(castillano, italiano)

Dalla Libia a Lampedusa il passo è molto breve

1) 20 ottobre 2011 - 2013: Due anni fa l'assassinio per linciaggio e sevizie di Muammar Gheddafi. Il testamento politico
2) ¿Quién hundió el “Anti-Titanic” en Lampedusa? (N. Armanian)
3) La disintegrazione della Libia (P. Lavrentieva)
4) Libia, Intervista a Angelo Del Boca: «Il paese non c'è più, ormai si è somalizzato»


CITAZIONE:

"La storia sarà con i popoli che lottano per giuste cause, mai con chi sollecita le potenze imperiali straniere a venire ad attaccare il proprio paese. Il destino che attende i criminali del CNT è scritto con inchiostro indelebile, come è rimasta scritta, la storia del martirio di un popolo, delle sua città e della sua famiglia. Avanti con il sacro dovere di lottare fino alla vittoria o alla morte. Con l'esempio eterno del colonnello Gheddafi, leader coraggioso del popolo libico e guida della Jamahiriya Libica Popolare e Socialista".
Fidel Castro

LINKS:

Patto segreto tra Italia e Libia contro i migranti. La denuncia di A.I. (2012)

Sul rifornimento italiano di armi ai tagliagole anti-libici:
Armi sui traghetti, il segreto di Stato fa affondare l’inchiesta
http://lanuovasardegna.gelocal.it/olbia/cronaca/2013/04/06/news/armi-sui-traghetti-il-segreto-di-stato-fa-affondare-l-inchiesta-1.6831787


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Testamento politico di Muammar Gheddafi, Guida della Rivoluzione della Grande Jamahiriya Araba Libica Popolare Socialista

In nome di Allah, il Clemente, il Misericordioso;
Per 40 anni, o magari di più, non ricordo, ho fatto tutto il possibile per dare alla gente case, ospedali, scuole e quando aveva fame, gli ho dato da mangiare convertendo anche il deserto di Bengasi in terra coltivata.
Ho resistito agli attacchi di quel cowboy di nome Reagan anche quando uccise mia figlia, orfana adottata, mentre in realtà, tolse la vita a quella povera ragazza innocente cercando di uccidere me.
Successivamente aiutai i miei fratelli e le mie sorelle d’Africa soccorrendo economicamente l'Unione africana, ho fatto tutto quello che potevo per aiutare la gente a capire il concetto di vera democrazia in cui i comitati popolari guidavano il nostro paese; ma non era mai abbastanza, qualcuno me lo disse, tra loro persino alcuni che possedevano case con dieci camere, nuovi vestiti e mobili, non erano mai soddisfatti, così egoisti che volevano di più, dicendo agli statunitensi e ad altri visitatori, che avevano bisogno di "democrazia" e "libertà", senza rendersi conto che era un sistema crudele, dove il cane più grande mangia gli altri.

Ma quelle parole piacevano e non si resero mai conto che negli Stati Uniti non c’erano medicine gratuite, né ospedali gratuiti, nessun alloggio gratuito, senza l’istruzione gratuita o pasti gratuiti, tranne quando le persone devono chiedere l'elemosina formando lunghe file per ottenere un zuppa; no, non era importante quello che facevo, per alcuni non era mai abbastanza.

Altri invece, sapevano che ero il figlio di Gamal Abdel Nasser, l'unico vero leader arabo e musulmano che abbiamo avuto dai tempi di Saladino, che rivendicò il Canale di Suez per il suo popolo come io rivendicai la Libia per il mio; sono stati i suoi passi quelli che ho provato a seguire per mantenere il mio popolo libero dalla dominazione coloniale, dai ladri che volevano derubarci.

Adesso la maggiore forza nella storia militare mi attacca; il mio figliuolo africano, Obama, vuole uccidermi, togliere la libertà al nostro paese, prendere le nostre case gratuite, la nostra medicina gratuita, la nostra istruzione gratuita, il nostro cibo gratuito e sostituirli con il saccheggio in stile statunitense, chiamato "capitalismo", ma tutti noi del Terzo Mondo sappiamo cosa significa: significa che le corporazioni governano i paesi, governano il mondo e la gente soffre, quindi non mi rimangono alternative, devo resistere.

E se Allah vuole, morirò seguendo la sua via, la via che ha arricchito il nostro paese con terra coltivabile, cibo e salute e ci ha permesso di aiutare anche i nostri fratelli e sorelle africani ed arabi a lavorare con noi nella Jamahiriya libica.
Non voglio morire, ma se succede, per salvare questo paese, il mio popolo e tutte le migliaia che sono i miei figli, così sia.

Che questo testamento sia la mia voce di fronte al mondo: che ho combattuto contro gli attacchi dei crociati della NATO, che ho combattuto contro la crudeltà, contro il tradimento, che ho combattuto l'Occidente e le sue ambizioni coloniali e che sono rimasto con i miei fratelli africani, i miei veri fratelli arabi e musulmani, come un faro di luce, quando gli altri stavano costruendo castelli.

Ho vissuto in una casa modesta ed in una tenda. Non ho mai dimenticato la mia gioventù a Sirte, non spesi follemente il nostro tesoro nazionale e, come Saladino, il nostro grande leader musulmano che riscattò Gerusalemme all'Islam, presi poco per me ....

In Occidente, alcuni mi hanno chiamato "pazzo", "demente": conoscono la verità, ma continuano a mentire; sanno che il nostro paese è indipendente e libero, che non è in mani coloniali, che la mia visione, il mio percorso è, ed è stato, chiaro per il mio popolo : lotterò fino al mio ultimo respiro per mantenerci liberi, che Allah Onnipotente ci aiuti a rimanere fedeli e liberi.

Colonnello Muammar Gheddafi, 5 aprile 2011


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en francais: Qui est responsable du naufrage de « l’anti-Titanic » de Lampedusa ? 

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¿Quién hundió el “Anti-Titanic” en Lampedusa?


06 oct  2013
Nazanín Armanian

Si no fuera porque el número de los refugiados fallecidos en la costa italiana ha superado el techo de la “normalidad” que ronda sobre 60-70 personas, la tragedia de los tripulantes de esta patera hubiera pasado desapercibida. Hace dos años 61 refugiados –incluidos varios niños-, naufragaron en este mismo lugar al quedarse sin alimentos y combustible, mientras un portaaviones de la OTAN les miraba sin pestañear.

Sin nombre, ni historias de amor o de intriga, ninguna canción eternizará su viaje a la muerte, ni nadie hará una película de esos hombres y mujeres valientes capaces de arriesgar su vida no solo para cumplir su sueño, sino para ayudar a su familia y empujar de paso el carro de la civilización humana.

“Deshumanizar al otro” es una estrategia política que legitima el trato que se le da; el mismo que han recibido decenas de miles de asesinados bajo los bombardeos en Irak, en Afganistán o en Pakistán: mientras ellos carecen de identidad, nos enseñan en la tele la foto de la boda y de la esposa embarazada de aquel soldado de ocupación muerto a manos de un nativo “bárbaro y despiadado”.

¡Cómo esos cuerpos en el mar han puesto a prueba, una vez más, nuestra capacidad de no sentir vergüenza de votar a individuos que aprueban leyes antinaturales como la de castigar a quien ayuda al prójimo! Aún así, varios pescadores italianos siguiendo su instinto salvaron la vida de decenas de aquellas personas desesperadas, escupiendo a la cara de demonios disfrazados que hemos colocado en los sofás de los palacios.


Vidas no contadas

Entre las historias de vida de miles de personas, campeones olímpicos sin medallas que saltan las vallas de púas más altas con manos ensangrentadas, que se lanzan a los mares indomables huyendo de guerras, hambrunas, persecuciones políticas, étnicas, religiosas, de género, víctimas de políticas de sus gobiernos o del pulso de las grandes potencias mundiales por expolio de sus inmensos recursos naturales, podemos conocer las siguientes:

-Fátima, mujer somalí de 26 años que viajaba junto con su hijo Ahmed de 5 años. Su país, ubicado sobre un lago de petróleo no explotado, ha sido declarado por Occidente  como “Estado fallido” – contraseña del “país poseedor de recursos naturales o ruta de su tránsito, ya apto para ser dominado”-, desfallece de hambre sobre inmensas reservas de uranio, oro, petróleo, gas, bauxita y cobre. El escándalo fabricado sobre los “piratas” de pocamonta en 2009, -si bien estaba al servicio de militarizar el Cuerno de África y el Golfo de Adén, uno de los corredores más estratégicos del planeta que conecta el Golfo Pérsico, el Mar rojo y el Canal de Suez y por donde pasa el 30% del petróleo del mundo-, revelaba además que el pescado y el marisco de sus caladeros –lo poco sustento que les quedaba-, acababan en las mesas de los hoteles españoles y franceses, y que los verdaderos “bandidos del mar” de guantes y tez blancos, de paso vertían toneladas de desechos tóxicos en sus costas.

- Ahmed, niño de ojos grandes de 10 años, otra víctima, era huérfano al igual que varios millones de pequeños somalíes. No quería convertirse en uno de los 500.000 niños que viven en las calles del país, o verse obligado a trabajar jornadas interminables a cambio de un plato de comida, con palizas y abusos sexuales de postre, o convertirse en soldado o esclavo en el “mercado libre” del capitalismo global que ofrece “niño a la carta” a las empresas de todo tipo. Ahmed, que al embarcarse pensó que se había librado de tal destino, se encuentra ahora en el fondo del mar.


De Etiopia y Libia

- Abeba, mujer de la tierra del café, Etiopía, había conseguido junto con otras activistas que la Constitución prohibiera la ablación. Todo un logro. Para la luchadora de las batallas imposibles era más difícil, sin embargo, derrotar el sistema económico, político y social capitalista que bendice una violencia patriarcal estructurada. Su espalda, destrozada por llevar cargas pesadas durante horas de camino, ya no aguantaba. Se echó a esta aventura llevando consigo a su sobrina Hakima, de 7 años, una de los cuatro millones de niños huérfanos etíopes. El sueño de Abeba era salvarle de la desnutrición severa que mata a miles de pequeños en este país, que un día de 1974 se declaró socialista tras derrocar al dictador zombie Haile Selassie, gobernante de una población literalmente moribunda, enferma y analfabeta. El Gobierno militar de Haile Mariam, con el apoyo de la Unión Soviética y Cuba realizó reforma agraria, declaró universal y gratuitas la educación y la sanidad, y miró por los derechos de la mujer y de las minorías étnicas. Sus recursos como el oro, gas natural, tantalio, y mármol, por fin iban a servir al rescate de sus propietarios. Los errores del Gobierno, las terribles sequías de los años 80 que mataron a cientos de miles de personas, junto con las provocaciones de EEUU desde Eritrea que armaba a los rebeldes (quienes destinaban las ayudas internacionales contra el hambre a la compra de armas) ralentizaron este avance hasta ser paralizado con la caída de la URSS. Una situación parecida a la de Afganistán, país del que han huido unas 6 millones de personas en las últimos tres décadas.

Al final el Mar “rojo” no hizo gala de su nombre y Washington consiguió apoderarse del control del país y su privilegiada ubicación. Hoy, a pesar de ser una economía en bancarrota, y con medio millón de niños en riesgo inminente de morir, el Gobierno gasta 100 millones de dólares en la compra de 200 tanques a Ucrania.

- Ebrahim fue un arquitecto libio que dejó a su esposa y los dos hijos, y siguió la ruta del transporte que lleva los recursos de su tierra y se dirigió a Italia. Pensaba hacerse con un sitio allí y luego solicitar la reagrupación familiar. La situación tras el asesinato de Gadafi es caótica y deja en nada la promesa de la OTAN de democratizar el país. Es la misma Alianza militar que descargó toneladas de bombas sobre la población civil, sepultando miles de vidas y destruyendo las infraestructuras, para luego reconstruirlas con el dinero de las propias damnificadas (Libia: un negocio de guerra redondo). Se equivocó Ibrahim si pensó que los gobiernos occidentales beneficiarios de aquella infame agresión, a cambio, atenderían a los ciudadanos libios en Europa. ¡Había 65.000 millones de dólares líquidos libios en los bancos italianos! Por su parte, la Fiscalía de París investiga la posible financiación de la campaña electoral de Sarkozy en 2007 por parte de Gadafi. Los juegos sucios alcanzan puntos insospechados: Sarkozy luego pactó con los rebeldes del Consejo Nacional de Transición el derrocar al Coronel a cambio de que las empresas galas obtuvieran el 35% de las participaciones en el negocio de fuel. Hoy, el desgobierno, una cruenta lucha entre grupos armados por hacerse con el control de lo que es la mayor reserva petrolífera de África (la doble que las de EEUU), y una huelga intermitente de los trabajadores del petróleo han paralizado la economía. El colapso del Estado libio y la baja productividad de su industria petrolífera son parte de los motivos que impiden a los europeos apuntarse a la guerra de EEUU contra Siria.


Política de empobrecimiento

Condenar a los países ricos al subdesarrollo es una estrategia política que se ejecuta con la complicidad de las oligarquías y regímenes locales neopatrimonialistas ligados a negocios de todo tipo. Es la esencia de las recetas cocinadas por las instituciones financieras que obligan a los Estados a realizar reajustes estructurales y privatizar sus recursos naturales (¡como bosques de Tanzania!), con el fin de facilitar inversiones extranjeras. Una parte de la liquidez de los bancos occidentales ( Banco de Crédito y Comercio Internacional, por ejemplo) proviene del contrabando de piedras preciosas, tráfico de drogas y de armas de un África que mueve dinero dentro y fuera pero no deja nada para su desarrollo.

En nuestro cayuco imaginario también estaban gente de Malí, país invadido por la OTAN , tierra de petróleo, oro y uranio, donde la esperanza de vida es sólo de 37 años, o de Nigeria, el séptimo productor mundial del petróleo…

Es la misma historia de los iraquíes: atacados y masacrados por EEUU y sus aliados, unos 5 millones de los habitantes de la antigua babilonia, se han refugiado en los países vecinos, donde empiezan otras guerras (la de Siria) y deben volver a recoger sus bártulos huyendo hacia ninguna parte.

En 2012 se contabilizaron unos 230 millones de inmigrantes.

Ninguna vigilancia aérea y marítima, ni siquiera hundir las pateras en el mar a cañonazos, como proponía el ultraderechista italiano Umberto Bossi , podrá detener a millones de seres humanos a que huyan a de su tierra.

Ya no funciona relacionar la inmigración con la delincuencia: ¡que miren los juzgados en España! Tampoco es tarde que los ciudadanos corrijan su mirada hacia los refugiados e inmigrantes cuando tienen hijos que con dos títulos universitarios, viven en un piso patera en Londres o Berlín, y limpian los WC. Aun así, España desde el 2013 ha deportado a 6.056 inmigrantes, y seguía deteniendo al desgraciado transportista de una patera o de un camión, quizás para desviar la atención a los verdaderos causantes del tráfico de seres humanos o quizás para que nadie ponga en entredicho su idea brillante de pagar a los gobiernos, como al senegalés, para que admitan la repatriación de los refugiados detenidos, pisando las leyes internacionales. No nos dicen que las autoridades corruptas de éste mismo país conceden licencias especiales de pescar a empresas extranjeras, elevan las tasas de estos permisos para los nativos, forzándoles a lanzarse al mar para llegar a España.

De África se están llevando el oro, el coltán, el hidrocarburo y otros recursos, y a cambio se les envía aviones cargados de armas y muchos misioneros para que les invite a paciencia y vivir el sueño de tener una vida mejor en el “otro mundo”.



=== 3 ===


La disintegrazione della Libia

di Polina Lavrentieva

Nel 2011, Thierry Meyssan assicurava che non vi era alcuna primavera araba in Libia, che la popolazione non si era rivoltata contro Muammar Gheddafi, ma che gli occidentali usavano il movimento separatista della Cirenaica. Due anni dopo, il gioco è fatto: Tripoli ha perso il controllo di Cirenaica e Fezzan, come hanno osservato gli inviati speciali delle Nazioni Unite. La ricchezza del Paese è ora solo nelle mani delle bande e delle multinazionali statunitensi.

RETE VOLTAIRE | MOSCA (RUSSIA) | 11 OTTOBRE 2013

Non si può fermare il processo di disintegrazione della Libia iniziato dall’assassinio di Muammar Gheddafi. Un nuovo rapporto delle Nazioni Unite dice: sullo sfondo della separazione della province della Libia “liberata dal dittatore”, avvengono esecuzioni affrettate, una massiccia oppressione politica e torture.
Secondo la relazione congiunta della Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL) [1] e dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, circa 27 persone sono morte in carcere nel Paese solo alla fine del 2011 [2]. 8000 persone sono detenute nelle carceri del Paese. Sono state definite, nel 2011, “partigiani di Gheddafi”. La maggior parte di loro non è stata nemmeno formalmente indagata e nessuno sa per quanto tempo rimarranno in carcere, perché il sistema giudiziario non funziona quasi più.
Il New York Times suggerisce che le persone siano state arrestate per motivi religiosi o etnici, o perché sospettate di non essere fedeli alla “democrazia”. I detenuti con cui gli ispettori delle Nazioni Unite hanno potuto parlare, hanno riferito di essere picchiati e torturati dal fuoco e dalla fame, nelle carceri.
Nell’aprile di quest’anno, è stata approvata una legge in Libia per impedire la tortura e condannare i rapimenti. Ma non viene applicata. Questa è solo una parte del quadro della disintegrazione dello Stato libico. Le regioni si ritirano gradualmente, come ci aspettavamo due anni fa su queste pagine. E questo non accade senza spargimento di sangue.
Il 27 settembre, il Fezzan ha dichiarato l’indipendenza, o almeno la sua piena autonomia, [3] i leader tribali hanno deciso così “per via dello scarso lavoro del Congresso.” A giugno, è stata la regione (ricca di petrolio) della Cirenaica [4] che s’è ripresa la sua libertà. Delle tre regioni storiche della Libia, solo la tripolitania ne fa ancora parte. Per ora, non c’è forza in grado di riunire questi tre Stati storici che formavano la Libia dal 1951.

Fonte 
Odnako (Russia)
Settimanale d’informazione generale. Redattore capo: Mikhail Leont’ev. 


Traduzione di Alessandro Lattanzio (SitoAurora)

[1] Sito della MANUL.

[2] “Tortura e morte nelle carceri della Libia“, relazione Unismil, ottobre 2013.

[3] “La ‘nuova Libia’: la regione del Fezzan dichiara la sua indipendenza“, Irib, 27 settembre 2013

[4] “Ливии официально больше нет. Восток объявил “нефтяное государство” “(la Libia è ufficialmente finita, l’oriente si dichiara petro-Stato) Odnako, 7 marzo 2012.



=== 4 ===


LIBIA - MONDO

«Il paese non c'è più, ormai si è somalizzato»

TOMMASO DI FRANCESCO
11.10.2013

Intervista a Angelo Del Boca, storico del colonialismo italiano, sul sequestro del primo ministro: «È uno scontro di potere. Non sono assolutamente sorpreso». «Ali Zeidan, professore universitario magnificato da tutto l'Occidente è un uomo stranamente ricchissimo»

Per capire l'evolversi della crisi libica abbiamo intervistato Angelo Del Boca, storico del colonialismo italiano e massimo esperto internazionale della Libia.

Come giudica il sequestro da parte delle milizie armate del primo ministro libico Ali Zeidan, poi liberato?

È uno scontro di potere. Fa parte del caos nel quale la Libia è caduta dopo la guerra della Nato che ha deposto nel sangue Gheddafi. Non sono assolutamente sorpreso del sequestro. L'anno scorso, quando doveva diventare premier Anwar Fekini, figura di spicco dell'opposizione in esilio (e nipote di Mohammed Fekini protagonista della rivolta contro l'occupazioneitaliana) ho cercato di dissuaderlo. Era restio ai miei suggerimenti, ma recentemente mi ha ringraziato dicendomi: «Mi hai salvato la vita».

Che cosa è accaduto in Libia dall'uccisione di Gheddafi, nell'ottobre 2011, a oggi?

È accaduto il fenomeno della proliferazione delle milizie armate. Da stime dell'intelligence statunitense sono più di 500 e temibilissime. La stessa Casa bianca, che fornì l'aviazione a questi insorti, se n'è accorta dolorosamente l'11 settembre 2011 quando i jihadisti hanno attaccato il consolato Usa di Bengasi assassinando l'ambasciatore americano Chris Stevens e tre alti funzionari statunitensi. Tra le milizie è fortissimo il peso dei jihadisti. Così, dopo la cattura nei giorni scorsi da parte di forze speciali americane del presunto esponente di Al Qaeda, Abu Anas-Al Lybi, molto in vista nel sommovimento libico, è scattata la «risposta» delle milizie più islamiste. Che manda a dire - credibilmente - a Washington: avete fatto un arresto arbitrario, contro la nostra sovranità. Il giorno prima Zeidan aveva smentito ogni avallo di Tripoli all'operazione. Ma il segretario di stato Usa John Kerry lo ha clamorosamente smentito poche ore dopo, rivelando che il governo libico era stato consenziente. Mi piace ricordare un elemento che può far capire la commistione tra milizie e governo in Libia. Ali Zeidan, professore universitario magnificato da tutto l'Occidente è un uomo stranamente ricchissimo e solo un mese fa ha regalato un miliardo di dollari alle milizie di Misurata, considerate quelle più forti e radicali.

Si può dire che la crisi in corso in Libia è, in qualche modo, anche una crisi italiana, che cioè chiama in causa le nostre responsabilità poltiche?

Certamente. Mi spiego meglio. In questi giorni ho cercato ripetutamente di mettermi in contatto con il presidente Enrico Letta per consigliarlo. Perché Letta ha commesso in questo periodo un gravissimo errore: ha dato la disponibilità dell'Italia al presidente americano Obama che gli ha chiesto, per la vicinanza e la storia, di coinvolgersi ancora di più nella crisi libica. Come? Rimettendo in piedi esercito e polizia, ricostituendo le istituzioni e, soprattutto, «disarmando le milizie». Ma dire di sì a questa «disarmante» e sconcertante richiesta vorrebbe dire prepararsi di fatto alla terza invasione militare italiana della Libia. Perché, sempre secondo l'intelligence Usa, le più di 500 milizie corrispondono a circa 30mila uomini armati fino ai denti, con cannoni e carri armati. Un vero e proprio esercito agguerrito. Con un incessante e massiccio traffico di armi verso la destabilizzazione di aree decisive come Siria, Sinai (Egitto), nord-Mali, Tunisia e Algeria. Ma, come se non bastasse, ci sono altre due questioni, perfino più gravi, che in queste ore chiamano in causa l'Italia. In primo luogo il fatto che gli Stati uniti, di fronte alla situazione libica, hanno deciso di inviare forze speciali - già subito più di 200 marine - nella base di Sigonella. Perché su questa decisione il governo Letta-Alfano tace? Dovrebbe invece prendere posizione, perché l'intenzione statunitense è l'apertura di fatto di un fronte in Libia di guerra «coperta». Bisogna ringraziare i Paesi della Nato e gli stessi Stati uniti che con la guerra del 2011 hanno trasformato la Libia nella nuova Somalia del 1993-1994, quando venne abbandonata da truppe americane e italiane, dopo l'avventura bellica anche allora venduta come «umanitaria». Insomma, la Libia che abbiamo conosciuto non esiste più, si è «somalizzata», con l'aggravante che è una «Somalia» dall'altra parte delle nostre sponde mediterranee. E invece il presidente Letta vuole tornarci «per disarmare». 

E c'è anche il massacro di Lampedusa...

Sì, perché c'è l'altra drammatica vicenda dei migranti in fuga dalla grande Africa dell'interno, da miseria, fame, da guerre attivate per interessi occidentali su gigantesche ricchezze minerarie e fonti di energia. Proprio due giorni fa, in piena sintonia criminale con il massacro di Lampedusa, e con l'avvallo del governo italiano, lo stato maggiore italiano della Guardia di Finanza e della Guardia costiera nazionale ha firmato «un accordo con le autorità libiche» (quali?) per il pattugliamento congiunto dei porti della Libia. Viene da chiedere: con quali milizie, con quali leader jihadisti abbiamo firmato questo incredibile patto, a chi abbiamo promesso denaro italiano per fermare militarmente i disperati che fuggono con le bagnarole nel Mediterraneo?