[srpskohrvatski / italiano]
Goran Babić
Da ne bismo cedili suvu drenovinu, dajemo reč Goranu Babiću, čija pesma Moj jezik „sažima“ tragediju naroda kome pripada, za čiju sudbinu je neraskidivo vezan kao pisac i kao .
Moj jezik
pišem na jeziku malom kao dugme
pišem na beznačajnom
a sićušnom hrvatskom jeziku
koji je te sreće
da se ne razlikuje od srpskog
pišem na jeziku jednom i jedinstvenom
kojim osim Srba i Hrvata
piše još i druga boranija
Crnogorci, Muslimani, ovdašnji Jevreji
i Jugoslaveni
jer sve je to jedan jezik
i jedan te isti minijaturni narod
koji se još i među sobom trijebi
pišem na malom i ništavnom jeziku
koji ima više gramatika
u zadnjih stotinu godina
od jezika naroda Han
u pet hiljada godina njegove historije
pišem na smiješnom i dragom jeziku
čiji se pravopis mijenja češće
nego što se mijenja vjetar
koji lista listove pravopisa
2
pišem na efemernom, na jeziku s dva pisma
od kojih njedno nije naše
ali to tolikima ne bijaše smetnja
da nepismeni izgube glavu
ratujući zbog slova koja ne razumiju
pišem na jeziku kojim ne govori
nijedan razuman čovjek
tako da ni ovo što ovdje stoji
neće razabrati jednako stranci
ako im bude tumačeno
kao ni domaći, ovi koji laprdaju
mojim jezikom
jer ja pišem na jeziku
satkanom od noža i sječiva,
od omče za vješanje i koca za nabijanje
živog čovjeka
jer ja pišem na jeziku kojim urlaju
silovane žene
na kojem plaču majke
na grobu mrtvih sinova
jer ja pišem na jeziku kojim govori
prljava mržnja i sulud užas
prevara i prijetnja, Satana, Nečastivi
bez padeža i sintakse a sa mnogo samrtnih
hropaca
u kojima se ne razlikuju vokali
od krvi koja istječe iz grla
koga god zovneš na mome jeziku
stići će nesreća
iI’ nevjesta njezina smrt
Goran Babić 26. 2. 1995. Beograd
Biografski podaci:
Rođen na Visu 1944. godine, u partizanskoj porodici. Školovao se u Mostaru, Metkoviću, Rijeci i Zagrebu, gde je 1968. godine diplomirao na Ekonomskom fakultetu. Od 1973. godine postaje glavni urednik književnog časopisa Oko koji okuplja I objavljuje mlade jugoslovenske pisce. Početkom devedesetih seli se sa porodicom u Beograd, a sebe vidi kao poslednjeg pisca velike jugoslovenske književnosti.
Priredila: Mara Knežević Kern
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Fonte: pagina FB di Olga Handjal , 28 aprile 2026
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Goran Babić (1944-2026) - Ultimo grande poeta jugoslavo
Questo poema di Goran Babić, noto per i versi potenti, rappresenta una visione radicale e di sacrificio totale, che riflettono l'amore disperato e la dignità.
In esso, l'autore descrive il comunismo non come un sistema burocratico, ma come una scelta etica e sentimentale totale.
Il paragone con il "primo amore" suggerisce un ideale che rimane dentro anche quando la realtà prende altre strade, mentre il richiamo alla dignità e alla coerenza, fino al sacrificio estremo, riflette l'amarezza di chi ha visto traditi quegli stessi ideali.
Questo testo esplora il comunismo come un amore che resta, nonostante le ferite, la ricerca di dignità e la lotta contro il tradimento.
COSA DOVREBBE ESSERE IL COMUNISMO
I
Dovrebbe essere quell'amore primo
che un giorno ti ha lasciato
e se n'è andata con un altro,
e tu poi, per tutta la vita,
ami lei, e ami lui
Dovrebbe avere
dalla sua parte i disperati,
gente che si getta dai ponti,
sotto i treni, sotto i carri armati,
che ferma l'orologio, la luce
e la macchina; gentili e morti
Dovrebbe… dovrebbe fucilare
ogni canaglia che lo infanga,
con tristezza sparare all'ex compagno,
e se allora gli riga il volto una lacrima, suo malgrado,
dovrebbe sapere —
il traditore è la bestia futura
che oggi sgozza
II
Dovrebbe disprezzare il lusingatore
che lo loda per domarne lo splendore,
la selva, il furore di una fiera giustizia,
accarezzando il morello con guanto di seta
il vanaglorioso lo conduce nel torpore — l'orrore
Dovrebbe essere, ed è, la dignità
di tutto ciò che verrà, di tutto ciò che è stato,
uno stato di allerta bellica, un treno blindato
che scarta gli ipocriti,
come un carrello ferroviario; nel nulla
III
Che il male non lo dissolva,
che la menzogna non lo sporchi,
suo figlio è anche il pazzo che si lancia
nel chiarore lunare, con la bandiera rossa in petto,
conficcata nei polmoni, dritta nel cuore
Che sia un cavallo postale!
Nella corsa perda le zampe,
ma che conquisti il mondo!
Chi non resiste, che perisca,
esistono la morte e la gloria, esistono le distanze
Da tutto ciò che si può sapere
lui deve distinguersi
(Traduzione dal serbo e adattamento poetico, Olga Handjal)
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ŠTO BI MORAO KOMUNIZAM
I
morao bi biti ona ljubav prva
koja te jednom ostavila
i otišla s drugim nekim,
a ti poslije, cijeloga života,
voliš nju, i njega
morao bi imati
na strani svojoj očajnike,
ljude što se bacaju s mosta,
pod vlakove, pod tenk,
što zaustavljaju sat, svjetlost
i stroj; nježni i mrtvi
morao bi… morao bi strijeljati
svaku hulju koja ga sramoti,
s tugom da puca u bivšega druga,
i ako mu tad suza kane, mimo volje,
morao bi znati —
izdajnik je buduća životinja
koja danas kolje
II
prezreti morao bi laskavca
koji ga hvali da ukroti sjaj,
divljinu, žestoke pravde bijes
rukavicom svilenom gladeći vranca
hvališa ga vodi u mrtvilo — užas
morao bi biti i jest dostojanstvo
svega što će doći, svega što se zbilo,
stanje bojne gotovosti, oklopni vlak
što odbacuje licemjere,
kao drezinu; u ništavilo
III
neka ga ne rastače zlo,
neka ga laž ne prlja,
njegovo je dijete i luđak koji srlja
u mjesečinu, sa rdečim stijegom u grudima,
zabijenim kroz pluća, u srce direktno
da bude poštanski konj!
u trku da gubi noge,
ali da osvaja svijet!
koji ne izdrži neka gine,
postoji smrt i slava, postoje daljine
od svega što se može znati
on mora odudarati
=== 4 ===
https://www.cnj.it/documentazione/interventi/babic1995.htm
Intervista a Goran Babić
di Ivan Pavičevac
pubblicata sul Dossier Jugoslavia della rivista Nuova Unità nel dicembre 1996
Babić – poeta e raffinato intellettuale croato,
nato nell'isola di Vis, formatosi a Zagabria – al momento dell'intervista viveva da esule a Belgrado...
Belgrado, agosto 1995.
D. Come si definisce, profugo politico o emigrante?
R. Non mi definisco in nessuno dei due modi. Mi sono sempre sentito jugoslavo, cittadino di una terra, di una realtà che mi sembrava indistruttibile, ed ancora la sento così a livello emotivo. Ma per quanto riguarda la situazione attuale, questa terra è distrutta e come tale non esiste più. Dunque, sono cittadino di uno stato che non esiste. La mia terra era il risultato di un processo storico, ed è sparita come risultato di circostanze storiche. Usando la storia come criterio, vediamo che ciò è avvenuto a molti stati che hanno condiviso lo stesso passato. Sono scomparse nazioni, popoli... ma se parliamo razionalmente, esistono anche delle emozioni...
A questo proposito, vorrei citare qualche frase dal mio libro "Il cimitero d'Europa": "Che l'idea dello jugoslavismo arrivi dal lontano passato è indiscutibile (...) Ogni lettore dovrebbe almeno sapere che l'idea dell'unificazione degli slavi e dell'etnia slava del sud è molto antica, non si può neanche dire esattamente quanto. Questa è una tesi di grande importanza, perché ci sono molto ignoranti che ritengono l'unificazione vecchia solo di una settantina d'anni, e cioè tanto quanto l'edificio jugoslavo. Lo stesso tempo sono durati, se non sbaglio, i papi ad Avignone, ma nessuna persona intelligente, oggi, mette in dubbio l'esistenza ulteriore della Chiesa Romana. Il Vaticano ha attraversato nella sua lunga storia innumerevoli crisi, ha ceduto a debolezze e si è macchiato di vergogne come nessuna creatura di Dio, ed eccolo oggi vitale e forte più che mai..."
D. Lei proviene da una ex-repubblica jugoslava. Cosa pensa dell'esodo dei profughi serbi dalla Krajina? Sembra che l'Occidente non veda o non voglia vedere, e finge di non capire che la Croazia è uno stato genocida, come lo era nel 1941...?
R. Non ho messaggi da lanciare, né spetta a me lanciarne. Però esiste un problema e io ho la mia opinione al riguardo. Che l'Occidente veda o non veda, per ogni persona intelligente è chiaro che l'Occidente vede. Non solo vede, ma sa tutto. Sa molto di più della gente di media cultura. Ed è oltretutto colpevole e corresponsabile per quello che è successo. Perché senza la sua complicità, senza la sua intenzione e volontà non sarebbe successo tutto questo.
D. Ho letto una sua intervista, in cui lei conclude dicendo: "... Europa, culla la tua creatura, questo tuo mostro neonato (la Croazia)!".
R. Anche prima di Tudjman l'Europa ha conosciuto un fenomeno simile. Si chiamava la Spagna di Franco, e l'ha cullata finché le è servito, finché ha trovato il modo di difenderla. Quando non ha potuto farlo più, l'Europa si è sbarazzata di Franco molto presto, elegantemente. L'Europa risolve tutti i suoi problemi con facilità. Però non sono sicuro che risolverà facilmente questo problema. Qui nei Balcani ha causato una guerra che durerà a lungo.
Ma per continuare con la seconda domanda, l'Europa naturalmente sa molto. A Zagabria ero abbonato a una rivista sulla natura, seguivo una scienza che non era proprio di mia competenza. Mi interessavo allora concretamente di altre cose. Ho notato però un dettaglio: per un centinaio d'anni, i Tedeschi hanno esplorato tutte le nostre montagne, la flora, la fauna. Disegnavano le carte topografiche che noi non avevamo. Le studiavano attentamente, e perciò anche in questo sapevano più di noi stessi. Se già allora sapevano della nostra Patria anche più di noi, se oggi conoscono la composizione dei nostri minerali, le materie prime, le piante, gli animali, allora conoscono anche gli uomini. In ogni caso, ho citato questo solo per far capire che senz'altro sono informati di ciò che sta succedendo qui. Un'altra cosa è quali sono i loro interessi e cosa vogliono. Su questo possiamo fare delle supposizioni, tenendo presente il loro interesse generale. Ed io penso che, se da una parte ciò porta loro dei vantaggi, dall'altra
comporta anche dei danni. Se questi danni si potranno notare subito o tra qualche tempo, lo vedremo. Neanche questa guerra conviene più, perché qualcosa sta cambiando in Europa. Non penso che questa guerra possa in qualche modo allargarsi, danneggiando l'Europa militarmente, ma la disturba per vari motivi: civili, tecnologici... Non possono viaggiare liberamente in Medio Oriente come facevano prima.
Molto hanno avuto in ritorno con la produzione e la vendita d'armi. In questo senso hanno guadagnato. Non guadagneranno in nessun altro modo, almeno per un periodo... Molti hanno perso la simpatia in questi territori, la stima... Per esempio, la società nella quale ora vivo aveva da una decina d'anni una certa inclinazione e simpatie filoamericane. Ora questo atteggiamento l'hanno perso, e non credo che in un futuro prossimo lo riconquisteranno. Per quanto riguarda l'umore verso i tedeschi, essi erano malvisti da sempre (o quasi) nei Balcani, "grazie" anche ai loro interessi. Trovo molto stupido ciò che stanno facendo ora. Guardando a lungo termine, non so se gli conviene.
D. Forse una domanda superflua. Cosa pensa dell'ultimo grave episodio riguardo i profughi serbi espulsi dalla Krajina, fatti oggetto di lancio di pietre, di insulti, di maltrattamenti da parte della popolazione croata...?
R. La cosa non mi ha stupito. Di recente ho girato un film-documentario sul campo di sterminio di Jasenovac. Uno dei superstiti descrive ciò che accadeva nel lager: quando prelevarono un gruppo di prigionieri serbi per trasferirli ad Osijek, a lavorare nei campi, anche in quella occasione essi furono oggetto di lancio di pietre. Perciò quanto è accaduto giorni fa non è niente di nuovo. Quella stessa "coscienza" nazifascista è ancora viva.
D. Parlando di film, ha visto l'ultima opera di Kusturica "Underground"? Trova in questo film una convinzione, un messaggio politico...?
R. Io non guardo i film come espressione di un pensiero politico, perché se dobbiamo giudicare così le opere artistiche, siano essi film, musica, letteratura, o qualunque altra cosa, il balletto... alla fine della storia noi staremo sicuramente vagando, perché l'arte e la politica non usano lo stesso linguaggio. Sono due cose diverse che qui e là si avvicinano, si intrecciano, non so... si ospitano a vicenda. E così come ritengo che la politica non abbia nulla da cercare nell'arte, ritengo che l'arte non abbia competenza nel campo della politica...
D. Qualcuno però considera questo film, almeno per ciò che riguarda la seconda parte, come un pugno allo stomaco della propria Patria.
R. Posso dire solo una cosa: "leggere" un'opera d'arte in questo senso non porta ad una conclusione intelligente. Può portare solo a certe conclusioni che ognuno grida in modo diverso. Non accetto assolutamente un criterio così definito. Ritengo che non sia opportuno, che non conduca a nulla, solo a degli errori. Il cinema ha i suoi criteri, le sue leggi. Possiamo "processare" qualunque film, prendiamo per esempio Rubljov. Cosa significa questo film politicamente? Niente? Invece, secondo me, è uno dei migliori film mai girati. Non entrerei in questo genere di discussione, non lo trovo utile... ti aiuta solo a perderti.
Per tornare al problema dell'Europa e tutto quello che sta succedendo ora, penso che l'artefice principale di questi ultimi eventi, parlando di persone singole, sia l'odierno Papa Wojtyla, e dopo di lui il mondo al quale appartiene...
D. Anche in Occidente si ritiene che sia lui uno dei primi responsabili...
R. Sì, lui e il gruppo intorno a lui, Lakovski, Walesa, Caslav Milos, Adam Misnik, e uno dei più importanti, Zbignjev Berzinski, ed altri. Si sono trovati nel cuore della tempesta, per così dire. L'anello polacco era il più debole del blocco orientale, e naturalmente l'Occidente ha giocato su questo anello della catena. E ci è riuscito.
Questo richiederebbe un'approfondita analisi, e invece il mondo ne parla poco. Ritengo che un'analisi corretta del fenomeno polacco possa dare risposte intelligenti su quanto è avvenuto in Europa negli ultimi 15 anni, anche per ciò che rigurda la stessa Polonia, come ad esempio l'ultima vittoria politica di una fragile sinistra, quando lo stesso popolo cattolico polacco ha visto che la caduta del precedente regime non aveva portato nessuna fortuna, né benessere. Dato che ho citato Wojtyla, dirò che egli non agiva solo su scala nazionale ridotta, ma su una vasta scala mondiale. Lui ha portato dalla sua parte due cose importanti, ma ha commesso anche due grandi errori. La storia, un giorno, dimostrerà se dal suo "lavoro" ha ricavato più danno che guadagno. Le due grandi cose sono: la distruzione del blocco socialista, e lo ha fatto in modo totale; poi, per 15-16 volte ha viaggiato in America Latina, per soffocare l'agitazione sociale, il movimento di liberazione, quel cattolicesimo di sinistra che era innanzitutto contro la dominazione americana. Wojtyla è riuscito a contenerlo. E qui ha fatto un gioco demagogico, come d'altronde ha sempre fatto. E' riuscito a sconfiggere anche caricature di regimi, come quello di Pinochet: lo ha lasciato al comando dell'esercito, ma lo ha tolto dalla carica di capo di stato, salvando così una facciata di dogmatica democrazia, perché non si poteva nascondere il fatto che Allende era stato democraticamente eletto e che veniva soffocato dal golpe militare. E per 14 anni non ci sono state sanzioni politiche, non c'è stato nulla di tutto quello che stanno facendo oggi. Per nascondere ciò, loro si sono sbarazzati di questa dittatura, ma nello stesso tempo hanno incaricato il Papa di portare avanti un'opera di pacificazione, e lui l'ha fatto bene, insieme al Vaticano - non so come definire il mondo a cui appartiene - la Santa Sede. Non sarò più preciso, non voglio dare una definizione: forse il Papa appartiene a un movimento planetario col quale agita il mondo, e lui è il protagonista di questo grande gioco.
I due grandi errori, di cui non si conosce ancora la negatività, sono: primo, ha sottovalutato l'Islam. Il Papa ha svolto il suo ruolo non tenendo conto dell'Islam, non solo come religione, ma come filosofia politica in espansione, che ha dietro di sé oltre un miliardo di persone, e che ha dimostrato negli ultimi 15 anni una determinata tendenza che il mondo occidentale dovrà affrontare. Credo che il prossimo Papa - perché questo non durerà ancora a lungo - avrà molta competenza in materia di Islam. Wojtyla era un esperto di comunismo, secondo il loro criterio. Ma neanche il prossimo Papa riuscirà a fare molto per l'Europa.
D. Forse il cardinale Puljic...?
R. Sì, potrebbe, perché questa guerra nell'ex-Bosnia Erzegovina dimostra una pessima convivenza tra croati cattolici e musulmani. La comunità croata in Bosnia Erzegovina era composta di circa 700.000 persone. La maggior parte di essi sono sparsi. Altri 200.000 sono rimasti in Erzegovina. Nel resto della Bosnia, la Croazia controlla solo Kiseljak, e può succedere che perda anche quella. Dunque il prossimo Papa dovrà conoscere l'Islam.
Il secondo errore di Wojtyla è che ha portato la religione ortodossa a diventare qualcosa di vivo, di attivo. Prima di questa nostra tragedia, la chiesa ortodossa serba ha sempre avuto un carattere benigno, passivo, non aggressivo, esisteva e basta. Viveva in un suo piccolo mondo chiuso e non nutriva ambizioni terrene, né aveva la forza per diventare un fattore importante. Mi pare che Zinovjev abbia detto: "Miravamo al comunismo ed abbiamo colpito la Russia". Wojtyla mirava al comunismo e ha colpito l'ortodossia. Lo ha dimostrato adesso, il suo approccio ecumenico non è fatto così, tanto per fare. Ha capito che è stato un grande errore, perché lui non sarà messo in cattiva luce solo oggi, ma anche in futuro, e ciò bloccherà la sua espansione nell'Est.
Quando tireranno il bilancio sul suo mandato, tra cose positive e cose negative, sicuramente avranno un saldo negativo, perché così sarà giudicato dal loro punto di vista. Figuriamoci dal nostro.
