È difficile stabilire con precisione
quanti civili jugoslavi furono coinvolti
nell'internamento fascista. (...) Considerando
le fonti più attendibili (in primo
luogo quelle della Croce Rossa Internazionale)
e facendo riferimento all'insieme dei campi
dell'Autorità militare,a quelli
dell'Autorità civile e all'
internamento libero, si può tuttavia
valutare in circa 100000 (per la gran parte
sloveni, croati e montenegrini) il numero dei
civili "ex jugoslavi" internati dall'Italia.
In riferimento
alla sola "Provincia di Lubiana", si
può ritenere che, sino al settembre
1943, siano stati internati circa 25000 civili
tra sloveni e croati.
(C.S.
Capogreco: I
campi del duce pp.77-78, e fonti
ivi citate.)
Il numero complessivo dei campi d'internamento
distribuiti lungo l'intero territorio
nazionale (...) raggiunse la cifra di 200 nel
solo Regno d'Italia.
(D.
Conti: L'occupazione
italiana dei Balcani p.54)
L'elenco che segue comprende esclusivamente
campi e località che ci risultano
destinate a tale uso al momento dell'Armistizio
(8 settembre 1943).
Subito dopo il nome di ciascun campo riportiamo
le fonti specifiche più significative.
LEGENDA
(AM)
= campi di concentramento ad
amministrazione militare
(AC) = campi di concentramento ad
amministrazione civile
(am) = campi di lavoro ad amministrazione
militare
(cc) = carceri
P.G. = campo per prigionieri di guerra
Il
numero accanto al nome di alcuni campi si
riferisce a quello assegnato ai campi
militari per prigionieri di guerra (P.G.)
[cfr. all. 1 al fg. 1/46635 del 07/09/'42
dello Stato Maggiore, in Archivio Ufficio
Storico Stato Maggiore dell'Esercito-AUSSME,
Ufficio Prigionieri di Guerra, circ. 279]
In rosso i campi di
concentramento dell'Italia centrale i cui
internati slavi hanno o potrebbero avere
contribuito alla Resistenza in
Abruzzo-Lazio-Marche-Umbria dopo l'8
Settembre.
In
grassetto i campi più grandi
e/o per i quali si dispone di una maggiore
mole di informazioni.
- Agnone
(Campobasso) (AC), ex Convento di S.
Bernardino, N.18
- Alatri
(Frosinone):
"Le Fraschette" (AC) N.14
- Alberobello
(Bari), loc. Masseria Gigante (AC) N.42
- vi sono internati una novantina
di jugoslavi a partire dal 1/8/1942; a
inizio settembre 1943 sono rilasciati in
molti, alcuni ritenuti "non idonei" sono
invece trasferiti nel centro di lavoro
di Castel di Guido (C.S.
Capogreco:
I
campi del duce
pp.235-236)
- Francesco
Terzulli: Alberobello
1942-1946. Internati slavi ed ex
fascisti a Masseria Gigante,
in: “Riflessioni. Umanesimo della
pietra”, luglio 1991, pp. 7-21
- Anghiari (Arezzo): "La Motina" in frazione
Renicci [CONTR.]
(AM) N. 97 (AC) N.54
- Aosta Porta Littoria N.
101 (fino al 7/9/42)
- Apiro (Macerata) (AC) (necessita
approfondimento su consistenza num.
jugoslavi)
- Appignano (Macerata) (AC) (necessita
approfondimento su consistenza num.
jugoslavi)
- Arbe /
Rab (oggi Croazia) (AM) (AC) N.60
- Ariano
Irpino (Avellino) (AC) N.37
- Arona (Novara)
- Bagno
a Ripoli (Firenze) "Villa La Selva" (AC)
N.3
- Bastardo
(Perugia)
- è
il
"campo di lavoro n.115" secondo Giuseppe
Guerrini (in L'Umbria dalla guerra alla
Resistenza, Atti del Convegno Dal
conflitto alla libertà:
Perugia, 30 novembre-1 dicembre 1995,
Foligno : Editoriale umbra, 1998; n.64
p.291)
- Belforte (Macerata) (AC) (necessita
approfondimento su consistenza num.
jugoslavi)
- Boiano (Campobasso) ex tabacchificio Saim
(AC) N.19
- Borgomanero (Novara)
- Buccari (Istria)
- Busseto (Parma) N 55 (per uff. e sottuff.
ex eserc. jugo)
- Cairo Montenotte (Savona): loc. Vesima
(AM)
P.G. N.95 (AC) N.57
- Caldarola
(Macerata) (AC) (necessita approfondimento su
consistenza num. jugoslavi)
- Camerino
(Macerata) (AC)
- Campagna
(Salerno) (AC) N.38
- Casacalenda
(Campobasso) ex Convitto
Fondazione Caradonio-Di Blasio (AC) N.26
- Casoli
(Chieti) (AC) N.21
- Castagnevizza / Castanevica (Gorizia) (AM)
- Castel di Guido (Roma) (AC) N.13 (centro
di lavoro)
- Castelfranco Emilia
- Castel Montalbano (Fi)
- Castell’Arquato (Piacenza)
- Castelraimondo
(Macerata) N.93
- Castel
S. Pietro Ospedale militare (in
funz. dal 17/9/42) N. 205
- Castiglion Fiorentino (AR) [G. Visintin]
- Castiglione
della
Valle (Perugia) [G. Visintin]:
Castello Sereni
- Ceprano
[Frosinone]
- Chiesanuova
(Padova): Caserma "Romagnoli" (AM) (AC) N.49
- i
numerosi jugoslavi internati furono
trasferiti in Croazia dai tedeschi
dopo l'8 Settembre
(C.S.
Capogreco:
I
campi del duce p.252)
- video: "Un campo
di concentramento a Chiesanuova
(1942-1943)", a cura di
Franco Biasia, regia di Antonio
Bonadonna (2011)
- iniziativa tenuta a Padova,
nell'ex Tribunale, il 23 gennaio 2011:
video1
- video2
- Cighino di Tolmino / Čiginj (AM)
- Città
S. Angelo (Pescara) (AC) N.23
- Cittaducale
(Rieti)
- Civitella in
Val di Chiana (Arezzo): "Villa
Oliveto" (AC) N.4
- Colfiorito
(Perugia) (AM) C.C. N.64 P.M.3300
(AC) N.15/50
- Dragutin
Drago
V. Ivanovic: Muzej
logora Kolfiorito di Folinjo...,
- D.R.
Nardelli,
A. Tacconi: Deportazione ed
internamento in Umbria...
- Dragutin
Drago
V. Ivanovic: Memorie
di un internato montenegrino...
- Dragutin
Drago
V. Ivanovic: Civilni
Internirci
Crnogorci iz logora Kolfiorito...
(contiene
un
elenco di 1070 internati compilato
nel 2003)
- Dall'internamento
alla
libertà. Il campo di
concentramento di Colfiorito,
Atti del convegno di studi, Foligno,
palazzo Trinci, 4 novembre 2003. ISUC
/ Editoriale Umbra, Foligno 2004, ISBN
88-88802-23-1
- Maria Pia
Burani: Nessuno lo chiamava il
campo...
- Caterina
Forti: Il campo di Colfiorito tra
confino e internamento politico
(1939-1943), Tesi di laurea in
Storia contemporanea, Università
di Camerino A.A. 1997-1998. Pubbl. in:
Valentina Conti e Andrea Mulas, Nuovi
contributi per la storia della
resistenza marchigiana,
Università degli studi di
Camerino / Affinità elettive,
Ancona 2002
- Corropoli
(Teramo): "Badia" (AC) N.25
- Cortemaggiore
(tra
Piacenza e Cremona) N. 26
- "Il 9 settembre 1943 evasero i
prigionieri (russi, jugoslavi, greci e
inglesi) del campo di Cortemaggiore e si
diressero in montagna, risalendo le
valli dell'Arda e dello Stirone. [...]
Altri fuggitivi si nascosero nelle
campagne di Cortemaggiore. In questa
opera di aiuto e di avviamento
prigionieri si prodigarono, ancor prima
dell'8 settembre [tra gli altri] lo
slavo Cedomir Ristich detto il
“Tesoriere”. [...] Formarono
così, per sopravvivere e
sottrarsi alla cattura, piccole bande ai
confini delle province di Parma e
Piacenza... In seguito molti si
dispersero in altre zone e rimase in
località Settesorelle la Banda
autonoma "Giovanni lo slavo", com.
Giovanni Grcavaz [Grbavac?], composta
prevalentemente di jugoslavi..." (Rif. Storia
delle formazioni partigiane
piacentine, a cura
dell'A.N.P.I. - Comitato provinciale di
Piacenza)
- Crocetta
Castelfrentano
(Chieti) campo di lavoro
- Ellera di
Corciano (Perugia) (dipendente da
Tavernelle-Pietrafitta (am) (AC) N.55)
- Esanatoglia
(Macerata) (AC) (necessita approfondimento su
consistenza num. jugoslavi)
- Fabriano
(Ancona): "Collegio Gentile" (AC) N.6
- "In tale
alloggiamento, con molti italiani,
c'erano una trentina di jugoslavi,
tutti provenienti da Spalato..." (G. Mari:
La
Resistenza in provincia di Pesaro e
la partecipazione degli Jugoslavi,
Pesaro 1964)
- gli
jugoslavi detenuti fanno propaganda
comunista e tentano di evadere (C.S.
Capogreco: I campi
del duce...
p.187); già dopo il 25 Luglio
la maggior parte degli internati sono
prosciolti o si allontanano (C.S.
Capogreco: I campi
del duce...
p.188)
- Farfa in
Sabina (Rieti) "Badia" (AC) N.15
- Fara Novarese (Castelli
Cusiani) * [ACS, Ariani
Internati]
- Ferramonti di Tarsia (Cosenza) (AC) N.46
- Ferriere (PC) [G. Visintin]
- Fertilia (Sassari) (AC)(am) N.51 (forse da
identificare con Pertozgiu?)
- Fiastra (Macerata) (AC) (è
forse lo stesso elencato come "Urbisaglia
- Abbadia di Fiastra" ?)
- Firenze:
carcere maschile delle Murate
- Firenze: reclusorio femminile di Santa
Verdiana
- testimonianza di Vittorio Meoni,
ex detenuto alle Murate, attuale pres.
dell'Ist. Storico della Resistenza di
Siena, in corso di pubblicazione (2012)
- Fiume [oggi Croazia] N. 83
- Fiuminata (Macerata) (AC) (necessita
approfondimento su consistenza num.
jugoslavi)
- Forte Mamula, Bocca di Cattaro (Dalmazia)
(AM) (AC) N.62
- Fossalon (presso Grado, GO): Eraclea /
Casa Concordia (campo di lavoro Bonifica
della Vittoria) (AC) N.58
- Fossano
(Cuneo) (cc)
- Livio Berardo (a cura di):
Le loro
prigioni. Antifascisti nel carcere
di Fossano, ANPPIA 1994
- Garessio (Cuneo)
- Gioia del
Colle (Bari) (AC) N.43
- Gonars
(AM) N.89 (AC) N.52
- http://gonarsmemorial.eu/: Storia e
memoria del campo di concentramento
fascista di Gonars e altri luoghi da
non dimenticare
- Davide
Toffolo, L'INVERNO
D'ITALIA. Una storia a
fumetti su Gonars
- Iniziativa
a
Marano Lagunare (UD), 29-30/1/2011
- Presentazione
del
progetto: GONARS, THE ITALIAN LOST
MEMORY
- A.
Kersevan: Un campo di concentramento
fascista. Gonars 1942-1943,
KappaVu Edizioni, Udine 2003. Vedi le recensioni
- DVD:
GONARS
1942-1943. IL SIMBOLO DELLA
MEMORIA ITALIANA PERDUTA
- A. Kersevan: I
campi di concentramento in Friuli
(dal sito marxismo.net)
- I campi di
concentramento per internati
jugoslavi nell’Italia fascista. I
campi di Gonars e Visco.
Atti del convegno, Palmanova 29.11.2003
- Nadja Pahor-Verri: Oltre il
filo. Storia del campo di internamento
di Gonars 1941-1943, ed. Comune
di Gonars, Udine 1996
- "In questo campo furono rinchiusi
molti artisti e intellettuali di rilievo
[...] Fra gli internati di Gonars
figuravano molti adepti della resistenza
slovena e croata [...] Sotto diversi
nomi di copertura [...] vennero ospitate
figure di primo piano dell'Osvobodilna
Fronta e del Partito Comunista
Sloveno [...] Nell'estate del 1942 l'Osvobodilna
Fronta
predispose un ardimentoso piano di fuga
finalizzato a mettere in salvo gli
antifascisti più a rischio. Dopo
diverse settimane di scavo venne
realizzato un tunnel lungo 60 metri che,
partendo dalla baracca n.22, sfociava in
un campo di granturco, alcuni metri
oltre la recinzione. Nella notte tra il
30 e il 31 agosto riuscivano così
a evadere Boris Kraigher [futuro
presidente del Consiglio Esecutivo
federale della Jugoslavia], Ivan Bratko,
Marks Perc, Franc Ravbar, Janez Učakar,
Franc Pangerc, Bojan Štih e Viktor
Ilovar. [...] Nella
notte del 13 settembre [1943] [...] la
massa degli internati (circa 4000
persone) dilagò disordinatamente
fuori dal campo", tuttavia quasi un
migliaio erano ancora prigionieri dei
tedeschi alla fine di ottobre, per
essere rilasciati solo successivamente
(C.S.
Capogreco: I campi
del duce... p.256)
- Grumello al
Piano (Bergamo) P.G. N.62 P.M. 3200 (in loc.
Lallio, anche "Grumellina")
- Grupignano
(fraz. di Cividale UD)
- Isernia
(AC) ex Convento delle Benedettine N.26
- Isola
d’Argo (??)
- Isola del Gran Sasso (Teramo) (AC) N.27
- Istonio
Marina (Chieti, oggi Vasto) (AC) N.28
- Labico
[Roma] * [AUSSME, Uff.Prig.
di G., Diari storici, marzo 1943, All. n.
64]
- Lama dei
Peligni (Chieti) (AC) N.29
- Lanciano
(Chieti) (AC) (AC) N.30
- Laterina
(Arezzo) N. 82
- Laurana - Lovran (Croazia)
- Lipari (isola, Messina) (AC) N.47
- è lo stesso campo in cui
fino al 1939 vennero ospitati e
addestrati i terroristi ustascia croati;
vi furono internate molte centinaia di
antifascisti jugoslavi a partire dalla
fine del 1941, ma nel 1943 se ne decise
lo sgombero preferendo distribuire i
prigionieri tra diversi campi (C.S.
Capogreco:
I campi
del duce... p.246)
- Loro Piceno (Macerata) (AC) (necessita
approfondimento su consistenza num.
jugoslavi)
- Manfredonia
(Foggia): "Il Macello" (AC) N.44
- Marsciano
(Perugia)
(dipendente dal Cantiere Orlando di
Spoleto P.G. N.115 )
- Melada/Molat presso Zara/Zadar (isola,
Dalmazia) (AM) (AC) N.61
- Monigo
(Treviso)
(AM) (AC) N.53
- Montopoli
in Sabina [?
verificare
ev. coincidenza con i campi indicati come
"Farfa in Sabina", "Passo Corese",
"Montelibretti"]
- Montalbano-Rovezzano
(Firenze)
(AC) N.5
- già dopo il 25 Luglio gli
internati - tutti slavi - sono in
fermento e perciò vengono in
parte trasferiti nelle carceri
fiorentine; dopo l'8 Settembre quasi
tutti evadono indisturbati (C.S.
Capogreco: I campi del duce
p.186)
- Montechiarugolo
(Parma)
(AC) N.1
- una cinquantina riescono a
fuggire subito dopo l'8 Settembre (C.S.
Capogreco: I campi del duce
p.180)
- Marco Minardi: Tra chiuse
mura. Deportazione e campi di
concentramento nella provincia di
Parma 1940-1945, Comune di
Montechiarugolo, 1987
- Montefusco (Avellino)
- Montelibretti
(Roma)
[A.
Parisella - forse da identificare con
Passo Corese (RI)?]
- Montelupone
(MC)
- Montemale
di Cuneo * N. 15
(fino al 7/9/1942)
- campo
per ufficiali sup. jugoslavi (A.
Kersevan)
- Montorio
al Vomano (TE) [fonte: D.
Conti]
- Monturano
(??) * N. 70
- Nereto
(Teramo) due distinti edifici (AC) N.31
- Notaresco
(Teramo)
(AC) N.32
- ospita spec. una sessantina di
partigiani dalmati a partire da giugno
1942; sono progressivamente rilasciati a
fine 1943 (C.S.
Capogreco:
I
campi del duce
p.221)
- Novara
- Oleggio (NO) [G. Visintin]
- Palazzolo dello Stella
(Latisana) * N. 88
- Passo
Corese (Rieti) P.G. N.54 [G.
Visintin - forse da identificare con
Montelibretti (Roma)?]
- Pertozgiu (Sardegna) [pg. 124 Galluccio,
non citato in elenco]
- Perugia:
carcere (cc)
- un
centinaio di minorenni del Capodistriano
vi furono detenuti fino all'estate 1944;
si registra anche un tentativo di
evasione (P.
Monacchia: L'internamento
in Umbria...)
- Petriolo
(Macerata) "Villa Savini - La Castelletta"
(AC) N.7
- Piobbico
(Pesaro)
- Pisa:
carcere
- Pissignano
presso Campello sul Clitunno (Perugia) P.G.
N.77
- Pisticci
(Matera) (AC) N.41
- importante campo di lavoro, vi
furono detenuti anche moltissimi
jugoslavi (tra cui il poeta Josip
Šuljić). Dopo la caduta del Fascismo
alcuni prigionieri cominciarono ad
essere rilasciati, mentre gli altri -
spec. i circa 700 jugoslavi - scatenarono
clamorose
proteste. Il 13/9 un internato (Željko?)
si recò clandestinamente a
Taranto dai comandi alleati, che presero
il controllo del campo e ne cambiarono
la destinazione d'uso. (C.S.
Capogreco:
I
campi del duce
pp.232ss.)
- N.
Kardoš: Il cammino vitale del
partigiano Kirija
- Pollenza
(Macerata) "Villa Lauri" (AC) N.8
- Ponza (isola, Latina/Littoria) (AC) N.16
- dal 5 marzo 1942 vi sono reclusi
quasi 200 montenegrini "comunisti e
nazionalisti" poi anche altri
soprattutto deportati dal Kosovo
contrari alla "Grande Albania", poi
trasferiti a Renicci e Fraschette
(C.S.
Capogreco:
I
campi del duce p.202)
- Porto Re (presso Fiume/Rijeka oggi
Croazia) [G. Visintin]
- Prato all’Isarco (BZ) * [ACS
A5G b. 117]
- Prevlaka, Bocca di Cattaro (Dalmazia)
- Rezzanello
presso
Gazzola (PC) N. 17 P.M. 3300
- All.1 f.57768 del 7/1/1942
della S.M.R.E. Uff. Servizi II (A.
Scanzi, com.priv.)
- Romagnano Sesia (Novara) * [ACS,
Internati Ariani]
- Ruscio
presso Monteleone di Spoleto (Perugia):
miniere di lignite P.G.
* N. 117
- S. Angelo in Pontano (Macerata) (AC) (necessita
approfondimento su consistenza num.
jugoslavi)
- S. Ginesio (Macerata) (AC) (necessita
approfondimento su consistenza num.
jugoslavi)
- S. Severino Marche (Macerata) (AC) (necessita
approfondimento su consistenza num.
jugoslavi)
- Sagrado / Sdravščina (Gorizia) *
Poggio Terza Armata (AM) (AC) N.59
- San
Gimignano (Siena): carcere
- Sarnano (Macerata) (AC) (necessita
approfondimento su consistenza num.
jugoslavi)
- Sassoferrato
(Ancona)
ex
monastero S. Croce (AC) N.9
- Scipione di
Salsomaggiore (Parma) (AC) N.2
- Scoglio Calogero (Dalmazia) [CONTR.]
- Seggiano
(Grosseto) (Ospedale degli
Incurabili - ricovero vecchi)
- Serravalle del Chienti (Macerata) (AC) (necessita
approfondimento su consistenza num.
jugoslavi)
- Servigliano
(Marche) N. 59
- Sforzacosta
(MC) N. 56 (N.53 secondo N.
Kardoš: Il cammino vitale del partigiano
Kirija, pag.200, cui rimandiamo
anche per altre fonti;
inizialmente riservato ai prigionieri
anglosassoni)
- Solofra (Avellino) (AC) N.40
- Spoleto (Perugia): la Rocca
(cc)
- Spoleto
(Perugia):
Morgnano / Cantiere Orlando P.G. N.115 (cfr.
anche Marsciano)
- Sulmona
(L'Aquila)
- Tavernelle-Pietrafitta
(Perugia)
(am) (AC) N.55
- Teramo [forse da identificare con altri
in provincia di Teramo?]
- Tolentino
(Macerata) (AC) (necessita approfondimento su
consistenza num. jugoslavi)
- Tollo presso
Lanciano (Chieti) (AC) N.33
- Torre
de’ Passeri (PE) [G. Visintin]
- Tortoreto
Alto (Teramo) (AC) N.34
- Tortoreto
Stazione (Teramo)
- Tossicia
(Teramo) (AC) N.35
- Trecate (Novara)
- Treia (Macerata), "Villa Spada" o "Villa
La Quiete"
(AC) N.11
- Tremiti
(isole, Foggia) (AC) N.45
- furono "le
uniche isole di deportazione i cui
internati non vennero evacuati
nell'estate 1943. (...) Il 20 settembre
'43, un centinaio di deportati (in buona
parte slavi), impossessatisi di un
grosso natante, riuscì a fuggire
alla volta di Bari, nonostante il
tentativo di opposizione messo in atto
dai Carabinieri" (C.S.
Capogreco: I campi del duce
pag.240)
- Tribussa di Chiapovano - Trebuša (AM)
- Urbisaglia
(Macerata),
"Abbadia di Fiastra" N. 53 (AC) N.10
- Ustica (isola, Palermo) (AC) N.48
- il 1/11/1942 ospitava almeno "750
montenegrini, 500 sloveni e 150 croati";
in seguito furono tutti distribuiti in
altri campi (C.S.
Capogreco:
I
campi del duce pag.247)
- Ventotene (isola, Latina) (AC) N.17
- Vestone (Brescia) N. 23
- Vetralla
(Viterbo) [costituzione il 12
luglio 1942, ACS A5G b. 117]
- Volterra
(Pisa): carcere
- Volzana di Tolmino (Slovenia)
- Vinchiaturo (Campobasso) edificio di
proprietà Di Nonno in Via
Libertà (AC) N.36
- Visco (Udine) (AC) N.56
- Zlarino/Zlarin presso Zara/Zadar
(Dalmazia) (AC) N.63
- Zola Predosa (Bologna)
* (ACS Ariani internati (buste
26 e 160)
Marco
Minardi: Tra
chiuse mura. Deportazione e campi di
concentramento nella provincia di Parma
1940-1945, Comune di
Montechiarugolo, 1987
"VILLA
OLIVETO". CENTRO DI DOCUMENTAZIONE SUI CAMPI
DI CONCENTRAMENTO ITALIANI: http://www.storiaememorie.it/villaoliveto/
Valeria Galimi: L'internamento in Toscana,
in: E. Collotti (a cura di), Razza e
Fascismo. La persecuzione contro gli ebrei
in Toscana 1938-1943. Studi e documenti,
Carocci, Roma 1999
PUGLIA
Francesco Terzulli: L'internamento
fascista in Puglia, in
«Bollettino della Fondazione
Ferramonti» n.2-3, gennaio-giugno 1989
Paola
Monacchia: L'internamento in Umbria,
in L'Umbria
dalla guerra alla Resistenza, Atti
del Convegno Dal conflitto alla libertà:
Perugia, 30 novembre-1 dicembre 1995, a cura
di Luciana Brunelli e Gianfranco Canali,
Foligno : Editoriale umbra, [1998] ISBN -
88-85659-54-3
GENERALE
D. Gobbo: L’OCCUPAZIONE
FASCISTA DELLA JUGOSLAVIA E I CAMPI DI
CONCENTRAMENTO PER CIVILI JUGOSLAVI IN
VENETO (2012)
N. Kardoš: Il cammino
vitale del partigiano Kirija (2009)
M. Gombac: I bambini sloveni
nei campi di concentramento italiani
(1942-1943)
Gli
interventi di A. Kersevan al convegno di
Torino, 19/10/2007
B.M. Gombač, D. Mattiussi, D. (a cura di): La
deportazione dei civili sloveni e croati
nei campi di concentramento italiani...
(2004)
F. Galluccio: I
lager in Italia. La memoria sepolta nei
duecento luoghi di deportazione fascisti,
Nonluoghi libere edizioni, Civezzano
(Trento) 2003 [2002?]
C.S. Capogreco: Una storia rimossa dell’Italia
fascista. L’internamento dei civili
jugoslavi (1941-43), in
«Studi storici» n.1,
gennaio-marzo 2003
C.S. Capogreco: Aspetti e peculiarità del
sistema concentrazionario fascista. Una
ricognizione tra storia e memoria,
in AA.VV.,
Lager,
totalitarismo, modernità,
Bruno Mondadori, Pavia 2002
C. di Sante (a cura di): I campi di
concentramento in Italia.
Dall’internamento alla deportazione
(1940-1945), Atti del Convegno
tenuto a Teramo nel 1998, Franco Angeli,
Milano 2001
C. Saletti: Campi d’Italia, in
«Verona contemporanea», Istituto
per la storia della Resistenza e
dell’età contemporanea di Verona, a.
IV n.1, 2000
C.S. Capogreco: L’oblio delle deportazioni
fasciste: una “questione nazionale”,
in «Nord e Sud» n.6, 1999
K. Voigt: Il
rifugio precario. Gli esuli in Italia dal
1933 al 1945, Voll. 2, La Nuova
Italia, Firenze 1996
T. Ferenc: La deportazione di massa delle
popolazioni jugoslave nella seconda guerra
mondiale, in: Spostamenti
di popolazione e deportazioni in Europa
1939-1945 (1987)
S. Carolini (a cura di): «Pericolosi
nelle
contingenze belliche». Gli internati
dal 1940 al 1943, Anppia, Roma 1987
Foto
dai
campi di prigionia italiani (dal sito de
La Nuova Alabarda)
Ebrei
jugoslavi internati in Italia durante il
periodo bellico (3222
nominativi - da http://www.annapizzuti.it/ )
La lotta dei
partigiani jugoslavi ex-detenuti nei
campi in Italia: i monumenti
Presentazione del
progetto
GONARS THE
ITALIAN LOST MEMORY
Il progetto presentato dal Comune di Gonars, ed
affidato nella sua realizzazione alla Kappa Vu
di Alessandra Kersevan (già autrice di
una importante ricerca storica sul campo “Un
campo di concentramento fascista. Gonars
1942-1943”), intende proseguire sulla strada del
recupero della memoria storica individuando nei
giovani il target di riferimento principale
della propria attività e nelle tecnologie
multimediali (web, cd-rom, dvd ecc.) lo
strumento più idoneo a trasmettere questi
contenuti.
Gli obiettivi del progetto sono:
1. Preservare la memoria storica riguardante i
tragici avvenimenti della deportazione di massa
di donne, bambini, anziani e uomini dalla allora
“provincia di Lubiana” e dagli altri territori
jugoslavi annessi dall’Italia dopo il 1941;
2. Trasmettere la conoscenza degli avvenimenti
accaduti a Gonars nel 1942-43 alle presenti e
future generazioni, non solo in Friuli Venezia
Giulia, ma anche in Italia, Slovenia e Croazia e
in altri paesi;
3. Contribuire a creare e a consolidare una
presa di coscienza collettiva nazionale in
merito alla storia del fascismo in Italia e dei
campi di concentramento;
4. Contribuire alla creazione e promozione di
una cultura di pace e collaborazione tra i
popoli, alla conoscenza tra le genti
affinchè queste tragedie non accadano
più.
Il progetto consiste in due parti:
1) il sito http://gonarsmemorial.eu/
[era: www.gonarsmemorial.org]
2) un video-documentario
in DVD con la storia del Campo di
concentramento di Gonars.
Realizzazione del sito web/portale
La realizzazione del sito sarà lo
strumento principale attraverso il quale
informare e sensibilizzare le persone in Italia
e negli altri paesi europei e non solo, riguardo
ai fati accaduti a Gonars. Il sito web, infatti,
presenterà una selezione, adatta al
grande pubblico e di immediata comprensione e
impatto, dei contenuti presentati sul cd-rom e
avrà una funzione principalmente
divulgativa. Il sito web/portale ospiterà
anche la rete virtuale dei comuni italiani,
sloveni e croati. La sua struttura sarà
tale da permettere l’aggiornamento e
l’adattamento continuo e costante nel tempo dei
contenuti. Sarà costruito in due lingue
italiano e inglese con alcuni inserti e link in
lingua slovena e in lingua croata. Il sito
sarà ancorato ai principali motori di
ricerca del web, sarà collegato ad altri
siti dal contenuto analogo in Europa e si
provvederà anche a inserirlo nell’ambito
dei circuiti di turismo tematico nello specifico
in quelli relativi al turismo culturale e in
quelli relativi ai percorsi storici.
Realizzazione DVD
Il dvd si configura come uno strumento agile e
di sicuro interesse, in particolar modo per le
persone giovani ma non solo. Il pregio di tale
strumento è quello di poter
coniugare contenuti scritti come lettere e
documenti con l’immagine delle persone,
testimoni diretti o indiretti dei fatti accaduti
e la possibilità di ricreare virtualmente
il campo di concentramento per internati civili
di Gonars. E’ uno strumento di facile utilizzo
anche per la didattica. Avrà una durata
di ca. 1 h e ciò permette di svolgere
un’interessante lezione di storia con i seguenti
contenuti:
- contestualizzazione degli avvenimenti, le
premesse storiche: il nazismo e il fascismo;
l’occupazione della Jugoslavia; l’annessione
della provincia di Lubiana da parte delle
autorità italiane e la politica
repressiva contro il movimento partigiano;
- deportazione di massa; i campi di
concentramento per internati civili in Italia
- il campo di concentramento per internati
civili di Gonars;
- testimonianze.
Un campo di
concentramento fascista. Gonars 1942-1943.
Recensioni
Da: Mauro Daltin
Data: Monday 21 November, 2005
Recensione:
Pagine dal
campo fascista di Gonars
di Giulia
Calligaro - Il Sole 24 Ore
Il giorno della memoria per non dimenticare
tragici fatti che hanno coinvolto anche
l'Italia.
Ce lo ricorda Alessandra Kersevan, ricercatrice
all'Università di Trieste, nel suo libro
"Un campo di concentramento fascista" (ediz.
Comune di Gonars/Kappavu), un'opera che vuole
contribuire a diffondere la conoscenza del
sistema dei campi di concentramento fascisti e
in particolare la tremenda vicenda che si svolse
a Gonars, in provincia di Udine nel 1942-43,
dove venne impiantato un campo in cui furono
rinchiusi migliaia di sloveni e croati. Fu il
più grande campo di concentramento per
internati civili jugoslavi al di qua del vecchio
confine gestito dal Regio esercito. Dalla
primavera del 1942 al settembre del '43 vi
furono internate 6 mila persone, uomini, donne,
vecchi e bambini. Morirono in 500 per la fame,
il freddo, le malattie.
Gli internati provenivano per il 90% dal Gorski
Kotar, la regione montuosa a nord-est di Fiume,
che subì un vero e proprio martirio da
parte dell'esercito italiano. La ricerca
è stata condotta nell'Archivio di Stato
di Udine ed è continuata poi in vari
altri archivi italiani, fra cui l'Archivio
Centrale dello Stato, quello dello Stato
Maggiore dell'Esercito e l'Archivio di Stato di
Lubiana.
L'autrice si è avvalsa inoltre di
testimonianze orali e memorie scritte di ex
prigionieri, ex soldati del contingente di
guardia e gente di Gonars.
Il campo di Gonars fu il campo fascista in cui
si ebbero le peggiori condizioni di vita. Il
progetto era quello di ripopolare la regione con
gli italiani. Ma il caso Gonars rimase
invisibile nell'Italia del dopoguerra, in parte
anche per l'effetto assolutorio di Auschwitz nei
confronti degli altri campi. Eppure i documenti
parlano chiaro e grave: nella notte tra il 22 e
il 23 febbraio 1942, Roatta, Robotti e Grazioli,
i militari responsabili del rastrellamento,
fanno circondare Lubiana con reticolati di filo
spinato: la città diventa così un
immenso campo di concentramento. Robotti spega
al Duce il suo metodo: "Gli uomini sono nulla".
E comunica la sua intenzione di "arrestare in
blocco gli studenti di Lubiana". I
rastrellamenti sono operati dai granatieri di
Sardegna. Il genrale Orlando, comandante della
divisione, prevede lo sgombero delle persone
"prescindendo dalla loro colpevolezza". Alla
fine di giugno Orlando comunica che con
l'arresto di "5.858 persone si è tolto
dalla circolazione un quarto della popolazione
civile di Lubiana". Il campo di Gonars,
allestito per gli arrestati sloveni, in poche
settimane è pieno. In estate viene
approntato in fretta e furia il campo di tende
sull'isola di Rab. Il vescovo di Krk, monsignor
Srebnic, il 5 agosto 1943 in una lettera la Papa
parlerà di più di "1.200 internati
morti". Alla fine del 1942 il sottosegretario
all'Interno Buffarini dà notizia al Duce
che "50 mila elementi sloveni sono stati
internati in Italia". Nell'autunno 1942 la
diocesi di Lubiana fa arrivare alla Santa Sede
un documento dal tono molto preoccupato, che
chiedeva interventi per evitare che i campi
"diventino accampamenti di morte e di
sterminio". Il Vaticano la inoltra al ministero
dell'Interno fascista. Risponde – sempre
seguendo le testimonianze raccolte dalla
Kersevan – proprio il generale Roatta,
minimizzando la situazione, contestando i dati e
rimproverando il Vaticano, poiché "i
comandi militari non hanno bisogno di
suggerimenti per quanto riguarda i doveri di
umanità". Il segretario dell'arcivescovo
di Zagabria nel '43 denuncia alla Croce Rossa
italiana che a "Gonars si trovano oltre 4 mila
croati, in maggioranza donne e bambine che
soffrono molto e muoiono in gran numero". Il 27
marzo 1943 il prefetto di Udine impone
all'Autorità ecclesiastica di bloccare i
pacchi per evitare che "aiuti siano prodigati a
una razza siffatta che non ha mai nutrito,
né nutre, sentimenti favorevoli
all'Italia".
http://www.romacivica.net/anpiroma/deportazione/deportazionecampi1a.htm
Il campo di
concentramento di Arbe/Rab
Il campo di Arbe, una delle isole che costellano
il lato orientale dell'Adriatico (oggi
territorio della Repubblica di Croazia), fu
aperto nel luglio del 1942 ed ospitò
complessivamente circa 15.000 internati tra
sloveni, croati, anche ebrei. In poco più
di un anno di funzionamento (il campo
cessò di esistere 1'11 settembre del
1943), il regime di vita particolarmente duro
causò la morte di circa 1.500 internati.
La storia del campo
Il 7 luglio 1942 il comandante della II Armata,
Roatta, informa il comando del’XI Corpo
d'Armata: il comando superiore aveva predisposto
a Rab un campo con 6.000 persone sotto le
tende... oltre a questo campo, ne sarebbe stato
preparato un altro per 10.000 persone. Viene
così edificato il primo campo di
concentramento, definito n.1. Successivamente
entrano in funzione i campi II, III, IV. Il
Campo III fu destinato a donne e bambini, esso
era situato ai limiti di una puzzolente palude.
Gli altri erano collocati a ridosso di latrine
che traboccavano in caso di forti temporali,
allagando i campi.
A fine luglio 1942 avviene il primo trasporto di
internati. La guardia armata dei campi
dell'isola di Rab, viene inizialmente affidata a
militari del V Corpo d'Armata, successivamente
sostituiti da una guarnigione di 2.000 soldati e
ufficiali, più 200 carabinieri. Gli
stessi detenuti sopravvissuti hanno riferito che
la maggioranza dei soldati e di giovani
ufficiali manifestavano una certa apatia, non
accanendosi sui prigionieri.
Nella primavera del 1943, si presentano i primi
segni di sfacelo della guarnigione, si palesano
volontà di avvicinamento verso i
detenuti, malgrado la ferrea disciplina imposta
dal comandante del campo, il tenente colonnello
Vincenzo CIAULI, fanatico fascista, sadico, uso
ad adoperare solo la frusta. Odiato anche dai
soldati italiani.
In una relazione delle forze armate italiane sui
trasporti militari, ritrovata nel campo dopo la
liberazione, sono elencati tutti i singoli
arrivi con il numero dei deportati. In totale
essi risultano 9.537 persone (4.958 uomini, 1296
donne,1.039 bambini), più 1.027 ebrei
(930 donne, 287 bambini); per un totale di
10.564. (sono esclusi quelli in transito verso
altri campi, compresi quelli sul suolo
italiano). I deportati sono stipati in piccole,
vecchie tende militari, scarsamente o per nulla
impermeabili, su paglia già usata, con
una leggera coperta: il tutto pieno di pidocchi
e cimici.
Molti sono stati rastrellati mentre lavoravano
nei campi in estate, sono semi nudi e nulla
viene dato loro per coprirsi. Condizioni
bestiali, in particolare per l'autunno e
l'inverno: pioggia, neve, con la gelida bora
imperversante. Le migliaia di detenuti
dispongono di soli tre rubinetti per l'acqua,
erogata tre ore al mattino e tre ore al
pomeriggio. Nei casi di punizione l'acqua viene
tolta.
Per la fame, il freddo, gli insetti, le
malattie, la mortalità diventa
elevatissima, in particolare per i bambini, le
donne (alcune sono partorienti), vecchi (un
internato ha 92 anni). Le possibilità di
sopravvivenza concerne solamente i più
robusti fisicamente e spiritualmente più
resistenti.
E' ignoto il numero dei deportati morti nel
campo di concentramento di Rab (sarebbero almeno
1500).
Si possono solo citare brani di una lettera, in
data 15 dicembre 1942, dell'Alto Commissario,
Grazioli:
"... mi
riferiscono che in questi giorni stanno
ritornando degli internati dai campi di
concentramento, specialmente da
Rab. Il I medico provinciale... ha costatato
che tutti senza eccezioni, mostrano sintomi del
più grave deperimento e di
esaurimento, e
cioè: dimagramento patologico, completa
scomparsa del tessuto grasso nella cavità
degli occhi, pressione bassa, grave atrofia muscolare, gambe
gonfie con accumulo di acqua, peggioramento
della vista (retinite), incapacità di
trattenere il cibo, vomito, diarree o grave stipsi, disturbi
funzionali, auto intossicazione con febbre."
Il comandante di allora dell’ XI corpo d'armata,
il criminale di guerra Gastone Gambara, risponde
scrivendo, tra l’altro di suo pugno: "è
comprensibile e giusto che il campo di
concentramento non sia un campo di ingrassamento.
Una persona ammalata è una persona che
ci lascia in pace".
"Nelle
vicinanze del campo esisteva un ambulatorio,
così viene descritto. La casa aveva
alcune camere e una cantina. Doveva servire
per gli ammalati più gravi, tuttavia
succedeva raramente che anche là
venisse inviato qualche simile ammalato.
Essendo il numero dei letti insignificanti,
gli ammalati giacevano nei corridoi e persino
in cantina, addirittura per terra. In cantina
finivano di solito malati gravi che erano
già sul punto di morte".
A pochi mesi dalla liberazione, alcuni alberghi
di Rab vennero trasformati in ospedale. I medici
sono ritenuti "buoni
ed umani... ma non potevano fare niente con
una amministrazione incapace e corrotta".
Nell'inizio dell'estate del 1943, si estende la
convinzione di una prossima, generale disfatta
del nazifascismo. Alcuni miglioramenti furono
introdotti nei campi e negli ospedali di Rab...
Con il 25 luglio 1943, e la fine della
ventennale dittatura fascista, le prospettive
nel campo non cambiano. Gli internati reagirono
"spontaneamente e sorprendentemente: cantando",
prima canti popolari poi quelli partigiani;
carabinieri e militari non reagirono.
Intanto si intensifica, fra chi è rimasto
vivo, l'attività politica e la formazione
di nuclei partigiani clandestini per la
liberazione dei campi.
L'8 settembre 1943, di sera, "scoppiò
improvvisamente un'ondata di entusiasmo nelle
truppe di occupazione". Guardie e
carabinieri rimasero al loro posto; ciò
malgrado, il 10 settembre venne organizzata dai
gruppi clandestini un’assemblea dei detenuti, fu
eletta una nuova amministrazione del campo,
ammainata la bandiera italiana. I militari
italiani sono disarmati e portati nel porto di
Rab, arrestati il Ciauli ed una spia già
nota. Si forma la brigata partigiana "Rab"; i
giorni 15 e 16 settembre sbarco sul continente.
Ciauli viene processato e condannato alla
fucilazione.
/(dai siti Pinerolo Cultura e
rossaprimavera.org)/
Fonte: http://it.groups.yahoo.com/group/tera_de_confin/message/11674
http://www.unive.it/media/allegato/dep/Ricerche/4-I_bambini_sloveni_nei_campi_di_concentramento_italiani.rtf
Ripubblicato in: Stradalta
(rivista dell'Associazione Storica Gonarese),
anno I n.1, aprile 2008 (Ed. KappaVu)
I
bambini sloveni nei campi di
concentramento italiani (1942-1943)
di Metka Gombač
Il tema dei bambini vittime della guerra non
è stato ancora esplorato
a fondo. Benché nella retorica quotidiana
i giovani assumano il valore
di simbolo del futuro, ben poco in
verità, si è indagato sulla loro
condizione e sulla loro sorte in una guerra
senza quartiere, come la
seconda guerra mondiale. Il diario di Anna Frank
ha forse consentito a
molti di intuire di che cosa nazismo e
fascismo sono stati capaci
contro i bambini, ma, come si può
evincere dalla storia qui
raccontata, quello di Anna fu soltanto un
tassello di una tragedia
molto più vasta.
La seconda guerra mondiale portò violenze
e traumi ai bambini nel
nordest d' Italia (dove furono eretti
campi di concentramento) e
nelle regioni contigue della Slovenia e della
Croazia (serbatoio di
rastrellati ed internati). Da quando la
Jugoslavia entrò nell´orbita
dell'imperialismo italiano, tedesco ed
ungherese, per i suoi abitanti
non ci fu più pace. Dopo l'aggressione
alla Slovenia (avvenuta il 6
aprile 1941) le forze dell'Asse decisero di
dividersi il territorio
conteso: il Reich tedesco optò per le
regioni del nord (lo Stayer e la
Carniola superiore), l'Ungheria per le regioni a
ridosso del fiume
Mura e l'Italia per le regioni che dalla Sava
scendevano verso sud,
verso la provincia di Fiume e verso la Croazia.
Le forze d'occupazione
italiane tentarono di assimilare su un
territorio di 4.450 chilometri
quadrati ben 336.279 sloveni che, con il decreto
reale 291 del 3
maggio 1941, istitutivo della Provincia di
Lubiana (fuori da ogni
legge di guerra), divennero sudditi del Regno
d'Italia. Mussolini
nominò a capo di questa Provincia due
funzionari, Emilio Grazioli come
Alto Commissario per le questioni civili e il
generale Mario Robotti,
comandante dell XI armata, per le questioni
militari. Anche se i
rapporti ufficiali delle autorità che da
Lubiana andavano a Roma
notificavano un' occupazione relativamente
tranquilla, l'OF, il fronte
di liberazione sloveno (una coalizione formata
da comunisti, da
cristiano sociali e da frange dissidenti
liberali), che dal 27 aprile
1941 dirigeva da Lubiana tutto il movimento di
liberazione, accertava
che già nei primi giorni d'occupazione
ben 400 intellettuali sloveni e
fuoriusciti dalla Venezia Giulia erano stati
rinchiusi senza alcun
fondato motivo. Era vero dunque, come riferivano
i rapporti dell'OVRA,
che sotto una pace apparente covava il
malcontento e che gli sloveni
mal sopportavano l'occupazione italiana. Anche a
parere di Natlacen,
Pucelj e Gosar, i dirigenti politici dei partiti
sloveni che avevano
scelto di collaborare, l'occupazione da parte
delle forze tedesche
sarebbe riuscita più gradita
dell'occupazione italiana. Stereotipi di
superiorità verso i latini, stereotipi
diffusi in Austria già dal
tempo di Radetzky, suggerivano ai lubianesi una
preferenza esplicita
per il Reich. Il malcontento cresceva anche a
cusa dei frequenti posti
di blocco, dell'introduzione della lingua
italiana
nell'amministrazione e nella scuola pubblica e
dell'impatto negativo
dell'esercito con la realtà locale.
Inoltre le manifestazioni di
esplicito razzismo non potevano non incrinare le
relazioni tra le
forze d'occupazione e la realtà locale.
Dichiarazioni come quella del
prefetto Temistocle Testa che gli sloveni erano
«un popolo che ogni
giorno di più sta dimostrando di essere
quello che sempre è stato,
cioè una razza inferiore che deve essere
trattata come tale e non da
pari a pari», sono un significativo
esempio[1].
Dopo l'attacco all'Unione sovietica, l'OF, il
movimento di liberazione
sloveno, proclamò la guerra armata contro
tutti gli invasori,
organizzando a Lubiana, ma anche in altri luoghi
della Slovenia, una
rete di strutture illegali tra le quali la
Difesa popolare, il
Servizio di informazioni, il Servizio per il
finanziamento della
lotta, il Centro di raccolta viveri e armi e il
Soccorso nazionale
sloveno (sulla falsariga del Soccorso rosso). Lo
stesso schema venne
ripetuto nelle città di Vrhnika, Logatec,
Novo Mesto, Kocevje,
Crnomelj e altre ancora, dove esistevano
già alcuni gruppi di
partigiani armati pronti ad agire. Per
mobilitare la popolazione si
istituirono sistemi di comunicazione illegali
(radio e quotidiani) che
dovevano creare un' atmosfera utile al
boicottaggio generale di tutte
le forze d'occupazione[2].
Uno dei primi ordini per colpire le
comunicazioni ferroviarie e
stradali fu dato il 19 ottobre 1941. I
gruppi armati partigiani
attaccarono con successo nelle zone boschive
vicino a Vrhnika il ponte
di Verd e per qualche tempo tutti i collegamenti
ferroviari e stradali
da Lubiana all'Italia furono interrotti. Questa
azione soprese i
comandi dell'esercito d'occupazione che
reagì con una controffensiva
organizzata dal generale Robotti il quale si
avvalse della sua
competenza nella lotta antipartigiana. Ma questo
continuo passare al
settaccio regioni intere creò tra la
popolazione residente un grande
disagio e un grande malcontento, da cui trasse
vantaggio la resistenza
slovena che andò ingrossando le file del
proprio movimento.
Anche se i reparti armati partigiani dovettero
temporaneamente
ritirarsi in zone più sicure (un
triangolo tra Lubiana il confine con
la Croazia e la Provincia di Fiume), un mese
più tardi il comando
italiano constatò che le azioni
partigiane si stavano ripetendo e che
molte postazioni periferiche non potevano
più essere mantenute. Gli
attacchi alla cittadina di Loz (19 ottobre
1941), al ponte di Preserje
(4 dicembre 1942) e nuovamente al viadotto di
Verd (2 febbraio 1942),
sulla linea ferroviaria Lubiana - Trieste,
crearono difficoltà
insormontabili ai vertici dell' esercito. Fu
allora che il generale
Mario Robotti pensò dapprima
di regolare i conti con il suo
concorrente per gli affari civili Grazioli e poi
di mettere a ferro e
a fuoco tutta la regione a sud della capitale
slovena. Nel gennaio del
1942 egli sottolineò che tutta la
provincia di Lubiana, e in
particolare la sua capitale, andavano
considerate zona di operazioni.
Consapevole del fatto che la direzione della
resistenza slovena aveva
sede a Lubiana, Robotti decise di porre la
citta' sotto controllo
cingendola con cerchi concentrici di filo
spinato intervallati da
posti di blocco superabili soltanto con
lasciapassare italiani. Sin
da 23 febbraio 1942 la divisione di fanteria
«Granatieri di Sardegna»,
coadiuvata dai carabinieri, dalla polizia e
dalla guardia alla
frontiera, dette il via alla cosidedtta azione
di disarmo della
popolazione cittadina, ossia ad accurate
perquisizioni delle persone e
delle loro abitazioni. Ogni giorno fu sottoposto
a tale provvedimento
uno dei quattordici settori della città e
tutti gli uomini tra i venti
e i trent' anni di età vennero trasferiti
nella caserma Vittorio
Emanuele III di Tabor per essere identificati da
delatori sloveni che
vestivano uniformi italiane. Questo grande
rastrellamento si protrasse
a Lubiana per ben 19 giorni, fino al 14 marzo
1942, e i dati riportati
nei rapporti parlano della cattura o
dell'arresto di ben 20.037
persone. Anche se questa imponente serie di
rastrellamenti urbani non
riuscì a intaccare la struttura dirigente
della resistenza slovena,
molti resistenti dovettero subire un destino
segnato da baracche e da
filo spinato. Sui treni che partivano verso i
campi di concentramento
di Gonars, Visco e Renicci presero posto
moltissimi attivisti e
attiviste del fronte di liberazione, ma anche
tanti e tante
intellettuali ed ex ufficiali dell' esercito
jugoslavo. Più tardi
l'azione repressiva si intensificò con
l'attività del Tribunale
militare di guerra (TMG) che iniziò la
sua attività nella primavera
del 1942 con la condanna a morte di 28
partecipanti alla distruzione
del viadotto di Preserje. Il TMG continuò
ad operare fino all'
armistizio dell' 8 settembre 1943[3].
Dopo l'ordine di Mussolini a Gorizia del 31
luglio 1942, secondo cui
bisognava «ammazzare tutti i maschi
slavi», il II Corpo d' Armata
pubblicò, in forma riservata, un
documento volto stroncare il
movimento di resistenza sloveno, e cioè
la Circolare 3 C, contenente
le direttive per la repressione sia del
movimento armato che dei
civili in Slovenia. La circolare fu firmata dal
generale Mario Roatta,
militare di professione, nato a Modena nel 1887
e comandante dal
gennaio del 1942 della II armata, quella che
controllava la Dalmazia,
la costa croata e le zone montane della
Provincia di Lubiana. Nel 1944
Roatta fu condannato dagli alleati all'
ergastolo in contumacia[4].
Fu in base ai suoi ordini che l'esercito
italiano effettuò una serie
di massicci rastrellamenti contro la popolazione
civile, che si
protrassero dall'estate 1942 fino all'autunno
dello stesso anno. Ben
70.000 soldati italiani dislocati sul fronte
balcanico passarono al
settaccio un terreno di 3.000 chilometri
quadrati a sud di Lubiana,
dove vennero rasi al suolo centinaia di paesi,
effettuati massacri
indiscriminati di ostaggi e da dove vennero
mandati in internamento
nei cosiddetti «campi del Duce»
circa 30.000 persone, in gran parte
donne, vecchi e bambini. Due di questi campi di
concentramento per
civili furono istituiti a ridosso del fronte
SLO-DA verso i
partigiani, uno sull´isola di Rab - Arbe e
l´altro sull´isola di Olib,
altri ancora furono eretti a ridosso del vecchio
confine
italo-austriaco in Friuli e nel Veneto nelle
località tristemente note
di Gonars, di Visco, di Monigo presso Treviso e
di Renicci presso
Padova[5].
A soffrire di più in questi campi furono
senz´altro i bambini. Sembra
che fino ad ora, né la storiografia,
né le testimonianze orali siano
riuscite a tracciare una quadro esauriente del
vissuto dei bambini,
l´anello piu' debole nella catena di
coloro che nel corso del
conflitto subirono violenza. Il bambino rimane
ancora sempre
fatalmente legato al mondo degli adulti,
soprattutto nelle condizioni
estreme portate dalla Guerra e
dall´internamento. In riferimento ai
bambini che hanno subito la violenza di un campo
di concentramento, si
parla generalmente di «infanzia
violata», di una sindrome, dunque,
indelebilmente impressa nella loro memoria. Come
ebbe a dire nel corso
di un´intervista Herman Janez, uno dei
bambini sopravissuti sia al
campo di Rab che a quello di Gonars: «dal
1952 sono ritornato a Rab
per ben 52 volte per ricordare i miei parenti e
tutti quelli che sono
morti lì, ma anche per ritrovare un pezzo
di me stesso. La mia
infanzia è rimasta per sempre
lì»[6].
Nell´aggressione italiana alla Slovenia,
anche i bambini, al pari
delle generazioni adulte, pagarono il loro
prezzo in termini di
violenza e terrore. Conobbero fatalmente anche i
rastrellamenti, gli
incendi, la morte, lo stigma razziale e
nazionale, la
snazionalizzazione forzata e la deportazione nei
campi di
concentramento dove andarono incontro
all´eliminazione fisica nella
forma più brutale. Quando la guerra nella
provincia di Lubiana divenne
totale, gli adolescenti, assieme ai loro
genitori, si ritrovarono in
una condizione di disorientamento e smarrirono
la propria gioventù.
Qualcuno li aveva spinti in un mondo che non era
il loro mondo e
questo qualcuno aveva progettato per loro la
deportazione nei campi e
l´incontro quotidiano con la morte.
Indagando le motivazioni di questo terrore
generalizzato, ho
incontrato presso l´Archivio di Stato
sloveno una serie di scritti e
di disegni infantili, che parlano proprio delle
condizioni di vita dei
bambini sopravissuti ai campi del Duce.
L'impulso a redigere questi
scritti fu dato a questi giovani diseredati
dalle autorità scolastiche
partigiane nei territori liberi già negli
anni 1944-45, per
salvaguardare in questo modo la memoria e la
personalità di queste
piccole vittime della guerra. In una
dichiarazione scritta da Drago
Kalicic di dieci anni si può leggere:
Io sono senza padre. È stato fucilato
dagli Italiani. Un giorno sono
entrati nel mio paese. Ci hanno fatto uscire
dalla casa. Tutti
piangevamo disperati ma mia mamma era quella che
forse piangeva di
più. Hanno preso e rinchiuso mio padre.
Con lui hanno portato via
tanti altri uomini. Poi ci hanno fatti andare in
fila verso il paese
di Zamost dove hanno fucilato dodici uomini. Tra
questi c´era anche
mio padre. Quando lo abbiamo saputo abbiamo
pianto tanto. Poi hanno
bruciato la nostra casa e ci hanno portati verso
l´internamento[7].
I deportati, e soprattutto i bambini, conobbero
una nuova drammatica
realtà, quella di dover sopravvivere nei
campi di concentramento,
praticamente senza cibo, con poca, pochissima
acqua e in condizioni
igeniche e sanitarie inumane. A causa di queste
condizioni morirono
nel breve, ma anche nel lungo periodo,
numerosissimi adulti persero la
vita e anche tanti bambini. La prima vittima del
campo di Rab - Arbe
fu proprio un bambino, Malnar Vilijem, nato a
Zurge presso Cabar il 22
maggio 1942. Così scrisse nella cronica
del monastero francescano di
Sant' Eufemia di Rab, il frate Odoriko Badurina:
«Ieri, 5 agosto 1942,
abbiamo sepellito nel locale cimitero un piccolo
angelo di due mesi,
Vilijem Malnar, la prima vittima tra questi
internati»[8].
La condizione degli internati variava da campo a
campo. Se per il
campo di concentramento per civili di Gonars in
Friuli, gestito dal
Ministero degli Interni, si può affermare
che rispondesse a requisiti
minimi di vivibilità (pacchi, posta,
biancheria personale ecc.), la
situazione nei campi di internamento parallelo,
come li definì Carlo
Spartaco Capogreco, era completamente diversa.
Qui, gli internati,
donne, vecchi e bambini, erano costretti ad una
disperata lotta per la
sopravvivenza, nascosti al mondo ed anche agli
occhi indiscreti della
Croce Rossa internazionale. L'esercito italiano,
che gestiva questi
campi (Rab, Olib), aveva già alle spalle
una certa esperienza nella
realizzazione di campi di concentramento; basti
pensare a quelli
eretti in Libia dal generale Graziani in cui
trovarono la morte
migliaia di internati. Il campo di
concentramento di Rab - Arbe
rispondeva proprio al modello dei campi creati
da Graziani in Africa e
non fu per caso che a Rab - Arbe e negli altri
campi gestiti
dall´esercito morirono di fame, di sete,
di freddo e di stenti
migliaia di civili[9].
Il sistema concentrazionario realizzato
dall´esercito italiano nei
territori occupati della Slovenia, per il numero
dei deportati e delle
vittime e per i metodi di gestione realizzati a
Rab - Arbe, ricordava
più i peggiori campi di concentramento
africani, che non le forme di
internamento degli oppositori del regime. La
stessa presenza di
vecchi, donne e bambini nei campi è
illuminante a proposito. Tutti i
campi realizzati dall´esercito nel corso
della seconda guerra mondiale
furono definiti ufficialmente «campi di
concentramento». Carlo
Spartaco Capogreco ha definito giustamente
illegale o meglio «fuori
legge» l´internamento dei civili
sloveni praticato dal regime fascista
dopo l´invasione della Jugoslavia.
Invasione, che peraltro avvenne al
di fuori di ogni legge di guerra con il
bombardamento improvviso di
Belgrado e, in seguito, con l´annessione
della Slovenia all´Italia già
nel corso della guerra. Occorre anche
distinguere, e in questo ci
aiuta molto l'analisi di Tone Ferenc, tra la
violenza espressa in
queste zone dall'esercito italiano nel 1941,
violenza mirata ad
obiettivi politici e militari ben definiti, e
quanto avvenne a partire
dal 1942, quando fu decisa e attuata una vera e
propria strategia del
terrore verso la popolazione civile. Le nuove
direttive proposte da
Roatta e dagli alti comandi, in un quadro
ideologico marcatamente
razzista, prevedevano l´utilizzo contro i
civili degli stessi metodi
applicati dai nazisti sul fronte orientale:
dall´incendio dei
villaggi, alla fucilazione degli ostaggi, alla
deportazione in massa
in campi di concentramento per creare il vuoto
attorno alle forze
partigiane. In questo quadro non dovrebbe
sorprendere che il tasso di
mortalità registrato nel campo di
concentramento di Rab - Arbe, a
causa della fame, del freddo e delle spaventose
condizioni igenico -
sanitarie, sia stato per lunghi periodi
superiore a quello dei
peggiori campi di concentramneto nazisti, se si
escludono quelli di
sterminio. La differenza consiste solo
nell´assenza di camere a gas e
di crematori, sostituiti però da
condizioni di vita insopportabili, di
cui, ovviamente, furono i bambini le vittime
principali. Si tratta in
ogni caso di morti che non possono essere
attribuite a fattori casuali
e non previsti, come potrebbero esserlo le
espidemie in conseguenza
del sovraffollamento. L´alto numero dei
decessi è il risultato di
decisioni prese a tavolino, nel momento in cui
si programmava, ad
esempio, un vitto del tutto insufficiente.
Ciò avveniva, sia per non
sottrarre risorse all´esercito, sia per
rendere i prigionieri più
deboli e quindi più controllabili con il
minor impiego di truppe. Non
si condanna a morte, quindi, ma si lascia
morire, e questo non solo
nell´inferno di Rab - Arbe. A morire per
primi furono i bambini, sia
quelli giunti con le tradotte, che quelli nati
nei campi.
L´internamento e la morte dei neonati
venivano considerati dai vertici
dell´esercito un collateral damage, da non
prendersi seriamente. Le
rubriche ufficiali del campo di Rab - Arbe
distinguono i decessi
unicamente secondo il genere. Se non fosse per i
documenti d´archivio
e per le testimonianze dei soppravvissutti, non
saremmo mai riusciti a
sapere che le vittime più numerose del
campo di Rab - Arbe furono
proprio i bambini. Questi arrivavano al campo
con i genitori o, se
orfani, con parenti o conoscenti. Così
Herman Janez, che nel 1942
aveva 7 anni, ricorda l´arrivo a Rab -
Arbe:
Dalle nostre montagne ci hanno trasportato fino
a Bakar, un'
insenatura a sud di Fiume, dove abbiamo dormito
all' addiaccio. Mio
nonno stette tutta la notte a ripetere che ci
avrebbero buttati in
mare. Il giorno seguente partimmo senza sapere
dove ci portassero.
Giungemmo a Rab, dove ci divisero per sesso e
per età. Praticamente ci
avevano diviso definitivamente. Io che ero senza
madre dovetti
lasciare mio padre e mio nonno per andare nella
parte del campo
riservato alle donne e ai bambini. La paura di
restare solo mi fece
urlare e piansi così fino al giorno
successivo, quando mi trasferirono
in un campo intermedio. Mio padre non l´
ho più avuto vicino e
soltanto a Gonars mi riferirono, alcuni mesi
più tardi, che era morto.
Dormivamo in tende vecchie e logore che
facevano passare l´acqua e
dove si entrava a carponi. La latrina era molto
lontana e di notte
facevamo fatica a raggiungerla. Nel caldo
torrido dell´estate non si
poteva trovare alcuna ombra. Pativamo la sete,
la fame e l´attacco di
una moltitudine indicibile di pidocchi. Il
ruscello che scendeva dal
campo maschile e attraversava il nostro campo
era pieno di pidocchi e
non ci si poteva lavare. Quando arrivava la
cisterna dell´acqua le
guardie si scostavano e noi ci buttavamo come
pazzi su quel fievole
rivolo d´ acqua. Quando pioveva il campo
diventava una distesa di
fango impercorribile. La sporcizia ci faceva
impazzire[10].
Quando nella notte dal 28 al 29 settembre 1942
un nubifragio travolse
il campo femminile e l'acqua di mare salì
fino alle tende, molti
bambini morirono scomparendo nei flutti. Le
autorità del campo non
fecero niente per salvare gli internati, ma dopo
un po' incominciarono
i trasferimenti nel campo superiore chiamato
Bonifica e le tende
vennero sostituite da baracche. Poiché la
mortalità aumentava di
giorno in giorno, le autorità militari,
verso la fine del 1942,
decisero di trasferire i bambini e le donne
più provati in altri campi
di concentramento, come quelli di Gonars e di
Visco[11].
Una sopravissuta, Marija Poje, che oggi ha 84
anni e vive a Podpreska
vicino a Draga, nelle vicinanze di Loski potok,
e che trascorse 5 mesi
infernali al campo di Rab - Arbe con il suo
bambino, ricorda così il
trasferimento a Gonars:
In una mattina fredda e piovosa di dicembre ci
hanno fatti salire su
una nave stracolma che avrebbe dovuto
trasportarci non si sapeva dove.
Quel giorno fuori dal porto si vedevano le onde
alte e burrascose. La
stiva era stipata da tantissima gente,
però qualcuno ebbe pena di me e
del mio bambino e ci fece sedere nella stiva
riparati dalla pioggia e
dall'acqua di mare. Giungemmo a Fiume la mattina
seguente,
infreddoliti e affamati. Ci diedero una tazza di
caffè e un pezzo di
pane, prima di farci salire sul treno che ci
trasportò fino a
Palmanova. Poi con dei camion venimmo
trasportati al campo di
concentramento di Gonars dove ci misero nelle
baracche. Per noi era
una meraviglia sentire la pioggia
e rimanere asciutti, perché a
Rab, se pioveva, anche stando nelle tende
eravamo tutti bagnati. Ci
portarono poi in infermeria per disinfestare i
nostri vestiti dai
pidocchi e farci fare la doccia. Chiesi a
qualcuno che stava lì dove
dovevo posare il mio bambino prima di entrare
nel reparto docce e mi
dissero di posarlo su un mucchio di stracci per
quel po' di tempo. Ma
appena entrata nello stanzone qualcosa mi fece
uscire per vedere se il
mio bambino fosse sempre lì. Mi si
strinse il cuore, quando vidi che
non c' era più. L'inserviente alla
fornace a vapore dove passavano i
vestiti per disinfestarli dai pidocchi
aveva preso il mucchio dove
avevo posato il bambino gettandolo nella stufa.
Per fortuna non
l'aveva ancora attivata e un gemito si
sentì proprio in quella
direzione. Corsi verso quella stufa a vapore
come una matta
riprendendomi il mio bambino. Mia suocera mi
aiutò molto, asciugando i
pannolini bagnati sulla schiena. Ma alla fine
questo bambino non
sopravvisse e non sopravvisse neppure mia
suocera e neanche il bambino
che dovevo ancora partorire[12].
Nel campo di Gonars, dove dal 1942 erano passati
molti internati della
provincia di Lubiana, l´arrivo di
centinaia di questi poveretti
provenienti dal campo di Rab - Arbe (i
miserabili di Rab) provocò un
profondo sconvolgimento tra gli internati del
campo. La vista di
quegli scheletri ambulanti provocò in
molti un intenso sentimento di
compassione e diede impulso a gesti di
solidarietà. Molti cercavano
di aiutare i superstiti di Rab dando loro il
cibo che arrivava
dall´esterno con i pacchi, o capi di
vestiario vecchi, oppure
semplicemente fornendo loro notizie fresche. I
volti di quei bambini
ammutoliti, che restavano fermi negli angoli per
giorni interi senza
muoversi, restarono impressi non solo nei
disegni del pittore Stane
Kumar, ma anche nella memoria di tanti
internati, bambini compresi.
Ricorda nel suo scritto Milan Cimpric di 9 anni:
A Gonars si pativa una tale fame che faccio
meglio a non pensarci.
Mangiavamo anche le bucce che i cuochi buttavano
nella fossa delle
immondizie. Una volta siamo caduti tutti quanti
in questa fossa e io
ero sotto. Gli altri sono cascati sopra di me.
Avevo male alle ossa.
Ho trovato poche bucce. E' stato così
triste a Gonars[13].
Queste memorie infantili scritte in pieno tempo
di guerra sono
toccanti anche per il loro linguaggio semplice,
senza abbellimenti, ma
con l´aggiunta di disegni e schizzi che
vorrebbero rappresentare quei
piccoli episodi di felicità o di paura
che si erano fissati nella
memoria dei bambini durante la permanenza nel
campo di Gonars.
La vita degli adulti nei campi era assorbita dai
tentativi di
arrangiarsi e sopravvivere. Ma era difficile non
vedere che la
sofferenza dei bambini aumentava di giorno in
giorno. I bambini più
provati erano soprattutto quelli senza genitori,
benché si trovasse
sempre qualcuno che prendeva il loro posto.
Stane Kumar, noto pittore
sloveno anch´egli internato, aveva pensato
di alleviare il proprio
dolore facendo degli schizzi ai bambini affamati
sia nel campo di Rab
- Arbe che in quello di Gonars. Nelle sue
memorie parla della
terribile fame che rendeva i bambini apatici e
anemici:
Ho visto la fame della prima guerra mondiale, ma
quella non era fame
vera. Quella veramente reale era la fame nei
campi dove ad ogni passo
ritrovavi due paia di occhi che ti chiedevano di
sfamarli, di dar loro
qualcosa da mangiare. I bambini diventavano
ottusi e stavano seduti
negli angoli delle baracche senza parlare.
Morivano in tanti di fame e
tu non potevi far niente[14].
Che i bambini fossero l´anello più
debole della catena dei diseredati
finiti nei campi di concentramento italiani, lo
conferma l´«amnesia»
della direzione dei campi stessi, che
dimenticò di annotare, tra i
25.000 internati sloveni, il numero dei bambini
che fecero il loro
ingresso nel campo, il numero di quelli che vi
nacquero e che vi
persero la vita. Alcuni dati sporadici della
fine di agosto del 1942
parlano, per il campo di Arbe, di 1000 bambini
sotto i 16 anni, mentre
per il campo di Monigo presso Treviso i dati a
nostra disposizione per
il 1943 parlano di 979 bambini su 3.188
internati. Anche se sulle
deportazioni e sull´occupazione italiana
della provincia di Lubiana,
esiste oggi in Slovenia una vasta
documentazione, molti dati sui campi
sono tuttora irreperibili, sia per la fretta con
la quale le forze
d´occupazione lasciarono la Slovenia, sia
perché le autorità, nella
loro ignominia, non badavano troppo alle cifre
dei vivi o dei morti,
degli arrivi e delle partenze, delle nascite e
dei decessi nei campi.
Per una riflessione su queste reclusioni forzate
ci restano le
testimonianze dei sopravvissuti e i componimenti
dei bambini ai corsi
scolastici organizzati nei territori liberi
partigiani:
Erano corsi - ricorda Herman Janez - che
venivano organizzati proprio
in questa stagione 60 anni fa. E' giugno. Le
giornate sono lunghe e
calde. Siamo gli alunni delle scuole partigiane
di Podpreska, di
Draga, di Trava, di Osilnica sul fiume Kolpa. Le
lezioni vengono
tenute quando non ci sono rastrellamenti in
corso. Soprattutto a
Podpreska e a Draga. Maestre pronte al
sacrificio ma umili e gentili
vedono davanti a sè nelle classi
improvvisate i volti di questi alunni
già provati seriamente dalla tragedia dei
campi, segnati per tutta la
vita. Noi siamo i bambini della guerra. Le
lezioni ormai si svolgono
tutto l'anno dal gennaio 1944 in poi. Si
svolgono nelle case
risparmiate dalla guerra, nelle camere dei
contadini locali dove
troneggiano stufe di terracotta enormi che mai
si spengono. Qui siamo
a 1000 metri d'altezza e le patate appena
crescono. Gli occhi dei
bambini sono grandi. Sono vestiti malamente e in
generale sono tutti
scalzi. Qualcuno li accompagna a scuola e
qualcuno viene a riprenderli.
Sono tanti, ma la maestra Nada Vrecek del
paese di Trava, numero
civico 96, è la maestra con il maggior
numero di alunni. Tra loro ben
74 sono senza padre. O è morto a Rab o
è stato fucilato come ostaggio.
Soltanto uno è stato fucilato dai
partigiani. La maestra Nada è in
continuo movimento, ora per ora, giorno per
giorno, perchè le lezioni
si tengono in case diverse. Gli alunni sono
stati assenti da scuola
per due anni e allora si capisce che c' è
ancora tanto da fare. Una
volta forse scoppierà la pace e allora
voglio, diceva Nada, che siate
alla pari con queli che non hanno perso 2 anni
di scuola. Queste
scuole improvvisate non hanno né lavagne
né banchi e i bambini sono
senza libri e senza quaderni. Rifanno la materia
a memoria. Se qualche
gruppo partigiano attraversa il paese, si
rimedia una o due matite,
che vengono attentamente tagliate in 3 pezzi,
per essere poi divisi
tra gli alunni. Questi scolari, questi
«miei poveri bambini», diceva
sempre Nada, un giorno diverranno adulti. Si
dovrano promuovere in una
società che non ricorderà i
patimenti patiti. Un giorno sarete tutti
uguali e Dio vi benedica per questo, ma
attenzione, nessuno vi darà
dei privilegi per quello che avete patito.
Quelli che sopravviveranno
dovranno lottare per il pane quotidiano. La
maestra Nada Vrecek ha
insegnato per 54 anni. Oggi è nel suo
novantaseiesimo anno di età.
Ancora oggi è solita ripetere che
«gli anni passati tra questi bambini
sono gli anni piu' sentiti della mia vita e non
vorrei mai dimenticare
nessuno tra loro». Ma noi eravamo pieni di
paura. Eravamo ancora
abbastanza magri e non potevamo stare mai fermi.
C'era ancora la
guerra, molte case erano ancora allo sfascio,
gli ex internati erano
ancora privi di tutto. Si temevano soprattutto i
collaborazionisti,
che si facevano vedere soltanto quando non
c´erano partigiani in
circolazione. Si sapeva che la loro comparsa era
accompagnata dalla
morte. Si facevano chiamare «quelli della
mano nera» ed erano
veramente pericolosi. Per non mettere in
difficoltà la nostra maestra,
alla loro comparsa cantavamo canzoni di chiesa e
al saluto
provocatorio di «morte al fascismo»
rispondevamo «buon giorno
signori». Parlavamo molto tra noi.
Soprattutto alla sera si parlava
dei patimenti subiti, dei nostri genitori
scomparsi, della fame e
della sete. Noi bambini internati avevamo sempre
molto da raccontare.
A volte queste storie venivano soffocate da un
pianto sfrenato al
quale seguiva il pianto di tutti noi. Rivivevamo
così la nostra
tristezza, la nostra paura e il ricordo dei
nostri cari. Vivevamo
assieme la nostra grande miseria umana, che
qualcuno pensò sarebbe
bene esternare e farci passare così il
trauma subito[15].
Negli scritti e nei disegni dei bambini
internati conservati presso
l´Archivio di Stato di Lubiana si
può intravvedere questo trauma della
fame e dell´inedia a cui si univa
l´inclemenza della natura. I maestri
che proponevano i temi e che poi di volta in
volta annotavano i voti
sui fogli, erano essi stessi dei sopravvissuti
ai campi e qualcuno di
loro aveva perduto in quell´inferno il
proprio bambino o uno dei suoi
cari. Erano dunque le persone più adatte
per accogliere il dolore dei
bambini passati nei campi e comprendere i loro
traumi[16].
Essi sapevano che quelle tende, di volta in
volta fradice e
surriscaldate, non sarebbero mai scomparse dalla
memoria dei bambini e
che le esperienze narrate nello scritto di Ivan
Stimec di 10 anni non
si sarebbero mai cancellate:
Siamo stati deportati a Rab. Abbiamo vissuto in
tende vicine al mare.
Dormivamo sulla terra nuda. Una notte mentre
dormivamo, il vento
incominciò a soffiare ed
incominciò a piovere. L'alta marea era
cresciuta e l'acqua ci arrivò fino alle
ginocchia. Abbiamo pianto e
chiamato aiuto. Volevamo scappare, ma le guardie
non ci lasciarono
uscire dal recinto. Il mare continuò a
crescere e molti bambini
morirono annegati, mentre i nostri vestiti
furono trascinati via dall´
acqua. La mattina dopo la burrasca si
calmò e uscì il sole asciugando
e scaldando i nostri corpi, scossi dal freddo e
dalla paura[17].
La serie dagli scritti infantili continua con i
ricordi delle delle
cose belle e calde legati al tempo
antecedente la distruzione dei
paesi. I bambini rivedono le mucche lasciate
sole a casa, o il viaggio
verso l'isola di Rab - Arbe, o le cose di casa,
il fuoco nel cammino o
la casa stessa. Come scrisse Vera Cimpric di 9
anni:
Sono stata internata per 9 mesi. Pensavo spesso
alla mia casa perduta.
Ma quello che mi faceva piu' male era il
pensiero del nostro bestiame.
Quelle che preferivo erano le mucche,
perchè ci davano tanto latte. Si
chiamavano Ruska e Breza. Quando dovevo
pascolarle, pensavo che era
difficile pascolare sempre le mucche. Ma durante
l´internamento dove
non avevamo né da mangiare né da
lavorare, pensavo a quanto fosse
bello essere sazi e pascolare. Dio, fa´
che possiamo avere ancora del
bestiame[18].
In tutti questi scritti la morte è
onnipresente: si ricorda un coro
che canta sulla fossa di una sorella morta o una
scatola di cartone
contenente il corpo di un amico ridotto ad uno
scheletro. Come scrisse
Mrle Slavka di 9 anni:
Tutti ci chiamano internati perché siamo
stati internati. Siamo stati
a Treviso. Avevamo tanta fame. A Treviso e'
morto mio fratello. Avevo
ancora un fratello. Quando è ritornato
dall´internamento è morto
all´ospedale di Susak. Quando lo abbiamo
saputo abbiamo pianto molto[19].
Accostando le storie dei bambini ai dati
d'archivio si può intravedere
una realtà agghiacciante. Come riferiva
il generale Giuseppe Gianni,
da luglio a novembre 1942, a Rab - Arbe morirono
ben 104 bambini.
Davanti a questi fatti le autorità
italiane d´occupazione presero due
decisioni: la prima ordinava l'evacuazione di
donne e bambini da Rab -
Arbe verso il campo di Gonars, la seconda
ordinava ad una squadra di
fotografi di documentare le condizioni di vita
nel campo. Da Rab -
Arbe a Gonars furono trasferiti tra il 21
novembre e il 5 dicembre
1942 ben 1.163 donne, 1.367 bambini e 61 uomini
adulti[20].
L' 8 settembre 1943 il regio esercito italiano
si dissolse. Dalla
Slovenia e dalla Jugoslavia lunghe colonne di
militari disarmati
presero la via dell'Italia e anche i campi di
concentramento aprirono
le loro porte. Come ricorda Marica Malnar di 10
anni:
Siamo stati internati a Treviso, avevamo fame e
in inverno pativamo il
freddo. Parlavamo sempre di come era bello a
casa. Volevamo andare a
casa. Un giorno i soldati entrarono nella nostra
camerata e ci dissero
che saremmo tornati a casa. Lo stesso giorno
siamo partiti verso casa.
Questo è stato per noi un giorno
felice[21].
Nelle colonne che partivano dai campi, i bambini
orfani venivano
accompagnati da parenti o gente comune, che
davano loro una mano, un
pezzo di pane o di rapa. Attraversando passo
dopo passo il Friuli,
qualcuno rivolgeva loro la parola e offriva un
piatto di polenta. Al
momento del ritorno a casa videro tanti edifici
bruciati, le stalle
distrutte e i fienili sfondati. Gli ex
internati, malridotti e
affamati, dovettero organizzarsi da soli. Un
grande senso di
solidarietà permise a questa gente di
sopravvivere, ma alla fine
dovettero rivolgersi ai comandi partigiani, che
erano però impegnati a
fronteggiare una pesante offensiva tedesca.
Soltanto più tardi i
reduci dei campi ebbero un aiuto concreto dalle
organizzazioni civili
della resistenza che si erano organizzate nelle
zone libere. Si
provvide prima di tutto ai bambini orfani e a
quelli che erano rimasti
senza casa, senza parenti o senza altre
possibilità. A molti di questi
bambini l'organizzazione delle donne
antifasciste (AFZ) e
l'organizzazione della gioventù
socialista permisero di raggiungere
regioni non devastate dalla guerra e in cui si
era istituito un
servizio scolastico[22].
L'organizzazione del Fronte di Liberazione
Sloveno aveva pensato di
organizzare il servizio scolastico già
dal 17 maggio 1942 attraverso
l'emanazione di un decreto che prevedeva
l'organizzazione della scuola
nei territori liberati. Accanto alla lotta
armata il movimento di
liberazione cercava di organizzare anche la vita
civile: scuole,
ospedali, un istituto di credito e uno
giuridico. Nelle zone libere
della Kocevska, lontano dalle vie di
comunicazione, si era pensato di
far funzionare uno Stato partigiano in
alternativa a quello di
occupazione. La scuola partigiana si
sviluppò in tre fasi. Nel 1942
l'organizzazione della vita scolastica fu un
progetto limitato, nato
dall'iniziativa di alcuni maestri dei reparti
partigiani che avevano
pensato di istituire dei corsi scolastici per
bambini delle scuole
elementari locali. Più tardi, dopo la
capitolazione dell'esercito
italiano e dopo la formazione di vasti territori
liberi,
l'organizzazione scolastica partigiana divenne
oggetto di una
normativa da parte del Fronte di Liberazione che
a partire dall'
autunno del 1944 organizzò la scuola in
settori distrettuali e
circoscrizionali. La popolazione locale
collaborò al buon
funzionamento della scuola. Si pensò
inoltre di istituire corsi
supplettivi per chi era privo di istruzione e di
articolare meglio il
lavoro dei maestri che si svolgeva in condizioni
tanto difficili. Per
dare un senso a tutti questi sforzi, si
pensò anche di organizzare un
concorso in componimenti che avrebbero dovuto
compattare il tessuto
sociale di quanti avevano provato tutte le paure
e i traumi della
guerra. La sezione scolastiva dell' OF
promulgò allora un bando nel
quale si invitavano gli alunni delle scuole
partigiane a scrivere la
propria storia sui patimenti vissuti nei tre
anni di guerra. I temi
del concorso dal titolo «I bambini ci
parlano» e «I bambini nei campi
di concentramento» volevano far
ripercorrere a questa generazione
perduta la via delle sofferenze patite per
ricucire il trauma e
rielaborare l'esperienza[23].
È così che si sono conservati
questi scritti e questi disegni. Sono
documenti che parlano delle violenze subite dal
punto di vista dei
bambini coinvolti in questa tragedia. Anche se
le disposizioni del
bando recitavano «che bisognava esimersi
dal patetico», gli scritti e
i disegni conservano una non comune forza
espressiva. La commissione
che valutò gli scritti premiò
tutti gli autori in blocco senza
prendere in considerazione gli errori di
ortografia o di sintassi.
Bogomir Gerlanc, che aveva raccolto gli scritti
migliori, li definì
«dei piccoli monumenti dedicati ai
patimenti e alle sofferenze
subiti»[24].
In questo senso vorrei riproporre alcune
riflessioni del maestro
Bogomir Gerlanc, che tanto ha fatto per far
uscire le piccole vittime
dal trauma dei campi e ad inserirle nella vita
quotidiana:
- siano questi scritti un documento del loro
passato e delle
sofferenze patite
- siano d'aiuto alla pedagogia ed alla
sociologia nello scoprire
l'animo della gioventù in condizioni
estreme di sopravvivenza
- siano un documento d'accusa della
bestialità umana
- siano una pagina incancellabile della
sofferenza nel tempo che corre
inesorabile[25].
Nel campo della salvaguardia degli adolescenti
in tempo di guerra, la
resistenza slovena aveva dato prova di una
grande capacità
organizzativa già dal 1941 in poi. Si era
pensato già allora di
organizzare un sistema di copertura illegale per
i membri più giovani
delle famiglie impegnate nella resistenza.
I figli di coloro che si
erano dedicati completamente alla lotta di
liberazione venivano
affidati a famiglie che si occuparono di loro
per tutta la durata
della guerra. Chi finiva in carcere o in campo
di concentramento, o
veniva incluso nelle formazioni armate
partigiane poteva contare su un
vasto reticolo di famiglie che avevano il
compito di badare ai loro
figli. Per questa generazione di 200 - 300
bambini si adoperò già
allora il nome di «ilegalcki»,
cioè di bambini nati e vissuti nell'
illegalità. Come supporto logistico venne
affiancata a questa rete di
famiglie l'organizzazione del Soccorso nazionale
sloveno, erede del
Soccorso rosso, organizzato dai comunisti tra le
due guerre.
Soprattutto nelle grandi città il
Soccorso nazionale sloveno formò nel
1942 delle sezioni che dovevano andare in aiuto
a tutti i giovani in
pericolo, pensare a procurare loro documenti
falsi, aiutarli in caso
di malattia, vestirli, sfamarli, nasconderli,
ecc.. Dall'estate del
1942 fino alla fine della guerra, ad organizzare
questa rete furono
Ana Ziherl e Ada Krivic. A guerra finita Ana
Ziherl scrisse le memorie
dell'avventurosa vicenda della resistenza
slovena e consegnò inoltre
all'Archivio di Stato tutta la documentazione
del movimento. Per
organizzare questa attività la
Ziherl si serviva di quattro aiutanti,
che coprivano uno dei quattro settori di questa
organizzazione
illegale, il cosiddetto settore bambini. Il
gruppo poteva usufrire di
una serie di magazzini illegali, dove venivano
conservati i mezzi
necessari per far fronte a questo impegno. Il
settore bambini
provvedeva anche ai bisogni quotidiani delle
donne e dei loro figli
rinchiusi nelle carceri ed arrivò a dar
vita a delle dimostrazioni per
proteggere le famiglie rinchiuse o destinate ai
campi di
concentramento. La prima dimostrazione si svolse
nella primavera del
1943 davanti alla sede dell'Alto Commissario
Grazioli e la seconda
nell'estate dello stesso anno davanti alla sede
arcivescovile. Dopo le
grandi retate del 1942, Lubiana restò
praticamente senza uomini abili
per la lotta clandestina. Allora furono le donne
a prendere il loro
posto ricoprendo tutti i ruoli di maggiore
responsabilità nella
resistenza slovena[26].
Come si è detto, la recrudescenza della
guerra fece sì che Lubiana
fosse circondata da un filo spinato lungo 34
chilometri con posti di
blocco, bunker e fortezze, con postazioni di
mitragliatrici pesanti.
L'organizzazione del Soccorso nazionale, alla
quale si rivolgeva un
numero sempre maggiore persone, decise che per
superare questa crisi
si sarebbe dovuto aumentare il numero delle
famiglie incaricate della
protezione e che alcuni dei bambini avrebbero
dovuto prendere la via
dei territori liberati. Secondo le testimonianze
e gli studi condotti
sulla base di documentazione archivistica si
può dedurre che per
aiutare i bambini nell'illegalità fosse
stata messa in piedi una rete
di 300 famiglie lubianesi che non fu mai
scoperta né dalle forze
fasciste né dai nazisti né dai
collaborazionisti. A formare questa
organizzazione erano persone di estrazione
sociale diversa, persone
sole o famiglie intere, anziani, medici,
contadini, artigiani nubili e
sposati. Dagli studi risulta che tra tutti
questi bambini vissuti
nell' illegalità per più di
quattro anni a morire sia stata soltanto
una bambina. Ma la morte di una persona non
può rendere l'idea delle
conseguenze patite da tutti questi bambini sui
quali hanno pesato le
assenze dei genitori, la paura delle retate
diurne e notturne, il
vivere constantemente nell'illegalità per
due, tre o quattro anni.
Questa generazione, provata dalla guerra forse
in un modo diverso, ha
dovuto affrontare i propri traumi
ripercorrendo nella memoria la
tragedia di una gioventù violata[27].
Una storia tipica di questo periodo è la
storia di Tatjana Dovc. Sua
madre, che fu sindacalista e membro del partito
comunista, partorì la
bambina nell'agosto del 1941 nel reparto di
maternità dell'ospedale di
Lubiana. Con l'aiuto del Soccorso nazionale
sloveno riuscì ad
eclissarsi, mentre la bambina fu
«rubata» da una attivista e fatta
uscire dall'ospedale dentro una comune sporta
per la spesa. La mamma,
Angela Ocepek Dovc, ricercata dalle forze
dell'ordine, cambiò in
quattro mesi ben 15 nascondigli riuscendo a
salvarsi e a salvare la
bambina. Più tardi si divisero e la
bambina cambiò residenza ancora 20
volte[28].
Come appare chiaramente dal materiale consultato
e presentato in
questo studio, sul tema dei bambini sloveni in
tempo di guerra le
fonti d'archivio primarie e secondarie sono
ricche e numerose. Questi
documenti si trovano soprattutto nella Sezione
II dell'Archivio di
Stato della Republica di Slovenia. La Sezione II
trae le sue origini
dall'archivio dell'Istituto per la storia del
movimento operaio (oggi
Istituto di storia contemporanea) che
venne fondato nel 1959 come
un'istituzione complessa, formata da un reparto
di ricercatori e da un
reparto che copriva i fondi d'archivio
riguardanti la resistenza
slovena. Questo archivio venne completato
più tardi con fondi
originali provenienti del funzionamento in loco
delle istituzioni
delle forze d'occupazione della Slovenia, sia di
quelle italiane che
di quelle tedesche (440 m.c.) e dall'archivio
delle forze
collaborazioniste. Esiste inoltre una
sezione del primo dopoguerra
(1945-47), costituita soprattutto dalla
documentazione inerente alle
questioni di definizione dei confini (la
questione di Trieste) fino
alla conferenza della pace di Parigi e da una
vasta documentazione
sull' Adriatisches Kuestenland. Ai fondi
d´archivio si accompagna un
vasto repertorio di memorie e testimonianze,
archivi personali di
politici in vista, una vasta collezione di carte
geografiche e di
cartelli e bandi pubblici.
L'archivio legato alla resistenza slovena veniva
a costituirsi man
mano che l'amministrazione partigiana cresceva e
si sviluppava. Nelle
zone libere funzionò dall'inizio del 1944
in poi un Istituto di
ricerca, diretto da Fran Zwitter, che dispose
che tutti gli organi di
ogni grado e di ogni livello conservassero e
archiviassero la
documentazione pubblica, civile e militare,
interna ed estera. Il
governo partigiano sloveno (SNOS)
promulgò nel gennaio del 1945 una
legge di tutela per gli archivi, le biblioteche,
i monumenti artistici
e naturali (Gazzetta ufficiale NOS). La Sezione
II dell'Archivio di
Stato della Republica di Slovenia è il
diretto continuatore di questo
lavoro e con i suoi 1.300 metri consecutivi di
materiale archivistico
costituisce uno dei più importanti e
ricchi archivi sulla resistenza
e sulle guerre di liberazione in Europa e nel
mondo. Il materiale in
questione può essere molto interessante
sia per i ricercatori di
lingua italiana che per quelli di lingua
tedesca, perché conserva i
materiali originali di queste due
amministrazioni sul territorio sloveno.
Note archivistiche utili ai ricercatori
La Sezione II dell'Archivio di Stato della
Repubblica di Slovenia
propone agli interessati questo elenco di fondi
e di collezioni (tutte
disponibili al sito metka.gombac @ gov.si
che
raccolgono documenti sulla condizione dei
bambini sloveni durante la
guerra:
1. AS 1769, Zbirka okupatorjevi zapori in
taborisca, sk. 1 (Collezione
prigioni e campi di concentramneto delle
forze d' occupazione,
scatola 1.)
2. AS 1872, Zbirka dopolnilnega gradiva o
delavskem gibanju in NOB,
1918 - 1945. (Collezione del
materiale integrativo sul movimento
operaio e la resistenza 1918 - 1945)
3. AS 1840, Zbirka gradiva o zrtvah
italijanskih okpacijskih oblasti
(Collezione del materiale concernente le vittime
dell' occupazione
italiana)
4. AS 1953 Zbirka Slovenke v narodnoosvobodilnem
boju. (Collezione
donne slovene nella resistenza 1941 - 45)
5. AS 1775, Poveljstvo XI armadnega zbora.
(Comando dell XI Corpo
d'Armata)
6. AS 1788, Visoki komisar za Ljubljansko
pokrajino (Alto Commissario
per la Provincia di Lubiana)
7. AS 1796, Kraljeva kvestura Ljubljana 1941 -
43. (Regia Questura di
Lubiana).
8. AS 1781, Poveljstvo grupe kraljevih
karabinjerjev Ljubljana.
(Comando del gruppo Carabinieri reali di
Lubiana)
9. AS 1752, Slovenski rdeci kriz v Ljubljani.
(Organizzazione della
croce rossa slovena di
Lubiana)
10.AS 1822, Stab za repatrijacijo vojnih
ujetnikov in intzernirancev
Ljubljana (Commando per il rimpatrio dei
prigionieri e degli internati
Lubiana)
11. AS 1627, Pooblascenec drzavnega
komisarja za utrjevanje nemstva
na spodnjem Stajerskem (Plenipotenziario del
commissario statale per
il rafforzamento della lingua e cultura
tedesca nello Stayer del sud)
12. AS 1800, Glavni odbor Antifasisticne fronte
zena. (Comitato
direttivo dell' Associazione donne
antifasciste slovene)
13. AS 1670, Izvrsni odbor OF. (Comitato
direttivo del Fronte di
Liberazione)
14. AS1828, Komisija za ugotavljanje
zlocinov okupatorjev in njihovih
pomagacev pri predsedstvu SNOS. (Commissione per
l' accertamento e la
verifica dei delitti degli occupatori e
dei collaborazionisti)
15. AS 1790, Okrajno glavarstvo Crnomelj.
(Amministrazione
distrettuale di Crnomelj)
16. AS 1602, Dezelni svetnik okrozja Celje
1941-43. (Consigliere
delegato della circoscrizione di Celje 1941-43).
17. AS 1791, Vojasko vojno sodisce II armade,
sekcija Ljubljana
1941-43. (Tribunale militare di guerra della II
Armata, Sezione di
Lubiana)
_____
[1] Teodoro Sala, Fascisti e nazisti nell'Europa
sudorientale. Il caso
croato (1941-43), in Enzo Collotti - Teodoro
Sala, Le potenze
dell'asse e la Jugoslavia. Saggi e documenti
1941-1943, Milano,
Feltrinelli, 1974, p. 69.
[2] Tone Ferenc, "Gospod visoki komisar
pravi...". Sosvet za
ljubljansko pokrajino. Ljubljana, 2001, p.
6 ss.
[3] Metod Mikuz, Pregled zgodovine NOB. 1.
knjiga, pp. 215-230,
Ljubljana, 1960.
[4] Boris M. Gombac, Dario Mattiussi (a cura
di), La deportazione dei
civili sloveni e croati nei campi di
concentramneto italiani: 1942-43.
I campi del confine orientale, Gorizia, Centro
Gasparini, 2004, pp.
115-123.
[5] Herman Janez, Koncentracijsko taborisce
Kampor - Rab, Ljubljana,
1996, pp. 2-10.
[6] Boris M. Gombac, Intervista a Herman Janez,
sopravissuto ai campi
di concentramento di Rab-Arbe e Gonars, in Boris
M. Gombac - Dario
Mattiussi (a cura di), La deportazione dei
civili sloveni e croati,
cit., pp. 41-48.
[7] AS 1769, Zbirka okupatorjevi zapori in
taborisca, sk. 1.
[8] Bozidar Jezernik, Italijanska
koncentracijska taborisca za
Slovence med drugo svetovno vojno. Ljubljana,
1997, pp. 288 - 289.
[9] Dario Mattiussi, Una tragedia dietro al
cortile di casa. La
deportazione nei campi di concentramneto
italiani del confine
orientale (1942-43), in Metka e Boris M. Gombac
- Dario Mattiussi,
Quando morì mio padre. Disegni e
testimonianze di bambini dai campi di
concentramento del confine orientale, Gorizia,
Centro Gasparini, 2004,
p. 47.
[10] Boris M. Gombac, Intervista a Herman
Janez, cit. , pp. 43-45.
[11] Tone Ferenc, Rab - Arbe - Arbissima,
Ljubljana, 2000, pp. 20-21.
[12] Intervista a Marija Poje di Podpreska,
Slovenia.
[13] AS 1769, Zbirka okupatorjevi zapori in
taborisca, sk. 1.
[14] AS 1769, Zbirka okupatorjevi zapori in
taborisca, sk. 1, Gerlanc
Bogomil, Nas otrok v internaciji.
[15] Herman Janez, Testimonianza pubblicata in
«Delo», Sobotna
priloga, Ljubliana, 2.7.2005, p. 31.
[16] Kumar Stane, Risal sem otroke v
koncentracijskem taboriscu,
Otrostvo v senci vojnih dni, Ljubljana, 1980,
pp. 144-148.
[17] AS 1769, Zbirka okupatorjevi zapori in
taborisca, sk. 1.
[18] AS 1769, Zbirka okupatorjevi zapori in
taborisca, sk. 1.
[19] AS 1769, Zbirka okupatorjevi zapori in
taborisca, sk. 1.
[20] Tone Ferenc, Rab-Arbe-Arbissima,
cit., p. 30.
[21] AS 1769, Zbirka okupatorjevi zapori in
taborisca, sk. 1.
[22] Tone Ferenc, Rab-Arbe-Arbissima, cit., pp.
33-34.
[23] Slavica Pavlic, Narodnoosvobodilna vojska
in organizacija
solstva. Otrostvo v senci vojnih dni, Ljubljana,
1980, pp. 90-115;
Joze Princic, Odnos ljudske oblasti slovenskega
naroda do otroka v
obdobju NOB (1944-1945), Otrostvo v senci vojnih
dni, Ljubljana,1980.
[24] AS 1769, Zbirka okupatorjevi zapori in
taborisca, sk. 1, Bogomil
Gerlanc, Nas otrok v internaciji, Ljubljana
,1980.
[25] AS 1769, Zbirka okupatorjevi zapori in
taborisca, sk. 1.
[26] Ada Krivic, Skrb za ogrozene druzine otrok
v Ljubljani, Otrostvo
v senci vojnih dni. Ljubljana, 1980, pp. 26-37.
[27] Ada Krivic, Skrb za ogrozene druzine otrok
v Ljubljani. Otrostvo
v senci vojnih dni, Ljubljana, 1980, pp. 20-39;
AS 1871, Zbirka
dopolnilnega gradiva o delavskem gibanju in o
NOB, 1918-1945.
[28] AS 1871, Zbirka dopolnilnega gradiva
delavskega gibanja in NOB
1918-1945, MO OF Ljubljana.
Fonte: http://it.groups.yahoo.com/group/tera_de_confin/message/9614
Il dramma della deportazione nel 1942 - 1943:
secondo volume della serie dedicata alla storia
della Marca in collaborazione con Istresco
Il lager degli
slavi alle porte di Treviso
Domani con la «Tribuna» il libro sul
campo di concentramento di Monigo
ANTONIO FRIGO
Quale prezzo di verità si è
pagato, per decine di anni, alla
pacificazione post bellica? Dopo il libro sugli
ebrei denunciati e
deportati dalla Marca, la tribuna manda in
edicola un altro volume
dell'Istresco sugli slavi deportati nella Marca.
C'era un campo di
concentramento, a Treviso. E chi volesse fare
spallucce, farà bene a
consultarne le cifre. Morirono 187 slavi, il
quel campo istituito per
favorire l'italianizzazione di un'area, quella
giuliano-istriano-dalmata, sulla cui storia
(quella del confine
orientale) la stessa legge del 2004 che
istituisce il Giorno del Ricordo
spende la definizione «vicenda
complessa». Una «vicenda»
fatta di
orrori, di vendette tremende e lontane dalla
civiltà (e vicinissime,
appunto, alle perverse leggi della guerra: leggi
foibe), di cacciate -
quando non di peggio - reciproche. Se dopo l'8
settembre 1943 e dopo l'1
maggio 1945 i titini scatenarono la loro ferocia
sugli italiani (i
soldati, ma anche i residenti), sapere di 30
mila deportati in campi di
tutta Italia (Arbe, Colfiorito, Gonars, Visco,
Chiesanuova (Pd), Monigo,
Renicci-Anghiari e Cairo Montenotte i
principali), può aiutare a capire
qualcosa di più. A giustificare no, a
capire sì. E' un tributo alla
conoscenza, non all'ideologia, quello che il
volume «Deportati a
Treviso», di Amerigo Manesso, Francesco
Scattolin e Maico Trinca,
pubblicato dall'Istituto per la storia della
Resistenza e della società
contemporanea della Marca trevigiana (Istresco)
e in edicola con il
nostro giornale, si propone di dare. Un tributo
che non ripara ai
silenzi, lunghissimi, degli anni successivi allo
smantellamento di
quella caserma di Monigo adattata a «campo
di concentramento»: gli
anziani che potevano ricordare qualcosa (e ce ne
sono ancora) di quella
macchia sulla coscienza civica trevigiana, sono
rimasti pochissimi. Ma
il lavoro certosino degli studiosi ha messo
insieme foto, carteggi,
documenti, disegni, che non lasciano dubbio
alcuno. Il campo, costruito
(baracche, cucine, servizi, circondati da una
recinzione alta quattro
metri) nella zona dell'attuale caserma Cadorin,
sul lato opposto della
Feltrina rispetto al campo di rugby,
entrò in funzione i primi giorni di
luglio del 1942: arrivarono sloveni della
provincia di Lubiana e croati
rastrellati nelle operazioni militari degli
italiani nelle zone di
confine tra Slovenia e Croazia. Il primo gruppo
di 599 sloveni arrivò il
2 luglio e c'erano dentro anche studenti e
insegnanti di liceo
rastrellati a Novo Mesto dopo un'insurrezione
che aveva portato alla
loro espulsione dalla scuola (s'erano subito
organizzati, con i
professori, le lezioni alternative). I ragazzi e
professori che avevano
partecipato alla rivolta erano stati una
cinquantina, ma di quella
scuola ne arrivarono a Monigo quaranta in
più. Chi erano? Probabilmente
erano collaborazionisti (con l'esercito
italiano) portati qui per
proteggerli dalle vendette dei partigiani
sloveni e, forse, qui svolsero
la funzione di "spiare" gli altri. Questo
paradigma può essere riportato
all'intera storia del campo di Monigo, che
tecnicamente era "di
smistamento". Qui venivano selezionati i
"comunisti titini pericolosi"
da spedire in campi più duri (il
già citato Arbe ne è un esempio:
uscirne vivi era quasi impossibile, mentre
altri, su cui i
collaborazionisti facevano rapporto di
innocuità, venivano tenuti qui,
spediti in campi non punitivi (ma cui si viveva
sempre al limite e negli
ultimi tempi fame e freddo fecero comunque tante
vittime), o addirittura
rimandati a casa. Per capire quanta gente viveva
in quelle sette
baracche in muratura, basti pensare che alla
fine del 1942 una
segnalazione alla Prefettura di Treviso parlava
di 1540 uomini e 62
donne appena arrivate dalla caserma dei Belgi di
Lubiana. Regime di
internamento e organizzazione (compresi i
capo-squadra) erano quelli di
un... normale campo di concentramento. Ma a
Monigo non c'era lavoro
obbligatorio né facoltativo: gli
internati, tra i quali c'erano anche
insegnanti, artisti, musicisti, intellettuali,
passavano le giornate
nell'ozio. A + 35º come a - 15. In uno dei
resoconti dell'epoca si
legge: «Molte donne sono ricoverate negli
ospedali di Treviso. Bambini e
genitori stanno morendo. Il pericolo più
grosso incombe sui genitori».
Il primo trattamento alimentare e igienico,
abbastanza buono anche se
mai soddisfacente, lasciò presto il posto
a condizioni igieniche
proibitive e a pasti sempre più
inconsistenti. Colpa anche della
sovrappopolazione del campo, che era arrivato a
contenere anche 3500
persone, di cui 700 bambini (dati del Vaticano
risalenti al novembre
1942), mentre lo Stato Maggiore parlava di...
appena 1136. E il giornale
clandestino "Novice izza zice", nel marzo del
'43 parla di 1058 uomini,
1085 donne, 513 bambini, 466 bambine e 42
neonati. Si dormiva in due per
letto (a castello: due per ogni piazza) e le
intossicazioni intestinali
facevano vittime. Un'ultima parte del libro,
dopo un saggio sulla
politica antislava al confine orientale e il
documentatisssimo trattato
sul campo di Monigo, è dedicato alla
corrispondenza (già pubblicata come
Lettera d'amore dal campo di concentramento di
Monigo) tra Devana
Lavrencic Cannata e Tone, uno dei ragazzi del
liceo di Novo Mesto
detenuti a Treviso. Dai reduci di quel gruppo
potrebbe emergere la
verità sulla convivenza tra i veri
detenuti e i "protetti"
collaborazionisti. Ma questa è un'altra
storia. Anzi, un altro libro.
(9/2/2006)
Fonte: http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5167/1/51/
Stanka e Maria
nei campi di concentramento italiani
25.01.2006
In occasione della giornata della memoria, un
documentario radiofonico riporta alla luce la
storia dei campi di concentramento italiani in
funzione durante l'occupazione della Jugoslavia,
e la vicenda della persecuzione del popolo rom.
"Le storie di Stanka e Maria" è prodotto
da Radioparole
Di Andrea Giuseppini*
Nella provincia di Udine vive da oltre sessanta
anni una comunità rom di origine slovena.
La maggior delle famiglie che la compone abita
in case di proprietà o in confortevoli
roulotte sistemate in terreni da loro
acquistati. Alcuni dei loro membri svolgono dei
mestieri che richiamano i lavori tradizionali di
rom, come ad esempio la raccolta del ferro o la
cura del verde. Ma tra loro si trovano anche
operai, delle cosiddette badanti e qualche
mediatrice culturale che opera soprattutto nelle
scuole. Insomma, una comunità piuttosto
lontana dagli stereotipi con cui di solito noi
pensiamo ai rom.
In queste famiglie vive ancora qualche anziano
testimone diretto delle vicende di questa
comunità. E' il caso, ad esempio, di
Stanka.
Stanka è nata nel 1930 nella provincia di
Lubiana. La sua è una famiglia numerosa -
otto sono i fratelli - che vive spostandosi alla
ricerca continua di piccoli lavori.
Nella primavera del 1941 la Germania e l'Italia
invadono e conquistano la Jugoslavia, e il
territorio di Lubiana viene di fatto annesso
all'Italia fascista. Inizia così da un
lato la resistenza jugoslava contro le truppe di
occupazione e dall'altro una feroce e spietata
repressione contro i civili sloveni accusati di
collaborare con i partigiani.
Palese è anche l'intento dei fascisti di
continuare e ampliare l'opera di
snazionalizzazione slava già iniziata
prima della guerra nei territori di confine e
nell'Istria italiana. In questo quadro si
inserisce, ad esempio, l'episodio del
rastrellamento di Lubiana. Nella notte tra il 22
e il 23 febbraio 1942, i militari italiani
circondano completamente la città con
reticolati di filo spinato e arrestano 6.000
persone, un quarto della popolazione civile.
Contemporaneamente vengono costruiti i primi
campi di concentramento in cui deportare le
persone arrestate.
E' questo il contesto che fa da sfondo alla
storia di Stanka e di altre famiglie rom
slovene.
Stanka viene arrestata assieme alla madre e a
tutti i fratelli nel 1942. Dopo qualche mese
passato nelle carceri di Lubiana viene deportata
nel campo di concentramento fascista dell'isola
di Rab/Arbe in Dalmazia. Costruito in fretta
nell'estate del 1942, il campo di concentramento
di Rab non aveva baracche ma solo tende. Ben
presto, per il sovraffollamento dovuto alle
continue deportazioni, la scarsità di
cibo e la mancanza di igiene, le condizioni dei
prigionieri diventano drammatiche. Stanka
racconta che le madri nascondevano i corpi dei
bambini morti sotto la paglia per non perdere il
diritto alla loro scarsa porzione di cibo.
Dopo qualche mese, anche su pressione della
Croce Rossa e di alcuni esponenti della chiesa
cattolica slovena, il regime fascista decide di
spostare un certo numero di internati dal Campo
di Rab a quello costruito a Gonars in provincia
di Udine.
Stanka ricorda di essere arrivata a Gonars di
notte. All'interno del campo c'erano solo donne,
vecchi e bambini sloveni. Con loro altre
famiglie rom. Ma le condizioni non migliorano
molto. Racconta Stanka: "Mia mamma corse dietro
un gatto perché voleva prendere il gatto,
per mazarlo, per mangiarlo. Ma non l'ha preso.
E' scappato il gatto, iera più furbo".
Anche a Gonars i deportati muoiono. Alessandra
Kersevan, autrice di una recente e documentata
monografia sul campo di concentramento fascista,
mette in rilievo nell'elenco dei deceduti il
nome di due bambine rom morte per grave atrofia.
Ricorda sempre Stanka: "Poi se morta un'altra
bambina piccola. O dio... de fame. Poi forse
anche se un po' ammalata dentro, sai come
succede... una bambinetta piccola, sua mama se
chiamava Resa... se morta de fam, de fam, fredo,
fam, tuto un insieme".
A Gonars morirono 500 sloveni e croati.
Dopo l'8 settembre del 1943 i fascisti
abbandonano il campo di Gonars e i prigionieri
si allontanano dal quel luogo.
Poco lontano da Gonars, la famiglia di Stanka e
gli altri rom sloveni deportati si uniscono a
una piccola comunità sinta italiana
proveniente da Trieste, di cui fa parte Maria,
l'altra protagonista del documentario sonoro.
Tutti stanno scappando e cercando rifugio da una
nuova minaccia. Dopo l'armistizio, infatti, i
tedeschi occupano militarmente il Friuli Venezia
Giulia.
Maria ricorda: "Venivano i tedeschi e noi si
aveva molta paura. Entravano dentro il
carrozzone e tiravano giù tutto,
buttavano via il mangiare, le pentole e
spaccavano coi piedi. E certe volte volevano
anche picchiare. Io non so perché ce
l'avevano con noi e gli ebrei. Non lo so
perché, non lo so veramente
perché". Maria racconta anche l'episodio
di una giovane rom slovena violentata da sette
nazisti.
Di questo gruppo di rom e sinti diversi furono
deportati nei campi di sterminio in Germania.
Alcuni non faranno mai ritorno, altri, tra cui
la madre di Stanka e un fratello di Maria,
riusciranno a sopravvivere.
Dopo la liberazione dal campo di sterminio di
Ravensbruck, la madre di Stanka, torna a Lubiana
alla ricerca della propria famiglia. Qui,
fortunosamente, scopre che i suoi figli sono
ancora in Friuli assieme agli altri rom.
Da allora Stanka e le altre famiglie risiedono
in Friuli.
Il documentario sonoro che abbiamo realizzato in
occasione del Giorno della memoria – prodotto da
Radioparole e Opera Nomadi con il contributo
dell'Assessorato alla cultura della Regione
Friuli Venezia Giulia – raccoglie anche le
testimonianze dello scrittore sloveno triestino
Boris Pahor, deportato a Natzweiler, e della
partigiana friulana Rosa Cantoni deportata a
Ravensbruck.
*Radioparole. Il
documentario radiofonico di Andrea Giuseppini
"Le storie di Stanka e Maria" può
essere ascoltato sul sito Radioparole.it
---
Quei
lager rimossi di casa nostra
di
Andrea Giuseppini
su
Il Manifesto del 28/01/2006
Un
documentario sonoro sulla deportazione dei
rom e sinti nei campi di concentramento
fascisti nel Friuli Venezia Giulia durante
la seconda guerra mondiale
Da
alcuni anni, il 27 gennaio - giorno in cui
nel 1945 l'Armata rossa entrò nel
campo di sterminio di Auschwitz liberando
i prigionieri superstiti - in molti paesi
del mondo si ricorda la Shoah. Il Giorno
della memoria ha assunto nel tempo un
valore universale di denuncia dei crimini
compiuti e di ricordo delle vittime.
Grazie al lavoro di alcuni storici, negli
ultimi decenni si è cominciato a
parlare anche dei campi di concentramento
fascisti per internati militari e civili
sloveni e croati. Gonars, Arbe, Visco,
Monigo, Chiesanuova, Renicci, Ellera,
Colfiorito, Pietrafitta, Tavernelle, Cairo
Montenotte sono i luoghi, spesso
sconosciuti, della deportazione fascista
seguita all'aggressione della Jugoslavia e
all'annessione della cosiddetta provincia
di Ljubljana. Una deportazione che ha
riguardato un numero molto alto di
persone. Uno studio jugoslavo del 1982 ha
fornito la cifra di 109.437 internati nei
campi fascisti. Dalle pieghe di questa
storia emergono ancora oggi delle
singolari e sofferte vicende umane, come
quella di Stanka, un'anziana donna rom
slovena.
La storia di Stanka
Nella provincia di Udine vive da oltre
sessant'anni una comunità rom di
origine slovena. La maggior parte delle
famiglie che la compone abita in case di
proprietà o in confortevoli
roulotte sistemate in terreni da loro
acquistati. Alcuni dei loro membri
svolgono dei mestieri che richiamano i
lavori tradizionali dei rom, come ad
esempio la raccolta del ferro o la
manutenzione del verde. Ma tra loro si
trovano anche operai, delle cosiddette
badanti e qualche mediatrice culturale che
opera soprattutto nelle scuole. Insomma,
una comunità piuttosto lontana
dagli stereotipi con cui di solito noi
pensiamo ai rom.
In queste famiglie vive ancora qualche
anziano testimone diretto delle vicende di
questa comunità. E' il caso di
Stanka.
Stanka è nata nel 1930 nella
provincia di Ljubljana. Sua madre è
una romni, il padre invece è un
gàgio (cioè non rom). In
quegli anni, i genitori e gli otto figli
vivono spostandosi in Slovenia alla
ricerca continua di piccoli lavori.
Finché un giorno, ricorda Stanka,
«è scoppiata la guerra. Le
scuole sono state tutte occupate prima dai
tedeschi e poi dai fascisti italiani, e
allora non si andava più a
scuola».
Nella primavera del 1941 la Germania e
l'Italia invadono la Jugoslavia, e il
territorio di Ljubljana viene di fatto
annesso all'Italia fascista. Inizia
così da un lato la resistenza
jugoslava contro le truppe di occupazione
e dall'altro una feroce e spietata
repressione contro i civili sloveni
accusati di collaborare con i partigiani.
Palese è anche l'intento dei
fascisti di continuare e ampliare l'opera
di de-slavizzazione già iniziata
prima della guerra nei territori di
confine e nell'Istria italiana, deportando
la popolazione locale per sostituirla con
gente proveniente dall'Italia. In questo
quadro si inserisce, ad esempio,
l'episodio del rastrellamento di
Ljubljana. Nella notte tra il 22 e il 23
febbraio 1942 i militari italiani
circondano completamente la città
con reticolati di filo spinato e arrestano
6.000 persone, un quarto della popolazione
civile. Contemporaneamente vengono
costruiti i primi campi di concentramento
in cui deportare le persone arrestate.
La storia di Stanka e della sua famiglia
segue passo passo le vicende della Storia:
«Ci hanno preso vicino a
Ljubljana... italiani, italiani. Ci hanno
fatto spia che nostro papà
partigiano. Ci hanno presi e ci hanno
portano in carcere a Ljubljana. Lì
eravamo poco, due, tre giorni. Poi ci
hanno portato in questa isola... Rab, in
Dalmazia sarebbe. Lì eravamo per
quattro mesi. Però tanta di quella
fame. Non ierano baracche. Nelle tende e
dentro buttata paglia e lì si
dormiva come le bestie. Ma ieramo in
tanti, tanti, forse in cinquemila, forse
anche di più. Lì i bambini
morivano di fame. I piccoli neonati li
nascondevano sotto la paglia perché
prendevano il rancio su di loro, il
mangiare che portavano. Allora
nascondevano i bambini morti per prendere
il mangiare che dopo mangiavano quegli
altri».
Il campo di concentramento fascista di
Rab/Arbe viene costruito nell'estate del
1942 con il preciso intento di deportarvi
civili sloveni e croati. Ben presto, per
il sovraffollamento, la scarsità di
cibo e la mancanza di igiene, le
condizioni dei prigionieri diventano
drammatiche. Lo storico sloveno Tone
Ferenc nel libro Rab-Arbe-Arbissima,
pubblica un elenco di 1.435 nomi di
persone morte nel campo. Dopo qualche
mese, anche su pressione della Croce rossa
e di alcuni esponenti della chiesa
cattolica slovena, il regime fascista
decide di spostare un certo numero di
internati dal campo di Rab a quello di
Gonars, in provincia di Udine. Stanka
ricorda di essere arrivata a Gonars di
notte.
Stanka conta sulle dita: «Mitzi,
Srecko, io, Nico, Mattia, Toni, Franci e
Kristan. In otto ieramo a Gonars,
più la mamma. Però noi
abbiamo avuto una fortuna, che non siamo
morti neanche uno in campo a Gonars.
Ierano per morire i miei fratellini,
però, ringraziando dio, neanche
uno. Tanti dicono non iera un campo di
concentramento, era un campo profughi.
Invece no, non è vero. No. Era vero
campo di concentramento. Lì
morivano tanti».
All'interno del campo c'erano solo donne,
vecchi e bambini sloveni e croati. Con
loro altre famiglie rom. Ma le condizioni
non sono certo migliori di quelle di Rab.
Racconta Stanka: «Mia mamma corse
dietro un gatto perché voleva
prendere il gatto, per mazarlo, per
mangiarlo. Ma non l'ha preso. E' scappato
il gatto, iera più furbo».
Anche a Gonars i deportati muoiono.
Alessandra Kersevan, autrice di una
recente e documentata monografia sul campo
di concentramento fascista (costruito
nell'autunno del 1941 e rimasto in
funzione fino al settembre del 1943),
riporta il nome di due bambine romni che
prima compaiono nell'elenco dei nati nel
campo, ma qualche mese dopo i loro
nominativi vengono trascritti nell'elenco
dei deceduti. Ricorda Stanka: «Poi
è morta un'altra bambina piccola. O
dio, de fame. Poi forse anche è un
po' ammalata dentro, sai come succede. Una
bambinetta piccola. Sua mama se chiamava
Resa... se morta de fam, de fam, fredo,
fam, tuto un insieme. Morivano ogni
giorno, e sai cosa facevano. Li mettevano
nelle casse e li portavano in cimitero e
poi quelli che accompagnavano - ma
però accompagnati coi militari,
militari di qua e di là, un
reggimento... quando arrivavano in
cimitero, quelli che compagnavano
prendevano fuori de cassa i poveri morti e
li buttavano dentro senza, e le casse le
portavano via per mettere altri dentro
dopo. So che un funerale di una sinta era
maggio. Sai perché mi ricordo
maggio, perché erano quei fiori di
maggio fuori. Quei bianchi fiori che hanno
un bel profumo. Quei fiori bianchi come
grappoli d'uva. Ecco, quelli lì li
ha portati mamma dentro, che li ha
raccolti e se li è portati dentro
nel campo».
A Gonars morirono 500 sloveni e croati.
Dopo l'8 settembre del 1943 i fascisti
abbandonano il campo e i prigionieri
riescono a fuggire. Ma la madre di Stanka
non intraprende il viaggio di ritorno:
«La mamma ha trovato un quattro
cinque famiglie di zingari italiani qua,
che erano vicino a Palmanova. E lì
siamo fermato a parlare e le hanno detto
ma stai qui, stai qui, stai con
noi».
La storia di Maria
Maria, una sinta italiana, è nata
invece a Trieste nel 1929: «La mia
famiglia facevano i suonatori ambulanti.
Suonavano molto bene. Musiche gitane,
ungheresi. Poi i miei fratelli avevano le
giostre, ma non andavano lontano,
lavoravano sempre qui a Trieste. Allora a
tempo di guerra avevamo le carovane, le
famose carovane di legno coi cavalli.
Siamo partiti via di Trieste e siamo
andati in furlania».
Quando nel 1943 i tedeschi occupano il
Friuli Venezia Giulia, Maria e la sua
famiglia si spostano nella campagna
friulana ritenendola più sicura
della grande città. Invece anche
lì, ricorda Maria, «venivano
i tedeschi e noi si aveva molta paura.
Entravano dentro il carrozzone e tiravano
giù tutto. Buttavano via il
mangiare, le pentole e spaccavano coi
piedi. E certe volte volevano anche
picchiare. Io non so perché ce
l'avevano con noi e gli ebrei. Non lo so
perché, non lo so veramente
perché. Dicevano che ci vogliono
uccidere, così dicevano... alles
kaputt, alles kaputt. Solo quello loro
avevano nella bocca. Zigeuner nichts
gutes... zingari niente brave
persone».
Nel documentario, Maria racconta anche
l'episodio di una giovane rom slovena
violentata da sette nazisti. Poi, un
giorno, «siamo venuti fino a
Palmanova. A Palmanova, sono venuti i
tedeschi con le Ss e uno italiano, proprio
del paese lì, e hanno preso mio
fratello più piccolo che aveva 17
anni».
Del gruppo di rom sloveni e di sinti
italiani di cui facevano parte Stanka e
Maria, furono in molti ad essere arrestati
e deportati. Ricorda Stanka: «Hanno
preso mio fratello dopo un cinque mesi.
Prima della mamma lui. Sono venuti le Ss e
hanno preso mio fratello, hanno preso sto
povero Carlo, sto Bepi, sto Tulala,
Orlando e Richetto. E li hanno portati
prima a Palmanova, poi da Palmanova a
Udine e da Udine in Germania. E son
tornati tre, e tre son rimasti lì,
son morti lì».
Maria: «Dopo tredici mesi di campo
di concentramento, questo mio fratello
è venuto a casa. Sembrava un
cadavere tirato fuori dalla terra. Pelle e
ossa, non di più. Pelle e ossa. E
allora è andato avanti ancora un
po' e poi è morto... così...
è brutto ricordare... è
bello ricordare lo stesso, ma è
anche brutto».
Per Maria, Stanka e gli altri rom che
vivono in Friuli durante l'occupazione
nazista, le paure e le sofferenze non
hanno fine. Qualche mese dopo la
deportazione dei giovani ragazzi, infatti,
anche la madre di Stanka e altre donne
vengono arrestate. Continua Stanka:
«E lì hanno preso la mamma.
Dopo hanno preso questa Vilma, la mamma
del povero Carlo e una donna che aspettava
un bambino. Dopo quella l'hanno mandata a
casa e invece queste in Germania».
Epilogo
Per i rom, però, anche la vita
nell'Italia del dopoguerra è amara.
Stanka: «Mia mamma è tornata
a casa, però non l'hanno mandata
qui subito, l'hanno mandata a Ljubljana.
Lei è andata al tribunale ha detto
che ha tutti i bambini a Udine, che deve
venire a prenderli. E le hanno fatto un
lasciapassare, l'hanno fatta venire a
Udine. Però non è tornata
più. Siamo rimasti sempre a Udine,
sempre in provincia di Udine. E tutt'ora.
Guarda quanti anni sono in Italia, ero
bambina... ancora devo avere la
cittadinanza. Miei figli sono tutti
cittadini italiani. Sono nati tutti qui in
giro Udine».
Maria: «Dopo la guerra ci siamo di
nuovo rifatti un pochino. Prese di nuovo
le giostre. Ci siamo inseriti
perché si va a lavorare. Sono stata
a lavorare anch'io, proprio qui giù
nelle fabbriche. Poi avevamo le baracche,
qui a Trieste in via Valmaura. Poi
conoscendoci la gente dice: `Ma guarda te,
non abbiamo mai pensato che siete persone
così...'. Però non c'hanno
fiducia... non danno pace, non danno pace.
Qui, al campo dove vivo, sono i
carabinieri notte e giorno, polizia notte
e giorno. Non danno pace».
I crimini
del fascismo contro i popoli jugoslavi
Nelle
ultime settimane abbiamo visto
riprendere corpo la campagna contro la
Resistenza, rilanciata dalla proposta
del sindaco di Trieste, Illy, di abolire
la festa del 25 aprile. Un ruolo
particolare in questa propaganda viene
assegnato alla rievocazione dei presunti
massacri di massa compiuti dai
partigiani sloveni contro gli italiani
durante e dopo la Resistenza stessa. In
questa campagna indecente, che si
alimenta non solo di falsificazioni
storiche spudorate, ma anche di un vero
e proprio razzismo antislavo, viene
completamente messa in ombra la
responsabilità dello Stato
italiano nella persecuzione dei popoli
aggrediti nel 1941 con l’invasione della
Jugoslavia.
Ringraziamo
quindi caldamente l’autrice di questo
articolo, che contribuisce a rimettere
in luce questo aspetto sempre nascosto e
minimizzato della "storia patria". Su
questi temi torneremo ancora nei
prossimi numeri della rivista.
la redazione di
marxismo.net
Durante la recente visita di Ciampi in
Friuli-Venezia Giulia un emissario del
Presidente ha avuto l’incarico di portare
una corona al monumento ai morti nel campo
di concentramento di Gonars. È stata
la prima volta, probabilmente per insistenza
dell’ANPI regionale, che un alto esponente
dello Stato italiano ha ricordato
l’esistenza dei campi di concentramento
fascisti (il monumento di Gonars era stato
costruito nell’83 per volontà della
Repubblica Jugoslava). È un gesto fra
l’altro che avviene in controtendenza
rispetto a una campagna revisionista e
antislava sempre più ossessionante.
Comunque, qualsiasi sia stata la motivazione
di Ciampi, per la gran parte della gente,
non solo nel resto d’Italia, ma anche in
Friuli, quel gesto è stato occasione
di scoprire qualcosa di terribile del nostro
passato.
La tragedia dei campi di concentramento
fascisti è stata infatti in tutti
questi anni nascosta o minimizzata,
così come i crimini dell’esercito
italiano nei paesi aggrediti, per alimentare
invece il mito dell’"italiano buono e amato"
anche se aggressore e vittima a sua volta
degli aggrediti infoibatori. È un
mito continuamente alimentato che oggi serve
a puntellare una politica neoirredentista
nei confronti dei paesi dell’ex Jugoslavia,
che si basa su un rinascente razzismo
antislavo, che si va diffondendo anche a
sinistra (sintomatico e sconvolgente a
questo proposito l’Espresso del 16/3/2000,
che ha in copertina il titolo "Sicurezza:
slavi maledetti", e poi nelle pagine
centrali il reportage "Fortezza Italia",
sulla situazione dell’Istria, dove i croati
vengono definiti da un intervistato - con
molta condiscendenza da parte
dell’intervistatore - "i "drusi", i maiali,
i comunisti titini").
Quando si va ad analizzare invece sui
documenti ciò che ha fatto l’esercito
fascista italiano nei paesi aggrediti, il
quadro che ne esce è quello di un
comportamento criminale. Qualche tempo fa
inoltre sono stati trovati da chi scrive,
durante una ricerca nell’Archivio di Stato
di Udine, dei documenti della Commissione
Censura della Provincia di Udine, da cui la
situazione degli internati di Gonars e di
Visco, i due campi di concentramente del
Friuli, risulta semplicemente sconvolgente.
Una breve premessa storica permetterà
a tutti di inquadrare i fatti e comprendere
appieno i documenti.
1941:
l’invasione della Jugoslavia
Il 6 aprile 1941 Hitler e Mussolini invadono
la Yugoslavia. C’è una immediata
reazione e l’inizio della resistenza
jugoslava.
La Slovenia viene smembrata fra Italia (il
territorio che diventa provincia di Lubiana)
e Germania. Per quanto riguarda la Croazia
il 18 maggio Aimone di Savoia, diventa re di
Croazia, con il collaborazionista Ante
Pavelic come primo ministro.
In Slovenia già dall’ottobre del 1941
il tribunale speciale pronuncia le prime
condanne a morte, il mese dopo entra in
funzione il tribunale di guerra. La lotta
contro i partigiani, che diventano una
realtà in continua espansione, si
sviluppa nel quadro di una strategia
politico-operativa rivolta alla
colonizzazione di quei territori. Con
l’intervento diretto dei comandi militari
italiani la politica della violenza si
esercita nelle più svariate forme:
iniziano le esecuzioni sommarie sul posto,
incendi di paesi, deportazioni di massa,
esecuzioni di ostaggi, rappresaglie sulle
popolazioni a scopo intimidatorio e
punitivo, saccheggiamento dei beni,
setacciamento sistematico delle
città, rastrellamenti... prende corpo
il progetto di deportazione totale della
popolazione, con il trasferimento forzato
degli abitanti della Slovenia, progetto che
i comandi discutono con Mussolini in un
incontro a Gorizia il 31 luglio 1942 e che
non si realizza solo per
l’impossibilità di domare la
ribellione e il movimento partigiano. Nel
clima di repressione instauratosi con
l’occupazione militare nel territorio
jugoslavo, per il regime fascista nasce
inevitabilmente l’esigenza di creare delle
strutture per il concentramento di un gran
numero di civili, deportati da quelle
regioni.
I campi di concentramento e deportazione
italiani furono almeno 31, di cui 26 in
Italia, e vi morirono oltre 7.000 persone.
Vi furono internati soprattutto sloveni e
croati (ma anche "zingari" ed ebrei),
famiglie intere, vecchi, donne, bambini.
Il campo di
concentramento di Gonars
Il campo di concentramento di Gonars, in
provincia di Udine, quindi vicinissimo alle
zone slovene e alle zone in cui era
già iniziata la guerra di
liberazione, fu uno dei luoghi in cui si
svolse la grande tragedia di questi
deportati. Venne istituito già nel
dicembre del 1941, costituito da tre
settori, circondato da filo spinato,
controllato dai carabinieri e da circa 600
soldati con 36 ufficiali. Ai lati nord e sud
del vasto spazio recintato da due torri alte
sei metri, armate con mitragliatrici puntate
verso il campo, con riflettori che di notte
illuminavano a intervalli di pochi minuti il
campo e il circondario. Tutto intorno una
"cintura" larga due metri, in cui le
sentinelle avevano l’ordine di sparare senza
preavviso a tutti quelli che la
oltrepassavano.
All’arrivo i nuovi internati venivano
denudati, "disinfestati", rapati a zero. Ma
nonostante la pulizia quotidiana delle
baracche tenuta dagli stessi internati, i
parassiti si moltiplicavano. Essi si
diffondevano in prevalenza addosso agli
internati che, a causa dell’indebolimento
fisico, giacevano sempre a letto e si
lasciavano andare all’apatia.
Il 25 febbraio 1943 ci sono a Gonars 5.343
internati di cui 1.643 bambini. Ci sono
intere famiglie provenienti da Lubiana o dai
campi di Arbe (Rab) o di Monigo (Treviso);
due terzi croati e un terzo sloveni.
Baracche strette e lunghe, da 80 a 130
prigionieri per baracca; baracche
praticamente senza riscaldamento o con stufe
mal funzionanti, ma molti (specialmente
uomini adulti) dormivano in tenda; igiene
impossibile per mancanza di tutto; pidocchi,
scabbia erpete e altre malattie contagiose;
per quanto riguarda le donne incinte, l’80%
dei nati erano morti. Mangiare del tutto
insufficiente, minestrone mezzogiorno e
sera, praticamente acqua, + 200g di pane.
"La gente è affamata. Ma forse
è meglio dire che muore di fame",
scriveva il salesiano padre Tomec, come
risulta da una sua lettera in data 6
febbraio 1943. "Queste famiglie non hanno
nessuno che possa mandargli i pacchi,
perché le loro case sono state
bruciate e i parenti sparpagliati. (...) Una
grande maggioranza di internati è
venuta da Arbe (Rab) e sono giunti
già esausti, simili a scheletri.
(...) Dal 15 dicembre 1942 al 15 gennaio
1943 ne sono morti 161. In media muoiono 5
persone al giorno. (...) Il maggiore medico
Betti mi ha detto che in due mesi il 60% di
questa gente morirà, se prima non
vengono liberati. (...) Una scena triste
viene offerta dalla baracca nella quale ci
sono soltanto bambini orfani che hanno perso
i genitori ad Arbe o a Gonars". "Dio ci
guardi da qualche epidemia nel campo. Le
persone cadrebbero una dopo l’altra come
mosche." Così scriveva ancora padre
Tomec. E di una epidemia, si ha proprio
notizia dai documenti della censura che si
trovano nell’Archivio di Stato di Udine
(fascicolo Prefettura). Infatti se in
febbraio i problemi erano soprattutto la
fame e il freddo, si ebbe anche un’epidemia
di tifo petecchiale, non sappiamo con quali
esiti. Di un’altra, nel giugno del ‘43, si
sa anche per il campo di internamento di
Visco (a 3 chilometri da Palmanova, a 10
dall’altro campo, quello di Gonars). C’erano
in questo campo 4000 persone, che in maggio,
come risulta sempre da questi documenti
della Censura, erano stati picchiati dai
carabinieri con "botte da orbi"
perché "quando hanno saputo che
abbiamo perso la Tunisia, si sono messi
tutti a gridare "Viva la Russia"".
Mentre sul campo di concentramento di Gonars
ci sono stati degli studi che, seppur
conosciuti solo localmente, hanno messo in
luce questa tragedia, del campo di
concentramento di Visco si sa poco e niente,
ma la grande tragedia che vi si svolse
emerge dai documenti che affiorano oggi
dall’Archivio di Stato di Udine. Nel
monumento ossario del cimitero di Gonars
sono sepolti 453 corpi.
I prigionieri vengono liberati nel settembre
del ‘43.
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