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1) Putignano (BA), 27.1.2024.: Jasenovac - Omelia di un silenzio
2) Quand le chef des oustachis croates était l’hôte de Mussolini / Gli ustascia e Ante Pavelić tra Zagabria e Siena / Hrvatski poglavnik u Sieni
3) Una giornata nella storia. Massacro di 12.000 serbi a Garavica (RT Balcani, 2.9.2023.)
4) Округли сто „ЈАСЕНОВАЦ – ЛИЦИТИРАЊЕ БРОЈЕМ УБИЈЕНИХ“
 
Putignano (BA), 27.1.2024.: Jasenovac - Omelia di un silenzio
e altro sui massacratori ustascia
 
1) Putignano (BA), 27.1.2024.: Jasenovac - Omelia di un silenzio
2) Quand le chef des oustachis croates était l’hôte de Mussolini / Gli ustascia e Ante Pavelić tra Zagabria e Siena / Hrvatski poglavnik u Sieni
3) Una giornata nella storia. Massacro di 12.000 serbi a Garavica (RT Balcani, 2.9.2023.)
4) Округли сто „ЈАСЕНОВАЦ – ЛИЦИТИРАЊЕ БРОЈЕМ УБИЈЕНИХ“
 
Ricordiamo le nostre pagine dedicate ai crimini ustascia:
 
 
=== 1 ===
 
Dall'attore Dino Parrotta, membro del nostro CSA, riceviamo. Sullo spettacolo si veda anche la nostra pagina dedicata:
https://www.cnj.it/INIZIATIVE/jasenovac_omelia.htm
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27 gennaio 2024 
 
Jasenovac - omelia di un silenzio
Di e con Dino Parrotta - Teatro dei Leggeri
 
Teatro Comunale Laterza di Putignano 
all’interno della stagione di prosa del Teatro Pubblico Pugliese 
Mattina ore 11.00 (per le scuole) serale H 21.00 
 
In occasione della giornata della memoria torna in scena lo spettacolo Jasenovac- omelia di un silenzio
Il giorno della memoria è una celebrazione per ricordare le vittime di tutti regimi autoritari, istituito per stimolare la memoria, non solo come ricordo, ma soprattutto per conoscere. 
In questo spettacolo (uno dei rarissimi in Italia) si tocca il tema della storia poco conosciuta dell’olocausto nei Balcani durante la Seconda Guerra Mondiale. Vittime di questo genocidio non solo ebrei (minima parte) ma in particolar modo i Serbi Ortodossi; crimini commessi dal movimento nazionalista cattolico croato degli Ustascia, guidato dal poglavnik Ante Pavelic. 
Lo spettacolo è un percorso tra le testimonianze di vittime e carnefici, messo in scena attraverso l’interpretazione di 10 personaggi diversi, interpretati in vari stili teatrali (prosa, pantomima, maschere antropomorfe, grottesco). Una vecchia sedia è il “camerino” a vista dove il pubblico segue le varie “trasformazioni” per sottolineare quanto l’Uomo possa essere in grado di manifestare la più atroce crudeltà nei confronti dei propri simili attraverso le sue “maschere”. 
 
Breve connotazione storica: 
Il 6 aprile 1941, con l'operazione "Castigo", le truppe nazifasciste di Hitler e Mussolini attaccarono ed invasero la Jugoslavia. Gli ustascia, nazionalisti cattolici filofascisti, sostenuti e finanziati dal Obiettivo principale della loro politica razzista fu lo sterminio dei serbi cristiano-ortodossi, una vera pulizia etnica che per barbarie e ferocia superarono le SS naziste. Negli ultimi anni del conflitto diversi furono i campi di accoglienza in Puglia: Gravina. Bari, Barletta. 
Jasenovac (denominata anche la Auschwitz dei Balcani) è stato un campo di sterminio di ebrei, ortodossi, serbi, zingari. Nel campo hanno perso la vita circa 74.000 bambini di età compresa fra zero e 15 anni. Comandante del campo di Jasenovac fu Miroslav Filipovic-Majstorovic (frate francescano), chiamato dal popolo ‘frate Satana’. Al suo processo si vantò della sua “prodezza” ammettendo l'uccisione nella zona di Banja Luka il 7 febbraio 1942 di 2.750 serbi ortodossi fra cui 250 bambini.. in sole dieci ore. In 4 anni g li Ustascia hanno trucidato 700.000.persone 
 
crediti: 
produzione: Teatro dei Leggeri 
scritto, diretto e interpretato da Dino Parrotta 
Voce di donna: Rossana Marangelli 
Voce bambino: Valerio e Gabriele Parrotta 
Scenografia e costumi: Primo Teatro 
Consulenza storica: Andrea Catone, Paolo Vinella
 
 
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Si è tenuto a Siena il 7 novembre 2023 l'importante convegno "Gli ustascia e Ante Pavelić tra Zagabria e Siena".
 
Durante il Ventennio "il regime stabilisce contatti con tutte le forze nazionaliste interne alla Jugoslavia per favorirne le attività e indebolire il paese". Con effetti collaterali di lunga durata, come si è visto trent'anni fa...

Presentazione e programma del convegno:
https://www.balcanicaucaso.org/Appuntamenti/Gli-Ustascia-e-Ante-Pavelic-tra-Zagabria-e-Siena
 
VIDEO - la registrazione dell'incontro: 
 
 
 
L'inquadramento storico di Eric Gobetti:
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na hrvatskosrpskom: HRVATSKI POGLAVNIK U SIENI (31.10.2023. -  Eric Gobetti) 
Vođa hrvatskih ustaša Ante Pavelić dugo je živio u Italiji, ponajviše u Sieni, prošavši različite faze u svom odnosu s Mussolinijevim režimom – od atentata na Aleksandra I do izbijanja Drugog svjetskog rata – uvjetovane prije svega talijanskim strateškim prioritetima prema Jugoslaviji...
 
en français: HISTOIRE : QUAND LE CHEF DES OUSTACHIS CROATES ÉTAIT L’HÔTE DE MUSSOLINI (Par Eric Gobetti) 
Avant de créer l’État indépendant de Croatie (NDH), avec le soutien de l’Allemagne nazie, Ante Pavelić passa dix ans en exil en Italie, protégé et surveillé par le régime fasciste, qui comptait bien l’utiliser pour abattre la Yougoslavie royale. Retour sur un épisode peu connu de la vie du chef des oustachis...
 
 
Un duce croato a Siena
 

Il duce degli ustascia croati Ante Pavelić è vissuto a lungo in Italia, e in particolare a Siena, attraversando fasi diverse nel rapporto con il regime di Mussolini - dall'attentato ad Alessandro I allo scoppio della Seconda guerra mondiale - determinate soprattutto dalle priorità strategiche italiane nei confronti della Jugoslavia

30/10/2023 -  Eric Gobetti

È il 9 ottobre 1934 quando un terrorista macedone - assoldato dagli ustascia croati - uccide a Marsiglia il re jugoslavo Alessandro I. Lo scandalo internazionale è enorme e il leader degli ustascia Ante Pavelić, che da diversi mesi risiede a Torino, viene arrestato e imprigionato alle Nuove.

Che ci fa un terrorista croato in Italia, quali sono i suoi scopi e perché trova l’appoggio del regime fascista? È una storia lunga, che vale la pena di ripercorrere rapidamente.

Dopo la Prima guerra mondiale l’Italia ha annesso territori multiculturali come l’Istria, Fiume e persino Zara, sulla costa dalmata. Tuttavia il nazionalismo italiano persegue un’ulteriore espansione territoriale, rivendicando l’intera Dalmazia e le isole dell’Adriatico orientale. Il fascismo accentua tale politica aggressiva identificando il regno jugoslavo, fondato nel 1918, come principale avversario strategico. Perciò il regime stabilisce contatti con tutte le forze nazionaliste interne alla Jugoslavia per favorirne le attività e indebolire il paese.

Terroristi macedoni, separatisti kosovari, legittimisti montenegrini, nazionalisti croati, tutti trovano appoggio economico e materiale in Italia. Pavelić rappresenta la corrente più estrema del nazionalismo croato, quella che propugna la pulizia etnica contro serbi ed ebrei, come afferma fin dagli anni Venti, ed è disposta a sacrificare la Dalmazia pur di costituire uno stato indipendente con l’aiuto italiano che includa anche tutta la Bosnia Erzegovina. Messo fuori legge e costretto all’esilio, Pavelić fonda così, nel 1929, il suo gruppo terroristico in Italia, gli ustascia appunto.

Ma le cose non vanno come sperava. La reazione internazionale al regicidio del 1934 è immensa, Mussolini è in difficoltà e la carta ustascia viene per il momento accantonata. I circa 400 terroristi che all’epoca si addestravano in Abruzzo, a San Demetrio, vengono confinati a Lipari. Pavelić resta in carcere per un anno e mezzo. È una prigione dorata, per la verità, dotata di ogni comfort, e il leader ustascia ne approfitta per scrivere il suo romanzo La bella bionda, che ha come protagonista la spia croata che ha consegnato le armi all’attentatore di Marsiglia.

Nel giugno 1936 le acque si sono calmate, Pavelić viene scarcerato e confinato a Moncalieri, in una casa di riposo Fiat, ennesima conferma del coinvolgimento, anche in queste operazioni segrete di regime, dell’élite economica italiana. In estate è a Cava dei Tirreni, al mare, finalmente riunito con la famiglia, composta dalla moglie Mara (di lontane origini ebraiche) e tre figli, un maschio e due femmine. Ma in autunno è già a Firenze, dove ha affittato la casa da una donna vedova: Olga Zannoni. Qui riprende i contatti con i membri del partito, cosa che però preoccupa le autorità fasciste. Che infatti lo trasferiscono nuovamente, stavolta a Siena.

A Siena

Siena è senza dubbio la località in Italia dove Pavelić è rimasto più a lungo. Per ben due anni, dall’estate del 1937 alla fine di settembre del 1939, il leader ustascia ha vissuto con la moglie in una villa ancora non identificata, o forse non più esistente, indicata dalle autorità di polizia come “villa Poggiarello 176, fuori porta Romana”. Sono anni sereni, ma politicamente deludenti, per Pavelić. Dopo l’attentato di Marsiglia, l’Italia ha infatti raggiunto un accordo con la Jugoslavia, siglato a Belgrado il 25 marzo 1937.

Artefice del riavvicinamento è Milan Stojadinović, il leader del Partito radicale jugoslavo, “modellato nel contenuto e nella forma sul Partito Nazionale Fascista”, come sostiene nel 1939 il ministro degli Esteri Galeazzo Ciano. Una clausola segreta del trattato prevede la smobilitazione degli ustascia, che infatti vengono progressivamente confinati a piccoli gruppi in località minori della Sardegna e del sud Italia, e in seguito rimpatriati in buona parte in Jugoslavia.

A Siena per Pavelić è “vietata ogni attività politica ed ogni comunicazione con i suoi fiduciari”. Una squadra di poliziotti esegue il compito di “ininterrotta ed oculata vigilanza con continuo pedinamento”, anche per evitare qualunque “violenza verso la sua persona e la sua famiglia”. Pavelić non è più utile, almeno per il momento, ma resta una pedina importante, e va preservato. L’ispettore Ercole Conti, che fin dal 1929 ha il compito di organizzare, proteggere, ma anche controllare gli ustascia, è in questa fase inflessibile. Nessuno può visitare la villa dei Pavelić senza il suo permesso, ogni contatto è vigilato, la corrispondenza controllata ogni giorno.

Eppure il leader ustascia riesce a mantenere i contatti coi suoi attivisti in varie parti d’Europa. Come? Conti sospetta di tutti, intercetta la corrispondenza della domestica, fa pedinare i religiosi che frequentano la famiglia e persino la moglie Mara, che saltuariamente si reca a Firenze a trovare le figlie in collegio. Durante queste visite, la donna incontra spesso Olga Zannoni, la ex padrona di casa fiorentina con cui ha stabilito un’amicizia. Potrebbe essere proprio lei il tramite? Potrebbe aver imparato il croato, stabilito un rapporto di fiducia con la famiglia, nell’anno di permanenza dei Pavelić a casa sua, al punto da impegnarsi in prima persona per la loro causa, concordare un codice segreto e lavorare per loro? La grande quantità di denaro di cui Pavelić dispone potrebbe aver giocato un ruolo importante, dato che Olga è una giovane vedova disoccupata con una figlia a carico.

Il libro

Formalmente, però, Pavelić si mantiene fedele alle indicazioni ricevute: non conduce attività politica, fa una vita ritirata, e scrive un nuovo libro. Pubblicato a Siena nel 1938 con lo pseudonimo A. S. Mrzlelski il volume si intitola: Errori e orrori. Comunismo e bolscevismo in Russia e nel mondo. Si tratta di un classico pamphlet di propaganda anticomunista, non particolarmente brillante. Serve soprattutto a tranquillizzare i suoi protettori fascisti, sempre ossessionati dal comunismo e pronti a vedere cripto-comunisti ovunque, soprattutto negli stranieri, di cui faticano a riconoscere ideali e obiettivi. Pavelić approfitta quindi per ribadire la sua fedeltà all’Italia e al fascismo: “La terra dei Catoni, dei Ciceroni, dei Cesari doveva esprimere Mussolini”, scrive nell’introduzione. E aggiunge: “Il fascismo deve assurgere all’universalità, deve (…) comparire in ogni paese, ma senza sconfinare, senza essere esportato, in quanto in ogni nazione deve nascere autonomamente come risultato del travaglio dei singoli popoli per la vita”.

È un messaggio chiaro. All’apice del consenso del regime, dopo la vittoria in Etiopia e i successi in Spagna, Pavelić riconosce la superiorità del fascismo, di cui senza dubbio condivide il superomismo patriottico violento e ipernazionalista. Però ribadisce la sua autonomia: ogni popolo deve trovare la sua strada autonoma al fascismo, e lui si rappresenta implicitamente come l’incarnazione della “via croata al fascismo”.

Fine della storia

La situazione internazionale evolve in fretta, e stavolta a favore del nazionalismo croato. Il trattato di Monaco, i Sudeti, poi l’invasione della Cecoslovacchia. Sul fronte balcanico cade il regime di Milan Stojadinović, l’alleato del fascismo, e l’Italia invade l’Albania, allarmando il nuovo governo jugoslavo. Nel settembre del 1939 comincia la guerra mondiale. Ancora più precipitosamente cambiano le priorità. Mussolini scalpita, vuole fare la sua parte, e la Jugoslavia è il nemico numero uno da abbattere, da sempre.

Il 30 settembre Pavelić viene trasferito in città, in una palazzina del centro, e gli viene concessa l’opportunità di riprendere apertamente i contatti coi suoi. Il 23 gennaio 1940 avviene la svolta: Pavelić incontra Ciano a Roma: è il primo riconoscimento ufficiale da parte della diplomazia italiana. In quell’occasione viene riesumato il piano di dieci anni prima: “I croati (…) debbono (…) organizzare una rivoluzione in tutto il paese, occupare Zagabria e formare quivi un governo provvisorio, con Pavelić alla testa. Pavelić deve allora lanciare un appello all’Italia e chiedere un aiuto. L’esercito italiano (…) occuperà (…) il territorio”.

Non si parla ancora di confini, né di date, ma la decisione è stata presa. A febbraio Pavelić si trasferisce a Firenze e crea un vero e proprio centro di comando, circondato dai suoi fedelissimi. Passa ancora un anno, ma nella primavera del 1941 finalmente il suo momento arriva. Quando la Jugoslavia viene attaccata dall’Italia e della Germania, il 6 aprile, Pavelić è già pronto con quel che resta dei suoi ustascia (circa 200) a passare il confine. Le cose non vanno proprio come previsto.

Sono i tedeschi a occupare Zagabria e dichiarare l’indipendenza croata: Pavelić arriva in città quasi una settimana dopo, di notte, di nascosto, con la sua banda di disperati, esuli da dieci anni. Non è più Mussolini a dominare la scena, e Pavelić lo capisce subito. Ceduta la Dalmazia all’Italia e annessa la Bosnia Erzegovina, come previsto, negli anni successivi il governo collaborazionista ustascia di Pavelić farà affidamento soprattutto all’alleanza con la Germania. E approfitterà della sua posizione di forza per condurre la pulizia etnica che aveva programmato da due decenni: l’intera comunità rom e ebraica e almeno 300.000 serbi vengono sterminati nei campi e nei pogrom organizzati dagli ustascia.

Ultranazionalismo, razzismo, uso indiscriminato della violenza: tutti gli ingredienti dell’ideologia fascista si applicano in questo territorio con estrema durezza, segno che Pavelić, nei suoi anni italiani, ha condiviso appieno il pensiero politico fascista.

 
 
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Una giornata nella storia. Massacro di 12.000 serbi a Garavica
 
fonte: RT Balcani, 2.9.2023.
https://t.me/rtbalkan_ru/2391

Nel 1941 gli Ustaše organizzarono un massacro di civili serbi a Garavica vicino a Bihac, nel territorio della Bosnia ed Erzegovina. Poi furono uccise circa 12mila persone, tra cui molti bambini. In termini di vittime, Garavice è il terzo più grande luogo di esecuzione dei serbi durante la Seconda Guerra Mondiale, dopo Jasenovac e Jadovno.

Nel giugno 1941, nello Stato collaborazionista indipendente della Croazia, il neo nominato Župan Bihac (capo dell'unità amministrativo-territoriale - zhups, ca.) Lubomir Kvaternik vietò ai serbi e agli ebrei l'ingresso nella città e nei suoi dintorni. Subito dopo iniziarono la persecuzione, l'incarcerazione e l'assassinio di serbi ed ebrei.

A metà luglio, per ordine di Kvaternik, tutti i serbi della città e dei dintorni furono arrestati e imprigionati nelle famigerate segrete di Kula. Successivamente, i prigionieri furono trasferiti da Kula ai luoghi di esecuzione preparati a Garavitsa e in altri luoghi. Agli sfortunati veniva detto che sarebbero stati mandati ai lavori forzati in Germania. Alle vittime è stato ordinato di spogliarsi, quindi uccise con un coltello o sepolte in fosse pre-scavate. Molti corpi furono gettati nel fiume Klokot. I serbi furono uccisi nelle loro case, nei campi e in numerosi luoghi di esecuzione di massa intorno a Bihac.

La testimone oculare Milka Pepic-Kovacevic ricorda:

“Le atrocità degli ustascia iniziarono il 25 luglio, quando i primi dodici abitanti del villaggio furono portati via dal villaggio di Pritoki nelle vicinanze di Bihac. La seconda notte presero altre centosessanta persone. La maggior parte di loro sono bambini. Furono portati via e condannati a morte dai carnefici ustascia... Gli ustascia chiesero che a coloro che avevano portato via fosse inviato del cibo dai loro parenti, sebbene fossero già stati uccisi.

Una parte dei serbi fu convertita con la forza alla fede cattolica sotto la minaccia di sterminio. Ma nemmeno questo garantì la loro sicurezza e l’uccisione di civili serbi continuò.

Il 17 marzo 1942 il prete cattolico Fra Marijan scriveva al capo del distretto:

“Anche se recentemente ho inviato un rapporto sulla situazione dei convertiti in questa regione, tuttavia devo informarvi nuovamente affinché sappiate quali difficoltà devo combattere e intercedere presso il Poglavnik (dittatore Ante Pavelić, ca.) per i poveri ragazzi , altrimenti verranno tutti sterminati. Le cose sono arrivate al punto che dovrò andare a Zagabria da Poglavnik, raccontargli tutto e chiedergli di porre fine una volta per tutte a queste violenze. Sono molto preoccupato per questi poveri convertiti”.

Alla fine del 1942, i partigiani liberarono il territorio di Bihac e alcuni autori dei crimini furono arrestati. Più di 12mila serbi brutalmente assassinati di Bihac e dei dintorni furono sepolti in fosse comuni a Garavitsa e in altri villaggi.

Nel 1949, gli abitanti e le autorità municipali di Bihac eressero con i propri sforzi un modesto monumento alle vittime del massacro. Su di esso sono incise le parole: "Memoria eterna ai dodicimila innocenti e brutalmente assassinati dai cattivi ustascia".

Nell'estate del 1941 furono uccisi a Garavica più civili di quanti ne vivessero nella città di Bihac nel 1949, quando fu eretta la targa commemorativa. Nel 1981 è stato aperto un complesso commemorativo in memoria delle vittime.

 
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Округли сто „ЈАСЕНОВАЦ – ЛИЦИТИРАЊЕ БРОЈЕМ УБИЈЕНИХ“
 

У организацији Друштва српских домаћина и Евроазијског безбедносног форума у Београду је одржан 26. октобра 2023. г. ( Медија центар) одржан 
Округли сто са темом „ЈАСЕНОВАЦ – ЛИЦИТИРАЊЕ БРОЈЕМ УБИЈЕНИХ

О овој изузетно значајној и данас актуелној теми, говорили су:

проф. др Милоје Пршић, историчар;
проф. др Слободан Рељић, политиколог;
јереј др Милорад Средојевић, уредник часописа Хришћанска мисао,
- господин Нићифор Аничић, Друштво српских домаћина и
проф. др Митар Ковач, директор Евроазијског безбедносног форума, као и 
- академик Василије Крестић

Јединствена је порука свих учесника овог округлог стола, да не сме бити никаквог лицитирања бројем убијених Срба, Рома, Јевреја и других, у систему логора Јасеновац. Реч је о геноциду над српским народом који је систематски спровођен у организацији Независне Државе Хрватске и фашистичких окупатора. 

Умањивање броја жртава је опасан фалсификат и неприхватљива ревизија већ утврђених историјских чињеница о преко 600 000 страдалих у овим логорима.

Ово округлом столу присуствовали су и чланови Београдског форума Снежана Прелић, Никола Чубрић и Драгутин Брчин. 

Београд, 27.11.2023.