NUOVA INIZIATIVA DI SEGNO NEOIRREDENTISTA DELLA REGIONE VENETO / DALLE NUOVE INDICAZIONI A BASOVIZZA / STILATA LA “LISTA NERA” DI CHI NON HA CELEBRATO IL GIORNO DEL RICORDO / UN RICORDO SENZA CONTRADDITTORIO / ITALIANO BUONO, SLAVO CATTIVO. IL CONCORSO DEL MIM SUL GIORNO DEL RICORDO / RICORDARE I DRAMMI DELLA STORIA, MINISTRO BIANCHI? / FOIBE, A SIENA ARRIVA LA STORIA UFFICIAL-COMUNALE / DISINFORMAZIONE DA MANUALE... SCOLASTICO
LIBRO E MOSCHETTO
1) NUOVA INIZIATIVA DI SEGNO NEOIRREDENTISTA DELLA REGIONE VENETO: soldi per iniziative pubbliche, attività nelle scuole, viaggi di studio e un concorso "Norma Cossetto" per indottrinare gli studenti delle scuole superiori
2) DALLE NUOVE INDICAZIONI A BASOVIZZA (di Rosanna Rizzi, settembre 2026)
3) STILATA LA “LISTA NERA” DI CHI NON HA CELEBRATO IL GIORNO DEL RICORDO (di F. Rucco e USB Scuola, marzo 2026)
4) UN RICORDO SENZA CONTRADDITTORIO (di Rosanna Rizzi, febbraio 2026)
5) ITALIANO BUONO, SLAVO CATTIVO. IL CONCORSO DEL MIM SUL GIORNO DEL RICORDO E LA STORIA RIDOTTA A MACCHIETTA (di Luca Casarotti, dicembre 2025)
6) RICORDARE I DRAMMI DELLA STORIA, MINISTRO BIANCHI? USB SCUOLA RISPONDE: SÌ, MA TUTTI! (USB Scuola, febbraio 2022)
7) FOIBE, A SIENA ARRIVA LA STORIA UFFICIAL-COMUNALE (di Davide Conti, settembre 2021)
8) DISINFORMAZIONE DA MANUALE... SCOLASTICO (di Eric Gobetti, marzo 2021)
Segnalazioni in ordine cronologico inverso.
Vedi anche:
Studenti cantano "Di là dall'acqua" nel Giorno del Ricordo: polemica a Chioggia (Samuele Meton, 13 febbraio 2026)
Chioggia, studenti cantano un brano della Compagnia dell’Anello al Giorno del Ricordo: Cgil chiede l’intervento dell’Ufficio scolastico.
https://www.nordest24.it/chioggia-canzone-compagnia-anello-giorno-ricordo-polemica-scuola
Giorno del Ricordo, dopo la protesta degli studenti annullato il dibattito sulle Foibe con il senatore Roberto Menia (F. Q., 10.2.2025)
Il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, ha espresso profondo disappunto: "Grave, auspico che l’evento possa essere al più presto ripristinato"
Foibe, rissa al liceo classico Pigafetta: minorenne preso a pugni finisce all'ospedale. I genitori: «Violenza contro la democrazia e la Costituzione» (8 febbraio 2025)
La discussione era nata durante il volantinaggio di Azione studentesca
Genova, la denuncia dell’Anpi: “Esponenti di Casapound invitati nelle scuole nel Giorno del Ricordo”. I municipi della Valbisagno: “Nessun iscritto di quel gruppo tra i relatori” (14 febbraio 2024)
Limena (PD), la scuola dice no a “Foiba rossa” (Irene Barichello, 17.2.2021)
Una vittoria della cittadinanza. L’iniziativa di distribuire il fumetto agli studenti delle scuole medie era stata presa dall’amministrazione di centro-destra, con immancabile annuncio su Fb...
https://www.patriaindipendente.it/cronache-antifasciste/limena-pd-la-scuola-dice-no-a-foiba-rossa/
Se il Ricordo diventa pretesto di oblio (Irene Barichello, 11.2.2021)
“Contestualizzare” storicamente una vicenda significa tout court “negare” o “sminuire”? È quanto si è rimproverato alla presidentessa della consulta provinciale degli studenti veronesi intervenuta alle commemorazioni delle vittime delle foibe e degli esuli istriani giuliani e dalmati...
https://www.patriaindipendente.it/cronache-antifasciste/se-il-ricordo-diventa-pretesto-di-oblio/
LA PAGINA PROPAGANDISTICA DEL MINISTERO DEDICATA ALLE SCUOLE:
https://www.scuolaeconfineorientale.it/
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Nuova iniziativa di segno neoirredentista della Regione Veneto: soldi per iniziative pubbliche, attività nelle scuole, viaggi di studio e un concorso "Norma Cossetto" per indottrinare gli studenti delle scuole superiori
https://www.vipiu.it/leggi/foibe-esodo-legge-veneto-reazioni/
Foibe ed esodo giuliano-dalmata, il Veneto approva la legge tra sostegno e rilievi del Pd
Giulia Matteazzi, 20 Ottobre 2026
Il Consiglio regionale approva il provvedimento con 31 voti favorevoli. Previsti iniziative pubbliche, attività nelle scuole, viaggi di studio e premi.
La legge veneta su foibe ed esodo giuliano-dalmata è stata approvata dal Consiglio regionale con 31 voti favorevoli, un contrario e otto consiglieri che non hanno partecipato al voto. Il provvedimento introduce strumenti commemorativi, educativi e di ricerca dedicati alla tragedia delle foibe e all’esodo.
Tra le misure figurano una seduta solenne o speciale per il Giorno del Ricordo, il concorso annuale “Norma Cossetto” destinato alle scuole secondarie, viaggi di studio, iniziative culturali e premi per tesi di laurea. Per l’anno in corso sono indicati centomila euro.
Il testo e l’attività istituzionale fanno capo al Consiglio regionale del Veneto. A Vicenza il Giorno del Ricordo è già accompagnato da cerimonie e iniziative culturali.
Legge veneta su foibe ed esodo, le posizioni in Consiglio
Il vicepresidente Massimo Soranzo e la consigliera Alessia Borgia, entrambi di Fratelli d’Italia, sottolineano il ruolo delle scuole, degli archivi, della digitalizzazione e della ricerca. Soranzo parla di memoria da trasmettere senza reticenze; Borgia richiama la partecipazione delle istituzioni e il coinvolgimento degli studenti.
Il democratico Giovanni Del Bianco spiega invece la mancata partecipazione del Pd al voto. Pur ribadendo la condanna delle violenze e la gravità della tragedia, chiede una ricostruzione cronologica e scientifica rigorosa, con il contributo di università ed enti locali, e critica il mancato accoglimento degli emendamenti proposti.
Marco Lovat evidenzia l’approvazione di un suo ordine del giorno per collocare gli eventi in un contesto storico ampio, evitando strumentalizzazioni. Matteo Baldan replica inoltre alle parole del consigliere Cunegato, contestando la definizione del provvedimento come iniziativa neofascista e chiedendo rispetto per vittime ed esuli.
La legge veneta su foibe ed esodo apre così una fase attuativa. Programmi scolastici, progetti culturali e risorse dovranno tradurre il testo in attività verificabili, mentre il confronto politico resta aperto sul metodo storico e sul modo di costruire una memoria condivisa.
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https://www.diecifebbraio.info/2026/09/dalle-nuove-indicazioni-a-basovizza/
DALLE NUOVE INDICAZIONI A BASOVIZZA
di Rosanna Rizzi
28 Settembre 2026
La scuola pubblica italiana continua a essere il terreno privilegiato di una sistematica operazione di pedagogia nazionale. L’ennesima conferma arriva dalla Puglia, con la partecipazione dell’Istituto Comprensivo “Massari-Galilei” di Bari alla “Formazione avanzata sui Luoghi del Ricordo nella Frontiera Adriatica”, un percorso promosso dal Ministero dell’Istruzione e del Merito che ha visto la presenza del professor Luciano Traversa in rappresentanza dell’istituto.
Il resoconto diffuso dalla scuola racconta con nettezza le tappe della prima giornata: la visita alla Foiba di Basovizza — definita senza esitazioni «monumento-emblema dell’eccidio nel Carso triestino» — e quella al vicino Centro di Raccolta Profughi di Padriciano, descritto come luogo della «memoria viva» dell’esodo istriano, dalmata e fiumano. L’obiettivo esplicito dell’iniziativa, come si legge nel comunicato, è produrre una immediata «ricaduta formativa sugli alunni».
Non ci troviamo di fronte a un semplice dettaglio organizzativo o a un innocuo corso di aggiornamento. Siamo dentro un preciso passaggio politico e pedagogico: la politica pubblica della memoria non si accontenta più della celebrazione rituale del 10 febbraio. Oggi il Ministero interviene a monte, formando direttamente i docenti affinché una determinata esperienza emotiva e istituzionale dei luoghi della memoria possa essere tradotta e replicata nelle aule scolastiche.
La filiera istituzionale della memoria
Questo processo ha basi giuridiche ed economiche ben precise. La Legge 21 febbraio 2024, n. 16 ha ulteriormente strutturato l’intervento statale introducendo i “Viaggi del ricordo” per gli studenti e vincolandoli a preventivi percorsi di formazione per gli insegnanti, oltre a stanziare risorse finanziarie dirette per la valorizzazione di specifici siti memoriali, tra cui proprio Basovizza e Padriciano.
Si chiude così un circuito perfetto: finanziamento pubblico, formazione ministeriale dei docenti, visita guidata al monumento e successiva ricaduta didattica sulle classi.
È fondamentale chiarirlo a scanso di ogni equivoco: il problema non è, e non è mai stato, il fatto che la scuola analizzi la complessa storia del confine orientale, le foibe o l’esodo. Si tratta di pagine dolorose che meritano pieno rigore analitico e dignità di studio. Il nodo problematico, squisitamente politico e pedagogico, risiede nell’idea stessa di storia che viene costruita quando il punto di partenza dell’insegnamento cessa di essere la ricerca storiografica e diventa un percorso memoriale predisposto e calato dall’alto dalle istituzioni.
Le stesse Linee guida ministeriali per la didattica della Frontiera Adriatica ricordano teoricamente che la materia è complessa, che l’uso pubblico della storia corre il rischio di produrre pericolose semplificazioni ideologiche e che occorre integrare fonti di diversa natura — documentarie, monumentali, letterarie, iconografiche — riconoscendo la coesistenza di memorie differenti. Ma questo condivisibile principio rischia di rimanere un guscio vuoto se smentito dalla prassi dei corsi di formazione.
Un monumento non è una fonte neutrale
Che cosa si racconta, infatti, quando ci si ferma davanti al sacrario di Basovizza?
Un monumento non è mai una fonte neutrale. Anche quando commemora sofferenze drammatiche e vittime reali, un luogo di memoria è il prodotto plastico di una scelta culturale e politica: qualcuno ha stabilito dove edificarlo, quali forme architettoniche dargli, quali epigrafi incidere e quale specifica lettura del passato consegnare alla cittadinanza.
Un’operazione didatticamente corretta e storiograficamente fondata non può limitarsi a portare i docenti — e di riflesso gli studenti — davanti a un monumento per sollecitarne l’adesione emotiva. Insegnare la storia di Basovizza significa analizzare anche la vicenda della costruzione del monumento stesso, le sue trasformazioni nel corso dei decenni, le sue stratificazioni simboliche, le controversie storiografiche che l’hanno accompagnato e la documentazione d’archivio disponibile.
Lo stesso vale per il campo di Padriciano. La vicenda dell’esodo e le drammatiche condizioni dei profughi costituiscono un capitolo essenziale del secondo dopoguerra italiano. Ma studiarlo con metodo storico significa interrogare il funzionamento concreto dei Centri di Raccolta Profughi, le politiche nazionali ed estere di accoglienza, le spaccature sociali e le diverse esperienze vissute dagli esuli stessi. Altrimenti, il luogo fisico smette di essere un punto di partenza per interrogare il passato e si trasforma nel punto di arrivo di una narrazione precostituita.
L’impatto delle Nuove Indicazioni Nazionali
Questa spinta alla monumentalizzazione della didattica appare ancora più allarmante se letta in parallelo con le recenti Nuove Indicazioni Nazionali per il primo ciclo. Nel capitolo dedicato alla Storia, il quadro ministeriale accentua con forza la «dimensione nazionale italiana», orientando la disciplina alla costruzione dell’identità storico-culturale del Paese.
Ancora più grave è l’esplicito depotenziamento dell’obiettivo di formare alunni capaci di analizzare criticamente le fonti e di confrontare le diverse interpretazioni storiografiche, a favore di una visione prevalentemente narrativa e fattuale della disciplina.
Il cortocircuito pedagogico è evidente: mentre lo Stato organizza e perimetra la memoria attraverso la formazione e i “luoghi del ricordo”, toglie alla scuola e al curricolo proprio quegli strumenti metodologici che permetterebbero a studenti e insegnanti di decostruire e interrogare quei medesimi luoghi. Si chiede ai docenti di rinunciare al vaglio critico per farsi semplici ripetitori di un racconto nazionale.
Ricomporre la complessità: la frontiera oltre la narrazione monolitica
La storia della Frontiera Adriatica è per sua natura storia di un territorio plurilingue e multiculturale, segnato da stratificazioni profonde. Non comincia nel settembre del 1943 e non si esaurisce con la firma dei trattati di pace.
Trattare storicamente questo spazio geografico significa mettere in relazione e contestualizzare i diversi capitoli che l’hanno attraversato: il nazionalismo d’inizio Novecento, il fascismo di confine e le violente politiche di italianizzazione forzata, la brutalità dello squadrismo, l’occupazione e la repressione italiana in Jugoslavia durante il secondo conflitto mondiale, le dinamiche della guerra totale, la Resistenza e le sue diverse anime, le violenze del dopoguerra, le foibe, l’esodo e le ridefinizioni confinarie.
Non si tratta di istituire equivalenze morali o di mettere artificialmente sullo stesso piano vicende storiche differenti. Si tratta, al contrario, di applicare quel principio di contestualizzazione che è la spina dorsale della nostra disciplina.
La memoria conserva l’esperienza, custodisce il dolore e rivendica un’appartenenza; la storia sottopone tutto ciò a vaglio critico, incrocia i documenti, interroga il silenzio delle fonti, assegna le responsabilità e colloca gli eventi nel tempo e nello spazio. Se la formazione dei docenti viene ridotta a un’esperienza prevalentemente emotiva nei luoghi simbolici, si ottiene l’effetto opposto a quello dichiarato: si trasforma una storia articolata in una narrazione semplificata e monolitica.
Autonomia scolastica e libertà di insegnamento
L’esperienza dell’IC “Massari-Galilei” di Bari non va giudicata per le intenzioni dei docenti che vi prendono parte, che non si intendono qui mettere in discussione. Essa rappresenta piuttosto una preziosa spia di come la politica della memoria stia modificando la carne viva della scuola pubblica italiana.
È una questione che tocca direttamente l’autonomia scolastica e la libertà di insegnamento garantita dalla Costituzione. Il nodo centrale che ogni docente è chiamato a sciogliere non è se gli studenti debbano o meno conoscere le foibe e l’esodo. La vera domanda è un’altra: vogliamo consegnare alle nuove generazioni una memoria di Stato già confezionata, orientata alla costruzione dell’identità nazionale, oppure vogliamo dotarle degli strumenti critici indispensabili per comprenderne la complessità?
Portare un insegnante o una classe davanti a un monumento non significa posizionarli neutralmente «davanti alla storia», ma di fronte a una specifica rappresentazione di essa. Quando questa rappresentazione viene finanziata, promossa e trasformata in formazione ufficiale dal Ministero, diventa un dovere professionale e civile chiedersi chi l’abbia costruita, su quali fonti si regga e quali altre pagine di storia siano state lasciate fuori dal campo visivo.
Non è in gioco soltanto il modo in cui ricordiamo il 10 febbraio. È in gioco l’idea stessa di scuola democratica: un luogo che non trasmette dogmatici racconti di Stato, ma insegna faticosamente a distinguere la memoria dalla storia, imparando a interrogare criticamente l’una e l’altra.
Riferimento: https://www.facebook.com/100063565690834/posts/1718972253564948/
Bari, 20 settembre 2026
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ASCOLTA ANCHE:
Credere Obbedire Insegnare di Federico Giusti, 21/03/2026
https://www.mixcloud.com/radiograd/yesterdays-papers-credere-obbedire-insegnare-di-federico-giusti/
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Le ingerenze della destra sulle scuole. Stilata la “lista nera” di chi non ha celebrato Il Giorno del Ricordo
di Federico Rucco, 19 Marzo 2026
Il “Giorno del Ricordo”, fortemente voluto dalla destra al governo nel 2004 per creare una giornata nazionale da contrapporre al 25 Aprile, da ventidue anni ha la pretesa istituzionale e politica di essere adeguatamente celebrato nelle scuole.
Il 10 febbraio di ogni anno intende ricordare i morti italiani nelle foibe a seguito delle ritorsioni jugoslave del 1945 nelle terre di confine in Dalmazia e nel Carso.
Rifiutata ogni argomentazione di contesto storico, nel quale andrebbero contemplate anche le atrocità commesse dalle truppe e dai fascisti italiani contro le popolazioni slave negli anni precedenti, la destra neofascista ha sempre utilizzato i morti delle foibe come una clava storica, ideologica e politica per legittimare il fascismo attraverso la denuncia delle violenze dei partigiani jugoslavi e italiani.
Inutile dire che il carattere strumentale e vendicativo del “Giorno del Ricordo” fa fatica ad essere assunto come momento commemorativo e memoria comune nel paese.
Di fronte a questa difficoltà la destra ha deciso di stilare una sorta di lista nera delle scuole italiane dove, secondo il deputato di Fratelli d’Italia Rampelli e altri nove parlamentari del medesimo partito, la giornata non è stata celebrata adeguatamente.
In una interrogazione parlamentare al ministro dell’Istruzione Valditara, Rampelli denuncia che “in molte istituzioni scolastiche del sistema nazionale di istruzione, non verrebbe dato adeguato seguito alle suddette iniziative in occasione del «Giorno del Ricordo»: è il caso del Liceo Classico G.B. Vico e Liceo Scientifico Filippo Masci di Chieti, del Liceo Classico Dante Alighieri di Latina, dell’Istituto Galileo Galilei di Latina, del Liceo Gb Grassi di Latina, dell’Istituto Crescenzi Pacinotti Sirani di Bologna o dell’Istituto istruzione superiore «G.B. Vaccarini» Catania”. L’on. Rampelli sembra prestare particolare attenzione alle scuole disobbedienti in due feudi della destra come Chieti e Latina.
Ma dopo questa striminzita lista di scuole a livello nazionale, l’on. Rampelli dettaglia assai più ampiamente quante scuole della Capitale non si sono adeguate alle celebrazioni del “Giorno del Ricordo”. E qui la lista si allunga a dismisura.
“Da testimonianze raccolte, a esempio, risulta all’interrogante che nelle citate scuole romane sarebbero stati totalmente ignorati gli indirizzi previsti da due leggi dello Stato” scrive il deputato di FdI. E giù con la lista nera:
Liceo Classico «Torquato Tasso»; Liceo Scientifico Statale «Augusto Righi»; Liceo Classico Statale «Plinio Seniore»; Liceo Scientifico Statale «Enrico Fermi»; Liceo Classico Statale «Vincenzo Gioberti»; Istituto di Istruzione Superiore «Rosario Livatino»; Liceo Scientifico Statale «Galileo Galilei»; Liceo Scientifico Statale «Giorgio De Chirico»; Liceo Scientifico Statale «Evangelista Torricelli»; Liceo Scientifico Statale «Leon Battista Alberti»; Liceo Scientifico Statale «Isaac Newton»; Liceo Classico Statale «Cornelio Tacito»; Liceo Scientifico Statale «Blaise Pascal»; Liceo Scientifico Statale «Margherita Hack»; Liceo Scientifico Statale «Giuseppe De Santis»; Liceo Classico Statale «Benedetto Croce»; Liceo Scientifico Statale «Charles Darwin»; Liceo Scientifico Statale «Jean-Jacques Rousseau»; Liceo Scientifico Statale «Primo Levi»; Liceo Scientifico Statale «Giuseppe Peano»; Liceo Classico Statale «Camillo Cavour»; Istituto Tecnico Aeronautico Statale «Francesco De Pinedo»; Liceo Classico Statale «Orazio»; Istituto di Istruzione Superiore «Papareschi»; Istituto di Istruzione Superiore «Johannes Keplero»; Liceo Scientifico Statale «Giovanni Vivona»; Liceo Scientifico Statale «Ettore Majorana»; Liceo Scientifico Statale “Federigo Enriques”; Liceo Classico Statale «Anco Marzio»; Liceo Scientifico Statale «Michael Faraday»; Liceo Scientifico Statale «Paolo Toscanelli»; Liceo Classico Statale «Platone»; Liceo Classico Statale «Socrate»; Liceo Artistico Statale «Mario Mafai».
In pratica di tratta quasi della maggioranza dei licei di Roma. Colpisce la sproporzione tra la ricognizione sulle scuole “inadempienti” o “disobbedienti” a livello nazionale e quella sulla Capitale. Viene da chiedersi se l’on. Rampelli non abbia mai sentito una nota canzone su “Roma come città ribelle e mai domata”.
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Sulla lista nera delle scuole stilata dell’on Rampelli pubblichiamo il comunicato prodotto da Usb-scuola e dagli studenti e studentesse di Osa:
[Fonte: pagina FB di USB Scuola, 1͏9͏ ͏m͏a͏r͏z͏o͏ 2026
Il vicepresidente della Camera – l’ex missino e oggi Fdi Fabio Rampelli – scheda le scuole che non ricordano adeguatamente le foibe, e chiede a Valditara di intervenire. Sono 41 istituti, la maggior parte romani e con una storica tradizione di lotta e mobilitazione quindi “scomodi” per il governo, raccolti in una lista presentata alla Camera ma pubblica e consultabile online.
Chi ha stilato questa lista per Fratelli d’Italia? Con quale criterio vengono indicate queste scuole? Servivano a questo le schedature dei professori “di sinistra” fatte dalle giovanili di Fdi?
Come USB Scuola e Osa denunciamo questa grave ingerenza: è chiaro il tentativo del Governo di mettere le mani sulle scuole per imporre la propria linea politica. Non c’è scritto da nessuna parte che le scuole siano tenute a organizzare iniziative sulle giornate indette dal Ministero né sulle foibe, tanto più se è una vicenda avvolta dal revisionismo storico e utilizzata dal neofascismo per legittimarsi e immettersi nelle scuole, contestata dalle scuole e studiosi.
Come nella peggiore tradizione fascista, Rampelli vuole scuole irregimentate, “entusiaste” per le giornate care al Governo, controllate dal Ministero – soprattutto se istituti scomodi e liberi. E se non lo sono vanno schedate e segnalate.
Basta schedature, basta ingerenze, basta fascismo aziendale negli istituti. Giù le mani dalle scuole!
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https://www.diecifebbraio.info/2026/02/un-ricordo-senza-contraddittorio/
UN RICORDO SENZA CONTRADDITTORIO
Scuola, Giorno del ricordo il doppio standard della memoria
di Rosanna Rizzi
La vicenda dell’incontro di Eric Gobetti cancellato all’IIS “Mario Rapisardi” di Paternò è ormai nota, anche grazie all’articolo già pubblicato sul sito dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, che ne ricostruisce puntualmente tappe e contesto. [ https://osservatorionomilscuola.com/2026/02/06/proposito-censura-eric-gobetti-parlare-iis-rapisardi-paterno/ ]
Qui interessa soprattutto un elemento: la parola “contraddittorio” usata come grimaldello per impedire la parola a uno storico antifascista. Un uso tanto più significativo se confrontato con ciò che accade nel resto del Paese, dove – spesso nelle stesse scuole – iniziative chiaramente sbilanciate sul Giorno del Ricordo si svolgono senza che nessuno senta il bisogno di pretendere una voce diversa.
Il problema, dunque, non è l’assenza di pluralismo in astratto, ma l’uso selettivo del “contraddittorio” come dispositivo politico. Da un lato, una scuola in cui il contraddittorio diventa pretesto per una censura; dall’altro, una scuola in cui il contraddittorio scompare del tutto, proprio quando a parlare sono associazioni e comitati portatori di una lettura nazionalista e selettiva delle vicende del confine orientale.
È su questa asimmetria che vale la pena soffermarsi, anche alla luce del lavoro di ricerca che Sandi Volk ha dedicato alla legge istitutiva del Giorno del Ricordo, in un libro che parla esplicitamente di “ricordo truccato”.
Iniziative a senso unico: il calendario del “ricordo” nelle scuole
Se proviamo a mappare[1] anche solo alcune iniziative per il Giorno del Ricordo organizzate in ambito scolastico, emerge un quadro molto diverso da quello evocato quando si invoca il contraddittorio contro Gobetti.
A Trinitapoli, ad esempio, per il 9 febbraio 2026 è previsto un convegno presso l’auditorium dell’IC “Garibaldi/Leone”, seguito da un corteo “patriottico” e dalla deposizione di una corona al “Monumento ai Martiri delle foibe” in Largo del Ricordo.
Ad Altamura, il 13 febbraio 2026, l’auditorium della scuola secondaria di primo grado “Eugenio Pacelli” ospiterà un incontro dedicato agli studenti dell’Istituto Comprensivo di cui fa parte.
In entrambi i casi siamo di fronte a eventi costruiti in piena continuità con il linguaggio e i rituali nazionali del Giorno del Ricordo: cerimonie, cortei, retorica patriottica. Non troviamo invece traccia di un reale confronto tra approcci storici diversi, né dell’idea che su questi temi esista un dibattito aperto nella comunità degli studiosi. Il “contraddittorio”, qui, semplicemente non è contemplato.
Ancora più esplicito è il caso di Cassano delle Murge, dove il 5 febbraio 2026 si è tenuta presso la Scuola Media “V. Ruffo” l’iniziativa “Foibe: il valore del ricordo”, promossa dal Comitato 10 Febbraio Cassano delle Murge in collaborazione con l’IC “Perotti-Ruffo”, con il patrocinio della Città Metropolitana di Bari e della Presidenza nazionale dell’ANSI.
Il comunicato diffuso dalla stampa locale spiega che l’incontro intende “mantenere viva la memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata” e ricordare la figura di Norma Cossetto. La comunicazione ufficiale della scuola lo presenta come “momento formativo” rivolto alle classi terze, coordinato dall’avvocata Raffaella Casamassima, indicata come commissario provinciale del Comitato 10 Febbraio per la provincia di Bari.
Sulla pagina Facebook dell’istituto, il testo richiama il dettato dell’articolo 1 della legge 92/2004 e insiste sul fatto che l’iniziativa contribuisce a “valorizzare il patrimonio culturale, storico, letterario e artistico degli italiani dell’Istria, di Fiume e delle coste dalmate”, mettendo in rilievo il loro contributo allo sviluppo culturale e sociale e la necessità di preservarne le tradizioni.
Tutto questo avviene in una scuola secondaria di primo grado, con studenti di 12–13 anni, ai quali viene proposta un’unica narrazione, priva di contesto e senza la possibilità di confrontarsi con letture alternative del medesimo passato.
Dal C10F alla Fondazione Tatarella: la filiera della memoria
Un elemento ulteriore aiuta a capire il quadro politico in cui si inseriscono queste operazioni.
La stessa Raffaella Casamassima che interviene a Cassano in qualità di “commissario provinciale del Comitato 10 Febbraio” è anche tra i relatori dell’incontro “Foibe: il valore del ricordo” organizzato dalla Fondazione Giuseppe Tatarella a Bari il 3 febbraio 2026, accanto al senatore Roberto Menia – promotore della legge 92/2004 – e ad altri esponenti istituzionali e associativi.
La Fondazione Giuseppe Tatarella è dedicata alla memoria di Giuseppe “Pinuccio” Tatarella, storico dirigente della destra pugliese, già deputato del Movimento Sociale Italiano e di Alleanza Nazionale, poi ministro e vicepresidente del Consiglio nel primo governo Berlusconi. La sua stessa missione, come indicato nei materiali istituzionali, è conservare e valorizzare il patrimonio politico-culturale della destra di governo, a partire dalla figura di Tatarella e dalla tradizione che da MSI arriva ad AN.
Questo intreccio tra Fondazione Tatarella, Comitato 10 Febbraio e ANSI, da un lato, e scuola secondaria di primo grado, dall’altro, mostra con chiarezza come la memoria delle foibe che entra in classe non sia affatto neutra: viene veicolata da soggetti che appartengono a pieno titolo all’area politico-culturale della destra italiana.
E tuttavia, in questo caso, nessuno invoca il contraddittorio. Nessuno chiede di affiancare una voce di segno diverso. Nessun dirigente scolastico si interroga sull’opportunità di offrire agli studenti un quadro più ampio, che comprenda anche l’occupazione fascista, le violenze dell’esercito italiano e le ricerche critiche sulla stessa legge 92/2004.
La legge 92/2004 e l’architettura di una memoria selettiva
Questa asimmetria non si spiega solo con i rapporti di forza politici del presente, ma anche con l’architettura stessa della legge 92/2004, che ha istituito il Giorno del Ricordo.
Fin dalla sua approvazione, la legge si è concentrata sulla tragedia delle foibe e sull’esodo giuliano-dalmata, individuando nelle vittime italiane il centro simbolico della giornata e relegando a formule generiche il riferimento al contesto più ampio della guerra, delle occupazioni e della Resistenza.
A vent’anni di distanza, il lavoro di Sandi Volk consente di misurare concretamente gli effetti di questa impostazione, concentrandosi su un dispositivo preciso: il conferimento di riconoscimenti onorifici postumi agli “infoibati”, previsto dall’articolo 3 della legge. Nel volume Solo perché italiani? Un ricordo truccato, pubblicato come numero 14 della collana “orientamenti” (KappaVu/Jugocoord), Volk analizza l’elenco degli insignit i– 823 nominativi aggiornati a febbraio 2025 – incrociandoli con la documentazione jugoslava sui crimini di guerra e con le fonti disponibili su carriere e ruoli individuali.
Il risultato è sconvolgente: una parte consistente dei decorati risulta composta da funzionari del regime fascista, membri di formazioni collaborazioniste e, in diversi casi, persone segnalate dalle autorità jugoslave alla Commissione delle Nazioni Unite come presunti criminali di guerra.
La legge, dunque, non si limita a ricordare vittime civili, ma finisce per attribuire onorificenze pubbliche anche a individui che, per il loro coinvolgimento nell’apparato repressivo nazifascista, difficilmente possono essere considerati semplicemente “inermi” o “inermi perché italiani”.
È qui che si chiarisce il senso del sottotitolo scelto da Volk, “Un ricordo truccato”. Se la categoria unificante è quella di vittime “solo perché italiane”, scompaiono le differenze fondamentali tra civili uccisi, oppositori del fascismo, funzionari dello Stato occupante e collaboratori dei nazisti. La legge realizza così un’equiparazione simbolica – non giuridica, ma commemorativa – tra chi ha combattuto il fascismo e chi ha contribuito a mantenerlo in vita.
Scuola, Giorno del Ricordo e uso politico delle aule
Quando questa architettura di memoria selettiva entra nelle scuole attraverso iniziative come quelle di Cassano, Trinitapoli o Altamura, il problema non è soltanto l’assenza di contraddittorio.
Il problema è che la scuola viene trasformata nel luogo privilegiato di diffusione di una narrazione che, come mostra l’indagine di Volk, non si limita a ricordare le sofferenze dell’esodo e delle foibe, ma riorganizza l’intera storia del Novecento attorno a un unico asse: quello dell’italiano sempre e comunque vittima.
In questa narrazione non c’è spazio per la complessità dei contesti, per le responsabilità del fascismo italiano nei Balcani, per la dimensione di guerra di Liberazione che caratterizza la Resistenza jugoslava.
E, soprattutto, non c’è spazio per la domanda più scomoda: cosa significa, per una Repubblica nata dalla Resistenza, conferire medaglie anche a uomini coinvolti nell’apparato nazifascista, e poi presentare quella stessa operazione simbolica nelle classi come un neutro “valore del ricordo”?
Il doppio standard sul contraddittorio, allora, appare per quello che è. Non è un principio pedagogico, ma uno strumento politico. Lo si invoca per bloccare iniziative che mettono in discussione il mito degli “italiani brava gente” e raccontano occupazioni, deportazioni, campi di concentramento. Non lo si invoca quando a parlare sono associazioni che costruiscono un racconto vittimario e nazionalista, in perfetta continuità con l’impianto della legge 92/2004.
Per una didattica critica del 10 febbraio
Se si vuole sottrarre il Giorno del Ricordo a questo uso strumentale, la scuola pubblica deve rivendicare un altro ruolo: non cassa di risonanza delle memorie di Stato, ma luogo in cui le memorie vengono discusse, verificate e confrontate con la ricerca storica.
Questo significa, in concreto, che ogni iniziativa sul 10 febbraio dovrebbe includere almeno tre elementi: il racconto delle violenze subite da italiani (foibe, esodo), la storia delle violenze commesse dal fascismo italiano nelle stesse aree, e un confronto con le ricerche più recenti sulle politiche della memoria, a partire da lavori come quello di Sandi Volk.[2]
Non si tratta di sostituire la memoria in modo aritmetico o di sostituire una sofferenza con l’altra, ma di ricostruire i nessi che la commemorazione istituzionale tende a spessare. Non esiste una memoria “innocente”: ogni scelta su chi ricordare e come ricordarlo è una scelta politica.
Far leggere e discutere Solo perché italiani? Un ricordo truccato nei dipartimenti di storia delle università, nei corsi di aggiornamento per docenti, nei percorsi di educazione civica significherebbe restituire al Giorno del Ricordo la sua complessità, anziché usarlo come strumento di revisionismo istituzionale.
In questo senso, il caso Gobetti non è un episodio isolato, ma la spia di un processo più ampio, in cui la libertà di insegnamento e l’autonomia educativa vengono progressivamente compresse in nome di una memoria unica, addomesticata e funzionale ai rapporti di forza del presente.
Opporsi a questo processo significa rifiutare che il Novecento venga riscritto attraverso un dispositivo commemorativo che rimuove responsabilità storiche precise e confonde chi ha agito dentro l’apparato nazifascista con chi ha lottato contro di esso.
Bari, 6 febbraio 2026
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[1] Fonte iniziative: https://www.10febbraio.it/giorno-del-ricordo-elenco-provvisorio-delle-iniziative-organizzate-dal-comitato-10-febbraio/
[2] Si consiglia la visione della presentazione del volume di Sandi Volk avvenuta il 6 febbraio presso il Circolo della Stampa di Trieste: https://www.youtube.com/watch?v=tVTA3-p0cBI
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Qui il "meraviglioso" bando di concorso del MIM:
Italiano buono, slavo cattivo. Il concorso del Mim sul giorno del Ricordo e la storia ridotta a macchietta
L’operazione è sfacciata, cialtronesca e retrograda, ma a suo modo istruttiva. Il ministero dell’Istruzione e del Merito ha indetto un concorso per il Giorno del ricordo, rivolto alle scuole primarie e secondarie. Il concorso esiste dal 2009, non è un’invenzione di Valditara. Il titolo dell’edizione corrente (il bando scade il 20 dicembre) merita però di essere trascritto in tutta la sua prolissità e traballante sintassi: Pola, un simbolo dell’Esodo Istriano, Fiumano, Dalmata e Vergarolla, prima strage dell’Italia repubblicana, 18 agosto 1946. La Frontiera Adriatica, le violenze del comunismo titino nei confronti degli Italiani. Partenze e abbandoni, ritorno e memoria nel nuovo contesto di pace e rispetto dell’Europa Adriatica.I sintomi di peste del linguaggio sono manifesti, è inutile dilungarsi nella diagnosi. A fatica, sbrogliando la matassa informe di termini mal disposti e interpunzione incongrua, studenti e docenti che leggano la consegna capiscono questo: chi voglia partecipare al concorso dovrà elaborare attorno a tre fatti – l’esodo degli italiani dal confine adriatico, le violenze dei comunisti jugoslavi contro gli italiani, il ritorno degli italiani nelle terre dalle quali Tito li aveva esiliati.Dunque, evidentemente, le violenze titine saranno causa dell’esodo italiano, e il crollo del comunismo jugoslavo sarà causa del ritorno. La città di Pola sarà l’emblema dell’esilio; la strage di Vergarolla, il solo episodio di sangue menzionato, sarà invece l’esempio dell’efferatezza slavocomunista. Sfortunatamente, la storiografia smentisce la consegna ministeriale. I termini della questione sono riassunti in un articolo di Eric Gobetti sul sito di Jacobin Italia (La prima strage impunita, 10 febbraio 2025). Gobetti procede con tutte le cautele che s’impongono quando, come in questo caso, la documentazione è gravemente lacunosa; di queste cautele, il ministero si sente invece in diritto di fare a meno, attribuendo senz’altro la strage ai servizi segreti titoisti.
UN TEMA DI PROPAGANDA
Bisognerà allora mettere in chiaro cosa il ministero vuole dai partecipanti a un concorso del genere. Vuole non temi di storia ma di propaganda politica. Chiede insomma, se non di mentire, almeno di fare della cattiva retorica, per la maggior gloria della Patria, e per il maggior vittimismo del suo governo.Ecco perché l’operazione è sfacciata. La versione della storia dettata dalla consegna che abbiamo letto si produce all’intersezione di due insiemi: da un lato ci sono le leggende d’odio antislave e i motivi revanscisti della propaganda, repubblichina prima, neofascista poi; dall’altro c’è la memorialistica acritica delle associazioni fra gli esuli, che organizzano il concorso insieme al ministero.
STORIOGRAFIA, LA GRANDE ASSENTE
Non solo il concorso, in realtà. C’è tutto un apparato di iniziative in vista del 10 febbraio, diligentemente pubblicizzate sul sito scuolaeconfineorientale.it. A giudicare dal loro numero e dalla quantità di ore che il sito raccomanda di dedicare a ciascuna, sembra che la preparazione al Giorno del ricordo debba impegnare l’intero anno scolastico.Un’offerta formativa fondata su Foibe e Esodo: quaderni didattici, convegni, corsi d’aggiornamento per insegnanti. Tutto molto lodevole, se non fosse che da quest’intenso lavorio di formazione c’è una grande assente: la storiografia. Qualche accademico tra i più organici alle associazioni degli esuli partecipa in effetti ai corsi e ai convegni proposti con tanta insistenza agli insegnanti. Ma chi studia davvero la storia del confine italo-jugoslavo se ne tiene (o ne viene tenuto) molto alla larga.In compenso molto spazio viene concesso, in queste iniziative ministeriali, alle pellicole della Venice Film. Quest’anno, al XVI seminario nazionale su Vicende del confine orientale e mondo della scuola, i partecipanti hanno assistito alla proiezione del documentario Trieste è nostra: per farsi un’idea del contenuto se ne veda la presentazione sul sito dell’Anvgd (Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia). Nell’edizione del 2019 (si era, dunque, ben prima del ministero Valditara), era stata la volta di un’altra produzione Venice Film, Red Land / Rosso Istria: un film recitato male e scritto peggio, finanziato con fondi pubblici regionali, nel quale in sostanza i nazisti sono i buoni, come notava il gruppo di lavoro Nicoletta Bourbaki recensendolo sul sito di Wu Ming (Gli incontrollati fantasy su Norma Cossetto, parte prima, 22 gennaio 2019).Ecco perché l’operazione è cialtronesca. Su scuolaeconfineorientale.it, oltre ai refusi, ai link che non funzionano e ai contenuti che compaiono e scompaiono in ventiquattr’ore, si trovano quaderni didattici nei quali, tra profluvi di marchi registrati (Metaliber©) e riferimenti del tutto fuori luogo a Propp e Bateson, si propinano alle classi attività di nessun valore didattico, ben oltre il limite dell’offesa all’intelligenza di studenti e docenti: come inscenare in aula recite in costume con protagonisti i caratteri del buon irredentista italiano e del cattivo partigiano slavo.L’operazione non è dunque solo cialtronesca, ma anche retrograda. La storia ne viene ridotta a racconto patetico e mito edificante, che è del resto la direzione già additata dalle Indicazioni nazionali Galli della Loggia / Valditara: una storia buona alla meglio per riscaldare gli spiriti, come voleva Croce; alla peggio e più probabilmente, buona per forgiare il bravo patriota, pazienza se un po’ razzista.
(LUCA CASAROTTI, Il Domani, 7 dicembre 2025)
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Ricordare i drammi della storia, ministro Bianchi? USB Scuola risponde: sì, ma tutti!
USB Scuola, 10 febbraio 2022
La “Giornata del Ricordo” del 10 febbraio diventa sempre più l’occasione per iniziative nazionaliste, antipartigiane e storicamente revisioniste. In questa orgia di falsificazioni storiche è entrato purtroppo anche il Ministero dell’Istruzione con la circolare emanata dal capo dipartimento Stefano Versari che ha sostenuto che alla fine della guerra la “categoria” degli italiani sarebbe stata oggetto di uno sterminio paragonabile alla Shoa (e per aggiunta al genocidio armeno e alla strage dei musulmani di Srebenica). Una tale spregevole circolare è un falso storico e non può certo promuovere un serio spirito di informazione e di ricerca storica nelle scuole.
Il Ministro Bianchi è intervenuto sulla questione mettendoci una pezza che è peggiore del buco. Infatti il Ministro ha telefonato, scusandosi, alla presidente delle Comunità Ebraiche e a quello dell’ANPI, ribadendo che “Ogni dramma ha la sua unicità, va ricordato nella sua specificità e non va confrontato con altri, con il rischio di generare altro dolore” e garantendo l’impegno per la memoria della (sola) Shoa. Ci sentiamo di ricordare al Ministro che se la memoria deve essere per tutti i drammi, e siamo d’accordo, ciò deve valere anche per le deportazioni, le fucilazioni, l’incendio di interi paesi, le discriminazioni e le umiliazioni subite dalle popolazioni della Jugoslavia durante il fascismo e la seconda guerra mondiale. Per tutti e tutte coloro che morirono di stenti nei campi di prigionia italiani dell’isola di Rab/Arbe e di Gonars in particolare, dopo l’annessione di vasti territori jugoslavi all’ “impero” italofascista. Inoltre, delle scuse sarebbero da rivolgere anche alle associazioni dei partigiani sloveni, che spesso combatterono e perirono insieme a quelli italiani, che contribuirono alla liberazione dal nazismo delle nostre città e che invece sono stati descritti come bande di criminali. La storia non si può fare a brandelli, altrimenti si è solo dei mistificatori opportunisti, come purtroppo da anni si sta dimostrando la grande maggioranza dei politici italiani.
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https://ilmanifesto.it/foibe-a-siena-arriva-la-storia-ufficial-comunale/
Foibe, a Siena arriva la storia ufficial-comunale
di Davide Conti
19.09.2021
La scuola italiana, una delle ultime «ridotte» costituzionali del paese, riapre dopo il lungo inverno della didattica a distanza, della dispersione scolastica e dell’allargamento delle diseguaglianze sociali, culturali e formative ed immediatamente diventa terreno di incursioni politiche legate alla stretta strumentalità del dibattito pubblico «minore».
Accade così che nella Siena appena attraversata dall’aggressione mediatica al rettore dell’Università per Stranieri Tomaso Montanari, tacciato di «negazionismo» per aver correttamente denunciato la strumentalizzazione della vicenda delle foibe da parte della destra e delle sue formazioni più o meno estreme, la giunta guidata da Lega e Fratelli d’Italia che governa la città si appresti ad operare un’azione di uso pubblico torsivo della storia riversato su giovani studenti e studentesse appena tornati sui banchi in presenza.
La Commissione consiliare «Cultura e Scuola» del Comune, infatti, ha comunicato una sua riunione per il 21 settembre prossimo con due punti specifici all’ordine del giorno, il secondo dei quali recita testuale: «Iniziative da parte del Comune di Siena per una corretta informazione nelle scuole e nelle università del contesto storico del massacro delle foibe e degli altri massacri etnici. Condanna del negazionismo storico».
La formula della convocazione contiene in sé un falso storico associando le violenze sul confine italo-jugoslavo del settembre 1943 e del maggio 1945 alla nozione di «pulizia etnica»: ovvero una violenza che sarebbe stata esercitata contro gli italiani (fascisti e non) «solo perché italiani» completamente decontestualizzata dalla dimensione della guerra totale scatenata dai regimi dittatoriali di Roma e Berlino.
Una formula lontana dalla realtà e che nessuno storico serio afferma esserci stata, non fosse altro che per la presenza di migliaia di italiani nelle fila dell’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia (che per evidenti ragioni di logica ed appartenenza nazionale non avrebbero potuto odiare gli italiani «solo perché italiani»); per la presenza di migliaia di jugoslavi (deportati in Italia nei campi d’internamento fascisti) nella Resistenza italiana che combatterono per la Liberazione del nostro Paese a dispetto di un loro presunto odio etnico; per gli stessi caratteri ideologici che nei Balcani come nel resto dei campi di battaglia contrapposero non nazioni ma campi valoriali trasversali all’appartenenza etnica e nazionale: dittatura/democrazia, fascismo/antifascismo.
Ciononostante attorno alla definizione di «pulizia etnica» si alimenta, nella sfera e nella memoria pubblica, da un lato il paradigma vittimario legato alla lettura afascista delle vicende del nostro confine orientale (una rivisitazione che elude la questione dei crimini di guerra italiani nei Balcani durante la Seconda guerra mondiale e l’impunità garantita dai governi repubblicani ai criminali responsabili di stragi, deportazioni di civili e massacri) e dall’altro un tentativo di «rivincita memoriale» della destra postfascista protesa alla delegittimazione delle radici antifasciste della Repubblica attraverso la demonizzazione di una delle culture politiche fondative della democrazia costituzionale: il comunismo italiano.
Così a Siena l’assessore di Fratelli d’Italia Paolo Benini (di professione medico) si appresta ad indicare le direttive che le scuole dovranno seguire per una «corretta informazione» sulle foibe secondo uno schema di ingerenza politica nell’autonomia culturale e nella libera ricerca molto caro alla destra italica. Lo stesso Benini che il 20 settembre 2020 è stato condannato per diffamazione aggravata a seguito di insulti omofobi contro un professore che aveva partecipato al Toscana Pride. Lo stesso Benini che venne difeso in tribunale dall’attuale sindaco di Siena, Luigi De Mossi, già duramente contestato da associazioni come Non Una di Meno, Udi, Arcigay per la sua difesa legale di un uomo poi condannato (il 10 luglio 2020) per violenza sessuale contro due ragazze minorenni.
Gli stessi Benini e De Mossi nella cui maggioranza figura Michele Forzoni, un consigliere comunale di Fratelli d’Italia che il 25 aprile 2019 ha celebrato la Liberazione dal nazifascismo omaggiando sui suoi profili social i reparti criminali della X Mas di Junio Borghese e della repubblica di Salò.
Alla scuola, ai suoi docenti e soprattutto a studenti e studentesse il compito di resistere a questa ennesima, e certamente non ultima, incursione abusiva nella storia e nella cultura democratica.
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DISINFORMAZIONE DA MANUALE... SCOLASTICO.
Dalla pagina FB di Eric Gobetti, 23.3.2021
https://www.facebook.com/photo?fbid=10158205765857644&set=a.10150164891517644
Talvolta mi chiedono che ne penso di come viene trattata la questione di foibe e esodo nei libri scolastici. Questo manuale (Antonio Brancati) è un esempio di come NON dovrebbe essere trattata. Come si vede, c'è una equiparazione esplicita fra crimini nazifascisti (contro gli italiani) e crimini comunisti (sempre contro gli italiani). Dei crimini fascisti (commessi dagli italiani) negli stessi territori dell'Istria (e altrove) nemmeno una parola, ovviamente. Oltre ai clamorosi errori racchiusi in poche righe (ma di quale “irruzione” in quale “paese” parla quando nomina la strage di Marzabotto?! Ma quando le “forze jugoslave” sarebbero entrate in “Friuli”?!) e alla conta dei morti come al solito scanzonata (5000, che è una cifra accettabile, a cui però vengono aggiunti a caso “alcune migliaia” di prigionieri che poi muoiono) vale la pena sottolineare la differenza dei due racconti “vittimisti”. Da una parte abbiamo i nazisti che commettono stragi (sembrerebbe poco più di 2000 uccisi...) in un contesto di guerra e costretti dalle aggressioni partigiane (nominati in entrambi gli episodi). Dall'altra ci sono i comunisti jugoslavi (mai definiti partigiani), che invece uccidono per ragioni “etniche”, quindi non per reazione a qualcosa (per caso la Jugoslavia era stata invasa dall'Italia? Non mi risulta…), in una “lunga serie di persecuzioni” che avvengono dopo la fine della guerra (e fanno “alcune migliaia” di morti). Insomma, lo scenario è sempre il solito: gli italiani sono solo vittime, i tedeschi sono soldati costretti a reagire dall'aggressione partigiana, i comunisti jugoslavi, va beh, già lo sappiamo, mostri assetati di sangue animati solo da un odio cieco e immotivato.
Urgono letture serie, anche a scuola.
#ealloralefoibe
#ancheipartigianiperò Mostra meno
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