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COORDINAMENTO NAZIONALE PER LA JUGOSLAVIA

ITALIJANSKA KOORDINACIJA ZA JUGOSLAVIJU



 
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Parla Radovan Karadžić

1) Estratto dal libro LA PORTA D'INGRESSO DELL'ISLAM. La Bosnia Erzegovina: un paese ingovernabile (2014)
2) Estratti dal libro IL CORRIDOIO. Viaggio nella Jugoslavia in guerra (1993–1996)
EN FRANCAIS: KARADŽIĆ PARLE (Extraits du livre Le CORRIDOR)



vedi anche:



Aggiornamenti sul "processo" a Karadzic:


La "condanna" del "Tribunale ad hoc" (24 marzo 2016)
Mosca sulla condanna di Karadžič: “nessun pilota Nato sul banco degli accusati” (di Fabrizio Poggi – anche su JUGOINFO)
In risposta all'articolo di Alberto Negri apparso sul Sole24Ore il 24.3.2016 (di Andrea Martocchia)
Radovan Karadzic condannato a 40 anni di carcere (di Pacifico Scamardella per il CIVG, 3 aprile 2016 – anche su JUGOINFO)

 Karadžić' "Judgement" at ICTY

24 March 2016


Karadžić Found Guilty of Genocide by Corporate Funded Kangaroo Court (Sputnik, 24.03.2016 – also on JUGOINFO + AUDIO)
Kangaroo court convicts Karadzic (by N. Malic on RT, 25 Mar, 2016 – also on JUGOINFO)
‘Selective, settling scores’: Russia, Serbia lash out at UN war tribunal’s Karadzic verdict (RT, 26 Mar, 2016 – also on JUGOINFO)


Karadzic' Self-Defence Statement (links, October 2012)

16 October 2012

ENGLISH: VIDEO TRANSCRIPT - FRANCAIS: VIDEO TRANSCRIPT
SRPSKOHRVATSKI:


2 March 2010
(Opening Statements)
1/32/33/3




Intervista esclusiva a Karadzic del CdS (2010)




Estratto dal libro
LA PORTA D'INGRESSO DELL'ISLAM
La Bosnia Erzegovina: un paese ingovernabile

di Jean Toschi Marazzani Visconti
Frankfurt: Zambon, 2016

D. Com’è la situazione fra le diverse entità costitutive della Bosnia-Erzegovina vent’anni dopo l’inizio della guerra civile?

R.K. Mi sembra che le entità abbiano la capacità di cooperare, sono i governi che devono trovare le soluzioni a così tanti problemi. Comunque, le comunità etniche sono a disagio fra di loro. Più precisamente, le due comunità cristiane, i Serbi e i Croati hanno un certo grado di mutua comprensione, perché si trovano  in una situazione similare rispetto alle ambizioni della terza parte. Vale a dire, né i Serbi né i Croati reclamano il controllo dell’intera B-E, e, mentre i Serbi possono vivere con il grado di autonomia ottenuto a Dayton, i Croati non sono soddisfatti all’interno della Federazione e la loro posizione non è ancora risolta. D’altra parte la dirigenza musulmana è ancora concentrata su un obbiettivo  irragionevole e irraggiungibile: dominare le altre due comunità che sono la maggioranza cristiana dell’intera B-E.
La dirigenza musulmana è responsabile al più alto grado dell’intera crisi, perché  hanno  messo la loro popolazione a  confronto con Serbi, Croati e con le tradizioni europee di democrazia e secolarità. Ciononostante continuano a dire alla loro gente che hanno difeso la B-E.  Questo genere di Bosnia-Erzegovina non è mai stato contestato dai Serbi o dai Croati. Un’attitudine permanente di questa dirigenza di approfittare di ogni opportunità degli avvenimenti politici per raggiungere i loro obiettivi di guerra, ai quali hanno rinunciato a Dayton. Questo aumenta il disagio nel funzionamento quotidiano dello Stato e crea permanente instabilità nel paese e condurrà alla sua dissoluzione finale.

D. La guerra civile poteva essere evitata? Poteva lei fare qualcosa per fermarla?

RK. La guerra civile poteva essere evitata se la comunità internazionale, qualsiasi cosa questo significa,  fosse stata unita nell’interesse di una pacifica soluzione.
Vale a dire, c’erano altre opzioni  politiche fra i Musulmani, che erano maggiormente orientati verso l’Europa, come Adil Zulfikarpašić, Muhamed Filipović del MBO (Muslim-Bosniak Organisation) che aveva organizzato l’elite musulmana, o Fikret Abdić. Anche il Signor Izetbegović sembrava pronto a un compromesso, se era sincero. L’idea di tre repubbliche in Bosnia-Erzegovina era sua all’origine. Lui era stato il primo a proporlo nell’interesse dell’indipendenza. Dato che i Serbi si opponevano a qualsiasi secessione illegale, il Signor Izetbegović offerse l’autonomia, e anche l’indipendenza della Republika Srpska (dichiarazione del 16 settembre 1993) per aver il loro consenso alla secessione dalla Jugoslavia.
Per quanto concerne fermare la guerra, io personalmente e tutti i leader serbi facemmo enormi sforzi per fermarla dal primo giorno. Chiamai il Signor Izetbegović per denunciare la mobilitazione generale proclamata il 4 aprile 1992 contro il veto dei membri serbi della Presidenza.
Ho passato l’intero anno 1992 a fare molte concessioni unilaterali ai Musulmani nell’interesse del processo di pace. Molte volte ho fermato la fortunata avanzata dell’esercito della R.S. per salvare le Conferenze di pace. I miei generali avevano molte ragioni di essere arrabbiati con me per quello, perché la loro logica era giusta: se c’è una guerra, che era stata dichiarata contro di noi dalla Presidenza croato-musulmana, l’esercito attaccato aveva il diritto di vincere. In ogni modo, volevamo una specie di pareggio, come in una partita di scacchi, perché eravamo la stessa gente e non avrebbe dovuto esserci una parte sconfitta.

D. Perché ha deciso di vivere in segreto dopo Dayton?

RK. Come lei può aver saputo, io ho fatto un accordo fra gentiluomini con l’ambasciatore Holbrooke, nella sua funzione di Mediatore americano e delle Nazioni Unite, che le accuse sarebbero state ritirate qualora avessi lasciato i miei incarichi pubblici. Lui non l’avrebbe mai fatto se non avesse avuto delle prove serie che non ero responsabile di alcun crimine. Neanche gli Stati Uniti e le Nazioni Unite avrebbero negoziato con una persona che avesse la tendenza per quel genere di crimini. Il loro obbiettivo  era di impedirmi dal partecipare ai colloqui di Dayton, come pure rimuovermi dalla carica presidenziale finché l’Accordo non fosse completato.
L’ambasciatore Holbrooke disse che ci sarebbe stata un’aspra retorica contro di me, ma non un processo. In ogni modo la retorica è sembrata piacere a molte orecchie ed è continuata senza fine. A quel punto decisi di scegliere il processo, ma i nostri servizi segreti stabilirono che qualcuno era più interessato a eliminarmi che a processarmi. Anche la Signora Carla del Ponte disse ai miei colleghi e successori che la NATO pianificava di uccidermi, e le sono grato per questo avvertimento tempestivo. E’ difficile da credere, ma forse Holbrooke non ha potuto consegnare la sua parte dell’accordo, e noi abbiamo ricevuto questa informazione dell’eliminazione. Vero o falso, era troppo rischioso per me consegnarmi.

D. Si sente responsabile per Srebrenica?

RK: Quello che sento per Srebrenica, come per tutto ciò che è successo dal primo giorno di guerra fino a quei giorni,  è dolore e rabbia. In primo luogo queste nostre due comunità, ambedue di etnia serba pur di religioni diverse, hanno subito il fatto che i Serbi musulmani hanno iniziato per primi e sono stati più spietati dei Serbi cristiani.
E’ completamente ignorato dal pubblico occidentale che i Serbi cristiani intorno a Srebrenica hanno perduto quasi quattromila persone, principalmente donne e bambini, mentre i Serbi musulmani, grazie a Dio, non hanno perduto minori, donne e anziani.
Esiste un altro crimine permanente dopo la guerra, che insulta i morti e mette in pericolo le future generazioni, quello di inimicare senza fine le due tipologie di Serbi. Esagerazioni di ogni genere come se le cifre reali delle vittime e il grado di sofferenza non fossero abbastanza terribili. Dato che tutto questo è ancora materia di un processo di fronte a diversi tribunali non direi di più su questo argomento, tranne che sono sicuro che alla fine della storia sarà chiaro che non c’erano piani, coinvolgimento dello Stato in qualsiasi cosa illegale e che i civili sono stati trattati secondo il loro stesso volere. E’ ancora da chiarire cosa è successo fra i combattenti.

D. Hanno interferito servizi segreti stranieri nell’affare Srebrenica?

RK. Ci sono molti dettagli poco chiari. E’ indiscutibile che il Signor Izetbegović voleva che succedesse qualcosa di terribile a Srebrenica anche nel 1993, quando ha chiesto ai suoi ufficiali in Srebrenica di facilitare una strage di almeno cinquemila civili, che avrebbe trascinato la NATO in guerra. Sono stati coinvolti anche una dozzina di chili d’oro di sconosciuta provenienza, come pure alcuni soldati in congedo che erano coinvolti in certe attività.
Ma, non volendo speculare, una cosa può essere sicuramente affermata: la sola parte che non aveva bisogno di una cosa simile era quella serba. E si potrebbe trarre una conclusione da questo fatto. La leadership serba non era composta da idioti,  era forse il governo più colto d’Europa a quel tempo, con molti professori universitari, membri delle Accademie delle Arti e delle Scienze, medici, scrittori, umanisti.

D. Cosa pensa dell’iniziativa del 2014 a Sarajevo e come vede Gavrilo Princip dopo cento anni?

RK. Sono recentemente venuto a conoscenza di questo argomento che contribuirà alle nostre dispute domestiche. All’epoca Mladi Bosna (Giovane Bosnia) era un’organizzazione rivoluzionaria multietnica che comprendeva alcuni dei più prominenti intellettuali in B-E. Il vincitore del Premio Nobel, Ivo Andrić era un membro, come molti Musulmani, Serbi e Cattolici di etnia Serba e Croata.
Negli anni sessanta, insieme al movimento studentesco europeo, noi, allora giovani poeti, scrittori e studenti, seguivamo la tradizione. Ci incontravamo senza fine e avevamo l’abitudine di organizzare letture di poesie sulle tombe dei membri della Giovane Bosnia. Molti di noi di ogni origine etnica scrissero  poemi dedicati all’eroico gesto di Gavrilo Princip. Per noi non era un terrorista, ma un eroe nazionale, non un despota assassino.
Come ha detto recentemente il grande regista serbo Kusturica, Gavrilo Princip non andò a Vienna ad ammazzare l’arciduca, ma viceversa, l’arciduca venne in Bosnia a dimostrare le sue violente intenzioni verso il resto dei paesi degli Slavi del Sud.
Se i miei antichi amici hanno cambiato idea riguardo alla libertà delle loro rispettive nazioni, dobbiamo tutti accettare il fatto e rimpiangere i mutui sforzi sprecati, e io non vedo moltissime cose condivise in futuro.




Estratti dal libro
IL CORRIDOIO
Viaggio nella Jugoslavia in guerra

di Jean Toschi Marazzani Visconti
introduzione di Alexander Zinov'ev
La Città del Sole, 2005 - 18 euro


EN FRANCAIS: KARADŽIĆ PARLE (Extraits du livre Le CORRIDOR)

(Estratto dal Capitolo 5: Pale)

(...) Lo scoppio delle ostilità fra serbi ortodossi e musulmani nell'aprile 1992 era stato preceduto da reciproche provocazioni. Particolarmente nota quella avvenuta durante il matrimonio fra una musulmana e un serbo, il 1 marzo, quando il padre dello sposo fu ucciso da una squadraccia musulmana. Il culmine fu raggiunto con l'attacco alla caserma dell'esercito federale di Nuova Sarajevo il 7 aprile seguente. A quel punto, considerata l’inevitabilità dello scontro, la leadership serba si era trasferita d'urgenza in quella che era la località più prossima alla città, dietro le linee del fronte che passavano nei quartieri serbi della città stessa, per difendere la popolazione. Improvvisarono ministeri, stazioni radio e TV. Da località montana Pale era stata trasformata in capitale e con il passare degli anni aveva acquisito nuove costruzioni e strutture, senza però mai riuscire a perdere l'aspetto villaggesco originale.

Inizialmente il governo si era installato all’ Hotel Panorama, un piccolo albergo, a mezza costa con una vista superba sulla vallata. In quel luogo erano state prese le maggiori decisioni fino al 1995, finchè venne terminata la costruzione del Palazzo del Governo in città. Era una bassa costruzione quadrata con una corte nel mezzo, bianca e semplice. Davanti all'entrata, due aiuole verdi frequentate da grosse mucche pezzate, assolutamente indifferenti al traffico di macchine e di personaggi in arrivo e in partenza. Nel 1996 l'Hotel Panorama fu adibito ad altri servizi.

Si arrivava alla Presidenza percorrendo cento metri, obliquamente alla statale che costeggiava la cittadina, controllati meticolosamente da miliziani armati. Dalla portineria, dopo ulteriori severi esami, si accedeva ad un vasto spazio cintato. Grandi prati circondavano le costruzioni per permettere un'ampia visione, bunker coperti d'erba si intravedevano agli angoli della recinzione. A destra si trovava la Presidenza, un edificio bianco, intorno altre costruzioni e di fronte una casa per i militari. Numerosi soldati all'entrata del palazzo presidenziale controllavano personalmente e a distanza i visitatori. Pur cortesi, avevano un atteggiamento molto determinato ed erano particolarmente impressionanti per la gigantesca statura. Le mucche in compenso passavano indisturbate e brucavano a loro agio i prati anteriori la Presidenza.

(...) Per quanto ricordo, almeno nel periodo precedente gli accordi di Dayton, ogni volta che ho incontrato Radovan Karadžić per un'intervistarlo egli era occupato a studiare o misurare delle mappe della Bosnia.

Avevo fatto la sua conoscenza nell'autunno del '92 a Ginevra. Allora non era ancora il personaggio noto che sarebbe diventato, nel bene o nel male. Il problema bosniaco non era molto chiaro e il Presidente della Repubblica Srpska, da poco separatasi dal resto della Bosnia, non impressionava. Alto di statura, una testa leonina, tratti slavi, era un uomo misurato, osservatore, non sprecava parole. Nel corso degli anni l'avrei incontrato più volte ed avrei osservato la sua calma anche in situazioni estremamente difficili. La attribuivo alla sua professione di psicanalista.

Nel maggio 1993 intervistai per la prima volta Radovan Karadžić alla vigilia di un cruciale appuntamento con il Parlamento della piccola repubblica. Si trattava di fare accettare il piano di divisione Vance/Owen, che Karadžić aveva firmato - sotto la pressione internazionale, del Presidente Federale Jugoslavo, Dobrica Ćosić, e del Presidente della Serbia Slobodan Milošević - durante una riunione ad Atene. L'incontro in terreno neutro, organizzato dal governo greco, aveva avuto lo scopo di convincere Karadžić a sottoscrivere il piano per evitare un intervento armato, e con la speranza di ottenere un alleggerimento delle sanzioni. Naturalmente il progetto di dividere la Bosnia in dieci province con corridoi di congiunzione sotto controllo dei caschi blu era ritenuto dai serbi ingiusto, visto che avevano il 70% del territorio. Sotto il peso delle minacce internazionali Karadžić aveva dovuto firmare l’accordo, rimettendo la decisione finale al Parlamento della Repubblica Srpska e ad un eventuale referendum popolare.

La scelta di Karadžić aveva scatenato l'ira dei gruppi più estremisti e del Partito Radicale di Seselj, che avevano lanciato gravi minacce. La riunione parlamentare si sarebbe tenuta il mercoledi 5 maggio a Bijeljina con la partecipazione del Presidente Federale della Jugoslavia e dei due Presidenti della Serbia e del Montenegro, oltre al Premier Greco Costantin Mitsotakis, promotore dell'azione pacificatrice.

Questa l'intervista (pubblicata su Il Manifesto di mercoledì 5 maggio 1993):


D. Oggi il Parlamento serbo-bosniaco si dovrà pronunciare sull'accettazione o meno del piano di pace da lei firmato domenica scorsa. Quante possibilità ci sono che venga approvato?

Karadžić: Il 50%. Ma spero per il bene del popolo serbo che la risposta sia positiva per uscire dalla morsa delle sanzioni che rendono la vita dei civili impossibile.

D. Perchè ha accettato di firmare il piano di pace Vance-Owen solo ad Atene?

Karadžić: Sono stato obbligato dall'enorme pressione internazionale e dalla prospettiva di ottenere dopo la guerra il raggiungimento di obiettivi molto importanti per noi. Comunque il piano di pace non è stato firmato. La mia approvazione è stata condizionata, con l'inserimento di una clausola da me imposta: l'avallo del nostro Parlamento.

D. Nonostante la firma del cessate il fuoco e l'accordo di Atene, i serbi bombardano ancora Sarajevo ed altre città della Bosnia, perchè?

Karadžić: I serbi si difendono se sono attaccati. Dal 18 dicembre 1992 abbiamo dichiarato la nostra volontà di pace, quindi non siamo più in guerra, rispondiamo solo se aggrediti. Non sono i serbi a bombardare Sarajevo, ma i musulmani. Lo fanno sempre durante il periodo delle conferenze. E' una loro tipica abitudine bombardare le loro zone per far ricadere la colpa sui serbi. Una classica operazione mediatica!

D. E' vero che i serbi intendono occupare tutta la Bosnia orientale?

Karadžić: I serbi vogliono solo i loro territori. Quelli che a loro appartengono, dove sono in maggioranza.

D. Se il Parlamento serbo-bosniaco rifiutasse l'accordo e gli Stati Uniti intervenissero militarmente, cosa contate di fare?

Karadžić: E' probabile che se il Parlamento rifiuta l'accordo verremo bombardati. Migliaia di civili, donne e bambini serbi moriranno. Penso che, se attaccati, avremo il diritto di difenderci. Allora non saremmo più gli aggressori, ma gli aggrediti. Anche se siamo stati costretti a batterci per i nostri diritti. Quello che la comunità internazionale ha sempre rifiutato di capire.

D. Come giudica la posizione di Belgrado che ha operato una forte pressione per farle accettare il piano Vance-Owen? E che influenza ha avuto sulla sua decisione?

Karadžić: Molta. E' comprensibile. I serbi della Federazione Jugoslava soffrono duramente a causa dell'embargo e per la guerra in Bosnia. Sono arrivati alla catastrofe economica. Desiderano la pace per mettere fine a questa situazione impossibile.

D. E’ credibile la voce che prevede lo scoppio di una guerra civile tra serbi jugoslavi e serbi bosniaci?

Karadžić: Non credo. Ci hanno sempre sostenuto. Se firmiamo sarà un grande sollievo per loro. Ma se non viene accettato il piano sarà un terribile disastro per tutti.

D. E' possibile che una delle ragioni che hanno spinto Belgrado a fare pressione su di lei sia il fatto che prevedono di dover affrontare quanto prima un problema in Kosovo?

Karadžić: Effettivamente hanno dei problemi in Kosovo. E sappiamo che appena la pace avverrà, gli Stati Uniti inizieranno a creare fastidi in Kosovo. Stiamo cooperando con Belgrado, vorrebbero che firmassimo la pace, ma nessuno può forzare il nostro Parlamento.

D. Abbiamo sentito in televisione che corrono delle voci di un complotto per assassinarla. E' realistico?

Karadžić: Molti radicali sono contro la mia decisione di aver accettato il piano Vance-Owen. Il numero degli estremisti sta aumentando, per loro, noi siamo troppo moderati. I serbi non riescono a capire perchè tutto il mondo ci condanna solo per il fatto che vogliamo vivere pacificamente, autonomamente nei nostri territori e per la nostra volontà di evitare che si ripetano le stragi di cui siamo stati vittime in passato.


(...) Quando scoppiò la prima bomba al mercato di via Markale a Sarajevo, il 5 febbraio del 1994, l'imperturbabilità di Radovan Karadžić si incrinò per la prima volta, ed egli si mostrò sconvolto.

Avevo intervistato il Presidente serbo-bosniaco il 1 febbraio 1994 a villa Bosanka, rappresentanza della Repubblica Srpska nell’elegante quartiere di Dedinje sulle colline di Belgrado. Radovan Karadžić aveva appena terminato di cenare con Yasuchi Akashi, rappresentante del Segretario Generale dell’ONU, e con il Generale britannico Michael Rose, nuovo capo delle forze UNPROFOR in Bosnia. L'incontro era stato positivo, come mi avevano confermato, uscendo dalla sala da pranzo, il giapponese Akashi e il Generale. Erano stati raggiunti accordi su tutti i punti discussi. Scopo dell'incontro: la riapertura dell'aeroporto di Tuzla, e l'entrata del nuovo contingente olandese a Srebrenica in sostituzione di quello canadese.

Questo è il testo dell'intervista (Il Manifesto, giovedì 3 febbraio 1994, intervista di JTMV):


D. Quali sono i risultati dell'incontro?

Karadžić: Ci siamo accordati sulla sostituzione delle truppe canadesi. Avremmo preferito fossero ancora canadesi, ma anche gli olandesi andranno bene. Ci saranno approssimativamente lo stesso numero di uomini e la stessa tipologia d'armi. Eravamo molto preoccupati che, se un giorno i soldati dell'ONU si ritirassero, i musulmani potessero impossessarsi delle loro armi pesanti ed usarle contro di noi. Ma speriamo non succeda: il problema di Srebrenica è risolto; per quanto riguarda l'aeroporto di Tuzla (dopo il 1948, con il distacco dalla sfera d’influenza degli URSS, il maresciallo Tito in previsione di un possibile attacco sovietico aveva creato a Tuzla un enorme aeroporto sotterraneo per la difesa e l’attacco. Questo aeroporto è oggi sotto il controllo degli USA. NdA) dobbiamo considerare tutte le possibilità. Abbiamo offerto alla signora Ogata di duplicare o triplicare i convogli umanitari. Temiamo che l'aeroporto possa essere usato impropriamente dalla NATO o dai musulmani. Se riceveremo assicurazioni che questo non avvenga e con un controllo da parte delle forze serbe insieme a quelle dell'ONU, allora potremo prendere in considerazione la proposta.

D. Ha proclamato la mobilitazione generale di uomini e donne, intende mantenerla?

Karadžić: E' una nuova misura di sicurezza. Molte volte siamo stati sorpresi dal comportamento degli americani. Prima di tutto, quando hanno riconosciuto la dissoluzione della Jugoslavia e hanno sostenuto la secessione unilaterale di Slovenia e Croazia. Avevamo sperato che gli Stati Uniti rispondessero negativamente alle secessioni unilaterali. Ora Washington sta aiutando i musulmani a continuare la guerra con la promessa che i risultati saranno riconosciuti. Anche i serbi hanno diritto agli stessi riconoscimenti. Siamo con le spalle al muro, non abbiamo altra scelta che difenderci.

D. Perchè ogni volta che la pace sembra prossima avviene qualche fatto che porta a un passo indietro?

Karadžić: Qualcuno consiglia i musulmani di non accettare. La stessa cosa avvenne durante la Conferenza di Lisbona prima della guerra (1991). C'eravamo accordati su una confederazione in Bosnia-Erzegovina. Tutte le tre parti avevano accettato. Poi l'Ambasciatore statunitense Zimmermann consigliò Alija Izetbegović di rifiutare. Ecco perchè abbiamo avuto la guerra. Due anni di tragico conflitto per ritrovarci nella stessa condizione: tre repubbliche. Tutto poteva essere raggiunto senza guerra, ma i musulmani sono stati consigliati di rifiutare la soluzione politica. L'Ambasciatore Zimmermann ne ha tutta la responsabilità. Come anche i Signori Genscher e Mock, insieme ad altri politici europei.

D. Quali sono le sue previsioni sul processo di pace?

Karadžić: Ci sarà una battuta d'arresto perchè i musulmani stanno cercando di riguadagnare terreno con la forza. Credo che esauriranno le loro forze, a quel punto qualcuno dirà "basta" e allora inizieremo di nuovo i negoziati. Se la comunità internazionale levasse le sanzioni alla Serbia, i musulmani firmerebbero subito. Questo non succede e li incoraggia a continuare. Si direbbe che qualcuno spinga i musulmani verso l'auto annientamento. Le nazioni europee non vorrebbero alcuno Stato musulmano. Penso che certi paesi vorrebbero vedere serbi e croati sconfiggere i musulmani e dividere la Bosnia in due parti: una serba ed una croata, dove i musulmani potrebbero vivere in autonomia. Così non ci sarebbe uno stato islamico in Europa.

D. Non è contraddittorio?

<>Karadžić: Quelli che invitano i musulmani alla guerra non sono loro amici. Incoraggiare i musulmani alla lotta ad oltranza è ingiusto verso di loro. Credo che i migliori amici dei musulmani siano ancora i serbi che hanno offerto un 3,3% di territorio in più.
<>Spingerli a battersi per un territorio che siamo già disposti a concedere è assurdo! Ora ritireremo ogni concessione. I risultati sul campo devono essere riconosciuti a musulmani e serbi.

Due giorni dopo la pubblicazione di questo dialogo, un proiettile di mortaio scoppiava sul mercato della Via Marcale, a Sarajevo, uccidendo 28 persone e ferendone decine.

Yossef Bodansky (Direttore di Ricerca dell’Associazione di Studi Strategici Internazionali, consulente nel 1980 per il Dipartimento della Difesa e per il Dipartimento di Stato USA., collabora oggi con importanti riviste quali “Global Affairs”, “Defence and Foreign Affairs Strategic Policy” e “Business Week”. E’ direttore della “Task Force on Terrorism & Unconventional Warfare” del Congresso Americano. NdA) scrive nel primo capitolo di “Offensive in the Balkans” a pagina 54:

Fin dall’estate 1992, c’erano state delle marcate provocazioni messe in atto dalle forze musulmane per istigare un maggiore intervento militare occidentale contro i serbi e, in misura minore contro i croati. Inizialmente queste provocazioni erano costituite principalmente da attacchi senza senso alla stessa popolazione musulmana, ma ben presto inclusero attacchi ad obiettivi occidentali e delle Nazioni Unite. Un’investigazione delle Nazioni Unite concluse che diversi eventi chiave che avevano indotto l’opinione pubblica e i governi in Occidente a intraprendere un’azione più coraggiosa in Bosnia-Erzegovina, erano stati messi in scena di fatto dai musulmani-bosniaci stessi per drammatizzare la condizione di Sarajevo. Investigazioni da parte delle Nazioni Unite e di altri esperti militari includevano fra queste azioni auto-inflitte la bomba della fila del pane (27 maggio 1992), la sparatoria alla visita di Douglas Hurd (17 luglio 1992), il tiro dei cecchini nel cimitero (4 agosto 1992), l’uccisione del presentatore e produttore televisivo americano della ABC, David Kaplan ( 13 agosto 1992) e l’abbattimento di un velivolo da trasporto dell’Aviazione Italiana G.222 in avvicinamento a Sarajevo (3 settembre 1992). In tutti questi casi le forze serbe erano fuori portata, e le armi usate contro le vittime non erano quelle lamentate dalle autorità musulmano-bosniache e dai ripetitivi media occidentali.


Dal 1992 si erano verificati molti altri incidenti di minore importanza sempre sulla pelle dei cittadini di Sarajevo. La bomba al mercato era la seconda strage importante di questo tipo.

Il governo della Repubblica Srpska di Bosnia aveva negato con veemenza qualsiasi responsabilità. I risultati dei primi accertamenti in luogo, da parte degli esperti dell'UNPROFOR, non venivano comunicati e rimanevano nebulosi. Le solite fonti internazionali, ben informate, sostenevano che, da rilievi fatti, fosse impossibile che il colpo di mortaio fosse stato sparato dalle linee serbe, ma piuttosto dal tetto di una delle case vicine. I media occidentali, nel frattempo, si erano scatenati accusando i serbi dell’atroce carnaio.

Nell'ottobre 1994, Pale sembrava, come non mai, un ameno paese di montagna fra le colline ricoperte dai suggestivi colori autunnali. Il brusio convulso del traffico di auto e mezzi militari di altre volte era drasticamente ridotto dal razionamento severo della benzina dovuto alle doppie sanzioni, quelle internazionali e quelle jugoslave. L'elettricità e l'acqua mancavano diverse ore al giorno. La piccola capitale sembrava immobilizzata, quasi sospesa in un'altra dimensione temporale. Le comunicazioni erano interrotte, poche le informazioni per la stampa, scarsi i contatti con i protagonisti della politica internazionale che sembravano ignorare Pale a favore di Belgrado.

Questa è la trascrizione della conversazione avuta con Radovan Karadžić all’Hotel Panorama (registrazione su cassetta di JTMV):


D. Signor Presidente, al di là delle sanzioni in atto fra la Serbia e la Repubblica Srpska, come spiega il silenzio mediatico?

Karadžić: La mancanza di notizie vuol far credere che noi non esistiamo per niente. Questo è quello che desiderano ottenere. Il silenzio mediatico vuole impedire al pubblico di simpatizzare con noi e di conoscere quanto sta succedendo. Sperano in un nostro collasso. Questo è umiliante, inaccettabile. Sfortunatamente la Jugoslavia ha operato questo taglio nei sistemi di telecomunicazione anche al di là dei suggerimenti del Consiglio di Sicurezza. Ha fatto molto più di quanto fosse stato richiesto. L'istanza era di non sostenerci politicamente e militarmente. La Jugoslavia ci ha imposto delle sanzioni non solo a livello militare e politico, ma anche economico e telematico. Loro vogliono oscurare questa zona per finire il "lavoro" nell'interesse degli Stati Uniti, certamente non dell'Europa. Sarebbe un grande disastro per quest'ultima se i musulmani avessero successo. Con l'oscuramento mediatico i serbi di Bosnia vengono lasciati soli in questa drammatica situazione.

D. Quando menziona "loro" a chi si riferisce?

Karadžić: Alla Comunità. Europea. Più precisamente a quella parte sotto influenza americana. Sfortunatamente anche la Jugoslavia non da segno di sapere quanto sta succedendo qui. La comunità internazionale e l'ONU subiscono il diktat degli Stati Uniti. Esattamente come la Lega delle Nazioni negli anni precedenti la Seconda Guerra Mondiale: allora era il totale dominio della Germania, oggi quello americano. Si riscontrano molte altre somiglianze. Gli Stati Uniti sostengono la Germania, perchè diventi dominante in Europa, in modo che i paesi a disagio richiedano l'aiuto americano. Cercano, alla stessa maniera, di instaurare i vecchi poteri, Germania e Turchia, per bloccare la Russia e qualsiasi sua futura influenza sull'Europa Meridionale. E' una grande partita, è la ragione per la quale cercano di annullarci e di ottenere quello che vogliono. Questo è il nuovo ordine mondiale: l'America e poche nazioni avranno il potere, le altre saranno paesi di seconda classe, fra questi l'Italia, la Francia e anche l'Inghilterra.

D. Si sta avvicinando l'inverno, siete sotto severe sanzioni, non vengono ascoltate le vostre proposte territoriali, come pensa di risolvere il futuro prossimo?

Karadžić: Abbiamo informato il nostro popolo che se rifiutavano il piano Vance-Owen avremmo subito delle gravi conseguenze e sofferto molto per sopravvivere nel periodo davanti a noi. Siamo a corto di tutto. Per questa ragione abbiamo indetto il referendum, per permettere una libera scelta e abbiamo invitato liberamente tutti i media per costatare che non vi era alcuna manipolazione. Il popolo ha deciso di soffrire, ma di raggiungere un obiettivo realistico, non in contraddizione con la Comunità Internazionale. Oggi abbiamo un paese compatto. Siamo disponibili ad accettare una proposta per una percentuale inferiore al 64% del nostro territorio in nome della pace, ma siamo costretti a rifiutare questa mappa che corrisponde al 20% delle terre sotto nostro controllo. Ci hanno offerto zone montagnose e un territorio diviso in tre parti. Il piano propone di tagliare la città di Brčko, lungo il "corridoio", in quel caso la gente abbandonerebbe la zona e non scommetterebbe in un futuro. Non si fiderebbero di dipendere da un ponte di passaggio alla mercè dei musulmani. Questo è esattamente quello a cui mira Alija Izetbegović: che due milioni di serbi si rifugino in Serbia. Questi due milioni di abitanti in più creerebbero gravi problemi sociali per la differenza di abitudini, mentalità e per la loro rabbia e povertà. Sarebbe una catastrofe per la Serbia. E' stupefacente che la dirigenza jugoslava non realizzi che è la Jugoslavia che vogliono distruggere, non la Repubblica Srpska o la Krajina.

D. Come pensa di risolvere questo problema?

Karadžić: Dobbiamo batterci per la nostra libertà. Negli ultimi quattro mesi abbiamo subito numerosi attacchi da parte delle forze musulmane. Hanno avuto qualche successo. Ma non grave. Possiamo sostenere il confronto. Dovrebbero però capire l'utilità di offrire delle proposte accettabili, qualcosa che permetta al nostro Stato di essere sicuro e riconosciuto al di fuori della Federazione Croato-Musulmana. La Bosnia deve essere trasformata in due Stati indipendenti. Noi accettiamo la religione e il sistema musulmano, chiediamo la reciprocità.

D. Come intende risolvere il problema della città di Sarajevo?

Karadžić: Il problema deve essere risolto. La gente non può vivere in questo modo. Se i musulmani desiderano avere una capitale e delle buone connessioni fra la città e la Bosnia centrale, devono accettarne la divisione in due parti. Non desideriamo prendere Sarajevo, l'avremmo già conquistata da tempo. Saremo molto generosi rispetto alla partizione, a patto che correggano le mappe. Siamo disposti a cedere ampie parti della città in cambio di Brčko, Sanski Most, Posavina. Sarajevo si potrà trasformare in due capitali autonome che sopravviveranno con o senza la reciproca collaborazione. Dopo qualche tempo sono certo che si instaurerà una cooperazione a livello economico e sanitario. Non rinunceremo mai alla nostra parte di Sarajevo. Diventerà il centro commerciale, universitario ed amministrativo per tutta una vasta area serba della Bosnia orientale.

D. In quanto tempo questo processo potrebbe venire completato?

Karadžić: Se gli Stati Uniti fossero favorevoli alla pace, potrebbe realizzarsi in poche settimane. Siamo stati spesso molto vicini alla soluzione, poi qualcuno suggeriva ai musulmani di abbandonare le trattative. Tutto dipende dall'America. Spero che dopo le loro elezioni, l'otto novembre, gli americani saranno pronti a considerare la situazione più realisticamente. Non era necessaria una guerra per dividere la Bosnia. Eravamo divisi anche prima della guerra. I musulmani hanno voluto un conflitto per unificare il paese. Ma la maggioranza cristiana, i serbi ed i croati, non voleva vivere nello stesso sistema politico, giuridico dei musulmani, solo perchè questi erano in maggior numero. I musulmani intendono ancora gestire il potere politico come hanno fatto per centinaia di anni. La Bosnia poteva sussistere solo come parte della Federazione Jugoslava.

D. Durante un'intervista, mesi or sono, il Presidente Milan Martić aveva affermato che se la Croazia avesse attaccato la Krajina, il giorno stesso avrebbe avuto luogo una fusione con la Repubblica Srpska. E' sempre attendibile?

Karadžić: Potrebbe succedere. Sarebbe assolutamente naturale, siamo lo stesso popolo con la medesima religione, lingua e cultura. L'unificazione non avviene per evitare che la Croazia attacchi la Krajina, giustificherebbero l'aggressione con la necessità di impedire l'unificazione. Di fatto, questa esiste già attraverso comuni sistemi di educazione, informazione e comunicazione anche se non è ancora uno Stato. Ma se la Croazia attaccasse la Krajina ci sarebbe una valida ragione per creare un'unica repubblica.

D. La Russia le ha conferito il premio letterario Michail Sholohov per la poesia. E' un augurio di pace?

Karadžić: Non so se ho ottenuto il premio per meriti o per influenze politiche. Ma io ed i miei amici, qui in Bosnia, siamo felici di sapere che in Russia qualcuno si occupa della poesia serba. Esiste molta poesia nella Repubblica Srpska. Forse non può aiutare nella guerra, ma senz'altro aiuta a trovare la pace dell'anima.


Poche ore dopo questa intervista Radovan Karadžić avrebbe proclamato nuovamente la mobilitazione generale. In divisa militare si sarebbe recato a Bosanski Petrovac dove si erano concentrati migliaia di serbi fuggiti dall'enclave musulmana di Bihać.

La federazione croato-musulmana aveva dato i suoi frutti, l’offensiva musulmano-croata si era scatenata, nel mese di agosto, nell'enclave musulmana di Bihać. Correva voce che si stesse preparando lo scontro finale. (...)

Nel maggio 1995, a Pale si percepiva una forte tensione fra gli esponenti del governo. (...)

Un nuovo incontro con il Presidente avvenne all’Hotel Panorama. Erano presenti la moglie Liliana, che ci aveva raggiunto, e un fotoreporter italiano. Durante il colloquio gli avevo domandato notizie di un giornalista italiano, Pinton, che era scomparso da un mese a Sarajevo in condizioni misteriose ed ambigue, prigioniero dei musulmani si diceva. Karadžić conosceva vagamente l’episodio, se lo fece spiegare, poi andò al telefono dicendo che chiamava il suo servizio segreto. Parlò brevemente, poi disse che avrebbe avuto presto una risposta. Era il 16 maggio. Il giorno dopo, esattamente a 24 ore da quella telefonata, il giornalista fu ritrovato. I musulmani lo avevano rilasciato. I giornali italiani diedero la notizia, poi tutto venne velocemente insabbiato. Sembrava fossero coinvolti alcuni servizi stranieri e si parlava di traffico d’armi.

Anche in quella occasione Radovan Karadžić consultava le mappe della Bosnia-Erzegovina. Questo il succo della conversazione:

Oggi, i serbi sono una nazione compatta. Finora controlliamo il 70% del territorio, anche se musulmani e croati dovessero guadagnare altro terreno rimarremmo sempre con il 58%. In caso di un accordo sarebbe possibile la formula del 50%. Credo che scambiando quantità per qualità, i serbi potrebbero essere soddisfatti con il 53-54%, purchè si possa discutere la tipologia dei territori. Ma se i nostri ragazzi devono ancora morire per queste terre, non le cederemo certo ai musulmani. Questo è un mio grande problema. Se dobbiamo mostrare che siamo i più forti, guadagneremmo altro territorio e questo allontanerebbe una soluzione politica. Se li sconfiggiamo e tentiamo una vita comune nello stesso Stato, dopo cinque anni scoppierebbe un'altra guerra civile. La soluzione migliore è di dividere la Bosnia in due Stati, purchè i musulmani si mostrino affidabili nel rispetto degli accordi. In questo caso la percentuale del territorio sarebbe ininfluente. Tenendo conto della qualità contro quantità, i serbi potrebbero anche accettare un 53%. Il criterio da seguire è quello di due nazioni separate ed indipendenti, ipotizzando il 54% per i serbi, 16% per i croati e 30% per i musulmani. Qualora ci riconoscessero come Stato libero con un'apertura sul mare a Neum o anche accanto al Montenegro, non ci sarebbero più ragioni di conflitto. Ci stanno attaccando in molte zone, hanno guadagnato in alcune aree, ma le nostre difese tengono bene. Stiamo subendo la maggior pressione a Brčko lungo il corridoio. Desiderano tagliarci la strada per Banja Luka. Non lo permetteremo mai. Sono molto esitante a reagire militarmente con troppa forza, perchè ciò potrebbe compromettere una soluzione politico – diplomatica. Ma se la ripresa dei colloqui non venisse accettata, dovremo continuare a batterci.


(estratto dal Capitolo 6: Dopo Dayton)

Ritornai in Bosnia il 27 maggio del ’96, dopo un viaggio fortunoso attraverso una strada impervia che il mio autista temeva ci portasse nel corridoio di Goražde. In quella zona spesso operavano dei gruppi armati di terroristi musulmani. Proprio quella mattina erano stati trovati i resti torturati di tre serbi a Milici. L’IFOR statunitense aveva arrestato 10 musulmani, trovati con armi a dispetto degli accordi, non lontano dal luogo dell’eccidio. Gli uomini dopo un breve esame erano stati consegnati, secondo la prassi, alla Milicija di Pale. I serbi dopo un accurato controllo e schedatura furono obbligati a lasciarli andare, poichè non esistevano prove evidenti che fossero gli autori dell’eccidio. Da un esame più approfondito delle generalità, emerse che i dieci appartenevano ad un gruppo terroristico musulmano chiamato “laste” (rondine annunciatrice di rinascita) e otto di loro risultavano fra gli scomparsi nelle fosse comuni di Srebrenica secondo le liste della Croce Rossa Internazionale depositate al Tribunale Militare di Zvornik.

Arrivai a Pale verso le 11.30 di sera, Radovan Karadžić mi aspettava nella nuova Presidenza in città. Entravo per la prima volta nella nuova sede: un palazzo bianco, semplice. L’ufficio di Karadžić era vasto, ammobiliato sobriamente, alle mura le bandiere con le aquile e tutti i simboli e le icone ortodosse. Nel corso degli anni erano progressivamente aumentate, rispetto alla prima volta che l’avevo incontrato, quando il suo ufficio ne era privo. Questo poteva significare un ritorno alla religione e al misticismo o semplicemente “ragion di Stato“. Il Presidente sembrava psicologicamente prostrato. Doveva aver perduto venti chili, era vestito di beige chiaro e pareva ancora più alto. Era ormai ufficialmente un criminale di guerra ricercato. Durante la nostra conversazione (la conversazione si è svolta in inglese e l'intervista è stata registrata su cassetta. Nessun giornale ha voluto pubblicarla. NdA), il tono della sua voce sfumava fra la stanchezza, la disillusione e il dolore.


D. Dopo gli accordi di Dayton, come considera la situazione attuale?

Karadžić: La situazione non è buona, perchè i musulmani non hanno un atteggiamento chiaro rispetto alla pace. I loro leader continuano a dichiarare negli incontri pubblici che prenderanno l’intera Bosnia. La lotta non è finita. I musulmani tentano di entrare nelle nostre cittadine per spaventare la popolazione lungo le linee di frontiera fra loro e la Repubblica Srpska. Lo fanno per creare paura e disagio e spingerli ad andarsene. Qualcuno dovrebbe fermarli. E’ scritto nel Corano: “Niente pace”.

D. Le forze della NATO non intervengono per proteggervi?

Karadžić: No. C’è chi vorrebbe mantenere la tensione in questa area. Prevedo la presenza della NATO per molto tempo. Noi siamo le vittime di questo tipo di gioco politico. La guerra nella ex Jugoslavia, non è scoppiata contro la volontà della Comunità Internazionale, ma per sua decisione. Questo è molto grave per noi. Comunque posso affermare che, durante i quattro, cinque anni di guerra, i generali delle Nazioni Unite arrivavano con pesanti pregiudizi nei nostri confronti, ma nel giro di un mese comprendevano chi è chi in questa guerra. Molti di loro sono stati rimpiazzati, perchè acquisivano troppe informazioni e diventavano favorevoli alla nostra causa.

D. Pensa che ci sia un legame tra quanto succede qui e gli attuali avvenimenti in Israele?

Karadžić: Ci sono sempre dei legami. Comprendo quanto succede in Israele oggi. Non giustifico i bombardamenti di civili in Libano, ma qualsiasi generale ONU può raccontare quanto è stato fatto a noi dai musulmani di Sarajevo. Anche il Generale Rose, sempre molto cauto, imparziale e favorevole alla Federazione Croato-musulmana, rispose pubblicamente a chi si lamentava che i serbi tiravano sulla città: “Perchè signori piazzate la vostra artiglieria accanto ad obiettivi civili, provocate la rappresaglia dei serbi e poi spostate le postazioni”. E’ un’abitudine dei musulmani di Sarajevo mettere l’artiglieria su camion, tirare e partire. Quando ci causano vittime siamo costretti a rispondere. A quel punto spostano i camion con le batterie e chiamano le troupe televisive per mostrare cosa hanno fatto i cattivi serbi. Questo è quanto avviene anche nel sud del Libano con gli Hezbollah. Stessa politica, stessi trucchi, stessa logica, la medesima morale.

D. Ritiene siano presenti anche in Bosnia-Erzegovina?

Karadžić: Sono qui, diverse centinaia.

D. La zona di Banja Luka è sotto l’ala del comando NATO britannico, esiste però un’area musulmana, nella regione, che avrebbe dovuto essere sotto il loro controllo, invece è sotto quello statunitense. Esiste qualche ragione per la quale gli americani tengano tutte le zone musulmane? Come se seguissero un disegno speciale?

Karadžić: Non capisco gli americani, si comportano in modo totalmente irrazionale. Gli USA hanno rovinato i loro stessi interessi in Europa e nei Balcani, non tanto a causa di questa guerra, ma per il loro aiuto, volente o nolente, alla Germania e all’Iran in Bosnia, indebolendo l’Europa. Locus minoris resistentiae. Hanno creato un danno cronico armando l’esercito musulmano e sostenendo la comunità musulmana qui. Molto presto la Germania prenderà il potere e gli americani si renderanno conto di aver perso dei buoni amici, i serbi, alleati in due guerre mondiali. Ora la Russia sta facendo la pace con la Cina. Molto presto la Germania allaccerà degli ottimi rapporti con la Russia.

D. Secondo la logica territoriale anche la città di Tuzla avrebbe dovuto essere nel territorio protetto dagli Inglesi. Cosa stanno facendo gli Americani a Tuzla?

Karadžić: Non credo stiano aiutando la pace in questa regione. Ci impediscono di controllare il passaggio di terroristi. Siamo riusciti comunque a catturarne qualcuno. Nessun dubbio sulla loro appartenenza, perchè hanno confessato. Ci impediscono di controllare le merci in transito per scoprire l’arrivo d’armi. Questo significa che applichiamo seri controlli. Dobbiamo stare anche attenti alle “mucche pazze”, c’è il rischio che vengano introdotte fra i nostri armenti. Nessuno ha il permesso di trasportare merci senza pagare un dazio ai musulmani e quindi lo chiediamo anche noi. La Comunità Internazionale e i soldati NATO non ci permettono di proteggerci. Si comportano come una forza di occupazione. Cerchiamo di sviluppare nella nostra gente un sentimento amichevole e di collaborazione verso questi giovani soldati che non sono i responsabili di questa politica, ma è sempre più difficile. Impediscono anche alla mia polizia di fare il suo lavoro regolare. Le nostre finanze soffrono. Temo un incremento di terrorismo, un aumento di malattie, perchè non possiamo controllare quanto entra nel nostro territorio. I musulmani adesso chiedono di visitare i cimiteri nelle nostre zone. Questa richiesta è anomala, perchè non fa parte delle tradizioni islamiche andare al cimitero. E' un altro modo per creare tensione. Allenano il loro esercito e io non penso che questo voglia dire nulla di buono. Applicano una politica di pressione, sempre maggiore.

D. Vi aspettate ancora problemi da parte musulmana?

Karadžić: Ogni giorno. Cercheranno d’irrompere nei nostri villaggi e arrestare la gente.

D. Come possono arrestare la popolazione di un’altra nazione?

Karadžić: Semplicemente con la protezione dell’IFOR considerandolo “freedom of movement”. Nell’accordo di Dayton è stato stabilito che anche solo 10 persone possono appellarsi a questa clausola. Cinquemila musulmani, soldati smobilitati, cercano e creano incidenti.

D. Dove si aspetta opereranno in questo senso?

Karadžić: A Prijedor, Doboj, Tuzla, Brčko. Hanno tentato in molte cittadine. Sappiamo tutto, abbiamo la nostra gente fra i musulmani. Non saranno mai inclini alla pace!

D. Da quanto mi racconta sembrerebbe che la situazione non si stabilizzi.

Karadžić: Credo che la NATO starà per un periodo molto lungo. Nell’ambito del Parlamento con la Federazione Croato-musulmana, la nostra Assemblea non ha approvato in nessun modo l’insediamento della NATO altro che per un periodo temporaneo con eccezione delle zone lungo le linee di demarcazione. Adesso intendono spostare il loro Quartiere Generale da Gornji Vakuf a Banja Luka, una sede universitaria. Soldati stranieri in una città del genere fra i giovani sono inconcepibili. Abbiamo fatto sapere che è contro il nostro volere. Se vengono, i serbi non faranno nulla contro di loro naturalmente, però si produrrà un grave scontento. Sono veramente una forza d’occupazione. Se si trattasse dell’esercito inglese e non della NATO, forse lo considereremmo diversamente, perchè abbiamo una grande stima della Gran Bretagna, sono europei, ma questa è la NATO.

D. Laure Adler, giornalista francese, nel libro “L’annèe des adieus”, che parla dell’ultimo anno del Presidente François Mitterand, riporta a pagina 162 un commento del Presidente in cui egli sostiene che “i musulmani tentano di internazionalizzare il conflitto, ma sfortunatamente non siamo nel 1914 e non abbiamo un arciduca da offrire loro” e racconta una telefonata del Segretario Generale dell’ONU, nell’agosto 1995, nella quale Boutros Boutros Ghali affermava che la bomba al mercato di Via Markale era una provocazione dei musulmani.

Karadžić: E hanno tutti taciuto! Oggi, possono constatare che la parte serba di Sarajevo si trova nelle zone intorno alla città. Le posso mostrare la mappa etnica della città. L’“assedio“ consisteva nella semplice protezione ai sobborghi serbi che si trovano intorno a Sarajevo.

D. Oggi forse è meglio che non ci siano più serbi nelle periferie di Sarajevo. Con qualsiasi scusa avrebbero cercato di attraversare le vostre linee se fossero rimaste dove erano.

Karadžić: Ha ragione. Ma i serbi di Sarajevo hanno pagato un prezzo altissimo. Le voglio dire che inizialmente ero molto tentato di farli rimanere nei quartieri serbi ed evitare altri cinquantamila nuovi rifugiati, ma, come vede, accetto i desideri della mia gente, non abbandono il mio popolo. Non si può convincere la nostra popolazione a battersi a meno che non si trovino davanti ad un gran pericolo, allo stesso tempo nessuno può dissuaderli dal battersi o persuaderli a restare laggiù o imporgli di partire. La gente semplice conosce queste cose sulla sua pelle. Non sono un mago, nè un dittatore, ho delle istituzioni democratiche, un’opinione pubblica, radio e giornali indipendenti, un Parlamento. Non posso fare quanto la mia gente non vuole io faccia. La nostra gente non vuole rimanere sotto la dominazione musulmana. Ha visto cosa è successo in Krajina! Vedrà cosa avverrà nella Slavonia orientale. Anche senza pericolo di guerra, la popolazione serba l’abbandonerà. Nessuno può dire che il signor Milošević li spinge a partire. Questa è la grande disfatta della nazione serba, in particolare dopo quanto è avvenuto in Krajina e nella Slavonia occidentale.

D. Ha sentito cosa sta succedendo in Kosovo in questi giorni?

Karadžić: Non ho sufficienti informazioni, mi hanno detto però che sono stati uccisi otto serbi e stanno procedendo ad arresti in diverse città.

D. La gente vive un po’ meglio adesso e sembra voler dimenticare la guerra, ma è preoccupata dalla notizia dei morti in Kosovo. E ci sono voci secondo cui le sanzioni non saranno tolte, ma piuttosto applicate nuovamente, perchè a Slobodan Milošević è stato chiesto di consegnare i criminali di guerra.

Karadžić: Il Signor Milošević non può consegnarci perchè non siamo cittadini jugoslavi. Possono solo condizionare il Signor Milošević per il Kosovo. Durante il regime comunista numerosi serbi hanno abbandonato la regione, molti albanesi sono filtrati illegalmente a migliaia dall’Albania ed hanno occupato il Kosovo, oggi richiedono i loro diritti sulla base della loro predominanza etnica. Il fatto che siano una maggioranza in Kosovo è assolutamente artificiale e innaturale. La guerra è una specie di meccanismo a tempo che può essere attivato in qualsiasi momento. Chiunque abbia interesse a destabilizzare i Balcani e l’Europa inizierà con il Kosovo.

D. Cosa pensa delle prossime elezioni?

<>Karadžić: Hanno creato il più incredibilmente complicato dei sistemi. Hanno anche concesso il permesso di votare all’estero, in Germania per esempio. Con quale controllo? Nessuno può aver fiducia in queste elezioni. Il Partito Democratico Serbo (partito di cui Radovan Karadžić era il presidente. NdA) dovrebbe raggiungere i due terzi dei voti, se non ci sono impedimenti, perchè non ha reali oppositori. I comunisti, i socialisti ed i partiti minori tenteranno di unirsi contro di noi con l’accusa che siamo nazionalisti. Non lo siamo! Vogliamo solo proteggere la nostra gente. Il partito socialista serbo non è molto amato in Bosnia, solo alcuni dirigenti ed altri ex comunisti lo voteranno. Non possono ottenere la leadership, l’avremo noi del Partito Democratico. La gente ha fiducia in noi, sa cosa facciamo e quello che abbiamo fatto. Quasi tutti gli altri partiti nella Repubblica Srpska vengono dalla Serbia. Se vogliono governare qui, mostrino le loro capacità in Serbia e ne facciano un paradiso, a quel punto li voteremo anche noi. I socialisti (si riferisce alla sezione bosniaca del partito di Milošević. NdA) avranno circa il 15% dei voti, la popolazione non li ama, perchè si è abituata alla libertà. Parlando di democrazia, le ricordo che nelle nostre prigioni non c’è stato nemmeno un prigioniero politico nei quattro anni di guerra. La gente lo sente.
<>Un giorno, quando otterremo la libertà e l’indipendenza, a quel punto, suppongo, ci saranno due grandi partiti, centro destra e centro sinistra. Noi oggi siamo il centro. Mi piace disegnare curve statistiche, dalle stime approssimative, l’ estrema sinistra e l’ estrema destra serbe toccheranno all’incirca il 5%. Tutti questi movimenti si uniranno in un grande partito, il centro sparirà, ma ci vorranno almeno 15 o 20 anni.

D. Come spiega che la Comunità Internazionale favorisca in un certo modo il Presidente Tudjman e il Presidente Izetbegović, che dirigono due governi di estrema destra e non siano invece dalla sua parte, quale Presidente di una repubblica che è governata da un partito democratico?

Karadžić: Da qualche parte nel Dipartimento di Stato Americano tentano di rovinare la politica estera come se lavorassero per la Germania. Non lo capisco, anche se so che molti funzionari USA la pensano diversamente e discutono duramente durante le riunioni del Consiglio di Sicurezza. Abbiamo i nostri nemici al Dipartimento di Stato Americano.

D. Cosa pensa avverrà nel futuro prossimo?

Karadžić: (Con un profondo sospiro) Credo che ci stiamo avvicinando agli anni in cui una guerra mondiale è possibile. Il conflitto non era prevedibile nel 1991 - 92 fino al ’95, ma lo vedo possibile nel 1998 o 1999.

D. Quale pensa potrebbe essere la causa scatenante?

Karadžić: Le potenze occidentali cercheranno di mantenere la situazione senza risoluzione nel caso serva una scusa per una guerra mondiale. La guerra mondiale è procacciatrice di affari come ogni guerra locale. Dopo la Seconda Guerra Mondiale si è verificata una grossa crescita finanziaria. Credo che gli USA, che sono la maggiore potenza, stiano perdendo nel voler perseguitare la Russia e la Cina. E credo che qualcuno stia rovinando l’America stessa all’interno del Dipartimento di Stato. Il mondo occidentale è in pericolo. Ci sarà una grave crisi. Sento di appartenere all’Europa e sono molto preoccupato in proposito. La Germania tenterà di comandare l’Europa e sarà brutale come sempre. Molto presto ci accorgeremo che non esiste Europa senza la Germania e i suoi satelliti germanici. Non sono germanofobo. Molta nostra tecnologia è tedesca e sono pronto a lasciar entrare nel nostro paese le loro compagnie, anche se preferirei quelle americane, inglesi o italiane. Vorrei mostrarle alcune delle nostre lettere d’intenti. La Germania guiderà l’Europa, ma non so cosa farà l’America. Vorrebbe essere leader in Asia, ma anche essere presente in Europa e tenere il continente sotto pressione. Questa non è la migliore politica. L’Inghilterra, purtroppo, è diventata una nazione di seconda classe. Mi piacerebbe se l’Italia prendesse posizione. Gli italiani non ci sono mai stati ostili in generale. Devono diventare sempre di più uno di quei paesi di media potenza per trovare il sistema, con altri, di opporsi a quanto si prospetta. Penso che si debba verificare un bilanciamento di forze o tutto sarà perduto. Alla fine si verificherà un bilanciamento di forze, ma tutto dipende da cosa le altre potenze diventeranno. Ci sarà un’Europa unita o la Cina, la Russia e la Germania insieme? O sarà la Germania da sola che governerà l’Europa e ne trarrà profitto? Oggi, nei Balcani assistiamo ad un incrocio di poteri fra la Germania e la Turchia che tentano di essere le forze principali. Queste sono alleanze pericolose, perchè la Germania ha sempre voluto essere presente nel Medio Oriente. La via diretta per i campi di petrolio è sempre stata pensata attraverso i Balcani. Questo è il nostro destino, essere sul cammino della Germania verso il Medio Oriente. Il Danubio costituisce il grande problema della Serbia. Se non si trovasse in territorio serbo, tutti noi saremmo al sicuro. La Germania ha scavato una serie di canali che portano al Danubio ed ha bisogno del fiume e del Medio Oriente e cerca di arrivare allo scopo con qualsiasi mezzo, compresa la corruzione. Se dovesse riuscire, gli USA sarebbero fuori dall’area. Mi piacerebbe vedere una politica europea indipendente, ma temo sarà un’Europa germanizzata.

D. Ha mai provato ad aprire un dialogo con il governo tedesco?

Karadžić: Alcuni dei miei ministri, quelli che hanno studiato in Germania e sono amanti della letteratura e filosofia tedesche, hanno provato alcune volte, ma senza risultati promettenti. La Germania non sarà mai nostra amica, se dovesse scegliere fra noi e i croati e i musulmani. Durante ambedue le guerre mondiali in questo secolo, croati e musulmani sono stati filo germanici, non filo americani.

D. Come sono i vostri contatti con la Russia?

Karadžić: Abbiamo ottime relazioni con le istituzioni culturali russe, con alcuni funzionari, ma la Russia non si impegnerà per noi.

D. Se Boris Eltsin vincesse le elezioni, pensa che le cose potrebbero andare meglio per voi?

Karadžić: Non so. (Una breve risata) Vorrei che qualcuno mi suggerisse chi sostenere. La Russia non ci ha aiutato al Congresso di Berlino nel 1878. Tanto meno dopo la guerra russo-giapponese nel 1905. Questo significa che non può farlo quando ha seri problemi. I nostri nemici croati e tedeschi sono in una migliore posizione. Per la prima volta il nazismo croato ha avuto più alleati di noi. Noi serbi, non la mia gente o il mio partito, noi serbi in generale siamo stati accusati di essere un paese bolscevico, comunista, nazionalista, le etichette sono state cambiate continuamente. La verità è che ci troviamo sul cammino della Germania verso l’Est. Abbiamo protetto l’Europa dall’Islam come nel Medioevo e proteggiamo i paesi dell’Est dalla Germania. Il nostro destino è quello di trovarci in una posizione geopolitica molto difficile. Un altro contributo ai nostri guai è probabilmente dato dalla nostra appartenenza alla chiesa cristiana ortodossa. Il problema maggiore dei serbi, oltre a quello geopolitico, è costituito dalla caratteristica nazionale di rifiutare il patrocinio di altre potenze. Nella Prima Guerra Mondiale i bulgari hanno cambiato alleati per perseguire la pace e così pure nella Seconda Guerra Mondiale, anche se erano cristiano - ortodossi. Hanno una componente caratteriale che li ha aiutati. I serbi non sopportano di sottostare alla dominazione di un “padrone”. Noi siamo in una situazione peggiore, perchè siamo circondati da nemici storici, i croati ed i musulmani che si sono macchiati nei nostri confronti di qualsiasi atrocità. Deve essere chiaro! Questa è la continuazione della Prima e della Seconda Guerra Mondiale ed è combattuta per le stesse ragioni.

D. Mi sono resa conto che la gente è molto preoccupata per la sorte della città di Brčko, punto di congiunzione fra le due parti della vostra repubblica.

Karadžić: Questo è un problema che la Comunità Internazionale non riesce a controllare, come il terrorismo. Brčko è stata fondata dai serbi ed è stata sempre una cittadina serba. D’altra parte si sono verificate nel tempo delle deliberate infiltrazioni musulmane dal Sandzak (regione prevalentemente musulmana sita nel sud della Serbia lungo il confine con il Montenegro, trait d‘union tra il Kosovo e la Bosnia , dalla quale è separata dal fiume Drina. NdA). Ora, secondo gli accordi di Dayton ci deve essere un consenso, rispetto alla proporzione degli abitanti, nella porzione di frontiera interetnica nell’area di Brčko, non nella città stessa. Se i musulmani dicono che Brčko è la zona di maggior contesa per il discorso degli abitanti, noi rispondiamo che lo è soltanto il corridoio per una lunghezza da sei a dieci chilometri. Quindi tuttora non c’è alcun accordo sul problema degli abitanti e noi sosteniamo che non possono esserci due sistemi di ripopolamento, in base alle regole USA. Si deve applicare soltanto un sistema, ma poichè ci sono due istanze, a questo punto, non ci sarà nessun ripopolamento. Non accetteremo mai una discussione su Brčko e sui sei chilometri di corridoio. Perchè dovremmo? I musulmani hanno una piccola enclave a Goražde e circa sei chilometri di corridoio, noi all’ovest di Brčko abbiamo quasi metà della nazione, non permetteremo a nessuno di tagliare in due la nostra terra.

D. Pensa che ci sia il rischio della nascita del fondamentalismo?

Karadžić: Ogni singolo stato musulmano rischia il fondamentalismo. E’ nella natura dell’Islam. E’ la sola religione che invita i fedeli ad uccidere gli altri, gli infedeli. Quindi cosa ci si può aspettare?

D. Una domanda importante. Come si sente nei panni di un criminale di guerra?

Karadžić: Nel mio cuore conoscevo già la sua domanda. Non sono un criminale di guerra. So di aver fatto solo quello che dovevo fare. Ci sono forti prove che l’accusa sia stata avanzata per compiacere i musulmani e per prevenire la scoperta delle loro atrocità. Lei è la prima giornalista alla quale mi confesso in un certo modo. Io non accetto questa qualifica! Se ci sono criminali di guerra, questi sono coloro che hanno commesso un crimine contro la pace, quei poteri politici che hanno favorito questa guerra. All’inizio del conflitto per quarantacinque giorni noi serbi non avevamo un esercito costituito, però esisteva già l’esercito segreto musulmano, i berretti verdi. L’armata regolare croata operava normalmente in Bosnia uccidendo la popolazione e buttandola in fosse comuni a Bosanski Brod ed a Kupres. L’esercito jugoslavo doveva proteggere le diverse parti dagli attacchi, alle volte proteggeva noi, altre i musulmani. Hanno cercato di fare un buon lavoro. Noi serbi di Bosnia non avevamo ragazzi nell’esercito jugoslavo (dopo il riconoscimento di Slovenia, Croazia e Bosnia-Erzegovina nel 1992, l'esercito federale JNA era formato solamente da jugoslavi della nuova Federazione di Jugoslavia, formata da Serbia e Montenegro. NdA), solo i cittadini della Serbia ne facevano parte, i musulmani non si univano all’esercito federale e avevano un enorme numero di uomini nell’armata irregolare. Noi abbiamo opposto una resistenza formata da civili contro degli eserciti armati e organizzati. Allo scoppio del conflitto, nel 1992, ho dato disposizioni precise sul comportamento dei nostri ufficiali e della nostra gente. Le posso fornire le copie dei miei ordini. Avevo formalmente proibito le azioni di qualsiasi gruppo individuale che non fosse riunito sotto il comando dell’esercito o della polizia. Avevo anche minacciato gravi sanzioni a chi non si fosse aggregato ad un comando militare nel tempo di tre giorni. Tutte queste precise ordinanze alla mia gente non sono mai stati ritirate e sono tuttora in essere. Costituiscono giuridicamente validissimi documenti. Pubblicati ufficialmente dai media nei giorni seguenti. Nessun mio ufficiale ha emesso mai ordini che permettessero lo svolgersi di atti criminali. Abbiamo giudicato alla Corte Marziale 5000 persone accusate di crimini e sono state emessi 5000 giudizi durante la guerra. Alcuni serbi sono stati condannati a dieci, quindici anni di prigione per atti contro i musulmani o contro altri serbi. Tutta la documentazione è disponibile per essere visionata. Nell’estate 1992 abbiamo dovuto creare ex novo le strutture statali ed è stato fatto quanto necessario legittimamente con il nostro Parlamento nel rispetto delle leggi. Tutti erano sotto controllo salvo individui singoli che di loro volontà si sono battuti contro altri, come nel conflitto passato e con la memoria di quanto successe durante la Seconda Guerra Mondiale. Io ed i miei colleghi al governo siamo tutti altamente professionali e non ci saremmo mai fatti coinvolgere in simili tragiche mostruosità, allo stesso modo abbiamo riconosciuto e rifiutato il fascismo dei croati e dei musulmani. Il signor Izetbegović vestiva l’uniforme nazi-tedesca durante la Seconda Guerra Mondiale. Esistono delle foto, articoli di giornali e sappiamo che è stato giudicato colpevole da un tribunale per aver fatto parte del gruppo dei giovani nazisti musulmani, Handžar, il cui modello spirituale era il Muftì di Gerusalemme, Mohamed Amin al-Husseini. Nel 1991 ha pubblicato a Sarajevo una “Dichiarazione Islamica“ nella quale auspicava che l’Islam si estendesse dall’Indonesia all’Europa. Noi serbi conoscevamo anche il signor Tudjman e le sue insegne ustascia e la stessa retorica della Seconda Guerra Mondiale. Oggi, noi proteggiamo la democrazia dal nazismo croato e l’Europa dal fondamentalismo islamico incombente, ma siamo i “criminali”.

D. Non ha mai pensato di denunciare ad una corte internazionale chi sta attaccando la sua immagine?

Karadžić: Se avessi fiducia nelle istituzioni internazionali presenterei delle prove, ma non ho alcuna fiducia. Nessuno può credere in loro. Ho proibito a tutti di difendermi, perchè questa non è una Corte di Giustizia. Hanno rapito l’ufficiale preposto alla logistica con l’accusa di crimini di guerra. Adesso l’hanno rilasciato perchè sta morendo E’ una vergogna! Questo Tribunale è un'istituzione assurda ed illegale. Ho proibito di difendermi in caso di arresto. Non presenterò nessuna prova, perchè non lo riconosco. Quale sarebbe lo scopo di difendere qualcuno da un'istituzione violenta che si comporta come se fosse legale? Volete agire contro la mia gente? Siete più forti, andate avanti, ma non chiedetemi di cooperare. No!

D. Se i soldati dell’ IFOR venissero a bussare alla sua porta per arrestarla con l’accusa di crimini di guerra come si comporterebbe la Repubblica Srpska?

Karadžić: Io sono molto ben protetto non solo dall’esercito e dalla polizia, ma anche dalla popolazione civile. Comunque non intendo trattare con questo tribunale, perchè non lo riconosco nè politicamente nè giuridicamente. E’ stato fondato su basi illegali dal Consiglio di Sicurezza e non dall’Assemblea Generale dell’ONU. Non sarebbe dovuto nascere su un principio discriminatorio, ma piuttosto occuparsi dei crimini di tutte le guerre. I crimini dei nazisti e dei croati nella Seconda Guerra Mondiale, quelli degli americani in Corea, in Vietnam e in Cambogia, di tutti i conflitti internazionali degli ultimi cinquant’anni. In quel caso avrei accettato di presentarmi e portare le prove a mia difesa. (con tono deciso) Io non rispetto questa istituzione. Come possono dei rispettabili avvocati e giudici sedere in quella corte e omettere i crimini che croati e musulmani hanno perpetrato sui serbi? (Poco si è parlato delle fosse comuni di Bratunac dove centinaia di civili serbi erano stati seppelliti nel 1992. Tommaso Di Francesco – capo servizi esteri de Il Manifesto – aveva pubblicato un documento in proposito nel 1992. Ancora meno si conoscono le fosse comuni vicino a Sarajevo. NdA). Loro conoscono esattamente i fatti, eppure servono la politica dettata dagli Stati Uniti e dai loro stretti alleati. Non sono meritevoli di rispetto! Lei è la prima giornalista cui affermo che ci sono prove evidenti per le quali non sono un criminale di guerra, non penso minimamente a difendermi. Sono andati troppo lontano. Non indagano su chi ha veramente iniziato la guerra. Le ricordo che la Repubblica Srpska non è il risultato dei nostri atti. Ci era stato offerto di costituire la nostra unità etnica in Bosnia tre settimane prima dello scoppio della guerra. Il 18 marzo 1991, durante la Conferenza di Lisbona avevamo accettato di firmare l’accordo sulla Bosnia composta da tre Stati etnici. Il trattato era stato accettato dai musulmani, dai croati e dai serbi. Poco più tardi i musulmani rinunciarono all’accordo e iniziarono la guerra, la sera del 4 aprile, qui a Sarajevo. Sebbene prima avessimo subito alcuni arresti a Bijeljina e attacchi da parte dell’esercito musulmano regolare a Kupres e Bosanski Brod, loro diedero inizio al conflitto in Sarajevo nella notte fra il quattro e il cinque, alla fine del Ramadam, il mese sacro.

D. Ma cosa farà specificamente se arrivassero alla sua porta?

Karadžić: Non possono assolutamente arrivare, dovrebbero uccidere molta gente prima. Ma se ipoteticamente bussassero alla mia porta direi loro: “Non vengo con voi. Dovete uccidermi o catturarmi a tradimento. E se per caso mi doveste prendere, non cavereste una parola da me.” Un giorno qualcuno si vergognerà di questo tribunale. Questo non è certamente la fine della Storia o del tempo e qualcuno un giorno riconoscerà l’ingiustizia e la vergogna, l‘insulto alla legge e alla cultura occidentali di questa corte organizzata per giudicare i serbi, non i criminali.

D. Lei non ritiene che questa guerra è prima di tutto una guerra mediatica e il tribunale è uno strumento di appoggio a questa tecnica?

Karadžić: Non importa. (tono duro) I serbi non amano la propaganda. Propaganda significa menzogne. Pubblicazione di bugie.

[D. Quindi qual’è la sua posizione di fronte ad un possibile arresto?

Karadžić: Direi no! Non coopererei. In nessun caso. Proibirei anche qualsiasi difesa. Quale sarebbe lo scopo di difendere qualcuno da un’istituzione violenta che si comporta come fosse legale. No!”.]

Non avrei più incontrato Radovan Karadžić. Su di lui corsero molte voci in seguito, che si fosse rifugiato in Russia, poi in un convento greco ortodosso, infine entrò nella mitologia popolare come la primula rossa: era ovunque, da nessuna parte.


Jean Toschi Marazzani Visconti
da Il Corridoio



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