Nell'anniversario della strage di Vergarolla, un nuovo approfondimento a cura di Claudia Cernigoi


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La Nuova Alabarda, domenica 19 agosto 2018


VERGAROLLA, 18 AGOSTO 1946
Parliamo della strage di Vergarolla, che provocò un centinaio di morti ed un numero imprecisato di feriti tra i partecipanti ad una festa popolare[1], iniziando dai ricordi dell’ex agente della Decima Mas Maria Pasquinelli[2]. Scrive Turcinovich:
«Ricorda Vergarolla? Certo che ricorda, posa la fronte sul palmo della mano: ci dovevo essere anch’io, ci andavo spesso, ma scelsi una spiaggia diversa proprio in quel giorno, fu terribile»[3].
Quel giorno, il 18/8/46 a Vergarolla il circolo canottieri Pietas Julia di Pola aveva organizzato una festa sportiva popolare che prevedeva, oltre alle gare di canottaggio, chioschi gastronomici ed intrattenimenti. E proprio in quel giorno (leggiamo in un articolo di Lino Vivoda) il padre della futura esule Marina Rangan si impuntò per non andare a Vergarolla: «remava mio padre perché aveva deciso che si andava a fare il bagno proprio lì e non a Vergarolla con il barcone pieno di gente, come avrebbe voluto mia madre. Normalmente lui l’accontentava sempre, per il quieto vivere, invece quella volta si impuntò, forse per un provvidenziale sesto senso»[4].
Curiose queste forme di telepatia preammonitrice, considerando anche che «l’annuncio della riunione», come scrive Lino Vivoda, «venne pubblicato per parecchi giorni sul quotidiano locale italiano (…) come un implicito appello per la partecipazione in massa», perché «ormai qualsiasi occasione di pubblica riunione era diventata per la cittadinanza motivo di corale dimostrazione d’italianità». Ciononostante la patriota Pasquinelli proprio quel giorno disertò la spiaggia di Vergarolla, spiaggia sulla quale «giacevano accatastate ventotto mine marittime, residuato di guerra, prive di detonatori ma non vuotate dell’esplosivo in esse contenuto. Nottetempo quel deposito di morte fu riattivato da emissari criminali, giunti da fuori città, con l’inserimento di detonatori collegati ad un congegno per il comando a distanza dello scoppio»[5]. E le mine scoppiarono, poco dopo le 14, provocando una strage.
Nei fatti, nel corso della bonifica del porto, sulla spiaggia erano state ammassate le mine (di fabbricazione tedesca e francese, contenenti tritolo) che erano state raccolte e disinnescate da artificieri provenienti dal Comando Marina di Venezia comandati dal capitano Raiola che dichiarò successivamente che i lavori di disinnesco e controllo erano stati condotti da tre squadre, e che «era materialmente impossibile che avvenisse l’esplosione delle mine, perché il tritolo (…) sarebbe esploso solo con l’innesco di un detonatore»[6].
E questo detonatore sarebbe stato collegato ad un congegno per il comando a distanza, del quale avrebbe denunciato la presenza, in una cava vicino alla spiaggia, il poeta e futuro esule Giuseppe Bepi Nider, già ufficiale dell’esercito italiano ed all’epoca membro dell’API (Associazione Partigiani Italiani, cui era iscritto anche quel Mario Merni, che a proposito di Maria Pasquinelli dichiarò: «Veniva spesso a rincuorarci, garantiva il suo aiuto e ci parlava di un “colpo di stato caldo”»[7]), che si era recato in sopralluogo subito dopo l’esplosione assieme ad un maggiore inglese della FSS. Nider avrebbe anche fatto notare all’ufficiale «le tracce indicanti apparati per l’innesco di apparecchiature per il contatto che comandava a distanza lo scoppio di detonatori», aggiungendo che tali inneschi sarebbero stati «uguali a quelli che usavano nelle miniere dell’Arsa»[8].
Tali circostanze sarebbero state confermate anche da altre testimonianze, come quella di Claudio Bronzin, undicenne all’epoca, che così racconta «ho sentito nitidamente una detonazione (tipo colpo di fucile), secca ed unica (…) ho visto innalzarsi una immensa colonna di fuoco che è durata qualche secondo prima di diventare fumo. L’immane e terrificante boato dell’esplosione è arrivato dopo l’innalzarsi della colonna di fuoco»[9].
Secondo il testimone, quindi «è certo che le mine sono saltate in aria dopo una frazione di secondo dalla prima detonazione»: e Bronzin paragona i tempi di questa esplosione a quelli da lui sentiti quando era militare e gli artificieri, per far scoppiare gli ordigni inesplosi «mettevano una piccola carica (detonatore) addosso all’ordigno e nello scoppio i colpi, intervallati da una frazione di secondo, erano due».
Bronzin riporta inoltre la testimonianza della zia Rosmunda Bronzin Trani, che rimase ferita nell’esplosione: ella dichiarò di avere visto nella mattina del 18 agosto «un uomo vestito bene, di grigio» stendere un «filo» attraverso la pineta, filo che poi aveva tagliato con un coltello, e «lo ha aggiuntato in più punti», cioè avrebbe eseguito «la classica operazione degli elettricisti che spellano il terminale del filo elettrico per poi aggiuntarlo». Bronzin, che specifica che la zia rese più volte questa testimonianza agli inquirenti e continuò a parlarne in famiglia, conclude che l’uomo vestito di grigio avrebbe fatto il collegamento della linea per il comando a distanza, e lo scoppio si sarebbe verificato dopo che si era allontanato. E tale persona, aggiungeva la teste, «non le era una faccia nuova», quindi il nipote giunge alla conclusione che doveva essere di Pola.
Considerato lo stato di choc in cui versò la sopravvissuta alla strage, si può anche dubitare dell’attendibilità di tale testimonianza, perché è difficile pensare ad un dinamitardo che prepara l’attentato in pieno giorno ed in presenza di altre persone, che potrebbero anche conoscerlo (e se era conosciuto dalla zia Rosmunda, si può ipotizzare anche che avrebbe potuto essere un polesano della comunità italiana)..
Un altro uomo “sospetto” fu segnalato invece da Gino Salvador, che avrebbe visto «un tale a bordo d’una barchetta di idrovolante» approdare dopo le dieci del mattino del 18 agosto alla banchina del cantiere navale E. Lonzar, sulla via Fisella». Salvador gli disse che l’approdo era proibito, e questi «rispose che doveva recarsi nelle vicinanze e che non avrebbe tardato a prendere il largo»; il teste aggiunge di avergli chiesto da dove giungesse «con quel mezzo acquatico e mi rispose dall’isola di Brioni. Era di statura media, colorito bruno, capelli neri ricciuti, vestiva pantaloni di tela blu»[10].
Ricordiamo che nell’isola di Brioni, che si trova di fronte allo sbocco a mare di Pola, durante la guerra ebbe sede la Base Est dei mezzi d’assalto della Decima Mas, comandata dal sottotenente di vascello Sergio Nesi.
Infine citiamo da un articolo di stampa piuttosto recente: «Sono da poco passate le due. Un grido improvviso: Scampè, scampè che s’ciopa! D’istinto, molti scattarono in piedi. Nello stesso istante, fu l’inferno. Ore 14,10»[11].
Se il fatto fosse vero, vuol dire che l’attentatore avrebbe avvisato la gente del pericolo. Ma è veramente accaduto così, oppure la giornalista ha arricchito il suo articolo di particolari inventati per aumentare il pathos della narrazione?
Questi dunque i dati che abbiamo raccolto, peraltro contraddittori. La prima domanda che sorge spontanea è questa: perché gli organizzatori della festa popolare avevano scelto proprio la spiaggia accanto al cumulo di mine, sia pure disinnescate, per radunare tante persone? E perché le autorità alleate avevano permesso questa iniziativa, che, pur essendo recintato il cumulo di mine, poteva in ogni caso rivelarsi pericolosa per l’incolumità delle persone che si trovavano nei paraggi?
L’esplosione avvenne intorno alle 14, ma le persone “sospette” avvistate dai testi Rosmunda Bronzin Trani e Gino Salvador si sarebbero trovate sul posto “al mattino” (e la prima specifica che l’esplosione sarebbe avvenuta dopo che l’uomo vestito di grigio si era allontanato). Invece Vivoda (senza notare la contraddizione con le deposizioni da lui stesso trascritte) scrive che il congegno a distanza sarebbe stato attivato “nottetempo”, cosa che ci pare più plausibile, rispetto a quanto descritto da Rosmunda Bronzin.
Aggiungiamo le dichiarazioni dello studioso Fabio Fontanot, cioè che del problema dell’innesco avrebbe parlato anche il generale Antonio Usmiani, evidenziando che le modalità di innesco di questo tipo di mine erano conosciute solo da coloro che le avevano in uso: militari francesi ed inglesi e della Decima Mas[12]. Eliminando i francesi (che non erano presenti), sospendendo il giudizio sugli inglesi (che amministrando la zona potevano e non potevano avere interesse a creare una tensione di questo tipo), va ricordato che un anno prima, il 26/9/45, il Comando Marina Alleato di Venezia aveva assunto per il proprio Centro esperienze 18 ex membri della Decima Mas del gruppo Gamma (gli uomini rana specializzati nel piazzare mine marittime sotto le navi nemiche), tra i quali lo stesso comandante Eugenio Wolk, per affidare loro il compito di bonificare il porto di Venezia[13]. Non abbiamo dati per ritenere che gli stessi bonificatori di Venezia siano poi stati inviati a bonificare anche Pola, ma sembra che Usmiani abbia anche fatto cenno ad un «ufficiale della Decima passato ai partigiani» nella zona di Pola[14].
Ci furono naturalmente varie inchieste, che però non approdarono a nulla di definitivo. Negli anni, pur in assenza di prove od indizi, la responsabilità dell’eccidio fu attribuita dalla propaganda nazionalista italiana (poi assimilata non solo dal comune sentire ma anche da alcuni storici) alla Jugoslavia per mano dell’OZNA: ad esempio lo storico Raoul Pupo scrive che tale strage avrebbe scatenato l’Esodo dall’Istria e che «le responsabilità» della strage non furono mai chiarite, ma «l’effetto è assolutamente chiaro», cioè avrebbe terrorizzato la popolazione italiana e sarebbe stata una delle cause scatenanti dell’esodo degli italiani[15].
Ma se, come si legge in varie pubblicazioni, il 26/7/46 (tre settimane prima della strage di Vergarolla) il CLN di Pola «aveva raccolto 9.496 dichiarazioni familiari scritte, per conto di 28.058 abitanti su un totale di 31.000, di voler abbandonare la città se questa dovesse venir assegnata alla Jugoslavia»[16], quale motivo avrebbero avuto gli Jugoslavi di “terrorizzare” la popolazione italiana per farla andare via, considerando che la maggioranza aveva comunque già deciso di andarsene[17]? Aggiungiamo inoltre che il lavoro di Maria Pasquinelli a Pola sarebbe stato proprio finalizzato a far andar via gli italiani, già da prima della strage di Vergarolla, lavoro a causa del quale la donna temeva per la propria vita, volendo prestare fede alle affermazioni dell’ex deputata di Forza Italia ed esule istriana Antonietta Marucci Vascon che ha riferito quanto le avrebbe detto l’ex marito, il cineoperatore Gianni Alberto Vitrotti[18]. Se l’interesse della Jugoslavia fosse stato far andare via gli italiani, perché avrebbero dovuto boicottare il lavoro di Pasquinelli? O forse il lavoro dell’ex agente della Decima consisteva in altro?
Torniamo al secondo articolo di Vivoda nel quale leggiamo che nel 53° anniversario della strage (quindi nel 1999), il giornalista croato David Fištrović aveva pubblicato sul quotidiano Glas Istre di Pola, tre articoli sull’argomento, basati in parte sul libro dello stesso Vivoda, ed aveva anche parlato di una «ritrovata lettera d’addio scritta da un polese che si è suicidato e con la quale si scusa? si giustifica? per l’esplosione, ma sottolinea che tutto quello che ha fatto lo ha fatto su ordine di Albona». Ed è qui che si inserisce il particolare prima citato dei detonatori «uguali a quelli dell’Arsa»: perché «ad Albona dove c’erano le miniere si trovava la sede principale dell’organizzazione polese titina».
Vivoda pertanto prese contatto con il giornalista croato, che «sapeva il nome di uno degli attentatori di Vergarolla! E mi disse il nome: Ivan (Nini) Brljafa». Più avanti Vivoda scrive che «altre dicerie di rimasti a Pola, sebbene reticenti» lo avrebbero convinto della partecipazione di Brljafa all’attentato, e gli avrebbero anche detto «i nomi di altri presunti componenti», ma, dato che Vivoda non cita né le fonti di quelle che egli stesso definisce “dicerie”, né i nomi degli altri “presunti componenti”, il tutto può essere considerato nulla più che chiacchiere e pettegolezzi.
Tornando al biglietto del suicida, Fištrović confermò a Vivoda «di aver visto personalmente il biglietto nel quale il personaggio in argomento, prima di suicidarsi, aveva lasciato scritta la confessione. La lettera era in possesso di una parente del suicida». A questo punto Vivoda, consultatosi con alcuni amici, decise di comperare quel biglietto, cosa possibile secondo Fištrović, al quale «avevano detto che sarei dovuto recarmi da solo in un luogo che mi sarebbe stato indicato successivamente». Pertanto Vivoda medita «se valeva la pena rischiare. Il suicida in questione era uno dell’OZNA, per la quale aveva collaborato all’attentato. Mi ricordavo che l’ing. Onorato Mazzaroli, con un tranello chiamato dall’OZNA a Peroi per presentare un suo progetto di autonomia dell’Istria, era sparito senza lasciare più traccia, nonostante Rodolfo Manzin, col quale s’era confidato, l’avesse messo in guardia sconsigliandolo dal recarsi all’appuntamento. Non fidandomi dunque della gente con cui avrei dovuto trattare, rinunciai all’appuntamento per l’acquisto del biglietto»[19].
Abbiamo cercato di ricostruire la “scomparsa” di Onorato Mazzaroli (zio del futuro generale e sindaco del “libero comune in esilio di Pola” Silvio Mazzaroli), e trovato quanto segue: Mazzaroli, «invitato ad un incontro con esponenti slavo-comunisti per discutere della collaborazione italo-jugoslava il 10/8/44 fu catturato e fatto scomparire»[20]. Le motivazioni addotte da Vivoda per non acquistare il biglietto ci sembrano pertanto del tutto inconsistenti, se consideriamo innanzitutto che la scomparsa di Mazzaroli avvenne durante la guerra; e che nel 1999, quando ormai la Croazia indipendente era governata dalla destra di Tudjman, l’OZNA era sciolta da decenni, l’UDBA (che l’aveva sostituita) era crollata con il crollo della Jugoslavia ed a 36 anni dalla morte del presunto colpevole, quale pericolo poteva ancora rappresentare “l’OZNA” per un giornalista che voleva fare chiarezza su fatti di mezzo secolo prima?
Oltre alla questione del biglietto, che fa molto spy-story ma non sembra avere alcun riscontro concreto, è strana anche la questione degli inneschi delle mine navali, che non dovrebbero essere compatibili con quelli che si usano nelle miniere (e qui ricordiamo le parole di Usmiani a proposito di chi poteva essere in grado, tecnicamente, di lavorare con quelle mine specifiche). Però, pur non essendo noi artificieri specializzati in materia, da quanto siamo riusciti a capire, stante che le mine navali esplodono a contatto, e possono esplodere anche “per simpatia” nel caso in cui vicino ad esse esploda un altro ordigno, forse non ha tanto senso andare a cercare chi poteva essere in grado di re-innescare le mine, dato che la cosa più semplice da fare sarebbe stato posizionare un altro ordigno, di qualunque tipo, da far esplodere con il comando a distanza di cui si è tanto parlato: per simpatia sarebbero esplose poi tutte le mine, con il risultato che si è visto (ma allora si sarebbero sentito solo le due esplosioni descritte dall’allora undicenne Bronzin, o dovrebbero essere state di più?)
Parliamo infine di quel documento dei servizi britannici che viene citato dai divulgatori a prova della “responsabilità dell’OZNA” in questo attentato e che è stato rintracciato dal ricercatore Mario Josè Cereghino negli archivi londinesi di Kew Gardens. Si tratta di una informativa che riferisce che a Trieste si dice che «uno dei sabotatori» di Vergarolla sarebbe stato «Kovacich Giuseppe, uno specialista in azioni terroristiche nonché responsabile di numerosi delitti», che «in passato era solito recarsi in macchina da Fiume a Trieste tre volte alla settimana», che «lavorava per l’OZNA» e che «dopo l’attentato di Vergarolla non si è più fatto vedere in città». Tali informazioni sarebbero state fornite «da una fonte attendibile del controspionaggio»[21]. Consideriamo però innanzitutto che un’informativa di per se stessa non costituisce una prova certa, ma solo il rapporto di quanto riferito da qualcuno; che non sono stati resi noti altri documenti a conferma, che questo Kovacich non è neppure stato chiaramente identificato (precisiamo che il nome di Giuseppe Kovacich è comune quasi quanto quello di Mario Rossi); e la fonte che ha riferito le voci che corrono a Trieste è l’italiano 808° Battaglione del Controspionaggio[22], una struttura creata dal SIM badogliano durante il conflitto e poi rimasta in funzione anche negli anni seguenti, posta però sotto il diretto controllo dell’allora OSS[23]. Dal ricercatore Gaetano Dato apprendiamo un particolare importante: dal febbraio del 1946 quella parte del personale ex SID, cioè gli agenti segreti della Repubblica di Salò che durante la guerra avevano collaborato con gli Alleati «nei gruppi come il Nemo» poterono prendere servizio nei Carabinieri, nello specifico nell’808° battaglione e nell’Ufficio I[24].
In sintesi, le informazioni sulle “voci” (e ribadiamo che solo di “voci” si tratta) circolanti a Trieste in merito al presunto responsabile di Vergarolla sarebbero state fornite ai servizi britannici da servizi italiani controllati dai servizi statunitensi.
Concludiamo questo capitolo considerando, oltre ai dubbi sollevati da Usmiani su chi avesse la possibilità reale di innescare nuovamente le mine ammassate in spiaggia, che gli Jugoslavi, impegnati all’epoca a Parigi a far valere le proprie ragioni in merito ai crimini commessi durante l’occupazione nazifascista delle loro terre, non avrebbero tratto politicamente profitto per avere messo in atto un’azione abietta come una strage di civili. Mentre ricordiamo che chi affermò che non era il caso di temere di dovere “spargere del sangue” era stato l’esponente del CLN istriano Rusich, in una riunione del maggio 1946[25].
[1] Il numero esatto delle vittime non fu mai definito.
[2] Maria Pasquinelli è passata alla storia in quanto il 10/2/47, giorno della firma del trattato di pace, assassinò il generale Robin De Winton come “protesta” per il fatto che l’Istria veniva assegnata alla Jugoslavia. Condannata a morte, la pena fu commutata in ergastolo; mandata in Italia per espiare la pena, la donna fu graziata da Cesare Merzagora nel semestre in cui questi ricoprì la carica di Presidente della Repubblica supplente per il malore che aveva colto il presidente Antonio Segni nell’ambito delle discussioni dei giorni in cui l’Italia rischiava un colpo di stato (il “piano Solo”). Si veda C. Cernigoi, “Dossier Maria Pasquinelli”, in http://www.diecifebbraio.info/tag/maria-pasquinelli/ .
[3] Rosanna Turcinovich, “La giustizia secondo Maria”, Del Bianco 2008, p. 40.
[4] Lino Vivoda (esponente dell’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia) su L’Arena di Pola, 19/8/12. Vivoda ha pubblicato nel 1989 un libro (“L’esodo da Pola. Agonia e morte di una città italiana”, Castelvetro) ed ha scritto due articoli sull’argomento, da cui abbiamo tratto i dati che riportiamo.
[5] Ogni volta che ci troviamo davanti ad una descrizione così circostanziata di come sarebbero avvenuti i fatti, ci domandiamo se chi scrive sia più informato di quanto voglia far credere: nella fattispecie, come fa Vivoda ad essere così sicuro che gli autori dell’attentato erano «giunti nottetempo da fuori città» ed avevano ricollocato i detonatori originali?
[6] Vivoda non specifica il nome del capitano Raiola, ma in altro articolo scrive che era il padre «del giornalista Giulio»: Giulio Raiola, scrittore di fantascienza, e autore di articoli sulla Decima Mas, fece parte della “corrente evoliana dei Figli del Sole” del MSI.
[7] Carla Mocavero, “La donna che uccise il generale”, Ibiskos 2012, p. 194.
[8] Tale particolare è riportato solo nel secondo articolo di Vivoda, “Vergarolla strage titoista” (http://www.arenadipola.it/index.php?option=com_content&task=view&id=753&Itemid=2). Dal racconto sembra che Nider sia andato a colpo sicuro alla cava per mostrare gli inneschi agli ufficiali britannici.
[9] Claudio Bronzin, “Bieco telo di ipotesi false per cercare di coprire le precise responsabilità della strage. Prove e testimonianze sull’eccidio di Vergarolla”, L’Arena di Pola, 18/11/96, citato da Lino Vivoda in
[10] Gino Salvador, L’Arena di Pola, 19/10/96.
[11] Scappate, scappate che scoppia!, Carla Rotta, La Voce del popolo, 5/4/08.
[12] Intervista rilasciata all’autrice, 16 agosto 2012. Ricordiamo che Usmiani era un agente dell’OSS molto stimato dal capo, James Jesus Angleton.
[13] Documento firmato dal colonnello del SIM Pompeo Agrifoglio, in qualità di dirigente dello Stato Maggiore dell’Esercito, che conclude asserendo che i 18 Gamma erano da considerarsi da quel momento «immuni da qualsiasi responsabilità per l’attività da essi finora svolta» (https://casarrubea.wordpress.com/2009/12/13/discriminati-e-immuni/).
[14] Ricordiamo che nel CLN triestino si erano inseriti diversi membri della Decima, tra i quali il futuro campione di vela Agostino Straulino, che aveva fatto parte dei Gamma.
[15] Sul Piccolo del 17/8/06.
[16] Carla Rotta, La Voce del Popolo, 5/4/08.
[17] Accenniamo brevemente al fatto che in quel periodo era in atto una campagna stampa rivolta ai cittadini istriani di etnia italiana per farli venire in Italia, basata sia sul terrorismo psicologico (la paura delle “foibe” e degli espropri che sarebbero stati operati dai “comunisti”), sia sul miraggio di una vita più agiata e di privilegi di cui avrebbero goduto una volta lasciata la Jugoslavia.
[18] Intervento di A. Vascon nel corso di un dibattito su Maria Pasquinelli svoltosi nella sede della Lega Nazionale di Trieste, 8/2/13. Vitrotti si trovava a Pola nell’estate del ‘46 per conto del MAE a monitorare l’inizio dell’esodo in previsione della firma del Trattato di pace che avrebbe assegnato la città alla Jugoslavia, ma nello stesso periodo (13/8/46) aveva operato le riprese dei recuperi di salme dalla “foiba” di Gropada-Orlek nel Carso triestino. Aggiungiamo che Vitrotti, «come titolare dell’agenzia Trieste Pictorial News era accreditato presso il GMA e in qualità di operatore ufficiale era incaricato dal Public Information Office di eseguire servizi fotografici e cinematografici»; nonostante questi accrediti fu arrestato nel 1947 ed in seguito espulso dal TLT «per avere ripreso avvenimenti a dispetto dei divieti alleati» e poté rientrare solo «grazie al diretto interessamento dell’ambasciatore americano» (P. Spirito, “Trieste a stelle e strisce”, MSG Press Trieste 1995, p. 155). Nel dopoguerra lavorò alla RAI di Trieste; è deceduto nel 2009.
[19] L. Vivoda, “Vergarolla strage titoista”, art. cit.
[20] L. Papo, “Albo d’Oro”, Lega Nazionale 1995.
[21] “Sabotage in Pola”, informativa d.d 19/12/46 n. 204/12765, pubblicata in F.. Amodeo e M. J. Cereghino “Trieste e il confine orientale tra guerra e dopoguerra” vol. 3, Trieste 2008, p. 64.
[22] Così scrive Pietro Spirito ne “Gli archivi inglesi rivelano: la strage di Vergarolla voluta dagli agenti di Tito”, Il Piccolo, 9/3/08.
[23] Ricordando che il SIM badogliano fu organizzato da quel Pompeo Agrifoglio che firmò il citato documento di “immunità” per i Gamma della Decima Mas, riprendiamo da un articolo di Casarrubea un elenco di «uomini che dipendevano direttamente» da James Jesus Angleton (il dirigente dell’OSS che aveva operato il salvataggio di Junio Valerio Borghese ed organizzato il riciclaggio di fascisti nelle istituzioni post-belliche, sia italiane che tedesche): «Reali Carabinieri, 808° battaglione dell’Esercito addetto al controspionaggio, Marina Italiana, agenti speciali spediti in Sicilia dall’OSS…» (cfr http://www.cittanuove-corleone.it/Casarrubea,%20perch%E9%20ricordare%20Portella.htm). L’elenco dei componenti l’808° Battaglione si trova in http://casarrubea.wordpress.com/2008/07/09/rapporto-del-controspionaggio-italiano-1946/.
[24] G. Dato, Vergarolla, LEG 2014, p. 143, che cita una lettera del Capitano Morris, ufficiale di collegamento angloamericano presso l’Ufficio I UK NA WO 204-12380 inviata al comando di Caserta, 25/1/46.
[25] R. Turcinovich, op. cit., p. 120.

Claudia Cernigoi, agosto 2018