Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia ETS
ITALIJANSKA KOORDINACIJA ZA JUGOSLAVIJU
ITALIAN COORDINATION FOR YUGOSLAVIA

 

Bologna, sabato 17 gennaio 2026
 

BOSNIA-ERZEGOVINA: UNA CHIMERA

Seminario, proiezioni e immagini a 30 anni dagli Accordi di Dayton

 

GLI INTERVENTI DEI RELATORI:


Andrea Martocchia (Jugocoord): Introduzione. Smembramento della Jugoslavia e secessione bosniaca


L'iniziativa di oggi a suo modo si inserisce nel novero delle molte iniziative organizzate in questo periodo per il trentennale degli accordi di Dayton; tuttavia essa si differenzia nettamente dalle altre già a partire dal titolo – Bosnia-Erzegovina, una chimera – con il quale abbiamo inteso distanziarci programmaticamente dal conformismo con cui le questioni bosniache e jugoslave sono trattate di solito.

Se parliamo di una chimera non è per cinismo, né ci rallegreremmo di una eventuale crisi degli equilibri instaurati con gli Accordi di Dayton e della conseguente ripresa di scontri armati. Quello che vogliamo suggerire è che l'abitudine dei commentatori occidentali a dare per scontate la statualità della Bosnia-Erzegovina e una sua vocazione "europea" – cioè la presunta ineluttabile adesione agli assunti politico-valoriali della Unione Europea –, anteponendole a qualsiasi ragionamento e dato fattuale, è segno di falsa coscienza e colpevole ignoranza.

Come sa chi ci conosce e ci segue, su questi temi noi siamo abituati a dire cose diverse e impopolari, generalmente sottaciute. Come Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia, sin dalla nostra costituzione come insieme di gruppi informali proprio nel corso di quei drammatici anni Novanta, ci siamo ritrovati a svolgere il ruolo dei grilli parlanti in tanti casi: tale è stato il nostro destino e purtroppo, visto il contesto, continuiamo ad esprimere esigenze che altri non raccolgono.

Per capire i problemi che restano aperti trenta anni dopo Dayton bisogna capire come si è arrivati a quegli accordi, e prima ancora alla idea stessa di proclamazione di uno Stato indipendente nei confini amministrativi della Bosnia-Erzegovina, terza repubblica secessionista dopo Slovenia e Croazia dalla Jugoslavia federativa.

La Comunità Europea, trainata da Germania e Vaticano, aveva voluto riconoscere a tutti i costi la "indipendenza" della Croazia (15 gennaio 1992) nonostante una guerra civile in corso – condizione per cui persino la europeissima commissione Badinter si era pronunciata contro. (1)

All'inizio del 1992 la Bosnia si trovava in una situazione molto delicata, con una presidenza (Alija Izetbegović) di dubbia legittimità sia perché secondo la regola della "rotazione" sarebbe dovuta passare ai serbi, cosa che non fu, sia perché il leader eletto dei musulmani era invece il laico e moderato Fikret Abdić sul quale erano state fatte indebite pressioni perché abbandonasse a favore dell'estremista Izetbegović. Fatta eccezione per i settori più fanatici dei partiti ispirati al separatismo etnico, tra i quali appunto l' SDA di Izetbegović e l' HDZ degli irredentisti croati, l'umore prevalente degli abitanti della Bosnia-Erzegovina era nettamente jugoslavista, come dimostrato da partecipatissimi eventi quali lo spettacolare concerto del 28 luglio 1991 allo stadio Zetra di Sarajevo e le manifestazioni di piazza dove venivano sventolati migliaia di tricolori jugoslavi. Però dal marzo 1992 quelle manifestazioni iniziarono ad essere bersagliate da cecchini di appartenenza "etnica" indimostrabile ma chiaramente al servizio delle strutture occulte della NATO, proprio come i cecchini sguinzagliati nei paesi Baltici pochi mesi prima in funzione antisovietica e quelli fatti appostare sul Majdan di Kiev nel febbraio 2014 per accelerare il processo di fascistizzazione dell'Ucraina. (2) 

Anziché trarre insegnamenti dal disastro della Croazia, la Comunità Europea e gli Stati Uniti incitarono alla indizione di un referendum secessionista anche in Bosnia-Erzegovina. Il 1 marzo 1992 la popolazione serba della Bosnia boicottò massicciamente il referendum, rifiutando il distacco dalla RFSJ: solo il 62,68% dei votanti sul 63,04% dell’elettorato, quindi una minoranza assoluta, optarono per uno Stato indipendente di Bosnia-Erzegovina.

Immediatamente dopo la proclamazione della indipendenza nella data infausta del 6 aprile – anniversario della aggressione nazifascista di appena 51 anni prima, precedente storico diretto dello smembramento della Jugoslavia voluto da Occidente – i risultati del referendum di dubbia validità furono immediatamente riconosciuti da Bruxelles e Washington, gettando nuova benzina sulla brace. 

Se la nostra interpretazione sulle responsabilità primarie della guerra fratricida bosniaca non dovesse convincere, si analizzino i fatti che seguirono immediatamente dopo. 

Chi fece fallire i primi accordi di pace? 

Il 3 maggio 1992 le milizie separatiste "bosgnacche" (musulmano-bosniache) di Izetbegović, Ejup Ganić (membro influente della Presidenza) e Jovan Divjak (comandante per la zona di operazioni di Sarajevo), assaltarono alle spalle la colonna dell'Armata Jugoslava (JNA) che percorrendo la Via Dobrovoljačka si ritirava pacificamente da Sarajevo verso la Serbia. La colonna era composta prevalentemente da giovanissime reclute, provenienti da diversi territori jugoslavi e non tutte "serbe". L'assalto proditorio causò una strage efferata: 42 morti, 73 feriti, 215 prigionieri.

Eppure, la ritirata era stata concordata: mentre infatti la colonna della JNA veniva assaltata, i serbo-bosniaci rilasciavano Izetbegović, che avevano trattenuto dopo il suo ritorno dal Portogallo dove, su istigazione dell'ambasciatore USA Warren Zimmerman, aveva precedentemente sabotato il "piano Cutileiro". La strage della Via Dobrovoljačka fu una provocazione premeditata, mirata a fomentare la guerra civile incipiente, come dimostrato dal fatto che quel 3 maggio 1992 l’Ambasciata statunitense a Sarajevo aveva avvertito i propri concittadini a stare attenti e restare a casa, per via di eventuali incidenti e possibili episodi di violenza. 

Va da sé che, nonostante – o forse proprio grazie a – la istituzione di un "Tribunale ad hoc" sui crimini commessi sul territorio jugoslavo (ICTY, con sede all'Aia), i responsabili della strage della Via Dobrovoljačka sono rimasti impuniti.

Così come sono rimasti impuniti i sabotatori del piano Cutileiro, che prevedeva da subito una cantonalizzazione della Bosnia-Erzegovina ed era stato sottoscritto da tutte le parti in causa; e nei drammatici mesi e anni seguenti fu un susseguirsi fitto di ulteriori sabotaggi, (4) tra iniziative diplomatiche altamente inopportune, rifornimenti di armi, supporto militare-logistico, episodi di strategia della tensione e dosi massicce di disinformazione mediatica. 

Sulla disinformazione – di cui va riconosciuto il carattere strategico-strutturale e non occasionale-accidentale – si fondano tutte le guerre dell'epoca che viviamo, successiva alla Guerra Fredda. In Bosnia la disinformazione è stata opera di una molteplicità di soggetti, ma è ben noto che inizialmente un appalto formale fu assegnato dalle fazioni secessioniste alla agenzia statunitense di lobbying Ruder&Finn. (5)

Su tutto questo si sorvola nei corsi universitari come nel giornalismo mainstream, e si eludono aspetti della guerra fratricida che non sono spiegabili con le chiavi di interpretazione di comodo. Chi ricorda, ad esempio, le contraddizioni interne alle stesse fazioni in lotta? Se tra i serbi si confrontarono diversi orientamenti, tra i bosgnacchi si scatenò una vera guerra intestina che vide la parte di Fikret Abdić aggredita proprio dalle truppe di Sarajevo. Abdić era molto popolare ed egemone nell'area di Bihać e Velika Kladuša, dove aveva proclamато un proprio territorio autonomo, in grado di mantenere rapporti pacifici e vantaggiosi con le altre "etnie": andava perciò tolto di scena. Ricordiamo anche che croati e bosgnacchi non entrarono in guerra da alleati bensì inizialmente si combatterono (si pensi a Mostar e alla distruzione dell'iconico ponte turco), finché il presidente USA Bill Clinton non li costrinse ad accordarsi per i propri calcoli geopolitici.

La NATO passò presto all'interventismo armato diretto. Il 10-11 aprile 1994 attaccò i serbi nella zona di Gorazde; seguirono altri episodi, fino alla vasta operazione antiserba del settembre 1995. Con le operazioni militari sul territorio jugoslavo l'Alleanza Atlantica metteva in pratica la nuova dottrina della "responsabilità di proteggere" (R2P), sostitutiva della mera funzione di "difesa reciproca" sempre evocata nel corso della Guerra Fredda, mentre suoi paesi membri come la Germania, usciti dalla II Guerra Mondiale spergiurando disarmo e ripudio della guerra, sdoganavano nuove "missioni fuori area" da attuarsi in primo luogo negli stessi territori dove si erano macchiati di crimini inauditi nel 1941-1945.

La guerra fratricida e imperialista in Bosnia-Erzegovina culminò con quella che possiamo definire l' "operazione Srebrenica", nel senso dell'allestimento diplomatico e mediatico che ha contornato e sostituito i fatti verificabili. Per i dettagli su quella operazione e il suo contesto rimandiamo al video che abbiamo mostrato (6) e all'intervento dedicato di Stephen Karganović. Qui basti sottolineare che essa offrì copertura mediatica all'unica pulizia etnica veramente riuscita nel corso della guerra di spartizione della Jugoslavia, cioè la cancellazione della Repubblica Serba di Krajina ovvero della presenza di mezzo milione di autoctoni serbi in Croazia, che fu operata in quelle stesse settimane con la c.d. Operazione Tempesta.

Nell'autunno seguente, a Dayton, Ohio, si pose un termine agli scontri in Bosnia ma non si poté risolvere, inevitabilmente, il dilemma di fondo, e cioè: come separare fisicamente e politicamente tre "etnie" mischiate tra di loro in maniera inestricabile, e dunque quali confini "giusti" tracciare a dividere popoli e famiglie al loro interno. Un problema senza soluzione – di qui la nostra scelta di alludere a una chimera. Ciò che si è effettivamente ottenuto è stata l'istituzione di un sistema di occupazione coloniale de facto retto da truppe straniere (SFOR) e da un cosiddetto Alto Rappresentante di nomina UE da ratificare in sede di Consiglio di Sicurezza ONU. Quest'ultima figura è stata causa di incomprensioni crescenti fino ad oggi, perché le cancellerie occidentali, cieche nella propria autoreferenzialità, dapprima le hanno unilateralmente attribuito poteri supplementari (i cosiddetti "poteri di Bonn") che ne configurano una autorità arbitraria da vero e proprio governatore coloniale, poi hanno cominciato a ritenere superflua la ratifica della nomina in sede ONU. 

È di questi mesi l'aggravarsi della tensione in Bosnia proprio a causa di decisioni dell'Alto Rappresentante in carica – guarda caso un tedesco: Christian Schmidt – contestate dalla entità serba, la cosiddetta Republika Srpska. [7] Ed è evidente che quelle terre restano oggetto di una contesa anche in ambito inter-imperialista, come dimostra il perdurare della campagna di stampa, di taglio squisitamente antiserbo, sui "cecchini del weekend". [8]

È perciò comprensibile e giusto che l'anniversario degli accordi di Dayton sia segnato da innumerevoli iniziative. La guerra in Bosnia-Erzegovina va però compresa come fase di un più ampio e complesso processo, lo squartamento della Jugoslavia, del quale ha rappresentato il passaggio più esemplare e sconcertante ma dal quale non può essere decontestualizzata.

È infine singolare che delle vicende jugoslave dopo più di trent'anni continui spesso a sfuggire l'essenziale e ci si rifiuti caparbiamente di trarne i principali insegnamenti. Proprio in questi giorni, in occasione dei gravi fatti del Venezuela, capita di sentire elencare i crimini degli USA senza fare menzione del disastro della Jugoslavia, che dei crimini statunitensi post-Ottantanove è stato il primo e il più clamoroso. Com'è possibile parlare del rapimento di Maduro dimenticando il precedente di Slobodan Milošević? Analogamente, il modello per inscenare Bucha è quello dei mercati di Sarajevo e di Račak in Kosovo (ma anche Timosoara e via disinformando). E quando si paventa la balcanizzazione dell’Iran, si dovrebbe ricordare che nella storia recente le prime vittime di "balcanizzazione" per mano occidentale sono stati proprio gli abitanti dei Balcani, solo pochi anni fa.

NOTE:

(1) Parere n.5, vedasi: https://it.wikipedia.org/wiki/Commissione_Arbitrale_della_Conferenza_sulla_Jugoslavia

(2) Sui cecchini a Vilnius: "La congiura lituana. Come uccisero l'URSS e cosa accadde a chi tentò di salvarla", di Galina Sapoznikova e Giulietto Chiesa, Sandro Teti Editore, 2016; sui cecchini a Kiev: https://www.cnj.it/home/it/?option=com_content&view=article&id=7878%3A7915-strategia-della-tensione-targata-nato-a-kiev&catid=19 .

(4) Tra le più recenti inchieste sulle politiche eversive dell'Occidente sulla scena bosniaca segnaliamo quella di Kit Klarenberg e Tom Secker del 2022: << Come osservarono direttamente i caschi blu canadesi sul terreno: “[I bosgnacchi] non si fanno scrupolo di sparare sulla propria gente o su aree dell’ONU per poi attribuire la colpa ai serbi, al fine di ottenere ulteriore simpatia in Occidente. [I bosgnacchi] collocano spesso la loro artiglieria estremamente vicino a edifici dell’ONU e a luoghi sensibili come gli ospedali, nella speranza che il fuoco di risposta serbo colpisca questi obiettivi sotto lo sguardo dei media internazionali.” >>

(5) Si vedano le dichiarazioni del direttore della Ruder&Finn, James Harff, raccolte da Jacques Merlino nel suo libro "Le verites yougoslaves ne sont pas toutes bonne a dire" (Ed. Albin Michel, 1993) e nello stralcio video da "De Zaak Milosevic" mostrato in questa iniziativa.

(6) "Srebrenica - A Town Betrayed" (La città tradita), video mostrato in questa iniziativa.

[7] All'atto della pubblicazione di questo testo (luglio 2026) Christian Schmidt ha dato le dimissioni e non c'è accordo tra le potenze del CS dell'ONU sull'assegnatario del nuovo incarico: https://www.cnj.it/home/it/informazione/jugoinfo/9827-9521-la-bosnia-erzegovina-fuori-dalla-jugoslavia-è-solo-un-protettorato-coloniale.htmlhttps://www.cnj.it/home/it/informazione/jugoinfo/9827-9521-la-bosnia-erzegovina-fuori-dalla-jugoslavia-è-solo-un-protettorato-coloniale.html .

[8] Sull'inchiesta relativa ai cosiddetti "cecchini del weekend" abbiamo evidenziato numerose incongruenze da subito ( https://www.cnj.it/home/it/?option=com_content&view=article&id=9771%3A9490-cecchini-italiani-in-bosnia-e-dintorni-i-nomi-li-facciamo-noi&catid=19 ). Nel lasso temporale tra il seminario di Bologna (gennaio 2026) e la pubblicazione di questo testo (luglio 2026) con grande battage mediatico sono usciti i libri di Ezio Gavazzeni "I cecchini del weekend" (Paperfirst) e di Domagoj Margetić "Plati i pucaj" ("Paga e spara") mentre il documentario sloveno "Sarajevo Safari" (di Miran Zupanič, 2022), che ha ispirato entrambi, è stato distribuito nella versione italiana. Già in aprile Claudia Cernigoi ha pubblicato su "La Nuova Alabarda", periodico triestino, un articolo che smonta la narrazione di Gavazzeni relativamente ai personaggi triestini che nel suo libro vengono citati. Più recentemente, i "fatti" raccontati da Gavazzeni, Margetić e Zupanič sono stati veementemente contestati da due "pezzi da novanta" della narrazione mainstream sui fatti jugoslavi, vale a dire la tedesca FAZ ( https://www.faz.net/aktuell/feuilleton/medien-und-film/medienpolitik/sarajevo-safari-zweifel-an-den-quellen-zur-menschenjagd-in-bosnien-200966488.html#abschluss ) e Balkan Insight (in italiano su OBC: https://www.balcanicaucaso.org/cp_article/il-safari-di-sarajevo-una-storia-vecchia-e-ancora-poco-chiara/ ).

  


Jean Toschi Marazzani Visconti (giornalista e saggista): L'islamismo nel calderone bosniaco e gli incendiari esterni


Jean Toschi Marazzani Visconti: L'islamismo nel calderone bosniaco e gli incendiari esterni – intervento al seminario BOSNIA-ERZEGOVINA, UNA CHIMERA


Stefan Karganović (Srebrenica Historical Project): Srebrenica e la sua eredità tossica – IN ENGLISH: Srebrenica and Its Toxic Legacy


Stefan Karganović: Srebrenica e la sua eredità tossica – intervento al seminario BOSNIA-ERZEGOVINA, UNA CHIMERA

Stefan Karganović: Srebrenica and Its Toxic Legacy – Address for the conference BOSNIA-HERZEGOVINA, A CHIMERA


Chiara Nalli (esperta di geopolitica e politica serba): La Repubblica serba di Bosnia e il "mondo serbo" nel contesto attuale


 IN CORSO DI TRASCRIZIONE, IL TESTO SARÀ DISPONIBILE A BREVE 

 

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