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COORDINAMENTO NAZIONALE PER LA JUGOSLAVIA

ITALIJANSKA KOORDINACIJA ZA JUGOSLAVIJU



 
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Sulla devastazione anti-jugoslava
dello sport e della cultura di massa






IMMAGINI ELOQUENTI

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Bogdanović contro Bogdanović:
i due migliori giocatori nella sfida olimpica di basket – quarti di finale tra Croazia e Serbia a Rio 2016

SLIKA KOJA POKAZUJE BESMISAO RATA I MRŽNJE NA BALKANU
Piše: 24sata.rs / Objavljeno: 18.08.2016. u 13:04h
Rano jutros na terenu u Riju našla su se dva Bogdanovića, ali na suprotnim stranama - i obojica su bili najbolji u svojim timovima. Slika ove dvojice košarkaša odmah je počela da se širi društvenim mrežama kao najbolji podsetnik na besmisao ratova i mržnje na Balkanu.
Reprezentacije Srbije i Hrvatske nadmetale su se za prolazak u polufinale olimpijskog turnira i Srbija je izašla kao pobednika sa rezultatom 86:83. Lepa pobeda, velika i jako značajna - ali ipak obojena nacionalističkim
Ubrzo su krenuli da se vode pravi mini-ratovi u sekcijama komentara na portalima i društvenim mrežama. Puni "municije" u vidu mržnje, uvreda, psovki i ostalih primitivizama, najgori predstavnici obe stranem postarali su se da se njihov glas čuje. I delovalo je kao da je najglasniji. komentarima sa obe strane. U očima mnogih Srba ova pobeda je dvostruko veća jer je baš protiv naših suseda, dok se po hrvatskim društvenim mrežama i medijima šire komentari da poraz boli mnogo više jer je baš od Srbije.
Kakva glupost!
Koliko su tačno ovakvi statovi besmisleni možda je najbolje objasnio australijski komentator sinoć.
"Svi imaju ista imena... Ali nemojte to ni slučajno da im kažete", rekao je on kroz šalu, misleći baš na Bogdanovića i Bogdanovića. I nije bio jedini koji je bio zbunjen.
Dva bratska naroda, sa istim prezimenima, istim bojama, gotovo identičnim jezikom, geografski susedi - nikome ko nije upućen u komlikovanu istoriju Jugoslavije nije jasno zašto bi tu postojala mržnja. Zapravo, ni onima koji ne samo da su upućeni, nego su bili svedoci ratova, nije jasno kakve veze politika ima sa sportom i zašto bismo mrzeli narod zbog šačice političara.
Bogdan Bogdanović je juče bio najbolji u reprezentaciji Srbije i doneo nam je 18 poena. Bojan Bogdanović je bio najbolji u reprezentaciji Hrvatske i doneo im je 28 poena. A zajedno su ova dva Bogdanovića donela najlepšu poruku nakon utakmice.
Slika je već osvojila društvene mreže, pa šalje jasnu poruku da onaj glas mržnje o kom smo pričali možda ipak nije najglasniji. Sve dok mu mi to ne dozvolimo.






Il Kosovo entra nell'Uefa: sconfitta la Serbia
Con 28 voti a favore e 24 contrari, la Federcalcio kosovara (FFK) entra ufficialmente a far parte della Confederazione calcistica europea. La nazione balcanica spera ora nel sì della Fifa, per poter partecipare alle qualificazioni a Russia 2018

La Repubblica online, 3 maggio 2016

BUDAPEST - Anche il Kosovo entra ufficialmente a far parte dell'Uefa: a deciderlo è stato il 40/o Congresso Ordinario, riunitosi a Budapest. Il nuvoo ingresso è stato deciso con maggioranza semplice, ricevendo 28 voti a favore e 24 contrari (due i voti non validi), con la Serbia a guidare il fronte del 'no' contro la sua ex provincia. Tra le Nazioni Unite, 111 su 193 paesi hanno già [SIC, dopo 8 anni dalla autoproclamazione, ndCNJ] riconosciuto lo stato kosovaro, Italia compresa.
IL KOSOVO ORA ASPETTA LA FIFA - La FFK, la Federcalcio kosovara, è il 55/o membro della Confederazione che sovrintende al calcio europeo e segue Gibiliterra, ultima accolta in seno all'Uefa, nel 2013. Adesso il Kosovo spera in un provvedimento analogo da parte della Fifa, in modo da debuttare ufficialmente in occasione delle qualificazioni ai Mondiali di Russia, già nel prossimo settembre.


Anche la Fifa dice sì al Kosovo, la Serbia ricorre al Tas
Il congresso della Federazione internazionale calcistica ha approvato con 141 voti favorevoli e 23 contrari l'ingresso tra gli stati membri del Paese balcanico. Indignato il ministro serbo Vanja Udovicic: "Decisione che avrà conseguenza imprevedibili". Riconosciuta anche Gibilterra

La Repubblica online, 14 maggio 2016

CITTA' DEL MESSICO - Dopo l'Uefa anche la Fifa dà il proprio placet. Il Kosovo è diventato il 210/o Paese membro della Fifa, decisione accolta con sdegno e rabbia in Serbia, che a sua volta ha già annunciato di ricorrere al Tribunale per l'arbitrato dello sport, a Losanna. Belgrado, appoggiata da Russia e Cina e in compagnia anche di cinque Paesi Ue (Spagna, Grecia, Romania, Slovacchia e Cipro), non riconosce l'indipendenza proclamata unilateralmente dalla sua ex provincia il 17 febbraio 2008 e si oppone all'adesione di Pristina a organizzazioni internazionali, a cominciare dalle Nazioni Unite. Ma con 141 voti a 23, il congresso della Federazione internazionale calcistica a Città del Messico ha detto sì all'ingresso del Kosovo.
LO SDEGNO DELLA SERBIA - All'esultanza della dirigenza kosovara, che ha parlato di "giornata storica" per il giovane Paese balcanico, ha fatto eco la dura protesta della Serbia, che ha denunciato una sfacciata ingerenza della politica nello sport. Il ministro serbo Vanja Udovicic ha detto che questa decisione, di natura "politica", rappresenta una "sconfitta per il calcio" e potrà avere "conseguenze imprevedibili". "Come reagiranno i Paesi che non riconoscono il Kosovo? Come si organizzeranno gli incontri, con quale protocollo e contrassegni distintivi?", si è chiesto Udovicic. Il Kosovo, intanto, potrà partecipare alle qualificazioni per i Mondiali del 2018 in Russia [SIC, paese che non riconosce il Kosovo, ndCNJ], così come Gibilterra anch'essa ammessa dalla Fifa.





Calcio jugoslavo, una storia gloriosa

di Giuliano Geri
da Osservatorio Balcani Caucaso, 1 giugno 2016

Se il calcio è lo specchio di un popolo, quello jugoslavo ha regalato immagini di grandezza, classe finissima e miseria umana, sempre in bilico tra il mito dolce-amaro di trionfi sempre vicini e quasi mai raggiunti

Quando gli fu chiesto di designare un’avversaria per la sua partita d’addio con la nazionale, lui non ebbe alcuna esitazione. Nemmeno davanti allo stupore dei dirigenti della Federazione calcistica brasiliana, che le provarono tutte pur di convincerlo a procrastinare l’evento, o almeno a selezionare uno sparring partner più blasonato. Niente da fare, la decisione era presa. E la scelta era caduta sulla compagine che per storia e natura più si avvicinava alla sua idea di calcio, al “suo” Brasile. L’incontro amichevole si tenne, come previsto, il 18 luglio 1971, di fronte a duecentomila spettatori, in un Maracanà che traboccava lacrime di orgoglio e di rimpianto. Lui si chiamava Edson Arantes do Nascimento. Per i non intenditori: Pelè. La squadra che scese in campo quel giorno contro i verdeoro era la Jugoslavia. Per i tassonomici: finì 2-2.

Tra gli amanti della disciplina si è soliti dire, o dare per scontato, che il calcio, inteso come espressione estetica che diventa fenomeno popolare, sia lo specchio di un paese, che traduca in un linguaggio universale attitudini e stilemi di un’intera comunità nazionale, mettendone a nudo le componenti ataviche, vere o presunte, sacre o pagane. Che nel calcio si proiettino non soltanto vocabolari emotivi e aspettative più o meno legittime o razionali, ma anche criteri di appartenenza, istanze identitarie, archetipi condivisi. E tuttavia, quando simboli e destini di una nazione paiono seguire le traiettorie di una sfera di cuoio, finiscono talvolta per evidenziare contenuti paradossali, riservando esiti inattesi. In questo senso la storia calcistica della Jugoslavia non fa eccezione, anzi, diventa vicenda paradigmatica. Con un dettaglio tutt’altro che trascurabile: già in epoca non sospetta la macchina del football preconizza l’epilogo tragico di un’esperienza collettiva a metà strada tra la realtà e l’utopia, al culmine della quale, però, quella stessa macchina si rifiuta di assecondare il disegno della Storia – o di chi ne fa arbitrariamente le veci ‑, prova a sottrarsi fino all’ultimo al suo abbraccio mortale.

Per il suo essere stata una regione tra due mondi, per la sua composizione multiforme e frammentaria, per il particolarissimo mosaico sociale e culturale che ha saputo configurare, la Jugoslavia ha potuto annoverare, tra le tante specificità, una scuola calcistica autoctona rivelatasi un serbatoio inesauribile di talenti. Un modello distante anni luce dall’organizzazione tattica militaresca e dall’atletismo spinto delle compagini del blocco socialista, ma anche dalla predominanza muscolare dei tedeschi, dall’inveterato difensivismo italico, dal classico giropalla iberico (di cui il recente tiki-taka è solo una più scientifica messa a punto), e soprattutto alieno dalle varie elaborazioni del modulo Chapman, o dalla concezione “totale” dell’Olanda anni settanta.

Un calcio unico

Il calcio jugoslavo ha rappresentato un unicum, un’inedita combinazione di geometria e fantasia, un ordinato componimento da spartito intervallato da improvvise jam session. Un calcio pulito ed elegante, sofisticato e incostante, votato alle giocate di pregio e alla tecnica individuale, dalle trame ipnotiche e dalle fulminee verticalizzazioni, che ha dato spazio a straordinari quanto fragili solisti inquadrati in un’orchestra dai ritmi compassati e dall’insana abitudine allo sperpero. Un certo virtuosismo mitteleuropeo, che tracima in un lezioso senso di superiorità, si è fuso con l’estro malinconico e l’anarchia dissipatrice che caratterizzano il verace spirito balcanico.

Da questo connubio ha preso forma il futebol bailado d’Europa, e non è un caso, né solo il frutto di un’ironica e sfrontata emulazione, che gli stadi di Rio de Janeiro e Belgrado portino lo stesso nome. A questo intreccio di affinità elettive, due dettagli decisivi hanno distinto i campioni slavi dai loro cugini d’arte brasiliani. Il primo è condensato nel verbo nadmudrivati, di per sé intraducibile, che denota un “giocare con astuzia”, un prendere atto della supremazia naturale dell’avversario superandolo con furbizie e malizie degne dell’eroe omerico, e in cui però la pervicace volontà di rimirarsi può diventare il preludio di un’imminente quanto inevitabile disfatta. Il secondo è molto più semplice e attinge a un dizionario comprensibile a tutti: arrestarsi sempre a un passo dalla vittoria, trasformare l’epos in melodramma e inchinarsi così alla dura legge di Eupalla. Come se prima del salto finale verso l’Eden cedesse puntualmente la pedana; come se la genialità non potesse mai smarcarsi da amnesie e ingenuità.

È questa la chiave di lettura che offrono del calcio jugoslavo due recenti pubblicazioni, entrambe dai titoli emblematici: A un passo dal Paradiso. Il calcio slavo, gli artisti dei Balcani rivali della Storia di Fabrizio Tanzilli (Ultrasport, pp. 144, € 15,00) e Il Brasile d’Europa. Il calcio nella ex Jugoslavia tra utopia e fragilità di Paolo Carelli (Urbone Publishing, pp. 128, € 12,00). Due volumi agili quanto pregevoli, che puntano i riflettori su uno dei fenomeni sportivi più eclettici e interessanti del Novecento.

Il libro di Tanzilli è una puntuale ricognizione storica sul movimento calcistico jugoslavo con particolare attenzione alle vicende della Nazionale e alle due società che di questo movimento hanno lasciato traccia indelebile sulla scena internazionale, il Partizan e la Stella Rossa. Il saggio di Carelli, invece, si sofferma maggiormente sulle vicende interne, sullo stretto legame tra i club più rappresentativi e le città di appartenenza (Spalato e l’Hajduk, Sarajevo divisa tra la borghese FK e il proletario Željezničar, e Belgrado tra il Partizan dell’Armata popolare e la Zvezda dei quartieri popolari, quindi Mostar e il Velež, Novi Sad e il Vojvodina ‑ Zagabria purtroppo non pervenuta), sui talenti duraturi ma anche su qualche bizzarra meteora, con contrappunti extra-sportivi che fanno da necessaria cornice storica e sociale.

Tra Kant e il "Maradona dei Balcani"

Ne emerge un quadro a tinte vivide, un tableau vivant di assi del pallone sacrificati non solo ai bilanci societari, ma a una vera e propria congiura degli eventi. Calciatori "incoscienti e pragmatici, lucidi avventurieri costretti a cambiare continuamente latitudine per rinnovare la propria missione", ma anche uomini-simbolo che hanno legato a doppio filo la propria carriera a una maglia, come le celebri Zvezdine zvezde (le Stelle della Stella), portabandiera della Stella Rossa, tra cui spiccano gli immortali Dragoslav “Šeki” Šekularac, Dragan Džajić e Dragan “Piksi” Stojković, il “Maradona dei Balcani”. Autentici artisti del pallone, per i quali Tanzilli scomoda addirittura Kant, chiamando in causa quel "libero gioco di intelletto e immaginazione produttiva" da cui ha origine il sentimento del bello. Interpreti fuori dai canoni abituali che duellano in punta di fioretto, anteponendo il genio alla forza bruta o all’esecuzione schematica, condannati però al ruolo di romantiche vittime di una Storia che maledettamente si ripete, di una perenne precarietà imposta da un destino crudelmente beffardo.

Va detto che per il calcio jugoslavo la Storia non ha inizio nel 1945, con l’avvento ufficiale del socialismo e del nuovo assetto federale dello stato, e con la nascita delle polisportive volute dal regime. Come raccontato da un recente film di successo, per la regia di Dragan Bjelogrlić, Montevideo, Bog te video (2010), già ai primi Campionati mondiali del 1930 in Uruguay, quella che da soltanto un anno può fregiarsi della denominazione di Jugoslavia, con appuntata sul petto l’ingombrante aquila bicipite dei Karadjordjević, dà del filo da torcere alle migliori formazioni. Una squadra sorprendente, un dream team che gioca con disarmante naturalezza e tra cui spicca Blagoje “Moša” Marjanović, attaccante del BSK Belgrado (antenata dell’odierna OFK) e futuro allenatore in Italia negli anni cinquanta. Un drappello di audaci che nonostante il boicottaggio dei croati (una storia che si ripeterà sessantun anni più tardi) riesce ad arrivare in semifinale contro i padroni di casa, sconfitto, più che dall’ambiente ostile e da un avversario di caratura non certo inferiore, da discutibili scelte arbitrali. Il terzo posto finale rimarrà il miglior risultato mai raggiunto dalla nazionale maggiore alle competizioni mondiali.

Sfida al Destino

Da quel momento in poi prende vita un sentimento tipico di chi sa di poter vincere ‑ ma anche perdere ‑ contro chiunque, e si culla nel narcisismo autoconsolatorio e languidamente vittimista di colui che si crede destinato a vestire i panni di "coprotagonista di una leggenda in corso d’opera", nonché perseguitato da sfortuna e altri fattori più genuinamente umani: il vero contendente comincia a essere il Destino, che riserva ogni volta l’avversario sbagliato al momento sbagliato nel posto sbagliato. La Svezia del mitico tridente Gre-No-Li alle Olimpiadi di Londra del 1948, i brasiliani al Mondiale del 1950, spensierati e ignari di ciò che li attenderà di lì a poco nel celebre maracanaço. O ancora la gloriosa Aranycsapat guidata da Gustav Sebes ai Giochi Olimpici di Helsinki del 1952: i plavi resisteranno oltre settanta minuti, prima che Ferenc Puskás e Zoltán Czibor pongano fine al sogno. La Jugoslavia arriva sempre e immancabilmente seconda, dopo cavalcate irresistibili e avversari spazzati via con disinvoltura e sfoggio di preziosismi. È il mito di Davide contro Golia con il finale rinviato a data da destinarsi. Un mito che si nutre di un capitolo speciale, quello delle sfide contro l’Unione Sovietica, che si ammantano di inevitabili significati extra-calcistici e si portano dietro la rottura tra Tito e Stalin, l’uscita della Jugoslavia dal Cominform e l’orgogliosa e coraggiosa scelta dell’Autogestione interna e del non allineamento in politica estera. Partite sentitissime e combattutissime (indimenticabile il 5-5 di Tampere nel 1952), con il consueto epilogo su cui, da un certo momento in poi, distende inevitabilmente la sua ombra il Ragno Nero, al secolo Lev Jašin.

Gli anni d’oro del calcio nazionale jugoslavo sono senz’altro i cinquanta e i sessanta. Sono gli anni di Rajko Mitić e Stjepan Bobek, di Miloš Milutinović e dell’indimenticato “filosofo” Vujadin Boškov, di Milan Galić e di un Partizan che arriva a disputare la finale della prima edizione della Coppa dei Campioni contro il Real Madrid (anno 1966, anche qui il solito refrain). Il sipario si chiude a Roma nel 1968, quando il Destino prenderà le sembianze di Riva e Anastasi nella ripetizione della finale dell’Europeo. Nel primo round, finito in pareggio, la Jugoslavia domina in lungo e in largo, va in vantaggio con l’ala sinistra Džajić e sfiorano più volte il colpo del ko, raggelando il pubblico dell’Olimpico nonostante la torrida serata di giugno, prima di essere raggiunti nel finale da una punizione (assai dubbia) di Domenghini: la solita esuberanza priva di sostanza, la solita recidiva irresolutezza, la solita apoteosi soltanto accarezzata. I settanta saranno anni di evanescenza e scarsi risultati.

Calcio su, Jugoslavia giù

La analisi di Tanzilli e Carelli sembrano confluire su una tesi difficilmente confutabile, per quanto in apparenza paradossale. Il vero boom del calcio jugoslavo coincide con il lento dissolversi della Repubblica federale e del suo tessuto istituzionale, minato all’interno dalla crisi economica e dal risorgere dei nazionalismi. Già nel 1979, un anno prima della morte di Tito, la Stella Rossa raggiunge la finale di UEFA, sconfitta, manco a dirlo, dal Borussia Moenchengladbach. Da lì in poi sarà un progressivo salire alla ribalta nazionale e internazionale di talentuosi virgulti del pallone, ma anche dei primi rigurgiti separatisti, che troveranno negli spalti degli stadi una potente cassa di risonanza e un corredo simbolico in grado di modellare il nuovo immaginario collettivo. Il linguaggio delle cronache sportive, circonfuso di retorica neorevanscista e palesemente ancillare a ben più strategici piani di manipolazione delle masse, fa il resto: le tifoserie organizzate diventano l’avanguardia della disgregazione politica, prima di trasformarsi, all’apice del tracollo, in luoghi di reclutamento per milizie paramilitari e di selezione di fresca carne da cannone. Illuminante su questo tema è la raccolta di saggi dell’antropologo belgradese Ivan Čolović dal titolo Campo di calcio, campo di battaglia (traduzione di Silvio Ferrari, Mesogea 1999), cui fa da aggiornamento il recente Dio, Calcio e Milizia. Il Comandante Arkan, le curve da stadio e la guerra in Jugoslavia di Diego Mariottini (Bradipo Libri, 2015, pp. 184).

Di questo fenomeno sempre meno strisciante il pubblico italiano fa conoscenza diretta il 31 marzo 1988. Allo stadio Poljud di Spalato va in scena l’amichevole Jugoslavia-Italia, trasmessa in diretta senza la consueta telecronaca per uno sciopero dei cronisti sportivi Rai (ce ne fossero più spesso oggigiorno...). Ebbene, i fischi assordanti dei tifosi di casa non sono rivolti agli avversari, ma ai giocatori serbi ogniqualvolta entrano in possesso del pallone. Preludio di un altro, chiarissimo sintomo dell’incombente dissoluzione, che si palesa agli occhi degli italiani nell’esordio della Jugoslavia ai Campionati mondiali del 1990 contro la corazzata Germania Ovest. Un mese prima, il 13 maggio, il Maksimir di Zagabria è stato teatro di cruenti scontri tra tifosi serbi della Stella Rossa e croati della Dinamo, preambolo di altri scontri, stavolta armati, che avranno luogo un anno più tardi in Slavonia. San Siro è gremito in ogni ordine di posto e nonostante il dinaro ipersvalutato nutritissima è la rappresentanza jugoslava sugli spalti. Sono presenti i maggiori gruppi organizzati (la Torcida dell’Hajduk, i Bad Blue Boys di Zagabria, l’Horde Zla di Sarajevo, i Delije belgradesi e altri), ciascuno con il proprio striscione e ciascuno con i vessilli jugoslavi (forse in un ultimo, contraddittorio sussulto di Fratellanza e Unità), ma separati chirurgicamente e distribuiti a chiazza di leopardo.

Ultimo capitolo

E qui si apre il capitolo conclusivo di questa gloriosa e mesta storia, fatalmente ostaggio dell’inesorabile gioco delle possibilità negate, così diffuso al di là dell’Adriatico. L’ipotetica dell’irrealtà si nutre al solito della scontata domanda inevasa: che cosa sarebbe potuto accadere se...? Già, cosa sarebbe potuto accadere se Faruk Hadžibegić, roccioso difensore bosniaco, avesse insaccato l’ultimo rigore contro l’Argentina, anziché gettare il pallone tra le braccia di Goycochea? [Sullo stesso tema si veda anche: La partita che poteva salvare la Jugoslavia, di Gianni Galleri; liberamente ispirato a L’ultimo rigore di Faruk, Gigi Riva, Sellerio] Cosa sarebbe successo se quella compatta e armonica Nazionale ("molto migliore del paese che rappresentava" affermò più tardi il tecnico Ivica Osim) avesse proseguito il cammino nei Mondiali italiani, raggiungendo magari la finale? "Le cose nel nostro paese sarebbero andate diversamente" giurano alcuni; "saremmo comunque arrivati secondi", chiosano altri con un sorriso amaro. E se a quella generazione irripetibile di fuoriclasse ‑ laureatisi, giovanissimi, campioni mondiali Under 20 in Cile nel 1988 ‑ fosse stato concesso il futuro che si meritava? Se il Destino non avesse disperso in mille rivoli un patrimonio di inventiva e di intelligenza calcistica? Se, insomma, ai Boban, Prosinečki, Šuker, Boksić, che spinsero la Croazia fino all’incredibile terzo posto al torneo mondiale del 1998, si fossero potuti affiancare gli Stojković, Savicević, Mihajlović, Mijatović? E se provassimo a stilare una formazione jugoslava oggi, alla vigilia degli Europei in Francia, mescolando calciatori serbi, croati, sloveni e bosniaci? "Saremmo diventati – o diventeremmo ‑ finalmente, e a pieno titolo, il Brasile d’Europa" scommettono (quasi) tutti.

La realtà, si sa, è un cimitero di sogni, una fabbrica di nostalgie; pone un solido argine alle sterili fantasie e alle iperboli dell’immaginazione, le relega nell’alveo dell’illusione. Ma la realtà dice che il 29 maggio 1991 la mitobiografia di una nazione ebbe il suo congruo epilogo, che Davide riuscì finalmente a uccidere Golia. Quel giorno, a Bari, la Stella Rossa salì sul tetto d’Europa e vinse la sua prima e sinora unica Coppa dei Campioni. Un mese più tardi il pallone venne schiacciato dai cingolati e quelle emozioni uniche e irripetibili che solo "il gioco senza fine bello" sa regalare furono barbaramente soffocate. Ma questa è un’altra storia. Una brutta storia.


Il commento di Marko:
Bell'articolo. Va ricordato per completezza la vicenda degli europei 92 in cui la Jugoslavija si classificò prima nel suo girone, ma in seguito delle sanzioni ONU fu estromessa e fu richiamata la seconda del girone, la Danimarca che vinse gli europei; certo nel calcio 2+2 non fa sempre 4 (la nazionale che vi avrebbe partecipato sarebbe stata orfana dei croati e forse anche di bosniaci) ma chissà ci piace pensare che...
Giusto menzionare Stojkovic, giocatore che ha seminato molto e raccolto poco (basti pensare che nella finale di Bari 91 lui giocava dall'altra parte!). A Italia 90 ricordo bene, almeno per la mia esperienza, noi serbi tifavamo tutta la squadra e non solo per in nostri, come si diceva allora.




VIDEO: Brotherly Match Partizan - AEK 07.04.1999.

Belgrado 1999, un calcio alla guerra

27th Mar 2016
Il 7 aprile 1999, durante i bombardamenti Nato, a Belgrado si giocò un'amichevole contro la guerra tra Partizan e Aek Atene
Belgrado 1999, un
                                    calcio alla guerra

La sveglia è all’alba. La squadra si raduna e insieme si va all’aeroporto di Atene-Eleftherios Venizelos. I sorrisi a favore di telecamera e gli sguardi solo all’apparenza distesi nascondono un’ingente carica di tensione. Alle porte per i giocatori dell’Aek Atene non c’è una partita di cartello, né un’importante sfida europea che deciderà la stagione dei gialloneri. Anzi, il campionato in Grecia è fermo per la Pasqua ortodossa, di solito un’occasione che i giocatori sfruttano per stare con le proprie famiglie, per staccare la spina per qualche giorno. Ma la posta in palio questa volta è troppo alta per restare a casa, e così, quando ai giocatori è stato chiesto di partire, nessuno si è tirato indietro. Insieme a loro si metteranno in viaggio anche i dirigenti del club e una folta rappresentanza del tifo organizzato, che ha deciso di seguire la squadra in una partita dall’immenso valore simbolico. Ci siamo. Belgrado, stiamo arrivando.

Non sarà un viaggio di piacere, e non sarà facile arrivare in Jugoslavia. Il volo da Atene atterrerà a Budapest, con il viaggio che proseguirà riscendendo in pullman verso sud, attraverso il confine che divide l’Ungheria dalla Vojvodina. È l’unico modo, il più sicuro, per entrare in Jugoslavia. Perchè oggi è il 7 aprile 1999, il quattordicesimo giorno da quando, lo scorso 24 marzo, la Nato ha iniziato i bombardamenti sull’intero territorio della Repubblica Federale di Jugoslavia. Neanche Novi Sad, che della Vojvodina è il centro principale, è stata risparmiata dalle bombe. Ed è strano, perchè la città, distante quasi 100 chilometri da Belgrado e circa 500 dal Kosovo, ha sempre mantenuto intatto il suo carattere multiculturale, terra di frontiera e confronto tra la comunità serba e quella ungherese. E poi, se vogliamo dirla tutta, è gestita da una delle amministrazioni locali più ostili all’establishment del presidente jugoslavo Slobodan Milosevic.

Quattro raid, ai quali presto ne seguiranno altri, in pochi giorni hanno devastato le principali infrastrutture della città che ha dato i natali a Vujadin Boskov, all’epoca allenatore del Perugia. È stato lo stesso Boskov, in un colloquio telefonico con Miodrag Lekic, l’ambasciatore jugolavo in Italia, a comunicare l’intenzione di continuare a giocare, manifestata dai giocatori jugoslavi impegnati in Serie A. Alla fine, l’idea di rifiutarsi di scendere in campo nei Paesi membri della Nato, avanzata tra gli altri da Savicevic – che da gennaio è tornato a giocare nella Stella Rossa – e Mihajlovic, non è stata ritenuta realistica. Sono professionisti legati al proprio club da regolare contratto. Giocheranno si, ma non perderanno occasione di manifestare il proprio dissenso verso questa guerra assurda.

belgrado
Un bersaglio disegnato, una scritta, un’intervista che esplicitamente metta l’opinione pubblica a conoscenza di quanto siano illegali e immorali quelle bombe che dalla notte del 24 marzo cadono incessantemente sulla Jugoslavia. Affinché tutti possano avere anche solo la minima percezione di cosa significhi ritrovarsi a convivere con il terrore. Di cosa significhi avere la quotidianità violentata dagli urli delle sirene, dall’ansia, dalle corse nei rifugi o negli scantinati dei palazzi. Una volta, poi un’altra e un’altra ancora. Giorno dopo giorno.

Per questo l’Aek Atene ha deciso di sfidare l’embargo e recarsi a Belgrado per giocare un’amichevole contro il Partizan, il cui ricavato andrà per intero alle associazioni umanitarie jugoslave. Il tratto in pullman, l’ultima tappa del viaggio, non è privo di tensione. Il giorno prima la Nato ha scatenato uno dei bombardamenti più duri dall’inizio dell’aggressione militare, colpendo, nella notte tra il 5 e il 6 aprile il quartiere operaio della città di Aleksinac, mentre da poche ore è arrivata la notizia secondo cui l’Alleanza ha rifiutato il “cessate il fuoco” proposto da Belgrado.

Con uno stato d’animo difficilmente immaginabile, la carovana proveniente da Atene entra finalmente in città, accolta dagli edifici anneriti e dalle macerie del palazzo che ospita il Ministero degli Interni a Kneza Milosa, colpito nella notte tra il 2 e il 3 aprile, con le fiamme che si sono estese danneggiando anche il vicino ospedale psichiatrico “Laza Lazarevic” e l’unità di ostetricia e psicologia. Lo Stadion Partizan, quel giorno, è probabilmente l’unico luogo di Belgrado in cui regna una seppur superficiale ed effimera serenità. Le tribune sono piene, bandiere greche e jugoslave si mescolano con gli striscioni del Partizan e dell’Aek, unite da quei bersagli che ormai tutto il mondo ha imparato a conoscere.

belgrado
Sono i simboli di un’opposizione internazionale alla guerra, gli stessi che atleti sparsi in tutto il mondo indossano ogni domenica sotto le magliette, gli stessi che la gente comune espone notte dopo notte, quando sceglie di aspettare sui ponti di Belgrado l’arrivo dei caccia bombardieri della Nato. Dai ponti allo stadio, la paura è forte, ma la voglia di contrastare la guerra lo è di più. Così il tabellone luminoso, inquadrato dalla tv jugoslava, ripete il messaggio a chiare lettere prima della partita, «Stop the war, stop the bombing», trovando l’eco da parte dello striscione che i giocatori di entrambe le squadre srotolano in campo.

La partita finisce 1-1, ma il risultato è di certo la parte meno interessante della giornata. È più importante sapere che la partita non termina al 90′, perchè a undici minuti dall’inizio della ripresa l’arbitrio fischia tre volte, permettendo ai tifosi di entrambe le squadre di correre in campo. Un’invasione, questa sì, pacifica, un abbraccio collettivo in quel valzer di bandiere che per un pomeriggio ha colorato Belgrado. Ma il momento scelto per interrompere la partita non è casuale, lo sanno tutti, in campo come sugli spalti.

Vorremmo far dipendere la decisione da una chiara scelta in favore della solidarietà, ma non è così. All’undicesimo della ripresa la partita viene interrotta per permettere agli ospiti di rimettersi in viaggio e lasciare la Jugoslavia con la luce del giorno. Perchè poi, appena la notte tornerà ad occupare il suo posto nel cielo, torneranno loro. I boati assordanti, le sirene e i loro canti di morte. Stasera su Belgrado tornerà la guerra.


A Milica Rakic


Carlo Perigli
@c_perigli





Amburgo 30 aprile 1993. La campionessa del tennis Monika Seleš è accoltellata da uno spettatore tedesco, fanatizzato di odio antijugoslavo dai media





Come uccisero il Brasile d’Europa

Di Carlo Perigli - pubblicato in tre parti su Popoff, aprile-maggio 2015


[parte 1] Ascesa e scomparsa di una delle Nazionali di calcio più spettacolari di tutti i tempi. La Jugoslavia era pronta a vincere tutto, finchè la politica non entrò a gamba tesa

Sguardi persi nel vuoto, molti piangono, qualcuno addirittura per il nervosismo rigetta la cena. É la sera del 1 giugno 1992, il Brasile d’Europa è stato appena ucciso da un fax proveniente da Berna. Brasile d’Europa, così veniva chiamata la Nazionale di calcio jugoslava verso la fine degli anni ’80, per via di quello straordinario catalogo di estro e fantasia con cui quella generazione faceva sognare un Paese intero, da Lubiana a Skopje.

Quel fax parte dalla sede dell’Uefa e arriva a Stoccolma, dove la Jugoslavia è in ritiro a otto giorni dall’inizio dei campionati europei di Svezia. C’è scritto che, in osservanza della Risoluzione 757 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la Jugoslavia non potrà essere accettata in alcuna competizione sportiva. È solamente il colpo di grazia al calcio jugoslavo, già duramente segnato da guerre e secessioni. In Svezia finisce una storia iniziata in tutt’altro modo, a cinque anni e migliaia di chilometri di distanza. Termina in lacrime ciò che nel 1987 era iniziato con i caroselli a Santiago de Chile, quando un gruppo di ragazzini terribili aveva inaspettatamente dominato e vinto il Mondiale Under 20.

Un vero e proprio fulmine a ciel sereno, tanto che nessuno credeva veramente in quella competizione. Sicuramente non la Federazione, che aveva deciso di risparmiare elementi di spicco come Boksic, Mihajlovic, Jugovic e Djordjevic, capitano della selezione. Tantomeno la stampa jugoslava, considerato che l’unico giornalista inviato in Cile, Torna Mihajlovic, lavorava per una rivista non sportiva, il settimanale “Arena”, ed era lì più che altro per preparare un reportage sulla comunità serba. Ciò che l’omonimo di Sinisa, come molti altri, non sapeva, è che la fascia da capitano Djordjevic l’aveva lasciata al diciottenne Robert Prosinecki, piede vellutato e temperamento da pub, che dì lì a poco sarebbe stato premiato come miglior giocatore della competizione, mentre Davor Suker arrivava secondo nella classifica marcatori.

La Jugoslavia si riscopre terreno fertile di campioni, si punta ad Italia ’90, questa selezione può eguagliare le gesta – per quanto in ultimo sfortunate – della Nazionale guidata da Dragan Dzajic negli anni ’60. A differenza di quegli anni però, sul Paese iniziano a spirare venti di guerra. Partono da lontano, la crisi economica pervade i Balcani, i diktat del Fondo Monetario internazionale preparano il terreno per una sorta di nazionalismo economico, che presto invaderà anche la scena politica. Il resto verrà da se.

[parte 2] Mentre la Nazionale si prepara ai Mondiali, dal 1989 la Jugoslavia inizia ad essere scossa da liberismo e nazionalismo. Ad Italia ’90 andrà in scena l’ultimo atto del Brasile d’Europa

Il calcio, almeno da parte di chi lo gioca, per il momento prova a rimanerne fuori. Se dal 1989 le sei Repubbliche accelerano il processo di allontanamento dalla Federazione, la Nazionale rimane coesa. Così, mentre sulla scena politica ed economica iniziano ad affacciarsi i partiti nazionalisti e l’economia liberista, la selezione che si appresta a viaggiare verso l’Italia rimane fedele alla sua identità jugoslava. I giovani sono cresciuti e ora affiancano senatori del calibro di Stojkovic, Savicevic e Katanec. La squadra è rodata, domina le qualificazioni senza perdere nemmeno una partita ed elimina la più blasonata Francia. Ma all’alba delle notti magiche una serie di episodi iniziano a scuotere il calcio jugoslavo, lastricandone la strada verso la distruzione.

Il primo, probabilmente anche il più famoso, racconta gli eventi che si svolsero al Maksimir di Zagabria il 13 maggio 1990, nella cornice dell’ormai noto, per quanto mai giocato, incontro tra Dinamo e Stella Rossa. A differenza del passato, questa volta gli scontri avvengono in una cornice politica totalmente inedita. L’8 aprile l’Hdz, il partito nazionalista guidato da Franjo Tudjman, ha vinto le prime elezioni multipartitiche in Croazia, della quale il 30 maggio diventerà poi Presidente. Sugli spalti compaiono le bandiere a scacchi, mentre i vessilli jugoslavi appaiono con un ampio buco al posto della stella rossa. L’ormai noto calcio volante, rifilato da Boban ad un poliziotto, divenne presto il simbolo del progressivo ma inevitabile allontanamento di Zagabria dal resto della Federazione. I nazionalisti si erano ormai affermati, e per nulla al mondo avrebbero rinunciato a sfruttare il calcio come infallibile strumento di propaganda.

Tuttavia, la prima vera scollatura tra la Nazionale jugoslava e il suo pubblico avviene circa venti giorni dopo. Il teatro è sempre il Maksimir, che stavolta ospital’amichevole tra Jugoslavia e Olanda, ultimo test prima della partenza per l’Italia. Lasciamo il racconto degli eventi alle parole di Dragan Stojkovic, capitano e leader di quella selezione:

«Facemmo la preparazione a Zagabria e giocammo un amichevole contro l’Olanda. I tifosi di casa iniziarono ad intonare cori contro di noi e a favore degli olandesi. Era molto strano da vedere e da sentire, e il ct dell’Olanda Leo Beenhakker in conferenza stampa dichiarò di non sapere che la sua nazionale avesse così tanti fan là. Più tardi qualcuno gli spiegò che [la situazione] era contro di noi. A quel punto capimmo che qualcosa sarebbe successo, ma in squadra non c’erano problemi. Avevamo Prosinecki dalla Croazia, Pancev dalla Macedonia, Susic dalla Bosnia, Katanec dalla Slovenia, io dalla Serbia e Savicevic dal Montenegro. Non abbiamo mai avuto questo genere di problemi e mai discutemmo o scherzammo su questo».

Nonostante le premesse però, in Italia la Jugoslavia conferma il suo talento, passa agevolmente il girone (sconfitta solo dalla Germania) e delizia il mondo contro la Spagna, grazie alle prodezze di un meraviglioso Dragan Stojkovic, autore di una straordinaria doppietta. Sugli spalti sventolano le bandiere con la stella rossa, il pubblico sostiene la sua Nazionale, ma un ulteriore episodio contribuirà nuovamente a destabilizzare l’ambiente sportivo. Poco prima della partita con l’Argentina, valida per i quarti di finale, Srecko Katanec, mediano e punto di riferimento della selezione, chiede al c.t. Ivica Osim di essere escluso dalla formazione titolare: «Per favore non mi  faccia giocare, ho ricevuto delle minacce nella mia città, sono preoccupato di giocare per la Nazionale». Osim capisce, la situazione sta diventando instabile e nemmeno la Nazionale ne è più immune.

Non è più una questione di bilanciamento tra le varie Repubbliche per le convocazioni, gli avversari di quella Nazionale ora si chiamano politica e criminalità, che incitano quelli che una volta erano i suoi tifosi. La Jugoslavia in campo resiste, perdendo solamente ai rigori nonostante l’inferiorità numerica per circa novanta minuti. L’errore decisivo, ironia della sorte, è proprio di capitan Stojkovic. I mondiali italiani confermano però la maturità del calcio jugoslavo, pronto a puntare i Campionati Europei del 1992. Nessuno poteva immaginare che quell’esplosione di talento avrebbe rappresentato il canto del cigno del promettente Brasile d’Europa.

[parte 3] Dal 1990 al 1992 la Nazionale jugoslava viene coinvolta negli eventi storici e uccisa dal fax dell’Uefa, che la esilierà dal calcio fino al 1998


Il 12 settembre 1990 la Jugoslavia inizia le qualificazioni agli Europei del 1992battendo l’Irlanda del Nord per 2-0. Quello degli slavi del sud è un cammino implacabile, che porterà la Nazionale a passare agevolmente il girone, vincendo 7 delle 8 partite, con 24 gol realizzati e solamente 4 subiti. Oltre a Davor Suker, la Jugoslavia inizierà ad amare anche Darko Pancev, implacabile attaccante che vincerà la classifica marcatori con 10 gol. Numeri impressionanti, stracciati da una storia fatta di nazionalismi, guerre e interventismo occidentale, che spazzeranno via ogni aspetto della società jugoslava, calcio compreso.

Per quanto riguarda il nostro racconto invece, la parola “fine” potrebbe riportare già una prima data il 16 maggio 1991, giorno in cui la Jugoslavia batte le Isole Far Oer per 7-0. Vittoria a parte, si tratta dell’ultima volta in cui la rappresentativa dei 6 Stati, 5 nazioni, 4 culture, 3 religioni e 2 alfabeti scende in campo. Dal giorno dopo i croati lasceranno lo spogliatoio, tra giugno e dicembre diventeranno stranieri. Per il calcio jugoslavo, inteso come la rappresentazione sportiva della patria di tutti gli slavi del sud, inizia un rapido declino. Un primo segnale si ha nella finale di Coppa di Jugoslavia, giocata l’8 maggio a Belgrado tra Stella Rossa e Hajduk di Spalato, a pochi giorni da uno dei violenti scontri a fuoco che imperversano a Borovo Selo, a pochi chilometri da Vukovar. Pensando alle due sfidanti, torna in mente la stessa partita giocata nel 1980, quando uno stadio intero piangeva la morte del Maresciallo Tito. No, questa volta l’atmosfera è decisamente diversa, e a spiegare come in 11 anni tutto fosse cambiato c’è il tristemente famoso “spero che i nostri ragazzi uccidano la tua famiglia a Borovo” sussurrato da Stimac a Mihajlovic, serbo – all’epoca jugoslavo – nato a Vukovar, parte di quel complesso rompicapo di etnie chiamato Jugoslavia, che solo uno squilibrato cercherebbe di risolvere tracciando linee nette.

Per assurdo, alla fine del mese il calcio jugoslavo conosce il momento più alto della sua storia. A Bari la Stella Rossa batte l’Olympique Marsiglia e alza per la prima volta la Coppa Campioni. In piccolo, quella squadra è una riproduzione della Nazionale jugoslava, dove il macedone Pancev segna a ripetizione, imbeccato dal montenegrino Savicevic, mentre il croato Prosinecki disegna geometrie impensabili aiutato dai serbi Mihajlovic e Jugovic. In difesa, il bosniaco Šabanadžović formava la cerniera di una squadra formidabile e multietnica. La notte del 29 maggio 1991 anche Bari divenne una piccola Jugoslavia. Tra musiche balcaniche e fiumi di rakija, va di scena una festa che non guarda differenze etniche di sorta, in un ballo che idealmente abbraccia ancora tutte e sei le Repubbliche.

Dall’altra parte dell’Adriatico invece, gli eventi ormai sono precipitati. Le squadre croate e slovene hanno lasciato la Prva Liga jugoslava, che nel 1992 smetterà di esistere per lasciare il passo al campionato della Repubblica Federale di Jugoslavia, alla quale partecipano le squadre serbe e montenegrine. La nazionale Jugoslavia esiste ancora, e a dispetto della politica vola in Danimarca per rappresentare tutte le nazionalità, croati esclusi. Ci sono sette giocatori serbi, sei montenegrini, due da Slovenia e Macedonia, uno dalla Bosnia. Vivono il ritiro tutti insieme, senza parlare di politica, nonostante la stampa non chieda altro, nonostante vengano ospitati in bungalow isolati e controllati da forze di polizia con unità cinofila al seguito, nonostante perfino i Primi Ministri delle selezioni avversarie non perdano occasione per delegittimare la loro presenza agli Europei. Finchè non arriva quel fax, con il quale il nostro racconto trova la sua conclusione definitiva, quando la politica riesce ad entrare a piedi pari sul calcio con la complicità di tutta la terna arbitrale. La Uefa esegue le disposizioni contenute nella Risoluzione 757 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che decreta l’embargo per la Repubblica Federale di Jugoslavia prevedendo inoltre l’immediata sospensione degli scambi scientifici, tecnici e culturali, nonché l’esclusione da tutte le manifestazioni sportive. Innegabile, quello calcistico è decisamente il lato più trascurabile, ma allo stesso tempo è il dito nella piaga, lo schiaffo che umilia, il colpo di grazia che esilia la Jugoslavia fino ai Mondiali del 1998. Ecco come hanno ucciso il Brasile d’Europa.

Chiudiamo la terza ed ultima parte del racconto ricorrendo nuovamente alle parole di Dragan Stojkovic, che sintetizzano al meglio quanto il calcio fosse distante dalla politica, ma anche quanto quest’ultima si interessò anche ad un semplice pallone.

«È stato il giorno più brutto della mia vita, e la cosa peggiore è che non potevo spiegare ai giocatori il perché. Questo è sport, non politica, e le due cose non dovrebbero mai andare di pari passo. Stavano accadendo cose terribili nel mio Paese, delle quali mi vergogno profondamente. Ma quando vidi quei giocatori, vidi le loro espressioni distrutte quando gli diedi la notizia, volevo sapere perché la Uefa era arrivata a tal punto. Se avevano deciso di escluderci dalla competizione, perché non dircelo prima? Ci stavamo allenando, eravamo già in hotel in Svezia, e ora dovevamo andare a casa. Dovevamo tornare alla realtà. E ancora, nessuno mi spiegava il perchè».



Jugoslavija 1992




Le repubbliche jugoslave nel medagliere olimpico


Il numero riportato tra parentesi indica la posizione del paese nella graduatoria dei corrispondenti giochi olimpici

                                                        oro  argento  bronzo  totale

Regno di Jugoslavia
Repubblica Popolare Federativa di Jugoslavia
Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia


( 14 )    Parigi 1924              2      0      0     2
( 21 )    Amsterdam 1928     1      1      3     5
( 25 )    Berlino 1936            0      1     0      1
( 24 )    Londra 1948            0      2      0     2
( 21 )    Helsinki 1952          1      2      0     3
( 26 )    Melbourne 1956      0      3      0     3
( 18 )    Roma 1960              1      1      0     2
( 19 )    Tokyo 1964              2      1      2    5
( 16 )    Città del Messico 1968    3    3    2    8
( 20 )    Monaco 1972           2      1      2     5
( 16 )    Montreal 1976          2      3      3     8
( 14 )    Mosca 1980              2      3      4     9
( 9   )    Los Angeles 1984     7      4      7    18
( 16 )    Seul 1988                  3      4      5    12


Slovenia

( 52 )    Barcellona 1992   0   0    2    2
( 55 )    Atlanta 1996        0    2    0    2
( 35 )    Sydney 2000        2    0    0    2
( 64 )    Atene 2004          0    1    3    4
( 41 )    Pechino 2008       1    2    2    5
( 42 )    Londra 2012        1    1    2    4
( 45 )    Rio 2016              1    2    1    4


Croazia

( 44 )    Barcellona 1992   0    1    2    3
( 45 )    Atlanta 1996        1    1    0    2
( 48 )    Sydney 2000        1    0    1    2
( 44 )    Atene 2004          1    2    2    5
( 57 )    Pechino 2008       0    2    3    5
( 25 )    Londra 2012        3    1    2    6
( 17 )    Rio 2016              5    3    2    10


Bosnia-Erzegovina

( - )    Barcellona 1992    0    0    0    0
( - )    Atlanta 1996         0    0    0    0
( - )    Sydney 2000         0    0    0    0
( - )    Atene 2004           0    0    0    0
( - )    Pechino 2008        0    0    0    0
( - )    Londra 2012          0    0    0    0
( - )    Rio 2016                0    0    0    0


Repubblica ex-jugoslava di Macedonia (FYROM)

( - )        Atlanta 1996        0    0    0    0
( 70 )      Sydney 2000       0    0    1    1
( - )        Atene 2004          0    0    0    0
( - )        Pechino 2008       0    0    0    0
( - )        Londra 2012        0    0    0    0
( - )        Rio 2016              0    0    0    0


Repubblica Federale di Jugoslavia
Unione di Serbia-Montenegro (dal 2004)

( 41 )    Atlanta 1996        1    1    2    4
( 42 )    Sydney 2000        1    1    1    3
( 62 )    Atene 2004           0    2    0    2

Serbia

( 62 )    Pechino 2008    0    1    2     3
( 42 )    Londra 2012     1    1     2     4
( 32 )    Rio 2016           2    4     2     8

Montenegro

( - )      Pechino 2008      0     0     0    0
( 69 )  
Londra 2012        0     1     0    1
( - )      Rio 2016             0     0     0    0


Kosovo

( 54 )    Rio 2016            1    0    0    1


(FONTI:
https://www.rio2016.com/en/medal-count-country
http://www.london2012.com/medals/medal-count/
http://www.athens2004.com/en/OlympicMedals/medals
http://www.olympic.it/italian/country )

Vedi anche:
La Jugoslavia alle Olimpiadi 2004 (JUGOINFO 3 settembre 2004)
La Jugoslavia alle Olimpiadi 2008 (JUGOINFO 28 agosto 2008)
La Jugoslavia alle Olimpiadi 2012 (JUGOINFO 17 agosto 2012)
La Jugoslavia alle Olimpiadi 2016 (JUGOINFO 31 agosto 2016)



Ljubodrag Duci Simonović (*)

GIOCHI OLIMPICI DI LONDRA. GIOCHI DI MORTE

I Giochi Olimpici.
Il più grande festival del mondo capitalistico.
"Il palco blu" è pieno.
I carnefici dell'umanità si sono radunati.
La Regina è anche presente.
La Casa Reale Britannica...
L'organizzazione criminale più sanguinaria che la storia ha conosciuto.
Londra festeggia!
Le navi da querra, gli aerei, i missili, le forze di polizia, i commandos...
Una vera atmosfera olimpica.
Le fanfare, le marce...
I robots sfilano in parata.
Ave caesar! Morituri te salutant!
La Regina saluta con la mano.
La Regina ride.
La Regina sbadiglia.
"Le colombe di pace" si perdono nelle tenebre del cielo avvelenato.
Questi sono i Giochi Olimpici, scemo!
Ridi!
Tutti devono essere felici!
"Lo sport è il cibo spirituale più economico per le masse lavoratrici -
che li tiene sotto controllo".
Il vecchio, bravo Coubertin
sapeva come lo sport può domare il popolo.
I Giochi Olimpici.
Erano "Il Festival della Gioventù"
Oggi sono il Festival della Morte.
La Regina si è addormentata.
Lasciamola dormire
Che dorma eternamente.
Così come Blair, Bush, Clinton, Sarkozy, Obama...
Con tutti i carnefici del capitalismo.
Dormite! - voi angeli olimpici!
Dormite! - voi canaglie olimpiche!
E non svegliatevi mai.

trad. Mirjana Jovanović
Ljubodrag Duci Simonović

The London Olympics. The Death Games

The Olympic Games.
The most important festival of the capitalist world.
“The blue lodge” is full.
The executioners of humankind are getting together.
The Queen is also present.
The British Royal Family...
The bloodiest criminal organization in history.
London is celebrating!
The battle ships, military planes, missiles, police forces, commandos…
The true Olympic surroundings.
Fanfares, marches…
The robots are paraded.
Ave cæsar! Morituri te salutant!
The Queen is waving.
The Queen is laughing.
The Queen is yawning.
“The doves of peace” are disappearing in the darkness of a poisoned sky.
Those are The Olympic Games, dummy!
Laugh!
All must be happy!
“Sport is the cheapest spiritual food for the working masses –
keeping them under control.”
Good old Coubertin.
He knew how sport could rule the people.
The Olympic Games.
They were “The Festival of Youth”.
Today, they are The Festival of Death.
The Queen fell asleep.
Let her.
Let her fall into the endless dream.
Along with Blair, Bush, Clinton, Sarkozy, Obama…
Along with all capitalist criminals.
Sleep! – you Olympic Angels.
Sleep! – you Olympic Bastards.
And never wake up.

(*) Ljubodrag Duci Simonović è stato membro della nazionale jugoslava di basket che vinse la Medaglia d'Oro ai Mondiali del 1970.
Filosofo e saggista, si occupa di analisi politica da un punto di vista marxiano, fortemente critico del capitalismo.
Per contatti: comrade @ orion.rs



L'articolo seguente apparirà nella sua versione originale, in lingua serbocroata, nel prossimo numero della rivista Novi Plamen

Sport - ideologija u svom čistom obliku
(Traduzione a cura di CNJ-onlus)



Lo Sport – Ideologia nella sua forma pura



Ivan Ergić è un calciatore, un editorialista, un marxista. Ha giocato a calcio per squadre come la Juventus, il Basilea e il Bursaspor. Negli articoli per il giornale “Politika” ha contemplato la società da un angolo di vista particolare ed ha criticato apertamente l’industria dello sport. Più in generale, Ivan è un “insider” che ci presenta lo sport in un modo inusuale.



Le circostanze hanno fatto sì che io scriva già da parecchio tempo questi articoli sullo sport. Dico "le circostanze" perchè questa non sarebbe la mia prima tematica di interesse. A parte il tifo per le mie squadre del cuore nella pallacanestro e nel calcio, si potrebbe dire che sulle questioni sportive io dispongo d’un medio grado d’informazione. Sarebbe anche questa la causa per la quale i miei scritti parlano dello sport in quanto tale soltanto in misura minore. Sono più interessato allo sport come fenomeno sociale, alla maniera in cui la società si riflette nello sport, alla funzione dello sport nella riproduzione socio-economica. Mi interessano particolarmente queste tematiche dopo aver letto alcuni anni fa un pezzo di Ivan Ergić nel quotidiano “Politika”.

Ergić è nato a Sebenico. Durante la guerra nell'area ex jugoslava si trasferì a Šabac, dopodiché visse per tre anni a Pert, in Australia. Durante la sua carriera ha giocato il calcio per club come la Juventus e il Basilea. Scrive articoli nei quali ha un’atteggiamento critico verso l’industria dello sport. E' stato fra i primi a parlare della depressione cui sono soggetti gli sportivi professionisti d’oggi a causa del loro genere di vita.

Spesso trovo stereotipi che rappresentano Ivan come “il calciatore che pensa”. L'idea, molto in voga oggi, secondo cui i calciatori sarebbero soggetti non pensanti è causa di molte frustrazioni. Quando si tratta di Ivan Ergić sarebbe opportuno dire che lui è un calciatore che la pensa diversamente. E' molto cordiale ed è molto gradevole parlare con lui. Quando l’ho conosciuto di persona ho avuto l'impressione di conoscere un mio insider. Gli ho chiesto molte cose e a modo mio gli ho fatto una lunga intervista, che adesso abbiamo pubblicato, come potete vedere.



E' raro che gli sportivi s’interessino alle teorie sociali. Quello che nel tuo caso è ancora più interessante è che ti interessi al marxismo. Quando ti sei imbattuto nel marxismo per la prima volta?



Sono cresciuto in una famiglia partigiana. Il mio bisnonno era stato fucilato dai fascisti italiani, perchè era un partigiano che faceva delle azioni. Porto il nome Ivan a causa di Ivan Ribar [1], visto che sono nato nel centenario della sua nascita. Era dunque naturale ch’io crescessi nello spirito del socialismo e del sentimento positivo per la Jugoslavia, una idea che oggi, dalle nostre parti, i revisionisti della storia stanno sistematicamente distruggendo.

Da piccolo mi rimasero scolpite in mente le parole di mio babbo, che diceva che Marx era stato il più grande dei profeti, perchè aveva predetto che i soldi avrebbero distrutto l’umanità. Anche se non lo capivo allora, questo suo dire non era in alcun modo un dogmatismo imparato nelle riunioni del partito, ma un’opinione sagace e ragionevole. La mia esperienza di vita mi dice che si tratta di una grande verità. Ma vorrei sottolineare, visto che il marxismo ha diversi spessori, che mi riconosco più spesso nel "giovane Marx", con la sua teoria dell’alienazione, con la sua axiologia [2] umanistica; e negli ultimi tempi, leggendo Il Capitale, devo dire che mi trovo d’accordo con la maggior parte delle sue diagnosi. Meno d’accordo mi trovo con lo storicismo volgare, con il rapporto di struttura e sovrastruttura e la loro trasformazione nell’ideologia politica, anche se in tutto questo ci sono alcuni elementi di verità.



Nell’ultima partita della squadra nazionale in cui si cantava “Hej Sloveni” [3] tu eri l’unico giocatore a cantare quell’inno. Che cosa significa la Jugoslavia per te?



Per me la Jugoslavia è un ideale incompiuto. Essa era fraternità e unità, multiculturalità, multiconfessionalità, il senso dell’uguaglianza, e non soltanto dal punto di vista delle classi sociali, ma anche fra le nazioni e le etnie. Questo per l’Europa di oggi non è altro che una chimera, che non si realizzerà mai proprio a causa delle disuguaglianze, che si vedono meglio nei tempi di crisi (ad esempio il rapporto tra Grecia e Germania).

Naturalmente, non sono un utopista e conosco tutte le insufficienze ed errori di quel sistema, economici come pure politici. E nello stesso tempo non riduco la Jugoslavia, come fa la maggior parte degli jugonostgici, al mare, ai viaggi e al senso di sicurezza, tutte cose che potrebbero essere lo specchio di uno stato clientelare. Come uno che proviene da una famiglia operaia, che nella generazione precedente era stata una famiglia dei contadini, so benissimo che non esiste nessun sistema al mondo dove l’operaio e l’uomo comune siano stati più rispettati. Basti pensare alla tragedia dei minatori di Aleksinac: ai loro funerali il paese intero partecipò con una commozione profonda. Oggi una cosa del genere è impensabile.

Del resto, anche sul piano simbolico eravamo all’apice della lotta antimperialista, rappresentavamo il paese-guida per i popoli decolonizzati dell’Asia e dell’Africa e per le popolazioni arabe. Le nostre vie portavano i nomi di Patrice Lulumba, di Togliatti, di Che Guevara, di Lola Ribar. E oggi nelle nostre capitali vediamo i monumenti eretti ai monarchici e agli autocrati, come ad esempio il monumento ad Alijev nel centro di Belgrado. Si tratta oggi di uno pseudo-internazionalismo, un cosmopolitismo sostenuto dalle correnti culturali liberiste, dietro alle quali si nasconde il capitale con ambizioni imperialiste.



Il capitale sta anche dietro al calcio. Ed è interessante che ai tempi della crisi, quando soltanto il calcio europeo professionale contrae un debito annuale di 1,5 miliardi di Euro, gli investimenti in questo sport non vengono a mancare. Si tratta di un mercato enorme e degli interessi delle grandi corporazioni. In tutto questo, dov'è quello che era il punto di partenza – il gioco?



Chiunque ami il calcio ed abbia sviluppato un gusto calcistico si può accorgere che il calcio già da un pezzo non è più quello che era stato una volta. La mercificazione di tutto, si guardi anche soltanto nell’area della cultura, sta rovinando l’autenticità di ogni cosa. Il gioco in quanto tale è spostato su di un binario secondario, mentre predomina già da parecchio tempo la forza fisica, la resistenza, la tattica. Anziché al gioco, molta più attenzione è rivolta all’economia di un club calcistico, ai trasferimenti dei giocatori, alle speculazioni, al guadagno, agli scandali dei calciatori nella vita privata, alle baruffe, agli episodi di vandalismo delle gang giovanili, eccetera. Il calcio quindi fa parte dell’industria del divertimento.

Del resto, la valanga di soldi e il sollevamento di tutte le barriere ha condotto all’usanza che la selezione dei calciatori è fatta dal padrone della squadra, pieno di capricci, e non da un allenatore, che avrebbe il compito di comporre la squadra con razionalità e giudizio. Perciò il Barcellona è oggi una spina nell’occhio per l’industria del calcio. Quelli hanno dimostrato che senza molti soldi, con calciatori usciti dalla loro scuola e con una certa filosofia calcistica, si può fare la migliore squadra mai esistita – il Barca gioca vincendo e gioca un bel calcio, un calcio migliore di chiunque altro. Per questo lo disprezzano, visto che questo club sta diventando un simbolo, come lo sono stati gli anarchici di Catalogna, che furono per tutti una spina nell’occhio in quanto ipotesi alternativa in senso simbolico.



E come vedi in generale il ruolo dello sport nella società contemporanea?



Lo sport è l’ideologia allo stato puro e dicendo questo penso allo sport professionale di qualsiasi specie. Lo sport è quella pedagogia sociale che induce alla competizione, alla determinazione, alla vittoria, alla sconfitta, al sacrificio, alla perseveranza, alla lotta, quindi a tutto ciò che rappresenta il mercato, che è la più grande ideologia mai esistita. Lo sport è l’agitprop del mercato.

I bambini fin da piccoli vengono condizionati perché si sentano contenti quando vincono e umiliati quando perdono, e non soltanto nel senso della gara, ma anche in senso umano. Uno sguardo non-fenomenologico rivolto allo sport ci dice che esso avrebbe la funzione di incanalare le frustrazioni. Questa tesi di Freud non è diventata obsoleta per niente, come vorrebbe suggerire qualcheduno. Per me oggi è una cosa terribile che un club sportivo ha più membri e può mobilitare molta più gente dei sindacati.



Un grande ruolo in campo sportivo hanno i tifosi.



I tifosi purtroppo sono mutati in consumatori, il che è una conseguenza naturale della mercificazione. Quando soggiornavo a Basilea ho fatto amicizia con i tifosi e con gruppi di tifosi, andavo nelle tournée. A dire il vero, facevo un tentativo di avvicinare i tifosi, i giocatori ed il club, per quanto potevo fare nella mia posizione.

C’è una grande alienazione in questo campo: i tifosi generalmente guardano ai calciatori come a star viziate, mentre i calciatori pensano ai tifosi come a un male necessario - gran parte hanno un atteggiamento negativo e chiedono sacrifici ai giocatori. E' vero: noi giocatori siamo di passaggio, ma il club resta, però il club non è un’astrazione, il club è composto di gente reale, con valori reali con i quali i tifosi si identificano oppure no. Dunque, non deve esistere un rapporto di tifosi verso il club, ma un rapporto di uomini verso altri uomini, e questo non è un’utopia.



Parli di ideologia. Il calciatore da piccolo viene allenato, come gli altri sportivi, a funzionare secondo un dato schema. Non sarebbe questo il primo grado di un’ interpretazione ideologica?



Ogni industria cosciente di se produce un certo tipo d’uomo al quale trasferisce certi valori. La stessa vita dei calciatori ha una dimensione pedagogica, che ho menzionato. Così come è estetizzata la vita privata dei divi di Hollywood, le stesse regole valgono per un giocatore di calcio professionista. A lui sono permessi i capricci e le scenate. Tutti devono cercare di essere come lui. In un mio articolo ho scritto che il “sogno americano” oggi è stato sostituito dal “sogno sportivo”, un sogno che è molto più largo e più ampio. Naturalmente, si tralascia il fatto che soltanto una millesima parte dei giovanissimi può realizzarlo, mentre tutti gli altri sono condannati a rimanere nella miseria e nella povertà.

E' molto difficile resistere oggi agli schemi ideologici e pedagogici dello sport, che influiscono molto di più sui ragazzi che vanno a scuola, anche se la scuola pure punta ai parametri di efficacia e non all’autosufficienza dello studio e della creatività. Ma la stragrande parte dei giocatori di calcio è stata formata dall’ambiente in cui sono cresciuti, in condizioni di vita certe volte impietose che portano alla perdita della sensibilità. Lo sportivo ha il corpo modificato secondo le leggi sportive, il che è evidente, visto che succede con ogni tipo di attività che viene praticata dall’uomo: il posto di lavoro ed i suoi imperativi plasmano la sua fisionomia.



In tutta questa formazione ha un grande ruolo l’autorità dell’allenatore, che spesso è indiscussa. Come vedi tu la relazione fra il calciatore e l’allenatore e come commenti gli eventi legati ad Adem Ljaljić, che da una parte si trova contrapposto all’autorità degli allenatori e dall’altra parte non è nelle loro grazie?



Come in ogni posto di lavoro, l’autorità non si discute. Ma il fatto è che nella struttura gerarchica anche l’allenatore è sottomesso a qualcun altro. Cosi funziona il sistema.

L'episodio di Adem Ljaljić nella Fiorentina esemplifica in modo eccellente il caso d’un allenatore che è stato formato secondo le leggi della vanagloria, nonché la vanagloria d’un giocatore, di cui i mass-media e l’ambiente hanno già in giovanissima età fatto un piccolo dio. E' una cosa che ho visto ovunque io abbia giocato.

Lo stesso episodio dell'inno nazionale mostra un atteggiamento dell’allenatore molto maldestro verso una cosa che già da principio si presta bene alla politicizzazione. L’inno in se è abbastanza escludente, non parla della Serbia, ma dei Serbi e di dio. Queste parole in se e per se escludono le minoranze e gli atei, i quali, sono sicuro, tutti amano la Serbia forse più del resto dei cittadini serbi. Lo stesso Ljaljić giocando per la squadra nazionale dal suo decimo anno d’età, ha mostrato un patriottismo assai grande. Simili tendenze e politicizzazioni del genere le vedo dappertutto nel nostro ambiente.



E' noto che non hai un manager, che controlli da solo tutta la tua carriera: fatto che nel campo dal quale provieni rappresenta una vera rarità. Come ti sei deciso ad un passo simile? Questo atteggiamento ti ha complicato la vita o ti ha offerto delle possibilità migliori?


Non avere un manager di certo chiude molte porte, soprattutto se durante la carriera vai dicendo ad alta voce che la maggior parte di loro non sono altro che pescecani e parassiti. Se per questo sono stato punito e non ho potuto entrare in un club migliore, non lo so e non ha una grande importanza. Ho fatto tutto da solo e ho mantenuto un atteggiamento corretto verso i club che erano interessati a me come giocatore, ma non verso quelli che volevano entrare in giochi sporchi di spartizione dietro le quinte con agenti e manager. Purtroppo il sistema è stato costruito in modo che tutte le strade che portano verso i club devi percorrerle con i mediatori. Visto che conosco gente del cinema e della musica, posso affermare liberamente che così funziona l’industria del divertimento. Se si fa commercio con gente giovane ed i loro genitori disperati e inesperti, questo rappresenta un’ulteriore combinazione vincente per le agenzie.



E' chiaro che esistono moltissimi problemi e che sarebbe necessario un collegamento tra i diversi livelli. Che prospettiva c’è per un’organizzazione sindacale dei calciatori?



A livello globale esiste un sindacato che si chiama FIFAPro. Esso ha una sua agenzia in ogni Lega nazionale. Ma come ogni burocrazia, anche questo sindacato è alienato rispetto ai giocatori e gli stessi giocatori non hanno una coscienza precisa dei propri diritti. Il calciatore non può scegliere il periodo in cui giocare, ne' sul quale terreno giocare, non ha influenza sul calendario, cioè su quando e quanto a lungo possa stare in vacanza, e durante le vacanze generalmente ha l'obbligo di allenarsi. Tutto ciò porta all’esaurimento nervoso.

Però nel pubblico si è creata l’impressione che ogni esigenza ulteriore del calciatore è percepita come arroganza di qualcuno che guadagna tanto. Ma ai calciatori danno tanti soldi proprio affinché i miliardari e i milionari nelle cui mani è concentrata l'industria calcistica, queste divinità che hanno trasformato i tifosi in consumatori, siano esentati da ogni critica e da ogni responsabilità.



Nella campagna elettorale per le elezioni presidenziali in Francia una delle obiezioni fatte alla sinistra, che vorrebbe tassare drasticamente i ricchi, è stata che una politica fiscale simile avrebbe danneggato molto il calcio francese, visto che i calciatori, alla ricerca d’un guadagno migliore, sarebbero fuggiti dai club francesi. Quanto conosci degli eventi sulla scena politica mondiale e quanto è collegato il calcio, se lo è, alla politica?



Sto seguendo tutto ciò che capita nel mondo, soprattutto nella sinistra. Ma penso che globalmente le politiche economiche integrate dei governi, anche quelli di sinistra, si riducono a questioni di tecnica finanziaria. Sono assolutamente per la ripartizione e per l’autonomia delle istituzioni finanziarie, ma le economie devono ristrutturarsi in modo da produrre abbastanza per potersi mantenere, e non per finanziare le spese sociali e i servizi sociali con il debito, che poi dovranno pagare le generazioni future. Nel momento in cui sia lo Stato che la sua economia diventano più finanziarizzati, essi dovrebbero seguire politiche keynesiane per incitare la crescita, senza i tagli e le politiche di austerità richieste dai “tre grandi”.

Trovo molto positivo che la Francia, da grande potenza, vuole mettere in discussione le politiche economiche dell’UE, ma il cambiamento dovrebbe prodursi su di un livello più largo. Se soltanto un paese o due praticano una diversa allocazione delle tasse, questo porterebbe unicamente a indurre alla fuga i capitali. A livello globale il capitale sempre trova delle oasi. Questo non significa che bisogna rigettare una simile politica, ma che bisogna insistere sul suo allargamento in modo che siano indotti a politiche simili i paesi più sviluppati, cioè che essi siano costretti a fare ciò che finora non hanno fatto, per quanto riguarda le cause che ci hanno portato alla crisi.

Accennare alle conseguenze sul calcio può sembrare banale, ma proprio questo dimostra quanta importanza sociale ha acquisito il calcio e come è strumentalizzato dalla politica, la quale si serve anche del calcio per incutere timore.



Vladimir Simović

(ex giocatore di pallacanestro)



[1] Ivan Lola Ribar, grande personalità del movimento partigiano jugoslavo.
[2] Sistema di valori.
[3] Inno nazionale jugoslavo.
(Note a cura di CNJ-onlus)



Il nazismo nel calcio croato non è solamente sugli spalti





Tripudio nazista ai Mondiali di Calcio 2018 (JUGOINFO 10.7.2018)
Lovren e Modrić si esibiscono in canti e saluti nazisti / Vukojević e Vida si esibiscono nel saluto banderista "Gloria all'Ucraina" per festeggiare la vittoria sulla nazionale russa




Croazia-Italia, sul campo spunta una svastica (12 giugno 2015)

Follia a Spalato. Sul campo di gioco dello stadio Poljud, a interrompere le linee regolari dell’erba, c’è una svastica.
Nella metà campo nella quale gli azzurri hanno attaccato nel primo tempo, è comparso sull'erba un inequivocabile simbolo nazista, alla vista non chiaro se con un taglio d'erba in controverso o con una pittura che ha seccato l'erba. Fatto sta che nell'intervallo alcuni inservienti sono entrati in campo gettando zolle d'erba sulla traccia, perchè dall'alto il segno non fosse riconoscibile. Da capire come sia stato possibile visto che la gara Croazia-Italia si gioca a porte chiuse. Forse è stata disegnata nella notte e con una vernice a comparsa ritardata.
«È un nostro problema, e stiamo lavorando per risolverlo. Purtroppo anche stasera è successo qualcosa, ma preferirei non parlarne ora: ne parleremo da domani». Così Davor Suker, ex attaccante e ora presidente della federacalcio croata, ha commentato a RaiSport la comparsa di una svastica disegnata, con un taglio d'erba o con un acido, sul terreno di gioco di Spalato, per Croazia-Italia giocata a porte chiuse.
Un sopralluogo dalla tribuna a partita finita, per vedere dalla posizione migliore la svastica disegnata sul campo di gioco di Spalato per Croazia Italia, ma «nessun commento». Così la Uefa, attraverso il suo delegato Jan Damgaard, ha preso atto del segno di contestazione probabilmente compiuto nella notte da ignoti tifosi...

Dalla svastica di Livorno a quella sul campo a Spalato: la follia nazista degli ultras croati non finisce mai (La Repubblica, 12 giugno 2015)
Sono anni che gli ultras balcanici si rendono protagonisti di episodi inaccettabili: dai disordini a Euro 2008 alla svastica umana creata in curva nell'amichevole di nove anni fa in Toscana...




Il calciatore della nazionale croata Maksimir Josip "Joe" Šimunić professa nazismo in campo (2013)

Croatie : le footballeur Josip Šimunić privé de Coupe du monde 2014 pour son salut oustachi (CdB 17 décembre 2013, aussi dans JUGOINFO)

Calcio: grida slogan filonazisti, giocatore croato nella bufera. Critiche e condanne per Josip Simunic, della Dinamo Zagabria
Sport News | 21 novembre 2013 - Si è rivolto ai suoi tifosi gridando "Per la patria" e loro gli hanno risposto "Pronti". Uno slogan che ha fatto infuriare non solo il mondo sportivo, quello scandito dal croato Josip Simunic al termine della partita contro l'Islanda che ha consegnato alla sua nazionale la qualificazione ai mondiali in Brasile. Quello slogan infatti appartiene al movimento filonazista degli ustascia, guidati dal 1941 da Ante Pavelic, che applicarono nell'autoproclamato stato indipendente croato le leggi razziali sulla scia di quelle di Hitler, portando a termine operazioni di pulizia etnica nei confronti di ebrei, zingari, ortodossi ma anche [sic] serbi. L'associazione dei combattenti antifascisti, i Saba, ha chiesto una reazione immediata alla Uefa e alla Federcalcio croata che sta pensando di multare il giocatore. (RCD - Corriere Tv) - VIDEO
LINK: Zloglasni ustaški pozdrav na Maksimiru Josipa Šimunića / FIFA istražuje ispad Šimunića, osude ne prestaju

LINK: Croatia Defender Joe Simunic Led Crowd In Apparent Pro-Nazi Chant To Celebrate World Cup Berth

VIDEO




COSA C'E' NEL CALCIO DI PEGGIO DELLA FALLOSITA'

    Da:     Stefano Valsecchi
    Oggetto:     IMMAGINI IN MOVIMENTO NELLA MAGICA CELLULOIDE. DALLA BREBEMI A ROSIA MONTANA (II parte)

    Data:     29 ottobre 2013 20.03.26 GMT+01.00

Molte fonti attribuiscono alla partita di calcio fra "Dinamo Zagabria" contro "Stella Rossa" di Belgrado, per la precisione il 13 maggio 1990 allo stadio di Zagabria, l'inizio simbolico della guerra in Jugoslavia (1991-1995). Come immagine in movimento da quella partita, mi è ancora ben viva durante gli scontri che avvennero fra le due tifoserie, il "calcio volante" che sferrò a un poliziotto jugoslavo il calciatore della "Dinamo Zagabria" Zvonimir Boban, soprannome "Zorro" (sic).
Ricordo che Boban è attualmente commentatore di Sky Sport (no comment...), venne squalificato per sei mesi per quell'aggressione e non venne convocato dalla Federazione Jugoslava, per "le notti italiane" di Italia 90.
Per rimanere sul "Dio Pallone"... Brandovan, "enciclopedia storica del calcio jugoslavo" mi  ha ricordato anche l'episodio, di cui ero all'oscuro, che avvenne nel settembre 1990 a Spalato fra la locale "Hajduk Spalato" contro il "Partizan Belgrado". Il Partizan stava conducendo la partita con un bel sonoro due a zero, quando i "tifosi"... dell' Hajduk invasero il campo, cercando di linciare i giocatori della squadra serba. Approfitto della "enciclopedia storica" per chiedere lumi sulla squadra di calcio "FK Obilic", dove fu Presidente "il comandante Arkan" che portò la squadra a vincere nel 1998 il campionato nazionale. Brandovan mi racconta che  l'uscita dalla scena di Arkan, ha segnato anche l'inizio del declino calcistico del "FK Obilic", attualmente in un campionato delle serie inferiori (equivalente alla nostra vecchia C2)...

[per ricevere l'intero testo, richiederlo a: valsecchiste @ gmail.com]


    Da:     Ivan Pavicevac
    Oggetto:     Re: [CNJ] Fwd: ... DALLA BREBEMI A ROSIA MONTANA (II parte)

    Data:     30 ottobre 2013 11.17.11 GMT+01.00

Grazie a Stefano di aver ricordato quella mascalzonata di Boban, divenuto poi nello Stato di Tudjman eroe nazionale. A suo tempo, vedendo Boban dialogare col guerrafondaio Pannella su Teleroma 56 - mi pare allora in mani del Partito Radicale - (avete notato che parlava sempre con la testa chinata?), scrissi una lettera a Boban (giocava nel "Bari"). Mi rispose telefonicamente l' allora sua fidanzata ora moglie...


Da "Hrvatska ljevica", rivista croata, n.ro 1-2, 2001, Zagabria

http://www.srp.hr

LA "BOBANIADE" E LO "YUGO"-CAMPIONATO

Nel tempo in cui i nostri politici [croati] prendono il morbillo non
appena sentono parlare dei Balcani, gli sportivi croati sempre più
caldeggiano la partecipazione ad uno "yugo"-campionato, perché
altrimenti non possono sopravvivere. Certamente si fa attenzione alla
denominazione della futura organizzazione di competizioni sportive: lega
centroeuropea, adriatica, interlega... Tutto nello spirito della
politica di Racan [primo ministro croato] - lega regionale si ,
"yugo"-lega no.
I giocatori di hockey sono legati al ghiaccio, e perciò sono stati loro
i primi a "romperlo". Una squadra di serie B, la Crvena Zvezda [Stella
Rossa] di Belgrado, ha attirato al Palasport di Zagabria 7000 persone! I
giocatori di pallacanestro dicono che tutto è pronto per l'inizio della
cosiddetta Lega adriatica che dovrebbe includere le migliori squadre
montenegrine, croate, slovene, eventualmente italiane e poi ungheresi e
austriache. Che importa se l'Ungheria e l'Austria non hanno sbocco al
mare, quando possono "sboccare" nella "Lega adriatica"... Alle porte
invece bussano il Partizan e la Stella Rossa belgradesi, poi il
Rabotnicki di Skoplje e la Bosnia di Sarajevo, che si inseriscono nelle
fauci della politica.
I giornali di Sarajevo rivelano che ad Amburgo si sono incontrati gli ex
"quattro grandi" del calcio jugoslavo, l'Hajduk, la Dinamo, la Zvezda ed
il Partizan, per parlare della formazione di una Lega balcanica. Invece
i giornali croati scrivono rammaricandosi che stadi e palazzetti vengono
riempiti soltanto dai club serbi, e che per lo spettatore croato sono
più interessanti la Zvezda o il Partizan che non il Rijeka o l'Osijek, e
che non è arrivato ancora il momento per leghe tipo "dal Vardar al
Triglav" [dalla Slovenia alla Macedonia, N.d.t.], e che a tutti è chiaro
che non sono in questione soltanto antagonismi sportivi, bensi' festival
di sciovinisti e di odio, sia che si giochi a Lubiana, a Sarajevo, a
Zagabria o a Belgrado. Il "boss" della Dinamo, Velimir Zajec, dice che
il suo club sarebbe interessato ad una eventuale Lega centroeuropea con
l'Austria, la Slovenia e la Bosnia, ma non più ad Est! Il presidente
della Dinamo, Mirko Barisic, lamenta che gli "azzurri" [i giocatori
della Dinamo] non li va a vedere più nessuno. Stanno organizzando
partite con insistenza, sapendo di lavorare in perdita, e perciò stanno
pensando seriamente di passare ad uno stadio più piccolo, anche se
questo rappresenta "una terribile degradazione". All'epoca si chiedeva
sempre un biglietto "in più" per la partita Croazia [Dinamo]-Partizan e
anche lo stadio di Maksimir faceva il pieno quando giocavano la
nazionale croata contro quella jugoslava. La tifoseria del calcio si è
ridotta in Croazia ad alcune centinaia di spettatori. Anche gli
Irriducibili si vedono sempre meno [in Italia pero' quando si vedono
c'e' da preoccuparsi, come dimostrano i fatti di Milano dello scorso
anno, quando decine di ultras nazisti croati hanno messo a ferro e fuoco
il centro cittadino, ndT].
L' anno 2001 sarà l'anno di una nuova vera e propria morte per gli
Irriducibili. La prima è stata a Maksimir con la partita contro la
Jugoslavia, mentre adesso stiamo proprio assistendo alla seconda -
commenta l'inserto del settimanale "Jutarnji list". Zvonimir Boban si è
messo sotto i riflettori della politica. A suo tempo  stava al tavolo di
insediamento dell'organizzazione Tudjman - Hebrang. Al quotidiano
Slobodna Dalmacija ha rilasciato una intervista che ha raggelato tutti
quelli che lo conoscevano e lo stimavano. Con un discorso vergognoso,
Boban ha accusato tutti quelli che considerano gli ultimi dieci anni
come un periodo buio perché non si sono rassegnati allo Stato croato,
perciò li ha invitati semplicemente ad andarsene dalla Croazia.
Dimenticando che proprio lui se ne andò dalla Croazia 10 anni fa e 9 di
questi anni li ha passati a Bari e a Milano, lasciando a noi di
consumare il "cosiddetto buio".
Il fatto è che una buona parte del pubblico croato, inclusi i tifosi
piu' accesi, non ha simpatizzato molto per quella specie di nazionale
calcistica... La colpa di cio' e' in gran parte delle figure più in
vista: Ciro Blazevic, con la sua adulazione di cattivo gusto verso il
governo [spec. verso Tudjman] ed a causa di atti poco chiari; Stimac,
per i giochi d'azzardo; poi l'egoismo di Suker e di Boban, il quale,
proprio come emerge nell'intervista, rifiutava di vedere la realtà
sociale nella quale vivevano i suoi tifosi.
Il problema è che i tifosi più accesi sono diventati metafora politica.
Ad un certo momento l'HDZ [il partito di Tudjman] stava scomparendo. Gli
Irriducibili sono diventati interessati nostalgici di quella situazione
anormale, un residuo galleggiante del passato sistema, simile a qualcuno
di quei servizi segreti croati in stato di abbandono. Infine è arrivata
la petizione per i generali. Boban e compagnia ci hanno spinto in un
deplorevole imbarazzo: il tifo per la nazionale è diventato scelta
ideologica e non un riflesso patriottico. Perciò la seconda morte degli
Irriducibili è una cosa positiva. Questa morte non rimuovera' soltanto
dagli schermi alcuni personaggi che non possono proprio essere portati
ad esempio dal punto di vista sociale, ma libererà anche la nazionale da
problematiche prepolitiche e, cio' che è più importante, dai fischi.
Alcuni degli eroi di questa storia andranno in pensione se non proprio
in galera. Alcuni cambieranno il cosiddetto status della verticale
politica, in apparenza neutrale, con un "giusto" schierarsi politico, il
che è più onesto anche quando è brutale e sfacciato, come nel caso
dell'intervista di Boban.
Nel frattempo, mentre il nuovo selezionatore sta formando la nuova
nazionale ed i club sono pressati dalla povertà, si cercano nuove
ricette per far ritornare gli spettatori nei palazzetti e negli stadi, i
battibecchi sui nuovi sistemi interregionali (leggi:yugo-lega)
continuano in attesa della "benedizione" della politica croata. I croati
si identificano come nazione sportiva, ma il fatto è che lo sportivo
dell'anno, un atleta di sollevamento di pesi, è un croato naturalizzato
(comprato) che  ha portato l'unico oro dai Giochi olimpici. Gli sport di
squadra hanno incominciato a perdere nel confronto con quelli
individuali. I nuovi assi sportivi sono gli sciatori, i nuotatori, i
lancia-martello, gli alzatori di pesi... Essi non hanno bisogno della
lega regionale. Mentre i "premiati" calciatori, cestisti, giocatori di
pallanuoto, dovranno chiedersi come e cosa fare di qui a poco.
"Hrvatska ljevica", br. 1-2, 2001,
Zagreb

http://www.srp.hr

"BOBANIJADA" i "YU" LIGA


U vrijeme kada nasi politicari dobijaju ospice pri spomenu Balkana,
hrvatski sportasi sve glasnije zagovaraju sudjelovanje u YU ligi, jer
drugacije ne mogu prezivjeti.Dakako, oprezno se barata nazivima buduceg
sustava natjecanja : srednjeevropska, jadranska, interliga...Sve u duhu
Racanove postapalice - regionalna liga da, YU liga ne.
Hokejasi su vezani za led, pa su ga i prvi "probili". Drugorazredna
ekipa beogradske Crvene zvezde privukla je u zagrebacki Dom sportova
7000 ljudi ! Kosarkasi kazu sve je spremno za start tzv. jadranske lige,
koja bi ukljucivala najbolje crnogorske, hrvatske, slovenske, eventualno
talijanske, te madjarske i austrijske klubove. Nema veze sto Madjarska i
Austrija ne izlaze na more, zato mogu "izaci" u "jadransku ligu", a na
vrata kucaju Partizan i Crvena Zvezda, pa i skopski Rabotnicki i
sarajevska Bosna, sto ce se umotati u raljama politike.
Sarajevske novine objelodanjuju da su se u  Hamburgu sastali
predstavnici bivse nogometne ,,velike cetvorke", Hajduka, Dinama,
Zvezde  i Partizana i dogovarali osnivanje Balkanske lige. Hrvatske
novine, pak, pisu kako je zalosno sto stadion ili dvoranu mogu napuniti
samo srpski klubovi, sto je nasem gledaocu jos privlacnija Zvezda ili
Partizan od Rijeke ili Osijeka, te da jos nije vrijeme za nekakve lige
"od Vardara pa do Triglava" i da je svima jasno kako nisu u pitanju
sportska nadmetanja, vec festivali sovinizma i mrznje, igralo  se u
Ljubljani, Sarajevu, Zagrebu ili Beogradu. Dinamov "boss" Velimir Zajec
kaze da bi njegov klub zanimala eventualno srednjoevropska liga, s
Austrijom, Slovenijom i Bosnom, ali dalje na istok ne zele. Predsjednik
Dinama Mirko Bansic kuka sto ,,plave" nitko ne gleda, uporno
organiziraju utakmice znajuci da ce poslovati s gubitkom i stoga
ozbiljno
razmis1ja o preseljenju na pomocni stadion, iako je to ,,uzasna degradacija"... Onomad se trazila karta vise za utakmicu Croatije i Partizana,
takoder stadion u Maksimiru bio je pun kad su igrale reprezentacije
Hrvatske i Jugoslavije. Klupski je nogomet u Hrvatskoj spao na nekoliko
stotina gledatelja, a i " vatrene" se sve manje gleda.
Godina 2001. bit ce godina druge, prave smrti ,,vatrenih": prva se
smrt dogodila u Maksimiru na utakmici protiv Jugoslavije, a druga
upravo gledamo - komentira tjedni prilog Magazin jutarnjeg Lista.
Zvonimir Boban, bacio se pod reflektore politike. Osim sto je sjedio na
utemeljiteljskom stolu Tudman-Hebrangove udruge, u Slobodnoj
Dalmaciji dao je intervju koji je zaprepastio one koji su ga poznavali
i postovaIi. Neopisivo nesnosljivim diskursom Boban je za one koje je
proteklih deset godina bilo  razdoblje mraka optuzio da se ne mogu
pomiriti s hrvatskom drzavom i pozvao ih da iz Hrvatske jednostavno
odu. Potom je zaboravio da je upravo on taj koji je iz Hrvatske otisao,
da je od tih deset godina u Bariju i Milanu proveo devet, a nama ostavio

da ovdje konzumiramo ,,takozvani mrak".
Cinjenica je da dobar dio hrvatske javnosti, ukljuctjuci i gorljive
navijace, nacionalnu nogometnu vrstu nije simpatizirao. Krivnju za to
umnogome snose najistaknutije figure: Ciro neukusnim udvornistvom
vlasti i sumnjama u necasne radnje, Stimac kladionicarsko-reketaskim
repovima, Suker egoizmom, a Boban time sto je - bas kao u spomenutom
intervjuu - ustrajno odbijao vidjeti drustvenu realnost, u kojoj su
vegetirali njihovi navijaci. Problem je u tome sto su ,,vatreni" postali

politicka metafora. Onog casa kada je HDZ nestao, ,,vatreni" su postali
interesni nostalgicari tog nenormalnog stanja, plutajuci odvjetak
proslog
sustava, nalik na neku od odmetnutih hrvatskih tajnih sluzbi. Na kraju
je stigao i potpis na peticiju generala. Boban i druzina doveli su sve
nas u zalosni skripac: navijanje za reprezentaciju postalo je ideoloski
izbor, a ne patriotski refleks. Zato je druga smrt ,,vatrenih" dobra
stvar.
Osim sto ce s ekrana maknuti neka lica koja nikomu ni po cemu ne
mogu biti drustveni uzor, ta ce druga smrt osloboditi reprezentaciju
pretpolitickih konfrontacija i sto je vaznije, zvizduka. Neki ce od
junaka
ove price u mirovinu, ako bas ne u zatvor, neki ce zamijeniti navodni
status politicke vertikale i toboznju neutralnost ,,pravom", svrstanom
politikom, koja je postenija cak i onda kad je surova i bezobrazna poputone iz Bobanova intervjua.
U meduvremenu, novi selektor stvara novu reprezentaciju, klubovi
su stisnuti neimastinom, traze model kako vratiti gledaoce u dvorane
na stadione, a prepucavanja oko novih regionalnih sustava natjecanja
(citaj YU-lige) se nastavljaju, cekajuci na ,,blagi blagoslov" hrvatske
politike, cinjenica je da Hrvati sebe dozivljavaju kao sportsku naciju,
ali je i cinjenica da je sportas godine naturalizirani dizac utega
(kupljeni
sportas), koji nam je donio jedino zlato 5 olimpijskih igara. Kolektivni sportovi poceli su gubiti bitku s individualnima. Novi sportski asovi su
skijasi, plivaci, bacaci kladiva, dizaci utega... Njima nije potrebna
regionalna liga. A ,,trofejni" nogometati, kosarkasi i vaterpolisti neka
razmisljaju kako ce i sto ce u narednom razdoblju.




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Livorno, agosto 2006, amichevole Italia-Croazia: tifosi croati si dispongono a svastica




Il
                              vicepresidente esecutivo della squadra di
                              calcio "Dinamo" di Zagabria,
                              Zdravko Mamic, risponde con il saluto
                              fascista, in Lituania, all’inizio della
                              partita di calcio
Lituania, luglio 2006: il vicepresidente della squadra di calcio "Dinamo" di Zagabria, Zdravko Mamić,
risponde con il saluto fascista all’inizio della partita di calcio

Vedi anche: Il calcio di Zdravko Mamic (M. De Vito su Il Manifesto del 12.7.2018)



Finale degli Europei di pallanuoto, Kranj 15 giugno 2003
SerbiaMontenegro - Croazia 9-8, teppisti croati si scatenano




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CALCIO: Serbia-Svizzera ai Mondiali di calcio in Russia, 2018. Cronache non-sportive e che non riguarderebbero la Svizzera (JUGOINFO 10.7.2018)

CALCIO: La Croazia squalifica i suoi tifosi (di Damiano Benzoni, 1.9.2015)

Hrvatska atletičarka Sandra Perković: Žao mi je što se Juga raspala, bili bismo najveća sila (15/08/2016
– i na JUGOINFO-u)
[La campionessa croata di lancio del disco Sandra Perković a Rio 2016: "Peccato la Jugo si sia disfatta, saremmo stati i più forti"] Navijaću za Ivanu Španović kao i uvek, ne vidim nikakav razlog zašto ne bih. Moje je srce veliko kad ona pobeđuje kao što je i njeno kada to činim ja, poručila je Perkovićeva

Ottobre 2015, il drone della Grande Albania volteggia sull'Europa complice

Interrotta la partita di calcio Serbia-Albania, 3 a 0 a tavolino per la prima ma la seconda viene premiata dalla "giustizia europea"

4 Maggio 1980: “La partita è sospesa, il compagno Tito è morto”
di Carlo Perigli - 4 maggio 2015

OLIMPIJSKI PLAMEN
Ljubodrag Duci Simonović - 13.7.2012. · by nedjeljnilistborba

OLIMPIJSKE IGRE – MIT I STVARNOST
Ljubodrag Duci Simonović - јун 10, 2012 · by nedjeljnilistborba

LA NAZIONALE CHE NON C’È PIÙ
di Alberto Lucchini - 22 marzo 2012 (anche su JUGOINFO)

Danilovic, Zagabria no (22/11/1994)
Inizia la pulizia etnica nello sport post-jugoslavo: il caso del basket



ALCUNE DELLE PRINCIPALI MANIFESTAZIONI SPORTIVE INTERNAZIONALI
PROMOSSE NELLA JUGOSLAVIA FEDERATIVA E SOCIALISTA



1950 - Olimpiade scacchistica a Dubrovnik

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Chess Olympic, Dubrovnik 1950

1984 - Giochi Olimpici Invernali a Sarajevo

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Zvanična maskota XIV zimskih olimpijskih igara u Sarajevu 1984 - Vučko!

1987 - Universiade a Zagabria

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Univerzijada, Zagreb 1987

1992 - Belgrado si candidava per le Olimpiadi





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