Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia ETS
ITALIJANSKA KOORDINACIJA ZA JUGOSLAVIJU
ITALIAN COORDINATION FOR YUGOSLAVIA

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L'Unione Europea a tutela delle nostre corrette informazioni e giuste opinioni

 

1) Il nuovo apparato europeo della "lotta alla disinformazione": la censura al servizio della guerra imperialista. EUROPEAN DEMOCRACY SHIELD, EUROPEAN CENTRE FOR DEMOCRATIC RESILIENCE e FOREIGN INFORMATION MANIPULATION AND INTERFERENCE (Giaime Ugliano)

2) IL CASO DOGRU. Bruxelles congela i conti del giornalista e della moglie incinta. Le "prove" sono tweet su Palestina, riarmo tedesco e condizioni dei rifugiati ucraini / FIRMA LA PETIZIONE!

3) L’Union européenne prolonge les sanctions contre JACQUES BAUD, l’ex-colonel suisse jugé pro-russe

4) I "cacciatori di fake news" di EU DISINFOLAB hanno commesso un errore fatale... Censurati dal loro padrone: la pena del contrappasso dei censori Ue del web

 

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https://www.resistenze.org/sito/os/ep/osepql13-029255.htm

www.resistenze.org - osservatorio - europa - politica e società - 13-10-26 - n. 973

Il nuovo apparato europeo della "lotta alla disinformazione": la censura al servizio della guerra imperialista


Giaime Ugliano | lordinenuovo.it

11/10/2026

Il 15 settembre il Parlamento europeo ha approvato il rafforzamento del cosiddetto European Democracy Shield e chiesto maggiori poteri per il European Centre for Democratic Resilience, il centro europeo incaricato di contrastare la "disinformazione" e la Foreign Information Manipulation and Interference (FIMI). Con questo provvedimento l'Unione europea compie un ulteriore passo nella costruzione di un apparato sovranazionale di controllo dell'informazione, presentato come strumento di "difesa della democrazia", ma inserito sempre più apertamente nel dispositivo di sicurezza e di guerra ibrida dell'UE.

Dietro il linguaggio della difesa della democrazia si consolida un sistema che unisce istituzioni europee, governi degli Stati membri, grandi piattaforme digitali, organismi di fact-checking e apparati incaricati di individuare e contrastare le campagne informative considerate ostili. Il Parlamento europeo ha chiesto di rafforzare il Centro, dotarlo di una base giuridica e di un bilancio dedicato e aumentare la capacità dell'Unione di reagire alle interferenze straniere e alla disinformazione. Nella stessa documentazione, la Russia viene indicata come principale minaccia ibrida esterna, mentre vengono indicati anche Bielorussia, Cina, Iran e Corea del Nord.

La lotta alla disinformazione è stata progressivamente inserita nel quadro della sicurezza dell'Unione e del contrasto alle cosiddette minacce ibride. In questo quadro, le interferenze nei processi elettorali, gli attacchi informatici e i sabotaggi vengono ricondotti a una medesima categoria di minacce. L'informazione viene così integrata nel dispositivo politico-militare attraverso il quale l'Unione affronta il crescente confronto imperialista internazionale.

Dalla regolamentazione alla coercizione

Il Code of Practice on Disinformation, nato nel 2018 e rafforzato nel 2022, è stato integrato nel 2025 nel quadro del Digital Services Act (DSA). Tra i suoi ambiti di intervento figurano la demonetizzazione della disinformazione, il fact-checking, la pubblicità politica, gli strumenti destinati agli utenti e altri impegni assunti dalle piattaforme. Il Codice coinvolge direttamente alcuni dei più grandi monopoli tecnologici mondiali, tra cui Google, Meta, Microsoft e TikTok. Il Digital Services Act prevede inoltre sanzioni nei confronti delle grandi piattaforme online che violano i propri obblighi, con multe che possono arrivare fino al 6% del fatturato mondiale annuo e penalità periodiche in caso di mancata ottemperanza.

Il processo di restrizione della libertà di espressione e di crescente trasferimento alle grandi piattaforme private di funzioni di controllo dell'informazione pone una questione politica che non può essere elusa. Le Big Tech non sono istituzioni democratiche e non operano al di fuori dei rapporti capitalistici esistenti. Sono colossi monopolistici, molti dei quali statunitensi, ai quali viene affidata una parte significativa dell'applicazione concreta delle politiche europee sulla disinformazione. Tra i soggetti coinvolti vi è anche TikTok, piattaforma appartenente alla società cinese ByteDance.

Non ogni decisione presa da una piattaforma costituisce automaticamente censura. Il problema è che la combinazione tra regolamentazione pubblica, obblighi delle piattaforme e meccanismi di controllo produce un sistema nel quale soggetti privati dotati di un enorme potere economico e comunicativo partecipano concretamente alla determinazione di quali contenuti debbano essere contrastati, demonetizzati, limitati nella diffusione o sottoposti ad altri interventi.

Chi decide cosa è "disinformazione"?

La questione fondamentale è quella del potere: chi stabilisce quali informazioni costituiscano disinformazione? E quali interessi economici e politici orientano queste decisioni?

Le istituzioni europee rispondono a queste domande presentando il sistema come uno strumento di difesa della "democrazia". Ma la democrazia borghese non esiste al di fuori dei rapporti di classe e dei rapporti di forza internazionali. Le grandi piattaforme digitali sono imprese capitalistiche e gli Stati dell'Unione europea sono inseriti in un sistema imperialista nel quale esistono interessi economici, militari e geopolitici contrapposti.

Non si tratta di stabilire quale potenza imperialista operi in nome della "verità" e quale invece produca soltanto propaganda. Ogni Stato borghese fa ricorso alla propaganda e tutte le potenze la utilizzano per promuovere i propri interessi politici, militari o economici. Occorre, piuttosto, comprendere chi dispone degli strumenti materiali per imporre la propria interpretazione degli avvenimenti, quali informazioni possono raggiungere milioni di persone e quali conseguenze possano derivare dalla classificazione di determinati contenuti come minacce.

Dalla disinformazione alle sanzioni

Il Consiglio dell'Unione europea ha istituito nel 2024 un regime specifico per colpire soggetti ritenuti responsabili di attività destabilizzanti e di FIMI. Nel corso del 2026 sono state inserite nelle liste sanzionatorie persone accusate di propaganda e manipolazione dell'informazione e sono state colpite entità definite responsabili di attività di propaganda e disinformazione. Le misure comprendono il congelamento dei beni e il divieto per cittadini e imprese dell'UE di mettere fondi o risorse economiche a disposizione dei soggetti sanzionati; per le persone fisiche è previsto anche il divieto di ingresso e transito nell'Unione.

Il Consiglio ha inoltre esteso il ricorso a misure che riguardano la diffusione di determinati media russi, arrivando alla sospensione delle relative licenze di trasmissione nell'Unione.

Questi provvedimenti appartengono a un quadro giuridico distinto rispetto alle sanzioni previste dal DSA per le piattaforme. Ma il loro sviluppo contemporaneo mostra una tendenza politica più ampia: l'informazione è sempre più considerata una componente del confronto interimperialista, e la sua presunta manipolazione viene affrontata mediante strumenti che vanno dalla demonetizzazione e dalla moderazione dei contenuti fino alle misure restrittive contro persone, imprese ed entità.

Informazione e guerra imperialista

Il rafforzamento del Democracy Shield avviene contemporaneamente all'aumento delle spese militari, al rafforzamento dell'apparato di sicurezza europeo e all'intensificazione della competizione imperialista per il controllo delle rotte commerciali, dei mercati di sbocco e delle sfere di influenza, nella quale l'Unione europea è sempre più direttamente coinvolta.

La classe operaia non ha alcun interesse ad accettare questa logica.

L'esistenza della propaganda imperialista, delle campagne di manipolazione e dell'uso dei mezzi di comunicazione come strumenti di guerra non giustifica l'affidamento della risposta a questi fenomeni agli stessi apparati statali e sovranazionali che partecipano al confronto imperialista, né alle grandi imprese capitalistiche che controllano una parte decisiva dei mezzi di comunicazione contemporanei.

La propaganda dell'imperialismo euro-atlantico non diventa vera perché quella russa è falsa. La propaganda russa non diventa vera perché l'informazione prodotta dalle potenze occidentali è interessata.

L'Unione europea presenta la lotta alla "disinformazione" come una difesa neutrale della democrazia, mentre seleziona le fonti e gli attori da sottoporre a misure restrittive sulla base degli interessi dei propri monopoli e del quadro di alleanze imperialiste in cui è inserita. Ma la storia dimostra che la manipolazione dell'informazione non è certo una pratica estranea al blocco imperialista euro-atlantico, oggi impegnato a presentarsi come vittima della "propaganda russa".

Nelle elezioni italiane del 1948 e nuovamente nel 1976, la CIA condusse e propose operazioni clandestine di propaganda e disinformazione contro il Partito Comunista Italiano, arrivando nel 1976 alla produzione di materiale contraffatto destinato a essere ripreso dai mezzi di informazione. Le successive indagini del Congresso statunitense documentarono inoltre i rapporti clandestini mantenuti dalla CIA con giornalisti e organizzazioni dei media per influenzare l'opinione pubblica. Un esempio più recente è l'intervento di Elon Musk nella campagna elettorale tedesca del 2025. Il proprietario di X e della società che sviluppa l'intelligenza artificiale Grok utilizzò la propria piattaforma per sostenere pubblicamente l'AfD e diede visibilità alla candidata Alice Weidel attraverso una diretta trasmessa su X.

La pretesa di ergersi oggi ad arbitro internazionale della "disinformazione" non può dunque essere separata dalla storia concreta degli apparati imperialisti e dei monopoli che hanno utilizzato per decenni gli stessi strumenti.

Conclusioni

La costruzione del nuovo apparato europeo di controllo dell'informazione deve quindi essere considerata nel quadro generale della politica dell'Unione: un ulteriore strumento attraverso il quale le istituzioni borghesi organizzano e proteggono il proprio ordine politico, economico e geopolitico, cioè il modo di produzione capitalista giunto alla sua fase ultima e più marcia, la fase imperialista, caratterizzata da guerra e reazione.

Non è compito delle grandi piattaforme tecnologiche stabilire quali idee possano circolare nella società. Non è compito degli apparati dell'Unione europea stabilire il perimetro entro il quale la popolazione europea può discutere della guerra, dell'imperialismo e, perché no, anche di come vorrebbe cambiare radicalmente questa società. E non è interesse della classe operaia affidare la propria capacità di analisi agli apparati politici e mediatici di questa o quella potenza impegnata nel confronto imperialista.

Per i comunisti, l'indipendenza politica e ideologica della classe operaia non può essere affidata né alle istituzioni dell'UE né ai monopoli privati che ne applicano direttive e standard. La risposta alla propaganda imperialista non è la censura, ma la capacità della classe operaia di sviluppare una propria analisi della realtà, comprendere autonomamente i processi economici, politici e internazionali e smascherare la propaganda di guerra proveniente da ogni campo imperialista. Solo una classe operaia politicamente e ideologicamente indipendente può ricondurre la questione dell'informazione alla lotta contro il sistema imperialista e per il socialismo-comunismo.

 

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https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_caso_dogru_sanzionato_dallue_per_aver_ricordato_i_nazisti_nella_nato/45289_69511/

Il caso Dogru: sanzionato dall'UE per aver ricordato i nazisti nella NATO

Bruxelles congela i conti del giornalista e della moglie incinta. Le "prove" sono tweet su Palestina, riarmo tedesco e condizioni dei rifugiati ucraini. Divieto di lavoro: anche Junge Welt non può assumerlo

La Redazione de l'AntiDiplomatico

16 Ottobre 2026

L'Unione Europa ha appena scritto una pagina nera per la libertà di espressione, rifiutando di revocare le sanzioni contro il giornalista Huseyin Dogru, residente a Berlino. L'accusa mossa contro di lui è di aver fornito un «sostegno indiretto» alla Russia. Ma la cosa più agghiacciante non è l'accusa in sé, quanto l'ammissione esplicita delle autorità dell'Unione Europea: hanno dichiaratoapertamente di non aver bisogno di prove dirette per imporre tali restrizioni, sottolineando che, in questi casi, la presunzione di innocenza semplicemente non trova applicazione. Un principio cardine dello stato di diritto viene così archiviato come un fastidioso relitto del passato, sacrificato sull'altare della russofobia imperante.

Le restrizioni imposte a Dogru hanno i contorni di una persecuzione giudiziaria. Le sanzioni includono il congelamento di tutti i conti bancari, un divieto di viaggio in tutta l'UE e un divieto professionale di fatto. Dogru ha il divieto assoluto di svolgere qualsiasi forma di lavoro retribuito o autonomo e nessuno è legalmente autorizzato a fornirgli risorse economiche. Nella pratica quotidiana, come è stato giustamente evidenziato, «anche solo invitarlo per un caffè costituirebbe un reato penale». Il congelamento ha colpito pure il conto della moglie incinta, sebbene lei non figuri in alcun elenco di sanzioni. Per sopravvivere, Dogru ha potuto accedere a un minimo vitale solo dopo settimane di umilianti approvazioni da parte della Bundesbank. Nemmeno una testata come junge Welt, che aveva mostrato interesse ad assumerlo, può farlo: secondo il Ministero dell'Economia tedesco, tale impiego violerebbe il «divieto di mettere a disposizione fondi» dell'UE, configurandosi come un reato.

Su cosa si fonda questo accanimento? Secondo la giustificazione fornita dall'UE, i reportage di Dogru sul movimento di solidarietà con la Palestina in Germania «seminano discordia etnica, politica e religiosa» e, con un salto logico degno della più sfrenata paranoia, aiutano così le «attività destabilizzanti della Russia». L'intero «pacchetto di prove» usato per giustificare i provvedimenti, reso pubblico dallo stesso giornalista dopo il rigetto del ricorso da parte del Consiglio dell'UE, consisteva esclusivamente in alcuni tweet del suo account personale e di Red Media. Non ci sono trasferimenti di denaro illeciti, non ci sono incontri segreti. Ci sono opinioni: critiche alla retorica militarista, riflessioni sul disastro neoliberista della riunificazione tedesca, reportage su manifestazioni e marce di estrema destra, oltre a denunce sulle condizioni di vita dei rifugiati ucraini e sul riarmo della Germania. Uno di questi post ricordava semplicemente il reclutamento da parte della NATO di ex ufficiali della Wehrmacht di Hitler, come Adolf Heusinger. Verità storiche e critiche politiche che, in un'Europa che si definisce democratica, sarebbero protette dalla libertà di espressione. Qui sono diventate prove di alto tradimento.

Quando le prove scarseggiano, l'apparato sopperisce con accuse vaghe e intimidatorie. Il testo delle sanzioni afferma che Do?ru e Red Media avrebbero «stretti legami finanziari e organizzativi con entità e attori della propaganda di Stato russa», con «profonde connessioni strutturali» e «rotazioni del personale» con i media di Stato russi. A sostegno di queste affermazioni gravissime, però, non ci sono indagini forensi o documenti bancari. Le uniche "prove" consistono in soli tre articoli di stampa, provenienti dal Tagesspiegel, dalla Taz e dal quotidiano sionista Jerusalem Post, che non forniscono alcuna prova oltre a speculazioni e insinuazioni. L'unico fatto verificabile è che Red Media ha rilevato il canale Telegram di Redfish, un media un tempo legato a Russia Today, e che alcuni collaboratori vi hanno lavorato in passato.

A completare il quadro, l'ipocrisia istituzionale raggiunge il suo apice nelle dichiarazioni del portavoce del Ministero degli Esteri tedesco, Christian Wagner. In una conferenza stampa federale, ha etichettato Dogru come «attore della disinformazione», negandogli esplicitamente lo status di giornalista e sostenendo che agiva «per conto di presunte agenzie russe». Un'accusa così grave che non era nemmeno presente nella decisione ufficiale del Consiglio dell'UE, dimostrando come la gogna mediatica e politica viaggi ormai su un binario parallelo, slegato da qualsiasi parvenza di legalità o coerenza interna.

Il caso Dogru non è un incidente di percorso. È il sintomo di una deriva autoritaria che usa la paura della Russia come passepartout per criminalizzare il dissenso, silenziare le voci scomode e piegare il giornalismo indipendente agli interessi dell'establishment. Quando un'unione di Stati che si vanta di essere il faro dei diritti umani ammette tranquillamente di non aver bisogno di prove per annientare un cittadino, quella luce si è già spenta. Resta solo l'ombra della repressione, e il silenzio assordante di chi continua a guardare dall'altra parte mentre la libertà di stampa viene smantellata pezzo dopo pezzo. Intanto la stessa UE continua clamorosamente a voler impartire lezioni di democrazia e libertà di stampa al mondo intero. 

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https://free-dogru.com/

#freedogru

Revocare le sanzioni UE contro il giornalista tedesco Hüseyin Doğru!

La petizione

Sanzioni UE contro il giornalista tedesco Hüseyin Doğru — un attacco alla libertà di stampa, alla democrazia e allo Stato di diritto.

Il giornalista tedesco Hüseyin Doğru, fondatore di red.media, è stato colpito da sanzioni dell'Unione Europea il 20 maggio 2025. È accusato di "diffondere sistematicamente informazioni false su temi politicamente controversi, con l'intenzione di seminare discordia etnica, politica e religiosa tra il suo pubblico prevalentemente germanofono". Hüseyin Doğru non ha commesso alcun reato; è divenuto vittima dell'arbitrio politico. In realtà, si tratta di una sanzione politica diretta contro il suo giornalismo critico, inclusa la sua copertura delle proteste pro-palestinesi in Germania.

Sanzionare Hüseyin Doğru per una presunta "manipolazione sistematica delle informazioni" può essere visto solo come un tentativo di intimidire i giornalisti indipendenti e come un attacco alla libertà di opinione. Persino la procedura di emanazione delle sanzioni non rispetta i principi dello Stato di diritto.

Le conseguenze di questa decisione illegittima sono gravi: i conti di Hüseyin Doğru sono bloccati, i suoi beni congelati. Gli viene negato il diritto alla libertà di circolazione di cui godono tutti i residenti UE. Le prestazioni umanitarie minime sono concesse solo su richiesta e a discrezione delle autorità. Si applicano restrizioni drastiche all'attività economica e perfino professionale.

Le sanzioni colpiscono tutta la sua famiglia, compresi tre bambini piccoli. A un certo punto è stato bloccato anche il conto della moglie — adducendo la sua "vicinanza coniugale" a lui. Qualsiasi sostegno esterno è criminalizzato. Ogni forma di solidarietà con Hüseyin Doğru, sua moglie o anche i suoi figli — finanziaria o in natura — può essere perseguita. Stiamo assistendo al ritorno della giustizia politica.

Il parere della ex giudice della Corte di giustizia dell'Unione europea Prof.ssa Dr.ssa Ninon Colneric e della giurista Prof.ssa Dr.ssa Alina Miron dell'Università di Angers conclude che il regime sanzionatorio UE viola il diritto UE vigente. L'UE utilizza la decisione di sanzione 2024/2643 specificamente per silenziare i critici — e rischia di scivolare nell'illegalità.

Chiediamo al governo federale tedesco di non applicare più le sanzioni UE contro i propri cittadini e di votare nel Consiglio dell'Unione europea per la revoca delle sanzioni.

Il giornalismo non è un rischio per la sicurezza. La censura non è politica di sicurezza dell'UE.

Chi sanziona la libertà di opinione e di stampa nell'UE viola la Legge fondamentale tedesca e mina le norme democratiche e dello Stato di diritto in Germania e nell'UE.

FIRMA LA PETIZIONE: https://free-dogru.com

I primi firmatari

Questi giornalisti, artisti, politici, scrittori, pubblicisti e difensori dei diritti umani sono stati i primi a firmare:

Roger Waters – Cantante, Regno Unito

Kristinn Hrafnsson – Direttore di WikiLeaks, Islanda

Yanis Varoufakis – Ex ministro delle Finanze della Grecia, Grecia

Sevim Dagdelen – Pubblicista ed ex membro del Bundestag tedesco, Germania

Claire Daly – Ex membro del Parlamento europeo, Irlanda

Jeremy Corbyn – Membro del Parlamento, Regno Unito

Owen Jones – Giornalista, Regno Unito

Gregor Gysi – Membro del Bundestag tedesco, Germania

Ruth Firmenich – Membro del Parlamento europeo, Germania

Pablo Iglesias Turrión – Direttore del canale televisivo Red, Spagna

Dieter Hallervorden – Attore e cabarettista, Germania

Brian Eno – Musicista, Regno Unito

Gabriel Shipton – Fratello di Julian Assange e The Information Rights Project, Australia

Evarist Bartolo – Ex ministro degli Esteri, Malta

Max Blumenthal – Giornalista, USA

Sahra Wagenknecht – Pubblicista ed ex membro del Bundestag tedesco, Germania

Michael von der Schulenburg – Membro del Parlamento europeo ed ex Sottosegretario Generale dell'ONU, Germania

Pascal Lottaz – Storico e politologo, Giappone

Christoph Hein – Scrittore, Germania

Günter Verheugen – Ex Commissario UE e Vicepresidente della Commissione europea, Germania

 

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https://www.letemps.ch/suisse/l-union-europeenne-prolonge-les-sanctions-contre-jacques-baud-l-ex-colonel-suisse-juge-pro-russe

L’Union européenne prolonge les sanctions contre Jacques Baud, l’ex-colonel suisse jugé pro-russe

L’UE a reconduit début octobre son catalogue d’actions contre les activités déstabilisatrices de la Russie. Parmi les personnes touchées figure l’ancien gradé genevois, longtemps agent du renseignement, accusé de servir la parole de Moscou

Le Temps avec l’ATS

Publié le 25 octobre 2026

L’Union européenne (UE) a prolongé jusqu’au 9 octobre 2027 les sanctions contre le Suisse Jacques Baud. Accusé de relayer la propagande pro-russe, cet ancien colonel suisse établi à Bruxelles reste visé par un gel de ses avoirs et des restrictions de déplacement. Les motifs retenus contre lui ont été légèrement remaniés.

Selon des documents officiels européens dont fait état dimanche le média suisse en ligne L’Impertinent, le Conseil de l’UE a reconduit le 8 octobre son régime de sanctions contre les «activités déstabilisatrices» de la Russie, qui concerne 80 personnes et 20 entités.

Inscrit sur cette liste depuis le 15 décembre 2025, Jacques Baud (71 ans) se voit reprocher ses interventions dans des médias qualifiés de pro-russes et la diffusion de «théories du complot». Le Conseil de l’UE lui reproche notamment d’avoir accusé l’Ukraine d’orchestrer sa propre invasion afin d’adhérer à l’OTAN.

Lire aussi: L’UDC vole au secours de Jacques Baud, ancien espion suisse sanctionné par l’Union européenne

Reformulation des accusations

Bruxelles accusait initialement Jacques Baud de soutenir des actions russes qui «compromettent ou menacent la stabilité ou la sécurité d’un pays tiers (l’Ukraine)». Le nouveau texte évoque aujourd’hui des actions qui «compromettent la démocratie et menacent la stabilité ou la sécurité d’un pays tiers». L’Ukraine n’est plus explicitement nommée et le «ou» est devenu «et». Les accusations concrètes demeurent inchangées. L’UE n’explique pas cette reformulation.

L’intéressé réfute ces griefs. Il l’avait notamment déclaré à la Weltwoche, l’hebdomadaire dirigé par Roger Köppel. Dans un long entretien vidéo avec ce dernier, il se défendait: «Je n’ai absolument aucune relation avec la Russie. Je n’ai reçu aucun centime, aucun rouble.» Jacques Baud affirme fonder ses analyses sur des sources ukrainiennes et américaines et conteste notamment l’interprétation de ses propos sur l’invasion russe. Ceux-ci renvoyaient, selon lui, à une interview accordée en 2019 par Oleksiy Arestovytch, futur conseiller du président ukrainien Volodymyr Zelensky. Jacques Baud a saisi le Tribunal de l’UE en mars 2026 pour demander l’annulation de son inscription.

Lire aussi: Visé par des sanctions de l’UE, l’ex-espion suisse Jacques Baud gagne une (petite) bataille à Bruxelles

Large audience sur internet

Colonel d’état-major général à la retraite, né à Genève, Jacques Baud a travaillé de 1983 à 1990 pour le renseignement suisse, où il analysait les forces du pacte de Varsovie. Il a ensuite exercé différentes fonctions pour l’ONU, notamment au Soudan.

Très critique envers la politique de l’UE et des pays occidentaux sur la guerre en Ukraine, Jacques Baud bénéficie d’une large audience sur internet, particulièrement sur YouTube, où ses interventions cumulent plusieurs millions de vues. Plusieurs de ses interviews, diffusées notamment sur Sud Radio et Le Média, approchent ou dépassent le million de visionnages. D’autres, sur Omerta, réunissent plusieurs centaines de milliers de vues. Ses analyses trouvent aussi un écho sur la chaîne de l’hebdomadaire alémanique Die Weltwoche.

Les sanctions ont de lourdes répercussions sur sa vie quotidienne. Jacques Baud ne peut plus disposer librement de ses comptes bancaires, notamment pour accéder à sa pension. Il affirme également ne pas pouvoir quitter la Belgique. Une dérogation humanitaire lui avait permis de retrouver l’accès à son compte belge de la mi-mars à fin juin, après plusieurs mois de blocage. Depuis début juillet, ses fonds sont de nouveau inaccessibles, selon ses déclarations.

Une nouvelle dérogation, demandée début mai, a été accordée début octobre par les autorités belges. Mais à la mi-octobre, elle n’était toujours pas mise en œuvre. Jacques Baud dénonce une situation «complètement kafkaïenne».

 

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https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-censurati_dal_loro_padrone_la_pena_del_contrappasso_dei_censori_ue_del_web/45289_69381/

Censurati dal loro padrone: la pena del contrappasso dei censori Ue del web

I "cacciatori di fake news" di EU DisinfoLab hanno commesso un errore fatale

La Redazione de l'AntiDiplomatico

9 Ottobre 2026

Washington ha messo alle corde diversi  governi alleati, esercitando pressioni senza precedenti per far ritirare il loro supporto a una conferenza organizzata da una ONG europea finanziata dall'UE. Il motivo dello strappo? L'organizzazione, EU DisinfoLab, aveva osato classificare gli Stati Uniti come potenziale fonte di disinformazione straniera. 

L'evento, la conferenza #Disinfo2026 in programma a Vilnius, in Lituania, aveva infatti etichettato gli USA come attore FIMI (Foreign Information Manipulation and Interference). Un termine che, nel gergo di Bruxelles, è solitamente riservato ai rivali geopolitici come Russia e Cina per descrivere le loro presunte attività malevole online. 

La reazione USA è stata fulminea. Secondo quanto riportato da Politico, che ha citato fonti del Dipartimento di Stato e cablogrammi riservati inviati alle ambasciate USA, i funzionari americani hanno fatto capire chiaramente che «etichettare gli Stati Uniti come una minaccia FIMI mina gli obiettivi condivisi e dovrebbe allarmare tutti i coinvolti».  Il risultato? Una vera e propria ritirata con la coda tra le gambe. Ancora prima che la conferenza aprisse i battenti, i loghi del Servizio europeo per l'azione esterna (SEAE) e dei ministeri degli Esteri di Canada e Lituania erano magicamente scomparsi da tutto il materiale promozionale. A salvare la faccia, solo il Ministero degli Esteri francese e l'amministrazione comunale di Vilnius. Secondo Rapporteur (ex Euractiv), la campagna di pressione è stata innescata dallo scrittore americano Michael Shellenberger, che si era dimesso dal ruolo di relatore proprio dopo aver scoperto l'etichetta FIMI affibbiata al suo Paese.

Per capire la reazione sproporzionata di Washington, bisogna guardare alla storia di EU DisinfoLab, una ONG con sede in Belgio che funge da info-gatekeeper (guardiano dell'informazione) per l'UE, spesso utilizzata per emarginare e diffamare i dissidenti che si oppongono alla linea  politica di Bruxelles.

La carriera dell'organizzazione è decollata nel 2018, nel modo più classico per i "cacciatori di fake news" allineati: trasformando i critici online del presidente francese Emmanuel Macron in "filo-russi". Durante lo scandalo che vide coinvolto Alexandre Benalla, la guardia del corpo di Macron filmata mentre picchiava dei manifestanti indossando equipaggiamento della polizia, EU DisinfoLab denunciò una massiccia operazione russa. I loro "ricercatori" scovarono presunti "bot russi" e account "filo-russi" che alimentavano l'indignazione pubblica. Peccato che, tra gli account analizzati, ci fossero anche quelli di  politici dell'opposizione francese come Jean-Luc Mélenchon e Marine Le Pen, suscitando forti dubbi sulla loro metodologia. Tutta questa industria dei "presunti esperti" di disinformazione è nata sulle ceneri della bolla del Russiagate. La campagna orchestrata dall'ex presidente Barack Obama e da Hillary Clinton per legare Donald Trump alla Russia ha creato un mercato florido. I critici, tuttavia, accusano da tempo queste organizzazioni di fungere da proxy per una censura di Stato che le autorità non possono imporre direttamente.

La patina di rispettabilità di EU DisinfoLab, inoltre, si è sgretolata più di una volta. Nel 2022, l'Autorità belga per la protezione dei dati (APD), in collaborazione con la francese CNIL, ha multato l'ONG e il suo ricercatore capo, Nicolas Vanderbiest, per aver elaborato illegalmente dati personali, rivelando opinioni politiche ed esponendo gli utenti a potenziali discriminazioni attraverso il profilamento politico. Nonostante questo, le dichiarazioni finanziarie mostrano che la Commissione Europea ha erogato all'ONG almeno 1,4 milioni di euro di sovvenzioni nel corso degli anni, spingendo l'eurodeputata del Rassemblement National Virginie Joron a chiederne il taglio dei fondi.

Chi sono, dunque, i censori dell'Occidente? Il consiglio di amministrazione di EU DisinfoLab riflette i legami strettissimi tra l'industria occidentale della "contro-disinformazione" e le operazioni di infowarfare governative.

Tra i membri del consiglio spicca Emma Le Mesurier, vedova ed ex collega di James Le Mesurier, l'ex ufficiale dell'esercito britannico che ha contribuito a fondare i Caschi Bianchi in Siria, il gruppo finanziato dall'Occidente che ha supportato le forze jihadiste nel tentativo di rovesciare il presidente Bashar al-Assad. 

Un altro membro è Andy Pryce, veterano della diplomazia britannica che ha lanciato e diretto il programma del Foreign Office destinato a contrastare le comunicazioni strategiche russe. Il suo nome era inoltre apparso nel "cluster britannico" dell'Integrity Initiative, un progetto di manipolazione mediatica finanziato dal Regno Unito, smascherato nel 2018 dopo la fuga di documenti interni. A completare il quadro, l'ex membro del consiglio Camille Francois, che ha lavorato a un'indagine sull'"interferenza russa" nelle elezioni USA del 2016 per conto della Commissione Intelligence del Senato.

La morale è semplice: nel mondo della "contro-disinformazione" europea, la manipolazione dell'informazione è un'arma potente e pericolosa. Ma a quanto pare, viene considerata tale solo quando a utilizzarla è il "nemico".

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