Recensione del libro
"Mediterraneo. Stesso sangue, stesso fango" di A. Evangelista
Il libro di Antonio Evangelista, Mediterraneo. Stesso sangue, stesso fango (Santelli, 2023), è un ibrido fra un memoir di un operatore dell’antiterrorismo e un saggio geopolitico che ricostruisce, per tasselli, alcuni “delitti” storici consumati nel bacino mediterraneo: Libano, Siria, le Primavere arabe, le partite energetiche, i giochi d’apparato di Gran Bretagna e Stati Uniti, il ruolo crescente di Russia e Cina.
L’autore è un noto esperto di terrorismo internazionale e conflitti geopolitici, essendo stato incaricato nella veste di dirigente di Polizia, della Polizia Internazionale dell'ONU e dell'Interpol, di numerose missioni all'estero, che lo hanno reso testimone di molte delle vicende internazionali più gravi e scabrose degli ultimi decenni – da Sabra e Chatila (1982) all'ISIS passando per la Bosnia-Erzegovina. Egli guarda perciò con ragion veduta al Mediterraneo come al “mare più politico del mondo”, teatro di una guerra mondiale a bassa intensità per la definizione delle sfere di influenza, guerra che, dal 1890 in poi, non si è mai davvero interrotta.
Evangelista affronta le strategie britanniche nel Mediterraneo e il nodo energetico: il lungo conflitto con l’Italia di Mattei e dell’ENI, il sabotaggio di percorsi autonomi di approvvigionamento, l’uso sistematico dell’apparato mediatico e d’intelligence di Londra per orientare l’opinione pubblica e destabilizzare governi non allineati. Attraverso la sintesi del lavoro di Giovanni Fasanella, Evangelista insiste su un pattern: la Gran Bretagna come potenza che, nel secondo dopoguerra, interviene pesantemente nella politica interna italiana per difendere interessi petroliferi e marittimi, fino a considerare Mattei una “verruca da rimuovere” e a passare la “pratica” ai servizi.
Evangelista dimostra che la proiezione britannica nel Mediterraneo non si è affatto esaurita con l’Impero coloniale, ma si è ristrutturata intorno a energia, rotte marittime, controllo delle “periferie” europee e degli stretti. È un’ottica, la sua, che dialoga con la lettura della dissoluzione jugoslava come risultato non solo di dinamiche interne, ma anche di strategie esterne di ridisegno degli equilibri balcanici, e che mostra come il “fattore UK” operi da decenni in chiave anti‑autonomia nei confronti di Stati mediterranei percepiti come troppo indipendenti. La testimonianza di Evangelista non a caso concorda con l'analisi fatta recentemente dal giornalista investigativo Kit Klarenberg in un articolo intitolato "Il ruolo segreto della Gran Bretagna nella distruzione della Jugoslavia" [ https://www.cnj.it/home/it/informazione/jugoinfo/9781-9496-il-ruolo-segreto-della-gran-bretagna-nella-distruzione-della-jugoslavia.html ].
Il volume è centrato soprattutto su Medio Oriente, Nord Africa, dossier energetici e casi italiani (Mattei, South Stream, Regeni), ma Jugoslavia e Balcani sono pesantemente chiamati in causa come parte del grande “gioco dei tubi” e delle competizioni tra blocchi. Nel definire il ruolo britannico nella distruzione della Jugoslavia, il libro offre dunque un contesto politico‑strategico largo e alcune categorie interpretative (divide et impera, uso combinato di intelligence, media e leva energetica), senza addentrarsi troppo nella ricostruzione dei passaggi avvenuti tra il 1989 e il 1999 nei Balcani ma riportando documentazione di prima mano, talvolta desecretata o comunque troppo poco considerata da giornalisti e storici che su questi temi raramente svolgono con onestà il proprio mestiere; documentazione che non può non indignare il lettore cosciente così come non smette di indignare chi scrive. Guardiamo, tanto per fare uno tra molti esempi possibili, al documento del 19 gennaio 1993 (p.290) con cui il generale francese Philippe Morillon – recentissimamente scomparso – contestava al leader secessionista bosgnacco Alija Izetbegović l'uso vigliacco, da parte delle sue milizie, dell'ospedale Koševo di Sarajevo come schermo per la collocazione e l'utilizzo di armamento pesante!
Uno degli aspetti più solidi del libro è proprio l’uso costante di tali fonti documentarie: rapporti ONU, cablogrammi diplomatici, documenti declassificati USA e britannici, materiali DIA resi pubblici tramite FOIA, oltre a una ricca rielaborazione dei dossier ricostruiti da Giovanni Fasanella sui rapporti tra Gran Bretagna, Italia ed ENI. Evangelista intreccia queste carte con la propria esperienza sul campo, producendo un racconto che alterna memoria personale e citazione puntuale di report, note riservate, comunicazioni ufficiali, spesso riportate in estratto nel testo.
Nel complesso, Mediterraneo. Stesso sangue, stesso fango è una lettura molto interessante per chi voglia approfondire il ruolo di NATO, UE e potenze anglosassoni nel Mediterraneo allargato: rafforza l’idea di una continuità di lungo periodo nelle pratiche britanniche di proiezione di potenza e nel loro intreccio con interessi energetici e dispositivi mediatico‑giudiziari. In un inquadramento storiografico come quello attuale, in cui si squarcia il velo sulle narrazioni prevalenti relative ai Balcani, il libro di Evangelista illumina sul ruolo del Regno Unito nella distruzione della Jugoslavia e lo colloca in un quadro più ampio, in cui il caso jugoslavo appare come una delle molte “mietiture” di un sistema di dominio che, dal Medio Oriente ai Balcani, ha fatto del Mediterraneo un laboratorio permanente di "guerra a pezzi".
