Intervento alla iniziativa “Guerra alla Guerra” organizzata da Noi Restiamo e Rete Dei Comunisti a Bologna il 15 gennaio 2020

 

IMPERIALISMO E MOVIMENTO CONTRO LA GUERRA

NEL TRENTENNIO DELLA RICOLONIZZAZIONE

 

di Andrea Martocchia (saggista, Centro di documentazione "Giuseppe Torre", Bologna)

 

Intervento alla iniziativa “Guerra alla Guerra” organizzata da Noi Restiamo e Rete Dei Comunisti a Bologna il 15 gennaio 2020 (link FB)

 

 

Con la presidenza Trump si è chiusa una fase, durata trent’anni, caratterizzata da politiche occidentali mirate a ripristinare l’egemonia – ricolonizzazione – nei paesi del Sud del mondo e dell’Est europeo intendendo quest’ultimo a tutti gli effetti come spazio coloniale interno al Vecchio Continente.

 

LA FOSCA FINE DEL SECONDO MILLENNIO

 

Quel ciclo si era aperto, non a caso, contemporaneamente alla crisi dei sistemi socialisti ed all’abbattimento del “muro di Berlino”, cioè nel 1989-1990. Personalmente vissi quel passaggio da studente di Fisica all’Università di Roma “La Sapienza”, dove animavamo il movimento studentesco detto della “Pantera” – del quale pure, per l’appunto, si celebra in questi giorni il trentennale. Come “pantere” di una facoltà scientifica, il nostro interesse specifico era quello di articolare una critica sociale della Scienza, cioè di appropriarci di una coscienza storico-sociale su genesi e fini della attività scientifica contestando l’impostazione puramente tecnicista-tecnocratica del nostro corpo docente. Tale coscienza storico-sociale doveva ovviamente riguardare anche le implicazioni militari: perciò, tra le altre cose, organizzavamo seminari e proiezioni sul “progetto Manhattan” e sui rischi delle tecnologie nucleari.

 

Nel giro di pochi mesi, con l’esplodere della prima Guerra del Golfo – cioè con la aggressione occidentale contro l’Iraq di Saddam Hussein –, il nostro movimento si trovò improvvisamente a doversi confrontare con la guerra vera e propria. Fu uno shock fortissimo: da un lato, la critica teorica e indiretta divenne scontro diretto ed esplicito con gran parte del corpo docente di cui sopra, la cui ideologia tecnicista-tecnocratica si traduceva, rispetto alla guerra, in fideistica accettazione delle argomentazioni di politici, strateghi e militari in merito a “bombardamenti chirurgici” (sic) e “rispetto del diritto internazionale” (dato che per quella aggressione si usava il paravento ONU, con la complicità della leadership tardo-sovietica); dall’altro, capivamo di essere testimoni della prima gravissima violazione del dettato costituzionale (Art.11) dopo la Seconda Guerra Mondiale cioè di essere, noi ventenni di allora, l’ultima generazione educata all’intransigenza sul ripudio della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali: violato quel principio, era stata aperta la breccia dalla quale sarebbero scappati tutti i buoi.

Eppure nel 1990 il sentire comune era ancora ben sintonizzato sul dettato di quell’Articolo 11 e il dissenso sulla partecipazione italiana era palese: ricordo brevi interviste TV alla gente per strada, e tutte le risposte erano di sdegno e opposizione. Contraddizioni si aprirono anche quando si affacciò l’eventualità che il nostro paese o singoli suoi cittadini dovessero pagare dei costi umani per quella sciagurata avventura – si pensi all’abbattimento di un paio di “nostri” aerei ed al “caso Cocciolone”.

 

Quando, immediatamente dopo la cessazione delle ostilità (inizio 1991) con intento palesemente provocatorio il Partito Socialista organizzò proprio all’interno della nostra Facoltà un incontro con l’allora Ministro degli Esteri, Gianni De Michelis, finalizzato a rivendicare la partecipazione italiana a quella guerra, la nostra contestazione assunse toni di disperazione: personalmente ricordo che gli urlai da due metri di distanza qualcosa del tipo “Allora quanti morti? Mille? Un milione? Importa qualcosa?” ma l’agitazione era tale che mi si annebbiò la vista dall’ira e dovetti allontanarmi.

 

Negli anni successivi per altre "missioni di pace" fu estorto un mandato ONU: successe ad esempio per la Somalia, dove in realtà la presenza dei contingenti occidentali era finalizzata a impedire l’esercizio del potere da parte del legittimo presidente Aidid. Nemmeno in quel caso mancarono crimini, commessi anche direttamente dalle truppe italiane ad esempio in occasione degli scontri al Check Point Pasta, dove furono uccisi decine di cittadini somali che protestavano, o tramite tortura con cavi elettrici da parte di soldati della Folgore.

Truppe italiane furono impiegate per altre “missioni di pace” nello scacchiere jugoslavo, dapprima in Croazia (UNPROFOR) e Bosnia (SFOR). Un imbarazzante link tra il caso somalo e quello jugoslavo fu l’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, “colpevoli” di avere trovato prove non solo di un traffico illecito di rifiuti (l’Africa è usata come pattumiera dai paesi europei) ma anche di una triangolazione di armi la cui destinazione finale era proprio la Croazia neofascista – e non si dimentichi che per lo stesso motivo furono lasciati ardere vivi i passeggeri della Moby Prince, la cui rotta intercettava quella dei cargo riforniti di armi dalla base USA di Camp Darby.

Tra gli altri effetti sortiti dall’omicidio Alpi-Hrovatin ci fu quello di mettere a tacere i giornalisti troppo zelanti ad onorare la loro professione: la figura dell’inviato di guerra divenne una figura di servizio – o embedded, come si sarebbe detto esplicitamente a partire dalla Seconda Guerra del Golfo – e più in generale l’intero comparto del giornalismo d’inchiesta subì un declino verticale. Tanto per fare un paio di esempi ulteriori, si pensi alle intimidazioni subite dalla nota giornalista Milena Gabanelli a seguito del suo reportage da Vukovar (Croazia), intimidazioni che la indussero ad abbandonare per sempre le questioni internazionali ripiegando, con la trasmissione Report, sulle inchieste relative ai malcostumi nazionali; oppure si pensi al tentativo della giornalista Giuliana Sgrena di raccogliere informazioni sull’impiego di bombe al fosforo bianco da parte degli USA a Falluja (2005), tentativo che terminerà con il suo rapimento e il tiro al bersaglio, da parte dei soldati USA, contro l’auto dei servizi segreti italiani che l’hanno appena liberata.

 

Il rinnovato interventismo imperialista della fase storica post-Ottantanove dovette dunque garantirsi dapprima la presa di controllo dell’informazione: la disinformazione strategica è stata alla base della costruzione del consenso di tutte le guerre di ricolonizzazione. Il caso jugoslavo è stato paradigmatico (anche) di questo aspetto. Se per la Prima Guerra del Golfo la presentazione mediatica fu distorta da agenzie specializzate come la Hill&Knowlton – che curarono operazioni propagandistiche come quella del cormorano sporco di petrolio o quella della supplica tra le lacrime della figlia del diplomatico kuwaitiano all’ONU –, per le secessioni jugoslave il compito fu dapprima soprattutto affidato alla Ruder&Finn Public Global Affairs, il cui responsabile James Harff candidamente dichiarò di lavorare per tutti i partiti secessionisti e si vantò di avere costruito il “caso” dei “lager serbi” allo scopo di equiparare la parte serba ai nazisti nell’immaginario pubblico, visto che “noi siamo dei professionisti, non siamo pagati per essere morali” (sic).

Nonostante lo smascheramento della Ruder&Finn, molteplici attori legati al carrozzone NATO continuarono a cimentarsi nella disinformazione strategica sulle vicende jugoslave ed anzi interferirono ancor più pesantemente, con il risultato che esse divennero assolutamente incomprensibili per l’opinione pubblica e persino i settori più coscienti dell’intellettualità democratica persero ogni capacità interpretativa a riguardo. Il primo e principale tassello che fu sottratto alla conoscenza pubblica fu il vergognoso patteggiamento imposto dalla Germania al vertice di Maastricht, nel dicembre 1991, quando l’unità monetaria europea fu barattata con il riconoscimento della “indipendenza” di Slovenia e Croazia, cioè usando la Jugoslavia come agnello sacrificale sull’altare della cosiddetta Europa unita.

Fu questo un atto di aperta aggressione imperialista. Ne seguirono molti altri, che non stiamo qui a riassumere. Gli apparati militari della NATO si mobilitarono infine, nel 1999, per far fuori ciò che ancora di jugoslavo rimaneva sulla mappa del continente europeo: l’assalto contro Serbia-Montenegro mirava a dividerle e a strappare il Kosovo, regione di grande importanza strategica, nella quale infatti gli USA edificheranno subito la loro più grande base militare all’estero dai tempi del Vietnam (Camp Bondsteel).

 

Diversamente dagli interventi “di pace” o “umanitari” dei primi anni Novanta, la aggressione del 1999 non aveva più alcuna copertura ONU. L’ingerenza militare nello scacchiere jugoslavo era stata progressivamente intensificata vestendo direttamente i panni della Alleanza Atlantica: alla opinione pubblica l’interventismo NATO era presentato come un generoso favore fatto dalle grandi potenze occidentali per superare gli impacci e le lentezze dell’ONU dinanzi a “stupri di massa” e “pulizie etniche”. In realtà, ad essere superato, cioè distrutto per sempre, fu l’intero sistema delle relazioni internazionali così come era scaturito alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Da allora l’ONU non ha infatti più svolto alcuna significativa funzione; viceversa, l’ipotesi di una nuova funzione della NATO come “paciere nelle aree di crisi” su scala globale fu messa nero su bianco nel vertice del 50.mo anniversario dell’Alleanza, che si tenne nell’aprile 1999, proprio durante i bombardamenti su Belgrado.

 

Questa epocale transizione di fase fu ben colta dal comitato delle Scienziate/i contro la guerra, che nacque proprio al termine di quei bombardamenti come sussulto di settori residuali di intellettualità universitaria ancora legati a valori… inattuali, come il ripudio della guerra. Sotto la lente di ingrandimento delle Scienziate/i contro la guerra, oltre alla distruzione del Diritto Internazionale, finirono anche: i meccanismi della disinformazione strategica; i nuovi sistemi d’arma (uranio impoverito, mini-nukes); la questione energetica come nodo strutturale che muoveva l’interventismo neo-colonialista. Se non direttamente per il controllo dei pozzi, le nuove guerre si combattevano per i corridoidell’approvvigionamento energetico. Tra i saggi che apparvero nelle pubblicazioni del comitato, alcuni misero a tema le contraddizioni delle economie fondate sui combustibili fossili paventando la imminenza del Picco di Hubbert(momento della massima potenzialità estrattiva del petrolio). Tutto questo sembrava essere stato determinante nel decorso politico-militare dell’ultimo decennio del XX secolo, eppure all’opinione pubblica veniva negata ogni conoscenza in materia: si poneva quindi un enorme problema di democrazia dell’informazione e della scienza.

 

IL TERZO MILLENNIO SI APRE COL “BOTTO”

 

Al contempo, gli echi delle menzogne usate per costruire i conflitti degli anni Novanta avevano avvelenato il discorso pubblico a tal punto che non solo le Scienziate/i contro la guerra ed altri settori sociali particolarmente critici, ma l’opinione pubblica nel suo complesso aveva maturato uno scetticismo sostanziale rispetto a quanto presentato sui media – tanto che iniziarono a uscire libri con titoli del tipo: Tutto quello che sai è falso. Giocoforza, anche dinanzi agli attentati dell’11 Settembre 2001 l’ondata di scetticismo fu massiccia e generalizzata. Tutt’oggi la percezione di quegli eventi incredibili (nel senso di non-credibili) a livello di massa è debole e incerta: dell’11 Settembre si preferisce non parlare; anche tra quelli che credono alla tesi dell’operazione di Al Qaida (cioè di Bin Laden) la gran parte è comunque persuasa che “gliel’hanno lasciato fare”.

Quegli attentati clamorosi dovevano servire come giustificazione per una massiccia re-dislocazione di contingenti militari statunitensi e di altri paesi “alleati” verso l’Asia centrale, a partire dalla occupazione dell’Afghanistan dove i paesi NATO ingaggiarono una guerra di lunga durata contro alcune fazioni locali: una guerra che dopo vent’anni devono riconoscere di avere perso!

 

NUOVI SCENARI DI GUERRA VERSO ORIENTE

 

Di lì a poco, con la tristemente nota operazione propagandistica sulle "armi di distruzione di massa di Saddam Hussein”, fu scatenata contro l’Iraq la Seconda Guerra del Golfo (2003). I tempi però erano cambiati, era finita l’innocenza degli anni Novanta: se lo stesso comitato Scienziate/i contro la guerra aveva previsto, sulla scorta delle analisi in tema energetico, un riesplodere del conflitto in quell’area, la Francia di Jacques Chirac clamorosamente si smarcò e criticò l’intervento a guida USA, palesando per la prima volta dopo moltissimi anni – finalmente – una contraddizione inter-imperialista.

 

Non più solo l’ONU, dunque, ma la stessa NATO si presentava in ordine sparso ai nuovi appuntamenti di guerra. Per i falchi dell’interventismo a guida USA i problemi si moltiplicavano: bisognava trovare nuove truppe da impiegare nelle tante “missioni” messe in campo, ma i morti e il disagio dei reduci non potevano più essere nascosti. L’esistenza di un sistema della disinformazione strategica, atto a preparare le guerre, era oramai un segreto di pulcinella; ben presto, attivisti come Julian Assange o insider come Edward Snowden avrebbero reso di pubblico dominio la manipolazione e gli intrighi statunitensi ai danni dell’intera diplomazia, oltreché dell’opinione pubblica, mondiale.

 

In questo clima di sfiducia e alleanze zoppicanti si preparò il disastro siriano. Nell’impossibilità di impegnare direttamente truppe occidentali, nel difficilissimo contesto della Siria si utilizzò la ricetta della guerra per procura.Proprio mentre si lanciavano ipocriti allarmi sulla nascita dello “Stato Islamico” (ISIS), contro il governo baathista del presidente Bashar Assad venivano scatenati jihadisti di ogni risma, spesso presentati come “opposizione democratica”. Fu questo ad esempio il caso dell’Esercito Siriano Libero (ESL), appoggiato dalla Turchia ma soprattutto contiguo ad Al Nusra, di fatto filiazione locale di Al Qaida. Solo nel luglio 2016 si mise in scena il distanziamento di Al Nusra da Al Qaida, apparentemente come conseguenza di una "internalizzazione" del conflitto ma più probabilmente per la sopravvenuta "impresentabilità" dell’ESL rispetto all’opinione pubblica occidentale, nonché come conseguenza di un ulteriore rafforzamento del legame con la Turchia e allontanamento dall’influenza saudita.

 

La guerra in Siria dura tuttora, e torneremo a parlarne. Nel frattempo (2011), su iniziativa dell’imperialismo francese, fu scatenata una nuova devastante operazione ai danni della Libia di Muhammar Gheddafi. Il colonnello Gheddafi era stato un protagonista assoluto della liberazione dell’Africa dal colonialismo, e continuava a rappresentare quel ruolo con le iniziative, prese nel contesto della Unione Panafricana, di emancipazione monetaria e commerciale dall’Occidente. Il socialismo della Jamahirija libica, con le sue specificità, per mezzo secolo aveva garantito alla popolazione libica un livello di benessere elevato, basato sul controllo sovrano delle grandi riserve energetiche e sulla redistribuzione dei proventi a tutta la popolazione. Un modello virtuoso del genere, di emancipazione reale e radicale delle popolazioni autoctone, era intollerabile per il senso di superiorità dell’Occidente – eredità immutata dei trascorsi coloniali – e per la Francia in particolare, e doveva perciò essere annientato in un modo o nell’altro. Tentativi di assaltare militarmente la Libia erano stati fatti anche da parte statunitense già negli anni Ottanta. Va ricordato anzi che le prime vittime della guerra di ri-colonizzazione della Libia risalivano al giugno 1980 ed erano state… italiane! Mi riferisco all’abbattimento del DC9 Itavia (“strage di Ustica”) da parte di un caccia – non si sa ancora se statunitense o francese – impegnato a inseguire aerei libici che scortavano l’aereo su cui Gheddafi rientrava a Tripoli dopo essere stato in visita in Italia senza la “autorizzazione” degli “alleati” NATO. A dirla tutta, secondo alcune interpretazioni, anche i morti della strage alla stazione di Bologna, avvenuta appena un mese dopo, sarebbero da imputare alla volontà di “coprire” la strage di Ustica con una seconda strage, ancor più efferata ed enigmatica, che avrebbe oscurato la prima, e lo scandalo che ne era derivato, sulle colonne dei giornali (questo indipendentemente dalla manovalanza, che poteva essere tranquillamente neofascista).

Tornando alla aggressione del 2011, va detto che essa fu preparata politicamente con la manipolazione delle primavere arabe nei paesi confinanti (Egitto e Tunisia), mentre a livello mediatico fu “coperta” con nuove menzogne – da allora in poi le avremmo chiamate fake news, ma si trattava sempre della solita disinformazione strategica cucinata dai dipartimenti per la guerra psicologica degli eserciti NATO e dalle agenzie specializzate assoldate all’uopo. Si inventarono "fosse comuni" sulle spiagge di Misurata e "forniture di viagra” ai soldati libici per stuprare le donne “bottino di guerra”… Di fronte a “cotanta barbarie africana” l’opera civilizzatrice degli eserciti occidentali raggiunse il suo obiettivo con la cattura di Gheddafi da parte di banditi locali con il supporto logistico della NATO. La allora Segretaria di Stato USA, la democratica Hillary Clinton (Obama presidente), poté assistere a tutta la scena grazie alle riprese fatte sul campo con il cellulare; e quando Gheddafi, al culmine delle sevizie, fu impalato che era ancora vivo, lei esclamò: “Wow!”.

 

Non meriterebbe spendere parole per il comportamento italiano in quei frangenti. Di fronte a una guerra che era a tutti gli effetti anche anti-italiana, poiché mirata anche a spezzare il rapporto privilegiato dell’Italia con la Libia ratificato pure in accordi appena sottoscritti dal governo di Berlusconi, quest’ultimo non seppe fare di meglio che disconoscere gli accordi stessi e tradire la tanto vantata amicizia personale con il colonnello.

 

Distrutta la Libia (Napolitano dirà graziosamente che l’unità di quel paese non rappresenta più un valore…), rimaneva pendente la questione siriana, trasformatasi in un inquietante groviglio, nel quale il governo e lo Stato legittimi mantenevano le proprie posizioni, militari e politiche, anche grazie al sostegno russo. Si provò a dare qualche spallata con nuove fake news riguardanti "attacchi chimici" e “torture”: sui primi, non bastò la consegna e distruzione sotto controllo ONU di tutto l’arsenale chimico siriano per placare la disinformazione dei media; sulle seconde, fu organizzata persino una mostra fotografica itinerante basata sugli scatti di un inesistente agente segreto siriano dal nome in codice Caesar. Entrambe le operazioni, teleguidate da un ufficio di Londra denominato “Osservatorio Democratico Siriano”, sono state smascherate ad esempio sul sito Sibialiria.org .

Comunque, la produzione industriale di fake news da parte occidentale non ha mutato le sorti del conflitto siriano, che oggi, analogamente a quello afghano, ha assunto tutte le caratteristiche di una ulteriore guerra persa per l’imperialismo euro-americano. Ciò non toglie che più di un decennio di intromissioni dei paesi NATO hanno causato morte, centinaia di migliaia di profughi, e la distruzione di tesori assoluti della cultura mondiale. Inoltre, i jihadisti di ritorno in Occidente hanno provocato e provocheranno sanguinosi attentati nelle nostre città, in una specie di nemesi storica ben meritata.

 

Vale la pena, a questo riguardo, fare un inciso sul ruolo giocato da Albania e Kosovo come hub per la formazione e l'invio di quegli jihadisti di servizio in Siria:

 

Secondo il Kosovar Center for Security, sono 330 i combattenti kosovari partiti negli ultimi anni per Siria e Iraq, di cui 40 donne. Numeri che molti esperti ritengono troppo bassi vista l’impressionante efficacia mostrata nel “Siraq” dall’imponente “Brigata balcanica” comandata dal “macellaio dei Balcani” Lavdrim Muhaxheri, ex dipendente di una base NATO in Kosovo [sic] divenuto celebre per la ferocia mostrata e condivisa sui social network del Califfato.

Muhaxheri, che si faceva chiamare anche Abu Abdullah al Kosovi, si era trasferito in Siria nel 2012 per affiliarsi prima a Jabhat Fateh al-Sham e di seguito all’ISIS. Dopo molte “morti presunte” è stato ucciso da un drone USA nel 2017, ma il suo nome risuona ancora forte tra le moltissime cellule terroristiche islamiche del Kosovo visto che era riuscito nell’impresa di federare diverse formazioni jihadiste balcaniche composte da combattenti macedoni, albanesi, bosniaci oltre che da kosovari, molti dei quali provenienti dalla zona di Kacanik (piccola città del Kosovo al confine con la Macedonia, importante centro di reclutamento di jihadisti).

 

(fonte: Kosovo, la “fabbrica” di mujaheddin, di Stefano Piazza, 4/7/2018). Si potrebbe approfondire con numerose altre citazioni relative alla coltivazione “in provetta” della “opposizione siriana” in Albania e Kosovo, ma ci limitiamo a riportare l’epilogo, così come sintetizzato nel titolo di un articolo di Contropiano di aprile 2019: La Siria rimpatria 110 kosovari, alcuni sono miliziani dell’ISIS. Aereo USA a Pristina (sic).

 

L’ERA TRUMP

 

La sconfitta dei Democratici – rappresentati dalla Clinton di cui sopra alle elezioni USA del 2016 ha segnato una svolta sostanziale nella politica statunitense e nei rapporti internazionali. Dal punto di vista sovrastrutturale, l’opzione Trump nell’opinione pubblica ha rispecchiato la crisi della egemonia ideologica dell’imperialismo etico “democratico”, cioè la presa di coscienza dell’essere stati presi per i fondelli anche in frangenti gravi come quello dell’11 Settembre; dal punto di vista strutturale, essa ha significato la torsione in senso isolazionista e la rivincita di settori sociali messi da parte troppo a lungo, quelli cioè legati alla produzione di beni materiali, contro il capitalismo meramente finanziario-speculativo “globalista” dei Dem.

È stato detto da più parti che tale tendenza isolazionista e anti-globalista incarnata da Trump si traduce in un tendenziale disimpegno degli USA dai teatri di crisi, con conseguenze pesanti per la “progettualità” della NATO – le quali, peraltro, sono state esplicitate dai diretti interessati: si pensi alla clamorosa dichiarazione del presidente francese Macron sulla morte cerebrale” della Alleanza. È un dato di fatto che da quando Trump è presidente, dal punto di vista militare gli USA sono intervenuti direttamente solo due volte: la prima con un repentino attacco a un aeroporto militare in Siria, la seconda con l’assassinio di Qasem Soleimani, capo delle Guardie della Rivoluzione iraniane (episodio che ha dato lo spunto per questa nostra riflessione). Questo non sta a significare che Trump sia un “pacifista” rispetto ai suoi predecessori, ma solo che la sua politica estera e militare si pone come priorità quella della diminuzione dei costi, economici e umani, che erano finora direttamente a carico degli USA. In tal senso Trump è stato molto chiaro, con dichiarazioni assolutamente esplicite rivolte agli “alleati”.

 

Tra gli alleati degli USA ce n’è però uno che ha un peso ben diverso rispetto agli altri, anche per la sua collocazione geografica: Israele. Parliamo di una entità coloniale per antonomasia – dalla genesi alla gestione dei territori palestinesi occupati. Nello staff di Trump è stata ben evidente la presenza di portatori diretti degli interessi israeliani: in varie circostanze è sembrato persino che le mosse diplomatiche e militari degli USA nella presidenza Trump fossero dettate da Israele – fatto non completamente nuovo, certo, ma che risalta come dato contraddittorio e insieme caratterizzante di un’epoca altrimenti segnata solo dall’apparente disimpegno. La dettatura israeliana della politica estera USA ha conseguenze politico-diplomatiche pesantissime, che si intravvedono nella filigrana del riconoscimento di Gerusalemme capitale e del recentissimo “piano di pace” per la Palestina, dal carattere assolutamente eversivo e sprezzante di tutte le Risoluzioni ONU degli ultimi 70 anni.

 

L’IRAN, UN PROBLEMA SOPRATTUTTO ISRAELIANO

 

Al termine della parabola che abbiamo fin qui tracciato, ripercorrendo un trentennio di interventi imperialisti a guida USA, incappiamo dunque nella questione iraniana. Già nell’ottobre 2019 Yossi Cohen, capo del Mossad israeliano, aveva apertamente alluso all’uccisione del generale Soleimani: “Lui sa molto bene che il suo assassinio non è impossibile,” aveva detto Cohen in un’intervista. E viceversa, Soleimani era ben consapevole di essere nel mirino del Mossad, essendosi vantato che Israele cercò di ucciderlo nel 2006 senza riuscirci. Con l’assassinio di Soleimani e dei rappresentanti sciiti iracheni a lui più vicini, gli USA di Trump hanno dunque reso innanzitutto un chiaro servizio a Israele.

D’altronde, per Israele, l’Iran è il problema più grosso, l’avversario più minaccioso. L’Iran è il paese di gran lunga più grande e potente della regione, con forze armate di tutto rispetto; esso non riconosce Israele e viceversa appoggia soggetti regionali, come Hezbollah in Libano e il legittimo governo in Siria, che più degli altri gli danno filo da torcere.

La strage in cui è morto Soleimani assomiglia agli “omicidi mirati extragiudiziari” di cui il Mossad è esperto. Si tratta di atti di puro terrorismo, compiuti con crassa protervia al di fuori e contro ogni norma di Diritto, interno o internazionale, di guerra o di pace. Per compiere un crimine del genere non ci si avvale nemmeno più della disinformazione strategica (anche se non è mancata la paradossale accusa a Soleimani di essere stato un "terrorista", proprio lui che aveva diretto le operazioni che hanno portato a sconfiggere l’ISIS in terra irachena!). Ciò che si deve mostrare è infatti solo l’esercizio del proprio potere di vita o di morte sulle persone e sui popoli.

 

Peraltro, i dispositivi militari iraniani, per quanto possenti, non sono in grado di rispondere adeguatamente con attacchi convenzionali, poiché la controparte israelo-statunitense è dominante nel campo della guerra elettronica. Proprio un attacco di guerra elettronica pare infatti essere stato all’origine dell’abbattimento per errore di un aereo passeggeri ucraino, da parte iraniana sul proprio suolo, pochi giorni dopo la strage in cui è stato ucciso Soleimani.

Il problema politico posto dalla strage – la levata di scudi antiamericana nel governo dell’Iraq – può essere “brillantemente” risolto a proprio favore da Trump, il quale (come ha fatto notare Manlio Dinucci) chiede di sostituire, totalmente o in parte, le truppe USA in Iraq con quelle degli alleati europei, che verrebbero così a trovarsi, sotto bandiera NATO, nelle situazioni più pericolose. Nel frattempo, come già in Siria, i soldati USA sarebbero redislocati in basi e portaerei geograficamente anche prossime ma in condizione molto meno rischiosa.

 

La storia novecentesca dei rapporti tra Occidente e Iran è una storia di intrighi e crimini con alterne vicende. Il leader Mossadeq fu scalzato con un golpe mosso soprattutto da parte britannica, per instaurare la dittatura filo-occidentale dello scià Reza Pahlevi e garantirsi l’accesso al petrolio. L’opposizione allo scià vide protagoniste molte diverse fazioni, le quali tutte – incluso il marxista partito Tudeh – contribuirono al successo della Rivoluzione nel 1979; tuttavia al momento della presa del potere, a prevalere fu l’ala islamista dell’ayatollah Khomeini che instaurò una teocrazia e fece piazza pulita degli altri partiti. Nonostante tutto, va riconosciuto al regime khomeinista il più ampio successo nella gestione e nella difesa di uno Stato sovrano, qual è attualmente l’Iran.

Subito dopo la Rivoluzione, gli studenti assaltarono la Ambasciata USA a Teheran prendendo molte decine di ostaggi statunitensi: la liberazione di questi ultimi poté avvenire solo dietro esborso di palate di dollari, racimolati tramite operazioni poco limpide da parte dell’establishment USA (da cui lo scandalo cosiddetto Iran-Contras). Si trattò della maggiore sconfitta diplomatica statunitense di tutto il Novecento, laddove in tema di sconfitte militari si dovrebbe invece guardare magari al Vietnam. Non poteva dunque non covare un desiderio di vendetta profondo verso l’Iran, che portò a ripetuti tentativi di destabilizzazione e crimini – come le manovre per aizzargli contro l’Iraq (guerra Iran-Iraq) o l’abbattimento dell’Airbus A300 della Iran Air con a bordo 290 civili (66 erano bambini) il 3 luglio 1988 da parte dell’incrociatore Vincennes, crimine per il quale Washington pagò un indennizzo di 131 milioni di dollari ma non ammise mai l’errore né porse le sue scuse.

Una più recente “colpa” dell'Iran verso gli Stati Uniti è stata quella di iniziare a rifiutare le transazioni delle materie prime (spec. petrolio) in dollari.

 

Sia consentito a questo punto un nuovo inciso riguardante Kosovo e Albania come hub per la formazione e l'invio di terroristi. In Albania, la base Ashraf-3 ospita almeno 3mila persone: sono i Mujaheddin del Popolo (Mujahedin-e Khalq), organizzazione rimossa nel 2012 dalla lista USA delle organizzazioni terroristiche. Ricorda qualcosa?... Forse l'UCK kosovaro?... Guardacaso, l'ayatollah Khamenei il 9 gennaio 2020 – pochi giorni dopo l’assassinio di Soleimani – ha pubblicamente dichiarato l'Albania "nemica dell'Iran".

 

Va rimarcata la spregiudicatezza con cui da parte USA e occidentale sono state spesso variate le alleanze nell’area, al solo scopo di impedire la stabilizzazione di una regione, quella mediorientale, segnata all’ “origine” dall’instabilità insita nella spartizione colonialista degli accordi Sykes-Picot (1916). Ecco dunque gli USA appoggiare Saddam contro l'Iran, poi scagliarsi contro l’Iraq in ben due guerre del Golfo; ecco ancora gli USA vezzeggiare i curdi siriani contro il loro legittimo governo, mentre prima e dopo gli stessi curdi erano lasciati da soli alla repressione turca; e così via.

Cosa aspettarci per il futuro da tale immoralità occidentale? Certamente, un candidato a prossime operazioni eversive da parte israeliana e occidentale è il Libano.

 

CONCLUSIONI

 

Subito dopo il “crollo del muro di Berlino” abbiamo assistito all’immediato riaffacciarsi dell’interventismo imperialista-occidentale con finalità di ri-colonizzazione. Mentre la presa di controllo dei paesi mediorientali risponde all’esigenza di accaparrarsi i combustibili fossili, il soggiogamento dell’Europa centro-orientale post-socialista è finalizzato a garantirsi le linee di approvvigionamento delle risorse oltreché le risorse stesse (Jugoslavia, Cecenia, Ucraina, campagna anti-russa globale).

La questione energetica rimane dunque, ad avviso di chi scrive, chiave di interpretazione ineludibile, assieme alla questione della crisi tendenziale del saggio di profitto in Occidente che nell’interpretazione marx-leninista classica è sempre alla base delle proiezioni imperialiste.

 

In questo quadro, gli USA mostrano di avere le loro specifiche strategie e motivazioni. Assieme al tentativo disperato di difendere il dollaro come valuta “obbligatoria” per le transazioni energetiche, gli USA provano a imporre il loro petrolio di scisto mentre gettano nel caos paesi produttori di petrolio “pulito”; in contesti come quello ucraino impongono addirittura l’acquisto del proprio gas, benché sia assolutamente antieconomico rispetto al gas prodotto nelle immediate vicinanze (Russia).

 

Con la presidenza Trump gli USA hanno inaugurato un nuovo corso politico e militare, per cui cercano di minimizzare il proprio impegno finanziario e umano nelle “missioni”, nondimeno concordano con Israele azioni eversive di natura diplomatica e/o terroristica. Dopo che nel ventennio precedente si era lavorato per distruggere la funzione dell’ONU “sostituendola” con la NATO, nella nuova fase è la stessa NATO a entrare in fibrillazione e si palesano contraddizioni crescenti nel campo imperialista.

 

POST SCRIPTUM (24/7/2020):

 

Nel corso della primavera 2020 gli USA sono stati percorsi da una ondata di proteste di massa contro la violenza della polizia e le discriminazioni razziali. L’ispirazione iniziale delle proteste, riassunta attraverso uno degli slogan storici della sinistra antirazzista– Black Lives Matter –, è stata oggetto di un tentativo di scippo a fini elettorali da parte del candidato Dem Joe Biden. Dal punto di vista delle sorti della pace nel mondo, l’eventuale vittoria di Biden alle prossime Presidenziali sarebbe una sciagura ancora peggiore della riconferma di Trump: si riaffaccerebbe infatti sulla scena la retorica della ingerenza umanitaria, cioè il più disinvolto interventismo armato di cui è stata paladina pure Mrs Clinton. Rappresentante di lungo corso del deep state statunitense, dal punto di vista della politica internazionale Biden va ricordato per essere stato grande sponsor di tutti i secessionismi jugoslavi e soprattutto frequentatore della lobby criminale pan-albanese, razzista antiserbo e russofobo, protagonista direttamente e con il figlio Joseph dell’instaurazione del regime neonazista e corrotto in Ucraina. Nel 2014 dichiarò candidamente che a suo avviso “l’ISIS non costituisce alcun pericolo per l’Occidente”.

 

 

BIBLIOGRAFIA CONSIGLIATA

 

Per approfondimenti sullo sfascio del Diritto Internazionale nel “laboratorio” jugoslavo si veda, di questo stesso autore:

“Diritto e ... rovescio internazionale nel caso jugoslavo” (su MarxVentuno rivista numero 1/2015)

 

Sull’origine coloniale delle crisi mediorientali consigliamo

Le frontiere maledette del Medio Oriente” di Filippo Gaja (edizioni Maquis)

 

Del comitato Scienziate/i contro la guerra si vedano le pubblicazioni:

Imbrogli di guerra” (Odradek 1999)

Contro le nuove guerre” (Odradek 2000)

 

Per approfondimenti sulla parabola del movimento contro la guerra e della “sinistra” si veda il contributo del sottoscritto in:

Bombe su Belgrado vent’anni dopo. All’origine delle guerre umanitarie” (MarxVentuno Edizioni, 2019)

 

Sulla disinformazione strategica segnaliamo il libro, appena uscito nella versione italiana, di Udo

Ulfkotte:
Giornalisti comprati” (Zambon 2020)

 

Sulla dettatura israeliana dell’assassinio di Soleimani si veda:

Israele ha saputo prima dell’attacco contro Soleimaini, il Congresso Usa no!”

di Philip Weiss, su Contropiano del 10/1/2020

 

Sulla guerra elettronica ai danni dell’Iran si vedano gli articoli di Gianandrea Gaiani:

Boeing ucraino abbattuto: quello che l’Iran forse non può dire“ (14 gennaio 2020)

Guerra elettronica dietro il Boeing ucraino abbattuto: le valutazioni dei pasdaran” (17 gennaio 2020)

 

Sul pericolo rappresentato da Joe Biden si vedano:

https://www.cnj.it/home/it/informazione/jugoinfo/6384-6418-joe-biden-sponsor-di-tutti-i-secessionismi-e-in-serbia.html

https://www.cnj.it/home/it/informazione/jugoinfo/8115-8153-lobbysti-usa-a-favore-di-isis-e-ucraina.html

https://www.cnj.it/home/it/component/search/?searchword=Biden&searchphrase=all&Itemid=103