Sul radicalismo islamico armato, fomentato da un quarto di secolo in Bosnia e nel resto dei Balcani per gli interessi della NATO, si veda anche la nostra pagina dedicata: http://www.cnj.it/documentazione/bih.htm

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Jean Toschi Marazzani Visconti

LA PORTA D'INGRESSO DELL'ISLAM
Bosnia Erzegovina: un Paese ingovernabile

prefazione di Paolo Borgognone, postfazione di Manlio Dinucci
Frankfurt: Zambon, 2016
Formato: 14x20,5 cm – 240 pagine – 18,00 € – ISBN 978 88 98582 32 7
zambon@...www.zambon.net

Il 14 dicembre 2015 compiva vent’anni il Trattato di Dayton, firmato a Parigi nel 1995 alla presenza dei massimi rappresentanti delle potenze occidentali. L’accordo metteva così fine a tre anni e mezzo di feroce guerra civile in Bosnia-Erzegovina. L’amministrazione Clinton considerava un grande successo aver fermato il conflitto e creato una nazione composta di tre etnie divise in due entità: la Federazione Croata - musulmana e la Republika Srpska. Però aveva distrutto il multiculturalismo in favore del nazionalismo. 
Oggi la Bosnia Erzegovina è nello stesso stato d’allora, congelata dalla costituzione imposta a Dayton, in uno stato di caos contenuto e di odio. Nel corso degli anni si sono alternati Alti Commissari europei al controllo del paese, ma anche altre nazioni sono intervenute nel delicato equilibrio. La Turchia ha una forte presenza. Ricchi finanziamenti giungono da Iran e Arabia Saudita per costruire moschee e scuole islamiche. Dalle parole di diversi protagonisti della politica locale e internazionale intervistati in queste pagine esce un'imbarazzante realtà.
Un’importante geopolitico francese, il Generale Pierre Marie Gallois, esaminando nel 1997 la politica statunitense in Bosnia-Erzegovina, aveva commentato che era stata aperta all’Islam la porta d’Europa, un paese a tre ore e mezzo d’autostrada da Trieste.

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LA PORTA D’INGRESSO DELL’ISLAM

Recensione al libro edito da Zambon e scritto da Jean Toschi Marazzani Visconti
di David Lifodi
La porta d’ingresso dell’Islam, il libro edito da Zambon e scritto da Jean Toschi Marazzani Visconti (già collaboratrice del manifesto e della rivista di geopolitica Limes), è assai esplicito fin dal suo sottotitolo: Bosnia Erzegovina: un paese ingovernabile. È infatti dalla Bosnia, definito più volte come uno stato artificiale, che è partito un altissimo numero di combattenti arruolati sotto le bandiere nere dell’Isis e, sempre in Bosnia, sono in crescita villaggi trasformatisi in una sorta di comuni dove si vive secondo i più rigidi dettami islamici.
Il viaggio dell’autrice nella polveriera balcanica, caratterizzato da dati, interviste ai principali protagonisti della politica nei territori della ex Jugoslavia e approfondimenti legati al ruolo della Nato, degli Stati Uniti e dell’Occidente nello sfaldamento di quello che una volta era un unico paese multietnico, parte dalla distruzione della Bosnia Erzegovina e della Federazione jugoslava per far posto all’Islam politico. Jean Toschi Marazzani Visconti indica nella nascita di partiti nazionalisti in funzione secessionista anti-jugoslava prima e anti-serba poi lo sgretolamento della Jugoslavia. La tesi esposta nel libro è supportata dalla prefazione di Paolo Borgognone, che evidenzia come gli Stati Uniti avessero elaborato un piano per lo smantellamento politico, economico e sociale della Jugoslavia fin dal 1982, all’epoca della presidenza Reagan. Gli Stati Uniti, e lo stesso Occidente pro-atlantista, prima lavorarono per disgregare la Jugoslavia e poi favorirono la nascita di stati indipendenti incentrati sul più estremo nazionalismo, ad esempio riuscendo a rinverdire quella Grande Croazia indipendente di Ante Pavelić costituita dai nazisti nel 1941. In questo contesto, gli Stati Uniti riconoscevano la Bosnia-Erzegovina allo scopo di trasformarla in protettorato occidentale, nota ancora Borgognone nella prefazione, favorendo così le mire di Alija Izetbegović per la nascita di uno stato musulmano. Sono queste le premesse da cui deriva la penetrazione islamista nei Balcani, rafforzata, secondo il geopolitico serbo Dragoš Kalajić, dal desiderio di Washington di creare una rete di stati islamici dal Golfo Persico al Mar Adriatico in funzione antislava e antirussa. Di conseguenza, spiega Jean Toschi Marazzani Visconti, “non si può parlare di Bosnia Erzegovina senza considerare la storia della nascita e fine della Federazione delle Repubbliche Socialiste di Jugoslavia”. La nuova Federazione jugoslava, composta esclusivamente da Serbia e Montenegro a seguito del dissolvimento (pilotato da Stati Uniti e Occidente) della Jugoslavia socialista, sperava comunque di salvare la Jugoslavia in qualità di confederazione di stati, ma la Dichiarazione islamica di Alija  Izetbegović, che auspicava appunto una “grande Federazione islamica dal Marocco all’Indonesia”, faceva capire quale avrebbe dovuto essere il futuro della Bosnia Erzegovina. “La sua dichiarazione”, osserva Jean Toschi Marazzani Visconti, “alla luce dei programmi del Califfato, assume il valore di una profezia o di un piano prestabilito in corso di attuazione”. Oggi la Bosnia Erzegovina, la cui configurazione attuale deriva dai controversi accordi di Dayton (1995), è suddivisa nella Republika Srpska (ad ampia maggioranza serba) e nella Federazione di Bosnia Erzegovina, a prevalenza musulmana. È proprio qui, secondo l’autrice, che nei cantoni della Federazione a prevalenza musulmana, si registrano cospicue infiltrazioni islamiche soprattutto attraverso le ong, secondo quanto testimonia Giorgio Blais, generale degli Alpini in congedo  e direttore del Centro regionale di Banja Luka  nella missione Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa). Intervistato da Jean Toschi Marazzani Visconti, il generale precisa: “Le ong disponevano di cospicui finanziamenti e sostenevano la ricostruzione delle moschee distrutte  durante la guerra e la costruzione di madrase, le scuole islamiche per l’insegnamento del Corano. Prima del mio arrivo in Bosnia, sotto la copertura di ong, veniva effettuata attività di reclutamento e addestramento per terroristi. Mentre l’addestramento non viene più praticato, non posso escludere che il reclutamento venga ancora effettuato”. Tutti gli attori sociali e politici intervistati dall’autrice, compresi i rappresentanti delle principali religioni, concordano su un aspetto, quello della convivenza pacifica, prima dello scoppio della guerra civile. Sono indicative, a questo proposito, le parole del vescovo cattolico Franjo Komarca. “Questa non è stata una guerra domestica, ma voluta a livello internazionale. Era il seguito della prima e della seconda guerra mondiale fra Oriente e Occidente. Le popolazioni hanno subito. Tutto è stato deciso a Washington, Bruxelles e Bonn. Quest’area è stata selezionata come poligono per una sporchissima operazione”. Komarca insiste: “La Bosnia Erzegovina è un semi protettorato. Gli amministratori sembrano avere tutti i diritti, ma non i doveri”. Del resto, nelle tante interviste raccolte da  Jean Toschi Marazzani Visconti, ricorrono le dichiarazioni in cui si accusa l’Occidente di aver distrutto quella coesistenza e quella fratellanza tra le etnie che si era creata durante l’epoca della Jugoslavia socialista.
Il viaggio dell’autrice in Bosnia Erzegovina è all’insegna del disincanto. Rispetto a venti anni fa, all’epoca della guerra civile, le strade non sono più coperte di bossoli e pallottole, la maggior parte dei ponti e dei palazzi non è sbrecciata o distrutta, ma, spiega  Jean Toschi Marazzani Visconti, basta parlare con le persone per capire che la normalità è solo apparente, il rancore è tangibile e che ci sono degli abissi tra gli abitanti del paese nonostante si possa passare senza problemi da un territorio all’altro. Fino ad ora non è stata promossa alcuna politica pacificatrice né è stato fatto niente per ricostruire una cultura multietnica: “C’è la pace”, conclude l’autrice, “ma non nella popolazione, dalla scenografia elegiaca del paese potrebbero scaturire nuovamente, per una sciocchezza qualsiasi, l’odio e la rabbia che covano”.