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globalizzazione - 15-07-08 - n. 236
Separatismo e costruzione
dell’impero nel secolo XXI
di James Petras
24/06/2008
Introduzione. Il contesto
storico
Nella storia moderna, il ‘divide
et impera’ è stato l’ingrediente
essenziale che ha permesso che i paesi
europei, relativamente piccoli e poveri di
risorse, conquistassero nazioni molto più
grandi e popolose, e più ricche di risorse
naturali. Si dice che per ogni ufficiale
britannico in India, ci fossero cinquanta
sikh, gurka, musulmani e indù. La
conquista europea dell'Africa e dell’Asia
fu comandata da ufficiali bianchi,
combattuta da soldati neri, ambrati e
gialli, affinché il capitale bianco
potesse sfruttare i suoi lavoratori e
quelli di colore. Le differenze regionali,
etniche, religiose, settarie, tribali,
comunitarie ed altre, furono politicizzate
e sfruttate in modo da permettere agli
eserciti imperiali la conquista dei popoli
guerrieri. Negli ultimi decenni, i grandi
promotori della strategia del ‘divide et
impera’ nel mondo sono diventati i
costruttori dell'impero statunitense.
Negli anni ‘70, la Cia smise di promuovere
le dubbie virtù del capitalismo e della
democrazia e, finanziandole e dirigendole,
passò a legarsi con le élite religiose,
etniche e regionali che si opponevano ai
regimi nazionali indipendenti od ostili
all’edificazione dell’impero statunitense
nel mondo.
La chiave della costruzione
imperiale per via militare degli Stati
Uniti segue due principi: l'invasione
militare diretta e la fomentazione di
movimenti separatisti che possano portare
allo scontro militare.
La costruzione imperiale nel XXI
secolo ci mostra la pratica estesa di
entrambi i principi in Iraq, Afghanistan,
Iran, Libano, Cina (Tíbet), Bolivia,
Ecuador, Venezuela, Somalia, Sudan,
Birmania e Palestina. Cioè, in ogni paese
nel quale gli Stati Uniti non riescono ad
instaurare un governo clientelare stabile
ricorrono a finanziare e promuovere
organizzazioni e leader separatisti che
utilizzano pretesti etnici, religiosi e
regionali per rovesciare il governo
costituito
Coerentemente ai principi
tradizionali della costruzione imperiale,
Washington appoggia solamente i
separatisti nei paesi che si rifiutano di
sottomettersi al suo dominio imperiale,
mentre si oppone ai separatisti che
offrono resistenza all'impero ed i suoi
alleati. Quindi, gli ideologi imperialisti
non sono ipocriti né utilizzano un doppio
standard (come sono accusati di fare dai
loro critici di sinistra) ma mantengono
pubblicamente il principio di preferenza
imperiale come criterio di valutazione per
i movimenti separatisti, nel concedere o
negare il loro appoggio. Invece, molti
presunti critici progressisti dell'impero
fanno dichiarazioni universali a favore
del diritto di autodeterminazione e lo
applicano perfino ai gruppi separatisti
più irranciditi e reazionari sostenuti
dall'impero, con risultati catastrofici.
Le nazioni indipendenti e i popoli che si
oppongono ai gruppi separatisti appoggiati
dagli Usa, vengono bombardati fino alla
distruzione e sono additati come criminali
di guerra. Le persone che vivono nel
‘nuovo stato’ e si oppongono ai
separatisti vengono uccise o costrette
all'esilio. I ‘paesi liberati’ subiscono
la tirannia e l'impoverimento indotto dai
separatisti appoggiati dagli Stati Uniti,
e molti per la loro sopravvivenza
economica si vedono costretti ad emigrare
in altri paesi.
Nessuno, o quasi, dei critici
progressisti dell'URSS che appoggiavano
l’indipendenza delle sue repubbliche, ha
finora espresso pubblicamente qualche
ripensamento e tantomeno ha fatto delle
riflessioni autocritiche, anche di fronte
a decenni di catastrofi socioeconomiche e
politiche negli stati secessionisti.
Tuttavia, oggi questi stessi progressisti
continuano a predicare grandi principi
morali a quelli che contestano e
respingono alcuni movimenti separatisti
perché sono originati e crescono
nell’intento di estendere l'impero
statunitense.
In queste ultime decadi, il
successo di Washington nella cooptazione
dei così detti ‘progressisti liberali’ in
appoggio ai movimenti separatisti, pronti
a diventare clienti dell’imperialismo, è
stato notevole e le conseguenze per i
diritti umani nefaste.
I principali gruppi sostenuti dai
progressisti europei e statunitensi sono i
seguenti:
1. I fondamentalisti bosniaci,
appoggiati dagli Usa, neofascisti croati e
terroristi albano-kosovari, col risultato
delle pulizie etniche e della conversione
dei loro stati, prima sovrani, in basi
militari Usa, in regimi clientelari e in
disastri economici, distruggendo
totalmente il welfare multinazionale
iugoslavo.
2. I fondamentalisti islamici
afgani, appoggiati dagli Usa, che hanno
distrutto il regime politico afgano, laico
e riformista, promotore dell'uguaglianza
della donna e di importanti campagne
anti-feudali che coinvolgevano sia uomini
sia donne, di una riforma agraria generale
e di ampi programmi sanitari ed educativi.
Come risultato dei successi militari
Usa/tribal-islamici, milioni di persone
risultano morte, sfollate ed espropriate,
mente i signori della guerra tribali,
medievali, fanatici anticomunisti, hanno
distrutto l'unità del paese.
3. L'invasione dell'Iraq da parte
degli Usa, che ha distrutto uno stato
nazionale moderno e il sistema
socioeconomico laico ed avanzato di quel
paese. Durante l'occupazione, l'appoggio
degli Usa a movimenti religiosi e tribali,
clan e movimenti etnici separatisti ha
condotto all'espulsione di più del 90%
della sua moderna classe scientifica e
professionale ed al massacro di più di un
milione di iracheni… tutto in nome della
sostituzione di un regime repressivo e,
soprattutto, della distruzione di un stato
che si opponeva all'oppressione israeliana
della Palestina.
È evidente che l'intervento
militare statunitense promuove il
separatismo come mezzo per instaurare una
base di appoggio regionale. Il separatismo
facilita la creazione di governi fantoccio
minoritari e ha funzione di contrasto
verso i paesi vicini che si oppongono alle
spoliazioni dell'impero. Nel caso
dell'Iraq, il separatismo curdo appoggiato
dagli Usa ha preceduto la campagna di
isolamento di un avversario, la creazione
di coalizioni internazionali per premere e
debilitare il governo centrale. Washington
evidenzia come ‘atrocità dei regimi’ i
casi di diritti umani, per alimentare
campagne di propaganda globali. Più
recentemente, ciò è diventato evidente
nelle proteste teocratiche tibetane
finanziate dagli Stati Uniti contro la
Cina.
I separatisti sono sostenuti come
truppe da usare per potenziali colpi
terroristici, per attaccare settori
economici strategici e provvedere
informazioni, reali o fabbricate, come nel
caso dei curdi e di altri gruppi di
minoranza etnica rispetto all'Iran.
Perché il separatismo?
Gli imperialisti non ricorrono
necessariamente ai gruppi separatisti,
specialmente quando hanno clienti a
livello nazionale che controllano lo
stato. È solo quando il loro potere è
limitato a gruppi, territorialmente o
etnicamente concentrati, che i loro
servizi segreti ricorrono a promuovere i
movimenti ‘separatisti’. Gli Stati Uniti
appoggiano il movimento separatista in un
processo graduale, cominciando dal fare
appello all'esigenza di una maggiore
autonomia e decentramento, mosse tattiche
essenziali per acquisire una base di
potere politico locale, accumulare risorse
economiche, contrastare gruppi
anti-separatisti e minoranze etniche o
religiose e politiche locali legate al
Governo centrale (come la repressione
delle comunità cristiane nell’Iraq
settentrionale, represse dai separatisti
curdi per i loro annosi legami con il
Partito Centrale Baath, o i rom del
Kosovo, espulsi e uccisi dagli
albano-kosovari a causa del loro appoggio
al sistema federale iugoslavo)
Il tentativo di usurpare
forzosamente le risorse nazionali e
l’estromissione degli alleati locali del
governo centrale dà luogo a scontri e
conflitti con il potere legittimo del
governo centrale. È a questo punto che
l'appoggio esterno (imperialista) diventa
cruciale per mobilitare i mass media a
denunciare la repressione di ‘pacifici
movimenti nazionali’, ‘che esercitano
semplicemente il diritto
all'autodeterminazione’. Una volta che la
macchina imperiale propagandistica dei
mezzi di comunicazione di massa tocca la
nobile retorica dell'autodeterminazione e
dell'autonomia, la decentralizzazione e
l'autogoverno, la grande maggioranza delle
Ong finanziate da Usa ed Europa si
uniscono in coro ad attaccare gli sforzi
del Governo per mantenere stabile un
stato-nazione unificato.
In nome della ‘diversità’ e di
uno ‘stato multietnico’, le Ong di
obbedienza occidentale provvedono un
supporto ideologico ai separatisti
filo-imperialisti. Quando i separatisti
hanno successo, arrivando ad assassinare e
realizzare pulizie delle minoranze etniche
e religiose legate al governo centrale
precedente, le Ong stanno stranamente
zitte o sono perfino complici nel
giustificare i massacri come ‘reazioni
eccessive alla precedente repressione’. La
macchina propagandistica occidentale
arriva a celebrare l'espulsione da parte
dello stato separatista di centinaia di
migliaia di persone, come avvenne nel caso
dei serbi rom del Kosovo e della regione
croata della Krajina con titoli come: "I
serbi in fuga: se lo meritano",
accompagnati da foto di truppe della Nato
che sorvegliano il trasloco di famiglie
indigenti dai loro paesi e città atavici
verso squallidi campi nella Serbia
bombardata. I politici occidentali
trionfanti hanno biascicato devozioni sui
massacri di civili serbi da parte del Kla;
per esempio l'ex ministro degli Esteri
tedesco, Joschka Fischer, (Verdi) disse:
"Comprendo il vostro dolore (a quelli del
Kla), ma non dovreste lanciare granate a
bambini (serbi) in età scolare"
Il passaggio da ‘autonomia’
all’interno di uno stato federale ad uno
‘stato indipendente’, si basa sull'aiuto
fornito ed amministrato dallo stato
imperialista alla regione autonoma, che
consolida con ciò la sua esistenza ‘de
facto’ come stato indipendente. Questo è
successo chiaramente nel Kurdistan,
passato dal 1991 ad oggi, da no-fly-zone
dell'Iraq settentrionale a regione
autonoma.
Il medesimo principio di
autodeterminazione rivendicato dagli Usa e
dai loro clienti separatisti è negato ad
altre minoranze dello stesso territorio-
mentre la propaganda mediatica
statunitense fa riferimento ad essi come
‘agenti’o cavalli di Troia del Governo
centrale.
Rafforzato dall'aiuto esterno
imperiale, e dalle relazioni
imprenditoriali con le imprese
transnazionali Usa e Ue, appoggiato da
forze di polizia locali paramilitari e
quasi-militari (come pure da bande
organizzate criminali), il regime autonomo
dichiara la sua indipendenza, ed è
riconosciuto poco dopo dai suoi padroni
imperiali. Dopo l'indipendenza, il regime
separatista offre concessioni territoriali
ed installazioni per la costruzione di
basi militari agli Usa. Il modello
imperiale gode di privilegi di
investimento, compromettendo seriamente la
sovranità nazionale.
L'esercito di Ong locali ed
internazionali raramente formula qualche
obiezione a questo processo di
incorporazione dell'entità separatista
nell'Impero, neanche quando è lo stesso
popolo liberato ad opporsi. Nella
maggioranza dei casi il grado di
‘governance locale’ e di libertà di azione
del regime ‘indipendente’ è minore di
quanto lo fosse quando era una regione
autonoma o federale nel precedente stato
unitario nazionale. Spesso i regimi
separatisti fanno parte di movimenti
irredentisti legati a controparti in altri
stati. Quando movimenti irredentistici
trasversali transnazionali sfidano gli
stati vicini che sono anch’essi obiettivo
dei costruttori dell’impero statunitensi,
servono come piattaforme per gli attacchi
militari di bassa intensità statunitensi e
per le attività terroristiche delle Forze
Speciali.
Per esempio, quasi tutte le
organizzazioni separatiste curde hanno
elaborato una mappa di ‘Grande Kurdistan’
che copre un terzo della zona
sud-orientale della Turchia, l’Iraq
settentrionale, un quarto dell'Iran, parti
della Siria e di ogni altro posto dove si
possa trovare un'enclave curda. I reparti
speciali statunitensi operano al fianco
dei separatisti curdi terrorizzando le
popolazioni iraniane in nome
dell'autodeterminazione, e gruppi di
curdi, con forte appoggio militare
statunitense, hanno occupato e governano
l'Iraq settentrionale e forniscono truppe
mercenarie peshmerga per massacrare la
popolazione arabo-irachena nelle città e
nei paesi delle regioni centrali,
occidentali e meridionali che si oppongono
all'occupazione americana. Questi gruppi
hanno iniziato la rimozione forzata dei
popoli non curdi (arabi, cristiano-caldei,
turcomanni, etc.) dal così detto Kurdistan
iracheno confiscando loro case, poderi ed
esercizi commerciali. I separatisti curdi
appoggiati dagli Usa hanno creato
conflitti col vicino Governo turco, e
Washington, mentre cerca di tenersi i suoi
clienti curdi per utilizzarli in Iraq,
Iran e Siria evita di inimicarsi questo
suo alleato strategico della Nato: la
Turchia. Tuttavia gli attivisti
separatisti turco-curdi del PKK hanno
lodato gli Usa per quello che qualificano
‘colonialismo progressista’, per lo
smantellamento effettivo dell'Iraq e per
la formazione delle fondamenta di un stato
curdo.
La decisione degli Usa di
collaborare con l'esercito turco, o per lo
meno di tollerare i suoi attacchi militari
contro certe zone occupate dai separatisti
curdi del PKK con sede in Iraq, fa parte
della loro politica globale di dare
priorità alle alleanze imperiali
strategiche ed ai loro alleati contro
qualunque movimento separatista che li
minacci. Pertanto, mentre gli Usa
appoggiano i separatisti kosovari contro
la Serbia, si oppongono ai separatisti
dell’Abkhazia che lottano contro il loro
governo clientelare della Repubblica della
Georgia. Gli Usa, mentre appoggiano i
separatisti ceceni contro il governo di
Mosca, si oppongono ai separatisti baschi
e catalani nella loro lotta contro la
Spagna, alleata di Washington nella Nato.
Mentre Washington ha finanziato con
larghezza i separatisti boliviani guidati
dagli oligarchi di Santa Cruz contro il
governo centrale di La Paz, appoggia la
politica del governo cileno di repressione
delle richieste degli indigeni Mapuche di
diritto alla terra e alle risorse nel
centro-sud del Cile.
È evidente che
l’autodeterminazione e l’indipendenza non
sono principi universali che definiscono
la politica estera statunitense, né lo
sono mai stati, come testimoniano le
guerre degli Stati Uniti contro le nazioni
indiane, i negrieri secessionisti
meridionali e le invasioni ricorrenti di
stati indipendenti latinoamericani,
asiatici ed africani. Ciò che conta nella
politica degli Usa è se un movimento
separatista, i suoi leader e i suoi
programmi siano funzionali o no alla
costruzione dell'impero. Tuttavia la
domanda inversa è sollevata di rado dai
così detti progressisti di sinistra o
antimperialisti: il movimento separatista
o indipendentista debilita l'impero e
consolida le forze antimperialiste o no?
Se accettiamo che la questione
determinante sia la sconfitta della
macchina per ammazzare milioni di persone
chiamata imperialismo statunitense, allora
è legittimo valutare ed appoggiare
determinati movimenti indipendentisti,
come respingerne altri. Non c'è niente di
più ipocrita o meno conveniente di
sollevare alti principi nel prendere
queste decisioni politiche. È noto che
Hitler giustificò l'invasione della
Cecoslovacchia in difesa dei separatisti
dei Sudeti, e che una serie di presidenti
statunitensi hanno motivato la spartizione
dell'Iraq in nome della difesa dei curdi,
o sunniti, o sciiti, o di chiunque siano i
leader tribali che si prestano alla
costruzione dell’impero degli Usa. Ciò che
definisce la politica antimperialista non
sono i principi astratti di
autodeterminazione, bensì la definizione
esatta dei riferimenti specifici.
Ad esempio, oggi in Bolivia, in
nome dell'autodeterminazione e
dell'autonomia, un'oligarchia di destra
razzista, padrona del settore
dell'esportazione agricola, si sta
impadronendo del controllo della regione
più fertile e ricca in risorse
energetiche, che comprende il 75% delle
risorse naturali del paese, espellendo e
brutalizzando gli indigeni impoveriti nel
processo. Bisogna domandarsi su quale base
il movimento di sinistra o antimperialista
possa opporsi a ciò, se non perché il
contenuto di classe, di razza e di nazione
di queste rivendicazioni è antitetico ad
un principio più importante: la sovranità
popolare basata sui principi democratici
di potere della maggioranza e di eguale
accesso alla ricchezza pubblica.
Separatismo in America Latina:
Bolivia, Venezuela ed Ecuador
In questi ultimi anni, in America
Latina i candidati sostenuti dagli Usa
hanno vinto e perso le elezioni nazionali.
È chiaro che gli Stai Uniti hanno
mantenuto l'egemonia sulle élite al
governo in Messico, Colombia, America
Centrale, Perù, Cile, Uruguay ed in alcuni
stati insulari dei Caraibi. Negli stati
dove l'elettorato ha sostenuto gli
oppositori della dominazione statunitense,
come Venezuela, Ecuador, Bolivia e
Nicaragua, l'influenza di Washington si
appoggia su funzionari eletti a livello
regionale, provinciale e locale. È
prematuro affermare, come dichiara il
Council for Foreign Relations, che
l'egemonia statunitense in America Latina
sia cosa del passato. Basta leggere i
documenti economici e politici che
registrano i crescenti vincoli economici e
militari tra Washington ed il regime di
Calderon in Messico, i regimi di García in
Perù, Bachelet in Cile ed Uribe in
Colombia per registrare il fatto che
l'egemonia statunitense prevale ancora in
importanti regioni dell'America Latina.
Se guardiamo oltre il livello
governativo nazionale, perfino in stati
non egemonizzati dagli Usa, l'influenza
statunitense è tuttavia un fattore potente
nel condizionare il comportamento politico
della facoltosa ala destra del business,
delle élite politiche finanziarie e
regionali in Venezuela, Ecuador, Bolivia
ed Argentina. Dalla fine di maggio del
2008, i movimenti regionalistici sostenuti
dagli Usa sono stati all'offensiva,
instaurando ‘de facto’ un regime
secessionista a Santa Cruz, in Bolivia. In
Argentina, le élite dell'agro-business
hanno organizzato una serrata della
produzione e della distribuzione su scala
nazionale, appoggiate dalle grandi
confederazioni industriali, finanziarie e
commerciali, contro un'imposta
sull'esportazione promossa dal governo di
centro-sinistra di Cristina Kirchner. In
Colombia, gli Usa stanno negoziando con il
presidente paramilitare Álvaro Uribe la
collocazione di una base militare alla
frontiera con lo stato venezuelano ricco
di petrolio di Zulia, che sembra avere
l'unico governatore in carica opposto a
Chávez, uno strenuo difensore
dell'autonomia o della secessione. In
Ecuador, il sindaco di Guayaquil,
appoggiato dai media di destra e dagli
screditati partiti politici tradizionali,
ha proposto ‘l'autonomia’ dal Governo
centrale del presidente Rafael Correa.
Il processo di smembramento
nazionale guidato dall'impero è molto
diseguale, a causa del diverso grado dei
rapporti di forza politici tra il Governo
centrale ed i secessionisti regionali. I
secessionisti boliviani di destra sono
quelli più avanzati, essendo arrivati ad
organizzare e vincere un referendum,
dichiarandosi un'unità governativa
indipendente con il potere di riscuotere
tasse, formulare la politica economica
estera e creare una propria forza di
polizia.
Il successo secessionista di
Santa Cruz è dovuto all'incapacità
politica e alla totale incompetenza del
regime di Evo Morales e del suo
vicepresidente Álvaro García Linera che,
promuovendo l'autonomia per le molte
‘nazioni’ indio impoverite (indianismo),
hanno finito con il favorire che gli
oligarchi razzisti bianchi cogliessero
l'opportunità di stabilire la loro propria
base di potere separatista. Man mano che i
separatisti ottenevano il controllo della
popolazione locale, procedevano ad
intimorire gli indios e i sindacalisti
favorevoli al governo di Evo Morales, a
sabotare violentemente l'Assemblea
Costituzionale e respingere la
Costituzione, strappando continuamente
concessioni al debole e conciliatorio
governo centrale di Morales. I
separatisti, mentre liquidavano la
Costituzione e ponevano il loro controllo
sui principali mezzi di produzione e
sull’esportazione, si presero altre 5
province, formando un arco geografico di
sei province, più l'influenza su altre
due, nel tentativo di degradare il Governo
nazionale. Il regime ‘indianista’ di
Morales-García Linera, composto in gran
parte di ex impiegati meticci di Ong
finanziati dall'estero, non ha mai usato
il suo potere costituzionale formale né il
monopolio legittimo della forza per fare
eseguire l'ordine costituzionale e per
dichiarare fuori legge e perseguitare le
violazioni dell'integrità nazionale da
parte dei secessionisti ed il loro rifiuto
dell'ordine democratico.
Morales non ha mai mobilitato il
paese, la maggioranza delle organizzazioni
popolari della società civile, e non è
nemmeno ricorso all'esercito per
sconfiggere i secessionisti. Ha invece
continuato a fare impotenti appelli al
dialogo, e compromessi nei quali le sue
concessioni all'autogoverno
dell'oligarchia ha solamente confermato la
loro guida del potere regionale. Come caso
esemplare di mancanza di governance di
fronte ad una minaccia reazionaria
separatista alla nazione, il governo di
Morales-García Linera rappresenta un
deplorevole fallimento nel difendere la
sovranità popolare e l'integrità della
nazione.
Le lezioni boliviane di mancanza
di governance devono servire da severo
monito a Chávez in Venezuela e a Correa in
Ecuador: a meno che non agiscano con tutta
la forza della costituzione per frenare i
movimenti separatisti in embrione, prima
che ottengano una base di potere, dovranno
affrontare anche loro la rovina dei loro
paesi. La minaccia più grande è in
Venezuela, dove i militari statunitensi e
colombiani hanno costruito basi nella
frontiera con lo stato limitrofo
venezuelano di Zulia, infiltrando reparti
d’assalto e forze paramilitari nella
provincia, e considerano il possesso di
questa provincia ricca in petrolio come
una testa di ponte per privare lo stato
venezuelano delle sue rimesse vitali
provenienti dal petrolio e destabilizzare
il governo centrale.
Oggi i movimenti separatisti
promossi in America Latina dagli Usa sono
attivi per lo meno in tre paesi. In
Bolivia, l’arco di province di Santa Cruz,
Beni, Pando e Tarija, hanno indetto con
successo referenda provinciali per
‘l’autonomia’, che qui è il termine
utilizzato per secessione. Il 4 maggio del
2008 i separatisti di Santa Cruz hanno
avuto successo: con una partecipazione di
quasi il 50% degli elettori censiti, hanno
ottenuto l’80% di voti favorevoli. Il 15
maggio, l'elite politico-imprenditoriale
di destra ha annunciato la formazione di
ministeri per il commercio esterno e la
sicurezza interna, assumendo così i poteri
effettivi di un stato secessionista. Il
governo degli Stati Uniti, rappresentato
dall'ambasciatore Goldberg, ha fornito
appoggio finanziario e politico alle
organizzazioni ‘civili’ secessioniste di
destra, attraverso 125 milioni $ di aiuto
ai loro programmi gestiti dall’Aid, e
decine di milioni di $ del programma
anti-droga, ed attraverso il Ned (National
Endowment for Democracy) ha finanziato le
Ong favorevoli alla secessione. Nelle
riunioni dell'Organizzazione degli Stati
Americani ed in altre riunioni regionali,
gli Usa si sono rifiutati di condannare i
movimenti separatisti.
A causa della completa
incompetenza e mancanza di guida politica
nazionale del presidente Evo Morales e del
suo vicepresidente Álvaro García Linera,
lo stato boliviano si sta disintegrando in
una serie di cantoni autonomi, perché già
diversi altri governatorati provinciali
cercano di usurpare il potere politico e
gestirsi le loro risorse economiche. Fin
dall'inizio, il regime Morales-García
Linera firmò diversi patti politici,
adottò una serie di politiche ed approvò
una quantità di concessioni alle élite
oligarchiche di Santa Cruz, che permisero
loro di ricostruire efficacemente la loro
naturale base politica di potere, di
sabotare un'assemblea costituzionale
eletta e minare decisamente l'autorità del
Governo centrale. Il successo della destra
si è prodotto in meno di due anni e mezzo,
fatto particolarmente sorprendente, se si
tiene in conto che nel 2005 il paese visse
un'importante insurrezione popolare che
depose un presidente di destra, mentre
milioni di lavoratori, minatori, contadini
ed indios si impadronivano delle strade. È
dovuto all'assoluto malgoverno di Morales
e García Linera se il paese è passato
tanto rapidamente e decisamente da un
stato di potere insurrezionale popolare ad
un paese frammentato e diviso, nel quale
un'elite agro-finanziaria separatista si è
impadronita del controllo dell’80% delle
risorse produttive del paese, mentre il
Governo centrale solleva flebili proteste.
Il successo della classe
dirigente regionale secessionista
boliviana ha incoraggiato ‘movimenti
autonomisti’ simili, guidati dal sindaco
di Guayaquil (Ecuador) e dal governatore
di Zulia (Venezuela). In altre parole, la
sconfitta politica, costruita dagli Stati
Uniti, del governo di Morales e García
Linera in Bolivia, ha portato il movimento
autonomista ad associarsi con gli
oligarchi in Ecuador e Venezuela per
ripetere l'esperienza di Santa Cruz in un
processo di “separatismo
contro-rivoluzionario permanente”.
Il separatismo e l'ex URSS
La sconfitta del comunismo
nell'URSS ha avuto poco a che vedere con
quello che l'ex responsabile della
sicurezza nazionale statunitense Zbigniew
Brzezinski qualificò come una "bancarotta
del sistema a causa della corsa al
riarmo." Fino alla fine nell’URSS, le
condizioni di vita sono rimaste
relativamente stabili, i programmi di
welfare hanno continuato a funzionare a
livelli quasi ottimali ed i programmi
scientifici e culturali a ricevere una
parte cospicua della spesa pubblica.
Invece le elite che hanno governato dopo
il sistema comunista non hanno corrisposto
alla propaganda statunitense sulle virtù
del libero mercato e della democrazia,
come proclamavano i presidenti Ronald
Reagan, George Bush padre e Bill Clinton:
lo prova in modo evidente il fatto che
quando hanno preso il potere hanno imposto
un sistema politico ed economico né
democratico né basato sulla competizione
del mercato. Questi nuovi governi su
base-etnica si sono rivelati simili a
monarchie dispotiche, predatrici e
nepotiste che hanno regalato (con le
privatizzazioni) ad un pugno di oligarchi
e monopoli stranieri la pubblica ricchezza
accumulata durante i precedenti 70 anni di
lavoro collettivo e di investimenti.
La principale forza ideologica
che spinge l’attuale politica separatista
è la politica di identità etnica,
fomentata e finanziata dagli organismi di
intelligence e propaganda degli Usa. La
politica di identità etnica che ha
rimpiazzato il comunismo, è basata su
vincoli verticali tra le elite e le masse.
Le nuove elite governano per mezzo di un
nepotismo di tipo
clánico-famigliar-religioso-mafioso,
finanziato e spinto con la rapina e la
privatizzazione della ricchezza pubblica
creata sotto il Comunismo. Una volta al
potere, le nuove élite politiche
‘privatizzano’ la ricchezza pubblica
trasformandola in ricchezza familiare e
convertono se stessi ed i loro complici,
in una classe governante oligarchica. In
non pochi casi, i vincoli etnici tra le
élite e i sottoposti si dissolvono davanti
al declino delle condizioni di vita, le
disuguaglianze profonde di classe, i
brogli elettorali e la repressione dello
stato.
In tutti gli stati dell'ex URSS,
l'unica rivendicazione delle nuove classi
dirigenti in materia di legittimità
sociale si basa sull'appartenenza ad
un'identità etnica comune. Hanno
rispolverato simboli medievali e
monarchici del lontano passato, tirando
fuori dell'armadio monarchi assolutisti,
gerarchie religiose parassitarie, signori
della guerra pre-capitalisti, imperatori
sanguinari e bandiere nazionali dei giorni
del feudalesimo proprietario terriero per
forgiare una storia ed un'identità comuni
con le masse appena ‘liberate’. Il
ripetuto ricorso ai simboli reazionari del
passato è del tutto appropriato: le
attuali politiche di dispotismo, la rapina
e i culti della personalità hanno
assonanze con i guerrieri ‘storici’ del
passato, i signori e le pratiche feudali.
Man mano che i nuovi despoti
post-URSS perdono il loro lustro etnico in
seguito alla pubblica disillusione
generata dal rapace saccheggio nazionale e
straniero della ricchezza nazionale, i
leader ricorrono sistematicamente alla
forza.
Il maggior successo della
strategia statunitense di promozione del
separatismo è stata la distruzione
dell'URSS, non la promozione di democrazie
capitaliste indipendenti vitali.
Washington è riuscita nell'esacerbazione
di conflitti etnici tra i russi e le
restanti nazionalità, incoraggiando alcuni
capi comunisti locali a separarsi
dall'Unione delle Repubbliche Socialiste
Sovietiche ed a formare stati indipendenti
nei quali i nuovi governanti potessero
spartirsi la cassa del tesoro locale con i
loro nuovi soci occidentali. Gli sforzi di
destabilizzazione realizzati dagli Usa nei
paesi comunisti, specialmente dopo gli
anni ‘70 non si è misurata su un miglior
standard di vita, maggior crescita
industriale o su programmi di welfare più
generosi. La propaganda occidentale si è
concentrata invece sulla solidarietà
etnica, un tema che spezza la solidarietà
di classe e la lealtà allo stato e
all'ideologia comunista, e ha rafforzato
alcune elite filo-occidentali,
specialmente tra i ‘pubblici
intellettuali’ e i capi comunisti
convertitisi in ‘salvatori della patria’.
Il punto chiave della strategia
occidentale è stato soprattutto fare a
pezzi l'URSS per mezzo di movimenti
separatisti, senza riguardo se questi
fossero formati da fondamentalisti
religiosi fanatici, gangster politici,
economisti liberali formati in Occidente o
signori della guerra con aspirazioni
ambiziose. L’unica cosa che importava era
che inalberassero il bandiera separatista
dell'autodeterminazione. In seguito, nel
periodo post-sovietico, le nuovi elite
filo-capitaliste al potere furono elevate
al rango di membri Nato e stati satelliti.
Le politiche di Washington nel
periodo post-separatista seguirono un
processo in due tappe: nella prima fase,
predominò l'appoggio indifferenziato a
chiunque patrocinasse la disintegrazione
dell'URSS; nella seconda fase, gli Stati
Uniti cercarono di promuovere la fazione
più favorevole alla Nato ed al libero
mercato, attraverso le così dette
‘rivoluzioni colorate’, in Georgia e in
Ucraina. Il separatismo fu considerato
come un passo preliminare verso una tappa
successiva di subordinazione all'impero
statunitense. La nozione di stati
indipendenti è virtualmente inesistente
per i costruttori di questo impero. Nel
migliore dei casi esiste come tappa
transitoria da una costellazione di poteri
al nuovo impero diretto dagli Usa.
Nel periodo seguente la
disintegrazione dell'URSS, i successivi
tentativi di Washington di reclutare nuove
élite filo-capitaliste e di creare stati
satelliti, ebbero un relativo successo.
Alcuni paesi aprirono le loro economie ad
uno sfruttamento sfrenato specialmente
delle loro risorse energetiche. Altri,
offrirono collocazioni per basi militari.
In molti casi, i governanti locali
cercarono di fare affari con le potenze
mondiali mentre accrescevano le loro
fortune private con il saccheggio.
Nessuna delle repubbliche ex
sovietiche è arrivata a sviluppare un
stato democratico indipendente che
permetta di recuperare i livelli di vita
che la rispettiva popolazione possedeva ai
tempi sovietici. Alcuni governi sono
diventati dittature teocratiche, nelle
quali i notabili religiosi ed i dittatori
si appoggiano mutuamente. Altri si sono
convertiti in turpi dittature a base
familiare. Nessuno di essi ha mantenuto la
rete di previdenza sociale o i sistemi
educativi di elevata qualità dell'era
sovietica. Tutti i regimi post-sovietici
hanno magnificato le disuguaglianze
sociali e moltiplicato la quantità di
imprese a carattere mafioso. I delitti
violenti sono cresciuti geometricamente,
fomentando l'insicurezza del cittadino.
Il successo del separatismo
indotto dagli Usa, nella maggioranza dei
casi, ha creato grandi opportunità per la
rapina occidentale ed asiatica di materie
prime, specialmente di risorse
petrolifere. L'esperienza dei ‘nuovi stati
indipendenti’, nel migliore dei casi, è
stata un'illusione transitoria, mentre le
elite governanti o passavano direttamente
nella sfera di influenza occidentale o
diventavano un mero paravento della
profonda subordinazione strutturale ai
circuiti di esportazione di materie prime
e finanziari dominati dall’Occidente.
Dopo il crollo dell'URSS, gli
stati occidentali si allearono con le
repubbliche che più rispondevano ai loro
interessi. In alcuni casi firmarono
accordi con i loro governanti per
stabilire basi militari, riempiendo a tal
fine di prestiti le tasche del dittatore
di turno. In altri casi, si assicurarono
un accesso privilegiato alle risorse
economiche per mezzo di imprese miste. In
altri, ignorarono semplicemente agli stati
con meno risorse e li lasciarono cadere in
miseria e nel dispotismo.
Separatismo: Europa dell’est,
Balcani e paesi baltici
L'aspetto più sorprendente della
disintegrazione del blocco sovietico fu la
rapidità e la sollecitudine con le quali i
paesi passarono dal Patto di Varsavia alla
Nato, e dal dominio politico sovietico al
controllo economico di Usa e Ue in quasi
tutti i settori economici importanti. Il
passaggio da una forma di subordinazione
politica, economica e militare ad un'altra
sottolinea la natura transitoria
dell'indipendenza politica, la
superficialità del suo significato
operativo e la spettacolare ipocrisia
della nuova classe dominante- che
denunciava allegramente la dominazione
sovietica mentre consegnava al capitale
occidentale la maggior parte dei settori
economici, e destinava una parte del suo
territorio alla basi Nato, fornendo
contemporaneamente battaglioni di soldati
mercenari per combattere nelle guerre
imperiali statunitensi in una quantità
assai maggiore a qualunque altra
registrata durante il periodo sovietico.
Il separatismo in queste aree è
stata un'ideologia utile per debilitare la
coalizione egemone avversaria, tanto più
in quanto incorporava i suoi membri in una
coalizione di costruzione imperialista più
virulenta ed aggressiva.
Iugoslavia e Kosovo:
separatismo forzato
Il successo nella disintegrazione
dell'URSS e dell'alleanza del Patto di
Varsavia incoraggiò gli Usa e l'Ue a
distruggere la Iugoslavia, l'ultimo paese
rimasto indipendente fuori dal loro
controllo nell’Europa Occidentale. Lo
smantellamento della Iugoslavia fu
iniziato dalla Germania dopo la sua
annessione della Germania Orientale e la
demolizione della sua economia. In seguito
si estese nelle repubbliche di Slovenia e
Croazia. Gli Usa, ultimi arrivati nella
divisione dei Balcani, si concentrarono in
Bosnia, Macedonia e Kosovo. Mentre la
Germania estendeva la conquista per via
economica, gli Usa, fedeli alla loro
missione militarista, ricorrevano alla
guerra in alleanza con noti gangsters
terroristici albano-kosovari, organizzati
nella formazione paramilitare Kla (Kosovo
Liberation Army). Sotto la leadership di
Bernard Kouchner, le forze della Nato
facilitarono la pulizia etnica,
l'assassinio e la sparizione di decine di
migliaia di serbi, rom e dissidenti
albano-kosovari non separatisti.
La distruzione della Iugoslavia è
completa: la restante Repubblica della
Serbia, colpita ripetutamente e divisa, è
ora alla mercè degli Usa e dei loro
alleati europei. Dal 2008 è risultata
eletta una coalizione appoggiata dall'Ue e
dagli Usa, favorevole alla Nato, e gli
ultimi resti dalla Iugoslavia e della sua
eredità storica di socialismo autonomo
sono cancellati.
Conseguenze del separatismo
nell'URSS, nell’Europa Orientale e nei
Balcani
In tutte le regioni nelle quali
ha trionfato il separatismo sponsorizzato
e finanziato dagli Usa, le condizioni di
vita sono precipitate, si è prodotto un
massiccio saccheggio delle risorse
pubbliche in nome della privatizzazione, e
si sono raggiunti livelli di corruzione
politica senza precedenti. Una cifra
vicina ad un terzo della popolazione è
emigrata nell’Europa Occidentale ed in
Nord America, fuggendo dalla fame,
dall'insicurezza personale (crimine),
dalla disoccupazione e da un futuro
incerto.
Politicamente, il tasso
straordinario di gangsterismo e di crimini
ha portato gli imprenditori che svolgevano
attività legittime a pagare somme
esorbitanti di estorsione, mentre una
nuova classe di delinquenti riconvertiti
in impresari si faceva carico
dell'economia e firmava dubbi accordi di
investimento e joint venture con imprese
transnazionali dell'Ue, degli Usa e
dell’Asia.
I paesi ex sovietici ricchi in
risorse energetiche dell'Asia del
centro-sud sono passati sotto il potere di
dittatori opulenti, che hanno accumulato
fortune di miliardi di dollari nel
processo di smantellamento delle
preesistenti norme ugualitarie, sanità
generalizzata, istituzioni scientifiche e
culturali. Le istituzioni religiose hanno
acquisito un potere superiore alle
associazioni scientifiche e professionali
e, contro queste, hanno annullano i
progressi educativi dei precedenti
settanta anni. La logica del separatismo
si è estesa dalle repubbliche a livello
sub-nazionale, in un processo in cui i
signori della guerra e i capi etnici
rivaleggiano nella creazione di una loro
propria entità autonoma, col risultato di
guerre sanguinose, nuovi episodi di
pulizie etniche e nuovo flusso di
rifugiati delle zone in conflitto.
Le promesse degli Usa riguardo i
benefici che il separatismo avrebbe
apportato alle diverse popolazioni non si
sono minimamente realizzate. Nel migliore
dei casi l’esigua elite governante con i
suoi soci hanno mietuto ricchezza, potere
e privilegio a spese della grande
maggioranza. Qualsiasi fossero le iniziali
soddisfazioni simboliche che la
popolazione delle classi inferiori ha
potuto provare durante la sua effimera
indipendenza, la nuova bandiera ed il
potere religioso restaurato sono stati
erosi dalla paralizzante povertà e dalle
violente lotte interne per il potere che
hanno perturbato le loro vite. La verità è
che milioni di persone sono fuggite dai
loro stati da poco indipendenti e hanno
preferito trasformarsi in rifugiati e
cittadini di seconda classe in paesi
stranieri.
Conclusione
La maggiore mancanza delle Ong
pseudo-progressiste e liberali nella loro
difesa dell'autonomia, della
decentralizzazione e
dell'autodeterminazione, consiste nel
fatto che questi concetti astratti eludono
la fondamentale domanda storica e la
concreta questione politica: verso quale
classe, razza o blocco politico si sta
spostando il potere? Per più di un secolo
negli Usa, la bandiera dei proprietari
terrieri del Sud, razzisti, di destra, che
governavano con la forza ed il terrore sui
neri poveri era un ‘Diritto dello Stato’,
ovvero la supremazia della legge e
dell'ordine locale sull'autorità del
governo federale e della costituzione
nazionale. La lotta tra i federali contro
i diritti degli stati è avvenuta tra
un'oligarchia sudista reazionaria ed una
diffusa coalizione civica progressista del
nord formata dai lavoratori e dalla classe
media.
C'è una fondamentale necessità di
demistificare la nozione di autonomia,
esaminando le classi che la richiedono, le
conseguenze della decentralizzazione del
potere nei termini della distribuzione di
potere, di ricchezza e di potere
decisionale popolare, nonché guardando chi
sono i benefattori esterni di un
cambiamento dallo stato nazionale alle
elite di potere locali e regionali. Invece
il modo indiscriminato con cui alcuni
libertari abbracciano ogni richiesta di
autodeterminazione ha condotto ad alcuni
dei più atroci crimini dei secoli XX e
XXI. In molti casi i movimenti separatisti
hanno fomentato o si sono prodotti in
guerre imperialiste sanguinarie, come
avvenne seguendo l’annessionismo nazista,
le invasioni statunitensi dell'Iraq e
dell’Afghanistan, l’invasione israeliana
del Libano e la distruzione della
Palestina.
Per chiarire il senso di termini
come autonomia, decentralizzazione ed
autodeterminazione, ed ottenere che queste
devoluzioni di potere si muovano nella
direzione storica progressista, è
essenziale porsi alcune domande
preventive: questi cambiamenti politici,
favoriscono il potere ed il controllo
della maggioranza dei lavoratori e dei
contadini sui mezzi di produzione? Portano
ad un maggiore potere popolare nello stato
e nei processi elettorali o rafforzano
invece i clienti demagoghi che difendono
degli interessi dell'impero, per il quale
la disintegrazione di un stato costituito
porta all'incorporazione dei frammenti
etnici in un impero folle e distruttivo?
Introduction: The
Historical Context
Throughout modern imperial history, ‘Divide and
Conquer’ has been the essential ingredient in
allowing relatively small and resource-poor
European countries to conquer nations vastly
larger in size and populations and richer in
natural resources. It is said that for
every British officer in India, there were fifty
Sikhs, Gurkhas, Muslims and Hindus in the
British Colonial Army. The European
conquest of Africa and Asia was directed by
white officers, fought by black, brown and
yellow soldiers so that white capital could
exploit colored workers and peasants.
Regional, ethnic, religious, clan, tribal,
community, village and other differences were
politicized and exploited allowing imperial
armies to conquer warring peoples. In
recent decades, the US empire builders have
become the grand masters of ‘divide and conquer’
strategies throughout the world. By the
1970’s, the CIA made a turn from promoting the
dubious virtues of capitalism and democracy, to
linking up with, financing and directing,
religious, ethnic and regional elites against
national regimes, independent or hostile to US
world empire building.
The key to US military empire building follows
two principles: direct military invasions and
fomenting separatist movements, which can lead
to military confrontation.
Twenty-first
century empire building has seen the extended
practice of both principles in Iraq,
Afghanistan, Iran, Lebanon, China (Tibet),
Bolivia, Ecuador, Venezuela, Somalia, Sudan,
Burma and Palestine – any country in which the
US cannot secure a stable client regime, it
resorts to financing and promoting separatist
organizations and leaders using ethnic,
religious and regional pretexts.
Consistent
with traditional empire building principles,
Washington only supports separatists in
countries that refuse to submit to imperial
domination and opposes separatists who resist
the empire and its allies. In other words,
imperial ideologues are neither ‘hypocrites’ nor
resort to ‘double standards’ (as they are
accused by liberal critics) – they publicly
uphold the ‘Empire first’ principle as their
defining criteria for evaluating separatist
movements and granting or denying support. In
contrast, many seemingly progressive critics of
empire make universal statements in favor of the
‘right to self-determination’ and even extend it
to the most rancid, reactionary,
imperial-sponsored ‘separatist groups’ with
catastrophic results. Independent nations
and their people, who oppose US-backed
separatists, are bombed to oblivion and charged
with ‘war crimes’. People, who oppose the
separatists and who reside in the ‘new state’,
are killed or driven into exile. The
‘liberated people’ suffer from the tyranny and
impoverishment induced by the US-backed
separatists and many are forced to immigrate to
other countries for economic survival.
Few if any of the progressive critics of the
USSR and supporters of the separatist republics
have ever publicly expressed second thoughts,
let alone engaged in self-critical reflections,
even in the face of decades long socio-economic
and political catastrophes in the secessionist
states. Yet it was and is the case that
these self-same progressives today, who continue
to preach high moral principles to those who
question and reject some separatist movements
because they originate and grow out of efforts
to extend the US empire.
Washington’s
success in co-opting so-called progressive
liberals in support of separatist movements soon
to be new imperial clients in recent decades is
long and the consequences for human rights are
ugly.
Most European and US progressives supported the
following:
1.
US-backed Bosnian fundamentalists, Croatian
neo-fascists and Kosova-Albanian terrorists,
leading to ethnic cleansing and the conversion
of their once sovereign states into US military
bases, client regimes and economic basket cases
– totally destroying the multinational
Yugoslavian welfare state.
2.
The US funded and armed overseas Afghan Islamic
fundamentalists who destroyed a secular,
reformist, gender-equal Afghan regime, carrying
out vast anti-feudal campaigns involving both
men and women, a comprehensive agrarian reform
and constructing extensive health and
educational programs. As a result of
US-Islamic tribal military successes, millions
were killed, displaced and dispossessed and
fanatical medieval anti-Communist tribal
warlords destroyed the unity of the country.
3.
The US invasion destroyed Iraq’s modern,
secular, nationalist state and advanced
socio-economic system. During the
occupation, US backing of rival religious,
tribal, clan and ethnic separatist movements and
regimes led to the expulsion of over 90% of its
modern scientific and professional class and the
killing of over 1 million Iraqis... all in the
name of ousting a repressive regime and above
all in destroying a state opposed to Israeli
oppression of Palestinians.
Clearly US military intervention promotes
separatism as a means of establishing a regional
‘base of support’. Separatism facilitates
setting up a minority puppet regime and works to
counter neighboring countries opposed to the
depredations of empire. In the case of
Iraq, US-backed Kurdish separatism preceded the
imperial campaign to isolate an adversary,
create international coalitions to pressure and
weaken the central government. Washington
highlights regime atrocities as human rights
cases to feed global propaganda campaigns.
More recently this is evident in the US-financed
‘Tibetan’ theocratic protests at China.
Separatists are backed as potential terrorist
shock troops in attacking strategic economic
sectors and providing real or fabricated
‘intelligence’ as is the case in Iran among the
Kurds and other ethnic minority groups.
Why Separatism?
Empire builders do not always resort to
separatist groups, especially when they have
clients at the national levels in control of the
state. It is only when their power is
limited to groups, territorially or ethnically
concentrated, that the intelligence operatives
resort to and promote ‘separatist’
movements. US backed separatist movements
follow a step-by-step process, beginning with
calls for ‘greater autonomy’ and
‘decentralization’, essentially tactical moves
to gain a local political power base, accumulate
economic revenues, repress anti-separatist
groups and local ethnic/religious, political
minorities with ties to the central government
(as in the oppression of the Christian
communities in northern Iraq repressed by the
Kurdish separatists for their long ties with the
Central Baath Party or the Roma of Kosova
expelled and killed by the Kosova Albanians
because of their support of the Yugoslav federal
system). The attempt to forcibly usurp
local resources and the ousting of local allies
of the central government results in
confrontations and conflict with the legitimate
power of the central government. It is at
this point that external (imperial) support is
crucial in mobilizing the mass media to denounce
repression of ‘peaceful national movements’
merely ‘exercising their right to
self-determination’. Once the imperial
mass media propaganda machine touches the noble
rhetoric of ‘self-determination’ and ‘autonomy’,
‘decentralization’ and ‘home rule’, the great
majority of US and European funded NGO’s jump on
board, selectively attacking the government’s
effort to maintain a stable unified
nation-state. In the name of ‘diversity’
and a ‘pluri-ethnic state’, the
Western-bankrolled NGO’s provide a moralist
ideological cover to the pro-imperialist
separatists. When the separatists succeed
and murder and ethnically cleanse the ethnic and
religious minorities linked to the former
central state, the NGO’s are remarkably silent
or even complicit in justifying the massacres as
‘understandable over-reaction to previous
repression’. The propaganda machine of the
West, even gloats over the separatist state
expulsion of hundreds of thousands of ethnic
minorities – as in the case of the Serbs and
Roma from Kosova and the Krijina region of
Croatia... with headlines blasting – “Serbs on
the Run: Serves Them Right!’ followed by photos
of NATO troops overseeing the ‘transfer’ of
destitute families from their ancestral villages
and towns to squalid camps in a bombed out
Serbia. And the triumphant Western
politicians mouthing pieties at the massacres of
Serb civilians by the KLA, as when former German
Foreign Minister "Joschka" Fischer (Green Party)
mourned, “I understand your (the KLA’s) pain,
but you shouldn’t throw grenades at (ethnic
Serb) school children.”
The shift from ‘autonomy’ within a federal state
to an ‘independent state’ is based on the aid
channeled and administered by the imperial state
to the ‘autonomous region’, thus strengthening
its ‘de facto’ existence as a separate
state. This has clearly occurred in the
Kurdish run northern Iraq ‘no fly zone’ and now
‘autonomous region’ from 1991 to the present.
The same principle of self-determination
demanded by the US and its separatist client is
denied to ‘minorities’ within the realm.
Instead, the US propaganda media refer to them
as ‘agents’ or ‘trojan horses’ of the central
government.
Strengthened by imperial ‘foreign aid’, and
business links with US and EU MNCs, backed by
local para-military and quasi-military police
forces (as well as organized criminal gangs),
the autonomous regime declares its
‘independence’. Shortly thereafter it is
recognized by its imperial patrons. After
‘independence’, the separatist regime grants
territorial concessions and building sites for
US military bases. Investment privileges
are granted to the imperial patron, severely
compromising ‘national’ sovereignty.
The army of local and international NGO’s rarely
raise any objections to this process of
incorporating the separatist entity into the
empire, even when the ‘liberated’ people
object. In most cases the degree of ‘local
governance’ and freedom of action of the
‘independent’ regime is less than it was when it
was an autonomous or federal region in the
previous unified nationalist state.
Not infrequently ‘separatist’ regimes are part
of irredentist movements linked to counterparts
in other states. When cross national
irredentist movements challenge neighboring
states which are also targets of the US empire
builders, they serve as launching pads for US
low intensity military assaults and Special
Forces terrorist activities.
For example, almost all of the Kurdish
separatist organizations draw a map of ‘Greater
Kurdistan’ which covers a third of Southeastern
Turkey, Northern Iraq, a quarter of Iran, parts
of Syria and wherever else they can find a
Kurdish enclave. US commandos operate
along side Kurdish separatists terrorizing
Iranian villages (in the name of
self-determination; Kurds with powerful US
military backing have seized and govern Northern
Iraq and provide mercenary Peshmerga troops to
massacre Iraqi Arab civilian in cities and towns
resisting the US occupation in Central, Western
and Southern regions. They have engaged in
the forced displacement of non-Kurds (including
Arabs, Chaldean Christians, Turkman and others)
from so-called Iraqi Kurdistan and the
confiscation of their homes, businesses and
farms. US-backed Kurdish separatists
have created conflicts with the neighboring
Turkish government, as Washington tries to
retain its Kurdish clients for their utility in
Iraq, Iran and Syria without alienating its
strategic NATO client, Turkey.
Nevertheless Turkish-Kurdish separatist
activists in the PKK have lauded the US for,
what they term, ‘progressive colonialism’ in
effectively dismembering Iraq and forming the
basis for a Kurdish state.
The US decision to collaborate with the Turkish
military, or at least tolerate its military
attacks on certain sectors of the Iraq-based
Kurdish separatists, the PKK, is part of its
global policy of prioritizing strategic imperial
alliances and allies over and against any
separatist movement which threatens them.
Hence, while the US supports
the Kosova separatists against Serbia, it opposes
the separatists in Abkhazia fighting against its
client in the Republic of Georgia. While
the US supported Chechen separatist against the
Moscow government, it opposes Basque and Catalan
separatists in their struggle against
Washington’s NATO ally, Spain. While
Washington has been bankrolling the Bolivian
separatists headed by the oligarchs of Santa
Cruz against the central government in La Paz,
it supports the Chilean government’s repression
of the Mapuche Indian claims to land and
resources in south-central Chile.
Clearly ‘self-determination’ and ‘independence’
are not the universal defining principle in US
foreign policy, nor has it ever been, as witness
the US wars against Indian nations, secessionist
southern slaveholders and yearly invasions of
independent Latin American, Asian and African
states. What guides US policy is the
question of whether a separatist movement, its
leaders and program furthers empire building or
not? The inverse question however is
infrequently raised by so-called progressives,
leftists or self-described
anti-imperialists: Does the separatist or
independence movement weaken the empire and
strengthen anti-imperialist forces or not?
If we accept that the over-riding issue is
defeating the multi-million killing machine
called US imperialism, then it is legitimate to
evaluate and support, as well as reject, some
independence movements and not others. There is
nothing ‘hypocritical’ or ‘inconvenient’ in
raising higher principles in making these
political choices. Clearly Hitler
justified the invasion of Czechoslovakia in the
name of defending Sudetenland separatists; just
like a series of US Presidents have justified
the partition of Iraq in the name of defending
the Kurds, or Sunnis or Shia or whatever tribal
leaders lend themselves to US empire building.
What defines anti-imperialist politics is
not abstract principles about
‘self-determination’ but defining exactly who is
the ‘self’ – in other words, what political
forces linked to what international power
configuration are making what political claim
for what political purpose. If, as in
Bolivia today, a rightwing racist, agro-business
oligarchy seizes control of the most fertile and
energy rich region, containing 75% of the
country’s natural resources, in the name of
‘self-determination’ and autonomy, expelling and
brutalizing impoverished Indians in the process
– on what basis can the left or anti-imperialist
movement oppose it, if not because the class,
race and national content of that claim is
antithetical to an even more important principle
– popular sovereignty based on the democratic
principles of majority rule and equal access to
public wealth?
Separatism in
Latin America: Bolivia, Venezuela and
Ecuador
In recent years the US backed candidates have
won and lost national election in Latin
America. Clearly the US has retained
hegemony over the governing elites in Mexico,
Colombia, Central America, Peru, Chile, Uruguay
and some of the Caribbean island states.
In states where the electorate has backed
opponents of US dominance, such as Venezuela,
Ecuador, Bolivia and Nicaragua, Washington’s
influence is dependent on regional, provincial
and locally elected officials. It is
premature to state, as the Council for Foreign
Relations claims, that ‘US hegemony in Latin
America is a thing of the past.’ One only
has to read the economic and political record of
the close and growing military and economic ties
between Washington and the Calderon regime in
Mexico, the Garcia regime in Peru, Bachelet in
Chile and Uribe in Colombia to register the fact
that US hegemony still prevails in important
regions of Latin America. If we look
beyond the national governmental level, even in
the non-hegemonized states, US influence still
is a potent factor shaping the political
behavior of powerful right-wing business,
financial and regional political elites in
Venezuela, Ecuador, Bolivia and Argentina.
By the end of May 2008, US backed regionalist
movements were on the offensive, establishing a
de facto secessionist regime in Santa Cruz in
Bolivia. In Argentina, the agro-business
elite has organized a successful nationwide
production and distribution lockout, backed by
the big industrial, financial and commercial
confederations, against an export tax promoted
by the ‘center-left’ Kirchner government.
In Colombia, the US is negotiating with the
paramilitary President Uribe over the site of a
military base on the frontier with Venezuela’s
oil rich state of Zulia, which happens to be
ruled by the only anti-Chavez governor in power,
a strong promoter of ‘autonomy’ or
secession. In Ecuador, the Mayor of
Guayaquil, backed by the right wing mass media
and the discredited traditional political
parties have proposed ‘autonomy’ from the
central government of President Rafael
Correa. The process of imperial driven
nation dismemberment is very uneven because of
the different degrees of political power
relations between the central government and the
regional secessionists. The right wing
secessionists in Bolivia have advanced the
furthest – actually organizing and winning a
referendum and declaring themselves an
independent governing unit with the power to
collect taxes, formulate foreign economic policy
and create its own police force.
The success of the Santa Cruz secessionist is
due to the political incapacity and total
incompetence of the Evo Morales-Garcia Linera
regime which promoted ‘autonomy’ for the scores
of impoverished Indian ‘nations’ (or indianismo)
and
ended up laying the groundwork for the white
racist oligarchs to seize the opportunity to
establish their own ‘separatist’ power
base. As the separatist gained control
over the local population, they intimidated the
‘indians’ and trade union supporters of the
Morales regime, violently sabotaged the
constitutional assembly, rejected the
constitution, while constantly extracting
concession for the flaccid and conciliatory
central government of the Evo Morales.
While the separatists trashed the constitution
and used their control over the major means of
production and exports to recruit five other
provinces, forming a geographic arc of six
provinces, and influence in two others in their
drive to degrade the national government.
The Morales-Garcia Linera ‘indianista’
regime, largely made up of mestizos formerly
employed in NGOs funded from abroad, never used
its formal constitutional power and monopoly of
legitimate force to enforce constitutional order
and outlaw and prosecute the secessionists’
violation of national integrity and rejection of
the democratic order.
Morales
never mobilized the country, the majority of
popular organizations in civil society, or even
called on the military to put down the
secessionists. Instead he continued to
make impotent appeals for ‘dialog’, for
compromises in which his concessions to oligarch
self-rule only confirmed their drive for
regional power. As a case study of failed
governance, in the face of a reactionary
separatist threat to the nation, the
Morales-Garcia Linera regime represents an
abject failure to defend popular sovereignty and
the integrity of the nation.
The lessons of failed governance in Bolivia
stand as a grim reminder to Chavez in Venezuela
and Correa in Ecuador: Unless they act
with full force of the constitution to crush the
embryonic separatist movements before they gain
a power base, they will also face the break-up
of their countries. The biggest threat is
in Venezuela, where the US and Colombian
militaries have built bases on the frontier
bordering the Venezuelan state of Zulia,
infiltrated commandos and paramilitary forces
into the province, and see the takeover of the
oil-rich province as a beach-head to deprive the
central government of its vital oil revenues and
destabilize the central government.
Several
years into a Washington-backed and financed
separatist movement in Bolivia, a few
progressive academics and pundits have taken
notice and published critical
commentaries. Unfortunately these articles
lack any explanatory context, and offer little
understanding of how Latin American ‘separatism’
fits into long-term, large-scale US empire
building strategy over the past quarter of
a century.
Today
the US-promoted separatist movements in Latin
American are actively being pursued in at least
three Latin American counties. In Bolivia,
the ‘media
luna’ or ‘half-moon’ provinces of Santa
Cruz, Beni, Pando and Tarija have successfully
convoked provincial ‘referendums’ for ‘autonomy’
– code word for secession. On May 4, 2008
the separatists in Santa Cruz succeeded,
securing a voter turnout of nearly 50% and
winning 80% of the vote. On May 15, the
right-wing big business political elite
announced the formation of ministries of foreign
trade and internal security, assuming the
effective powers of a secession state. The
US government led by Ambassador Goldberg,
provided financial and political support for the
right-wing secessionist ‘civic’ organizations
through its $125 million dollar aid programs via
AID, its tens of millions of dollar ‘anti-drug’
program, and through the NED (National Endowment
for Democracy) funded pro-separatist NGOs.
At meetings of the Organization of American
States and other regional meetings the US
refused to condemn the separatist movements.
Because
of the total incompetence and lack of national
political leadership of President Evo Morales
and his Vice President Garcia Linera, the
Bolivian State is splintering into a series of
‘autonomous’ cantons, as several other
provincial governments seek to usurp political
power and take over economic resources.
From the very beginning, the Morales-Garcia
regime signed off on a number of political
pacts, adopted a whole series of policies and
approved a number of concessions to the
oligarchic elites in Santa Cruz, which enabled
them to effectively re-build their natural
political power base, sabotage an elected
Constitutional Assembly and effectively
undermine the authority of the central
government. Right-wing success took less
than 2 ½ years, which is especially amazing
considering that in 2005, the country witnessed
a major popular uprising which ousted a
right-wing president, when millions of workers,
miners, peasants and Indians dominated the
streets. It is a tribute to the absolute
misgovernment of the Morales-Garcia regime, that
the country could move so quickly and decisively
from a state of insurrectionary popular power to
a fragmented and divided country in which a
separatist agro-financial elite seizes control
of 80% of the productive resources of the
country... while the elected central government
meekly protests.
The success of the secessionist regional ruling
class in Bolivia has encouraged similar
‘autonomy movements’ in Ecuador and Venezuela,
led by the mayor of Guayaquil (Ecuador) and
Governor of Zulia (Venezuela). In other
words, the US-engineered political debacle of
the Morales-Garcia regime in Bolivia has led it
to team up with oligarchs in Ecuador and
Venezuela to repeat the Santa Cruz experience...
in a process of “permanent counter-revolutionary
separatism.”
Separatism and
the Ex-USSR
The defeat of Communism in the USSR had little
to do with the ‘arms race bankrupting the
system’, as former US National Security Adviser
Zbigniew Brzyenski has claimed. Up to the
end, living standards were relatively stable and
welfare programs continued to operate at near
optimal levels and scientific and cultural
programs retained substantial state
expenditures. The ruling elites who
replaced the communist system did not respond to
US propaganda about the virtues of ‘free markets
and democracy’, as Presidents Ronald Reagan,
George H.W. Bush and Bill Clinton claimed:
The proof is evident in the political and
economic systems, which they imposed upon taking
power and which were neither democratic nor
based on competitive markets. These new
ethnic-based regimes resembled despotic,
predatory, nepotistic monarhies handing over
(‘privatizing’) the public wealth accumulated
over the previous 70 years of collective labor
and public investment to a handful of oligarchs
and foreign monopolies.
The principle ideological driving force for the
current policy of ‘separatism’ is ethnic
identity politics, which is fostered
and financed by US intelligence and propaganda
agencies. Ethnic identity politics, which
replaced communism, is based on vertical
links between the elite and the masses.
The new elites rule through
clan-family-religious-gang based nepotism,
funded and driven through pillage and
privatization of public wealth created under
Communism. Once in power, the new
political elites ‘privatized’ public wealth into
family riches and converted themselves and their
cronies into an oligarchic ruling class.
In most cases the ethnic ties between elites and
subjects dissolved in the face of the decline of
living standards, the deep class inequalities,
the crooked vote counts and state repression.
In all of the ex-USSR states, the new ruling
classes only claim to mass legitimacy was based
on appeals to sharing a common ethnic
identity. They trotted out medieval and
royalist symbols from the remote past, dredging
up absolutist monarchs, parasitical religious
hierarchies, pre-capitalist war lords,
bloody emperors and ‘national’ flags from the
days of feudal landlords to forge a common
history and identity with the ‘newly liberated’
masses. The repeated appeal to past
reactionary symbols was entirely
appropriate: The contemporary policies of
despotism, pillage and personality cults
resonated with past ‘historic’ warriors, feudal
lords and practices.
As the new post-USSR despots lost their ethnic
luster as a consequence of public disillusion
with local and foreign predatory pillage of the
national wealth, the leaders resorted to
systematic force.
The principle success of the US strategy of
promoting separatism was in destroying the USSR
– not in promoting viable independent capitalist
democracies. Washington succeeded in
exacerbating ethnic conflicts between Russians
and other nationalities, by encouraging local
communist bosses to split from the Union of
Soviet Socialist Republics and to form
‘independent states’ where the new rulers could
share the booty of the local treasury with new
Western partners. The US de-stabilization
efforts in the Communist countries, especially
after the 1970’s did not compete over living
standards, greater industrial growth or over
more generous welfare programs. Rather,
Western propaganda focused on ethnic solidarity,
the one issue that undercut class solidarity and
loyalty to the communist state and ideology and
strengthened pro-Western elites, especially
among ‘public intellectuals’ and recycled
Communist bosses-turned ‘nationalist saviors.’
The key point of Western strategy was to first
and foremost break-up the USSR via separatist
movements no matter if they were fanatical
religious fundamentalists, gangster-politicians,
Western-trained liberal economists or ambitious
upwardly mobile warlords. All that
mattered was that they carried the Western
separatist banner of ‘self-determination’.
Subsequently, in the ‘post Soviet period’, the
new pro-capitalist ruling elites were recruited
to NATO and client state status.
Washington’s
post-separatism politics followed a two-step
process: In the first phase there was an
undifferentiated support for anyone advocating
the break-up of the USSR. In the second
phase, the US sought to push the most pliable
pro-NATO, free market liberals among the lot –
the so-called ‘color revolutionaries’, in
Georgia and the Ukraine. Separatism was
seen as a preliminary step toward an ‘advanced’
stage of re-subordination to the US
Empire. The notion of ‘independent states’
is virtually non-existent for US empire
builders. At best it exists as a
transitional stage from one power constellation
to a new US-centered empire.
In the period following the break-up of the
USSR, Washington’s subsequent attempts to
recruit the new ruling elites to pro-capitalist,
client-status was relatively
successful. Some countries opened their
economies to unregulated exploitation especially
of energy resources. Others offered sites
for military bases. In many cases local
rulers sought to bargain among world powers
while enhancing their own private
fortune-through-pillage.
None of the ex-Soviet Republics evolved into
secular independent democratic republics capable
of recovering the living standards, which their
people possessed during the Soviet times.
Some rulers became theocratic despots where
religious notables and dictators mutually
supported each other. Others evolved into
ugly family-based dictatorships. None of
them retained the Soviet era social safety net
or high quality educational systems. All
the post-Soviet regimes magnified the social
inequalities and multiplied the number of
criminal-run enterprises. Violent crime
grew geometrically increasing citizen
insecurity.
The success of US-induced ‘separatism’ did
create, in most cases, enormous opportunities
for Western and Asian pillage of raw materials,
especially petroleum resources. The
experience of ‘newly independent states’ was, at
best, a transitory illusion, as the ruling elite
either passed directly into the orbit of Western
sphere of influence or became a ‘fig leaf’ for
deep structural subordination to
Western-dominated circuits of commodity exports
and finance.
Out of the break-up of the USSR, Western states
allied with those republics where it suited
their interests. In some cases they signed
agreements with rulers to establish military
base lining the pockets of a dictator through
loans. In other cases they secured
privileged access to economic resources by
forming joint ventures. In others they
simply ignored a poorly endowed regime and let
it wallow in misery and despotism.
Separatism:
Eastern Europe, Balkans and the Baltic
Countries
The most striking aspect of the break-up of the
Soviet bloc was the rapidity and thoroughness
with which the countries passed from the Warsaw
Pact to NATO, from Soviet political rule to
US/EU economic control over almost all of their
major economic sectors. The conversion
from one form of political economic and military
subordination to another highlights the
transitory nature of political independence, the
superficiality of its operational meaning and
the spectacular hypocrisy of the new ruling
elite who blithely denounced ‘Soviet domination’
while turning over most economic sectors to
Western capital, large tracts of territory for
NATO bases and providing mercenary military
battalions to fight in US imperial wars to a far
greater degree than was ever the case during
Soviet times.
Separatism in these areas was an ideology to
weaken an adversarial hegemonic coalition, all
the better to reincorporate its members in a
more virulent and aggressive empire building
coalition.
Yugoslavia
and Kosova: Forced Separatism
The successful breakup of the USSR and the
Warsaw Pact alliance encouraged the US and EU to
destroy Yugoslavia, the last remaining
independent country outside of US-EU control in
West Europe. The break-up of Yugoslavia
was initiated by Germany following its
annexation and demolition of East Germany’s
economy. Subsequently it expanded into the
Slovenian and Croatian republics. The US,
a relative latecomer in the carving up of the
Balkans, targeted Bosnia, Macedonia and
Kosova. While Germany expanded via
economic conquest, the US, true to its
militarist mission, resorted to war in alliance
with recognized terrorist Kosova Albanian
gangsters organized in the paramilitary
KLA. Under the leadership of French
Zionist Bernard Kouchner, the NATO forces
facilitated the ethnic purging, assassination
and disappearances of tens of thousands of
Serbs, Roma and dissident non-separatist Kosova
Albanians.
The destruction of Yugoslavia is complete:
the remaining fractured and battered Serb
Republic was now at the mercy of US and its
European allies. By 2008 a EU-US backed
pro-NATO coalition was elected and the last
remnants of ‘Yugoslavia’ and its historical
legacy of self-managed socialism was
obliterated.
Consequences
of ‘Separatism’ in USSR. East Europe and the
Balkans
In every region where US sponsored and financed
separatism succeeded, living standards plunged,
massive pillage of public resources in the name
of privatization took place, political
corruption reached unprecedented levels.
Anywhere between a quarter to a third of the
population fled to Western Europe and North
America because of hunger, personal insecurity
(crime), unemployment and a dubious future.
Politically,
gangsterism and extraordinary murder rates drove
legitimate businesses to pay exorbitant
extorsion payments, as a ‘new class’ of
gangsters-turned-businessmen took over the
economy and signed dubious investment agreements
and joint ventures with EU, US and Asian MNCs.
Energy-rich
ex-Soviet countries in south central Asia were
ruled by opulent dictators who accumulated
billion dollar fortunes in the course of
demolishing egalitarian norms, extensive health,
and scientific and cultural institutions.
Religious institutions gained power over and
against scientific and professional
associations, reversing educational progress of
the previous seventy years. The logic of
separatism spread from the republics to the
sub-national level as rival local war lords and
ethnic chiefs attempted to carve out their
‘autonomous’ entity, leading to bloody wars, new
rounds of ethnic purges and new refugees fleeing
the contested areas.
The US promises of benefits via ‘separatism’
made to the diverse populations were not in the
least fulfilled. At best a small ruling
elite and their cronies reaped enormous wealth,
power and privilege at the expense of the great
majority. Whatever the initial symbolic
gratifications, which the underlying population
may have experienced from their short-lived
independence, new flag and restored religious
power was eroded by the grinding poverty and
violent internal power struggles that disrupted
their lives. The truth of the matter is
that millions of people fled from ‘their’ newly
‘independent’ states, preferring to become
refugees and second-class citizens in foreign
states.
Conclusion
The major fallacy of seemingly progressive
liberals and NGOs in their advocacy of
‘autonomy’, ‘decentralization’ and
‘self-determination’ is that these abstract
concepts beg the fundamental concrete historical
and substantive political question – to what
classes, race, political blocs is power being
transferred? For over a century in the US
the banner of the racist right-wing Southern
plantation owners ruling by force and terror
over the majority of poor blacks was ‘States
Rights’ – the supremacy of local law and order
over the authority of the federal government and
the national constitution. The fight
between federal versus states rights was between
a reactionary Southern oligarchy and a broader
based progressive Northern urban coalition of
workers and the middle class.
There is a fundamental need to demystify the
notion of ‘autonomy’ by examining the classes
which demand it, the consequences
of devolving power in terms of the distribution
of power, wealth and popular power and the external
benefactors of a shift from the
national state to regional local power elites.
Likewise, the mindless embrace by some
libertarians of each and every claim for
‘self-determination’ has led to some of the most
heinous crimes of the 20-21st centuries – in
many cases separatist movements have encouraged
or been products of bloody imperialist wars, as
was the case in the lead up to and following
Nazi annexations, the US invasion of Iraq and
Afghanistan and the savage Israeli invasion of
Lebanon and breakup of Palestine.
To make sense of ‘autonomy’, ‘decentralization’
and ‘self-determination’ and to ensure that
these devolutions of power move in progressive
historic direction, it is essential to pose the
prior questions: Do these political changes
advance the power and control of the majority of
workers and peasants over the means of
production? Does it lead to greater
popular power in the state and electoral process
or does it strengthen demagogic clients
advancing the interests of the empire, in which
the breakup of an established state leads to the
incorporation of the ethnic fragments into a
vicious and destructive empire?
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