TUTE E GUERRE

FULVIO GRIMALDI PER "L'ERNESTO"

> http://www.lernesto.it

Agosto 2001


Quello che nell'agire del "Movimento" tra
Seattle e Genova ha maggiormente sconcertato
gli analisti seri, tra i quali non vanno
inclusi gli scomposti innamorati del "nuovo"
(che poi pare essere qualsiasi assembramento un
po' massiccio, dalla Belgrado del 5 ottobre
2000 alla marcia zapatista), è stata l'assoluta
assenza della tematica della guerra e
l'indifferenza-silenzio con cui è stato coperto
il ruolo del suo protagonista assoluto, gli
Stati Uniti. Qualcuno si è spinto fino a
sospettare, ingiustamente per la stragrande
maggioranza dei partecipanti al grandioso
corteo di venerdì 21 luglio, per metà compagni
o simpatizzanti di una fin troppo umile
Rifondazione Comunista, che tutta la
straordinaria mobilitazione contro il G8
potesse risultare, quanto meno oggettivamente,
un gigantesco diversivo rispetto a un mondo
aggredito da guerre imperialiste, con l'Italia
nel cuore strategico di una militarizzazione
"civile" e bellica senza precedenti dai tempi
dell'ultima guerra mondiale. Del resto anche
l'aggettivo "capitalista", sul quale solitaria
insisteva Rifondazione, è del tutto estraneo
alla definizione da sempre data dal "movimento"
a una globalizzazione ristretta nel suo ambito
commerciale e sociale. Può sconcertare, ma non
può sorprendere chi abbia osservato da vicino e
scevro da sbandamenti nuovistici il percorso
delle varie componenti del "movimento" e, in
particolare, quello della sua minoritaria, ma
vociferante e mediaticamente egemone anima
antipolitica e sociale. Tute bianche, Ya Basta,
Centri sociali del Nord-Est, Meltin', Cantieri
Sociali (e il loro house-organ "Carta") e altre
titolazioni sono sigle diverse di una realtà
unica, quantitativamente ridotta ma con una
professionale capacità di assumere, o
millantare, rappresentanza e direzione, in ciò
favorita anche dalla monotematicità delle
altre correnti nel flusso antiglobal: quelli
del debito da rimettere, quelli delle
speculazioni finanziarie da tassare, quelli
dell'ambiente, quelli del commercio equo,
quelli del no profit, quelli della democrazia
partecipativa, quelli dei diritti umani. I
leader delle Tute Bianche,o come diavolo si
chiamano, pur privi di una cultura politica di
un qualche spessore e ancor più privi di un
progetto che non sia la mera "difesa degli
esclusi", immigrati, nomadi, gay, donne, o
indios che siano, sostenuta da formulette
localistiche di chiara marca criptoleghista
(non per nulla, ai vessilliferi ideologici alla
Marco Revelli e Toni Negri, associano padrini
politico-economici tipo Benetton o Cacciari),
non perdono occasione per esprimere, come
costante teorica, un anticomunismo viscerale.
Formule come "democrazia municipale", mutuata
dalle comunità maja del Chiapas, "scuola
territoriale", "partecipazione" (e qui
l'idolatrato punto d'arrivo è quel Porto Alegre
in cui alle popolazioni dei quartieri si è
concesso di ascoltare le decisioni delle
autorità locali, rigorosamente non in conflitto
con quelle ultraliberiste centrali, di
esprimere un parere consultivo e di tornarsene
a casa senza aver minimamente inciso sul
processo decisionale; un po' quello che nei '70
capitò a studenti e genitori con i famigerati
"decreti delegati") si sublimano nella
possibilità di "un altro mondo" di cui vengono
accuratamente taciuti i connotati politici e,
dio non voglia, le contrapposizioni di classe.
Queste ultime sono sussunte e annegate nella
formula ramonetiana della "società civile",
espressione di una dialettica che non vede più
separati sfruttati e sfruttatori, oppressi e
oppressori, lavoro e capitale, ma chi gestisce
un potere centrale, magari nazionale, e chi,
bossianamente, rivendica un potere "reticolare"
innestato sui campanili. In sostanza, un ruolo
proprio che dia il diritto a un posto a tavola
in un capitalismo attutito e corretto, con
spazi di compassione e carità per i poveri,
da affidare al "volontario" no-profit,
successore di quella figura consunta che era
il "militante" impegnato ad accompagnare le
masse (oggi evangelicamente "moltitudini")
verso un rovesciamento dello stato di cose
esistente. Ma torniamo alla questione "tute e
guerre".

Frequentatore assiduo di centri sociali, nella
maggioranza profondamente sospettosi, se non
ostili, al protagonismo luddista e
violentemente non-violento, ma con mimetizzate
forme di intese istituzionali, dei leader del
Nord-Est, come alla pratica di un esasperato
verticismo fatto di brutali emarginazioni dei
dissidenti e di funzioni dirigenziali mai
sottoposte a verifiche democratiche, fui con Ya
Basta in Chiapas. I tanti bravissimi ragazzi e
non-ragazzi, che si erano spinti nella Selva
Lacandona per trovare una via politica
nuovamente rivoluzionaria all' antagonismo
istintivo maturato nel mondo dei Craxi,
D'Alema, Wojtyla, Reagan, Bush e Clinton e
nell'era del revisionismo obliterazionista
delle lotte e vittorie di popoli e classi,
venivano istruiti, alla mano delle fiabe
adolescenziali di Marcos e alla vista degli
zapatisti, con passamontagna davanti agli
obiettivi e senza quando gli strumenti
diripresa riposavano, sui supremi valori della
non violenza, dell'antinazionalismo parificato
con l'antistatalismo, e del rifiuto del potere.
Massimo obiettivo, la nicchia. Degli indios nel
Chiapas, in totale noncuranza verso gli immani
sommovimenti anticapitalisti ed antimperialisti
del Messico e dell'America Latina tutta, come
dei centri sociali in Europa. Obiettivo poi
consacrato nella marcia zapatista, "protetta"
dalle tute bianche, della primavera scorsa e
nella deposizione definitiva delle armi, poi
dichiarata da Marcos nonostante l'esiguità dei
risultati ottenuti con il prezioso
riconoscimento tributato al più liberista e
amerikano dei presidenti che il Messico abbia
avuto. Armi del resto silenziate fin dal 1
gennaio 1994, quando l'insurrezione zapatista
pose fine a un decennio di focolai armati nel
Chiapas, contigui a tanti negli altri stati
messicani, che - quelli sì-avevano messo
radicalmente in discussione la presa di
militari, paramilitari, latifondisti,
multinazionali e narcotrafficanti sullo stato
più ricco di risorse del paese.



La tematica guerra entra inevitabilmente nelle
mobilitazioni dei padovani (chiamiamoli così
per semplicità, senza trascurare il peso del
Leoncavallo e di alcuni centri sociali del
Centro) quando tutto il paese si chiede il
perché del suo coinvolgimento in una guerra
Nato, fortissimamente voluta dagli USA e, in
sotterranea competizione, da una Germania
rilanciata da Schroeder sulla pista bismarkiana
e hitleriana delle conquista degli spazi
energetici e di mercato attorno ai mari caldi.
Ma è un coinvolgimento raffinatamente ambiguo
che unisce nella sfera della non violenza la
condanna paritetica alla guerra Nato e
l'esecrazione della dittatura nazionalista (per
le Donne in Nero addirittura "fascista") di
Slobodan Milosevic. Strumento di mobilitazione
contro un popolo serbo che, in tutta evidenza,
"se l'è voluta", tutti gli stereotipi della
diffamazione scientifica occidentale, dalle
"pulizie etniche" al "despota iniziatore di
tutte le tragedie balcaniche", espressi con
particolare scaltrezza da un video realizzato
dal "movimento" (anche lì !) a Belgrado.
Anniversario della morte di Tito. Da tutta la
Federazione jugoslava, ancora non sbranata da
secessionismi, quelli davvero di natura
fascistoide, per quanto consacrati da
Washington, Vaticano e Marco Panella in
mimetica, convergono nella capitale operai e
contadini, vecchi partigiani, sindacati,
partiti di sinistra. Dalle finestre della
famosa Radio B92 (referente della padovana
Radio Sherwood e vista come portavoce del
ribellismo giovanile e democratico serbo, poi
risultata anello della catena informativa CIA
in Est Europa) giovani della borghesia
belgradese frammisti a elementi provenienti dal
sottoproletariato di periferia, lo stesso mix
che, volendo, si può constatare all'opera nei
giorni del colpo di stato USA, si vedono
inveire contro i manifestanti. Poi scendono in
strada e con mazze e spranghe aggrediscono il
corteo. Si rompono teste a operai inermi, si
strappano foto di Tito e Milosevic, si fa
scorrere sangue. Quando la polizia, molto
lentamente, si mette in mezzo, i "ragazzi non
violenti di B92" gli infilano fiori nei
taschini. In assenza dei leader del Corto
Circuito, centro sociale romano dove avviene la
proiezione, riesco subito dopo a proiettare un
mio video girato sotto le bombe: "Jugoslavia,
il popolo invisibile". Abbeverati a TG3, con
una cronista particolarmente necrofila e
bugiarda come Giovanna Botteri, e ai comunicati
e filmati di B92, i ragazzi del centro
s'imbattono per la prima volta in una
controinformazione. Restano genuinamente
sconvolti e commossi. Segno della grande
riserva di genuinità e ingenuità su cui operano
personaggi come Luca Casarini, colui che "non
violentemente" dichiarò guerra al G8 e, con i
non sufficientemente ridicoli giochetti di
invasione della zona rossa, poi "disubbedienza
civile", per settimane alimentò la psicosi
terroristica dei media e spianò la strada alla
militarizzazione della regione.

Questo giornale ha già avuto occasione di
illustrare altri aspetti della politica di
questa componente del movimento in relazione
alla Jugoslavia, in particolare i legami
organici - oggi discretamente messi in ombra da
protagonisti e corifei esterni - con i
movimenti serbi di contestazione al governo che
difendeva il paese contro lo smembramento e il
genocidio operato da Nato e banditi UCK, oggi
anche in Macedonia, con bombe, uranio,
contaminazioni chimiche, e stragi etniche.
Prima con Alleanza Civica, che guidava,
ampiamente e apertamente finanziato dallo
speculatore FMI George Soros (coerenza delle
proteste contro il FMI!) e dagli USA, le
manifestazioni, bandiere a stelle e strisce in
testa, degli anni '97-'98. E poi con Otpor , la
formazione messa in piedi, pagata, e istruita a
Budpaest e Sofia dalla CIA , come ebbero ad
ammettere fieramente i suoi leader, da Vesna
Pesic a Sonia Licht, ripetutamente ospiti dei
padovani in Italia.

Ingenuità? Errori? Comunanza anticomunista?
Vituperio di quel residuo di socialismo reale,
orrendamente statalista e nazionalista, che era
la multietnica e democratica Federazione
Jugoslava, eternamente sulla difensiva dalla
Nato, da banditi come Tudjman e Izetbegovic e
dai non-violenti in Italia? O qualcosa di
peggio, come darebbe ad intendere l'ostinato
silenzio sulle guerre, che, approfittando del
diversivo G8, che annacquava le assolutamente
dominanti responsabilità USA in un concerto di
diseguali e addirittura concorrenti (Kyoto,
Nato d'attacco nucleare, Scudo spaziale, mine,
nucleare, guerre batteriologice, OGM, Balcani,
Medio oriente, protezionismo USA), proprio nei
giorni di Genova permetteva di mettere la
sordina alla soluzione finale in atto in
Palestina, alla frantumazione della Macedonia,
al genocidio rurale operato in Colombia con lo
sterminatore di coltivazioni e vite della
Monsanto, Roundup, al sotterramento della
liquidazione dei curdi, alla spaventosa
accelerazione riarmistica funzionale alle
conquiste imperialistiche, alla sottomissione
di alleati perplessi, al rilancio di
un'economia USA in gravissima recessione.

Bisognerebbe essere ciechi per non vedere, da
critici della globalizzazione neoliberista e
protagonisti del pacifismo, come lo strumento
risolutivo, universalmente e massicciamente in
corso d'opera, di questa globalizzazione, che
realizza come meglio non potrebbe l'assunto
leninista dell'imperialismo come stadio supremo
del capitalismo, siano i missili israeliani,
gli obici dell'UCK, le bombe e l'embargo
genocidi all'Iraq, e, nelle retrovie, le basi
USA in Italia e il guerrafondaismo del nuovo
regime proconsolare e fascistizzante
berluscofiniano, il tribunale dell'Aja, il
rullo compressore dell'informazione unificata
nell'oligarchia mediatica compartecipe del
complesso militar-industriale, nel quale, pure,
qualcuno si ostina di individuare spazi
democratici.

Che il conflitto di classe - concetto espunto
radicalmente dai neoradicali del movimento -
si sia trasformato in guerra generale lo ha
dimostrato il golpe neanche tanto bianco di
Genova con il messaggio : "se sei contro e lo
vuoi manifestare,rischi di morire". E' la
logica della guerra di bassa intensità in casa
propria e dei vassalli, e di alta intensità
contro i paesi che "mettono a rischio la
sicurezza e gli interessi degli Stati Uniti" .
Non mettere al centro questo dato di fatto, che
caratterizza in modo tragico e totalizzante
l'inizio millennio; non cercare di dare,
superando immaturità ed ambiguità, alle forze
che si oppongono a questa vera e propria
ricolonizzazione militarista e schiavista USA
del mondo una coscienza di classe e una
direzione consapevole e unitaria, con un
progetto unificante per classi e popoli
subalterni che non sia un "altro mondo", ma un
mondo inevitabilmente socialista ed
antimperialista, significa suicidio. O, peggio,
collusione. L'ossimoro (sia detto agli
specialisti degli ossimori) della disobbedienza
civile, o della resistenza non-violenta, è il
drammatico - per gli oppressi - retaggio di
mezzo secolo di disarmo morale e politico, di
disintegrazione del principio addirittura
biologico dell'autodifesa (vedi Chiapas),
operato dalle centrali della smobilitazione
culturale, politica e fisica proletaria.
Attualizzato prima dalla mistificazione
ghandiana di Marco Panella e fratelli, a
sostegno vuoi della pulizia etnica croata, vuoi
del sionismo stragista in Israele, vuoi del
massacro operaio dell'impresa
ulivista-berlusconide, ha trovato nelle
componenti del movimento che abbiamo
considerato una nuova, più pericolosa
nell'urgenza dell'aggressione,
sistematizzazione. La parola d'ordine di non
dover mettersi in gioco per l'impresa più dura
di tutte, la sottrazione del potere alla
borghesia, pur potendo blaterare contro lo
Stato (che poi non è altro che la
disintegrazione dal basso dell'analogo processo
condotto dall'alto dall'imperialismo
privatizzante) e di mettersi al sicuro
dall'eccessiva cattiveria della repressione con
non violenza, scudi di plexiglass e gommapiuma,
si è dissolta nella sanguinosa catastrofe
genovese. Scudi e giochino di disobbedienza
civile hanno agevolato la messa in atto di un
stato d'assedio prefascista. L'assenza di uno
strumento di protezione interna ed esterna come
l'eterno, irrinunciabile servizo d'ordine di
tutte le manifestazioni di opposizione, ha dato
una mano. Ma il delitto vero è stato quello di
farci dimenticare la guerra. Tanto d'averla
subita ignari e inermi.

Un ottimo analista delle questioni balcaniche,
Tommaso di Francesco del "Manifesto",
ha scritto, con accenti di disperazione, che se
il popolo di Genova avesse dedicato solo un
grammo della sua passione all'Intifada e alla
tragedia palestinese, ecco che quel popolo
sarebbe stato meno solo. E anche noi.e tutti
coloro che subiscono la globalizzione finale
con la guerra.

Ma ci sarebbe voluta un'altra direzione
politica. Bisogno che si sente in misura sempre
più intensa. Non per nulla nei giorni del
dopo-Genova,tutti i teorici e portavoce del
tutabianchismo hanno tentato di mascherare la
loro disfatta e il conseguente disvelamento
politico con massicci interventi su organi di
stampa ospitali,a sostegno di un movimento
"senza leader", vale a dire con i leader
ademocratici che ci hanno portato in un vicolo
cieco. Il vicolo cieco dei senza-partito. Degli
anti-partito.