È difficile stabilire con precisione quanti civili jugoslavi
furono
coinvolti nell'internamento fascista. (...) Considerando le fonti
più
attendibili (in primo luogo quelle della Croce Rossa Internazionale) e
facendo riferimento all'insieme dei campi dell'Autorità
militare,a quelli dell'Autorità civile e all' internamento
libero,
si può tuttavia valutare in circa 100000 (per la gran parte
sloveni, croati e montenegrini) il numero dei civili "ex jugoslavi"
internati dall'Italia.
In riferimento alla sola
"Provincia di Lubiana", si può ritenere che,
sino al settembre 1943, siano stati internati circa 25000 civili tra
sloveni e croati.
(C.S. Capogreco: I campi del
duce pp.77-78, e fonti ivi citate.)
Il numero complessivo dei campi d'internamento distribuiti lungo
l'intero territorio nazionale (...) raggiunse la cifra di 200 nel solo
Regno d'Italia.
(D. Conti: L'occupazione italiana dei Balcani
p.54)
Il numero accanto al nome di alcuni campi si riferisce a quello
assegnato ai campi militari per prigionieri di guerra (P.G.) [cfr. all.
1 al fg. 1/46635 del 07/09/'42 dello Stato Maggiore, in Archivio
Ufficio Storico Stato Maggiore dell'Esercito-AUSSME, Ufficio
Prigionieri di Guerra, circ. 279]
L'elenco che segue comprende esclusivamente campi e località che
ci
risultano destinate a tale uso al momento dell'Armistizio (8 settembre
1943).
LEGENDA
(AM) =
campi di concentramento ad amministrazione militare
(AC) =
campi di concentramento ad amministrazione civile
(am) = campi di
lavoro ad amministrazione militare
(cc) = carceri
P.G. = campo per prigionieri di guerra
In rosso i
campi di concentramento dell'Italia centrale i cui internati slavi
hanno o potrebbero avere contribuito alla Resistenza in
Abruzzo-Lazio-Marche-Umbria dopo l'8 Settembre.
In grassetto i
campi più grandi e/o per i quali si dispone di una maggiore mole
di informazioni.
- Agnone (Campobasso)
(AC) N.18
- Alatri
(Frosinone): "Le
Fraschette" (AC) N.14
- Alberobello (Bari),
loc. Masseria Gigante (AC) N.42
- vi sono internati una novantina di jugoslavi
a partire dal 1/8/1942; a inizio settembre 1943 sono rilasciati in
molti, alcuni ritenuti "non idonei" sono invece trasferiti nel centro
di lavoro di Castel di Guido (C.S.
Capogreco: I campi del
duce pp.235-236)
- Francesco Terzulli: Alberobello 1942-1946. Internati slavi ed
ex fascisti a Masseria Gigante, in: “Riflessioni. Umanesimo
della pietra”, luglio 1991, pp. 7-21
- Anghiari (Arezzo): "La Motina" in frazione Renicci [CONTR.] (AM) N. 97 (AC) N.54
- Aosta Porta Littoria N. 101 (fino
al 7/9/42)
- Apiro (Macerata) (AC)
(necessita
approfondimento su consistenza num. jugoslavi)
- Appignano (Macerata) (AC) (necessita
approfondimento su consistenza num. jugoslavi)
- Arbe / Rab
(oggi Croazia) (AM) (AC) N.60
- Ariano Irpino
(Avellino) (AC) N.37
- Arona (Novara)
- Bagno a Ripoli
(Firenze) "Villa La Selva" (AC) N.3
- Bastardo
(Perugia)
- è
il "campo di lavoro n.115" secondo Giuseppe Guerrini (in L'Umbria dalla guerra alla Resistenza,
Atti del Convegno Dal conflitto alla
libertà: Perugia, 30 novembre-1 dicembre 1995, Foligno :
Editoriale umbra, 1998; n.64 p.291)
- Belforte (Macerata) (AC) (necessita
approfondimento su consistenza num. jugoslavi)
- Boiano (Campobasso) (AC) N.19
- Borgomanero (Novara)
- Buccari (Istria)
- Busseto (Parma) N 55 (per uff. e sottuff. ex eserc.
jugo)
- Cairo Montenotte (Savona): loc. Vesima (AM) P.G. N.95 (AC) N.57
- Caldarola (Macerata) (AC) (necessita
approfondimento su consistenza num. jugoslavi)
- Camerino (Macerata) (AC)
- Campagna (Salerno)
(AC) N.38
- Casacalenda (Campobasso)
(AC) N.26
- Casoli (Chieti)
(AC) N.21
- Castagnevizza / Castanevica (Gorizia) (AM)
- Castel di Guido
(Roma) (AC) N.13 (centro di lavoro)
- Castelfranco Emilia
- Castel Montalbano (Fi)
- Castell’Arquato (Piacenza)
- Castelraimondo
(Macerata) N.93
- Castel S. Pietro
Ospedale militare (in funz. dal
17/9/42) N. 205
- Castiglion Fiorentino (AR) [G. Visintin]
- Castiglione
della Valle (Perugia) [G. Visintin]: Castello Sereni
- Ceprano
[Frosinone]
- Chiesanuova (Padova) (AM) (AC) N.49
- Cighino di Tolmino / Čiginj (AM)
- Città S.
Angelo (Pescara) (AC) N.23
- Cittaducale
(Rieti)
- Civitella in Val di
Chiana (Arezzo): "Villa Oliveto" (AC) N.4
- Colfiorito
(Perugia)
(AM) C.C. N.64 P.M.3300 (AC) N.15/50
- Dragutin
Drago V. Ivanovic: Muzej
logora Kolfiorito di Folinjo...,
- D.R.
Nardelli, A. Tacconi: Deportazione
ed internamento in Umbria...
- Dragutin
Drago V. Ivanovic: Memorie di un internato montenegrino...
- Dragutin
Drago V. Ivanovic: Civilni
Internirci Crnogorci iz logora Kolfiorito... (contiene
un elenco di 1070 internati compilato nel 2003)
- Dall'internamento
alla libertà. Il campo di concentramento di Colfiorito,
Atti del convegno di studi, Foligno, palazzo Trinci, 4 novembre 2003.
ISUC / Editoriale Umbra, Foligno 2004, ISBN 88-88802-23-1
- Maria Pia Burani: Nessuno lo chiamava il campo...
- Caterina Forti: Il campo di Colfiorito tra confino e
internamento politico (1939-1943), Tesi di laurea in Storia
contemporanea, Università di Camerino A.A. 1997-1998. Pubbl. in:
Valentina Conti e Andrea Mulas, Nuovi
contributi per la storia della
resistenza marchigiana, Università degli studi di
Camerino / Affinità elettive, Ancona 2002
- Corropoli
(Teramo): "Badia" (AC) N.25
- Cortemaggiore
(tra Piacenza e Cremona) N.
26
- "Il 9 settembre 1943 evasero i prigionieri
(russi, jugoslavi,
greci e inglesi) del campo di Cortemaggiore e si diressero in montagna,
risalendo le valli dell'Arda e dello Stirone. [...] Altri fuggitivi si
nascosero nelle campagne di Cortemaggiore. In questa opera di aiuto e
di avviamento prigionieri si prodigarono, ancor prima dell'8 settembre
[tra gli altri] lo slavo Cedomir Ristich detto il “Tesoriere”. [...]
Formarono così, per sopravvivere e sottrarsi alla cattura,
piccole
bande ai confini delle province di Parma e Piacenza... In seguito molti
si dispersero in altre zone e rimase in località Settesorelle la
Banda
autonoma "Giovanni lo slavo", com. Giovanni Grcavaz [Grbavac?],
composta prevalentemente di jugoslavi..." (Rif. Storia delle formazioni partigiane
piacentine, a cura dell'A.N.P.I. - Comitato provinciale di
Piacenza)
- Crocetta
Castelfrentano (Chieti) campo di lavoro
- Ellera di Corciano
(Perugia) (dipendente da Tavernelle-Pietrafitta (am) (AC) N.55)
- Esanatoglia (Macerata)
(AC) (necessita approfondimento su
consistenza num. jugoslavi)
- Fabriano (Ancona):
"Collegio
Gentile" (AC) N.6
- "In tale
alloggiamento, con molti italiani, c'erano una trentina di jugoslavi,
tutti provenienti da Spalato..." (G. Mari: La
Resistenza in provincia di Pesaro e la partecipazione degli Jugoslavi,
Pesaro 1964)
- gli jugoslavi detenuti fanno propaganda
comunista e tentano di evadere (C.S. Capogreco: I
campi del duce... p.187); già dopo il 25
Luglio la maggior parte degli internati sono prosciolti o si
allontanano (C.S. Capogreco: I
campi del duce...
p.188)
- Farfa in Sabina
(Rieti) "Badia" (AC) N.15
- Fara Novarese (Castelli Cusiani) * [ACS,
Ariani Internati]
- Ferramonti di
Tarsia (Cosenza) (AC) N.46
- Ferriere (PC) [G. Visintin]
- Fertilia (Sassari) (AC)(am) N.51 (forse da
identificare con Pertozgiu?)
- Fiastra (Macerata) (AC) (è forse lo stesso elencato come
"Urbisaglia - Abbadia di Fiastra" ?)
- Fiume [oggi Croazia] N. 83
- Fiuminata (Macerata) (AC) (necessita approfondimento su consistenza
num. jugoslavi)
- Forte Mamula, Bocca di Cattaro
(Dalmazia) (AM) (AC) N.62
- Fossalon (presso Grado, GO): Eraclea / Casa Concordia
(campo di lavoro Bonifica della Vittoria) (AC) N.58
- Fossano (Cuneo) (cc)
- Livio
Berardo (a cura di): Le loro
prigioni. Antifascisti nel
carcere di Fossano, ANPPIA 1994
- Garessio (Cuneo)
- Gioia del Colle (Bari)
(AC) N.43
- Gonars (AM)
N.89 (AC) N.52
- http://gonarsmemorial.eu/: Storia e memoria del campo di
concentramento fascista di Gonars e altri luoghi da non dimenticare
- Presentazione
del progetto:
GONARS, THE ITALIAN LOST MEMORY
- A.
Kersevan: Un campo di
concentramento
fascista. Gonars 1942-1943, KappaVu Edizioni, Udine 2003.
Vedi le recensioni
- DVD: GONARS
1942-1943. IL SIMBOLO DELLA MEMORIA
ITALIANA PERDUTA
- A. Kersevan: I campi
di concentramento in Friuli (dal sito marxismo.net)
- I campi di
concentramento per internati jugoslavi nell’Italia fascista. I campi di
Gonars e Visco. Atti del convegno, Palmanova 29.11.2003
- Nadja Pahor-Verri: Oltre il filo. Storia del campo di
internamento di Gonars 1941-1943, ed. Comune di Gonars, Udine
1996
- "In questo campo furono rinchiusi molti
artisti e intellettuali di rilievo [...] Fra gli internati di Gonars
figuravano molti adepti della resistenza slovena e croata [...] Sotto
diversi nomi di copertura [...] vennero ospitate figure di primo piano
dell'Osvobodilna Fronta e del
Partito Comunista Sloveno [...] Nell'estate del 1942 l'Osvobodilna Fronta
predispose un ardimentoso piano di fuga finalizzato a mettere in salvo
gli antifascisti più a rischio. Dopo diverse settimane di scavo
venne realizzato un tunnel lungo 60 metri che, partendo dalla baracca
n.22, sfociava in un campo di granturco, alcuni metri oltre la
recinzione. Nella notte tra il 30 e il 31 agosto riuscivano così
a evadere Boris Kraigher [futuro presidente del Consiglio Esecutivo
federale della Jugoslavia], Ivan Bratko, Marks Perc, Franc Ravbar,
Janez Učakar, Franc Pangerc, Bojan Štih e Viktor Ilovar. [...]
Nella notte del 13 settembre [1943] [...] la massa degli
internati (circa 4000 persone) dilagò disordinatamente fuori dal
campo", tuttavia quasi un migliaio erano ancora prigionieri dei
tedeschi alla fine di ottobre, per essere rilasciati solo
successivamente (C.S. Capogreco: I
campi del duce... p.256)
- Grupignano (fraz. di
Cividale
UD)
- Isernia (AC) N.26
- Isola d’Argo (??)
- Isola del Gran
Sasso (Teramo) (AC) N.27
- Istonio Marina
(Chieti, oggi Vasto) (AC) N.28
- Labico [Roma]
* [AUSSME, Uff.Prig.
di G., Diari storici, marzo 1943, All. n. 64]
- Lama dei Peligni
(Chieti) (AC) N.29
- Lanciano (Chieti) (AC)
(AC) N.30
- Laterina (Arezzo)
N. 82
- Laurana - Lovran (Croazia)
- Lipari (isola, Messina) (AC) N.47
- è lo stesso campo in cui fino al 1939
vennero ospitati e addestrati i terroristi ustascia croati; vi furono
internate molte centinaia di antifascisti jugoslavi a partire dalla
fine del 1941, ma nel 1943 se ne decise lo sgombero preferendo
distribuire i prigionieri tra diversi campi (C.S.
Capogreco: I
campi del duce... p.246)
- Loro Piceno (Macerata) (AC) (necessita approfondimento su consistenza
num. jugoslavi)
- Manfredonia
(Foggia): "Il Macello"
(AC) N.44
- Marsciano
(Perugia) (dipendente dal Cantiere Orlando di Spoleto P.G. N.115 )
- Melada/Molat presso Zara/Zadar (isola, Dalmazia) (AM)
(AC) N.61
- Monigo (Treviso) (AM) (AC) N.53
- Monopoli Sabina (??
verificare e cfr. con i campi vicini es. Passo Corese / Montelibretti)
- Montalbano-Rovezzano
(Firenze) (AC) N.5
- già dopo il 25 Luglio gli internati -
tutti slavi - sono in fermento e perciò vengono in parte
trasferiti nelle carceri fiorentine; dopo l'8 Settembre quasi tutti
evadono indisturbati (C.S. Capogreco: I campi del
duce
p.186)
- Montechiarugolo
(Parma) (AC) N.1
- una cinquantina riescono a fuggire subito
dopo l'8 Settembre (C.S. Capogreco: I campi del
duce
p.180)
- Marco Minardi: Tra chiuse mura. Deportazione e campi di
concentramento nella provincia di Parma 1940-1945, Comune di
Montechiarugolo, 1987
- Montefusco (Avellino)
- Montelibretti
(Roma) [A. Parisella - forse da identificare con Passo Corese (RI)?]
- Montelupone (MC)
- Montemale di Cuneo *
N. 15 (fino al 7/9/1942)
- campo per
ufficiali sup.
jugoslavi (A. Kersevan)
- Montorio al
Vomano (TE) (fonte: D. Conti)
- Monturano (??)
* N. 70
- Nereto (Teramo) due
distinti edifici (AC)
N.31
- Notaresco
(Teramo) (AC) N.32
- ospita spec. una sessantina di partigiani
dalmati a partire da giugno 1942; sono progressivamente rilasciati a
fine 1943 (C.S.
Capogreco: I campi del
duce
p.221)
- Novara
- Oleggio (NO) [G. Visintin]
- Palazzolo dello Stella (Latisana) *
N. 88
- Passo Corese
(Rieti) P.G. N.54 [G. Visintin - forse da identificare con
Montelibretti (Roma)?]
- Pertozgiu (Sardegna) [pg. 124 Galluccio, non citato
in elenco]
- Perugia: carcere (cc)
- un centinaio di minorenni del
Capodistriano vi furono detenuti fino all'estate 1944; si registra
anche un tentativo di evasione (P. Monacchia: L'internamento in Umbria...)
- Petriolo (Macerata)
"Villa Savini - La Castelletta"
(AC) N.7
- Piobbico (Pesaro)
- Pissignano presso
Campello sul Clitunno (Perugia) P.G. N.77
- Pisticci (Matera) (AC)
N.41
- importante campo di lavoro, vi furono
detenuti anche
moltissimi jugoslavi (tra cui il poeta Josip Šuljić). Dopo la caduta
del Fascismo alcuni prigionieri cominciarono ad essere rilasciati,
mentre gli altri - spec. i circa 700 jugoslavi - scatenarono
clamorose proteste. Il 13/9 un internato (Željko?) si recò
clandestinamente a Taranto dai comandi alleati, che presero il
controllo del campo e ne cambiarono la destinazione d'uso. (C.S.
Capogreco: I campi del
duce pp.232ss.)
- N. Kardoš:
Il cammino vitale
del partigiano Kirija
- Pollenza (Macerata)
"Villa Lauri" (AC) N.8
- Ponza (isola, Latina/Littoria) (AC) N.16
- dal 5 marzo 1942 vi sono reclusi quasi 200
montenegrini "comunisti e nazionalisti" poi anche altri soprattutto
deportati dal Kosovo contrari alla "Grande Albania", poi
trasferiti a Renicci e Fraschette (C.S.
Capogreco: I campi del
duce p.202)
- Porto Re (presso Fiume/Rijeka oggi Croazia) [G.
Visintin]
- Prato all’Isarco (BZ) * [ACS A5G b. 117]
- Prevlaka, Bocca di Cattaro (Dalmazia)
- Romagnano Sesia (Novara) * [ACS, Internati
Ariani]
- Ruscio presso
Monteleone di Spoleto (Perugia): miniere di lignite P.G.
* N. 117
- S. Angelo in Pontano (Macerata) (AC) (necessita approfondimento su consistenza
num. jugoslavi)
- S. Ginesio (Macerata) (AC) (necessita approfondimento su consistenza
num. jugoslavi)
- S. Severino Marche (Macerata) (AC) (necessita approfondimento su consistenza
num. jugoslavi)
- Sagrado / Sdravščina (Gorizia) * Poggio
Terza Armata (AM) (AC) N.59
- Sarnano (Macerata) (AC) (necessita approfondimento su consistenza
num. jugoslavi)
- Sassoferrato
(Ancona) ex monastero S.
Croce (AC) N.9
- Scipione di
Salsomaggiore (Parma) (AC) N.2
- Scoglio Calogero (Dalmazia) [CONTR.]
- Seggiano
(Grosseto) (Ospedale degli Incurabili -
ricovero vecchi)
- Serravalle del Chienti (Macerata) (AC) (necessita approfondimento su consistenza
num. jugoslavi)
- Servigliano
(Marche) N. 59
- Sforzacosta (MC)
N. 56 (N.53 secondo N.
Kardoš:
Il cammino vitale del partigiano Kirija, pag.200, cui rimandiamo
anche per altre fonti; inizialmente riservato ai
prigionieri anglosassoni)
- Solofra (Avellino) (AC) N.40
- Spoleto (Perugia): la
Rocca (cc)
- Spoleto
(Perugia): Morgnano / Cantiere Orlando P.G. N.115 (cfr. anche Marsciano)
- Sulmona
(L'Aquila)
- Tavernelle-Pietrafitta
(Perugia) (am) (AC) N.55
- Teramo (forse da identificare con altri in
provincia di Teramo?)
- Tolentino (Macerata) (AC) (necessita approfondimento su consistenza
num. jugoslavi)
- Tollo presso Lanciano
(Chieti) (AC) N.33
- Torre de’ Passeri
(PE) [G. Visintin]
- Tortoreto Alto
(Teramo) (AC) N.34
- Tortoreto Stazione
(Teramo)
- Tossicia (Teramo)
(AC) N.35
- Trecate (Novara)
- Treia (Macerata)
(AC) N.11
- Tremiti (isole,
Foggia) (AC) N.45
- furono "le uniche isole di deportazione i
cui internati non vennero evacuati nell'estate 1943. (...) Il 20
settembre '43, un centinaio di deportati (in buona parte slavi),
impossessatisi di un grosso natante, riuscì a fuggire alla volta
di Bari, nonostante il tentativo di opposizione messo in atto dai
Carabinieri" (C.S. Capogreco: I campi del duce pag.240)
- Tribussa di Chiapovano - Trebuša (AM)
- Urbisaglia
(Macerata), "Abbadia
di Fiastra"
N. 53 (AC) N.10
- Ustica (isola, Palermo) (AC) N.48
- il 1/11/1942 ospitava almeno "750
montenegrini, 500 sloveni e 150 croati"; in seguito furono tutti
distribuiti in altri campi (C.S.
Capogreco: I campi del duce
pag.247)
- Ventotene (isola, Latina) (AC) N.17
- Vestone (Brescia) N. 23
- Vetralla
(Viterbo) [costituzione il 12 luglio 1942,
ACS A5G b. 117]
- Volzana di Tolmino (Slovenia)
- Vinchiaturo (Campobasso) (AC) N.36
- Visco (Udine) (AC) N.56
- Zlarino/Zlarin presso Zara/Zadar (Dalmazia) (AC) N.63
- Zola Predosa (Bologna) * (ACS
Ariani internati (buste 26 e 160)
Marco Minardi: Tra chiuse mura. Deportazione e campi di
concentramento nella provincia di Parma 1940-1945, Comune di
Montechiarugolo, 1987
"VILLA OLIVETO".
CENTRO DI DOCUMENTAZIONE SUI CAMPI DI CONCENTRAMENTO
ITALIANI: http://www.storiaememorie.it/villaoliveto/
Valeria Galimi: L'internamento in
Toscana, in: E. Collotti (a cura di), Razza e Fascismo. La persecuzione contro
gli ebrei in Toscana 1938-1943. Studi e documenti, Carocci, Roma
1999
PUGLIA
Francesco Terzulli: L'internamento fascista in Puglia,
in «Bollettino della Fondazione Ferramonti» n.2-3,
gennaio-giugno 1989
Paola Monacchia: L'internamento in Umbria, in L'Umbria dalla guerra alla Resistenza,
Atti del Convegno Dal conflitto alla
libertà: Perugia, 30 novembre-1 dicembre 1995, a cura di
Luciana Brunelli e Gianfranco Canali, Foligno : Editoriale umbra,
[1998] ISBN - 88-85659-54-3
GENERALE
N. Kardoš: Il cammino vitale del partigiano
Kirija
M.
Gombac: I bambini sloveni nei campi di concentramento
italiani (1942-1943)
Gli interventi di A.
Kersevan al convegno di Torino, 19/10/2007
B.M. Gombač, D. Mattiussi, D. (a cura di): La
deportazione dei civili sloveni e croati nei campi di concentramento
italiani... (2004)
F. Galluccio: I lager in Italia. La memoria
sepolta nei duecento luoghi di deportazione fascisti,
Nonluoghi libere edizioni, 2003
C.S. Capogreco: Una storia rimossa
dell’Italia fascista. L’internamento dei civili jugoslavi (1941-43),
in «Studi storici» n.1, gennaio-marzo 2003
C.S. Capogreco: Aspetti e
peculiarità del sistema concentrazionario fascista. Una
ricognizione tra storia e memoria, in AA.VV., Lager, totalitarismo, modernità,
Bruno Mondadori, Pavia 2002
C. di Sante (a cura di): I campi di
concentramento in Italia. Dall’internamento alla deportazione
(1940-1945), Atti del Convegno tenuto a Teramo nel 1998, Franco
Angeli, Milano 2001
C. Saletti: Campi d’Italia,
in «Verona contemporanea», Istituto per la storia della
Resistenza e dell’età contemporanea di Verona, a. IV n.1, 2000
C.S. Capogreco: L’oblio delle
deportazioni fasciste: una “questione nazionale”, in «Nord
e Sud» n.6, 1999
T. Ferenc: La deportazione di massa
delle popolazioni jugoslave nella seconda guerra mondiale, in: Spostamenti
di popolazione e deportazioni in Europa 1939-1945 (1987)
S. Carolini (a cura di): «Pericolosi
nelle contingenze belliche». Gli internati dal 1940 al 1943,
Anppia, Roma 1987
Foto
dai campi di prigionia italiani (dal sito de La Nuova Alabarda)
Ebrei jugoslavi internati in Italia durante
il periodo bellico (3222 nominativi - da
http://www.annapizzuti.it/ )
La lotta dei partigiani jugoslavi
ex-detenuti nei campi in Italia: i monumenti
Presentazione del progetto
GONARS THE ITALIAN LOST
MEMORY
Il progetto presentato dal Comune di Gonars, ed affidato nella sua
realizzazione alla Kappa Vu di Alessandra Kersevan (già autrice
di una importante ricerca storica sul campo “Un campo di concentramento
fascista. Gonars 1942-1943”), intende proseguire sulla strada del
recupero della memoria storica individuando nei giovani il target di
riferimento principale della propria attività e nelle tecnologie
multimediali (web, cd-rom, dvd ecc.) lo strumento più idoneo a
trasmettere questi contenuti.
Gli obiettivi del progetto sono:
1. Preservare la memoria storica riguardante i tragici avvenimenti
della deportazione di massa di donne, bambini, anziani e uomini dalla
allora “provincia di Lubiana” e dagli altri territori jugoslavi annessi
dall’Italia dopo il 1941;
2. Trasmettere la conoscenza degli avvenimenti accaduti a Gonars nel
1942-43 alle presenti e future generazioni, non solo in Friuli Venezia
Giulia, ma anche in Italia, Slovenia e Croazia e in altri paesi;
3. Contribuire a creare e a consolidare una presa di coscienza
collettiva nazionale in merito alla storia del fascismo in Italia e dei
campi di concentramento;
4. Contribuire alla creazione e promozione di una cultura di pace e
collaborazione tra i popoli, alla conoscenza tra le genti
affinchè queste tragedie non accadano più.
Il progetto consiste in due parti:
1) il sito http://gonarsmemorial.eu/ [era:
www.gonarsmemorial.org]
2) un video-documentario in DVD
con la storia del Campo di concentramento di Gonars.
Realizzazione del sito web/portale
La realizzazione del sito sarà lo strumento principale
attraverso il quale informare e sensibilizzare le persone in Italia e
negli altri paesi europei e non solo, riguardo ai fati accaduti a
Gonars. Il sito web, infatti, presenterà una selezione, adatta
al grande pubblico e di immediata comprensione e impatto, dei contenuti
presentati sul cd-rom e avrà una funzione principalmente
divulgativa. Il sito web/portale ospiterà anche la rete virtuale
dei comuni italiani, sloveni e croati. La sua struttura sarà
tale da permettere l’aggiornamento e l’adattamento continuo e costante
nel tempo dei contenuti. Sarà costruito in due lingue italiano e
inglese con alcuni inserti e link in lingua slovena e in lingua croata.
Il sito sarà ancorato ai principali motori di ricerca del web,
sarà collegato ad altri siti dal contenuto analogo in Europa e
si provvederà anche a inserirlo nell’ambito dei circuiti di
turismo tematico nello specifico in quelli relativi al turismo
culturale e in quelli relativi ai percorsi storici.
Realizzazione DVD
Il dvd si configura come uno strumento agile e di sicuro interesse, in
particolar modo per le persone giovani ma non solo. Il pregio di tale
strumento è quello di poter coniugare contenuti scritti
come lettere e documenti con l’immagine delle persone, testimoni
diretti o indiretti dei fatti accaduti e la possibilità di
ricreare virtualmente il campo di concentramento per internati civili
di Gonars. E’ uno strumento di facile utilizzo anche per la didattica.
Avrà una durata di ca. 1 h e ciò permette di svolgere
un’interessante lezione di storia con i seguenti contenuti:
- contestualizzazione degli avvenimenti, le premesse storiche: il
nazismo e il fascismo; l’occupazione della Jugoslavia; l’annessione
della provincia di Lubiana da parte delle autorità italiane e la
politica repressiva contro il movimento partigiano;
- deportazione di massa; i campi di concentramento per internati civili
in Italia
- il campo di concentramento per internati civili di Gonars;
- testimonianze.
Un campo di
concentramento fascista. Gonars 1942-1943. Recensioni
Da: Mauro Daltin
Data: Monday 21 November, 2005
Recensione:
Pagine dal campo fascista
di Gonars
di Giulia Calligaro - Il
Sole 24 Ore
Il giorno della memoria per non dimenticare tragici fatti che hanno
coinvolto anche l'Italia.
Ce lo ricorda Alessandra Kersevan, ricercatrice all'Università
di Trieste, nel suo libro "Un campo di concentramento fascista" (ediz.
Comune di Gonars/Kappavu), un'opera che vuole contribuire a diffondere
la conoscenza del sistema dei campi di concentramento fascisti e in
particolare la tremenda vicenda che si svolse a Gonars, in provincia di
Udine nel 1942-43, dove venne impiantato un campo in cui furono
rinchiusi migliaia di sloveni e croati. Fu il più grande campo
di concentramento per internati civili jugoslavi al di qua del vecchio
confine gestito dal Regio esercito. Dalla primavera del 1942 al
settembre del '43 vi furono internate 6 mila persone, uomini, donne,
vecchi e bambini. Morirono in 500 per la fame, il freddo, le malattie.
Gli internati provenivano per il 90% dal Gorski Kotar, la regione
montuosa a nord-est di Fiume, che subì un vero e proprio
martirio da parte dell'esercito italiano. La ricerca è stata
condotta nell'Archivio di Stato di Udine ed è continuata poi in
vari altri archivi italiani, fra cui l'Archivio Centrale dello Stato,
quello dello Stato Maggiore dell'Esercito e l'Archivio di Stato di
Lubiana.
L'autrice si è avvalsa inoltre di testimonianze orali e memorie
scritte di ex prigionieri, ex soldati del contingente di guardia e
gente di Gonars.
Il campo di Gonars fu il campo fascista in cui si ebbero le peggiori
condizioni di vita. Il progetto era quello di ripopolare la regione con
gli italiani. Ma il caso Gonars rimase invisibile nell'Italia del
dopoguerra, in parte anche per l'effetto assolutorio di Auschwitz nei
confronti degli altri campi. Eppure i documenti parlano chiaro e grave:
nella notte tra il 22 e il 23 febbraio 1942, Roatta, Robotti e
Grazioli, i militari responsabili del rastrellamento, fanno circondare
Lubiana con reticolati di filo spinato: la città diventa
così un immenso campo di concentramento. Robotti spega al Duce
il suo metodo: "Gli uomini sono nulla". E comunica la sua intenzione di
"arrestare in blocco gli studenti di Lubiana". I rastrellamenti sono
operati dai granatieri di Sardegna. Il genrale Orlando, comandante
della divisione, prevede lo sgombero delle persone "prescindendo dalla
loro colpevolezza". Alla fine di giugno Orlando comunica che con
l'arresto di "5.858 persone si è tolto dalla circolazione un
quarto della popolazione civile di Lubiana". Il campo di Gonars,
allestito per gli arrestati sloveni, in poche settimane è pieno.
In estate viene approntato in fretta e furia il campo di tende
sull'isola di Rab. Il vescovo di Krk, monsignor Srebnic, il 5 agosto
1943 in una lettera la Papa parlerà di più di "1.200
internati morti". Alla fine del 1942 il sottosegretario all'Interno
Buffarini dà notizia al Duce che "50 mila elementi sloveni sono
stati internati in Italia". Nell'autunno 1942 la diocesi di Lubiana fa
arrivare alla Santa Sede un documento dal tono molto preoccupato, che
chiedeva interventi per evitare che i campi "diventino accampamenti di
morte e di sterminio". Il Vaticano la inoltra al ministero dell'Interno
fascista. Risponde – sempre seguendo le testimonianze raccolte dalla
Kersevan – proprio il generale Roatta, minimizzando la situazione,
contestando i dati e rimproverando il Vaticano, poiché "i
comandi militari non hanno bisogno di suggerimenti per quanto riguarda
i doveri di umanità". Il segretario dell'arcivescovo di Zagabria
nel '43 denuncia alla Croce Rossa italiana che a "Gonars si trovano
oltre 4 mila croati, in maggioranza donne e bambine che soffrono molto
e muoiono in gran numero". Il 27 marzo 1943 il prefetto di Udine impone
all'Autorità ecclesiastica di bloccare i pacchi per evitare che
"aiuti siano prodigati a una razza siffatta che non ha mai nutrito,
né nutre, sentimenti favorevoli all'Italia".
http://www.romacivica.net/anpiroma/deportazione/deportazionecampi1a.htm
Il campo di concentramento di Arbe/Rab
Il campo di Arbe, una delle isole che costellano il lato orientale
dell'Adriatico (oggi territorio della Repubblica di Croazia), fu aperto
nel luglio del 1942 ed ospitò complessivamente circa 15.000
internati tra sloveni, croati, anche ebrei. In poco più di un
anno di funzionamento (il campo cessò di esistere 1'11 settembre
del 1943), il regime di vita particolarmente duro causò la morte
di circa 1.500 internati.
La storia del campo
Il 7 luglio 1942 il comandante della II Armata, Roatta, informa il
comando del’XI Corpo d'Armata: il comando superiore aveva predisposto a
Rab un campo con 6.000 persone sotto le tende... oltre a questo campo,
ne sarebbe stato preparato un altro per 10.000 persone. Viene
così edificato il primo campo di concentramento, definito n.1.
Successivamente entrano in funzione i campi II, III, IV. Il Campo III
fu destinato a donne e bambini, esso era situato ai limiti di una
puzzolente palude. Gli altri erano collocati a ridosso di latrine che
traboccavano in caso di forti temporali, allagando i campi.
A fine luglio 1942 avviene il primo trasporto di internati. La guardia
armata dei campi dell'isola di Rab, viene inizialmente affidata a
militari del V Corpo d'Armata, successivamente sostituiti da una
guarnigione di 2.000 soldati e ufficiali, più 200 carabinieri.
Gli stessi detenuti sopravvissuti hanno riferito che la maggioranza dei
soldati e di giovani ufficiali manifestavano una certa apatia, non
accanendosi sui prigionieri.
Nella primavera del 1943, si presentano i primi segni di sfacelo della
guarnigione, si palesano volontà di avvicinamento verso i
detenuti, malgrado la ferrea disciplina imposta dal comandante del
campo, il tenente colonnello Vincenzo CIAULI, fanatico fascista,
sadico, uso ad adoperare solo la frusta. Odiato anche dai soldati
italiani.
In una relazione delle forze armate italiane sui trasporti militari,
ritrovata nel campo dopo la liberazione, sono elencati tutti i singoli
arrivi con il numero dei deportati. In totale essi risultano 9.537
persone (4.958 uomini, 1296 donne,1.039 bambini), più 1.027
ebrei (930 donne, 287 bambini); per un totale di 10.564. (sono esclusi
quelli in transito verso altri campi, compresi quelli sul suolo
italiano). I deportati sono stipati in piccole, vecchie tende militari,
scarsamente o per nulla impermeabili, su paglia già usata, con
una leggera coperta: il tutto pieno di pidocchi e cimici.
Molti sono stati rastrellati mentre lavoravano nei campi in estate,
sono semi nudi e nulla viene dato loro per coprirsi. Condizioni
bestiali, in particolare per l'autunno e l'inverno: pioggia, neve, con
la gelida bora imperversante. Le migliaia di detenuti dispongono di
soli tre rubinetti per l'acqua, erogata tre ore al mattino e tre ore al
pomeriggio. Nei casi di punizione l'acqua viene tolta.
Per la fame, il freddo, gli insetti, le malattie, la mortalità
diventa elevatissima, in particolare per i bambini, le donne (alcune
sono partorienti), vecchi (un internato ha 92 anni). Le
possibilità di sopravvivenza concerne solamente i più
robusti fisicamente e spiritualmente più resistenti.
E' ignoto il numero dei deportati morti nel campo di concentramento di
Rab (sarebbero almeno 1500).
Si possono solo citare brani di una lettera, in data 15 dicembre 1942,
dell'Alto Commissario, Grazioli:
"... mi riferiscono che
in questi giorni stanno ritornando degli internati dai campi di
concentramento, specialmente
da Rab. Il I medico provinciale... ha costatato che tutti senza eccezioni, mostrano sintomi del
più grave deperimento e di
esaurimento, e
cioè: dimagramento patologico, completa scomparsa del tessuto grasso nella cavità degli
occhi, pressione bassa, grave atrofia muscolare, gambe gonfie con accumulo di
acqua, peggioramento della vista (retinite), incapacità di
trattenere il cibo, vomito, diarree o grave stipsi, disturbi funzionali, auto
intossicazione con febbre."
Il comandante di allora dell’ XI corpo d'armata, il criminale di guerra
Gastone Gambara, risponde scrivendo, tra l’altro di suo pugno: "è comprensibile e giusto che il
campo di concentramento non sia un campo di ingrassamento. Una persona ammalata
è una persona che ci lascia in pace".
"Nelle vicinanze del
campo esisteva un ambulatorio, così viene descritto. La casa
aveva alcune camere e una cantina. Doveva servire per gli ammalati
più gravi, tuttavia succedeva raramente che anche là
venisse inviato qualche simile ammalato. Essendo il numero dei letti
insignificanti, gli ammalati giacevano nei corridoi e persino in
cantina, addirittura per terra. In cantina finivano di solito malati
gravi che erano già sul punto di morte".
A pochi mesi dalla liberazione, alcuni alberghi di Rab vennero
trasformati in ospedale. I medici sono ritenuti "buoni ed umani... ma non potevano fare
niente con una amministrazione incapace e corrotta".
Nell'inizio dell'estate del 1943, si estende la convinzione di una
prossima, generale disfatta del nazifascismo. Alcuni miglioramenti
furono introdotti nei campi e negli ospedali di Rab... Con il 25 luglio
1943, e la fine della ventennale dittatura fascista, le prospettive nel
campo non cambiano. Gli internati reagirono "spontaneamente e
sorprendentemente: cantando", prima canti popolari poi quelli
partigiani; carabinieri e militari non reagirono.
Intanto si intensifica, fra chi è rimasto vivo,
l'attività politica e la formazione di nuclei partigiani
clandestini per la liberazione dei campi.
L'8 settembre 1943, di sera, "scoppiò
improvvisamente un'ondata di entusiasmo nelle truppe di occupazione".
Guardie e carabinieri rimasero al loro posto; ciò malgrado, il
10 settembre venne organizzata dai gruppi clandestini un’assemblea dei
detenuti, fu eletta una nuova amministrazione del campo, ammainata la
bandiera italiana. I militari italiani sono disarmati e portati nel
porto di Rab, arrestati il Ciauli ed una spia già nota. Si forma
la brigata partigiana "Rab"; i giorni 15 e 16 settembre sbarco sul
continente. Ciauli viene processato e condannato alla fucilazione.
/(dai siti Pinerolo Cultura e rossaprimavera.org)/
Fonte: http://it.groups.yahoo.com/group/tera_de_confin/message/11674
http://www.unive.it/media/allegato/dep/Ricerche/4-I_bambini_sloveni_nei_campi_di_concentramento_italiani.rtf
Ripubblicato in: Stradalta
(rivista dell'Associazione Storica Gonarese), anno I n.1, aprile 2008
(Ed. KappaVu)
I bambini
sloveni nei
campi di concentramento italiani (1942-1943)
di
Metka Gombač
Il tema dei bambini vittime della guerra non è stato ancora
esplorato
a fondo. Benché nella retorica quotidiana i giovani assumano il
valore
di simbolo del futuro, ben poco in verità, si è indagato
sulla loro
condizione e sulla loro sorte in una guerra senza quartiere, come la
seconda guerra mondiale. Il diario di Anna Frank ha forse consentito a
molti di intuire di che cosa nazismo e fascismo sono stati capaci
contro i bambini, ma, come si può evincere dalla storia qui
raccontata, quello di Anna fu soltanto un tassello di una tragedia
molto più vasta.
La seconda guerra mondiale portò violenze e traumi ai
bambini nel
nordest d' Italia (dove furono eretti campi di concentramento) e
nelle regioni contigue della Slovenia e della Croazia (serbatoio di
rastrellati ed internati). Da quando la Jugoslavia entrò
nell´orbita
dell'imperialismo italiano, tedesco ed ungherese, per i suoi abitanti
non ci fu più pace. Dopo l'aggressione alla Slovenia (avvenuta
il 6
aprile 1941) le forze dell'Asse decisero di dividersi il territorio
conteso: il Reich tedesco optò per le regioni del nord (lo
Stayer e la
Carniola superiore), l'Ungheria per le regioni a ridosso del fiume
Mura e l'Italia per le regioni che dalla Sava scendevano verso sud,
verso la provincia di Fiume e verso la Croazia. Le forze d'occupazione
italiane tentarono di assimilare su un territorio di 4.450 chilometri
quadrati ben 336.279 sloveni che, con il decreto reale 291 del 3
maggio 1941, istitutivo della Provincia di Lubiana (fuori da ogni
legge di guerra), divennero sudditi del Regno d'Italia. Mussolini
nominò a capo di questa Provincia due funzionari, Emilio
Grazioli come
Alto Commissario per le questioni civili e il generale Mario Robotti,
comandante dell XI armata, per le questioni militari. Anche se i
rapporti ufficiali delle autorità che da Lubiana andavano a Roma
notificavano un' occupazione relativamente tranquilla, l'OF, il fronte
di liberazione sloveno (una coalizione formata da comunisti, da
cristiano sociali e da frange dissidenti liberali), che dal 27 aprile
1941 dirigeva da Lubiana tutto il movimento di liberazione, accertava
che già nei primi giorni d'occupazione ben 400 intellettuali
sloveni e
fuoriusciti dalla Venezia Giulia erano stati rinchiusi senza alcun
fondato motivo. Era vero dunque, come riferivano i rapporti dell'OVRA,
che sotto una pace apparente covava il malcontento e che gli sloveni
mal sopportavano l'occupazione italiana. Anche a parere di Natlacen,
Pucelj e Gosar, i dirigenti politici dei partiti sloveni che avevano
scelto di collaborare, l'occupazione da parte delle forze tedesche
sarebbe riuscita più gradita dell'occupazione italiana.
Stereotipi di
superiorità verso i latini, stereotipi diffusi in Austria
già dal
tempo di Radetzky, suggerivano ai lubianesi una preferenza esplicita
per il Reich. Il malcontento cresceva anche a cusa dei frequenti posti
di blocco, dell'introduzione della lingua italiana
nell'amministrazione e nella scuola pubblica e dell'impatto negativo
dell'esercito con la realtà locale. Inoltre le manifestazioni di
esplicito razzismo non potevano non incrinare le relazioni tra le
forze d'occupazione e la realtà locale. Dichiarazioni come
quella del
prefetto Temistocle Testa che gli sloveni erano «un popolo che
ogni
giorno di più sta dimostrando di essere quello che sempre
è stato,
cioè una razza inferiore che deve essere trattata come tale e
non da
pari a pari», sono un significativo esempio[1].
Dopo l'attacco all'Unione sovietica, l'OF, il movimento di liberazione
sloveno, proclamò la guerra armata contro tutti gli invasori,
organizzando a Lubiana, ma anche in altri luoghi della Slovenia, una
rete di strutture illegali tra le quali la Difesa popolare, il
Servizio di informazioni, il Servizio per il finanziamento della
lotta, il Centro di raccolta viveri e armi e il Soccorso nazionale
sloveno (sulla falsariga del Soccorso rosso). Lo stesso schema venne
ripetuto nelle città di Vrhnika, Logatec, Novo Mesto, Kocevje,
Crnomelj e altre ancora, dove esistevano già alcuni gruppi di
partigiani armati pronti ad agire. Per mobilitare la popolazione si
istituirono sistemi di comunicazione illegali (radio e quotidiani) che
dovevano creare un' atmosfera utile al boicottaggio generale di tutte
le forze d'occupazione[2].
Uno dei primi ordini per colpire le comunicazioni ferroviarie e
stradali fu dato il 19 ottobre 1941. I gruppi armati partigiani
attaccarono con successo nelle zone boschive vicino a Vrhnika il ponte
di Verd e per qualche tempo tutti i collegamenti ferroviari e stradali
da Lubiana all'Italia furono interrotti. Questa azione soprese i
comandi dell'esercito d'occupazione che reagì con una
controffensiva
organizzata dal generale Robotti il quale si avvalse della sua
competenza nella lotta antipartigiana. Ma questo continuo passare al
settaccio regioni intere creò tra la popolazione residente un
grande
disagio e un grande malcontento, da cui trasse vantaggio la resistenza
slovena che andò ingrossando le file del proprio movimento.
Anche se i reparti armati partigiani dovettero temporaneamente
ritirarsi in zone più sicure (un triangolo tra Lubiana il
confine con
la Croazia e la Provincia di Fiume), un mese più tardi il comando
italiano constatò che le azioni partigiane si stavano ripetendo
e che
molte postazioni periferiche non potevano più essere mantenute.
Gli
attacchi alla cittadina di Loz (19 ottobre 1941), al ponte di Preserje
(4 dicembre 1942) e nuovamente al viadotto di Verd (2 febbraio 1942),
sulla linea ferroviaria Lubiana - Trieste, crearono difficoltà
insormontabili ai vertici dell' esercito. Fu allora che il generale
Mario Robotti pensò dapprima di regolare i conti con
il suo
concorrente per gli affari civili Grazioli e poi di mettere a ferro e
a fuoco tutta la regione a sud della capitale slovena. Nel gennaio del
1942 egli sottolineò che tutta la provincia di Lubiana, e in
particolare la sua capitale, andavano considerate zona di operazioni.
Consapevole del fatto che la direzione della resistenza slovena aveva
sede a Lubiana, Robotti decise di porre la citta' sotto controllo
cingendola con cerchi concentrici di filo spinato intervallati da
posti di blocco superabili soltanto con lasciapassare italiani.
Sin
da 23 febbraio 1942 la divisione di fanteria «Granatieri di
Sardegna»,
coadiuvata dai carabinieri, dalla polizia e dalla guardia alla
frontiera, dette il via alla cosidedtta azione di disarmo della
popolazione cittadina, ossia ad accurate perquisizioni delle persone e
delle loro abitazioni. Ogni giorno fu sottoposto a tale provvedimento
uno dei quattordici settori della città e tutti gli uomini tra i
venti
e i trent' anni di età vennero trasferiti nella caserma Vittorio
Emanuele III di Tabor per essere identificati da delatori sloveni che
vestivano uniformi italiane. Questo grande rastrellamento si protrasse
a Lubiana per ben 19 giorni, fino al 14 marzo 1942, e i dati riportati
nei rapporti parlano della cattura o dell'arresto di ben 20.037
persone. Anche se questa imponente serie di rastrellamenti urbani non
riuscì a intaccare la struttura dirigente della resistenza
slovena,
molti resistenti dovettero subire un destino segnato da baracche e da
filo spinato. Sui treni che partivano verso i campi di concentramento
di Gonars, Visco e Renicci presero posto moltissimi attivisti e
attiviste del fronte di liberazione, ma anche tanti e tante
intellettuali ed ex ufficiali dell' esercito jugoslavo. Più tardi
l'azione repressiva si intensificò con l'attività
del Tribunale
militare di guerra (TMG) che iniziò la sua attività nella
primavera
del 1942 con la condanna a morte di 28 partecipanti alla distruzione
del viadotto di Preserje. Il TMG continuò ad operare fino all'
armistizio dell' 8 settembre 1943[3].
Dopo l'ordine di Mussolini a Gorizia del 31 luglio 1942, secondo cui
bisognava «ammazzare tutti i maschi slavi», il II Corpo d'
Armata
pubblicò, in forma riservata, un documento volto stroncare il
movimento di resistenza sloveno, e cioè la Circolare 3 C,
contenente
le direttive per la repressione sia del movimento armato che dei
civili in Slovenia. La circolare fu firmata dal generale Mario Roatta,
militare di professione, nato a Modena nel 1887 e comandante dal
gennaio del 1942 della II armata, quella che controllava la Dalmazia,
la costa croata e le zone montane della Provincia di Lubiana. Nel 1944
Roatta fu condannato dagli alleati all' ergastolo in contumacia[4].
Fu in base ai suoi ordini che l'esercito italiano effettuò una
serie
di massicci rastrellamenti contro la popolazione civile, che si
protrassero dall'estate 1942 fino all'autunno dello stesso anno. Ben
70.000 soldati italiani dislocati sul fronte balcanico passarono al
settaccio un terreno di 3.000 chilometri quadrati a sud di Lubiana,
dove vennero rasi al suolo centinaia di paesi, effettuati massacri
indiscriminati di ostaggi e da dove vennero mandati in internamento
nei cosiddetti «campi del Duce» circa 30.000 persone, in
gran parte
donne, vecchi e bambini. Due di questi campi di concentramento per
civili furono istituiti a ridosso del fronte SLO-DA verso i
partigiani, uno sull´isola di Rab - Arbe e l´altro
sull´isola di Olib,
altri ancora furono eretti a ridosso del vecchio confine
italo-austriaco in Friuli e nel Veneto nelle località
tristemente note
di Gonars, di Visco, di Monigo presso Treviso e di Renicci presso
Padova[5].
A soffrire di più in questi campi furono senz´altro i
bambini. Sembra
che fino ad ora, né la storiografia, né le testimonianze
orali siano
riuscite a tracciare una quadro esauriente del vissuto dei bambini,
l´anello piu' debole nella catena di coloro che nel corso del
conflitto subirono violenza. Il bambino rimane ancora sempre
fatalmente legato al mondo degli adulti, soprattutto nelle condizioni
estreme portate dalla Guerra e dall´internamento. In riferimento
ai
bambini che hanno subito la violenza di un campo di concentramento, si
parla generalmente di «infanzia violata», di una sindrome,
dunque,
indelebilmente impressa nella loro memoria. Come ebbe a dire nel corso
di un´intervista Herman Janez, uno dei bambini sopravissuti sia al
campo di Rab che a quello di Gonars: «dal 1952 sono ritornato a
Rab
per ben 52 volte per ricordare i miei parenti e tutti quelli che sono
morti lì, ma anche per ritrovare un pezzo di me stesso. La mia
infanzia è rimasta per sempre lì»[6].
Nell´aggressione italiana alla Slovenia, anche i bambini, al pari
delle generazioni adulte, pagarono il loro prezzo in termini di
violenza e terrore. Conobbero fatalmente anche i rastrellamenti, gli
incendi, la morte, lo stigma razziale e nazionale, la
snazionalizzazione forzata e la deportazione nei campi di
concentramento dove andarono incontro all´eliminazione fisica
nella
forma più brutale. Quando la guerra nella provincia di Lubiana
divenne
totale, gli adolescenti, assieme ai loro genitori, si ritrovarono in
una condizione di disorientamento e smarrirono la propria
gioventù.
Qualcuno li aveva spinti in un mondo che non era il loro mondo e
questo qualcuno aveva progettato per loro la deportazione nei campi e
l´incontro quotidiano con la morte.
Indagando le motivazioni di questo terrore generalizzato, ho
incontrato presso l´Archivio di Stato sloveno una serie di
scritti e
di disegni infantili, che parlano proprio delle condizioni di vita dei
bambini sopravissuti ai campi del Duce. L'impulso a redigere questi
scritti fu dato a questi giovani diseredati dalle autorità
scolastiche
partigiane nei territori liberi già negli anni 1944-45, per
salvaguardare in questo modo la memoria e la personalità di
queste
piccole vittime della guerra. In una dichiarazione scritta da Drago
Kalicic di dieci anni si può leggere:
Io sono senza padre. È stato fucilato dagli Italiani. Un giorno
sono
entrati nel mio paese. Ci hanno fatto uscire dalla casa. Tutti
piangevamo disperati ma mia mamma era quella che forse piangeva di
più. Hanno preso e rinchiuso mio padre. Con lui hanno portato via
tanti altri uomini. Poi ci hanno fatti andare in fila verso il paese
di Zamost dove hanno fucilato dodici uomini. Tra questi c´era
anche
mio padre. Quando lo abbiamo saputo abbiamo pianto tanto. Poi hanno
bruciato la nostra casa e ci hanno portati verso
l´internamento[7].
I deportati, e soprattutto i bambini, conobbero una nuova drammatica
realtà, quella di dover sopravvivere nei campi di concentramento,
praticamente senza cibo, con poca, pochissima acqua e in condizioni
igeniche e sanitarie inumane. A causa di queste condizioni morirono
nel breve, ma anche nel lungo periodo, numerosissimi adulti persero la
vita e anche tanti bambini. La prima vittima del campo di Rab - Arbe
fu proprio un bambino, Malnar Vilijem, nato a Zurge presso Cabar il 22
maggio 1942. Così scrisse nella cronica del monastero
francescano di
Sant' Eufemia di Rab, il frate Odoriko Badurina: «Ieri, 5 agosto
1942,
abbiamo sepellito nel locale cimitero un piccolo angelo di due mesi,
Vilijem Malnar, la prima vittima tra questi internati»[8].
La condizione degli internati variava da campo a campo. Se per il
campo di concentramento per civili di Gonars in Friuli, gestito dal
Ministero degli Interni, si può affermare che rispondesse a
requisiti
minimi di vivibilità (pacchi, posta, biancheria personale ecc.),
la
situazione nei campi di internamento parallelo, come li definì
Carlo
Spartaco Capogreco, era completamente diversa. Qui, gli internati,
donne, vecchi e bambini, erano costretti ad una disperata lotta per la
sopravvivenza, nascosti al mondo ed anche agli occhi indiscreti della
Croce Rossa internazionale. L'esercito italiano, che gestiva questi
campi (Rab, Olib), aveva già alle spalle una certa esperienza
nella
realizzazione di campi di concentramento; basti pensare a quelli
eretti in Libia dal generale Graziani in cui trovarono la morte
migliaia di internati. Il campo di concentramento di Rab - Arbe
rispondeva proprio al modello dei campi creati da Graziani in Africa e
non fu per caso che a Rab - Arbe e negli altri campi gestiti
dall´esercito morirono di fame, di sete, di freddo e di stenti
migliaia di civili[9].
Il sistema concentrazionario realizzato dall´esercito italiano nei
territori occupati della Slovenia, per il numero dei deportati e delle
vittime e per i metodi di gestione realizzati a Rab - Arbe, ricordava
più i peggiori campi di concentramento africani, che non le
forme di
internamento degli oppositori del regime. La stessa presenza di
vecchi, donne e bambini nei campi è illuminante a proposito.
Tutti i
campi realizzati dall´esercito nel corso della seconda guerra
mondiale
furono definiti ufficialmente «campi di concentramento».
Carlo
Spartaco Capogreco ha definito giustamente illegale o meglio
«fuori
legge» l´internamento dei civili sloveni praticato dal
regime fascista
dopo l´invasione della Jugoslavia. Invasione, che peraltro
avvenne al
di fuori di ogni legge di guerra con il bombardamento improvviso di
Belgrado e, in seguito, con l´annessione della Slovenia
all´Italia già
nel corso della guerra. Occorre anche distinguere, e in questo ci
aiuta molto l'analisi di Tone Ferenc, tra la violenza espressa in
queste zone dall'esercito italiano nel 1941, violenza mirata ad
obiettivi politici e militari ben definiti, e quanto avvenne a partire
dal 1942, quando fu decisa e attuata una vera e propria strategia del
terrore verso la popolazione civile. Le nuove direttive proposte da
Roatta e dagli alti comandi, in un quadro ideologico marcatamente
razzista, prevedevano l´utilizzo contro i civili degli stessi
metodi
applicati dai nazisti sul fronte orientale: dall´incendio dei
villaggi, alla fucilazione degli ostaggi, alla deportazione in massa
in campi di concentramento per creare il vuoto attorno alle forze
partigiane. In questo quadro non dovrebbe sorprendere che il tasso di
mortalità registrato nel campo di concentramento di Rab -
Arbe, a
causa della fame, del freddo e delle spaventose condizioni igenico -
sanitarie, sia stato per lunghi periodi superiore a quello dei
peggiori campi di concentramneto nazisti, se si escludono quelli di
sterminio. La differenza consiste solo nell´assenza di camere a
gas e
di crematori, sostituiti però da condizioni di vita
insopportabili, di
cui, ovviamente, furono i bambini le vittime principali. Si tratta in
ogni caso di morti che non possono essere attribuite a fattori casuali
e non previsti, come potrebbero esserlo le espidemie in conseguenza
del sovraffollamento. L´alto numero dei decessi è il
risultato di
decisioni prese a tavolino, nel momento in cui si programmava, ad
esempio, un vitto del tutto insufficiente. Ciò avveniva, sia per
non
sottrarre risorse all´esercito, sia per rendere i prigionieri
più
deboli e quindi più controllabili con il minor impiego di
truppe. Non
si condanna a morte, quindi, ma si lascia morire, e questo non solo
nell´inferno di Rab - Arbe. A morire per primi furono i bambini,
sia
quelli giunti con le tradotte, che quelli nati nei campi.
L´internamento e la morte dei neonati venivano considerati dai
vertici
dell´esercito un collateral damage, da non prendersi seriamente.
Le
rubriche ufficiali del campo di Rab - Arbe distinguono i decessi
unicamente secondo il genere. Se non fosse per i documenti
d´archivio
e per le testimonianze dei soppravvissutti, non saremmo mai riusciti a
sapere che le vittime più numerose del campo di Rab - Arbe furono
proprio i bambini. Questi arrivavano al campo con i genitori o, se
orfani, con parenti o conoscenti. Così Herman Janez, che nel 1942
aveva 7 anni, ricorda l´arrivo a Rab - Arbe:
Dalle nostre montagne ci hanno trasportato fino a Bakar, un'
insenatura a sud di Fiume, dove abbiamo dormito all' addiaccio. Mio
nonno stette tutta la notte a ripetere che ci avrebbero buttati in
mare. Il giorno seguente partimmo senza sapere dove ci portassero.
Giungemmo a Rab, dove ci divisero per sesso e per età.
Praticamente ci
avevano diviso definitivamente. Io che ero senza madre dovetti
lasciare mio padre e mio nonno per andare nella parte del campo
riservato alle donne e ai bambini. La paura di restare solo mi fece
urlare e piansi così fino al giorno successivo, quando mi
trasferirono
in un campo intermedio. Mio padre non l´ ho più avuto
vicino e
soltanto a Gonars mi riferirono, alcuni mesi più tardi, che era
morto.
Dormivamo in tende vecchie e logore che facevano passare
l´acqua e
dove si entrava a carponi. La latrina era molto lontana e di notte
facevamo fatica a raggiungerla. Nel caldo torrido dell´estate non
si
poteva trovare alcuna ombra. Pativamo la sete, la fame e
l´attacco di
una moltitudine indicibile di pidocchi. Il ruscello che scendeva dal
campo maschile e attraversava il nostro campo era pieno di pidocchi e
non ci si poteva lavare. Quando arrivava la cisterna dell´acqua le
guardie si scostavano e noi ci buttavamo come pazzi su quel fievole
rivolo d´ acqua. Quando pioveva il campo diventava una distesa di
fango impercorribile. La sporcizia ci faceva impazzire[10].
Quando nella notte dal 28 al 29 settembre 1942 un nubifragio travolse
il campo femminile e l'acqua di mare salì fino alle tende, molti
bambini morirono scomparendo nei flutti. Le autorità del campo
non
fecero niente per salvare gli internati, ma dopo un po' incominciarono
i trasferimenti nel campo superiore chiamato Bonifica e le tende
vennero sostituite da baracche. Poiché la mortalità
aumentava di
giorno in giorno, le autorità militari, verso la fine del 1942,
decisero di trasferire i bambini e le donne più provati in altri
campi
di concentramento, come quelli di Gonars e di Visco[11].
Una sopravissuta, Marija Poje, che oggi ha 84 anni e vive a Podpreska
vicino a Draga, nelle vicinanze di Loski potok, e che trascorse 5 mesi
infernali al campo di Rab - Arbe con il suo bambino, ricorda
così il
trasferimento a Gonars:
In una mattina fredda e piovosa di dicembre ci hanno fatti salire su
una nave stracolma che avrebbe dovuto trasportarci non si sapeva dove.
Quel giorno fuori dal porto si vedevano le onde alte e burrascose. La
stiva era stipata da tantissima gente, però qualcuno ebbe pena
di me e
del mio bambino e ci fece sedere nella stiva riparati dalla pioggia e
dall'acqua di mare. Giungemmo a Fiume la mattina seguente,
infreddoliti e affamati. Ci diedero una tazza di caffè e un
pezzo di
pane, prima di farci salire sul treno che ci trasportò fino a
Palmanova. Poi con dei camion venimmo trasportati al campo di
concentramento di Gonars dove ci misero nelle baracche. Per noi era
una meraviglia sentire la pioggia e rimanere
asciutti, perché a
Rab, se pioveva, anche stando nelle tende eravamo tutti bagnati. Ci
portarono poi in infermeria per disinfestare i nostri vestiti dai
pidocchi e farci fare la doccia. Chiesi a qualcuno che stava lì
dove
dovevo posare il mio bambino prima di entrare nel reparto docce e mi
dissero di posarlo su un mucchio di stracci per quel po' di tempo. Ma
appena entrata nello stanzone qualcosa mi fece uscire per vedere se il
mio bambino fosse sempre lì. Mi si strinse il cuore, quando vidi
che
non c' era più. L'inserviente alla fornace a vapore dove
passavano i
vestiti per disinfestarli dai pidocchi aveva preso il mucchio dove
avevo posato il bambino gettandolo nella stufa. Per fortuna non
l'aveva ancora attivata e un gemito si sentì proprio in quella
direzione. Corsi verso quella stufa a vapore come una matta
riprendendomi il mio bambino. Mia suocera mi aiutò molto,
asciugando i
pannolini bagnati sulla schiena. Ma alla fine questo bambino non
sopravvisse e non sopravvisse neppure mia suocera e neanche il bambino
che dovevo ancora partorire[12].
Nel campo di Gonars, dove dal 1942 erano passati molti internati della
provincia di Lubiana, l´arrivo di centinaia di questi poveretti
provenienti dal campo di Rab - Arbe (i miserabili di Rab)
provocò un
profondo sconvolgimento tra gli internati del campo. La vista di
quegli scheletri ambulanti provocò in molti un intenso
sentimento di
compassione e diede impulso a gesti di solidarietà.
Molti cercavano
di aiutare i superstiti di Rab dando loro il cibo che arrivava
dall´esterno con i pacchi, o capi di vestiario vecchi, oppure
semplicemente fornendo loro notizie fresche. I volti di quei bambini
ammutoliti, che restavano fermi negli angoli per giorni interi senza
muoversi, restarono impressi non solo nei disegni del pittore Stane
Kumar, ma anche nella memoria di tanti internati, bambini compresi.
Ricorda nel suo scritto Milan Cimpric di 9 anni:
A Gonars si pativa una tale fame che faccio meglio a non pensarci.
Mangiavamo anche le bucce che i cuochi buttavano nella fossa delle
immondizie. Una volta siamo caduti tutti quanti in questa fossa e io
ero sotto. Gli altri sono cascati sopra di me. Avevo male alle ossa.
Ho trovato poche bucce. E' stato così triste a Gonars[13].
Queste memorie infantili scritte in pieno tempo di guerra sono
toccanti anche per il loro linguaggio semplice, senza abbellimenti, ma
con l´aggiunta di disegni e schizzi che vorrebbero rappresentare
quei
piccoli episodi di felicità o di paura che si erano fissati nella
memoria dei bambini durante la permanenza nel campo di Gonars.
La vita degli adulti nei campi era assorbita dai tentativi di
arrangiarsi e sopravvivere. Ma era difficile non vedere che la
sofferenza dei bambini aumentava di giorno in giorno. I bambini
più
provati erano soprattutto quelli senza genitori, benché si
trovasse
sempre qualcuno che prendeva il loro posto. Stane Kumar, noto pittore
sloveno anch´egli internato, aveva pensato di alleviare il proprio
dolore facendo degli schizzi ai bambini affamati sia nel campo di Rab
- Arbe che in quello di Gonars. Nelle sue memorie parla della
terribile fame che rendeva i bambini apatici e anemici:
Ho visto la fame della prima guerra mondiale, ma quella non era fame
vera. Quella veramente reale era la fame nei campi dove ad ogni passo
ritrovavi due paia di occhi che ti chiedevano di sfamarli, di dar loro
qualcosa da mangiare. I bambini diventavano ottusi e stavano seduti
negli angoli delle baracche senza parlare. Morivano in tanti di fame e
tu non potevi far niente[14].
Che i bambini fossero l´anello più debole della catena dei
diseredati
finiti nei campi di concentramento italiani, lo conferma
l´«amnesia»
della direzione dei campi stessi, che dimenticò di annotare, tra
i
25.000 internati sloveni, il numero dei bambini che fecero il loro
ingresso nel campo, il numero di quelli che vi nacquero e che vi
persero la vita. Alcuni dati sporadici della fine di agosto del 1942
parlano, per il campo di Arbe, di 1000 bambini sotto i 16 anni, mentre
per il campo di Monigo presso Treviso i dati a nostra disposizione per
il 1943 parlano di 979 bambini su 3.188 internati. Anche se sulle
deportazioni e sull´occupazione italiana della provincia di
Lubiana,
esiste oggi in Slovenia una vasta documentazione, molti dati sui campi
sono tuttora irreperibili, sia per la fretta con la quale le forze
d´occupazione lasciarono la Slovenia, sia perché le
autorità, nella
loro ignominia, non badavano troppo alle cifre dei vivi o dei morti,
degli arrivi e delle partenze, delle nascite e dei decessi nei campi.
Per una riflessione su queste reclusioni forzate ci restano le
testimonianze dei sopravvissuti e i componimenti dei bambini ai corsi
scolastici organizzati nei territori liberi partigiani:
Erano corsi - ricorda Herman Janez - che venivano organizzati proprio
in questa stagione 60 anni fa. E' giugno. Le giornate sono lunghe e
calde. Siamo gli alunni delle scuole partigiane di Podpreska, di
Draga, di Trava, di Osilnica sul fiume Kolpa. Le lezioni vengono
tenute quando non ci sono rastrellamenti in corso. Soprattutto a
Podpreska e a Draga. Maestre pronte al sacrificio ma umili e gentili
vedono davanti a sè nelle classi improvvisate i volti di questi
alunni
già provati seriamente dalla tragedia dei campi, segnati per
tutta la
vita. Noi siamo i bambini della guerra. Le lezioni ormai si svolgono
tutto l'anno dal gennaio 1944 in poi. Si svolgono nelle case
risparmiate dalla guerra, nelle camere dei contadini locali dove
troneggiano stufe di terracotta enormi che mai si spengono. Qui siamo
a 1000 metri d'altezza e le patate appena crescono. Gli occhi dei
bambini sono grandi. Sono vestiti malamente e in generale sono tutti
scalzi. Qualcuno li accompagna a scuola e qualcuno viene a riprenderli.
Sono tanti, ma la maestra Nada Vrecek del paese di Trava, numero
civico 96, è la maestra con il maggior numero di alunni. Tra
loro ben
74 sono senza padre. O è morto a Rab o è stato fucilato
come ostaggio.
Soltanto uno è stato fucilato dai partigiani. La maestra Nada
è in
continuo movimento, ora per ora, giorno per giorno, perchè le
lezioni
si tengono in case diverse. Gli alunni sono stati assenti da scuola
per due anni e allora si capisce che c' è ancora tanto da fare.
Una
volta forse scoppierà la pace e allora voglio, diceva Nada, che
siate
alla pari con queli che non hanno perso 2 anni di scuola. Queste
scuole improvvisate non hanno né lavagne né banchi e i
bambini sono
senza libri e senza quaderni. Rifanno la materia a memoria. Se qualche
gruppo partigiano attraversa il paese, si rimedia una o due matite,
che vengono attentamente tagliate in 3 pezzi, per essere poi divisi
tra gli alunni. Questi scolari, questi «miei poveri
bambini», diceva
sempre Nada, un giorno diverranno adulti. Si dovrano promuovere in una
società che non ricorderà i patimenti patiti. Un giorno
sarete tutti
uguali e Dio vi benedica per questo, ma attenzione, nessuno vi
darà
dei privilegi per quello che avete patito. Quelli che sopravviveranno
dovranno lottare per il pane quotidiano. La maestra Nada Vrecek ha
insegnato per 54 anni. Oggi è nel suo novantaseiesimo anno di
età.
Ancora oggi è solita ripetere che «gli anni passati tra
questi bambini
sono gli anni piu' sentiti della mia vita e non vorrei mai dimenticare
nessuno tra loro». Ma noi eravamo pieni di paura. Eravamo ancora
abbastanza magri e non potevamo stare mai fermi. C'era ancora la
guerra, molte case erano ancora allo sfascio, gli ex internati erano
ancora privi di tutto. Si temevano soprattutto i collaborazionisti,
che si facevano vedere soltanto quando non c´erano partigiani in
circolazione. Si sapeva che la loro comparsa era accompagnata dalla
morte. Si facevano chiamare «quelli della mano nera» ed
erano
veramente pericolosi. Per non mettere in difficoltà la nostra
maestra,
alla loro comparsa cantavamo canzoni di chiesa e al saluto
provocatorio di «morte al fascismo» rispondevamo
«buon giorno
signori». Parlavamo molto tra noi. Soprattutto alla sera si
parlava
dei patimenti subiti, dei nostri genitori scomparsi, della fame e
della sete. Noi bambini internati avevamo sempre molto da raccontare.
A volte queste storie venivano soffocate da un pianto sfrenato al
quale seguiva il pianto di tutti noi. Rivivevamo così la nostra
tristezza, la nostra paura e il ricordo dei nostri cari. Vivevamo
assieme la nostra grande miseria umana, che qualcuno pensò
sarebbe
bene esternare e farci passare così il trauma subito[15].
Negli scritti e nei disegni dei bambini internati conservati presso
l´Archivio di Stato di Lubiana si può intravvedere questo
trauma della
fame e dell´inedia a cui si univa l´inclemenza della
natura. I maestri
che proponevano i temi e che poi di volta in volta annotavano i voti
sui fogli, erano essi stessi dei sopravvissuti ai campi e qualcuno di
loro aveva perduto in quell´inferno il proprio bambino o uno dei
suoi
cari. Erano dunque le persone più adatte per accogliere il
dolore dei
bambini passati nei campi e comprendere i loro traumi[16].
Essi sapevano che quelle tende, di volta in volta fradice e
surriscaldate, non sarebbero mai scomparse dalla memoria dei bambini e
che le esperienze narrate nello scritto di Ivan Stimec di 10 anni
non
si sarebbero mai cancellate:
Siamo stati deportati a Rab. Abbiamo vissuto in tende vicine al mare.
Dormivamo sulla terra nuda. Una notte mentre dormivamo, il vento
incominciò a soffiare ed incominciò a piovere. L'alta
marea era
cresciuta e l'acqua ci arrivò fino alle ginocchia. Abbiamo
pianto e
chiamato aiuto. Volevamo scappare, ma le guardie non ci lasciarono
uscire dal recinto. Il mare continuò a crescere e molti bambini
morirono annegati, mentre i nostri vestiti furono trascinati via
dall´
acqua. La mattina dopo la burrasca si calmò e uscì il
sole asciugando
e scaldando i nostri corpi, scossi dal freddo e dalla paura[17].
La serie dagli scritti infantili continua con i ricordi delle delle
cose belle e calde legati al tempo antecedente la distruzione dei
paesi. I bambini rivedono le mucche lasciate sole a casa, o il viaggio
verso l'isola di Rab - Arbe, o le cose di casa, il fuoco nel cammino o
la casa stessa. Come scrisse Vera Cimpric di 9 anni:
Sono stata internata per 9 mesi. Pensavo spesso alla mia casa perduta.
Ma quello che mi faceva piu' male era il pensiero del nostro bestiame.
Quelle che preferivo erano le mucche, perchè ci davano tanto
latte. Si
chiamavano Ruska e Breza. Quando dovevo pascolarle, pensavo che era
difficile pascolare sempre le mucche. Ma durante l´internamento
dove
non avevamo né da mangiare né da lavorare, pensavo a
quanto fosse
bello essere sazi e pascolare. Dio, fa´ che possiamo avere ancora
del
bestiame[18].
In tutti questi scritti la morte è onnipresente: si ricorda un
coro
che canta sulla fossa di una sorella morta o una scatola di cartone
contenente il corpo di un amico ridotto ad uno scheletro. Come scrisse
Mrle Slavka di 9 anni:
Tutti ci chiamano internati perché siamo stati internati. Siamo
stati
a Treviso. Avevamo tanta fame. A Treviso e' morto mio fratello. Avevo
ancora un fratello. Quando è ritornato dall´internamento
è morto
all´ospedale di Susak. Quando lo abbiamo saputo abbiamo pianto
molto[19].
Accostando le storie dei bambini ai dati d'archivio si può
intravedere
una realtà agghiacciante. Come riferiva il generale Giuseppe
Gianni,
da luglio a novembre 1942, a Rab - Arbe morirono ben 104 bambini.
Davanti a questi fatti le autorità italiane d´occupazione
presero due
decisioni: la prima ordinava l'evacuazione di donne e bambini da Rab -
Arbe verso il campo di Gonars, la seconda ordinava ad una squadra di
fotografi di documentare le condizioni di vita nel campo. Da Rab -
Arbe a Gonars furono trasferiti tra il 21 novembre e il 5 dicembre
1942 ben 1.163 donne, 1.367 bambini e 61 uomini adulti[20].
L' 8 settembre 1943 il regio esercito italiano si dissolse. Dalla
Slovenia e dalla Jugoslavia lunghe colonne di militari disarmati
presero la via dell'Italia e anche i campi di concentramento aprirono
le loro porte. Come ricorda Marica Malnar di 10 anni:
Siamo stati internati a Treviso, avevamo fame e in inverno pativamo il
freddo. Parlavamo sempre di come era bello a casa. Volevamo andare a
casa. Un giorno i soldati entrarono nella nostra camerata e ci dissero
che saremmo tornati a casa. Lo stesso giorno siamo partiti verso casa.
Questo è stato per noi un giorno felice[21].
Nelle colonne che partivano dai campi, i bambini orfani venivano
accompagnati da parenti o gente comune, che davano loro una mano, un
pezzo di pane o di rapa. Attraversando passo dopo passo il Friuli,
qualcuno rivolgeva loro la parola e offriva un piatto di polenta. Al
momento del ritorno a casa videro tanti edifici bruciati, le stalle
distrutte e i fienili sfondati. Gli ex internati, malridotti e
affamati, dovettero organizzarsi da soli. Un grande senso di
solidarietà permise a questa gente di sopravvivere, ma alla fine
dovettero rivolgersi ai comandi partigiani, che erano però
impegnati a
fronteggiare una pesante offensiva tedesca. Soltanto più tardi i
reduci dei campi ebbero un aiuto concreto dalle organizzazioni civili
della resistenza che si erano organizzate nelle zone libere. Si
provvide prima di tutto ai bambini orfani e a quelli che erano rimasti
senza casa, senza parenti o senza altre possibilità. A molti di
questi
bambini l'organizzazione delle donne antifasciste (AFZ) e
l'organizzazione della gioventù socialista permisero di
raggiungere
regioni non devastate dalla guerra e in cui si era istituito un
servizio scolastico[22].
L'organizzazione del Fronte di Liberazione Sloveno aveva pensato di
organizzare il servizio scolastico già dal 17 maggio 1942
attraverso
l'emanazione di un decreto che prevedeva l'organizzazione della scuola
nei territori liberati. Accanto alla lotta armata il movimento di
liberazione cercava di organizzare anche la vita civile: scuole,
ospedali, un istituto di credito e uno giuridico. Nelle zone libere
della Kocevska, lontano dalle vie di comunicazione, si era pensato di
far funzionare uno Stato partigiano in alternativa a quello di
occupazione. La scuola partigiana si sviluppò in tre fasi. Nel
1942
l'organizzazione della vita scolastica fu un progetto limitato, nato
dall'iniziativa di alcuni maestri dei reparti partigiani che avevano
pensato di istituire dei corsi scolastici per bambini delle scuole
elementari locali. Più tardi, dopo la capitolazione dell'esercito
italiano e dopo la formazione di vasti territori liberi,
l'organizzazione scolastica partigiana divenne oggetto di una
normativa da parte del Fronte di Liberazione che a partire dall'
autunno del 1944 organizzò la scuola in settori distrettuali e
circoscrizionali. La popolazione locale collaborò al buon
funzionamento della scuola. Si pensò inoltre di istituire corsi
supplettivi per chi era privo di istruzione e di articolare meglio il
lavoro dei maestri che si svolgeva in condizioni tanto difficili. Per
dare un senso a tutti questi sforzi, si pensò anche di
organizzare un
concorso in componimenti che avrebbero dovuto compattare il tessuto
sociale di quanti avevano provato tutte le paure e i traumi della
guerra. La sezione scolastiva dell' OF promulgò allora un bando
nel
quale si invitavano gli alunni delle scuole partigiane a scrivere la
propria storia sui patimenti vissuti nei tre anni di guerra. I temi
del concorso dal titolo «I bambini ci parlano» e «I
bambini nei campi
di concentramento» volevano far ripercorrere a questa generazione
perduta la via delle sofferenze patite per ricucire il trauma e
rielaborare l'esperienza[23].
È così che si sono conservati questi scritti e questi
disegni. Sono
documenti che parlano delle violenze subite dal punto di vista dei
bambini coinvolti in questa tragedia. Anche se le disposizioni del
bando recitavano «che bisognava esimersi dal patetico», gli
scritti e
i disegni conservano una non comune forza espressiva. La commissione
che valutò gli scritti premiò tutti gli autori in blocco
senza
prendere in considerazione gli errori di ortografia o di sintassi.
Bogomir Gerlanc, che aveva raccolto gli scritti migliori, li
definì
«dei piccoli monumenti dedicati ai patimenti e alle sofferenze
subiti»[24].
In questo senso vorrei riproporre alcune riflessioni del maestro
Bogomir Gerlanc, che tanto ha fatto per far uscire le piccole vittime
dal trauma dei campi e ad inserirle nella vita quotidiana:
- siano questi scritti un documento del loro passato e delle
sofferenze patite
- siano d'aiuto alla pedagogia ed alla sociologia nello scoprire
l'animo della gioventù in condizioni estreme di sopravvivenza
- siano un documento d'accusa della bestialità umana
- siano una pagina incancellabile della sofferenza nel tempo che corre
inesorabile[25].
Nel campo della salvaguardia degli adolescenti in tempo di guerra, la
resistenza slovena aveva dato prova di una grande capacità
organizzativa già dal 1941 in poi. Si era pensato già
allora di
organizzare un sistema di copertura illegale per i membri più
giovani
delle famiglie impegnate nella resistenza. I figli di
coloro che si
erano dedicati completamente alla lotta di liberazione venivano
affidati a famiglie che si occuparono di loro per tutta la durata
della guerra. Chi finiva in carcere o in campo di concentramento, o
veniva incluso nelle formazioni armate partigiane poteva contare su un
vasto reticolo di famiglie che avevano il compito di badare ai loro
figli. Per questa generazione di 200 - 300 bambini si adoperò
già
allora il nome di «ilegalcki», cioè di bambini nati
e vissuti nell'
illegalità. Come supporto logistico venne affiancata a questa
rete di
famiglie l'organizzazione del Soccorso nazionale sloveno, erede del
Soccorso rosso, organizzato dai comunisti tra le due guerre.
Soprattutto nelle grandi città il Soccorso nazionale sloveno
formò nel
1942 delle sezioni che dovevano andare in aiuto a tutti i giovani in
pericolo, pensare a procurare loro documenti falsi, aiutarli in caso
di malattia, vestirli, sfamarli, nasconderli, ecc.. Dall'estate del
1942 fino alla fine della guerra, ad organizzare questa rete furono
Ana Ziherl e Ada Krivic. A guerra finita Ana Ziherl scrisse le memorie
dell'avventurosa vicenda della resistenza slovena e consegnò
inoltre
all'Archivio di Stato tutta la documentazione del movimento. Per
organizzare questa attività la Ziherl si serviva di
quattro aiutanti,
che coprivano uno dei quattro settori di questa organizzazione
illegale, il cosiddetto settore bambini. Il gruppo poteva
usufrire di
una serie di magazzini illegali, dove venivano conservati i mezzi
necessari per far fronte a questo impegno. Il settore bambini
provvedeva anche ai bisogni quotidiani delle donne e dei loro figli
rinchiusi nelle carceri ed arrivò a dar vita a delle
dimostrazioni per
proteggere le famiglie rinchiuse o destinate ai campi di
concentramento. La prima dimostrazione si svolse nella primavera del
1943 davanti alla sede dell'Alto Commissario Grazioli e la seconda
nell'estate dello stesso anno davanti alla sede arcivescovile. Dopo le
grandi retate del 1942, Lubiana restò praticamente senza uomini
abili
per la lotta clandestina. Allora furono le donne a prendere il loro
posto ricoprendo tutti i ruoli di maggiore responsabilità
nella
resistenza slovena[26].
Come si è detto, la recrudescenza della guerra fece sì
che Lubiana
fosse circondata da un filo spinato lungo 34 chilometri con posti di
blocco, bunker e fortezze, con postazioni di mitragliatrici pesanti.
L'organizzazione del Soccorso nazionale, alla quale si rivolgeva un
numero sempre maggiore persone, decise che per superare questa crisi
si sarebbe dovuto aumentare il numero delle famiglie incaricate della
protezione e che alcuni dei bambini avrebbero dovuto prendere la via
dei territori liberati. Secondo le testimonianze e gli studi condotti
sulla base di documentazione archivistica si può dedurre che per
aiutare i bambini nell'illegalità fosse stata messa in piedi una
rete
di 300 famiglie lubianesi che non fu mai scoperta né dalle forze
fasciste né dai nazisti né dai collaborazionisti. A
formare questa
organizzazione erano persone di estrazione sociale diversa, persone
sole o famiglie intere, anziani, medici, contadini, artigiani nubili e
sposati. Dagli studi risulta che tra tutti questi bambini vissuti
nell' illegalità per più di quattro anni a morire sia
stata soltanto
una bambina. Ma la morte di una persona non può rendere l'idea
delle
conseguenze patite da tutti questi bambini sui quali hanno pesato le
assenze dei genitori, la paura delle retate diurne e notturne, il
vivere constantemente nell'illegalità per due, tre o quattro
anni.
Questa generazione, provata dalla guerra forse in un modo diverso, ha
dovuto affrontare i propri traumi ripercorrendo nella memoria la
tragedia di una gioventù violata[27].
Una storia tipica di questo periodo è la storia di Tatjana Dovc.
Sua
madre, che fu sindacalista e membro del partito comunista,
partorì la
bambina nell'agosto del 1941 nel reparto di maternità
dell'ospedale di
Lubiana. Con l'aiuto del Soccorso nazionale sloveno riuscì ad
eclissarsi, mentre la bambina fu «rubata» da una attivista
e fatta
uscire dall'ospedale dentro una comune sporta per la spesa. La mamma,
Angela Ocepek Dovc, ricercata dalle forze dell'ordine, cambiò in
quattro mesi ben 15 nascondigli riuscendo a salvarsi e a salvare la
bambina. Più tardi si divisero e la bambina cambiò
residenza ancora 20
volte[28].
Come appare chiaramente dal materiale consultato e presentato in
questo studio, sul tema dei bambini sloveni in tempo di guerra le
fonti d'archivio primarie e secondarie sono ricche e numerose. Questi
documenti si trovano soprattutto nella Sezione II dell'Archivio di
Stato della Republica di Slovenia. La Sezione II trae le sue origini
dall'archivio dell'Istituto per la storia del movimento operaio (oggi
Istituto di storia contemporanea) che venne fondato nel 1959 come
un'istituzione complessa, formata da un reparto di ricercatori e da un
reparto che copriva i fondi d'archivio riguardanti la resistenza
slovena. Questo archivio venne completato più tardi con fondi
originali provenienti del funzionamento in loco delle istituzioni
delle forze d'occupazione della Slovenia, sia di quelle italiane che
di quelle tedesche (440 m.c.) e dall'archivio delle forze
collaborazioniste. Esiste inoltre una sezione del primo dopoguerra
(1945-47), costituita soprattutto dalla documentazione inerente
alle
questioni di definizione dei confini (la questione di Trieste) fino
alla conferenza della pace di Parigi e da una vasta documentazione
sull' Adriatisches Kuestenland. Ai fondi d´archivio si accompagna
un
vasto repertorio di memorie e testimonianze, archivi personali di
politici in vista, una vasta collezione di carte geografiche e di
cartelli e bandi pubblici.
L'archivio legato alla resistenza slovena veniva a costituirsi man
mano che l'amministrazione partigiana cresceva e si sviluppava. Nelle
zone libere funzionò dall'inizio del 1944 in poi un Istituto di
ricerca, diretto da Fran Zwitter, che dispose che tutti gli
organi di
ogni grado e di ogni livello conservassero e archiviassero la
documentazione pubblica, civile e militare, interna ed estera. Il
governo partigiano sloveno (SNOS) promulgò nel gennaio del 1945
una
legge di tutela per gli archivi, le biblioteche, i monumenti artistici
e naturali (Gazzetta ufficiale NOS). La Sezione II dell'Archivio di
Stato della Republica di Slovenia è il diretto continuatore di
questo
lavoro e con i suoi 1.300 metri consecutivi di materiale archivistico
costituisce uno dei più importanti e ricchi archivi sulla
resistenza
e sulle guerre di liberazione in Europa e nel mondo. Il materiale in
questione può essere molto interessante sia per i ricercatori di
lingua italiana che per quelli di lingua tedesca, perché
conserva i
materiali originali di queste due amministrazioni sul territorio
sloveno.
Note archivistiche utili ai ricercatori
La Sezione II dell'Archivio di Stato della Repubblica di Slovenia
propone agli interessati questo elenco di fondi e di collezioni (tutte
disponibili al sito metka.gombac @ gov.si che
raccolgono documenti sulla condizione dei bambini sloveni durante la
guerra:
1. AS 1769, Zbirka okupatorjevi zapori in taborisca, sk. 1 (Collezione
prigioni e campi di concentramneto delle forze d' occupazione,
scatola 1.)
2. AS 1872, Zbirka dopolnilnega gradiva o delavskem gibanju in NOB,
1918 - 1945. (Collezione del materiale integrativo
sul movimento
operaio e la resistenza 1918 - 1945)
3. AS 1840, Zbirka gradiva o zrtvah italijanskih okpacijskih
oblasti
(Collezione del materiale concernente le vittime dell' occupazione
italiana)
4. AS 1953 Zbirka Slovenke v narodnoosvobodilnem boju. (Collezione
donne slovene nella resistenza 1941 - 45)
5. AS 1775, Poveljstvo XI armadnega zbora. (Comando dell XI Corpo
d'Armata)
6. AS 1788, Visoki komisar za Ljubljansko pokrajino (Alto Commissario
per la Provincia di Lubiana)
7. AS 1796, Kraljeva kvestura Ljubljana 1941 - 43. (Regia Questura di
Lubiana).
8. AS 1781, Poveljstvo grupe kraljevih karabinjerjev Ljubljana.
(Comando del gruppo Carabinieri reali di Lubiana)
9. AS 1752, Slovenski rdeci kriz v Ljubljani. (Organizzazione della
croce rossa slovena di Lubiana)
10.AS 1822, Stab za repatrijacijo vojnih ujetnikov in intzernirancev
Ljubljana (Commando per il rimpatrio dei prigionieri e degli internati
Lubiana)
11. AS 1627, Pooblascenec drzavnega komisarja za utrjevanje
nemstva
na spodnjem Stajerskem (Plenipotenziario del commissario statale per
il rafforzamento della lingua e cultura tedesca nello Stayer del
sud)
12. AS 1800, Glavni odbor Antifasisticne fronte zena. (Comitato
direttivo dell' Associazione donne antifasciste slovene)
13. AS 1670, Izvrsni odbor OF. (Comitato direttivo del Fronte di
Liberazione)
14. AS1828, Komisija za ugotavljanje zlocinov okupatorjev in
njihovih
pomagacev pri predsedstvu SNOS. (Commissione per l' accertamento e la
verifica dei delitti degli occupatori e dei collaborazionisti)
15. AS 1790, Okrajno glavarstvo Crnomelj. (Amministrazione
distrettuale di Crnomelj)
16. AS 1602, Dezelni svetnik okrozja Celje 1941-43. (Consigliere
delegato della circoscrizione di Celje 1941-43).
17. AS 1791, Vojasko vojno sodisce II armade, sekcija Ljubljana
1941-43. (Tribunale militare di guerra della II Armata, Sezione di
Lubiana)
_____
[1] Teodoro Sala, Fascisti e nazisti nell'Europa sudorientale. Il caso
croato (1941-43), in Enzo Collotti - Teodoro Sala, Le potenze
dell'asse e la Jugoslavia. Saggi e documenti 1941-1943, Milano,
Feltrinelli, 1974, p. 69.
[2] Tone Ferenc, "Gospod visoki komisar pravi...". Sosvet za
ljubljansko pokrajino. Ljubljana, 2001, p. 6 ss.
[3] Metod Mikuz, Pregled zgodovine NOB. 1. knjiga, pp. 215-230,
Ljubljana, 1960.
[4] Boris M. Gombac, Dario Mattiussi (a cura di), La deportazione dei
civili sloveni e croati nei campi di concentramneto italiani: 1942-43.
I campi del confine orientale, Gorizia, Centro Gasparini, 2004, pp.
115-123.
[5] Herman Janez, Koncentracijsko taborisce Kampor - Rab, Ljubljana,
1996, pp. 2-10.
[6] Boris M. Gombac, Intervista a Herman Janez, sopravissuto ai campi
di concentramento di Rab-Arbe e Gonars, in Boris M. Gombac - Dario
Mattiussi (a cura di), La deportazione dei civili sloveni e croati,
cit., pp. 41-48.
[7] AS 1769, Zbirka okupatorjevi zapori in taborisca, sk. 1.
[8] Bozidar Jezernik, Italijanska koncentracijska taborisca za
Slovence med drugo svetovno vojno. Ljubljana, 1997, pp. 288 - 289.
[9] Dario Mattiussi, Una tragedia dietro al cortile di casa. La
deportazione nei campi di concentramneto italiani del confine
orientale (1942-43), in Metka e Boris M. Gombac - Dario Mattiussi,
Quando morì mio padre. Disegni e testimonianze di bambini dai
campi di
concentramento del confine orientale, Gorizia, Centro Gasparini, 2004,
p. 47.
[10] Boris M. Gombac, Intervista a Herman Janez, cit. , pp. 43-45.
[11] Tone Ferenc, Rab - Arbe - Arbissima, Ljubljana, 2000, pp. 20-21.
[12] Intervista a Marija Poje di Podpreska, Slovenia.
[13] AS 1769, Zbirka okupatorjevi zapori in taborisca, sk. 1.
[14] AS 1769, Zbirka okupatorjevi zapori in taborisca, sk. 1, Gerlanc
Bogomil, Nas otrok v internaciji.
[15] Herman Janez, Testimonianza pubblicata in «Delo»,
Sobotna
priloga, Ljubliana, 2.7.2005, p. 31.
[16] Kumar Stane, Risal sem otroke v koncentracijskem taboriscu,
Otrostvo v senci vojnih dni, Ljubljana, 1980, pp. 144-148.
[17] AS 1769, Zbirka okupatorjevi zapori in taborisca, sk. 1.
[18] AS 1769, Zbirka okupatorjevi zapori in taborisca, sk. 1.
[19] AS 1769, Zbirka okupatorjevi zapori in taborisca, sk. 1.
[20] Tone Ferenc, Rab-Arbe-Arbissima, cit., p. 30.
[21] AS 1769, Zbirka okupatorjevi zapori in taborisca, sk. 1.
[22] Tone Ferenc, Rab-Arbe-Arbissima, cit., pp. 33-34.
[23] Slavica Pavlic, Narodnoosvobodilna vojska in organizacija
solstva. Otrostvo v senci vojnih dni, Ljubljana, 1980, pp. 90-115;
Joze Princic, Odnos ljudske oblasti slovenskega naroda do otroka v
obdobju NOB (1944-1945), Otrostvo v senci vojnih dni, Ljubljana,1980.
[24] AS 1769, Zbirka okupatorjevi zapori in taborisca, sk. 1, Bogomil
Gerlanc, Nas otrok v internaciji, Ljubljana ,1980.
[25] AS 1769, Zbirka okupatorjevi zapori in taborisca, sk. 1.
[26] Ada Krivic, Skrb za ogrozene druzine otrok v Ljubljani, Otrostvo
v senci vojnih dni. Ljubljana, 1980, pp. 26-37.
[27] Ada Krivic, Skrb za ogrozene druzine otrok v Ljubljani. Otrostvo
v senci vojnih dni, Ljubljana, 1980, pp. 20-39; AS 1871, Zbirka
dopolnilnega gradiva o delavskem gibanju in o NOB, 1918-1945.
[28] AS 1871, Zbirka dopolnilnega gradiva delavskega gibanja in NOB
1918-1945, MO OF Ljubljana.
Fonte: http://it.groups.yahoo.com/group/tera_de_confin/message/9614
Il dramma della deportazione nel 1942 - 1943: secondo volume della
serie dedicata alla storia della Marca in collaborazione con Istresco
Il lager degli slavi alle porte di Treviso
Domani con la «Tribuna» il libro sul campo di
concentramento di Monigo
ANTONIO FRIGO
Quale prezzo di verità si è pagato, per decine di anni,
alla
pacificazione post bellica? Dopo il libro sugli ebrei denunciati e
deportati dalla Marca, la tribuna manda in edicola un altro volume
dell'Istresco sugli slavi deportati nella Marca. C'era un campo di
concentramento, a Treviso. E chi volesse fare spallucce, farà
bene a
consultarne le cifre. Morirono 187 slavi, il quel campo istituito per
favorire l'italianizzazione di un'area, quella
giuliano-istriano-dalmata, sulla cui storia (quella del confine
orientale) la stessa legge del 2004 che istituisce il Giorno del Ricordo
spende la definizione «vicenda complessa». Una
«vicenda» fatta di
orrori, di vendette tremende e lontane dalla civiltà (e
vicinissime,
appunto, alle perverse leggi della guerra: leggi foibe), di cacciate -
quando non di peggio - reciproche. Se dopo l'8 settembre 1943 e dopo l'1
maggio 1945 i titini scatenarono la loro ferocia sugli italiani (i
soldati, ma anche i residenti), sapere di 30 mila deportati in campi di
tutta Italia (Arbe, Colfiorito, Gonars, Visco, Chiesanuova (Pd), Monigo,
Renicci-Anghiari e Cairo Montenotte i principali), può aiutare a
capire
qualcosa di più. A giustificare no, a capire sì. E' un
tributo alla
conoscenza, non all'ideologia, quello che il volume «Deportati a
Treviso», di Amerigo Manesso, Francesco Scattolin e Maico Trinca,
pubblicato dall'Istituto per la storia della Resistenza e della
società
contemporanea della Marca trevigiana (Istresco) e in edicola con il
nostro giornale, si propone di dare. Un tributo che non ripara ai
silenzi, lunghissimi, degli anni successivi allo smantellamento di
quella caserma di Monigo adattata a «campo di
concentramento»: gli
anziani che potevano ricordare qualcosa (e ce ne sono ancora) di quella
macchia sulla coscienza civica trevigiana, sono rimasti pochissimi. Ma
il lavoro certosino degli studiosi ha messo insieme foto, carteggi,
documenti, disegni, che non lasciano dubbio alcuno. Il campo, costruito
(baracche, cucine, servizi, circondati da una recinzione alta quattro
metri) nella zona dell'attuale caserma Cadorin, sul lato opposto della
Feltrina rispetto al campo di rugby, entrò in funzione i primi
giorni di
luglio del 1942: arrivarono sloveni della provincia di Lubiana e croati
rastrellati nelle operazioni militari degli italiani nelle zone di
confine tra Slovenia e Croazia. Il primo gruppo di 599 sloveni
arrivò il
2 luglio e c'erano dentro anche studenti e insegnanti di liceo
rastrellati a Novo Mesto dopo un'insurrezione che aveva portato alla
loro espulsione dalla scuola (s'erano subito organizzati, con i
professori, le lezioni alternative). I ragazzi e professori che avevano
partecipato alla rivolta erano stati una cinquantina, ma di quella
scuola ne arrivarono a Monigo quaranta in più. Chi erano?
Probabilmente
erano collaborazionisti (con l'esercito italiano) portati qui per
proteggerli dalle vendette dei partigiani sloveni e, forse, qui svolsero
la funzione di "spiare" gli altri. Questo paradigma può essere
riportato
all'intera storia del campo di Monigo, che tecnicamente era "di
smistamento". Qui venivano selezionati i "comunisti titini pericolosi"
da spedire in campi più duri (il già citato Arbe ne
è un esempio:
uscirne vivi era quasi impossibile, mentre altri, su cui i
collaborazionisti facevano rapporto di innocuità, venivano
tenuti qui,
spediti in campi non punitivi (ma cui si viveva sempre al limite e negli
ultimi tempi fame e freddo fecero comunque tante vittime), o addirittura
rimandati a casa. Per capire quanta gente viveva in quelle sette
baracche in muratura, basti pensare che alla fine del 1942 una
segnalazione alla Prefettura di Treviso parlava di 1540 uomini e 62
donne appena arrivate dalla caserma dei Belgi di Lubiana. Regime di
internamento e organizzazione (compresi i capo-squadra) erano quelli di
un... normale campo di concentramento. Ma a Monigo non c'era lavoro
obbligatorio né facoltativo: gli internati, tra i quali c'erano
anche
insegnanti, artisti, musicisti, intellettuali, passavano le giornate
nell'ozio. A + 35º come a - 15. In uno dei resoconti dell'epoca si
legge: «Molte donne sono ricoverate negli ospedali di Treviso.
Bambini e
genitori stanno morendo. Il pericolo più grosso incombe sui
genitori».
Il primo trattamento alimentare e igienico, abbastanza buono anche se
mai soddisfacente, lasciò presto il posto a condizioni igieniche
proibitive e a pasti sempre più inconsistenti. Colpa anche della
sovrappopolazione del campo, che era arrivato a contenere anche 3500
persone, di cui 700 bambini (dati del Vaticano risalenti al novembre
1942), mentre lo Stato Maggiore parlava di... appena 1136. E il giornale
clandestino "Novice izza zice", nel marzo del '43 parla di 1058 uomini,
1085 donne, 513 bambini, 466 bambine e 42 neonati. Si dormiva in due per
letto (a castello: due per ogni piazza) e le intossicazioni intestinali
facevano vittime. Un'ultima parte del libro, dopo un saggio sulla
politica antislava al confine orientale e il documentatisssimo trattato
sul campo di Monigo, è dedicato alla corrispondenza (già
pubblicata come
Lettera d'amore dal campo di concentramento di Monigo) tra Devana
Lavrencic Cannata e Tone, uno dei ragazzi del liceo di Novo Mesto
detenuti a Treviso. Dai reduci di quel gruppo potrebbe emergere la
verità sulla convivenza tra i veri detenuti e i "protetti"
collaborazionisti. Ma questa è un'altra storia. Anzi, un altro
libro.
(9/2/2006)
Fonte: http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5167/1/51/
Stanka e Maria nei campi di concentramento
italiani
25.01.2006
In occasione della giornata della memoria, un documentario radiofonico
riporta alla luce la storia dei campi di concentramento italiani in
funzione durante l'occupazione della Jugoslavia, e la vicenda della
persecuzione del popolo rom. "Le storie di Stanka e Maria" è
prodotto da Radioparole
Di Andrea Giuseppini*
Nella provincia di Udine vive da oltre sessanta anni una
comunità rom di origine slovena. La maggior delle famiglie che
la compone abita in case di proprietà o in confortevoli roulotte
sistemate in terreni da loro acquistati. Alcuni dei loro membri
svolgono dei mestieri che richiamano i lavori tradizionali di rom, come
ad esempio la raccolta del ferro o la cura del verde. Ma tra loro si
trovano anche operai, delle cosiddette badanti e qualche mediatrice
culturale che opera soprattutto nelle scuole. Insomma, una
comunità piuttosto lontana dagli stereotipi con cui di solito
noi pensiamo ai rom.
In queste famiglie vive ancora qualche anziano testimone diretto delle
vicende di questa comunità. E' il caso, ad esempio, di Stanka.
Stanka è nata nel 1930 nella provincia di Lubiana. La sua
è una famiglia numerosa - otto sono i fratelli - che vive
spostandosi alla ricerca continua di piccoli lavori.
Nella primavera del 1941 la Germania e l'Italia invadono e conquistano
la Jugoslavia, e il territorio di Lubiana viene di fatto annesso
all'Italia fascista. Inizia così da un lato la resistenza
jugoslava contro le truppe di occupazione e dall'altro una feroce e
spietata repressione contro i civili sloveni accusati di collaborare
con i partigiani.
Palese è anche l'intento dei fascisti di continuare e ampliare
l'opera di snazionalizzazione slava già iniziata prima della
guerra nei territori di confine e nell'Istria italiana. In questo
quadro si inserisce, ad esempio, l'episodio del rastrellamento di
Lubiana. Nella notte tra il 22 e il 23 febbraio 1942, i militari
italiani circondano completamente la città con reticolati di
filo spinato e arrestano 6.000 persone, un quarto della popolazione
civile. Contemporaneamente vengono costruiti i primi campi di
concentramento in cui deportare le persone arrestate.
E' questo il contesto che fa da sfondo alla storia di Stanka e di altre
famiglie rom slovene.
Stanka viene arrestata assieme alla madre e a tutti i fratelli nel
1942. Dopo qualche mese passato nelle carceri di Lubiana viene
deportata nel campo di concentramento fascista dell'isola di Rab/Arbe
in Dalmazia. Costruito in fretta nell'estate del 1942, il campo di
concentramento di Rab non aveva baracche ma solo tende. Ben presto, per
il sovraffollamento dovuto alle continue deportazioni, la
scarsità di cibo e la mancanza di igiene, le condizioni dei
prigionieri diventano drammatiche. Stanka racconta che le madri
nascondevano i corpi dei bambini morti sotto la paglia per non perdere
il diritto alla loro scarsa porzione di cibo.
Dopo qualche mese, anche su pressione della Croce Rossa e di alcuni
esponenti della chiesa cattolica slovena, il regime fascista decide di
spostare un certo numero di internati dal Campo di Rab a quello
costruito a Gonars in provincia di Udine.
Stanka ricorda di essere arrivata a Gonars di notte. All'interno del
campo c'erano solo donne, vecchi e bambini sloveni. Con loro altre
famiglie rom. Ma le condizioni non migliorano molto. Racconta Stanka:
"Mia mamma corse dietro un gatto perché voleva prendere il
gatto, per mazarlo, per mangiarlo. Ma non l'ha preso. E' scappato il
gatto, iera più furbo".
Anche a Gonars i deportati muoiono. Alessandra Kersevan, autrice di una
recente e documentata monografia sul campo di concentramento fascista,
mette in rilievo nell'elenco dei deceduti il nome di due bambine rom
morte per grave atrofia. Ricorda sempre Stanka: "Poi se morta un'altra
bambina piccola. O dio... de fame. Poi forse anche se un po' ammalata
dentro, sai come succede... una bambinetta piccola, sua mama se
chiamava
Resa... se morta de fam, de fam, fredo, fam, tuto un insieme".
A Gonars morirono 500 sloveni e croati.
Dopo l'8 settembre del 1943 i fascisti abbandonano il campo di Gonars e
i prigionieri si allontanano dal quel luogo.
Poco lontano da Gonars, la famiglia di Stanka e gli altri rom sloveni
deportati si uniscono a una piccola comunità sinta italiana
proveniente da Trieste, di cui fa parte Maria, l'altra protagonista del
documentario sonoro. Tutti stanno scappando e cercando rifugio da una
nuova minaccia. Dopo l'armistizio, infatti, i tedeschi occupano
militarmente il Friuli Venezia Giulia.
Maria ricorda: "Venivano i tedeschi e noi si aveva molta paura.
Entravano dentro il carrozzone e tiravano giù tutto, buttavano
via il mangiare, le pentole e spaccavano coi piedi. E certe volte
volevano anche picchiare. Io non so perché ce l'avevano con noi
e gli ebrei. Non lo so perché, non lo so veramente
perché". Maria racconta anche l'episodio di una giovane rom
slovena violentata da sette nazisti.
Di questo gruppo di rom e sinti diversi furono deportati nei campi di
sterminio in Germania. Alcuni non faranno mai ritorno, altri, tra cui
la madre di Stanka e un fratello di Maria, riusciranno a sopravvivere.
Dopo la liberazione dal campo di sterminio di Ravensbruck, la madre di
Stanka, torna a Lubiana alla ricerca della propria famiglia. Qui,
fortunosamente, scopre che i suoi figli sono ancora in Friuli assieme
agli altri rom.
Da allora Stanka e le altre famiglie risiedono in Friuli.
Il documentario sonoro che abbiamo realizzato in occasione del Giorno
della memoria – prodotto da Radioparole e Opera Nomadi con il
contributo dell'Assessorato alla cultura della Regione Friuli Venezia
Giulia – raccoglie anche le testimonianze dello scrittore sloveno
triestino Boris Pahor, deportato a Natzweiler, e della partigiana
friulana Rosa Cantoni deportata a Ravensbruck.
*Radioparole. Il documentario
radiofonico di Andrea Giuseppini "Le storie di Stanka e Maria"
può essere ascoltato sul sito Radioparole.it
---
Quei lager rimossi di casa
nostra
di Andrea Giuseppini
su Il Manifesto del 28/01/2006
Un documentario
sonoro
sulla deportazione dei rom e sinti nei campi di concentramento fascisti
nel Friuli Venezia Giulia durante la seconda guerra mondiale
Da alcuni anni, il
27 gennaio
- giorno in cui nel 1945 l'Armata rossa entrò nel campo di
sterminio di
Auschwitz liberando i prigionieri superstiti - in molti paesi del mondo
si ricorda la Shoah. Il Giorno della memoria ha assunto nel tempo un
valore universale di denuncia dei crimini compiuti e di ricordo delle
vittime. Grazie al lavoro di alcuni storici, negli ultimi decenni si
è
cominciato a parlare anche dei campi di concentramento fascisti per
internati militari e civili sloveni e croati. Gonars, Arbe, Visco,
Monigo, Chiesanuova, Renicci, Ellera, Colfiorito, Pietrafitta,
Tavernelle, Cairo Montenotte sono i luoghi, spesso sconosciuti, della
deportazione fascista seguita all'aggressione della Jugoslavia e
all'annessione della cosiddetta provincia di Ljubljana. Una
deportazione che ha riguardato un numero molto alto di persone. Uno
studio jugoslavo del 1982 ha fornito la cifra di 109.437 internati nei
campi fascisti. Dalle pieghe di questa storia emergono ancora oggi
delle singolari e sofferte vicende umane, come quella di Stanka,
un'anziana donna rom slovena.
La storia di Stanka
Nella
provincia di Udine vive da oltre sessant'anni una comunità rom
di
origine slovena. La maggior parte delle famiglie che la compone abita
in case di proprietà o in confortevoli roulotte sistemate in
terreni da
loro acquistati. Alcuni dei loro membri svolgono dei mestieri che
richiamano i lavori tradizionali dei rom, come ad esempio la raccolta
del ferro o la manutenzione del verde. Ma tra loro si trovano anche
operai, delle cosiddette badanti e qualche mediatrice culturale che
opera soprattutto nelle scuole. Insomma, una comunità piuttosto
lontana
dagli stereotipi con cui di solito noi pensiamo ai rom.
In queste famiglie vive ancora qualche anziano testimone diretto delle
vicende di questa comunità. E' il caso di Stanka.
Stanka
è nata nel 1930 nella provincia di Ljubljana. Sua madre è
una romni, il
padre invece è un gàgio (cioè non rom). In quegli
anni, i genitori e
gli otto figli vivono spostandosi in Slovenia alla ricerca continua di
piccoli lavori. Finché un giorno, ricorda Stanka,
«è scoppiata la
guerra. Le scuole sono state tutte occupate prima dai tedeschi e poi
dai fascisti italiani, e allora non si andava più a
scuola».
Nella
primavera del 1941 la Germania e l'Italia invadono la Jugoslavia, e il
territorio di Ljubljana viene di fatto annesso all'Italia fascista.
Inizia così da un lato la resistenza jugoslava contro le truppe
di
occupazione e dall'altro una feroce e spietata repressione contro i
civili sloveni accusati di collaborare con i partigiani.
Palese
è anche l'intento dei fascisti di continuare e ampliare l'opera
di
de-slavizzazione già iniziata prima della guerra nei territori
di
confine e nell'Istria italiana, deportando la popolazione locale per
sostituirla con gente proveniente dall'Italia. In questo quadro si
inserisce, ad esempio, l'episodio del rastrellamento di Ljubljana.
Nella notte tra il 22 e il 23 febbraio 1942 i militari italiani
circondano completamente la città con reticolati di filo spinato
e
arrestano 6.000 persone, un quarto della popolazione civile.
Contemporaneamente vengono costruiti i primi campi di concentramento in
cui deportare le persone arrestate.
La storia di Stanka e della
sua famiglia segue passo passo le vicende della Storia: «Ci hanno
preso
vicino a Ljubljana... italiani, italiani. Ci hanno fatto spia che
nostro papà partigiano. Ci hanno presi e ci hanno portano in
carcere a
Ljubljana. Lì eravamo poco, due, tre giorni. Poi ci hanno
portato in
questa isola... Rab, in Dalmazia sarebbe. Lì eravamo per quattro
mesi.
Però tanta di quella fame. Non ierano baracche. Nelle tende e
dentro
buttata paglia e lì si dormiva come le bestie. Ma ieramo in
tanti,
tanti, forse in cinquemila, forse anche di più. Lì i
bambini morivano
di fame. I piccoli neonati li nascondevano sotto la paglia
perché
prendevano il rancio su di loro, il mangiare che portavano. Allora
nascondevano i bambini morti per prendere il mangiare che dopo
mangiavano quegli altri».
Il campo di concentramento fascista di
Rab/Arbe viene costruito nell'estate del 1942 con il preciso intento di
deportarvi civili sloveni e croati. Ben presto, per il
sovraffollamento, la scarsità di cibo e la mancanza di igiene,
le
condizioni dei prigionieri diventano drammatiche. Lo storico sloveno
Tone Ferenc nel libro Rab-Arbe-Arbissima, pubblica un elenco di 1.435
nomi di persone morte nel campo. Dopo qualche mese, anche su pressione
della Croce rossa e di alcuni esponenti della chiesa cattolica slovena,
il regime fascista decide di spostare un certo numero di internati dal
campo di Rab a quello di Gonars, in provincia di Udine. Stanka ricorda
di essere arrivata a Gonars di notte.
Stanka conta sulle dita:
«Mitzi, Srecko, io, Nico, Mattia, Toni, Franci e Kristan. In otto
ieramo a Gonars, più la mamma. Però noi abbiamo avuto una
fortuna, che
non siamo morti neanche uno in campo a Gonars. Ierano per morire i miei
fratellini, però, ringraziando dio, neanche uno. Tanti dicono
non iera
un campo di concentramento, era un campo profughi. Invece no, non
è
vero. No. Era vero campo di concentramento. Lì morivano
tanti».
All'interno
del campo c'erano solo donne, vecchi e bambini sloveni e croati. Con
loro altre famiglie rom. Ma le condizioni non sono certo migliori di
quelle di Rab. Racconta Stanka: «Mia mamma corse dietro un gatto
perché
voleva prendere il gatto, per mazarlo, per mangiarlo. Ma non l'ha
preso. E' scappato il gatto, iera più furbo».
Anche a Gonars i
deportati muoiono. Alessandra Kersevan, autrice di una recente e
documentata monografia sul campo di concentramento fascista (costruito
nell'autunno del 1941 e rimasto in funzione fino al settembre del
1943), riporta il nome di due bambine romni che prima compaiono
nell'elenco dei nati nel campo, ma qualche mese dopo i loro nominativi
vengono trascritti nell'elenco dei deceduti. Ricorda Stanka: «Poi
è
morta un'altra bambina piccola. O dio, de fame. Poi forse anche
è un
po' ammalata dentro, sai come succede. Una bambinetta piccola. Sua mama
se chiamava Resa... se morta de fam, de fam, fredo, fam, tuto un
insieme. Morivano ogni giorno, e sai cosa facevano. Li mettevano nelle
casse e li portavano in cimitero e poi quelli che accompagnavano - ma
però accompagnati coi militari, militari di qua e di là,
un
reggimento... quando arrivavano in cimitero, quelli che compagnavano
prendevano fuori de cassa i poveri morti e li buttavano dentro senza, e
le casse le portavano via per mettere altri dentro dopo. So che un
funerale di una sinta era maggio. Sai perché mi ricordo maggio,
perché
erano quei fiori di maggio fuori. Quei bianchi fiori che hanno un bel
profumo. Quei fiori bianchi come grappoli d'uva. Ecco, quelli lì
li ha
portati mamma dentro, che li ha raccolti e se li è portati
dentro nel
campo».
A Gonars morirono 500 sloveni e croati. Dopo l'8
settembre del 1943 i fascisti abbandonano il campo e i prigionieri
riescono a fuggire. Ma la madre di Stanka non intraprende il viaggio di
ritorno: «La mamma ha trovato un quattro cinque famiglie di
zingari
italiani qua, che erano vicino a Palmanova. E lì siamo fermato a
parlare e le hanno detto ma stai qui, stai qui, stai con noi».
La storia di Maria
Maria,
una sinta italiana, è nata invece a Trieste nel 1929: «La
mia famiglia
facevano i suonatori ambulanti. Suonavano molto bene. Musiche gitane,
ungheresi. Poi i miei fratelli avevano le giostre, ma non andavano
lontano, lavoravano sempre qui a Trieste. Allora a tempo di guerra
avevamo le carovane, le famose carovane di legno coi cavalli. Siamo
partiti via di Trieste e siamo andati in furlania».
Quando nel
1943 i tedeschi occupano il Friuli Venezia Giulia, Maria e la sua
famiglia si spostano nella campagna friulana ritenendola più
sicura
della grande città. Invece anche lì, ricorda Maria,
«venivano i
tedeschi e noi si aveva molta paura. Entravano dentro il carrozzone e
tiravano giù tutto. Buttavano via il mangiare, le pentole e
spaccavano
coi piedi. E certe volte volevano anche picchiare. Io non so
perché ce
l'avevano con noi e gli ebrei. Non lo so perché, non lo so
veramente
perché. Dicevano che ci vogliono uccidere, così
dicevano... alles
kaputt, alles kaputt. Solo quello loro avevano nella bocca. Zigeuner
nichts gutes... zingari niente brave persone».
Nel documentario,
Maria racconta anche l'episodio di una giovane rom slovena violentata
da sette nazisti. Poi, un giorno, «siamo venuti fino a Palmanova.
A
Palmanova, sono venuti i tedeschi con le Ss e uno italiano, proprio del
paese lì, e hanno preso mio fratello più piccolo che
aveva 17 anni».
Del
gruppo di rom sloveni e di sinti italiani di cui facevano parte Stanka
e Maria, furono in molti ad essere arrestati e deportati. Ricorda
Stanka: «Hanno preso mio fratello dopo un cinque mesi. Prima
della
mamma lui. Sono venuti le Ss e hanno preso mio fratello, hanno preso
sto povero Carlo, sto Bepi, sto Tulala, Orlando e Richetto. E li hanno
portati prima a Palmanova, poi da Palmanova a Udine e da Udine in
Germania. E son tornati tre, e tre son rimasti lì, son morti
lì».
Maria:
«Dopo tredici mesi di campo di concentramento, questo mio
fratello è
venuto a casa. Sembrava un cadavere tirato fuori dalla terra. Pelle e
ossa, non di più. Pelle e ossa. E allora è andato avanti
ancora un po'
e poi è morto... così... è brutto ricordare...
è bello ricordare lo
stesso, ma è anche brutto».
Per Maria, Stanka e gli altri rom
che vivono in Friuli durante l'occupazione nazista, le paure e le
sofferenze non hanno fine. Qualche mese dopo la deportazione dei
giovani ragazzi, infatti, anche la madre di Stanka e altre donne
vengono arrestate. Continua Stanka: «E lì hanno preso la
mamma. Dopo
hanno preso questa Vilma, la mamma del povero Carlo e una donna che
aspettava un bambino. Dopo quella l'hanno mandata a casa e invece
queste in Germania».
Epilogo
Per i rom, però,
anche la vita nell'Italia del dopoguerra è amara. Stanka:
«Mia mamma è
tornata a casa, però non l'hanno mandata qui subito, l'hanno
mandata a
Ljubljana. Lei è andata al tribunale ha detto che ha tutti i
bambini a
Udine, che deve venire a prenderli. E le hanno fatto un lasciapassare,
l'hanno fatta venire a Udine. Però non è tornata
più. Siamo rimasti
sempre a Udine, sempre in provincia di Udine. E tutt'ora. Guarda quanti
anni sono in Italia, ero bambina... ancora devo avere la cittadinanza.
Miei figli sono tutti cittadini italiani. Sono nati tutti qui in giro
Udine».
Maria: «Dopo la guerra ci siamo di nuovo rifatti un
pochino. Prese di nuovo le giostre. Ci siamo inseriti perché si
va a
lavorare. Sono stata a lavorare anch'io, proprio qui giù nelle
fabbriche. Poi avevamo le baracche, qui a Trieste in via Valmaura. Poi
conoscendoci la gente dice: `Ma guarda te, non abbiamo mai pensato che
siete persone così...'. Però non c'hanno fiducia... non
danno pace, non
danno pace. Qui, al campo dove vivo, sono i carabinieri notte e giorno,
polizia notte e giorno. Non danno pace».
I crimini del fascismo
contro i popoli jugoslavi
Nelle ultime
settimane abbiamo visto riprendere corpo la campagna contro la
Resistenza, rilanciata dalla proposta del sindaco di Trieste, Illy, di
abolire la festa del 25 aprile. Un ruolo particolare in questa
propaganda viene assegnato alla rievocazione dei presunti massacri di
massa compiuti dai partigiani sloveni contro gli italiani durante e
dopo la Resistenza stessa. In questa campagna indecente, che si
alimenta non solo di falsificazioni storiche spudorate, ma anche di un
vero e proprio razzismo antislavo, viene completamente messa in ombra
la responsabilità dello Stato italiano nella persecuzione dei
popoli aggrediti nel 1941 con l’invasione della Jugoslavia.
Ringraziamo quindi
caldamente l’autrice di questo articolo, che contribuisce a rimettere
in luce questo aspetto sempre nascosto e minimizzato della "storia
patria". Su questi temi torneremo ancora nei prossimi numeri della
rivista.
la
redazione di marxismo.net
Durante la recente visita di Ciampi in Friuli-Venezia Giulia un
emissario del Presidente ha avuto l’incarico di portare una corona al
monumento ai morti nel campo di concentramento di Gonars. È
stata la prima volta, probabilmente per insistenza dell’ANPI regionale,
che un alto esponente dello Stato italiano ha ricordato l’esistenza dei
campi di concentramento fascisti (il monumento di Gonars era stato
costruito nell’83 per volontà della Repubblica Jugoslava).
È un gesto fra l’altro che avviene in controtendenza rispetto a
una campagna revisionista e antislava sempre più ossessionante.
Comunque, qualsiasi sia stata la motivazione di Ciampi, per la gran
parte della gente, non solo nel resto d’Italia, ma anche in Friuli,
quel gesto è stato occasione di scoprire qualcosa di terribile
del nostro passato.
La tragedia dei campi di concentramento fascisti è stata infatti
in tutti questi anni nascosta o minimizzata, così come i crimini
dell’esercito italiano nei paesi aggrediti, per alimentare invece il
mito dell’"italiano buono e amato" anche se aggressore e vittima a sua
volta degli aggrediti infoibatori. È un mito continuamente
alimentato che oggi serve a puntellare una politica neoirredentista nei
confronti dei paesi dell’ex Jugoslavia, che si basa su un rinascente
razzismo antislavo, che si va diffondendo anche a sinistra (sintomatico
e sconvolgente a questo proposito l’Espresso del 16/3/2000, che ha in
copertina il titolo "Sicurezza: slavi maledetti", e poi nelle pagine
centrali il reportage "Fortezza Italia", sulla situazione dell’Istria,
dove i croati vengono definiti da un intervistato - con molta
condiscendenza da parte dell’intervistatore - "i "drusi", i maiali, i
comunisti titini").
Quando si va ad analizzare invece sui documenti ciò che ha fatto
l’esercito fascista italiano nei paesi aggrediti, il quadro che ne esce
è quello di un comportamento criminale. Qualche tempo fa inoltre
sono stati trovati da chi scrive, durante una ricerca nell’Archivio di
Stato di Udine, dei documenti della Commissione Censura della Provincia
di Udine, da cui la situazione degli internati di Gonars e di Visco, i
due campi di concentramente del Friuli, risulta semplicemente
sconvolgente. Una breve premessa storica permetterà a tutti di
inquadrare i fatti e comprendere appieno i documenti.
1941: l’invasione della
Jugoslavia
Il 6 aprile 1941 Hitler e Mussolini invadono la Yugoslavia. C’è
una immediata reazione e l’inizio della resistenza jugoslava.
La Slovenia viene smembrata fra Italia (il territorio che diventa
provincia di Lubiana) e Germania. Per quanto riguarda la Croazia il 18
maggio Aimone di Savoia, diventa re di Croazia, con il
collaborazionista Ante Pavelic come primo ministro.
In Slovenia già dall’ottobre del 1941 il tribunale speciale
pronuncia le prime condanne a morte, il mese dopo entra in funzione il
tribunale di guerra. La lotta contro i partigiani, che diventano una
realtà in continua espansione, si sviluppa nel quadro di una
strategia politico-operativa rivolta alla colonizzazione di quei
territori. Con l’intervento diretto dei comandi militari italiani la
politica della violenza si esercita nelle più svariate forme:
iniziano le esecuzioni sommarie sul posto, incendi di paesi,
deportazioni di massa, esecuzioni di ostaggi, rappresaglie sulle
popolazioni a scopo intimidatorio e punitivo, saccheggiamento dei beni,
setacciamento sistematico delle città, rastrellamenti... prende
corpo il progetto di deportazione totale della popolazione, con il
trasferimento forzato degli abitanti della Slovenia, progetto che i
comandi discutono con Mussolini in un incontro a Gorizia il 31 luglio
1942 e che non si realizza solo per l’impossibilità di domare la
ribellione e il movimento partigiano. Nel clima di repressione
instauratosi con l’occupazione militare nel territorio jugoslavo, per
il regime fascista nasce inevitabilmente l’esigenza di creare delle
strutture per il concentramento di un gran numero di civili, deportati
da quelle regioni.
I campi di concentramento e deportazione italiani furono almeno 31, di
cui 26 in Italia, e vi morirono oltre 7.000 persone. Vi furono
internati soprattutto sloveni e croati (ma anche "zingari" ed ebrei),
famiglie intere, vecchi, donne, bambini.
Il campo di concentramento
di Gonars
Il campo di concentramento di Gonars, in provincia di Udine, quindi
vicinissimo alle zone slovene e alle zone in cui era già
iniziata la guerra di liberazione, fu uno dei luoghi in cui si svolse
la grande tragedia di questi deportati. Venne istituito già nel
dicembre del 1941, costituito da tre settori, circondato da filo
spinato, controllato dai carabinieri e da circa 600 soldati con 36
ufficiali. Ai lati nord e sud del vasto spazio recintato da due torri
alte sei metri, armate con mitragliatrici puntate verso il campo, con
riflettori che di notte illuminavano a intervalli di pochi minuti il
campo e il circondario. Tutto intorno una "cintura" larga due metri, in
cui le sentinelle avevano l’ordine di sparare senza preavviso a tutti
quelli che la oltrepassavano.
All’arrivo i nuovi internati venivano denudati, "disinfestati", rapati
a zero. Ma nonostante la pulizia quotidiana delle baracche tenuta dagli
stessi internati, i parassiti si moltiplicavano. Essi si diffondevano
in prevalenza addosso agli internati che, a causa dell’indebolimento
fisico, giacevano sempre a letto e si lasciavano andare all’apatia.
Il 25 febbraio 1943 ci sono a Gonars 5.343 internati di cui 1.643
bambini. Ci sono intere famiglie provenienti da Lubiana o dai campi di
Arbe (Rab) o di Monigo (Treviso); due terzi croati e un terzo sloveni.
Baracche strette e lunghe, da 80 a 130 prigionieri per baracca;
baracche praticamente senza riscaldamento o con stufe mal funzionanti,
ma molti (specialmente uomini adulti) dormivano in tenda; igiene
impossibile per mancanza di tutto; pidocchi, scabbia erpete e altre
malattie contagiose; per quanto riguarda le donne incinte, l’80% dei
nati erano morti. Mangiare del tutto insufficiente, minestrone
mezzogiorno e sera, praticamente acqua, + 200g di pane. "La gente
è affamata. Ma forse è meglio dire che muore di fame",
scriveva il salesiano padre Tomec, come risulta da una sua lettera in
data 6 febbraio 1943. "Queste famiglie non hanno nessuno che possa
mandargli i pacchi, perché le loro case sono state bruciate e i
parenti sparpagliati. (...) Una grande maggioranza di internati
è venuta da Arbe (Rab) e sono giunti già esausti, simili
a scheletri. (...) Dal 15 dicembre 1942 al 15 gennaio 1943 ne sono
morti 161. In media muoiono 5 persone al giorno. (...) Il maggiore
medico Betti mi ha detto che in due mesi il 60% di questa gente
morirà, se prima non vengono liberati. (...) Una scena triste
viene offerta dalla baracca nella quale ci sono soltanto bambini orfani
che hanno perso i genitori ad Arbe o a Gonars". "Dio ci guardi da
qualche epidemia nel campo. Le persone cadrebbero una dopo l’altra come
mosche." Così scriveva ancora padre Tomec. E di una epidemia, si
ha proprio notizia dai documenti della censura che si trovano
nell’Archivio di Stato di Udine (fascicolo Prefettura). Infatti se in
febbraio i problemi erano soprattutto la fame e il freddo, si ebbe
anche un’epidemia di tifo petecchiale, non sappiamo con quali esiti. Di
un’altra, nel giugno del ‘43, si sa anche per il campo di internamento
di Visco (a 3 chilometri da Palmanova, a 10 dall’altro campo, quello di
Gonars). C’erano in questo campo 4000 persone, che in maggio, come
risulta sempre da questi documenti della Censura, erano stati picchiati
dai carabinieri con "botte da orbi" perché "quando hanno saputo
che abbiamo perso la Tunisia, si sono messi tutti a gridare "Viva la
Russia"".
Mentre sul campo di concentramento di Gonars ci sono stati degli studi
che, seppur conosciuti solo localmente, hanno messo in luce questa
tragedia, del campo di concentramento di Visco si sa poco e niente, ma
la grande tragedia che vi si svolse emerge dai documenti che affiorano
oggi dall’Archivio di Stato di Udine. Nel monumento ossario del
cimitero di Gonars sono sepolti 453 corpi.
I prigionieri vengono liberati nel settembre del ‘43.
|