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- imperialismo e globalizzazione - 15-07-08 - n. 236
Separatismo e costruzione dell’impero nel secolo XXI
di
James Petras
24/06/2008
Introduzione. Il contesto storico
Nella
storia
moderna, il ‘divide et impera’ è stato l’ingrediente essenziale
che ha
permesso che i paesi europei, relativamente piccoli e poveri di
risorse, conquistassero nazioni molto più grandi e popolose, e
più
ricche di risorse naturali. Si dice che per ogni ufficiale britannico
in India, ci fossero cinquanta sikh, gurka, musulmani e indù. La
conquista europea dell'Africa e dell’Asia fu comandata da ufficiali
bianchi, combattuta da soldati neri, ambrati e gialli, affinché
il
capitale bianco potesse sfruttare i suoi lavoratori e quelli di colore.
Le differenze regionali, etniche, religiose, settarie, tribali,
comunitarie ed altre, furono politicizzate e sfruttate in modo da
permettere agli eserciti imperiali la conquista dei popoli guerrieri.
Negli ultimi decenni, i grandi promotori della strategia del ‘divide et
impera’ nel mondo sono diventati i costruttori dell'impero
statunitense. Negli anni ‘70, la Cia smise di promuovere le dubbie
virtù del capitalismo e della democrazia e, finanziandole e
dirigendole, passò a legarsi con le élite religiose,
etniche e
regionali che si opponevano ai regimi nazionali indipendenti od ostili
all’edificazione dell’impero statunitense nel mondo.
La
chiave
della costruzione imperiale per via militare degli Stati Uniti segue
due principi: l'invasione militare diretta e la fomentazione di
movimenti separatisti che possano portare allo scontro militare.
La
costruzione imperiale nel XXI secolo ci mostra la pratica estesa di
entrambi i principi in Iraq, Afghanistan, Iran, Libano, Cina
(Tíbet),
Bolivia, Ecuador, Venezuela, Somalia, Sudan, Birmania e Palestina.
Cioè, in ogni paese nel quale gli Stati Uniti non riescono ad
instaurare un governo clientelare stabile ricorrono a finanziare e
promuovere organizzazioni e leader separatisti che utilizzano pretesti
etnici, religiosi e regionali per rovesciare il governo costituito
Coerentemente
ai principi tradizionali della costruzione imperiale, Washington
appoggia solamente i separatisti nei paesi che si rifiutano di
sottomettersi al suo dominio imperiale, mentre si oppone ai separatisti
che offrono resistenza all'impero ed i suoi alleati. Quindi, gli
ideologi imperialisti non sono ipocriti né utilizzano un doppio
standard (come sono accusati di fare dai loro critici di sinistra) ma
mantengono pubblicamente il principio di preferenza imperiale come
criterio di valutazione per i movimenti separatisti, nel concedere o
negare il loro appoggio. Invece, molti presunti critici progressisti
dell'impero fanno dichiarazioni universali a favore del diritto di
autodeterminazione e lo applicano perfino ai gruppi separatisti
più
irranciditi e reazionari sostenuti dall'impero, con risultati
catastrofici. Le nazioni indipendenti e i popoli che si oppongono ai
gruppi separatisti appoggiati dagli Usa, vengono bombardati fino alla
distruzione e sono additati come criminali di guerra. Le persone che
vivono nel ‘nuovo stato’ e si oppongono ai separatisti vengono uccise o
costrette all'esilio. I ‘paesi liberati’ subiscono la tirannia e
l'impoverimento indotto dai separatisti appoggiati dagli Stati Uniti, e
molti per la loro sopravvivenza economica si vedono costretti ad
emigrare in altri paesi.
Nessuno,
o
quasi, dei critici progressisti dell'URSS che appoggiavano
l’indipendenza delle sue repubbliche, ha finora espresso pubblicamente
qualche ripensamento e tantomeno ha fatto delle riflessioni
autocritiche, anche di fronte a decenni di catastrofi socioeconomiche e
politiche negli stati secessionisti. Tuttavia, oggi questi stessi
progressisti continuano a predicare grandi principi morali a quelli che
contestano e respingono alcuni movimenti separatisti perché sono
originati e crescono nell’intento di estendere l'impero statunitense.
In
queste
ultime decadi, il successo di Washington nella cooptazione dei
così
detti ‘progressisti liberali’ in appoggio ai movimenti separatisti,
pronti a diventare clienti dell’imperialismo, è stato notevole e
le
conseguenze per i diritti umani nefaste.
I
principali gruppi sostenuti dai progressisti europei e statunitensi
sono i seguenti:
1.
I
fondamentalisti bosniaci, appoggiati dagli Usa, neofascisti croati e
terroristi albano-kosovari, col risultato delle pulizie etniche e della
conversione dei loro stati, prima sovrani, in basi militari Usa, in
regimi clientelari e in disastri economici, distruggendo totalmente il
welfare multinazionale iugoslavo.
2.
I
fondamentalisti islamici afgani, appoggiati dagli Usa, che hanno
distrutto il regime politico afgano, laico e riformista, promotore
dell'uguaglianza della donna e di importanti campagne anti-feudali che
coinvolgevano sia uomini sia donne, di una riforma agraria generale e
di ampi programmi sanitari ed educativi. Come risultato dei successi
militari Usa/tribal-islamici, milioni di persone risultano morte,
sfollate ed espropriate, mente i signori della guerra tribali,
medievali, fanatici anticomunisti, hanno distrutto l'unità del
paese.
3.
L'invasione dell'Iraq da parte degli Usa, che ha distrutto uno stato
nazionale moderno e il sistema socioeconomico laico ed avanzato di quel
paese. Durante l'occupazione, l'appoggio degli Usa a movimenti
religiosi e tribali, clan e movimenti etnici separatisti ha condotto
all'espulsione di più del 90% della sua moderna classe
scientifica e
professionale ed al massacro di più di un milione di iracheni…
tutto in
nome della sostituzione di un regime repressivo e, soprattutto, della
distruzione di un stato che si opponeva all'oppressione israeliana
della Palestina.
È
evidente
che l'intervento militare statunitense promuove il separatismo come
mezzo per instaurare una base di appoggio regionale. Il separatismo
facilita la creazione di governi fantoccio minoritari e ha funzione di
contrasto verso i paesi vicini che si oppongono alle spoliazioni
dell'impero. Nel caso dell'Iraq, il separatismo curdo appoggiato dagli
Usa ha preceduto la campagna di isolamento di un avversario, la
creazione di coalizioni internazionali per premere e debilitare il
governo centrale. Washington evidenzia come ‘atrocità dei
regimi’ i
casi di diritti umani, per alimentare campagne di propaganda globali.
Più recentemente, ciò è diventato evidente nelle
proteste teocratiche
tibetane finanziate dagli Stati Uniti contro la Cina.
I
separatisti
sono sostenuti come truppe da usare per potenziali colpi terroristici,
per attaccare settori economici strategici e provvedere informazioni,
reali o fabbricate, come nel caso dei curdi e di altri gruppi di
minoranza etnica rispetto all'Iran.
Perché il separatismo?
Gli
imperialisti non ricorrono necessariamente ai gruppi separatisti,
specialmente quando hanno clienti a livello nazionale che controllano
lo stato. È solo quando il loro potere è limitato a
gruppi,
territorialmente o etnicamente concentrati, che i loro servizi segreti
ricorrono a promuovere i movimenti ‘separatisti’. Gli Stati Uniti
appoggiano il movimento separatista in un processo graduale,
cominciando dal fare appello all'esigenza di una maggiore autonomia e
decentramento, mosse tattiche essenziali per acquisire una base di
potere politico locale, accumulare risorse economiche, contrastare
gruppi anti-separatisti e minoranze etniche o religiose e politiche
locali legate al Governo centrale (come la repressione delle
comunità
cristiane nell’Iraq settentrionale, represse dai separatisti curdi per
i loro annosi legami con il Partito Centrale Baath, o i rom del Kosovo,
espulsi e uccisi dagli albano-kosovari a causa del loro appoggio al
sistema federale iugoslavo)
Il
tentativo
di usurpare forzosamente le risorse nazionali e l’estromissione degli
alleati locali del governo centrale dà luogo a scontri e
conflitti con
il potere legittimo del governo centrale. È a questo punto che
l'appoggio esterno (imperialista) diventa cruciale per mobilitare i
mass media a denunciare la repressione di ‘pacifici movimenti
nazionali’, ‘che esercitano semplicemente il diritto
all'autodeterminazione’. Una volta che la macchina imperiale
propagandistica dei mezzi di comunicazione di massa tocca la nobile
retorica dell'autodeterminazione e dell'autonomia, la
decentralizzazione e l'autogoverno, la grande maggioranza delle Ong
finanziate da Usa ed Europa si uniscono in coro ad attaccare gli sforzi
del Governo per mantenere stabile un stato-nazione unificato.
In
nome della
‘diversità’ e di uno ‘stato multietnico’, le Ong di obbedienza
occidentale provvedono un supporto ideologico ai separatisti
filo-imperialisti. Quando i separatisti hanno successo, arrivando ad
assassinare e realizzare pulizie delle minoranze etniche e religiose
legate al governo centrale precedente, le Ong stanno stranamente zitte
o sono perfino complici nel giustificare i massacri come ‘reazioni
eccessive alla precedente repressione’. La macchina propagandistica
occidentale arriva a celebrare l'espulsione da parte dello stato
separatista di centinaia di migliaia di persone, come avvenne nel caso
dei serbi rom del Kosovo e della regione croata della Krajina con
titoli come: "I serbi in fuga: se lo meritano", accompagnati da foto di
truppe della Nato che sorvegliano il trasloco di famiglie indigenti dai
loro paesi e città atavici verso squallidi campi nella Serbia
bombardata. I politici occidentali trionfanti hanno biascicato
devozioni sui massacri di civili serbi da parte del Kla; per esempio
l'ex ministro degli Esteri tedesco, Joschka Fischer, (Verdi) disse:
"Comprendo il vostro dolore (a quelli del Kla), ma non dovreste
lanciare granate a bambini (serbi) in età scolare"
Il
passaggio
da ‘autonomia’ all’interno di uno stato federale ad uno ‘stato
indipendente’, si basa sull'aiuto fornito ed amministrato dallo stato
imperialista alla regione autonoma, che consolida con ciò la sua
esistenza ‘de facto’ come stato indipendente. Questo è successo
chiaramente nel Kurdistan, passato dal 1991 ad oggi, da no-fly-zone
dell'Iraq settentrionale a regione autonoma.
Il
medesimo
principio di autodeterminazione rivendicato dagli Usa e dai loro
clienti separatisti è negato ad altre minoranze dello stesso
territorio- mentre la propaganda mediatica statunitense fa riferimento
ad essi come ‘agenti’o cavalli di Troia del Governo centrale.
Rafforzato
dall'aiuto esterno imperiale, e dalle relazioni imprenditoriali con le
imprese transnazionali Usa e Ue, appoggiato da forze di polizia locali
paramilitari e quasi-militari (come pure da bande organizzate
criminali), il regime autonomo dichiara la sua indipendenza, ed
è
riconosciuto poco dopo dai suoi padroni imperiali. Dopo l'indipendenza,
il regime separatista offre concessioni territoriali ed installazioni
per la costruzione di basi militari agli Usa. Il modello imperiale gode
di privilegi di investimento, compromettendo seriamente la
sovranità
nazionale.
L'esercito
di
Ong locali ed internazionali raramente formula qualche obiezione a
questo processo di incorporazione dell'entità separatista
nell'Impero,
neanche quando è lo stesso popolo liberato ad opporsi. Nella
maggioranza dei casi il grado di ‘governance locale’ e di
libertà di
azione del regime ‘indipendente’ è minore di quanto lo fosse
quando era
una regione autonoma o federale nel precedente stato unitario
nazionale. Spesso i regimi separatisti fanno parte di movimenti
irredentisti legati a controparti in altri stati. Quando movimenti
irredentistici trasversali transnazionali sfidano gli stati vicini che
sono anch’essi obiettivo dei costruttori dell’impero statunitensi,
servono come piattaforme per gli attacchi militari di bassa
intensità
statunitensi e per le attività terroristiche delle Forze
Speciali.
Per
esempio,
quasi tutte le organizzazioni separatiste curde hanno elaborato una
mappa di ‘Grande Kurdistan’ che copre un terzo della zona sud-orientale
della Turchia, l’Iraq settentrionale, un quarto dell'Iran, parti della
Siria e di ogni altro posto dove si possa trovare un'enclave curda. I
reparti speciali statunitensi operano al fianco dei separatisti curdi
terrorizzando le popolazioni iraniane in nome dell'autodeterminazione,
e gruppi di curdi, con forte appoggio militare statunitense, hanno
occupato e governano l'Iraq settentrionale e forniscono truppe
mercenarie peshmerga per massacrare la popolazione arabo-irachena nelle
città e nei paesi delle regioni centrali, occidentali e
meridionali che
si oppongono all'occupazione americana. Questi gruppi hanno iniziato la
rimozione forzata dei popoli non curdi (arabi, cristiano-caldei,
turcomanni, etc.) dal così detto Kurdistan iracheno confiscando
loro
case, poderi ed esercizi commerciali. I separatisti curdi appoggiati
dagli Usa hanno creato conflitti col vicino Governo turco, e
Washington, mentre cerca di tenersi i suoi clienti curdi per
utilizzarli in Iraq, Iran e Siria evita di inimicarsi questo suo
alleato strategico della Nato: la Turchia. Tuttavia gli attivisti
separatisti turco-curdi del PKK hanno lodato gli Usa per quello che
qualificano ‘colonialismo progressista’, per lo smantellamento
effettivo dell'Iraq e per la formazione delle fondamenta di un stato
curdo.
La
decisione
degli Usa di collaborare con l'esercito turco, o per lo meno di
tollerare i suoi attacchi militari contro certe zone occupate dai
separatisti curdi del PKK con sede in Iraq, fa parte della loro
politica globale di dare priorità alle alleanze imperiali
strategiche
ed ai loro alleati contro qualunque movimento separatista che li
minacci. Pertanto, mentre gli Usa appoggiano i separatisti kosovari
contro la Serbia, si oppongono ai separatisti dell’Abkhazia che lottano
contro il loro governo clientelare della Repubblica della Georgia. Gli
Usa, mentre appoggiano i separatisti ceceni contro il governo di Mosca,
si oppongono ai separatisti baschi e catalani nella loro lotta contro
la Spagna, alleata di Washington nella Nato. Mentre Washington ha
finanziato con larghezza i separatisti boliviani guidati dagli
oligarchi di Santa Cruz contro il governo centrale di La Paz, appoggia
la politica del governo cileno di repressione delle richieste degli
indigeni Mapuche di diritto alla terra e alle risorse nel centro-sud
del Cile.
È
evidente
che l’autodeterminazione e l’indipendenza non sono principi universali
che definiscono la politica estera statunitense, né lo sono mai
stati,
come testimoniano le guerre degli Stati Uniti contro le nazioni
indiane, i negrieri secessionisti meridionali e le invasioni ricorrenti
di stati indipendenti latinoamericani, asiatici ed africani. Ciò
che
conta nella politica degli Usa è se un movimento separatista, i
suoi
leader e i suoi programmi siano funzionali o no alla costruzione
dell'impero. Tuttavia la domanda inversa è sollevata di rado dai
così
detti progressisti di sinistra o antimperialisti: il movimento
separatista o indipendentista debilita l'impero e consolida le forze
antimperialiste o no? Se accettiamo che la questione determinante sia
la sconfitta della macchina per ammazzare milioni di persone chiamata
imperialismo statunitense, allora è legittimo valutare ed
appoggiare
determinati movimenti indipendentisti, come respingerne altri. Non
c'è
niente di più ipocrita o meno conveniente di sollevare alti
principi
nel prendere queste decisioni politiche. È noto che Hitler
giustificò
l'invasione della Cecoslovacchia in difesa dei separatisti dei Sudeti,
e che una serie di presidenti statunitensi hanno motivato la
spartizione dell'Iraq in nome della difesa dei curdi, o sunniti, o
sciiti, o di chiunque siano i leader tribali che si prestano alla
costruzione dell’impero degli Usa. Ciò che definisce la politica
antimperialista non sono i principi astratti di autodeterminazione,
bensì la definizione esatta dei riferimenti specifici.
Ad
esempio,
oggi in Bolivia, in nome dell'autodeterminazione e dell'autonomia,
un'oligarchia di destra razzista, padrona del settore dell'esportazione
agricola, si sta impadronendo del controllo della regione più
fertile e
ricca in risorse energetiche, che comprende il 75% delle risorse
naturali del paese, espellendo e brutalizzando gli indigeni impoveriti
nel processo. Bisogna domandarsi su quale base il movimento di sinistra
o antimperialista possa opporsi a ciò, se non perché il
contenuto di
classe, di razza e di nazione di queste rivendicazioni è
antitetico ad
un principio più importante: la sovranità popolare basata
sui principi
democratici di potere della maggioranza e di eguale accesso alla
ricchezza pubblica.
Separatismo in America Latina: Bolivia, Venezuela ed Ecuador
In
questi
ultimi anni, in America Latina i candidati sostenuti dagli Usa hanno
vinto e perso le elezioni nazionali. È chiaro che gli Stai Uniti
hanno
mantenuto l'egemonia sulle élite al governo in Messico,
Colombia,
America Centrale, Perù, Cile, Uruguay ed in alcuni stati
insulari dei
Caraibi. Negli stati dove l'elettorato ha sostenuto gli oppositori
della dominazione statunitense, come Venezuela, Ecuador, Bolivia e
Nicaragua, l'influenza di Washington si appoggia su funzionari eletti a
livello regionale, provinciale e locale. È prematuro affermare,
come
dichiara il Council for Foreign Relations, che l'egemonia statunitense
in America Latina sia cosa del passato. Basta leggere i documenti
economici e politici che registrano i crescenti vincoli economici e
militari tra Washington ed il regime di Calderon in Messico, i regimi
di García in Perù, Bachelet in Cile ed Uribe in Colombia
per registrare
il fatto che l'egemonia statunitense prevale ancora in importanti
regioni dell'America Latina.
Se
guardiamo
oltre il livello governativo nazionale, perfino in stati non
egemonizzati dagli Usa, l'influenza statunitense è tuttavia un
fattore
potente nel condizionare il comportamento politico della facoltosa ala
destra del business, delle élite politiche finanziarie e
regionali in
Venezuela, Ecuador, Bolivia ed Argentina. Dalla fine di maggio del
2008, i movimenti regionalistici sostenuti dagli Usa sono stati
all'offensiva, instaurando ‘de facto’ un regime secessionista a Santa
Cruz, in Bolivia. In Argentina, le élite dell'agro-business
hanno
organizzato una serrata della produzione e della distribuzione su scala
nazionale, appoggiate dalle grandi confederazioni industriali,
finanziarie e commerciali, contro un'imposta sull'esportazione promossa
dal governo di centro-sinistra di Cristina Kirchner. In Colombia, gli
Usa stanno negoziando con il presidente paramilitare Álvaro
Uribe la
collocazione di una base militare alla frontiera con lo stato
venezuelano ricco di petrolio di Zulia, che sembra avere l'unico
governatore in carica opposto a Chávez, uno strenuo difensore
dell'autonomia o della secessione. In Ecuador, il sindaco di Guayaquil,
appoggiato dai media di destra e dagli screditati partiti politici
tradizionali, ha proposto ‘l'autonomia’ dal Governo centrale del
presidente Rafael Correa.
Il
processo
di smembramento nazionale guidato dall'impero è molto diseguale,
a
causa del diverso grado dei rapporti di forza politici tra il Governo
centrale ed i secessionisti regionali. I secessionisti boliviani di
destra sono quelli più avanzati, essendo arrivati ad organizzare
e
vincere un referendum, dichiarandosi un'unità governativa
indipendente
con il potere di riscuotere tasse, formulare la politica economica
estera e creare una propria forza di polizia.
Il
successo
secessionista di Santa Cruz è dovuto all'incapacità
politica e alla
totale incompetenza del regime di Evo Morales e del suo vicepresidente
Álvaro García Linera che, promuovendo l'autonomia per le
molte
‘nazioni’ indio impoverite (indianismo), hanno finito con il favorire
che gli oligarchi razzisti bianchi cogliessero l'opportunità di
stabilire la loro propria base di potere separatista. Man mano che i
separatisti ottenevano il controllo della popolazione locale,
procedevano ad intimorire gli indios e i sindacalisti favorevoli al
governo di Evo Morales, a sabotare violentemente l'Assemblea
Costituzionale e respingere la Costituzione, strappando continuamente
concessioni al debole e conciliatorio governo centrale di Morales. I
separatisti, mentre liquidavano la Costituzione e ponevano il loro
controllo sui principali mezzi di produzione e sull’esportazione, si
presero altre 5 province, formando un arco geografico di sei province,
più l'influenza su altre due, nel tentativo di degradare il
Governo
nazionale. Il regime ‘indianista’ di Morales-García Linera,
composto in
gran parte di ex impiegati meticci di Ong finanziati dall'estero, non
ha mai usato il suo potere costituzionale formale né il
monopolio
legittimo della forza per fare eseguire l'ordine costituzionale e per
dichiarare fuori legge e perseguitare le violazioni
dell'integrità
nazionale da parte dei secessionisti ed il loro rifiuto dell'ordine
democratico.
Morales
non
ha mai mobilitato il paese, la maggioranza delle organizzazioni
popolari della società civile, e non è nemmeno ricorso
all'esercito per
sconfiggere i secessionisti. Ha invece continuato a fare impotenti
appelli al dialogo, e compromessi nei quali le sue concessioni
all'autogoverno dell'oligarchia ha solamente confermato la loro guida
del potere regionale. Come caso esemplare di mancanza di governance di
fronte ad una minaccia reazionaria separatista alla nazione, il governo
di Morales-García Linera rappresenta un deplorevole fallimento
nel
difendere la sovranità popolare e l'integrità della
nazione.
Le
lezioni
boliviane di mancanza di governance devono servire da severo monito a
Chávez in Venezuela e a Correa in Ecuador: a meno che non
agiscano con
tutta la forza della costituzione per frenare i movimenti separatisti
in embrione, prima che ottengano una base di potere, dovranno
affrontare anche loro la rovina dei loro paesi. La minaccia più
grande
è in Venezuela, dove i militari statunitensi e colombiani hanno
costruito basi nella frontiera con lo stato limitrofo venezuelano di
Zulia, infiltrando reparti d’assalto e forze paramilitari nella
provincia, e considerano il possesso di questa provincia ricca in
petrolio come una testa di ponte per privare lo stato venezuelano delle
sue rimesse vitali provenienti dal petrolio e destabilizzare il governo
centrale.
Oggi
i
movimenti separatisti promossi in America Latina dagli Usa sono attivi
per lo meno in tre paesi. In Bolivia, l’arco di province di Santa Cruz,
Beni, Pando e Tarija, hanno indetto con successo referenda provinciali
per ‘l’autonomia’, che qui è il termine utilizzato per
secessione. Il 4
maggio del 2008 i separatisti di Santa Cruz hanno avuto successo: con
una partecipazione di quasi il 50% degli elettori censiti, hanno
ottenuto l’80% di voti favorevoli. Il 15 maggio, l'elite
politico-imprenditoriale di destra ha annunciato la formazione di
ministeri per il commercio esterno e la sicurezza interna, assumendo
così i poteri effettivi di un stato secessionista. Il governo
degli
Stati Uniti, rappresentato dall'ambasciatore Goldberg, ha fornito
appoggio finanziario e politico alle organizzazioni ‘civili’
secessioniste di destra, attraverso 125 milioni $ di aiuto ai loro
programmi gestiti dall’Aid, e decine di milioni di $ del programma
anti-droga, ed attraverso il Ned (National Endowment for Democracy) ha
finanziato le Ong favorevoli alla secessione. Nelle riunioni
dell'Organizzazione degli Stati Americani ed in altre riunioni
regionali, gli Usa si sono rifiutati di condannare i movimenti
separatisti.
A
causa della
completa incompetenza e mancanza di guida politica nazionale del
presidente Evo Morales e del suo vicepresidente Álvaro
García Linera,
lo stato boliviano si sta disintegrando in una serie di cantoni
autonomi, perché già diversi altri governatorati
provinciali cercano di
usurpare il potere politico e gestirsi le loro risorse economiche. Fin
dall'inizio, il regime Morales-García Linera firmò
diversi patti
politici, adottò una serie di politiche ed approvò una
quantità di
concessioni alle élite oligarchiche di Santa Cruz, che permisero
loro
di ricostruire efficacemente la loro naturale base politica di potere,
di sabotare un'assemblea costituzionale eletta e minare decisamente
l'autorità del Governo centrale. Il successo della destra si
è prodotto
in meno di due anni e mezzo, fatto particolarmente sorprendente, se si
tiene in conto che nel 2005 il paese visse un'importante insurrezione
popolare che depose un presidente di destra, mentre milioni di
lavoratori, minatori, contadini ed indios si impadronivano delle
strade. È dovuto all'assoluto malgoverno di Morales e
García Linera se
il paese è passato tanto rapidamente e decisamente da un stato
di
potere insurrezionale popolare ad un paese frammentato e diviso, nel
quale un'elite agro-finanziaria separatista si è impadronita del
controllo dell’80% delle risorse produttive del paese, mentre il
Governo centrale solleva flebili proteste.
Il
successo
della classe dirigente regionale secessionista boliviana ha
incoraggiato ‘movimenti autonomisti’ simili, guidati dal sindaco di
Guayaquil (Ecuador) e dal governatore di Zulia (Venezuela). In altre
parole, la sconfitta politica, costruita dagli Stati Uniti, del governo
di Morales e García Linera in Bolivia, ha portato il movimento
autonomista ad associarsi con gli oligarchi in Ecuador e Venezuela per
ripetere l'esperienza di Santa Cruz in un processo di “separatismo
contro-rivoluzionario permanente”.
Il separatismo e l'ex URSS
La
sconfitta
del comunismo nell'URSS ha avuto poco a che vedere con quello che l'ex
responsabile della sicurezza nazionale statunitense Zbigniew Brzezinski
qualificò come una "bancarotta del sistema a causa della corsa
al
riarmo." Fino alla fine nell’URSS, le condizioni di vita sono rimaste
relativamente stabili, i programmi di welfare hanno continuato a
funzionare a livelli quasi ottimali ed i programmi scientifici e
culturali a ricevere una parte cospicua della spesa pubblica. Invece le
elite che hanno governato dopo il sistema comunista non hanno
corrisposto alla propaganda statunitense sulle virtù del libero
mercato
e della democrazia, come proclamavano i presidenti Ronald Reagan,
George Bush padre e Bill Clinton: lo prova in modo evidente il fatto
che quando hanno preso il potere hanno imposto un sistema politico ed
economico né democratico né basato sulla competizione del
mercato.
Questi nuovi governi su base-etnica si sono rivelati simili a monarchie
dispotiche, predatrici e nepotiste che hanno regalato (con le
privatizzazioni) ad un pugno di oligarchi e monopoli stranieri la
pubblica ricchezza accumulata durante i precedenti 70 anni di lavoro
collettivo e di investimenti.
La
principale
forza ideologica che spinge l’attuale politica separatista è la
politica di identità etnica, fomentata e finanziata dagli
organismi di
intelligence e propaganda degli Usa. La politica di identità
etnica che
ha rimpiazzato il comunismo, è basata su vincoli verticali tra
le elite
e le masse. Le nuove elite governano per mezzo di un nepotismo di tipo
clánico-famigliar-religioso-mafioso, finanziato e spinto con la
rapina
e la privatizzazione della ricchezza pubblica creata sotto il
Comunismo. Una volta al potere, le nuove élite politiche
‘privatizzano’
la ricchezza pubblica trasformandola in ricchezza familiare e
convertono se stessi ed i loro complici, in una classe governante
oligarchica. In non pochi casi, i vincoli etnici tra le élite e
i
sottoposti si dissolvono davanti al declino delle condizioni di vita,
le disuguaglianze profonde di classe, i brogli elettorali e la
repressione dello stato.
In
tutti gli
stati dell'ex URSS, l'unica rivendicazione delle nuove classi dirigenti
in materia di legittimità sociale si basa sull'appartenenza ad
un'identità etnica comune. Hanno rispolverato simboli medievali
e
monarchici del lontano passato, tirando fuori dell'armadio monarchi
assolutisti, gerarchie religiose parassitarie, signori della guerra
pre-capitalisti, imperatori sanguinari e bandiere nazionali dei giorni
del feudalesimo proprietario terriero per forgiare una storia ed
un'identità comuni con le masse appena ‘liberate’. Il ripetuto
ricorso
ai simboli reazionari del passato è del tutto appropriato: le
attuali
politiche di dispotismo, la rapina e i culti della personalità
hanno
assonanze con i guerrieri ‘storici’ del passato, i signori e le
pratiche feudali.
Man
mano che
i nuovi despoti post-URSS perdono il loro lustro etnico in seguito alla
pubblica disillusione generata dal rapace saccheggio nazionale e
straniero della ricchezza nazionale, i leader ricorrono
sistematicamente alla forza.
Il
maggior
successo della strategia statunitense di promozione del separatismo
è
stata la distruzione dell'URSS, non la promozione di democrazie
capitaliste indipendenti vitali. Washington è riuscita
nell'esacerbazione di conflitti etnici tra i russi e le restanti
nazionalità, incoraggiando alcuni capi comunisti locali a
separarsi
dall'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche ed a formare stati
indipendenti nei quali i nuovi governanti potessero spartirsi la cassa
del tesoro locale con i loro nuovi soci occidentali. Gli sforzi di
destabilizzazione realizzati dagli Usa nei paesi comunisti,
specialmente dopo gli anni ‘70 non si è misurata su un miglior
standard
di vita, maggior crescita industriale o su programmi di welfare
più
generosi. La propaganda occidentale si è concentrata invece
sulla
solidarietà etnica, un tema che spezza la solidarietà di
classe e la
lealtà allo stato e all'ideologia comunista, e ha rafforzato
alcune
elite filo-occidentali, specialmente tra i ‘pubblici intellettuali’ e i
capi comunisti convertitisi in ‘salvatori della patria’.
Il
punto
chiave della strategia occidentale è stato soprattutto fare a
pezzi
l'URSS per mezzo di movimenti separatisti, senza riguardo se questi
fossero formati da fondamentalisti religiosi fanatici, gangster
politici, economisti liberali formati in Occidente o signori della
guerra con aspirazioni ambiziose. L’unica cosa che importava era che
inalberassero il bandiera separatista dell'autodeterminazione. In
seguito, nel periodo post-sovietico, le nuovi elite filo-capitaliste al
potere furono elevate al rango di membri Nato e stati satelliti.
Le
politiche
di Washington nel periodo post-separatista seguirono un processo in due
tappe: nella prima fase, predominò l'appoggio indifferenziato a
chiunque patrocinasse la disintegrazione dell'URSS; nella seconda fase,
gli Stati Uniti cercarono di promuovere la fazione più
favorevole alla
Nato ed al libero mercato, attraverso le così dette ‘rivoluzioni
colorate’, in Georgia e in Ucraina. Il separatismo fu considerato come
un passo preliminare verso una tappa successiva di subordinazione
all'impero statunitense. La nozione di stati indipendenti è
virtualmente inesistente per i costruttori di questo impero. Nel
migliore dei casi esiste come tappa transitoria da una costellazione di
poteri al nuovo impero diretto dagli Usa.
Nel
periodo
seguente la disintegrazione dell'URSS, i successivi tentativi di
Washington di reclutare nuove élite filo-capitaliste e di creare
stati
satelliti, ebbero un relativo successo. Alcuni paesi aprirono le loro
economie ad uno sfruttamento sfrenato specialmente delle loro risorse
energetiche. Altri, offrirono collocazioni per basi militari. In molti
casi, i governanti locali cercarono di fare affari con le potenze
mondiali mentre accrescevano le loro fortune private con il saccheggio.
Nessuna
delle
repubbliche ex sovietiche è arrivata a sviluppare un stato
democratico
indipendente che permetta di recuperare i livelli di vita che la
rispettiva popolazione possedeva ai tempi sovietici. Alcuni governi
sono diventati dittature teocratiche, nelle quali i notabili religiosi
ed i dittatori si appoggiano mutuamente. Altri si sono convertiti in
turpi dittature a base familiare. Nessuno di essi ha mantenuto la rete
di previdenza sociale o i sistemi educativi di elevata qualità
dell'era
sovietica. Tutti i regimi post-sovietici hanno magnificato le
disuguaglianze sociali e moltiplicato la quantità di imprese a
carattere mafioso. I delitti violenti sono cresciuti geometricamente,
fomentando l'insicurezza del cittadino.
Il
successo
del separatismo indotto dagli Usa, nella maggioranza dei casi, ha
creato grandi opportunità per la rapina occidentale ed asiatica
di
materie prime, specialmente di risorse petrolifere. L'esperienza dei
‘nuovi stati indipendenti’, nel migliore dei casi, è stata
un'illusione
transitoria, mentre le elite governanti o passavano direttamente nella
sfera di influenza occidentale o diventavano un mero paravento della
profonda subordinazione strutturale ai circuiti di esportazione di
materie prime e finanziari dominati dall’Occidente.
Dopo
il
crollo dell'URSS, gli stati occidentali si allearono con le repubbliche
che più rispondevano ai loro interessi. In alcuni casi firmarono
accordi con i loro governanti per stabilire basi militari, riempiendo a
tal fine di prestiti le tasche del dittatore di turno. In altri casi,
si assicurarono un accesso privilegiato alle risorse economiche per
mezzo di imprese miste. In altri, ignorarono semplicemente agli stati
con meno risorse e li lasciarono cadere in miseria e nel dispotismo.
Separatismo: Europa dell’est, Balcani e paesi baltici
L'aspetto
più
sorprendente della disintegrazione del blocco sovietico fu la
rapidità
e la sollecitudine con le quali i paesi passarono dal Patto di Varsavia
alla Nato, e dal dominio politico sovietico al controllo economico di
Usa e Ue in quasi tutti i settori economici importanti. Il passaggio da
una forma di subordinazione politica, economica e militare ad un'altra
sottolinea la natura transitoria dell'indipendenza politica, la
superficialità del suo significato operativo e la spettacolare
ipocrisia della nuova classe dominante- che denunciava allegramente la
dominazione sovietica mentre consegnava al capitale occidentale la
maggior parte dei settori economici, e destinava una parte del suo
territorio alla basi Nato, fornendo contemporaneamente battaglioni di
soldati mercenari per combattere nelle guerre imperiali statunitensi in
una quantità assai maggiore a qualunque altra registrata durante
il
periodo sovietico.
Il
separatismo in queste aree è stata un'ideologia utile per
debilitare la
coalizione egemone avversaria, tanto più in quanto incorporava i
suoi
membri in una coalizione di costruzione imperialista più
virulenta ed
aggressiva.
Iugoslavia e Kosovo: separatismo forzato
Il
successo
nella disintegrazione dell'URSS e dell'alleanza del Patto di Varsavia
incoraggiò gli Usa e l'Ue a distruggere la Iugoslavia, l'ultimo
paese
rimasto indipendente fuori dal loro controllo nell’Europa Occidentale.
Lo smantellamento della Iugoslavia fu iniziato dalla Germania dopo la
sua annessione della Germania Orientale e la demolizione della sua
economia. In seguito si estese nelle repubbliche di Slovenia e Croazia.
Gli Usa, ultimi arrivati nella divisione dei Balcani, si concentrarono
in Bosnia, Macedonia e Kosovo. Mentre la Germania estendeva la
conquista per via economica, gli Usa, fedeli alla loro missione
militarista, ricorrevano alla guerra in alleanza con noti gangsters
terroristici albano-kosovari, organizzati nella formazione paramilitare
Kla (Kosovo Liberation Army). Sotto la leadership di Bernard Kouchner,
le forze della Nato facilitarono la pulizia etnica, l'assassinio e la
sparizione di decine di migliaia di serbi, rom e dissidenti
albano-kosovari non separatisti.
La
distruzione della Iugoslavia è completa: la restante Repubblica
della
Serbia, colpita ripetutamente e divisa, è ora alla mercè
degli Usa e
dei loro alleati europei. Dal 2008 è risultata eletta una
coalizione
appoggiata dall'Ue e dagli Usa, favorevole alla Nato, e gli ultimi
resti dalla Iugoslavia e della sua eredità storica di socialismo
autonomo sono cancellati.
Conseguenze del separatismo nell'URSS, nell’Europa Orientale
e nei Balcani
In
tutte le
regioni nelle quali ha trionfato il separatismo sponsorizzato e
finanziato dagli Usa, le condizioni di vita sono precipitate, si
è
prodotto un massiccio saccheggio delle risorse pubbliche in nome della
privatizzazione, e si sono raggiunti livelli di corruzione politica
senza precedenti. Una cifra vicina ad un terzo della popolazione
è
emigrata nell’Europa Occidentale ed in Nord America, fuggendo dalla
fame, dall'insicurezza personale (crimine), dalla disoccupazione e da
un futuro incerto.
Politicamente,
il tasso straordinario di gangsterismo e di crimini ha portato gli
imprenditori che svolgevano attività legittime a pagare somme
esorbitanti di estorsione, mentre una nuova classe di delinquenti
riconvertiti in impresari si faceva carico dell'economia e firmava
dubbi accordi di investimento e joint venture con imprese
transnazionali dell'Ue, degli Usa e dell’Asia.
I
paesi ex
sovietici ricchi in risorse energetiche dell'Asia del centro-sud sono
passati sotto il potere di dittatori opulenti, che hanno accumulato
fortune di miliardi di dollari nel processo di smantellamento delle
preesistenti norme ugualitarie, sanità generalizzata,
istituzioni
scientifiche e culturali. Le istituzioni religiose hanno acquisito un
potere superiore alle associazioni scientifiche e professionali e,
contro queste, hanno annullano i progressi educativi dei precedenti
settanta anni. La logica del separatismo si è estesa dalle
repubbliche
a livello sub-nazionale, in un processo in cui i signori della guerra e
i capi etnici rivaleggiano nella creazione di una loro propria
entità
autonoma, col risultato di guerre sanguinose, nuovi episodi di pulizie
etniche e nuovo flusso di rifugiati delle zone in conflitto.
Le
promesse
degli Usa riguardo i benefici che il separatismo avrebbe apportato alle
diverse popolazioni non si sono minimamente realizzate. Nel migliore
dei casi l’esigua elite governante con i suoi soci hanno mietuto
ricchezza, potere e privilegio a spese della grande maggioranza.
Qualsiasi fossero le iniziali soddisfazioni simboliche che la
popolazione delle classi inferiori ha potuto provare durante la sua
effimera indipendenza, la nuova bandiera ed il potere religioso
restaurato sono stati erosi dalla paralizzante povertà e dalle
violente
lotte interne per il potere che hanno perturbato le loro vite. La
verità è che milioni di persone sono fuggite dai loro
stati da poco
indipendenti e hanno preferito trasformarsi in rifugiati e cittadini di
seconda classe in paesi stranieri.
Conclusione
La
maggiore
mancanza delle Ong pseudo-progressiste e liberali nella loro difesa
dell'autonomia, della decentralizzazione e dell'autodeterminazione,
consiste nel fatto che questi concetti astratti eludono la fondamentale
domanda storica e la concreta questione politica: verso quale classe,
razza o blocco politico si sta spostando il potere? Per più di
un
secolo negli Usa, la bandiera dei proprietari terrieri del Sud,
razzisti, di destra, che governavano con la forza ed il terrore sui
neri poveri era un ‘Diritto dello Stato’, ovvero la supremazia della
legge e dell'ordine locale sull'autorità del governo federale e
della
costituzione nazionale. La lotta tra i federali contro i diritti degli
stati è avvenuta tra un'oligarchia sudista reazionaria ed una
diffusa
coalizione civica progressista del nord formata dai lavoratori e dalla
classe media.
C'è
una
fondamentale necessità di demistificare la nozione di autonomia,
esaminando le classi che la richiedono, le conseguenze della
decentralizzazione del potere nei termini della distribuzione di
potere, di ricchezza e di potere decisionale popolare, nonché
guardando
chi sono i benefattori esterni di un cambiamento dallo stato nazionale
alle elite di potere locali e regionali. Invece il modo indiscriminato
con cui alcuni libertari abbracciano ogni richiesta di
autodeterminazione ha condotto ad alcuni dei più atroci crimini
dei
secoli XX e XXI. In molti casi i movimenti separatisti hanno fomentato
o si sono prodotti in guerre imperialiste sanguinarie, come avvenne
seguendo l’annessionismo nazista, le invasioni statunitensi dell'Iraq e
dell’Afghanistan, l’invasione israeliana del Libano e la distruzione
della Palestina.
Per
chiarire
il senso di termini come autonomia, decentralizzazione ed
autodeterminazione, ed ottenere che queste devoluzioni di potere si
muovano nella direzione storica progressista, è essenziale porsi
alcune
domande preventive: questi cambiamenti politici, favoriscono il potere
ed il controllo della maggioranza dei lavoratori e dei contadini sui
mezzi di produzione? Portano ad un maggiore potere popolare nello stato
e nei processi elettorali o rafforzano invece i clienti demagoghi che
difendono degli interessi dell'impero, per il quale la disintegrazione
di un stato costituito porta all'incorporazione dei frammenti etnici in
un impero folle e distruttivo?
Introduction: The Historical Context
Throughout
modern imperial history, ‘Divide and Conquer’ has been the essential
ingredient in allowing relatively small and resource-poor European
countries to conquer nations vastly larger in size and populations and
richer in natural resources. It is said that for every British
officer in India, there were fifty Sikhs, Gurkhas, Muslims and Hindus
in the British Colonial Army. The European conquest of Africa and
Asia was directed by white officers, fought by black, brown and yellow
soldiers so that white capital could exploit colored workers and
peasants. Regional, ethnic, religious, clan, tribal, community,
village and other differences were politicized and exploited allowing
imperial armies to conquer warring peoples. In recent decades,
the US empire builders have become the grand masters of ‘divide and
conquer’ strategies throughout the world. By the 1970’s, the CIA
made a turn from promoting the dubious virtues of capitalism and
democracy, to linking up with, financing and directing, religious,
ethnic and regional elites against national regimes, independent or
hostile to US world empire building.
The
key to US military empire building follows two principles: direct
military invasions and fomenting separatist movements, which can lead
to military confrontation.
Twenty-first century empire building has seen the extended practice of
both principles in Iraq, Afghanistan, Iran, Lebanon, China (Tibet),
Bolivia, Ecuador, Venezuela, Somalia, Sudan, Burma and Palestine – any
country in which the US cannot secure a stable client regime, it
resorts to financing and promoting separatist organizations and leaders
using ethnic, religious and regional pretexts.
Consistent with traditional empire building principles, Washington only
supports separatists in countries that refuse to submit to imperial
domination and opposes separatists who resist the empire and its
allies. In other words, imperial ideologues are neither
‘hypocrites’ nor resort to ‘double standards’ (as they are accused by
liberal critics) – they publicly uphold the ‘Empire first’ principle as
their defining criteria for evaluating separatist movements and
granting or denying support. In contrast, many seemingly progressive
critics of empire make universal statements in favor of the ‘right to
self-determination’ and even extend it to the most rancid, reactionary,
imperial-sponsored ‘separatist groups’ with catastrophic results.
Independent nations and their people, who oppose US-backed separatists,
are bombed to oblivion and charged with ‘war crimes’. People, who
oppose the separatists and who reside in the ‘new state’, are killed or
driven into exile. The ‘liberated people’ suffer from the tyranny
and impoverishment induced by the US-backed separatists and many are
forced to immigrate to other countries for economic survival.
Few
if any of the progressive critics of the USSR and supporters of the
separatist republics have ever publicly expressed second thoughts, let
alone engaged in self-critical reflections, even in the face of decades
long socio-economic and political catastrophes in the secessionist
states. Yet it was and is the case that these self-same
progressives today, who continue to preach high moral principles to
those who question and reject some separatist movements because they
originate and grow out of efforts to extend the US empire.
Washington’s success in co-opting so-called progressive liberals in
support of separatist movements soon to be new imperial clients in
recent decades is long and the consequences for human rights are ugly.
Most
European and US progressives supported the following:
1. US-backed Bosnian
fundamentalists, Croatian neo-fascists and Kosova-Albanian terrorists,
leading to ethnic cleansing and the conversion of their once sovereign
states into US military bases, client regimes and economic basket cases
– totally destroying the multinational Yugoslavian welfare state.
2. The US funded and armed
overseas Afghan Islamic fundamentalists who destroyed a secular,
reformist, gender-equal Afghan regime, carrying out vast anti-feudal
campaigns involving both men and women, a comprehensive agrarian reform
and constructing extensive health and educational programs. As a
result of US-Islamic tribal military successes, millions were killed,
displaced and dispossessed and fanatical medieval anti-Communist tribal
warlords destroyed the unity of the country.
3. The US invasion destroyed
Iraq’s modern, secular, nationalist state and advanced socio-economic
system. During the occupation, US backing of rival religious,
tribal, clan and ethnic separatist movements and regimes led to the
expulsion of over 90% of its modern scientific and professional class
and the killing of over 1 million Iraqis... all in the name of ousting
a repressive regime and above all in destroying a state opposed to
Israeli oppression of Palestinians.
Clearly US
military intervention promotes separatism as a means of establishing a
regional ‘base of support’. Separatism facilitates setting up a
minority puppet regime and works to counter neighboring countries
opposed to the depredations of empire. In the case of Iraq,
US-backed Kurdish separatism preceded the imperial campaign to isolate
an adversary, create international coalitions to pressure and weaken
the central government. Washington highlights regime atrocities
as human rights cases to feed global propaganda campaigns. More
recently this is evident in the US-financed ‘Tibetan’ theocratic
protests at China.
Separatists are
backed as potential terrorist shock troops in attacking strategic
economic sectors and providing real or fabricated ‘intelligence’ as is
the case in Iran among the Kurds and other ethnic minority groups.
Why Separatism?
Empire builders
do not always resort to separatist groups, especially when they have
clients at the national levels in control of the state. It is
only when their power is limited to groups, territorially or ethnically
concentrated, that the intelligence operatives resort to and promote
‘separatist’ movements. US backed separatist movements follow a
step-by-step process, beginning with calls for ‘greater autonomy’ and
‘decentralization’, essentially tactical moves to gain a local
political power base, accumulate economic revenues, repress
anti-separatist groups and local ethnic/religious, political minorities
with ties to the central government (as in the oppression of the
Christian communities in northern Iraq repressed by the Kurdish
separatists for their long ties with the Central Baath Party or the
Roma of Kosova expelled and killed by the Kosova Albanians because of
their support of the Yugoslav federal system). The attempt to
forcibly usurp local resources and the ousting of local allies of the
central government results in confrontations and conflict with the
legitimate power of the central government. It is at this point
that external (imperial) support is crucial in mobilizing the mass
media to denounce repression of ‘peaceful national movements’ merely
‘exercising their right to self-determination’. Once the imperial
mass media propaganda machine touches the noble rhetoric of
‘self-determination’ and ‘autonomy’, ‘decentralization’ and ‘home
rule’, the great majority of US and European funded NGO’s jump on
board, selectively attacking the government’s effort to maintain a
stable unified nation-state. In the name of ‘diversity’ and a
‘pluri-ethnic state’, the Western-bankrolled NGO’s provide a moralist
ideological cover to the pro-imperialist separatists. When the
separatists succeed and murder and ethnically cleanse the ethnic and
religious minorities linked to the former central state, the NGO’s are
remarkably silent or even complicit in justifying the massacres as
‘understandable over-reaction to previous repression’. The
propaganda machine of the West, even gloats over the separatist state
expulsion of hundreds of thousands of ethnic minorities – as in the
case of the Serbs and Roma from Kosova and the Krijina region of
Croatia... with headlines blasting – “Serbs on the Run: Serves Them
Right!’ followed by photos of NATO troops overseeing the ‘transfer’ of
destitute families from their ancestral villages and towns to squalid
camps in a bombed out Serbia. And the triumphant Western
politicians mouthing pieties at the massacres of Serb civilians by the
KLA, as when former German Foreign Minister "Joschka" Fischer (Green
Party) mourned, “I understand your (the KLA’s) pain, but you shouldn’t
throw grenades at (ethnic Serb) school children.”
The shift from
‘autonomy’ within a federal state to an ‘independent state’ is based on
the aid channeled and administered by the imperial state to the
‘autonomous region’, thus strengthening its ‘de facto’ existence as a
separate state. This has clearly occurred in the Kurdish run
northern Iraq ‘no fly zone’ and now ‘autonomous region’ from 1991 to
the present.
The same
principle of self-determination demanded by the US and its separatist
client is denied to ‘minorities’ within the realm. Instead, the
US propaganda media refer to them as ‘agents’ or ‘trojan horses’ of the
central government.
Strengthened by
imperial ‘foreign aid’, and business links with US and EU MNCs, backed
by local para-military and quasi-military police forces (as well as
organized criminal gangs), the autonomous regime declares its
‘independence’. Shortly thereafter it is recognized by its
imperial patrons. After ‘independence’, the separatist regime
grants territorial concessions and building sites for US military
bases. Investment privileges are granted to the imperial patron,
severely compromising ‘national’ sovereignty.
The army of
local and international NGO’s rarely raise any objections to this
process of incorporating the separatist entity into the empire, even
when the ‘liberated’ people object. In most cases the degree of
‘local governance’ and freedom of action of the ‘independent’ regime is
less than it was when it was an autonomous or federal region in the
previous unified nationalist state.
Not infrequently
‘separatist’ regimes are part of irredentist movements linked to
counterparts in other states. When cross national irredentist
movements challenge neighboring states which are also targets of the US
empire builders, they serve as launching pads for US low intensity
military assaults and Special Forces terrorist activities.
For example,
almost all of the Kurdish separatist organizations draw a map of
‘Greater Kurdistan’ which covers a third of Southeastern Turkey,
Northern Iraq, a quarter of Iran, parts of Syria and wherever else they
can find a Kurdish enclave. US commandos operate along side
Kurdish separatists terrorizing Iranian villages (in the name of
self-determination; Kurds with powerful US military backing have seized
and govern Northern Iraq and provide mercenary Peshmerga troops to
massacre Iraqi Arab civilian in cities and towns resisting the US
occupation in Central, Western and Southern regions. They have
engaged in the forced displacement of non-Kurds (including Arabs,
Chaldean Christians, Turkman and others) from so-called Iraqi Kurdistan
and the confiscation of their homes, businesses and farms.
US-backed Kurdish separatists have created conflicts with the
neighboring Turkish government, as Washington tries to retain its
Kurdish clients for their utility in Iraq, Iran and Syria without
alienating its strategic NATO client, Turkey. Nevertheless
Turkish-Kurdish separatist activists in the PKK have lauded the US for,
what they term, ‘progressive colonialism’ in effectively dismembering
Iraq and forming the basis for a Kurdish state.
The US decision
to collaborate with the Turkish military, or at least tolerate its
military attacks on certain sectors of the Iraq-based Kurdish
separatists, the PKK, is part of its global policy of prioritizing
strategic imperial alliances and allies over and against any separatist
movement which threatens them. Hence, while the US supports the Kosova
separatists against Serbia, it opposes the separatists in
Abkhazia fighting against its client in the Republic of Georgia.
While the US supported Chechen separatist against the Moscow
government, it opposes Basque and Catalan separatists in their struggle
against Washington’s NATO ally, Spain. While Washington has been
bankrolling the Bolivian separatists headed by the oligarchs of Santa
Cruz against the central government in La Paz, it supports the Chilean
government’s repression of the Mapuche Indian claims to land and
resources in south-central Chile.
Clearly
‘self-determination’ and ‘independence’ are not the universal defining
principle in US foreign policy, nor has it ever been, as witness the US
wars against Indian nations, secessionist southern slaveholders and
yearly invasions of independent Latin American, Asian and African
states. What guides US policy is the question of whether a
separatist movement, its leaders and program furthers empire building
or not? The inverse question however is infrequently raised by
so-called progressives, leftists or self-described
anti-imperialists: Does the separatist or independence movement
weaken the empire and strengthen anti-imperialist forces or not?
If we accept that the over-riding issue is defeating the multi-million
killing machine called US imperialism, then it is legitimate to
evaluate and support, as well as reject, some independence movements
and not others. There is nothing ‘hypocritical’ or ‘inconvenient’ in
raising higher principles in making these political choices.
Clearly Hitler justified the invasion of Czechoslovakia in the name of
defending Sudetenland separatists; just like a series of US Presidents
have justified the partition of Iraq in the name of defending the
Kurds, or Sunnis or Shia or whatever tribal leaders lend themselves to
US empire building.
What defines
anti-imperialist politics is not abstract principles about
‘self-determination’ but defining exactly who is the ‘self’ – in other
words, what political forces linked to what international power
configuration are making what political claim for what political
purpose. If, as in Bolivia today, a rightwing racist,
agro-business oligarchy seizes control of the most fertile and energy
rich region, containing 75% of the country’s natural resources, in the
name of ‘self-determination’ and autonomy, expelling and brutalizing
impoverished Indians in the process – on what basis can the left or
anti-imperialist movement oppose it, if not because the class, race and
national content of that claim is antithetical to an even more
important principle – popular sovereignty based on the democratic
principles of majority rule and equal access to public wealth?
Separatism in Latin America: Bolivia,
Venezuela and Ecuador
In recent years
the US backed candidates have won and lost national election in Latin
America. Clearly the US has retained hegemony over the governing
elites in Mexico, Colombia, Central America, Peru, Chile, Uruguay and
some of the Caribbean island states. In states where the
electorate has backed opponents of US dominance, such as Venezuela,
Ecuador, Bolivia and Nicaragua, Washington’s influence is dependent on
regional, provincial and locally elected officials. It is
premature to state, as the Council for Foreign Relations claims, that
‘US hegemony in Latin America is a thing of the past.’ One only
has to read the economic and political record of the close and growing
military and economic ties between Washington and the Calderon regime
in Mexico, the Garcia regime in Peru, Bachelet in Chile and Uribe in
Colombia to register the fact that US hegemony still prevails in
important regions of Latin America. If we look beyond the
national governmental level, even in the non-hegemonized states, US
influence still is a potent factor shaping the political behavior of
powerful right-wing business, financial and regional political elites
in Venezuela, Ecuador, Bolivia and Argentina. By the end of May
2008, US backed regionalist movements were on the offensive,
establishing a de facto secessionist regime in Santa Cruz in
Bolivia. In Argentina, the agro-business elite has organized a
successful nationwide production and distribution lockout, backed by
the big industrial, financial and commercial confederations, against an
export tax promoted by the ‘center-left’ Kirchner government. In
Colombia, the US is negotiating with the paramilitary President Uribe
over the site of a military base on the frontier with Venezuela’s oil
rich state of Zulia, which happens to be ruled by the only anti-Chavez
governor in power, a strong promoter of ‘autonomy’ or secession.
In Ecuador, the Mayor of Guayaquil, backed by the right wing mass media
and the discredited traditional political parties have proposed
‘autonomy’ from the central government of President Rafael
Correa. The process of imperial driven nation dismemberment is
very uneven because of the different degrees of political power
relations between the central government and the regional
secessionists. The right wing secessionists in Bolivia have
advanced the furthest – actually organizing and winning a referendum
and declaring themselves an independent governing unit with the power
to collect taxes, formulate foreign economic policy and create its own
police force.
The
success of the Santa Cruz secessionist is due to the political
incapacity and total incompetence of the Evo Morales-Garcia Linera
regime which promoted ‘autonomy’ for the scores of impoverished Indian
‘nations’ (or indianismo)
and ended up laying the groundwork for the white racist oligarchs to
seize the opportunity to establish their own ‘separatist’ power
base. As the separatist gained control over the local population,
they intimidated the ‘indians’ and trade union supporters of the
Morales regime, violently sabotaged the constitutional assembly,
rejected the constitution, while constantly extracting concession for
the flaccid and conciliatory central government of the Evo
Morales. While the separatists trashed the constitution and used
their control over the major means of production and exports to recruit
five other provinces, forming a geographic arc of six provinces, and
influence in two others in their drive to degrade the national
government. The Morales-Garcia Linera ‘indianista’ regime, largely made up
of mestizos formerly employed in NGOs funded from abroad, never used
its formal constitutional power and monopoly of legitimate force to
enforce constitutional order and outlaw and prosecute the
secessionists’ violation of national integrity and rejection of the
democratic order.
Morales never mobilized the country, the majority of popular
organizations in civil society, or even called on the military to put
down the secessionists. Instead he continued to make impotent
appeals for ‘dialog’, for compromises in which his concessions to
oligarch self-rule only confirmed their drive for regional power.
As a case study of failed governance, in the face of a reactionary
separatist threat to the nation, the Morales-Garcia Linera regime
represents an abject failure to defend popular sovereignty and the
integrity of the nation.
The
lessons of failed governance in Bolivia stand as a grim reminder to
Chavez in Venezuela and Correa in Ecuador: Unless they act with
full force of the constitution to crush the embryonic separatist
movements before they gain a power base, they will also face the
break-up of their countries. The biggest threat is in Venezuela,
where the US and Colombian militaries have built bases on the frontier
bordering the Venezuelan state of Zulia, infiltrated commandos and
paramilitary forces into the province, and see the takeover of the
oil-rich province as a beach-head to deprive the central government of
its vital oil revenues and destabilize the central government.
Several years into a Washington-backed and financed separatist movement
in Bolivia, a few progressive academics and pundits have taken notice
and published critical commentaries. Unfortunately these articles
lack any explanatory context, and offer little understanding of how
Latin American ‘separatism’ fits into long-term, large-scale US empire
building strategy over the past quarter of a century.
Today the US-promoted separatist movements in Latin American are
actively being pursued in at least three Latin American counties.
In Bolivia, the ‘media luna’
or ‘half-moon’ provinces of Santa Cruz, Beni, Pando and Tarija have
successfully convoked provincial ‘referendums’ for ‘autonomy’ – code
word for secession. On May 4, 2008 the separatists in Santa Cruz
succeeded, securing a voter turnout of nearly 50% and winning 80% of
the vote. On May 15, the right-wing big business political elite
announced the formation of ministries of foreign trade and internal
security, assuming the effective powers of a secession state. The
US government led by Ambassador Goldberg, provided financial and
political support for the right-wing secessionist ‘civic’ organizations
through its $125 million dollar aid programs via AID, its tens of
millions of dollar ‘anti-drug’ program, and through the NED (National
Endowment for Democracy) funded pro-separatist NGOs. At meetings
of the Organization of American States and other regional meetings the
US refused to condemn the separatist movements.
Because of the total incompetence and lack of national political
leadership of President Evo Morales and his Vice President Garcia
Linera, the Bolivian State is splintering into a series of ‘autonomous’
cantons, as several other provincial governments seek to usurp
political power and take over economic resources. From the very
beginning, the Morales-Garcia regime signed off on a number of
political pacts, adopted a whole series of policies and approved a
number of concessions to the oligarchic elites in Santa Cruz, which
enabled them to effectively re-build their natural political power
base, sabotage an elected Constitutional Assembly and effectively
undermine the authority of the central government. Right-wing
success took less than 2 ½ years, which is especially amazing
considering that in 2005, the country witnessed a major popular
uprising which ousted a right-wing president, when millions of workers,
miners, peasants and Indians dominated the streets. It is a
tribute to the absolute misgovernment of the Morales-Garcia regime,
that the country could move so quickly and decisively from a state of
insurrectionary popular power to a fragmented and divided country in
which a separatist agro-financial elite seizes control of 80% of the
productive resources of the country... while the elected central
government meekly protests.
The
success of the secessionist regional ruling class in Bolivia has
encouraged similar ‘autonomy movements’ in Ecuador and Venezuela, led
by the mayor of Guayaquil (Ecuador) and Governor of Zulia
(Venezuela). In other words, the US-engineered political debacle
of the Morales-Garcia regime in Bolivia has led it to team up with
oligarchs in Ecuador and Venezuela to repeat the Santa Cruz
experience... in a process of “permanent counter-revolutionary
separatism.”
Separatism and the Ex-USSR
The defeat of
Communism in the USSR had little to do with the ‘arms race bankrupting
the system’, as former US National Security Adviser Zbigniew Brzyenski
has claimed. Up to the end, living standards were relatively
stable and welfare programs continued to operate at near optimal levels
and scientific and cultural programs retained substantial state
expenditures. The ruling elites who replaced the communist system
did not respond to US propaganda about the virtues of ‘free markets and
democracy’, as Presidents Ronald Reagan, George H.W. Bush and Bill
Clinton claimed: The proof is evident in the political and
economic systems, which they imposed upon taking power and which were
neither democratic nor based on competitive markets. These new
ethnic-based regimes resembled despotic, predatory, nepotistic
monarhies handing over (‘privatizing’) the public wealth accumulated
over the previous 70 years of collective labor and public investment to
a handful of oligarchs and foreign monopolies.
The
principle ideological driving force for the current policy of
‘separatism’ is ethnic
identity politics, which is fostered and financed by US
intelligence and propaganda agencies. Ethnic identity politics,
which replaced communism, is based on vertical links between the
elite and the masses. The new elites rule through
clan-family-religious-gang based nepotism, funded and driven through
pillage and privatization of public wealth created under
Communism. Once in power, the new political elites ‘privatized’
public wealth into family riches and converted themselves and their
cronies into an oligarchic ruling class. In most cases the ethnic
ties between elites and subjects dissolved in the face of the decline
of living standards, the deep class inequalities, the crooked vote
counts and state repression.
In
all of the ex-USSR states, the new ruling classes only claim to mass
legitimacy was based on appeals to sharing a common ethnic
identity. They trotted out medieval and royalist symbols from the
remote past, dredging up absolutist monarchs, parasitical religious
hierarchies, pre-capitalist war lords, bloody emperors and
‘national’ flags from the days of feudal landlords to forge a common
history and identity with the ‘newly liberated’ masses. The
repeated appeal to past reactionary symbols was entirely
appropriate: The contemporary policies of despotism, pillage and
personality cults resonated with past ‘historic’ warriors, feudal lords
and practices.
As
the new post-USSR despots lost their ethnic luster as a consequence of
public disillusion with local and foreign predatory pillage of the
national wealth, the leaders resorted to systematic force.
The
principle success of the US strategy of promoting separatism was in
destroying the USSR – not in promoting viable independent capitalist
democracies. Washington succeeded in exacerbating ethnic
conflicts between Russians and other nationalities, by encouraging
local communist bosses to split from the Union of Soviet Socialist
Republics and to form ‘independent states’ where the new rulers could
share the booty of the local treasury with new Western partners.
The US de-stabilization efforts in the Communist countries, especially
after the 1970’s did not compete over living standards, greater
industrial growth or over more generous welfare programs. Rather,
Western propaganda focused on ethnic solidarity, the one issue that
undercut class solidarity and loyalty to the communist state and
ideology and strengthened pro-Western elites, especially among ‘public
intellectuals’ and recycled Communist bosses-turned ‘nationalist
saviors.’
The
key point of Western strategy was to first and foremost break-up the
USSR via separatist movements no matter if they were fanatical
religious fundamentalists, gangster-politicians, Western-trained
liberal economists or ambitious upwardly mobile warlords. All
that mattered was that they carried the Western separatist banner of
‘self-determination’. Subsequently, in the ‘post Soviet period’,
the new pro-capitalist ruling elites were recruited to NATO and client
state status.
Washington’s post-separatism politics followed a two-step
process: In the first phase there was an undifferentiated support
for anyone advocating the break-up of the USSR. In the second
phase, the US sought to push the most pliable pro-NATO, free market
liberals among the lot – the so-called ‘color revolutionaries’, in
Georgia and the Ukraine. Separatism was seen as a preliminary
step toward an ‘advanced’ stage of re-subordination to the US
Empire. The notion of ‘independent states’ is virtually
non-existent for US empire builders. At best it exists as a
transitional stage from one power constellation to a new US-centered
empire.
In
the period following the break-up of the USSR, Washington’s subsequent
attempts to recruit the new ruling elites to pro-capitalist,
client-status was relatively
successful. Some countries opened their economies to unregulated
exploitation especially of energy resources. Others offered sites
for military bases. In many cases local rulers sought to bargain
among world powers while enhancing their own private
fortune-through-pillage.
None
of the ex-Soviet Republics evolved into secular independent democratic
republics capable of recovering the living standards, which their
people possessed during the Soviet times. Some rulers became
theocratic despots where religious notables and dictators mutually
supported each other. Others evolved into ugly family-based
dictatorships. None of them retained the Soviet era social safety
net or high quality educational systems. All the post-Soviet
regimes magnified the social inequalities and multiplied the number of
criminal-run enterprises. Violent crime grew geometrically
increasing citizen insecurity.
The
success of US-induced ‘separatism’ did create, in most cases, enormous
opportunities for Western and Asian pillage of raw materials,
especially petroleum resources. The experience of ‘newly
independent states’ was, at best, a transitory illusion, as the ruling
elite either passed directly into the orbit of Western sphere of
influence or became a ‘fig leaf’ for deep structural subordination to
Western-dominated circuits of commodity exports and finance.
Out
of the break-up of the USSR, Western states allied with those republics
where it suited their interests. In some cases they signed agreements
with rulers to establish military base lining the pockets of a dictator
through loans. In other cases they secured privileged access to
economic resources by forming joint ventures. In others they
simply ignored a poorly endowed regime and let it wallow in misery and
despotism.
Separatism: Eastern Europe, Balkans
and the Baltic Countries
The most
striking aspect of the break-up of the Soviet bloc was the rapidity and
thoroughness with which the countries passed from the Warsaw Pact to
NATO, from Soviet political rule to US/EU economic control over almost
all of their major economic sectors. The conversion from one form
of political economic and military subordination to another highlights
the transitory nature of political independence, the superficiality of
its operational meaning and the spectacular hypocrisy of the new ruling
elite who blithely denounced ‘Soviet domination’ while turning over
most economic sectors to Western capital, large tracts of territory for
NATO bases and providing mercenary military battalions to fight in US
imperial wars to a far greater degree than was ever the case during
Soviet times.
Separatism in
these areas was an ideology to weaken an adversarial hegemonic
coalition, all the better to reincorporate its members in a more
virulent and aggressive empire building coalition.
Yugoslavia and Kosova:
Forced Separatism
The successful
breakup of the USSR and the Warsaw Pact alliance encouraged the US and
EU to destroy Yugoslavia, the last remaining independent country
outside of US-EU control in West Europe. The break-up of
Yugoslavia was initiated by Germany following its annexation and
demolition of East Germany’s economy. Subsequently it expanded
into the Slovenian and Croatian republics. The US, a relative
latecomer in the carving up of the Balkans, targeted Bosnia, Macedonia
and Kosova. While Germany expanded via economic conquest, the US,
true to its militarist mission, resorted to war in alliance with
recognized terrorist Kosova Albanian gangsters organized in the
paramilitary KLA. Under the leadership of French Zionist Bernard
Kouchner, the NATO forces facilitated the ethnic purging, assassination
and disappearances of tens of thousands of Serbs, Roma and dissident
non-separatist Kosova Albanians.
The destruction
of Yugoslavia is complete: the remaining fractured and battered
Serb Republic was now at the mercy of US and its European allies.
By 2008 a EU-US backed pro-NATO coalition was elected and the last
remnants of ‘Yugoslavia’ and its historical legacy of self-managed
socialism was obliterated.
Consequences of ‘Separatism’ in
USSR. East Europe and the Balkans
In
every region where US sponsored and financed separatism succeeded,
living standards plunged, massive pillage of public resources in the
name of privatization took place, political corruption reached
unprecedented levels. Anywhere between a quarter to a third of
the population fled to Western Europe and North America because of
hunger, personal insecurity (crime), unemployment and a dubious future.
Politically, gangsterism and extraordinary murder rates drove
legitimate businesses to pay exorbitant extorsion payments, as a ‘new
class’ of gangsters-turned-businessmen took over the economy and signed
dubious investment agreements and joint ventures with EU, US and Asian
MNCs.
Energy-rich ex-Soviet countries in south central Asia were ruled by
opulent dictators who accumulated billion dollar fortunes in the course
of demolishing egalitarian norms, extensive health, and scientific and
cultural institutions. Religious institutions gained power over
and against scientific and professional associations, reversing
educational progress of the previous seventy years. The logic of
separatism spread from the republics to the sub-national level as rival
local war lords and ethnic chiefs attempted to carve out their
‘autonomous’ entity, leading to bloody wars, new rounds of ethnic
purges and new refugees fleeing the contested areas.
The
US promises of benefits via ‘separatism’ made to the diverse
populations were not in the least fulfilled. At best a small
ruling elite and their cronies reaped enormous wealth, power and
privilege at the expense of the great majority. Whatever the
initial symbolic gratifications, which the underlying population may
have experienced from their short-lived independence, new flag and
restored religious power was eroded by the grinding poverty and violent
internal power struggles that disrupted their lives. The truth of
the matter is that millions of people fled from ‘their’ newly
‘independent’ states, preferring to become refugees and second-class
citizens in foreign states.
Conclusion
The major
fallacy of seemingly progressive liberals and NGOs in their advocacy of
‘autonomy’, ‘decentralization’ and ‘self-determination’ is that these
abstract concepts beg the fundamental concrete historical and
substantive political question – to what classes, race, political blocs
is power being transferred? For over a century in the US the
banner of the racist right-wing Southern plantation owners ruling by
force and terror over the majority of poor blacks was ‘States Rights’ –
the supremacy of local law and order over the authority of the federal
government and the national constitution. The fight between
federal versus states rights was between a reactionary Southern
oligarchy and a broader based progressive Northern urban coalition of
workers and the middle class.
There is a
fundamental need to demystify the notion of ‘autonomy’ by examining the
classes
which demand it, the consequences
of devolving power in terms of the distribution of power, wealth and
popular power and the external
benefactors of a shift from the national state to regional local
power elites.
Likewise,
the mindless embrace by some libertarians of each and every claim for
‘self-determination’ has led to some of the most heinous crimes of the
20-21st centuries – in many cases separatist movements have encouraged
or been products of bloody imperialist wars, as was the case in the
lead up to and following Nazi annexations, the US invasion of Iraq and
Afghanistan and the savage Israeli invasion of Lebanon and breakup of
Palestine.
To make
sense of ‘autonomy’, ‘decentralization’ and ‘self-determination’ and to
ensure that these devolutions of power move in progressive historic
direction, it is essential to pose the prior questions: Do these
political changes advance the power and control of the majority of
workers and peasants over the means of production? Does it lead
to greater popular power in the state and electoral process or does it
strengthen demagogic clients advancing the interests of the empire, in
which the breakup of an established state leads to the incorporation of
the ethnic fragments into a vicious and destructive empire?
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