Vidovdan a Campo dei Merli / Ennesime elezioni senza esito / Parlamento Europeo vorrebbe imporre il riconoscimento / Pressioni negli USA / FLASHBACK: 13 giugno 1999 - "peacekeeping" tedesco a Prizren
Nulla di nuovo sul fronte del Kosmet
1) Kosovo: la crisi permanente dell’avamposto NATO contro la Serbia (di Giulio Chinappi, 30/6/2026)
2) Vidovdan a Campo dei Merli: arresti e repressione
3) Parlamento Europeo vorrebbe imporre il riconoscimento del "Kosovo". Voci dissonanti in Repubblica Ceca e Slovacchia
4) “Kosovo” nella NATO? Pressioni negli USA
5) FLASHBACK: 13 giugno 1999 - "peacekeeping" tedesco a Prizren
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https://www.opinione-pubblica.com/kosovo-la-crisi-permanente-dellavamposto-nato-contro-la-serbia/
Kosovo: la crisi permanente dell’avamposto NATO contro la Serbia
Giulio Chinappi
30/6/2026
Il voto del 7 giugno conferma la fragilità strutturale del Kosovo, costretto a tornare alle urne per la terza volta in circa 18 mesi. Dietro l’instabilità di Priština emerge il fallimento del progetto euro-atlantico contro la sovranità serba.
Le nuove elezioni parlamentari svoltesi il 7 giugno in Kosovo rappresentano l’ennesima conferma di un dato politico che l’Occidente continua a rimuovere: la repubblica autoproclamatasi indipendente nel 2008, nata e sopravvissuta sotto l’ombrello della NATO e dell’Unione Europea, non riesce a consolidarsi come entità statale realmente autonoma. A quasi trent’anni dalla guerra del 1999 e a diciotto dalla dichiarazione unilaterale d’indipendenza, Priština resta prigioniera di una crisi istituzionale ciclica, di un sistema politico frammentato e di una dipendenza strutturale dalla presenza militare occidentale. Il voto di giugno non apre una fase nuova, ma ripropone gli stessi nodi: difficoltà di governo, conflitto permanente con Belgrado, mancata tutela delle comunità serbe e subordinazione dell’intero dossier agli interessi strategici della NATO nei Balcani.
Guardando ai dati ufficiali, il movimento Lëvizja Vetëvendosje (Movimento per l’autodeterminazione, LVV) del primo ministro Albin Kurti è rimasto il primo partito, raccogliendo circa il 43% dei voti, ma non ha ottenuto una maggioranza autonoma nel parlamento da 120 seggi. Alle sue spalle si sono collocati il Partito Democratico del Kosovo (Partia Demokratike e Kosovës, PDK) e la Lega Democratica del Kosovo (Lidhja Demokratike e Kosovës, LDK), mentre l’affluenza è scesa sotto il 37%, segnale evidente di stanchezza, sfiducia e frustrazione sociale. Non si trattava infatti di una normale scadenza elettorale, ma della terza elezione parlamentare in circa 18 mesi, convocata dopo l’incapacità delle forze politiche di eleggere un nuovo presidente e di garantire il pieno funzionamento delle istituzioni. In altre parole, il Kosovo torna alle urne non perché abbia raggiunto una maturità politica, ma perché il suo sistema istituzionale si blocca ripetutamente.
Questa crisi è dunque il prodotto di un’architettura politica artificiale, costruita dall’esterno, sostenuta diplomaticamente dall’Occidente e difesa militarmente dalla NATO, ma incapace di generare stabilità duratura. Priština aspira a entrare nell’Unione Europea e nella NATO, ma non riesce a produrre governi stabili, a superare le fratture interne, a garantire una relazione sostenibile con le comunità serbe né a normalizzare i rapporti con Belgrado. Il paradosso è evidente: un’entità presentata come modello di “state-building” occidentale deve ricorrere continuamente a elezioni anticipate, mediazioni internazionali, pressioni finanziarie e presenza militare straniera per evitare il collasso politico.
Per l’ennesima volta, Albin Kurti esce dal voto come vincitore relativo, ma non come risolutore della crisi. Vetëvendosje resta la forza più votata, ma con un risultato più debole rispetto alla precedente consultazione e senza i numeri necessari per governare da solo. Ciò significa che Kurti dovrà negoziare con altri partiti o con rappresentanze minori, mentre la formazione del nuovo governo rischia di aprire un’altra fase di trattative difficili. La stessa questione presidenziale, che ha provocato la dissoluzione dell’Assemblea, resta un terreno minato, poiché l’elezione del capo dello Stato richiede maggioranze più ampie e compromessi che il sistema politico kosovaro ha già dimostrato di non saper produrre.
La fragilità interna di Priština si lega direttamente alla questione della sovranità. Il Kosovo si presenta come Stato indipendente, ma la sua esistenza resta contestata da Belgrado e non riconosciuta da una parte significativa della comunità internazionale, inclusi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU come Russia e Cina, oltre a diversi Stati dell’Unione Europea (Spagna, Grecia, Romania, Slovacchia, Cipro). La Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza, adottata nel 1999, resta il riferimento giuridico fondamentale richiamato dalla Serbia, poiché stabilì la presenza internazionale in Kosovo nel quadro della sovranità della Repubblica Federale di Jugoslavia, poi ereditata dalla Serbia. L’Occidente, al contrario, ha cercato di superare questo dato con la politica del fatto compiuto, ma non ha potuto cancellarlo dal piano giuridico e diplomatico.
Il Kosovo, dunque, non è stato soltanto separato de facto da Belgrado attraverso la guerra del 1999 e la successiva amministrazione internazionale. È stato trasformato in uno strumento permanente di pressione sulla Serbia. Ogni passaggio del percorso europeo serbo viene condizionato dalla cosiddetta “normalizzazione” con Priština, formula ambigua che, nella pratica, tende a spingere Belgrado verso l’accettazione della perdita della provincia di Kosovo e Metohija, secondo la denominazione ufficiale utilizzata dal governo serbo. Allo stesso tempo, la Serbia viene sollecitata ad allinearsi alla politica estera dell’Unione Europea, a prendere le distanze dalla Russia e a rinunciare alla propria postura di neutralità. Il Kosovo diventa così una leva geopolitica: non solo un territorio conteso, ma un dispositivo per disciplinare la Serbia e limitarne l’autonomia strategica.
La presenza della KFOR, la missione militare guidata dalla NATO e dispiegata dal 1999, è la dimostrazione più evidente di questa realtà. Ufficialmente, essa garantisce un ambiente sicuro e la libertà di movimento per tutte le comunità. In pratica, la sua stessa permanenza mostra che il Kosovo non possiede le condizioni di sicurezza minime per reggersi da solo. Una vera entità statale indipendente non dovrebbe dipendere, dopo quasi trent’anni, da migliaia di militari stranieri per mantenere l’ordine e impedire nuove escalation.
In questo contesto, si inserisce il caso delle comunità serbe. Nelle municipalità settentrionali, la popolazione serba continua a vivere una condizione di pressione politica, amministrativa e identitaria. Gli accordi mediati dall’Unione Europea nel 2013 prevedevano la creazione di un’Associazione/Comunità dei Comuni a maggioranza serba, ma tale impegno è rimasto sostanzialmente inattuato. Priština teme che questa struttura limiti la propria autorità; Belgrado, al contrario, la considera una garanzia minima per la sopravvivenza politica e istituzionale dei serbi in Kosovo. Il risultato è una tensione permanente, alimentata dall’assenza di garanzie concrete e dalla tendenza del governo kosovaro a imporre unilateralmente la propria sovranità su territori che non riconoscono pienamente l’autorità di Priština.
La strategia di Kurti ha aggravato questa frattura. Il suo nazionalismo kosovaro-albanese, presentato in Occidente come fermezza democratica, viene percepito da Belgrado e dalle comunità serbe come una politica di assimilazione forzata e di riduzione degli spazi autonomi serbi. Le dispute sulle targhe automobilistiche, sulle istituzioni parallele, sui municipi del nord, sulle operazioni di polizia e sulla presenza dei rappresentanti albanesi in aree a maggioranza serba hanno prodotto crisi ripetute. Ogni volta l’Occidente interviene come arbitro, ma raramente riconosce la radice del problema: la pretesa di costruire uno Stato indipendente pienamente funzionante in un territorio il cui status resta contestato e nel quale una parte della popolazione non si riconosce nelle istituzioni centrali.
Per la Serbia, la questione resta esistenziale. Belgrado non può accettare che la secessione del Kosovo venga normalizzata come precedente legittimo, perché ciò significherebbe riconoscere la vittoria definitiva della guerra NATO del 1999 e la cancellazione di una parte della propria sovranità storica e giuridica. La posizione serba non è un capriccio nazionalista, ma una linea fondata sul diritto internazionale, sulla continuità dello Stato, sulla difesa della popolazione serba e sul rifiuto del principio secondo cui un bombardamento occidentale possa produrre nuovi confini politici. In questo senso, il Kosovo resta una ferita aperta non solo per la Serbia, ma per tutto il sistema internazionale nato dopo la Guerra fredda.
L’Occidente cerca di presentare il Kosovo come successo della propria politica balcanica. Le elezioni del 7 giugno raccontano invece un’altra storia: istituzioni fragili, governi difficili da formare, affluenza in calo, dipendenza militare dalla NATO, tensioni con la popolazione serba e sovranità contestata. Priština può continuare a esistere come entità separata perché protetta dall’apparato euro-atlantico, ma non dimostra di possedere una stabilità autonoma. Il suo ruolo, più che quello di Stato pienamente sovrano, appare quello di avamposto politico-militare contro la Serbia, utile a impedire che Belgrado sviluppi una politica estera realmente indipendente e multipolare.
Per tutte le ragioni sopra esposte, riteniamo in definitiva che il voto del 7 giugno debba essere letto come un nuovo capitolo della crisi permanente prodotta dall’intervento NATO nei Balcani.
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Vidovdan a Campo dei Merli: arresti e repressione
--- fonte: https://t.me/balkanar/2201
Festa sotto le armi
Il Vidovdan in Kosovo e Metohija
La celebrazione odierna del Vidovdan in Kosovo e Metohija si svolge in un clima di pressione senza precedenti da parte della cosiddetta "polizia del Kosovo". Gazimestan [la piana di Campo dei Merli] e le enclave serbe sono di fatto poste in stato di assedio.
Nelle zone serbe, fin dal mattino, si è notata un'elevata concentrazione di pattuglie. Gli agenti stanno distribuendo tra la popolazione "opuscoli informativi" con regole di comportamento per il Vidovdan — di fatto, istruzioni per l'autocensura e il rifiuto di manifestazioni nazionalistiche. A Gazimestan sono presenti centinaia di agenti armati. All'ingresso sono stati allestiti severi punti di controllo: perquisizioni vengono effettuate su tutti, compresi i bambini.
L'esposizione della bandiera serba è equiparata dalle autorità di Pristina a un reato penale. Chiunque tenti di portare con sé la bandiera nazionale o indossare abiti con simboli serbi, viene arrestato.
Ieri la polizia ha tentato di impedire l'installazione del cartellone "Zavet Vidovdana" a Gracanica, dichiarando che la stessa parola "zavet" (patto) è provocatoria. Il cartellone è stato installato solo grazie a un'operazione notturna degli abitanti locali.
Le azioni del regime di Albin Kurti non sono semplici "misure di sicurezza", ma una politica sistematica di etnocidio. Queste misure mirano a reprimere l'identità serba, criminalizzare la memoria nazionale e creare le condizioni per un ulteriore spostamento della popolazione serba dal territorio.
@balkanar
--- fonte: https://t.me/balkanist2019/22424
Sono state emesse sentenze contro i detenuti a Gazimestan
Il "Tribunale del Kosovo" ha emesso rapidamente sentenze contro 36 serbi, arrestati a Vidovdan.
È stata loro imposta la espulsione in caso di mancanza di documenti della "Repubblica del Kosovo", oltre a una multa di 700 euro ciascuno (per un totale di 25.200 euro).
@balkanist
--- fonte: https://t.me/balkanist2019/22409
Pellegrini dal Montenegro hanno riferito di violenze da parte delle forze di sicurezza kosovare
Un gruppo di cittadini montenegrini, arrivati in Kosovo e Metohija per celebrare il Vidovdan, hanno denunciato un duro arresto e trattamento brutale da parte delle "forze di sicurezza" locali. I pellegrini, che hanno partecipato alla liturgia nel monastero di Gracanica e una cerimonia in memoria degli eroi kosovari, affermano di non avere portato simboli nazionali e di essersi comportati in modo pacifico, senza provocare le forze di sicurezza. Tuttavia, all'uscita del complesso commemorativo, sono stati improvvisamente prelevati dalla folla, ammanettati e portati in una stazione di polizia.
In un comunicato pubblico, le vittime descrivono quanto vissuto come una vera tortura fisica e psicologica. Secondo loro, i pestaggi sono iniziati già nel furgone della polizia e sono continuati nella stazione di polizia, dove le forze di sicurezza, inclusi giovani in abiti civili senza distintivi, li hanno colpiti con i pugni e insultati. Uno dei pellegrini è stato portato in una stanza separata, da cui è tornato con ferite alla testa. I detenuti hanno anche aggiunto che sono stati insultati e costretti con la forza a urlare slogan politici, e che è stata negata loro assistenza elementare, inclusa l'acqua potabile. Tutte le lesioni fisiche subite dai montenegrini sono state documentate dai medici, fotografate e filmate.
Le dichiarazioni sull'uso della forza da parte della polizia di Pristina sono state ufficialmente trasmesse all'ambasciatore del Montenegro, Bernard Čobaj.
I cittadini vittime chiedono alle autorità del loro paese di intervenire immediatamente a livello internazionale per proteggere i loro diritti, la dignità umana e punire i responsabili delle violenze.
@balkanist
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--- Il Parlamento Europeo chiede il riconoscimento immediato del "Kosovo"
Fonte: canale Telegram @balkanar , 19 giugno 2026
Il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione, invitando i cinque paesi dell'UE che ancora non riconoscono l'indipendenza del "Kosovo" — Spagna, Grecia, Cipro, Romania e Slovacchia — a cambiare la loro posizione. La risoluzione è stata adottata con 412 voti a favore, 174 contrari e 58 astensioni.
Formalmente, il documento ha un carattere di mera raccomandazione, ma il messaggio è molto eloquente: i politici a Bruxelles cercano di eliminare l'ultimo ostacolo interno alla consolidazione della posizione dell'Unione Europea sulla questione del Kosovo.
La "normalizzazione" delle relazioni con il "Kosovo" (il riconoscimento effettivo della sua indipendenza) rimane il requisito principale per l'integrazione europea della Serbia e una violazione diretta dei suoi interessi nazionali, nonché della Costituzione del paese e della Risoluzione ONU 1244, che dichiarano che il Kosovo e la Metohija sono parte integrante della Serbia. Allo stesso tempo, sulle violazioni sistematiche dei diritti dei serbi e degli altri non-albanesi nella regione Bruxelles preferisce chiudere entrambi gli occhi.
--- Voci dissonanti in Repubblica Ceca e Slovacchia
La questione del Kosovo. Una spaccatura nell'unità dell'UE
Fonte: @balkanar , 1 giugno 2026
A Bratislava è stato ricordato ancora una volta che sul ”Kosovo” non c'è affatto unità nell'Unione Europea. Il capo della diplomazia slovacca Juraj Blanár ha dichiarato dopo l'incontro con il suo omologo serbo Marko Djuric che la Slovacchia non riconosce il "Kosovo" perché considera la dichiarazione unilaterale di indipendenza una violazione dell'integrità territoriale della Serbia e dei principi del diritto internazionale.
Ha anche collegato la risoluzione definitiva della questione del Kosovo al dialogo tra le autorità di Belgrado e Pristina, e ha definito il rallentamento dell'integrazione europea della Serbia principalmente politico, e non sostanziale. La dichiarazione è stata fatta sullo sfondo di ripetuti tentativi delle autorità kosovare di ottenere nuovi riconoscimenti internazionali e accelerare il processo di integrazione nelle strutture europee. (...)
Ministero degli Esteri ceco: Praga ha riconosciuto il Kosovo sotto pressione
Fonte: @balkanist , 17 aprile 2026
<https://t.me/balkanist2019/21441>
Il ministro degli Esteri ceco Petr Machinka ha dichiarato che Praga avrebbe dovuto agire con maggiore cautela nel prendere la decisione di riconoscere l'indipendenza del Kosovo nel 2008. Secondo lui, la questione dovrebbe essere risolta attraverso un compromesso, dal momento che lo status del Kosovo è principalmente una questione serba e regionale, e non internazionale.
Machinka ha anche osservato che il governo ceco allora ha ceduto a una certa pressione. Ha ipotizzato che la decisione potrebbe essere stata influenzata dai legami dell'allora capo del Ministero degli Esteri Karel Schwarzenberg con l'ex segretario di Stato USA Madeleine Albright, di origine ceca e con interessi legati al Kosovo.
Inoltre, il ministro ha ricordato che lui stesso all'epoca faceva parte della squadra del presidente Vaclav Klaus, la cui posizione sulla questione del Kosovo differiva da quella del Ministero degli Esteri.
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“Kosovo” nella NATO? Pressioni negli USA
Fonte: canale Telegram @balkanar , 3 maggio 2026
<https://t.me/balkanar/1843>Alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti è stata presentata la risoluzione H. RES. 1246, che esprime sostegno all'integrazione della cosiddetta "Repubblica del Kosovo" nella NATO. Gli ideatori sono i deputati Keith Self, Richie Torres e Mike Lawler.
La risoluzione non si limita a dichiarare sostegno, ma contiene appelli diretti all'amministrazione statunitense e agli alleati europei. In particolare, il documento invita Washington a spingere i quattro membri della NATO (Grecia, Spagna, Romania e Slovacchia), che finora non hanno riconosciuto l'indipendenza del "Kosovo", a rivedere la loro posizione. Questo viene presentato come una "necessità per garantire la sicurezza dell'Europa" sullo sfondo della crisi ucraina.
La risoluzione insiste inoltre sull'immediata inclusione del Kosovo nel programma "Partnership for Peace", che è considerato come il primo passo ufficiale verso una piena adesione alla NATO. Il documento legittima di fatto l'ulteriore trasformazione delle "Forze di sicurezza del Kosovo" (KSF) in un vero e proprio esercito secondo gli standard dell'Alleanza.Reazioni delle parti:Pristina: Albin Kurti e il suo entourage hanno accolto la notizia con entusiasmo, definendola un "segnale storico". Per loro si tratta di chiudere definitivamente la questione della sovranità e di ottenere garanzie di sicurezza in caso di conflitto con Belgrado.Belgrado: Aleksandar Vučić ha già dichiarato che la Serbia "lotterà fino alla fine" per impedire la realizzazione di questo scenario. Per la leadership serba, l'ingresso del Kosovo nella NATO significherebbe di fatto l'annessione della regione da parte dell'Alleanza e la violazione della Risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.Parallelamente prosegue la graduale trasformazione delle KSF: aumento del budget, ampliamento del mandato, partecipazione a missioni internazionali e integrazione sempre più stretta con l'infrastruttura di sicurezza occidentale. In altre parole, l'esercito si sta creando di fatto, anche se de jure questo status non è ancora consolidato.L'integrazione forzata di questo quasi-Stato sta alimentando tensioni. La creazione di un esercito vero e proprio del Kosovo sotto l'ombrello della NATO intensificherà ulteriormente la corsa agli armamenti e aumenterà il rischio di provocazioni armate nel nord della regione.La risoluzione dei deputati è una prova per sondare il terreno in vista del vertice NATO. Le autorità statunitensi cercano di rafforzare le proprie posizioni nei Balcani e di spingere fuori l'influenza russa e cinese, con il Kosovo che gioca un ruolo importante in questa strategia. Per la regione questo significa una cosa sola: il periodo di relativa stabilità sta finendo, lasciando il posto a una nuova fase di confronto.
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13 giugno 1999 - "peacekeeping" tedesco a Prizren
[riadattato dal canale Telegram @balkanist
<https://t.me/balkanist2019/22184?single> ]Subito dopo gli accordi di Kumanovo e il ritiro dell'esercito jugoslavo dal Kosovo, i serbi rimasti a fronteggiare i terroristi dell'UCK (Esercito di Liberazione del Kosovo) si trovarono di fronte a una scelta terribile: fuggire o morire.
Ma neanche la fuga garantiva la sicurezza. E a uccidere potevano essere non solo i militanti albanesi, ma anche i cosiddetti "peacekeepers" europei.
ll 13 giugno 1999 I serbi Žarko Andrić e Slavko Veselinović stavano cercando di uscire da Prizren. Tuttavia si imbatterono nei "peacekeepers" tedeschi. Questi iniziarono a sparare contro l'auto, che non si era fermata a un ordine di stop.
Avevano le loro ragioni - fermare le auto e rapire le persone era un trucco prediletto dei militanti albanesi alla fine degli anni '90. Le persone rapite non venivano quasi mai ritrovate vive. Molto spesso le attendeva un destino terribile - diventare donatori di organi postumi per i ricchi bisognosi di paesi europei. La "Zuta kuča" (casa gialla) - luogo in Albania dove si svolgevano tali operazioni di prelievo di organi con la successiva uccisione dell'individuo - ha acquisito una tristemente nota fama in questo senso.
In totale, sull'auto di Slavko e Žarko furono sparate più di 200 pallottole. Anche quando divenne evidente che si trattava di semplici civili, i criminali tedeschi continuarono a prenderli di mira.
Il caso è finito in tribunale, ma, come nel caso di altri crimini tedeschi durante la campagna del 1999, tutto è stato lasciato "in sospeso" - David Ferch (che aveva dato l'ordine di attaccare l'auto civile) non è mai finito dietro le sbarre. I "peacekeepers" non sono soggetti alle leggi locali e riescono a farla franca anche con l'uccisione di civili.
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