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COORDINAMENTO NAZIONALE PER LA JUGOSLAVIA - onlus
ITALIJANSKA KOORDINACIJA ZA JUGOSLAVIJU

Siete nella sezione sui luoghi di internamento per jugoslavi su territorio italiano

 
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                        (248 byte) iniziative
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                        (248 byte) documentazione

Documento Costitutivo
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                        (248 byte) solidarietà
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                        (248 byte) informazione
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                        (248 byte) amicizia
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                        (248 byte) valori fondativi


I luoghi di internamento per jugoslavi
istituiti in Italia e nei territori annessi o occupati
durante il regime fascista



Il numero complessivo dei campi d'internamento distribuiti lungo l'intero territorio nazionale (...) raggiunse la cifra di 200 nel solo Regno d'Italia.
(D. Conti: L'occupazione italiana dei Balcani p.54)

È difficile stabilire con precisione quanti civili jugoslavi furono coinvolti nell'internamento fascista. (...) Considerando le fonti più attendibili (in primo luogo quelle della Croce Rossa Internazionale) e facendo riferimento all'insieme dei campi dell'Autorità militare, a quelli dell'Autorità civile e all' internamento libero, si può tuttavia valutare in circa 100000 (per la gran parte sloveni, croati e montenegrini) il numero dei civili "ex jugoslavi" internati dall'Italia.
In riferimento alla sola "Provincia di Lubiana", si può ritenere che, sino al settembre 1943, siano stati internati circa 25000 civili tra sloveni e croati. (C.S. Capogreco: I campi del duce pp.77-78, e fonti ivi citate.)

The number of prisoners in the camps in Autumn 1942 amounted to 89488. According to incomplete evidence some 149638 Yugoslav citizens had passed through the camps. (...) We have relatively exact evidence only for Slovenia: 67230 persons, of which 50559 men, 9691 women, 2698 old men and 4282 children. As the population of the part of Slovenia under Italian occupation numbers about 360000, it means that about 18% of the population were prisoners. (from Chapter 6 of the book: REPORT ON ITALIAN CRIMES AGAINST YUGOSLAVIA AND ITS PEOPLES)


LUOGHI DI DETENZIONE, INTERNAMENTO E CONFINO NELL'ITALIA FASCISTA
IN CUI E' CONFERMATO O PROBABILE CI FOSSERO DETENUTI JUGOSLAVI


A. LUOGHI DI PRIGIONIA

Elenco stilato a partire dai documenti analizzati nel corso della ricerca di Alessandra Kersevan sul campo di concentramento di Gonars e successivamente integrato con ulteriori informazioni.
Subito dopo il nome di ciascun campo riportiamo le fonti specifiche più significative.

LEGENDA
[AM] = campi di concentramento ad amministrazione militare
[AC] = campi di concentramento ad amministrazione civile
[am] = campi di lavoro ad amministrazione militare
[cc] = carceri
P.G. = campo per prigionieri di guerra
P.M. = numero di indirizzamento della Posta Militare

Il numero accanto al nome di alcuni campi si riferisce a quello assegnato ai campi militari per prigionieri di guerra (P.G.) [cfr. all. 1 al fg. 1/46635 del 07/09/'42 dello Stato Maggiore, in Archivio Ufficio Storico Stato Maggiore dell'Esercito-AUSSME, Ufficio Prigionieri di Guerra, circ. 279]

In grassetto i campi più grandi e/o per i quali si dispone di una maggiore mole di informazioni.

  1. Agnone (Campobasso), ex Convento di S. Bernardino, [AC] N.18
  2. Alatri (Frosinone), "Le Fraschette" [AC] N.14
  3. Alberobello (Bari), loc. Masseria Gigante [AC] N.42
    • vi sono internati una novantina di jugoslavi a partire dal 1/8/1942; a inizio settembre 1943 sono rilasciati in molti, alcuni ritenuti "non idonei" sono invece trasferiti nel centro di lavoro di Castel di Guido (C.S. Capogreco: I campi del duce pp.235-236)
    • Francesco Terzulli: Alberobello 1942-1946. Internati slavi ed ex fascisti a Masseria Gigante, in: “Riflessioni. Umanesimo della pietra”, luglio 1991, pp. 7-21
  4. Alessandria (?)
  5. Anghiari (Arezzo), "La Motina" in frazione Renicci [CONTR.] [AM] N. 97 [AC] N.54
  6. Antivari / Bar (Montenegro)
  7. Apiro (Macerata) [AC] (necessita approfondimento su consistenza num. jugoslavi)
  8. Appignano (Macerata) [AC] (necessita approfondimento su consistenza num. jugoslavi)
  9. Arbe / Rab (ex provincia di Fiume, oggi Croazia) [AM] [AC] N.60
  10. Ariano Irpino (Avellino) [AC] N.37
  11. Arona (Novara)
  12. Bagno a Ripoli (Firenze), "Villa La Selva" [AC] N.3
  13. Bastardo (Perugia)
    • è il "campo di lavoro n.115" come Morgnano, secondo Giuseppe Guerrini (in L'Umbria dalla guerra alla Resistenza, Atti del Convegno Dal conflitto alla libertà: Perugia, 30 novembre-1 dicembre 1995, Foligno : Editoriale umbra, 1998; n.64 p.291)
  14. Belforte (Macerata) [AC] (necessita approfondimento su consistenza num. jugoslavi)
  15. Boiano (Campobasso), ex tabacchificio Saim [AC] N.19
  16. Borgomanero (Novara)
  17. Buccari / Bakar (ex provincia di Fiume, oggi Croazia)
  18. Busseto (Parma) N.55 (per uff. e sottuff. ex eserc. jugo)
  19. Cairo Montenotte (Savona), loc. Vesima [AM] P.G. N.95 [AC] N.57
  20. Caldarola (Macerata) [AC] (necessita approfondimento su consistenza num. jugoslavi)
  21. Camerino (Macerata) [AC]
  22. Campagna (Salerno) [AC] N.38
  23. Casacalenda (Campobasso), ex Convitto Fondazione Caradonio-Di Blasio [AC] N.26
  24. Casoli (Chieti) [AC] N.21
  25. Castagnevizza / Kastanjevica (Gorizia) [AM]
  26. Castel di Guido (Roma) [AC] N.13 (centro di lavoro)
  27. Castelfranco Emilia (Bologna)
  28. Castell’Arquato (Piacenza)
  29. Castelraimondo (Macerata) N.93
  30. Castel San Pietro (Bologna), Ospedale militare (in funz. dal 17/9/42) N.205
  31. Castiglion Fiorentino (Arezzo) [G. Visintin]
  32. Castiglione della Valle (Perugia) [G. Visintin], Castello Sereni
  33. Ceprano (Frosinone)
  34. Chiesanuova (Padova), attuale Caserma "Romagnoli" [AM] [AC] N.49  Immagine dal video: "Un
                                  campo di concentramento a Chiesanuova
                                  (1942-1943)", a cura di Franco
                                  Biasia, regia di Antonio Bonadonna
                                  (2011)
  35. Cighino di Tolmino / Čiginj (Slovenia, ex provincia di Gorizia) [AM]
  36. Città S. Angelo (Pescara) [AC] N.23
  37. Cittaducale (Rieti)
  38. Civitella in Val di Chiana (Arezzo), "Villa Oliveto"  [AC] N.4
  39. Colfiorito presso Foligno (Perugia), "Casermette" [AM] N.64 P.M.3300 [AC] N.15/50
  40. Corropoli (Teramo), "Badia" [AC] N.25
  41. Cortemaggiore (Piacenza)  N. 26
    • "Il 9 settembre 1943 evasero i prigionieri (russi, jugoslavi, greci e inglesi) del campo di Cortemaggiore e si diressero in montagna, risalendo le valli dell'Arda e dello Stirone. [...] Altri fuggitivi si nascosero nelle campagne di Cortemaggiore. In questa opera di aiuto e di avviamento prigionieri si prodigarono, ancor prima dell'8 settembre [tra gli altri] lo slavo Cedomir Ristich detto il “Tesoriere”. [...] Formarono così, per sopravvivere e sottrarsi alla cattura, piccole bande ai confini delle province di Parma e Piacenza... In seguito molti si dispersero in altre zone e rimase in località Settesorelle la Banda autonoma "Giovanni lo slavo", com. Giovanni Grcavaz [Grbavac?], composta prevalentemente di jugoslavi..." (Rif. Storia delle formazioni partigiane piacentine, a cura dell'A.N.P.I. - Comitato provinciale di Piacenza)
  42. Crocetta Castelfrentano (Chieti) campo di lavoro
  43. Elba (isola, Livorno) ??
  44. Ellera di Corciano (Perugia) (dipendente da Tavernelle-Pietrafitta [am] [AC] N.55)
  45. Esanatoglia (Macerata) [AC] (necessita approfondimento su consistenza num. jugoslavi)
  46. Fabriano (Ancona), "Collegio Gentile" [AC] N.6
    • "In tale alloggiamento, con molti italiani, c'erano una trentina di jugoslavi, tutti provenienti da Spalato..." (G. Mari: La Resistenza in provincia di Pesaro e la partecipazione degli Jugoslavi, Pesaro 1964)
    • gli jugoslavi detenuti fanno propaganda comunista e tentano di evadere (C.S. Capogreco: I campi del duce... p.187); già dopo il 25 Luglio la maggior parte degli internati sono prosciolti o si allontanano (C.S. Capogreco: I campi del duce... p.188)
  47. Farfa in Sabina (Rieti), "Badia" [AC] N.15
  48. Fara Novarese (Novara), Castelli Cusiani  * [ACS, Ariani Internati]
  49. Ferramonti di Tarsia (Cosenza) [AC] N.46
  50. Ferriere (Piacenza) [G. Visintin]
  51. Fertilia (Sassari) [AC][am] N.51 (forse da identificare con Pertozgiu?)
  52. Fiastra (Macerata) [AC] (è forse lo stesso elencato come "Urbisaglia - Abbadia di Fiastra" ?)
  53. Firenze, carcere maschile delle Murate
  54. Firenze, reclusorio femminile di Santa Verdiana
  55. Fiume / Rijeka [oggi Croazia]  N. 83 (forse da indentificare con Kraljevica?)
  56. Fiuminata (Macerata) [AC] (necessita approfondimento su consistenza num. jugoslavi)
  57. Fossalon (presso Grado, Gorizia): Eraclea / Casa Concordia (campo di lavoro Bonifica della Vittoria) [AC] N.58
  58. Fossano (Cuneo) [cc]
    • Livio Berardo (a cura di): Le loro prigioni. Antifascisti nel carcere di Fossano, ANPPIA 1994
  59. Garessio (Cuneo)
  60. German (Albania)
  61. Gioia del Colle (Bari) [AC] N.43
  62. Gonars (Udine) [AM] N.89 [AC] N.52
  63. Gris di Bicinicco (Udine), attuale cava (alias "Campo A")
    • "Il campo di Gris (alias Campo A) fu inizialmente destinato alla prigionia di militari ed ex militari dell’esercito jugoslavo, poi, dopo averli trasferiti in altri luoghi di detenzione, nell’autunno del 1942 anch’esso si trasformò in un reclusorio per la popolazione civile, massimamente per i sopravissuti dell’altro infame campo insediato nell’isola di Arbe. Anch’esso fu, dunque,  un luogo di sofferenze e di morte, almeno sino al fatidico otto settembre, quando, con la fuga dei militari di guardia, i più si diedero alla macchia..." (fonte)
  64. Grumello al Piano (Bergamo) P.G. N.62 P.M.3200 (in loc. Lallio, anche "Grumellina")
  65. Grupignano presso Cividale (Udine)
  66. Isernia, ex Convento delle Benedettine [AC] N.26
  67. Isola di Argo (??)
  68. Isola del Gran Sasso (Teramo) [AC] N.27
  69. Istonio Marina, oggi Vasto (Chieti) [AC] N.28
  70. Klos (Albania)
  71. Kravaja (Albania)
  72. Kukus (Albania)
  73. L'Aquila, Collemaggio [cc]
  74. Labico [Roma] *  [AUSSME, Uff.Prig. di G., Diari storici, marzo 1943, All. n. 64]
  75. Lama dei Peligni (Chieti) [AC] N.29
  76. Lanciano (Chieti) [AC] N.30
  77. Laterina (Arezzo)  N. 82
  78. Laurana - Lovran (Croazia)
  79. Lipari (isola, Messina) [AC] N.47
    • è lo stesso campo in cui fino al 1939 vennero ospitati e addestrati i terroristi ustascia croati; vi furono internate molte centinaia di antifascisti jugoslavi a partire dalla fine del 1941, ma nel 1943 se ne decise lo sgombero preferendo distribuire i prigionieri tra diversi campi (C.S. Capogreco: I campi del duce... p.246)
  80. Loro Piceno (Macerata) [AC] (necessita approfondimento su consistenza num. jugoslavi)
  81. Lubiana/Ljubljana (Slovenia)
  82. Magliano dei Marsi (L'Aquila)
    • nel '42-43 vi erano stati ristretti elementi allontanati dal Carnaro. Nell'agosto 1942 vi risultano internati: Jelka Miulic, Giuseppe Kovac, Francesco Katen, Giovanni Frankovic, Rodolfo Turk, Giovanni Malnar, Giuseppe Presle, Vladimir Frbesler, Olga Miculcic, Elisabetta Micetic, Elvira Cuculic (elenco di nominativi ai fini della corresponsione della diaria, in: ASAq, Prefettura, Atti di Gabinetto II vers. b.340). Nella b.6 si dice che Olga Mikulicic (verosimilmente la medesima persona trattandosi sempre di Magliano) in Pavletic, era stata ivi inviata dall'Ispettorato per i servizi di guerra del Ministero degli interni nel 1942 con il figlio di un anno. Il parroco di Magliano produsse istanza per il proscioglimento dall'internamento per motivi di salute. La stessa richiesta avanzò anche per Elvira Cuculic. Giovanni Francovic, operaio classe 1976 di Drenova, era internato perchè congiunto di ribelli (ASq, Questura, cat.A8, b3). [a cura di Riccardo Lolli]
  83. Mamula (Montenegro), presso Bocche di Cattaro: Forte Mamula [AM] [AC] N.62
    • fonte: Chapter 6 of the book: REPORT ON ITALIAN CRIMES AGAINST YUGOSLAVIA AND ITS PEOPLES
    • vi è ambientato il film KAMPO MAMULA (Campo Mamula - Avala Film, Jugoslavia, 1959)
      regia Velimir Stojanovic, interpreti: VUJOVICS, Peter; TADIC, Ljuba; DJORDJEVIC-SONDA, Dusan; BIJELIC, Severin; VUJISIC, Pavle
      Dopo la capitolazione d’Italia, i prigionieri politici sull’isola Campo Mamula, in Montenegro, si trovano nelle condizioni ancora peggiori. L’occupatore tedesco li costringe di disattivare le mine, promettendo la libertà di un prigioniero ogni dieci mine disattivate...

  84. Manfredonia (Foggia), "Il Macello" [AC] N.44
  85. Marsciano (Perugia) (dipendente dal Cantiere Orlando di Spoleto P.G. N.115)
  86. Melada / Molat (isola, Dalmazia) presso Zara/Zadar [AM] [AC] N.61
  87. Monigo (Treviso) [AM] [AC] N.53
  88. Montopoli in Sabina (Rieti) [? verificare ev. coincidenza con i campi indicati come "Farfa in Sabina", "Passo Corese", "Montelibretti"]
  89. Monte Urano (Fermo) Conceria in contrada Girola di Fermo * N. 70
  90. Montechiarugolo (Parma) [AC] N.1
    • una cinquantina riescono a fuggire subito dopo l'8 Settembre (C.S. Capogreco: I campi del duce p.180)
    • Marco Minardi: Tra chiuse mura. Deportazione e campi di concentramento nella provincia di Parma 1940-1945, Comune di Montechiarugolo, 1987
  91. Monteforte Irpino (Avellino)
  92. Montelibretti (Roma) [A. Parisella - forse da identificare con Passo Corese (RI)?]
  93. Montelupone (Macerata)
  94. Montemale (Cuneo) *  N. 15 (fino al 7/9/1942)
    • campo per ufficiali sup. jugoslavi (A. Kersevan)
  95. Montorio al Vomano (Teramo) N.145
  96. Murter (isola presso Zara, Croazia)
  97. Nereto (Teramo), due distinti edifici [AC] N.31
  98. Notaresco (Teramo) [AC] N.32
    • ospita spec. una sessantina di partigiani dalmati a partire da giugno 1942; sono progressivamente rilasciati a fine 1943 (C.S. Capogreco: I campi del duce p.221)
  99. Novara
  100. Oleggio (Novara) [G. Visintin]
  101. Olib (isola, Dalmazia)
  102. Palazzolo dello Stella presso Latisana (Udine) *  N. 88
  103. Passo Corese (Rieti) P.G. N.54 [G. Visintin - forse da identificare con Montelibretti (Roma)?]
  104. Pertozgiu (Sardegna) [pg.124 Galluccio, non citato in elenco]
  105. Perugia: carcere [cc]
    • un centinaio di minorenni del Capodistriano vi furono detenuti fino all'estate 1944; si registra anche un tentativo di evasione (P. Monacchia: L'internamento in Umbria...)
  106. Petriolo (Macerata), "Villa Savini - La Castelletta" [AC] N.7
  107. Pianosa (isola, Livorno)
  108. Piobbico (Pesaro)
  109. Pisa: carcere [cc]
  110. Pissignano presso Campello sul Clitunno (Perugia) P.G. N.77
  111. Pisticci (Matera), loc. Colonia Agricola [AC] N.41
    • importante campo di lavoro, vi furono detenuti anche moltissimi jugoslavi (tra cui il poeta Josip Šuljić). Dopo la caduta del Fascismo alcuni prigionieri cominciarono ad essere rilasciati, mentre gli altri - spec. i circa 700 jugoslavi - scatenarono clamorose proteste. Il 13/9 un internato (Željko?) si recò clandestinamente a Taranto dai comandi alleati, che presero il controllo del campo e ne cambiarono la destinazione d'uso. (C.S. Capogreco: I campi del duce pp.232ss.)
    • N. Kardoš: Il cammino vitale del partigiano Kirija
  112. Plaški presso Karlovac (Croazia)
  113. Poggio Cancelli, frazione del comune di Campotosto (L'Aquila)
  114. Pollenza (Macerata), "Villa Lauri" [AC] N.8
  115. Ponza (isola, Latina/Littoria) [AC] N.16
  116. Porta Littoria / La Thuile (Aosta)  N. 101 (fino al 7/9/42)
  117. Porto Re / Kraljevica presso Fiume/Rijeka (oggi Croazia) [G. Visintin]
  118. Prato all’Isarco (Bolzano)  *  [ACS A5G b. 117]
  119. Prevlaka (Montenegro)
  120. Preza (Albania)
  121. Rezzanello presso Gazzola (Piacenza) N. 17 P.M.3300
    • All.1 f.57768 del 7/1/1942 della S.M.R.E. Uff. Servizi II (A. Scanzi, com.priv.)
    • prob. è lo stesso talvolta citato come "Reggianello"
  122. Romagnano Sesia (Novara)  * [ACS, Internati Ariani]
  123. Rovezzano (Firenze): Castello di Montalbano [AC] N.5
    • già dopo il 25 Luglio gli internati - tutti slavi - sono in fermento e perciò vengono in parte trasferiti nelle carceri fiorentine, spec. alle Murate (vedi); dopo l'8 Settembre quasi tutti evadono indisturbati (C.S. Capogreco: I campi del duce p.186)
  124. Ruscio presso Monteleone di Spoleto (Perugia), miniere di lignite * P.G. N. 117 P.M.3300
  125. S. Angelo in Pontano (Macerata) [AC] (necessita approfondimento su consistenza num. jugoslavi)
  126. S. Ginesio (Macerata) [AC] (necessita approfondimento su consistenza num. jugoslavi)
  127. S. Severino Marche (Macerata) [AC] (necessita approfondimento su consistenza num. jugoslavi)
  128. Sagrado / Sdravščina (Gorizia), * Poggio Terza Armata [AM] [AC] N.59
  129. San Gimignano (Siena): carcere
  130. Sarnano (Macerata) [AC] (necessita approfondimento su consistenza num. jugoslavi)
  131. Sassoferrato (Ancona) ex monastero S. Croce [AC] N.9
  132. Scipione di Salsomaggiore (Parma) [AC] N.2
  133. Scoglio Calogero / Ošljak (Croazia)  [CONTR.]
  134. Seggiano (Grosseto), Ospedale degli Incurabili (ricovero vecchi)
  135. Serravalle del Chienti (Macerata) [AC] (necessita approfondimento su consistenza num. jugoslavi)
  136. Servigliano (Fermo) N. 59
  137. Sforzacosta (Macerata) N. 56 (N.53 secondo N. Kardoš: Il cammino vitale del partigiano Kirija, pag.200, cui rimandiamo anche per altre fonti; inizialmente riservato ai prigionieri anglosassoni)
  138. Solofra (Avellino) [AC] N.40
    • vi furono recluse solo donne - spec. straniere di varia nazionalità - tra cui alcune provenienti da Lubiana. "Furono ospitate in media 25 internate fisse, più internate di passaggio provenienti o destinate ad altri campi del Sud" (fonte: IL CAMPO DI INTERNAMENTO DEL PERIODO BELLICO, di Antonietta Favato)
  139. Spoleto (Perugia), la Rocca [cc]
  140. Spoleto (Perugia), Morgnano / Cantiere Orlando P.G. N.115 (cfr. anche Marsciano)
  141. Sulmona (L'Aquila)
  142. Tavernelle-Pietrafitta (Perugia) [am] [AC] N.55
  143. Teramo [forse da identificare con altri in provincia di Teramo?]
  144. Tolentino (Macerata) [AC] (necessita approfondimento su consistenza num. jugoslavi)
  145. Tollo presso Lanciano (Chieti) [AC] N.33
  146. Torre de’ Passeri (PE) [G. Visintin]
  147. Tortoreto Alto (Teramo) [AC] N.34
  148. Tortoreto Stazione (Teramo)
  149. Tossicia (Teramo) [AC] N.35
  150. Trecate (Novara)
  151. Treia (Macerata), "Villa Spada" o "Villa La Quiete" [AC] N.11
  152. Tremiti (isole, Foggia) [AC] N.45
    • furono "le uniche isole di deportazione i cui internati non vennero evacuati nell'estate 1943. (...) Il 20 settembre '43, un centinaio di deportati (in buona parte slavi), impossessatisi di un grosso natante, riuscì a fuggire alla volta di Bari, nonostante il tentativo di opposizione messo in atto dai Carabinieri" (C.S. Capogreco: I campi del duce pag.240)
  153. Tribussa di Chiapovano / Trebuša [AM]
  154. Troia (Foggia)
  155. Urbisaglia (Macerata), "Abbadia di Fiastra" N. 53 [AC] N.10
  156. Ustica (isola, Palermo) [AC] N.48
    • il 1/11/1942 ospitava almeno "750 montenegrini, 500 sloveni e 150 croati"; in seguito furono tutti distribuiti in altri campi (C.S. Capogreco: I campi del duce pag.247)
  157. Ventotene (isola, Latina/Littoria) [AC] N.17
  158. Vestone (Brescia) N. 23
  159. Vetralla (Viterbo) [costituzione il 12 luglio 1942, ACS A5G b. 117]
  160. Vodice (entroterra di Sebenico, Croazia)
  161. Volzana di Tolmino / Volče (Slovenia) (confrontare con Cighino di Tolmino / Čiginj)
  162. Volterra (Pisa): carcere
  163. Vinchiaturo (Campobasso), edificio di proprietà Di Nonno in Via Libertà [AC] N.36
  164. Visco (Udine) [AC] N.56
  165. Zlarino/Zlarin presso Zara/Zadar (oggi Croazia) [AC] N.63
  166. Zola Predosa (Bologna) * (ACS Ariani internati (buste 26 e 160)

B. LUOGHI DI INTERNAMENTO LIBERO

  1. In Irpinia (Avellino), i comuni che ospitarono internati liberi furono:
    1. Aiello del Sabato,
    2. Andretta Avella,
    3. Bagnoli Irpino,
    4. Bisaccia,
    5. Bonito,
    6. Calabritto,
    7. Calitri,
    8. Castelbaronia,
    9. Chiusano San Domenico,
    10. Forino,
    11. Frigento,
    12. Flumeri,
    13. Gesualdo,
    14. Greci,
    15. Grottaminarda,
    16. Lacedonia,
    17. Lauro,
    18. Marzano di Nola,
    19. Mercogliano,
    20. Mirabella,
    21. Montefusco,
    22. Montella,
    23. Montecalvo,
    24. Montemarano,
    25. Montemiletto,
    26. Nusco,
    27. Ospedaletto d’Alpinolo,
    28. Paternopoli,
    29. Quindici,
    30. S. Angelo dei Lombardi,
    31. San Martino Valle Caudina,
    32. Siringano di Puglia,
    33. Teora,
    34. Torella dei Lombardi.

Per uno studio generale sui campi di concentramento fascisti e spec. sull'internamento degli jugoslavi si veda:

Rappresentazione teatrale: Gonars 1941-1943: io odio gli italiani

Convegno: "I campi di concentramento fascisti" - Udine, 29 gennaio 2014

http://www.campifascisti.it/

http://rememberingfascistcamps.blogspot.it/

"L'isola del miele - regno della morte" di Giacomo Scotti, Zanella 2012

MASS INTERNMENT OF CIVIL POPULATION UNDER  INHUMAN CONDITIONS
(PDF, 5.8MB - from the site Diecifebbraio.info -
Chapter 6 of the book: REPORT ON ITALIAN CRIMES AGAINST YUGOSLAVIA AND ITS PEOPLES by The State Commission for the Investigation of War Crimes, Belgrade 1946)

Documentario: OLTRE IL FILO
l'inedita storia di un gruppo di bambini sopravvissuti ad uno di quei campi
Regia Dorino Minigutti
Direttore della fotografia Bruno Beltramini - Musiche originali Aleksander Ipavec
Montaggio Sanjin Stanić - Suono e mixage Francesco Morosini
co-produzione ZAVOD KINOATELJE - IMMAGINARIA - FOCUS MEDIA - AGHEROSE
in collaborazione con
RAI -- sede regionale per il Friuli Venezia Giulia
con il contributo di
Ministrstvo za kulturo Republike Slovenije Sklad za avdiovizualne medije - Fondo Audiovisivo FVG - Comune di Gonars - Grad Rijeka

Davide Toffolo,
L'INVERNO D'ITALIA. Una storia a fumetti su Gonars
   
Sulla persecuzione di Rom e Sinti:

A. Giuseppini: "Stanka e Maria nei campi di concentramento italiani" e "Quei lager rimossi di casa nostra"

G. Boursier: "La persecuzione degli zingari da parte del Fascismo"

G. Boursier: La persecuzione degli zingari nell'Italia fascista, in «Studi Storici» n.37, ottobre-dicembre 1996

Mirella Karpati: "La politica fascista verso gli zingari in Italia", in Lacio Drom n.20, maggio-giugno 1984

Altri documenti:

ABRUZZO

Costantino Di Sante: I campi di concentramento in Abruzzo (1940-1944)
CAMPANIA
Antonietta Favati: Le internate, prefazione di Francesco Barra, Atripalda, Mephite, 2002, pp. 117, € 7,50 (sull'internamento femminile in Irpinia - recensione)

EMILIA-ROMAGNA

Lidia Maggioli, Antonio Mazzoni: Con Foglio di via, storie di internamento in Alta Valmarecchia 1940-1944, Cesena, Il ponte vecchio, 2009
Marco Minardi: Tra chiuse mura. Deportazione e campi di concentramento nella provincia di Parma 1940-1945, Comune di Montechiarugolo, 1987


FRIULI - VENEZIA GIULIA

MARCHE

Database Ebrei italiani e  stranieri internati in Provincia di Pesaro 1940-1944, a cura di Lidia Maggioli e Antonio Mazzoni
...nel sito alla voce “Lista nominativa”, numerosi sono gli jugoslavi... Tra gli ebrei si trovano anche numerosi non ebrei jugoslavi, a volte non ben distinti tra loro.
Segnaliamo, tra gli altri, la famiglia Alcalay da Belgrado e in particolare Albert Alcalay, diventato poi un noto pittore...

Lidia Maggioli, Antonio Mazzoni: Con Foglio di via, storie di internamento in Alta Valmarecchia 1940-1944, Cesena, Il ponte vecchio, 2009

Costantino Di Sante: L'internamento civile e i campi di concentramento nelle Marche, in: Paolo Giovannini (a cura di), L'8 settembre nelle Marche. Premesse e conseguenze, Ancona, Il lavoro editoriale, 2004 - pp.187-228

Katia Ancona: Prigionieri del Duce nelle Marche (Ifg Urbino, 2008)

L'internamento in provincia di Macerata (da http://www.itineraridellamemoria.it/ )

TOSCANA

"VILLA OLIVETO". CENTRO DI DOCUMENTAZIONE SUI CAMPI DI CONCENTRAMENTO ITALIANI: http://www.storiaememorie.it/villaoliveto/

Valeria Galimi: L'internamento in Toscana, in: E. Collotti (a cura di), Razza e Fascismo. La persecuzione contro gli ebrei in Toscana 1938-1943. Studi e documenti, Carocci, Roma 1999

PUGLIA

Francesco Terzulli: L'internamento fascista in Puglia, in «Bollettino della Fondazione Ferramonti» n.2-3, gennaio-giugno 1989

UMBRIA

Dino Renato Nardelli, Luca Pregolini: Impiegati in lavori manuali. Lo sfruttamento dei prigionieri di guerra e degli internati civili slavi nei campi di concentramento in Umbria (1942-1943), Foligno, ISUC / Editoriale Umbra, 2014

Paola Monacchia: L'internamento in Umbria, in L'Umbria dalla guerra alla Resistenza, Atti del Convegno Dal conflitto alla libertà: Perugia, 30 novembre-1 dicembre 1995, a cura di Luciana Brunelli e Gianfranco Canali, Foligno : Editoriale umbra, [1998] ISBN - 88-85659-54-3


GENERALE

D. Gobbo: L’OCCUPAZIONE FASCISTA DELLA JUGOSLAVIA E I CAMPI DI CONCENTRAMENTO PER CIVILI JUGOSLAVI IN VENETO (2012)

N. Kardoš: Il cammino vitale del partigiano Kirija (2009)

M. Gombac: I bambini sloveni nei campi di concentramento italiani (1942-1943)

Gli interventi di A. Kersevan al convegno di Torino, 19/10/2007

B.M. Gombač, D. Mattiussi, D. (a cura di): La deportazione dei civili sloveni e croati nei campi di concentramento italiani... (2004)

F. Galluccio: I lager in Italia. La memoria sepolta nei duecento luoghi di deportazione fascisti, Nonluoghi libere edizioni, Civezzano (Trento) 2003 [2002?]

C.S. Capogreco: Una storia rimossa dell’Italia fascista. L’internamento dei civili jugoslavi (1941-43), in «Studi storici» n.1, gennaio-marzo 2003

C.S. Capogreco: Aspetti e peculiarità del sistema concentrazionario fascista. Una ricognizione tra storia e memoria, in AA.VV., Lager, totalitarismo, modernità, Bruno Mondadori, Pavia 2002

C. di Sante (a cura di): I campi di concentramento in Italia. Dall’internamento alla deportazione (1940-1945), Atti del Convegno tenuto a Teramo nel 1998, Franco Angeli, Milano 2001

C. Saletti: Campi d’Italia, in «Verona contemporanea», Istituto per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea di Verona, a. IV n.1, 2000

C.S. Capogreco: L’oblio delle deportazioni fasciste: una “questione nazionale”, in «Nord e Sud» n.6, 1999

K. Voigt: Il rifugio precario. Gli esuli in Italia dal 1933 al 1945, Voll. 2, La Nuova Italia, Firenze 1996

T. Ferenc: La deportazione di massa delle popolazioni jugoslave nella seconda guerra mondiale, in: Spostamenti di popolazione e deportazioni in Europa 1939-1945 (1987)

S. Carolini (a cura di): «Pericolosi nelle contingenze belliche». Gli internati dal 1940 al 1943, Anppia, Roma 1987


Slovenian Museum of Contemporary History's Exibition:
Zadnji pricevalci / The last witnesses - remembering fascist camps (2012)
virtual tour 1 - 2


Apis Institute Slovenia

Foto dai campi di prigionia italiani (dal sito de La Nuova Alabarda)

Ebrei jugoslavi internati in Italia durante il periodo bellico (3222 nominativi - da http://www.annapizzuti.it/ )

La lotta dei partigiani jugoslavi ex-detenuti nei campi in Italia: i monumenti






Il dramma nel dramma. Un filo spinato, tra il palco e la platea. Quasi fosse un muro, crea due mondi all’interno di un’unica e raccolta sala. Ieri e oggi. Ciò che era e ciò che non è. Chi vuole far ricordare e chi ricorda. All’ingresso del Teatro Binario 7 di Monza c’è però un altro mondo, per il quale non c’è spazio nell’atmosfera creatasi tra gli attori e gli spettatori. È il mondo di chi nega l’esistenza di questo scomodo passato italiano. Mesto, si aggira il fantasma di ciò che è stato dimenticato, rifiutato, nascosto e cancellato. Uno spettacolo che mette in scena un dramma reale. Il dramma della fame, del furto dei ricordi, della disperazione, dell’odiata Italia. “Un paese bagnato da tre mari, popolato da una sola lingua, da gente civile, che saluta alzando il braccio destro”. Due soli personaggi, una scenografia essenziale, un ritmo sincopato. Musiche martellanti anticipano la rappresentazione. Chiara di Marco è Zofia per questa sera, accompagnata nel suo percorso di sopravvivenza da Paolo Miloro, nelle vesti di Vlado, il padre, il comunista, lo studente, l’intellettuale, il bracciante agricolo fatto prigioniero per aver cantato in lingua slovena, nella lingua della sua terra, in un locale pubblico.Due uomini con la paura della morte “perché non parlano la  stessa lingua degli italiani”. Sono gli unici due personaggi che animano il palco, accompagnati da una bandiera issata, un albero secco e poc’altro. È questo il campo di concentramento di Gonars, l’Auschwitz italiana di cui non sappiamo nulla, realizzato dal regime fascista nell’ottobre del 1941, in previsione dell’arrivo di prigionieri di guerra russi ma destinato all’imprigionamento di civili di quella terra conquistata, occupata, smembrata e rastrellata chiamata “Provincia Italiana di Lubiana”. Uno spettacolo che mette in scena quella che è stata definita dal regime mussoliniano “bonifica etnica”. Uno spettacolo in cui due sconosciuti s’incontrano, condividendo l’esperienza degli internati nei campi di concentramento italiani. Parole che si alternano ad urla e a spari, che ci avvisano che la gente piano piano giunge alla fine, per incomprensibile e irrazionali motivazioni. Non è vita la fame, la prigionia, l’ingiustizia. “Due maccheroni e due fagioli, in un po’ di acqua sporca” in un “campo di concentramento che non è campo di ingrassamento” secondo le parole del generale Gambara: non è vita. Una non-vita che crea umanità, dove Zofia nella sua intima disperazione trova la forza di abbracciare un albero, per rendergli il freddo meno insopportabile, dove Vlado insegna alla compagna le tabelline, perché “fuori di qua, non avrà nessun privilegio per quello che ha patito”.Vlado viaggia, aiutando Zofia a vedere le montagne, il campanile e la bellezza oltre la freddezza di quel filo spinato e di quella morte incarnata in un secco albero. La regia e la drammaturgia di Valentina Paiano riescono a comunicare al pubblico in modo pressoché reale la concretezza di questo pezzo d’Italia dimenticato. Una rappresentazione con circostanze sceneggiate ma ricca di riscontri documentati, conferma Alessandra Kersevan, storica che avuto il coraggio di dedicare i suoi studi a questa parentesi della storia d’Italia scomoda agli stessi italiani. A Gonars, 6500 internati e 500 morti circa. Gonars in scena per tutti gli altri campi di concentramento presenti in Italia e nei territori annessi, che non conoscono una fine nemmeno con il periodo badogliano. Cighino, Visco, Fossolan, Poggio Terzarmata, Piedimonte, Colfiorito, Pietrafitta, Ruscio, Monigo, Chiesanuova, Renicco, Cairo, Montenotte, Fertilia. Arbe, Buccari, Portorè, Fiume, Melada, Zlarino, Scoglio Calogero, Morter, Zaravecchia, Vodizza, Divulje, Prevlaka. E tanti altri, di cui spesso non si sa nulla. Nel dopoguerra è calata la censura, spiega amareggiata la Kersevan.Una censura dettata principalmente da due ragioni, tra loro concatenate. L’Italia, infatti, fu l’unica nazione che da alleata alla Germania si schierò con gli anglo-americani. E da qui la lotta partigiana, la Resistenza, la negazione di un passato mussoliniano acclamato a gran voce, a suo tempo, a piazza Venezia, con una cancellazione totale di responsabilità. Responsabilità che andavano a cadere anche sull’esercito, che nel primo dopoguerra si accingeva ad entrare a far parte delle organizzazioni internazionali del blocco occidentale: una realtà scomoda dunque, una realtà da cancellare. E nessuno conosce: questa è la motivazione che ha spinto Valentina Paiano verso l’ideazione di questo sceneggiato. Per ricordare, nella speranza “di un’Italia bagnata da tre mari, in cui ci si saluta con una stretta di mano, fatta da tante e molte lingue, con persone intelligenti, forti e civili, dove la gente non lascia morire di fame altra gente”, dove non ci saranno più nessuna Zofia e nessun Vlado, oltre che nella memoria di tutti noi.

Camilla Mantegazza (Monza, 2 febbraio 2014)




Presentazione del progetto
GONARS THE ITALIAN LOST MEMORY

Il progetto presentato dal Comune di Gonars, ed affidato nella sua realizzazione alla Kappa Vu di Alessandra Kersevan (già autrice di una importante ricerca storica sul campo “Un campo di concentramento fascista. Gonars 1942-1943”), intende proseguire sulla strada del recupero della memoria storica individuando nei giovani il target di riferimento principale della propria attività e nelle tecnologie multimediali (web, cd-rom, dvd ecc.) lo strumento più idoneo a trasmettere questi contenuti.

Gli obiettivi del progetto sono:
1. Preservare la memoria storica riguardante i tragici avvenimenti della deportazione di massa di donne, bambini, anziani e uomini dalla allora “provincia di Lubiana” e dagli altri territori jugoslavi annessi dall’Italia dopo il 1941;
2. Trasmettere la conoscenza degli avvenimenti accaduti a Gonars nel 1942-43 alle presenti e future generazioni, non solo in Friuli Venezia Giulia, ma anche in Italia, Slovenia e Croazia e in altri paesi;
3. Contribuire a creare e a consolidare una presa di coscienza collettiva nazionale in merito alla storia del fascismo in Italia e dei campi di concentramento;
4. Contribuire alla creazione e promozione di una cultura di pace e collaborazione tra i popoli, alla conoscenza tra le genti affinchè queste tragedie non accadano più.

Il progetto consiste in due parti:

1) il sito http://gonarsmemorial.eu/ [era: www.gonarsmemorial.org]

2) un video-documentario in DVD con la storia del Campo di concentramento di Gonars.

Realizzazione del sito web/portale
La realizzazione del sito sarà lo strumento principale attraverso il quale informare e sensibilizzare le persone in Italia e negli altri paesi europei e non solo, riguardo ai fati accaduti a Gonars. Il sito web, infatti, presenterà una selezione, adatta al grande pubblico e di immediata comprensione e impatto, dei contenuti presentati sul cd-rom e avrà una funzione principalmente divulgativa. Il sito web/portale ospiterà anche la rete virtuale dei comuni italiani, sloveni e croati. La sua struttura sarà tale da permettere l’aggiornamento e l’adattamento continuo e costante nel tempo dei contenuti. Sarà costruito in due lingue italiano e inglese con alcuni inserti e link in lingua slovena e in lingua croata. Il sito sarà ancorato ai principali motori di ricerca del web, sarà collegato ad altri siti dal contenuto analogo in Europa e si provvederà anche a inserirlo nell’ambito dei circuiti di turismo tematico nello specifico in quelli relativi al turismo culturale e in quelli relativi ai percorsi storici.

Realizzazione DVD
Il dvd si configura come uno strumento agile e di sicuro interesse, in particolar modo per le persone giovani ma non solo. Il pregio di tale strumento  è quello di poter coniugare contenuti scritti come lettere e documenti con l’immagine delle persone, testimoni diretti o indiretti dei fatti accaduti e la possibilità di ricreare virtualmente il campo di concentramento per internati civili di Gonars. E’ uno strumento di facile utilizzo anche per la didattica. Avrà una durata di ca. 1 h e ciò permette di svolgere un’interessante lezione di storia con i seguenti contenuti:
- contestualizzazione degli avvenimenti, le premesse storiche: il nazismo e il fascismo; l’occupazione della Jugoslavia; l’annessione della provincia di Lubiana da parte delle autorità italiane e la politica repressiva contro il movimento partigiano;
- deportazione di massa; i campi di concentramento per internati civili in Italia
- il campo di concentramento per internati civili di Gonars;
- testimonianze.




Un campo di concentramento fascista. Gonars 1942-1943. Recensioni     

Da: Mauro Daltin
Data: Monday 21 November, 2005

Recensione:

Pagine dal campo fascista di Gonars

di Giulia Calligaro - Il Sole 24 Ore

Il giorno della memoria per non dimenticare tragici fatti che hanno coinvolto anche l'Italia.

Ce lo ricorda Alessandra Kersevan, ricercatrice all'Università di Trieste, nel suo libro "Un campo di concentramento fascista" (ediz. Comune di Gonars/Kappavu), un'opera che vuole contribuire a diffondere la conoscenza del sistema dei campi di concentramento fascisti e in particolare la tremenda vicenda che si svolse a Gonars, in provincia di Udine nel 1942-43, dove venne impiantato un campo in cui furono rinchiusi migliaia di sloveni e croati. Fu il più grande campo di concentramento per internati civili jugoslavi al di qua del vecchio confine gestito dal Regio esercito. Dalla primavera del 1942 al settembre del '43 vi furono internate 6 mila persone, uomini, donne, vecchi e bambini. Morirono in 500 per la fame, il freddo, le malattie.
Gli internati provenivano per il 90% dal Gorski Kotar, la regione montuosa a nord-est di Fiume, che subì un vero e proprio martirio da parte dell'esercito italiano. La ricerca è stata condotta nell'Archivio di Stato di Udine ed è continuata poi in vari altri archivi italiani, fra cui l'Archivio Centrale dello Stato, quello dello Stato Maggiore dell'Esercito e l'Archivio di Stato di Lubiana.
L'autrice si è avvalsa inoltre di testimonianze orali e memorie scritte di ex prigionieri, ex soldati del contingente di guardia e gente di Gonars.
Il campo di Gonars fu il campo fascista in cui si ebbero le peggiori condizioni di vita. Il progetto era quello di ripopolare la regione con gli italiani. Ma il caso Gonars rimase invisibile nell'Italia del dopoguerra, in parte anche per l'effetto assolutorio di Auschwitz nei confronti degli altri campi. Eppure i documenti parlano chiaro e grave: nella notte tra il 22 e il 23 febbraio 1942, Roatta, Robotti e Grazioli, i militari responsabili del rastrellamento, fanno circondare Lubiana con reticolati di filo spinato: la città diventa così un immenso campo di concentramento. Robotti spega al Duce il suo metodo: "Gli uomini sono nulla". E comunica la sua intenzione di "arrestare in blocco gli studenti di Lubiana". I rastrellamenti sono operati dai granatieri di Sardegna. Il genrale Orlando, comandante della divisione, prevede lo sgombero delle persone "prescindendo dalla loro colpevolezza". Alla fine di giugno Orlando comunica che con l'arresto di "5.858 persone si è tolto dalla circolazione un quarto della popolazione civile di Lubiana". Il campo di Gonars, allestito per gli arrestati sloveni, in poche settimane è pieno. In estate viene approntato in fretta e furia il campo di tende sull'isola di Rab. Il vescovo di Krk, monsignor Srebnic, il 5 agosto 1943 in una lettera la Papa parlerà di più di "1.200 internati morti". Alla fine del 1942 il sottosegretario all'Interno Buffarini dà notizia al Duce che "50 mila elementi sloveni sono stati internati in Italia". Nell'autunno 1942 la diocesi di Lubiana fa arrivare alla Santa Sede un documento dal tono molto preoccupato, che chiedeva interventi per evitare che i campi "diventino accampamenti di morte e di sterminio". Il Vaticano la inoltra al ministero dell'Interno fascista. Risponde – sempre seguendo le testimonianze raccolte dalla Kersevan – proprio il generale Roatta, minimizzando la situazione, contestando i dati e rimproverando il Vaticano, poiché "i comandi militari non hanno bisogno di suggerimenti per quanto riguarda i doveri di umanità". Il segretario dell'arcivescovo di Zagabria nel '43 denuncia alla Croce Rossa italiana che a "Gonars si trovano oltre 4 mila croati, in maggioranza donne e bambine che soffrono molto e muoiono in gran numero". Il 27 marzo 1943 il prefetto di Udine impone all'Autorità ecclesiastica di bloccare i pacchi per evitare che "aiuti siano prodigati a una razza siffatta che non ha mai nutrito, né nutre, sentimenti favorevoli all'Italia".




http://www.romacivica.net/anpiroma/deportazione/deportazionecampi1a.htm

Il campo di concentramento di Arbe/Rab

Il campo di Arbe, una delle isole che costellano il lato orientale dell'Adriatico (oggi territorio della Repubblica di Croazia), fu aperto nel luglio del 1942 ed ospitò complessivamente circa 15.000 internati tra sloveni, croati, anche ebrei. In poco più di un anno di funzionamento (il campo cessò di esistere 1'11 settembre del 1943), il regime di vita particolarmente duro causò la morte di circa 1.500 internati.

La storia del campo

Il 7 luglio 1942 il comandante della II Armata, Roatta, informa il comando del’XI Corpo d'Armata: il comando superiore aveva predisposto a Rab un campo con 6.000 persone sotto le tende... oltre a questo campo, ne sarebbe stato preparato un altro per 10.000 persone. Viene così edificato il primo campo di concentramento, definito n.1. Successivamente entrano in funzione i campi II, III, IV. Il Campo III fu destinato a donne e bambini, esso era situato ai limiti di una puzzolente palude. Gli altri erano collocati a ridosso di latrine che traboccavano in caso di forti temporali, allagando i campi.
A fine luglio 1942 avviene il primo trasporto di internati. La guardia armata dei campi dell'isola di Rab, viene inizialmente affidata a militari del V Corpo d'Armata, successivamente sostituiti da una guarnigione di 2.000 soldati e ufficiali, più 200 carabinieri. Gli stessi detenuti sopravvissuti hanno riferito che la maggioranza dei soldati e di giovani ufficiali manifestavano una certa apatia, non accanendosi sui prigionieri.
Nella primavera del 1943, si presentano i primi segni di sfacelo della guarnigione, si palesano volontà di avvicinamento verso i detenuti, malgrado la ferrea disciplina imposta dal comandante del campo, il tenente colonnello Vincenzo CIAULI, fanatico fascista, sadico, uso ad adoperare solo la frusta. Odiato anche dai soldati italiani.
In una relazione delle forze armate italiane sui trasporti militari, ritrovata nel campo dopo la liberazione, sono elencati tutti i singoli arrivi con il numero dei deportati. In totale essi risultano 9.537 persone (4.958 uomini, 1296 donne,1.039 bambini), più 1.027 ebrei (930 donne, 287 bambini); per un totale di 10.564. (sono esclusi quelli in transito verso altri campi, compresi quelli sul suolo italiano). I deportati sono stipati in piccole, vecchie tende militari, scarsamente o per nulla impermeabili, su paglia già usata, con una leggera coperta: il tutto pieno di pidocchi e cimici.
Molti sono stati rastrellati mentre lavoravano nei campi in estate, sono semi nudi e nulla viene dato loro per coprirsi. Condizioni bestiali, in particolare per l'autunno e l'inverno: pioggia, neve, con la gelida bora imperversante. Le migliaia di detenuti dispongono di soli tre rubinetti per l'acqua, erogata tre ore al mattino e tre ore al pomeriggio. Nei casi di punizione l'acqua viene tolta.
Per la fame, il freddo, gli insetti, le malattie, la mortalità diventa elevatissima, in particolare per i bambini, le donne (alcune sono partorienti), vecchi (un internato ha 92 anni). Le possibilità di sopravvivenza concerne solamente i più robusti fisicamente e spiritualmente più resistenti.
E' ignoto il numero dei deportati morti nel campo di concentramento di Rab (sarebbero almeno 1500).
Si possono solo citare brani di una lettera, in data 15 dicembre 1942, dell'Alto Commissario, Grazioli:
"... mi riferiscono che in questi  giorni stanno ritornando degli internati dai campi di concentramento, specialmente da Rab. Il I medico provinciale... ha costatato che tutti senza eccezioni, mostrano sintomi del più grave deperimento e di
esaurimento, e cioè: dimagramento patologico, completa scomparsa del tessuto grasso nella cavità degli occhi, pressione bassa, grave atrofia muscolare, gambe gonfie con accumulo di acqua, peggioramento della vista (retinite), incapacità di trattenere il cibo, vomito, diarree o grave stipsi, disturbi funzionali, auto intossicazione con febbre."
Il comandante di allora dell’ XI corpo d'armata, il criminale di guerra Gastone Gambara, risponde scrivendo, tra l’altro di suo pugno: "è comprensibile e giusto che il campo di concentramento non sia un campo di ingrassamento. Una persona ammalata è una persona che ci lascia in pace".
"Nelle vicinanze del campo esisteva un ambulatorio, così viene descritto. La casa aveva alcune camere e una cantina. Doveva servire per gli ammalati più gravi, tuttavia succedeva raramente che anche là venisse inviato qualche simile ammalato. Essendo il numero dei letti insignificanti, gli ammalati giacevano nei corridoi e persino in cantina, addirittura per terra. In cantina finivano di solito malati gravi che erano già sul punto di morte".
A pochi mesi dalla liberazione, alcuni alberghi di Rab vennero trasformati in ospedale. I medici sono ritenuti "buoni ed umani... ma non potevano fare niente con una amministrazione incapace e corrotta".
Nell'inizio dell'estate del 1943, si estende la convinzione di una prossima, generale disfatta del nazifascismo. Alcuni miglioramenti furono introdotti nei campi e negli ospedali di Rab... Con il 25 luglio 1943, e la fine della ventennale dittatura fascista, le prospettive nel campo non cambiano. Gli internati reagirono "spontaneamente e sorprendentemente: cantando", prima canti popolari poi quelli partigiani; carabinieri e militari non reagirono.
Intanto si intensifica, fra chi è rimasto vivo, l'attività politica e la formazione di nuclei partigiani clandestini per la liberazione dei campi.
L'8 settembre 1943, di sera, "scoppiò improvvisamente un'ondata di entusiasmo nelle truppe di occupazione". Guardie e carabinieri rimasero al loro posto; ciò malgrado, il 10 settembre venne organizzata dai gruppi clandestini un’assemblea dei detenuti, fu eletta una nuova amministrazione del campo, ammainata la bandiera italiana. I militari italiani sono disarmati e portati nel porto di Rab, arrestati il Ciauli ed una spia già nota. Si forma la brigata partigiana "Rab"; i giorni 15 e 16 settembre sbarco sul continente. Ciauli viene processato e condannato alla fucilazione.

/(dai siti Pinerolo Cultura e rossaprimavera.org)/




Fonte: http://it.groups.yahoo.com/group/tera_de_confin/message/11674

http://www.unive.it/media/allegato/dep/Ricerche/4-I_bambini_sloveni_nei_campi_di_concentramento_italiani.rtf


Ripubblicato in: Stradalta (rivista dell'Associazione Storica Gonarese), anno I n.1, aprile 2008 (Ed. KappaVu)

I bambini sloveni nei campi di concentramento italiani (1942-1943)

di Metka Gombač

Il tema dei bambini vittime della guerra non è stato ancora esplorato
a fondo. Benché nella retorica quotidiana i giovani assumano il valore
di simbolo del futuro, ben poco in verità, si è indagato sulla loro
condizione e sulla loro sorte in una guerra senza quartiere, come la
seconda guerra mondiale. Il diario di Anna Frank ha forse consentito a
molti di intuire di che cosa  nazismo e fascismo sono stati capaci
contro i bambini, ma, come si può evincere dalla storia qui
raccontata, quello di Anna fu soltanto un tassello di una tragedia
molto più vasta.

La seconda guerra mondiale portò violenze e traumi ai bambini  nel
nordest d' Italia  (dove furono eretti campi di concentramento) e
nelle regioni contigue della Slovenia e della Croazia (serbatoio di
rastrellati ed internati). Da quando la Jugoslavia entrò nell´orbita
dell'imperialismo italiano, tedesco ed ungherese, per i suoi abitanti
non ci fu più pace. Dopo l'aggressione alla Slovenia (avvenuta il 6
aprile 1941) le forze dell'Asse decisero di dividersi il territorio
conteso: il Reich tedesco optò per le regioni del nord (lo Stayer e la
Carniola superiore), l'Ungheria per le regioni a ridosso del fiume
Mura e l'Italia per le regioni che dalla Sava scendevano verso sud,
verso la provincia di Fiume e verso la Croazia. Le forze d'occupazione
italiane tentarono di assimilare su un territorio di 4.450 chilometri
quadrati ben 336.279 sloveni che, con il decreto reale 291 del 3
maggio 1941, istitutivo  della Provincia di Lubiana (fuori da ogni
legge di guerra), divennero sudditi del Regno d'Italia. Mussolini
nominò a capo di questa Provincia due funzionari, Emilio Grazioli come
Alto Commissario per le questioni civili e il generale Mario Robotti,
comandante dell XI armata, per le questioni militari. Anche se i
rapporti ufficiali delle autorità che da Lubiana andavano a Roma
notificavano un' occupazione relativamente tranquilla, l'OF, il fronte
di liberazione sloveno (una coalizione formata da comunisti, da
cristiano sociali e da frange dissidenti liberali), che dal 27 aprile
1941 dirigeva da Lubiana tutto il movimento di liberazione, accertava
che già nei primi giorni d'occupazione ben 400 intellettuali sloveni e
fuoriusciti dalla Venezia Giulia erano stati rinchiusi senza alcun
fondato motivo. Era vero dunque, come riferivano i rapporti dell'OVRA,
che sotto una pace apparente covava il malcontento e che gli sloveni
mal sopportavano l'occupazione italiana. Anche a parere di Natlacen,
Pucelj e Gosar, i dirigenti politici dei partiti sloveni che avevano
scelto di collaborare, l'occupazione da parte delle forze tedesche
sarebbe riuscita più gradita dell'occupazione italiana. Stereotipi di
superiorità verso i latini, stereotipi diffusi in Austria già dal
tempo di Radetzky, suggerivano ai lubianesi una preferenza esplicita
per il Reich. Il malcontento cresceva anche a cusa dei frequenti posti
di blocco, dell'introduzione della lingua italiana
nell'amministrazione e nella scuola pubblica e dell'impatto negativo
dell'esercito con la realtà locale. Inoltre le manifestazioni di
esplicito razzismo non potevano non incrinare le relazioni tra le
forze d'occupazione e la realtà locale. Dichiarazioni come quella del
prefetto Temistocle Testa che gli sloveni erano «un popolo che ogni
giorno di più sta dimostrando di essere quello che sempre è stato,
cioè una razza inferiore che deve essere trattata come tale e non da
pari a pari», sono un significativo esempio[1].

Dopo l'attacco all'Unione sovietica, l'OF, il movimento di liberazione
sloveno, proclamò la guerra armata contro tutti gli invasori,
organizzando a Lubiana, ma anche in altri luoghi della Slovenia, una
rete di strutture illegali tra le quali la Difesa popolare, il
Servizio di informazioni, il Servizio per il finanziamento della
lotta, il Centro di raccolta viveri e armi e il Soccorso nazionale
sloveno (sulla falsariga del Soccorso rosso). Lo stesso schema venne
ripetuto nelle città di Vrhnika, Logatec, Novo Mesto, Kocevje,
Crnomelj e altre ancora, dove esistevano già alcuni gruppi di
partigiani armati pronti ad agire. Per mobilitare la popolazione si
istituirono sistemi di comunicazione illegali (radio e quotidiani) che
dovevano creare un' atmosfera utile al boicottaggio generale di tutte
le forze d'occupazione[2].

Uno dei primi ordini per colpire le comunicazioni ferroviarie e
stradali fu dato il 19 ottobre  1941. I gruppi armati partigiani
attaccarono con successo nelle zone boschive vicino a Vrhnika il ponte
di Verd e per qualche tempo tutti i collegamenti ferroviari e stradali
da Lubiana all'Italia furono interrotti. Questa azione soprese i
comandi dell'esercito d'occupazione che reagì con una controffensiva
organizzata dal generale Robotti il quale si avvalse della sua
competenza nella lotta antipartigiana. Ma questo continuo passare al
settaccio regioni intere creò tra la popolazione residente un grande
disagio e un grande malcontento, da cui trasse vantaggio la resistenza
slovena che andò ingrossando le file del proprio movimento.

Anche se i reparti armati partigiani dovettero temporaneamente
ritirarsi in zone più sicure (un triangolo tra Lubiana il confine con
la Croazia e la Provincia di Fiume), un mese più tardi il comando
italiano constatò che le azioni partigiane si stavano ripetendo e che
molte postazioni periferiche non potevano più essere mantenute. Gli
attacchi alla cittadina di Loz (19 ottobre 1941), al ponte di Preserje
(4 dicembre 1942) e nuovamente al viadotto di Verd (2 febbraio 1942),
sulla linea ferroviaria Lubiana - Trieste, crearono difficoltà
insormontabili ai vertici dell' esercito. Fu allora che il generale
Mario Robotti  pensò  dapprima di regolare i conti con il suo
concorrente per gli affari civili Grazioli e poi di mettere a ferro e
a fuoco tutta la regione a sud della capitale slovena. Nel gennaio del
1942 egli sottolineò che tutta la provincia di Lubiana, e in
particolare la sua capitale, andavano considerate zona di operazioni.
Consapevole del fatto che la direzione della resistenza slovena aveva
sede a Lubiana, Robotti decise di porre la citta' sotto controllo
cingendola con cerchi concentrici di filo spinato  intervallati da
posti di blocco superabili  soltanto con lasciapassare italiani. Sin
da 23 febbraio 1942 la divisione di fanteria «Granatieri di Sardegna»,
coadiuvata dai carabinieri, dalla polizia e dalla guardia alla
frontiera, dette il via alla cosidedtta azione di disarmo della
popolazione cittadina, ossia ad accurate perquisizioni delle persone e
delle loro abitazioni. Ogni giorno fu sottoposto a tale provvedimento
uno dei quattordici settori della città e tutti gli uomini tra i venti
e i trent' anni di età vennero trasferiti nella caserma Vittorio
Emanuele III di Tabor per essere identificati da delatori sloveni che
vestivano uniformi italiane. Questo grande rastrellamento si protrasse
a Lubiana per ben 19 giorni, fino al 14 marzo 1942, e i dati riportati
nei rapporti parlano della cattura o dell'arresto di ben 20.037
persone. Anche se questa imponente serie di rastrellamenti urbani non
riuscì a intaccare la struttura dirigente della resistenza slovena,
molti resistenti dovettero subire un destino segnato da baracche e da
filo spinato. Sui treni che partivano verso i campi di concentramento
di Gonars, Visco e Renicci presero posto moltissimi attivisti e
attiviste del fronte di liberazione, ma anche tanti e tante
intellettuali ed ex ufficiali dell' esercito jugoslavo. Più tardi
l'azione repressiva si intensificò con l'attività del  Tribunale
militare di guerra (TMG) che iniziò la sua attività nella primavera
del 1942 con la condanna a morte di 28 partecipanti alla distruzione
del viadotto di Preserje. Il TMG continuò ad operare fino all'
armistizio dell' 8 settembre 1943[3].

Dopo l'ordine di Mussolini a Gorizia del 31 luglio 1942, secondo cui
bisognava «ammazzare tutti i maschi slavi», il II Corpo d' Armata
pubblicò, in forma riservata, un documento volto stroncare il
movimento di resistenza sloveno, e cioè la Circolare 3 C, contenente
le direttive per la  repressione sia del movimento armato che dei
civili in Slovenia. La circolare fu firmata dal generale Mario Roatta,
militare di professione, nato a Modena nel 1887 e comandante dal
gennaio del 1942 della II armata, quella che controllava la Dalmazia,
la costa croata e le zone montane della Provincia di Lubiana. Nel 1944
Roatta fu condannato dagli alleati all' ergastolo in contumacia[4].

Fu in base ai suoi ordini che l'esercito italiano effettuò una serie
di massicci rastrellamenti contro la popolazione civile, che si
protrassero dall'estate 1942 fino all'autunno dello stesso anno. Ben
70.000 soldati italiani dislocati sul fronte balcanico passarono al
settaccio un terreno di 3.000 chilometri quadrati a sud di Lubiana,
dove vennero rasi al suolo centinaia di paesi, effettuati massacri
indiscriminati di ostaggi e da dove vennero mandati in internamento
nei cosiddetti «campi del Duce» circa 30.000 persone, in gran parte
donne, vecchi e bambini. Due di questi campi di concentramento per
civili furono istituiti a ridosso del fronte SLO-DA verso i
partigiani, uno sull´isola di Rab - Arbe e l´altro sull´isola di Olib,
altri ancora furono eretti a ridosso del vecchio confine
italo-austriaco in Friuli e nel Veneto nelle località tristemente note
di Gonars, di Visco, di Monigo presso Treviso e di Renicci presso
Padova[5].

A soffrire di più in questi campi furono senz´altro i bambini. Sembra
che fino ad ora, né la storiografia, né le testimonianze orali siano
riuscite a tracciare una quadro esauriente del vissuto dei bambini,
l´anello piu' debole nella catena di coloro che nel corso del
conflitto subirono violenza. Il bambino rimane ancora sempre
fatalmente legato al mondo degli adulti, soprattutto nelle condizioni
estreme portate dalla Guerra e dall´internamento. In riferimento ai
bambini che hanno subito la violenza di un campo di concentramento, si
parla generalmente di «infanzia violata», di una sindrome, dunque,
indelebilmente impressa nella loro memoria. Come ebbe a dire nel corso
di un´intervista Herman Janez, uno dei bambini sopravissuti sia al
campo di Rab che a quello di Gonars: «dal 1952 sono ritornato a Rab
per ben 52 volte per ricordare i miei parenti e tutti quelli che sono
morti lì, ma anche per ritrovare un pezzo di me stesso. La mia
infanzia è rimasta per sempre lì»[6].

Nell´aggressione italiana alla Slovenia, anche i bambini, al pari
delle generazioni adulte, pagarono il loro prezzo in termini di
violenza e terrore. Conobbero fatalmente anche i rastrellamenti, gli
incendi, la morte, lo stigma razziale e nazionale, la
snazionalizzazione forzata e la deportazione nei campi di
concentramento dove andarono incontro all´eliminazione fisica nella
forma più brutale. Quando la guerra nella provincia di Lubiana divenne
totale, gli adolescenti, assieme ai loro genitori, si ritrovarono in
una condizione di disorientamento e smarrirono la propria gioventù.
Qualcuno li aveva spinti in un mondo che non era il loro mondo e
questo qualcuno aveva progettato per loro la deportazione nei campi e
l´incontro quotidiano con la morte.

Indagando le motivazioni di questo terrore generalizzato, ho
incontrato presso l´Archivio di Stato sloveno una serie di scritti e
di disegni infantili, che parlano proprio delle condizioni di vita dei
bambini sopravissuti ai campi del Duce. L'impulso a redigere questi
scritti fu dato a questi giovani diseredati dalle autorità scolastiche
partigiane nei territori liberi già negli anni 1944-45, per
salvaguardare in questo modo la memoria e la personalità di queste
piccole vittime della guerra. In una dichiarazione scritta da Drago
Kalicic di dieci anni si può leggere:

Io sono senza padre. È stato fucilato dagli Italiani. Un giorno sono
entrati nel mio paese. Ci hanno fatto uscire dalla casa. Tutti
piangevamo disperati ma mia mamma era quella che forse piangeva di
più. Hanno preso e rinchiuso mio padre. Con lui hanno portato via
tanti altri uomini. Poi ci hanno fatti andare in fila verso il paese
di Zamost dove hanno fucilato dodici uomini. Tra questi c´era anche
mio padre. Quando lo abbiamo saputo abbiamo pianto tanto. Poi hanno
bruciato la nostra casa e ci hanno portati verso l´internamento[7].

I deportati, e soprattutto i bambini, conobbero una nuova drammatica
realtà, quella di dover sopravvivere nei campi di concentramento,
praticamente senza cibo, con poca, pochissima acqua e in condizioni
igeniche e sanitarie inumane. A causa di queste condizioni morirono
nel breve, ma anche nel lungo periodo, numerosissimi adulti persero la
vita e anche tanti bambini. La prima vittima del campo di Rab - Arbe
fu proprio un bambino, Malnar Vilijem, nato a Zurge presso Cabar il 22
maggio 1942. Così scrisse nella cronica del monastero francescano di
Sant' Eufemia di Rab, il frate Odoriko Badurina: «Ieri, 5 agosto 1942,
abbiamo sepellito nel locale cimitero un piccolo angelo di due mesi,
Vilijem Malnar, la prima vittima tra questi internati»[8].

La condizione degli internati variava da campo a campo. Se per il
campo di concentramento per civili di Gonars in Friuli, gestito dal
Ministero degli Interni, si può affermare che rispondesse a requisiti
minimi di vivibilità (pacchi, posta, biancheria personale ecc.), la
situazione nei campi di internamento parallelo, come li definì Carlo
Spartaco Capogreco, era completamente diversa. Qui, gli internati,
donne, vecchi e bambini, erano costretti ad una disperata lotta per la
sopravvivenza, nascosti al mondo ed anche agli occhi indiscreti della
Croce Rossa internazionale. L'esercito italiano, che gestiva questi
campi (Rab, Olib), aveva già alle spalle una certa esperienza nella
realizzazione di campi di concentramento; basti pensare a quelli
eretti in Libia dal generale Graziani in cui trovarono la morte
migliaia di internati. Il campo di concentramento di Rab - Arbe
rispondeva proprio al modello dei campi creati da Graziani in Africa e
non fu per caso che a Rab - Arbe e negli altri campi gestiti
dall´esercito morirono di fame, di sete, di freddo e di stenti
migliaia di civili[9].

Il sistema concentrazionario realizzato dall´esercito italiano nei
territori occupati della Slovenia, per il numero dei deportati e delle
vittime e per i metodi di gestione realizzati a Rab - Arbe, ricordava
più i peggiori campi di concentramento africani, che non le forme di
internamento degli oppositori del regime. La stessa presenza di
vecchi, donne e bambini nei campi è illuminante a proposito. Tutti i
campi realizzati dall´esercito nel corso della seconda guerra mondiale
furono definiti ufficialmente «campi di concentramento». Carlo
Spartaco Capogreco ha definito giustamente illegale o meglio «fuori
legge» l´internamento dei civili sloveni praticato dal regime fascista
dopo l´invasione della Jugoslavia. Invasione, che peraltro avvenne al
di fuori di ogni legge di guerra con il bombardamento improvviso di
Belgrado e, in seguito, con l´annessione della Slovenia all´Italia già
nel corso della guerra. Occorre anche distinguere, e in questo ci
aiuta molto l'analisi di Tone Ferenc, tra la violenza espressa in
queste zone dall'esercito italiano nel 1941, violenza mirata ad
obiettivi politici e militari ben definiti, e quanto avvenne a partire
dal 1942, quando fu decisa e attuata una vera e propria strategia del
terrore verso la popolazione civile. Le nuove direttive proposte da
Roatta e dagli alti comandi, in un quadro ideologico marcatamente
razzista, prevedevano l´utilizzo contro i civili degli stessi metodi
applicati dai nazisti sul fronte orientale: dall´incendio dei
villaggi, alla fucilazione degli ostaggi, alla deportazione in massa
in campi di concentramento per creare il vuoto attorno alle forze
partigiane. In questo quadro non dovrebbe sorprendere che il tasso di
mortalità  registrato nel campo di concentramento di Rab - Arbe, a
causa della fame, del freddo e delle spaventose condizioni igenico -
sanitarie, sia stato per lunghi periodi superiore a quello dei
peggiori campi di concentramneto nazisti, se si escludono quelli di
sterminio. La differenza consiste solo nell´assenza di camere a gas e
di crematori, sostituiti però da condizioni di vita insopportabili, di
cui, ovviamente, furono i bambini le vittime principali. Si tratta in
ogni caso di morti che non possono essere attribuite a fattori casuali
e non previsti, come potrebbero esserlo le espidemie in conseguenza
del sovraffollamento. L´alto numero dei decessi è il risultato di
decisioni prese a tavolino, nel momento in cui si programmava, ad
esempio, un vitto del tutto insufficiente. Ciò avveniva, sia per non
sottrarre risorse all´esercito, sia per rendere i prigionieri più
deboli e quindi più controllabili con il minor impiego di truppe. Non
si condanna a morte, quindi, ma si lascia morire, e questo non solo
nell´inferno di Rab - Arbe. A morire per primi furono i bambini, sia
quelli giunti con le tradotte, che quelli nati nei campi.
L´internamento e la morte dei neonati venivano considerati dai vertici
dell´esercito un collateral damage, da non prendersi seriamente. Le
rubriche ufficiali del campo di Rab - Arbe distinguono i decessi
unicamente secondo il genere. Se non fosse per i documenti d´archivio
e per le testimonianze dei soppravvissutti, non saremmo mai riusciti a
sapere che le vittime più numerose del campo di Rab - Arbe furono
proprio i bambini. Questi arrivavano al campo con i genitori o, se
orfani, con parenti o conoscenti. Così Herman Janez, che nel 1942
aveva 7 anni, ricorda l´arrivo a Rab - Arbe:

Dalle nostre montagne ci hanno trasportato fino a Bakar, un'
insenatura a sud di Fiume, dove abbiamo dormito all' addiaccio. Mio
nonno stette tutta la notte a ripetere che ci avrebbero buttati in
mare. Il giorno seguente partimmo senza sapere dove ci portassero.
Giungemmo a Rab, dove ci divisero per sesso e per età. Praticamente ci
avevano diviso definitivamente. Io che ero senza madre dovetti
lasciare mio padre e mio nonno per andare nella parte del campo
riservato alle donne e ai bambini. La paura di restare solo mi fece
urlare e piansi così fino al giorno successivo, quando mi trasferirono
in un campo intermedio. Mio padre non l´ ho più avuto vicino e
soltanto a Gonars mi riferirono, alcuni mesi più tardi, che era morto.
Dormivamo in tende vecchie e logore che  facevano passare l´acqua e
dove si entrava a carponi. La latrina era molto lontana e di notte
facevamo fatica a raggiungerla. Nel caldo torrido dell´estate non si
poteva trovare alcuna ombra. Pativamo la sete, la fame e l´attacco di
una moltitudine indicibile di pidocchi. Il ruscello che scendeva dal
campo maschile e attraversava il nostro campo era pieno di pidocchi e
non ci si poteva lavare. Quando arrivava la cisterna dell´acqua le
guardie si scostavano e noi ci buttavamo come pazzi su quel fievole
rivolo d´ acqua. Quando pioveva il campo diventava una distesa di
fango impercorribile. La sporcizia ci faceva impazzire[10].

Quando nella notte dal 28 al 29 settembre 1942 un nubifragio travolse
il campo femminile e l'acqua di mare salì fino alle tende, molti
bambini morirono scomparendo nei flutti. Le autorità del campo non
fecero niente per salvare gli internati, ma dopo un po' incominciarono
i trasferimenti nel campo superiore chiamato Bonifica e le tende
vennero sostituite da baracche. Poiché la mortalità aumentava di
giorno in giorno, le autorità militari, verso la fine del 1942,
decisero di trasferire i bambini e le donne più provati in altri campi
di concentramento, come quelli di Gonars e di Visco[11].

Una sopravissuta, Marija Poje, che oggi ha 84 anni e vive a Podpreska
vicino a Draga, nelle vicinanze di Loski potok, e che trascorse 5 mesi
infernali al campo di Rab - Arbe con il suo bambino, ricorda così il
trasferimento a Gonars:

In una mattina fredda e piovosa di dicembre ci hanno fatti salire su
una nave stracolma che avrebbe dovuto trasportarci non si sapeva dove.
Quel giorno fuori dal porto si vedevano le onde alte e burrascose. La
stiva era stipata da tantissima gente, però qualcuno ebbe pena di me e
del mio bambino e ci fece sedere nella stiva riparati dalla pioggia e
dall'acqua di mare. Giungemmo a Fiume la mattina seguente,
infreddoliti e affamati. Ci diedero una tazza di caffè e un pezzo di
pane, prima di farci salire sul treno che ci trasportò fino a
Palmanova. Poi con dei camion venimmo trasportati al campo di
concentramento di Gonars dove ci misero nelle baracche. Per noi era
una meraviglia sentire la  pioggia  e  rimanere asciutti, perché a
Rab, se pioveva, anche stando nelle tende eravamo tutti bagnati. Ci
portarono poi in infermeria per disinfestare i nostri vestiti dai
pidocchi e farci fare la doccia. Chiesi a qualcuno che stava lì dove
dovevo posare il mio bambino prima di entrare nel reparto docce e mi
dissero di posarlo su un mucchio di stracci per quel po' di tempo. Ma
appena entrata nello stanzone qualcosa mi fece uscire per vedere se il
mio bambino fosse sempre lì. Mi si strinse il cuore, quando vidi che
non c' era più. L'inserviente alla fornace a vapore dove passavano i
vestiti per  disinfestarli dai pidocchi aveva preso il mucchio dove
avevo posato il bambino gettandolo nella stufa. Per fortuna non
l'aveva ancora attivata e un gemito si sentì proprio in quella
direzione. Corsi verso quella stufa a vapore come una matta
riprendendomi il mio bambino. Mia suocera mi aiutò molto, asciugando i
pannolini bagnati sulla schiena. Ma alla fine questo bambino non
sopravvisse e non sopravvisse neppure mia suocera e neanche il bambino
che dovevo ancora partorire[12].

Nel campo di Gonars, dove dal 1942 erano passati molti internati della
provincia di Lubiana, l´arrivo di centinaia di questi poveretti
provenienti dal campo di Rab - Arbe (i miserabili di Rab) provocò un
profondo sconvolgimento tra gli internati del campo. La vista di
quegli scheletri ambulanti provocò in molti un intenso sentimento di
compassione  e diede impulso a gesti di solidarietà.  Molti cercavano
di aiutare i superstiti di Rab dando loro il cibo che arrivava
dall´esterno con i pacchi, o capi di vestiario vecchi, oppure
semplicemente fornendo loro notizie fresche. I volti di quei bambini
ammutoliti, che restavano fermi negli angoli per giorni interi senza
muoversi, restarono impressi non solo nei disegni del pittore Stane
Kumar, ma anche nella memoria di tanti internati, bambini compresi.
Ricorda nel suo scritto Milan Cimpric di 9 anni:

A Gonars si pativa una tale fame che faccio meglio a non pensarci.
Mangiavamo anche le bucce che i cuochi buttavano nella fossa delle
immondizie. Una volta siamo caduti tutti quanti in questa fossa e io
ero sotto. Gli altri sono cascati sopra di me. Avevo male alle ossa.
Ho trovato poche bucce. E' stato così triste a Gonars[13].

Queste memorie infantili scritte in pieno tempo di guerra sono
toccanti anche per il loro linguaggio semplice, senza abbellimenti, ma
con l´aggiunta di disegni e schizzi che vorrebbero rappresentare quei
piccoli episodi di felicità o di paura che si erano fissati nella
memoria dei bambini durante la permanenza nel campo di Gonars.

La vita degli adulti nei campi era assorbita dai tentativi di
arrangiarsi e sopravvivere. Ma era difficile non vedere che la
sofferenza dei bambini aumentava di giorno in giorno. I bambini più
provati erano soprattutto quelli senza genitori, benché si trovasse
sempre qualcuno che prendeva il loro posto. Stane Kumar, noto pittore
sloveno anch´egli internato, aveva pensato di alleviare il proprio
dolore facendo degli schizzi ai bambini affamati sia nel campo di Rab
- Arbe che in quello di Gonars. Nelle sue memorie parla della
terribile fame che rendeva i bambini apatici e anemici:

Ho visto la fame della prima guerra mondiale, ma quella non era fame
vera. Quella veramente reale era la fame nei campi dove ad ogni passo
ritrovavi due paia di occhi che ti chiedevano di sfamarli, di dar loro
qualcosa da mangiare. I bambini diventavano ottusi e stavano seduti
negli angoli delle baracche senza parlare. Morivano in tanti di fame e
tu non potevi far niente[14].

Che i bambini fossero l´anello più debole della catena dei diseredati
finiti nei campi di concentramento italiani, lo conferma l´«amnesia»
della direzione dei campi stessi, che dimenticò di annotare, tra i
25.000 internati sloveni, il numero dei bambini che fecero il loro
ingresso nel campo, il numero di quelli che vi nacquero e che vi
persero la vita. Alcuni dati sporadici della fine di agosto del 1942
parlano, per il campo di Arbe, di 1000 bambini sotto i 16 anni, mentre
per il campo di Monigo presso Treviso i dati a nostra disposizione per
il 1943 parlano di 979 bambini su 3.188 internati. Anche se sulle
deportazioni e sull´occupazione italiana della provincia di Lubiana,
esiste oggi in Slovenia una vasta documentazione, molti dati sui campi
sono tuttora irreperibili, sia per la fretta con la quale le forze
d´occupazione lasciarono la Slovenia, sia perché le autorità, nella
loro ignominia, non badavano troppo alle cifre dei vivi o dei morti,
degli arrivi e delle partenze, delle nascite e dei decessi nei campi.
Per una riflessione su queste reclusioni forzate ci restano le
testimonianze dei sopravvissuti e i componimenti dei bambini ai corsi
scolastici organizzati nei territori liberi partigiani:

Erano corsi - ricorda Herman Janez - che venivano organizzati proprio
in questa stagione 60 anni fa. E' giugno. Le giornate sono lunghe e
calde. Siamo gli alunni delle scuole partigiane di Podpreska, di
Draga, di Trava, di Osilnica sul fiume Kolpa. Le lezioni vengono
tenute quando non ci sono rastrellamenti in corso. Soprattutto a
Podpreska e a Draga. Maestre pronte al sacrificio ma umili e gentili
vedono davanti a sè nelle classi improvvisate i volti di questi alunni
già provati seriamente dalla tragedia dei campi, segnati per tutta la
vita. Noi siamo i bambini della guerra. Le lezioni ormai si svolgono
tutto l'anno dal gennaio 1944 in poi. Si svolgono nelle case
risparmiate dalla guerra, nelle camere dei contadini locali dove
troneggiano stufe di terracotta enormi che mai si spengono. Qui siamo
a 1000 metri d'altezza e le patate appena crescono. Gli occhi dei
bambini sono grandi. Sono vestiti malamente e in generale sono tutti
scalzi. Qualcuno li accompagna a scuola e qualcuno viene a riprenderli.
 Sono tanti, ma la maestra Nada Vrecek del paese di Trava, numero
civico 96, è la maestra con il maggior numero di alunni. Tra loro ben
74 sono senza padre. O è morto a Rab o è stato fucilato come ostaggio.
Soltanto uno è stato fucilato dai partigiani. La maestra Nada è in
continuo movimento, ora per ora, giorno per giorno, perchè le lezioni
si tengono in case diverse. Gli alunni sono stati assenti da scuola
per due anni e allora si capisce che c' è ancora tanto da fare. Una
volta forse scoppierà la pace e allora voglio, diceva Nada, che siate
alla pari con queli che non hanno perso 2 anni di scuola. Queste
scuole improvvisate non hanno né lavagne né banchi e i bambini sono
senza libri e senza quaderni. Rifanno la materia a memoria. Se qualche
gruppo partigiano attraversa il paese, si rimedia una o due matite,
che vengono attentamente tagliate in 3 pezzi, per essere poi divisi
tra gli alunni. Questi scolari, questi «miei poveri bambini», diceva
sempre Nada, un giorno diverranno adulti. Si dovrano promuovere in una
società che non ricorderà i patimenti patiti. Un giorno sarete tutti
uguali e Dio vi benedica per questo, ma attenzione, nessuno vi darà
dei privilegi per quello che avete patito. Quelli che sopravviveranno
dovranno lottare per il pane quotidiano. La maestra Nada Vrecek ha
insegnato per 54 anni. Oggi è nel suo novantaseiesimo anno di età.
Ancora oggi è solita ripetere che «gli anni passati tra questi bambini
sono gli anni piu' sentiti della mia vita e non vorrei mai dimenticare
nessuno tra loro». Ma noi eravamo pieni di paura. Eravamo ancora
abbastanza magri e non potevamo stare mai fermi. C'era ancora la
guerra, molte case erano ancora allo sfascio, gli ex internati erano
ancora privi di tutto. Si temevano soprattutto i collaborazionisti,
che si facevano vedere soltanto quando non c´erano partigiani in
circolazione. Si sapeva che la loro comparsa era accompagnata dalla
morte. Si facevano chiamare «quelli della mano nera» ed erano
veramente pericolosi. Per non mettere in difficoltà la nostra maestra,
alla loro comparsa cantavamo canzoni di chiesa e al saluto
provocatorio di «morte al fascismo» rispondevamo «buon giorno
signori». Parlavamo molto tra noi. Soprattutto alla sera si parlava
dei patimenti subiti, dei nostri genitori scomparsi, della fame e
della sete. Noi bambini internati avevamo sempre molto da raccontare.
A volte queste storie venivano soffocate da un pianto sfrenato al
quale seguiva il pianto di tutti noi. Rivivevamo così la nostra
tristezza, la nostra paura e il ricordo dei nostri cari. Vivevamo
assieme la nostra grande miseria umana, che qualcuno pensò sarebbe
bene esternare e farci passare così il trauma subito[15].

Negli scritti e nei disegni dei bambini internati conservati presso
l´Archivio di Stato di Lubiana si può intravvedere questo trauma della
fame e dell´inedia a cui si univa l´inclemenza della natura. I maestri
che proponevano i temi e che poi di volta in volta annotavano i voti
sui fogli, erano essi stessi dei sopravvissuti ai campi e qualcuno di
loro aveva perduto in quell´inferno il proprio bambino o uno dei suoi
cari. Erano dunque le persone più adatte per accogliere il dolore dei
bambini passati nei campi e comprendere i loro traumi[16].

Essi sapevano che quelle tende, di volta in volta fradice e
surriscaldate, non sarebbero mai scomparse dalla memoria dei bambini e
che le esperienze narrate nello scritto di Ivan Stimec  di 10 anni non
si sarebbero mai cancellate:

Siamo stati deportati a Rab. Abbiamo vissuto in tende vicine al mare.
Dormivamo sulla terra nuda. Una notte mentre dormivamo, il vento
incominciò a soffiare ed incominciò a piovere. L'alta marea era
cresciuta e l'acqua ci arrivò fino alle ginocchia. Abbiamo pianto e
chiamato aiuto. Volevamo scappare, ma le guardie non ci lasciarono
uscire dal recinto. Il mare continuò a crescere e molti bambini
morirono annegati, mentre i nostri vestiti furono trascinati via dall´
acqua. La mattina dopo la burrasca si calmò e uscì il sole asciugando
e scaldando i nostri corpi, scossi dal freddo e dalla paura[17].

La serie dagli scritti infantili continua con i ricordi delle delle
cose belle e calde legati al tempo  antecedente la distruzione dei
paesi. I bambini rivedono le mucche lasciate sole a casa, o il viaggio
verso l'isola di Rab - Arbe, o le cose di casa, il fuoco nel cammino o
la casa stessa. Come scrisse Vera Cimpric di 9 anni:

Sono stata internata per 9 mesi. Pensavo spesso alla mia casa perduta.
Ma quello che mi faceva piu' male era il pensiero del nostro bestiame.
Quelle che preferivo erano le mucche, perchè ci davano tanto latte. Si
chiamavano Ruska e Breza. Quando dovevo pascolarle, pensavo che era
difficile pascolare sempre le mucche. Ma durante l´internamento dove
non avevamo né da mangiare né da lavorare, pensavo a quanto fosse
bello essere sazi e pascolare. Dio, fa´ che possiamo avere ancora del
bestiame[18].

In tutti questi scritti la morte è onnipresente: si ricorda un coro
che canta sulla fossa di una sorella morta o una scatola di cartone
contenente il corpo di un amico ridotto ad uno scheletro. Come scrisse
Mrle Slavka di 9 anni:

Tutti ci chiamano internati perché siamo stati internati. Siamo stati
a Treviso. Avevamo tanta fame. A Treviso e' morto mio fratello. Avevo
ancora un fratello. Quando è ritornato dall´internamento è morto
all´ospedale di Susak. Quando lo abbiamo saputo abbiamo pianto molto[19].

Accostando le storie dei bambini ai dati d'archivio si può intravedere
una realtà agghiacciante. Come riferiva il generale Giuseppe Gianni,
da luglio a novembre 1942, a Rab - Arbe morirono ben 104 bambini.
Davanti a questi fatti le autorità italiane d´occupazione presero due
decisioni: la prima ordinava l'evacuazione di donne e bambini da Rab -
Arbe verso il campo di Gonars, la seconda ordinava ad una squadra di
fotografi di documentare le condizioni di vita nel campo. Da Rab -
Arbe a Gonars furono trasferiti tra il 21 novembre e il 5 dicembre
1942 ben 1.163 donne, 1.367 bambini e 61 uomini adulti[20].

L' 8 settembre 1943 il regio esercito italiano si dissolse. Dalla
Slovenia e dalla Jugoslavia lunghe colonne di militari disarmati
presero la via dell'Italia e anche i campi di concentramento aprirono
le loro porte. Come ricorda Marica Malnar di 10 anni:

Siamo stati internati a Treviso, avevamo fame e in inverno pativamo il
freddo. Parlavamo sempre di come era bello a casa. Volevamo andare a
casa. Un giorno i soldati entrarono nella nostra camerata e ci dissero
che saremmo tornati a casa. Lo stesso giorno siamo partiti verso casa.
Questo è stato per noi un giorno felice[21].

Nelle colonne che partivano dai campi, i bambini orfani venivano
accompagnati da parenti o gente comune, che davano loro una mano, un
pezzo di pane o di rapa. Attraversando passo dopo passo il Friuli,
qualcuno rivolgeva loro la parola e offriva un piatto di polenta. Al
momento del ritorno a casa videro tanti edifici bruciati, le stalle
distrutte e i fienili sfondati. Gli ex internati, malridotti  e
affamati, dovettero organizzarsi da soli. Un grande senso di
solidarietà permise a questa gente di sopravvivere, ma alla fine
dovettero rivolgersi ai comandi partigiani, che erano però impegnati a
fronteggiare una pesante offensiva tedesca. Soltanto più tardi i
reduci dei campi ebbero un aiuto concreto dalle organizzazioni civili
della resistenza che si erano organizzate nelle zone libere. Si
provvide prima di tutto ai bambini orfani e a quelli che erano rimasti
senza casa, senza parenti o senza altre possibilità. A molti di questi
bambini l'organizzazione delle donne antifasciste (AFZ) e
l'organizzazione della gioventù socialista permisero di raggiungere
regioni non devastate dalla guerra e in cui si era  istituito un
servizio scolastico[22].

L'organizzazione del Fronte di Liberazione Sloveno aveva pensato di
organizzare il servizio scolastico già dal 17 maggio 1942 attraverso
l'emanazione di un decreto che prevedeva l'organizzazione della scuola
nei territori liberati. Accanto alla lotta armata il movimento di
liberazione cercava di organizzare anche la vita civile: scuole,
ospedali, un istituto di credito e uno giuridico. Nelle zone libere
della Kocevska, lontano dalle vie di comunicazione, si era pensato di
far funzionare uno Stato partigiano in alternativa a quello di
occupazione. La scuola partigiana si sviluppò in tre fasi. Nel 1942
l'organizzazione della vita scolastica fu un progetto limitato, nato
dall'iniziativa di alcuni maestri dei reparti partigiani che avevano
pensato di istituire dei corsi scolastici per bambini delle scuole
elementari locali. Più tardi, dopo la capitolazione dell'esercito
italiano e dopo la formazione di vasti territori liberi,
l'organizzazione scolastica partigiana divenne oggetto di una
normativa da parte del Fronte di Liberazione che a partire dall'
autunno del 1944 organizzò la scuola in settori distrettuali e
circoscrizionali. La popolazione locale collaborò al buon
funzionamento della scuola. Si pensò inoltre di istituire corsi
supplettivi per chi era privo di istruzione e di articolare meglio il
lavoro dei maestri che si svolgeva in condizioni tanto difficili. Per
dare un senso a tutti questi sforzi, si pensò anche di organizzare un
concorso in componimenti che avrebbero dovuto compattare il tessuto
sociale di quanti avevano provato tutte le paure e i traumi della
guerra. La sezione scolastiva dell' OF promulgò allora un bando nel
quale si invitavano gli alunni delle scuole partigiane a scrivere la
propria storia sui patimenti vissuti nei tre anni di guerra. I temi
del concorso dal titolo «I bambini ci parlano» e «I bambini nei campi
di concentramento» volevano far ripercorrere a questa generazione
perduta la via delle sofferenze patite per ricucire il trauma e
rielaborare l'esperienza[23].

È così che si sono conservati questi scritti e questi disegni. Sono
documenti che parlano delle violenze subite dal punto di vista dei
bambini coinvolti in questa tragedia. Anche se le disposizioni del
bando recitavano «che bisognava esimersi dal patetico», gli scritti e
i disegni conservano una non comune forza espressiva. La commissione
che valutò gli scritti premiò tutti gli autori in blocco senza
prendere in considerazione gli errori di ortografia o di sintassi.
Bogomir Gerlanc, che aveva raccolto gli scritti migliori, li definì
«dei piccoli monumenti dedicati ai patimenti e alle sofferenze
subiti»[24].

In questo senso vorrei riproporre alcune riflessioni del maestro
Bogomir Gerlanc, che tanto ha fatto per far uscire le piccole vittime
dal trauma dei campi e ad inserirle nella vita quotidiana:

- siano questi scritti un documento del loro passato e delle
sofferenze patite

- siano d'aiuto alla pedagogia ed alla sociologia nello scoprire
l'animo della gioventù in condizioni estreme di sopravvivenza

- siano un documento d'accusa della bestialità umana

- siano una pagina incancellabile della sofferenza nel tempo che corre
inesorabile[25].

Nel campo della salvaguardia degli adolescenti in tempo di guerra, la
resistenza slovena aveva dato prova di una grande capacità
organizzativa già dal 1941 in poi. Si era pensato già allora di
organizzare un sistema di copertura illegale per i membri più giovani
delle famiglie  impegnate nella resistenza. I  figli di coloro che si
erano dedicati completamente alla lotta di liberazione venivano
affidati a famiglie che si occuparono di loro per tutta la durata
della guerra. Chi finiva in carcere o in campo di concentramento, o
veniva incluso nelle formazioni armate partigiane poteva contare su un
vasto reticolo di famiglie che avevano il compito di badare ai loro
figli. Per questa generazione di 200 - 300 bambini si adoperò già
allora il nome di «ilegalcki», cioè di bambini nati e vissuti nell'
illegalità. Come supporto logistico venne affiancata a questa rete di
famiglie l'organizzazione del Soccorso nazionale sloveno, erede del
Soccorso rosso, organizzato dai comunisti tra le due guerre.
Soprattutto nelle grandi città il Soccorso nazionale sloveno formò nel
1942 delle sezioni che dovevano andare in aiuto a tutti i giovani in
pericolo, pensare a procurare loro documenti falsi, aiutarli in caso
di malattia, vestirli, sfamarli, nasconderli, ecc.. Dall'estate del
1942 fino alla fine della guerra, ad organizzare questa rete furono
Ana Ziherl e Ada Krivic. A guerra finita Ana Ziherl scrisse le memorie
dell'avventurosa vicenda della resistenza slovena e consegnò inoltre
all'Archivio di Stato tutta la documentazione del movimento. Per
organizzare  questa attività la Ziherl si serviva di quattro aiutanti,
che coprivano uno dei quattro settori di questa organizzazione
illegale, il cosiddetto settore bambini. Il gruppo poteva usufrire  di
una serie di magazzini illegali, dove venivano conservati i mezzi
necessari per far fronte a questo impegno. Il settore bambini
provvedeva anche ai bisogni quotidiani delle donne e dei loro figli
rinchiusi nelle carceri ed arrivò a dar vita a delle dimostrazioni per
proteggere le famiglie rinchiuse o destinate ai campi di
concentramento. La prima dimostrazione si svolse nella primavera del
1943 davanti alla sede dell'Alto Commissario Grazioli e la seconda
nell'estate dello stesso anno davanti alla sede arcivescovile. Dopo le
grandi retate del 1942, Lubiana restò praticamente senza uomini abili
per la lotta clandestina. Allora furono le donne a prendere il loro
posto  ricoprendo tutti i ruoli di maggiore responsabilità nella
resistenza slovena[26].

Come si è detto, la recrudescenza della guerra fece sì che Lubiana
fosse circondata da un filo spinato lungo 34 chilometri con posti di
blocco, bunker e fortezze, con postazioni di mitragliatrici pesanti.
L'organizzazione del Soccorso nazionale, alla quale si rivolgeva un
numero sempre maggiore persone, decise che per superare questa crisi
si sarebbe dovuto aumentare il numero delle famiglie incaricate della
protezione e che alcuni dei bambini avrebbero dovuto prendere la via
dei territori liberati. Secondo le testimonianze e gli studi condotti
sulla base di documentazione archivistica si può dedurre che per
aiutare i bambini nell'illegalità fosse stata messa in piedi una rete
di 300 famiglie lubianesi che non fu mai scoperta né dalle forze
fasciste né dai nazisti né dai collaborazionisti. A formare questa
organizzazione erano persone di estrazione sociale diversa, persone
sole o famiglie intere, anziani, medici, contadini, artigiani nubili e
sposati.  Dagli studi risulta che tra tutti questi bambini vissuti
nell' illegalità per più di quattro anni a morire sia stata soltanto
una bambina. Ma la morte di una persona non può rendere l'idea delle
conseguenze patite da tutti questi bambini sui quali hanno pesato le
assenze dei genitori, la paura delle retate diurne e notturne, il
vivere constantemente nell'illegalità per due, tre o quattro anni.
Questa generazione, provata dalla guerra forse in un modo diverso, ha
dovuto affrontare i propri traumi ripercorrendo  nella memoria la
tragedia di una gioventù violata[27].

Una storia tipica di questo periodo è la storia di Tatjana Dovc. Sua
madre, che fu sindacalista e membro del partito comunista, partorì la
bambina nell'agosto del 1941 nel reparto di maternità dell'ospedale di
Lubiana. Con l'aiuto del Soccorso nazionale sloveno riuscì ad
eclissarsi, mentre la bambina fu «rubata» da una attivista e fatta
uscire dall'ospedale dentro una comune sporta per la spesa. La mamma,
Angela Ocepek Dovc, ricercata dalle forze dell'ordine, cambiò in
quattro mesi ben 15 nascondigli riuscendo a salvarsi e a salvare la
bambina. Più tardi si divisero e la bambina cambiò residenza ancora 20
volte[28].

Come appare chiaramente dal materiale consultato e presentato in
questo studio, sul tema dei bambini sloveni in tempo di guerra le
fonti d'archivio primarie e secondarie sono ricche e numerose. Questi
documenti si trovano soprattutto nella Sezione II dell'Archivio di
Stato della Republica di Slovenia. La Sezione II trae le sue origini
dall'archivio dell'Istituto per la storia del movimento operaio (oggi
Istituto di storia contemporanea) che venne  fondato nel 1959 come
un'istituzione complessa, formata da un reparto di ricercatori e da un
reparto che copriva i fondi d'archivio riguardanti la resistenza
slovena. Questo archivio venne completato più tardi con fondi
originali provenienti del funzionamento in loco delle istituzioni
delle forze d'occupazione della Slovenia, sia di quelle italiane che
di quelle tedesche (440 m.c.) e dall'archivio delle forze
collaborazioniste. Esiste  inoltre una sezione del primo dopoguerra
(1945-47), costituita soprattutto dalla documentazione  inerente alle
questioni di definizione dei confini (la questione di Trieste) fino
alla conferenza della pace di Parigi e da una vasta documentazione
sull' Adriatisches Kuestenland. Ai fondi d´archivio si accompagna un
vasto repertorio di memorie e testimonianze, archivi personali di
politici in vista, una vasta collezione di carte geografiche e di
cartelli e bandi pubblici.

L'archivio legato alla resistenza slovena veniva a costituirsi man
mano che l'amministrazione partigiana cresceva e si sviluppava. Nelle
zone libere funzionò dall'inizio del 1944 in poi un Istituto di
ricerca, diretto da Fran Zwitter, che dispose che  tutti gli organi di
ogni grado e di ogni livello conservassero e archiviassero la
documentazione pubblica, civile e militare, interna ed estera. Il
governo partigiano sloveno (SNOS) promulgò nel gennaio del 1945 una
legge di tutela per gli archivi, le biblioteche, i monumenti artistici
e naturali (Gazzetta ufficiale NOS). La Sezione II dell'Archivio di
Stato della Republica di Slovenia è il diretto continuatore di questo
lavoro e con i suoi 1.300 metri consecutivi di materiale archivistico
costituisce uno dei più importanti e ricchi archivi  sulla resistenza
e sulle guerre di liberazione in Europa e nel mondo. Il materiale in
questione può essere molto interessante sia per i ricercatori di
lingua italiana che per quelli di lingua tedesca, perché conserva i
materiali originali di queste due amministrazioni sul territorio sloveno.


Note archivistiche utili ai ricercatori

La Sezione II dell'Archivio di Stato della Repubblica di Slovenia
propone agli interessati questo elenco di fondi e di collezioni (tutte
disponibili al sito  metka.gombac @ gov.si che
raccolgono documenti sulla condizione dei bambini sloveni durante la
guerra:

1. AS 1769, Zbirka okupatorjevi zapori in taborisca, sk. 1 (Collezione
prigioni e campi di  concentramneto delle forze d' occupazione,
scatola 1.)

2. AS 1872, Zbirka dopolnilnega gradiva o delavskem gibanju in NOB,
1918 -    1945. (Collezione del materiale integrativo sul movimento
operaio e la resistenza 1918 - 1945)

3. AS  1840, Zbirka gradiva o zrtvah italijanskih okpacijskih oblasti
(Collezione del materiale concernente le vittime dell' occupazione
italiana)

4. AS 1953 Zbirka Slovenke v narodnoosvobodilnem boju. (Collezione
donne slovene nella resistenza 1941 - 45)

5. AS 1775, Poveljstvo XI armadnega zbora. (Comando dell XI Corpo
d'Armata)

6. AS 1788, Visoki komisar za Ljubljansko pokrajino (Alto Commissario
per la Provincia di Lubiana)

7. AS 1796, Kraljeva kvestura Ljubljana 1941 - 43. (Regia Questura di
Lubiana).

8. AS 1781, Poveljstvo grupe kraljevih karabinjerjev Ljubljana.
(Comando  del gruppo Carabinieri reali di Lubiana)

9. AS 1752, Slovenski rdeci kriz v Ljubljani. (Organizzazione della
croce rossa slovena di    Lubiana)

10.AS 1822, Stab za repatrijacijo vojnih ujetnikov in intzernirancev
Ljubljana (Commando per il rimpatrio dei prigionieri e degli internati
Lubiana)

11. AS 1627, Pooblascenec  drzavnega komisarja za utrjevanje nemstva
na spodnjem Stajerskem (Plenipotenziario del commissario statale per
il rafforzamento della lingua e  cultura tedesca nello Stayer del sud)

12. AS 1800, Glavni odbor Antifasisticne fronte zena. (Comitato
direttivo dell' Associazione  donne antifasciste slovene)

13. AS 1670, Izvrsni odbor OF. (Comitato direttivo del Fronte di
Liberazione)

14. AS1828,  Komisija za ugotavljanje zlocinov okupatorjev in njihovih
pomagacev pri predsedstvu SNOS. (Commissione per l' accertamento e la
verifica dei delitti degli  occupatori e dei collaborazionisti)

15. AS 1790, Okrajno glavarstvo Crnomelj. (Amministrazione
distrettuale di Crnomelj)

16. AS 1602, Dezelni svetnik okrozja Celje 1941-43. (Consigliere
delegato della circoscrizione di Celje 1941-43).

17. AS 1791, Vojasko vojno sodisce II armade, sekcija Ljubljana
1941-43. (Tribunale militare di guerra della II Armata, Sezione di
Lubiana)


  _____

[1] Teodoro Sala, Fascisti e nazisti nell'Europa sudorientale. Il caso
croato (1941-43), in Enzo Collotti - Teodoro Sala, Le potenze
dell'asse e la Jugoslavia. Saggi e documenti 1941-1943, Milano,
Feltrinelli, 1974, p. 69.

[2] Tone Ferenc, "Gospod visoki komisar pravi...". Sosvet za
ljubljansko pokrajino. Ljubljana,  2001, p. 6 ss.

[3] Metod Mikuz, Pregled zgodovine NOB. 1. knjiga, pp. 215-230,
Ljubljana, 1960.

[4] Boris M. Gombac, Dario Mattiussi (a cura di), La deportazione dei
civili sloveni e croati nei campi di concentramneto italiani: 1942-43.
I campi del confine orientale, Gorizia, Centro Gasparini, 2004, pp.
115-123.

[5] Herman Janez, Koncentracijsko taborisce Kampor - Rab, Ljubljana,
1996, pp. 2-10.

[6] Boris M. Gombac, Intervista a Herman Janez, sopravissuto ai campi
di concentramento di Rab-Arbe e Gonars, in Boris M. Gombac - Dario
Mattiussi (a cura di), La deportazione dei civili sloveni e croati,
cit., pp. 41-48.

[7] AS 1769, Zbirka okupatorjevi zapori in taborisca, sk. 1.

[8] Bozidar Jezernik, Italijanska koncentracijska taborisca za
Slovence med drugo svetovno vojno. Ljubljana, 1997, pp. 288 - 289.

[9] Dario Mattiussi, Una tragedia dietro al cortile di casa. La
deportazione nei campi di concentramneto italiani del confine
orientale (1942-43), in Metka e Boris M. Gombac - Dario Mattiussi,
Quando morì mio padre. Disegni e testimonianze di bambini dai campi di
concentramento del confine orientale, Gorizia, Centro Gasparini, 2004,
p. 47.

[10] Boris M. Gombac, Intervista a Herman Janez,  cit. , pp. 43-45.

[11] Tone Ferenc, Rab - Arbe - Arbissima, Ljubljana, 2000, pp. 20-21.

[12] Intervista a Marija Poje di Podpreska, Slovenia.

[13] AS 1769, Zbirka okupatorjevi zapori in taborisca, sk. 1.

[14] AS 1769, Zbirka okupatorjevi zapori in taborisca, sk. 1, Gerlanc
Bogomil, Nas otrok v internaciji.

[15] Herman Janez, Testimonianza pubblicata in «Delo», Sobotna
priloga, Ljubliana, 2.7.2005, p. 31.

[16] Kumar Stane, Risal sem otroke v koncentracijskem taboriscu,
Otrostvo v senci vojnih dni, Ljubljana, 1980, pp. 144-148.

[17] AS 1769, Zbirka okupatorjevi zapori in taborisca, sk. 1.

[18] AS 1769, Zbirka okupatorjevi zapori in taborisca, sk. 1.

[19] AS 1769, Zbirka okupatorjevi zapori in taborisca, sk. 1.

[20] Tone Ferenc,  Rab-Arbe-Arbissima, cit., p. 30.

[21] AS 1769, Zbirka okupatorjevi zapori in taborisca, sk. 1.

[22] Tone Ferenc, Rab-Arbe-Arbissima, cit., pp. 33-34.

[23] Slavica Pavlic, Narodnoosvobodilna vojska in organizacija
solstva. Otrostvo v senci vojnih dni, Ljubljana, 1980, pp. 90-115;
Joze Princic, Odnos ljudske oblasti slovenskega naroda do otroka v
obdobju NOB (1944-1945), Otrostvo v senci vojnih dni, Ljubljana,1980.

[24] AS 1769, Zbirka okupatorjevi zapori in taborisca, sk. 1, Bogomil
Gerlanc, Nas otrok v internaciji, Ljubljana ,1980.

[25] AS 1769, Zbirka okupatorjevi zapori in taborisca, sk. 1.

[26] Ada Krivic, Skrb za ogrozene druzine otrok v Ljubljani, Otrostvo
v senci vojnih dni. Ljubljana, 1980, pp. 26-37.

[27] Ada Krivic, Skrb za ogrozene druzine otrok v Ljubljani. Otrostvo
v senci vojnih dni, Ljubljana, 1980, pp. 20-39; AS 1871, Zbirka
dopolnilnega gradiva o delavskem gibanju in o NOB, 1918-1945.

[28] AS 1871, Zbirka dopolnilnega gradiva delavskega gibanja in NOB
1918-1945, MO OF Ljubljana.




Fonte: http://it.groups.yahoo.com/group/tera_de_confin/message/9614

Il dramma della deportazione nel 1942 - 1943: secondo volume della serie dedicata alla storia della Marca in collaborazione con Istresco

Il lager degli slavi alle porte di Treviso

Domani con la «Tribuna» il libro sul campo di concentramento di Monigo
ANTONIO FRIGO

Quale prezzo di verità si è pagato, per decine di anni, alla
pacificazione post bellica? Dopo il libro sugli ebrei denunciati e
deportati dalla Marca, la tribuna manda in edicola un altro volume
dell'Istresco sugli slavi deportati nella Marca. C'era un campo di
concentramento, a Treviso. E chi volesse fare spallucce, farà bene a
consultarne le cifre. Morirono 187 slavi, il quel campo istituito per
favorire l'italianizzazione di un'area, quella
giuliano-istriano-dalmata, sulla cui storia (quella del confine
orientale) la stessa legge del 2004 che istituisce il Giorno del Ricordo
spende la definizione «vicenda complessa». Una «vicenda» fatta di
orrori, di vendette tremende e lontane dalla civiltà (e vicinissime,
appunto, alle perverse leggi della guerra: leggi foibe), di cacciate -
quando non di peggio - reciproche. Se dopo l'8 settembre 1943 e dopo l'1
maggio 1945 i titini scatenarono la loro ferocia sugli italiani (i
soldati, ma anche i residenti), sapere di 30 mila deportati in campi di
tutta Italia (Arbe, Colfiorito, Gonars, Visco, Chiesanuova (Pd), Monigo,
Renicci-Anghiari e Cairo Montenotte i principali), può aiutare a capire
qualcosa di più. A giustificare no, a capire sì. E' un tributo alla
conoscenza, non all'ideologia, quello che il volume «Deportati a
Treviso», di Amerigo Manesso, Francesco Scattolin e Maico Trinca,
pubblicato dall'Istituto per la storia della Resistenza e della società
contemporanea della Marca trevigiana (Istresco) e in edicola con il
nostro giornale, si propone di dare. Un tributo che non ripara ai
silenzi, lunghissimi, degli anni successivi allo smantellamento di
quella caserma di Monigo adattata a «campo di concentramento»: gli
anziani che potevano ricordare qualcosa (e ce ne sono ancora) di quella
macchia sulla coscienza civica trevigiana, sono rimasti pochissimi. Ma
il lavoro certosino degli studiosi ha messo insieme foto, carteggi,
documenti, disegni, che non lasciano dubbio alcuno. Il campo, costruito
(baracche, cucine, servizi, circondati da una recinzione alta quattro
metri) nella zona dell'attuale caserma Cadorin, sul lato opposto della
Feltrina rispetto al campo di rugby, entrò in funzione i primi giorni di
luglio del 1942: arrivarono sloveni della provincia di Lubiana e croati
rastrellati nelle operazioni militari degli italiani nelle zone di
confine tra Slovenia e Croazia. Il primo gruppo di 599 sloveni arrivò il
2 luglio e c'erano dentro anche studenti e insegnanti di liceo
rastrellati a Novo Mesto dopo un'insurrezione che aveva portato alla
loro espulsione dalla scuola (s'erano subito organizzati, con i
professori, le lezioni alternative). I ragazzi e professori che avevano
partecipato alla rivolta erano stati una cinquantina, ma di quella
scuola ne arrivarono a Monigo quaranta in più. Chi erano? Probabilmente
erano collaborazionisti (con l'esercito italiano) portati qui per
proteggerli dalle vendette dei partigiani sloveni e, forse, qui svolsero
la funzione di "spiare" gli altri. Questo paradigma può essere riportato
all'intera storia del campo di Monigo, che tecnicamente era "di
smistamento". Qui venivano selezionati i "comunisti titini pericolosi"
da spedire in campi più duri (il già citato Arbe ne è un esempio:
uscirne vivi era quasi impossibile, mentre altri, su cui i
collaborazionisti facevano rapporto di innocuità, venivano tenuti qui,
spediti in campi non punitivi (ma cui si viveva sempre al limite e negli
ultimi tempi fame e freddo fecero comunque tante vittime), o addirittura
rimandati a casa. Per capire quanta gente viveva in quelle sette
baracche in muratura, basti pensare che alla fine del 1942 una
segnalazione alla Prefettura di Treviso parlava di 1540 uomini e 62
donne appena arrivate dalla caserma dei Belgi di Lubiana. Regime di
internamento e organizzazione (compresi i capo-squadra) erano quelli di
un... normale campo di concentramento. Ma a Monigo non c'era lavoro
obbligatorio né facoltativo: gli internati, tra i quali c'erano anche
insegnanti, artisti, musicisti, intellettuali, passavano le giornate
nell'ozio. A + 35º come a - 15. In uno dei resoconti dell'epoca si
legge: «Molte donne sono ricoverate negli ospedali di Treviso. Bambini e
genitori stanno morendo. Il pericolo più grosso incombe sui genitori».
Il primo trattamento alimentare e igienico, abbastanza buono anche se
mai soddisfacente, lasciò presto il posto a condizioni igieniche
proibitive e a pasti sempre più inconsistenti. Colpa anche della
sovrappopolazione del campo, che era arrivato a contenere anche 3500
persone, di cui 700 bambini (dati del Vaticano risalenti al novembre
1942), mentre lo Stato Maggiore parlava di... appena 1136. E il giornale
clandestino "Novice izza zice", nel marzo del '43 parla di 1058 uomini,
1085 donne, 513 bambini, 466 bambine e 42 neonati. Si dormiva in due per
letto (a castello: due per ogni piazza) e le intossicazioni intestinali
facevano vittime. Un'ultima parte del libro, dopo un saggio sulla
politica antislava al confine orientale e il documentatisssimo trattato
sul campo di Monigo, è dedicato alla corrispondenza (già pubblicata come
Lettera d'amore dal campo di concentramento di Monigo) tra Devana
Lavrencic Cannata e Tone, uno dei ragazzi del liceo di Novo Mesto
detenuti a Treviso. Dai reduci di quel gruppo potrebbe emergere la
verità sulla convivenza tra i veri detenuti e i "protetti"
collaborazionisti. Ma questa è un'altra storia. Anzi, un altro libro.

(9/2/2006)



 
Fonte: http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5167/1/51/

Stanka e Maria nei campi di concentramento italiani

25.01.2006  
In occasione della giornata della memoria, un documentario radiofonico riporta alla luce la storia dei campi di concentramento italiani in funzione durante l'occupazione della Jugoslavia, e la vicenda della persecuzione del popolo rom. "Le storie di Stanka e Maria" è prodotto da Radioparole
 
Di Andrea Giuseppini*


Nella provincia di Udine vive da oltre sessanta anni una comunità rom di origine slovena. La maggior delle famiglie che la compone abita in case di proprietà o in confortevoli roulotte sistemate in terreni da loro acquistati. Alcuni dei loro membri svolgono dei mestieri che richiamano i lavori tradizionali di rom, come ad esempio la raccolta del ferro o la cura del verde. Ma tra loro si trovano anche operai, delle cosiddette badanti e qualche mediatrice culturale che opera soprattutto nelle scuole. Insomma, una comunità piuttosto lontana dagli stereotipi con cui di solito noi pensiamo ai rom.

In queste famiglie vive ancora qualche anziano testimone diretto delle vicende di questa comunità. E' il caso, ad esempio, di Stanka.

Stanka è nata nel 1930 nella provincia di Lubiana. La sua è una famiglia numerosa - otto sono i fratelli - che vive spostandosi alla ricerca continua di piccoli lavori.

Nella primavera del 1941 la Germania e l'Italia invadono e conquistano la Jugoslavia, e il territorio di Lubiana viene di fatto annesso all'Italia fascista. Inizia così da un lato la resistenza jugoslava contro le truppe di occupazione e dall'altro una feroce e spietata repressione contro i civili sloveni accusati di collaborare con i partigiani.

Palese è anche l'intento dei fascisti di continuare e ampliare l'opera di snazionalizzazione slava già iniziata prima della guerra nei territori di confine e nell'Istria italiana. In questo quadro si inserisce, ad esempio, l'episodio del rastrellamento di Lubiana. Nella notte tra il 22 e il 23 febbraio 1942, i militari italiani circondano completamente la città con reticolati di filo spinato e arrestano 6.000 persone, un quarto della popolazione civile. Contemporaneamente vengono costruiti i primi campi di concentramento in cui deportare le persone arrestate.

E' questo il contesto che fa da sfondo alla storia di Stanka e di altre famiglie rom slovene.

Stanka viene arrestata assieme alla madre e a tutti i fratelli nel 1942. Dopo qualche mese passato nelle carceri di Lubiana viene deportata nel campo di concentramento fascista dell'isola di Rab/Arbe in Dalmazia. Costruito in fretta nell'estate del 1942, il campo di concentramento di Rab non aveva baracche ma solo tende. Ben presto, per il sovraffollamento dovuto alle continue deportazioni, la scarsità di cibo e la mancanza di igiene, le condizioni dei prigionieri diventano drammatiche. Stanka racconta che le madri nascondevano i corpi dei bambini morti sotto la paglia per non perdere il diritto alla loro scarsa porzione di cibo.

Dopo qualche mese, anche su pressione della Croce Rossa e di alcuni esponenti della chiesa cattolica slovena, il regime fascista decide di spostare un certo numero di internati dal Campo di Rab a quello costruito a Gonars in provincia di Udine.

Stanka ricorda di essere arrivata a Gonars di notte. All'interno del campo c'erano solo donne, vecchi e bambini sloveni. Con loro altre famiglie rom. Ma le condizioni non migliorano molto. Racconta Stanka: "Mia mamma corse dietro un gatto perché voleva prendere il gatto, per mazarlo, per mangiarlo. Ma non l'ha preso. E' scappato il gatto, iera più furbo".

Anche a Gonars i deportati muoiono. Alessandra Kersevan, autrice di una recente e documentata monografia sul campo di concentramento fascista, mette in rilievo nell'elenco dei deceduti il nome di due bambine rom morte per grave atrofia. Ricorda sempre Stanka: "Poi se morta un'altra bambina piccola. O dio... de fame. Poi forse anche se un po' ammalata dentro, sai come succede... una bambinetta piccola, sua mama se chiamava Resa... se morta de fam, de fam, fredo, fam, tuto un insieme".

A Gonars morirono 500 sloveni e croati.

Dopo l'8 settembre del 1943 i fascisti abbandonano il campo di Gonars e i prigionieri si allontanano dal quel luogo.

Poco lontano da Gonars, la famiglia di Stanka e gli altri rom sloveni deportati si uniscono a una piccola comunità sinta italiana proveniente da Trieste, di cui fa parte Maria, l'altra protagonista del documentario sonoro. Tutti stanno scappando e cercando rifugio da una nuova minaccia. Dopo l'armistizio, infatti, i tedeschi occupano militarmente il Friuli Venezia Giulia.

Maria ricorda: "Venivano i tedeschi e noi si aveva molta paura. Entravano dentro il carrozzone e tiravano giù tutto, buttavano via il mangiare, le pentole e spaccavano coi piedi. E certe volte volevano anche picchiare. Io non so perché ce l'avevano con noi e gli ebrei. Non lo so perché, non lo so veramente perché". Maria racconta anche l'episodio di una giovane rom slovena violentata da sette nazisti.

Di questo gruppo di rom e sinti diversi furono deportati nei campi di sterminio in Germania. Alcuni non faranno mai ritorno, altri, tra cui la madre di Stanka e un fratello di Maria, riusciranno a sopravvivere.

Dopo la liberazione dal campo di sterminio di Ravensbruck, la madre di Stanka, torna a Lubiana alla ricerca della propria famiglia. Qui, fortunosamente, scopre che i suoi figli sono ancora in Friuli assieme agli altri rom.

Da allora Stanka e le altre famiglie risiedono in Friuli.

Il documentario sonoro che abbiamo realizzato in occasione del Giorno della memoria – prodotto da Radioparole e Opera Nomadi con il contributo dell'Assessorato alla cultura della Regione Friuli Venezia Giulia – raccoglie anche le testimonianze dello scrittore sloveno triestino Boris Pahor, deportato a Natzweiler, e della partigiana friulana Rosa Cantoni deportata a Ravensbruck.


*Radioparole. Il documentario radiofonico di Andrea Giuseppini "Le storie di Stanka e Maria" può essere ascoltato sul sito Radioparole.it

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Quei lager rimossi di casa nostra

di Andrea Giuseppini

su Il Manifesto del 28/01/2006

Un documentario sonoro sulla deportazione dei rom e sinti nei campi di concentramento fascisti nel Friuli Venezia Giulia durante la seconda guerra mondiale

Da alcuni anni, il 27 gennaio - giorno in cui nel 1945 l'Armata rossa entrò nel campo di sterminio di Auschwitz liberando i prigionieri superstiti - in molti paesi del mondo si ricorda la Shoah. Il Giorno della memoria ha assunto nel tempo un valore universale di denuncia dei crimini compiuti e di ricordo delle vittime. Grazie al lavoro di alcuni storici, negli ultimi decenni si è cominciato a parlare anche dei campi di concentramento fascisti per internati militari e civili sloveni e croati. Gonars, Arbe, Visco, Monigo, Chiesanuova, Renicci, Ellera, Colfiorito, Pietrafitta, Tavernelle, Cairo Montenotte sono i luoghi, spesso sconosciuti, della deportazione fascista seguita all'aggressione della Jugoslavia e all'annessione della cosiddetta provincia di Ljubljana. Una deportazione che ha riguardato un numero molto alto di persone. Uno studio jugoslavo del 1982 ha fornito la cifra di 109.437 internati nei campi fascisti. Dalle pieghe di questa storia emergono ancora oggi delle singolari e sofferte vicende umane, come quella di Stanka, un'anziana donna rom slovena.


La storia di Stanka

Nella provincia di Udine vive da oltre sessant'anni una comunità rom di origine slovena. La maggior parte delle famiglie che la compone abita in case di proprietà o in confortevoli roulotte sistemate in terreni da loro acquistati. Alcuni dei loro membri svolgono dei mestieri che richiamano i lavori tradizionali dei rom, come ad esempio la raccolta del ferro o la manutenzione del verde. Ma tra loro si trovano anche operai, delle cosiddette badanti e qualche mediatrice culturale che opera soprattutto nelle scuole. Insomma, una comunità piuttosto lontana dagli stereotipi con cui di solito noi pensiamo ai rom.

In queste famiglie vive ancora qualche anziano testimone diretto delle vicende di questa comunità. E' il caso di Stanka.

Stanka è nata nel 1930 nella provincia di Ljubljana. Sua madre è una romni, il padre invece è un gàgio (cioè non rom). In quegli anni, i genitori e gli otto figli vivono spostandosi in Slovenia alla ricerca continua di piccoli lavori. Finché un giorno, ricorda Stanka, «è scoppiata la guerra. Le scuole sono state tutte occupate prima dai tedeschi e poi dai fascisti italiani, e allora non si andava più a scuola».

Nella primavera del 1941 la Germania e l'Italia invadono la Jugoslavia, e il territorio di Ljubljana viene di fatto annesso all'Italia fascista. Inizia così da un lato la resistenza jugoslava contro le truppe di occupazione e dall'altro una feroce e spietata repressione contro i civili sloveni accusati di collaborare con i partigiani.

Palese è anche l'intento dei fascisti di continuare e ampliare l'opera di de-slavizzazione già iniziata prima della guerra nei territori di confine e nell'Istria italiana, deportando la popolazione locale per sostituirla con gente proveniente dall'Italia. In questo quadro si inserisce, ad esempio, l'episodio del rastrellamento di Ljubljana. Nella notte tra il 22 e il 23 febbraio 1942 i militari italiani circondano completamente la città con reticolati di filo spinato e arrestano 6.000 persone, un quarto della popolazione civile. Contemporaneamente vengono costruiti i primi campi di concentramento in cui deportare le persone arrestate.

La storia di Stanka e della sua famiglia segue passo passo le vicende della Storia: «Ci hanno preso vicino a Ljubljana... italiani, italiani. Ci hanno fatto spia che nostro papà partigiano. Ci hanno presi e ci hanno portano in carcere a Ljubljana. Lì eravamo poco, due, tre giorni. Poi ci hanno portato in questa isola... Rab, in Dalmazia sarebbe. Lì eravamo per quattro mesi. Però tanta di quella fame. Non ierano baracche. Nelle tende e dentro buttata paglia e lì si dormiva come le bestie. Ma ieramo in tanti, tanti, forse in cinquemila, forse anche di più. Lì i bambini morivano di fame. I piccoli neonati li nascondevano sotto la paglia perché prendevano il rancio su di loro, il mangiare che portavano. Allora nascondevano i bambini morti per prendere il mangiare che dopo mangiavano quegli altri».

Il campo di concentramento fascista di Rab/Arbe viene costruito nell'estate del 1942 con il preciso intento di deportarvi civili sloveni e croati. Ben presto, per il sovraffollamento, la scarsità di cibo e la mancanza di igiene, le condizioni dei prigionieri diventano drammatiche. Lo storico sloveno Tone Ferenc nel libro Rab-Arbe-Arbissima, pubblica un elenco di 1.435 nomi di persone morte nel campo. Dopo qualche mese, anche su pressione della Croce rossa e di alcuni esponenti della chiesa cattolica slovena, il regime fascista decide di spostare un certo numero di internati dal campo di Rab a quello di Gonars, in provincia di Udine. Stanka ricorda di essere arrivata a Gonars di notte.

Stanka conta sulle dita: «Mitzi, Srecko, io, Nico, Mattia, Toni, Franci e Kristan. In otto ieramo a Gonars, più la mamma. Però noi abbiamo avuto una fortuna, che non siamo morti neanche uno in campo a Gonars. Ierano per morire i miei fratellini, però, ringraziando dio, neanche uno. Tanti dicono non iera un campo di concentramento, era un campo profughi. Invece no, non è vero. No. Era vero campo di concentramento. Lì morivano tanti».

All'interno del campo c'erano solo donne, vecchi e bambini sloveni e croati. Con loro altre famiglie rom. Ma le condizioni non sono certo migliori di quelle di Rab. Racconta Stanka: «Mia mamma corse dietro un gatto perché voleva prendere il gatto, per mazarlo, per mangiarlo. Ma non l'ha preso. E' scappato il gatto, iera più furbo».

Anche a Gonars i deportati muoiono. Alessandra Kersevan, autrice di una recente e documentata monografia sul campo di concentramento fascista (costruito nell'autunno del 1941 e rimasto in funzione fino al settembre del 1943), riporta il nome di due bambine romni che prima compaiono nell'elenco dei nati nel campo, ma qualche mese dopo i loro nominativi vengono trascritti nell'elenco dei deceduti. Ricorda Stanka: «Poi è morta un'altra bambina piccola. O dio, de fame. Poi forse anche è un po' ammalata dentro, sai come succede. Una bambinetta piccola. Sua mama se chiamava Resa... se morta de fam, de fam, fredo, fam, tuto un insieme. Morivano ogni giorno, e sai cosa facevano. Li mettevano nelle casse e li portavano in cimitero e poi quelli che accompagnavano - ma però accompagnati coi militari, militari di qua e di là, un reggimento... quando arrivavano in cimitero, quelli che compagnavano prendevano fuori de cassa i poveri morti e li buttavano dentro senza, e le casse le portavano via per mettere altri dentro dopo. So che un funerale di una sinta era maggio. Sai perché mi ricordo maggio, perché erano quei fiori di maggio fuori. Quei bianchi fiori che hanno un bel profumo. Quei fiori bianchi come grappoli d'uva. Ecco, quelli lì li ha portati mamma dentro, che li ha raccolti e se li è portati dentro nel campo».

A Gonars morirono 500 sloveni e croati. Dopo l'8 settembre del 1943 i fascisti abbandonano il campo e i prigionieri riescono a fuggire. Ma la madre di Stanka non intraprende il viaggio di ritorno: «La mamma ha trovato un quattro cinque famiglie di zingari italiani qua, che erano vicino a Palmanova. E lì siamo fermato a parlare e le hanno detto ma stai qui, stai qui, stai con noi».


La storia di Maria

Maria, una sinta italiana, è nata invece a Trieste nel 1929: «La mia famiglia facevano i suonatori ambulanti. Suonavano molto bene. Musiche gitane, ungheresi. Poi i miei fratelli avevano le giostre, ma non andavano lontano, lavoravano sempre qui a Trieste. Allora a tempo di guerra avevamo le carovane, le famose carovane di legno coi cavalli. Siamo partiti via di Trieste e siamo andati in furlania».

Quando nel 1943 i tedeschi occupano il Friuli Venezia Giulia, Maria e la sua famiglia si spostano nella campagna friulana ritenendola più sicura della grande città. Invece anche lì, ricorda Maria, «venivano i tedeschi e noi si aveva molta paura. Entravano dentro il carrozzone e tiravano giù tutto. Buttavano via il mangiare, le pentole e spaccavano coi piedi. E certe volte volevano anche picchiare. Io non so perché ce l'avevano con noi e gli ebrei. Non lo so perché, non lo so veramente perché. Dicevano che ci vogliono uccidere, così dicevano... alles kaputt, alles kaputt. Solo quello loro avevano nella bocca. Zigeuner nichts gutes... zingari niente brave persone».

Nel documentario, Maria racconta anche l'episodio di una giovane rom slovena violentata da sette nazisti. Poi, un giorno, «siamo venuti fino a Palmanova. A Palmanova, sono venuti i tedeschi con le Ss e uno italiano, proprio del paese lì, e hanno preso mio fratello più piccolo che aveva 17 anni».

Del gruppo di rom sloveni e di sinti italiani di cui facevano parte Stanka e Maria, furono in molti ad essere arrestati e deportati. Ricorda Stanka: «Hanno preso mio fratello dopo un cinque mesi. Prima della mamma lui. Sono venuti le Ss e hanno preso mio fratello, hanno preso sto povero Carlo, sto Bepi, sto Tulala, Orlando e Richetto. E li hanno portati prima a Palmanova, poi da Palmanova a Udine e da Udine in Germania. E son tornati tre, e tre son rimasti lì, son morti lì».

Maria: «Dopo tredici mesi di campo di concentramento, questo mio fratello è venuto a casa. Sembrava un cadavere tirato fuori dalla terra. Pelle e ossa, non di più. Pelle e ossa. E allora è andato avanti ancora un po' e poi è morto... così... è brutto ricordare... è bello ricordare lo stesso, ma è anche brutto».

Per Maria, Stanka e gli altri rom che vivono in Friuli durante l'occupazione nazista, le paure e le sofferenze non hanno fine. Qualche mese dopo la deportazione dei giovani ragazzi, infatti, anche la madre di Stanka e altre donne vengono arrestate. Continua Stanka: «E lì hanno preso la mamma. Dopo hanno preso questa Vilma, la mamma del povero Carlo e una donna che aspettava un bambino. Dopo quella l'hanno mandata a casa e invece queste in Germania».


Epilogo

Per i rom, però, anche la vita nell'Italia del dopoguerra è amara. Stanka: «Mia mamma è tornata a casa, però non l'hanno mandata qui subito, l'hanno mandata a Ljubljana. Lei è andata al tribunale ha detto che ha tutti i bambini a Udine, che deve venire a prenderli. E le hanno fatto un lasciapassare, l'hanno fatta venire a Udine. Però non è tornata più. Siamo rimasti sempre a Udine, sempre in provincia di Udine. E tutt'ora. Guarda quanti anni sono in Italia, ero bambina... ancora devo avere la cittadinanza. Miei figli sono tutti cittadini italiani. Sono nati tutti qui in giro Udine».

Maria: «Dopo la guerra ci siamo di nuovo rifatti un pochino. Prese di nuovo le giostre. Ci siamo inseriti perché si va a lavorare. Sono stata a lavorare anch'io, proprio qui giù nelle fabbriche. Poi avevamo le baracche, qui a Trieste in via Valmaura. Poi conoscendoci la gente dice: `Ma guarda te, non abbiamo mai pensato che siete persone così...'. Però non c'hanno fiducia... non danno pace, non danno pace. Qui, al campo dove vivo, sono i carabinieri notte e giorno, polizia notte e giorno. Non danno pace».



I campi di concentramento in Friuli

Scritto da Alessandra Kersevan [2006]
http://www.marxismo.net/content/view/610/156/

I crimini del fascismo contro i popoli jugoslavi

Nelle ultime settimane abbiamo visto riprendere corpo la campagna contro la Resistenza, rilanciata dalla proposta del sindaco di Trieste, Illy, di abolire la festa del 25 aprile. Un ruolo particolare in questa propaganda viene assegnato alla rievocazione dei presunti massacri di massa compiuti dai partigiani sloveni contro gli italiani durante e dopo la Resistenza stessa. In questa campagna indecente, che si alimenta non solo di falsificazioni storiche spudorate, ma anche di un vero e proprio razzismo antislavo, viene completamente messa in ombra la responsabilità dello Stato italiano nella persecuzione dei popoli aggrediti nel 1941 con l’invasione della Jugoslavia.

Ringraziamo quindi caldamente l’autrice di questo articolo, che contribuisce a rimettere in luce questo aspetto sempre nascosto e minimizzato della "storia patria". Su questi temi torneremo ancora nei prossimi numeri della rivista.

la redazione di marxismo.net

Durante la recente visita di Ciampi in Friuli-Venezia Giulia un emissario del Presidente ha avuto l’incarico di portare una corona al monumento ai morti nel campo di concentramento di Gonars. È stata la prima volta, probabilmente per insistenza dell’ANPI regionale, che un alto esponente dello Stato italiano ha ricordato l’esistenza dei campi di concentramento fascisti (il monumento di Gonars era stato costruito nell’83 per volontà della Repubblica Jugoslava). È un gesto fra l’altro che avviene in controtendenza rispetto a una campagna revisionista e antislava sempre più ossessionante. Comunque, qualsiasi sia stata la motivazione di Ciampi, per la gran parte della gente, non solo nel resto d’Italia, ma anche in Friuli, quel gesto è stato occasione di scoprire qualcosa di terribile del nostro passato.

La tragedia dei campi di concentramento fascisti è stata infatti in tutti questi anni nascosta o minimizzata, così come i crimini dell’esercito italiano nei paesi aggrediti, per alimentare invece il mito dell’"italiano buono e amato" anche se aggressore e vittima a sua volta degli aggrediti infoibatori. È un mito continuamente alimentato che oggi serve a puntellare una politica neoirredentista nei confronti dei paesi dell’ex Jugoslavia, che si basa su un rinascente razzismo antislavo, che si va diffondendo anche a sinistra (sintomatico e sconvolgente a questo proposito l’Espresso del 16/3/2000, che ha in copertina il titolo "Sicurezza: slavi maledetti", e poi nelle pagine centrali il reportage "Fortezza Italia", sulla situazione dell’Istria, dove i croati vengono definiti da un intervistato - con molta condiscendenza da parte dell’intervistatore - "i "drusi", i maiali, i comunisti titini").

Quando si va ad analizzare invece sui documenti ciò che ha fatto l’esercito fascista italiano nei paesi aggrediti, il quadro che ne esce è quello di un comportamento criminale. Qualche tempo fa inoltre sono stati trovati da chi scrive, durante una ricerca nell’Archivio di Stato di Udine, dei documenti della Commissione Censura della Provincia di Udine, da cui la situazione degli internati di Gonars e di Visco, i due campi di concentramente del Friuli, risulta semplicemente sconvolgente. Una breve premessa storica permetterà a tutti di inquadrare i fatti e comprendere appieno i documenti.

1941: l’invasione della Jugoslavia

Il 6 aprile 1941 Hitler e Mussolini invadono la Yugoslavia. C’è una immediata reazione e l’inizio della resistenza jugoslava.

La Slovenia viene smembrata fra Italia (il territorio che diventa provincia di Lubiana) e Germania. Per quanto riguarda la Croazia il 18 maggio Aimone di Savoia, diventa re di Croazia, con il collaborazionista Ante Pavelic come primo ministro.

In Slovenia già dall’ottobre del 1941 il tribunale speciale pronuncia le prime condanne a morte, il mese dopo entra in funzione il tribunale di guerra. La lotta contro i partigiani, che diventano una realtà in continua espansione, si sviluppa nel quadro di una strategia politico-operativa rivolta alla colonizzazione di quei territori. Con l’intervento diretto dei comandi militari italiani la politica della violenza si esercita nelle più svariate forme: iniziano le esecuzioni sommarie sul posto, incendi di paesi, deportazioni di massa, esecuzioni di ostaggi, rappresaglie sulle popolazioni a scopo intimidatorio e punitivo, saccheggiamento dei beni, setacciamento sistematico delle città, rastrellamenti... prende corpo il progetto di deportazione totale della popolazione, con il trasferimento forzato degli abitanti della Slovenia, progetto che i comandi discutono con Mussolini in un incontro a Gorizia il 31 luglio 1942 e che non si realizza solo per l’impossibilità di domare la ribellione e il movimento partigiano. Nel clima di repressione instauratosi con l’occupazione militare nel territorio jugoslavo, per il regime fascista nasce inevitabilmente l’esigenza di creare delle strutture per il concentramento di un gran numero di civili, deportati da quelle regioni.

I campi di concentramento e deportazione italiani furono almeno 31, di cui 26 in Italia, e vi morirono oltre 7.000 persone. Vi furono internati soprattutto sloveni e croati (ma anche "zingari" ed ebrei), famiglie intere, vecchi, donne, bambini.

Il campo di concentramento di Gonars

Il campo di concentramento di Gonars, in provincia di Udine, quindi vicinissimo alle zone slovene e alle zone in cui era già iniziata la guerra di liberazione, fu uno dei luoghi in cui si svolse la grande tragedia di questi deportati. Venne istituito già nel dicembre del 1941, costituito da tre settori, circondato da filo spinato, controllato dai carabinieri e da circa 600 soldati con 36 ufficiali. Ai lati nord e sud del vasto spazio recintato da due torri alte sei metri, armate con mitragliatrici puntate verso il campo, con riflettori che di notte illuminavano a intervalli di pochi minuti il campo e il circondario. Tutto intorno una "cintura" larga due metri, in cui le sentinelle avevano l’ordine di sparare senza preavviso a tutti quelli che la oltrepassavano.

All’arrivo i nuovi internati venivano denudati, "disinfestati", rapati a zero. Ma nonostante la pulizia quotidiana delle baracche tenuta dagli stessi internati, i parassiti si moltiplicavano. Essi si diffondevano in prevalenza addosso agli internati che, a causa dell’indebolimento fisico, giacevano sempre a letto e si lasciavano andare all’apatia.

Il 25 febbraio 1943 ci sono a Gonars 5.343 internati di cui 1.643 bambini. Ci sono intere famiglie provenienti da Lubiana o dai campi di Arbe (Rab) o di Monigo (Treviso); due terzi croati e un terzo sloveni. Baracche strette e lunghe, da 80 a 130 prigionieri per baracca; baracche praticamente senza riscaldamento o con stufe mal funzionanti, ma molti (specialmente uomini adulti) dormivano in tenda; igiene impossibile per mancanza di tutto; pidocchi, scabbia erpete e altre malattie contagiose; per quanto riguarda le donne incinte, l’80% dei nati erano morti. Mangiare del tutto insufficiente, minestrone mezzogiorno e sera, praticamente acqua, + 200g di pane. "La gente è affamata. Ma forse è meglio dire che muore di fame", scriveva il salesiano padre Tomec, come risulta da una sua lettera in data 6 febbraio 1943. "Queste famiglie non hanno nessuno che possa mandargli i pacchi, perché le loro case sono state bruciate e i parenti sparpagliati. (...) Una grande maggioranza di internati è venuta da Arbe (Rab) e sono giunti già esausti, simili a scheletri. (...) Dal 15 dicembre 1942 al 15 gennaio 1943 ne sono morti 161. In media muoiono 5 persone al giorno. (...) Il maggiore medico Betti mi ha detto che in due mesi il 60% di questa gente morirà, se prima non vengono liberati. (...) Una scena triste viene offerta dalla baracca nella quale ci sono soltanto bambini orfani che hanno perso i genitori ad Arbe o a Gonars". "Dio ci guardi da qualche epidemia nel campo. Le persone cadrebbero una dopo l’altra come mosche." Così scriveva ancora padre Tomec. E di una epidemia, si ha proprio notizia dai documenti della censura che si trovano nell’Archivio di Stato di Udine (fascicolo Prefettura). Infatti se in febbraio i problemi erano soprattutto la fame e il freddo, si ebbe anche un’epidemia di tifo petecchiale, non sappiamo con quali esiti. Di un’altra, nel giugno del ‘43, si sa anche per il campo di internamento di Visco (a 3 chilometri da Palmanova, a 10 dall’altro campo, quello di Gonars). C’erano in questo campo 4000 persone, che in maggio, come risulta sempre da questi documenti della Censura, erano stati picchiati dai carabinieri con "botte da orbi" perché "quando hanno saputo che abbiamo perso la Tunisia, si sono messi tutti a gridare "Viva la Russia"".

Mentre sul campo di concentramento di Gonars ci sono stati degli studi che, seppur conosciuti solo localmente, hanno messo in luce questa tragedia, del campo di concentramento di Visco si sa poco e niente, ma la grande tragedia che vi si svolse emerge dai documenti che affiorano oggi dall’Archivio di Stato di Udine. Nel monumento ossario del cimitero di Gonars sono sepolti 453 corpi.

I prigionieri vengono liberati nel settembre del ‘43.






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