L’integrazione militare tra Ue e Ucraina è un fatto compiuto / Europa contro Russia, dobbiamo riabituarci a morire in guerra? / Fratelli d’Italia e PD, uniti dal business delle armi, votano a favore del ReArm Europe / e molti altri testi consigliati
Perché il capitalismo ci ha fatto precipitare nella guerra
e non ce ne tirerà fuori
(segnalazioni in ordine cronologico inverso)
1) L’integrazione militare tra Ue e Ucraina è un fatto compiuto. Perché serve una rottura (Sergio Cararo, 18 agosto 2026)
2) Europa contro Russia, dobbiamo riabituarci a morire in guerra? (Domenico Moro, 6 dicembre 2025)
3) Fratelli d’Italia e PD, uniti dal business delle armi, votano a favore del ReArm Europe (Aurelio Tarquini, 19 giugno 2025)
4) Cosa dire al proprio figlio in tempo di guerra (Giorgio Bianchi, 17 giugno 2025)
5) Merz, Trump, Netanyahu. Proclami funesti in passaggio d’epoca (Pino Cabras, 17 giugno 2025)
ALTRI TESTI RACCOMANDATI:
Laura Ruggeri sul vertice NATO di Ankara, dove un paese come il Lussemburgo ha entusiasticamente aderito alla retorica bellica a causa del suo ruolo-chiave nella finanza globale (9 luglio 2026)
Domenico Moro ribadisce il rapporto tra petrolio, guerra e imperialismo, ieri e oggi, investigando il meccanismo di finanziamento degli USA basato su dollaro e petrolio (3 giugno 2026)
https://www.laboratorio-21.it/il-rapporto-tra-petrolio-guerra-e-imperialismo-ieri-e-oggi/
Domenico Moro spiega perché l’attacco USA-Israele all'Iran, pur sembrando autolesionista (blocco di Hormuz, recessione in arrivo, alleati arabi destabilizzati), risponde a una precisa ragione economica: salvare il dollaro (14 aprile 2026)
https://www.marx21.it/internazionale/la-logica-dietro-lirrazionalita-della-guerra-contro-liran/
Domenico Moro sui "perché" dell'aggressione USA contro l'Iran (3 marzo 2026)
https://www.marx21.it/internazionale/i-perche-non-detti-dellaggressione-usa-contro-liran/
Kristian Stemmler su Junge Welt descrive il clima euforico in cui è stata approvata in Germania la legge per accelerare il riarmo con i voti di CDU-CSU, SPD e AfD. La Sinistra chiede solo «trasparenza ed efficienza dei costi» (30 gennaio 2026)
https://www.marx21.it/internazionale/precedenza-ai-carri-armati/
Domenico Moro ricorda che, come scriveva Lenin nel 1915: “In regime capitalistico non è possibile un ritmo uniforme dello sviluppo economico, né delle singole aziende né dei singoli Stati. In regime capitalistico non sono possibili altri mezzi per ristabilire di tanto in tanto l’equilibrio spezzato, all’infuori della crisi nell’industria e della guerra in politica.” (20 gennaio 2026)
“Il Venezuela? Trump ha creato una bolla finanziaria di cui aveva un disperato bisogno”. "La mossa degli Usa non è un'opzione di potenza, ma la scelta obbligata di un Paese con un dollaro debole e una finanza che regge solo grazie a continue iniezioni di fiducia". L'analisi di Alessandro Volpi (7 gennaio 2026)
https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/07/venezuela-trump-bolla-finanziaria-analisi-news/8246156/
Ugo Boghetta commenta un articolo apparso sul Sole 24 Ore sull'andamento in Borsa delle aziende legate alla guerra, che hanno aumenti esagerati rispetto alle aziende con economia civile o prettamente civile (30 ottobre 2025)
https://www.marx21.it/internazionale/boom-boom-boom/
Mimmo Porcaro per OttolinaTV richiama Lenin per dire che in tempo di guerra non si può agire e pensare come in tempi di pace (25 ottobre 2025)
VIDEO: https://www.youtube.com/watch?v=KplJvG_sQPo
Emmanuel Todd ha scritto una nuova prefazione al suo libro "La sconfitta dell’Occidente" in cui sottolinea il declino rabbioso delle classi dirigenti occidentali (1 ottobre 2025)
https://giubberossenews.it/2025/10/02/dislocazione-delloccidente-le-minacce/
Alex Marsaglia ricorda l’origine imperialistica dell’assalto alla Russia e afferma l'inevitabilità l’allargamento del conflitto ucraino (25 luglio 2025)
Secondo Alessandra Ciattini gli eventi degli ultimi decenni dimostrano che il capitalismo giunto nella fase attuale, definita “forma tarda”, deve necessariamente essere maggiormente repressivo e coinvolgere le sue popolazioni nella guerra per mantenere al potere la sua classe dirigente (23 luglio 2025)
https://giuliochinappi.com/2025/07/23/lintima-relazione-tra-fascismo-e-imperialismo/
Domenico Moro analizza la guerra all'Iran vista dal punto di vista del dollaro: il debito crescente impone agli Usa di collocare i propri titoli di stato sul mercato, ma questo risulta difficile se il dollaro perde lo status di moneta di riserva, che può essere conservato solo se il dollaro rimane valuta di scambio internazionale – mezzo di transazione delle materie prime più importanti, a partire dal petrolio e dal gas. Ciò comporta il controllo, politico e militare, da parte degli Usa delle aree dove avviene la produzione di petrolio e di gas e dove ci sono la maggior parte delle riserve (24 giugno 2025)
oppure https://www.marx21.it/internazionale/la-guerra-il-dollaro-e-il-debito-usa/
Domenico Moro dimostra il legame inscindibile del capitalismo con la guerra: il capitale monopolistico non è in grado di tirarsi fuori da situazioni di ristagno senza stimoli esterni, ed il più importante stimolo esterno è rappresentato dalla spesa militare e dalla guerra con le distruzioni che comporta. Per questa ragione l’unico modo per farla finita con la guerra è il superamento del modo di produzione capitalistico (23 maggio 2025)
https://www.marx21.it/internazionale/il-legame-inscindibile-del-capitalismo-con-la-guerra/
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L’integrazione militare tra Ue e Ucraina è un fatto compiuto. Perché serve una rottura
di Sergio Cararo
18 Agosto 2026
Da “donatori” di soldi e armamenti a partner vincolati e vincolanti. La Ue sta utilizzando e si sta facendo utilizzare dall’Ucraina – il “porcospino d’acciaio voluto dalla Von der Leyen – per accelerare i passaggi verso un complesso militare-industriale integrato e la guerra in Europa come exit strategy dalla propria crisi.
Un interessante servizio de Il Sole 24 Ore segnala come negli ultimi due anni, l’Unione europea ha dovuto trasformare la propria architettura regolatoria in uno strumento di politica industriale bellica. Il Regolamento (UE) 2024/792 del 29 febbraio 2024, istitutivo dello Ukraine Facility, ha blindato 50 miliardi di euro fino al 2027 – suddivisi tra 33 miliardi in prestiti sovrani e 17 miliardi in sovvenzioni a fondo perduto – per garantire la tenuta macro-fiscale di Kiev.
Al vertice del G7 in Italia nel giugno 2024, sotto la presidenza italiana, è stato varato il meccanismo definito ERA (Extraordinary Revenue Acceleration) da 50 miliardi di dollari, al quale l’Unione europea contribuisce con una quota fino a 35 miliardi approvata con il regolamento sul Meccanismo di Cooperazione sui Prestiti dell’ottobre 2024.
Per pagare gli interessi su questo debito non vengono gravati i cittadini europei ma di utilizzano e si accaparrano le rendite generate dai circa 210 miliardi di euro di asset russi sequestrati presso il depositario centrale Euroclear in Belgio, conun flusso costante che va dai 2,5 ai 3 miliardi di euro all’anno per l’approvvigionamento militare e la ricostruzione dell’Ucraina.
Due anni fa Germania e Francia hanno stanziato nel primo caso oltre 7 miliardi di euro annui in aiuti militari bilaterali, consolidando la fornitura di sistemi di difesa aerea IRIS-T SLM e obici semoventi Panzerhaubitze 2000, mentre la Francia ha formalizzato impegni per 3 miliardi di euro in consegne di caccia Mirage 2000-5, missili SCALP-EG e semoventi ruotati CAESAR.
Ma anche l’Italia – nonostante i finti strepiti della Lega – ha siglato il 24 febbraio 2024 a Kiev l’Accordo di cooperazione sulla sicurezza, vincolando il supporto nazionale alla fornitura di sistemi missilistici terra-aria avanzati SAMP/T in coordinamento con Parigi, tecnologie radar e sensori elettro-ottici, e aprendo la strada a intese industriali con l’Ucraina guidate da grandi industrie belliche italiane come Leonardo e Fincantieri per il ripristino di capacità navali, sicurezza cibernetica e componentistica protetta.
Gli ultimi due anni hanno visto una accelerazione impressionante nella produzione di armamenti da parte del complesso militare-industriale europeo.
Se prima del 2022, la capacità europea di produzione di proiettili d’artiglieria standard NATO da 155 mm non superava le 300.000 unità all’anno, adesso si è arrivati a 2 milioni.
Come? La Ue ci ha messo i soldi e le industrie belliche ci si sono buttate sopra a capofitto. Si capisce allora il perché gli europei si mettano sempre di traverso di fronte alle proposte che possono portare ad una cessazione del conflitto in Ucraina. Se finisce la guerra finisce la pacchia.
Stiamo infatti parlando degli 1,4 miliardi di euro del fondo ASAP (Act in Support of Ammunition Production) per il solo munizionamento.
Le industrie belliche europee come Rheinmetall, KNDS, BAE Systems, Saab e Leonardo hanno infatti avviato un piano di espansione che ha portato la capacità nominale europea a superare i 2 milioni di colpi l’anno, con l’obiettivo di raggiungere l’autosufficienza strategica entro il 2027.
Ma la prosecuzione della guerra, ha portato anche alla maggiore integrazione industriale-militare tra la Ue e l’Ucraina. Per ovviare ai danni inflitti dai missili russi ai rifornimenti europei per Kiev sui confini, i costruttori europei hanno realizzato joint venture operative in stabilimenti sotterranei e bunkerizzati in territorio ucraino.
Secondo Il Sole 24 Ore la Rheinmetall Ukrainian Defence Industry LLC, gli hub tecnici di KNDS e le officine avanzate di BAE Systems hanno internalizzato la riparazione e l’assemblaggio su licenza di veicoli da combattimento della fanteria Lynx, scafi CV90 e piattaforme corazzate Leopard, riducendo i tempi di fermo tecnico delle unità combattenti da mesi a pochi giorni e trasformando l’Ucraina in un polo avanzato della manifattura militare europea.
Sono interessanti alcuni dettagli riportati da Il Sole 24 Ore. “Sul fronte del combattimento tattico, la guerra di posizione lungo gli oltre mille chilometri di contatto ha accelerato un’evoluzione tecnologica senza precedenti. La saturazione dell’etere da parte dei complessi russi di guerra elettronica, come i sistemi Zhitel, Borisoglebsk-2 e i dispositivi di disturbo omnidirezionale Volnorez, ha neutralizzato l’efficacia dei droni commerciali operanti sulle frequenze standard a radiofrequenza (868-915 MHz e 2,4-5,8 GHz).
La risposta tecnologica europea e ucraina ha generato due vettori convergenti: l’impiego su larga scala di droni First Person View (FPV) guidati via micro-cavo in fibra ottica – capaci di trasmettere segnali video 4K non compressi e comandi di volo su bobine fino a 15-20 chilometri con zero emissioni elettromagnetiche e totale immunità al disturbo elettronico – e l’integrazione di microprocessori edge-AI a basso costo per l’aggancio visivo autonomo della sagoma del bersaglio nella fase terminale d’attacco. Di fronte a queste minacce prive di segnale RF, la difesa aerea a corto raggio è stata ridefinita attraverso sistemi automatici a raffica con munizionamento programmabile airburst da 30 mm e 35 mm, come il sistema Skynex di Rheinmetall, capaci di creare muri di frammenti di tungsteno che distruggono lo sciame attaccante preservando i costosi missili intercettori per le minacce balistiche e da crociera”.
Il risultato è che oggi ci troviamo di fronte a una realtà industriale europea integrata da una rete di accordi bilaterali giuridicamente vincolanti tra Londra, Berlino, Parigi, Roma e Kiev. Qualsiasi futuro tavolo negoziale o tentativo di congelamento del conflitto non potrà prescindere da questo nuovo dato di fatto: i confini orientali dell’Europa sono presidiati da una struttura di deterrenza convenzionale integrata, sostenuta da flussi di capitali, accordi vincolanti e da una capacità produttiva autonoma che non potrà essere smantellata da eventuali cambiamenti di maggioranze elettorali nei singoli paesi europei.
In sostanza per invertire la tendenza al riarmo e alla guerra in Europa, occorrerà inevitabilmente forzare le regole ed entrare in collisione con interessi materiali delle industrie belliche ormai consolidati. Il partito europeo dei guerrafondai e il complesso militare-industriale, in questi anni hanno blindato le loro ambizioni e i loro interessi mettendo i propri paesi di fronte al fatto compiuto. E’ bene saperlo fin da adesso.
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http://www.laboratorio-21.it/europa-contro-russia-dobbiamo-riabituarci-a-morire-in-guerra/
EUROPA CONTRO RUSSIA, DOBBIAMO RIABITUARCI A MORIRE IN GUERRA?
6 Dicembre 2025
Domenico Moro
Recentemente in Francia hanno suscitato un notevole scalpore le dichiarazioni pubbliche rilasciate dal generale Fabien Mandon, capo di stato maggiore della difesa francese. Secondo Mandon, bisogna ritornare ad “accettare di perdere i propri ragazzi. Ciò che manca è la forza d’animo per accettare di farsi male, per proteggere ciò che siamo. Se il nostro paese vacilla perché non è pronto ad accettare di perdere i suoi figli, perché bisogna dirlo, a soffrire economicamente perché le priorità andranno alla produzione per la difesa, allora siamo a rischio”[i]. Quindi, bisogna riabituarsi non solo a sacrifici nel nostro tenore di vita per finanziare un aumento degli armamenti, ma soprattutto a morire in guerra in Francia, e, a quanto pare, in tutta Europa.
Cento anni fa la possibilità per un giovane europeo di essere ucciso in guerra era considerata nell’ordine delle cose, per quanto spiacevole. Dopo i massacri della Prima e della Seconda guerra mondiale, in Europa e, in generale, nei paesi avanzati dell’Occidente collettivo, si è affermata l’inaccettabilità di morire in guerra. Questa posizione si è riscontrata anche negli Usa, sebbene, a differenza dell’Europa occidentale, avessero conservato una postura esplicitamente imperialista anche dopo la Seconda guerra mondiale. Il punto di svolta negli Usa fu la guerra del Vietnam, durante la quale i coscritti di leva si rivelarono inadatti a sostenere i pericoli di morte del combattimento, e si evidenziarono le difficoltà a motivare i soldati (e il sostegno dei civili) da parte dell’ideologia dominante[ii]. La risposta degli Usa fu l’introduzione delle Forze Armate professionali. Infatti, dalla fine della guerra del Vietnam, ad intervenire nelle numerose guerre che sono state intraprese dagli Usa sono stati i volontari professionisti. Ma, come dimostra il ritiro statunitense dall’Afghanistan, anche le perdite di professionisti risultano poco digeribili dall’opinione pubblica statunitense.
La stessa tendenza al passaggio dalla leva obbligatoria a una leva di volontari professionisti si è affermata, tra gli anni ’90 e i primi anni 2000, anche nei principali stati dell’Europa occidentale a partire da Germania, Francia, Italia e Spagna. Il concetto strategico che è sotteso a questa soluzione è che con la fine dell’Urss veniva meno la necessità di “difendere la patria” e che l’impiego delle truppe dovesse essere destinato a missioni cosiddette fuori area, dal momento che si era entrati nell’epoca delle spedizioni. C’era, quindi, bisogno di uno strumento militare più piccolo e mobile, adatto a dispiegarsi in paesi lontani, soprattutto del terzo mondo, in operazioni di peace-keeping o peace-enforcement[iii]. I conflitti che ci si aspettava di combattere erano quelli a bassa intensità, contro guerriglieri o milizie prive o quasi di armi pesanti. Malgrado ciò, quando si sono verificate delle limitate perdite di vite di militari, come per esempio a Nassiriya il 12 novembre del 2003 quando 19 militari italiani furono uccisi, l’emozione è stata forte. Dunque, l’Europa, per un lungo periodo di tempo si è risparmiata conflitti con alte perdite di vite umane, con cui invece i paesi del Sud globale sono sempre stati costretti a fare i conti, spesso proprio a causa di guerre scatenate dai paesi occidentali utilizzando l’arma aerea o manovrando fazioni locali.
Nuova dottrina militare e nuovo modello di difesa
Oggi, il modo di intendere le Forze Armate sembra cambiare di nuovo. Il nuovo nemico, per la classe politica europea occidentale, è la Russia e la guerra da combattere non è più quella a bassa intensità contro forze guerrigliere ma quella ad alta intensità contro Forze Armate pesantemente armate e tecnologicamente avanzate. La ragione, si dice da varie parti, è la volontà della Russia di ripristinare l’”impero sovietico”, minacciando anche l’Europa occidentale. Da questa narrazione viene eliminato il fatto che sia stata la Nato ad allargarsi minacciosamente fino ai confini della Russia, nonostante le promesse fatte dai leader occidentali a Gorbaciov al momento dello scioglimento del Patto di Varsavia, e che sempre la Nato avesse l’intenzione di inglobare anche l’Ucraina. Ugualmente è sottaciuto il fatto che in Ucraina la guerra, tra il governo ucraino e la minoranza russofona del Donbass, era iniziata molto tempo prima che la Russia intervenisse e aveva provocato 10mila morti fra quella popolazione russofona.
Quindi, di fronte a questo presunto nuovo pericolo, l’Europa sta modificando i suoi strumenti militari, sia sul piano dei mezzi materiali sia sul piano del personale. Il programma ReArm Europe, presentato dalla Commissione europea a marzo 2025, prevede lo stanziamento di ben 800 miliardi di euro in armamenti e la possibilità per gli Stati europei di sforare il vincolo del 3% al deficit pubblico per le spese militari. Più recente è la notizia, per quanto riguarda l’Italia, che il 41% dei fondi per l’industria, 10,3 miliardi su 25,1 miliardi complessivi, del Ministero dell’industria e del made in Italy (Mimit) andranno in armi. Si tratta di risorse che verranno stornate dal welfare (sanità, scuola, ecc.) e da settori industriali strategici in difficoltà, come la siderurgia, che – lo diciamo en passant– richiederebbe la nazionalizzazione dell’ex Ilva.
Ma novità importanti si presentano anche sul piano del personale che dovrà usare queste nuove armi. Infatti, gli eserciti professionali dell’epoca delle spedizioni sono troppo piccoli per i nuovi compiti. Le Forze Armate italiane, ad esempio, ammontano a 160mila uomini e donne. Per questa ragione, alcuni paesi europei, Lituania, Lettonia, Svezia, e Croazia, hanno ripristinato la leva obbligatoria, mentre Norvegia e Danimarca l’hanno estesa anche alle donne. Più importante ancora è che la Germania e la Francia, oltre a Belgio e Polonia, abbiano deciso l’introduzione di un servizio militare, anche se non obbligatorio. In Germania, il cancelliere Merz ha stabilito di aumentare i soldati da 180mila attivi e 50mila riservisti a 260 mila attivi e 100mila riservisti. Se non si riuscirà a riempire i ranghi con i volontari, si reintrodurrà la leva obbligatoria. In Francia, Macron ha detto che “Abbiamo bisogno di mobilitazione, della mobilitazione della nazione per difendersi…per essere pronti e rispettati…di fronte all’accelerazione della crisi e all’inasprimento delle minacce.” I nuovi soldati riceveranno una paga di 800 euro al mese per 10 mesi. L’obiettivo francese è quello di raddoppiare entro il 2030 a 80mila unità la riserva da mobilitare e impiegare in eventuali conflitti. Per quanto riguarda l’Italia, il ministro della difesa, Crosetto, ha affermato di voler portare un disegno di legge in Parlamento su un servizio volontario analogo a quelli tedesco e francese.
La postura aggressiva della Nato e dell’Europa verso la Russia
Questi aumenti degli effettivi militari e delle riserve mobilitabili non sono paragonabili alla leva di massa che sarebbe necessaria in caso di una vera guerra con una nazione come la Russia, che ha 146 milioni di abitanti e le seconde Forze Armate a livello mondiale, con 1,32 milioni di soldati attivi e 2 milioni di riserve[iv]. Tuttavia, è un segno grave del fatto che l’Europa occidentale sta assumendo una postura aggressiva che è diretta con tutta evidenza contro la Russia. Questo appare evidente se uniamo le decisioni suddette alle dichiarazioni di importanti capi militari occidentali, tra cui non solamente il francese Mandon. A tal proposito, una dichiarazione preoccupante è stata rilasciata al Financial Times dall’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, che, oltre a essere stato capo di stato maggiore della difesa, è oggi la più alta carica militare della Nato. L’ammiraglio ha affermato che la Nato valuta attacchi preventivi contro la Russia. È vero che Cavo Dragone si è riferito a azioni di guerra ibrida, che comprendono attacchi informatici, guerra economica, fake news e altre operazioni a bassa intensità, ma si tratta comunque di operazioni molto dannose per i paesi che ne sono oggetto. Senza contare che fare dichiarazioni di questo tipo mentre c’è in atto un tentativo di risoluzione del conflitto ucraino è quantomeno inopportuno. Del resto, gli stati europei più importanti – i cosiddetti volenterosi – si erano già messi di traverso rispetto al piano di pace proposto da Trump, proponendo un nuovo testo su cui impostare la negoziazione che è chiaramente irricevibile da parte del Cremlino.
La reazione russa alle parole di Cavo Dragone è stata piuttosto decisa. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha affermato che le dichiarazioni dell’ammiraglio italiano sono “un passo estremamente irresponsabile, a dimostrazione che l’alleanza è pronta a continuare verso una escalation. Vediamo un tentativo deliberato di minare gli sforzi per superare la crisi ucraina. Le persone che rilasciano tali dichiarazioni dovrebbero essere consapevoli dei rischi e delle possibili conseguenze, anche per gli stessi membri dell’alleanza.”[v] Ugualmente decisa è stata la reazione di Vladimir Putin: “Noi non abbiamo intenzione di combattere contro l’Europa, l’ho già detto cento volte. Ma se l’Europa vuole combattere con noi siamo pronti.”[vi]
Insomma, l’Europa sembra assumere una postura quantomeno aggressiva rispetto alla Russia, cosa che rende difficile fermare una guerra che è, con tutta evidenza, già persa per l’Ucraina (e per la Nato), e che più va avanti più la situazione ucraina sarà insostenibile. A questo punto, però, c’è da chiedersi una cosa: perché l’Europa assume questo tipo di atteggiamento invece di ricoprire un ruolo terzo e di mediazione tra i due contendenti? Questo ad alcuni appare ancora più inspiegabile a fronte del fatto che le sanzioni contro la Russia hanno privato l’Europa, e in particolar modo la Germania e l’Italia, di rifornimenti di gas a prezzi bassi, su cui avevano fondato le fortune del loro export manifatturiero. Inoltre, il finanziamento della guerra ucraina è costato all’Europa, tra gennaio e agosto 2025, ben 50 miliardi di euro e molti di più ne costerà, perché Trump fornirà all’Ucraina solo quelle armi che l’Europa sarà disposta a pagare. Ammontano a 90 miliardi i due terzi del fabbisogno di finanziamento dell’Ucraina per i prossimi due anni, che verranno coperti dalla Commissione europea. Piuttosto dubbi sono i modi in cui la Commissione spera di raccogliere tali fondi: o con la raccolta di denaro sui mercati finanziari, poco appetibile per quegli stati ostili a fare debito comune, o con l’utilizzo dei 210 miliardi di euro russi che sono stati congelati presso istituzioni finanziarie europee occidentali, condizione che equivale al furto di beni altrui.
Le cause dell’aggressività Europea verso la Russia
Per capire il perché dell’ostinazione dei paesi europei occidentali nella ostilità contro la Russia avanziamo le seguenti spiegazioni.
La prima consiste nell’esistenza di un imperialismo collettivo, per dirla alla Samir Amin, che include i paesi del G7 (Usa, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia, Giappone e Canada) e che si contrappone al Sud globale e ai Brics, che hanno nella Russia uno dei membri più importanti. Per tale imperialismo (o Occidente collettivo) uno Stato russo autonomo e forte, è un avversario da eliminare o da ridimensionare su un piano strategico. Tale orientamento caratterizza il rapporto tra Russia e Gran Bretagna, la quale storicamente si ispira alla dottrina di Halford Mackinder (1861-1947), geografo e deputato inglese e fondatore della geopolitica. Secondo Mackinder, se si vuole dominare il mondo bisogna dominare l’Eurasia e, se si vuole dominare quest’ultima bisogna dominare il cosiddetto Heartland, il fulcro geopolitico mondiale. Tale fulcro, un’area tra Asia e Europa, coincide con la Russia. Per questa ragione, l’impero britannico si oppose a quello russo, a cavallo di XIX e XX secolo, nel cosiddetto Grande gioco per il dominio dell’Asia centrale. Alle motivazioni britanniche si aggiungono quelle della Francia, che, proprio negli ultimi anni, ha visto ridursi drasticamente la sua influenza sulle sue ex colonie africane, molte delle quali l’hanno sostituita con la Russia. Non è, quindi, un caso che Gran Bretagna e Francia siano state il nucleo iniziale dei “volenterosi” a sostegno di Kiev e contro Mosca.
Ma sono tutte le élites finanziarie europee occidentali, a differenza dei loro popoli, a essere contro una Russia forte e autonoma. L’imperialismo, infatti, come diceva l’economista britannico John A. Hobson, già all’inizio del XX secolo, nasce dall’accumulazione di capitale eccedente negli stati avanzati che hanno, quindi, necessità di investirlo all’estero.[vii] Da qui, sorge la necessità di controllare il mondo sul piano politico e militare. L’imperialismo di queste élites si è basato prima sugli imperialismi nazionali europei e poi, dopo la Seconda guerra mondiale, su una sorta di imperialismo collettivo, guidato dagli Usa. La dottrina imperialista di questi ultimi si è fondata per decenni, fino a Biden, su una teoria elaborata da Brzezinski nel 1997, che predicava, in modo coerente con Mackinder, di inglobare l’Europa orientale nella Nato allo scopo di indebolire la Russia.[viii] Tale strategia è stata disattesa dall’avvento di Trump, che non è meno imperialista di Biden, ma individua nella Cina l’avversario strategico degli Usa e, pertanto, cerca di dividere le due potenze, Russia e Cina, perché insieme sono un osso troppo duro da rodere. Inoltre, Trump ha detto molto chiaramente, ribadendo il concetto nel recente documento sulla Strategia di Sicurezza Nazionale, che l’Europa deve cominciare a provvedere da sola alla propria difesa. A questo punto, è del tutto comprensibile il disorientamento delle élites europee, che per decenni si sono affidate alla potenza statunitense, e che ora si affrettano affannosamente a potenziare la loro forza militare.
L’ultima spiegazione della ostilità contro la Russia risiede nel fatto che è una buona ragione per aumentare la spesa pubblica, attraverso le spese militari, che sono le uniche per le quali la Ue permetta di sforare i vincoli di bilancio. Si tratta di una sorta di keynesismo militare, cioè di sostegno statale al capitale in un periodo di perdurante stagnazione economica. Questo vale in particolare per le economie di Italia, Francia e Germania. Recentemente, infatti, l’Ocse ha pubblicato le previsioni dell’andamento del Pil dei paesi che ne fanno parte, mostrando come siano proprio le tre principali economie della zona euro a essere il fanalino di coda con incrementi annui asfittici, che nel 2026 si attestano a +0,3% per la Germania, a +0,5% per l’Italia e a +0,8% per la Francia.[ix] A far registrare la maggiore crescita del valore azionario nelle borse europee nell’ultimo anno sono state le imprese belliche, come la tedesca Rheinmetal (+135,7%) e l’italiana Leonardo (+79,33%)[x]. Inoltre, la guerra con le sue distruzioni di edifici, impianti e infrastrutture è una ghiotta occasione di investimento. Gli stati europei occidentali, grazie all’appoggio al governo di Zelensky, mirano a aggiudicarsi le commesse per la ricostruzione dell’Ucraina, a partire proprio dall’Italia, che non a caso ha ospitato a Roma la conferenza per la ripresa.
In conclusione, appare chiaro che l’imperialismo europeo ci sta portando su un piano inclinato verso la guerra contro uno Stato che, in realtà, non ci sta minacciando. Alla base della posizione dell’Europa ci sono degli interessi di una minoranza, quella del capitale finanziario, che vanno contro gli interessi più generali dei popoli europei alla pace e alla cooperazione economica. Ne è ulteriore conferma, secondo il Censis, il fatto che il 66% degli italiani ritiene che bisogna rinunciare a incrementare le Forze Armate, se, per farlo, si deve tagliare il welfare, e che ben il 44% ritiene che l’Italia non dovrebbe intervenire militarmente neanche se venisse attaccato un paese della Nato[xi]. Ad ogni modo, le élites europee che si oppongono alla Russia stanno giocando con il fuoco. Infatti, l’Europa occidentale continua a provocare, in modo del tutto velleitario, uno Stato che, oltre ad avere il secondo esercito del mondo, è anche una superpotenza nucleare con il maggior numero di testate nucleari al mondo. Senza contare che, per ritornare alle parole del generale Mandon, la Russia ha dimostrato di avere una soglia di tolleranza alle perdite umane ben superiore a quella dell’Europa occidentale.
Note
[i] “Francia, Macron annuncia un servizio militare volontario”, Il Sole 24 ore, 28 novembre 2025.
[ii] Charles Moskos, “Vietnam: perché gli uomini combattono”, in F. Battistelli (a cura di), Marte e Mercurio. Sociologia dell’organizzazione militare, Franco Angeli, Milano 1990.
[iii] Le operazioni di peace-keeping, letteralmente di “mantenimento della pace”, sono missioni di interposizione tra opposte fazioni dopo lo stabilirsi del cessate il fuoco, mentre le operazioni di peace-enforcement sono di imposizione del cessate il fuoco.
[iv] Global Firepower. https://www.globalfirepower.com/country-military-strength-detail.php?country_id=russia
[v] “Guerra ibrida: ora la Nato valuta attacchi preventivi”, Il Sole 24 ore, 2 dicembre 2025.
[vi] Antonella Scott, “Putin: no alla guerra ma pronto se l’Europa vuole combattere”, Il Sole 24 ore, 23 dicembre 2025.
[vii] J. A. Hobson, L’imperialismo, Newton Compton, Roma 1996.
[viii] Z. Brzezinski, La grande scacchiera. Il mondo e la politica nell’era della supremazia americana, Longanesi 1998.
[ix] “Ocse: economia globale in frenata prima di una timida ripresa”, Il Sole 24 ore, 3 dicembre 2025.
[x] https://www.borsaitaliana.it/borsa/azioni/scheda/IT0003856405.html?lang=it
[xi] 59esimo Rapporto Censis.
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Fratelli d’Italia e PD, uniti dal business delle armi, votano a favore del ReArm Europe
19/06/2025
Il Parlamento europeo ha approvato il rapporto Muresan-Negrescu, che di fatto dà il via libera all’uso del Recovery Fund per il riarmo europeo. Un voto che rappresenta una svolta oscura per il continente, con Fratelli d’Italia, Forza Italia e il Partito Democratico schierati a favore. Il risultato è il pretesto perfetto per il governo Meloni di dirottare fondi europei destinati a sostenibilità e inclusione verso la difesa, facendo gli interessi delle industrie belliche italiana, europea ed americane direttamente rappresentate dall’ex piazzista d’armi, ora ministro della difesa, Guido Corsetto.
Il Next Generation EU era nato come strumento per rilanciare l’economia dopo la pandemia, con l’obiettivo di promuovere transizione ecologica, inclusione sociale e diminuire la povertà. Destinare queste risorse alla militarizzazione dell’economia è un tradimento dei principi fondanti dell’Unione Europea e una scelta che avrà conseguenze drammatiche per il welfare e lo sviluppo nazionale. Il Parlamento europeo, con questo voto, calpesta il mandato democratico che gli era stato affidato dai cittadini europei, trasformando la “ripresa” in una corsa agli armamenti.
L’utilizzo del Recovery Fund per il riarmo europeo avrà almeno tre conseguenze negative principali.
Taglio ai fondi per welfare e sviluppo
Le risorse sottratte a salute, scuola, ricerca e infrastrutture verranno destinate all’acquisto di armi. Questo significa meno posti di lavoro stabili, meno servizi pubblici, meno investimenti in innovazione e meno sicurezza sociale per i cittadini europei. La priorità data alla difesa è una scelta che privilegia pochi interessi economici a scapito della collettività.
Aumento del debito pubblico e instabilità economica
La Commissione europea, pur chiedendo attenzione ai conti pubblici, concede deroghe per la spesa militare. Paesi come Finlandia e Lettonia, che hanno aumentato la spesa per la difesa, sono stati esentati dalle procedure di deficit eccessivo, mentre chi non lo fa viene sanzionato. Questo crea un pericoloso doppio standard e incentiva l’indebitamento per armamenti, mettendo a rischio la stabilità dei bilanci nazionali.
Rinuncia alla sovranità democratica
La militarizzazione dell’economia indebolisce la democrazia: le scelte strategiche vengono sempre più delegate a tecnocrati e lobbisti dell’industria bellica, mentre il controllo parlamentare e la trasparenza vengono ridotti. Il governo italiano, ad esempio, sta cercando di modificare la legge 185/90 per rendere più opache le esportazioni di armi, limitando il controllo parlamentare e il diritto di informazione dei cittadini.
I legami del PD con l’industria bellica
Il Partito Democratico, nonostante le divisioni interne, ha dato il suo sostegno al riarmo europeo e alla vendita di armi a Ucraina e Israele. Questo non è un caso isolato, ma il risultato di una strategia politica che vede il PD come intermediario e garante degli interessi dell’industria bellica italiana ed europea. Prima della nomina di Crosetto al ministero della difesa, alti esponenti del PD erano stati posti ai vertici di varie industrie d’armi italiane come la Leonardo. Sostituiti da Crosetto con suoi uomini, questi dirigenti PD ora occupano importanti posizioni nella lobby delle armi che agisce nell’ombra a Roma e Bruxelles.
La continuità tra il ministro della Difesa Lorenzo Guerini (PD) e il suo successore Guido Crosetto (Fratelli d’Italia) è emblematica: entrambi hanno agito per rafforzare il ruolo dell’industria bellica nella politica italiana. Crosetto, già presidente di AIAD (l’associazione delle industrie della difesa), rappresenta oggi il governo come “piazzista di armi”, secondo la definizione del professor Carlo Rovelli. Il PD, tuttavia, non ha mai sollevato il problema del conflitto di interessi, contribuendo a consolidare un sistema che mette al centro gli interessi dell’industria bellica anziché quelli della popolazione.
La nomina di Guido Crosetto, al Ministero della Difesa ha segnato il passaggio a un rapporto ancora più stretto tra industria bellica e governo. Il PD, che aveva già sostenuto la linea militarista con Guerini, oggi offre la propria copertura politica a Crosetto, impedendo una seria opposizione parlamentare e sociale. La continuità tra i due partiti è evidente: entrambi agiscono per rafforzare il sistema che arricchisce pochi a scapito di molti, mettendo al centro gli interessi dell’industria bellica italiana, europea, americana.
Il sostegno incostituzionale alla vendita di armi
Il PD ha votato a favore del decreto che autorizza l’invio di armi all’Ucraina, in palese violazione della Costituzione italiana, che ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali, e della legge 185/90, che vieta l’esportazione di armi a Paesi in conflitto. Ha chiuso gli occhi alla vendita di armi italiane ad Israele, scegliendo consapevolmente di diventare complice delle bugie del governo Meloni che nega il traffico d’armi destinato a massacrare senza pietà donne e bambini palestinesi.
Questo sostegno non è una scelta ideologica, ma una scelta di convenienza politica ed economica: il PD si è allineato a una linea di governo apertamente militarista, offrendo la copertura politica necessaria ai grossi affari del traffico d’armi.
L’appoggio mediatico per rafforzare la russofobia e il sostegno a Israele.
Il governo Meloni ha affidato al PD il compito di alimentare un clima di russofobia e di estremismo mediatico, criminalizzando il dissenso e il pacifismo. Le critiche alla guerra in Ucraina e alla vendita di armi vengono sistematicamente censurate o ridicolizzate dal PD e dai media ad esso collegati, mentre il sostegno della Meloni al regime di Kiev viene presentato come una scelta morale e necessaria.
Il PD ha anche il compito di difendere ad oltranza lo Stato Terrorista israeliano, di negare il Genocidio a Gaza e colpevolizzare il movimento pacifista Pro Palestina.
Il PD ha anche il compito di offrire la copertura politica agli affari dell’industria bellica italiana, europea e americana. Nello specifico, il partito sostiene il ministro Crosetto, impedendo sia una seria opposizione parlamentare sia la mobilitazione nelle piazze. La creazione di una “struttura ad hoc” per contrastare la disinformazione e le fake news nell’ambito della cosiddetta “guerra ibrida” è un ulteriore strumento di repressione del dissenso e di controllo dell’informazione.
Non meno importante è il compito, sempre affidato al PD di attuare un efficace
ostruzionismo delle opposizioni di sinistra che potrebbero danneggiare gli interessi dell’apparato bellico occidentale.
Le opposizioni, tra cui M5S e AVS, hanno cercato di contrastare la riforma della legge 185/90, che riduce trasparenza e controlli sulle esportazioni di armi. Il PD, tuttavia, nonostante le critiche formali, ha di fatto sostenuto la linea del governo, offrendo la propria copertura politica agli interessi dell’industria bellica. Questo comportamento dimostra come il PD sia parte integrante del sistema che protegge e promuove il mercato delle armi, a discapito della democrazia e della trasparenza.
La spartizione della grande torta del riarmo
Con il voto a favore del ReArm Europe, Fratelli d’Italia, Forza Italia e PD si preparano a spartirsi la grande torta del riarmo europeo, dopo l’orgia di armi vendute a Ucraina e Israele che hanno impedito la fine del conflitto ucraino-russo e accelerato il Genocidio a Gaza.
I profitti dell’industria bellica sono enormi e distribuiti tra pochi soggetti: politici, lobbisti, intermediari finanziari e multinazionali delle armi. Si parla di milioni di euro concessi a intermediari e “facilitatori” ad ogni contratto andato in porto. A pagare il prezzo di questa alleanza di interessi sono i cittadini italiani che vedranno diminuire i servizi pubblici, aumentare il debito pubblico e la povertà, mentre i conflitti si moltiplicheranno e la sicurezza reale diminuirà.
Il voto a favore del riarmo europeo rappresenta una svolta pericolosa per l’Italia e per l’Europa. Fratelli d’Italia e PD, uniti dal business delle armi, hanno scelto di privilegiare gli interessi dell’industria bellica rispetto a quelli della collettività.
Questo provvedimento avrà conseguenze negative sul welfare, sullo sviluppo nazionale e sulla democrazia. La militarizzazione dell’economia europea è una scelta che non solo tradisce i principi su cui è nato il Next Generation EU, ma che mette a rischio la pace e la stabilità del continente. Tocca ora ai cittadini europei opporsi a questa deriva, difendendo i valori di solidarietà, inclusione e democrazia che sono stati traditi dalle istituzioni europee e dai politici italiani.
Aurelio Tarquini
=== 4 ===
Giorgio Bianchi su cosa dire al proprio figlio in tempo di guerra
<https://t.me/giorgiobianchiphotojournalist/41347>
E così alla fine, anche le generazioni del dopoguerra, sperimenteranno la spirale che conduce diritti dritti verso il disastro.
Vivere una situazione del genere in prima persona, con consapevolezza, è un po' come sostare sull'orizzonte degli eventi osservando il vortice che si muove attorno a te. Con le sue folle ignare che discutono del nulla cosmico; le schiere di propagandisti che seminano zizzania tra le masse bovine; i miliardari che si credono Dio mentre giocano con le scimmie nude da laboratorio; i semicolti che la sanno lunga e ripetono a pappagallo le tesi stampalate degli ospiti di Formigli. Mentre precipitano tutti assieme, all'interno del buco nero.
E tu sei lì, al centro, immobile e ti senti impotente.
E ripensi a quella volta in cui ti sei ritrovato di notte, seduto all'interno di una casetta per i bimbi con tuo figlio. Dalla finestrella si scorgeva un cielo stellato maestoso. La limpidezza dei suoi occhi era esaltata da un taglio trasversale di luce. Attorno il canto di un milione di grilli.
Era tutto meravigliosamente perfetto, sembrava la scena di un film.
Ciononostante ti sentivi irrequieto.
Anche un momento magico come quello era offuscato dalla patina di tristezza mista a sconforto che caratterizzava gran parte delle tue giornate in quel periodo.
Ad un certo punto, senza distogliere lo sguardo dal rettangolo di cielo incorniciato dalla finestrella, quasi rivolgendoti a te stesso, gli sussurrasti: "io ti salverò".
E lui, senza alzare lo sguardo dai fili d'erba che teneva tra le mani, con un filo di voce, ti rispose "piangi?"
Un amico in difficoltà tempo fa mi disse che "i papà sono forti anche quando sono deboli".
E' veramente difficile mostrarsi solidi, quando si ha davanti agli occhi l'immagine di un'intera comunità che viene risucchiata nel Maelström del fanatismo e dell'odio.
L'indifferenza di fronte ad uno scempio di questa portata è un marchio che non potrà essere cancellato.
La vostre colpe non sono emendabili.
Solo quando perderete tutto, capirete il valore di ciò che avevate.
Domani sarà troppo tardi.
Per i rimpianti.
Per i pentimenti.
Un cielo solcato dalle traiettorie dei missili, non potrà mai essere un'opera d'arte.
Giorgio Bianchi
17.6.2025.
=== 5 ===
<https://t.me/PinoCabrasPino/5261>
MERZ, TRUMP, NETANYAHU. PROCLAMI FUNESTI IN PASSAGGIO D’EPOCA
Non possiamo far altro che registrare dichiarazioni e atti sempre più definitivamente lontani dall’orbita del diritto internazionale, dalla decenza, dalla logica, emanati da personaggi ormai invasati dal fumo di guerra uscito dal Vaso di Pandora.
Quel che esce dal Vaso travolge tutto molto in fretta, e nessuno sembra saper resistere all’aumento dei giri vorticosi che preparano l’abisso della guerra mondiale.
Nessuna parola ha più agganci alle virtù seppure ipocrite fino a ieri proclamate. Si presenta solo la logica di potenza. Il cancelliere Merz, questo arnese infetto della Blackrock, il quale afferma tranquillamente di essere grato e devoto a «Israele che fa il lavoro sporco per noi», non si accorge di confessare, con il suo cinismo senza più maschere, che «l’Ucraina fa il lavoro sporco per noi». È un’unica guerra che si ricompone ed è una guerra totale che non contempla altro che la “debellatio” e lo sterminio del Nemico. Il quale si difenderà con forza altrettanto votata alla guerra totale.
Trump ad esempio concepisce e dichiara per l’Iran soltanto la “resa totale e incondizionata”.
Mi chiedo se questi personaggi si rendano conto di come le loro parole, che pure ancora riescono a farsi strada presso gli ampi settori ancora lobotomizzati dai media dei loro paesi, nel resto del mondo non valgano più nulla e generino una diffidenza totale e definitiva.
L’Occidente si presenta nudo e crudo con la stessa logica predatoria del suo vecchio colonialismo, con gli stessi progetti di controllo totale, con un’evidente insignificanza dei “leader” politici che partecipano ai giochetti cartacei delle elezioni. Si vede bene che dietro di loro, ben sopra il loro Impero dell’Ipocrisia e dell’Arroganza, c’è un’élite votata a disumanizzare l’Uomo, dotata di risorse illimitate e di un suo progetto, una matrice che lega la finanza occidentale e che riallinea le leadership politiche come birilli. Oggi quel progetto consiste semplicemente in un dominio incontrastato che controlli dapprima diversi snodi geopolitici in modo assoluto al servizio di strategie occulte che non lascino spazio ad alcun contropotere. E poi vuole consistere in un futuro controllo tecnocratico di ogni dimensione umana. L’Operazione Barbarossa con cui il nazismo aggredì l’URSS è poca cosa a confronto.
Netanyahu è l’agente macabro del nuovo ordine che vogliono imporre. Siamo tutti in un piano inclinato che non sembra lasciare scampo alle vie della pace.
Eppure, anche ora che tutto sembra trascinarci verso il precipizio, voglio vedere aperta – come un varco invisibile nel buio – la possibilità di un passaggio escatologico, di una soglia oltre la quale l’umanità sarà costretta a trascendersi o a perire.
Ernesto Balducci lo aveva intuito con parole profetiche: «La novità è affidata alle viscere della necessità. Che sui passaggi intermedi della sua nascita ci sia buio non deve far meraviglia. Come scrisse Ernst Bloch, “ai piedi del faro, non c’è luce”».
La notte dell’uomo può ancora custodire il principio di un mondo nuovo. Ma sarà un parto o un collasso. E tutto dipende da ciò che sapremo vedere nell’oscurità, in una nottata che ha da passare e che è iniziata ora.Pino Cabras
17.6.2025.
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