"La Croazia
Indipendente leghera' il suo futuro al Nuovo Ordine
Europeo che avete realizzato
Voi, Fuehrer, insieme al Duce"
telegramma di Ante Pavelic ad Adolf Hitler, 11 Aprile
1941
(citato da K. Deschner in "Die Politik der
Paepste in XX. Jahrhundert",
Rowohl 1991, pag.218 - vedi sotto)
LA AUSCHWITZ
DEL VATICANO
pagine a cura di Massimo Mazzucco
PRIMA PARTE: CHIESA E FASCISMO / I
CONCORDATI DELLA CHIESA / ALL'ALBA DELLA II
GUERRA MONDIALE
SECONDA PARTE: I BALCANI NELLA SECONDA
GUERRA MONDIALE / IL RUOLO DELL'ITALIA
TERZA PARTE: L'ALLEANZA FRA CHIESA E USTASHA
/ LE COLPE DI STEPINAC E DEL CLERO CATTOLICO
IN CROAZIA
QUARTA PARTE: JASENOVAC / LA GUERRA DEI
FRANCESCANI
QUINTA PARTE: PIO XII E LA COMPLICITA' DELLA
SANTA SEDE / GLI ARGOMENTI A FAVORE DELLA
CHIESA / CONCLUSIONE
NOTE E RIFERIMENTI
THE VATICAN'S
HOLOCAUST The
sensational account of the most horrifying
religious massacre of the 20th century -
by Avro Manhattan http://www.reformation.org/holocaus.html
Americans: Look What
Happened at Jasenovac Concentration Camp 20 Nov 2006 - by
Greg Szymanski http://www.arcticbeacon.com/20-Nov-2006.html Exclusively on
Jasenovac.org: A new translation of
chapters from Jasa
Romano's "The Jews of Yugoslavia
1941-1945 - Victims of Genocide and Participants
in the War of National Liberation,"
on the Holocaust in
Kosovo and Albanian collaboration with
the Nazi Final Solution -
translated by JRI Director Milo
Yelesiyevich. http://jasenovac.org/libraries/viewdocument.asp?DocumentID=147
THE USTASHA GENOCIDE
By Marko Attila Hoare - The South Slav
Journal, Volume 25 No. 1 – 2
(95 – 96) Spring - Summer 2004 http://www.southslavjournal.com/mah.html
VIDEO:
Entrevista con Dinko Sakic, jefe del
campo de concentración de
Jasenovac-Croacia (en español) Descripción:
Entrevista con el vampiro, en un VIDEO
de la cadena argentina, habla Dinko
Sakic, el jefe del campo de
concentración de
Jasenovac-Croacia (2,8 Mb) http://www.semanarioserbio.com/modules.php?name=Downloads&d_op=getit&lid=9
Sulla storia della
alleanza tra fascisti italiani e nazionalisti
croati vedi ad es.:
# LA VIA DEI CONVENTI.
ANTE PAVELIĆ E IL TERRORISMO USTASCIA DAL
FASCISMO ALLA GUERRA FREDDA
di Pino Adriano e Giorgio Cingolani
Mursia 2011 - ISBN 978-88-425-4666-5
- euro 20
«A
volte distinti per
nazionalità, a volte
mescolati nelle stesse comitive,
criminali di guerra tedeschi,
austriaci e croati fuggirono tra
il 1945 e il 1948 lungo la “via
dei conventi” secondo piani
prestabiliti dai tre principali
artefici dell’esfiltrazione:
l’ex colonnello delle SS Walter
Rauff, il vescovo austriaco
Alois Hudal e monsignor
Krunoslav Draganović.»
L’organizzazione segreta
ustascia, creata nel 1930 da Ante
Pavelić,
si batteva per l’indipendenza
della Croazia dal regno di
Jugoslavia. Ben presto, con il
sostegno di Mussolini, Pavelić
allestì le proprie basi
clandestine in Italia e
ramificò l’organizzazione
in varie parti del mondo. Per un
decennio il terrorismo ustascia si
manifestò con sanguinosi
attentati, come quello di
Marsiglia del 1934, che
costò la vita ad Alessandro
I di Jugoslavia e al ministro
degli Esteri francese Louis
Barthou. Disgregata la Jugoslavia
nel 1941, Hitler e Mussolini
affidarono a Pavelić la guida
dello Stato fantoccio croato. Il
fanatismo confessionale e razzista
degli Ustascia divenne terrorismo
di Stato e i massacri perpetrati
contro Serbi, Ebrei e Rom furono
uno dei peggiori crimini del XX
secolo. Fuggiti in Italia nel 1945
attraverso la «via dei
conventi» e poi emigrati in
Argentina, gli Ustascia
continuarono a praticare la
violenza fino alla morte di
Pavelić, avvenuta in Spagna nel
1959, e anche in seguito.
Adriano e Cingolani mettono
in luce, sulla base di documenti
diplomatici e d’archivio di
numerosi Paesi, gli intrecci che
l’organizzazione ebbe con i
governi che segretamente la
sostenevano, tra cui il Fascismo
prima ed esponenti del Vaticano
poi, e rivelano le radici lontane
dei più recenti conflitti
in terra balcanica.
Pino Adriano,
regista e giornalista televisivo,
ha realizzato un centinaio di
programmi per la RAI con
particolare riguardo alla storia
economica, sociale e politica del
Novecento italiano. Ha scritto Corpi
di
reato. Quattro storie degli anni
di piombo (2000), di cui
è coautore Giorgio
Cingolani, e L’intrigo
di Berna (2010).
Giorgio Cingolani,
storico e saggista, ha scritto Il
Fermano negli anni ’20
(1994), La destra in armi
(1996) e, con Pino Adriano, Corpi
di reato. Quattro storie degli
anni di piombo (2000).
Collabora a riviste di settore.
Ass. Ricerche Storiche Valtaresi
Borgotaro (PR), maggio 2000 opuscolo
sulla permanenza e l'addestramento a Borgo
Taro dei terroristi ustascia nel anni '30
Gangemi Editore, 1998
Collana Storia e filosofia
Prezzo € 14,46, 144 p.
ISBN: 8874488769
Indice:
Introduzione
Capitolo 1: Il fascismo, gli ustascia e la
Jugoslavia: il primo livello di intervento
(Il fascismo e la penisola balcanica; La
politica segreta del fascismo nei Balcani
fino al 1928; Il primo livello)
Capitolo 2: La nascita e l'organizzazione
del secondo e del terzo livello italiano di
intervento
(Le coperture italiane; Il secondo livello
di intervento; L'organizzazione degli
ustascia in Italia; Il terzo livello di
intervento)
Capitolo 3: Dalla nascita
dell'organizzazione all'attentato di
Marsiglia: 1929-1934
(I campi di addestramento; L'eccidio di
Marsiglia)
Capitolo 4: Da Marsiglia a Lipari: 1934-1936
(Le conseguenze dell'attentato di Marsiglia
rispetto agli ustascia in Italia; A Lipari:
il "falso confino" e il periodo di
detenzione di Ante Pavelic; Dalla
liberazione di Pavelic allo scioglimento
dell'organizzazione in Italia; La copertura
del "nucleo ungherese")
Capitolo 5: Dallo scioglimento alla
riunione: 1937-1941
(L'accordo Ciano-Stoijadinovic e lo
scioglimento dell'organizzazione in Italia;
Lipari: i trasferimenti e i nuclei sparsi;
1937-1940, il problema dei rimpatri;
1939-1941, il nuovo interesse italiano e la
ricostituzione del reparto militare; Il
finanziamento e i costi dal 1929 all'aprile
1941; verso lo stato croato indipendente)
libri sui
crimini ustascia e le responsabilità
vaticane:
Museo delle vittime del genocidio di Belgrado
Muzej žrtava genocida Beograda Museum of
genocide victims Belgrade 2006 ISBN-10
86-906329-4-8
/ ISBN-13 978-86-906329-4-7
Catalogue of the exibition THEY WERE ONLY CHILDREN Jasenovac
crypt of 19432 girls and boys
---
A
metà novembre 2010 abbiamo
appreso con dolore della morte di
Marco Aurelio Rivelli, storico e
saggista coraggioso e capace.
Solo tramite i lavori di Rivelli
molti di noi hanno potuto
conoscere aspetti della storia del
Novecento di cui è negato
l'insegnamento nelle scuole,
impedita la divulgazione sui
media, omesso ogni approfondimento
o iniziativa da parte degli
Istituti di Storia contemporanea e
del mondo accademico in genere.
Rivelli si è spento a
Milano. Era affetto da alcuni anni
da una tremenda malattia che poco
per volta aveva paralizzato le sue
facoltà cognitive. Per di
più, le condizioni
economiche ed esistenziali sue e
di sua moglie erano diventate
critiche, con uno sfratto
incombente e senza sapere dove
andare. Questa è la sorte
che in Italia è riservata
agli intellettuali che mantengono
il proprio rigore scientifico e
morale, uscendo così dal
"coro".
Edited
by Barry M. Lituchy, Published by
JRI, 2006, 408 pp.
As scholarship and awareness of
the Holocaust grew rapidly in
the 1990's, information on
Jasenovac and the genocides
perpetrated against Serbs,
Jews and Romas in Yugoslavia during
World War II was absent from
this discussion. This neglect posed
some troubling questions. How
could the subject of Jasenovac be
absent from public and
scholarly attention at the very
moment when discussions of
genocide, war crimes and human
rights in the Balkans were on
the front pages of every
newspaper, and in the pronouncements
of every Holocaust and human rights
institution and governement in the
world? How could any serious
public discussion of genocide in the
former Yugoslavia begin
without the necessary historical
context?
In 1997 Kingsborough Community
College in Brooklyn, New York hosted
a conference on Jasenovac and
the Holocaust in Yugoslavia. The
results of that conference are
presented here for the first time in
an accurate and authorized
edition, prepared in cooperation
with the authors.
This book contains 30 chapters
including a 40 page
introduction. There are 15
chapters of analyses by historians
including Michael Bernebaum,
Christopher Simpson, Antun Miletic,
Eli Rosenbaum, Charles R.
Allen Jr. and others, along with 15
chapters of unique Holocaust
testimonies by Jasenovac and other
concentration camp survivors.
There are 97 photographs, 30 pages
of appendices with never
before translated documents,
maps, a twelve page double columned
index with detailed entries,
27 biographical entries on
contributors, and discussion
of secondary source literature. The
entire book is annotated and
expertly prepared. This book
provides one of the most
extensive and accurate presentations
of this subject in the English
language ever produced.
To order, send a check or money order for $32
paperback or $37 hardcover (includes
shipping and handling) payable to:
Jasenovac Research Institue
PO Box 10-0674
Brooklyn, NY 11210
USA
You may also order on-line at
www.jasenovac.org by clicking the
"financial contributions" button and paying
through a paypal account.
Book
Review: Jasenovac and the Holocaust in
Yugoslavia
By Norman
Markowitz, Department of History, Rutgers
University
Jasenovac and the Holocaust in
Yugoslavia: Analyses and Survivor
Testimonies Edited by Barry Lituchy New York, Jasenovac Research
Institute, 2006.
The word Holocaust has come to
describe the horrors of the planned
extermination campaigns launched by Nazi
Germany and its allies during World War
II. These campaigns, as most people know,
resulted in the murder of six million
Jewish people of various European
nationalities, about one third of the
Jewish people of the world at the time.
Many millions of others perished in
concentration camps, in mass killings used
as reprisals for partisan attacks, in
policies of forced labor and food
deprivation designed by the Nazis and
their fellow fascists to work and starve
"inferior races" to death.
But the history of the Holocaust during
World War II in what was then "former
Yugoslavia" is not at all well known. Had
it been better known, liberal minded
people might not have responded to the
propaganda used to line up support for
Croatian and Bosnian separatists during
the Yugoslavian civil war of the 1990s,
which has created a new "former
Yugoslavia" whose map and whose "favored
nations" resembles the map drawn by Hitler
and Mussolini in 1941.
The Jasenovac Institute was founded by
Barry Lituchy and others to educate people
internationally about the Holocaust in
Yugoslavia. I am proud to be a member of
the Institute’s Board and an active
supporter and contributor to its mission.
The Institute’s name derives from the
Jasenovac complex of murder camps run by
the Ustasha, a Croatian nationalist
organization which the Nazis put into
power over Croatia and Bosnia when they
dismembered Yugoslavia in 1941. Jasenovac
was the third largest extermination camp
in Europe after Auschwitz and Treblinka
and the only extermination camp not run by
Hitler’s SS. In it hundreds of thousands
of Serbians, mostly from Croatia and
Bosnia, perished (an estimated
600,000-700,000) along with tens of
thousands of Jewish and Roma (Gypsy)
people.
Based largely on a conference held at
Kingsborough Community College in 1997,
Jasenovac exposes the horrors inflicted on
the people of Yugoslavia, scholarly
debates about the complicity of Croatians,
the Vatican, and others in perpetrating
those horrors, and their effects on the
postwar history of the region and the
world. Barry Lituchy’s careful, lucid
introduction explains both the complicated
historical background, the debates among
historians, and the testimonies of
survivors that the work presents
Contributors to this book include many
Yugoslav scholars, such as the
distinguished Anton Miletic, director of
former Yugoslavia’ military archives.
Non-Yugoslav participants included Eli
Rosenbaum, Director of the Office of
Special Investigations of the Justice
Department, which sought to deport and
extradite fascist war criminals from the
U.S., Charles Allen, who pioneered in
exposing the fascist criminals living in
the "free world" from the 1960s on, and
Christopher Simpson, author of the classic
work, Blowback: America’s Recruitment of
Nazis and its Disastrous Effects on Our
Domestic and Foreign Policies.
The question of records, sources, and
numbers of victims is debated by the
historians from various perspectives. The
book also discusses ability of certain
Ustasha war criminals to escape punishment
with the assistance of the Vatican and the
U.S. government without embellishment. One
example was former Secretary General of
the UN and Austrian President Kurt
Waldheim, a former Wehrmacht officer whom
Yugoslav investigators declared a war
criminal in 1947, who covered up his past
for decades. Among these war criminals was
Andrija Artukovic, "Justice Minister" for
the Ustasha regime who played a leading
role in implementing its racist policies.
Artukovic, whom Charles Allen connects
with CIA activities in Latin America,
actually lived for decades in California,
avoiding extradition to Yugoslavia until
the mid-1980s.
Part II of Jasenovac tells the survivors’
stories, which are accounts of horror and
courage. Yugoslav partisan forces led by
the Yugoslav Communist Party fought German
divisions and their Ustasha allies, made
an important contribution to the war
effort in Europe, and eventually liberated
Yugoslavia to a considerable degree.
Even though Yugoslavia did not join the
postwar Soviet alliance system, its
attempts to capture and punish fascist war
criminals, both Germans and their
collaborators, were stymied by NATO bloc
intelligence and police agencies who
simply "rechristened" these elements
anti-Communist "refugees" and "freedom
fighters" from the "captive nations" of
Europe.
Jasenovac and the Holocaust in Yugoslavia
is enormously valuable both for students
of the Holocaust and also general readers
who want to understand how history is made
and unmade. It is a work that helps us to
face and understand modern history’s
greatest horrors and hopefully through
that understanding to act to prevent
either their return or historical denial
and amnesia that serves as a precondition
for their return. For example, the
historical amnesia about the Holocaust in
Yugoslavia played a significant role in
creating popular acceptance of U.S. and
NATO bloc policies that dismembered
Yugoslavia.
Available
for $25 (U.S.) in a beautiful hardcover
edition.
The
book contains both the original Serbian
text and
the
English translation; 127 pages, published
in
Belgrade
in 2004 (includes shipping costs).
JRI Review:
In this closely analyzed and penetrating
study, Vasilije Krestic, one
of Serbia's leading historians, examines
the corruption of certain
nationalist Croatian academics in North
America and their promotion
of politicized graduate students to PhD's.
Trained in the school of
Croatian nationalism, these academics aim
to produce an ever larger
crop of newly minted PhD's in their own
image.
The result is an emerging American
academia dedicated to promoting
the political agenda of Croatian
ultra-nationalism and Western neo-
colonialism in the Balkans. Dr. Krestic's
book examines the infamous
school of Croatian nationalism under the
tutelage of Ivo Banac at
Yale University and one of its most recent
graduates William Brooks
Tomljanovich.
Tomljanovich's PhD dissertation on the
19th century Croatian Bishop
Josip Strossmayer now published in book
form provides the case study
for Krestic's analysis. In his study
Krestic notes:
"We decided to devote attention to V.
Tomljanovich's
book not only because of the importance of
its topic
but also in order to illustrate with his
example the
course Croatian historiography is
following, its
methods of work and aims, to what extent
it is
science and to what extent in the service
of daily
politics."
Noting in his conclusion that Dr.
Tomljanovic has now found
employment as a "Balkans expert" at the
U.N.'s Hague Tribunal,
Krestic concludes that
"... Tomljanovic is part of the Hague
expert group
whose members could not care less for
science and
moral standards. Their primary task is
demonization
of the Serbs and distortion of history for
political
reasons... ."
Dr. Krestic's analysis carefully exposes
the numerous errors and
shortcomings in Tomljanovic's study
and the ways in which the final
product manipulates the past for political
purposes. This book is a
must read for anyone concerned with the
history of the Balkans and
the current state of Balkans studies.
- Jasenovac Research Institute
The
Jasenovac Research Institute is
pleased to make this book available in
North America in cooperation with
Gambit Publishers in Belgrade.
To
order: mail your check or money
order
for $25 US, payable to:
Jasenovac
Research Institute
PO
Box 10-0674
Brooklyn,
NY 11210
USA
Embassy
of the Federal Peoples Republic of
Yugoslavia, Washington, DC, 1947 posted
2 August 2004 at:
http://emperors-lothes.com/croatia/stepinac1.htm#11
STEPINAC,
SYMBOLE DE LA POLITIQUE À L’EST DU
VATICAN
Annie
Lacroix-Riz, professeur d’histoire
contemporaine à l’université
Paris VII Publié
dans Golias, n° 63,
novembre-décembre 1998, p. 52-59
I.
PRÉAMBULE: JEAN-PAUL II ET
L’HÉRITAGE ROMAIN, DES JUIFS
À LA YOUGOSLAVIE
La presse a fait grand cas des
récentes célébrations
historiques du Vatican de Jean-Paul II
(octobre 1998), de la béatification
de Mgr Stepinac à la canonisation
d’Édith Stein, peut-être
conçue à titre de compensation
au caractère provocateur de la
première initiative. La seconde ne
vaut pourtant pas moins approbation d’une
vieille politique que le présent pape
incarne aussi nettement que ses
prédécesseurs
considérés comme les plus
« intégristes », de Pie X
à Pie XII. Malgré des
apparences trompeuses ou par lesquelles des
moyens d’information complaisants se sont
laissé duper, une série de
démarches ont valu ces
dernières années
consécration d’une politique
antisémite romaine dont
l’entre-deux-guerres puis la Deuxième
Guerre mondiale avaient donné toute
la mesure . Plusieurs initiatives de
Jean-Paul II attestent qu’il ne renie rien
de son auguste prédécesseur et
inspirateur Pacelli-Pie XII - sans parler de
Pie XI, qui, malgré les
légendes tenaces n’assura ni la
défense ni la protection des juifs,
italiens inclus. Je ne retiendrai que trois
éléments de cette
continuité dans la récente
action du pape en exercice:
1° le
brûlot qu’il a entretenu
depuis des années sur Auschwitz, avec
la tentative de « catholiciser »
le lieu le plus symbolique de La destruction
des juifs d'Europe : l’affaire,
parsemée de provocations diverses, de
la création d’un carmel à la
plantation de croix avec la
bénédiction des
évêques - donc du pape -,
montre à quel point la Pologne
catholique institutionnelle continue
à servir une stratégie
orientale du Vatican décrite plus
loin à propos du cas yougoslave;
2° la
« repentance » pontificale
alléguée intitulée
« Réflexion sur la Shoah
» du 16 mars 1998, qui met au compte
du « nazisme païen » les
abominations du régime
hitlérien dont le Saint-Siège
reconnut solennellement le caractère
catholique en lui octroyant entre autres le
« concordat du Reich » de
juillet 1933. L’immense cadeau fut
apprécié à sa juste
valeur par Mussolini, qui déclara le
4 juillet à l’ambassadeur d’Allemagne
que Pie XI offrait ainsi à celle-ci
« dans la position isolée
où [elle] se trouvait actuellement
(...) une immense victoire morale »
qui permettrait enfin au fascisme de «
se rallier l'opinion catholique à
travers le monde ». Hitler jugea de
même, estimant sobrement, dans son
communiqué à la presse du 9
juillet, que cet accord lui donnait «
la garantie suffisante que les citoyens
allemands de la foi catholique et romaine se
mettr[aie]nt désormais sans
réserve au service du nouvel
État national-socialiste » .
3° le
dossier Stein, qui relève de
la logique des pontificats de l’ère
des persécutions, dont nous bornerons
l’examen aux traits fixés dès
l’installation au pouvoir des nazis. Le sort
vatican des juifs fut en effet scellé
alors, qu’ils demeurassent juifs ou qu’il
s'agît de juifs qui avaient
souhaité ne plus l’être en se
convertissant. Le Saint-Siège n’avait
rien trouvé à redire à
la persécution nazie
officialisée par le boycott des
magasins juifs du 1er avril 1933 et les
violences des SA et SS. Il fit davantage,
puisque, selon François Charles-Roux,
ambassadeur de France au Vatican de 1932
à 1940, le secrétaire
d’État Pacelli veilla en personne aux
« ménagements » romains
envers Berlin: « les
persécutions contre les juifs »
ayant provoqué « l'indignation
du monde » et avec lui celle de Mgr
Verdier, archevêque de Paris, celui-ci
adressa une lettre de solidarité au
grand rabbin de France. « La
publication [en] fut annoncée [en
avril?] : elle ne fut pas publiée
» . Reste la question du sort des
« catholiques non aryens », lot
auquel appartenait Édith Stein. Le
Vatican ne parla que d’eux, mais fort peu et
fort bas. Ce souci exclusif exprimé
du bout des lèvres visait à
figurer pour l'avenir dans le lot des notes
communicables. L’atteste un épisode
du feuilleton très long, mais vide de
contenu réel, des pseudo-«
négociations » et « notes
de Pacelli » sur le concordat du Reich
de 1933, exemples-types des
courriers-paravents sans aucun lien avec la
pratique réelle dont la
correspondance officielle du
Saint-Siège regorge. On y
perçoit que le sort des «
catholiques non aryens » rejoignit au
plus tôt celui des autres «
non-aryens ». Le 12 septembre 1933,
Pacelli remit à Klee, chargé
d'affaires d’Allemagne au Vatican, un
« mémorandum en trois points
», dont le troisième faisait
allusion aux « catholiques d’origine
juive », simple élément
d’une rubrique intitulée « le
renvoi des fonctionnaires catholiques et les
catholiques d'origine juive ». Klee
lui répliqua sèchement que le
point 3 n'avait « rien à voir
avec le concordat », « objection
qu'il reconnut justifiée »,
puis ajouta que ce problème
était « non pas religieux mais
de race »: l’argument suscita la
penaude réponse de Pacelli que ce
texte « était remis à la
demande du pape, qui n'était
guidé que par des points de vue
religieux et humains ». Poursuivant sa
tactique « à la prussienne
» , Klee « insista » sur
l'engagement que le Vatican avait pris
« depuis le début » des
négociations-éclair sur le
concordat de ne « pas se mêler
des affaires politiques intérieures
de l’Allemagne », sur la
nécessité de rayer la partie
juive du point 3 et de « baisser le
ton sur le reste »: Pacelli «
décid[a alors] de ne pas remettre le
mémorandum ». Il adressa
à Klee, le soir même, une note
conforme à ses exigences et
antidatée du 9 septembre (date
antérieure d’un jour à la
ratification du concordat du Reich, pour
laisser croire qu’on continuait à
« négocier » sur ce texte
en réalité bouclé):
elle comptait dix-huit lignes de
pleurnicheries et requêtes sur «
les fonctionnaires catholiques » dont
les déclarations de mars du
chancelier « et plus encore (...) la
conclusion du Concordat » avaient
« rendu possible la coopération
pratique au sein du nouvel État
»; 5 lignes et demi « pour
ajouter un mot pour les catholiques
allemands d'origine juive »
récente ou lointaine, « et qui
pour des raisons connues du gouvernement
allemand souffrent également de
difficultés économiques et
sociales » .
Il reste donc de la canonisation d’une juive
qui croyait ne plus l’être à
déduire soit que les seuls juifs
intéressants sont ceux qui ont
cessé de l’être soit qu’un bon
juif est un juif mort. Conclusion excessive?
On ne risque en tout cas pas cette
appréciation quand on aborde l’autre
événement de ces
dernières semaines, le premier par la
chronologie, par son retentissement et par
ses liens avec des tensions qui nous
ramènent à l’avant 14 et
à l’avant 39. Car la
béatification de Stepinac consacre la
continuité de la politique yougoslave
c'est à dire anti-serbe de la Curie,
en pleins déchirements balkaniques
aux conséquences dramatiques sur le
sort, non seulement de la Yougoslavie, mais
de l’ensemble de l’Europe - France incluse.
J’ai naguère pour Golias
étudié un aspect majeur de la
politique à l’Est du Vatican, celui
de la Pologne. Que la Pologne fût
catholique ne la protégea jamais, en
dépit de ses illusions à cet
égard, des conséquences
dramatiques d’une stratégie
austro-vaticane puis germano-vaticane
fondée sur l’espoir de domination de
l’ensemble de l’Est européen . La
politique de la Curie varia peu - jamais sur
le fond -, que l’Est européen
fût demeuré catholique, comme
la Pologne officiellement
appréciée mais en
réalité
détestée, ou qu’il eût
échappé à l’influence
germano-catholique et fût
officiellement voué aux
gémonies comme « schismatique
». Pendant des siècles, c’est
aux côtés de l’empire
apostolique et romain des Habsbourg que le
Vatican mena le combat: l’influence
autrichienne progressa en Europe, et
notamment contre l’empire ottoman, en
symbiose avec le catholicisme romain (latin
ou uniate). Entre la fin du 19è
siècle et celle de la Première
Guerre mondiale, le puissant Reich tendit
à supplanter pour la même
mission l’empire des Habsbourg voué
d’abord à l’agonie, puis à la
mort. En 1919, dans les cénacles
catholiques chapeautés par le grand
pourvoyeur allemand des fonds vaticans de
guerre (au nom de Berlin même),
Erzberger, le chef du parti catholique (le
Zentrum), le Vatican accepta
définitivement de seconder le Reich
dans l’ensemble de l’Europe: non seulement
en lui apportant sa précieuse aide
catholique pour la
récupération de l’Altreich
(celui des frontières de 1918) c'est
à dire de tous les «
territoires allemands provisoirement
occupés par les Alliés
», Alsace-Lorraine et Pologne incluse;
mais aussi pour l’ensemble des « buts
de guerre », allant de la saisie de
l’héritage de la totalité du
vieil empire austro-hongrois mort, à
commencer par l’Anschluss, à la
pénétration dans la profonde
Russie, si riche de ressources .
II.
STEPINAC, LE SYMBOLE D’UNE ANTIQUE
POLITIQUE ANTI-SERBE LA
POLITIQUE VATICANE JUSQU'AUX ANNÉES
TRENTE
De cette politique à l’Est, la
dimension anti-serbe - les Serbes
apparaissant comme les principaux ennemis de
l’expansion autrichienne - s’imposa avec une
continuité totale, sans
négliger un seul pontificat, à
commencer par celui de Léon XIII,
ouvert l’année même de la
naissance définitive de la Serbie au
congrès de Berlin de 1878. Le «
serbisme » haï fut combattu
à l’aide de l’élément
croate: leur longue catholicisation par les
Habsbourg et un analphabétisme
général maintenu par
l’Église au sein de ces «
masses incultes » avaient fait oublier
à ces « Slaves catholiques
» qu’« un Croate n’est qu’un
Serbe catholicisé, rien de plus
». À la veille de la Grande
Guerre, cet ensemble compact dans l’empire
austro-hongrois - en 1909, 18,9 millions
contre 1,9 million de « Slaves
orthodoxes »,
Bosnie-Herzégovine comprise -
demeurait, dans sa masse, féal aux
Habsbourg . Vienne s’appuya ouvertement dans
sa mission anti-serbe sur la Curie et sur
ses prélats, en tête desquels
figurait Stadler, évêque croate
de Sarajevo depuis les années 1890,
chef de fait des jésuites
voués à la catholicisation des
masses, et décrit en ces termes par
le consul de France à Sarajevo:
« il est devenu en peu de temps un des
gros capitalistes de
Bosnie-Herzégovine comme il en est
aussi un des politiciens les plus actifs.
Ses seules préoccupations semblent
être de thésauriser et
d'autrichianiser » . «
Très allemand d'origine et de
sentiments », d’une extrême
violence , cette brute était un
spécialiste de la conversion
forcée, dont les épisodes
répétés étaient
rapportés avec indignation par les
diplomates français: les musulmans,
population de même souche que tous les
Slaves de cet ensemble balkanique, mais
constituée des héritiers des
propriétaires fonciers qui avaient
emprunté à l’ère de la
conquête ottomane la religion du
vainqueur, et que Vienne s’efforçait
de séduire contre les Serbes, se
plaignaient à cet égard du
prélat presque autant que les Serbes
orthodoxes . La ligne Stadler, fixée
par Vienne et le Vatican, incarnait la ligne
d’expansion du germanisme et du catholicisme
contre le slavisme et l’orthodoxie
adoptée dans la perspective du
règlement de comptes imminent. Le
régime impérial, après
avoir transformé en arsenal,
croatisé et catholicisé en
masse, de gré ou de force, la
Bosnie-Herzégovine qu’elle dirigeait
de fait depuis le congrès de Berlin
de 1878, l’annexa enfin en octobre 1908.
L’empire réalisait ainsi « ce
but [qui] est depuis 30 ans la pensée
directrice de [s]a diplomatie [,...]
l'annexion de la Serbie », et qui
« fera naître forcément,
un jour ou l'autre, un conflit armé
». De Fontenay, attaché
d’ambassade à Budapest de 1906
à 1914 (après un poste
à Belgrade), comprit que
derrière « la haine du Serbe
(...) chauffée à blanc »
par l’empire rival en décomposition
et son obsessionnel « projet de
réunion », avec « l’appui
du Saint-Siège [,...] de la
Bosnie-Herzégovine, de la Dalmatie et
de la Croatie afin de former un royaume
autonome sous la dépendance des
Habsbourg» avançait le Reich:
« l’Autriche-Hongrie en suivant
pareille politique travaille donc, avant
tout, pour l’Allemagne, dont l’unité
s’étendra et se fortifiera, dont
l’influence progressera vers les bords de la
Méditerranée tant
convoitée ». La poussée
autrichienne vers le Sud s’inscrivait dans
« le redoutable “Drang nach Osten”
(poussée vers l’Est) » qui
remettrait à Berlin, à la mort
de l’État des Habsbourg,
l’héritage balkanique convoité
.
Nous avons montré ailleurs à
quel point Vienne se réjouit avant
l’hallali - le 29 juillet 1914 - de l’humeur
« belliqueuse » de Pie X et de
son secrétaire d’État Merry
del Val, excités par la liquidation
imminente de ce « mal qui ronge et
pénètre la monarchie
jusqu’à la moelle et qui finira par
la désagréger » . La
haine de la Serbie n’était pas moins
recuite chez son successeur (depuis
août 1914) Benoît XV, qui, de la
guerre à ses lendemains, conduisit
contre la Serbie des assauts contre lesquels
la seule parade (provisoire) fut la victoire
française. Au lendemain de la
défaite des deux empires
chéris, le mort et le bien vivant, la
croisade fut menée avec la Serbie
renforcée et devenue «
État serbo-croato-slovène
» les mêmes armes
cléricales, et au
bénéfice de deux
alliés: l’un, l’italien, ne
rêvant que de tailler en pièces
la Dalmatie yougoslave, l’autre, moins
connu, qui avait repris l’héritage du
mort, le Reich. Les Serbes se
heurtèrent si directement aux
Italiens soutenus en permanence par la Curie
qu’ils sous-estimèrent longtemps
l’ennemi plus discret, l’allemand, dont on
ne perçut concrètement la
poussée qu’à partir des
années trente. La première
phase de la lutte acharnée contre la
Yougoslavie fut menée au
bénéfice apparent de l’Italie,
servie par le solide tandem du Vatican et de
l’épiscopat demeuré autrichien
en territoire « yougoslave »,
devenu italien dans toutes les zones
arrachées au royaume.
En Yougoslavie même, il ne s'agissait
point d’« autonomie » croate ou
slovène, mais de sécession,
préparée en la compagnie
militaire des Italiens, des Hongrois et des
Allemands dès le début des
années vingt. L’Église
catholique assuma avec efficacité
pour sa part, dans les régions
catholiques héritées par
l’alliée serbe de la France, le
harcèlement visant la destruction
intérieure du nouvel État.
Tâche, il est vrai, facilitée
par la politique de la dynastie
régnante, qui ne régla aucun
des problèmes économiques et
sociaux des masses paysannes: de celles-ci
l’élément catholique demeura
donc aisément le jouet, comme
naguère, de prélats qui en
assuraient le contrôle de la naissance
à la mort, en passant par
l’école et presque tous les moments
de la vie. Pendant plusieurs années
la guérilla cléricale fut
dirigée par l’ancien «
protégé » puis
successeur - depuis 1920 - de Stadler,
Johannes Saric: ce chef politique des ultras
anti-serbes avait été avant
1914 et pendant la guerre comme son
maître « l’instrument en Bosnie
[de...] la Cour de Vienne [qui] dressait les
catholiques et les musulmans contre les
orthodoxes » en vue d'aggraver «
la désunion » propice à
ses intérêts. «
Député au Sabor de Bosnie
avant la guerre », il avait
mené, pendant, une violente action
anti-serbe, et à son terme troqua
brutalement le loyalisme autrichien contre
« l'influence du Quirinal ».
Aussitôt nommé, il
s'autoproclama chef des Croates et des
Slovènes contre les Serbes, et
pratiqua dès les années vingt
la provocation permanente, en un style
éclairé par « son
journal Istina » au « ton
extrêmement violent » .
La politique italienne de conquête ou
de grignotage de territoires dalmates
yougoslaves - symbolisée notamment
par le cas de Rieka-Fiume puis par les
cessions du traité de Rapallo de
novembre 1920 - fut servie dès lors
autant par les prélats
particulièrement brutaux contre tous
les Slaves que par la police (de
l’État fasciste depuis octobre 1922,
après avoir été
fasciste de fait en ces lieux avant cette
date): le « Vénitien »
Mgr Santin, originaire de Rovigno, sur la
côte sud de l'Istrie, nommé en
décembre 1922 dans le diocèse
de Rieka (devenu Fiume), et Mgr Radossi
(Radoslavic italianisé) dans celui de
Pola et Porec (devenu Porenzo) « se
distinguèrent dès leur
arrivée par leur acharnement contre
les Slaves, interdisant l’usage du croate
dans les sermons, au catéchisme, dans
les prières et même au
confessionnal, supprimant l’enseignement des
langues slaves au petit séminaire,
faisant punir les élèves
s’entretenant dans leur langue maternelle,
envoyant le plus possible d’entre eux se
former en Italie et, semble-t-il,
dénonçant même à
la police des religieux, des prêtres
et des fidèles qui s'opposaient
à la dénationalisation des
Slaves » . Cette politique de force
suscita des haines aussi fortes du
côté slovène et croate
que du côté serbe, ce qui
risquait de souder contre les
intérêts conjugués de la
Curie et de l’État italien l’ensemble
des populations yougoslaves. Jugeant ce
« nationalisme » du bas
clergé mortel pour les
intérêts italiens, le
Saint-Siège se débarrassa
dès l'été 1920 des
« curés croato-slovènes
les plus militants, pour les remplacer par
des religieux choisis dans un ordre
international » : celui des
franciscains en particulier, qui
s’était partagé avec les
jésuites la catholicisation des zones
croates ou croatisées avant 1914. Cet
ordre pivot d’une Église «
fanatique » d’Inquisition,
naguère au service, comme les
jésuites rivaux, de l’expansion
anti-serbe autrichienne, allait ainsi
régner presque sans partage sur les
régions catholiques, la
Slovénie, la Croatie (dalmate ou non)
et la Bosnie, y compris chez les
curés de paroisse: au début
des années 40, les franciscains
représentaient en Croatie un tiers
des prêtres eux-mêmes, et
« les quatre cinquièmes des
religieux du pays ». Cette tutelle
aurait, compte tenu des « traditions
spécialement violentes de leur
résistance séculaire contre
les Turcs et les orthodoxes, surtout en
Bosnie » , des conséquences
mortelles à partir d’avril 1941 pour
les Serbes et les juifs de Yougoslavie.
STEPINAC, L’INCARNATION D’UNE
POLITIQUE ALLEMANDE
Comme en tout point européen, au
début des années trente,
Berlin obtint de la Curie un soutien plus
résolu, qui lui imposa d’opter
parfois clairement entre les
intérêts italiens et allemands.
Ce soutien fut affiché par l’article
29 du fameux concordat du Reich, dont von
Papen dit à Hitler les 2 et 14
juillet 1933 qu’il lui semblait un des plus
importants de ce pacte: il «
garantissait la protection des
minorités allemandes » en
reconnaissant leur droit à l’usage de
la langue allemande dans le culte et autres
activités, et améliorait
encore cette « concession » par
« le protocole additionnel final
» qui garantissait le respect de ce
droit dans les futurs concordats que le
Vatican signerait avec les autres
États étrangers: « c’est
la première fois »,
s’enflamma-t-il, « que le
Saint-Siège a affirmé son
soutien (...) sous cette forme » .
Bien qu’il y eût peu de «
minorités allemandes » en
Yougoslavie, le Vatican y agit comme dans
les Sudètes. Le harcèlement
« italien » ne disparut pas
à l’ère hitlérienne,
mais en Yougoslavie, le Reich fut plus
qu’avant maître du jeu dès les
premiers mois de 1933.
La Curie n’avait jamais
négligé, dans la Yougoslavie
maintenue, la carte germanique,
représentée notamment par des
prélats autrichiens ou allemands,
parmi lesquels l’archevêque de Zagreb,
l’Allemand Bauer. Il était, comme
Saric, l’animateur de la guérilla
conduite contre la dynastie, bien que le roi
Alexandre crût sottement que sa
dictature (depuis 1929)
caractérisée par un solide
antibolchevisme lui assurerait le soutien
d’un épiscopat soucieux de
stabilité politique et de
conservation sociale. Les diplomates
français avaient accordé en
1933 - année ouvrant la voie à
un cortège d’avanies pour les «
États successeurs » - grande
importance à ce chef des
pèlerinages croates: le 24 mai, Bauer
dirigea un pèlerinage de 500 Croates
et cinq évêques qui donna
à Pie XI l’occasion de bafouer la
Yougoslavie et d’honorer ses « bons
fils de la Croatie », « notre
chère Croatie » qui comptait
parmi « les régions les plus
éprouvées et qui souffrent le
plus » : un des scandales de 1933 qui
en compta une série et où le
vieil archevêque allemand joua un
rôle éminent. Mais l’attention
du Quai d'Orsay fut vite attirée par
un personnage devenu son adjoint depuis
1931, un certain Stepinac, tard venu
à l’état
ecclésiastique. Et qui ne vint pas au
monde politique, comme semblent le croire
tous les journalistes et publicistes
français qui se sont récemment
exprimés, en avril 1941 .
Ce Croate, fils d'un gros
propriétaire foncier né en
1898 à Krasic près de Zagreb,
fut, au contraire de ce que suggérait
son autobiographie avantageuse et lacunaire
largement diffusée à
l’époque de sa nomination de
coadjuteur de 1934, lié au
séparatisme croate dès son
arrivée, précoce, à la
vie politique. Prisonnier de guerre
austro-hongrois sur le front italien, il se
fit passer pour un Croate rallié au
« comité yougoslave (...) pour
se faire engager dans le camp des officiers
serbes » en Italie puis sur le front
de Salonique, moyen de fournir des
renseignements sur l’ennemi. Sa biographie
officielle, qui présenta cette
affaire en termes très «
yougoslaves », est quasi muette sur
ses activités entre la fin de la
guerre et 1924 (retour à Krasic pour
gérer une des importantes
propriétés de son père,
à Kamenarevo, études
agronomiques inachevées ou au grand
séminaire de Zagreb). Mais la
diplomatie française savait que ce
dirigeant des Jeunesses catholiques
participa au Congrès international de
Brno en 1922, où il « porta le
grand drapeau croate à la tête
d'[une] délégation croate
» de 1 500 personnes. En 1924, ce
protégé des jésuites
entra pour sept ans au Germanicum - institut
allemand de Rome qui, avec l’ordre et son
chef, l’austro-« polonais »
Ledochowski, servit au premier plan la
réalisation de l’Anschluss de 1918
à 1938, et plus largement de
reconquête « catholique »
de l’Est européen que nous avons
mentionnée plus haut . Devenu
prêtre en octobre 1930, puis docteur
en théologie à la
Grégorienne, en juillet 1931,
Stepinac fut nommé aussitôt
après, à son retour de Rome,
maître de cérémonies de
Bauer, puis en mai 1934 son coadjuteur .
À peine nommé, cet ennemi de
la Yougoslavie, dont « la forte
personnalité tend[ait...] à
prendre le pas sur celle du vieux
prélat », orchestra l’agitation
sécessionniste croate avec une
vigueur qui frappa tous les observateurs. Il
fut notamment l’un des deux organisateurs
d’une émeute, durement
réprimée assurément,
des « paysans catholiques »
littéralement jetés contre la
police serbe pour préparer les
élections fixées au 5 mai 1935
. Lié au sécessionnisme de
Macek et des oustachis d’Ante Pavelic, il
anima, outre la guérilla
préélectorale, l’agitation
tous azimuts sur le « concordat
» (avorté). Cette furie
quotidienne acheva la
désintégration de la
Yougoslavie dans les trois années qui
suivirent l’assassinat à Marseille du
roi Alexandre, en octobre 1934, aux
côtés de Barthou, ministre
français des Affaires
étrangères, par un complice de
Pavelic. Assassinat perpétré
avec la complicité de l’Italie
fasciste et de l’Allemagne nazie;
liquidation aussi des tentatives de Barthou
d’une « politique de revers »
française contre la poussée du
Reich, qui réjouit tous les ennemis
de la Yougoslavie, Curie en tête,
représentée sur place par un
nonce sur lequel la correspondance du Quai
d'Orsay est féroce, Pellegrinetti.
L’épiscopat ne parvint pas même
à faire semblant de déplorer
la mort du roi serbe haï: « le
clergé croate », Bauer et
Stepinac en tête, manifesta « un
certain défaut de chaleur dans
l'expression des sentiments », selon
l’euphémisme de Charles-Roux .
À la mort de Bauer le 7
décembre 1937, le secrétaire
d’État Pacelli, futur Pie XII, promut
une fois de plus cet agent des Allemands, le
préférant à l’autre
« ennemi acharné des Serbes
», l’oustachi Saric. Ayant cru enfin
arrivée son heure quand on avait
parlé au début de 1934 d’un
successeur pour le vieux Bauer, l’instrument
« anti-serbe (...) de Rome [sous]
l'influence du Quirinal aussi bien que (...)
du Vatican » était jugé
trop « italien » bien qu’il
eût rendu au Germanicum, notamment
à l’automne 1932, les visites d’un
prélat germanophile . C’est donc le
germanisé Stepinac qui fut choisi et
qui, aussitôt nommé
président de la conférence
épiscopale, dirigea officiellement la
sécession de la « gens croatica
» (« nation croate »).
Pacelli devenu Pie XII depuis mars 1939 lui
apporta sa caution officielle en
bénissant, sans prononcer le mot de
Yougoslavie, un pèlerinage
mené par Stepinac le 14 novembre: il
y célébra « notre peuple
croate » et dit « tout ce que
[devait] faire ce peuple » auquel
étaient « ouvertes les voies
lui assurant la liberté de sa voie
nationale », sous la houlette de
Macek, qualifié de « dux populi
Croatici » (chef du peuple croate). La
Yougoslavie agonisait de l’intérieur,
comme l’attesta le silence de la presse
serbe, muselée par les dirigeants
d’un État déliquescent et
gagné à la capitulation .
Comme l’avait montré aussi l’octroi
à la Croatie d’une « autonomie
» qui fit de Stepinac le «
Gouverneur de Zagreb »: il passait
à ce poste en janvier 1939 pour le
symbole d’une « influence
hitlérienne » qui avait
triomphé en Croatie dès
l’installation du gouvernement
hitlérien (la littérature
croate aussi antisémite qu’anti-serbe
provenait en large masse de Berlin, comme
l’évidence s’en imposa dès les
premiers mois de 1933) . Au tournant de
1939, Stepinac exulta devant Gueyraud,
consul de France à Zagreb, sur
l’imminence de la destruction de la
Yougoslavie: il se déclara partisan
de « la constitution d'un État
croate autonome ou indépendant
», mais dit « accepter, en cas
de nécessité, une autre
formule d'association avec la Hongrie ou
l'Italie. “Tout, a-t-il dit, plutôt
que de vivre avec les Serbes!” » . Il
omit alors (devant un Français) le
morceau essentiel - allemand - de cette
« association » qui lui apporta
l’invasion de l’Axe et la fondation de
« l’État indépendant de
Croatie » de Pavelic en avril 1941.
La thèse, très en vogue sous
nos cieux, des douceurs de ce membre du
Parlement oustachi pour les martyrs juifs,
serbes, tsiganes, slovènes, croates
dissidents et de ses condamnations de
l’État croate repose sur: 1° les
travaux hagiographiques de Stella Alexander,
qui ne dispose que d’une source originale,
Katolicki List, journal de
l'archevêché: toutes les
citations qu’elle en fournit ne
révèlent que des signes
d’adhésion au régime: tous les
documents de défense qu’elle
présente sont de seconde main ;
2° des hagiographies romaines et «
révélations » de Guerre
froide de l’Osservatore Romano qui
suscitèrent en janvier 1951 l’ironie
de l’ambassadeur de France Wladimir
d’Ormesson à l’ère où
Stepinac était érigé en
martyr des bourreaux communistes de Tito:
« on peut s'étonner » que
le quotidien du Vatican « n’ait pas
donné plus tôt une large
publicité » à ces
informations sur la thèse d’un
Stepinac résistant de la
première heure à Pavelic .
Les sources originales décrivent
à l’inverse ce que l’écrivain
catholique italien Falconi appelait en 1965,
fonds de l’État croate à
l’appui, « hideux mélange de
boucheries et de fêtes» . Les
franciscains, dont Stepinac était le
chef sur place, y participèrent
à la masse, à la hache et au
poignard avec un allant inédit en
notre siècle: destruction des
bâtiments des cultes « ennemis
», tortures, assassinats en masse de
Serbes, juifs et tsiganes, dans les villages
(dont celui de Glina en mai 1941: 2 000
morts dans la nuit, hommes, femmes et
enfants, pillés ensuite) et les camps
de concentration (tel l’abominable camp de
Jasenovac, ouvert dès mai 1941),
lutte contre la résistance, etc.
L’Américain Biddle, ministre
auprès du gouvernement yougoslave en
exil, évalua en septembre 1942 les
seuls « atroces massacres de Serbes
», poursuivis alors « avec
frénésie », à
« 600 000 hommes, femmes et enfants
» . Les archives oustachies furent
à l’époque de la
déroute, regroupées, symbole
d’une exceptionnelle fusion de
l'Église et de l'État, dans le
palais de Stepinac. Le régime
yougoslave nouveau n’y découvrit en
1945 « aucun document protestant
contre les crimes commis en Croatie par les
Oustachis et les Allemands »; mais
quantité de photos de
l’archevêque, faisant à travers
la contrée le salut oustachi (bras
levé) auprès des hauts
fonctionnaires; et des textes, telle sa
circulaire du 28 avril 1941 aux
évêques glorifiant «
l’État croate ressuscité
» et « le chef de l’État
croate », et ordonnant un « Te
Deum solennel dans toutes les églises
paroissiales ». Comme Saric et bien
d’autres en Yougoslavie, Stepinac pilla
aussi biens juifs (fait clérical
retrouvé dans l’ensemble de l’Europe
orientale catholique, Slovaquie en
tête) - et serbes, avec l’aval
écrit (en latin) du
Saint-Siège, via son légat
Marcone les 9 décembre 1941 et 23
décembre 1943 (et fut convaincu par
ses héritiers d’avoir
détourné les biens de Bauer,
de « plusieurs dizaines de millions de
dinars »).
Stepinac fut aussi l’exécutant du
décret « oustachi » du 3
mai 1941 de « conversion forcée
» des orthodoxes, intelligentsia
exclue car considérée comme
irrécupérable: ce retour
à « l'Inquisition espagnole
» donnait aux Serbes non
massacrés d'emblée le «
choix » (qu’Henri Tincq
déclarait « musclé
» dans son article du Monde du 1er
octobre 1998) entre adhésion
immédiate au catholicisme et mort. Ce
texte non étatique mais vatican fut
contresigné, en tant que
secrétaire de la Congrégation
de l’Orientale, par le cardinal
français Tisserant. « Contre
son gré », insista Belgrade
tout en le révélant en 1952,
au cours d’une année
particulièrement riche en
provocations vaticanes, dans un Livre Blanc
sur les relations Vatican-«
État indépendant de Croatie
» puisé au « journal
» de l’archevêque et aux
archives oustachies. Tisserant, juge
impitoyable en privé du régime
de Pavelic (comme le précise le Livre
blanc), confirma l’information à
l’attaché français à
Rome de Margerie .
Les monastères-arsenaux des
franciscains, dont certains furent
arrêtés armes à la main
en 1945, s’étaient depuis la
certitude de la défaite mués
en receleurs de trésors et de
criminels de guerre en instance de
départ pour l’Ouest. Dans leur
couvent du Kaptol, à Zagreb, on
trouva au début 1946 le trésor
oustachi, contenant bijoux, or, dents en or
scellées à des
mâchoires, bagues sur des doigts
coupés, etc., arrachés aux
orthodoxes et juifs assassinés; un PV
d'emballage rédigé pour chaque
caisse attestait la présence de
fonctionnaires à chaque
opération. La masse de la
correspondance est telle sur les horreurs
accumulées par « l'occupant et
(...) les Oustachis [, avec lesquels]
beaucoup de (...) chefs [musulmans] ont
collaboré » que je renvoie le
lecteur, pour les sources, à mon
ouvrage sur le Vatican. L’Église
catholique yougoslave s’était «
compromise à tel point qu'il serait
possible de dresser contre elle un
réquisitoire en n'invoquant que des
témoignages religieux »,
résuma en août 1947 Guy
Radenac, consul de France à Zagreb,
qui en entendait encore de nouveaux,
racontés par des clercs
français en poste pendant
l’occupation allemande .
Resté à Zagreb, Stepinac
organisa la fuite des bourreaux, clercs (tel
Saric) ou non (tel Pavelic), sur mandat du
Vatican, avec les fonds alloués par
les États-Unis à un recyclage
jugé nécessaire à leurs
intérêts dans la zone
adriatique et ne relevant pas, comme on le
croit volontiers, de la seule lutte
idéologique dite de « Guerre
froide ». Zagreb fut un pivot des Rat
Lines décrits par le renseignement
américain: 30 000 criminels croates
s’échappèrent par la
filière du père Draganovic,
secrétaire de Saric et familier de
guerre de Maglione (secrétaire
d’État mort en 1944), Montini (futur
Paul VI) et Pie XII. Ils étaient
regroupés par
l’archevêché de Zagreb, les
couvents et autres institutions croates
(dont la Croix-Rouge) de «
croisés » sous la tutelle de
Stepinac; ils gagnaient ensuite l’Autriche,
accueillis par le haut-clergé
autrichien et la « mission pontificale
» de Salzbourg; puis rejoignaient
Rome, étape souvent avant le
départ depuis Gênes,
aidés par la Curie,
l'archevêque de Gênes, «
la police italienne » et des chefs de
la Démocratie chrétienne (tel
de Gasperi). Selon Radenac, « les
milieux oustachis de Zagreb »
diffusaient encore en 1947 les adresses
connues des couvents accueillant les
fugitifs, pris en charge par des bourses de
l’association catholique « Pax romana
»; lui-même en connaissait
« de source directe » maint cas.
En Yougoslavie même, l’association
catholique Caritas subventionnait les
secours aux familles d'émigrés
et d'oustachis terroristes restés
fort actifs sur place .
Ce qui précède rend
étonnante l’indulgence infinie de
Tito pour le prélat, dont il ne
voulait pas faire un martyr. Car Stepinac
conduisit contre le régime - ou
plutôt, comme naguère, contre
l’existence même de la Yougoslavie
ressurgie de l’incendie - une
guérilla sans répit. Elle est
bien reflétée par la lettre
pastorale issue de la conférence
épiscopale de Zagreb, le 20 septembre
1945, qui exigeait pour l'Eglise une totale
liberté en tout domaine, école
incluse, pestait contre la
laïcité infâme et
stigmatisait l'expropriation et
l'exécution de 243 prêtres
convaincus de collaboration. Elle fut
menée non plus en compagnie des
Allemands mais des Américains -
notamment du « régent de la
nonciature » Hurley, arrivé en
février 1946 à Belgrade, et
porte-parole de ce qu’on appelait aux
États-Unis mêmes pendant la
Guerre froide « le lobby Stepinac de
Spellman ». Elle atteignit une telle
intensité que Tito ne cessa de
demander au Vatican son départ pour
n’avoir pas à sévir. Il ne put
obtenir d’Hurley, qui participait en
personne à la mise en
ébullition des masses catholiques,
l’éloignement de « cet
évêque encombrant », qui
couvrait « les attentats ou coups de
force » surgis « ici et
là » et « des
manifestations [à...] allure
politico-religieuse » . Ce veto motiva
sa décision du fameux procès
pour collaboration, ouvert le 10 août
1946, contre 16 accusés dont 9
franciscains, auxquels fut à la
mi-septembre joint Stepinac. Ses
subordonnés profitèrent de
l’occasion pour conter tout ou presque de
ses oeuvres depuis l’avant-guerre. La presse
occidentale, américaine en tête
- la France ne fut pas la dernière -
, ne cessa dès lors de s’indigner du
« martyre » de cet «
innocent », condamné le 11
octobre à 16 ans de travaux
forcés. La sentence fut comprise
partout, Vatican inclus, comme visant
à ménager un compromis (chacun
ayant attendu la mort); elle ne fut
d'ailleurs « jamais appliquée
» jusqu'à la libération
de Stepinac début décembre
1951 - « geste (...) dicté sous
la pression de l'opinion américaine
» .
J’ai expliqué ailleurs avec plus de
précision pourquoi le problème
était insoluble, la Curie menant
après 1945 la même guerre
contre la Yougoslavie, désormais
« communiste », qu’elle avait
conduite du temps de la dynastie serbe des
Karageorgevic, et avec les mêmes
prélats catholiques qui, à
travers le territoire yougoslave,
contestaient ouvertement le tracé de
ses frontières. Les diplomates
français fulminèrent parfois,
en pleine guerre froide, de les voir agiter
le pays avec la même arrogance que
vingt ans auparavant, tels Mgrs Santin et
Radossi: « On est étonné
de la responsabilité prise par le
Vatican en laissant des agents italiens
à la tête du diocèse
d'Istrie et on est non moins surpris de voir
l'armée yougoslave les supportant
patiemment au lieu de les chasser à
coups de botte comme les carabiniers leurs
prédécesseurs »,
commenta Radenac, consul à Zagreb en
octobre 1947 . Les archives que j’ai
consultées mettent, comme dans la
première décennie du premier
après-guerre, l’accent sur la
dimension italienne de cette politique de
harcèlement de l’État
yougoslave. Belgrade ne pratiqua à
aucun moment de politique de
persécution contre l’Église
catholique, et, comme le régime
précédent, fit parfois preuve
d’un sens du compromis aiguisé
(depuis la rupture avec Staline de 1948) par
les nécessités de son alliance
avec les États-Unis et ses besoins de
crédits américains.
Malgré des apparences pesantes, le
problème ne relevait pas de la Guerre
froide, pas plus que le caractère
ultra-réactionnaire du régime
serbe des années trente n’avait
arrêté la main des sicaires.
Trieste, acquise à l’Italie (origine
de débordements d’enthousiasme de Pie
XII) le 8 octobre 1953 et le souci
d’élargir les frontières
italiennes expliquaient comme naguère
la frénésie de la politique
romaine anti-yougoslave. Elle culmina au
tournant de 1952 par la promotion de
Stepinac à la pourpre cardinalice,
injure insigne à la « Serbie,
où le souvenir du comportement des
Croates a laissé de profondes et
durables blessures » . L’ambassadeur
de France à Belgrade Philippe Baudet,
comme tous ses collègues
confrontés à la question,
avait admis en juillet 1951 que le veto du
Vatican contre le compromis sans trêve
sollicité par Belgrade - la demande
de libération de Stepinac en
échange d’un exil romain - donnait
« un fond de vérité
» à l’argumentaire yougoslave
d’une coalition Stepinac-Pie XII-la Curie
« dans la main des Germano-Italiens
» et de Pavelic: Stepinac « leur
est plus utile en prison », sa
libération « affaiblirait le
bloc chauviniste italien anti-yougoslave,
puisqu’elle le priverait d’une de ses
sources de propagande » .
Libéré, on l’a dit, dès
1951, Stepinac fut laissé sur place
pour transformer son village de Krasic en
« lieu de pèlerinage » et
entretenir à loisir la flamme .
La fin des années cinquante
commença cependant à laisser
percevoir la deuxième phase, comme
après l’autre guerre, d’une politique
vaticane dont Stepinac, aussi
coopératif fût-il, n’avait
été qu’un pion en Yougoslavie:
celle du service au Reich. La nomination,
dès 1955, d’Allemands comme
délégués apostoliques
sous le prétexte « que la
majorité des membres du clergé
et des fidèles catholiques
yougoslaves parlent allemand » rappela
l’entre-deux-guerres. La suite des
événements confirme que cette
alliance allemande l’emporta de façon
décisive dans les décennies
suivantes: elle aboutit à
l’éclatement de la Yougoslavie
dès le début des années
1990, salué officiellement par le
tandem germano-vatican, soutien et avocat de
la sécession croate. «
L’élévation à la
dignité de Cardinal de Mgr Stepinac
» qui choquait l’ambassadeur Baudet en
décembre 1952 préparait les
grandes festivités sur l’acquisition
de Trieste à l’Italie - cadeau
américain qui ulcéra
également ce diplomate sans que Paris
trouvât le courage politique de le
proclamer . Au terme des deux
décennies qui ont achevé
d’ériger en allié
privilégié de l’Allemagne un
pape « polonais » au sens
où l’entendait Pie XII, artisan
initial de son ascension cracovienne, que
prépare la canonisation d’un des plus
grands criminels de guerre cléricaux
de la Deuxième Guerre mondiale? La
question soulève une interrogation
plus générale. Si on la
compare aux sources originales, l’«
information » dont dispose aujourd'hui
la population française est le fruit
d’une véritable entreprise
d’intoxication, centrée en octobre
1998 sur le « martyr » Stepinac.
La mise en cause du droit réel
à l’information s’est
accompagnée d’une effarante
désinformation sur les
problèmes balkaniques, chape de plomb
dont on aimerait connaître les raisons
profondes. Jusqu’à quand sera-t-il de
fait interdit d’éclairer à
titre autrement que confidentiel les liens
entre les misères balkaniques du
temps et la puissance grandissante de
l’Allemagne réunifiée ?
CROAZIA
1941-1944: UNA CATTOLICISSIMA MACELLERIA
Il nazista
Pavelic e l'arcivescovo Stepinac, alleati di
genocidio
di Karlheinz
Deschner
Il testo che
segue è la traduzione letterale di
quello presentato
da Karlheinz Deschner il 26/12/1993 in
occasione dell'ultima
puntata della sua serie televisiva sulla
politica dei Papi nel
XX secolo. Questa serie è stata
trasmessa in Germania
da Kanal 4, sulle frequenze di RTL. Il testo e' stato
ripreso dalla rivista marxista tedesca
"Konkret" (n.3-1994,
pg.47) e tradotto in italiano a cura del
Coord. Romano per
la Jugoslavia.
Il Papato di Roma - divenuto grande attraverso
la guerra e l'inganno, attraverso la guerra e
l'inganno conservatosi tale - ha sostenuto nel
XX secolo il sorgere di tutti gli Stati
fascisti con determinazione, ma più
degli altri ha favorito proprio il peggior
regime criminale: quello di Ante Pavelic in
Jugoslavia.
Questo ex-avvocato zagrebino, che negli anni
'30 addestrò le sue bande soprattutto
in Italia, fece uccidere nel 1934 a Marsiglia
il re Alessandro di Jugoslavia in un attentato
che costò la vita anche al ministro
degli Esteri francese. Due anni più
tardi celebrò con un libello le glorie
di Hitler, "il più grande ed il
migliore dei figli della Germania", e
ritornò in Jugoslavia nel 1941,
rifornito da Mussolini con armi e denari, al
seguito dell'occupante tedesco. Da despota
assoluto Pavelic si pose nella cosiddetta
Croazia Indipendente a capo di tre milioni di
Croati cattolici, due milioni di Serbi
ortodossi, mezzo milione di Musulmani bosniaci
nonchè numerosi gruppi etnici minori.
Nel mese di maggio cedette quasi la
metà del suo paese con annessi e
connessi ai suoi vicini, soprattutto
all'Italia, dove con particolare calore fu
accolto e benedetto da Pio XII in udienza
privata (benchè già condannato a
morte in contumacia per il doppio omicidio di
Marsiglia sia dalla Francia che dalla
Jugoslavia). Il grande complice dei fascisti
si accommiatò da lui e dalla sua suite
in modo amichevole e con i migliori auguri,
letteralmente, di "buon lavoro".
Così ebbe inizio una crociata cattolica
che non ha nulla da invidiare ai peggiori
massacri del Medioevo, ma piuttosto li supera.
Duecentonovantanove chiese serbo-ortodosse
della "Croazia Indipendente" furono
saccheggiate, annientate, molte trasformate
persino in magazzini, gabinetti pubblici,
stalle. Duecentoquarantamila Serbi ortodossi
furono costretti a convertirsi al
cattolicesimo e circa settecentocinquantamila
furono assassinati. Furono fucilati a mucchi,
colpiti con la scure, gettati nei fiumi, nelle
foibe, nel mare. Venivano massacrati nelle
cosiddette "Case del Signore", ad esempio
duemila persone solo nella chiesa di Glina. Da
vivi venivano loro strappati gli occhi, oppure
si tagliavano le orecchie ed il naso, da vivi
li si seppelliva, erano sgozzati, decapitati o
crocifissi. Gli Italiani fotografarono un
sicario di Pavelic che portava al collo due
collane fatte con lingue ed occhi di esseri
umani.
Anche cinque vescovi ed almeno 300 preti dei
Serbi furono macellati, taluni in maniera
ripugnante, come il pope Branko
Dobrosavljevic, al quale furono strappati la
barba ed i capelli, sollevata la pelle,
estratti gli occhi, mentre il suo figlioletto
era fatto letteralmente a pezzi dinanzi a lui.
L'ottantenne Metropolita di Sarajevo, Petar
Simonic, fu sgozzato.
Ciononostante l'arcivescovo cattolico della
città di Oden scrisse parole in lode di
Pavelic, "il duce adorato", e nel suo foglio
diocesano inneggiò ai metodi
rivoluzionari, "al servizio della
Verità, della Giustizia e dell'Onore".
Le macellerie cattoliche nella "Grande
Croazia" furono così terribili che
scioccarono persino gli stessi fascisti
italiani; anche alti comandi tedeschi
protestarono, diplomatici, generali, persino
il servizio di sicurezza delle SS ed il
ministro degli Esteri nazista Von Ribbentrop.
A più riprese, di fronte alle
"macellazioni" di Serbi, truppe tedesche
intervennero contro i loro stessi alleati
croati.
E questo regime - che ebbe per simboli e
strumenti di guerra "la Bibbia e la bomba" -
fu un regime assolutamente cattolico,
strettamente legato alla Chiesa Cattolica
Romana, dal primo momento e sino alla fine. Il
suo dittatore Ante Pavelic, che era tanto
spesso in viaggio tra il quartier generale del
Führer e la Berghof hitleriana quanto in
Vaticano, fu definito dal primate croato
Stepinac "un croato devoto", e dal papa Pio
XII (nel 1943!) "un cattolico praticante". In
centinaia di foto egli appare fra vescovi,
preti, suore, frati. Fu un religioso ad
educare i suoi figli. Aveva un suo confessore
e nel suo palazzo c'era una cappella privata.
Tanti religiosi appartenevano al suo partito,
quello degli ustasa, che usava termini come
dio, religione, papa, chiesa, continuamente.
Vescovi e preti sedevano nel Sabor, il
parlamento ustasa. Religiosi fungevano da
ufficiali della guardia del corpo di Pavelic.
I cappellani ustasa giuravano ubbidienza
dinanzi a due candele, un crocifisso, un
pugnale ed una pistola. I Gesuiti, ma
più ancora i Francescani, comandavano
bande armate ed organizzavano massacri:
"Abbasso i Serbi!". Essi dichiaravano giunta
"l'ora del revolver e del fucile"; affermavano
"non essere più peccato uccidere un
bambino di sette anni, se questo infrange la
legge degli ustasa". "Ammazzare tutti i Serbi
nel tempo più breve possibile": questo
fu indicato più volte come "il nostro
programma" dal francescano Simic, un vicario
militare degli ustasa. Francescani erano anche
i boia dei campi di concentramento. Essi
sparavano, nella "Croazia Indipendente", in
quello "Stato cristiano e cattolico", la
"Croazia di Dio e di Maria", "Regno di
Cristo", come vagheggiava la stampa cattolica
del paese, che encomiava anche Adolf Hitler
definendolo "crociato di Dio". Il campo di
concentramento di Jasenovac ebbe per un
periodo il francescano Filipovic-Majstorovic
per comandante, che fece ivi liquidare 40.000
esseri umani in quattro mesi. Il seminarista
francescano Brzien ha decapitato qui, nella
notte del 29 agosto 1942, 1360 persone con una
mannaia. Non per caso il primate del paradiso
dei gangsters cattolici, arcivescovo Stepinac,
ringraziò il clero croato "ed in primo
luogo i Francescani" quando nel maggio 1943,
in Vaticano, sottolineò le conquiste
degli ustasa. E naturalmente il primate,
entusiasta degli ustasa, vicario militare
degli ustasa, membro del parlamento degli
ustasa, era bene informato di tutto quanto
accadeva in questo criminale eldorado di
preti, come d'altronde Sua Santità lo
stesso Pio XII, che in quel tempo concedeva
una udienza dopo l'altra ai Croati, a ministri
ustasa, a diplomatici ustasa, e che alla fine
del 1942 si rivolse alla Gioventù
Ustasa (sulle cui uniformi campeggiava la
grande "U" con la bomba che esplode
all'interno) con un: "Viva i Croati!". I Serbi
morirono allora, circa 750.000, per ripeterlo,
spesso in seguito a torture atroci, in misura
del 10-15% della popolazione della Grande
Croazia - tutto ciò esaurientemente
documentato e descritto nel mio libro La politica
dei papi nel XX secolo[Die Politik
der Paepste im XX Jahrhundert].
E se non si sa nulla su questo bagno di sangue
da incubo non si può comprendere
ciò che laggiù avviene oggi,
avvenimenti per i quali lo stesso ministro
degli Esteri dei nostri alleati Stati Uniti
attribuisce una responsabilità
specifica ai tedeschi, ovvero al governo
Kohl-Genscher.
Più coinvolto ancora è solo il
Vaticano, che già a suo tempo
attraverso papa Pio XII non solo c'entrava, ma
era così impigliato nel peggiore degli
orrori dell'era fascista che, come già
scrissi trent'anni fa, "non ci sarebbe da
stupirsi, conoscendo la tattica della Chiesa
romana, se lo facesse santo". Comunque sia: il
Vaticano ha contribuito in maniera
determinante alla instaurazione di interi
regimi fascisti degli anni venti, trenta e
quaranta. Con i suoi vescovi ha sostenuto
tutti gli Stati fascisti sistematicamente sin
dal loro inizio. E' stato il decisivo
sostenitore di Mussolini, Hitler, Franco,
Pavelic; in tal modo la Chiesa
romano-cattolica si è resa anche
corresponsabile della morte di circa sessanta
milioni di persone, e nondimeno della morte di
milioni di cattolici. Non è un qualche
secolo del Medioevo, bensì è il
ventesimo, per lo meno dal punto di vista
quantitativo, il più efferato nella
storia della chiesa.
POSTILLA: In
occasione del primo viaggio in Croazia di Giovanni
Paolo II, il quotidiano italiano la
Repubblica taceva su
tutto quanto sopra raccontato, pero'
scriveva: "...Ma il
contatto con la folla fa bene a Giovanni
Paolo II. I fedeli
lo applaudono ripetutamente. Specie quando ricorda il
cardinale Stepinac, imprigionato da Tito per i suoi
rapporti con il regime di Ante Pavelic, ma
sempre rimasto nel
cuore dei Croati come un'icona del nazionalismo.
Woityla, che sabato sera ha pregato sulla sua tomba,
gli rende omaggio, però pensa
soprattutto al
futuro..." (la Repubblica, 12/9/1994). Tre
anni dopo, lo stesso
papa proclamava beato il nazista Stepinac,
con una pomposa
cerimonia alla quale partecipava pure Franjo Tudjman,
regista della cacciata di tutta la
popolazione serba delle
Krajne nella versione di fine secolo della "Croazia
indipendente".
Whitewashing
the Holocaust: Jasenovac and Politics of
Genocide
On
April 22, 1945, a group of surviving inmates
broke out of Jasenovac, Nazi-allied
Croatia's main death camp. Sixty years
later, their memories – and the grisly
history of Jasenovac – have become prey to
politics, propaganda, and historical
revisionism more concerned with the 1990s
Yugoslav wars than with the truth about
"Independent Croatia" and its factory of
death.
Holocaust's
First Chapter
On April 10, 1941, four days after armies of
the Nazi Reich and their allies attacked the
Kingdom of Yugoslavia, Croat nationalists
(Ustasha) allied with Hitler and Mussolini
declared the "Independent State of Croatia"
(NDH), comprising most of today's country by
that name, present-day Bosnia-Herzegovina, and
parts of northern Serbia. Some 2 million Serbs
lived in that territory, and one of the first
goals of the Ustasha state was to change that
– permanently.
Historian Srdja Trifkovic of the Rockford
Institute wrote in April 2000:
"The most salient feature of Ustasha ideology
and state was the morbid hatred of the Serb.
To a Nazi, the Jew was a necessary political,
social, and psychological concept. To an
Ustasha Croat, the Serb was much more: an
integral part of his Croatness. Without him it
could not be defined, let alone practiced."
Racial laws targeting Serbs and Jews appeared
as early as April 18, 1941. By July of that
year, estimated Italian sources, over 350,000
Serbs and Jews had already been killed. It is
important to note that deliberate, organized
mass murder in the NDH predated the Holocaust
by six to eight months; not until January 1942
did the Nazis organize a meeting at Wannsee to
discuss the extermination of Jews.
Trifkovic opened his examination of the
Ustasha genocide with a quote by historian
Jonathan Steinberg, who said that, "The
omission of Croatia from the conventional
holocaust studies is like a book whose first
chapter is torn out."
Forgotten
Commemorations
At the hub of Ustasha genocidal activities was
Jasenovac, a camp named after the ash trees
(jasen) that grew alongside the Sava, near the
present-day border with Bosnia-Herzegovina. It
was the largest death camp in the NDH, and the
third-largest in Nazi-occupied Europe.
In April 1945, as the NDH crumbled under the
advance of the communist National Liberation
Army (NOV) and its Soviet allies, the Ustasha
tried to kill the last of the Jasenovac
inmates and destroy the evidence. The 760
women at the adjacent camp of Stara Gradiska
had already been massacred. Of the 1,000-plus
surviving men, 700 chose to risk a breakout.
Only 80 of them succeeded.
On April 17, the breakout was marked by a
ceremony in Donja Gradina, part of the
Jasenovac complex in what is now
Bosnia-Herzegovina, specifically the Serb
Republic. It was scheduled specifically to
avoid the overlap with Passover festivities,
out of consideration for the Jewish
participants. Serb Republic president Dragan
Cavic and Serbian president Boris Tadic
attended the ceremony, along with some 3,000
others.
Yet the mainstream Western media mentioned not
a word about it. As Chris Deliso of
Balkanalysis.com pointed out, only the Russian
Itar-Tass, Greek Kathimerini, and Chinese
Xinhua picked up the story. Even greater
silence accompanied the commemoration in New
York, organized by the Jasenovac Research
Institute, when a memorial was unveiled at the
Holocaust Memorial Park in Brooklyn. It was as
if the first genocide of WWII never happened.
Spinning the
NDH
However, the April 23 commemoration organized
by the Croatian government and attended by
some 2,000 people received widespread
coverage. Everyone mentioned the speech by
Croat PM Ivo Sanader about the evils of
fascism and the importance of remembering, but
no one mentioned the role of Sanader's
predecessor Franjo Tudjman in resurrecting NDH
symbols and values, or Tudjman's denials of
the Holocaust and Ustasha crimes.
Not surprisingly, in a month marked by the
death of one Pope and election of another, no
one mentioned the role of the Catholic Church
in the Ustasha state – and yes, in the
genocide as well – or that the Jews and Romany
were secondary targets after the "Eastern
schismatics." The ban on entering parks and
public transportation in Ustasha-run Zagreb
during WWII listed in very deliberate order:
"Serbs, Jews, Gypsies, and dogs."
But the very worst part came when everyone,
from BBC to AP and Reuters, spoke of
"independent historians" or "most estimates"
that put the number of Jasenovac dead at
100,000; anything above that was dismissed as
claims of "Serb nationalists."
"Independent"
Numbers
Since when are the Simon Wiesenthal Center and
Yad Vashem "Serb nationalists"? The Wiesenthal
center Web site speaks of "600,000" killed,
while Yad Vashem refers to "hundreds of
thousands," obviously suggesting more than
just one. Yes, Serbian researchers are citing
numbers of up to 750,000; but as Nazi envoy
Dr. Hermann Neubacher noted in his memoir, the
Ustasha themselves boasted of killing a
million Serbs altogether, and he thought
750,000 was a more likely number. Granted, not
all were killed in Jasenovac.
But how does claiming this number make Serbian
genocide researchers "nationalists," while
Croatian and other revisionists are described
as "independent"? Independent of what, the
truth?
There is no doubt that genocide took place in
the NDH, nor that the Ustasha had clear
genocidal intent. In 1941, there were 2
million Serbs in territories claimed by the
NDH. In 1991, there were just about as many in
the territories claimed by Croatia and
Bosnia-Herzegovina. Yet the overall population
of Yugoslavia had grown from just over 15
million in 1948 (after the war and genocide)
to 23.5 million in 1991. Facts speak for
themselves.
The Politics
of Genocide
Contrast the dismissive tone of reports about
Jasenovac with reports on Srebrenica, where
the deaths of several thousand Bosnian Muslim
men (claims range from 7,000 to 10,000) have
been termed "genocide" by everyone from the
press to the Hague Inquisition. Any attempt to
question this judgment, based on numerous
factual problems with both the allegations and
the evidence offered, is denounced as
"genocide denial." But the denial of a real,
documented genocide in Croatia is not a
problem!
To understand this paradox, it is necessary to
understand that "genocide" has become above
all a political notion. The mass murder of
Jews at the hands of Hitler's Reich has been
appropriated by the Empire as an argument in
favor of "humanitarian intervention" worldwide
(e.g., Bosnia, Kosovo). The mass murder of
Serbs at the hands of the Ustasha, with the
active involvement of the Catholic Church,
does not fit into Empire's carefully crafted
and nurtured image of Serbs as evil murderers,
and Croats, "Bosnians," and Albanians as their
innocent victims. Politically, it is worse
than useless: it is harmful.
This is why this year's commemoration of
Auschwitz – while appropriate and necessary –
was also turned into a political spectacle,
while the Serb commemoration of Jasenovac has
been shoved down the Memory Hole. This is why
one should expect a media circus this July, on
the 10th anniversary of the "genocide" in
Srebrenica. As readily as 20th century rulers
committed mass murder, 21st century
politicians cry "genocide" to describe the
suffering of officially designated victims,
while actual genocides perpetrated against
those out of grace – our out of sight – remain
unacknowledged.
JRI Calls
on the European Union to Demand Compensation
for Croatia's Holocaust Victims as a
Condition for EU Membership
25 February 2005
President of the European Union
Rue Wiertz
B-1047, Brussels
Belgium
Reference: Croatia’s application for membership
to the
European Union and article 17 of the E.U.
Charter of
Fundamental Rights
25 February 2005
Dear Mr.
President:
I am writing
to you on behalf of a group of Survivors of the Holocaust
in Croatia with whom our organization is working to
obtain financial compensation for their stolen properties in
Croatia.
The names I am
furnishing below represent just a small number of
individuals who were born in Croatia before World War II
and whose families were persecuted, murdered and had
properties confiscated by the Croatian
government for no other
reason but that they were Jewish. The confiscation
of their property by the Croatian government of 1941-1945
was part of a larger planned crime of genocide
perpetrated against all Jews, Serbs and Romas under their
rule.
The names of
the first group of individuals on whose behalf we are
writing are:
Eva Deutsch
Costabel, ( - address given - ) Michael Danon,
( - address given - ) Leonard Danon,
( - address given - ) Otto
Friedmann, ( - address given - ) George Bozo
Radan, ( - address given - ) Ricki Danon
Soltan, ( - address given - )
All of these
individuals are naturalized American citizens and Holocaust
Survivors. In some cases, these individuals hold dual
Croatian and American citizenship. In other cases their
birthright to Croatian citizenship has been denied by the
current government of Croatia. All of the individuals
named have been denied compensation for their property. The
present government of Croatia is deliberately
attempting to dispossess and deprive these and other
victims of World War II Croatian crimes of genocide, and
evade responsibility for such
crimes prior to joining the European Union. In the process
they are engaging in the most extreme forms of Holocaust
denial.
The Croatian
government has adamantly refused either to return the
properties of the above named individuals or
to compensate
them in any way. Legislation passed by the Croatian
government makes it virtually impossible for anyone to
qualify for compensation. Talks with representatives
of the United States on a bilateral agreement to
compensate American citizens (but not their heirs) for
their loss of property have been taking place for years
without result. This agreement would, in any case,
contradict the individual’s right to bequeath property, as
guaranteed by the constitution of the European
Union.
Article 17, of
the European Charter of Fundamental Rights states that:
“The right to
property is a traditional fundamental right in democratic
and liberal societies. It is contained in all national
constitutions and has been established by the jurisprudence
of the Court of Justice.”
“Everyone has
the right to own, use, dispose of and bequeath his
or her lawfully acquired Possessions. No one may deprived
of his or her possessions, except in the public
interest and in the cases and under then
conditions provided for
by law, subject to fair compensations being paid in good
time for their loss. ”
Croatia’s
refusal to come to terms with its past crimes
is in direct
contravention of the laws and practices of the European
Union. To allow Croatia entry in to the
European Union without
forcing it to resolve its longstanding disputes with
its own Holocaust victims would constitute both an in
insult and an injury to these victims as well as a travesty
of immense proportions.
To allow
Croatia’s entry under such conditions would inevitably
harm and undermine the reputation and stature of the E.U.,
for these are claims that will never go away or be
forgotten. They must be settled legally and it
is yours and the
European Union’s responsibility to recognize this
beforehand. I feel certain you will agree.
I urge you to
make the return of properties to the rightful
owners without conditions a mandatory
requirement for Croatia’s
admission to the European Union. In doing so, Croatia
will not only fulfill the requirements of the European Union
constitution but it will also join the rest of the
European community in closing this painful
chapter of its
history.
Sincerely,
(signed)
Barry Lituchy,
National Coordinator Jasenovac
Research Institute
cc.: U.S. Ambassador Edward B. O’Donnell, Jr.
cc.: D. Sprajic, Secretary General, Jewish
Communities
in Croatia
cc.: U.S. Senator Charles Schumer of New York
cc.: U.S. Senator Hilary Clinton of New York
cc.: U.S. Representative Anthony Weiner of New
York
cc.: Claims Conference
Alcune
note sul clerico-nazismo degli ustascia
a cura
di CNJ-onlus
Negli anni
Trenta del Novecento il Regno di Jugoslavia
era strutturato in banovine (contee) che prendevano in
prevalenza il nome dai principali fiumi. Nel
1939, rompendo con il criterio puramente
geografico, fu concesso di creare una banovina Croazia, che
prendeva il territorio di diverse banovine
estendendosi fino al fiume Drina. Nel 1941, con
la aggressione nazifascista, la Jugoslavia
fu smembrata e nei confini della banovina
Croazia fu proclamato il cosiddetto
Stato
Indipendente Croato (Nezavisna Država Hrvatska, NDH)
retto da Ante Pavelic e sostenuto da
Mussolini e Hitler. Inizia così il
"pogrom legalizzato" dei serbi ortodossi che
popolavano da centinaia di anni regioni
della Croazia. L’ordine esplicito fu quello
di “cacciare
un terzo dei serbi, un terzo convertire,
un terzo ammazzare”. Lo Stato degli
ustascia di Pavelic era intimamente legato
alla Chiesa cattolica croata, a capo della
quale era l’arcivescovo Alojzije
Stepinac, descritto come
“L’arcivescovo del genocidio” nel libro di
Marco Aurelio Rivelli (per i riferimenti del
libro, per altra bibliografia in materia e
per numerosa documentazione si veda sopra).
I
simboli degli ustascia: armi e crocefisso
Ante Pavelic
proveniva dall’Erzegovina, inserita nella banovina Hrvatska, come
d'altronde i più grandi nazionalisti
ustascia e come tanti
frati francescani che appoggiavano e
salutavano con il “saluto romano” i gerarchi
ustascia e ne
condividevano i metodi feroci. Un esempio
soltanto è quello di Max Luburic che
quando convertiva un serbo ortodosso metteva
il saio, quando poi lo ammazzava indossava
l’uniforme ustascia, dicendo: “L’anima ti ho
salvato ma il corpo no!” Noti episodi della
ferocia ustascia furono descritti anche
dall'italiano Curzio Malaparte.
La Chiesa
ortodossa fu oggetto di spietata
persecuzione, in linea con la peggiore
tradizione "militante" della Chiesa
romanocattolica che sin dallo scisma del
1054 aveva cercato di annientare
strategicamente lo scisma degli ortodossi,
agendo in particolare verso i Balcani.La politica
genocida ustascia amava definire come Serbi
ortodossi "tutti quelli che si fanno la
croce con tre dita".
Dapprima (1942) nella
Costituzione dello NDH venne imposta la
creazione di una Chiesa ortodossacroata, con nomine di preti ortodossi
obbedienti.
Il decreto
del "Poglavnik" (Duce) Ante Pavelic
che costituiva la “Chiesa ortodossa
croata” (Ustase i
pravoslavlje. Cliccare
sulla immagine per ingrandire)
Poi, nel 1943,
su istruzioni del Segretariato di Stato di
Papa Pio XII, al clero nello NDH fu proibito
di usare il vero nome “ortodosso”, dovendosi
piuttosto usare l'appellativo di Chiesa
“apostata” o “scismatica”.
Un
Decreto ustascia proibì l’uso della
grafìa cirillica. Il prete cattolico
Bozidar Bralo, portavoce degli ustascia di
stanza a Sarajevo, notificò
telefonicamente il Decreto al metropolita
Petar Zimonjic. In quanto disobbediente,
Petar Zimonjic venne poi arrestato,
torturato, rinchiuso nella prigione di
Petrinja, fotografato e registrato con il
numero 29781. Poi fu trasferito nel Campo
concentramento di Kerestinac vicino
Zagabria. Tanti altri preti ortodossi
venivano arrestati, torturati e barbaramente
ammazzati, come ad esempio Platon Jovanovic,
vescovo di Banja Luka, Sava Trlajic, di
Gornji Karlovci, Bogoljub Gakovic, Stanislav
Nasadil, e tanti altri (fonte:
“The Uprooting. A dossier of the
Croatian genocide policy against the serbs",
Ed. Velauto International, London – Belgrade –
New York, 1992). Dopo la
Liberazione (maggio 1945) la
Jugoslavia
processò gli altri prelati
ecclesiastici che erano stati più o
meno direttamente implicati nelle
politiche e nei crimini commessi dai
regimi nazionalisti nei quali era stata
squartata la Jugoslavia sotto il
nazifascismo. Tra questi prelati c'era
anche Alojzije Stepinac, che
però nel frattempo era stato
"promosso" cardinale dal Vaticano. Stepinac
fu condannato alla detenzione, commutata poi
con gli arresti domiciliari nella sua
cittadina natale; durante la pena Stepinac
riceveva in casa anche personaggi di spicco.
L'articolo che
segue e' apparso su "il manifesto" del 3 Ottobre
1998, giorno della beatificazione di Alojzije
Stepinac da parte del papa di Roma:
REVISIONISMO STORICO
L'arcivescovo Stepinac, altro che martire
MARCO AURELIO RIVELLI *
Costituito il 10
aprile 1941 lo Stato Indipendente Croato,
cioè il regime ustascia di Ante
Pavelic, fu immediatamente posta in atto una
mostruosa crociata volta al totale sterminio
dei serbi ortodossi, degli ebrei e dei Rom,
gli zingari. Nel corso di quattro anni vennero
sterminati all'incirca un milione di esseri
umani in una maniera così feroce che
non ha avuto eguali, per le modalità,
in tutto il corso della seconda guerra
mondiale. Se l'atroce sterminio di sei milioni
di ebrei avvenne nel chiuso dei campi, e per i
più la constatazione dell'Olocausto
ebbe luogo solo alla fine del conflitto, i
massacri ustascia furono invece posti in atto
con la maggiore pubblicità di fronte
agli occhi di tutti: nelle strade, nelle
piazze, nelle campagne. I torturatori si
facevano un vanto di essere ripresi dalle
macchine fotografiche nell'atto di uccidere le
vittime. Mentre i vescovi tedeschi sostennero
sempre di essere stati all'oscuro degli
avvenimenti, lo stesso non si può dire
dell'episcopato croato, dell'"Ambasciatore
Vaticano", Monsignor Ramiro Marcone e
dell'Arcivescovo Stepinac. Il numero delle
vittime varia da settecentomila ad un milione.
L'Enciclopedia Britannica riporta
settecentomila, secondo il rapporto redatto
dal Sottosegretario di Stato Usa Stuart
Eizenstadt nel giugno 1998, inerente l'oro
predato alle vittime degli ustascia e nascosto
- secondo il rapporto stesso - in Vaticano,
sono sempre settecentomila, per l'autore si
aggirano intorno al milione. Andrjia
Artukovic, Ministro degli Interni dello Stato
Croato Indipendente e capo di tutti i campi di
sterminio, affermò al suo processo che
nel solo campo di Jasenovac i trucidati furono
settecentomila. L'orrore della crociata
diventa ancora più fosco quando si
considera la partecipazione fisica ai massacri
di centinaia di preti e frati, in particolare
i monaci francescani. Secondo la politica
ustascia, i serbi dovevano essere tutti
convertiti al cattolicesimo. Il Ministro Mile
Budak affermò a proposito dei serbi
"... un terzo lo convertiremo, un terzo lo
uccideremo, un terzo verrà rimandato in
Serbia".
A capo del campo di sterminio di Jasenovac,
vi fu per un certo periodo il frate
francescano, Filipovic-Majstorovic, detto
Frà Satana. Al suo processo si
vantò di aver ucciso oltre quarantamila
prigionieri. Gli successe alla guida del campo
un altro religioso. Nel mio saggio indico i
nomi di circa 160 religiosi, colpevoli di
partecipazione diretta all'eccidio, ma furono
molti di più. Il Resto del Carlino,
quotidiano bolognese, in due articoli del 18 e
22 settembre 1941, in pieno periodo fascista,
pubblicò a firma di Corrado Zoli due
articoli nei quali, inorridito, narrava gli
eccidi commessi dai francescani. Altre
testimonianze oculari, quelle degli
appartenenti all'esercito italiano, la maggior
parte delle quali accessibili a tutti
conservate negli archivi dello Stato Maggiore
- Ufficio Storico.
L'Arcivescovo Alojs Stepinac accolse con
calore l'arrivo di Ante Pavelic, il Poglavnik
(duce), ordinando che fosse cantato il Te Deum
in tutte le chiese dello stato e diffondendo
una lettera pastorale che incitava ad
appoggiare il nuovo Stato perché esso
"... rappresenta la Santa Chiesa Cattolica
...". La Pastorale di totale appoggio al
regime di Pavelic vedeva la luce quando
già le prime notizie di massacri si
erano diffuse e Galeazzo Ciano, Ministro degli
Esteri Italiano e genero del Duce, annotava
nel suo diario, il 28 aprile 1941, "...
spoliazioni, rapine, uccisioni sono all'ordine
del giorno". Il 26 giugno 1941, Ante Pavelic,
che aveva già al suo attivo il massacro
di 180 mila tra serbi ed ebrei, compresi tre
vescovi e oltre cento pope ortodossi,
concedeva udienza all'episcopato cattolico e,
anche in quell'occasione, Stepinac non mancava
di esternare lodi per il Poglavnik come
documentato dai periodici cattolici,
"Katolicki List" e "Hrvatski Narod" del 30
giugno 1941. Da ricordare che il 17 maggio
precedente, Ante Pavelic, accompagnato da 120
ustascia in divisa, era stato ricevuto a Roma
da Papa Pio XII. Alla fine dell'anno,
l'Arcivescovo, che precedentemente con altri
11 religiosi cattolici era stato nominato
deputato al Parlamento Croato, riceve la
carica di capo dei cappellani delle Forze
Ustascia. Più tardi riceverà
anche un'altra onorificenza ustascia.
Superfluo aggiungere che mai condannerà
le efferatezze compiute davanti ai suoi occhi
da individui con i quali per quattro lunghi
anni intratterrà cordiali rapporti.
Nell'aprile del 1945, gli ustascia in fuga
depositano, per ordine di Pavelic, tutti gli
atti e i documenti governativi, oltre ad oro
gioielli e preziosi rubati alle vittime serbe
ed ebree, nell'Arcivescovado di Zagabria, dove
verranno nascosti e scoperti dopo alcuni mesi
dalle autorità del Nuovo Stato
Jugoslavo.
Stepinac non punì mai - naturalmente
in maniera ecclesiastica - i sacerdoti che si
erano resi colpevoli di delitti, non
proibì ai cappellani ustascia di
continuare - quanto meno - ad essere testimoni
di crimini, né vietò alla stampa
cattolica la continua esaltazione del regime e
delle sue leggi, e tanto meno censurò
pubblicamente un regime reo di siffatte
scelleratezze. Qualche apologeta ha scritto in
questi giorni che Stepinac elevò alcune
proteste contro, si badi bene, le
modalità della conversioni ma
non,l'affermo recisamente contro i massacri.
Mi chiedo se, di fronte ad un eccidio di tale
proporzione e nefandezza, per di più
non isolato ma commisto ad infiniti altri si
possa tacere e non esprimere lo sdegno di uomo
di chiesa verso tali assassini. Mi chiedo come
si possa assistere a cerimonie cui presenziano
criminali conclamati e i loro capi senza
rendersi conto di dare con la propria presenza
un sostegno di fatto a quel regime
sanguinario. Da non dimenticare che il
sostegno fu anche dato, dopo la costituzione
del Nuovo Stato Jugoslavo alla fine della
guerra, alle attività clandestine di
terrorismo condotte dagli ustascia che si
erano dati alla macchia e dei quali
benedì, dentro l'Arcivescovado, alcuni
gagliardetti. Infatti, rientrato
clandestinamente a Zagabria l'ex capo della
polizia ustascia, Lisak, al fine di svolgere
un'attività di terrorismo contro la
Federazione, appena composta, l'Arcivescovo lo
nascose nel suo palazzo, come dichiarato
durante il processo dallo stesso Lisak.
Stepinac non fu certamente un martire. Lo
stesso Tito chiese a Monsignor Patrizio
Hurley, rappresentante ufficiale del Vaticano,
di richiamare a Roma l'Arcivescovo, non
desiderando una rottura con la Santa Sede,
altrimenti avrebbe dovuto arrestarlo, come
riportato dall'Unità del 7 novembre
1946 in relazione ad un colloquio fra Tito e
Togliatti.
No. Stepinac non fu un martire. Chi scrive,
pur avendo visionato migliaia di atti, non ne
ha mai trovato uno dove l'Arcivescovo
manifestasse la sua pietà per i tanti
innocenti trucidati, fra i quali i migliaia di
donne e bambini; non ha mai trovato la fiera
condanna del Presule per l'uccisione barbara
dei vescovi e dei preti ortodossi,
nonché dei rabbini: sarebbe stato un
gesto di carità cristiana di amore
verso il prossimo in un contesto dove
imperversava il "Male". No. Questo, Alojis
Stepinac non lo fece. Seguitò le sue
frequentazioni con i criminali, che in
seguito, aiutò a fuggire. Condannato a
sedici anni di carcere, fu posto, dopo quattro
anni di detenzione, agli arresti domiciliari
nel suo paese natale. Morì nel suo
letto. Pochi giorni or sono il Centro Simon
Wiesenthal ha chiesto al Papa di soprassedere
alla beatificazione fino a che non fossero
stati meglio accertati i fatti.
Oggi, a Zagabria, Giovanni Paolo II beatifica
Alojis Stepinac. Nella teologia cattolica, la
santità è il complesso delle
perfezioni morali. Propria di Dio in senso
assoluto, e, in grado diverso, delle persone
che hanno riprodotto in qualche modo la
perfezione divina e che hanno modellato la
loro vita ad imitazione di quella. Non ci
sembra il caso del Cardinale Stepinac.
* Autore di "Le Génocide
occulté, Etat Indépendant de
Croatie 1941-1945", edito in questi giorni
da l'Age d'Homme-Losanna e presentato a
Parigi una settimana fa.
Intervista
a Marco Aurelio Rivelli
(a
cura di Vittorio Bellavite)
Il
suo
volume "L'Arcivescovo del genocidio"(
Milano '99 Kaos edizioni L. 35.000) ha
destato grande scalpore per la
documentazione sul genocidio effettuato
dagli ustascia di Ante Pavelic nei
confronti dei serbo-ortodossi negli anni
'41-'45 con la complicità del
clero cattolico e con l'avvallo del
Card. Stepinac, allora Primate di
Croazia.Cosa l'ha indotto a scrivere di
questo argomento?
Ho
sviluppato la tesi di laurea che ho dato
nel '81 all'Università "la
Sapienza" di Roma. L'argomento allora ed
in seguito mi ha coinvolto moltissimo sia
per la mia passione per gli studi storici
sia perché mi sono reso
progressivamente conto che questo aspetto
della seconda guerra mondiale era tra i
più ignorati nella cultura
occidentale e che questa ignoranza era
inconcepibile per la gravità dei
fatti che sono riuscito a ricostruire.
Ha
avuto qualche sponsor?
No,
ho lavorato da solo. Non sono uno storico
di professione, è l'unico libro che
ho scritto; ho approfittato di miei viaggi
per altre mie attività per
esaminare documenti e cercare
testimonianze dirette in Argentina, in
USA, in Spagna oltre che naturalmente in
Croazia e in Italia. E' un lavoro che
porto avanti da quasi vent'anni. La
bibliografia in calce al libro testimonia
che ho esaminato tutto quanto c'è
in materia e che ho cercato fonti dirette.
Mi ha indotto a rompere gli indugi e a
concludere il libro il documento ufficiale
del Sottosegretario di Stato americano
Stuart E. Eizenstat del giugno '98 che
parla esplicitamente dello sterminio nel
'41-'45 di 700.000 serbi e della
conoscenza che di ciò avevano sia
gli Alleati che il Vaticano.
L'occultamento non è più
possibile. Il documento americano è
stato fatto in occasione delle ricerca
dell'oro trafugato agli ebrei a partire
dalla Conferenza internazionale tenutasi a
Londra nel dicembre '97 su questo
argomento con la partecipazione di 41
paesi.
Perché
il titolo dell'edizione francese
è "Le genocide occulté"?
Perché
si
tratta appunto di un "genocidio
occultato". Non è conosciuto in
Occidente ed è stato trascurato
dalla storiografia ; gli sterminatori
erano fanatici fascisti che impugnavano la
croce ed il pugnale, erano appoggiati da
gran parte del clero cattolico e dai
Vescovi. I militari italiani, pure
fascisti, cercavano di frenarli ; gli
sterminati non erano ebrei ma altri
cristiani giudicati scismatici
perché ortodossi. Il Vaticano
sapeva tutto e tacque. Innumerevoli
segnalazioni giunte da Londra, dagli Usa,
dal governo iugoslavo in esilio con
richiesta di intervento non furono
raccolte dal Vaticano (l'unico a
protestare era il Card. Tisserant, allora
uno dei pochissimi non italiani nella
Curia). Ciò spiega anche in buona
parte la guerra civile scoppiata in
Jugoslavia nel '91.
Anche
all'estero questo genocidio è
occultato?
Mi
sembra di sì. In Jugoslavia
però esiste un'opera monumentale in
parecchi volumi di Milan Bulajic. Questo
storico ha passato la sua vita a
ricostruire il genocidio, villaggio per
villaggio, famiglia per famiglia, campo di
concentramento per campo di
concentramento. Ci sono i nomi, i luoghi,
le date. In Jugoslavia tutti sanno per
esperienza diretta, le notizie passano di
generazione in generazione; si tratta poi
di fatti non ancora troppo lontani. Si
trovano ancora testimoni diretti.
Perché
questa sua ricerca è stata
edita in Francia prima che in Italia?
Non
ho trovato un editore in Italia. Allora
l'editore svizzero-francese "L'age
d'homme" ha tradotto il libro in francese.
A Parigi è stato ben accolto e
presentato dall'ex-ministro Gabriel
Kaspereit con grande affluenza di
pubblico. Finalmente con l'editore "Kaos"
è stato pubblicato anche da noi ed
ora si sta vendendo. Il libro è
stato ripreso in molti articoli, dal
"Corriere della sera" (Ettore Mo) a
"Repubblica" (Marco Politi) al "Giornale",
all' "Osservatore romano", ad altre
pubblicazioni.. Forse l'occultazione del
genocidio non continuerà per
sempre.
La
lettura
del libro è un incubo.
Pensavamo di sapere già il
peggio del peggio con la conoscenza
della Shoà. In che cosa questo
genocidio è diverso da tutto
quello che già sappiamo?
Il
genocidio inizia immediatamente, senza
alcuna organizzazione o preparazione (come
invece avvenne per l'Olocausto
meticolosamente preparato e gestito). Come
gli ustascia si insediano a Zagabria ( a
metà dell'aprile '41 ) inizia il
massacro. e continua per settimane e anni.
I massacri non sono occultati (come invece
cercavano di essere i lager tedeschi) ma
ben noti, visibili, per le strade, nelle
Chiese ortodosse....Non c'erano nazisti
contro ebrei ma fanatici fascisti di
confessione cattolica contro altri
cristiani ma serbi e di osservanza
ortodossa (cioè non dipendenti da
Roma ma dal Patriarcato serbo di Belgrado
e dai loro Vescovi ortodossi croati). In
Croazia il genocidio degli ebrei, che
erano solo novantamila, fu un'appendice di
quello principale e fu sollecitato dai
nazisti. I mussulmani furono lasciati in
pace; non erano "concorrenti", non
facevano proselitismo. Ultima differenza:
lo sterminio avvenne con tale
crudeltà (nei confronti di donne,
bambini, con mutilazioni, accecamenti,
sventramenti.....) da essere un unicum tra
le atrocità della seconda guerra
mondiale e nella storia degli ultimi
secoli. Al confronto le camere a gas erano
un assassinio soft.
Le
truppe italiane assistettero al
massacro passivamente?
No.
Le truppe italiane di occupazione
già nell'agosto del '41 ampliarono
l'area che occupavano dall'Istria e dalla
Dalmazia verso Est di un centinaio di
chilometri, estromettendo del tutto gli
ustascia dove arrivavano. I militari
italiani impedivano i massacri sia per
motivi umanitari sia per prevenire
l'ingrossarsi delle file partigiane che in
quel periodo cominciavano ad organizzarsi
e che raccoglievano i tanti che erano
spinti dalla situazione a passare alla
macchia. I tedeschi che occupavano la
parte orientale della Croazia e la Serbia
lasciavano agire in libertà gli
ustascia. Gli italiani riaprirono le
Chiese ortodosse e ciò
suscitò la reazione di Stepinac
presso i militari italiani.
Ci
fu chi non stette zitto nella Chiesa
cattolica?
Ci
fu il parroco della Chiesa di S.Pietro a
Zagabria che fu condannato a morte da
Pavelic (ebbe poi salva la vita per
l'intervento di Stepinac di cui era stato
"padre spirituale"). Ci fu il Vescovo di
Mostar Alois Misic che denunciò al
Card. Stepinac le violenze degli ustascia
in quanto rendevano difficile una
spontanea conversione degli ortodossi al
cattolicesimo.
Che
possibilità
avevano i serbi di sfuggire al
massacro?
Tutti
i
serbi, compresi i bambini e le donne,
erano a rischio di massacro. Si calcola
che lo sterminio abbia eliminato un
milione di serbi su un totale di due
milioni. L'unica possibilità era la
conversione al cattolicesimo che infatti
in parte avvenne ( si parla di
duecentomila conversioni forzate) La
salvezza con la conversione indica quanto
il genocidio avesse radici nel fanatismo
religioso.
E
le responsabilità di Stepinac?
Partecipò
fin
dai primissimi giorni dopo l'invasione
nazifascista all'accreditamento del regime
ustascia, spesso presenziando alle
manifestazioni del regime; membro del
Parlamento-fantoccio di Pavelic, condivise
l'oltranzismo antiserbo e sostanzialmente
tacque sulle stragi (salvo -pare- in
alcune omelie che non lasciarono traccia
in alcun documento scritto o in alcuna
direttiva al suo clero); condivise la
linea delle conversioni forzate salvo
questionare con gli ustascia su chi
dovesse accettarle e gestirle. Stepinac fu
definito dal noto storico delle democrazie
popolari Francois Fejto " il simbolo
esasperato dello sciovinismo cattolico
croato".
Il
processo fattogli dal regime comunista
fu veramente una farsa?
Volutamente
non
ho scritto niente sul processo. Ho fatto
una ricerca sugli anni '41-'45. Per me
Stepinac deve essere giudicato a partire
da quegli anni e tenendo ben presente
quello che successe, l'efferato genocidio
dei serbo-ortodossi.
Tito
cercò
di fare in modo che Stepinac lasciasse la
Croazia per non processarlo e per non
farne un martire ; il processo infatti si
tenne ben sedici mesi dopo la fine della
guerra.
La
mia ricerca del resto non si occupa solo
di Stepinac ma di tutta la vicenda del
genocidio e della fuga degli ustascia dopo
la sconfitta. Ho contribuito a scoprire "
The rat Channel " (il canale dei topi) con
cui migliaia di criminali nazisti ed
ustascia furono aiutati a fuggire in
Sudamerica. Al centro di questa rete di
complicità e di questo smistamento
c'era il prelato ustascia Mons.
Draganovich ed il Collegio ecclesiastico
di san Girolamo degli Illirici in Via
Tomacelli a Roma.
Jadovno – complex of Croatian Ustasha
camps/execution sites 1941
Jadovno is one of the first, of the most brutal
and most savage camps/execution sites in Europe.
Most of people know some facts about Jasenovac
death camp which lasted several years, about
Auschwitz, Treblinka, but very few know about
the Complex of Ustasha death camps Jadovno 1941.
If they say Auschwitz was a factory of death,
then in the complex of Jadovno execution sites,
death was “dealt by hand, as on a conveyor
belt”.
This complex of Jadovno Ustasha camps consisted
of Jadovno camp and along with it numerous
bottomless pits on Velebit, Gospić camp, camp
Ovčara near Gospić, a camp near Risova Glava,
camp/execution site Slana, camp/execution site
Metajna on the island of Pag, camp/execution
site Stupačinovo near Baške Oštarije and a
collection point for victims at Gospić railway
station. They were formed by state authorities,
Gospić County police administration in April
1941, headed by Ustasha emigrant Jurica Frković
with the help of a part of Catholic clergy and
the cooperation of the state, military and
police authorities who delivered, from all over
the Independent State of Croatia, Serbs and
Jews, Croats and other antifascists, men, women
and children to be destroyed.
This complex of camps/executions sites Jadovno,
already on the second day of the NDH’s
existence, on 11 April 1941, before there was
any resistance to this Nazi creation, is a
beginning of carefully planned and conducted
crime – genocide over the Serbian people and the
Holocaust of the Jews. The Ustashas and their
leader Ante Pavelić wanted to create a pure
Catholic state without the third of its
population, i.e. without the Serbs. This fitted
well into Hitler’s plan. Thousands and thousands
of Serbian victims were an extension of the
Holocaust.
The Ustashas are well-known for their
unimaginable and incomprehensible cruelties
without precedent in modern history. As I was
for years studying and researching original
archival documents of various origin on this
death camp, which lasted for a very short time,
from 11 April to 21 August 1941, and in which
40,123 people were murdered in unbelievable ways
incomprehensible to a normal human mind (38,110
Serbs, 1,998 Jews, 88 Croats, 11 Slovenians, 9
Muslims, 2 Hungarians, 2 Checks, 1 Russian, 1
Romany and 1 Montenegrin), it was not hard for
me to conclude that the Ustashas in their sadism
and cruelty surpassed the Nazis in the Holocaust
and the Young Turks in the genocide over
Armenians. They tortured and murdered with
pleasure and slaughtered with knives members of
their own biological species.
The victims were mostly Serbs and Jews brought
from all over the NDH and the camps were just a
short stop to the execution sites. Those were
located near bottomless pits of Velebit over
which victims were hit on the back of their
heads with mallets, slaughtered with knives,
thrown alive or barely alive headlong into the
abysses of Velebit and thrown into the depths of
the sea with rocks tied to their bodies.
Both German Nazis and Italian Fascists were
shocked by the cruelty of the Ustasha savagery.
They were appalled by Ustashas’ blood thirst.
And for a reason, because there were no such
crimes in the whole of Europe during the Second
World War. German head of defence in Zagreb
Arthur Heffner informed Berlin on 24 April 1942
on terrible Ustasha crimes over Serbs (and their
property), over people who had been living there
from the ancient times. He writes that he could
not believe that most of the priests of the
Catholic Church were heading this Ustasha crime.
He quotes Sarajevo Archbishop Šarić who writes
in a Catholic newspaper in 11 May 1941: “I
visited our Ustashas in North America. I sang
with all my heart our Ustasha hymns with tears
in my eyes. We have always given loyalty and
fealty to Homeland. More Croats! More Catholics!
God and Croats!”, also stating that he was an
Ustasha. Heffner mentions Franciscan monk
Francetić who ordered a primary school teacher
to separate Serbian Orthodox children from the
rest, and then Ustashas murdered them in front
of their teacher and schoolmates (St. Anthony’s
Herald, issue 7-8, pg. 80, 81, 1941). He also
mentions several other Catholic priests with
criminal intentions who gave instructions on how
to cleanse the NDH from Serbs, Jews and Romas.
The truth about the Complex of Croatian Ustasha
Camps Jadovno has been supressed, avoided and
silenced. Evidence of the crime was being
destroyed as soon as the crime was being
committed and after, and humble memorial sites
were destroyed in 1990–1995. The victims took
the truth about the cruelty of Ustasha crimes
with them into the bottomless pits and abysses
and their voice of horror echoed helplessly for
days from the pits of rugged Velebit, executions
sites on the island of Pag and waves of the
Adriatic Sea. Until today, nobody has exhumed
them, counted them or gave them a decent burial.
People used to say “this should not be done for
the sake of brotherhood and unity, let their
bones rest in peace where they are” - uncovered,
uncounted, forgotten in the darkness of
Velebit’s abysses and precipices.
Тhe thing created and legally organised by the
Independent State of Croatia from 1941 to 1945
surpasses with its monstrosity and inhuman urges
towards captive Serbs, Jews and Romany the
animal cruelty of actions taken in death camps
of the Third Reich.
Priredio:
Jovan Mirković, viši kustos Muzeja
žrtava genocida, Beograd
Uz odobrenje autora, preneseno iz
knjige: Dr
Đuro Zatezalo: „JADOVNO Kompleks
ustaških logora 1941. godine“
Summary prepared by: Jovan Mirković,
former responsible of the Museum of
Genocie Victims, Belgrade,
Fron the book by:
Dr Đuro Zatezalo: THE JADOVNO
COMPLEX OF USTASCHA CONCENTRATION
CAMPS 1941
ALTRE NOTIZIE /
NEWS:
L'Austria
è tuttora rifugio dei
peggiori assassini ustascia "The
Sun" del 16 giugno 2008 e poi
"Liberation" del 19 giugno 2008,
sotto il titolo "Babbo nazi va alla
partita", ci parla di tale Georg
Aschner grande amante delle
partite di pallone... infatti questo
nazista, il
cui vero nome è Milivoj
Asner, è stato pescato
da un giornalista inglese durante i
campionati Europei mentre
festeggiava la vittoria croata... Papy nazi va
au match / We find wanted
Nazi at footie http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/6078 www.radioyu.org
-
06.11.2006.
17:01
Il direttore
dell’Istituto Simon Wiesenthal,
Efraim Zurof, ha consegnato a
Gerusalemme, al ministro degli
esteri della Serbia, Vuk
Draskovic, tre dossier sui crimini
di guerra nella Seconda guerra
mondiale. Zurof ha riportato che
si tratta del capo della polizia
di insurrezione in Slavonia,
Milivoje Asner, e degli ex
comandanti dell’insurrezione di
Dubrovnik, Ivo Rojnica e Sandor
Kepir, che durante la Seconda
guerra mondiale, da poliziotti
ungheresi, hanno partecipato ai
crimini di guerra in Vojvodina.
Zurof ha rilevato che è
assolutamente chiaro che queste
persone meritano di essere
arrestate e portate davanti alla
giustizia. Ivo Rojnica si trova a
Buenos Aires, e le autorità
argentine sono disposte ad
estradarlo, se uno stato
chiederà l’estradizione, ha
fatto sapere Zurof. Nel caso di
Ivo Rojnica e di Milivoje Asner,
si tratta di crimini commessi sui
serbi in Croazia durante la
Seconda guerra mondiale,
così che sia la Serbia sia
la Croazia hanno diritto di
chiedere la sua estradizione, ma
questo non può e non
dovrebbe essere fatto senza
Belgrado, ha detto Zurof ed ha
aggiunto che martedì
avrà un colloquio
telefonico al riguardo con il
ministro serbo della giustizia
Zoran Stojkovic. Nel
Consiglio per i rapporti
internazionali a Gerusalemme, il
ministro Draskovic ha tenuto un
discorso sui legami storici fra
gli ebrei e i serbi, soprattutto
sulle loro sofferenze nella
Seconda guerra mondiale, e in
quell’occasione ha detto che i
crimini non devono essere nascosti
né dimenticati...
CROAZIA:CAMPO
CONCENTRAMENTO
CENTRO EUROPEO STUDIO OLOCAUSTO
(ANSA) - ZAGABRIA, 21 DIC - Il memoriale di
Jasenovac, dove nella
Seconda guerra mondiale ci fu il maggiore
campo di concentramento in
Croazia voluto dal regime filonazista degli
ustascia, diventera' il
primo centro di una rete europea per
l'insegnamento sull'Olocausto.
Lo riferisce l'agenzia di stampa 'Hina'.
L'iniziativa del progetto,
ha spiegato la direttrice del centro di
Jasenovac, Natasa Jovicic, e'
partita dall'istituto Yad Vashem di
Gerusalemme che il 27 gennaio
prossimo, in occasione della Giornata
internazionale della memoria
della Shoah, inviera' in Croazia una
delegazione per concretizzare il
programma di cooperazione tra le due
istituzioni. Accanto alla
creazione di una rete europea di memoriali,
di cui Jasenovac dovrebbe
essere punto di partenza, la cooperazione
prevede anche lo scambio di
esperti e la fondazione di un centro di
educazione e di ricerca
sull'Olocausto. ''Con questo progetto
Jasenovac diventera' un centro
di prestigio internazionale nel campo
dell'insegnamento
sull'Olocausto'', ha spiegato Jovicic. A
Jasenovac, secondo recenti
stime di storici, tra il 1941 e il 1945
morirono circa 70.000
persone, tra serbi, ebrei, Rom e croati
antifascisti. (ANSA). COR
21/12/2005 18:33
Appello all'amministrazione
cittadina ed alle autorità croate per
il ripristino della targa con i nomi delle
vittime serbe del massacro ustascia della
chiesa ortodossa di Glina (12-13/5/1941):
From: Vesna Terselic [mailto:vesna.terselic @
documenta.hr]
Sent: Friday, July 29, 2011 1:42 PM
To: 'Documenta'
Subject: Inicijativa za
vracanje vracanje imena Spomen doma u Glini
MEDIJIMA
Cijenjeni, cijenjene,
U lipnju ove godine Documenta i GOLJP
pokrenuli smo inicijativu
za vraćanje imena Spomen doma u Glini i spomen
ploče žrtvama ustaških zločina iz 1941. godine.
Inicijativu je podržao i PEN.
14. lipnja
2011. uputili smo pismo nadležnim
institucijama. Pokušali smo u više
navrata kontaktirati gradonačelnika Gline,
predsjednika gradskog vijeća i Ministarstvo
kulture. Primili smo dopis od Ministarstva
kulture koji je potpisao državni tajnik Zoran
Šikić u kom nas obavještavaju da skrbe
isključivo o obnovi i zaštiti registriranih
spomenika kulturne baštine te nas upućuju na
obraćanje lokalnoj samoupravi u Glini.
Podsjećamo da su uhićenja glinskih Srba počela
su predvečer 11. svibnja 1941. prema unaprijed
pripremljenom popisu. Uhićeni su i neki Hrvati
koji su se opirali odvođenju susjeda ali su
pušteni slijedećeg jutra. Svi Srbi stariji od
15 godina koji su se tih dana zatekli u Glini
smaknuti su od strane ustaša u noći s 12. na
13. svibnja 1941. u selu Prekopi. Od
gotovo 3.000 prijeratnih stanovnika Gline više
je stotina muškaraca ubijenih u tijeku samo
jedne noći.
U hrvatskoj je
javnosti mnogo poznatiji kasniji zločin iz
iste godine počinjen krajem srpnja 1941. u
glinskoj pravoslavnoj crkvi u kom je
pogubljeno više od 600 stanovnika okolnih
sela. Nedugo nakon zločina crkva je
porušena. Materijalni ostaci pravoslavne crkve
su uklonjeni te je na tom mjestu izgrađen Spomen
dom koji je otvoren 1969. godine ispred kojeg je
postavljena skulptura „Majka s djetetom“ kipara
Antuna Augustinčića.
Smatramo da nije bilo primjereno ukloniti spomen
ploču, ni preimenovati Spomen dom izgrađen na
mjestu stradanja nevinih civila u Hrvatski dom.
Smatramo da ti tragični događaji trebaju biti
obilježeni na primjeren način. Tražimo da Gradsko
vijeće Gline u dogovoru s Ministarstvom
kulture usuglase stavova o vanjskom i
unutrašnjem uređenju Spomen doma i njegovom
primjerenom namjenskom korištenju te do
ovogodišnjeg obilježavanja 70. godišnjice
tragedije vrate ime Spomen doma i ponovo
postave spomen ploču.
Danas u petak 29. srpnja u 17.00 će se u Glini
održati komemoracija. Idući tjedan, prije
obljetnice zločina, objaviti ćemo zahtjev za
vraćanjem imena Spomen doma u medijima.
- Krajem srpnja komemoriramo 71.
godišnjicu ustaških zločina u Glini i
okolici. Ovim Priopćenjem želimo
podsjetiti javnost na stanje u kojem se
danas nalaze tamošnja spomen-obilježja i
na neadekvatan tretman tih simbola
stradanja i patnje Glinjana svih
nacionalnosti, pojedinačno daleko najvećim
dijelom srpske, stoji u Priopćenju kojeg
potpisuje Documenta, Građanski odbor za
ljudska prava, Hrvatski P.E.N. Centar,
Srpsko narodno vijeće i VSNM grada Gline
Masovna ubojstva glinskih građana, muškaraca
starijih od 15 godina u svibnju te isto tako
masovni zločin počinjen u glinskoj
srpskopravoslavnoj crkvi Presvete
Bogorodice koncem srpnja, a
najvjerojatnije i početkom kolovoza 1941.
godine, ističu se među mnoštvom drugih
počinjenih 1941. godine.
Žrtva kulturocida bila je i sama crkva, koja
je srušena nakon zločina u kolovozu 1941.
godine. Mjesto zločina prvi je put
memorijalno obilježeno 1969. godine
izgradnjom Spomen-doma, a uređivanje
memorijalnog prostora trajalo je do 1995.
godine, što je na koncu uključivalo i 1.564
imena stradalih na kamenim pločama. U
kolovozu 1995., nakon operacije Oluja,
spomenik je demoliran, ploče su uklonjene, a
Spomen-dom preimenovan u Hrvatski
dom.
Duboko smo uvjereni da se to nije smjelo
dogoditi i da je obveza sviju ljudi u Glini
da se izjasne za vraćanje izvornog imena
memorijalnom objektu i vraćanje spomen-ploča
na njihova izvorna mjesta. Pitanje
kompleksnom preuređenja objekta Spomen-doma
a autentičnim memorijalnim funkcijama u
središtu grada tek nakon toga može i treba
doći na dnevni red u suradnji sa stručnim
službama u Glini, Sisačko-moslavačkoj
županiji i Republici Hrvatskoj.
Mnogo je toga u vezi s tragičnim i
traumatičnim zbivanjima u Glini i široj
okolici 1941. godine do danas nedovoljno
istraženo. Zato je nedavno, od 28. do 30.
lipnja, na inicijativu Odsjeka za povijest
Filozofskog fakulteta u Zagrebu, a u
suradnji s Hrvatskim državnim arhivom,
Documentom - centrom za suočavanje s
prošlošću i Srpskim narodnim vijećem, održan
međunarodni znanstveni kolokvij Što se
uistinu dogodilo u glinskoj pravoslavnoj
crkvi između 29/30. srpnja i 4/5. kolovoza
1941. godine? Svjedočanstva i kultura
sjećanja sa ciljem da doprinese
egzaktnoj identifikaciji činjenica i
kreiranju preduvjeta za kulturu mišljenja
koja će odavati pijetet žrtvama i biti zalog
etnokonfesionalne rekoncilijacije i
humanizacije odnosa među ljudima.
Objavljivanje zbornika radova 2013. godine,
uvjereni smo, značajno će tome doprinijeti.
Najvažniji sljedeći iskorak bi morao biti
učinjen u Glini. Objektu na mjestu
srpskopravoslavne crkve Presvete Bogorodice
treba vratiti njegovo izvorno ime -Spomen-dom,
a ploče s imenima žrtava treba vratiti na
njihova mjesta.
Vesna Teršelič, Documenta –
centar za suočavanje s prošlošću
Zoran Pusić, Građanski odbor za ljudska
prava
Nadežda Čačinovič, Hrvatski P.E.N. Centar
Saša Milošević, Srpsko narodno vijeće
Nikola Miljević, Vijeće srpske nacionalne
manjine grada Gline
Objavljeno: 01.08.2012.