità’ è in primo luogo patrimonio ‘del luogo’ e
ogni negazione o ‘sostituzione’ delle realtà umane lì presenti mina
anche la sopravvivenza del contesto culturale. E’ quello che sembra
avvenire nel Kosovo, che, dopo le tragiche vicende di scontro, sta
finendo per essere ‘spogliato’ di una delle sue identità con il
‘silenzio’ di chi dovrebbe aiutare la comunicazione. Ci si augura che
si possa ancora agire in direzione contraria. Il rispetto per i
monumenti non può prescindere dal rispetto per le componenti umane che
caratterizzano la storia di un ambiente. La sopravvivenza è legata al
recupero della ‘memoria’ e della ‘identità’ di quelli che in una terra
hanno vissuto, e vivono, le proprie radici. Solo il riconoscimento del
‘filo’ che unisce le proprie alle radici dell’ ‘altro’, con la
condivisione di uno spazio comune , può far vivere il patrimonio nel
tempo. Senza quel ‘confronto’ nessun patrimonio può salvarsi, nemmeno
quando viene riconosciuto come ‘patrimonio dell’umanità’. Basti
ricordare quanto l’antico sradicamento degli abitanti abbia contribuito
a danneggiare l’eredità artistica di queste regioni . E quanto anche in
Italia l’allontanamento di comunità umane abbia portato a perderne la
cultura, come nel caso di borghi appenninici dove l’ abbandono ha
decretato distruzioni, danneggiamenti o incongrue ‘trasformazioni’
dell’ ambiente ormai privo di cure .
Si sa che la cultura del ‘nemico’ è condannata alla distruzione.
Ricostruire il contesto sociale è allora unica base per una reale
tutela dei monumenti, che presuppone conoscenza e accettazione.
‘Riconoscerli’ come propri vuol dire ‘curarli’ e farli esistere. Gli
organismi internazionali non potranno da soli garantirne la vita, se
non torneranno ad essere ‘usati’ da chi, attraverso drammatiche
vicende, li ha fatti giungere fino ad oggi.

L’avvio di un dialogo riguardo alla tutela dei monumenti nella Serbia
propriamente detta può essere riconoscimento di quella cultura nel suo
‘reale’ significato nel contesto del territorio.
Risultano in corso importanti recuperi , ad esempio a Mileseva, dove si
sta intervenendo sugli affreschi dello ‘spazio sotto la cupola’, a
Sopocani- dove ogni anno si fanno lavori di manutenzione- o nei palazzi
di Belgrado, per ripristinare le strutture danneggiate dalle bombe.
Conoscenza e diffusione di informazioni, con la ‘schedatura’ delle
presenze e il recupero di monumenti e centri urbani, potranno portare
anche alla riapertura di itinerari legati a un turismo positivamente
vissuto, necessario alla crescita del territorio, come quello dei
viaggiatori del passato. Spesso parlando dei Balcani si rimane ancorati
alla costa - con qualche ‘salto’ in Bosnia- dimenticando le opportunità
dell’interno, dove splendide emergenze attendono solo di essere
conosciute. La ‘ricostruzione’ della via che, lungo i tracciati delle
strade romane, traversava i Balcani fino a Salonicco, oggi in pratica
corrispondente all’autostrada Belgrado - Nis, e al suo proseguimento in
Macedonia, oltre a facilitare i contatti , può riaprire antichi
percorsi. Facendo brevi deviazioni, si potranno allora incontrare
alcuni dei più importanti monasteri, che quella via avevano come punto
di riferimento già nel Medioevo.

Bibliografia di riferimento:

Per le vicende storiche::
N. Komnenovic’, ‘O propadanju fresaka na polusrusenim srpskim
srednjovekovnim crkvama’, in ‘ Narodni Muzej – Beograd, Kopije fresaka
iz srpskih srednjovekovnim crkva u rusevinama’ ( Copie degli affreschi
delle chiese medievali serbe in rovina), catalogo della mostra, Beograd
1980, pp. 5- 16 ( traduzione inglese pp. 51- 55).
Per lo studio tecnico degli affreschi:
Zdenka Zivkovic’ ( ‘Promene vrednosti boja na freskama polusrusenih
srpskih crkva’), ibidem, pp. 17- 32, traduzione inglese pp. 56- 61
Per le vicende di Sopocani:
V. Djuric’, ‘Sopocani’, Beograd 1991, con bibliografia. Per la storia
del monastero dopo i Nemanja, ‘Sudbina manastira’, ibidem , pp. 173-
175 (con riassunto in inglese)
Per le vicende di Mileseva:
S Radojcic’, ‘Mileseva’, Beograd 1963. Per gli eventi storici
successivi ai Nemanja, pp. 44- 59, con riassunto in inglese.
Per le vicende e la storia serba nel Medioevo:
S. Cirkovic’, ‘I Serbi nel Medioevo’, edizione italiana, Milano 1992




Valentino Pace
(Università degli Studi di Udine)

CHIESE E MONASTERI DEL KOSOVO:
UNA TESTIMONIANZA DELLA CIVILTA’ CRISTIANA IN PERICOLO


La pupilla del mio occhio in Te si annida

Graffito in lettere arabe con i versi del poeta persiano Hafiz (“La pupilla del mio occhio in Te si annida / Onorami di entrare, questa è la Tua casa”) posti all’ingresso della Bogorodica Ljeviška, di Prizren, a lode della sua bellezza, allora ancora in uso al culto ortodosso

Gli avvenimenti del marzo 2004 a Prizren e altre località del Kosovo hanno anche inferto gravissimi danni, talora irreversibili, ai monumenti della civiltà artistica serba. In questa regione si trovano alcune delle più alte testimonianze del patrimonio artistico della nostra civiltà, in particolare della storia medievale della Serbia e dell’arte bizantina. Purtroppo sconosciuti al grande pubblico, sorattutto al di fuori dei suoi confini nell’Europa occidentale, è opportuno che se ne abbia almeno una sintetica informazione per capirne l’importanza, ben aldilà di un contesto locale o regionale. Monumenti esemplari ne sono le chiese di Peć, Gračanica, Prizren, Dečani.
Esse ci trasmettono con la piena evidenza delle loro forme architettoniche e dei loro programmi figurativi ad affresco, oltre che delle loro icone portatili e dei loro manufatti liturgici, la grandezza di un passato che fra la fine del XIII secolo e lungo il XIV secolo fece di questa regione una delle più signficative dell’Europa balcanica e orientale. Fu soprattutto il re Milutin (1282 – 1321) che vi impresse il segno della sua fede e della sua volontà di rappresentarvi la gloria propria e della dinastia dei Nemanjidi cui apparteneva.
E’ pertanto a questi quattro centri ecclesiali e monastici che dedicherò qui la mia preliminare attenzione, per poi occuparmi dei danni inferti a questo patrimonio nel marzo 2004.

Per essere sede ufficiale del Patriarcato serbo dal 1346, il monastero di Peć ha il ruolo preminente. Sin dagli anni ’30 del XIII secolo tuttavia (la sede arcivescovile si trovava a Žiča) grande fu la sua importanza nella vita spirituale e artistica del tempo e la chiesa dei SS. Apostoli, allora eretta, per volontà di s. Sava secondo un’antica tradizione, ne è esplicito segno monumentale. Avendone già fatto riferimento Rosalba D’Amico in altra parte di questo libro, mi limito qui a dire che il nucleo dell’edificio, come si era configurato lungo il Duecento, venne a costituire il cuore di tutto il complesso ecclesiale del Patriarcato, comprensivo della chiesa dei SS. Apostoli e delle due chiese adiacenti, di San Demetrio sulla sinistra (a nord), della Madre di Dio (“Bogorodica”) alla destra (a sud) con l’annesso dell’oratorio di San Nicola, oltre che di un monumentale nartece che le ingloba tutte e tre. La fase costruttiva trecentesca, fra gli anni ’20 e ’30 (al tempo degli arcivescovi Nikodim e Danilo II) venne ad essere sigillata, intorno al 1345 (al tempo dell’arcivescovo Joannikje) dagli affreschi nella chiesa di San Demetrio, fin ad allora unica ad esserne restata priva.
La sacralità della chiesa dei SS. Apostoli sta in primissimo luogo nella presenza delle tombe dei suoi arcivescovi (fra gli altri, del suo primo committente l’arcivescovo Arsenije (1233-1263) al suo prima patriarca, Joannikje II) che spiegano la stessa scelta del tema absidale della Deesis (il Cristo fra gl’intercessori della Salvezza eterna: la Vergine e il Battista). Ma sono naturalmente gli affreschi, che ne tappezzano interamente l’interno a dare tono figurativo allo spazio. Dopo gli affreschi di metà XIII secolo del naos, abside e cupola in primissimo luogo, fu intorno al 1300 (e poi ancora nel XVII secolo) che venne eseguita una prima parte degli affreschi della navata, per i quali fu all’opera la stessa bottega di pittori già presenti a Ocrida (odierna Rep. di Macedonia) nel 1295 e in futuro in altre committenze, legate al re Milutin (1282-1321). Indimenticabili sono le immagini monumentali della Madre di Dio e di s. Nicola . Come sempre un posto di rilievo, aldilà del ciclo cristologico della Passione, hanno le immagini di regalità, inscindibilmente connessa nella tradizione serba non solo con la sacralità del potere, ma alla stessa conversione alla vita religiosa di molti dinasti alla fine della loro vita. Figurano dunque ad affresco le immagini di Stefano Primo Coronato e di re Uroš I. come monaco; nel 1633 / 34 vi verranno aggiunte di fianco le immagini di Stefan Nemanja, anch’egli come monaco, del principe Lazar , ancora di Stefano Primo Coronato, dei re Milutin , Stefan Dečanski e Dušan, vera galleria della stirpe regale serba. Altri affreschi erano stati nel frattempo fatti eseguire a metà Trecento al tempo del patriarca Sava IV (1354-1375). Questi fu sepolto, come il suo fondatore l’arcivescovo Nikodim e altri, nell’adiacente chiesa di San Demetrio, anch’essa, come ricordato, ricoperta di affreschi di metà XIV secolo. Le rappresentazioni di personaggi coevi, del neoconsacrato patriarca Joannikje, di Dušan, adesso imperatore, e di suo figlio Uroš, affiancati significativamente da s. Sava in eleganti veste liturgiche (s. Sava, figlio minore del fondatore della dinastia regnante, Stefan Nemanja, era divenuto nel 1219 il primo arcivescovo della chiesa serba autocefala) , sottolineano e siglano gli anni della proclamazione dell’impero serbo e del suo patriarcato. Fra i temi di carattere sacro spicca qui per importanza e singolarità il ciclo di s. Demetrio, ma affascinanti sono soprattutto le straordinarie immagini dei santi militari, silhouettes longilinee  e di vivaci colori, di scattante eleganza. La terza delle tre principali chiese, dedicata alla “Madre di Dio Odigitria”, fu fatta costruire dall’arcivescovo Danilo II, e da lui fatta completamente affrescare. Danilo è ricordato, aldilà della sua committenza, per aver scritto sull’Athos, dove fu igumeno (abate) nel monastero serbo di Chilandar, le “Vite dei re e degli arcivescovi serbi”, testo fondamentale per la storia dinastica e religiosa della Serbia. L’arcivescovo (+ 1337) ha ricevuto la sepoltura in un bel sarcofago di marmo rosso ed è ricordato visivamente da due affreschi: l’uno che lo mostra, accompagnato dal profeta Daniele, in atto di offrire il modello dell’edificio alla Vergine, sulla controfacciata d’ingresso;l’altro sulla navata, abbigliato delle vesti arcivescovili, orgogliosamente appaiato a s. Nicola, in atteggiamento di preghiera presso l”Odigitria” col Figlio. Danilo, come ricordato, fece anche costruire il monumentale nartece, giunto peraltro a noi con alterazioni dei secoli successivi. Era questo il luogo dove sedevano in cattedra gli arcivescovi, poi patriarchi, per presiedere i concili della chiesa. Di grande rilevanza storica e ideologica è l’affresco con la “Genealogia dei Nemanjidi” nel quale sono raffigurati (come già era peraltro avvenuto a Gračanica) i dinasti serbi, sull’asse verticale di centro dal fondatore Stefan Nemanja fino a Milutin (fiancheggiato dall’allora re Stefan Dečanski e dal futuro successore Dušan), sovrastati da una grande immagine di Cristo benedicente accanto al quale due angeli in volo recano le corone regali, a significarne l’investitura divina.
Con gli affreschi dei SS. Apostoli delle due fasi trecentesche, questi della chiesa della “Madre di Dio” e poi quelli di San Demetrio, le chiese di Peć costituiscono una straordinaria e insostituibile testimonianza di un cinquantennio di pittura bizantina dell’età paleologa, irradiata da Salonicco e Costantinopoli nei territori dell’ortodossia, pur se talora modulata in Serbia con varianti e specificità proprie.
L’arte bizantina della Serbia trova agl’inizi del Trecento un altro prezioso monumento nella cattedrale della “Bogorodica Ljeviška” (Chiesa della Madre di Dio di Ljeviša) di Prizren, committenza del sovrano serbo Milutin, la cui opera di ktitor (“fondatore”) viene ricordata da un’iscrizione sul muro absidale esterno, che riferisce la data 1306/1307, valida per quella zona orientale dell’edificio, sul quale si seguitò a lavorare ancora negli anni seguenti. La preesistente basilica a tre navate era divenuto il fulcro di un ingrandimento che la trasformò in edificio a cinque navate, largamente ricoperto da affreschi. Nell’esonartece della cattedrale un’iscrizione ad affresco ci informa, in un contesto relativo agli obblighi di distribuzione caritativa di cibi e bevande, che i suoi protomastri (cui anche spettavano precise quantità di cibo) erano stati Nicola e Astrapas “che avevano costruito e affrescato la chiesa”. Sia il primo che il secondo nome si ritrovano documentati altrove e se il primo, piuttosto comune, può lasciare perplessi, o incerti, sull’identità del Nicola attivo anche a Dečani, Astrapas è nome di famiglia che comunque collega il pittore qui presente con l’opera prima a lui epigraficamente riferibile, la chiesa della Perivleptos di Ocrida, affrescata nel 1294/95.
Nella cattedrale di Prizren una imponente e suggestiva immagine del fondatore della dinastia Stefan Nemanja accoglie il visitatore sopra la porta d’ingresso: veste l’abito monastico indossato all’Athos dove si ritirò a conclusione della sua vita; è fiancheggiato alla sua destra dal figlio s.Sava in sontuosi abiti arcivescovili, alla sua sinistra dal re Stefano Primo Coronato, cui segue il futuro re Stefan Dečanski. Vicino all’ingresso Milutin campeggia a figura intera, oggi solo, ma una volta accompagnato dalla perduta immagine della moglie Simonida, del padre Uroš (il fondatore di Sopočani) e della madre, la regina Elena d’Angiò. Simonida era la figlia dell’imperatore bizantino Andronico II da lui sposata nel 1298 in quarte nozze, a sigillo dell’alleanza con l’impero. Fu proprio questa politica di alleanza con Costantinopoli, seguita a un’iniziale ostilità, ad essere decisiva per cambiare le sorti stesse dell’architettura e dell’arte in Serbia, d’ora in poi fortemente modellate sulla capitale dell’impero, come d’altronde esplicitamente mostra lo stesso regale abbigliamento del sovrano. Questo fu evidente sin dai suoi tempi, tanto che in una celebre corrispondenza del logoteta imperiale Teodoro Metochita si legge, a proposito di Milutin, che “Il re stesso era assai ben ornato di gioielli. Attorno al corpo aveva numerosi gioielli di pietre preziose e di p erle, quante potevano starcene, e scintillava tutto d’oro. L’intera sua corte brilla (...) tutto rifletteva il gusto dei Romani [intesi come i cittadini di Costantinopoli, la “nuova Roma”!] e il cerimoniale della corte imperiale” [traduzione tratta dal volume di G. Subotić, Terra sacra, cit.]
Gli affreschi trecenteschi dell’interno, dal largo e denso programma iconografico, testimoniano (non si vorrebbe dire, dopo i recenti danni, che “testimoniavano”) l’attività di questa scuola pittorica originaria di Salonicco, inglobando qualche prezioso frammento della fase precedente al rinnovamento. Tale è la venerata immagine del “Cristo nutritore”, del Bambino in braccio alla Madre, che tiene un cestello di cibo che il Figlio distribuisce, un’immagine che ha poi determinato lo stesso appellativo di “Cristo nutritore” quale è stato iscritto accanto ad altra icona murale trecentesca. Al lettore italiano (e non solo) può interessare che questa immagine del Cristo-Bambino abbia poi trovato, chi sa per quali vie, una sua ripresa in una chiesa rupestre del nostro meridione, nella cd. “cripta della Candelora” a Massafra, nel Salento pugliese.
Con la Bogorodica Ljeviška di Prizren è la chiesa dell’Annunciazione di Gračanica a testimoniare al massimo livello qualitativo la committenza di Milutin. Anzi, in questo caso, la chiesa monastica ha un’importanza ancora maggiore per quanto riguarda la sua architettura, perché si tratta qui di un’edificio eretto tutto ex novo. Conclusa, architettura e decorazione, nel 1321, essa fu verosimilmente progettata da un architetto proveniente da Salonicco, con l’aiuto di maestranze tessale ed epirote, che introdusse nel nel regno serbo un’originalissima e straordinaria versione dell’architettura tardo-bizantina. E’ spettacolare il suo geometrico aggregato di cappelle estradossate dall’incalzante ritmo ascendente, caratterizzato da una corona di cupolette e siglato dalla cupola alta sul tamburo finestrato. All’interno, sulle cupole, sulle volte, sugli arconi e sulle pareti si distende l’usuale manto pittorico nel quale ancora una volta un sofisticato programma teologico si accompagna alla glorificazione del sovrano: ma di un sovrano che mostra espliciti i segni dell’età e non è un’icona senza tempo. Il confronto con la Bogorodica Ljeviška di Prizren è in proposito più che eloquente. Fra le scene del programma sacro,siglato come usuale da un Pantocratore sull’altissima cupola, di grande bellezza sono le scene cristologiche. Fra di esse mirabile quella con le Nozze di Cana, precisa e attenta nel racconto di un banchetto, quasi specchio della vita “di corte”, mentre di grande coinvolgimento emotivo sono quelle della Passione, come il Lamento sul Cristo deposto, o la processione funeraria della Madre di Dio.
Oltre che nelle chiese già ricordate, è qui, a Staro Nagoricino e nella chiesa reale di Studenica che il Trecento “bizantino” della Serbia mostra la più alta alternativa alla pittura che negli stessi anni glorificava la committenza civica ed ecclesiale in Italia, ad Assisi, a Siena, a Firenze, a Padova, a Napoli e altrove. La chiesa ospita anche un vasto Giudizio Universale, quasi “un’alternativa” a quello che da pochissimo era stato dipinto nella Kahrie Djami di Costantinopoli, con la celebre personificazione del Mare , immagine assolutamente indimenticabile.
Fu il figlio maggiore di Milutin a promuovere la costruzione dell’altro insigne monastero della regione, quello di Dečani, tanto che da questa fondazione trasse il suo epiteto: Stefan Dečanski. Quando questo sovrano fu detronizzato, nel 1331, fu suo figlio Dušan, a farne continuare i lavori, conclusi nel 1334. La chiesa principale del monastero, dedicata al Cristo Pantocrator, ancor oggi il centro e il cuore del sito monastico, segue un modello architettonico completamente diverso da quello bizantino di Gračanica. Ne diverge infatti sia per diversità del parato murario, con sottolineatura di fasce di pietra da taglio bicroma senza interstizi di laterizio, sia per la sostanziale longitudinità basilicale impressa all’esterno, pur se caratterizzata anche qui da un’alta cupola sulla crociera, sia infine per il ruolo della scultura su portali e finestre. E’ soprattutto per questa che si è infatti parlato di relazioni artistiche con l’arte pugliese. L’iscrizione, che ce ne riporta la data di conclusione dopo otto anni di lavori, ne riferisce la costruzione a un frate francescano di Cattaro (oggi Kotor, in Montenegro) di nome Vita. Destinata a ospitare le spoglie del suo fondatore la chiesa sovrasta e quasi prevarica le possibilità devozionali e percettive dei fedeli e dei visitatori, per la straordinaria ampiezza del suo parato di affreschi, dipinti in un decennio fra 1348 e 1347. Vi si vedono scene del Vecchio e Nuovo Testamento, dagli Atti degli Apostoli, del Giudizio, l’Albero di Jesse, il Menologio e un ciclo di s. Giorgio, la rappreentazione dei Concili ecumenici, i ritratti della famiglia reale, dignitari ecclesiastici e la genealogia dei Nemanjidi. A questi affreschi la chiesa unisce anche la presenza di icone, di arredi liturgci, di libri che rendono anche il suo “tesoro” di particolare importanza, estetica e storica.

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Tutto questo patrimonio corre adesso il rischio di danni, se non addirittura di distruzione. Ma in parte, nel marzo del 2004, ciò è già avvenuto.
Testimonianza particolarmente drammatica ne è la chiesa della Vergine Odigitria nel villaggio di Mušutište datata epigraficamente al 1314-15, prima vandalicamente danneggiata tra il 15 e il 20 giugno del 1999, poi fatta saltare in aria con esplosivi nel luglio del 1999 (quando, bisogna tristemente sottolinearlo, l’area era già sotto „controllo“ delle truppe tedesche della Kfor). Circola in proposito la voce che i suoi affreschi, preliminarmente staccati, siano in vendita, al costo di 5.000 Euro per ciascuna testa di Santo (un destino analogo a quello sofferto dai mosaici paleocristiani della Panaghia Kanakaria di Cipro, oggi nella zona amminstrata dai turco-ciprioti).
Per l’importanza del monumento ancor più grave quanto avvenuto alla Bogorodica Ljeviška di Prizren, città che, oltretutto, aveva avuto la fortuna di aver subito poche distruzioni durante la guerra jugoslava e i disordini del 1999
Qui la protezione della comunità serba e dei monumenti cristiani era (e tuttora è) affidata alle Forze armate tedesche, che si sono fidate della loro sola presenza e di recinzioni con filo spinato. E’ così successo che nella notte del 17 e del 18 marzo 2004 (e nei giorni immediatamente successivi) è avvenuto il peggio, temuto dal clero ortodosso e denunciato con ripetute richieste di adeguata protezione ai Rappresentanti delle Nazioni Unite in Kosovo. Disordini fomentati da estremisti albanesi hanno infatti condotto, fra l’altro, all’assalto dei monumenti cristiani della città e dei suoi dintorni. Ne è conseguita la distruzione delle due chiese cattedrali, sia quella della comunità ortodossa che di quella cattolica, ambedue del XIX secolo, con la perdita, in quella ortodossa, di una bella iconostasi del tempo e dell’intera collezione di icone; altresì distrutte le chiese tardo-medievali, con affreschi del tempo, del Salvatore, di S. Nicola e di S. Giorgio. Ma, soprattutto, è stata gravemente danneggiata la celebre Bogorodica Ljeviška, chiesa la cui bellezza era stata addirittura lodata da un visitatore musulmano quando essa, secoli dopo la conquista ottomana del 1455, non era stata ancora trasformata in moschea. Lo documentano i versi posti qui in epigafe.
La fanatica violenza sul sacro edificio si è sviluppata appiccando con bottiglie incendiarie il fuoco a copertoni di auto introdotti e sparsi nell’edificio, conseguendone bruciatura e distruzione delle parti lignee, come le scale d’accesso al piano superiore del nartece, parziale distruzione degli affreschi nelle parti più esposte o loro annerimento col fumo in aree più distanti. La torre campanaria sul fronte ha subito i danni peggiori ed è stata fortemente indebolita nelle sue strutture, minacciando di crollare alla minima scossa. Adesso scoperchiati gli affreschi sottostanti dell’endo- e dell’esonartece rischiano di essere ripetutamente lavati dalle future piogge. Gli affreschi dell’esonartece non hanno subito danni, ma quelli dell’endonartece purtroppo sí, perché proprio sulla porta d’ingresso è stato appiccato il fuoco che ha annerito, fra l’altro, il celebre ritratto dei Nemanja.
All’interno la navata centrale e la navata di sinistra non hanno subito danni irreversibili, salvo l’affumicamento apparentemente non grave degli affreschi. Diversamente la navata di destra ha subito più devastanti conseguenze dal fuoco e gli affreschi vicino alla scala di legno hanno subito alterazioni irreversibili del colore. Sull’affresco della Vergine di Ljeviša, annerito dal fumo, sono state inferte scalpellature che ne hanno prodotto una vasta lacuna che dal basso giunge fino ai piedini del Bambino e al simbolico cestello che tiene in mano. I frammenti dell’affresco sono stati ritrovati sul pavimento e depositati su un vicino ripiano, con la speranza di una sua reintegrazione. Dalla documentazione fotografica emerge evidente la responsabilità delle truppe tedesche di protezione della Kfor per ‘non’ essere adeguatamente intervenute. L’area scalpellata dell’affresco è infatti totalmente pulita e ‘non annerita’ come l’affresco stesso, a dimostrazione che questo atto vandalico è stato eseguito a distanza di tempo dall’incendio, appunto uno, due, o tre giorni dopo i tumulti, quando la chiesa era stata lasciata aperta e senza protezione alcuna –tanto che suona ironica, oltre che di di cattivo gusto, l’espressione di „ausgezeichnete Arbeit“ usata con vanto dal responsabile della Kfor tedesca, il generale Holger Kammerhoff.  Dispiace invece di dover in proposito dire che i danni sarebbero di certo essere stati assai minori se non solo la Kfor tedesca avesse offerto una maggiore forza di dissuasione, ma, ancor più, se non avesse lasciato gli edifici senza assoluta protezione nei giorni immediatamente successivi, come la stessa stampa tedesca ha denunciato (v. qui in bibliografia la citazione dell’art. dello Spiegel del 3 maggio 2004).
Come si è detto, la “Bogorodica Ljeviška” non è stato purtroppo l’unico edificio ad essere danneggiato. Tra gli altri di particolare valore artistico (per importanti che siano stati non è qui il caso di trattare degli edifici di pura valenza cultuale) i maggiori danni sono stati subiti dal monastero di Devič, saccheggiato e incendiato, con gli affreschi anneriti dal fumo, mentre quello dei Santi Arcangeli (1343-52), pure saccheggiato e in parte incendiato, non ha avuto danni nella sua parte medievale, del XIV secolo (per esempio non risulta danneggiata la lastra tombale del suo fondatore, l’imperatore Stefan Dušan [1331-55]). Nella chiesetta di S. Giorgio, vicino alla cattedrale, i begli affreschi tardomedievali sono oggi talmente evanescente da dar l’impressione, come ci ha detto la restauratrice Donatella Zari, che li ha visti nel 1999, che si tratti di impronte conseguenti a un loro strappo. Non documentate, ma in questa circostanza plausibili, circolano anche voci sulla vendita clandestina delle icone già appartenute a questi e altri edifici. Non sono stati invece danneggiati gli affreschi, peraltro in non buono stato di conservazione, della chiesa della Presentazione della Vergine a Lipijan.
Fortunatamente indenni sono rimasti invece il “Patriarcato” di Peć, il monastero di Dečani e la chiesa di Gračanica, protetti –con carri armati e non da una semplice recinzione di filo spinato- dalle truppe italiane della Kfor i primi due, da quelle delle Forze armate svedesi la terza. Se questo significa, tristemente, che non solo l’entrata e l’uscita da questi luoghi, ma gli stessi spostamenti della popolazione monastica e dei pochi civili avviene tuttora con la scorta di militari, almeno la loro protezione è adeguatamente assicurata..

I monumenti della Serbia cristiana, come d’altronde ogni altromonumento eretto a devozione o impegno civico, lungo i passati secoli, meritano rispetto e attenzione, perché, indipendentemente dalla “fede religiosa” o dall finalità civiche, sono monumenti che riflettono storia e cultura della propria società. Questi del Kossovo hanno anche una fortissima valenza artistica ed estetica, oltre che storica, che ne fa la loro testimonianza ancora più preziosa. Dobbiamo solo augurarci che essi vengano preservati anche nei tempi a venire.


Bibliografia specifica sui monumenti del Kosovo:

1) Testi e saggi scientifici
a) in italiano
-C. Bertelli (a cura di), Medioevo e Rinascimento in Kosovo. Monumenti ortodossi e ottomani sulle rive della Bistrica, Milano 2001.
-S. Petković, Serbia, in: Enc. dell’Arte medievale, X, Roma 1999, s.v., 555- 563.
-G. Subotić , Terra Sacra”, Milano (Jaca Book) 1998.
-G. Subotić, “I monumenti medievali del Kosovo“, in Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa, classe di lettere e filosofia, s. IV, vol. V/1, Pisa 2000, pp. 253-265, con introduzione e bibliografia di M. Bacci, alle pp. 251-252 e 266-273).[testo di una conferenza, tenuta nel 2001 alla Scuola Normale Superiore di Pisa].
b) in altre lingue occidentali
-Dj. Bošković, Medieval Art in Serbia and Macedonia. Church Architecture and Sculpture, Belgrado, s.d.
-S. Ćurčić, Gračanica. King Milutin’s Church and Its Place in Late Byzantine Architecture, University Park-London 1979
-Dečani et l’art byzantin au milieu du XIVe siècle. Á l’occasion de la célèbration de 650 ans du monastère de Dećani (sept. 1985), Academie Serbe des Sciences et des Arts. Colloques Scientifique, XLIX. Classe des Sciences Historiques, 13, a c. di V. J. Djurić, Belgrado 1989 [articoli in diverse lingue]
-V. Djurić, Byzantinische Fresken in Jugoslawien, Monaco di Baviera 1976.
-R. Hamann McLean, H. Hallensleben, Die Monumentalmalerei in Serbien und Makedonien vom 11. bis zum frühen 14. Jh., Giessen 1963-1976.
-D. Milošević, Gračanica Monastery, Belgrado 1989 (The Institute for the Protection of Cultural Monuments of the Socialist Republic of Serbia, Belgrade. Monographs, 26).
-S. Petković, Das Patriarchat von Peć, Belgrado 1982.
-S. Radojčić, Geschichte der serbischen Kunst von den Anfängen bis zum Ende des Mittelalters, Berlino 1969.
-Br. Todić, Serbian Medieval Painting: The Age of King Milutin, Belgrado 1999.

2) Altra bibliografia di generale riferimento:
-L’Art medieval yougoslave’, catalogo della mostra, Parigi 1950 ( in particolare S. Radojcić, ‘Les fresques dans les eglises du Moyen Age en Serbie, au Montenegro et en Macedoine’)
-S. Cirkovic, I Serbi nel medioevo, Milano 1992.
- S. Ćurčić, Art and Architecture in the Balkans. A annotated bibliography, Boston / Ma. 1984.
-V. Korać, T. Velmans, M. Šuput, Bisanzio. Lo splendore dell’arte monumentale, Milano 1999.
-V. Lazarev, Storia della pittura bizantina, Torino, 1967.
- G. Millet, ‘La peinture du Moyen Age en Yougoslavie: Serbie, Macedoine et Montenegro’, Paris 1957
-Serbs in European Civilization, a c. di R. Samardžić e M. Duškov, Belgrado 1993.
-Tra le due sponde dell’Adriatico: la pittura nella Serbia secolo e l’Italia, cat. della mostra (Venezia e altrove, 1999), coord. edit. di R. D’Amico, Ferrara 1999.

3) Pubblicazioni e articoli diversi di attualità
a) in italiano:
-F. Maniscalco, Kosovo e Metohja 1998-2000. Rapporto preliminare sulla situazione del patrimonio culturale, Napoli 2000).
-F.Maniscalco (a cura di), ‘Memoria storica e tutela:perla conoscenza  la salvaguardia del patrimonio culturale della Serbia, in ‘Mediterraneum - Tutela e valorizzazione dei beni culturali ed ambientali ’ , II, La tutela del patrimonio culturale in caso di conflitto, Napoli 2002, pp. 181- 190.
-V. Pace, Kosovo: Passato, presente e futuro dei suoi monumenti cristiani in pericolo, in Kunstchronik, 57, 2004, pp. 561-568.
-S. Pratali Maffei ( a cura di), Guerra e Beni Culturali, Atti del convegno (Venezia 2000), Torino 2002.
-S. Settis, “Memoria chiusa per restauro”, in Il Manifesto,  del 18 aprile 2001, p. 12.

b) in altre lingue occidentali
-Crucified Kosovo. Destroyed and Desecrated Serbian Orthodox Churches in Kosovo and Metohia (june – october 1999), a cura del “Center of Raska and Prizren Orthodox Eparchy”, 1999 [con ed. Internet: decani.yunet.com/destruction.htm].
-Cultural Heritage of Kosovo and Metohija, a cura dell’Institute for the Protection of Cultural
Monuments of the Republic of Serbia, Beograd 1999.
“Die Hasen vom Amselfeld”, in Der Spiegel , 3 maggio 2004, n. 19.
- Final Report Project. Protection of Natural and Cultural Heritage in Metohija, july 2001 –june 2002, a cura di “Mnemosyne” e “Intersos”, Belgrado 2003).
- March Pogrom in Kosovo and Metohija (march 17-19, 2004), with a survey of destroyed and endangered Christian cultural heritage, a cura del Ministry of Culture of the Republic of Serbia , and Museum in Priština (displaced), Belgrado 2004).
-Monuments of Kosova, a cura dell’Institution for the Protection of Kosova Monuments, Prishtinë 1999.

3) Notizie in siti Web (da ricontrollare)
-www.unesco.org/venice
-www. salvaimonasteri.org
-www.kosovo.com
- www.spc.org.yu
- www.heritage.org.yu
- www.kc.gov.yu
- www.suc.org





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