(pagina in costruzione)

Fonte: 
http://www.fisicamente.net/index-790.htm
http://xoomer.virgilio.it/sitoaurora/Quaderno1/Ratlines.htm



 

Il medico del lager di Auschwitz partì per il Sudamerica da Genova

 

L'Argentina apre gli archivi sulla fuga dei nazisti

 

La decisione di Kirchner su richiesta del Centro Wiesenthal. Trovate la scheda di Mengele e carte sui criminali ustascia

 

MILANO - La fuga in Sudamerica Josef Mengele comincia a prepararla nell’aprile 1948: il Terzo Reich è caduto e per il medico del campo di sterminio di Auschwitz l’Europa tornata alla democrazia non è più un luogo sicuro. Dopo i primi tempi di clandestinità, il dottore dei Lager si decide a lasciare il vecchio continente. E si procura ciò che gli serve. Un nuovo nome: diventa l’altoatesino Helmut Gregor. Un nuovo documento: carta d’identità numero 114 con il timbro del comune di Termeno, Bolzano. Un aiuto per imbarcarsi destinazione Buenos Aires: glielo darà l’ufficio di Genova della Delegazione argentina di Immigrazione in Europa. Uno dei punti d’appoggio della rete creata dal presidente Juan Domingo Perón per accogliere sulle rive del Río de la Plata migliaia di criminali di guerra.

PARTENZA DALL'ITALIA - Il 25 maggio 1949 il dottor Mengele sale a Genova sulla «North King», il 22 giugno 1949 è al sicuro, dall’altra parte dell’Oceano. Di questo arrivo oggi esiste una nuova testimonianza: una scheda di immigrazione a nome Helmut Gregor conservata negli archivi argentini e riemersa tra polvere e armadi sigillati grazie a un ordine del ministro degli Interni di Buenos Aires, Anibal Fernández. A impegnarsi per l’apertura dei registri che quasi sessant’anni fa annotarono l’ingresso di Adolf Eichmann, Klaus Barbie, Martin Bormann, Erich Priebke e altre migliaia di nazisti più o meno noti in Argentina è stato il presidente Néstor Kirchner. Una promessa fatta al Centro Simon Wiesenthal (insieme all’assicurazione che il governo si occuperà anche dell’estradizione dell’italiano Bruno Caneva, 91 anni, accusato dell’eccidio di 82 partigiani a Pedescale). Di qui, l’ordine di Fernández alla Direzione nazionale delle migrazioni (che dipende dal ministero degli Interni) e la scoperta dei nuovi documenti, con un lunghissimo elenco di nomi tedeschi, croati, austriaci, belgi, francesi e anche molti italiani.

SCOOP - Tutti nuovi tasselli da inserire in una storia che in Argentina ha in gran parte ricostruito il giornalista Uki Goñi (è stato proprio il suo La auténtica Odessa , pubblicato nel dicembre 2002, a spingere il centro Simon Wiesenthal a chiedere l’apertura degli archivi). Nel libro Goñi racconta di alcune riunioni alla Casa Rosada - in particolare ce n’è una ben documentata del dicembre ’47 - tra Perón e nazisti tedeschi, francesi e belgi per la creazione di una rete di assistenza ai criminali in fuga, con basi in sei Paesi europei tra cui l’Italia. L’organizzazione poteva contare sul sostegno di alcuni settori della Chiesa cattolica.

PERCHE' L'ARGENTINA - Ma perché questo impegno del presidente argentino? Goñi lo spiega in un’intervista al quotidiano Página 12 : «Perón faceva un favore ai nazisti che portava in Argentina. Faceva un piacere a se stesso, nell’idea che questa gente avrebbe potuto essergli utile come agenti anticomunisti. Faceva un favore agli Alleati eliminando i collaborazionisti che non potevano portare davanti alla giustizia. Infine rendeva un servizio alla Chiesa. Uno dei documenti che ho trovato mostrano che il cardinale argentino Caggiano andò in Vaticano nel ’46 offrendo a nome del governo di Buenos Aires il proprio Paese come rifugio ai criminali di guerra francesi nascosti a Roma».

LA «CIRCOLARE 11» - Al tempo stesso in Argentina continuava ad essere applicata la «Circolare 11» del ’38 - precedente all’arrivo al potere di Perón - che indicava alle ambasciate di Buenos Aires in Europa di negare i visti agli ebrei che tentavano di sfuggire alla repressione nazista. Numerose testimonianze riferiscono che i sopravvissuti che provarono a lasciare l’Europa anche dopo la caduta del regime di Hitler incontrarono molte resistenze, e furono costretti a pagare quote anche alte per rendere benevoli i funzionari dei consolati. Negli archivi della Direzione migrazioni molti documenti sono stati bruciati, anche in anni recenti. Ma ne restano molti altri di grande interesse. Página 12 ha pubblicato alcune anticipazioni. La scheda di Mengele, innanzitutto. Ma anche un voluminoso dossier che testimonia l’ingresso in Argentina di 7.250 croati, fra cui i peggiori criminali di guerra nazisti dell’epoca.

«PROFUGHI CROATI» - L’operazione di espatrio comincia con una lettera a Perón di due frati francescani che chiedono al presidente di farsi carico della sorte di 30 mila «profughi croati» in Italia e Austria, e di accoglierli come lavoratori nelle proprie terre. Firma in calce del cardinale Copello, primate della Chiesa argentina. I documenti per arrivare in Sudamerica saranno in molti casi passaporti della Croce Rossa emessi dal Vaticano. I nomi degli aspiranti contadini sono del calibro di Ivo Heinrich, consigliere finanziario del leader ustascia Ante Pavelic; Friedrich Rauch, che portò via per ordine di Hitler l’oro della banca centrale di Berlino; e Eugen Kvaternik che riuscì a scandalizzare lo stesso Himmler proponendo ai nazisti lo sterminio di due milioni di serbi.

Alessandra Coppola
Il Corriere della Sera, 22 giugno 2005


Hitler und Mueller

 

Nazisti a Genova

dal Il Secolo XIX

http://www.thule-italia.com/SecoloXIX/NazistiGenova.html 

 

Introduzione

ANDREA CASAZZA

L'inchiesta del “Secolo XIX” ha preso avvio nel giugno scorso sull’onda della notizia dell'apertura degli archivi segreti del Centro di Immigrazione di Buenos Aires. Una desecretazione legata a filo doppio alla pubblicazione del saggio “La autentica Odessa” dello storico e giornalista Uki Goni. Le lunghe indagini di Goni, volte a dimostrare che l'immigrazione in Argentina di criminali della Seconda Guerra Mondiale non fu subita passivamente bensì pianificata e organizzata dal governo di Juan Domingo Peron con la collaborazione di ex ufficiale delle SS e con la complicità della Chiesa, accendevano di riflesso i riflettori su Genova. La città veniva indicata quale luogo di passaggio, soggiorno e imbarco di alcuni fra i più noti e sanguinari ufficiali delle SS e di collaborazionisti francesi e ustascia. La rete di protezione e aiuto dei gerarchi in fuga aveva visto la luce a Genova nel 1947 con l'apertura in via Albaro 38 degli uffici della Daie - Delegaciòn Argentina de Inmigraciòn en Europa - ad opera di Carlos Fuldner, ex ufficiale delle SS di nazionalità tedesco-argentina, inviato speciale del presidente Peron. Ad occuparsi dell'accoglienza e delle formalità di imbarco verso il Sudamerica erano dei sacerdoti: in particolare il francescano ungherese della parrocchia di Sant'Antonio di Pegli, Edoardo Dömoter, e l'ex ustascia padre Carlo Petranovic e, in almeno un'occasione, del segretario della Confraternita di San Girolamo, a Roma, padre Krunuslav Draganovic. Sulla scorta di questi elementi, l'inchiesta del Secolo XIX è andata ricostruendo le tappe della presenza in città e dell'imbarco verso il Sudamerica di criminali nazisti come Adolf Eichmann, Klaus Barbie, Eric Preibke, Joseph Mengele, Gerhard Bohne, del capo ustascia Ante Pavelic e dei suoi streti collaboratori. Il tutto attraverso l'esame e la pubblicazione di documenti - i passaporti della Croce Rossa rilasciati ai fuggitivi, i cartellini di sbarco in Argentina ritrovati negli archivi desecretati del Centro di Immigrazione di Buenos Aires, i rapporti del Foreign Office e dell'intellingence americana, l'esame della corrispondenza di alti prelati vaticani quali monsignor Alois Hudal e il cardinal Eugene Tisserant... - interviste a personaggi coinvolti nella vicenda, interventi di storici e reportage da Buenos Aires, Washington e dal Canada. La pubblicazione dell'inchiesta del “Secolo XIX” ha dato il via alla richiesta di apertura di una commissione parlamentare di inchiesta e ha spinto il cardinal Tarcisio Bertone ad affidare a un pool di storici un'indagine parallela volta a dimostrare la totale estranità della curia genovese, e in particolare del cardinal Giuseppe Siri, al piano di protezione e fuga dall'Europa dei criminali di guerra.
Partirono da Genova, con coperture anche del clero, Mengele, Eichmann, Priebke: "Il Secolo XIX - scrive Le Monde - fornisce date, indirizzi dei nascondigli, nomi e stabilisce connessioni fra tutto ciò, ricordando il ruolo dell'organizzazione Odessa, e pubblicando documenti compromettenti".

Di seguito trovate l'archivio delle pagine che Il Secolo XIX ha dedicato in questi mesi all'inchiesta sui nazisti in fuga da Genova:


DICEMBRE

4 Dicembre 2003
Nazisti a Genova
45 parlamentari chiedono l'inchiesta


 OTTOBRE

30 ottobre 2003
«Diedi io i passaporti ai nazisti»
La Spezia aspetta giustizia
«Commissione in Regione»

29 ottobre 2003
Nazisti, Genova non dimentica
Cercansi familiari delle vittime civili
Fabbricò il gas per sterminare gli ebrei azienda esclusa dal memoriale dell’Olocausto

24 ottobre 2003
Tra i fantasmi di don Petranovic
Goñi a Genova col Secolo XIX e Casa America
Le tappe dell'inchiesta del Secolo XIX


 SETTEMBRE

25 settembre 2003
Priebke: «Sapevano chi ero mi aiutò la Croce Rossa»
Fosse Ardeatine dalla strage ai tribunali

22 settembre 2003
«Ho salvato solo fascisti in pericolo»
I sei “saggi” di Bertone alla ricerca della verità

21 settembre 2003
Priebke: «Petranovic era l’uomo giusto per fuggire dall’Italia»

20 settembre 2003
I servizi Usa: «Così il Vaticano fa fuggire fascisti e ustascia»
Le carte censurate nell’82 e il giallo della copia sparita
I nomi citati
Le date dell'inchiesta

16 settembre 2003
«Patto Usa-Draganovic»
Gli 007: «I superiori ecclesiastici fermino quel fanatico»

14 settembre 2003
Il patto segreto tra ustascia e americani
La rotta dei topi
A Trieste il vescovo amico dei nazisti

9 settembre 2003
La carità della Chiesa aiutò ebrei, rossi e neri

8 settembre 2003
«Indagheremo fino in fondo sulla fuga dei nazisti da Genova»
Via dei topi, la Chiesa non poteva non sapere
Non toccava ai preti consegnare Mengele

5 settembre 2003
«Nazisti a Genova, indaghi il Parlamento»
Ronzitti: «Per tutti un obbligo morale»
«Lo stesso silenzio avvolse i nostri criminali»


 AGOSTO

28 agosto 2003
Bertone: «Non esistono rapporti tra la Chiesa genovese e quei fatti»
Il Foreign Office scoprì Draganovic «È la mente delle fughe ustascia»
Così gli inglesi spiarono i due sacerdoti
Il centro Wiesenthal a Kirchner «Fuori gli altri fascicoli sui nazisti»
Sarà estradato in Italia il “boia di Bolzano”

27 agosto 2003
Così padre Draganovic firmò l’espatrio di Barbie
Quella tentazione dello scoop su Siri
Criminali in fuga presi per martiri
Montini, l’asso in Vaticano dei servizi segreti Usa

26 agosto 2003
«La Chiesa di Genova non teme la storia»
L’editoriale del vescovo «Questa è inquisizione»
Dodici pagine di testimonianze lettere e articoli dell’epoca
Il silenzio su tre espatri “eccellenti”

25 Agosto 2003
Pagina 1
La verità di Bertone
Il valore delle carte

Pagina 2
«La Chiesa di Genova non aiutò i nazisti»
Il sacerdote amico degli ustascia
Le tappe dell'inchiesta del "Secolo XIX"

17 agosto 2003
«Troppi criminali nazisti liberi»

15 agosto 2003
«Un visto per i collaborazionisti»
Chiamato da papa Pio XII a custodire tutti i segreti

14 agosto 2003
Un frate francescano “firmò” la fuga da Genova di Eichmann
Padre Remigio: «A nessuno chiedevamo i documenti»

13 agosto 2003
La grande fuga in Argentina dagli archivi un elenco segreto
Ignacio Klich: «La nostra indagine da sola non basta per le estradizioni»

12 agosto 2003
L’Ellis Island dell’Argentina ospitò anche i gerarchi nazisti

11 agosto 2003
«Sui favori della Curia ai nazisti temo teoremi preconfezionati »
Burlando: «Scopriremo chi ha offerto coperture »

10 Agosto 2003
Pagina 1
La Curia apre gli archivi
Le domande di oggi

Pagina 2
Nazisti, la Curia cerca negli archivi
Le tappe dell’inchiesta sulla “rotta dei topi”
Tra i segreti dei gerarchi in fuga

9 agosto 2003
E’ morto Caneva, sino all’ultimo ha avuto l’incubo dell ’estradizione
L’addio a Rosetta la “Schindler” di Genova

8 agosto 2003
«Dai dossier i nomi di criminali e complici»
La fuga dei torturatori nazisti entra in un disegno di legge

7 Agosto 2003
Pagina 1
Sulla rotta dei nazisti

Pagina 2
«A Genova il boia degli handicappati»
«Priebke protetto anche a Roma e Vipiteno, non solo in Liguria»
Fosse Ardeatine la storia dei processi
La “dolce morte” al tempo del Führer
Uno scenario nuovo e inquietante è doveroso chiarire ogni dubbio

6 agosto 2003
«Quanta Auschwitz c’è fra noi?»

5 agosto 2003
«Che disgusto quei nazisti in fuga si è riaperta una ferita dolorosa»
Aperti altri 56 fascicoli d’inchiesta «Italia riluttante con i collaborazionisti»

4 agosto 2003
«Ora bisogna fare chiarezza»
Genova crocevia delle SS in fuga
Il magistrato “cacciatore” di gerarchi

3 Agosto 2003
Pagina 1
Nazisti a Genova un’interrogazione per sapere la verità

Pagina 2
Interrogazione parlamentare sui criminali fuggiti da Genova
Ricci (Istituto per la Resistenza): «Rivelazioni inedite, fatti molto gravi»

2 Agosto 2003
Pagina 1
Gerarchi nazisti in fuga ecco la mappa dei rifugi a Genova

Pagina 2
Una stanza d’albergo per i boia del Reich
Don Carlo, speranza dei nazisti
«A Rapallo qualcuno aiutò Priebke tre anni dopo la fine della guerra»

1 Agosto 2003
Pagina 1
Il prete salva-nazisti
German connection

Pagina 2
Un prete croato all'ombra di Siri
Il capo degli ustascia “macellaio dei Balcani”
Auxilium, da opera di carità a salvacondotto per i “profughi”
In Kaputt di Curzio Malaparte un’agghiacciante descrizione
«Il passaporto a Priebke a nome Pape fu fornito a Roma dalla Croce Rossa»


 LUGLIO

31 Luglio 2003
Pagina1
Nazisti protetti a Genova i documenti dall’Argentina
I veleni della Guerra Fredda

Pagina 2
Quei documenti scomparsi nel nulla
Il medico torturatore
Il boia di Lione
È l’unico in vita
Processato in Israele
Regime hitleriano e chiese cristiane

Pagina 3
Le SS della porta accanto
Dai reportage di Pàgina/12 una spinta alla trasparenza.


vescovi hitleriani



http://www.vaticanfiles.net/odessafiles.htm 

The Odessa Files

Saggi e documenti sul ruolo del Vaticano nella fuga dei criminali nazisti in Argentina

 

Ignacio Klich, Argentina de cara a la historia ©2003 The Vatican Files.net

Matteo Sanfilippo, Ratlines and Unholy Trinities: A Review-essay on (Recent) Literature Concerning Nazi and Collaborators Smuggling Operations out of Italy © 2003, The Vatican Files.net

Matteo Sanfilippo, I profughi a Genova nel 1948

Matteo Sanfilippo, Il vescovo nero

Matteo Sanfilippo, Fughe e passaggi dai campi del dopoguerra

Matteo Sanfilippo, Ma da Genova e dall'Italia si fuggiva solo in Argentina?



LA STRADA PER

 ODESSA

La strada per Odessa è lunga, ma non parliamo della nota città ucraina,

 e neanche dell'omonimo centro texano, ma di un'organizzazione che protegge

i criminali di guerra delle SS; che vive ed opera tuttora

di Franco Maria Puddu

http://www.alfabravocharlie.com/anno_2002/Giugno_2002/rtf_GIUGNO_2002/La_strada_per_Odessa.rtf 

Nelle guerre dell'antichità, come è noto, il vincitore passava per le armi gli sconfitti o li riduceva in schiavitù e, in genere, la questione si esauriva così. Era la legge di Brenno: "Guai ai vinti", brutale ma chiara. Con l'evoluzione di un moderno concetto di "giustizia" (da prendere tuttavia con le molle per molti versi) le cose sono cambiate, e al termine dei grandi conflitti spesso sono nate strutture  clandestine per salvare i perdenti dalla vendetta dei vincitori.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, però, si è verificato un fenomeno unico, di dimensioni incredibili sia come potenzialità che come capacità di perdurare nel tempo, tale da lasciare stupiti, specialmente se consideriamo che della sua esistenza non si sa tuttora molto.

Le informazioni ufficialmente note sono spesso imprecise al punto che molti ritengono si tratti di una diceria, come quella che accusò i cristiani di aver incendiato Roma o quella che fece attribuire i crismi di autenticità al libello noto come i "Protocolli dei Sette Savi Anziani di Sion", in realtà un falso costruito appositamente dall'Ochrana, la polizia segreta zarista.

Stiamo parlando dell'esistenza di Odessa, l'organizzazione clandestina nazista nata attorno alla fine del conflitto che ha operato per decenni. Sembra addirittura, come vedremo, che le sue ultime ramificazioni siano tuttora attive anche se con altri fini rispetto ai suoi  primi "compiti istituzionali". Ma facciamo un passo indietro nel tempo.

Sin dalla sua nascita l'organizzazione delle SS non era stata solo una milizia di partito ma ramificandosi aveva metastatizzato come un male incurabile dapprima all'interno del NSDAP (National Sotialistisces Deuthscher Arbeiter Partei), poi del tessuto del Terzo Reich, divenendo una struttura autosufficiente, autonoma e autogestita.

Secondo un rapporto del suo capo ufficio Economia e Amministrazione Oswald Pohl dell'aprile del 1943, poteva contare su circa quaranta proprie grandi aziende nei più svariati settori in tutto il Reich, territori conquistati compresi: edile, alimentare, di lavorazione del legno, agricolo, forestale, ittico,  tessile, dei pellami, editoriale, fotografico, chimico, di realizzazione e manutenzione di monumenti, storico, nonché case di riposo e negozi di abbigliamento nelle maggiori città.

Oltre a questo le SS gestivano l'universo concentrazionario che faceva capo ai campi di transito, di concentramento e di sterminio, nel quale vennero spremuti come limoni, prima della loro eliminazione, circa undici milioni di vittime, sei dei quali di israeliti, oltre a prigionieri politici, "asociali", omosessuali, mormoni, zingari e dissidenti di ogni provenienza.

Lo sfruttamento del deportato, in particolare quello ebreo, era totale: dall'appropriazione di indumenti, valori, gioielli, strumenti musicali, medicine, corredi medici, protesi dentarie in oro, occhiali sino ai capelli che, rasati, venivano utilizzati nell'industria bellica. Di conseguenza è facile arguire quale fosse la macabra ma redditizia resa di questo "giro di affari".

Salvare la pelle

Con l'avvicinarsi della sconfitta, però, questo "Stato nello Stato" comprendendo che avrebbe dovuto affrontare la resa dei conti, si era organizzato mirando ad un fine unico: salvare la pelle dei propri appartenenti, a partire dal Reichsfürehr delle SS Heinrich Himmler sino all'ultima delle reclute.

Così quando gli Alleati chiesero al popolo tedesco chi aveva commesso le atrocità dei campi di sterminio, si sentirono rispondere "Sono state le SS". Ma le SS erano scomparse.

Questi strani patrioti (a titolo di onestà bisogna dire che le Waffen SS, pur avendo commesso innumerevoli crimini di guerra, niente ebbero a che fare con i lager) che non erano mai stati al fronte ma che avevano impiccato i soldati della Wehrmacht per ogni minimo sospetto di cedimento, che avevano grassato, ucciso, stuprato, massacrato a man salva in Germania e nei Paesi conquistati senza mai combattere ma scagliandosi contro civili inermi, donne vecchi, bambini, vivevano clandestini in Germania o in Austria quando non erano emigrati all'estero.

Ma come avevano fatto ad abbandonare il Reich, a trovare rifugio in Paesi stranieri, dove avevano trovato i soldi per sostentarsi, come avevano avuto appoggi validi?

A partire dal gennaio del 1945 la struttura delle SS si era andata, senza dare nell'occhio, liquefacendo e tutti indistintamente avevano fatto in modo di aprirsi una via di uscita che consentisse loro, nel marasma della sconfitta, di scomparire, gettando alle ortiche le un tempo temute ma ora assai scomode mostrine nere con i simboli runici per indossare le divise molto più anonime delle tanto disprezzate Wehrmacht e Luftwaffe o abiti civili ma con in tasca eccellenti documenti falsi, e avevano abbandonato gli incarichi che avevano giurato di assolvere "bis zum tod" (fino alla morte) abbandonando alla sua sorte il tanto amato popolo tedesco.

Che la compattezza dei servizi del Reich non fosse granitica è cosa nota: quelli militari non si fidavano di quelli del partito e viceversa, e spesso Abwehr, Sicherheitsdienst, Gestapo e altro ancora si facevano la guerra senza esclusione di colpi.

Operando indipendentemente, così, gli elementi delle SS distaccati presso le ambasciate di Argentina, Brasile, Turchia, Egitto e Italia avevano stretto accordi con Governi, partiti, industrie e ambienti religiosi predisponendo contemporaneamente vastissimi fondi segreti nelle banche svizzere e mediorientali dei quali ancora oggi non si conosce l'esatta consistenza, frutto delle ruberie naziste in tutta Europa e della resa dei campi di sterminio.

Fondi che dovevano costituire le risorse economiche del movimento, ma che provenivano anche dall'industria, considerando che gli stessi industriali tedeschi che avevano aiutato Hitler ad andare al potere, quando avevano compreso che il Reich del Millennio era sull'orlo della fossa si erano accordati fra loro per impedire che parte dell'economia nazionale finisse in mano agli alleati.

Per questo avevano iniziato a trasferirli gradatamente all'estero, favorendo la nascita di nuove  attività in Paesi neutrali sotto la copertura di persone giuridiche fittizie; in breve era nata una  impressionante rete di aziende e industrie.

Secondo un rapporto del 1946 pubblicato dal Dipartimento del Tesoro USA, questa sorta di anomalo impero comprendeva 98 imprese in Argentina, 58 in Portogallo, 112 in Spagna, 214 in Svizzera e 35 in Turchia nonché altre 233 in vari Paesi per un totale di  750 attività.

Dal Ragno a Odessa

Questa struttura, grazie all'azione di ex nazisti, di cittadini compiacenti o costretti ad esserlo, era in grado di offrire protezione a chi era in pericolo fornendogli un'identità falsa, denaro e, all'occorrenza, l'espatrio grazie all'esistenza di un certo numero di reti clandestine predisposte prima della fine del conflitto per una eventuale resistenza ad oltranza (una delle allucinazioni delle quali si nutrivano i nazisti nel 1945), ma poi più intelligentemente usate da questi per sopravvivere.

La più nota di queste reti era detta Spinne (ragno), ma alla fine queste organizzazioni clandestine, operando di concerto per scopi indubbiamente vitali e comuni, diedero origine ad una fusione che in breve si trasformò appunto in Odessa, che niente aveva a che fare con la nota città ucraina dato che il suo nome altro era che l'acronimo delle parole Organisation Der Ehemaligen SS Anghehörigen, ossia Organizzazione Degli Ex Membri delle SS.

L'Argentina di Perón che nel dopoguerra rilascerà all'organizzazione ben 7.000 passaporti in bianco e il Brasile che aveva bisogno di tecnici per le proprie industrie, la Siria e altri Paesi arabi memori dell'accoglienza fatta a Berlino al Gran Muftì, che avevano bisogno di istruttori militari per dare una parvenza di efficienza alle proprie Forze Armate, in seguito l'Egitto di Nasser che avrà bisogno di esperti di armamenti per la propria industria della Difesa aprirono volentieri le porte ai fuggiaschi, chiudendo tutti e due gli occhi sul loro passato quando addirittura questo non venne considerato un vanto dalla paranoia antisemita araba.

Non a tutti, certo. Odessa era estremamente selettiva: prima di tutto doveva esistere uno stato di pericolo, poi si andava per livelli gerarchici. Prima gli alti gradi, poi quelli inferiori. E, qui riemergeva in tutta la sua spregevolezza il disprezzo che le SS avevano sempre nutrito per chiunque non appartenesse alla loro casta, era indispensabile l'appartenere al Corpo Nero. Era impossibile che un caporale della Wehrmacht o un capitano della Luftwaffe, per quanto nazisti, ricevessero aiuto.

Così migliaia di criminali presero ad abbandonare la Germania seguendo tre direttrici principali: la prima portava dall'Austria all'Italia e infine alla Spagna. La altre due, sempre tramite l'Italia, erano  indirizzate verso i Paesi Arabi e verso il Sudamerica retto da dittature, giunte di destra o dai militari.

Perché sempre attraverso l'Italia? Prima di tutto perché l'Italia disponeva di grandi porti mercantili; poi perché non era sottoposta al controllo militare, a volte veramente vessatorio, delle Potenze vincitrici; quindi perché vi si trovava il Vaticano, fonte di grandi e consistentissimi appoggi; infine per la scarsa efficienza dei suoi apparati di Polizia.

Carabinieri e Pubblica Sicurezza, come allora si chiamava la Polizia di Stato, pur essendo validi per il mantenimento dell'ordine pubblico, la repressione della criminalità, la tutela delle leggi, avevano valore pressoché nullo per i criminali di guerra: i contatti con le Polizie Militari degli Alleati erano inesistente, mentre quello che rimaneva dei servizi segreti era impegnato più a controllare il fronte dei partiti di sinistra che a fare il suo lavoro istituzionale di Intelligence.

Le vie di fuga, che potevano aver inizio da una qualsiasi città tedesca, convergevano sempre verso Memmingen, una antica cittadina tra la Baviera e il Württemberg, per poi dirigere su Innsbruck ed entrare in Italia attraverso il valico del Brennero. Gli spostamenti nel tratto Germania meridionale, Austria, Tirolo e Italia settentrionale si svolgevano in grande sicurezza a tappe di 50 km circa, ad ognuna delle quali corrispondeva una "stazione" gestita da 3-5 persone che conoscevano solamente la stazione precedente e quella successiva, ma non altro.

Spesso i fuggiaschi venivano trasferiti con i sistemi più impensati e, in un certo senso, geniali, come a bordo dei furgoni che, condotti da infiltrati di Odessa, curavano la distribuzione locale di Stars and Stripes, il giornale dell'Esercito americano.

La via dei conventi

Spesso e volentieri veniva fatto riferimento a istituti religiosi compiacenti (per questo il percorso era detto a volte "la via dei conventi"), mentre le fughe erano agevolate anche da un buon numero di organizzazioni di beneficenza ma anche dalla Caritas internazionale che, per motivi non ben chiari, avevano stabilito che le SS in fuga erano profughi ingiustamente perseguitati dagli Alleati.

Ancora meno chiaro, e questa è una macchia che permane sul Vaticano, fu il notevole aiuto che venne offerto da un buon numero di religiosi come il sacerdote pallottino Antonio Weber, uno dei capi della Lega di San Raffaele, che agevolò la fuga di Adolf Eichmann, o il frate minore cappuccino Benedetto da Bourg d'Iré, o ancora da prelati come il vescovo austriaco Alois Hudal, fervente filonazista e rettore dal 1923 del seminario di lingua tedesca della chiesa di Santa Maria dell'Anima a Roma che, utilizzando come centro di raccolta un convento francescano della capitale, consentì l'espatrio di alcune migliaia di ex SS.

Del resto anche padre Krunoslav Draganovic, croato e segretario dell'Istituto Croato di San Girolamo fece altrettanto con centinaia di assassini provenienti dalle file degli Ustascia di Ante Pavelic in fuga dalla vendetta titina. Si dirà: un malinteso senso della carità cristiana; può essere, ma nessuno lo ebbe nei confronti degli ebrei che cercavano di sfuggire al massacro nazista.

Comunque per le SS una volta giunte in luoghi sicuri la fuga era abbastanza semplice. Un ufficio ecclesiastico confermava l'identità della persona e la Croce Rossa Internazionale, sulla base della conferma, forniva il passaporto ma ad una condizione: che il fuggiasco fosse battezzato e anticomunista. Se erano necessari altri spostamenti, la Caritas si accollava le spese di viaggio.

In questa maniera fuggirono senza troppe difficoltà criminali come Walter Rauff, ex capitano di corvetta cacciato dalla Marina ed entrato nelle SS, inventore dei furgoni-camera a gas che raggiunse il Cile nel 1954 con l'aiuto di monsignor Hudal; Adolf Eichmann del quale è inutile parlare, che da Genova raggiunse l'Argentina nel luglio del 1950; o Franz Stangl, il boia di Treblinka che, sempre grazie a monsignor Hudal raggiunse Damasco nel 1950 e l'anno successivo il Brasile dove venne arrestato, operaio della Volkswagen di San Paolo, 21 anni dopo; o Herman von Alvensleben, responsabile in Polonia della morte di almeno 80.000 persone che, grazie ai gesuiti austriaci e ai francescani italiani raggiunse l'Argentina imbarcandosi a Genova nel 1949; o, e qui ci fermiamo ma la lista sarebbe lunghissima, il dottor Josef Mengele, l'"angelo della morte" di Auschwitz che dopo aver vissuto impunemente in Germania per sei anni, tramite l'Italia e la Spagna arrivò in Argentina nel 1951 e anni dopo in Paraguay dove ottenne la naturalizzazione.

Ma il compito di Odessa non si esauriva con la fuga, l'appoggio economico ed una relativa protezione nel tempo, al contrario. Per quanto se ne sa nei primi anni 50, quando il primo compito istituzionale dell'organizzazione si stava esaurendo perché migliaia e migliaia di criminali avevano oramai lasciato Germania e Austria e si trovavano relativamente al sicuro, una riunione fra i suoi capi principali portava alla formulazione di cinque nuove direttrici rese possibile dalla nascita, nel 1949, della Repubblica Federale Tedesca.

Odessa si rigenera

Le idee di restaurare il Reich, come abbiamo detto, erano state da tempo accantonate in quanto ritenute irrealizzabili anche da queste mentalità esaltate, ma adesso era stato reso disponibile un potenziale terreno di coltura. Venne perciò decisa: 1) la reinfiltrazione in Germania degli ex nazisti che venne effettuata durante gli anni 50; 2) la successiva infiltrazione della struttura politica tedesca in maniera di condizionarla occultamente per bloccare processi e riprese di ricerche dei kameraden; 3) l'inserimento nel tessuto economico del Paese al fine di favorirne un "miracolo economico" e trarne il massimo vantaggio, cosa che avvenne puntualmente fra gli anni 50 e 60; 4) favorire e agevolare in tutti i modi e con tutti i mezzi quanti cadono nelle mani della giustizia, attività in corso a tutt'oggi; 5) dare vita ad una massiccia ed oculata campagna di disinformazione e propaganda a lunghissimo termine.

Per quanto riguarda i punti 1, 2 e 3 non esistono dubbi che siano stati portati a termine con teutonico scrupolo e precisione. Molti ex criminali sono rientrati in Germania sotto mentite spoglie, un buon numero di essi è andato ad occupare i livelli medio bassi (per non dare nell'occhio inutilmente) della CDU, la Democrazia Cristiana tedesca e della CSA, l'Unione Sociale Cristiana. Come pure si sono inseriti nell'industria e nel commercio, devolvendo parte degli introiti alla nascita di alcuni movimenti di estrema destra come in National Partei Democratische (NPD) di Von Thielen e Von Tadden degli anni 60 e al sostegno di una stampa estremista ma ufficiale, come ad esempio il giornale National und Soldaten Zeitung.

Il punto 4, l'appoggio giuridico legale e non solo è tuttora in vigore e ha dato alle volte origine ad episodi che sarebbero inspiegabili se non fossero giustificati dall'azione di Odessa,

È il caso, ad esempio, di Walter Rauff; dopo cinque anni di permanenza in Cile, nel 1955 fa domanda, da quel Paese, alla Direzione Finanziaria per la liquidazione delle Indennità di Guerra tedesca per avere la sua pensione di capitano di corvetta. La cosa desta però sospetti e si innesca un lungo processo che porta alla sua identificazione e, più di dieci anni dopo ad una incriminazione e ad un processo che si dovrebbe tenere presso la corte di competenza di Hannover.

Rauff si deve presentare davanti ai giudici di Santiago che devono decidere della sua estradizione ma questi, il clima politico cileno è quello che è e nel dicembre 1962 la Corte decide per il non luogo a procedere verso questo valoroso e sfortunato soldato d'onore.

Otto anni dopo, nel 1970, viene eletto Presidente Salvador Allende, uomo politico di sinistra e di indubbia reputazione democratica. Simon Wiesenthal, il famoso cacciatore di criminali nazisti che aveva seguito in prima persona la vicenda, pensa che i tempi siano finalmente cambiati e il 21 agosto del 1972 scrive ad Allende perorando la causa dell'estradizione di Rauff, fornendo informazioni, testimonianze e prove  sul caso.

Condizionare Allende

Il Presidente risponde pochi giorni dopo con grandi parole di stima e di approvazione per Wiesenthal e per la causa alla quale dedica la vita, aspre condanne del nazismo, dei suoi esecutori e dello sterminio del popolo ebreo, poi conclude dicendo che non può fare niente perché il processo è stato chiuso e non lo può riaprire, e poi in virtù della legge cilena lui non può esercitare funzioni giudiziarie. Capitolo chiuso.

In realtà la situazione politica cilena dopo i primi momenti trionfali dell'elezione di Allende era andata sempre peggiorando assieme a quella economica, e il Presidente, al quale rimaneva meno di un anno di vita prima del golpe della giunta militare, sapeva che non si poteva inimicare il membro di una comunità importante e rispettata ed economicamente molto ben inserita nel Paese. Così qualcuno che proteggeva Rauff ebbe modo di fargli pervenire un "consiglio" che venne ascoltato.

Siamo così giunti al punto 5. Propaganda e disinformazione, nascita delle correnti prima di revisione poi negazioniste nei confronti dell'Olocausto sono tutte attività nelle quali traspare la presenza di Odessa, ma che tutto sommato si possono definire allineate con la sua fisionomia, con una sorta di continuità storica.

Ma dalla fine degli anni 80, con la caduta del Muro, ne sono iniziate altre, inizialmente in Germania, che poi si sono andate diffondendo anche in altri Paesi europei.

La destabilizzazione a livello sociale nella ex Repubblica Democratica Tedesca, la nascita e la successiva diffusione dei movimenti naziskin, elementi destabilizzanti che niente hanno a che fare con il nazismo e si potrebbe dire anche la "militarizzazione" delle loro frange nei cosiddetti black block non sono fenomeni verificatisi per caso, e  hanno avuto per lo più origine in Germania.

D'altra parte bisogna tenere conto del fatto che Odessa ha una forte limitazione. Come abbiamo visto non è affatto una organizzazione patriottica anche se i suoi componenti sono tutti profondamente tedeschi che ragionano secondo parametri tedeschi i cui risultati sono destinati ad essere validi solo sopra un terreno di coltura tedesco e non altrove.

Per questo infatti, dopo la sconfitta e la fuga, tutte le operazioni di ritorno si sono svolte in funzione della nascita della RFT prima e della riunificazione della Germania poi. Per questo è possibile che Odessa sia  entrata in una terza fase ancora non ben definibile.

I tempi sono cambiati, le generazioni si stanno avvicendando, gli antichi obiettivi sono stati ormai abbandonati ma la struttura di base è rimasta. Per come era stata organizzata, Odessa da un punto di vista economico non può aver avuto altra sorte che quella di prosperare e siccome, lo ha dimostrato, ha un forte potere di conservazione, ma anche di autorigenerazione (più della Mafia o di Cosa Nostra in quanto ideologicamente omogenea e guidata con gestionalità militare), siamo certi che ha già stabilito quali saranno i prossimi movimenti.

Dei quali possiamo prevedere solo che saranno, come sempre da mezzo secolo a questa parte, legati al mantenimento e alla continuità della casta che si sta rinnovando entro di essa che, sulla base dei precedenti storici noti, non potrà mai portare a risultati positivi per chiunque altro se non per lei.



Nazisti, l'elenco della vergogna 

RIVELAZIONI 

Quanti furono i criminali di guerra compromessi con il regime hitleriano finiti in Argentina? 

Ecco il rapporto finale della commissione che ha indagato quei fatti 

di GIOVANNI MARIA PACE 

Buenos Aires. Nel 1945 furono processati e condannati a Norimberga i più alti gerarchi del nazismo, da Goering a Hess, da Keitel a von Ribbentrop. Dopo la punizione esemplare dei protagonisti il mondo dimenticò però i comprimari, che pure erano stati gli ingranaggi senza i quali la macchina dello sterminio non avrebbe potuto funzionare. Quanti erano questi gregari? Certamente molti, se solo nelle zone di occupazione occidentali vengono arrestate, all'indomani della resa tedesca, 182.000 persone sospettate di partecipazione a crimini nazisti (e 5000 condannate). Ma ciò che più conta è che, confusi nella massa degli assolti dopo sommario esame e degli sbandati che vagavano per l'Europa, ci sono personaggi 'minori', per modo di dire. Parliamo dei Mengele, degli Eichman, dei Priebke, dei Klaus Barbie nonché di Walter Rauff, l'inventore dei camion-camera a gas; Eduard Roschmann, l'ex comandante del ghetto di Riga giunto nel '48 a Buenos Aires da Genova con un passaporto della Croce Rossa intestato a Federico Wegener; Fridolin Guth, implicato nel colpo di stato del '34 a Vienna che costò la vita al cancelliere Dolfuss e torturatore in Francia. Queste figure intermedie possono contare sulla tolleranza delle autorità alleate che nel clima di incipiente Guerra Fredda consentono di fatto agli ex nazisti di occultarsi in patria o di emigrare in paesi lontani. Nessuno meglio degli hitleriani può infatti difendere l'Occidente dal bolscevismo. Tra il '45 e il '48 sono centinaia di migliaia le persone di lingua tedesca che si muovono lungo la rat-line, la 'via dei topi' che dall'Europa continentale conduce a Genova e agli altri imbarchi per il Sud America, soprattutto per l'Argentina, dove molti 'ex' trovano una seconda patria. Dei criminali di guerra approdati nel paese, l'Argentina ne estrada ben pochi: Juan Bohne, il terminatore di handicappati, dementi e altri 'inquinatori' della razza; Eduard Roschmann, comandante del ghetto di Riga; Bilanovic Sakic, responsabile del campo di concentramento di Jasenovac, nella Croazia ustascia; Josef Schwammberger, comandante altoatesino del ghetto di Przemsy e da ultimo Erich Priebke (Adolf Eichmann, l'ideologo della 'soluzione finale', non viene estradato ma rapito dai Servizi israeliani). Si tratta di un piccolo gruppo, a fronte del quale c'è il gran numero di coloro che rimangono impuniti, dei manovali dell'Olocausto che in Argentina riprendono una vita tranquilla col beneplacito dell'esordiente regime peronista e il viatico di Washington. La presenza nazista in Argentina è stata per lunghi anni accantonata dagli uni ed esagerata dagli altri a seconda delle circostanze e dello schieramento politico. Ora uno studio pluridisciplinare e approfondito fornisce di questo inquietante capitolo della storia nazionale un quadro molto più obiettivo. E' il rapporto finale della Comisiòn para el Esclarecimiento de las Actividades del Nazismo en la Argentina (Ceana) a suo tempo istituita presso il ministero degli Affari Esteri dal presidente Menem e di cui è coordinatore scientifico lo storico Ignacio Klich dell'università di Westminster in Gran Bretagna. 

Professor Klich, si stenta a capire perchè dei criminali di guerra siano riusciti a vivere indisturbati in Argentina. 

Produrre prove di colpevolezza utilizzabili in giudizio non è facile, guardi il caso recentissimo di Konrad Kalejs, il nazista lettone ritenuto corresponsabile della morte di trentamila ebrei ma che l'Inghilterra ha dovuto rilasciare. I dati necessari a inchiodare i colpevoli vanno cercati con perizia, ciò; che non sempre è stato fatto dalle stesse organizzazioni ebraiche.

C'è confusione sulla dimensione del fenomeno, nel senso che sulla diaspora dei nazisti circolano le cifre più stravaganti, vedi i sessantamila criminali di guerra che secondo l'ex funzionario del dipartimento americano della Giustizia John Loftus sarebbero stati nascosti dagli Alleati in Argentina. Dal canto suo il Centro Wiesenthal ha segnalato alla nostra Commissione, nel 1998, ventidue nomi di criminali residenti nel paese, ma a tutt'oggi l'elenco rimane privo di conferma. La Ceana si è invece basata solo su documenti o testimonianze attendibili.

Quale conclusione avete raggiunto? 

Abbiamo ricavato una lista di 180 individui - criminali di guerra condannati o sospettati, o collaborazionisti - approdati in vario modo in Argentina. Di questi, una trentina sono tedeschi, più di cinquanta di origine croata, e circa cento tra francesi e belgi. Da notare che i criminali gerarchicamente più importanti (e meno noti) non sono arrivati dalla Germania ma da altri paesi, mi riferisco a Pavelic e Ostrowski.

Perón cercava tecnici tedeschi, operai specializzati e, con minore interesse, laboriosi contadini italiani. Come mai accettò due feroci capi di stati filonazisti come il croato Ante Pavelic e il bielorusso Radislaw Ostrowski? 

L'Argentina non era mai stata favorevole all'immissione di gente proveniente dall'Europa orientale e dai Balcani. Se Perón accolse quei due lo fece per intercessione o pressione di qualcuno, cioè per via di condizionamenti venuti da fuori.

Da parte di chi? Degli americani, del Vaticano? Intende dire che la Chiesa cattolica fu connivente? 

Sì, e qualcosa in più. Lo storico italiano Matteo Sanfilippo ha potuto provare l'intercessione del cardinal Tisserant a favore di cinque fuorusciti del regime di Vichy che si trovavano a Roma e che, tornando in Francia, avrebbero subito le conseguenze dell'aver collaborato coi tedeschi. E' noto anche l'aiuto fornito a ex nazisti dal vescovo austriaco Alois Hudal, rettore del Collegio germanico di Roma e da padre Draganovic, l'ex colonnello ustascia divenuto capo di San Girolamo degli Illirici, sempre a Roma: troppi dati per ignorare che da parte di alcune personalità ecclesiastiche ci fosse l'intento di agevolare l'ingresso in Argentina di certi personaggi.

Emerge un ruolo di papa Pacelli nella vicenda? 

Difficile dirlo perché il papa non firmava, come non firma, le lettere della Segreteria di Stato. Quando si potrà finalmente accedere alla documentazione vaticana e dell'episcopato argentino la domanda troverà risposta. Per il momento si può; solo ipotizzare che i Tisserant, gli Hudal, i Draganovic non agirono autonomamente ma come parte di una struttura, di un piano generale della Santa Sede.

L'aiuto più importante venne però dal regime peronista. E' così? 

Lo schema che vede il Vaticano e la Croce Rossa come promotori e Perón come esecutore di una politica immigratoria filonazista va rivisto. La responsabilità della venuta, per esempio, degli ustascia non si può attribuire esclusivamente all'Argentina, che li ha ricevuti, o al Vaticano. Nella partita ci sono altri giocatori. Padre Draganovic era stato un agente del controspionaggio dell'esercito degli Stati Uniti in Austria prima e in Italia poi. Quindi per chiarire le complicità che permisero a Pavelic e compagni di approdare sulle rive del Rio de la Plata occorre guardare non solo all'Italia e all'Argentina ma al contesto dell'epoca: con la Guerra Fredda, i nemici di ieri diventano gli alleati di oggi. L'ambasciatore degli Stati Uniti in Yugoslavia, che era stato incaricato d'affari in Argentina fino all'elezione di Perón, nel '47 va a Washington e tutto fa credere che ci sia un piano degli Usa e del Vaticano, d'accordo con l'Argentina, per favorire l'emigrazione degli ustascia e di altri ricercati.

Il quadro delineato dalla Ceana è dunque più complesso. 

La stessa definizione di 'criminale di guerra' si dimostra elastica, e non solo nella logica peronista. Prendiamo il caso di Walter Schreiber, l'infettivologo che dirigeva la sperimentazione 'scientifica' sui prigionieri dei campi di concentramento. Per posizione gerarchica è difficile non considerarlo responsabile di lesa umanità, ma non è mai stato formalmente incriminato. La ragione è che nessuno aveva interesse a farlo. Al processo di Norimberga, Schreiber è infatti testimone dell'accusa a favore dell'Unione Sovietica e più tardi viene utilizzato dall'Air Force americana come spia. Ora, questo medico può non avere compiuto personalmente esperimenti su cavie umane, ma indubbiamente è stato più importante di Joseph Mengele, l''angelo della morte' di Auschwitz e suo probabile sottoposto. Eppure Mengele, il pesce piccolo, diventa agli occhi dell'opinione pubblica il simbolo stesso della degenerazione della medicina nazista, tanto che i giudici della Repubblica federale ne sollecitano l'estradizione prima dall'Argentina e poi dal Paraguay; mentre Schreiber, il pesce grosso, viene lasciato tranquillo per il resto dei suoi giorni.




Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia
 
sito internet: http://www.cnj.it/
posta elettronica: jugocoord(a)tiscali.it
notiziario telematico JUGOINFO:
http://groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/messages