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KOSOVO
testi ed approfondimenti di
Andrea Catone
vedi anche:
SECESSIONE UNILATERALE DEL KOSOVO:
l’asservimento della Serbia obiettivo delle potenze imperialiste
di Andrea Catone - Direttore
del “Centro studi sui problemi della transizione al socialismo”
su Gramsci Oggi - marzo 2008
http://www.gramscioggi.org/Gramsci%20oggi-numero%202-2008.pdf
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La dichiarazione di
“dipendenza”
Il 17 febbraio 2008, con la dichiarazione unilaterale di indipendenza
approvata dall’assemblea del Kosovo – organismo sorto sulla base dei
provvedimenti adottati dall’amministrazione ONU del Kosovo(UNMIK
nell’acronimo in inglese) - si chiude formalmente la fase iniziata con
i bombardamenti della NATO nella primavera 1999 e la successiva
imposizione di un protettorato ONU-NATO sulla provincia serba, avallato
– ma non nella misura estesa e totale che poi si è verificata –
dalla risoluzione del Consiglio di sicurezza delle NU 1244/99,
successiva all’armistizio di Kumanovo (3 giugno 1999), in base al quale
l’allora piccola Jugoslavia, la RFJ composta dalle due repubbliche di
Serbia e Montenegro, doveva accettare, dopo 78 giorni di violenti e
micidiali bombardamenti terroristici sulla popolazione civile e le
infrastrutture essenziali, che le sue forze armate abbandonassero il
Kosovo alle truppe NATO e di contingenti di altri paesi delle NU.
Questo atto, palesemente contrario alle norme di diritto internazionale
che si basano sul riconoscimento dei confini degli stati esistenti e
che condannano secessioni unilaterali, è stato platealmente
sostenuto dal presidente USA, George Bush, che il 10 giugno 2007 a
Tirana,durante la conferenza stampa, espose la sua posizione in modo
molto chiaro e determinato: “Il Kosovo deve essere indipendente. Il
momento è adesso”. Agli USA si accodano, senza particolari
distinguo, i principali paesi della UE, salvo la Spagna, che si
affrettano a riconoscere diplomaticamente il nuovo stato, connotato, in
diversi rapporti di organismi internazionali come il principale centro
di traffico europeo di esseri umani, donne ridotte in schiavitù,
armi, droga.
Il governo Prodi, nonostante sia dimissionario e debba quindi occuparsi
costituzionalmente solo degli affari correnti, nonostante una mozione a
fine novembre 2007, approvata “trasversalmente” dal parlamento (dalla
Lega nord alla sinistra), impegnasse il governo a spingere per il
proseguimento delle trattative sullo status “al fine di arrivare a una
soluzione condivisa” tra Serbia e leadership albanese-kosovara, e
mentre le commissioni parlamentari stanno ancora discutendo, proponendo
di rinviare la decisione al nuovo governo dopo le elezioni di aprile,
è tra i primi, insieme con Francia, Regno Unito e Germania, a
riconoscere ufficialmente il Kosovo. Così Massimo D’Alema, che
nel 1999 da presidente del consiglio, violando la costituzione della
repubblica (articolo 11), aveva fatto partecipare il nostro paese
all’aggressione terroristica della NATO contro la Serbia col pretesto
di una “guerra umanitaria” per difendere la popolazione albanese del
Kosovo, nel 2008, da ministro degli esteri, legittima l’amputazione del
15% del territorio della Serbia (che ad essa apparteneva prima ancora
della formazione del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni nel 1918),
riconoscendo implicitamente che l’aggressione della NATO del 1999, che
ha distrutto la Serbia per portarla “indietro di mezzo secolo”, come
dichiarava il capobanda delle operazioni NATO, il generale Wesley
Clark, non aveva alcuno scopo “umanitario”, ma era una volgare guerra
di aggressione per strappare un territorio a un paese e imporvi il
proprio controllo con un governo quisling, non diversamente da quello
che nella storia del XX secolo faceva Adolph Hitler o l’imperialismo
colonialista.
Che la “dichiarazione di indipendenza” del Kosovo sia in realtà
una dichiarazione di dipendenza dagli USA e dalla NATO, e dalla UE solo
in quanto indissolubilmente legata ad USA e NATO (che rimane lo
strumento principe dell’egemonia militare e politica degli USA, nel
momento in cui il dollaro perde vistosamente posizioni nei confronti
dell’euro), appare evidente anche ad una superficiale lettura del testo
e del contesto in cui l’evento si colloca: nelle piazze di Pristina
migliaia di bandiere USA oscurano anche quelle del neo inventato stato
del Kosovo. Essa sembra scritta (e lo è con ogni evidenza) dai
giuristi della NATO. Sin dal preambolo la dichiarazione1 si preoccupa
di rispondere alle obiezioni - sollevate da tutti i più seri
esperti di diritto internazionale ed espresse con grande forza dalla
Russia - che la secessione unilaterale del Kosovo possa aprire il vaso
di Pandora dei secessionismi (nelle repubbliche ex sovietiche di
Georgia e Moldavia, ma anche in diversi paesi della UE, in primis di
baschi e catalani in Spagna). Essa ripete la litania, reiterata senza
fantasia dalla coscienza sporca delle cancellerie occidentali, che “il
Kosovo è un caso speciale che sorge dal disfacimento non
consensuale della Jugoslavia e non costituisce un precedente per
qualunque altra situazione”. Perché scrivere esplicitamente
questo? Una “normale” dichiarazione di indipendenza, quali quelle
prodotte dalle lotte di indipendenza nazionale e anticoloniale nel XX
secolo rivendicherebbe invece il proprio diritto come diritto di tutti
i popoli all’autodeterminazione e non si preoccuperebbe comunque di
rimarcare il proprio caso speciale. Si esprime poi riconoscenza al
“mondo” che “nel 1999 è intervenuto togliendo a Belgrado il
governo del Kosovo e ponendo il Kosovo sotto la gestione ad interim
delle Nazioni Unite”. Ma che il mondo degli ascari albanesi di Pristina
si riduca alla NATO è detto chiaramente al punto 5 in cui si
invita quest’ultima a “mantenere il ruolo di guida della presenza
militare internazionale in Kosovo” e si dichiara l’impegno ad una piena
collaborazione degli albanesi con essa. Al punto 6 si manifesta
l’impegno “all’integrazione europea ed euro-atlantica”. L’unica Europa
che gli uomini di Thaci riconoscono è l’Europa legata a doppio
filo con gli USA, è l’euro-atlantismo, è l’Europa
americana.
Il primo successo
internazionale degli USA dopo il 2003
Non può sfuggire che con la dichiarazione unilaterale del 17
febbraio e col riconoscimento del nuovo narcostato da parte dei
principali paesi della UE, che, pur non potendo adottare, per
l’opposizione di alcuni stati membri, una risoluzione comune, fornisce
il principale supporto all’operazione con la missione Eulex - la
più grande e costosa missione europea -, la politica estera
degli USA colga il primo significativo successo dopo cinque anni di
difficoltà e fallimenti: divisione del fronte imperialista per
la guerra all’Iraq nel 2003, mancato controllo del territorio iracheno
e afghano per la forte resistenza di gruppi armati legati alla
popolazione; notevole capacità politica e militare dimostrata da
hezbollah in Libano contro l’aggressione israeliana nell’estate 2006;
significativi processi di emancipazione dal dominio economico e
politico nordamericano in America Latina guidati dal Venezuela e da
Cuba; nuovo peso internazionale assunto dalla Russia di Putin, che
rovescia la politica di cedimenti e svendita del paese dell’ubriacone
Eltsin; intenso sviluppo della Cina e possibili processi di alleanza
tra i più grandi e popolosi paesi del mondo, India, Cina, Russia.
In nessuna parte del mondo – e forse neppure nel suo stesso paese – la
bandiera a stelle e strisce è osannata come in Albania e Kosovo,
in nessuna parte del mondo vi sono tanti segnali di servile
sottomissione agli USA, cui si dedicano strade, ristoranti, botteghe e
supermercati, come in Kosovo. Dove trovare dei quisling più
solerti? Quale zona più sicura per istallare la più
grande base militare d’Europa (Camp Bondsteel) rivolta a un tempo verso
Russia e Medioriente?
Ma col colpo gobbo dell’indipendenza del Kosovo gli USA non si
assicurano soltanto il controllo di un territorio di importanza
strategica – sia militare che economica, per il passaggio delle
pipeline -, essi piegano la UE alla propria strategia, dimostrano al
mondo di essere ancora leader del campo imperialista, gli unici a poter
dettare l’agenda e ad imporre le loro soluzioni. La UE invece mostra
ancora una volta di non poter avere una politica estera comune, ma,
soprattutto, di essere, con i suoi principali paesi, subordinata agli
USA. E, per giunta, di dover pagare a caro prezzo questa
subordinazione. Agli USA il controllo militare e la leadership
politica, alla UE le spese esorbitanti del mantenimento delle missioni
internazionali in Kosovo, cui si aggiungeranno quelle della nuova
missione Eulex.
Le potenze imperialiste e
la Serbia
In realtà, nei Balcani, a partire dagli anni ’90, vi è un
interesse principale dell’intero campo imperialista, che ha operato
potentemente per “balcanizzare” l’area, favorendo la frantumazione
della Jugoslavia e la formazione di ministati che, per la loro
dimensione economica e militare, fossero totalmente dipendenti dai
paesi imperialisti, dei quali sarebbero divenuti i maggiordomi. Anche
qui, nulla di nuovo sotto il sole. Così si mosse anche la
politica hitleriana.
L’unico popolo che, per la sua consistenza, la sua tradizione storica
di resistenza e lotta per l’indipendenza, è considerato ostacolo
alla marcia verso est nei Balcani è quello serbo (i serbi sono i
primi a cominciare nell’800 il risorgimento nazionale contro il dominio
ottomano nei Balcani e a costituirsi come stato indipendente;
respingono nel 1914 l’ultimatum dell’Austria, nel 1941 quello di Hitler
e nel 1999 quello della NATO, pagando sempre un prezzo altissimo). Per
questo peccato di “orgoglio” nazionale e di resistenza, i serbi, le
potenze imperialiste oggi, al pari degli imperi centrali agli inizi del
‘900, mirano a distruggere la Serbia: Serbien muss sterbien.
Si comprende così che la questione del Kosovo, ben prima di
essere una questione di “diritti umani” violati, o della convivenza tra
etnie, è la questione dell’imperialismo che mira ad indebolire e
sottomettere, bombardandolo e amputandolo, un paese che, nonostante
vistosi cedimenti e tradimenti di buona parte del suo ceto politico,
non è ancora considerato affidabile per fare il maggiordomo
delle grandi potenze. La lunga storia del Kosovo e le sue vicende
interne che hanno visto il confrontarsi dei popoli serbo e albanese ben
prima dell’ascesa di Milosevic al governo della Serbia – e che furono
utilizzate dall’imperialismo nazifascista nella conquista dei Balcani
con l’annessione del Kosovo all’Albania occupata da Mussolini, per
ingraziarsi i fautori della Grande Albania disegnata dalla Lega di
Prizren – sono solo il pretesto di cui le potenze imperialiste si sono
servite per la conquista dei Balcani.
Imperialismo UE a base tedesca e imperialismo USA hanno marciato
insieme alla distruzione della Serbia. Le divergenze sono state
secondarie, molto sostanziali le convergenze. Certo, la UE, che
maschera il suo imperialismo dietro la facciata del diritto e delle
regole, avrebbe preferito, anche nella sua componente tedesca
più serbofobica, non uscire ulteriormente dalla legalità
internazionale (dopo che i principali paesi che la costituiscono
avevano scatenato la “guerra umanitaria” del 1999), e si è mossa
per convincere il governo serbo a dare il suo assenso alla secessione
del Kosovo in cambio della promessa di un non molto lontano ingresso di
Belgrado nell’Unione. In tal modo la secessione sarebbe stata
consensuale e non sarebbe sorto alcun problema di legalità
internazionale, come invece è apertamente esploso oggi, con
conseguenze in prospettiva devastanti, soprattutto per il progetto di
statualità europea. La secessione del Kosovo col consenso di
Belgrado sarebbe stata la prova della piena malleabilità della
Serbia, della sua disponibilità a sottomettersi finalmente ai
peggiori diktat, e avrebbe avuto come contropartita il suo ingresso
subalterno, da maggiordomi di seconda classe, nell’Unione europea.
La questione dello status del Kosovo e della sua soluzione finale,
infatti, non può essere compresa se non come una carta - forse
la principale per l’altissimo valore simbolico e storico che ha questa
terra nella costituzione dell’identità nazionale serba – della
partita intrapresa dalle potenze imperialiste per sottomettere
definitivamente la Serbia e inglobarla da serva e minore nel loro
sistema economico, politico, militare. Un esame sinottico di quanto
accade in Kosovo e in Serbia dopo il 1999 e ai rapporti tra Serbia, UE,
NATO, USA in questi ultimi anni può forse chiarire nodi e
implicazioni di questa partita. Proveremo a disegnare schematicamente
le sue fasi:
1. Giugno 1999 – ottobre
2000. Bastonare in tutti i modi la Serbia fino a che non si istalli al
potere un governo affidabile per l’Occidente
Demolita dalle bombe NATO, tradita da El’cyn e Cernomyrdin, la Serbia
deve piegarsi all’ingresso delle truppe NATO in Kosovo, ottenendo
però, con la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza
(10.6.1999), il chiaro riconoscimento che la provincia è parte
integrante della RFJ (di cui la Serbia, quando si scioglierà
l’unione col Montenegro, rappresenta la continuità statale2).
Con un’interpretazione molto estensiva della 1244 l’UNMIK (acronimo di
United Nations Interim Administration Mission in Kosovo), l’organismo
creato dalle N.U. per l’amministrazione provvisoria della provincia, ne
assume tutti i poteri, sostenuta militarmente da un altro organismo, la
KFOR (Kosovo Force), forza militare internazionale a guida NATO,
responsabile di ristabilire “l'ordine e la pace”. Sotto lo sguardo
complice di quasi 50.000 militari NATO l’UCK albanese scatena il
terrore contro serbi e rom: uccisioni, sequestri di persona,
distruzione di abitazioni e saccheggi spingono oltre 200.000 persone ad
abbandonare la provincia e cercare rifugio in una Serbia demolita dalle
bombe e assediata dall’embargo. Il francese Kouchner (oggi ministro
degli esteri) quale “governatore” del “protettorato ONU” opera sin
dall’inizio per creare istituzioni amministrative totalmente separate
da Belgrado, in conformità con il disegno USA di staccare dalla
Serbia il Kosovo, dove hanno costruito la più grande base
militare, Camp Bondsteel.
In Serbia c’è ancora il “dittatore” (democraticamente eletto in
un sistema pluripartitico, dove la maggior parte dei media sono
dell’opposizione) Milosevic, demonizzato dai media occidentali per aver
avuto il torto di voler difendere il suo paese dall’aggressione NATO.
Nessun mezzo viene risparmiato per rovesciare lui e il suo partito,
SPS, che gode di un ampio consenso tra i lavoratori e nei sindacati:
dalla pressione economica, politica, militare ai delitti mirati contro
importanti esponenti dell’establishment serbo, dalla creazione di
organizzazioni pseudo democratiche di mercenari pagati dagli USA (prima
fra tutte Otpor) e di numerose e ambigue ONG, al sostegno ai partiti di
opposizione. Con un’azione ben programmata e orchestrata (un modello
che vedremo all’opera anche in successive “rivoluzioni arancione” a
Tbilisi e Kiev) che combina propaganda, manifestazioni di piazza e
azione di commando ben addestrati, il 5 ottobre 2000 – prima che si
andasse al ballottaggio per il secondo turno – il parlamento è
assalito e devastato e Milosevic si dimette, lasciando il posto al
candidato della DOS (opposizione democratica serba) Vojslav Kostunica.
Le sedi dei partiti socialisti e della sinistra vengono saccheggiate,
picchiati e feriti i militanti socialisti e i rappresentanti sindacali,
bloccati e sequestrati i beni del SPS, che deve affrontare una violenta
ondata repressiva.
2. Ottobre 2000-dicembre
2003. La Serbia potrebbe diventare un buon maggiordomo dell’Occidente
Tutta la regia del colpo di mano di ottobre è delle centrali USA
e NATO, che hanno in Djindjic più che in Kostunica, che si
presenta come difensore dell’interesse nazionale, il loro uomo di
riferimento. Comincia la fase in cui l’Occidente agita dinnanzi alla
“nuova” Serbia la carota degli aiuti economici e di una possibile
integrazione nella UE, ma a condizione che la Serbia dia prova di
essere “democratica”, cioè totalmente prona ai voleri di
Washington e dei comandi NATO. Il primo, più plateale prezzo da
pagare, è la consegna all’Aja (28 giugno 2001) del presidente
Milosevic, cui Kostunica aveva invece dato ampie garanzie di rimanere
in patria. Nel 2002 la RFJ costituisce una commissione per coordinare
la cooperazione con il Tribunale Penale Internazionale per
l'ex-Jugoslavia (ICTY) e inizia a emettere ordini di arresto per
persone accusate di crimini di guerra rifugiate entro i suoi confini,
mentre comincia all’Aja (12 febbraio 2002) il processo contro
Milosevic.
La UE impone inoltre a Belgrado (marzo 2002) di trasformare la
Jugoslavia in una unione col Montenegro, guidato dal mafioso
filoamericano Djukanovic, cui la Germania ha già fornito i
marchi (e poi gli euro) per rompere l’unità monetaria (e poi
l’unità statale) con Belgrado. Un altro colpo al ruolo della
Serbia, paese che va distrutto. Nel febbraio 2003 muore ufficialmente
la RFJ e nasce uno strano stato che rimarrà in vita, come era
prevedibile, solo tre anni.
Ma intanto il nuovo governo serbo guidato da Djindjic, che continua a
dare prova di buona volontà e sottomissione all’Occidente e non
solleva la questione del Kosovo, né si preoccupa delle
condizioni miserrime in cui vivono nel suo territorio 200.000 profughi
dal Kosovo (oltre alle altre centinaia di migliaia dalla Bosnia e dalla
Croazia), ottiene la carota dell’ammissione al Consiglio d'Europa e
chiede di aderire al programma Partnership for Peace, anticamera per
l’ingresso nella NATO.
Tra il 2002 e il 2003 si verifica una seria incrinatura tra le potenze
imperialiste. Non in merito ai Balcani, ma all’opzione USA di una nuova
guerra contro l’Iraq. La Serbia vive di riflesso questa contraddizione,
quando la UE, vestiti i panni della legalità internazionale, si
oppone all’impunità pretesa dagli USA per crimini commessi dalle
loro truppe o personale civile fuori del territorio statunitense. Il
governo USA chiede anche alla Serbia di firmare l'accordo sulla non
consegna dei cittadini americani al Tribunale penale internazionale,
mentre Bruxelles invita a non farlo, rammentando, per bocca di Peter
Schieder, presidente dell'Assemblea parlamentare del Consiglio
d'Europa, che la Serbia e Montenegro è "un paese che un giorno
diventerà membro della UE e che per questo dovrebbe avvicinarsi
agli standard europei"3.
L’influenza USA sul governo serbo si fa molto forte, al punto da
coinvolgere indirettamente il paese nella guerra contro l’Iraq. Un
articolo del settimanale belgradese Vreme4 (sull’attendibilità
della fonte non si può però mettere la mano sul fuoco)
rivela che nell'imminenza della guerra all’Iraq sono stati consegnati
agli americani moltissimi dati su strutture irachene di importanza
strategica, come basi militari e marittime, aeroporti e bunker
sotterranei, alla cui progettazione e realizzazione la Jugoslavia
(allora repubblica federativa socialista) aveva collaborato negli anni
‘80. Zoran Djindjic è legato piuttosto all’imperialismo tedesco,
che per la prima volta, insieme con la più politicamente
determinata Francia, manifesta un aperto dissenso con gli USA. Il 12
marzo 2003, una settimana prima dell’aggressione anglo-americana
all’Iraq, viene assassinato in pieno giorno davanti al palazzo del
governo serbo.
Dopo questo delitto eccellente e mai veramente chiarito (almeno per il
ruolo avuto in esso dai servizi segreti inglese e statunitense), il
governo è retto da Zivkovic, che proclama lo stato d’emergenza,
mette agli arresti diecimila persone e mostra ottime relazioni con gli
USA. L'influenza di Londra e Washington in questo momento si
ingrandisce a tal punto rispetto a quella della UE che gli ambasciatori
britannico e americano controllano pienamente persino l'azione
dell'arresto degli assassini di Djindjic. Nella tarda primavera del
2003 a Belgrado si accelerano fortemente le riforme dell'esercito e dei
servizi serbi di informazione, sotto supervisione britannica e
americana. È la pressoché totale infiltrazione e
distruzione dall’interno di un esercito che aveva conservato, anche
nella piccola Jugoslavia, capacità e professionalità
acquisite nel periodo della Jugoslavia di Tito. Zivkovic dichiara che
la Serbia gode delle migliori relazioni con gli USA degli ultimi 50
anni e a fine luglio si reca in visita in USA per una settimana, dove
si impegna ad epurare il partito democratico (DS) degli elementi non
filoamericani e, insieme col ministro degli esteri Goran Svilanovic,
offre a Condoleezza Rice e Colin Powell un contingente di circa mille
militari serbi e montenegrini alle forze americane di Enduring Freedom
per combattere in Afghanistan5: Può essere considerato quindi un
buon maggiordomo degli USA. I media filogovernativi di Belgrado
annunciano la nuova "partnership strategica" fra gli USA e la Serbia.
Gli Stati Uniti, dal canto loro, lasciano intendere che non sosterranno
l'indipendenza del Kosovo, richiesta dai loro figliocci dell’UCK, e
garantiranno la sicurezza dei serbi prima di decidere dello status
politico finale della provincia. Si rinnovano i rapporti commerciali
interrotti con la introduzione (maggio 1992) delle sanzioni contro la
RFJ e gli USA divengono i maggiori investitori in Serbia, favoriti
dalla svendita delle imprese di stato che i governi antisocialisti e
antipopolari della DOS (Djindjic e Zivkovic) hanno intrapreso: nel 2003
la Phillip Morris acquista la fabbrica di tabacco di Nis per 605
milioni di euro, mentre la US Steel mette le sue zampe sull’unica
acciaieria serba, a Smederevo, per soli 205 milioni di euro e licenzia
immediatamente circa 1.000 lavoratori, imponendo una paga oraria di
0,40 dollari all’ora, che passerà a 1 dollaro solo dopo un epico
sciopero generale durato settimane, che coinvolge l’intera
città. Alcuni analisti politici credono a questa svolta
strategica dei rapporti serbo-americani, ritenendo che Washington,
messa di fronte alla difficoltà di posizionare le proprie truppe
in tutto il mondo, necessita della stabilità balcanica per
ritirare le forze dal Kosovo e dalla Bosnia ed Erzegovina, e
distribuirle in punti più importanti come l’Iraq. D’altra parte,
al vertice di Salonicco del 21 giugno 2003, la Serbia è inclusa
tra i potenziali candidati per l’accesso alla UE.
La questione del Kosovo non è in questi anni 2001-2003 tra le
priorità dell’agenda politica dei nuovi leader serbi.
L’UNMIK procede nella sua opera di costruzione di istituzioni affatto
nuove che nulla abbiano a che fare con Belgrado, gettando le premesse
per una futura definitiva secessione statale. Tuttavia la questione del
futuro status della provincia non è chiusa. Il 15 maggio 2001 il
nuovo rappresentante speciale del segretario generale, il danese Hans
Haekkerup, subentrato al precedente “governatore” Kouchner, promulga il
“Quadro costituzionale per un governo autonomo provvisorio in Kosovo”.
Nel novembre 2001 si svolgono le elezioni per la prima Assemblea
legislativa, alle quali partecipa in massa, su sollecitazione di
Koštunica e del governo di Belgrado, anche la comunità serba: la
“Coalizione per il ritorno” (Povratak) ottiene l’11,34% con 89.400
voti.
Agli inizi del 2002 il nuovo rappresentante delle NU, il tedesco
Steiner comincia ad articolare le linee della politica "standards
before status”, sostenendo che senza il raggiungimento delle condizioni
minime di rispetto della legge, del funzionamento di istituzioni
democratiche, dei diritti delle minoranze non albanesi e di sviluppo
economico, non si potrà aprire il negoziato sullo status del
Kosovo. A fine maggio 2002 il governo del Kosovo entra in funzione con
tutti i suoi ministeri, quando i serbi ottengono, oltre al ministero
dell’agricoltura, il posto, che loro preme molto di più, di
Coordinatore interministeriale dei ritorni presso il primo ministro.
Agli inizi del 2003 l’UNMIK comincia a trasferire un buon numero di
competenze di governo a questi ministri, mantenendo per sé
alcuni poteri legati alla sovranità di uno stato, quali il
ministero degli esteri e alcune funzioni della sicurezza.
Intanto l’ONU fissa alla metà del 2005 la data in cui si
esaminerà il raggiungimento degli standard. Tuttavia, il
“governatore” dell’UNMIK, il tedesco Michael Steiner, dichiara che "il
Kosovo non farà mai più parte della Serbia"6. Se da un
lato la politica ufficiale del rappresentante delle Nazioni Unite in
Kosovo è ancora, alla fine del 2003, quella sintetizzata dalla
formula “norme prima dello status”7, dall’altro vi sono forze
internazionali che, all’interno dei loro disegni strategici
sull’assetto dei Balcani, spingono per la piena indipendenza del
Kosovo, con la cesura netta di qualsiasi legame con lo stato serbo,
facendo così consapevolmente da sponda al nazionalismo
esclusivistico albanese, con tutte le conseguenze che ciò
comporta per la vita della popolazione serba e delle altre minoranze
non albanesi, nonché del patrimonio storico-culturale. Sono
personaggi potentissimi, che controllano alcuni tra i principali media
dei Balcani, come il magnate George Soros, strettamente legato al
National Endowdment for Democracy, o think tank influenti come
l’International Crisis Group (ICG) che richiedono l’indipendenza del
Kosovo. Il 10 dicembre 2003 viene pubblicato a Pristina “Standards for
Kosovo”, e approvato dal consiglio di sicurezza dell’ONU con
dichiarazione del 12 dicembre 2003, completato dal “Kosovo Standards
Implementation plan” che sarà varato il 31 marzo 2004, dopo i
violenti pogrom antiserbi di due settimane prima.
Nel complesso, in questa fase, il destino dello status del Kosovo, se
è senza dubbio già orientato ad una amplissima autonomia
da Belgrado, non è però già stato deciso.
3. 2004. La Serbia
è di nuovo inaffidabile. Si scatenano in Kosovo i pogrom
antiserbi di marzo
Il quadro politico in Serbia muta radicalmente, in senso letterale…
Infatti, le elezioni politiche anticipate del 28 dicembre 2003,
provocate dalla caduta del governo Zivkovic - inviso alle masse serbe
che popolano sempre di più le piazze con scioperi e
manifestazioni, travolto dalle accuse della Del Ponte, che incrimina
all’Aja 4 generali serbi, diviso al suo interno, con la DOS oramai in
frantumi (il partito democratico serbo, DSS, di Kostunica è in
rotta di collisione con il partito democratico, DS, di Djindjic e
Zivkovic) – fanno del partito radicale serbo, nazionalista e
antiamericano, il maggior partito del paese (col 28% di suffragi). Il
partito socialista serbo, SPS, duramente attaccato dopo l’ottobre 2000,
non scompare di scena, ma si attesta su uno “zoccolo duro” del 7%,
mentre il partito liberaldemocratico e filo-occidentale (DS) è
ridotto al 13%, superato dal DSS di Kostunica (18%). È a
quest’ultimo, dopo una lunga e critica fase di gestazione, che spetta
la guida del nuovo governo serbo (2 marzo 2004), che, senza i
filo-occidentali DS, è sostenuto da G17 Plus, una formazione
politica liberale costituita soprattutto da economisti, il Movimento
per il Rinnovamento Serbo (SPO) di Vuk Draškovic e il partito Nuova
Serbia (NS), con l’appoggio esterno dei socialisti.
Kostunica pone apertamente la questione del Kosovo, chiedendo una
sostanziale e ampia autonomia per i distretti popolati dai serbi (la
cosiddetta “cantonalizzazione”). Il forte condizionamento
dall’opposizione dei radicali serbi, il ritorno nel gioco politico con
un peso determinante del partito di Milosevic, che all’Aja difende con
fierezza la politica di indipendenza nazionale serba e infiamma gli
animi della popolazione, incollata per ore al televisore a seguire
l’autodifesa del suo presidente che è tutta un preciso e
circostanziato atto d’accusa all’imperialismo della NATO, fanno di
nuovo della Serbia un paese non affidabile per l’Occidente.
A solo due settimane dalla nascita del nuovo governo serbo si scatena
(17-20 marzo 2004) in tutti i distretti del Kosovo un violentissimo
pogrom contro serbi e rom e altre minoranze non albanesi, lasciate in
moltissime occasioni senza alcuna protezione da parte dei corpi
militari e di polizia di KFOR, UNMIK, KPS. “Sono stati distrutti
impianti, sono stati saccheggiati edifici pubblici, tra cui scuole e
dispensari, alcuni gruppi etnici sono stati accerchiati e minacciati e
le famiglie cacciate dalle loro case. Villaggi interi sono stati
evacuati e numerose case sono state ridotte in cenere dopo la partenza
dei loro abitanti. In alcuni casi, gli assalitori hanno tentato di
occupare illegalmente le case abbandonate, addirittura di rivendicarne
la proprietà. Gli scontri hanno provocato 19 morti – 11 albanesi
e 8 serbi del Kosovo - e 954 feriti. Inoltre sono stati feriti 65
poliziotti delle forze internazionali, 58 membri del KPS e 61 membri
della KFOR. 730 case appartenenti alle minoranze, principalmente serbi
del Kosovo, sono state danneggiate o distrutte. È stato preso di
mira il patrimonio culturale e religioso del Kosovo: 36 chiese,
monasteri e altri siti religiosi e culturali ortodossi sono stati
saccheggiati o distrutti. Alcuni luoghi di culto erano del XIV secolo,
due erano classificati dall’UNESCO patrimonio mondiale
dell’umanità e un terzo tra i siti di interesse regionale. Sono
stati pure danneggiati o distrutti beni dell’UNMIK e della KFOR”8.
Non abbiamo allo stato attuale documenti che provino una correlazione
specifica, un rapporto diretto tra il mutato quadro politico in Serbia
e i pogrom organizzati dall’UCK in Kosovo, ma dai rapporti dell’UNMIK e
delle numerose ONG, emerge il carattere deliberato e organizzato, non
casuale o accidentale, del pogrom. È come se qualche burattinaio
esterno, un’accorta regia occulta, avesse deciso di “dare una lezione”
ai serbi e di agitare ora minacciosamente la carta della violenza
etnica di massa per ottenere la secessione immediata. A rivelarlo
è la conclusione politica - apparentemente incomprensibile e
paradossale – tratta alcuni mesi dopo dalle cancellerie occidentali:
infatti, il pogrom, preceduto e seguito da un ininterrotto stillicidio
di omicidi, sequestri e violenze quotidiane contro i serbi del Kosovo,
viene interpretato come il segnale che occorre definire al più
presto lo status del Kosovo, indipendentemente dal raggiungimento di
quegli standard da cui gli albanesi, come gli eventi di marzo mostrano,
sono mille miglia lontani. Paradossalmente – ma non tanto, se si legge
la questione del Kosovo come parte della politica imperialista verso la
Serbia – il pogrom di marzo, invece che spingere alla difesa dei serbi
vittime delle violenze albanesi, rovescia la politica standard beforee
status. Ora il raggiungimento degli standard minimi di rispetto dei
diritti delle minoranze non è più una priorità.
4. Giugno 2004-febbraio
2008. La carota dell’Europa e il bastone del Kosovo
Dopo tre inutili tentativi, che inducono ad abolire il quorum del 50%
per convalidare il voto, a fine giugno 2004 viene eletto alla
presidenza di Serbia-Montenegro Boris Tadic, del DS, che, con
l’appoggio del partito di Kostunica, supera il radicale Nikolic. La
Serbia così si presenta con due teste, quella filo-occidentale
di Tadic e quella di difesa nazionale di Kostunica. La prospettiva di
adesione alla UE li unisce, la strategia da seguire sul Kosovo li
divide. Alle elezioni di ottobre 2004 per il rinnovo dell’assemblea del
Kosovo, Tadic, seguendo le pressioni dell’Occidente che intende
mostrare la foglia di fico della democratica multietnicità della
provincia, chiede ai serbi di partecipare al voto, Kostunica li invita
invece, dopo il pogrom di marzo e la fallimentare esperienza della loro
partecipazione nelle istituzioni disegnate dall’UNMIK, dove non contano
assolutamente nulla, a boicottarle. A dicembre 2004 la nuova assemblea
del Kosovo elegge a primo ministro il capoclan dell’UCK e criminale di
guerra Ramush Haradinaj.
Il 2005 si apre con l’offensiva a tutto campo sulla secessione del
Kosovo. In prima fila è l’ICG9, con il suo rapporto “Kosovo:
toward Final Status”10, che propugna come unico sbocco la secessione
anche unilaterale e con l’opposizione della Russia (esattamente come
avverrà tre anni dopo). Segue ad aprile, preceduta da un grande
battage sui principali quotidiani occidentali, il rapporto conclusivo
della International Commission on the Balkans11, presieduta da Giuliano
Amato. Anch’esso sostiene apertamente la tesi che occorre accelerare il
processo di definizione formale di indipendenza del Kosovo, che entro
un decennio potrebbe entrare, insieme con la Serbia e gli altri
ministati della disciolta federazione socialista jugoslava, nella UE.
L’argomentazione di fondo è che la situazione non può
più attendere, il tempo sta scadendo, potrebbe presto
verificarsi un’esplosione violenta di dimensioni ben maggiori e
più cruente di quella del marzo 2004. Assistiamo in
quest’argomentazione a un rovesciamento delle posizioni politiche
precedenti sostenute, nel silenzio-assenso degli USA, dall’UNMIK e
dalla UE, che vedevano nella violenza antiserba scatenata nel marzo
2004 la ragione per rinviare qualsiasi discorso sullo status del
Kosovo, poiché mancavano i requisiti minimi di sicurezza e
vivibilità per le minoranze serbe, rom, e delle altre etnie non
albanesi.
La politica degli USA e della UE è ora molto chiara: si promette
alla Serbia la futura adesione alla UE e le si chiede al contempo un
atto, anzi più atti, di sottomissione: non solo la
collaborazione col tribunale dell’Aja, costruito ad hoc per mantenere
la Serbia sotto una perenne spada di Damocle, ma molto, molto di
più: la rinuncia al Kosovo, in spregio della stessa risoluzione
1244/99.
Quasi contemporaneamente alla pubblicazione ufficiale del rapporto
della Commissione sui Balcani, la Commissione europea valuta (12 aprile
2005) che la Serbia sia sufficientemente preparata per negoziare un
accordo di associazione e stabilizzazione con la UE; il 25 aprile il
Consiglio europeo approva la fattibilità del rapporto e invita
la commissione ad emanare le direttive di negoziazione per l’accordo. A
fine ottobre il norvegese Kai Eide, nominato dall’ONU per valutare il
raggiungimento degli standard, li giudica insufficienti, ma ritiene
comunque di dover continuare il processo di definizione dello status…
Contemporaneamente iniziano i colloqui ufficiali tra UE e Serbia, alla
quale si richiede, al solito, stretta cooperazione col Tribunale
dell’Aja.
A novembre 2005, il segretario generale delle N.U. Kofi Annan, dopo 15
mesi di trattative senza esito a Vienna tra serbi e albanesi, nomina il
finlandese Ahtisaari per avviare il processo sulla definizione dello
status. Il “Gruppo di contatto” (Francia, Germania, Italia, Regno
Unito, USA, Russia) elabora i “Principi guida per la risoluzione del
futuro status del Kosovo”. Esclude che il Kosovo possa ritornare alla
situazione pre-1999, che possa essere diviso, o annesso ad altro stato
confinante, e rigetta come inaccettabile qualsiasi soluzione
unilaterale o che faccia ricorso all’uso della forza12.
A febbraio 2006 cominciano i negoziati sullo status. Qualche settimana
dopo Milosevic viene lasciato (o, per meglio dire, fatto) morire nel
carcere dell’Aja (11 marzo 2006). La popolazione serba accorre in massa
ai funerali, concedendo l’ultimo tributo al capo che non si è
piegato ai diktat degli USA, che si è battuto con onore e
dignità davanti ai giudici del tribunale. Ma – sempre
coincidenze? – qualche mese dopo (maggio 2006) la Serbia viene punita:
i negoziati con la UE sono bloccati perché il paese viene
giudicato inadempiente verso l’Aja.
Ed è già scattata (21 maggio 2006) la trappola del
referendum secessionista del Montenegro - sostenuto apertamente dagli
USA e più sommessamente dalla UE - che sancisce, col 55,5% dei
votanti, la fine dello stato di Serbia-Montenegro: il 3 giugno il
parlamento montenegrino dichiara l’indipendenza, il parlamento serbo ne
prende atto, confermando la continuità della Serbia come stato
successore dell’unione.
Belgrado deve ora confrontarsi con la stesura di un nuovo testo
costituzionale, nel cui preambolo si ribadisce che “la Provincia del
Kosovo e Metohija è parte integrante del territorio della
Serbia, che gode dello stato di autonomia sostanziale nel quadro dello
stato sovrano della Serbia e che da tale condizione della Provincia del
Kosovo e Metohija seguono gli obblighi costituzionali di tutti gli
organi statali di rispettare e difendere gli interessi statali della
Serbia in Kosovo e Metohija e tutte le relazioni politiche interne ed
esterne”. Adottato dal parlamento, viene approvato da un referendum
popolare il 28-29 ottobre 2006. Intanto, i negoziati sul Kosovo sono in
pieno stallo. In realtà non si tratta di negoziati,
poiché i kosovaro-albanesi, spalleggiati dagli USA, non vogliono
nulla di meno dell’indipendenza.
Non era ancora ufficialmente approvata la nuova costituzione della
repubblica di Serbia, che i media legati all’Occidente diffondono le
decisioni della “Comunità internazionale” sul Kosovo (e sono ben
informati, poiché così accadrà un anno dopo): la
provincia serba sarò indipendente, con una supervisione
internazionale a guida Ue. Sono gettate le premesse per la futura
“missione Eulex”. La UE, ad onta delle illusioni dei filoeuropeisti
serbi, è parte determinante e soggetto attivo nella secessione
del Kosovo. Al di là di alcune divergenze tattiche o di facciata
(la UE, promettendo “l’ingresso in Europa”, si adopera a che la Serbia
acconsenta alla secessione), vi è una sostanziale, strategica
unità di vedute tra USA ed UE rispetto alla Serbia. Tra i due
soggetti imperialisti vi è cooperazione e divisione dei compiti
e dei ruoli. La UE in questo caso si sobbarca le maggiori spese della
nuova missione internazionale e la copertura “legale” della secessione:
un imperialismo ipocrita e leguleio, che cerca di nascondere dietro la
vuota retorica dei diritti umani il volto aggressivo e sfruttatore, a
fronte dell’imperialismo muscolare, rozzo e diretto degli USA di G. W.
Bush.
Le elezioni per il nuovo parlamento del gennaio 2007 confermano i
radicali quale maggiore forza politica del paese, ma vedono il partito
di Tadic superare Kostunica, che perde consensi.
Intanto riprende in parallelo il consueto giochetto della carota Europa
e del bastone Kosovo. Agli inizi di febbraio 2007 l'inviato speciale
delle Nazioni Unite Maarti Athisaari presenta il piano sul futuro del
Kosovo, già anticipato nei media qualche mese prima. È di
fatto la legalizzazione della secessione della provincia serba sotto
controllo militare della NATO e giuridico-politico della UE.
Contemporaneamente il consiglio europeo invita a riprendere i negoziati
col nuovo governo di Belgrado per l’accordo di associazione alla UE,
sempre a condizione che la Serbia stia pienamente cooperando col
tribunale dell’Aja.
Il 3 aprile si riunisce il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite
per discutere il piano Ahtisaari, che consiglia l'indipendenza del
Kosovo sotto la supervisione internazionale. Non si perviene a nessuna
risoluzione, poiché l’unica proposta che gli USA sostengono
è la secessione della provincia, cui la Russia si oppone
decisamente. Lo stesso scenario si ripeterà in altre riunioni.
Sul Kosovo non vi è quindi, fino ad oggi, dopo la dichiarazione
di indipendenza unilaterale del 17 febbraio 2008, nessuna risoluzione
del consiglio di sicurezza dell’ONU.
A giugno medesimo scenario: quasi contemporaneamente Bush dichiara a
Tirana che riconoscerà la proclamazione unilaterale di
indipendenza (10 giugno) e la UE riprende i negoziati con la Serbia per
l’accordo di stabilizzazione e associazione (13 giugno), che sfociano
il 10 settembre nella redazione di un testo che dovrebbe essere firmato
formalmente entro il 2008. Ma… come sempre, restano in sospeso la
questione del Kosovo e la piena collaborazione con il tribunale
internazionale dell'Aia, che potrebbero rallentare il percorso europeo
del paese… Il 7 novembre a Bruxelles si fa un ulteriore passo per
l’accordo tra Serbia e UE, mentre dopo qualche settimana terminano i
negoziati sul Kosovo senza alcun accordo tra le parti.
Le elezioni di novembre in Kosovo assegnano la vittoria ad Hashim
Thaci, il filoamericano capo dell’UCK, che preannuncia quale primo
punto del suo programma l’immediata dichiarazione di indipendenza, che,
con l’appoggio di USA e dei principali paesi UE, viene puntualmente
proclamata il 17 febbraio 2008.
Dopo l’indipendenza del
Kosovo, si apre una fase di instabilità nei Balcani
La Serbia, che continua a vivere un “dualismo di poteri” tra Kostunica,
capo del governo, e Tadic (riconfermato presidente al ballottaggio del
3 febbraio contro Nikolic del partito radicale), reagisce con grande
passione e dignità, protestando nelle piazze, richiamando gli
ambasciatori dai paesi che riconoscono il Kosovo come stato, attuando
una resistenza civile in Kosovo basata sul rifiuto di riconoscere e
partecipare a qualsiasi istituzione del nuovo stato. Ma questa è
la linea politica dei radicali, del SPS, che ora Kostunica sostiene
coerentemente portandola fino alle estreme logiche conseguenze.
Il 5 marzo una mozione proposta dai radicali chiede di riprendere i
negoziati con la UE a condizione che ad essi la Serbia partecipi
integra, senza l’amputazione del 15% del suo territorio rappresentato
dal Kosovo. È chiaramente una mossa politica che chiede alla UE
di recedere da tutta la politica sinora seguita, è di fatto la
proposta di interrompere il percorso di associazione subalterna nella
Unione Europea, che ha pesantemente ferito e umiliato la Serbia,
è, indirettamente, l’indicazione di un’altra via nelle relazioni
mondiali, costruendo un asse privilegiato, economico e politico, con la
Russia. I ministri del DSS sostengono la proposta dei radicali, Tadic
si oppone. L’8 marzo Kostunica si dimette, il paese è chiamato a
breve a nuove elezioni.
Questa crisi politica serba non è endogena, è stata
prodotta dalla politica delle potenze imperialiste che, appoggiando la
secessione del Kosovo, hanno scientemente operato per aprire una fase
di instabilità politica in Serbia, contro la quale l’attacco e
le ingerenze occidentali termineranno solo quando saranno riuscite – se
riusciranno - a ridurla pienamente in servitù.
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Kosovo: le potenze
imperialiste
preparano la soluzione finale
di Andrea Catone
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"Time is running out in
Kosovo", il tempo sta scadendo in Kosovo: la stessa identica
frase viene impiegata per l'incipit del rapporto dell'International Crisis Group (ICG) del
24 gennaio 2005 (1) e per la parte del rapporto della Commissione internazionale sui Balcani
(2) presieduta da Giuliano Amato e presentato il 29 aprile a Roma alla
Farnesina alla presenza del ministro degli esteri Gianfranco Fini.
Per farsi un'idea di cosa siano questi due grandi centri transnazionali
che si occupano di analisi delle situazioni di crisi e confitto per
meglio "consigliare" i governi della "comunità internazionale"
dei principali paesi imperialistici, basta dare una scorsa alle pagine
finali in cui si elencano membri e sostenitori economici di essi.
Nell'ICG – che non si occupa
solo di Balcani, ma anche di tutta l'area ex sovietica, Asia centrale,
Medio Oriente, Africa, America Latina... - troviamo tra i membri
del comitato esecutivo personaggi quali Morton Abramowitz, Emma Bonino,
George Soros; e poi Zbigniew Brzezinski, Wesley Clark, comandante in
capo delle forze NATO nell'aggressione del 1999 contro la Repubblica
Federale Jugoslava, fino all'ex presidente messicano Ernesto Zedillo.
Questo potente e influente gruppo internazionale per le aree di crisi
è finanziato, oltre che da "donatori" individuali,
società e fondazioni "caritatevoli" (sic!), in gran parte
statunitensi (la più nota da noi è l'Open Society
Institute di George Soros, ritornato di recente agli onori della
cronaca per aver sostenuto il gruppo di Otpor in Ucraina), anche da
agenzie governative, dall'Australia al Giappone, da Taiwan alla Nuova
Zelanda, dalla Francia alla Germania al Giappone, passando naturalmente
per il Regno Unito e la U.S Agency for International Development (3).
L'Italia invece non è presente tra i sostenitori dell'ICG.
L'International Commission on the
Balkans nasce dopo i pogrom antiserbi del marzo dello scorso
anno su iniziativa di fondazioni statunitensi e tedesche (Robert Bosch
Stiftung, German Marshall Fund of the United States, Charles Stewart
Mott Foundation), oltre la belga King Baudouin Foundation. È
composta da 19 membri, già presidenti o ministri dei paesi
dell'area balcanica (Turchia, Romania, Ungheria, Bulgaria, Grecia,
Albania, Macedonia, Serbia-Montenegro, Croazia, Bosnia, Slovenia) e
dell'Europa occidentale (Svezia, Regno Unito, Belgio, Germania,
Francia, Italia) e due statunitensi, Avis Bohlen e Bruce Jackson,
presidente del Project on Transitional Democracies. Dei paesi che
facevano parte del "gruppo di contatto", costituito nel 1994 tra gli
Stati cui si riconosceva un interesse e un ruolo nella Jugoslavia -
USA, Regno Unito, Francia, Germania, Italia e Russia -, è
visibilmente esclusa quest'ultima. Dato non casuale, che indica la
volontà delle grandi potenze imperialistiche occidentali di
regolare e ridisegnare la mappa dei Balcani senza o contro le decisioni
di Mosca (4).
E probabilmente non è casuale la coincidenza di frase con cui
iniziano i due rapporti, dato che entrambi propugnano una rapida
indipendenza del Kosovo, che pure la risoluzione 1244 del 10 giugno
1999 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, per "sanare"
l'illegalità della "guerra umanitaria" della NATO contro la
Repubblica Federale Jugoslava, assegnava ancora a quest'ultima.
Diversamente dal rapporto dell'ICG, che è circolato
essenzialmente tra gli specialisti, il rapporto della "Commissione
Internazionale" di Amato, pur essendo de jure e de facto nient'altro
che la conclusione di un'inchiesta promossa da fondazioni private,
senza nessun incarico specifico di organismi internazionali quali l'ONU
o l'Unione Europea, ha avuto una sorprendente esposizione mediatica -
sorprendente se si considera il silenzio profondo di cui è stata
circondata tutta la vicenda del Kosovo che, dopo l'ingresso delle
truppe della NATO nel giugno 1999 fino ai pogrom antiserbi di marzo
2004, ha subito una delle più violente pulizie etniche ad opera
di bande albanesi contro serbi, rom, gorani e altre etnie, con oltre
250.000 persone costrette ad abbandonare le loro case, migliaia di
rapiti e uccisi: omicidi etnici rimasti in larghissima parte impuniti.
Non è solo l'ANSA che annuncia il senso della "commissione
Amato" in diversi dispacci: "Balcani:
Commissione internazionale, superare status quo; Kosovo: Commissione
internazionale, situazione può esplodere; Balcani: Amato, UE non
può reggere situazione paracoloniale", ma uno dei
maggiori quotidiani italiani, il Corriere
della sera che gli dedica ben tre articoli con grande rilievo e
con una titolazione che spiega inequivocabilmente la scelta
dell'indipendenza (5). L'Unità,
dal canto suo, ospita il 26 aprile un articolo, tradotto
dall'International Herald Tribune del 14 aprile, del "presidente del
Kosovo" Ibrahim Rugova: Kosovo, la strada che porta in Europa (6).
Quasi improvvisamente la questione dei Balcani e del Kosovo in
particolare – la situazione più difficile di tutta l'area –
torna d'attualità. Una poderosa corrente mediatica spira ora sul
Kosovo, e non solo in Italia. Il prestigioso quotidiano francese Le Monde ospitava il 5 febbraio un
articolo del teorico della "guerra celeste" contro la Jugoslavia,
l'invasato generale Wesley Clark, responsabile di una delle più
crudeli guerre terroristiche contro la popolazione civile, che ha
inquinato per millenni l'ambiente della Serbia e del Kosovo con i
proiettili all'uranio impoverito. Il titolo, inequivocabile, è
tutto un programma: Pour un Kosovo
libre. Vi si sostengono in maniera più secca e rozza, in
tono di ultimatum alla Serbia, le medesime argomentazioni
sull'improcrastinabile indipendenza del Kosovo proposte dall'ICG, di
cui del resto egli è autorevole esponente.
Nei Balcani, "dove nulla accade senza la leadership degli Stati Uniti"
(7), questi ultimi ritornano prepotentemente sulla scena con tutto il
peso della loro superpotenza "indispensabile" a governare il mondo. Lo
spiega quasi trionfalisticamente una vecchia conoscenza dei Balcani, lo
statunitense Richard Holbrooke, che si faceva passare nelle guerre
jugoslave degli anni '90 come "mediatore" realistico. E non a caso,
ancora una volta, sul Corriere della
sera, che si qualifica così, come il portavoce più
autorevole e interessato a sostenere la causa dell'indipendenza del
Kosovo e della sua integrazione in quanto nuovo stato nella Unione
Europea (8). "Un importante
cambiamento nella politica – scrive Holbrooke - è passato praticamente inosservato
— quello riguardante il Kosovo, dove, dopo quattro anni di negligenza
ed errori, l'amministrazione ha compiuto una notevole inversione di
rotta", abbandonando la "tattica
dilatoria chiamata `standard prima, status poi', espressione che
consentiva di usare il `diplomatichese' per mascherare la paralisi
burocratica". Ora, "in
seguito agli avvertimenti sull'infiammabilità della situazione
lanciati dal diplomatico americano Philip Goldberg, Condoleezza Rice ha
spedito il sottosegretario di Stato Nicholas Burns in Europa
affinché incontrasse il quasi moribondo Contact Group (Stati
Uniti, Gran Bretagna, Francia, Italia, Russia e Germania). Burns ha
detto ai membri del gruppo che la situazione in Kosovo era
intrinsecamente instabile e che, senza un'accelerazione negli sforzi
per determinarne lo status finale, le violenze si sarebbero
probabilmente intensificate, con conseguente paralisi protratta delle
forze della Nato, truppe Usa comprese" (9). Così, "sotto pressione americana — ingrediente
sempre necessario negli affari che riguardano una UE stagnante e in
divenire — inizia ad emergere una nuova politica del Contact Group".
Ora, afferma l'amerikano col tono di chi non ammette repliche, "Belgrado dovrà accettare un passo
politicamente difficile: rinunciare alle pretese serbe sul Kosovo
(10), che i serbi considerano il loro
cuore storico. I serbi dovranno scegliere tra il tentativo di aderire
all'Unione Europea e quello di riconquistare il Kosovo. Se si
concentreranno sulla loro provincia perduta, non otterranno nulla".
I rapporti dell'ICG e della commissione internazionale sui Balcani, gli
articoli di Bonino, W. Clark, Rugova, Amato, Venturini, Holbrooke, pur
tra differenze di tono, ora "diplomatico", ora dichiaratamente
minaccioso, si muovono tutti sostanzialmente nella stessa direzione:
accelerare il processo di definizione formale di indipendenza del
Kosovo, che entro un decennio potrebbe entrare, insieme con la Serbia e
gli altri ministati della disciolta federazione socialista jugoslava,
nella UE. L'argomentazione di fondo è che la situazione non
può più attendere, il tempo sta scadendo, potrebbe presto
verificarsi un'esplosione violenta di dimensioni ben maggiori e
più cruente di quella del marzo 2004. Assistiamo in
quest'argomentazione a un rovesciamento delle posizioni politiche
precedenti sostenute, nel silenzio-assenso degli USA, dall'UNMIK e
dalla UE, che vedevano nella violenza antiserba scatenata nel marzo
2004 la ragione per rinviare qualsiasi discorso sullo status del
Kosovo, poiché mancavano i requisiti minimi di sicurezza e
vivibilità per le minoranze serbe, rom, e delle altre etnie non
albanesi. Perché si potesse avviare solo il discorso dello
status finale del Kosovo occorreva che la provincia serba sotto
amministrazione internazionale avesse raggiunto gli standard minimi
indicati dettagliatamente nel documento "Standards for Kosovo",
pubblicato a Pristina il 10 dicembre 2003 e approvato dal Consiglio di
Sicurezza dell'ONU con dichiarazione del 12 dicembre 2003, completato
dal "Kosovo Standards Implementation plan" varato il 31 marzo 2004,
proprio a ridosso dell'esplosione di violenza del 17-20 marzo: standard
di sicurezza, pari trattamento sul mercato del lavoro, libera
circolazione nel territorio che, anche nell'ultimo rapporto del
Segretario generale dell'ONU Kofi Annan, risultano ben lungi
dall'essere raggiunti (11).
Nessuno dei rapporti o degli articoli – salvo quelli di W. Clark e
Rugova – nega la gravità della situazione in cui sono costretti
in una prigione a cielo aperto i serbi, i rom e la popolazione non
albanese del Kosovo. Il rapporto Amato, anzi, pur senza scoprire nulla
di nuovo rispetto a quanto denunciato da altri osservatori
internazionali (12), dichiara senza mezzi termini che "un Kosovo multietnico non esiste salvo
che nelle dichiarazioni burocratiche della comunità
internazionale […] I Serbi in Kosovo vivono imprigionati nelle loro
enclave senza libertà di movimento, né lavoro, senza
neppure la speranza né l'opportunità di una significativa
integrazione nella società del Kosovo. La posizione della
minoranza serba in Kosovo è il più grande atto di accusa
alla volontà e capacità dell'Europa di difendere i suoi
conclamati valori. […] Sotto la direzione dell'Unmik il numero di serbi
impiegato nella Kosovo Electric Company è sceso da oltre 4.000
nel 1999 a 29 oggi, su un totale di oltre 8.000 addetti […] la
disoccupazione è tra il 60 e il 70 % (quasi il 90% tra le
minoranze) […] La commissione condivide il giudizio del segretario
generale delle N.U. Kofi Annan, secondo cui il Kosovo ha fatto
progressi insufficienti per il raggiungimento degli standard accettati
internazionalmente nel campo dei diritti umani, del rispetto delle
minoranze e per il mantenimento dell'ordine pubblico" (13).
Tuttavia, in contrasto con il segretario generale dell'ONU e con le
esplicite dichiarazioni di alcune cancellerie europee, tra cui quella
italiana, che si attestano sulla posizione "standard prima dello
status" (14), il nuovo pensiero di questi think tank è rovesciato:
solo l'indipendenza potrà risolvere le questioni della sicurezza
dei serbi e non albanesi del Kosovo. Il ragionamento è
fattualmente e logicamente insostenibile: se oggi, nonostante la
presenza di oltre 18.000 militari della KFOR quali truppe di
interposizione, la vita dei serbi è costantemente in pericolo,
se, come osserva lo stesso rapporto Amato, gli albanesi del Kosovo sono
propensi – unici tra tutti i popoli della Jugoslavia – ad avere un
territorio "etnicamente omogeneo" (15), se esiste una discriminazione
sostanziale in tutti i campi della vita sociale, dal lavoro agli
ospedali alle scuole, come sarà possibile salvaguardare domani i
serbi del Kosovo e garantire loro condizioni di vita meno oppressive e
precarie di quelle attuali? La sola promessa di indipendenza da parte
della comunità internazionale renderà più insicura
la vita delle minoranze, vanificherà qualsiasi anche remota
chance di ritorno dei 250.000 profughi. Il rapporto Amato, del resto,
ammette che "sono minime le
possibilità di un ritorno su larga scala dei Serbi in Kosovo"
e mentre propone piuttosto ipocritamente – è lo specchietto
delle allodole della multietnicità! – che "la comunità internazionale
provveda a incentivare per i serbi del Kosovo il ritorno anche nel caso
in cui essi preferiscano vivere in zone della provincia maggiormente
popolate da serbi piuttosto che in aree in cui vivevano prima della
guerra", aggiunge – rivelando implicitamente il progetto di
soluzione finale per i serbi del Kosovo – che bisognerà "prendersi cura anche di quelli che
preferiranno non tornare", istituendo un "Fondo di inclusione", finanziato
dalla UE, "per assistere
l'integrazione nella società serba dei serbi del Kosovo che
hanno scelto di rimanere in Serbia". Ciò che va
assolutamente evitato infatti è "una `palestinizzazione' dei rifugiati che
decidono di non tornare in Kosovo", che renderebbe molto
vulnerabile la democrazia serba (16). Le parole sono pietre. I serbi
del Kosovo, come ha già scritto Michel Collon, sono i
palestinesi d'Europa!
Al di là di qualche parola d'occasione sulla
multietnicità, la prospettiva che il rapporto cinicamente
delinea non è quella del ritorno dei profughi serbi in Kosovo,
ma del definitivo trasferimento in Serbia – con il bastone della
pulizia etnica e la carota di un incentivo monetario della UE – dei
serbi rimasti abbarbicati alle loro case e alla loro storia in Kosovo.
È la "soluzione finale" per i serbi del Kosovo. La micidiale
guerra del 1999 voluta da Clinton e D'Alema, Jospin e Schroeder, Blair
e il generale Clark in nome dei diritti umani per fermare una
indimostrata e indimostrabile "pulizia etnica" contro gli albanesi, si
conclude sei anni dopo con l'eliminazione dei serbi dal Kosovo
propugnata e sostenuta dalla "comunità internazionale" e dalla
UE.
Val la pena osservare anche il rovesciamento delle priorità
nella struttura del discorso della commissione Amato e degli altri think tank: dai "diritti umani"
alla "stabilizzazione dell'area". La preoccupazione per i diritti umani
e la condizione delle minoranze, che, almeno formalmente, campeggiava
nei programmi dell'ONU e della UE, espressa nella formula "standards
before status" cede ora il passo a più prosaiche considerazioni
pratiche ed economiche. Pagare il trasferimento dei serbi dal Kosovo
appare operazione meno costosa del mantenimento a tempo indeterminato
dei militari della KFOR e del probabile aumento del loro numero in un
Kosovo assolutamente instabile. La retorica dei diritti umani si toglie
la maschera e parla oggi il linguaggio della stabilità e
stabilizzazione dell'area, della sua inclusione nell'Unione Europea. I
diritti umani furono un pretesto buono per fare la guerra contro la
Serbia, ma oggi passano in secondo piano, non sono più la
priorità delle priorità, sono un accessorio, un optional, di cui si può
continuare a scrivere e parlare per riempire qualche spazio bianco
sulla carta.
NOTE:
1) Cfr. Kosovo: toward Final Status, Europe
Report n. 161,
http://www.crisisgroup.org/home/index.cfm?id=3226&l=1.
2) Cfr. The Balkans in Europe's Future,
§ 1.3.1, Kosovo's Final Status, http://www.balkan-commission.org/activities/pr-2.htm.
3) Cfr. Kosovo: toward Final Status, op.
cit., pp. 33; 36-37.
4) A questo
proposito, il rapporto dell'ICG è esplicito: "I paesi del gruppo di contatto
(includendo com'è molto auspicabile la Russia, ma se necessario
senza di essa)" dovrebbero definire con tempestività i
tempi per la risoluzione della questione dello status (Kosovo: toward final status, op.
cit., p. ii). Del resto, il rapporto della
Commissione di Amato prefigura l'indipendenza del Kosovo pur prevedendo
l'opposizione di Russia e Cina al Consiglio di Sicurezza dell'ONU (cfr.
The Balkans in Europe's
Future, op. cit., p. 20).
5) Cfr. Corriere della sera, 27.4.2005:
Franco Venturini, Verso l'indipendenza del Kosovo - La Superpotenza
Europa e i Balcani; R. Holbrooke, Il pragmatismo della Rice
aiuterà il Kosovo; 29.4.2005: Giuliano Amato Europa e Balcani -
Il coraggio di un Kosovo indipendente.
6) Il titolo
dell'articolo dell'International
Herald Tribune è in realtà molto netto e univoco: The path to independence, la strada
per l'indipendenza. L'Unità,
il quotidiano del partito di D'Alema, presidente del consiglio non
pentito della guerra "umanitaria" e "democratica" contro la popolazione
jugoslava del 1999, preferisce un titolo edulcorato e ingannevole,
ospitando un articolo chiaramente negazionista di una pulizia etnica in
atto e di una situazione invivibile per i serbi e le minoranze non
albanesi, che lo stesso rapporto della Commissione Amato ammette
apertamente.
7) È
quanto scrive R. Holbrooke nell'articolo Il pragmatismo della Rice
aiuterà il Kosovo, Corriere
della sera del 27/04/2005.
8) Il
quotidiano negli ultimi tempi ha ospitato in bell'evidenza diversi
articoli a sostegno dell'indipendenza del Kosovo. Si veda in
particolare l'articolo della radicale Emma Bonino, assatanata
sostenitrice con Marco Pannella dell'UCK nel 1999, Belgrado si rassegni
e accetti la sconfitta, del 28/01/2005. Una posizione nettamente
antiserba che non coincide neppure con quella del governo italiano,
attestata sulla politica di prudente attendismo degli "standards prima
dello status".
9) Il rischio
che le truppe USA e NATO si trovino invischiate a lungo in un Kosovo in
ebollizione, - i moti del marzo 2004 hanno avuto a bersaglio
principalmente la popolazione e i monasteri serbi, ma anche le truppe
della KFOR e la polizia dell'UNMIK - viene sbandierato, a sostegno
della richiesta di indipendenza immediata del Kosovo, anche nel
rapporto dell'ICG, che ricorda gli impegni militari in altri
scacchieri, quali Afghanistan e Iraq. (Cfr. Kosovo: toward Final Status, op.
cit., p. 3).
10) Si noti
come il diritto alla sovranità territoriale della Serbia sul
Kosovo, riconosciuto anche dalla risoluzione 1244, diventi per
Holbrooke una "pretesa".
11) Cfr. Report of the Secretary-General on the
United Nations, Interim Administration Mission in Kosovo,
14.2.2005 (S/2005/88). Il rapporto, come i documenti sugli standard
sono reperibili sul sito dell'UNMIK: http://www.unmikonline.org.
12) Cfr. il
rapporto del luglio 2004, vol. 16, No. 8 (D) della ONG, certo non
filoserba, Human Rights Watch, "Failure
to Protect: Anti-Minority Violence in Kosovo, March 2004" (http://www.hrw.org).
13) Cfr. The Balkans in Europe's Future, op.
cit., pp. 19-20.
14) Cfr. il
comunicato dell'agenzia France Press
del 15/02/2005 sotto il titolo "L'indépendance du Kosovo serait
`hautement déstabilisante', selon Rome": "Roma. Il governo italiano ritiene che
l'indipendenza del Kosovo sarebbe `altamente destabilizzante' per la
regione, ma rigetta ugualmente un ritorno indietro quando la provincia
non aveva alcuna autonomia. `La posizione dell'Italia è che
bisogna regolare la questione della qualità delle norme
applicate in questa provincia prima di affrontare il problema del suo
statuto', ha spiegato all'AFP un portavoce del ministero, utilizzando
una formula sintetica inglese: `standards before status' per spiegare
la posizione ufficiale. `Rimangono in Kosovo molti problemi irrisolti e
in questo contesto la scelta di uno status definitivo sarebbe una fuga
in avanti. Un'indipendenza sarebbe altamente destabilizzante', ha
dichiarato Pasquale Terracciano, portavoce del ministero a una
settimana dal viaggio che il capo della diplomazia Gianfranco Fini
effettuerà nella regione" (http://195.62.53.42/pressreview/print_right.php?func=detail&par=12398).
Anche nella conferenza del 29 aprile Fini si mostra cauto. Mentre
ribadisce l'importanza del ruolo degli USA, "senza i quali una stabilizzazione
dell'area balcanica sarebbe difficilmente concepibile", richiama
– diversamente dall'ICG e dalla commissione Amato – il ruolo della
Russia, la centralità dell'ONU e la 1244, e rimane molto vago
sul futuro, rigettando di fatto la proposta Amato: "Non possiamo indicare fin d'ora le
intese, che evidentemente saranno in grado di definire il futuro del
Kosovo solo se sapranno incontrare il consenso delle parti coinvolte"
(cfr. http://www.esteri.it).
15) Cfr. la
tabella 22 dell'allegato al rapporto della commissione internazionale
sui Balcani. Alla domanda: "Sarebbe meglio se, sotto gli auspici della
comunità internazionale, fossero tracciati nuovi confini nell'ex
Jugoslavia e ogni nazionalità consistente (large) vivesse in un
territorio/stato separato", solo il 18% disapprova, contro uno
schiacciante 72% (il rimanente 10% non risponde). Anche in Albania la
stragrande maggioranza (68% contro un 20%) è favorevole a Stati
etnicamente omogenei, mentre in tutti gli altri Stati della ex
Jugoslavia gli intervistati dalla commissione sono nettamente contrari
(Bosnia e Erzegovina: 55% contrari a stati etnicamente omogenei contro
un 29%; Serbia: 53% contro un 19%; Macedonia: 68% contro 16%;
Montenegro 56% contro 14%).
16) Cfr. The Balkans in Europe's Future, op.
cit., p. 22.
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