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Ottobre 1944: i giovanissimi combattenti che, nelle file della Seconda Brigata Proletaria, hanno preso parte ai combattimenti per la liberazione di Belgrado, posano soddisfatti per la foto-ricordo (dal libro: Pokret!, di A. Clementi, ed. ANPI Roma, 1989)

P A R T I G I A N I !

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Fonte: https://www.wumingfoundation.com/giap/2019/01/partigiani-migranti/

 

Partigiani migranti. La Resistenza internazionalista contro il fascismo italiano 

 

di Wu Ming 2, 15.01.2019

 

Qualche settimana fa, poco prima di Natale, l’account twitter dell’ANPI Brescia ha segnalato l’ennesimo tentativo di ridurre la Resistenza italiana a un movimento patriottico, bianco e nazionalista.
Ancora una volta, ci è toccato leggere frasi di questo genere: «A coloro che accostano i #migranti ai #partigiani e che cantano #bellaciao faccio notare che i VERI partigiani (non i #sinistri che s’atteggiano dell’#anpi) combattevano per difendere la propria patria!!! E combattevano contro “l’invasor” ovvero lo straniero! E non scappavano!!!»
Giustamente l’ANPI Brescia ha risposto: «I partigiani combattevano contro i fascisti, italiani e stranieri, per la liberazione dell’Italia dalla dittatura, e i migranti di allora, cioè le persone costrette a lasciare il loro Paese (ad esempio dalla guerra), li accoglievano nelle loro file. E non scappavano.»

Per aiutare a smontare la mistificazione, abbiamo iniziato ad elencare alcuni esempi di quanto la Resistenza sia stata invece multietnica, creola, internazionalista e migrante. Il thread ha avuto una rapida diffusione e molte persone hanno aggiunto notizie e testimonianze familiari sulla partecipazione di «partigiani stranieri» alle «nostre» brigate.

Per questo, abbiamo pensato che potesse essere utile radunare in un post i principali riferimenti reperibili on-line alle oltre 50 nazionalità rappresentate nella Resistenza italiana, e agli italiani che affiancarono i partigiani di altre nazioni. Così, la prossima volta che qualcuno tirerà fuori la solita “bufala sovranista”, sarà sufficiente citare questo post per stroncarla sul nascere.

Il caso più numeroso, più noto e studiato è quello dei partigiani sovietici: nel primo libro scritto sull’argomento, Mauro Galleni ricavò dai ruolini militari la cifra di 4981 combattenti e 425 caduti, che oggi è ritenuta sottostimata. Quattro di loro sono insigniti di medaglia d’oro al valor militare: Danijl Avdeev, Pore Musolishvili (che in realtà si chiamava Mosulishvili – grazie ad Anna Roberti per la segnalazione, nei commenti qui sotto), Nicolaj Bujanov e Fëdor Poletaev.

Dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica, ulteriori studi hanno indagato più nel dettaglio la partecipazione alla resistenza italiana di ucraini (come lo stesso Bujanov), georgiani(come Musolishvili), azeri (come Mehdi Huseynzade – attivo nella zona di Trieste – e Nuri Aliyev – che sposò la partigiana bolognese Gina Negrini). E ancora armeni (come Babasian Armenak), lettoni (come Vasilij Corimiachi), kazaki (come Vago Ieblegan), bielorussi (come Ignatij Selvanovič), daghestani (come Imir Sakhaio).

Erano sovietici anche i cosiddetti “mongoli” che si unirono alle brigate partigiane – per esempio la “Cacciatori delle Apuane“, in Versilia. In alcuni casi si trattava di prigionieri dei tedeschi internati in Italia e in altri di disertori della 162ª Divisione “Turkistan” della Wehrmacht, formata da soldati azeri e dell’Asia centrale russa. Alcuni di loro, quando tornarono in URSS dopo la guerra, furono puniti per essersi arruolati nell’esercito nazista, a prescindere dal loro successivo “ravvedimento partigiano”, come racconta Catia Giaconi – figlia di una partigiana pisana e di un azero confinato in Siberia – nel suo romanzo Buriazia.

Di un’altra nazione che non è più nazione – la Jugoslavia – è ben noto il contributo alla resistenza italiana, ma il primo studio davvero completo è stato il libro di Andrea MartocchiaI partigiani jugoslavi nella Resistenza italiana (Odradek, 2011). Il volume è completato da un sito con moltissime informazioni aggiuntive. Martocchia calcola che i caduti jugoslavi in Italia – in battaglia o per via del loro antifascismo – furono 175. Tra le tante formazioni nelle quali combatterono questi partigiani, una menzione particolare  merita l’ISLAFRAN,  brigata composta da Italiani, SLAvi e FRANcesi, che operò nelle Langhe e la cui storia è stata ricostruita grazie al lavoro di Ezio Zubbini.

[VIDEO: ISLAFRAN - documentario]

Anche per la ex-Jugoslavia abbiamo trovato esempi di partigiani provenienti dalle diverse nazionalità che un tempo costituivano la repubblica federale: croati come Vinka Kitarovič, nativa di Sibenik; sloveni come Rado Bordon, bosniaci come Etel Josef, serbicome Mihailo Bjelakevic, montenegrini come Milan Tomović. Ci manca un macedone, ma contiamo di trovarlo presto.

Va ricordato, inoltre, che il primo gruppo partigiano italiano – il «distaccamento Garibaldi», sulle Prealpi Giulie – naque nel marzo 1943 in sostegno ai reparti sloveni della resistenza armata jugoslava, che fu in qualche modo la “matrice”, l’esempio al quale si ispirarono i ribelli italiani.

Sempre restando alle nazioni che non esistono più sulla mappa, anche ai partigiani della Cecoslovacchia che combatterono in Italia sono stati dedicati diversi studi e in particolare un libro. I loro nomi – ma a volte nemmeno quelli – compaiono tra le vittime delle stragi nazifasciste di Cercina (FI), Susa (TO), Anzola d’Ossola (VC). Ad Argenta (FE) c’è una via intitolata a Juraj Bašnár, slovacco, morto in uno scontro con l’esercito tedesco nelle Valli di Comacchio, mentre in provincia di Imperia, partecipò alla resistenza il ceco Vladislav Hana.

Numerosa e documentata è anche la presenza in Italia di partigiani polacchi: Hermann Wygoda, ingegnere ebreo, reclutato a forza nella TODT, diventò il “comandante Enrico” della 4ª Brigata e poi delle divisione “Gin Bevilacqua”, in provincia di Savona; Mieczyslaw Bogarki diresse la squadra Mietek, nel reggiano; Borian Frejdrik venne fucilato a La Storta, subito fuori Roma, dai nazisti in fuga dalla capitale.

[VIDEO: Mark Wygoda - Fighting Back against the Nazis: The Story of “Comandante Enrico”]

Nello stesso frangente morì anche Gabor Adlerungherese, volontario dell’esercito britannico e agente dello Special Operations Executive. Come ungherese era Simone Teich Alasia, nato a Budapest e laureato in medicina a Torino, organizzatore dell’ospedale partigiano di Richiardi (TO).

Un altro caso noto agli storici, ma ben poco ricordato nella vulgata, è quello dei disertori della Wermacht,  soprattutto tedeschi, austriaci, cecoslovacchi e olandesi che si unirono alle brigate partigiane. Uomini come Rudolf Jacobs, che morì nell’assalto alla caserma delle Brigate Nere di Sarzana (SP), alla testa di 12 partigiani travestiti da soldati del Reich. O come il marconista Hans Schmidt, ucciso ad Albinea (RE), insieme ad altri quattro commilitoni, durante un’azione di “tradimento”. Tra la Carnia e l’Austria, i disertori dell’esercito tedesco costituirono addirittura un intero battaglione, il “Freies Deutschland Battalion“, inserito nella Brigata Garibaldi Carnia, con il commissario politico Gino Unfer “Vesuvio” – italiano di madrelingua tedesca, originario di Paluzza (UD).

Un giovane ufficiale medico austriaco, disertore della Luftwaffe, contribuì a curare i feriti dell’infermeria partigiana di Bologna, in via Duca d’Aosta 77, e morì insieme ai suoi pazienti – tra i quali un disertore olandese e un partigiano sovietico – quando il luogo venne scoperto e attaccato dai fascisti. Nella lapide che ricorda l’eccidio, le vittime di nazionalità estera vengono definite, con un ossimoro illuminante, “patrioti stranieri”.

Sempre nella zona di Bologna, partecipò alla resistenza con la Brigata “Bolero” Wilhelm Beckers detto Willy, forse il più conosciuto tra i disertori di origine olandese, grazie al suo libro di memorie, scritto direttamente in italiano: Banden! Waffen Raus! (Edizioni Alfa, Bologna, 1965).

Caj Sorensen, danese, fu arruolato nella marina tedesca dopo l’invasione nazista della Danimarca. Spedito a combattere nel Mediterraneo, disertò, si unì ai partigiani della 7ª divisione Viganò e più tardi alla missione alleata “Indelible”, sulle montagne tra Alessandria e Savona. Dopo la guerra sposò una ragazza savonese e tornò a vivere con lei nel suo paese.

Un altro capitolo importante della “resistenza internazionalista” è quello dei Prisoners Of War (POW) degli eserciti alleati. La maggior parte fuggì dai campi di prigionia dopo la caduta del fascismo e l’armistizio dell’8 settembre 1943. Molti riuscirono a nascondersi grazie all’aiuto della popolazione e a mettersi in contatto, dopo lunghe peripezie, con i propri eserciti di appartenenza. Altri si aggregarono ai partigiani e combatterono per diversi mesi con gli irregolari.

L’ormai centenario Bill Rudd, australiano, nel suo sitodedicato ai soldati neozelandesi e australiani che combatterono in Europa, sostiene che 55 di loro lo fecero insieme ai partigiani. Uno di essi, Ian Sproule, ha scritto un libro dedicato ai Partigiani australiani nel biellesetradotto in italiano dagli studenti della classe 5B del Liceo Scientifico “A. Moro” di Rivarolo Canavese, nell’anno scolastico 2016-2017. La testimonianza di Malcolm R. Webster, anche lui australiano, è invece apparsa su L’impegno, a. IX, n. 1, aprile 1989. Jack Lang, Frank Gardner, Bob Smith, Pat Moncur, Dave Russell – tutti dalla Nuova Zelanda – hanno raccontato la loro esperienza di guerriglia al confine tra Italia e Yugoslavia in un lungo articolo del NZ Herald e nel libro di F. N. Millar, The “Signor Kiwi” saga (1993).

Per restare in ambito anglosassone, del tutto diversa è la vicenda di Mary Cox, nata a Firenze da genitori scozzesi, collaboratrice del CLN, arrestata dalla “banda Carità”, torturata a Villa Triste e quindi lasciata cadavere in via di Capornia. Sorte meno definitiva, ma forse ancor più tragica, toccò quasi vent’anni prima a un’altra antifascista, l’irlandese Violet Gibson, che il 7 aprile 1926 sparò in faccia a Benito Mussolini, riuscendo solo a ferirlo in maniera lieve. Di tutti gli attentati contro Mascellone, il suo fu senz’altro quello più prossimo al successo. Morirà nel manicomio di Northampton, dopo trent’anni di internamento.

Ci sono poi molti casi di britannici – come George E. Evans – che imbracciarono le armi a fianco dei partigiani italiani, oppure di irlandesi come Samuel Boone Conley, che venne catturato insieme ai fratelli Cervi e a due POW sudafricani.

Anche questi ultimi sono ben rappresentati nelle file della Resistenza, come dimostra la storia di Mich Bryant e Desmond Ford, attivi nella zona di Feltre (BL), e ancor più quella dei 10 sudafricani aggregati come reparto autonomo alla Brigata Italia Libera Campo Croce e uccisi nella strage di Carpané San Nazario (VC). Nello stesso episodio perse la vita anche Miramat Shah, soldato indiano dell’Indian Army e “partigiano alleato”.

Abbiamo trovato notizie on line anche di altri due partigiani di nazionalità indiana: uno è Sad – il sikh con tanto di turbante che si aggregò alla brigata “Stella Rossa” del comandante Lupo – mentre l’altro pare si chiamasse Bakhtiar Rana, nome di battaglia “Nobile“, torturato e fucilato a Ponte di Corva (PN). Di lui, i fascisti pordenonesi scrissero che la sua fine stava “a dimostrare all’ineffabile signor Roosvelt che quella accozzaglia di razze inferiori da lui inviate in Europa (…) è destinata a finire così miseramente”.

L’indiano Sad della Brigata “Stella Rossa”

Prigionieri di guerra britannici, fuggiti dai campi fascisti, combatterono anche nel maceratese, e in particolare nel battaglione “Mario”, sul Monte San Vicino. “A very mixed bunch”, lo definì il maggior generale John Cowtan, che si trovò in compagnia di russi, jugoslavi, italiani, polacchi, somali ed etiopi (come abbiamo già raccontato qui e qui)

Su Giap, abbiamo ribattezzato questi partigiani provenienti dalle colonie italiane “Liberatori d’Oltremare”, e per quanto il loro sia un caso piuttosto raro, non smettiamo di trovarne: a parte l’ormai famoso Giorgio Marincola, italo-somalo, ci sono infatti  Italo Caracul, un ragazzino libico di 11 anni, portato in Italia dai militari del reggimento “Sabrata”, di ritorno dalla campagna d’Africa, che entrò nella Resistenza dalle parti di Gandino (BG), e Brahame Segai, partigiano eritreo della 175ª Brigata Garibaldi Sap Guglielmetti, in Liguria. Di lui purtroppo non sappiamo altro, ma conosciamo invece la vicenda di Isahac Menghistu, studente di Ingegneria all’Università di Roma e unico eritreo a sperimentare il confino fascista, nel 1936, prima a Ustica e poi a Ventotene, per “aver esternato accaniti sentimenti antitaliani”, arrivando a gioire per la decapitazione del tenente Tito Minniti durante la guerra d’Etiopia.

Italo Caracul, detto “Il tripolino”

Non lontani dal Dodecaneso italiano, erano nati i ciprioti greci Gregorio Kondaxis e Giorgio Vreteas, caduti in combattimento ad Acquasanta Terme (AP), insieme a inglesi, jugoslavi, italiani e allo statunitense Lawrence Parker.

Greco era pure il partigiano “Aristotele”, morto ad Anzola d’Ossola il 6 agosto ’44, mentre sulle montagne del piacentino, a Costalta di Pecorara, aveva la sua base la “banda del Greco”, un gruppo di una trentina di ex-prigionieri greci, fuggiti dal castello di Rezzanello e guidati dal sergente Andrea Spanoyannis.

Nel cippo che ricorda la strage di Cornia (Civitella Val di Chiana – AR) è nominato “Asbi – patriota albanese“, mentre nei verbali del procedimento contro il generale Wilhelm Schmalz- accusato di quell’eccidio – compare il nome dell’albanese Harbi Dushmi (che diventa Ismail Harbi e Hasbi Ismaili nell’Atlante delle Stragi Nazifasciste).

Nella lapide, il misterioso Paolo Monsatard è in realtà il francese Paul Henri Moscard. Clicca per ingrandire.

Se si trovasse anche un cinese di Tianjin avremmo almeno un partigiano da ciascuno dei territori occupati dagli italiani, dall’Unità fino alla seconda guerra mondiale. Compresa la Francia, dato che francesi erano i ribelli della già citata brigata ISLAFRAN, e molti altri se ne potrebbero citare: Paul Henri Moscard, detto “il francesino”, disertò dall’esercito tedesco e difese la repubblica partigiana di Montefiorino (MO); Robert Hayden (o piuttosto Houdin), morì in seguito alle ferite riportate durante il rastrellamento di Monte Quoio (SI). Militava nell’esercito francese anche il marocchinoJoseph Besonces, ex-prigioniero di guerra diventato partigiano, morto a Nocera Umbra (PG) nell’aprile ’44.

Di Amkonop Fublapucs, sappiamo soltanto che era bulgaro, che il suo nome di battaglia era Tortori e che fece parte, dal 28 gennaio 1945, della 117ª Brigata SAP “Jori”, operante in Val Polcevera (GE).

Dimitri Popescu detto “Bucarest”, rumeno, fu vicecomandante di distaccamento nella brigata “Pio” della Divisione Garibaldi “Mingo”, che operava sulle alture tra Genova e Alessandria.

Morton Perez, conosciuto come messicano (ma forse era un ispano-americano degli Stati Uniti), partigiano della “Francini”, morì il 3 giugno ’44 a Condotto di Sansepolcro (AR)

Manuel Serrano, portoricano di Brooklyn, cittadino statunitense, fuggì dal campo 59 di Servigliano (FM) e si unì ai partigiani (come i suoi compagni di prigionia Robert Dickinson, inglese, e Joseph Maly, dall’Illinois – grazie a Matteo Petracci per la segnalazione). Dopo la guerra, Serrano si stabilì a Roma e recitò in una quindicina di film(Sotto a chi tocca, Totò a colori, Quella sporca storia nel west…)

Carlos Collado Martinez, costaricano, laureato in medicina all’Università di Bologna, collaborò alla cura dei feriti partigiani e nell’estate del ’44 si mise in contatto con la 63ª Brigata “Bolero”. Catturato dai nazisti fu impiccato e fucilato nella strage del cavalcavia di Casalecchio di Reno (BO).

F. Abdon Miranda, detto Tinico, peruviano, venne fucilato a Seborga (IM) il 9 settembre ’44. Di lui sappiamo che morì insieme a due giovani partigiane italiane, le sorelle Carmen e Gioconda Manassero, nate nella sua stessa città – il porto di Callao. Forse si trattava di un domestico, o di un amico, che seguì la famiglia Manassero al suo rientro in Italia?

Ancora più misteriosa è la figura di Nicolò Do Rosario, portoghese di Capo Verdepartigiano dal 20 aprile ’45, morto solo quattro giorni dopo, durante la Liberazione di Genova.

Giuseppe Maiani, comunista sanmarinese, fu staffetta della 5ª Brigata Garibaldi in Montefeltro. Due suoi connazionali, Claudio Canti e Vittorio Ghiotti, sono ricordati nella  lapide per i 50 partigiani stranieri, caduti per la liberazione di Genova e dichiarati cittadini onorari della città.

Emilio “Mirko” Levak

Concludiamo questa prima scorribanda citando alcuni partigiani italiani che mettono ulteriormente in crisi l’idea di una resistenza bianca, italofona e nazionalista: ad esempio Alessandro Sinigaglia, figlio di David – ebreo mantovano – e dell’afroamericana Cynthia White, oppure i tre sinti uccisi al Ponte dei Marmi di Vicenza, o il battaglione sinto dei “Leoni di Breda Solini“, attivi nella pianura tra Reggio e Mantova, o ancora Emilio “Mirko” Levak, rom kalderash, fuggito da Birkenau e diventato partigiano, come molti altri rom e sinti di nazionalità italiana.

Alle nazioni elencate fin qui, possiamo poi aggiungerne altre, grazie alle ricerche svolte sui partigiani stranieri in alcune regioni e province italiane.

Partigiani stranieri in Emilia Romagna:
In tutto 1401, dei quali: 1284 sovietici, 70 jugoslavi, 49 polacchi, 23 cecoslovacchi, 14 inglesi, 122 tedeschi, 33 austriaci, 23 francesi, 7 olandesi, 2 neozelandesi, 1 australiano, 8 greci, 2 lussemburghesi, 2 turchi, 1 danese, 2 americani, 1 svizzero, 9 imprecisati. 

Partigiani stranieri in provincia di Brescia:
44 russi, 7 polacchi, 7 tedeschi/austriaci, 4 cecoslovacchi, 15 jugoslavi, 28 inglesi, 4 belgi, 6 francesi, 1 svizzero, 42 sudafricani, 1 canadese, 1 statunitense

Partigiani stranieri in provincia di Bergamo:
Negli archivi risultano soltanto 15 partigiani di nazionalità straniera: 5 francesi, 4 belgi, 2 iraniani (!?), 1 tedesco, 1 polacco, 1 turco, 1 “slavo”. Si conoscono i nomi di molti sovietici, che però non risultano nelle fonti scritte.

Partigiani stranieri in provincia di Forlì:
82 in tutto, dei quali: 44 sovietici, 15 jugoslavi, 11 cecoslovacchi, 5 polacchi, 2 tedeschi, 3 austriaci, 1 francese, 1 belga

Elenco di partigiani stranieri caduti in provincia di Macerata (39).

Monumenti che ricordano partigiani stranieri caduti in Toscana.

Partigiani stranieri in provincia di Arezzo: 47 in totale.

Targa all’interno del Monumento ai partigiani stranieri di Civago (RE)

 

Questa ricerca, per quanto superficiale e a largo spettro, sarebbe incompleta se non si citassero, come in un chiasmo, le esperienze di italiani che aiutarono i partigiani di altre nazioni nella loro battaglia contro il fascismo e i suoi alleati.

L’esempio più noto in assoluto è quello dei volontari antifascisti nella Guerra di Spagna, sul quale non c’è bisogno di soffermarsi, vista la vastissima documentazione e pubblicistica sull’argomento. Ma prima ancora ci fu Carmine Iorio, bufalaro di Altavilla (SA), fucilato nel 1928, all’ombra delle palme di Gialo, in Cirenaica, per essere passato nelle fila della resistenza libica.

[VIDEO: RIC 12-11 Compagnia fantasma]

C’è poi la missione di supporto ai partigiani arbegnuoc etiopi intrapresa nel 1938 da Ilio Barontini, Anton Ukmar e Domenico Rolla, oltre all’aiuto medico prestato agli stessi guerriglieri dall’infermiere Saverio Briglio, che già si trovava in Etiopia per motivi di lavoro (grazie a Matteo Petracci per averci segnalato: R. Pankhurst, “Un italiano a fianco dei patrioti etiopici”, in Materiali di Lavoro: Rivista di Studi Storici, 9/10, 1991/92, pp. 179-82).

Durante la seconda guerra mondiale, ci furono moltissimi “partigiani migranti” all’interno dei confini italiani, da una regione all’altra. Centinaia di siciliani che combatterono al Nord, cremonesi in Val Susa, bolognesi in Veneto, imolesi in Istria… Se poi si vanno a guardare negli archivi le nazioni d’origine di tanti protagonisti della Resistenza, si scoprono mille altre storie di migrazione, italiani “oriundi” e di seconda generazione. Solo in Piemonte,  239 partigiani risultano nati in Argentina, 49 in Brasile, 18 in Egitto. In Liguria 4 arrivano dall’Ecuador, 12 dal Cile, uno da Cuba (Italo Calvino).

Dopo l’armistizio dell’8 settembre, migliaia di soldati italiani entrarono nelle Brigate partigiane jugoslave. In Montenegro (e Bosnia) fu attiva la divisione Garibaldi, con 16mila effettivi, inquadrata come unità dell’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo.

Pljevlja, Montenegro – Monumento in ricordo della “Divisione Garibaldi”

In Albania si formò la “Brigata Gramsci“, al comando di Terzilio Cardinali, un fornaio del Valdarno. Forse non per caso questa formazione combatté tra Berat – prima capitale dell’Albania libera – e Gramsh, paese d’origine della famiglia di Antonio Gramsci.

In Grecia, sono molto conosciute le gesta dei reparti dell’esercito italiano che combatterono contro i nazisti dopo l’otto settembre. La 24ª divisione di fanteria “Pinerolo”, che aveva compiuto violenze e massacri in Tessaglia, dopo l’armistizio strinse un accordo con l’Esercito Popolare Greco di Liberazione (ELAS). La divisione venne smembrata all’interno di varie brigate, ma la collaborazione fu difficile, e dopo neanche due mesi i militari italiani furono disarmati e internati nei campi di Grevenà, Neraida e Karpenison. Altri soldati della Pinerolo si diedero alla macchia e formarono il distaccamento TIMO (Truppe Italiane della Macedonia Orientale) che continuò ad appoggiare la Resistenza greca. Altri ancora entrarono nelle formazioni dell’ELAS e dell’EDES (Esercito nazionale democratico ellenico). Sappiamo che 45 partigiani italiani sfilarono a Volos il 19 ottobre 1944, giorno della liberazione della città e conosciamo i nomi di alcuni uomini dell’Alta Val Tiberina che parteciparono alla guerriglia contro i nazisti nella Grecia continentale: Antonio Magrini di Citerna (PG), Pietro Marconi e Leonello Ceccacci di Pietralunga (PG), Giuseppe Brachelente di Umbertide (PG), Natale Balducci, Amedeo Cardinali, Oneglio Giornelli e Paolo Guidi di Città di Castello (PG) (per dare un’idea del fenomeno: si calcola che furono 122 gli altotiberini a fare la Resistenza fuori dall’Italia e 3180 gli emiliano-romagnoli, come si ricava dalla lapide riprodotta più sopra)

Il celebre «manifesto rosso» affisso in Francia dagli occupanti nazisti dopo l’arresto e l’esecuzione, nel febbraio 1944, di 23 partigiani. L’affiche rouge ne mostrava dieci e ne sottolineava, per additarla al disprezzo, la provenienza da vari paesi (nonché per alcuni l’essere «juifs», ebrei).  Nel gruppo degli arrestati c’erano cinque italiani. Clicca per ingrandire.

Meno noti dei partigiani italiani che combatterono nei Balcani, sono invece quelli che parteciparono alla resistenza francese. I nuclei più consistenti furono quelli legati alla MOI (Main d’Oeuvre Immigrée), un’organizzazione del Partito Comunista Francese, e al cosiddetto “gruppo Manouchian” (Cesare Luccarini, Amedeo Usseglio, Spartaco Fontanot, Ines Tonsi…) . Cellule importanti operarono in Isère, Franche-Comté e Pays d’Arles.

Anche in Belgio, gli immigrati italiani si unirono alle brigate partigiane per combattere contro gli occupanti nazisti. Anne Morelli, nel suo libro Gli emigrati italiani nella resistenza belga – pubblicato in francese nel 1983 e da poco tradotto anche in italiano – ne ha censiti 200, di cui 19 donne.

Casi simili esistono di certo anche in molti altri paesi europei, vista la capillarità dell’emigrazione italiana all’estero. Si tratta di un fenomeno da studiare e approfondire con ulteriori ricerche.

Come giusta conclusione, bisognerebbe infine ricordare tutti i partigiani stranieri che combatterono il fascismo italiano all’estero, nei territori occupati e nelle colonie.

Da diversi anni, con il collettivo di collettivi Resistenze in Cirenaica, cerchiamo di allargare proprio in questo senso il concetto stesso di “Resistenza italiana”. Perché un contributo alla caduta del regime di Mussolini lo hanno dato senza dubbio anche Omar Al-Mukhtar, Lorenzo Taezaz,il pilota afroamericano John Charles Robinson, istruttore volontario dell’aviazione etiope, Manolis Glezos, Mehmet Shehu, i militanti del TIGR, Janko Premrl e migliaia di altri uomini e donne come loro.