A proposito dell'operazione mediatica "Sarajevo Safari" [english / italiano]
Cecchini italiani in Bosnia e dintorni ...
... I nomi li facciamo noi:
3) 1995: Vacanze in Bosnia, tiro all' uomo compreso / Turisti per fare la guerra / Il leghista in Croazia: aiuti e supercene con gli ustascia (V. Postiglione sul «Corriere della Sera» del 30/3/1995)
4) 1997: Salsicce in Padania, pallottole a Vukovar (Giuseppe Nicotri su «L'Espresso» del 20/11/1997)
Fascicolo su chi negli anni '90 pagava per uccidere civili per gioco, sparando dalle colline in mano ai serbi
https://www.ilgiornale.it/news/politica/safari-guerra-sarajevo-indagine-choc-sugli-italiani-2511441.html
https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/11/16/turisti-cecchini-sarajevo-safari-umano-notizie/8196857/
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Fonte: pagina FB di Chiara Nalli, 17.11.2025.
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Sarajevo Safari
Molti amici, da giorni, mi chiedono cosa penso della ormai nota vicenda "Sarajevo Safari".
Non ho tempo di documentarmi come vorrei e oltre ciò che già conosco delle logiche di quella guerra ma ho alcune considerazioni di metodo, innanzitutto, che mi sembra opportuno condividere.
La prima è che, posto che tutto è possibile, bisogna poi confrontarsi con ciò che è probabile. E in questo senso, un esercito (quello serbo) che abbia tempo, mezzi e logistica per far arrivare qualcosa da un territorio ostile (ossia dall'Italia o dalla Croazia) ma anche dalla stessa Serbia, non li impiega certo per far arrivare quattro stronzi che sparano per divertimento e solo perché gli lasciano 1000 dollari. In guerra serve altro. Per gli stessi motivi di logistica, l'idea di "ospitare" personale non militare, accompagnandolo addirittura sulla linea del fronte, sembra una barzelletta.
Il secondo ordine di considerazioni riguarda i mitomani che si svegliano 30 anni dopo, soprattutto se la vicenda era già emersa al Tribunale dell'Aja e non aveva avuto un seguito specifico. Voler attribuire sostanza a questo tipo di illazioni, senza nessuna possibilità di riscontro, non è metodologicamente serio. Serve solo per un titolo, per vendere qualcosa in più, per avere cinque minuti di fama sfruttando una storia macabra.
Il che mi porta all'aspetto mediatico di tutta la questione che, come in altri casi, mi sembra la vera posta in gioco. I Balcani, con al centro la Serbia, hanno il potenziale per diventare un nuovo fronte di scontro con la Russia. Negli anni '90 è stata costruita un'immagine mostruosa dei serbi, con il solito manierismo moralistico con cui in Occidente si è abituati a osservare i conflitti e che è quanto di più distante serve per comprenderli e per risolverli. Dei serbi è stato detto tutto, mancava solo quel tocco in più di morbosità per risvegliare un potenziale di propaganda mai tacitato. E il tempismo di questo scoop, troppo lontano dai fatti per essere serio ma molto vicino a vicende attuali, mi sembra dire tutto.
Chiudo citando il "documentario" che sulla vicenda è già stato realizzato anni fa da Aljazeera Balkan, aka la macchina della propaganda islamista nei Balcani. Magari a molti miei lettori il termine "islamista" non dispiace, per via degli schemi ideologici (occidentali) con cui misurano altri conflitti nel mondo.
E invece nei Balcani, l'islamismo politico ha servito perfettamente i disegni egemonici dell'Occidente. Ai più sembra una contraddizione ma non lo è. E' il motivo per cui definisco i Balcani "la cartina tornasole" utile a spiegare veramente i conflitti che interessano questa parte di mondo. Ed è il vero pezzo che manca.
Chiara Nalli
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Cecchini italiani in Bosnia: la solita “manina” Cia? | Stefano Vernole (Il Contesto, 17.11.2025.)
Lo scorso luglio, il pubblico ministero Alessandro Gobbis ha aperto un’inchiesta per omicidio volontario plurimo aggravato dai motivi abietti e dalla crudeltà a carico di alcuni italiani che, secondo l’accusa, avrebbero aperto il fuoco per divertimento sui civili bosniaci tra il 1993 e il 1995. L’indagine nasce da un esposto di 17 pagine presentato a gennaio alla procura di Milano dallo scrittore giornalista Ezio Gavazzeni. «Ciò che ho appreso da una fonte in Bosnia-Erzegovina è che l’intelligence bosniaca a fine 1993 ha avvertito la locale sede del Sismi della presenza di almeno cinque italiani, che si trovavano sulle colline intorno alla città, accompagnati per sparare ai civili», si legge nell’esposto firmato da Gavazzeni. La fonte, indicata con nome e cognome nel documento, sarebbe un ex agente del servizio di intelligence bosniaco venuto a conoscenza del fenomeno attraverso i rapporti di interrogatorio di un volontario serbo che era stato catturato. Nel documentario Sarajevo Safari, un testimone anonimo e «alcune fonti parlano di americani, canadesi e russi, ma anche di italiani, che erano disposti a pagare per giocare alla guerra». Il punto è che, per il modo in cui «tutto era organizzato, i servizi bosniaci ritenevano che dietro a tutto ci fosse il servizio di sicurezza statale serbo», il quale avrebbe gestito «le infrastrutture dell’ex compagnia aerea serba di charter e turismo». Un «ruolo chiave in questo servizio» lo avrebbe svolto Jovica Stanišić, ufficiale dei servizi di sicurezza serbi al soldo della Cia. Lo ha dichiarato l’ex ambasciatore britannico a Belgrado Ivor Roberts dinnanzi al tribunale dell’Aja che ha condannato Stanišić per crimini di guerra e contro l’umanità. Nel 2009, la stessa Cia ha presentato al tribunale un documento sigillato «attestante il suo ruolo di agente sotto copertura che ha contribuito a portare la pace nella regione». Parliamo di tutto questo assieme a Stefano Vernole, analista geopolitico, saggista e vicepresidente del Centro Studi Eurasia Mediterraneo.
VIDEO: https://youtu.be/rOtUZgHJQVM
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https://strategic-culture.su/news/2025/11/26/bosnian-war-propaganda-resurgence-the-last-hurrah/
https://reissinstitute.org/en/bosnian-war-propaganda-resurgence-the-last-hurrah/
Bosnian war propaganda resurgence: the last hurrah
By Stephen Karganovic
November 23-26, 2025
Most were under the impression that the war in Bosnia was behind us. The conflict in the former Yugoslavia in the 1990s was characterised by the use of the crudest kind of propaganda, but it was undoubtedly in the Bosnian theatre that the crassness was the most pronounced.
It turns out however that for those who had politically benefitted from that war, or who think that they might still benefit a little more with an improvised replay of the propaganda techniques that were successful thirty years ago, the war in Bosnia remains the gift that keeps on giving.
Evidence of that is the intense media barrage, reminiscent of the 1990s, about alleged “Safari tourism” in the hills overlooking besieged Sarajevo. The story goes that wealthy psychopaths from Italy and other Western countries were paying enormous fees, running up to 100,000 euros in today’s money, eagerly collected by the Bosnian Serbs who held the hillside positions, for permission to shoot and kill defenceless civilians in the besieged city below.
The macabre “spirit cooking” dinners organised for the perverse pleasure and entertainment of the crème de la crème of Western elite circles, not to mention numerous other similar examples of depravity, make the Sarajevo allegation seems plausible, in principle at least. There are no moral factors on the side of this scenario’s Western perpetrators that would have prevented it from happening, assuming that the conditions were propitious.
That having been said, agreement that something could have happened is not an automatic confirmation that it actually did. Evidence is still needed to bridge the gap between a theoretical possibility and a demonstrated fact. For purveyors of propaganda, however, bridging that gap is not a major concern because their craft operates on emotional manipulation, not empirical proof. Their task is accomplished once they have successfully embedded in the public’s mind the subconscious impression they desired to implant there.
How does the Sarajevo “safari tourism” allegation stack up when examined with a reasonable degree of scepticism and the application of rigorous standards of proof? Like most propaganda constructions, it falls apart.
The first thing one notices that calls for extreme caution is that the alleged events occurred in the mid-1990s but are being brought to light and, it is claimed, investigated by the Milan Public Prosecutor’s Office only now, in 2025, more than thirty years later. The Bosnian war ended after the signing of the Dayton Peace Agreement in December of 1995 and soon thereafter conditions were sufficiently normalised in Bosnia and Herzegovina. There were no serious impediments to conducting war crimes investigations and numerous agencies and institutions did precisely that. Shooting safaris where the targets were human beings would be a crime against humanity of extraordinary gravity. A reasonable explanation is required why no police or judicial organs investigated these heinous allegations soon after those events are said to have happened, whilst witnesses could still be found with relative ease and, just as importantly, forensic evidence might still have been intact. That first and most obvious question is not even asked, let alone answered by anyone.
The other key unasked (and therefore also unanswered) question is about the source for these belated allegations. It is a documentary film “Sarajevo Safari,” released in 2022. We now come to the interesting part. The film was financed by Hasan Čengić, one of the founders of the Democratic Action Party of Bosnia’s war-time President Alija Izetbegović. Mr. Čengić therefore is by no means an impartial source. During the war he was one of the principal funds and arms procurers for Izetbegović. The film’s producer is the Slovenian film director Franci Zajc who during the conflict created numerous documentaries which uniformly presented only the Serbian side in an unfavourable light. Zajc also happens to be one of the only two supposedly percipient witnesses of this safari tale. The other alleged witness is Mr. Čengić himself who, however, is unavailable for cross examination because he passed away in 2021.
Some would argue that Zajc is a shady witness because of his extravagant claims that during the conflict in Bosnia he was an agent of Western intelligence agencies but that nevertheless the Serbs allowed, and in some versions even invited, him to observe these morbid proceedings. Why the Serbs would allow a hostile witness like Zajc to observe them in such a compromising situation is unexplained. Be that as it may, these are the only two ocular witnesses of the Sarajevo “tourist safari” events known so far. One of them claims and the other, Čengić, almost certainly did have intelligence connections. These are the exclusive sources for a sensational story that is making headlines and rapidly gaining traction in the collective West media despite the complete absence of corroborating evidence.
Yet even these scant sources for an event of major significance, if it is authentic, are not in complete harmony about an important detail of their story. Zajc has claimed that wealthy foreigners paid huge amounts of money to the besieging Serbs to shoot civilians and that they were provided with sniper weapons for that purpose by their Serbian hosts. Čengić on the other hand claimed before his death that foreigners were paying trifling fees for the morbid privilege and brought their own weapons.
But there are more problems with this affair. It is said that the Milan Public Prosecutor’s Office is conducting an investigation. That may well be the case. But the important question that anyone with legal training will immediately ask is what is the statute of limitations for murder in Italy? It happens to be 21 years. That means that if the imputed crime was committed more than twenty-one years before apprehension, even if the perpetrator were to be identified and linked to the crime he could not be prosecuted. The alleged offences date back to the mid-1990s, which means that the Italian statute of limitations has expired and nobody any longer can be brought to court to answer charges of sniping at civilian from the hills that surround Sarajevo. If the Prosecutor in Milan is indeed investigating, would he not be wasting his time?
If the motive were purely judicial, he certainly would be. But if the motive is predominantly political, not necessarily so.
Furthermore, even if statutory obstacles could be overcome, for instance by reclassifying the offence as a crime against humanity for which there is no statute of limitations instead of treating it as a simple murder under Italian law, there would still be a problem. For a conviction to be achieved under either indictment, beyond the necessity of personally identifying the shooters, which is the sine qua non, to actually convict them they would have to be directly linked to a lethal outcome on the ground. For an indictment to be viable, victims would have to be identified as well, almost thirty years after the fact. Shooting with a sniper weapon is not a crime unless it results in someone’s death. For culpability to be established, a forensic investigation would have to be conducted to determine for each imputed victim the cause and manner of death, and bullets which struck the victims would have to be provably traced to the weapons that were in the hands of the perpetrators at the time of shooting, almost thirty years ago. Does that seem like a feasible undertaking for the Milan Prosecutor, no matter how competent he may be? That is doubtful.
The media frenzy that has erupted around allegations of war-time tourist safaris on civilians in Sarajevo recalls the worst propaganda excesses of that conflict. Their most notable feature was that critical questions were not being asked and that few and largely unverified facts were force-fitted into a Procrustean propaganda matrix. When subjected to close scrutiny most of these claims almost always are found to be uncorroborated and spurious.
That certainly seems to be the case with the Sarajevo Safari story, regardless of the fact that the collective West media are having a field day expanding on it in endless and strikingly imaginary detail.
The Safari story will soon die a natural death once it is concluded that its political purpose has been achieved. The purpose is not to convict anyone because given the complete unavailability of any evidence, even under the most rigged trial conditions that would be nearly impossible. It is, rather, to create a sinister impression that would further discredit the Serbian entity in Bosnia, the Republika Srpska, for colluding with depraved individuals and facilitating their heinous behaviour in return for money. The successful dissemination of such an impression will serve as an additional argument for the liquidation of Republika Srpska and will indirectly validate other heinous allegations made at the expense of the Serbian side during the Bosnian conflict. That explains the timing.
As for the Milan Prosecutor’s Office, it will quietly drop its investigation for some specious bureaucratic reason that no one will ever question. And there on the legal level the matter will end. There will be no facts, only emotionally charged impressions.
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«Il Piccolo», 26 settembre 1991, p. 1.
PARLA UN ARRUOLATORE DI SIMPATIZZANTI
Da Roma, contro i Serbi
200 persone si sono interessate all'iniziativa – La magistratura indaga
Servizio di Pier Paolo Garofalo
— TRIESTE Cristiano e patriota. Se proprio volete etichettarmi scegliete queste due parole. Mi sono sempre ispirato a esse e continuerò a farlo». Andrea Insabato è Il giovane promotore di un'iniziativa che ha destato l'«interesse» della magistratura romana: attraverso inserzioni sul giornali invita chi volesse aiutare la Croazia nella lotta contro i serbi e l'Armata federale a recarsi a Zagabria per fornire assistenza diretta. Anche aggiunge, per chi lo ritenesse moralmente valido, difendendo con le armi le aspirazioni separatiste di un popolo oppresso».
La Procura della Repubblica procede per il reato di atti ostili verso uno Stato estero che espongono quello italiano al pericolo di guerra, previsto dall'articolo 244 del codice penale e punito, in relazione al fatto specifico, con la reclusione da due a otto anni.
Un mastino della guerra, un reclutatore di mercenari dunque? Andrea Insabato non ha nemmeno svolto il servizio militare di leva e non ha mai impugnato un mitra o una pistola. Romano, 32 anni, due figli, conduce un allevamento di cani da slitta a Palombara Sabina, vicino Rieti.
Per raccogliere le adesioni ha messo a disposizione una casella postale e il suo numero telefonico personale. E' attraverso tale recapito che è stato individuato. Nei prossimi giorni, anche se finora non ha ricevuto alcuna comunicazione, sarà interrogato insieme alla moglie, che si dissocia dall'iniziativa.
Ai primi del mese Insabato ha fondato Rinascita nazionale. «Non è un movimento politico come li intendiamo abitualmente - spiega sicuro - e quindi non ho raccolto soci e tessere, nè intendo farlo. Mi autofinanzio e non ho contatti con alcuno. Voglio risvegliare la coscienza nazionale, l'amore per la Patria e lottare contro la scristianizzazione della società moderna».
Aria «a la page», Insabato sfodera un entusiasmo ancora più giovanile dei suoi pur pochi anni. Sulla 'polo' rosa ha appuntata una spilla con una rosa rossa in campo bianco, Il simbolo scelto per Rinascita nazionale.
«Non assoldo braccia al servizio della violenza, non voglio creare attriti con uno Stato estero -racconta Insabato - e smonterò in sede legale queste accuse. Comunque semmai incappassi in tali presupposti giuridici ne andrei fiero. Dobbiamo aiutare il popolo croato sottoposto a violenze atroci.
Sono cristiani come noi».
Nelle sue intenzioni II supporto agli indipendentisti dovrebbe portare al ritorno all'Italia di Istria e Dalmazia: «Non è la tesi aiuti in cambio di territori, ma spero che dopo questo gesto di solidarietà Zagabria riconsideri la questione».
Andrea riceve le adesioni telefoniche con il suo cellulare. In pochi giorni si sono fatte vive circa 200 persone. La metà, a suo stesso dire, semplici mitomani, un 25 per cento di curiosi, giornalisti e poliziotti. «Chiamano quasi tutti dal Nord, le donne sono solo un paio. lo mi limito a dire che se vogliono inviare aiuti finanziari li mandino alla Chiesa croata, se sono medici o infermieri si presentino direttamente a Zagabria». A chi vuole impugnare un'arma Insabato fa il nome del Partito del diritto, una formazione privata di destra che raccoglie l'eredità degli «ustascia», ma non ha mai conosciuto il suo leader, Dobroslav Paraga.
L'«internazionalista» di Roma è passato ieri per Trieste, diretto alla capitale secessionista per prendere contatti con gli italiani che già appoggiano la causa croata.
«Sono già stato a Trieste in occasione del raduno degli esuli dell'86. Per me la città ha un significato particolare. I sentimenti nazionali mi sono stati trasmessi da mia madre fin da quando ero piccolo. La sentivo spesso cantare 'Le ragazze di Trieste'. Rivendico le terre italiane rubateci con il terrore».
NOTA DELLA REDAZIONE DI JUGOINFO: Andrea Insabato successivamente si avvicinerà a Forza Nuova. Verrà poi arrestato nel 2000 per aver piazzato un ordigno nella sede del quotidiano «Il Manifesto».
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[L'articolo che segue è riprodotto nel dossier del Coordinamento Romano per la Jugoslavia del 1996:
https://www.cnj.it/documentazione/DOSSIER96/Dossier96_1.pdf a p.11 .
La foto che lo accompagna mostra l' "intervistato" nell'atto di salutare romanamente dinanzi a una bandiera della RSI.]
L'Indipendente
16-17/01/1994
È scattata in Krajina l'operazione internazionale "Teschio". Obiettivo, sconfiggere i serbi
Guerra civile. Tra italiani
Un nostro "soldato di ventura": "Combattiamo a fianco dei croati contro la Brigata Garibaldi"
FAUSTO BILOSLAVO
NOSTRO SERVIZIO – ZARA. L'Aloha, alla periferia di Zagabria, non è più il night club di una volta, dove i soldati di ventura di mezza Europa giunti a combattere per l'indipendenza della Croazia passavano le loro notti brave. Le belle donne importate dall'Est sono rimaste a disposizione di qualche casco blu delle Nazioni Unite in cerca di avventure. «Inglesi, francesi, americani, tedeschi. Ci scaricavano dal camion proprio qua davanti, dopo qualche giorno di battaglie. E via a divertirsi, ma il nostro motto era sempre lo stesso: dobro jutro Kroaska zadrom sprenj [sic] (Buongiorno Croazia, per la patria pronti, nda) ricorda Maurizio, che nell'ottobre '91 si è arruolato come volontario nelle legioni nere degli Hos, i fascisti croati.
-Mercenari? Io no di certo: l'ho fatto perché ci credevo e non ritiravo neanche la paga di duecento marchi (circa duecentomila lire, nda) a fine mese, bastavano le sigarette». Ufficialmente la repubblica croata ha sciolto tutte le brigate internazionali e mandato a casa i volontari stranieri, ma l'italiano", come veniva chiamato Maurizio quando imbracciava il kalaschinkov, ha rivelato a L'Indipendente di essere stato contattato nel novembre scorso da un ex della Legione straniera, il suo vecchio compagno d'arme con cui combattè anche in Bosnia, per ricostruire il reparto.
L'operazione ha un nome in codice che è tutto un programma. "Totenkopf" (testa di morto) e ha avuto inizio nei primi giorni di dicembre fra i freddi monti bosniaci. In una base segreta vicino Tomislavgrad, cittadina controllata dai croati dove sono presenti anche le Nazioni Unite, sarebbero stati addestrati per quaranta giorni quasi duecento uomini, al 90 per cento stranieri di varie nazionalità compresa quella italiana. I rimanente dieci per cento sarebbe composto da ufficiali della seconda brigata Hvo, l'esercito della cosiddetta Erzegbosna, ovvero la fetta di repubblica controllata dai croati. In questi reparti sono ancora vive le tradizioni delle forze armate croate organizzate dalle Ss naziste per fronteggiare le brigate partigiane di Tito, nelle stesse località dove si muore oggi. Alcuni fregi sulle loro divise rappresentano la versione denazificata del distintivo dei volontari croati nelle Waffen Ss, che combatterono a Stalingrado. Particolare curioso: le mostrine da ufficiale sono identiche a quelle fornite alla polizia italiana. «La prima volta che uccidi un uomo non lo dimentichi più - spiega Maurizio che a 39 anni ha ancora il fisique du role del mastino della guerra. Le caserme dei federali erano circondate e Vittorio, un istriano con gli occhialini alla John Lennon, si avvicinò agli spalti per tirare dentro la molotov. Allora la sentinella alzò la testa per sparare e io la freddai con il fucile di precisione. Era come il tiro all'orso in un luna park. Concluso l'addestramento, gli uomini dell'operazione "teschio" sono stati trasferiti alle porte di Zara agli inizi di gennaio e come ufficiale di collegamento hanno un capitano croato di stanza in città. Il reale obiettivo dell'operazione è ancora avvolto nel mistero, ma è presumibile che questa nuova brigata internazionale possa essere usata contro i serbi della Krajina, all'interno della Dalmazia, che armi in pugno si sono autoproclamati indipendenti da Zagabria.
Gli stranieri indossano uniformi da combattimento senza distintivi e hanno l'ordine di non parlare con i giornalisti. Potrebbero utilizzarli come carne da cannone o per i lavori "sporchi", stile pulizia etnica, lavandosi le mani se poi venissero scoperti. «Secondo me saranno messi in linea in Krajina contro i mercenari del capitano Dragan, fra cui sembra che ci siano anche degli italiani. Forse vogliono catturare Dragan stesso che è considerato un criminale di guerra o qualcuno della cosiddetta brigata Garibaldi, che dovrebbe "liberare" l'Istria e la Dalmazia dai croati», osserva Maurizio che ricorda come sulla bandiera del suo reparto c'era un teschio e una scritta eloquente: "Non facciamo prigionieri".
Nell'estate del '92 le imboscate, i sabotaggi, i colpi di mano contro i serbi, attorno a Sarajevo, decimarono il suo reparto, il "cigno nero". «I miei ragazzi erano giovani e inesperti - ricorda con rammarico Maurizio - morivano stupidamente, rovistando in uno zaino abbandonato che nascondeva una trappola minata o con la testa scoperchiata da una scheggia di razzo piombatoci addosso senza che ce ne accorgessimo». Forse anche per questo Maurizio ha detto di no all'operazione "teschio", o forse perché ha sostituito nel suo cuore l'amore alla guerra nei Balcani: «Ho trovato una donna, la più bella del mondo. Ho già fatto la mia parte, ora basta».
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https://ruminatiolaica.wordpress.com/wp-content/uploads/2014/08/tiro-all-uomo.pdf
Corriere della Sera, 30 marzo 1995, Pagina 1
Vacanze in Bosnia, tiro all' uomo compreso
Denuncia del Tribunale dei popoli: il turismo di guerra offre prove da cecchini
TRENTO . Vacanze in Bosnia per fare la guerra. Da Trento l' agghiacciante denuncia del segretario generale del Tribunale permanente dei popoli, Gianni Tognoni: ci sono "turisti" italiani che vanno nella ex Jugoslavia per assistere ai combattimenti. E c'è chi si "diverte" uccidendo. Si parte il venerdi' pomeriggio con un volo privato da qualche piccolo aeroporto europeo con tuta mimetica, scarponi da combattimento e molto spesso anche con armi al seguito. Una volta arrivati al fronte, si può anche partecipare alla battaglia, ingaggiati come mercenari del week end, lanciandosi all' attacco di qualche postazione nemica usando un bazooka. Oppure è possibile fare del cecchinaggio, del tiro al bersaglio umano. Ben riparati in qualche punto elevato si spara contro tutto quello che si muove nelle stradine del paese preso di mira. Da Magenta una volta al mese Emanuele Torreggiani parte per Mostar. Porta aiuti per conto della Caritas. Torreggiani per sedici mesi è stato assessore e vicesindaco leghista della cittadina. Dopo gli aiuti, il divertimento. Con gli "ustascia" nei bar: mangiano ostriche, bevono champagne. E alla fine fanno il saluto fascista. "Chi ci critica dovrebbe venire con noi in Bosnia. Una volta al mese ci facciamo oltre tremila chilometri per portare le medicine a chi soffre. Le supercene nei super ristoranti? Sono fatti miei. Nel senso che sono soldi miei... Lasciamo Mostar e andiamo sulla costa a mangiare il pesce, che male c'è ?". Postiglione a pag. 12
[L'articolo che segue è riprodotto nel dossier del Coordinamento Romano per la Jugoslavia del 1996:
https://www.cnj.it/documentazione/DOSSIER96/Dossier96_1.pdf a p.12 .
La foto che lo accompagna mostra tre persone in un ristorante di Mostar nell'atto di salutare romanamente, il primo a sinistra sarebbe Torreggiani menzionato nell'articolo.]
Corriere della Sera, 30 marzo 1995, Pagina 12
A Trento l' agghiacciante denuncia del segretario generale del Tribunale permanente dei popoli
Turisti per fare la guerra
«Weekend nella ex Jugoslavia divertendosi a uccidere»
TRENTO . C'è anche il weekend di guerra tra le nuove forme di turismo aberrante, destinazione l' ex Jugoslavia e la Bosnia con i suoi tanti campi di battaglia. Si parte il venerdi' pomeriggio con un volo privato da qualche piccolo aeroporto europeo con tuta mimetica, scarponi da combattimento e molto spesso anche con armi al seguito. Ma altre armi sono comunque a disposizione . dietro lauto compenso . una volta giunti a destinazione in compiacenti campi di atterraggio non lontani dalle zone di combattimento. Arrivati sul fronte si può stare a guardare chi combatte, spara e morire. Ma si può anche partecipare alla battaglia, lanciandosi all' attacco di qualche postazione nemica usando un bazooka, ingaggiati come mercenari del fine settimana. Oppure è possibile fare del cecchinaggio, del tiro al bersaglio umano. Ben riparati in qualche punto elevato si spara contro tutto quello che si muove nelle stradine del paese preso di mira: soldati, donne che portano una tanica d' acqua, bambini che inseguono un pallone. La denuncia di questo nuovo turismo di guerra è stata fatta a Trento, nella seduta conclusiva del Tribunale permanente dei popoli, dal segretario generale dell' organizzazione Gianni Tognoni. E una denuncia che si affianca a quella del turismo sessuale, dei pedofili in particolare, alla ricerca nelle zone più povere del mondo di bambini sempre più piccoli.
Corriere della Sera, 30 marzo 1995, Pagina 12
I VIAGGI A MOSTAR
Il leghista in Croazia: aiuti e supercene con gli ustascia
Pasti a base di ostriche e champagne; alla fine il saluto al duce
L' organizzatore: "Che male c'è a far del bene ai ristoranti?"
MILANO . A pochi chilometri c'è la guerra. C'è Mostar bombardata, sventrata, distrutta. Si combatte, si muore. Ma loro, gli inviati della parrocchia "a fin di bene", sono nel ristorante più elegante. Mangiano ostriche, bevono champagne. E alla fine fanno il saluto fascista. Tutti assieme. Perché i compagni di tavolata sono i nazionalisti croati duri e puri, gli ustascia, quelli che allo stesso tempo rimpiangono Hitler e braccano i nemici. Il viaggio? Partono da Magenta, una cittadina alle porte di Milano. Si muovono per conto della Caritas parrocchiale: portano in Bosnia medicine, pasta, riso, vestiti. Passano in mezzo ai cecchini e sbarcano a Mostar, la città spaccata in due: a ovest i croati, a est i musulmani. Consegnano quello che c'è da consegnare. E poi si dedicano al "divertimento": bar, ristoranti, amici. Appunto. Ci sono i racconti di chi li ha visti, ma anche le fotografie: mangiano, bevono e sognano un nuovo duce. Come "missionari laici", come "volontari generosi", non è male. Il leader della compagnia si chiama Emanuele Torreggiani, ha 37 anni, vive a Magenta, è direttore di un settimanale di politica e cultura: Città oggi. Per sedici mesi è stato vicesindaco e assessore alla Cultura della giunta leghista: si è dimesso la settimana scorsa perché non sopporta più i lumbard ("avevo creduto nel Carroccio ma adesso ci sono troppi imbecilli"). Estroverso, stravagante, è conosciuto come "lo Sgarbi di Magenta". Da giovane era missino, iscritto al Fronte della gioventù . Di viaggi in Bosnia ne ha fatti dodici, uno al mese. Con i documenti della parrocchia in tasca. In città cadono tutti dalle nuvole. Don Fausto Giacobbe, responsabile della Caritas parrocchiale di Magenta, non sa niente delle super cene e dei saluti fascisti a braccetto con i nazionalisti croati in terra di Bosnia: "Torreggiani e gli altri amici? Hanno la nostra massima fiducia... Vanno spesso in Bosnia, portano un sacco di cose. Lo scorso dicembre hanno anche rischiato di morire: è piombata una granata sul camion... In estate abbiamo anche ospitato una trentina di ragazzi bosniaci. E sul nostro conto corrente abbiamo raccolto 35 milioni, non è poco". E lui, il protagonista? Emanuele Torreggiani non si sente "colpevole": "Chi ci critica dovrebbe venire con noi in Bosnia, sotto il fuoco di cecchini, invece di starsene a casa, in poltrona. Una volta al mese ci facciamo 3500 chilometri per portare le medicine a chi soffre. Perché ci vado? Ma perché si impara molto dai campi di battaglia, si impara a stare al mondo". E le supercene nei super ristoranti? "Sono fatti miei. Nel senso che sono soldi miei. Lasciamo Mostar e andiamo sulla costa a mangiare il pesce, che male c'è ? Diciamo che faccio del bene ai ristoranti della zona, ne hanno bisogno". Ma che senso ha prendere ostriche e champagne a pochi chilometri da una guerra? "Lo ripeto: chi mi critica dovrebbe andare li' a rischiare la pelle. E comunque l' ultimo viaggio non l'abbiamo fatto per la parrocchia ma per conto nostro". E le cene con gli ustascia? "Inevitabili. In zona di guerra incontri tutti. Non è che puoi fare la differenza sottile tra Bianco e Buttiglione...". Nei viaggi Magenta Mostar c'è anche, immancabile, Renzo Berra, titolare di una concessionaria di auto: "Vita brillante in Bosnia? Può succedere. Se ci invitano personalità del luogo dobbiamo per forza accettare e andare in posti eleganti. Gli ustascia? Impossibile evitarli". Mentre la Caritas ambrosiana scarica i volontari gaudenti: "Non sono nelle nostre liste ufficiali. Li avrà inviati qualche sacerdote, qualche Caritas parrocchiale, noi non c' entriamo".
Venanzio Postiglione
=== 4 ===
L'Espresso 20 NOVEMBRE 1997
LEGA VIOLENTA / PARLA L'UOMO DEL LANCIARAZZI
Salsicce in Padania, pallottole a Vukovar
Una vecchia arma. Qualche granata. Un passato recente di volontario in Croazia. E poi la simpatia per Bossi & C. Vita e imprese di Claudio Carè, fermato e perquisito con altre quaranta guardie verdi
di Giuseppe Nicotri
C’è solo da sperare che di leghisti, camicie verdi e guardie padane non ce ne siano altre come Claudio Carè. Perché saranno pure innocui souvenir le granate e il lanciarazzi che gli hanno trovato in casa i carabinieri, ma la sua capacità di fare la guerra e accoppare le persone è un fatto vero, recente. Ammesso tranquillamente. E fa uno strano effetto sentirlo raccontare con indifferenza, un pigro sabato mattina in una pizzeria di Caronno Pertusella, nel Varesotto, del centinaio di persone che ha ucciso. «Forse erano più di cento, chissà. Mica le ho contate. Mi è capitato anche di impiccarle o strangolarle con le mie mani. O di fucilarle impartendo io gli ordini al plotone di esecuzione. Sino al 1994. Tre anni prima avevo mollato Caronno per arruolarmi come volontario in difesa della Croazia contro i bosniaci», racconta Carè esibendo con orgoglio il suo berrettino da campo di stoffa blu. Sul quale spicca come stemma un assai poco rassicurante teschio.
Faccia da ragazzo perbene, metalmeccanico, nato a Milano il 22 settembre 1969, sotto il segno della Vergine, il giovane Carè è una delle 40 insospettabili camicie verdi e guardie padane fatte perquisire il 5 novembre dal procuratore della Repubblica di Busto Arsizio Roberto Craveia, nel contesto di un'inchiesta su eventuali reati associativi. Lui la tessera di simpatizzante della Lega, col contributo di 50 mila lire l'anno, l'ha presa nel '94, fresco reduce dalle imprese croate, e l'ha rinnovata solo per il '95. Assolutamente sconosciuto a Umberto Bossi e Roberto Maroni, ma non ai sindaci leghisti del Varesotto, il ventottenne Carè non l'ha più rinnovata, ma è rimasto disponibilissimo a "dare una mano" alle feste e ai raduni della Lega se c'è da vendere vino e salsicce. E magari pure se c'è qualche servizio d'ordine o di ronda.
Infanzia a Milano, capitato a Caronno da ragazzo al seguito del papà operaio, diploma in Scienze Turistiche, tedesco, inglese e francese parlati benino, servizio militare come soldato semplice tra i granatieri a Civitavecchia, primi impieghi in uffici, agenzie immobiliari e aziende varie tra Varese e Caronno, a 21 anni l'insoddisfazione si fa pressante. E così l'interesse per le guerre civili, religiose ed etniche nella ex Jugoslavia si fa talmente forte da spingere il giovanissimo Carè alla stazione centrale di Milano e prendere l'ultimo treno dell'ottobre '91 per Zagabria.
«Quando sono arrivato, mi sono rivolto al primo uomo in divisa che ho visto per dirgli, in lingua tedesca: "Mi devo arruolare. Può indicarmi la caserma più vicina?"», ricorda Carè. Ma perché lo ha fatto? E perché ha detto "mi devo" anziché "voglio arruolarmi"? «Mah, dipende da che pasta si è fatti», sospira l'ex volontario. Poi prova una spiegazione: «Sapevo di essere nel giusto. La ritrovata libertà dei croati, europei e cattolici come noi, andava difesa contro l'oscurantismo bosniaco, violento sin nei cromosomi perché segnato da mille anni di guerre. Oltre che musulmano ormai sin nelle ossa. Insomma, una scheggia d'Oriente ficcata nel fianco sud-orientale d'Occidente...».
Arruolato col grado di fuciliere nella polizia croata, il volontario arrivato da Caronno è talmente volenteroso da essere trasferito presto nell'esercito. Per l'esattezza, nella seconda brigata della Zng, la Guardia nazionale. E subito spedito al fronte in Slovenia, a Vinkovzi, settore di Osijek, epicentro degli scontri. «Vicino Vukovar», aggiunge Carè. Armato di kalashnikov, bombe a mano, pistola e micidiale pugnale ungherese "fokos", dalla forma simile al becco di un uccello, il volontario partecipa a una ottantina di assalti offensivi, e ne sostiene altrettanti sferrati dal nemico. «Compresi i corpo a corpo, quelli dove si uccide nel modo peggiore, cioè anche strangolando con le proprie mani chi ti capita addosso», precisa l'ex combattente.
Nel '92 ottiene il trasferimento negli Hos, un corpo di quegli Ustascia tristemente noti per avere servito con zelo sotto Hitler. Diventa "primo tenente", equivalente del nostro capitano, e viene spedito in Erzegovina a dar man forte alla neonata repubblica croato-bosniaca. E ci resta sino a quasi tutto il 94, quando scoppia la pace e viene congedato. Nel frattempo, Carè non si è sottratto neppure ai compiti di polizia giudiziaria. «Eseguivamo le sentenze di morte emesse dai tribunali militari per i motivi più disparati, dalla diserzione alla codardia», racconta. E aggiunge: «Gestivamo inoltre la legge marziale fucilando o impiccando sul posto, senza processo, saccheggiatori e profittatori colti in flagrante.
Donne, vecchi e ragazzi compresi, chi capitava capitava. Quanti? Mah, io ho partecipato a qualche decina di casi. Più o meno».
Ma l'insolito leghista di Caronno ci tiene a chiosare subito: «Tutto legale! Secondo il diritto internazionale di guerra. Insomma, ero nel giusto, dalla parte della ragione. Dormo e ho sempre dormito bene...». E se in Italia il gioco della secessione finisse nel sangue? Sorride Carè: «Impossibile. Siamo tutti cattolici, e qui nessuno ha dominato come i serbi e i bosniaci in Croazia. Anche se cominciano a esserci troppi immigrati, e troppo al di fuori delle leggi».
