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LA RIMOZIONE DELLA JUGOSLAVIA
di Andrea Martocchia
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Questa analisi è stata pubblicata in due parti su L'Ernesto, nn. 3
(maggio-giugno)
e 4 (luglio-agosto) 2003
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Il voto del Parlamento Federale jugoslavo del 4 febbraio scorso ha
rappresentato
un compimento simbolico del progetto revanscista e sanguinari
o messo in atto
ai danni di questo grande paese europeo e dei suoi cittadini a partire
almeno
dal 1990. Con questo voto, la Federazione jugoslava è stata
"rimossa"
persino dalle cartine geografiche; nel contempo, è stata sancita
la
nascita d
i una labile "Unione di Serbia e Montenegro" destinata a durare
al massimo tre anni.
Paradossalmente, questo atto è tanto più' gravido di
inquietanti
implicazioni e significati per essere stato passato sotto silenzio da
tutta
la st
ampa: in particolare, è mancato qualsiasi eco o commento "da
sinistra". Mentre infatti i commentatori borghesi con malcelata
soddisfazione
continuano ad "infierire sul cadavere" (1), "a sinistra" - dopo tanti
squilli
di tromba per la "caduta del re
gime di Milosevic" nell'ottobre 2000 - impera,
sulla Jugoslavia, un imbarazzato, ignobile silenzio.
Quello che mi propongo di fare in questa sede è una stringata
analisi
della "rimozione della Jugoslavia" intesa, detta rimozione, tanto in
senso
stretto quanto in senso lato: cioè politico-ideologico,
nonché
culturale, sociologico, forse persino psicologico e psicanalitico.
Come spaccare un paese in otto parti addossandone poi
tutta
la colpa alle vittime
La disgregazione della Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia
(RFSJ)
- per tutto il secondo dopoguerra Stato-cuscinetto tra i due blocchi,
che
godeva di ampia autonomia e prestigio nel contesto d
ei rapporti internazionali
- è stata voluta, agevolata e sancita dalle consorterie
occidentali,
come conseguenza della loro "vittoria" al termine della Guerra Fredda.
L'interesse strategico dei paesi imperialisti per i Balcani risulta
evidente
già solo abbozzando una stringata cronologia del loro ruolo nel
più
recente processo di disgregazione e soggiogamento; e d'altronde, non
per
caso questa semplice operazione di "mettere in fila" gli avvenimenti
viene
generalmente elusa dagli studiosi e dalla stampa, preferendo questi
piuttosto
sbizarrirsi con interpretazioni irrazionalistiche e lombrosiane, dal
contenuto
volutamente disinformativo.
Potremmo ad esempio partire dagli anni Ottanta e dalle politiche
devastanti
imposte da FM
I e BM alla Jugoslavia di Markovic. Ma, per fissare una data
precisa, consideriamo piuttosto il 29 novembre 1990, quando - mentre si
festeggia
la festa nazionale della RFSJ (2) - tutti i giornali pubblicano le
"rivelazioni"
della CIA che "scommette" che i
l paese si sta per disintegrare. All'inizio
dello stesso mese, guarda caso, il Congresso USA aveva approvato la
legge
101/513 per l'appoggio a tutte le leadership liberiste, nazionaliste e
secessioniste
(3). Alla fine di giugno 1991 si hanno le prime "dichiarazioni di
indipendenza"
di Slovenia e Croazia.
Il 15 gennaio 1992 i
paesi della Comunità Europea, nonostante la
situazione
altamente pericolosa ed instabile sul terreno (4), riconoscono
formalmente
le secessioni slovena e croata, sancendo così gli effetti della
"forzatura"
di parte tedesca e vaticana.
Successivamente, la Bosnia-Erzegovina verrà invitata a seguire
l'esempio
attraverso l'indizione di un referendum illegittimo e largamente
boicottato
dalla popolazione. La diretta conseguenza del riconoscimento della
"indipendenza"
della Bosnia saranno tre anni di guerra fratricida. La secessione della
Bosnia,
centro simbolico e storico della Lotta Popolare di Liberazione e della
"Unità
e Fratellanza" jugoslave, rappresenta il più grave colpo inferto
al
cuore della Jugoslavia multinazionale. La popolazione di Sarajevo,
scesa
subito in piazza il 5 e 6 aprile contro tutti i progetti di divisione
"etnica",
viene fatta bersaglio di cecchini di dubbia appartenenza
politico-nazionale.
È il primo episodio di una strategia stragista (o "della
tensione")
che sarà riapplicata sovente nel corso degli anni successivi e
servirà
ad affogare, possibilmente per sempre, la idea jugoslavista in un lago
di
sangue e di menzogne. |

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Gli Stati Uniti d'America hanno usato prima la Germania e poi l'intera
Comunità
Europea come battistrada, ma il loro appoggio a livello mediatico,
diplomatico,
finanziario e militare ai secession
ismi, e specialmente al separatismo bosniaco-musulmano,
sarà sempre più sfacciato. L'attivismo USA nei Balcani
surclasserà
via via di gran lunga quello degli europei. Dopo avere cinicamente
sfruttato
il risorgere di revanscismi "mitte
leuropei" e destre neonaziste nell'Europa
"post-Ottantanove", gli USA si scatenano, assumendo un ruolo diretto.
In
Bosnia, a livello diplomatico, gli USA sono i veri responsabili del
fallimento
dei piani di pace, a partire dal piano Cutileiro (5). Via via
, gli USA riusciranno
a screditare e far fallire ogni intervento attuato sotto l'egida delle
Nazioni
Unite, imponendo la progressiva sostituzione delle missioni ONU con
missioni
più direttamente gestite dall'Alleanza Atlantica.
È il per
iodo delle grandi "stragi a mezzo stampa" (6), delle rimozioni
dei vari Morillon, MacKenzie, Akashi, eccetera, e delle prime
operazioni
di guerra "tradizionale" della NATO in Europa. Nel settembre 1995, USA
ed
UE scatenano ai danni dei serbi della Bosnia la prima grande campagna
di
bombardamenti sul suolo europeo dai tempi della II Guerra Mondiale. I
serbi
vengono prima diffamati e poi colpiti perché, tra gli jugoslavi,
sia
per ragioni storiche sia perché vivono in quasi tutte le
repubbliche
ex-federate, sono quelli che meno di tutti hanno interesse alla
frantumazione
del loro paese.
Nell'autunno 1995, la firma degli accordi di Dayton consente, tra
l'altro,
lo stanziamento "sine die" di truppe della NATO sul territorio,
interament
e
ridotto ormai a protettorato internazionale. (7)
Il paese è già stato spaccato in cinque parti, ma
evidentemente
non basta. Nella primavera del 1999, dopo anni di strumentalizzazione
del
movimento separatista pan-albanese (8
), USA ed europei bombardano la Repubblica
Federale di Jugoslavia - ciò che resta della RFSJ dopo le
secessioni,
e cioè Serbia e Montenegro. Da chilometri di altezza sono
colpite
infrastrutture civili e militari, causando centinaia di morti civili.
Gli
jugoslavi hanno estratto i cadaveri di concittadini, amici e parenti
nelle
piazze dei mercati, dalle lamiere dei treni sventrati, dai resti dei
convogli
di profughi, dagli ospedali, dalle abitazioni. La NATO ha colpito per
mettere
in ginocchio tutto il paese, devastandolo. Hanno infatti bombardato
obiettivi
situati a molte centinaia di chilometri di distanza dal Kosovo-Metohija
che
dicevano di dover "salvare". In Kosovo-Metohija hanno bombardato con
l'uranio
impoverito. Hanno bombardato il pet
rolchimico di Pancevo, a pochi chilometri
da Belgrado, intenzionalmente per causare la fuoriuscita di gas
altamente
venefici. Attraverso l'effetto di lunga durata degli agenti
cancerogeni,
la NATO sta uccidendo ancora oggi (9): cosi' la Jugoslavia &
egrave; stata
costretta alla resa.
Nel Kosovo-Metohija regna oggi un regime del terrore: sotto gli occhi
disattenti
ovvero complici di decine di migliaia di soldati NATO è stata
oggi
pressoché completata la epurazione d
elle nazionalità non-albanesi
e degli albanesi non-secessionisti, e prosegue la distruzione delle
vestigia
della cultura tardo-bizantina (10). I "desaparecidos" sono migliaia,
gli
attentati a sfondo razzista continuano. La zona è in ma
no agli
ex-guerriglieri dell'UCK, sostenuti economicamente dai traffici di
droga,
armi e prostituzione. Le grandissime risorse della provincia,
specialmente
minerarie, sono state espropriate allo Stato jugoslavo in vista
dell'acquisizione
da parte delle m
ultinazionali, ed ogni produzione è bloccata. Le poche
possibilità di lavoro "onesto" per i giovani kosovaro-albanesi
vengono
dalle truppe straniere di occupazione: ad esempio nell'immensa base
militare
USA di Camp Bondsteel, presso Urosevac
, il più grande insediamento
militare USA all'estero dai tempi del Vietnam (11).
La "democratizzazione"
Due piccioni con una fava, come suol dirsi. I bombardamenti della
primavera
1999 da una parte aggravano in maniera irrimediabile la questione del
Kosovo-Metohija,
gettando le basi per la sua annessione a quella Grande Albania che
Michel
Collon ha significativamente definito "una nuova Israele in Europa";
dall'altra
essi creano nella Repubblica Federale di Jugoslavia una situazione di
fatto
non più gestibile da parte delle forze di governo. Nel 1999-2000
si
verificano nel paese una serie di attentati ed assassinii politici non
rivendicati.
Nell'ottobre 2000 - mentre, nonostante tutto, è in atto un
grande,
eroico sforzo per la ricostruzione del paese, ad esempio alla Zastava
di
Kragujevac - in occasione delle elezioni, politiche e presidenziali, le
pressioni
occidentali raggiungono un nuovo apice. L'apparato mediatico
antigovernativo
è mobilitato, in Jugoslavia ed all'estero; le navi da guerra
pattugliano
l'Adriatico; le diplomazie minacciano ulteriore isolamento e
l'inasprimento
di un embargo ingiusto che dura ormai da sette anni. Si vuole impedire
ad ogni costo lo svolgimento del secondo turno elettorale, che pure
sancirebbe
l'avvicendamento alla Presidenza federale con la vittoria del
nazionalista
filooccidentale Vojslav Kostunica: perciò si plaude all'assalto
del
Parlamento - dove la coalizione di governo ha nuovamente conquistato la
maggioranza
- ed alla devastazione dell'ufficio elettorale, con relativa
distruzione
delle schede. Nei giorni successivi verranno attaccate le sedi dei
partiti della sinistra e
dei sindacati, e molti militant
i verranno fatti oggetto di vigliacche aggressioni.
(12)
Il nuovo regime delle destre si regge sulle ibride alleanze che
costituiscono
la DOS (ovvero "Opposizione Democratica della Serbia") ed in
particolare
sull'ambiguo equilibrio tra due personaggi: da una parte Kostunica,
che,
pur essendo il nuovo Presidente e godendo di una discreta
popolarità
per le sue posizioni comunque improntate all'orgoglio nazionale, non
gode
in effetti di alcun potere reale; dall'altra Zoran Djindjic, il primo
ministro
della Serbia, che è fortemente impopolare ma gode di appoggi ad
altissimo
livello in sede internazionale e, nel paese, si avvale del sostegno dei
settori
doppiogiochisti dei servizi segreti, della mafia e di nascenti poteri
occulti,
nonché del "club" di tecnocrati ultraliberisti legati a FMI e
BM,
riuniti attorno al cosiddetto "Gruppo 17".
Sono questi ultimi a governare di fatto, ancora oggi dopo il
misterioso
omicidio di Djindjic, avvenuto lo scorso 12 marzo, e la "rimozione",
oltreché
della "Jugoslavia", anche del suo ormai superfluo presidente
Kostunica...
Sono loro i "Barberini" della Serbia: "quod Bombardieri non fecerunt,
fecerunt
Barberini". In circa due anni e mezzo costoro sono riusciti a ridur
re la
popolazione in condizioni misere, interrompendo tutti gli sforzi di
ricostruzione
del paese ed offrendone in svendita agli stranieri le ricchezze,
adeguandosi
ai diktat delle istituzioni finanziarie internazionali.
La disoccupazione in Serbia h
a raggiunto livelli record ed è in continua
crescita (oltre un milione di persone, ufficialmente). Il maggior polo
industriale
- la "Zastava" di Kragujevac già smembrata in vista della
spartizione
- è stato offerto su di un piatto d'a
rgento ad un piccolo imprenditore
statunitense, Briklin, il quale tuttavia non ha nemmeno dato seguito ai
suoi
progetti ed ha evidentemente ormai rinunciato alla acquisizione.
Intanto,
le famiglie dei lavoratori patiscono la fame: l'aiuto che arriva dall'
Italia,
grazie al movimento delle "adozioni a distanza", è per loro
adesso
più indispensabile che mai. (13)
Tutti i settori strategici sono in via di dismissione: liquidate le
principali
banche dello Stato (gennaio 2002), svenduti i pote
nzialmente assai redditizi
cementifici (primavera 2002), il complesso siderurgico di Smederevo
"Sartid"
preso a prezzo stracciato dalla US Steel Corporation (è notizia
di
questi giorni), e cosi' via. L'Esercito sta subendo devastanti
"riforme",
con
sistenti in tagli e purghe, in vista della inclusione nella
"Partnership
for Peace" della NATO. Il sistema giudiziario è stato fatto
oggetto
di attacchi feroci da parte del governo, tali da far impallidire il
peggior
Berlusconi... La guerra contro la magistratura, a causa delle inchieste
in
corso che coinvolgono esponenti del governo (innanzitutto lo stesso
Djindjic)
in episodi di corruzione e rapporti con la mafia, ha avuto una brusca
accelerazione
dopo l'omicidio, in seguito al quale la facente f
unzione di Presidentessa
della Serbia Natasa Micic (14) ha immediatamente - ed
anticostituzionalmente,
ma questo ormai in Serbia non fa più notizia - dichiarato lo
"stato
d'emergenza".
Ufficialmente, il responsabile dell'omicid
io di Djindjic sarebbe un ufficiale
dei corpi speciali denominati "Berretti rossi", "reo confesso", che
avrebbe
agito su mandato del "clan di Zemun"; clan i cui due boss, pero', sono
stati
uccisi durante il tentativo di arresto per "aver fatto resistenza"
. In realtà,
questa versione dei fatti puzza molto di bruciato. Lo "stato
d'emergenza"
in Serbia non è stato imposto a causa dell'uccisione del primo
ministro:
viceversa, è la morte di Djindjic ad essere stata presa a
pretesto
per imp
orre lo stato d'emergenza e promuovere una svolta autoritaria
"risolutiva".
Invece di dimettersi, il ministro federale di polizia, Zoran Zivkovic,
è
diventato il nuovo primo ministro della Serbia. Il ministro
repubblicano,
Dusan Mihajlovic, soprann
ominato dalla gente "Dule Cia", ha dichiarato sfacciatamente
che lo stato d'emergenza è servito alle autorità serbe
per
regolare i conti con una serie di oppositori politici: non solamente i
sostenitori
di Milosevic, ma anche i radical
i di Seselj e persino gli ambienti
di Vojslav Kostunica, "scomodo" ex-presidente. Fintantochè
è
stato in carica, Kostunica non solo si è opposto, almeno
verbalmente,
ad una serie di scelte (dalla collaborazione con il "Tribunale" dell
'Aia
alla nuova ultraliberista Legge sul Lavoro), ma è stato anche
testimone
di una serie di fatti imbarazzanti riguardanti i legami di Djindjic con
la
mafia. Un "caso" riguardante intercettazioni ai danni di Kostunica
è
scoppiato mesi fa, e
ssenzialmente allo scopo di spaccare i servizi segreti
dell'Esercito. Nell'ambito delle "misure di emergenza" il capo di
questi
servizi, il generale Aco Tomic, è stato arrestato, ed i servizi
sono
stati messi sotto il controllo diretto del governo DOS, cioè
sotto
il controllo americano. È stato arrestato anche il consigliere
di
Kostunica, Rade Bulatovic, nonché il generale Pavkovic,
protagonista
della difesa del paese nel 1999 e recentemente candidato alla
Presidenza
della Serb
ia.
Il risultato delle purghe nella magistratura è il licenziamento
di
almeno 35 giudici, di cui 7 della Corte Suprema compreso il presidente,
ed
il licenziamento e in qualche caso l'arresto di una serie di Pubblici
Ministeri.
Sono state poi fr
ettolosamente promulgate una serie di leggi, tra cui una,
vergognosa, sulla carcerazione preventiva, ed un'altra sui media, che
dovrebbe
far molto riflettere i nostrani sostenitori dei "media indipendenti" e
delle
"radio b52" di turno... I quali invece og
gi, ermeticamente, tacciono.
In tutto, un mese di "stato d'emergenza" ha significato almeno 10mila
tra
arresti e fermi di polizia (in base alle cifre dello stesso governo),
ed
in prigione si trovano tuttora circa 4500 persone, il che significa che
migliaia
di persone sono state private dalla loro libertà illegalmente.
Si
parla inoltre di casi di maltrattamento e tortura in carcere. Tra gli
arrestati
ci sono alcuni giornalisti: molti sono stati rilasciati, ma sono state
chiuse
l
e redazioni dei due unici giornali che non erano sotto il controllo
diretto
del governo (15) e molte altre redazioni sono state sottoposte ad
intimidazioni
di vario genere. Ci sono state persino delle sparizioni, come quella di
Predrag
Polic, chimico a ca
po della sua Facoltà all'Università di Belgrado,
di orientamento filo-Kostunica, noto in Italia per una serie di
conferenze
sui letali effetti dei bombardamenti della NATO, ritrovato cadavere
dopo
alcune settimane di sparizione.
Pe
r quanto riguarda le reali ragioni e dinamiche dell'attentato a
Djindjic,
è il caso innanzitutto di sottolineare il delicato momento in
cui
esso è avvenuto: vale a dire alla vigilia della aggressione
contro
l'Iraq - pressoché coincide
nte con il quarto anniversario dei bombardamenti
sulla Jugoslavia -, mentre gli USA cercavano di estorcere agli
staterelli
balcanici un appoggio anche logistico alla loro nuova impresa militare
-
con scarso successo, poiché le locali leadership, Dj
indjic compreso,
si sono dimostrate piuttosto schierate sulla linea "tedesca" -, ed in
una
fase di profondissimo malcontento sociale. Con la sua uccisione, il
despota
Djindjic dai media è stato trasformato in un martire. Il vero
grande
sospettato p
er l'omicidio, Milorad Lukovic "Legija", ex volontario
nella Legione Straniera e poi doppiogiochista dei servizi deviati in
Serbia,
non è stato catturato e l'attenzione si è invece spostata
sugli
avversari politici, esplicitamente addi
tati come "mandanti". D'altronde,
uomini come Legija potrebbero rendere testimonianze poco opportune
sulle
loro frequentazioni, passate e presenti, con gli ambienti della DOS e
sui
servizi resi per il "golpe" dell'ottobre 2000.
Vista la scarsissima popolarità della DOS, c'era in effetti
bisogno
di un espediente per distruggere la dissidenza politica. Lo dimostrano
gli
arresti e gli interrogatori dei leader di opposizione. Senza nessuna
ragione
sono stati arrestati il president
e dell'Associazione "Sloboda" e presidente
del Comitato per Slobodan Milosevic, Bogoljub Bjelica, il membro della
stessa
Associazione e capo redattore del settimanale "Smisao" (la rivista
teorica
del Partito Socialista) Uros Suvakovic, ed il funzionario d
ella JUL e stretto
collaboratore di Mira Markovic, Goran Matic. La stessa Markovic, in
Russia
da febbraio per motivi personali, non può più rientrare
perché
rischia perlomeno l'arresto in seguito ad una pretestuosa accusa di
essere
la mandante della sparizione di Ivan Stambolic, avvenuta nel 2000.
È
stato poi sottoposto ad interrogatorio Vladimir Krsljanin, membro di
"Sloboda"
e consigliere di Milosevic. Per non parlare delle tante perquisizioni,
e
di quanto hanno subito gli es
ponenti dei partiti dell'opposizione conservatrice
(Kostunica, Seselj, eccetera).
La battaglia dell'Aia
L'Associazione "Sloboda" assiste nella preparazione della difesa di
Milosevic
all'Aia. In quel "Tribunale ad hoc" si sta svolgendo in questo periodo
la
fase centrale del "processo" a Milosevic: dopo la presentazione delle
"accuse"
e delle "prove" per i tre "capi di imputazione" (per le guerre in
Croazia,
in Bosnia ed in Kosovo), si sta passando adesso alla fase della
autodifesa
dell'imputato. Per gli accusatori di Milosevic il "processo", non
riuscendo
di fatto a dimostrare la colpevolezza dell'ex presidente, è un
fallimento
ed è motivo di estremo imbarazzo e preoccupazione. Contro
Milosevic
il "Tribunale" ha usato ogni mezzo di pressione politica, mediatica e
fisica
(a causa del suo stato di salute e di cure inappropriate).
Malgrado tutto ciò non sono riusciti spezzare la difesa di
Milosevic.
Di fatto, lo "stato d'emergenza" è servito anche ad impedire
l'opera
dei collaboratori di Milosevic, e per questo molti osservatori
ritengono
che esso sia stato deciso di comune accordo con il governo DOS da chi
"muove
i fili" all'Aia.
Il caso del "Tribunale ad hoc per i crimini commessi sul territorio
della
ex Jugoslavia" (16) chiarisce molto bene la collateralità di
certe
neonate istituzioni penali internazionali ai progetti egemonici dei
paesi
imperialisti. Esso è stato fondat
o nel 1993 dal Consiglio di Sicurezza
delle Nazioni Unite per l'insistenza del Senatore Albright (17). Il
normale
canale per creare un Tribunale come questo, come a suo tempo ha
puntualizzato
lo stesso Segretario Generale, avrebbe dovuto essere "un Tratta
to Internazionale
stabilito ed approvato dagli Stati Membri che avrebbero permesso al
Tribunale
di esercitare in pieno nell'ambito della loro sovranità"
(Rapporto
No X S/25704, sezione 18). Tuttavia, Washington ha imposto
un'interpretazione
a
rbitraria del Cap.VII della Carta delle Nazioni Unite, che consente al
Consiglio
di Sicurezza di prendere "misure speciali" per restaurare la pace in
sede
internazionale. Perciò il "Tribunale ad hoc" è una
struttura
illegittima e para-legale
. Esso è finanziato dai paesi della NATO,
e soprattutto dagli USA (18), in maniera diretta oltreché
attraverso
l'ONU, ma anche da altri paesi non proprio neutrali nella problematica
jugoslava,
come l'Arabia Saudita, nonché da enti e p
ersonaggi privati, come George
Soros.
Il sostegno della NATO al "Tribunale ad hoc" è particolarmente
indicativo
delle vere finalità di questa struttura para-giudiziaria.
Secondo
l'ex portavoce della NATO Jamie Shea "la NATO è ami
ca del Tribunale,
è la NATO che detiene per conto del Tribunale i criminali di
guerra
sotto accusa... Sono i paesi della NATO che hanno procurato i fondi per
istituire
il Tribunale, noi siamo tra i più grandi finanziatori." (19)
Oltre
ad att
estare il sostegno finanziario e la "amicizia" della NATO - proprio
mentre questa bombardava i convogli di profughi ed il petrolchimico di
Pancevo
- Jamie Shea rivendica dunque ad essa il ruolo di "polizia
giudiziaria".
La quale, come s'è visto in decine di occasioni, specialmente in
Bosnia
ma anche nel caso di Milosevic, opera attraverso colpi di mano e
rapimenti,
nel corso dei quali alcuni "sospetti" sono stati persino uccisi -
mentre
diversi serbi-bosniaci detenuti all'Aja sono deceduti per pres
unti infarti
e suicidi.
Il Tribunale dell'Aja ha sistematicamente dichiarato il non luogo a
procedere
per le documentate accuse di crimini di guerra mosse da varie parti
alla
NATO. La sproporzione tra le incriminazioni nei confronti di esponenti
serb
i
rispetto a quelle di croati, kosovari albanesi e bosniaci musulmani,
responsabili
di gravi crimini, è resa evidente dai numeri (20). Ancor
più
evidente è il fatto che dei tanti "imputati", gli unici con
responsabilità
eminent
emente politiche siano appartenenti alla parte serba (Milosevic,
Milutinovic,
Karadzic) mentre i leader delle fazioni secessioniste sono stati tutti
indistintamente
"risparmiati" nonostante (ad esempio) i loro torbidissimi trascorsi.
(21)
La "giustizia" d
el Tribunale dell'Aja è dunque quella di una parte
in causa contro l'altra, il contrario esatto del "super partes". Il
"Tribunale
ad hoc", analogamente al nostro famigerato Tribunale Speciale nel
Ventennio,
lavora come uno strumento politico, total
mente sotto controllo dei vincitori,
cioè degli aggressori, devastatori ed invasori della
Jugoslavia.
Noti giuristi e commentatori hanno spiegato come, nel suo
funzionamento,
il Tribunale dell'Aja violi tutti i principi del diritto
internazionale.
In sostanza, esso non rispetta la separazione dei poteri, né la
parità
fra accusa e difesa, né tantomeno la presunzione di innocenza
finché
non si giunge ad una condanna: la regola 92 sta
bilisce che le confessioni
siano ritenute credibili, a meno che l'accusato possa provare il
contrario,
mentre in qualsiasi altra parte del mondo l'accusato è ritenuto
innocente
fino a quando non sia provata la sua colpevolezza (22). Esso formula i
propri
regolamenti e li modifica su ordine del Presidente o del Procuratore,
assegnando
ad essi carattere retroattivo: attraverso una procedura totalmente
ridicola,
il Presidente può apportare variazioni di sua propria iniziativa
o
ratificarle via fax ad altri giudici (regola 6)!
Il regolamento stesso non contempla un giudice per le indagini
preliminari
che investighi sulle accuse. Il Tribunale ad hoc utilizza testimoni
anonimi,
che si possono dunque sottrarre al confronto con la difesa; secret
a le fonti
testimoniali, che possono essere anche servizi segreti di paesi
coinvolti
nei fatti. Esso usa la segretezza anche sui procedimenti aperti (regola
53).
Ricusa o rifiuta a proprio arbitrio di ascoltare gli avvocati della
difesa
(regola 46), allo stesso modo dei tribunali dell'Inquisizione;
può
rifiutare agli avvocati di consultare documentazione probatoria (regola
66);
può detenere sospetti per novanta giorni prima di formulare
imputazioni,
con l'evidente scopo di estorcere confessi
oni. Dulcis in fundo, recentemente
il "giudice" May si è persino arrogato il diritto, d'accordo con
la
"pubblica accusa" Nice, di revisionare la trascrizione del
dibattimento,
censurandola allo scopo di impedire la divulgazione di quegli
interventi
di Milosevic considerati "ad uso esterno" e dunque irrilevanti o
inopportuni
per gli Atti del "processo".
L'imputazione contro l'allora Presidente della Repubblica Federale di
Jugoslavia
Slobodan Milosevic veniva resa pubblica dalla "procuratrice" Arbour su
pressione
di Madeleine Albright proprio durante la aggressione della NATO, nella
primavera
del 1999, nell'ambito della campagna mediatica di demonizzazione della
Jugoslavia
e dei suoi dirigenti. Un tassello, insomma, della p
iù ampia operazione
di disinformazione strategica e guerra psicologica (23). Per la
effettiva
cattura di Milosevic, però, dovevano maturare le condizioni
politiche
in Jugoslavia. Questo cambiamento è avvenuto solo nell'autunno
del
200
0, quando a Belgrado si è instaurato il regime-fantoccio
filooccidentale.
La rocambolesca cattura di Milosevic è avvenuta mesi dopo, il 31
marzo
2001: in cambio al nuovo governo sono stati accordati 50 milioni di
dollari
già promessi dagli USA. I dirigenti belgradesi, per ottemperare
ai
ricatti militari ed economici degli USA, della Nato e del Tribunale
dell'Aja,
hanno commesso una serie di macroscopiche illegalità. Milosevic
è
stato detenuto per tre mesi senza che nessu
no delle centinaia di testimoni
ascoltati avesse fornito prove a sostegno della pretestuosa imputazione
di
"abuso di potere" (diversa da quella di "crimini di guerra" usata
all'Aia).
Al termine delle due proroghe della detenzione preventiva, Milosev
ic avrebbe
dovuto essere scarcerato; invece, un ulteriore, grande scandalo
è
stata la modalità della sua "estradizione" da Belgrado in
Olanda,
tramite una operazione-lampo illegale ed anticostituzionale curata dai
settori
più filo-ame
ricani del governo di Zoran Djindjic (24). Il sequestro
ed il trasporto all'Aia su velivoli della RAF inglese avveniva in base
a
un decreto del solo premier e del ministro degli interni, con un
governo
dimezzato dal ritiro dei ministri montenegrini; un de
creto che violava, insieme
alle Costituzioni jugoslava e serba (25), la posizione del Parlamento
Federale
nonché l'orientamento dei partner di maggioranza e dello stesso
presidente
jugoslavo Kostunica. Il giorno dopo il trasferimento di Milosevic, i
governanti
jugoslavi ottenevano il loro ulteriore premio: la promessa di 1.360
milioni
di dollari, stanziati dalla "Conferenza dei donatori" alla condizione
della
totale privatizzazione dell'economia nazionale.
All'Aia, Milosevic h
a da subito tenuto un atteggiamento fermo ed inequivocabile:
si dichiara prigioniero politico, non riconosce legittimità al
"Tribunale
ad hoc", e rifiuta di essere assistito da avvocati, compresi quelli
designati
"d'ufficio" dal "Tribunale" stesso (26). Le prime udienze (tra luglio
2001
e gennaio 2002) sono state dedicate a problemi procedurali, ma
Milosevic
non ha mancato di dire la sua ogni volta che gli è stato
concesso
di parlare, e fintantoché il microfono non gli è stato
spento
in malo modo.
Il 29 ottobre 2001, ad esempio, dopo la lettura della "imputazione
sulla
Croazia" ha detto che <<è assurdo accusare la Serbia ed i
serbi
per la secessione armata della Croazia, che ha causato una guerra
civile,
confl
itti e sofferenze per la popolazione civile.>> Il giorno dopo,
commentando "l'imputazione sul Kosovo", egli ha fatto notare che essa
<<riguarda
solamente fatti avvenuti dal 24 marzo alla fine della prima settimana
di
giugno [1999], laddove (..
.) tutto il pianeta sa che è proprio dal
24 marzo fino alla prima settimana di giugno compresa che la Nato ha
commesso
la sua criminale aggressione contro la Jugoslavia. (...) Se la corte
non
vuole prendere in considerazione questi fatti, allora &e
grave; ovvio che
questa non è una corte ma solamente una parte del meccanismo
atto
ad eseguire crimini contro il mio paese e la mia gente. Se quest'ultimo
è
il caso (...) e dunque se la corte è parte dell'ingranaggio,
allora
per piace
re, date lettura ai verdetti che vi è stato detto di formulare
e smettetela di annoiarmi.>>
Dopo la lettura del “capo d'imputazione” sulla Bosnia-Erzegovina,
Milosevic
dichiarava invece: <<Questo testo miserabile che ab
biamo qui ascoltato
è l'apice dell'assurdità. Devono darmi credito per la
pace
in Bosnia, e non per la guerra. La responsabilità per la guerra
in
Bosnia è delle potenze che hanno distrutto la Jugoslavia e dei
loro
satrapi in Ju
goslavia, e non della Serbia, né del suo popolo, né
della sua politica. Questo è un tentativo...>> Qui
il
microfono veniva spento.
Ancora, in dicembre, Milosevic si richiamava a fatti di estrema
attualità:
<
<Per me è assolutamente chiaro il motivo per cui questo falso
pubblico ministero insiste sulla unificazione [dei tre "capi
d'accusa"].
La causa di questo è l'11 Settembre. Loro vogliono mettere in
secondo
piano le accuse contro di me sul Kosovo perché queste
inevitabilmente
aprono la questione della collaborazione della amministrazione Clinton
con
i terroristi nel Kosovo, compresa la organizzazione di Bin Laden. (...)
Quello
che si può trovare sotto la superficie di questi&n
bsp; “capi d'imputazione”
non sono altro che i detriti ed il fango di dieci anni di guerra
mediatica,
condotta con l'obiettivo di demonizzare sia la Serbia, sia il popolo
serbo
e la sua dirigenza, ed anche me personalmente, e addirittura la mi
a famiglia.
Perché la guerra mediatica ha preceduto quella reale, ed ha
avuto
come obiettivo quello di convincere l'opinione pubblica occidentale che
siamo
delinquenti, anche se non abbiamo mai dato argomenti per avvalorare
questo.
Voi oggi avete letto qui che il 6 Aprile 1992 l'Unione Europea
riconobbe
la Bosnia-Erzegovina. Questo è stato fatto sotto l'influenza
dell'allora
Ministro degli Esteri tedesco Hans Dietrich Genscher, perchè il
6
Aprile era il giorno in cui nel 1941 Hitler attacco' la Jugoslavia
bombardando
Belgrado. C'era un desiderio di simboleggiare, in questo modo, il
capovolgimento
degli esiti della II Guerra Mondiale.>>
La Jugoslavia unitaria, modello per i
l federalismo europeo
Il 30 gennaio 2002, Slobodan Milosevic aveva nuovamente l'occasione di
parlare
dinanzi alla "corte" dell'Aia:
<<In realtà c'era un piano evidente contro quello Stato di
allora
che era, d
irei, un modello per il futuro federalismo europeo. Quello Stato
era la Jugoslavia, dove più nazionalità erano comprese in
un
sistema federativo che realizzava la possibilità di vivere con
pari
diritti, con successo, con la possibilit
à di prosperare, svilupparsi
e, direi, di essere d'esempio al mondo intero di come si può
vivere
insieme. Per tutto il tempo abbiamo lottato per la Jugoslavia, per
conservare
la Jugoslavia. In fondo, tutti i fatti comprovano soltanto quello che
sto
dicendo. E soltanto la Repubblica Federale di Jugoslavia tuttora
esistente
ha conservato la sua struttura dal punto di vista delle
nazionalità.
(...)
Con ciò che sta avvenendo li' [in Kosovo] si sta in pratica
riabilitando
la po
litica del periodo nazista, di Hitler e Mussolini. Questo gran parlare
di "Grande Serbia", di questa presunta idea che non è mai
esistita,
non serve altro che a mascherare la creazione di una "Grande Albania" -
quella
stessa che crearono Hitler e M
ussolini durante la Seconda Guerra Mondiale.
Guardate soltanto quello schema, e guardate che cosa si sta facendo
adesso,
quello che vogliono sottrarre alla Serbia, al Montenegro ed alla
Macedonia
- e un domani forse anche alla Grecia del Nord, quando le r
elazioni greco-turche
saranno messe alla prova di nuovo per ordine del comune padrone, ed
anche
quella sarà per loro una questione da risolvere.>>
Milosevic - un uomo politico socialdemocratico, di tradizioni
antifascist
e
benchè orientato verso la riforma dello Stato socialista in
senso
"occidentale" - parla qui chiaramente della Jugoslavia di Tito, e la
difende.
Parla di un paese nel quale si rifuggiva sia da uno jugoslavismo
sovranazionale
"artificiale", sia dal nazionalismo separatista, in favore di una
cultura
"di sintesi", jugoslava, in grado di riunire le preesistenti culture in
una
nuova, adatta ad uno Stato fondato sui diritti di cittadinanza e non -
come
è purtroppo oggi - su "identità" etni
che o religiose. Lo spiega
Neil Clark recensendo un ottimo libro (27) su questo tema dello
"jugoslavismo",
un tema a sua volta incredibilmente "rimosso" dal dibattito sui
Balcani:
<<Negli anni Sessanta questi tentativi di formare un
a comune identità
jugoslava parevano aver avuto successo. I matrimoni misti indicavano
che
un numero sempre maggiore di cittadini si facevano registrare nei
censimenti
come jugoslavi. (...) La distruzione di una nazione militarmente forte
e
non all
ineata, sostituita da una serie di protettorati deboli della NATO
e del FMI, conviene perfettamente a chi governa il nuovo mondo. La
verità,
come lo stesso Djilas riconosce, è che fin quando è
esistita
l'Unione Sovietica, la Jugoslavi
a aveva una funzione rispetto all'Occidente,
ma una volta abbattuto il muro di Berlino, essa era solo d'impaccio.
(...)
La Jugoslavia, secondo Djilas, "rimane la più pratica e
sensibile,
la più anti-distruttiva risposta alla questione nazionale degli
Slavi
del Sud". Essa è, come affermato da Slobodan Jovanovic all'epoca
dell'attacco
delle potenze dell'Asse nel '41, il modo migliore in cui il popolo
balcanico
può garantirsi l'indipendenza e proteggersi dal dominio stranier
o.>>
Dopo alcune incertezze legate alla intenzione della "procuratrice" Del
Ponte
(28) di unificare i tre procedimenti sul Kosovo, sulla Croazia e sulla
Bosnia,
il "processo" a Milosevic è stato effettivamente unificato e
d è
iniziato il 12 febbraio 2002. Da allora i mass-media, dopo le prime
giornate-shock,
hanno abbassato il sipario - gradualmente, ma completamente. In
Jugoslavia,
le autorità hanno dapprima impedito il proseguimento della
diretta
televisiva
, poi hanno operato per isolare Milosevic in ogni maniera. Cosi',
oggi soltanto chi è presente in aula può assistere ad uno
spettacolo
veramente surreale (29). Nel confronto con i testimoni dell‘“accusa“,
Milosevic
agevolme
nte rovescia le imputazioni, spesso mettendo i testimoni stessi in
contraddizione: tanto che qualcuno di questi ritratta, qualcun altro
deve
rinunciare a deporre, qualcuno si sente male, qualcuno si rende conto
che
la sua deposizione in fase istruttoria &
egrave; stata falsificata... Milosevic
mette la NATO sul banco degli imputati come prima responsabile non solo
dei
bombardamenti, ma proprio dell'infame squartamento della RFS di
Jugoslavia,
ripercorrendo gli atti diplomatici, politici e militari a vari l
ivelli compiuti
dai paesi dell'Alleanza. I fatti citati da Milosevic sono fatti
storici,
ormai, benché sostanzialmente ignorati o trascurati dai
commentatori
occidentali e filo-occidentali. Sono fatti incontrovertibili, e
Milosevic,
men
tre ripercorre pagine e pagine di storia balcanica e mondiale ne scrive
a tutti gli effetti una nuova, con grande dignità, pur nel
completo
isolamento, con troppi avversari e solo pochi amici (nemmeno
tutti
affidabili) attorno, e nella disatt
enzione di giornalisti e "balcanologi"
d'ogni sorta.
D'altronde, l'obiettivo degli sponsor del "Tribunale ad hoc" -
cioè
fare di Milosevic il capro espiatorio esclusivo e "conclusivo" per le
tragedie
di questi anni - può essere realizza
to solamente nella misura in cui
le opinioni pubbliche restino ignare di ciò che viene
effettivamente
detto nell'aula dell'Aia. L'operazione di "scaricamento" delle
responsabilità
in toto sulla figura di Milosevic, attraverso l'intera costru
zione del processo-farsa,
rappresenta di per se stessa un enorme tentativo di "rimozione": essa
vuole
offrire ai veri responsabili del "magnum crimen" l‘opportunità
di
risciacquarsi la coscienza, autoassolversi, financo sottrarsi al
pagamento
dei danni dei bombardamenti. Ma tale abnorme, disonesta operazione
può
avere successo solamente se, a sua volta, sul dibattimento dell‘Aia sia
fatto
calare il sipario, e non ne sia data alcuna cronaca, cosicchè
tanto
apparente sforzo nella ricerca della "verità sui crimini della
guerra
in Jugoslavia", tanto materiale accumulato, restino inutilizzati per
giornalisti,
commentatori, studiosi, storici... È una rimozione dentro
l'altra,
in un gioco di scatole cinesi: come la cancellazione della Jugoslavia
dalle
cartine geografiche, ed analogamente all‘oblio imposto sui
bombardamenti
NATO e tanti altri episodi-chiave, così pure i momenti salienti
del
"processo" a Milosevic vengono ignorati dai media. Questo silenz
io giornalistico,
in quanto ulteriore momento della campagna strategica di
disinformazione
che ha accompagnato la guerra, è il peggiore nemico della
Jugoslavia
e delle popolazioni che la abitano, l'arma più micidiale
adoperata
contro di esse
.
Nessuno ha riportato i dettagli del confronto in aula tra Milosevic e
Stipe
Mesic, attuale presidente croato ed ex uomo di Tudjman, ne’ quelli del
confronto
con l'ex presidente della Slovenia Milan Kucan, benche’ riguar
dassero i momenti
cruciali e drammatici dello scoppio della guerra fratricida nel 1991.
Nessuna
cronaca è stata fatta della testimonianza di Zoran Lilic,
probabilmente
la più importante nel “processo“ visto che Lilic fu addirittu
ra presidente
della RF di Jugoslavia mentre Milosevic era presidente della Serbia;
non
si è parlato della deposizione di un uomo dei servizi, Rade
Markovic,
chiamato come testimone dell'accusa ma che poi, in aula, ha dato
ragione
a Milosevic ed ha dichiarato di essere stato sottoposto a pesanti
pressioni
dal governo serbo attuale affinché dichiarasse il falso; nessuno
ha
commentato nemmeno il confronto con il “nonviolento kosovaro“ (30)
Ibrahim
Rugova; per non parlare poi degli i
nterventi in aula di diplomatici e politici
occidentali, o dei ridicoli spettacoli offerti da falsi esperti di
storia,
facilmente sbugiardati da Milosevic. Nei prossimi mesi, dedicati alla
replica
dell'accusato, dovrebbero svolgersi molte sedute che vedra
nno come protagonisti
personaggi di spicco dei paesi NATO, chiamati da Milosevic a
testimoniare:
i nostri giornali ne riporteranno qualche eco?
Un mosaico di protettorati ed un groviglio di corridoi
In Europa, per adesso, sono gli jugoslavi a dover pagare il prezzo
più
caro di una ristrutturazione geopolitica decisa a loro insaputa e
contro
di loro. A partire dal riconoscimento diplomatico delle Repubbliche
secessioniste,
l'Occiden
te ha fatto il "doppio gioco" con il loro paese, proclamandosi pompiere
mentre gettava benzina sui focolai di crisi. Un "doppio gioco" che ha
causato
indicibili tragedie, ridisegnando i Balcani secondo protettorati
coloniali
come ai tempi dell'occupazione nazifascista, trasformandone i territori
in
servitù militari occidentali e bacini di sfruttamento delle
risorse
e della forza-lavoro, devastando le basi della convivenza civile e
della
cultura comune di quelle genti. Nessun “gruppo nazionale
“ ci ha guadagnato
niente, dalla disgregazione, visto che tutti indistintamente si trovano
oggi
a dover vivere sparpagliati tra tanti piccoli Stati; i quali a loro
volta
non hanno alcuna forza "contrattuale" né voce in capitolo
rispetto
al pr
oprio stesso futuro. Di rado qualcuno di questi staterelli, tra
pressioni
e ricatti di ogni genere, viene accolto nei "salotti buoni": è
il
caso della Slovenia, che alla fine di marzo è entrata nella NATO
e
nella UE con un referendum pro-for
ma che ha mostrato ancora una volta lo
scarso entusiasmo della popolazione (risicata la maggioranza per la
NATO,
ben più ampia quella per la UE). La situazione attuale nei
Balcani,
non solo in Serbia, è la dimostrazione clamorosa della ipocr
isia delle
grandi potenze. In particolare, le "ragioni umanitarie" sempre addotte
dagli
USA e dai loro alleati per far scoppiare le guerre hanno coperto uno
spietato
progetto di ricolonizzazione. Hanno fatto leva sulle "differenze
etniche"
ma non era altr
o che la applicazione del classico "divide et impera". Per
sfasciare, hanno impiegato tutti gli strumenti possibili ed
immaginabili,
compresi i più inediti o "postmoderni": dalla disinformazione
strutturata,
che si giova oggi delle moderne tecniche di manipolazione del consenso,
fino
alla penetrazione tramite iniziative “culturali“ ed organizzazioni
“non-governative“,
versione attualizzata dei missionari di un tempo. Altre volte si
è
usato il più "tradizi
onale" appoggio a settori politici reazionari,
fascisti, o direttamente criminali; si sono usati i bombardamenti, le
occupazioni
militari, la strategia della tensione... Ma la filosofia complessiva
è
stata sempre quella, colonialista, dell'"arancia
": per meglio mangiarla bisogna
suddividerla spicchio per spicchio; talvolta qualche spicchio si rompe,
e
bisogna sporcarsi le mani - di sangue. Eternamente presi in trappola
nei
deleteri tira-e-molla tra le grandi potenze, gli abitanti dei Balcani
si
tro
vano adesso a dover fare i conti con gli interessi contrapposti di
europei
e statunitensi, non potendo però giovarsi ne‘ degli uni ne‘
degli
altri: nella impossibilita‘ di trovare un equilibrio, essi sono
costretti
da una parte a sottostare a tutti i ricatti USA, dall‘altra a subire la
debolezza
politica europea. Di fatto, ne‘ dall‘Europa ne‘ dall‘America traggono
vantaggi
o prospettive per il futuro.
Il voto del Parlamento Federa
le jugoslavo del 4 febbraio scorso ha rappresentato
un compimento simbolico di questo piano per lo squartamento della
Jugoslavia,
realizzato su procura delle consorterie occidentali da indegni
rappresentanti
politici locali - i rappresentanti cioè di quei ceti sociali
reazionari
da sempre ostili all'ideale di pace e di progresso denominato
"Jugoslavia"
(31). Essi hanno cancellato la “Jugoslavia“ dalle carte geografiche
dando
vita ad una "Unione di Serbia e Montenegro“ che è a sua volta
precaria:
lo status dovrà infatti essere ridiscusso tra tre anni, ed il
nuovo
Presidente del Montenegro, Filip Vujanovic - ultraliberista
rappresentante
della cricca di mafiosi e contrabbandieri al potere in Montenegro dal
1996
- prome
tte il referendum per l'indipendenza (32). Persino all‘interno del
governo dell‘Unione c‘è un‘ala, guidata dal “Ministro per le
relazioni
economiche internazionali“ Lukovac, favorevole alla separazione tra le
due
Repubbliche. Certamente anche per questo motivo il voto del Parlamento
Federale
è stato accolto con giubilo dal più grande "sponsor" di
questa
operazione, Xavier Solana, gia’ ben noto alle popolazioni locali per
avere
comandato la agg
ressione militare del 1999. Analogo giubilo e sostegno è
stato accordato alla classe dirigente serba in occasione della
instaurazione
dello "stato d'emergenza" lo scorso marzo: addirittura, con una mossa
sorprendente
la nuova effimera "Unione" &egr
ave; stata repentinamente accolta nel Consiglio
d'Europa, proprio nei giorni in cui svariate migliaia di persone erano
sbattute
in galera ed i giornali di opposizione venivano chiusi. Il 30 marzo, in
piena
guerra all'Iraq, il Segretario di Stato USA Colin Powell ha effettuato
una
di per se eloquente visita a Belgrado, esprimendo entusiasmo per la
svolta
repressiva, e dunque incoraggiamento e sostegno al regime
"latinoamericano"
che oggi opprime la Serbia; il premier serbo Zivkovic ha ricambiato a
fi
ne
luglio, con una lunga visita negli USA; negli stessi giorni, il suo
Ministro
della Difesa sottoscriveva un accordo di cooperazione militare con
Israele.
Dunque, nella cosiddetta “comunità internazionale“ c‘
è chi
sta operando affinché il processo di disgregazione dell'area
prosegua,
a partire dalla secessione del Kosovo-Metohija. Nella provincia, dove
le
strade principali sono state rinominate in onore di Bill Clinton, i
sopravvissuti
delle etn
ie “sbagliate“ vivono come in un enorme "lager", dovendo contare
migliaia di desaparecidos ed uno stillicidio di morti ammazzati. A
ferragosto
la strage più recente: un gruppo di adolescenti serbi, che si
riparavano
dal caldo in riva ad un fiume, sono stati fatti oggetto del
tiro-a-segno
di vigliacchi nascosti fra i cespugli; in giugno, una famiglia di
tre
persone era stata fatta a pezzi, in senso letterale, per essersi
rifiutata
di abbandonare la propria casa ad Obilic e scappare
, come altri 300mila serbi
sono già stati costretti a fare. I regolamenti di conti tra
bande
politico-mafiose pan-albanesi rivali causano poi altrettanti morti.
Questo
Kosovo insanguinato ospita importanti basi militari straniere, come le
statunite
nsi
Camp Monteith presso Gnjilane e Camp Bondsteel presso Urosevac. Mentre
i
rappresentanti delle locali “istituzioni” monoetniche proclamano in
ogni
occasione che l’“indipendenza“ è vicina, i governatori
occidentali
d
el protettorato fanno eco garantendo che esso "non fara' mai piu' parte
della Serbia", spalleggiati con arroganza dalla lobby
albano-statunitense
di Biden, Dioguardi, Gillman, Santos, Bob Dole, Richard Holbrooke e...
George
Soros (33), tutti dichiaratamen
te favorevoli alla secessione non solo del
Kosovo, ma anche del Montenegro.
In Serbia acquista peso ogni giorno di più anche il separatismo
ungherese
in Vojvodina, alleato della DOS. Lo stesso vale per il Sangiaccato,
lungo
il confine amminist
rativo tra Serbia e Montenegro, "trait d'union" tra Kosovo
e Bosnia con una forte presenza di slavi musulmani e dunque “naturale“
completamento
della balcanica "trasversale verde" (cioè musulmana) sognata da
Izetbegovic.
Ma, dopo l‘11 Settembre, l‘ideale islamista cui si ispira
Izetbegovic,
autore di una inquietante “Dichiarazione Islamica“, appare arduo da
realizzare
financo nella “sua“ Bosnia-Erzegovina, ridot
ta anch‘essa a protettorato NATO.
D‘altronde, impossibile appare lí il raggiungimento di un
qualsivoglia
status di unità e sovranità. Umiliate le sue “fondamenta“
jugoslaviste,
la Bosnia-Erzegovina è ogg
i il fantasma di se‘ stessa, e l‘unica prospettiva
nel breve e medio periodo è il cronicizzarsi della dis-unione,
ovvero
della paralisi - sociale, economica, politica, ideale - generata dalla
guerra
fratricida prima, e dal regime di ser
vitù occidentale poi. Occasionalmente,
ma sempre in modo effimero, sembrano giovarsi di questa situazione le
solite
forze irredentiste: ad esempio i croati, che sono riusciti ad imporre
(il
22 giugno scorso) la presenza del papa a Banja Luka, al ce
ntro cioè
della entità serba. Un vero e proprio schiaffo simbolico, ed
anche
un insulto alla memoria del genocidio attuato nel 1942-1944 dagli
ustascia
ai danni della popolazione locale - genocidio mai menzionato dal papa.
Ulteriore disgregazione è in atto nella FYROM (34): anche in
questa
Repubblica ex-federata il micronazionalismo (pan-albanese) è
stato
fomentato dalla NATO negli anni passati. Nel 2001 esso è stato
scatenato
in particolare ai danni dei centri a più forte caratterizzazione
“multietnica“,
come Kumanovo, seconda città del paese, assoggettata ad un
pesante
assedio. È stata questa la punizione inferta alla sua
cittadinanza
mista, tollerante, lavoratrice, e specialmente alla sua componente
serba
protagonista di vaste manifestazioni contro l'aggressione della NATO
nel
marzo 1999.
Ogni esplosione della violenza terroristica serve a giustificare la
ulteriore
presenza delle truppe occidentali, oggi diffu
se un po' dovunque nella regione,
ridotta ad un "patchwork" di protettorati. Esse controllano le vie di
comunicazione,
in particolare proprio in FYROM e Kosovo, dove è stata avviata
la
realizzazione del cosiddetto Corridoio numero 8, sulla direttri
ce fra Albania
e Bulgaria (35). All'inizio di settembre 2002, non appena nella FYROM
le
acque si sono un po‘ placate, è ufficialmente incominciata la
costruzione
del nuovo oleodotto tra Skopje e Pristina ad opera della Hellenic
Petroleum
S.A. (36). Un protocollo di intesa denominato Memorandum of
Understanding
(Mou), per la realizzazione del Corridoio, è stato poi
sottoscritto
il 9 settembre a Bari nell'ambito della Fiera del Levante dai Ministri
dei
Trasporti dei sei Paesi interessati (oltre ad Italia e Grecia, Turchia,
FYROM,
Bulgaria ed Albania) e sottoposto in fretta e furia alla Commissione
UE:
<<il sistema comprende porti, aeroporti, centri intermodali,
strade
e ferrovie per collegare le regioni adriatico-ioniche con l'area
balcanica
e i Paesi del Mar Nero. (...) ''Con l'intesa di oggi - ha detto il
ministro
Lunardi - si completa finalmente il disegno originario dei dieci
corridoi
pan-europei, iniziato nel 1991 con la conferenza di Praga, continuato a
Creta
nel 1994 e succe
ssivamente a Helsinki nel 1997, per estendere le reti transeuropee
di trasporto verso i Paesi dell'est europeo e dei Balcani''. Il cammino
-
ha aggiunto - è stato ''lungo e impegnativo, anche a causa delle
crisi
esistenti in alcune aree, che in un certo momento avevano fatto
prospettare
perfino la soppressione del corridoio''. In quest'anno, invece -
secondo
il ministro per le Infrastrutture - sia sul corridoio 5
[Ungheria-Slovenia-Trieste]
sia sul corridoio 8 l'approccio è diventato concret
o ed organico.>>
Le risorse necessarie per l'Italia ammonterebbero a 2.106 milioni di
euro
(37).
Ma il contrasto con gli USA viene oramai alla luce del sole, in una
fase
in cui sta drammaticamente esplodendo la "grande crisi" de
l petrolio (38).
Nei Balcani, come dappertutto, la cordata petrolifera anglo-americana
(BP-Amoco-ARCO,
Chevron e Texaco) si contrappone agli europei Total-Fina-Elf, ai
quali
l'italiana ENI sarebbe associata (benchè la posizione sui
generis
de
ll‘Italia meriti un discorso a parte). Per questo gli anglo-americani
sono
in prima linea nell'interventismo militare e di intelligence nei
Balcani,
dove non disdegnano di usare il terrorismo di matrice islamista e
filoturca
per tenere in scacco tut
ta la penisola (39) così come già fanno
nel Caucaso (vedi Cecenia). Proprio per quanto riguarda il Corridoio 8,
si
noti che dal 1996 anche il colosso energetico anglo-americano ha creato
un
consorzio specifico, denominato AMBO, sottoscrivend
o accordi ad hoc nel tentativo
di marginalizzare gli europei (40). Inoltre, proprio negli stessi
giorni
di settembre 2002 gli USA hanno presenziato alla firma di un ulteriore
protocollo
d'intesa, riguardante stavolta il cosiddetto Corridoio 10, cioè
; la
direttrice danubiana, che va da Costanza sul Mar Nero fino ad Omisalj
presso
Rijeka/Fiume: una direttrice ancora bloccata, dopo la aggressione alla
Serbia,
ma di estremo interesse strategico per l'Europa centrale. Croazia,
Romania
e Serbia si sarebbe
ro accordate per il ripristino delle infrastrutture; ma
sono richiesti enormi investimenti (soprattutto in Serbia, ovviamente,
dove
il governo ha sbandierato l‘accordo a fini di propaganda interna) i
quali
dovrebbero venire dagli USA (41). Tuttavia oggi, dopo molti mesi,
sembrano
aver prevalso non solo la litigiosità insuperabile tra Serbia e
Croazia,
ma soprattutto l'effettivo interesse USA ad insabbiare per il momento
qualsivoglia
progetto di oleodotto balcanico... L'Iraq è infatti s
tato soggiogato;
inoltre, un ben più interessante (per gli USA) progetto è
stato
avviato (guarda caso sempre nel settembre 2002!) per un oleodotto da
Baku
attraverso la Turchia fino a Ceyhan, direttamente cioè sul
Mediterraneo:
a tagl
iar fuori i Balcani, e con essi tutta l'Europa.
Una "rimozione" specificamente italiana
In questo teatrino di "sgambetti" tra i vari attori sul proscenio
balcanico,
l'Italia svolge un ru
olo non irrilevante, per motivi oggettivi: basti guardare
la cartina geografica, per comprendere come tanto il Corridoio 10 (con
la
progettata diramazione di Trieste) quanto il Corridoio 8 (per tutti i
nostri
porti adriatici) o il 5 (sempre per Trieste) s
iano tutti al centro dell'interesse
del nostro paese, indipendentemente da quale risulterà essere la
cordata
imperialista "vincente". Questa nostra posizione geopolitica, se spiega
gli
enormi interessamenti ed investimenti degli ultimi dieci anni v
erso i Balcani,
rende ingiustificabile la superficialità con cui è stata
trattata
la tragedia jugoslava nel dibattito pubblico italiano, ed intollerabile
la
specifica "rimozione" della problematica a sinistra e nel movimento
contro
la guerra
. Peraltro, in Italia di “questioni“ in sospeso sulla Jugoslavia,
e dunque di motivi di riflessione, ne abbiamo da ben prima del 1990.
Dopo
la fase "tardo-risorgimentale" (la I Guerra Mondiale, la
italianizzazione
forzata ed il nazionalismo sl
avofobo ad Est), sotto il Fascismo l'occupazione
coloniale di vasti territori - da Lubiana a Pristina (1941-‘43) - fu
particolarmente
violenta. Vi erano campi di concentramento italiani in territorio
slavo,
ad esempio a Rab (Arbe), ma anche campi pe
r prigionieri jugoslavi in territorio
attualmente italiano, come a Cervignano del Friuli. Il tasso di
mortalità
in questi luoghi era molto alto; ciononostante la storiografia italiana
su
questo è un ulteriore "buco nero". (42)
Poi, dopo la rottura tra Jugoslavia e Cominform, nel 1948, uno
specifico
"trauma" e la sua conseguente "rimozione" hanno interessato i comunisti
italiani.
Chi scrive è convinto che anche questo vada considerato, se si
vuole
provare a ragiona
re sulle pregresse attitudini anti-jugoslave di larga parte
della nostra sinistra. Infatti, con quella rottura furono in gran parte
rescissi
i naturali legami tra comunisti italiani e comunisti jugoslavi -
compresi
gli jugoslavi di lingua italiana present
i in Slovenia e Croazia, la cui bandiera
è rimasta in tutti questi decenni il tricolore bianco, rosso e
verde
con la stella rossa al centro. Ma quei legami erano in gran parte i
gangli
nei quali scorreva la linfa dell'Italia partigiana, dell'antifa
scismo combattente:
i cimiteri, nei quali a centinaia sono sepolti i partigiani jugoslavi
che
combatterono sulla penisola italiana (soprattutto nel centro Italia, ad
esempio
a Visso nelle Marche) sono stati dimenticati, come dimenticati, in una
sorta
di "
damnatio memoriae" (C. Del Bello), sono pure gli episodi eroici della
lotta fianco a fianco sulle montagne dall'una come dall'altra parte
dell'Adriatico.
Per non dire della Guerra Fredda che, dopo il '48, si è svolta
anche
tra comunisti, tra "vidal
iani" e "titini" a Trieste (43). Una involontaria
convergenza si determinò insomma in Italia tra una destra
anticomunista,
dunque antijugoslava, ed una sinistra comunista di scelta
cominformista,
dunque essa pure antijugoslava, a determinare un cli
ma di ostilità
generalizzata, potenziato da vari fattori sfavorevoli: i vecchi
sentimenti
nazionalistici, la Guerra Fredda, il ruolo di ambigui personaggi
"trasversali",
il periodico, "carsico" riaffiorare dei traumi della guerra e del
dopoguerra
- l'esodo da Istria e Dalmazia, le notizie di crimini commessi o
presunti.
(44)
In questo clima ostile si possono cercare alcune delle ragioni della
non-comprensione
della guerra, imperialista e fratricida, scatenatasi nel 1991. Nelle
file
d
el PCI sedevano (e siedono ancora oggi nelle file di vari gruppi
parlamentari)
quei personaggi - qualcuno persino di origine giuliana, slovena,
istriana,
eccetera - che curarono i rapporti internazionali del partito e dunque
ben
conoscono vicende, persone
, luoghi, tendenze e problematiche politiche dell'area
balcanica. In questi anni, queste persone hanno fatto completamente
mancare
il loro contributo, anzi spesso hanno giocato un ruolo negativo: dal
sostegno
ideologico ai secessionismi fino ai vergognosi bombardamenti della
primavera
1999. Forti delle loro conoscenze e delle loro frequentazioni, in
Italia
ed in Jugoslavia, questi personaggi sono stati in vario modo attivi
nelle
sedi deputate alle produzione della “pubblica opinione“: nel sist
ema accademico
o in quello dell‘informazione, nella RAI come all‘"Unita'", nelle
Fondazioni
ed in varie strutture universitarie, come anche nelle piccole radio o
nelle
iniziative del pacifismo e dell'associazionismo... Giovandosi del cli
ma di
decadenza politico-culturale particolarmente deleterio “a sinistra"
già
dagli anni Ottanta, costoro hanno avuto gioco facile ad avvalorare,
sulla
guerra, chiavi di lettura insufficienti o del tutto fuorvianti (guerra
"etnica",
guerra "d
i aggressione serba", guerra "per la autodeterminazione"). Sovente,
questi stessi personaggi "fanno" la diplomazia italiana in quelle
terre,
e mediano perciò anche la riconquista economica-coloniale,
magari
attraverso operazioni pseudo-umanitarie c
ome la famigerata “Missione Arcobaleno“.
Disgraziatamente assente è stata invece la voce dei partigiani,
che
avrebbe potuto rammentarci la eroica Guerra di Liberazione in
Jugoslavia,
inquadrando la questione delle nazionalità in una prospettiva
storica;
assenti pure i comunisti jugoslavi, che la nostra "sinistra" non ha mai
interpellato
a dire la loro sullo sfascio del loro paese, in questi anni.
Eppure rimane indispensabile, per chi oggi si dice comunista, poter
disporre
di strumenti autonomi di analisi ed interpretazione di questa Storia
jugoslava
a noi così vicina, nel tempo e nello spazio, così
drammatica,
e così piena di implicazioni. All‘uopo bisogna liberarsi da
tutte
le zav
orre: oltre alle difficili, ma oramai anacronistiche eredita' di cui
sopra, c‘è il carico di molti anni di disinformazione, ci sono
le
interpretazioni ingenue in termini esclusivamente di "diritti umani",
c‘è
il "buonismo" di una sinistra che si è accorta con troppo
ritardo
che taluni attori, in questa faccenda, tutto sono fuorché
ingenui...
Bisogna in sostanza rendersi autonomi dalla pressione fortissima degli
interessi
in campo.
Nel frattempo
, molte migliaia gli italiani in divisa a rotazione svolgono
servizi cosiddetti di "peacekeeping" in quelle terre; ci si lamenta
occasionalmente
se qualcuno si ammala di leucemia o è vittima di qualche
incidente;
ma volendo andare al fondo del prob
lema bisogna esigere, molto semplicemente,
il ritiro di tutte le truppe italiane all'estero, e la fine delle
politiche
di ricolonizzazione comunque mascherate.
La Jugoslavia come paradigma di rimozione
Chi, in questi anni, ha guardato alla Jugoslavia, ha potuto vedere cose
al
di là di ogni immaginazione: dai rifornimenti massicci di armi
attraverso
i nostri porti (45), alla beatificazione di arcivescovi nazisti (46),
allo
stragismo operato per alzare la tensione, fino ai bombardamenti dei
convogli
di profughi e delle fabbriche presidiate dai lavoratori... Abbiamo
saputo
dell'addestramento delle formazioni separatiste da parte di agenzie di
mercenari
(47) e del ruolo di mercenari no
strani, mai processati per i loro crimini,
come un tale Delle Fave. Tutto questo lo ha visto chi ha voluto vedere
(48),
chi invece non voleva vedere, ovviamente, non ha visto nulla: ha
"rimosso".
Ma il tempo passa, e mese dopo mese quello che è successo alla
Jugoslavia
va replicandosi in tanti altri contesti, con ritmi sempre più
rapidi
e modalità sempre più sfacciate. Come in Jugoslavia anche
in
Iraq, ad esempio, hanno imparato bene che la guerra si prepara e si
accompagna
con la disinformazione strategica, gestita a livello globale da agenzie
specializzate
e "corporation" del settore, come la Hill&Knowlton, la
Ruder&Finn,
la ITN, il Rendon Group, gli istituti legati ai governi o
ccidentali ed alla
Fondazione Soros... Come in Jugoslavia, anche in Iraq la diffamazione
delle
classi dirigenti e la promessa di "dare alla popolazione locale un
governo
democratico" si sono rivelate un cinico imbroglio: l'Occidente ha
portato
distruzione
, insediamenti militari, miseria, morte; porterà nuovi
confini a dividere le genti, porterà divisione ed odio "etnico",
e
regimi coloniali repressivi ed antipopolari. Come in Jugoslavia, anche
in
Iraq la guerra "umanitaria" si è comba
ttuta con l'uranio impoverito,
con i bombardamenti sulle infrastrutture e sugli insediamenti civili,
con
conseguenze mortali sull‘economia, sull'ambiente e sulla salute. Come
in
Jugoslavia, anche in Iraq gli imperialisti si litigano le risorse
,
le materie prime, il petrolio ed il gas naturale, e mirano a
controllare
militarmente tutte le rotte per il loro transito.
E come in Jugoslavia ed in Iraq, anche in Venezuela o a Cuba, in Siria
o
in Corea del Nord si presentano pro
blemi analoghi. Comprendere la crisi jugoslava
è condizione necessaria per capire le dinamiche di tutti questi
scenari
di crisi internazionale; viceversa, “rimuovere“ la Jugoslavia è
nell‘interesse
di chi non vuole che si c
apisca, affinchè il crimine si possa perpetrare.
È per questo che il movimento contro la guerra dovrebbe avere
consapevolezza
e memoria dei fatti paradigmatici qui descritti, e dovrebbe battersi
contro
la "rimozione" della Jugoslavia, che di tutti gli scenari di guerra
è
a noi il più prossimo. Hanno provato a spiegarlo anche le
sindacaliste
della Zastava, intervenute dal palco di Piazza San Giovanni alla grande
manifestazione
del 15 febbraio scorso (49). Ma l'attenzione prestat
a è scarsa, e
la rimozione sussiste a molti livelli: la Jugoslavia, a tutti gli
effetti,
è "paradigma“ di rimozione (T. Bellone) - rimozione dalla Storia
come
dalla cronaca; rimozione che riguarda tanto la Jugoslavia "in grande"
(RFSJ)
quanto quella "in piccolo" (Serbia e Montenegro); rimozione geografica
e
politico-culturale; una rimozione che è stata operata in Italia
come
all'estero, ed ovviamente, soprattutto, nella stessa Jugoslavia, dove i
traumi
recenti sono stati violent
issimi e "rimuovere" è talvolta una reazione
indispensabile per la propria sopravvivenza. Di fatto, aprire il
capitolo
“Jugoslavia“ oggi significa aprire ferite non rimarginate, e questo non
solo
per gli jugoslavi ma per tutti quelli ch
e sono a vario titolo coinvolti nella
problematica, ciascuno con il proprio personale carico di esperienze
dolorose
(50). Tuttavia, i traumi personali non si superano se non si prende
coscienza
di che cosa veramente li ha causati, e la politica serve sicu
ramente allo
scopo poichè va oltre, riguarda relazioni tra grandi masse che
condividono,
e sempre condivideranno, lo stesso spazio fisico e culturale. Per
questo
motivo bisogna assolutamente superare le barriere psicologiche
innalzate
dalla propaga
nda, simili a tante nuove "cortine di ferro" poste a dividere
popoli, ed anche famiglie, o singole coscienze, al loro interno. In
questo
i non-jugoslavi possono essere utili quasi come uno psicanalista, o un
semplice
amico, è d’aiuto a supera
re traumi e ferite impresse nel profondo.
Si tratta anche di valorizzare gli aspetti positivi di una
identità,
e di preservarne i tesori (51). Come le vite dei singoli, nemmeno la
Storia
ritorna indietro, ma è necessario che essa sia raccont
ata senza mistificazioni,
altrimenti non c‘è futuro.
È molto significativa da questo punto di vista la tendenza, oggi
riscontrabile
in tutte le Repubbliche ex-federate come anche nelle comunità
degli
jugoslavi all
'estero, a ricostruire Jugoslavie posticce, un po' come la "DDR
in una stanza" del film "Good Bye Lenin": riserve della nostalgia,
luoghi
simbolici. Sono siti internet, circoli di militanti, o persino piccoli
appezzamenti
di terreno provocatoriamente cons
acrati al tricolore con la stella rossa.
Tutto questo ha un suo preciso significato, ma certamente non
può
bastare. Quello che vige, in Serbia come in Bosnia ed altrove, è
ancora
uno stato di attesa, quasi di contemplazione della tragedia ch
e si è
consumata e tuttora si consuma, come quando si veglia un
cadavere.
Passare da questa contemplazione passiva ad una disposizione positiva
è
necessario, ma certo non è automatico: i comunisti hanno subito
gravi
sconfitte; a
lle sinistre è concessa visibilità solo quando
si adagiano nell’opportunismo; i sindacati sono stati frantumati, e
dove
la rabbia operaia è più forte spuntano come per miracolo,
alternativamente,
la violenza del terrorism
o “etnico” oppure decine di sindacati "gialli"...
Le condizioni materiali di sopravvivenza sono poi difficilissime, e
dunque
è assurdo il moralismo di chi pretende dagli jugoslavi quella
capacita'
di organizzazione politica che nemmeno in Italia in fondo sappiamo
esprimere,
in condizioni ben più favorevoli. I tantissimi esuli all'estero
devono
innanzitutto pensare al lavoro, alla casa, a rifarsi una vita, e non
potrebbe
essere diversamente. Chiediamoci piuttosto come, alla questi
one, ci possiamo
o ci dovremmo rapportare noi, comunisti italiani.
Chi ha seguito la vicenda jugoslava al di la' della cortina fumogena
della
disinformazione ha potuto verificare come le guerre non nascano dalla
"pazzia"
né da "congenite attitudini criminali" di alcuno, ma siano
piuttosto
la logica espressione di questa fase storica: una fase storica
contrassegnata
dalla violenta espansione del capitale monopolistico transnazionale e
dalla
ricolonizzazione ai danni non solament
e dei paesi del "Terzo Mondo", ma anche
di paesi che sono nel cuore dell'Europa. In essi, tuttavia, la
situazione
è altamente instabile. Dalla disgregazione jugoslava non
può
nascere niente, nemmeno per le grandi potenze imperialiste - e qua
ndo esplodono
le contraddizioni tra queste ultime, accompagnate dal logico
risentimento
popolare, il fittizio ordine vigente nei Balcani crolla come un
precario
castello di carte. Anche per questo motivo, non prestare attenzione a
quanto
lì avviene è un grave errore.
Note:
(1) Secondo un dispaccio "mortuario" dell'ANSA, diramato lo scorso
febbraio
dopo il voto del Parlamento Federale, la Jugosla
via sarebbe stata addirittura
"una polveriera durata 74 anni".
(2) Il 29 novembre 1943 a Jajce, nel cuore della Bosnia-Erzegovina, il
Comitato
Antifascista di Liberazione Nazionale (AVNOJ) poneva le basi del paese
multinazionale,
fondato nella e
roica lotta contro le potenze occupatrici ed i collaborazionisti,
rappresentati dai nazionalisti, nazisti e monarchici.
(3) AAVV: "NATO in the Balkans", ed. International Action Center, 1997;
una
versione italiana è uscita per Editori Riuniti: "La NATO nei
Balcani",
1999.
(4) Persino la europea Commissione Badinter aveva sconsigliato il
riconoscimento
della Croazia a causa degli irrisolti problemi con la popolazione serba
autoctona,
nettamente contraria alla secessione della Repubblic
a.
(5) Marzo 1992: l'ex ambasciatore USA a Belgrado, Zimmermann, invita
musulmani
e croati a ritirare la loro firma dall'accordo di Lisbona per la
cantonalizzazione
della Bosnia-Erzegovina.
(6) Sulle stragi "del pane" e di Markale a Sarajevo
, e più in generale
sul carattere strategico della disinformazione dei media, si
vedano
ad esempio i libri di Michel Collon "Poker Menteur" e "Monopoly"
(ed.
EPO, Bruxelles).
(7) Si vedano i contributi di S. Gervasi e M. Chossudovsk
y su "NATO in the
Balkans", op.cit.
(8) La "Lega Democratica del Kosovo" di Ibrahim Rugova e la sua
politica
di separatismo su base etnica è stata appoggiata sin dal 1990
non
solo da settori "pacifisti" e da militanti per i "diritti umani
", ma anche
da note centrali della disinformazione quali la Fondazione Soros e la
Ruder&Finn
Public Global Affairs. Su quest'ultima agenzia di "lobbying" si
veda:
Jacques Merlino, "Les Verites yougoslaves ne sont pas toutes bonnes a
dire"
(Paris
: Albin Michel, 1993). Per quanto invece riguarda il ruolo dell'UCK
("Esercito di Liberazione del Kosovo"), formazione armata "contras"
attiva
dal 1997, e l'appoggio a questa fornito da parte della NATO, si veda ad
esempio
l'ottimo libro di Juergen Elsaes
ser "Menzogne di guerra" (Napoli: La Città
del Sole, 2002).
(9) In Italia la migliore documentazione su questo altro "buco nero"
informativo
è stata prodotta dal comitato Scienziate/i contro la Guerra: per
i
riferimenti ai testi pubblica
ti si veda il sito http://www.scienzaepace.it.
Da segnalare anche il video "Bombe sulle industrie chimiche" di Sasha
Adamek,
nell'edizione italiana a cura di Alberto Tarozzi.
(10) Due fonti "insospettabili" ne parlano: la rivista "30GIORNI"
diretta
da Giulio Andreotti (sul n.2/2003: "A quattro anni dalla 'guerra
umanitarià
in Kosovo. Dopo le bombe il caos") e "La Tribuna di Treviso" con una
intervista
a Massimo Cacciari (martedì 4/3/2003).
(11) Anche sulla questione della "pulizia et
nica" e del terrore oggi instaurato
nel Kosovo-Metohija esiste una preziosa documentazione video di M.
Collon
e V. Stojiljkovic. L'edizione italiana ("I dannati del Kosovo", 80min.)
è
disponibile presso "SOS Yugoslavia" di Torino (posta@resistenze.
org).
(12) Trovare documentazione su questo argomento, nel buio di una
censura
di fatto, è arduo. Nondimeno segnaliamo gli articoli di Fulvio
Grimaldi
per questa rivista, nonchè gli opuscoli di R. Giusti, A.
Hoebel
e F. Grimaldi ("
La NATO in Jugoslavia: dalla guerra al colpo di Stato")
e di E. Vigna ("Jugoslavia 2001"), editi da La Città del Sole
(Napoli,
2001). La situazione jugoslava è comunque costantemente seguita
dal
bollettino JUGOINFO su internet (si veda
: http://groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/messages/).
(13) Sulle campagne di solidarietà, ed il modo di contribuirvi,
si
veda ad esempio: http://www.ecn.org/coord.rsu/guerra.htm
(14) In effetti già dallo scorso autunno, in segu
ito al fallimento
delle elezioni presidenziali tanto in Serbia quanto in Montenegro a
causa
della palese disaffezione popolare e del non-raggiungimento dei quorum,
nel
paese si è determinata una gravissima crisi istituzionale a
tutti
i livelli, che la trasformazione da "Federazione" ad "Unione" lo scorso
febbraio,
e l'attuale incertissimo iter per la riscrittura delle Costituzioni,
non
fanno altro che aggravare.
(15) Si tratta di "Nacional" e "Identitet", mentre al montenegrino
"Dan"
viene viet
ata la distribuzione in Serbia. Si tenga comunque presente che
dopo l'ottobre 2000 insieme agli spazi di espressione politica in
Serbia
e Montenegro sono drasticamente diminuiti gli strumenti di
comunicazione
dei settori di opposizione anche per ragioni i
mmediatamente economiche. Si
deve inoltre registrare il fenomeno di acquisizione dei media da parte
di
società straniere: in particolare (oltre a Soros) da parte della
Westdeutsche
Allgemeine Zeitung di Bodo Hombach, che oggi possiede il principale
quotidiano
belgradese "Politika", un tempo prestigiosa testata.
(16) Questo "Tribunale ad hoc" non va confuso con la preesistente Corte
Internazionale
atta a dirimere le controversie tra gli Stati, che ha sempre sede
all'Aia
ma è o
rganismo ben più legittimato.
(17) La presidentessa del Tribunale, Gabrielle Kirk McDonald, il 5
aprile
1999 veniva insignita di una onoreficenza dalla Corte Suprema degli
USA.
In quella occasione essa spiegava senza alcun imbarazzo: <<Ab
biamo
beneficiato del forte sostegno dei governi interessati e degli
individui
che si sono adoperati, come il Segretario Albright. [Si noti che i
bombardamenti
sulla Jugoslavia erano iniziati da pochi giorni] Come rappresentante
permanente
alle Nazioni Un
ite, essa ha lavorato incessantemente per creare il
Tribunale. In effetti, noi spesso ci riferiamo a lei come alla
"madre
del Tribunale"...>>
Dunque la "mamma" del Tribunale dell'Aia non è Emma Bonino!
(18) In un comunica
to stampa diramato all'Aia il 19 aprile 1999 (JL/PIU/397-E)
si legge: <<Per conto del Tribunale Penale Internazionale per la
ex
Jugoslavia il Presidente del Tribunale, giudice Gabrielle Kirk
McDonald,
ha espresso il suo grande apprezzamento al gover
no degli Stati Uniti per
la sua concessione di 500mila dollari USA destinati al Progetto
Outreach
del Tribunale. Harold Koh, Vice segretario di Stato USA per la
democrazia,
i diritti umani ed il lavoro, ha annunciato la donazione in una
conferenza
stampa presso il Tribunale venerdì 16 aprile 1999. Questa
generosa
contribuzione, che ammonta a più di un terzo del budget
complessivo
di Outreach, "consentirà al Tribunale" - come nota lo stesso
Vice
Segretario di Stato Harold Koh - "di por
tare il suo messaggio di giustizia
imparziale non solamente ai governi ed ai rappresentanti legali dell'ex
Jugoslavia,
ma, soprattutto, alle famiglie delle vittime".>> Una
dichiarazione
tanto nobile da far venire le lacrime agli occhi, soprattutto s
e si pensa
che questo signore mentre parlava rappresentava uno Stato - gli USA -
che
proprio in quei giorni stava causando dolori enormi e disgrazie a
quelle
stesse famiglie tramite i bombardamenti.
(19) Conferenza stampa tenuta il 17 maggio 1999.
(20) Le recenti incriminazioni ed arresti contro alcuni esponenti
minori
della "manovalanza" UCK non mutano questo quadro complessivo; lo stesso
vale
per l'arresto di Nasir Oric, musulmano della Bosnia responsabile di
micidiali
"sortite" delle sue trupp
e dalla "enclave protetta" di Srebrenica a danno
dei serbi dei villaggi circostanti nel 1992-1993 - e dunque ben prima
dei
fatti del 1995 sui quali la stampa internazionale ha tanto insistito,
benché
la loro vera dinamica ed entità sia tutto
ra da chiarire (si veda in
proposito in: Juergen Elsaesser, op. cit.). Nel caso dei croati, mentre
nessun
leader politico è stato "incriminato" dall'Aia, lo Stato croato
ha
finora negato ogni tipo di collaborazione anche per i militari
responsabili
della eliminazione fisica degli abitanti serbi della Slavonia e
delle
Krajine.
(21) Franjo Tudjman, oggi defunto, è stato l'autore di testi
revisionisti
sul nazismo; Alija Izetbegovic, autore della "Dichiarazione Islamica" e
legato
all'A
rabia Saudita, all'Iran, al Pakistan ed a Bin Laden, è
sospettato
di avere fatto parte dei filonazisti "Giovani Musulmani" durante la II
Guerra
Mondiale; i leader dell'UCK, anche macedone, sono personaggi ricercati
dalle
polizie di mezzo mondo per le loro frequentazioni criminali. Tutti
costoro
subirono condanne e spesso scontarono pene nella RFSJ per reati quale
l'”istigazione
all'odio tra le nazionalità”.
(22) La pagina 11467 degli Atti, relativa alla seduta del 10 ottobre
2002,
resterà leggendaria poiché in essa per la prima volta
nella
storia un "magistrato" (Richard May) dichiara che la Corte accetta il
"sentito
dire" come prova.
(23) La "necessità" di una indagine contro Milosevic veniva
annunci
ata
alla conferenza stampa congiunta tenuta dalla "madre del Tribunale ad
hoc",
Albright, e dall'ex-procuratore Louise Arbour (successivamente
sostituita
dalla Del Ponte) a Washington D.C. il 30 aprile del 1999: si veda il
documento
ufficiale dell'ufficio del portavoce del Dipartimento di Stato USA:
http://secretary.state.gov/www/statements/1999/990430a.html
.
(24) A sottolineare il vero e proprio affronto operato da questi agenti
della
NATO nel governo serbo, ai danni del paese e della sua stessa dig
nità
e memoria storica, basti guardare al giorno in cui il sequestro
è
avvenuto: 28 giugno, una data altamente simbolica per la nazione serba.
Quel
giorno, nel 1389 si concludeva la nota battaglia contro i Turchi; nel
1914
avveniva l'attenta
to di Sarajevo; nel 1989 Milosevic teneva il famoso discorso
a Kosovo Polje, invocando la convivenza e la parità tra tutte le
etnie
(per il testo si veda:
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/1112
).
Non è perci&ogra
ve; un caso se una manifestazione internazionale contro
il "Tribunale" dell'Aia è stata convocata dal comitato "Sloboda"
all'Aia
per il prossimo 28 giugno.
(25) La opinione contraria della Corte Costituzionale è stata
formalizzata
il 6 n
ovembre 2001; il testo è stato pubblicato sulla Gazzetta
Ufficiale
della RF di Jugoslavia N.70/01 il 28 dicembre 2001.
(26) I cosiddetti "Amici curiae", la cui scarsa serietà è
dimostrata
dal fatto che dopo pochi mesi uno di loro ha rilasciato alla stampa una
intervista
dicendosi convinto che Milosevic sarà condannato, e per questo
è
stato sostituito nell'incarico in seguito alle proteste di Milosevic.
(27) Neil Clark sul "New Statesman" del 28 aprile di quest'a
nno a proposito
del libro: "Yugoslavism: histories of a failed idea (1918-1992)" di
Dejan
Djokic (editor), Hurst & co. (369 pagine, ISBN 1850656630).
(28) La strana carriera di Carla Del Ponte risalta dalla
clamorosa
intervista di J. E
lsaesser al testimone-chiave nella vicenda Mabetex-Pacolli,
Felipe Turover, che ha accusato la Del Ponte di avere insabbiato
l'inchiesta
e di aver messo a repentaglio la vita dei testimoni (KONKRET, dicembre
2002.
In italiano su:
http://it.grou
ps.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/2137 ).
(29) È oggi pero' possibile seguire le udienze (le cui
trascrizioni
oramai ammontano a molte migliaia di pagine) via internet sui siti:
http://www.slobodan-milosevic.org/
http://www.dom
ovina.net/Icty/eng/room1.ram
http://hague.bard.edu/video.html
http://tribunal.freeserbia.com
(30) ''Hussein e Milosevic ... in quanto dittatori si assomigliano. Il
problema
che si pone il mondo civile è quello di annullare le potenzi
alita'
dei dittatori, per andare sempre più verso la democrazia ... Noi
kosovari
dobbiamo ringraziare Dio per l'intervento della NATO che è
servito
a salvare un popolo e una civiltà''. Rugova, testuale, dall‘ANSA
del
13/02/2003.
(31) La cancellazione della "Jugoslavia" e’ stata un passaggio coerente
nell’ambito
del programma politico della DOS, di impronta reazionaria . Due fatti
ulteriori,
tra i tanti, possono attestare tale carattere reazionario:
Kostunic
a,
nel suo primo discorso in piazza da presidente jugoslavo, a Belgrado
durante
il golpe del 2000, con un lapsus rivelatore salutava il pubblico
rivolgendosi
alla "Serbia libera" anziché alla "Jugoslavia libera"; tra i
primi
atti di natura simbolic
a effettuati dal governo Djindjic c’e’ stata la consegna
del passaporto e della ex residenza reale (la “Casa Bianca”) all’”erede
al
trono” della famiglia Karadjordjevic, esiliato in Gran Bretagna sin
dalla
II Guer
ra Mondiale.
(32) Beta/Tanjug, 4 maggio 2003. Vujanovic è stato eletto l'11
maggio
2003 in elezioni cui ha partecipato meno della meta' del corpo
elettorale
sia a causa del boicottaggio da parte dell'opposizione sia per il
sentimento
gene
ralizzato di disaffezione e disprezzo, imperante nell'opinione
pubblica.
Nonostante vari tentativi di insabbiamento, proseguono le inchieste
italiane
sulla mafia del contrabbando di sigarette, che vedono implicati tra gli
altri
l'ex presidente Djukanovic (pure lui secessionista) ed il camorrista
Francesco
Prudentino (già residente in Montenegro). All‘inizio di luglio i
PM
della Procura della Repubblica di Napoli hanno chiesto l‘arresto di
Djukanovic,
che è oggi Primo Ministro, pe
r “associazione per delinquere
finalizzata al contrabbando di tabacchi lavorati esteri (articoli
416
e 291 quater)“ (ANSA 4/7/2003). Questa inchiesta può essere
anche
vista come parte di una più ampia azione intrapres
a dalla UE contro
certe multinazionali statunitensi come la Philip Morris e la RJ
Reynolds
che si sono giovate del contrabbando (vedi: IWPR's Balkan Crisis
Report,
No. 446). Un contrasto USA/UE dunque emerge in questa vicenda, come
pure
nella differenza d
i posizioni riscontrabile a molti livelli sul problema
dello sfascio annunciato della “Unione“ serbomontenegrina.
(33) Il conte (sic) Nikolaus Graf Lambsdorf, capo dell’ufficio dell‘ex
rappresentante
speciale ONU in Kosovo Mich
ael Steiner, dichiarava lo scorso 9 maggio durante
una conferenza a Vienna che "il Kosovo non fara’ mai piu’ parte della
Serbia"
(Beta, 11/5/2003); la portavoce di Steiner sottolineava: “il Kosovo non
e’
una provincia della Serbia&
#8221; (Beta, 11/5/2003). Il magnate George Soros –
legato al National Endowdment for Democracy, cioe’ alla CIA, e
pesantemente
influente nei Balcani grazie alla rete delle sue organizzazioni
cosiddette
non-governative nonche’ grazie ai numerosissimi media sotto il suo
controllo,
compresa quella Radio B-92 che riecheggia nel nome i famigerati
bombardieri
statunitensi – ha spiegato ai governi UE “che cosa bisogna fare nei
Balcani“
(sic) con un articolo pubblicato sul Fin
ancial Times del 23 maggio scorso,
in vista del summit di Salonicco: come primo punto ci sono
l'"indipendenza"
del Kosovo-Metohija e la dissoluzione della "Unione" di Serbia e
Montenegro.
Stesse identiche sono le priorità secondo Richard Holbrooke
(intervista
a Koha Ditore, 12/7/2003).
(34) Sulla attuale situazione politica nella Repubblica ex-Jugoslava di
Macedonia
(FYROM) si veda il precedente articolo su questa stessa rivista
(n.5/2002).
Nulla è cambiato in questi mesi, a parte lo "s
cambio di ruolo" tra
partiti secessionisti pan-albanesi, con i terroristi di Ahmeti oggi in
doppiopetto
al governo, ed i "democratici" di Xhaferri invece a proclamare la
necessita'
di spaccare il paese in base a criteri "etnici".
(35) Si noti d'altron
de che anche in Bulgaria, dove pure già vige
un regime filo-occidentale come in Macedonia, la presenza di una
minoranza
turca costituisce per la NATO uno strumento potenzialmente utile per
far
saltare gli equilibri del paese non appena ci&ogr
ave; sarà ritenuto
necessario.
(36) La Grecia ha pure acquisito, tra grandi polemiche, la
maggioranza
delle azioni della raffineria Okta di Skopje. La Hellenic Petroleum,
che
ha una forte partecipazione russa, possiede oggi anche la Jugo
petrol montenegrina
(Tanjug 11/10/2002).
(37) Dispacci AP 7/9/2002, ANSA 9/9/2002.
(38) Sulla crisi del petrolio come chiave di lettura delle “nuove
guerre“
si veda: A. Di Fazio, in "Contro le nuove guerre", Odradek 2000
(http://www.sc
ienzaepace.it);
sulla conflittualità interimperialistica nella “corsa“
all‘accaparramento
dei combustibili fossili si vedano invece i materiali di M.
Chossudovsky
ed altri, pubblicati su http://www.globalresearch.ca. Negli scorsi
anni,
gli europei sono "arrivati prima" in Asia Centrale, ad esempio in
Kazakistan,
anche grazie ad una politica di avvicinamento alla Russia, ma nei
Balcani
essi hanno agito in maniera paradossalmente autolesionistica: i
bombardamenti
del 1999 hanno di f
atto nuociuto a causa dei gravi danni arrecati alle infrastrutture
dell'asse danubiano (il "Corridoio 10"). La "guerra infinita"
proclamata
dagli USA dopo l'11 Settembre sta inoltre ridisegnando completamente la
geopolitica
del petrolio. La recente aggres
sione USA-GB contro l'Iraq ha colpito gli
interessi petroliferi francesi e russi, e sembra scalzare via gli
europei
anche dalle posizioni che sembravano acquisite.
(39) Si noti la sequenza degli eventi: all'inizio del 2000, la
Commissione
Europea ave
va avviato con la Bulgaria, la FYROM e l'Albania le negoziazioni
per l'ingresso nella UE. Nell'aprile del 2001 la FYROM era
diventata
il primo paese dei Balcani a firmare un "accordo di stabilizzazione e
associazione".
Ecco allora che, proprio negli stessi giorni, il terrorismo dell'UCK,
armato
ed addestrato adesso soprattutto dagli angloamericani, esplode in tutta
la
sua violenza, per portare viceversa il paese alla de-stabilizzazione ed
allontanarlo
dalla UE. Il capo della missione OSCE in Macedon
ia Robert Frowick (statunitense)
ha voluto legittimare l'UCK macedone come interlocutore e porre la
FYROM
sotto ricatto; secondo vari osservatori, tra quell'UCK e gli europei
(specialmente
i tedeschi) i rapporti invece non sarebbero più tanto idill
iaci.
(40) Il consorzio AMBO ("Albanian, Macedonian and Bulgarian Oil") ha
sede
legale negli USA ed è direttamente collegato al potere
politico-militare
statunitense attraverso la famigerata Hallibuton, la societa' del
vicepresidente
USA Dick Cheney già appaltatrice delle forniture e della stessa
costruzione
della base di Camp Bondsteel (tramite l'associata Brown & Root), ed
ora
di tutta la enorme "torta" irachena.
(41) Precisamente, gli investimenti erano stati promessi in lugl
io dalla
US Trade and Development Agency (Tanjug 22 e 23/7/2002), ed il
protocollo
tra Croazia, Romania e Serbia è stato firmato il successivo 10
settembre.
(42) Sui crimini di guerra italiani nei Balcani durante la II Guerra
Mondiale
va segnal
ato il documentario della BBC "Fascist Legacy", che pur essendo
stato censurato dalla RAI sta circolando in una miriade di iniziative,
grazie
all'impegno della militanza diffusa ed in particolare in seguito ad una
iniziativa-dibattito
organizzata da
l Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia a Torino.
Ma i "buchi neri" sono tanti ed a vari livelli: dall'addestramento dei
terroristi
"ustascia" di Pavelic in Italia negli anni Trenta, fino alla creazione
della
Grande Albania nazifascista, passando per il trafugamento del Tesoro
della
Banca Nazionale di Jugoslavia nel 1941 (episodio del quale fu
protagonista
un giovanissimo Licio Gelli), la Storia del ruolo italiano nei Balcani
è
stata scritta poco e male.
(43) "Vidaliani" dal nome di Vittori
o Vidali, leader del PCI triestino e
della sua tradizione "cominformista". Subito dopo il 1948 a Trieste la
tensione
tra comunisti di diverso orientamento - non sempre coincidente con
l'appartenenza
nazionalitaria! - era alle stelle. La figura di Tito a T
rieste continua ad
essere soggetta a rimozione, o all'uso esclusivo della propaganda
delle
destre, nonostante Trieste sia stata liberata dal IX Korpus jugoslavo.
Al
di là della rottura Tito-Stalin - che comunque nel merito non
c'entrava
nient
e con la storia ed i rapporti diretti tra comunisti italiani e
jugoslavi
- nel PCI si ritenne di poter trarre ulteriore legittimazione nazionale
ed
istituzionale posizionandosi sulla questione di "Trieste italiana"
(1953).
Tito e la Jugoslavia accettarono di buon grado la mediazione di
Togliatti,
e presto abbandonarono ogni rivendicazione su Trieste, città che
pure
avevano liberato nel 1945 e che sarebbe altrimenti rimasta "territorio
libero"
(T.L.T.). Ma a Trieste/Trst la popolazione slava era e r
esta una grande percentuale
degli abitanti, soprattutto nei quartieri popolari, nelle periferie
operaie
e nei sobborghi carsici, che sono tuttora di lingua slovena.
(44) Le ragioni dell'esodo furono molteplici, ma esso non fu dovuto ad
una
ostilit&ag
rave; di carattere nazionalitario come vorrebbe certa storiografia
neofascista. Da una parte, il moto migratorio dalle campagne alle
città
in quell'epoca era generalizzato, e comportò ad esempio anche la
emigrazione
di triestini ed istriani verso città industriali più
grandi,
ed anche verso l'estero; dall'altra, interagirono fattori di carattere
politico-ideologico
(anticomunismo ovvero accuse di collaborazionismo), tanto è vero
che
in quel periodo Trieste pullulava di e
suli sloveni, croati e serbi legati
ai movimenti fascisti e nazisti delle loro terre.
Per quanto riguarda le "foibe", va premesso che durante la guerra, dopo
l'8
settembre, Trieste ed il suo entroterra divennero parte della regione
del
Terzo Reich de
nominata "Adriatisches Küstenland". In questa regione
il collaborazionismo - di ogni "etnia" - si rese responsabile di
crimini
facilmente immaginabili. La risposta a tutto questo, da parte dei
partigiani,
fu quella necessaria e ben raramente sconfino
' nelle vendette personali.
Di fatto, queste ultime - regolarmente sottoposte a giudizio dai
Tribunali
jugoslavi nel dopoguerra - causarono assai meno lutti nella regione
giuliana
di quanto nello stesso periodo non successe, ad esempio, in
Piemonteo
d in Emilia-Romagna. Eppure, nel clima della Guerra Fredda, sui media
italiani
la questione delle "foibe" assunse per la pubblica opinione italiana
connotati
abnormi, legandosi alle operazioni di guerra psicologica dei servizi
segreti,
in quella zona impe
rniati attorno alla Decima Mas ed alla Gladio. Questa
campagna ha ripreso particolare enfasi dopo il 1991 come forma di
pressione
su Slovenia e Croazia (cfr. C. Cernigoi, "Operazione Foibe a Trieste",
ed.
KappaVu, Udine 1997). Per inciso, mentre la campag
na sulle "foibe" - peraltro
iniziata dalla stampa nazista dell'Adriatisches Küstenland – si
avvale
oggi del contributo in senso revisionista di storici di
“centrosinistra”
ed arriva a lambire persino l'insegnamento nelle scuole dell
'obbligo, nella
stessa Italia vengono sottaciuti gli episodi relativi ai crimini di
guerra
italiani, e raramente si ricorda cosa fu il campo di concentramento
nazista
della Risiera di San Saba, proprio dentro la città di Trieste.
(45) Talvolta usando persino convogli di organizzazioni religiose
o
umanitarie, quali la Croce Rossa e la "Kruh Svetog Antuna" legata alla
Caritas.
(46) Alojzije Stepinac, "icona" del nazionalismo croato, è stato
beatificato
da Wojtyla il 3/10/1998. S
ul clerico-nazismo croato si veda: M.A. Rivelli,
"L'Arcivescovo del genocidio" (Kaos Edizioni: Milano 1999).
(47) Come la Military Professional Resources Inc., con base in Virginia
(USA),
che ha tra l‘altro assistito la Croazia nelle operazioni&
nbsp; “Lampo“ e
“Tempesta“, con le quali nel 1995 le zone a maggioranza serba sono
state
svuotate della loro popolazione autoctona, nella criminale indifferenza
della
“comunità internazionale“.
(48) La letter
atura utile a ripercorrere le recenti fasi della “rimozione“
della Jugoslavia è scarsa, e quasi mai tradotta in italiano.
Oltre
ai testi già segnalati, merita grande attenzione la analisi
cronologica
di Diana Johnstone: “Fo
ols' Crusade: Yugoslavia, Nato, and Western Delusions“
(Monthly Review Press, 2003, ISBN 1-58367-084-X). Un altro testo
“compilativo“
abbastanza aggiornato è “Hidden Agenda: U.S./NATO Takeover of
Yugoslavia“
(Internati
onal Action Center, 2002, ISBN 0-9656916-7-5), che contiene i
contributi
di molti autori.
(49) Il movimento di solidarietà alla Jugoslavia in Italia negli
anni
si è trasformato. Paradossalmente, i bombardamenti della NATO
hanno
fatto da “volano“ per la riflessione e la iniziativa, rendendo la
problematica
jugoslava e serba meno impopolare e più decifrabile,
benchè
la situazione sul campo stesse drammaticamente degenerando, fino alla
attuale
cancellazione del pae
se dalle cartine geografiche. La fase che stiamo vivendo
oggi è una fase di maturità dal punto di vista
dell‘analisi
ma anche di parziale riflusso dell‘impegno. Ciononostante, il movimento
di
solidarietà è tuttora v
ivo e vegeto, e va registrata positivamente
la nascita continua di nuove voci ed iniziative. Rispetto ad un
approccio
meramente moralistico o solidaristico-emergenziale, tipico della comune
pratica
di “volontariato“, il caso specifico jugoslav
o offre la possibilità
di legare assieme immediatamente l‘iniziativa umanitaria al suo
significato
politico, internazionalista ed antimperialista, ad esempio attraverso
l‘esperienza
con i lavoratori bombardati ed i loro problemi, oppure constatando sul
terreno
l‘esistenza di una disinformazione strategica. La problematica
jugoslava
è però risultata finora troppo poco presente nel
più
ampio movimento contro la guerra, per molti motivi, tra i quali
sicuramente
a
nche una certa incapacità di interscambio e coordinamento tra le
iniziative, che ne impedisce la valorizzazione.
(50) Psicologicamente, il meccanismo di distruzione e “rimozione“
interiore
della Jugoslavia assomiglia forse a quello che succede in una coppia,
quando
i due partner si infliggono reciprocamente ferite gratuite al momento
di
lasciarsi e seppelliscono le memorie dei momenti belli vissuti insieme
per
potere andare avanti. Oppure assomiglia alle separazioni e alle sc
issioni
interiori che seguono certe liti famigliari tra fratelli: allo stesso
modo,
gli jugoslavi tendono ad essere profondamente ingiusti con il proprio
passato,
a costruire di esso rappresentazioni false, e ad infliggersi ferite
ulteriori. <
br>
(51) Si tratta dell‘energia creativa testimoniata dalla musica
ritmica
e dalla cinematografia che tanto successo ha avuto negli ultimi anni;
del
patrimonio artistico, architettonico e letterario, frutto di tante
contaminazioni;
del patrimo
nio naturale, dello sport, dei prodotti tipici... Di tutto quanto
insomma va a costituire una identità vitale, affascinante e
positiva,
da contrapporre ai miti di potenza, identitari, nazionalitari,
reazionari
e bigotti, vomitati sull‘area ba
lcanica dagli Imperi avvicendatisi nella
sua colonizzazione (tedesco-europeo, ottomano, yankee).
Questo testo è in larga parte basato sulla
documentazione
disponibile, a cura del Coordina
mento Nazionale per la Jugoslavia (CNJ),
sull'archivio del notiziario telematico JUGOINFO:
http://groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/messages
Il CNJ è nat
o nel 2001 per evitare la dispersione delle iniziative
in atto e per promuovere la loro conoscenza ed interazione reciproca,
negli
ambiti politico, della solidarietà e dell‘amicizia, della
informazione,
della cultura e della memoria. Nel cors
o di questi due anni il CNJ ha promosso
dibattiti, feste, ed incontri pubblici per la presentazione di video e
di
libri.
Per contatti: jugocoord @ tiscali.it
- http://www.cnj.it
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