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COORDINAMENTO NAZIONALE PER LA JUGOSLAVIA

ITALIJANSKA KOORDINACIJA ZA JUGOSLAVIJU



 
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Documento Costitutivo
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Documentazione su RATLINES ed ODESSA

ovvero: il salvataggio dei nazisti, ustascia inclusi,

da parte del Vaticano e degli angloamericani




In questa pagina:

LINK nel nostro sito
LINK esterni
Sulla rinascita dell'ustascismo / On the rebirth of Croatian fascism
Sulle cause intentate contro il Vaticano / On Vatican Bank claims
Sul dossier Eichmann

Articoli in ordine cronologico inverso:


IL DOPPIO SUICIDIO DI BARILOCHE
estratto da: "Strani Casi Di Morte A Trieste"
di Claudia Cernigoi, Dossier n.25 a cura de La Nuova Alabarda, 2007

Il Führer e il prelato, cattolici con la svastica
Sull'apertura degli archivi del vescovo filonazista Alois Hudal
(Il Manifesto, 06/10/2006)

Il Vaticano nascose gli ustasha. Pavelic e i suoi ospitati nelle chiese

"Haaretz" pubblica la testimonianza al processo di San Francisco
(La Repubblica, 16/1/2006)

«Stragi naziste, una rete aiuta le Ss a evitare i processi»
(Corriere della Sera, 26 agosto 2004)

CROAZIA: CACCIA CENTRO WIESENTHAL A DUE USTASCIA 
(ANSA, giugno 2004)
Wiesenthal: Croatian associates get death threats  (Deutsche Presse Agentur, 23 July 2004)

OPERAZIONE ODESSA. Mi manda il Cupolone
Recensione al libro Operazione Odessa. La fuga dei gerarchi nazisti verso l'Argentina di Perón, di Uki Goñi, Garzanti 2003, pp. 480, e.24
(La Stampa, 3/11/2003)

ARGENTINA: DOPO L'APERTURA DEGLI ARCHIVI SUI NAZISTI
Quei 47 dossier mancanti
(Panorama, 29/8/2003) 

Argentina: vecchi camerati arruolano mercenari per la Croazia
(WoZ-die Wochenzeitung, 23/7/1993)




Vedi anche, sul nostro sito:


- il dossier
Ratlines. La guerra della Chiesa contro il comunismo: le reti di fuga dei criminali di guerra nazisti e ustascia nel secondo dopoguerra, con la copertura del Vaticano (sintesi dal libro di Mark Aarons e John Loftus)

-
I crimini degli ustascia nella Croazia "indipendente" (1941-1945)

-
Il terrorismo ustascia nel corso della guerra fredda

- La rete del Vaticano in aiuto dei criminali nazisti (Il manifesto, 1994)

- I testi segnalati nella nostra bibliografia:


- articoli sparsi tratti da altri siti internet:
# L'Argentina apre gli archivi sulla fuga dei nazisti (CdS 22/6/2005)
# Nazisti a Genova, con i link ai documenti pubblicati da Il Secolo XIX (2003)
# La strada per Odessa (F.M. Puddu)
# Nazisti, l'elenco della vergogna (F.M. Pace)
# ed altri link utili




LINK ESTERNI sugli stessi argomenti:


THE VATICAN FILES
http://www.vaticanfiles.net/odessafiles.htm


Nazi “Butcher of Lyon” was a German intelligence agent
(D. Henning, 22 January 2011 - also on JUGOINFO)

Pred Kongresom izveštaj o saradnji nacista i CIA
(Beta,
11.12.2010 - i na JUGOINFO-u)

Secret papers reveal Nazis given 'safe haven' in US
Toby Harnden, 14 Nov 2010 - also on JUGOINFO)

E gli Usa divennero il rifugio dei nazisti
Il Corriere della Sera, 14 novembre 2010

Article from NY Times on US governement relationship with Nazis during the Cold War
http://jasenovac.org/libraries/viewdocument.asp?DocumentID=155

Über die Netzwerke des Bundesnachrichtendienstes
von Klaus Eichner und Gotthold Schramm, Tageszeitung junge Welt
Teil I: Braunes Sammelbecken (03.02.2011 / Thema / Seite 10)
Teil II und Schluß: »Im Dienste alter Kameraden« (04.02.2011 / Thema / Seite 10)

ERIKO SALERNO Mosad baza Italija

Samo jednu akciju Mosad sa bazom u Rimu nikada nije sproveo: hvatanje ustaša i Anta Pavelića, koji su u svet pošli iz Večnog grada...
http://www.pecat.co.rs/2010/04/eriko-salerno-mosad-baza-italija/
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/6787


Nel suo libro - prevalentemente dedicato al terrorismo israeliano in Italia ed agli accordi tra ambienti fascisti e sionisti negli anni a cavallo della nascita dello Stato di Israele - Eric Salerno ricorda alcuni aspetti dell'operazione Ratlines. Tra questi sono per noi particolarmente interessanti quelli riguardanti gli ustascia:
L'arcivescovo di Genova Giuseppe Siri << dirigeva "un'organizzazione internazionale il cui obiettivo è predisporre l'emigrazione in America Latina di europei anticomunisti (...) in particolare fascisti, ustascia e altri gruppi simili." Siri manteneva contatti stretti con il colonnello delle SS Walter Rauff, l'inventore del letale "furgone a gas", predecessore delle camere a gas, e con il sacerdote croato Karlo Petranovic, ex dirigente della milizia croata ustascia. (...) Nel 1999 in un tribunale americano lo IOR, la Banca vaticana, è stata accusata di avere incassato i beni trafugati dagli ustascia. Come e perché è spiegato ai giudici da William Gowen, ex agente del CIC (...) "Ho interrogato personalmente [Krunoslav] Draganovic..." (...) Gowen fu bloccato dai suoi superiori quando era sul punto di scoprire il nascondiglio romano del boia [Ante Pavelic]. (...)
Soltanto in questi anni, da documenti segreti della CIA e da altre rivelazioni, è emersa la verità: Rauff era stato "salvato" dal Mossad e aveva lavorato per i servizi segreti israeliani. (...) I "contatti" israeliani erano due. Shalheveth Freier e Ted Gross... >> (pp.100-103)
<< Purtroppo (...) importanti esponenti delle organizzazioni clandestine ebraiche avevano cominciato a vendere documenti falsi a tutti. E cita il caso del colonnello ustascia Modic scappato con moglie, figlio e figlia in America Latina grazie a passaporti fasulli ottenuti dall'American Jewish Joint Distribution Committee, nella sede di Via San Basilio 9 a Roma >> (p.107)


Eric Salerno
Mossad base italiana
Il Saggiatore, 2010
Pagine 225 — euro 19 — ISBN 9788842816140


Asner in uniforme ustascia
L'Austria è tuttora rifugio dei peggiori assassini ustascia
"The Sun" del 16 giugno 2008 e poi "Liberation" del 19 giugno 2008, sotto il titolo "Babbo nazi va alla partita", ci parla di tale Georg Aschner grande amante delle partite di pallone... infatti questo nazista, il cui vero nome è Milivoj Asner, è stato pescato da un giornalista inglese durante i campionati Europei mentre festeggiava la vittoria croata...
Papy nazi va au match / We find wanted Nazi at footie
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/6078

www.radioyu.org - 06.11.2006. 17:01      
Il direttore dell’Istituto Simon Wiesenthal, Efraim Zurof, ha consegnato a Gerusalemme, al ministro degli esteri della Serbia, Vuk Draskovic, tre dossier sui crimini di guerra nella Seconda guerra mondiale. Zurof ha riportato che si tratta del capo della polizia di insurrezione in Slavonia, Milivoje Asner, e degli ex comandanti dell’insurrezione di Dubrovnik, Ivo Rojnica e Sandor Kepir, che durante la Seconda guerra mondiale, da poliziotti ungheresi, hanno partecipato ai crimini di guerra in Vojvodina. Zurof ha rilevato che è assolutamente chiaro che queste persone meritano di essere arrestate e portate davanti alla giustizia. Ivo Rojnica si trova a Buenos Aires, e le autorità argentine sono disposte ad estradarlo, se uno stato chiederà l’estradizione, ha fatto sapere Zurof. Nel caso di Ivo Rojnica e di Milivoje Asner, si tratta di crimini commessi sui serbi in Croazia durante la Seconda guerra mondiale, così che sia la Serbia sia la Croazia hanno diritto di chiedere la sua estradizione, ma questo non può e non dovrebbe essere fatto senza Belgrado, ha detto Zurof ed ha aggiunto che martedì avrà un colloquio telefonico al riguardo con il ministro serbo della giustizia Zoran Stojkovic.  Nel Consiglio per i rapporti internazionali a Gerusalemme, il ministro Draskovic ha tenuto un discorso sui legami storici fra gli ebrei e i serbi, soprattutto sulle loro sofferenze nella Seconda guerra mondiale, e in quell’occasione ha detto che i crimini non devono essere nascosti né dimenticati...



L'alliance du Pentagone avec les nazis

http://www.reseauvoltaire.net/article14657.html
ou http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/4102

CIA NAZI FILES RELEASED (9 Jun 2006):
Interagency Working Group on Nazi War Crimes
"New Information on Cold War CIA Stay-Behind Operations in Germany and on the Adolf Eichmann Case" by Timothy Naftali, University of Virginia
"Gustav Hilger: From Hitler's Foreign Office to CIA Consultant" by Robert Wolfe, former archivist at the U.S. National Archives
"Tscherim Soobzokov" by Richard Breitman, AmericanUniversity
"CIA Files Relating to Heinz Felfe, SS Officer and KGB Spy" by Norman J.W. Goda, Ohio University
"Documents Shed Light on CIA's Use of Ex-Nazis" by Scott Shane, The New York Times




Sulla rinascita dell'ustascismo / On the rebirth of Croatian fascism:


Avvocati statunitensi e preti cattolici difendono il boia Gotovina
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/5036
Gotovina e Wojtyla

Argentina/Croazia: Prosciolti i trafficanti di armi amici degli ustascia (2003)
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/2760

Argentina, in manette l'ex presidente Carlos Menem (giugno 2001)
"... arrestato con l'accusa di aver venduto illegalmente armi alla Croazia ... tra il 1991 e il 1995..."
http://www.repubblica.it/online/mondo/menem/menem/menem.html

Three NY Times articles about the rebirth of Croatian fascism


A. Comment -Telling some Truth, 7 Years Late
1. Croatia Forced Thousands From Homes, Rights Group Says
by David Binder, NY Times - December 8, 1993
2. Fascists Reborn as Croatia's Founding Fathers
By Chris Hedges, NY Times - April 12, 1997
3. On My Mind; Back From the Grave
by A. M. Rosenthal, NY Times - April 15, 1997


http://emperors-clothes.com/archive/dynamited.htm




http://www.srpska-mreza.com/Croatia/Nazi_neo.html

NEW BOOK:

FUEHRER EX
Memoirs of a Former Neo-Nazi

INGO HASSELBACH
WITH TOM REISS
Chatto & Windus, London
Copyright @) 1996 by Ingo Hasselbach

Ingo Hasselbach has asserted his right under the Copyright,
Designs and Patents Act, 1988 to be identified as the author
of this work.

First published in Great Britain in 1996 by
Chatto & Windus Limited
Random House, 20 Vauxhall Bridge Road,
London SW1V 2SA

Random House Australia (Pty) Limited
20 Alfred Street, Milsons Point, Sydney
New South Wales 2061, Australia

Random House New Zealand Limited
18 Poland Road, Glenfield
Auckland 10, New Zealand

Random House South Africa (Pty) Limited
PO Box 337, Bergvlei, South Africa
Random House UK Limited Reg No. 954009

"Fuhrer Ex" grew from:
Die Abrechnung: Ein Neonazi steigt aus
by Ingo Hasselbach and Winfried Bonengel
published in Germany in 1993 by Aufbau Verlag GmbH

A CIP catalogue record for this book
is available from the British Library

ISBN 0 7011 6536 7

Printed and bound in Great Britain by
Mackays of Chatham PLC, Chatham, Kent


Excerpts:
Pages 207-9:

(Quote:)
IN THE SPRING of 1991, the civil war in Croatia began. The Movement saw 
it as the perfect chance to give those who wanted it real experience 
killing people. Moreover, there was a historical tie: during World War 
II Nazi Germany had played an active role in Yugoslav ethnic politics; 
the Nazis had supported a puppet dictatorship in Croatia, the Ustashe, 
that had built concentration camps in which mostly Serbs but also Jews 
were killed.

*The current government in Croatia was reviving the tradition of the 
Ustashe and in many other ways honoring the former Fascists. Units of 
the Croatian Army were flying swastika flags, and many more were flying 
the old Croatian Fascist symbol. Croatia had become the first European 
government since World War II to openly embrace these symbols. ... It 
was a neo-Nazi
dream come true.*

All of the West German neo-Nazis saw it as a wonderful opportunity, but 
Nero Reisz, the barking anti-Semite from Hesse, was particularly 
pleased. The problem for him was that there weren't enough Jews being 
killed. But Serbs would do.

A system was set up whereby potential recruits for Croatia were first 
trained in paramilitary camps in Germany, then passed on to middlemen 
who were responsible for arranging their transport, clothing, and food 
on the way to the front.

The way it worked was first through a word-of-mouth network. We had to 
be careful about doing any advertising because hiring mercenaries was 
strictly illegal in the Federal Republic. It was simply known in the 
scene that you could go to Croatia, if fighting was your trip, and that 
in Berlin I was one of the contacts. The other main contact people in 
Berlin were Arnulf Priem and Oliver Schweigert. Once we'd checked out 
recruits to make sure they weren't spies, we took them to a 
paramilitary camp to get tested and trained. We were mainly interested 
in whether they were physically fit to go down there. Mental fitness 
didn't interest us much.

I knew one guy from the GDR who'd been loosely involved in the Movement 
for about a year and then went down to Croatia because it was a chance 
to kill Communists, i.e., the Serbs. He wasn't even much of a neo-Nazi, 
really. He simply hated the Stasi, who'd tortured him in jail, and was 
half crazy to get some revenge on anyone for his suffering. He had 
shoulder-length hair, like a hippie, and hardly any sense of purpose at 
all. He just wanted a chance to kill "Communists", and he got it in 
Croatia. In a documentary some television team made at the front, he 
was interviewed and he talked about how many Serbs he'd killed and how 
much he'd learned about weapons. Less than a year later, he was killed 
himself.

But the more sane and careful ones came back after a few months or a 
year with valuable training in weapons and explosives. They'd of course 
also learned what it was like to kill people. (Many stayed down there, 
living in the hills, constantly involved in skirmishes no one ever 
heard about, and are only now coming back into Germany and Austria and 
forming the basis of the most militant and dangerous neo-Nazi cells.)


The effort to organize young German neo-Nazis and send them to Croatia 
to fight and kill for the Ustashe - as the SS had once done - was 
organized largely by the Movement representatives in Hesse, Bavaria, 
and-for logistical reasons, as it was directly on the border with 
Yugoslavia-Austria. The main man in charge in Germany was Nero Reisz. 
He organized transport and took care that everyone got uniforms and 
weapons. Then Michel Faci and his right-hand man, Nikolas, organized 
most of the
Croatian neo-Nazi units, training both young Croatians and Germans 
who'd come down for the ride. Faci trained Croatians as young as ten 
years old to kill "Communists" while teaching them the basics of 
Nazism. With his childish antics, he is good at making murder seem like 
a game.

The neo-Nazis mostly fought independently from other units, as a 
legionnaire corps. But they received arms and ammunition, even tanks, 
from the Croatians.

 From what I heard from men who came back, they fought against Serbs but 
also against Bosnian Muslims, even though the Muslims had been in the 
SS during World War II. They simply fought against whomever they could 
get an excuse to kill. They kept track of how many Serbs they killed 
and tried to collect per-body pay from the Croatians, but they actually 
got hardly anything, apart from invaluable experience.


I NEVER WENT down there. Personally, I wouldn't have gone to Croatia 
for anything in the world. I saw no reason to risk my neck for another 
nation. I was only interested in the potential of getting 
battle-hardened recruits back from the front. The actual fight in 
Yugoslavia didn't interest me.

So I organized paramilitary camps and helped provide training, tested 
the recruits with the help of a few sympathetic people from the 
Bundeswehr. There was a lot of physical training-jogging, crawling, 
scaling. Recruits learned how to use firearms and how to dismantle, 
clean, and reassemble them. There was explosives training and practice 
in throwing grenades and
using bazookas. We modeled our course on Bundeswehr training exercises 
and what we could piece together about the old Waffen SS training with 
the help of training manuals and the memories of our retired SS 
supporters. But the basic source for our training was the West German 
Federal Army.

(...)





Sulle cause intentate contro il Vaticano / On Vatican Bank claims:


A San Pietro l'oro di Pavelić
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/82

VATICAN BANK CLAIMS
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/193

---

Interessanti sviluppi nel processo di San Francisco contro la Banca 
Vaticana accusata di aver riciclato il denaro del tesoro degli 
Ustascia (sottratto alle vittime del genocidio del regime di Pavelic) 
dopo la fine della seconda guerra mondiale:

-------- Original Message --------
Subject:  Update: Vatican Bank Lawsuit Progressing
Date:  Wed, 22 Feb 2006 22:31:19 -0500
From:  Jon Levy

February 23, 2006

For Immediate Release:
Jonathan Levy and Tom Easton Attorneys
resistk @yahoo.com
202-318-2406
http://www.vaticanbankclaims.com

Current Update

Vatican Bank Lawsuit Progressing



San Francisco:  Attorneys for plaintiffs in Alperin v. Vatican Bank a
lawsuit seeking recovery of assets looted from Yugoslavia during the
Second World War and converted post-war by the Vatican Bank and
Franciscan Order reports progress on several fronts:

The trial court has approved a Fourth Amended Lawsuit that
substantially enhances the existing claims and adds the Serbian
Republic of Krajina in Exile as a Plaintiff.  Additional facts about
how the Ustasha Treasury came to the Vatican Bank, Vatican dealings in
gold bullion and the involvement of the Franciscan Order in Rome and
Chicago have been added.

The deposition of the only known witness to the Vatican and Franciscan
money laundering, former Army Counterintelligence Special Agent William
Gowen is set to continue in Dallas on March 9, 2006.  Gowen’s
eyewitness testimony has revealed so far that Vatican official Fr.
Krunoslav Draganovic admitted to Gowen that he received up to ten
truckloads of loot in 1946 at the Franciscan controlled Croatian
Confraternity of San Girolamo.  Gowen also testified that the leader of
the treasure convoy, Ustasha Colonel Ivan Babic, boasted to Gowen of
using British uniforms and trucks to move the gold from Northern Italy
to Rome.  As for the Ustasha Treasury’s ultimate destination, Gowen
concurred that it could have gone nowhere but the Vatican Bank.

Gowen’s testimony is likely to remain unchallenged by any living
witness given the recent death of former longtime Vatican Bank
President, Archbishop Paul Marcinkus, who likely knew of the Ustasha
transaction but never spoke of it.

Further the United States Supreme Court has denied a Vatican Bank and
Franciscan Appeal to halt the lawsuit.  The US State Department has
also denied previous requests by the Vatican Secretariat to dismiss the
lawsuit.


For more information contact:

Jonathan Levy, Esq.
resistk @yahoo.com
202-318-2406


---

Olocausto: Corte suprema Usa dice sì a processo a Vaticano

Washington - La Corte Suprema americana ha dato oggi il suo via libera al processo che un gruppo di sopravvissuti dell'Olocausto ha intentato alla banca vaticana, lo Ior (Istituto opere di religione), e all'ordine francescano, accusandoli di essersi appropriati, alla fine della guerra, di beni di vittime del brutale regime Ustascia, al potere in Croazia dal  1941 al 1945.

Quei beni, secondo l'accusa, sarebbero stati trasferiti illegalmente dai francescani croati nelle casse della banca vaticana e sarebbero serviti a finanziare la fuga di gerarchi ustascia e altri criminali nazisti transitati proprio attraverso la città pontificia verso destinazioni  sicure in Sudamerica e altrove.

Il processo era stato bloccato nel 2003 su ricorso di un giudice  federale, il quale aveva sostenuto che si trattava di questioni da affrontare a livello di governo statunitense e non di tribunale. La Corte Suprema ha respinto oggi il ricorso e ha deciso che il processo, avviato nel   1999 da un gruppo di ebrei davanti ad una Corte di San Francisco, deve andare   avanti.

fonte: Sda-Ats / Ecumenici, gennaio 2006


OLOCAUSTO: CROAZIA, CORTE APPELLO USA RIAPRE CAUSA CONTRO VATICANO

(ANSA) - NEW YORK, 19 APR [2005] - Una Corte federale d'appello a San Francisco ha riaperto una causa legale avviata da superstiti dell'Olocausto che hanno citato in giudizio la Banca Vaticana con l'accusa di aver riciclato beni sottratti a ebrei in Croazia durante la seconda Guerra mondiale.
La decisione ribalta una sentenza di una Corte minore che aveva respinto l'azione legale sostenendo che le affermazioni legate alla storia andrebbero affrontate a livello di politica estera, non di azioni legali.
La Corte d'appello ha ridotto il raggio d'azione entro il quale si potra' muovere la causa, ma ha riconosciuto il diritto dei superstiti dell'Olocausto di portarla avanti.
La denuncia era stata presentata la prima volta nel 1999 contro la Banca Vaticana e l'Ordine dei Francescani ed era legata alle vicende del regime filonazista degli ustascia nel 1941-45. (ANSA).




Sul dossier Eichmann:


Eichmann, der BND und die Expertenkommission
Wie der Geheimdienst und das Bundeskanzleramt mit einem von der Autorin erwirkten Urteil zur Herausgabe von Akten umgehen
(Gaby Weber 21.01.2011 - auch in JUGOINFO)

USA: Unliebsame Recherchen unterbunden
Deutsche Journalistin abgeschoben. Gaby Weber wollte unter anderem Akten über Nazi-Kriegsverbrecher recherchieren
(Harald Neuber, 19.08.2010)


Nazivergangenheit unter Verschluss
Berliner Kanzleramt verweigert Freigabe von Eichmann-Akten. Ehemalige Fluchthelfer im BND werden geschützt. Kritik von Bundesverwaltungsgericht
(Harald Neuber 01.07.2010)


Bundeskanzleramt sperrt Eichmann-Akte des BND
Die 50 Jahre zurückliegenden Geheimdienstoperationen bezüglich des Massenmörders Adolf Eichmann bleiben ein Staatsgeheimnis
(Markus Kompa 23.09.2009)


Eichmann schwieg über Adenauers rechte Hand Hans Globke
Der Arm des BND reichte bis in Eichmanns Jerusalemer Todeszelle (Ulrich Sander 01.07.06)

Skrupellos
11.06.2006 - WASHINGTON/MÜNCHEN/BERLIN (Eigener Bericht) - (...) Die in Washington veröffentlichten Erkenntnisse beleuchten das Zusammenspiel zwischen den westdeutschen Nachkriegseliten und dem überlebenden NS-Personal, das in die neuen Staatsstrukturen eingemeindet wurde oder unter deren heimlichem Schutz stand. Eines der staatlichen Kooperationszentren war der Bundesnachrichtendienst (BND). "Wir wissen jetzt, dass wenigstens ein Dutzend Veteranen aus Eichmanns Judenreferat (...) nach 1945 als Geheimagenten für die CIA und den BND (...) arbeiteten", schreibt Prof. Christopher Simpson von der American University (Washington D.C.) in einem Beitrag für german-foreign-policy.com.
EN FRANCAIS: Sans scrupules
IN ENGLISH: Unscrupulous
http://www.german-foreign-policy.com/en/fulltext/56004
Please read also Christopher Simpson's article here:
http://www.german-foreign-policy.com/de/fulltext/56392


Eichmann, le spie Usa sapevano ma tacquero / I gerarchi nazisti al fronte occidentale
Archivi americani. Eichmann, Globke, Gehlen furono salvati dagli americani in nome della guerra fredda e della ricostruzione di una Germania occidentale fedelmente alleata agli Stati Uniti

(il manifesto, 2006)





Il testo che segue è un estratto da: "Strani Casi Di Morte A Trieste"
di Claudia Cernigoi, Dossier n.25 a cura de La Nuova Alabarda, 2007
http://www.nuovaalabarda.org/leggi-articolo-strani_casi_di_morte_a_trieste.php


IL DOPPIO SUICIDIO DI BARILOCHE

(La ricostruzione che segue è tratta dagli articoli apparsi sul “Piccolo” nel gennaio 1996: “Si suicidano in Argentina” di C. Barbacini; “Troppi i misteri dietro i due suicidi”, sigla c.b.; “Conferma: suicidati con il gas”, C. Barbacini; “Doppio suicidio, indagini locali”, sigla c.b.; e da “I misteri del croato”, di A. Tagliacarne e F. Longo su “Cuore”, 27/1/06)

Nel settembre del 1995 una giornalista triestina, Francesca Longo, intervistò per conto del quotidiano “Liberazione” (organo di Rifondazione comunista), a proposito della situazione della Croazia alla vigilia delle elezioni presidenziali che portarono nuovamente al potere Franjo Tudjman, il ventinovenne Valdi Veselica, croato originario della cittadina istriana di Umago, che viveva da qualche tempo a Trieste.
Così si espresse Veselica: “Mio padre è abituato a tacere (...) si è iscritto all’Hdz (il partito di governo, ndr) per trovare lavoro. Io ho preferito emigrare. Ho fatto le scuole sotto Tito, sono cresciuto con croati, italiani, serbi, bosniaci, sloveni senza alcun problema. Non ci mancava nulla, eravamo tutti fieri di essere cittadini jugoslavi. Ho fatto anche il servizio militare nell’armata (...) sono nato jugoslavo e tale resterò”.
Assieme a Valdi era emigrata a Trieste anche la sua compagna ventiquattrenne Barbara Razman, croata di nazionalità italiana. I due si erano stabiliti nella località di Opicina, frazione di Trieste, dove vivevano in una piccola casetta presa in affitto più o meno all’epoca dell’intervista con la giornalista di “Liberazione”; avevano lavorato, secondo la stampa, lui come cameriere in un ristorante e lei come pulitrice, ma avevano abbandonato queste attività nell’ottobre del 1995 per aprire una società di commercio di tartufi, aragoste, funghi, datteri di mare. Ai primi di dicembre Barbara fu fermata dalla Guardia di Finanza, che le trovò nell’auto 20 chili di tartufi non dichiarati, fatto che le costò una denuncia per contrabbando ed una multa di 20 milioni di lire.
Fin qui nulla di strano. Ma il 14 dicembre 1995 una loro cugina andò dai carabinieri a denunciare che, dopo avere incontrato i due giovani a casa loro il 6 dicembre, non era più riuscita a contattarli: da una settimana non rispondevano al telefono. Un sopralluogo nella casetta verificò che Valdi e Barbara erano spariti nel nulla. “Hanno lasciato i piatti ancora sporchi nel lavello (...) sul tavolo in cucina hanno dimenticato anche il telefono cellulare. Sono saliti sulla loro macchina, una Croma di colore blu targata Treviso e si sono portati via un borsone dove presumibilmente hanno riposto qualche capo di biancheria prima di andarsene per sempre”.
Un vicino di casa disse: “all’inizio di dicembre mi hanno detto che si sarebbero assentati per un paio di giorni ma che sarebbero tornati per sfruttare il momento favorevole alle vendite”.
I corpi senza vita dei due giovani furono invece ritrovati il 30 dicembre in un’auto Fiat 147 presa a noleggio, uccisi dai gas di scarico, nei pressi della cittadina argentina di San Carlos de Bariloche, “nella zona di Colonia Suiza Est, chilometro 25 tra Camino e Bahia Lopez”, praticamente dall’altra parte del mondo rispetto a Trieste. Gli inquirenti argentini ipotizzarono un suicidio “asfissiati a causa del monossido di carbonio con un tubo di gomma collegato con lo scappamento”, ma non fu trovato loro addosso alcun biglietto di spiegazioni, né alcuna lettera, “solo i tagliandi del volo Genova-Buenos Ayres, i passaporti e pochi dollari nelle loro tasche”.
Erano arrivati in Argentina l’11 dicembre ed avevano preso alloggio a Bariloche all’hotel Lagos de la Patagonia.
Un “investigatore” dichiarò alla stampa: “Non abbiamo elementi concreti ma il sospetto è che qualcuno si sia offerto di farli scappare da Trieste in Argentina e che poi li abbia scaricati”.
Il p.m. Giorgio Nicoli incaricò delle indagini i carabinieri, ma “dal rapporto della polizia argentina risulta che non sia stata effettuata l’autopsia sui due cadaveri e che il magistrato argentino si sia accontentato di un esame esterno delle salme”. Le giornaliste Longo e Tagliacarne riportarono su “Cuore” le dichiarazioni dell’ex dirigente della Squadra mobile di Trieste, Carlo Lorito e quelle del p.m. Nicoli. Il primo avrebbe detto: “dal plutonio ai serpenti, dalle armi di qualsiasi genere all’eroina e all’hashish, dai datteri di mare alla cocaina, sono poche le mercanzie illegali che non passano per questo confine”. Il dottor Nicoli invece avrebbe dichiarato: “per ora il fascicolo è esile e siamo in attesa del rientro delle salme (...) ci può essere di tutto: possono avere avuto una proposta di lavoro non mantenuta e finita tragicamente. O magari si proverà che (...) c’è stata istigazione al suicidio. Oppure, viste le modalità, scopriremo una traccia che porta ai servizi segreti croati. Ma questo non lo scriva”. Come si vede, le giornaliste scrissero anche quello che il magistrato non voleva fosse reso pubblico, pur precisando che non voleva fosse scritto.
All’epoca di questi articoli (fine gennaio) si era dunque in attesa del rimpatrio dei corpi, ma dopo pochi giorni la notizia sparì dalle pagine dei giornali e non sappiamo se le autopsie siano state fatte, se la magistratura croata fece delle indagini né a quali conclusioni sia giunta quella italiana.
Una storia tragica ed anche piena di misteri.
Cosa portò i due giovani, che sicuramente non navigavano nell’oro, a mollare tutto, da un giorno all’altro per prendere un aereo e partire per l’Argentina? Perché avrebbero dovuto accettare la proposta di qualcuno di “farli scappare” (scappare da cosa o da chi?), e perché proprio in Argentina, perché proprio in un posto come Bariloche, una cittadina della quale la maggior parte della gente non conosce neppure l’esistenza?
Di Bariloche, località turistica nota in Sudamerica per la splendida foresta pietrificata che la circonda, parla la scrittrice Isabel Allende nel suo struggente “D’amore e d’ombra”: posta al confine tra Cile e Argentina, i laghi che costeggiano il confine erano attraversati dagli esuli cileni che fuggivano dalla dittatura prima che i militari prendessero il potere anche in Argentina. Bariloche è una cittadina graziosissima, che sembra trapiantata dalle Alpi germaniche agli antipodi del mondo, una cittadina la cui esistenza è divenuta nota al grande pubblico solo negli ultimi anni perché vi fu arrestato Erich Priebke (e per coincidenza proprio il 25/11/95, poco prima della repentina partenza di Valdi e Barbara). A Bariloche si insediarono nel dopoguerra moltissimi nazisti in fuga dall’Europa e giunti in Argentina con le cosiddette ratlines, che videro la collaborazione di strutture vaticane, neonaziste e dei servizi segreti “occidentali”, con la protezione dell’allora presidente Peròn. Ma non furono solo tedeschi a trovare rifugio in Argentina, c’erano anche fascisti italiani ed ustascia fuggiti dalla Croazia: e, tanto per parlare di coincidenze, ricordiamo che anche attraverso Trieste passava una delle linee di fuga dei nazisti (nel terzo capitolo del libro “Ratlines” (M. Arons e J. Loftus, “Ratlines”, Newton Compton, 1993), dove viene narrata la fuga da Roma del nazista ungherese Ferenc Vajta, leggiamo che all’epoca si ritenne che il rilascio fosse stato “congegnato” dal triestino Fausto Pecorari, segretario generale della Democrazia cristiana ed anche vicepresidente democristiano dell’Assemblea costituente).
Continuiamo con le coincidenze. Dall’8 gennaio 1996 a qualche giorno dopo, un immane incendio ha distrutto quattromila ettari di foresta nel parco nazionale vicino a Bariloche: lo abbiamo letto in due brevissimi trafiletti pubblicati all’epoca su “Liberazione”.
Vi sono poi altre cose che collegano l’Argentina con la Croazia. Ad esempio la notizia (luglio 1997) della messa sotto inchiesta del ministro della difesa argentina Oscar Camillòn per presunta vendita illegale di armi alla Croazia e all’Ecuador (“Ministro della difesa argentina sotto accusa”, su “Liberazione” 17/7/96).
In un testo di Michele Gambino e Luigi Grimaldi leggiamo: “il porto del cementificio di Umago, in Istria: nessuno lo ammette apertamente, ma da quando è iniziata la guerra, embargo o no (...) molte navi sbarcano carichi misteriosi (...) si tratta di mercantili battenti bandiera argentina (...) secondo gli esperti internazionali del commercio delle armi l’Argentina, assieme al Brasile, è uno dei principali esportatori mondiali di armi e attrezzature militari, a questo proposito, a partire dal 1992, alcuni osservatori hanno segnalato la comparsa, tra gli armamenti in dotazione alle milizie croate, del fucile mitragliatore Fal di produzione belga o, su licenza, argentina” (M. Gambino e L. Grimaldi, “Traffico d’armi”, Editori Riuniti 1995, p. 92, 93).
Il porto del cementificio di Umago: cioè la cittadina dalla quale provenivano Valdi e Barbara. Coincidenze?





Il Führer e il prelato, cattolici con la svastica

di Martino Patti

su Il Manifesto del 06/10/2006

L'apertura degli archivi del vescovo filonazista Alois Hudal, rettore per decenni del Collegio pangermanico di Santa Maria dell'Anima a Roma ripropone la necessità di una analisi in profondità dei rapporti tra la gerarchia cattolica tedesca e l'ideologia hitleriana


Da tempo, ormai, il dibattito storiografico sui rapporti tra chiesa cattolica e Germania nazista sembra essersi impantanato sull'enigmatica figura di Pio XII. Ben sapendo che una porzione consistente delle carte resta ancora sotto chiave negli archivi vaticani (ognuno ha i suoi tempi, per carità) si continuano a costruire le ipotesi più fantasiose sui presunti silenzi del pontefice, sul suo presunto antisemitismo, sulle sue presunte responsabilità nelle vicende legate al secondo conflitto mondiale e all'Olocausto, quasi fosse questa la sola cosa essenziale. Certo il reality - vero o falso che sia - vende discretamente bene e a molti, in fondo, imbastire polemiche conviene.
Ma sul serio non c'è dell'altro? Sul serio, per comprendere in che modo - tanto per iniziare - il cattolicesimo tedesco reagì alla virulenta ondata hitleriana e alla demolizione definitiva della Repubblica, non possiamo prescindere dal povero Pacelli, e provare a ritagliare un numero esauriente di casi empirici, da cui dedurre - come richiederebbero le leggi più elementari della storiografia - situazioni, convergenze ricorrenti e eventualmente una prima interpretazione? «Guré, guré behet kalaja» recita un antico proverbio albanese: pietra su pietra, si fa il castello.

Un prelato arrivista

Gli spazi di lavoro, del resto, sono ampi e variegati. Talvolta, persino al di qua del Brennero: come ci dimostra il Collegio Pangermanico di Santa Maria dell'Anima in Roma, che con un doveroso gesto di coraggio (tardivo anch'esso, ma comunque ammirevole) inaugura oggi l'apertura agli studiosi degli archivi personali di monsignor Alois Hudal. Il passaggio è di notevole importanza, anche se forse sull'infame Netzwerk Odessa saranno poche le sorprese. I novantasei faldoni hudaliani, infatti, oltre a gettare luce sulla personalità (contorta e arrivista) dell'autorevole prelato austriaco, a confermare in maniera non più discutibile le tristi immagini affrescate da Ernst Klee nei suoi brillanti reportage (tradotti in italiano in Chiesa e nazismo, Einaudi 1993) e a suggerire nuove piste di ricerca, mettono bene in risalto l'ingombranza fastidiosa dell'enorme piattaforma mentale e culturale offerta da ampi settori del cattolicesimo di ambientazione germanica alla presunta «rivoluzione nazionale» ventilata dal Führer e dal suo movimento.
Le simpatie di monsignor Hudal per il nazismo non sono una novità per nessuno né si dimentica che, ancora nei primi anni '60, fu lo stesso rettore emerito del prestigioso istituto pontificio a ribadire con superbia, dall'esilio forzato di Grottaferrata, tra le righe dei Römische Tagebücher (i «Diari romani»), la sua tesi ributtante: sempre meglio Hitler che la paccottiglia giudeo-bolscevica, la democrazia socialdemocratica o per contro il capitalismo americano. E ai forni polacchi neanche un accenno, una allusione di pietà.
Trent'anni addietro, inoltre - al chiaro scopo di convincere le gerarchie ecclesiastiche e i cattolici più «illuminati», e tuttavia ancora timorosi, circa l'intrinseca bontà o recuperabilità in chiave cristiana del nazismo - Hudal aveva dato alle stampe il ponderoso trattato Die Grundlagen des Nationalsozialismus («I fondamenti spirituali del nazionalsocialismo», Lipsia-Vienna, 1936).

Condanne in contumacia

Nessuno sgomento, dunque, nel ritrovare, tra i forzieri rinascimentali dell'Anima, obbrobri clamorosi quali la dedica del volume al dittatore tedesco («Al Führer del Risorgimento tedesco. Al novello Sigfriedo della grandezza e della speranza della Germania - Adolf Hitler») o la copia del telegramma datato 15 luglio 1937, con cui Hudal, ormai vescovo titolare di Ela, esprimeva alla dirigenza del Reich le proprie cordiali congratulazioni per la buona riuscita dell'Anschluß. Di fronte a simili sbottate lo sdegno è sacrosanto. E tuttavia, condannare in contumacia i monsignori - com'è d'uso da almeno mezzo secolo - basta davvero a far progredire la ricerca? Evidentemente no. Quel che serve, semmai, è afferrare le radici nel profondo, stabilire legami verosimili tra il presente e il passato - e poi, è ovvio, agire e contestare se necessario. È una questione anche di strategia: per poterlo sconfiggere, prima bisogna conoscerlo, il nemico. Ma da questo punto di vista è desolante constatare quanto superficiale sia stato finora, in generale, l'approccio analitico al fenomeno del consenso cattolico nei confronti dei regimi autoritari fioriti in mezza Europa tra le due guerre mondiali. Che non si sia compreso come il sostegno di Hudal al nazismo, lungi dal rappresentare il singolare esito patologico di una qualche deviazione individuale, riassuma in miniatura una intera stagione teologico-intellettuale, e forse persino magistrale, precisamente questo è grave.
Ma cosa dicono le fonti? In realtà, le più recenti acquisizioni documentarie, e segnatamente gli scritti di monsignor Hudal, suggeriscono la netta impressione che, specie nei primi ventiquattro mesi di dittatura - sullo sfondo della modernità illuminista e liberale, della secolarizzazione, del Kulturkampf «d'infausta memoria» e della minacciosa rivoluzione d'Ottobre - sia scattata una sciagurata interferenza tra la profezia ideologica divulgata, e in parte poi inverata, dalla Nsdap (il partito nazista) e le correnti teologiche più avanzate dell'epoca. Nella congiuntura di sofferta transizione scaturita da Versailles, contrassegnata dalla depressione economica e dal radicalizzarsi del conflitto sociale, la lezione aristotelico-tomista e agostiniana (mediata tra Otto e Novecento da pensatori neoscolastici del calibro di Josef Kleutgen, di Martin Grabmann, di Erich Przywara) sembra infatti aver fornito ai genî più volenterosi - tra cui Hudal in prima fila - il presupposto logico necessario per tradurre in certe istanze restaurative della condizione di Ordine la riproposizione del primato, tutto medievale, del dato oggettivo su quello soggettivo, dello stato (civitas) e dell'auctoritas sul contrattualismo illuminista, dell'unità responsabile sugli egoismi frammentari e particolaristici. In tal modo, la collaborazione con il nuovo stato avrebbe potuto concretizzarsi (e si concretizzò, sovente) intorno a quattro poli fondamentali.

La coscienza tedesca

Prima di tutto l'impero, perché l'unico schema politico-istituzionale in grado di salvaguardare l'ordine cristiano della creazione, l'ordine buono vero e giusto del reale (natürliche Weltordnung), era quello in cui l'autorità derivava da Dio e non dall'uomo, cioè dalla repubblica democratica: come del resto esigeva la migliore tradizione nazional-germanica che, a prescindere dalla volgare retorica hitleriana, contemplava già per conto suo il Führerprinzip autoritario. Al riguardo, basti pensare al caso paradigmatico di Otto von Bismarck. In secondo luogo l'unità, perché del Kulturkampf, almeno una conseguenza non potrà mai esser posta in discussione dagli storici: aver approfondito l'infausta spaccatura ereditata da Lutero, frantumando ulteriormente la coscienza nazionale dei tedeschi e generando, nei cattolici, la sgradevole sensazione di essere, in fondo, una minorità ingiustamente perseguitata dallo Stato. Ma cosa sventolava il buon Ottone redivivo, sotto il naso dei tedeschi, se non proprio la solenne immagine programmatica della Volksgemeinschaft, della Volkswerdung ossia dell'agognata riunificazione di tutti i Volksgenossen (termine che non si traduce in italiano con «cittadini», ma piuttosto con «membri» cioè «fratelli nel sangue, nella lingua e nella terra condivisa») nella ritrovata comunità nazionale ed ecclesiale? Terzo punto, la totalità: sin dai tempi di Pio IX, il magistero ufficiale aveva adottato l'antica visione teologica, anche questa di chiara matrice patristica e aristotelico-tomista, secondo la quale, nei limiti della Creazione divina, la sfera politico-civile si vedrebbe destinata, secondo natura, ad armonizzarsi alla dimensione religiosa e sovrannaturale, pur restando entrambe ermeticamente separate. Ed ecco, se da un lato la politica religiosa del regime in via di normalizzazione a nient'altro mirava che alla spoliticizzazione coatta delle chiese in quanto associazioni tra le tante, dall'altro lato larghi settori del cattolicesimo tedesco non disdegnarono affatto la formula del «cristianesimo positivo», che avrebbe permesso loro di affossare, insieme agli altri partiti d'epoca liberale, il Zentrum scellerato, riducendo la chiesa al suo più genuino ufficio spirituale. Infine, il corporativismo organicista: con rara fermezza, nell'enciclica Quadragesimo anno, Pio XI aveva preso posizione contro «la lotta di classe fratricida fomentata dal bolscevismo marxista», invitando i cristiani a ristrutturare il corpo sociale in direzione sia della definitiva redemptio proletariorum sia, soprattutto, della berufsständische Volksordung. Questa espressione - legata per definizione ai concetti di natura (Natur), di ordine cosmico naturale (natürliche Ordnung) e di ordine stabilito da Dio (gottgewollte Ordnung) - non gode di una traduzione immediata in italiano ma è densa di significato perché sottende una forte valenza non solo metafisica, ma anche etica. Stando alla lettera, infatti, essa raffigura per un verso quell'Ordine ideale, quell'articolazione «ontologica» che il Volk (che non vuol dire «popolo» quanto piuttosto «nazione», anch'essa creata nel sangue dalla mano paterna di Dio) tenderebbe ad assumere in ragione dell'attuazione da parte di ogni suo membro delle proprie doti naturali (natürliche Fahigkeiten) ma per un altro verso, anche, quella realtà comunitaria (Gemeinschaft, non Gesellschaft) che, strutturandosi per ceti o corporazioni professionali (Berufstände, berufsständische Körperschaften), esclude o congela la possibilità stessa della mobilità sociale: giacché, in quella prospettiva, «professione» significa né più né meno «risposta a una vocazione naturale» (si pensi a Max Weber). Ma, quantomeno sul piano delle similitudini formali, non è possibile rilevare una certa contiguità tra questa visione ideale e l'impianto classista della riforma giuslavorista varata dai ministeri Schmitt-Mansfeld il 20 gennaio 1934 nel quadro più o meno emergenziale della nuova economia di guerra? Inoltre, se è vero che il dottor Angelico aveva sentenziato «Bonum commune melius est et divinius bono unius», non è altrettanto vero che Hitler e i suoi scherani inneggiavano nei discorsi ufficiali e negli scritti programmatici al primato del bene comune sull'interesse privato («Gemeinnutz vor Eigennutz!»)?
Sebbene sia ancora troppo presto per lanciarsi in categoriche asserzioni positive, alla luce di queste osservazioni si è comunque tentati di stabilire un paio di conclusioni. In primo luogo, dal punto di vista metodologico (come amava insegnare Edward Hallett Carr), colui che vuol spiegare la storia in tutta la sua complessità materiale deve non solo introdurre una gerarchia tra diverse cause in inter-relazione, ma anche rivivere interiormente ciò che avvenne nelle menti delle sue dramatis personae, ascoltando prima di giudicare. Ma nel nostro caso specifico questo può significare una cosa soltanto: abbandonare quell'ottica forzatamente laicizzante che da decenni ormai ci impedisce di discutere in maniera adeguata questioni le cui radici affondano anche in un humus palesemente storico-religioso e teologico.

Oltre le versioni ufficiali

In secondo luogo, premesso che in effetti sarebbe rischioso «anche solo supporre un atteggiamento univoco o unitario di tutta la Chiesa cattolica o di tutta la Curia romana nei confronti del nazionalsocialismo» (Hubert Wolf), e che certo vi è una differenza sostanziale tra la fase della Machtergreifung (30 gennaio 1933) e quella successiva - inaugurata il 30 giugno 1934 con la liquidazione del fronte conservativo: la cosidetta «notte dei lunghi coltelli» - viene da chiedersi se alla fine dei conti non sia ingenuo accettare la versione ufficiale dei fatti e credere che la «grande conciliazione» (Günter Lewy) dischiusa alle relazioni tra stato e chiesa cattolica in Germania dalla storica conferenza di Fulda (30 maggio-1 giugno 1933), con l'abolizione del divieto episcopale di adesione alla Nsdap ad esempio, sia stato il semplice risultato di una serie di circostanze accidentali e di eventi contingenti. Non è forse arrischiato ridurre il concordato, siglato con il Reich nel luglio '33, al provvidenziale strumento giuridico intessuto dall'astuta diplomazia pacelliana per attuare una improbabile opposizione al regime oppure per salvare il salvabile ed evitare il collasso letale - e niente più? Smettiamo di fare apologia, da una parte e dall'altra, e affrontiamo la realtà.
Molto probabilmente, nella misura in cui il nuovo Stato totale avesse conformato anche solo in via preliminare la propria politica interna a un modello rigido di tipo etico e organicista, lasciando intravedere la restaurazione, da operarsi anche manu militari, della Weltanschauung dell'Ordine naturale, il ripristino dell'Ordine della Creazione, la Chiesa avrebbe sostenuto senza troppo tergiversare e anzi con viva sollecitudine l'opera del Führer. E del resto, dato quel passato, dato quel presente, data quella mentalità, data quella sensibilità morale, non è verosimile pensare che, quantomeno a livello gerarchico e organizzativo, difficilmente sarebbe potuto accadere altrimenti?





La Repubblica, 16/1/2006
Pagina 15 - Esteri   
IL CASO

Un ex agente segreto Usa accusa: il futuro papa Paolo VI aiutò i criminali di guerra croati

Il Vaticano nascose gli ustasha Pavelic e i suoi ospitati nelle chiese

"Haaretz" pubblica la testimonianza al processo di San Francisco

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
Alberto Stabile

GERUSALEMME - Negli anni del grande disordine seguito alla Seconda guerra mondiale, i più famigerati criminali di guerra croati, i cosiddetti ustasha, poterono sfuggire alla giustizia internazionale, trovare rifugio in America Latina e sfruttare l´immenso tesoro raccolto depredando le vittime del loro regime sanguinario, grazie alla protezione ricevuta in Vaticano dall´allora vice segretario di Stato, Giovanni Battista Montini, più tardi asceso al soglio di Pietro con il nome di Paolo VI.
È stato l´agente del controspionaggio americano, William Gowen a evocare il ruolo di Montini in una testimonianza resa il mese scorso davanti alla Corte federale di San Francisco, chiamata a giudicare su una serie di istanze di risarcimento presentate da ebrei, serbi, ucraini, russi e rom sopravvissuti alla macchina di sterminio messa su da Ante Pavelic e dai suoi seguaci in nome e per conto dei nazisti. Copia di quella testimonianza è venuta in possesso del giornale Haaretz, che ne ha anticipato il contenuto.
Bisogna partire dal movimento nazionalista croato fondato nel 1929 da Ante Pavelic e da Gustav Percec per combattere la monarchia jugoslava e fondare uno stato croato indipendente. L´obiettivo politico sarebbe stato raggiunto solo con l´occupazione nazi-fascista della Jugoslavia e la creazione di uno stato-fantoccio alla testa del quale venne posto come leader massimo, "poglovnik", Pavelic. Il disegno di Pavelic, che mostrò la sua gratitudine al padrone germanico inviando alcune unità di ustasha a combattere contro i sovietici, a Stalingrado, e, temerariamente, si unì alle potenze dell´Asse nel dichiarare guerra agli Stati Uniti, fu essenzialmente un disegno razzista basato sulla supremazia dei croati, anche in quanto cattolici, rispetto ai serbi, greco - ortodossi, attuato attraverso una gigantesca operazione di pulizia etnica ante litteram.
La crudeltà dispiegata dalle milizie ustasha contro chiunque non fosse croato e cattolico fu così agghiacciante che persino il comandante dell´esercito tedesco in Yugoslavia si sentì in dovere di levare una (tardiva) protesta. In conseguenza degli ordini impartiti da Pavelic e dal suo braccio destro, Andrja Artukov, soprannominato "l´Himmler dei Balcani", ottocentomila persone furono sterminate, centomila solo nei campi di Jasenovac. Dopo la guerra Pavelic e gli altri capi ustasha volarono in Austria e da qui, con l´aiuto dell´intelligence britannica e di certi amici ben piazzati in Vaticano, passarono in Italia, trovando rifugio nella penombra delle basiliche romane e nel silenzio dei monasteri.
In base ad alcuni documenti segreti svelati al processo di San Francisco, l´intelligence inglese permise a Pavelic di fuggire in Italia con dieci camion che contenevano il tesoro rubato alle vittime del massacro jugoslavo: oro, danaro, gioielli, opere d´arte. Il prezzo del tradimento, perché nel frattempo, inglesi e americani avevano deciso di utilizzare gli ustasha per contrastare l´ascesa del comunismo in Jugoslavia e, in generale, nell´Europa dell´est.
Giunto a Roma, il tesoro venne consegnato nelle mani, fidatissime, del monsignor, professor Krunoslav Draganovic, ambasciatore croato in Vaticano, il quale provvide a nascondere Pavelic e gli altri ustasha in covi protetti dall´immunità diplomatica. Il danaro affidato a Draganovic sarebbe inoltre servito a costituire la rete che più tardi avrebbe permesso l´espatrio clandestino in Sud America dei gerarchi croati, e non solo, attraverso quella che è stata chiamata «la rotta dei topi».
Qui entra in campo Gowen. L´agente americano, probabilmente all´insaputa di un altro ramo dei servizi, quell´Oss che sarebbe più tardi diventato la Cia, aveva avuto l´ordine di individuare il covo di Pavelic e di arrestarlo. Ma improvvisamente, arriva il contrordine: «Mollare la preda. Non se ne fa niente». Poco dopo Pavelic sarebbe "emigrato" in Argentina alla corte di Juan Peron. «Ho indagato personalmente su Draganovic - ha detto Gowen ai giudici americani - il quale mi ha detto che informava monsignor Montini». Anzi, a un certo punto, secondo l´agente, Montini avrebbe saputo dal capo della stazione dell´Oss a Roma, James Angleton, delle indagini intraprese da Gowen su Pavelic. Il vice segretario di Stato avrebbe allora protestato con i superiori dell´agente accusando Gowen d´aver violato la sovranità territoriale del Vaticano penetrando nel collegio croato, ospitato nel convento di San Girolamo, per condurvi una perquisizione. Il tesoro degli ustasha sarebbe stato riciclato dalla Banca vaticana.








http://archivio.corriere.it/

Corriere della Sera
giovedì, 26 agosto, 2004
NAZISMO - Pag. 14

«Stragi naziste, una rete aiuta le Ss a evitare i processi»

I sospetti di depistaggi nell' inchiesta di La Spezia. Identificati altri dieci massacratori di Marzabotto

Quelli che non si sono mai arresi. E che in segreto forse hanno continuato a sognare la rivincita. «Lupi mannari», li chiamavano prima che le loro associazioni divenissero legali: ex soldati delle Waffen SS, i reparti da combattimento creati da Himmler. Tedeschi i comandanti, di tutte le nazionalità europee gli altri reduci: dall' Italia all' Ucraina, dalla Bosnia [SIC] alla Norvegia. Alla fine degli anni Quaranta si sono riuniti in un gruppo di «mutua assistenza» chiamato Hiag, con lo scopo di difendersi dalle accuse sui crimini nazisti. «Noi eravamo militari al fronte - era la loro linea - non massacratori dei lager, con l' Olocausto non c' entriamo». Ma - secondo i tribunali di mezza Europa - hanno avuto un ruolo chiave negli episodi più feroci della guerra partigiana, nelle rappresaglie contro la popolazione civile. E adesso la «fratellanza» dei camerati continuerebbe a tenerli uniti, per ingannare le ultime inchieste della magistratura.    Gli investigatori della procura militare di La Spezia sono convinti che la principale associazione di reduci delle Waffen SS - chiamata Hiag - avrebbe «monitorato» le istruttorie sui massacri compiuti in Toscana ed Emilia Romagna: questa attività informativa avrebbe permesso ai sospettati di concordare gli alibi e mantenere compatte le versioni. Non solo, la Hiag avrebbe tessuto un' alleanza con altri club composti da giovani neonazisti, che avrebbero fornito la «manovalanza» per queste missioni - che potrebbero venire considerate come un vero depistaggio. Già in Alto Adige si è indagato su un' associazione simile alla Hiag: la «Stille Hilfe» (aiuto silenzioso), operante tra Bolzano e la Germania, promossa anche dalla figlia di Himmler. La relazione fornita alla procura dai consulenti storici ai pm spezzini ora evidenzia anche il ruolo dei volumi redatti dai reduci della 16.a Divisione Panzergrenadier-Reichsführer, protagonista degli eccidi durante la «ritirata del terrore» del 1944. In particolare un libro in tedesco - intitolato «Allo stesso passo di marcia» - conterrebbe la descrizione dei movimenti della divisione a Marzabotto, San Cesario sul Panaro, Sant' Anna di Stazzema: solo le memorie di vecchi nostalgici o il tentativo di uniformare le versioni di fronte alla riapertura dell' istruttoria? Altri naziskin tedeschi sarebbero stati notati negli anni passati proprio nei paesi devastati dalle rappresaglie, segno di un macabro turismo o di una volontà intimidatoria? Perché le indagini non sono chiuse. E da quando Berlino ha aumentato la collaborazione, altri nomi vanno a completare il quadro di quelle pagine nere: almeno una decine di ex Ss che presero parte al massacro di Marzabotto sono state identificate dai magistrati di La Spezia. Sono ancora vive. E tutte speravano che la vicenda fosse stata chiusa con la condanna di Walter Reder, il maggiore che guidò il terribile rastrellamento costato la vita a 1830 civili.  La Hiag creata dai reduci hitleriani per una mutua assistenza contro le indagini





http://www.haaretz.com/hasen/spages/455064.html

HAARETZ (ISRAEL)
Fri., July 23, 2004 Av 5, 5764

Wiesenthal: Croatian associates get death threats

 From DPA (Deutsche Presse Agentur)
23 July 2004

The Simon Wiesenthal Center said yesterday that their associates who 
helped locate World War II crime suspects in Croatia have been 
receiving death threats.

The center said "Operation Last Chance" - aimed at discovering WWII 
crime suspects - would continue in Croatia despite the death threats 
against the project's organizers in the past few weeks. "If anything, 
these threats only reinforce our intention to attempt to maximize the 
prosecution of Nazi war criminals in Croatia," said the center's 
director.

According to Zuroff, death threats were sent to Zoran Pusic, president 
of the Civic Committee for Human Rights, Croatian Justice Minister 
Vesna Skare Ozbolt, and other public figures. A Croatian organization 
called the Anti-Jewish Movement warned that if any Croat was arrested, 
jailed, or harmed as a result of the Operation, the group would "begin 
murdering Croatian Jews."

http://www.ansa.it/balcani/croazia/20040630214432996528.html

CROAZIA: CACCIA CENTRO WIESENTHAL A DUE USTASCIA

(ANSA) - ZAGABRIA, 30 GIU - In Croazia vivono almeno due criminali di 
guerra che nel Secondo conflitto mondiale si sono messi al servizio 
della Germania nazista perseguitando ebrei, serbi e Rom. Lo ha detto 
oggi a Zagabria Efraim Zuroff, direttore esecutivo del Centro Simon 
Wiesenthal che da decenni da' la
caccia agli ex nazisti e ai loro collaboratori, secondo quanto ha
riferito l'agenzia di stampa Hina. Dando oggi il via in Croazia
all'operazione 'Ultima chance', Zuroff ha fatto il nome di Milivoj
Asner, sospettato di aver organizzato l'applicazione delle leggi
razziali e la deportazione di ebrei a Pozega, in Slavonia, all'indomani 
dell' occupazione nazista del paese nel 1941. Asner, che ora ha 91 
anni, era capo della polizia speciale degli ustascia, formazione 
filonazista di Ante Pavelic portata al potere da Hitler e Mussolini. 
Zuroff ha detto di aver consegnato alla magistratura croata alcune 
prove contro Asner e di aspettarsi che adesso sia la Croazia a 
procedere. Non ha invece voluto fornire alcun dettaglio sul secondo 
sospettato. Negli ultimi giorni il Centro Simon Wiesenthal ha lanciato 
la caccia ai criminali di guerra pubblicando annunci in cui si offrono 
10.000 dollari per informazioni utili su ex nazisti e ustascia. Zuroff 
ha anche riferito dell'incontro che stamani ha avuto con il presidente 
croato Stipe Mesic, che ha dato il pieno appoggio all'operazione 
'Ultima chance'. ''Lo scopo - ha aggiunto il dirigente del Centro 
Wiesenthal - e' di portare i criminali nazisti davanti alla giustizia e 
nel contempo non dare loro un attimo di tregua anche se sono in eta' 
avanzata''. Nell'ambito dell'operazione il Centro Wiesenthal ha finora
- secondo Zuroff - ottenuto informazioni su 294 possibili criminali in 
tutto il mondo. Il primo grande processo contro un gerarca ustascia in 
Croazia ha portato nel 1999 a una condanna a 20 anni di Dinko Sakic, 
comandante nel 1944 del campo di concentramento di Jasenovac, 
soprannominato la ''Auschwitz croata'. (ANSA). COR 30/06/2004 21:44




LA STAMPA, 3/11/2003
Sezione: Cultura Pag. 16

LA FUGA DEI CRIMINALI NAZISTI VERSO L'ARGENTINA DI PERÓN:
UNA METICOLOSA E DOCUMENTATA RICOSTRUZIONE DELLO STORICO UKI GOÑI

OPERAZIONE ODESSA
Mi manda il Cupolone

Giovanni De Luna

Lo chiamavano il «Mengele danese», Carl Vaernet era un medico delle SS che sosteneva di aver scoperto una «cura» per l'omosessualità; nel 1944 Himmler mise a disposizione delle sue folli ricerche la popolazione del «triangolo rosa», gli omosessuali internati a Buchenwald. I malcapitati furono castrati e gli fu impiantato un «glande sessuale artificiale», un tubo metallico che rilasciava testosterone nell'inguine. Secondo i racconti dei sopravvissuti, i medici delle SS a Buchenwald raccontavano barzellette raccapriccianti su quel tipo di esperimenti. Vaernet era un pazzo sadico; inserito nella lista dei criminali di guerra, alla fine del conflitto riuscì a scappare sano e salvo in Argentina. E come lui migliaia di aguzzini nazisti tedeschi, fascisti italiani, ustascia croati, rexisti belgi, collaborazionisti francesi ecc.; tutti se la cavarono grazie a una rete di complicità mostruosamente efficiente e all'aperta connivenza del governo di Juan Domingo Perón. Un romanzo (Dossier Odessa) di Frederick Forsyth, raccontava di un gruppo di membri delle SS che dopo la sconfitta si erano raccolti in un'organizzazione segreta (Odessa, acronimo di Organisation der Ehemaligen SS-Angehorigen) che aveva il duplice scopo di salvare i commilitoni dalle forche degli Alleati e creare un Quarto Reich che completasse l'opera di Hitler. Per quanto romanzesca fosse la trama «inventata» da Forsyth, il suo racconto si avvicinava in modo inquietante alla realtà. Odessa esisteva davvero. Solo era difficilissimo ricostruirne la storia: i fascicoli del suo archivio erano stati distrutti in gran parte nel 1955, nel marasma degli ultimi giorni del governo di Perón; quelli che rimasero furono definitivamente buttati via nel 1996. Ma le tracce della sua attività erano troppo evidenti per essere cancellate del tutto. Così ora, finalmente, grazie alla pazienza e all'abilità dello storico e giornalista argentino Uki Goñi (Operazione Odessa. La fuga dei gerarchi nazisti verso l'Argentina di Perón, Garzanti, pp. 480, e.24) e lunghe ricerche in Belgio, Svizzera, Londra, Stati Uniti, Argentina, disponiamo di una storia completa della più incredibile operazione di salvataggio di migliaia di criminali mai progettata e mai realizzata in tutto il Novecento.
Diciamolo subito. Se l'Argentina di Perón era la «terra promessa», l'asilo già generosamente predisposto ancor prima che la guerra finisse, il cuore e il cervello dell'intera operazione Odessa era a Roma (dove Perón soggiornò dal 1939 al 1941), nel cuore del Vaticano. In quel turbinoso dopoguerra italiano era veramente difficile distinguere tra vincitori e vinti. Nazisti e fascisti avevano perso la guerra; eppure mai ai vinti mancò il soccorso dei vincitori, il sostegno di quelle istituzioni che sarebbero dovute nascere all'insegna dell'antifascismo e della democrazia e che invece erano ricostruite nel segno della più rigorosa continuità con i vecchi apparati del regime fascista. Fu l'anticomunismo, furono le prime avvisaglie della «guerra fredda» a spingere i vincitori a salvare i vinti.
Il Vaticano fu il motore di questa scelta. Ma veramente monsignor Montini fu il protagonista di questo intervento che garantì l'incolumità a criminali come Erich Priebke, Josef Mengele, Adolf Eichmann ecc.? E veramente il Vaticano fu il crocevia di tutta una serie di iniziative che puntavano a rimettere in piedi il movimento ustascia di Ante Pavelic per organizzare una guerriglia anticomunista contro la Jugoslavia di Tito? Sì, veramente. Già nel 1947 i servizi segreti americani avevano stabilito che «una disamina dei registri di Ginevra inerenti tutti i passaporti concessi dalla Croce Rossa internazionale rivelerebbe fatti sorprendenti e incredibili». Oggi la disamina di quei registri è possibile e Goñi l'ha fatta. E le sue conclusioni sono nette: la Chiesa cattolica non fu solo un complice dell'«operazione Odessa» ma la sua protagonista indiscussa: oltre a monsignor Montini i suoi vertici furono i cardinali Eugène Tisserant e Antonio Caggiano (quest'ultimo, argentino, nel 1960 espresse pubblicamente - «bisogna perdonarlo» -, il suo rincrescimento per la cattura di Eichmann da parte degli israeliani), mentre la dimensione operativa fu curata da una pattuglia di alti prelati, il futuro cardinale genovese Siri, il vescovo austriaco Alois Hudal, parroco della chiesa di Santa Maria dell'Anima in via della Pace a Roma e guida spirituale della comunità tedesca in Italia, il sacerdote croato Krunoslav Draganovic, il vescovo argentino Augustín Barrère.
I documenti citati da Goñi sono molti e molto convincenti, da una lettera del 31 agosto 1946 del vescovo Hudal a Perón che chiedeva di consentire l'ingresso in Argentina a «5 mila combattenti anticomunisti» (la richiesta numericamente più imponente emersa dagli archivi) all'intervento di Montini per esprimere all'ambasciatore argentino presso la Santa Sede l'interesse di Pio XII all'emigrazione «non solo di italiani» (giugno 1946). Non si tratta di iniziative estemporanee e certamente la loro rilevanza storiografica non può esaurirsi in una lettura puramente «spionistica».
Un versante della seconda guerra mondiale trascurato dagli storici è quello che vede gli Stati latini, cattolici e neutrali, europei e sudamericani, protagonisti di vicende diplomatiche segnate però da un particolare contesto culturale e ideologico: nella cattolicissima Argentina (la Vergine Maria fu nominata generale dell'esercito nel 1943, dopo il golpe dei militari) ci si cullò nell'illusione di poter formare insieme con la Spagna e il Vaticano una sorta di «triangolo della pace», per preservare «i valori spirituali della civiltà» fino a quando la guerra in Europa continuava. Un progetto più ambizioso puntava a unire, con la leadership del Vaticano, i paesi dell'Europa cattolica, Ungheria, Romania, Slovenia, Italia, Spagna, Portogallo e Francia di Vichy per integrarli nel «nuovo ordine europeo» voluto dai nazisti; in quel periodo (1942-1943), in Sud America governi filonazisti esistevano già in Argentina, Cile, Bolivia e Paraguay: il disegno era di conquistare a un'alleanza in chiave antiamericana anche il piccolo e democratico Uruguay e il grande e cattolico Brasile. Questi disegni naufragarono tutti sotto il peso delle rovinose sconfitte militari dell'Asse ma furono l'humus ideologica da cui nacque nel dopoguerra la rete di «Odessa».
La centrale italiana operò soprattutto per il salvataggio degli ustascia di Ante Pavelic. Alla fine della guerra ce n'erano migliaia, sparsi nei vari campi a Jesi, Fermo, Eboli, Salerno, Trani, Barletta, Riccione, Rimini ecc. Una poderosa ricerca ora avviata dal giovane storico Costantino Di Sante sta facendo luce su una delle pagine più oscure di quel periodo. Si trattava di criminali macchiatisi di delitti che avevano suscitato orrore perfino nei loro alleati nazisti (che biasimarono «gli istinti animaleschi» dei croati): fucilazioni di massa, bastonature a morte, decapitazioni, per conseguire il risultato di uno Stato (la Croazia) razzialmente puro e cattolico al 100%. Alla fine della guerra circa 700 mila persone erano morte nei campi di sterminio ustascia a Jasenovac e altrove: le vittime appartenevano soprattutto alla popolazione serba ortodossa ma nell'elenco figuravano anche moltissimi ebrei e zingari. Il principale teorico del regime croato, Ivo Gubernina, era un sacerdote cattolico romano che coniugava le nozioni di «purificazione» religiosa e «igiene razziale» con un appello affinché la Croazia «fosse ripulita da elementi estranei».
Gran parte di questi criminali si salvò passando da Roma verso l'Argentina: la via di fuga portava a San Girolamo, un monastero croato sito in via Tomacelli 132. Parlando del loro capo, Ante Pavelic, un rapporto dei servizi segreti americani concludeva: «Oggi, agli occhi del Vaticano, Pavelic è un cattolico militante, un uomo che ha sbagliato, ma che ha sbagliato lottando per il cattolicesimo. È per questo motivo che il Soggetto gode ora della protezione del Vaticano». Alla fine, tra il 1947 e il 1951, secondo i dati raccolti da Di Sante, furono 13 mila gli ustascia che riuscirono a salvarsi usando il canale italoargentino.

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ARGENTINA: DOPO L'APERTURA DEGLI ARCHIVI SUI NAZISTI

Quei 47 dossier mancanti

di  Alvaro Ranzoni
su Panorama, 29/8/2003 

Molte delle carte sui gerarchi di Hitler accolti e protetti da Peron non si trovano più. Lo rivela il centro Wiesenthal, mentre un libro accusa apertamente la Santa sede.


Aspetteranno ancora per un po', poi quelli del centro Simon Wiesenthal, specializzato nella caccia ai criminali nazisti (2.500 nomi rivelati in 17 anni), torneranno alla carica con il presidente argentino Néstor Kirchner. Non è possibile infatti che dai meandri del vecchio Hotel de Inmigrantes, che custodisce gli archivi dell'autorità argentina per l'immigrazione, siano saltati fuori solo due dei 49 fascicoli richiesti, con la storia di soli 17 criminali di guerra sui 68 segnalati. Troppo poco, se si considera che di questi 17 ben 16, tutti ùstascia croati, sono contenuti in un unico faldone, mentre l'altro dossier venuto alla luce è quello di un criminale belga, Jan-Jules Lecomte, il borgomastro-boia di Chimay.

I primi torturarono e uccisero migliaia di serbi ed ebrei, il secondo si divertiva a scovare i bambini ebrei rifugiati nei monasteri per avviarli ai campi di sterminio. Non stelle di prima grandezza nella classifica dell'orrore, insomma. Non sono stati trovati finora i dossier che spiegherebbero come fecero ad arrivare in Argentina e da chi furono aiutati criminali del calibro di Josef Mengele, il medico che sperimentò le sue folli teorie su migliaia di vittime; Adolf Eichmann, il pianificatore dello sterminio degli ebrei, poi giustiziato in Israele; Klaus Barbie, il «boia di Lione»; Erich Priebke, responsabile dell'eccidio delle Fosse Ardeatine, l'unico ancora vivo (novantenne, sconta l'ergastolo agli arresti domiciliari a Roma).

«Il nuovo presidente argentino ha promesso piena trasparenza» spiega a Panorama Sergio Widder, direttore della sezione di Buenos Aires del centro Wiesenthal, «e noi non abbiamo motivo di dubitarne. Ma certo non ci accontenteremo di spiegazioni a mezza bocca su dossier smarriti o bruciati non si sa perché e non si sa da chi» aggiunge.
Quello che è emerso è comunque abbastanza sconcertante.

Subito dopo la guerra il dittatore Juan Domingo Peron, che vagheggiava una sorta di «Quarto Reich», aveva creato una rete perfetta per portare in Argentina i criminali nazisti ricercati dalle forze alleate.
Dal 1947 ai primi anni Cinquanta il terminale europeo di questa «rotta dei topi» fu Genova dove c'era uno speciale ufficio retto da un ex capitano delle Ss, Carlos Fuldner, amico di Peron.

Il terminale italiano era gestito in gran parte da religiosi. «A Genova operava, tra gli altri, un monsignore croato, Karlo Petranovic, dipendente dalla locale curia e protetto dall'arcivescovo Giuseppe Siri (ma la Curia genovese smentisce, ndr).
A Roma un altro prete, Stefan Draganovic, fondatore della confraternita di San Gerolamo, avviava i criminali nazisti verso il capoluogo ligure con l'attiva collaborazione del vescovo Aloys Hudal, rettore del Collegio tedesco di S. Maria dell'Anima, e sotto la protezione del Vaticano.

A Buenos Aires agivano i cardinali Antonio Caggiano e Santiago Copello. Tutto giustificato con la lotta al comunismo» spiega lo scrittore argentino Uki Goñi, autore del libro L'autentica Odessa, frutto di sei anni di ricerche, di cui Garzanti pubblicherà a febbraio l'edizione italiana.
Mai erano emerse tanto chiare le accuse al regime peronista e alla Santa sede (più volte ricorre il nome di Giovanni Battista Montini, poi Papa Paolo VI). È di Goñi la prima bozza dell'elenco che il centro Wiesenthal ha presentato al governo argentino.

Lo scrittore ha trascorso un anno negli archivi dell'Hotel de Inmigrantes, l'edificio che ospitò per i primi giorni molti dei 5 milioni di emigranti in Argentina e che oggi l'Associazione Italia-Argentina vorrebbe restaurare come sede delle aziende italiane a Buenos Aires. Ha rovistato tra centinaia di migliaia di cartoline di sbarco e su quelle dei personaggi più significativi ha trovato i numeri dei relativi dossier. Che però nessuno sa dove siano finiti.





Argentina: vecchi camerati arruolano mercenari per la Croazia

di Gary Weber
(tratto da "WoZ-die Wochenzeitung", n.29 del 23/7/1993, Zurigo, CH)

Nessun cartello e nessuna bandiera danno ad intendere che in un grattacielo della via Còrdoba, al n. 679, nel centro di Buenos Aires, si svolge un pezzetto di guerra dei Balcani. Al secondo piano, nascosto al termine di un lungo corridoio, un foglietto scritto a mano sta appeso dietro al campanello: dice semplicemente "Croacia". Solo un paio di giorni fa, secondo una vicina, campeggiava sulla porta un rappresentativo cartello con la dicitura: "Ambasciata Croata". Poi però ci sono state questioni, e lo hanno rimosso. Infatti nel Corpo Diplomatico dell'Argentina non esiste alcuna Ambasciata croata, nè alcun Ambasciatore croato [l'articolo risale al 1993, n.d.crj].
O almeno non ancora. Il Presidente Menem spinge per il riconoscimento del nuovo Stato e vuole che sia nominato Ambasciatore il suo vecchio compare Ivo Rojnica. Egli ha con lui un debito di gratitudine, visto che il croato avrebbe sostenuto con forza il peronista nella battaglia elettorale. Rojnica entra ed esce dalla residenza presidenziale, sempre più preso negli ultimi giorni dalle preoccupazioni. La stampa gli dà la caccia e cerca, invano finora, di cavargli un commento sulle ultime rivelazioni. La comunità ebraica di Buenos Aires accusa Rojnica di essere stato "complice attivo ed esecutore della volontà dei nazisti" - secondo il "Semanario Israelita", che esce nella capitale. Il settimanale ebraico cita una disposizione degli Ustascia, emanata nella città di Dubrovnik il 25 maggio 1941, che impone il coprifuoco tra le 19 e le sette del mattino per gli ebrei e per i serbi. Questa disposizione porta la firma di Rojnica. Fintanto che le acque non si sono placate, il Senato, dal quale dipende la nomina dell'Ambasciatore, non vuole prendere alcuna decisione.

Gli Ustascia governarono la Croazia insieme all'Italia e alla Germania dal 1941 al '45. Per quanto di loro competenza essi presero parte alla persecuzione dei partigiani, dei serbi e degli ebrei. Ante Pavelic, fondatore degli Ustascia (1) e capo del governo della Croazia nazista, dopo la capitolazione della Germania di Hitler scappò nell'Argentina di Juan Peròn, travestito da frate francescano, con l'aiuto del Vaticano.
Anche Rojnica nell'Europa del dopoguerra temette la giustizia alleata. In principio si rifugiò a Trieste. Ma lì fu arrestato, dopo che una delle sue vittime, una ebrea, lo ebbe riconosciuto. I suoi commilitoni ustascia lo fecero scappare dal carcere e lo condussero lungo le cosiddette "linee dei topi" fino alla sicura Argentina. Di lì Pavelic e Rojnica proseguirono le loro attività ustascia, tra l'altro pubblicando a Buenos Aires la "Gazzetta Croata".
Dopo la caduta di Peròn, negli anni cinquanta, Pavelic ebbe delle difficoltà. La Jugoslavia lo aveva accusato di essere responsabile della creazione di 22 campi di concentramento e dell'assassinio di un milione di serbi e 60mila ebrei, e ne aveva chiesto la estradizione al governo argentino. In effetti la estradizione fu negata nel 1957. Dopo essere scampato ad un attentato, il "Duce", come si definiva lui stesso, riuscì a portarsi nella Spagna di Franco, dove morì nel 1959. Rojnica rimase a Rio de la Plata, e divenne una delle maggiori figure dell'imprenditoria tessile del paese. Secondo il quotidiano "Pàgina 12", egli avrebbe fornito dieci milioni di dollari ai suoi fratelli croati per l'acquisto di armi. Però dall'Argentina i vecchi camerati non inviano soltanto denaro. Nell'ufficio della via Còrdoba si è indaffarati anche a reclutare mercenari, compito questo del quale si occupa in special modo Domagoj Antonio Petric, che ufficialmente appare come l'addetto-stampa della ipotetica Ambasciata. La "mano destra" di Rojnica appartenne per dieci anni al Battaglione n.601 del servizio segreto militare, ai tempi della dittatura argentina dei Generali, tristemente noto per la pratica della tortura. Tra i suoi ex-colleghi, Petric è soggetto ad una particolare attenzione, poichè la maggior parte di loro non ha mai appreso un vero mestiere, a parte la "guerra sporca", ed è pertanto oggi disoccupata. Particolarmente entusiasti per il nuovo compito nella ex-Jugoslavia sono i cosiddetti "carapintadas", l'ala fascista interna all'esercito, cui sono dovute svariate rivolte contro il governo. I legionari vengono preparati al loro intervento in Bosnia-Erzegovina in un campo di addestramento segreto, a Villa Alpina, distante circa 700 km. da Buenos Aires.

Finora sono stati inviati in Croazia 329 mercenari argentini. Secondo fonti argentine, 34 di loro sono già morti. Generalmente i combattenti vengono imbarcati su voli di linea diretti a Roma o a Budapest, di qui essi sono condotti a Zagabria in pullman. Il metodo di inviare Caschi Blu argentini nelle zone di guerra si è rivelato particolarmente economico. Tanti soldati, sottoposti dal governo Menem al comando dell'ONU, svolgono nel frattempo il loro servizio nelle file della legione straniera croata.


(1) Il fondatore del movimento Ustascia fu in realtà Ante Starcevic, morto nel 1896, che riteneva i serbi "carne da macello" (cfr. Karlheinz Deschner, "Die Politik der Päpste im XX Jahrhundert", ed. Rowohlt, Leck (RFT) 1991 [n.d.crj]

(Tratto da:
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/1038 )





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