Informazione

 
Risorgimento africano
 
1) Roma 3/3/2019, una grande manifestazione completamente censurata dai media
video / foto / articolo su Contropiano
2) Il caso di Laurent Gbagbo e la Corte Penale dell’Aja (di Thierry Avi)
 
 
Si vedano anche:
 
L’AFRICA PUÒ RISORGERE - parla Mohamed Konare, leader del movimento Panafricanista (byoblu, 4 ago 2018)
In Africa conflitti e saccheggi non hanno mai visto la fine. Mohamed Konare, Leader del nascente Movimento Panafricanista, sta guidando gli africani verso una mobilitazione mondiale che potrebbe stravolgere gli equilibri di un sistema che ci coninvolge tutti, come inconsapevoli carnefici. In questa intervista, concessa in esclusiva a Byoblu, Konare racconta della sua terra, da troppo tempo martoriata, e di popoli e tradizioni che si perdono nella notte dei tempi. Come e perchè i giovani africani si mettono in viaggio verso l'Europa? Quale è il complicato scenario politico e quali i meccanismi economici che incatenano il continente nero? Per Byoblu, intervista a cura di Eugenio Miccoli.
 
COME LA FRANCIA PIEGA L'AFRICA CON IL FRANCO CFA, Mohamed Konarè (byoblu, 6 nov 2018)
La verità sul colonialismo francese in Africa come non l'avete mai sentita. Come Parigi controlla gli africani con il Franco CFA, con le banche centrali, con il commissariamento dei governi e con l'eliminazione fisica dei dissidenti...
 
I SEGRETI DEI CONTI FRANCESI - Nicoletta Forcheri (byoblu, 26 dic 2018)
Attraverso il Franco CFA, la Francia sottomette le sue ex colonie in Africa. Sono in pochi a saperlo, ma quasi nessuno sa che la Francia usa un sistema simile anche in altre zone del mondo. Ad esempio in Polinesia e Nuova Caledonia con il franco CFP e nei territori d'oltre mare dove emette addirittura euro per finanziare quei paesi. 
Come funziona quello che a tutti gli effetti è un sistema di dominio ai più oscuro e inestricabile? Attraverso quali documenti viene concesso alla Francia il privilegio di controllare la moneta di vaste aree del mondo, e di trarne benefici per la sua Banca Centrale? Moneta CFA, moneta CFP ed euro consentono al Tesoro francese e alle sue agenzie di rifornirsi di ingenti riserve ottenute con il trucchetto della partita doppia al momento della emissione-creazione di moneta-credito. E cosa dovrebbe essere, invece, la moneta?
Per la prima volta su Byoblu Nicoletta Forcheri, esperta di sistemi monetari, intervistata da Irene Oliveri cercherà di far luce su un meccanismo seminascosto, responsabile di un vero e proprio giogo economico applicato a molti Paesi del mondo e di un vantaggio competitivo di cui anche l'Italia fa le spese. 
All'inizio del video c'è un refuso: Nicoletta Forcheri è ricercatrice indipendente, proveniente dal Centro Studi Monetari e NON è ricercatrice allo IASSEM
 
 
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Roma: protesta contro l'influenza francese in Africa (Sputnik Italia, 4.3.2019)
“Veniamo sfruttati!” Protesta contro l'influenza francese in Africa. I manifestanti sono scesi nelle strade di Roma per protestare contro l'influenza economica francese nell'Africa francofona e l'uso del franco africano. La manifestazione si è svolta sabato mattina nella capitale italiana...
 
L'Africa di Konare in piazza a Roma per liberarsi dal Franco CFA - Dov'erano i giornali e le tv? (byoblu, 3 mar 2019)
Ecco la manifestazione del movimento panafricanista di Mohamed Konare, sabato 2 marzo, in piazza, a Roma, nelle immagini di Eugenio Miccoli, di Byoblu. Non c'erano i media, che erano tutti intenti a coprire la manifestazione "antirazzista" di Milano. Noi a quegli africani preferiamo questi, che combattono per la dignità della loro terra e per farla ritornare ad essere libera...
 
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Africani antimperialisti in piazza a Roma
di Redazione Contropiano, 4 marzo 2019
 
A sinistra” in tanti hanno straparlato della manifestazione “antirazzista” di sabato a Milano. Quasi nessuno della manifestazione dei diretti interessati – gli africani, soprattutto – a Roma nelle stesse ore.
 

Una manifestazione che ha messo sul banco degli accusati soprattutto la Francia e la sua ormai antica moneta coloniale, il franco Cfa. Una manifestazione dunque esplicitamente contro l’imperialismo nel Continente nero, che ha percorso la strada da piazza dell’Esquilino a piazza della Madonna di Loreto, lungo via Cavour, largo Corrado Ricci e via dei Fori Imperiali.

Tante bandiere di Stati africani, insieme a quelle italiane e della pace. E uno striscione piuttosto sfottente con i leghisti: “Prima la dignità“.

La questione del franco Cfa, strumentalmente agitatta qualche setttimana fa dai Cinque Stelle, è una moneta stampata vicino a Lione, usata da in 15 Paesi africani, agganciata all’euro e dunque chiaramente “esagerata” rispetto alla forza economica di quei paesi, quasi tutti poverissimi.

Un modo semplice e facile di “depredare le risorse africane, impedendo lo sviluppo del Continente”, come spiegato dal presidente dell’Ucai (Unione comunità africane d’Italia) Otto Bitjoka in una intervista di qualche settimana fa.

Le dichiarazioni di esponenti di punta della politica e del governo italiano sono state un’occasione che abbiamo colto per dimostrare all’opinione pubblica che siamo, sì, contro il franco Cfa, ma anche che questo non è l’unico problema – spiega all’agenzia Dire Ngouedi, giurista costituzionalista dottorando alla Sapienza di Roma -. Ci sono basi e operazioni militari francesi nei nostri Paesi, la Francia è sempre implicata in modo ufficiale o ufficioso nei nostri affari interni”.

Tra gli attivisti anche Mohamed Konare, di origine ivoriana, da anni in Italia, che ha sottolineato come “L’Africa riparte da Roma“. Tante le richieste, oltre allo stop alla moneta. “Abolizione degli accordi coloniali“, “Fine dei colpi di Stato in Africa”, “Stop allo sfruttamento e al saccheggio delle risorse africane”.

Fonte: Il Fatto 

Tutte le foto sono di Patrizia Cortellessa: http://contropiano.org/news/politica-news/2019/03/04/africani-antimperialisti-in-piazza-a-roma-0112994 

 
 
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Le istituzioni del colonialismo. Il caso di Laurent Gbagbo e la Corte Penale dell’Aja
di Thierry Avi*, 22 febbraio 2019
 

Tra il suo arresto avvenuto l’11 aprile 2011 in seguito ai bombardamenti dell’aviazione francese e il suo trasferimento alla Corte penale internazionale dell’Aia, durante i suoi otto mesi di detenzione a Korhogo (nel nord della Costa d’Avorio), non c’erano solamente Ivoriani a difenderlo senza sosta, ma anche Camerunensi e altri Africani. Dal 16 aprile 2011 manifestavano a Parigi,in Place de la Bastille, per gridare la loro solidarietà nei suoi confronti

Al contrario i rari esponenti politici che lo avevano difeso prima della sua caduta, si erano in seguito messi a tacere per non dispiacere alla Francia, nazione che  celebrava in pompa magna l’arrivo del suo prefetto “negro” (Alassane Ouattara), che avrebbe reinserito la Costa d’Avorio nell’ovile della “françafrique”, da cui Laurent Gbagbo aveva faticosamente cercato di uscire. La Costa d’Avorio così, era tornata al punto di partenza.

I volti della resistenza all’ingiustizia:

Ci è voluta la tenacia di questi piccoli gruppi di Ivoriani e Africani spinti dalla stessa volontà, uniti nella stessa lotta, camminando per le strade delle città europee e facendo seguaci negli Stati Uniti e in Canada, per far sì che il soggiorno di Laurent Gbagbo all’Aia non si svolgesse nel silenzio e nell’indifferenza delle nazioni di tutto il mondo.

Ci sono voluti anche il talento e l’abilità di giornalisti investigativi, come Théophile Kouamouo, Charles Onana, Gregory Protche e Thierry Avi (autore in Italia, con lo pseudonimo Tony Akmel  del libro “La Francia in Costa d’Avorio: guerra e neocolonialismo dal 19 settembre 2002”) per dipingere la profonda ingiustizia subita dal prigioniero della CPI.

Ci sono voluti il talento e l’abilità di un piccolo ma ardente esercito di bloggers affinché i crimini passati e presenti del nuovo potere ivoriano potessero venire alla luce in tutto il mondo e diventare persino elementi di riferimento per la difesa dell’illustre prigioniero.

Nella loro dura e lunga battaglia, questi difensori di Laurent Gbagbo e per il rispetto della costituzione ivoriana furono confortati da due eccellenti film-documentari. Il primo, “Laurent Gbagbo nel turbine del Golfo di Guinea”, trasmesso nel marzo 2011, un mese prima della sua caduta, che ha brillantemente dimostrato l’avidità della Francia per le immense ricchezze tuttora non sfruttate del Paese e la sua volontà di contrastare il piano di indipendenza economica sostenuto dall’allora presidente ivoriano.

Il secondo (La Francia in nero, di Silvestro Montanaro – Disponibile su youtube) è venuto dall’Italia, ed è stato un’inchiesta con lo scopo di fare luce su quello che era successo nell’ovest della Costa d’Avorio. Attraverso testimonianze rilasciate sul posto, questo film ci permette di scoprire come si è manifestata la complicità della Francia nei massacri di Duékoué e dintorni; quindi si capisce perché i giornalisti francesi si rifiutino di accettare la verità su questo episodio del dopo-voto.

Va precisato che nel settembre 2012, all’indomani della proiezione del documentario su Raitre, il programma “C’era una volta” di Montanaro fu sospeso e l’autore fu cacciato dalla rete televisiva nazionale.

Galvanizzati da un’ingiustizia flagrante, convinti della necessità di difendere la verità affinché la luce la renda visibile a tutti, gli ivoriani, i panafricanisti e i loro pochi amici europei non si sono arresi e non hanno smesso di moltiplicare le manifestazioni in Francia, in Italia e davanti alla Corte Penale Internazionale dell’Aia.

Si può dire che mai prima d’ora nella storia, un leader nero ha ricevuto così tanto sostegno dalla diaspora africana e tanta simpatia dal popolo dell’Africa nera. Patrice Lumumba, Kwamé Nkrumah sono morti nel silenzio, anche se molti africani li hanno portati nel cuore.

Durante i suoi 27 anni di prigione, Nelson Mandela non ha mai goduto di una simile simpatia popolare. Va detto che i tempi sono cambiati: grazie a Internet, le informazioni circolano più velocemente, le menzogne sono segnalate e dimostrate più rapidamente. Ciò che si cerca di nascondere viene comunque in breve tempo portato sulla scena pubblica perché tutti i cittadini, ovunque nel mondo, sono diventati informatori. Ormai nessuno ha il monopolio dell’informazione. Ecco perché il brutale colpo di Stato contro Laurent Gbagbo, presentato dalla Francia e dall’ONU come impresa pubblica per la salvezza della democrazia, lo ha reso, in meno di due anni, l’eroe africano della resistenza all’imperialismo Francese.

L’accelerazione della denuncia dell’ingiustizia fatta a Laurent Gbagbo:

Si può dire anche che la forte offensiva di resistenza al nuovo potere in Costa d’Avorio (governo “piazzato” da Nicolas Sarkozy negli stessi giorni in cui bombardava la Libia) e al muro di menzogne che nascondeva la verità sulla tragedia ivoriana ha sorpreso i comandatari e i governi europei durante il colpo di stato dell’11 aprile 2011. La popolarità di Laurent Gbagbo, fortemente radicata nel panorama politico di questo inizio del XXI secolo, ha costretto molte personalità politiche a guardare più da vicino il modo col quale gli fu strappato il potere e le conseguenze di questo crimine.

Nell’introduzione al libro di Charles Onana (“Costa d’Avorio, il colpo di Stato”), pubblicato nel novembre 2011, Thabo Mbeki, ex compagno di lotta di Nelson Mandela ed ex presidente sudafricano – uno dei primi mediatori tra le due parti del conflitto ivoriano – ha chiaramente dimostrato la ferma intenzione della Francia di liberarsi di Laurent Gbagbo e il prezioso sostegno che la patria della “grandeur” ha ricevuto dalle Nazioni Unite. Nel settembre 2012, al Congresso dell’Internazionale Socialista, in Sudafrica, il ghanese Kofi Awoonor aveva a sua volta castigato la passività dei socialisti francesi davanti al trattamento che Laurent Gbagbo aveva subito.

Nel dicembre 2012, infine, un socialista – François Loncle – ha rivelato l’attivismo corruttore della signora Alassane Ouattara presso i politici francesi; nello stesso periodo, Georges Peillon, ex portavoce della forza Licorne (l’esercito francese coinvolto nel conflitto ivoriano) riconosceva la parzialità del governo francese e dei media, a discapito di Laurent Gbagbo, nella vita politica della Costa d’Avorio dal 2002.

Se le confessioni e le critiche sono diventate sempre più numerose e hanno indebolito l’attuale potere ivoriano, minando il sostegno che ha sempre ricevuto dalla Francia, questo stesso potere appariva solido agli occhi dell’Europa grazie al silenzio dei media e del governo socialista (guidato da François Hollande), che aveva vestito i panni imperialisti lasciati da Jacques Chirac e Nicolas Sarkozy.

Dal febbraio 2013 il processo che ha lo scopo di confermare o ribaltare le accuse del procuratore della CPI contro Laurent Gbagbo darà finalmente un nuovo impulso alla Resistenza ivoriana e africana e inizierà a scuotere l’attuale potere ivoriano e le “certezze” dei comandatari francesi e dell’ONU.

Questo processo si è rivelato una buona occasione per dimostrare che gli accusatori di Laurent Gbagbo non avevano argomenti per condannarlo. Quando una ribellione viene condotta per dieci anni contro un potere legittimo, uccidendo donne e bambini e quando, con l’aiuto di forze straniere, viene eseguito un sanguinoso atto finale per impadronirsi del potere, risulta ignobile accusare ,chi ha subito la disfatta di aver resistito.

Va detto che Laurent Gbagbo fu eletto nell’ottobre 2000 in seguito a una consultazione regolare aperta a tutti, e il 19 settembre 2002, mentre era in visita ufficiale in Italia, uno sparuto gruppo di ribelli, con un armamento e un equipaggiamento sofisticati, tentarono di prendere il potere, causando più di tremila vittime tra morti e sparizioni. Il Paese rimase diviso in due (il nord controllato dai ribelli e il sud amministrato da Laurent Gbagbo) fino alle elezioni dell’ottobre 2010.

Sì, è stato ignobile, da parte delle forze straniere, accusare lo sconfitto di averle costrette, attraverso la sua resistenza, ad uccidere donne e bambini nella conquista del potere. Poiché tutte le immagini dell’attacco di Abidjan hanno rivelato solo crimini commessi dagli aggressori e dai loro sostenitori francesi, il procuratore ha dovuto ricorrere a documenti stranieri per illustrare la sua argomentazione, indebolendola allo stesso tempo.. Come si può, in queste condizioni, condannare un uomo o addirittura tenerlo in prigione?

Di conseguenza, prima ancora che i giudici della Corte penale internazionale dichiarassero insufficienti le prove presentate dal pubblico ministero per chiedere la condanna di Laurent Gbagbo, risultava difficile per gli organizzatori della propaganda straniera nascondere la verità.

Le ONG si sono quindi unite alla difesa di Gbagbo, all’inizio di aprile 2013, ed hanno denunciato “la giustizia dei vincitori”, mettendo in evidenza i crimini etnici, le esecuzioni sommarie, le cacce all’uomo e le detenzioni arbitrarie dei sostenitori di Laurent Gbagbo, operate dall’attuale governo, dal suo esercito e dalle sue milizie.

Senza dubbio, l’impunità degli uomini del nuovo regime ferisce la coscienza umana! Condannare Laurent Gbagbo per aver resistito all’attacco del nemico e vedere i veri carnefici del popolo ivoriano pavoneggiarsi sfacciatamente, mentre i media e i bloggers africani mostrano quotidianamente immagini dei loro crimini, è un’ingiustizia che offende mortalmente!

Dopo le ONG saranno i politici africani, finora silenziosi, a farsi sentire. Al summit dell’Unione africana di fine maggio 2013, il primo ministro etiope Hailemariam Desalegn, presidente dell’organizzazione, ha descritto la CPI come uno strumento razzista al servizio degli occidentali: “Quando la CPI è stata creata, l’obiettivo era quello di evitare ogni tipo di impunità; ma ora il processo è degenerato in una sorta di caccia razziale“; Infatti, i circa trenta politici africani perseguiti da questa istituzione hanno confermato questa teoria.

La posizione dei politici africani sulla Corte penale internazionale è quindi più che chiara: non è imparziale, non è credibile: è razzista. E, dal 3 giugno 2013, dopo la sospensione per aggiornamento del processo e il rinvio del pubblico ministero alla ricerca di prove più convincenti, anche gli europei cominciano a dubitare dell’imparzialità di questa istituzione. I giornali francesi che, fino ad allora, non hanno prestato attenzione alle numerose marce a sostegno di Laurent Gbagbo a Parigi o all’Aia, né alle piogge di critiche rispetto all’ingiustizia dell’attuale governo ivoriano in merito all’analisi dei crimini commessi prima e dopo le elezioni, hanno improvvisamente iniziato a fare il “processo” alla CPI.

La prova che il vento ha cambiato verso e rivela gradualmente la verità è che in Francia addirittura i muti cominciano a parlare! Chi aveva mai sentito Koffi Yamgnane (franco-togolese, ex sottosegretario all’Integrazione sotto Mitterand) reagire alle ingiunzioni sprezzanti e ingiuste rivolte a Laurent Gbagbo prima e dopo le ultime elezioni presidenziali in Costa d’Avorio? Chi l’aveva sentito parlare di Laurent Gbagbo o mostrare simpatia da quando è stato arrestato nel palazzo presidenziale dall’esercito francese e dai ribelli di Alassane Ouattara? Incapace di parlare da solo, approfitta dell’indignazione di Bernard Houdin (consigliere di Laurent Gbagbo) per dire semplicemente anche lui, ciò che pensava, ossia,  “basta”, in quanto l’ingiustizia contro Laurent Gbagbo non poteva più continuare.

Ma aspettiamo di vedere se andrà oltre la semplice indignazione condivisa. Da parte sua, il presidente del Movimento degli Africani-Francesi, che si è sempre opposto alle marce a sostegno di Laurent Gbagbo e non vi ha mai partecipato, sta finalmente intraprendendo azioni specifiche per combattere l’imparzialità della CPI: sta lanciando una petizione per il ritiro delle nazioni africane da questa istituzione. L’intenzione è buona, ma detta istituzione ignora il fatto che la lotta politica viene combattuta con perseveranza e non saltuariamente.

In ogni caso, Laurent Gbagbo non lascia più nessuno indifferente, poiché quello che doveva essere il suo processo si è trasformato in un processo nei confronti dell’istituzione incaricata di giudicarlo. Che svolta! Non è già la vittoria della verità sulle bugie? In altre parole, la CPI si screditerebbe completamente agli occhi del mondo, mantenendo la sua volontà di giudicare Laurent Gbagbo. E’ obbligata a liberarlo e prendere  tempo per rivedere il suo funzionamento in relazione all’analisi dei crimini e presunti criminali che deve giudicare.

Le nuove prove del pubblico ministero contro Laurent Gbagbo sono ritenute inammissibili dall’opinione pubblica internazionale e un eventuale processo sarebbe considerato un’ingiustizia. Arrestare i sostenitori di Alassane Ouattara attuale Presidente della Costa d’Avorio e portarli dinanzi alla CPI per giustificare la continuazione del processo è ormai impossibile. Questa mossa sarebbe percepita da tutti come un’ammissione dell’ingiustizia di cui Laurent Gbagbo è vittima da tre anni, o addirittura da quasi dieci anni (fu arrestato l’11 aprile 2011).

Che lotta lunga! Ma che lotta meravigliosa ed emozionante quando, come per miracolo, tutti la trovano giusta! Dopo Nelson Mandela, tutte le nazioni riconoscerebbero l’ingiustizia fatta a Laurent Gbagbo? Che bella vittoria in vista! I suoi sostenitori, panafricanisti, giornalisti attivisti in cerca di verità, bloggers instancabili, amici francesi – in particolare Guy Labertit, Michel Galy, Bernard Houdin e Albert Bourgi – e i suoi anonimi ammiratori che hanno vissuto nella paura, sono ora orgogliosi della loro lotta e felici di vedere qua e là delle richieste per la sua liberazione.

Gbagbo che, solo per amore della verità, ha giurato di andare fino in fondo e riesce con la sua tenacia nel rovesciare l’opinione pubblica e il sistema giudiziario internazionale che era determinato a metterlo nei guai, merita solo ammirazione e lode. L’ex primo ministro del Togo (1991-1994), Joseph Kokou Koffigoh, e l’artista beninese Yokula (reggaeman) l’hanno capito bene. Non sono rimasti insensibili a questo amore per la verità legato al cuore del prigioniero dell’Aia. Uno gli ha appena dedicato una bellissima poesia per chiedere la sua liberazione “dalle mani dell’infamia” e l’altro una canzone che rivendica il suo amore per la legalità costituzionale.

Laurent Gbagbo è passato alla storia perché ha dato la vita per la verità e per il rispetto della costituzione del suo Paese; è passato alla storia perché l’Africa ha riconosciuto nella sua lotta la propria. Aggrappandosi alla verità e alla legge, Laurent Gbagbo accettò di subire l’infamia di essere imprigionato nei gulag delle potenze occidentali. Come per tutti coloro che hanno dedicato la loro vita ai grandi ideali umani, affinché i loro simili crescano in una nuova luce, verrà l’ora della sua redenzione. Quanto a te, caro lettore, oppure te sorella/fratello africano non dimenticare che un giorno dovrai rispondere a questa domanda: che cosa hai fatto per sostenere la lotta dell’uomo che oggi viene ammirato?

 
  1. Il 15 gennaio 2019, Laurent Gbagbo, insieme al suo ex ministro della gioventù e degli sport sono stati assolti dal Tribunale presieduto dal giudice italiano Cuno Tarfusser dai crimini a loro imputati. Per rendersi conto della popolarità di cui l’uomo gode basta vedere i video degli Ivoriani che festeggiavano nelle strade del loro Paese, oppure degli Africani e Francesi che ballavano sotto la torre Eiffel; purtroppo gli è stato negato il rientro in patria. Oggi è in Belgio, libero sotto condizioni, una delle quali è quella di non lasciare la nazione europea che lo ospita, perché la CPI desidera che sia sempre reperibile. In ogni caso, se Gbagbo fosse tornato in Costa d’Avorio sarebbe stato sempre disponibile a presentarsi all’Aia, perché non è un codardo. In effetti, vita natural durante, Gbagbo non si è mai tirato indietro quando si è trattato di fare valere la legge. Se il multipartitismo (disposizione prevista dalla costituzione che non veniva attuata) è stato applicato in Costa d’Avorio nel 1990, dopo trent’anni d’indipendenza dal primo presidente (il “dittatore illuminato” Felix Houphouet Boigny) è merito di Laurent Gbagbo, che non ha voluto scendere a compromessi, in altre parole, non ha voluto farsi “comprare” e non ha avuto paura di finire due volte in prigione (da studente universitario e da insegnante) su ordine di Boigny ed una terza volta nel 1992 su ordine di Alassane Ouattara (all’epoca Primo Ministro di Boigny). La lotta di Gbagbo non servì solamente al suo Paese, perché in quello stesso anno, molte nazioni africane ratificarono l’attuazione del pluralismo politico.

 

* cittadino italo-ivoriano.

 
(english / srpskohrvatski / italiano)
 
Vent'anni dopo
 
1) INIZIATIVE:
– Belgrade 22-24/3: NATO AGGRESSION 20 YEARS ON 
– Bologna 6/4: BOMBE SU BELGRADO: VENT'ANNI DOPO
2) Italijanski sudovi potvrdili: U Srbiji se masovno umire od NATO bombardovanja (Politika, 14.2.2019.)
3) NATO Member-states to be Sued for 1999 Attack on Serbia (S. Aleksic, B. Ristic, January 3, 2019)
4) “Good” Bombing: NATO Op Against Yugoslavia Was a War Crime: Christopher Black (10.10.2018)
5) TESTIMONIANZE:
– Cara Vesna, la tua casa in mezzo alla strada (M. Correggia)
– Corsi e ricorsi storici (F. Grimaldi)
 
 
Vedi anche:
 
Venti anni fa la "vendetta" contro la Jugoslavia (PandoraTV, 3 feb 2019)
Milosevic non riconosce il tribunale che lo sta processando,  perchè privo di ogni legittimazione e appartenente a una struttura mediatica...
 
 
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Isto pogledaj:
Pripreme za obelezavanje 20 godina od bombardovanja i NATO agresije -DJS- (27.02.2019 – Jutarnji Program TV HAPPY)
Gost: Živadin Jovanović - Nekadašnji ministar spoljnih poslova
 
 
BELGRADE FORUM FOR A WORLD OF EQUALS
Belgrade,  Sremska No. 6/IV, Serbia – beoforum(a)gmail.com
 
NOT TO FORGET
NATO AGGRESSION AGAINST SERBIA (FRY), 20 YEARS ON
BEOGRAD 22-24 MARCH 2019
 
P R O G R A M
 
Thursday, 21 March 2019.
Arrival of foreign guests, registration and accommodation
 
Friday, 22 March 2019
10.00          Opening of the International Conference: NATO aggression 20 years on – Global peace and Prosperity vs. Conflicts and Poverty
Army House, street Brace Jugovica 19, Belgrade
13.00          Lunch, Army House Restaurant
14.30          Continuation of the Conference
18.00          Opening of the exhibition of photographs and documents about NATO aggression, cocktails; 
Army House
19.30         Opening of the International documentary film review on NATO aggression
 
Saturday, 23 March 2019.
09.00        International Conference NATO aggression 20 years on – Global Peace and Prosperity vs. Conflicts and Poverty
13.00        Lunch, Army House Restourant
14.30        Continuation of the Conference
 
Sunday, 24 March 2019
11.00         Visiting Monument to the fallen children in Tashmajdan park 
12.00         Visiting Monument to the victims of NATO aggression Eternal fire, Friendship park, New Belgrade
Afternoon and evening farewell and departure of foreign guests.
 
The organizers of the program are The Belgrade Forum for a World of Equals, the Club of Generals and Admirals of Serbia and the Serbian Hosts Society, under the auspices of The World Peace Council.
 
 
The Belgrade International Conference, March 23rd, 2019
"GLOBAL PEACE AND DEVELOPMENT VS. WARS AND DOMINATION "

Theses:
                                                                            
I
Causes and geopolitical objectives of NATO 1999 aggression against Serbia (FRY). The role of OSCE (KVM).  Rachak “massacre”, alibi Rambouillet “negotiations”;
NATO aggression as the turning point in the world relations NATO’s global expansionist strategy. Militarization, control of natural, economic and strategic resources. Trinity: liberal multinational corporative capitalism – uni-polar World Order – NATO as aggressive alliance;
Europe1999 against Europe. Precedent for globalization of interventionism, destruction of the International Law Order;
Preparedness of the Serbia’s Army, unity of the people;
Blatant interference of the West in the internal affairs of sovereign countries. “Coloured revolutions” – toppling independent and installing quisling leaderships!
The role of NGO and “independent” mass medias ;  
Imperial and geopolitical essence of “humanitarian” interventions”;
Plundering of economic and natural resources, global rise of poverty of people and of richness of elite.

II
Consequences of the blatant violation of the basic principles of the international Law on – Serbia (FRY), the Balkans, Europe and the World Order based on UN Charter. Destroying states, nations and cultures.  Redrawing of international borders, opening the door for “Greater Albania”
Humanitarian consequences and casualties – over 4.000 killed, over 12.000 wounded – two thirds of all victims having been civilians;
USA “Bondsteel” base - the beginning of a chain of new USA/NATO bases, militarisation, unchecked NATO expansion to the East, new arms race. The real meaning of  “revisionist powers” today?
The consequences of the use of depleted uranium, the toxins released from bombed refineries, transformer stations and chemical factories, cluster bombs; Serbian government measures to establish the truth, alleviate the consequences and affirm responsibility;
Responsibility of NATO member countries for the war damages caused by unauthorised, illegal use of force.
                                                                  
III
What are the roots of the present escalation of mistrust, militarization and confrontation? How to prevent global conflict? The role of UN in preservation of peace and development? The role of the peace movements, mass media, academic communities?
Historical global change: emerging multi polar World Order – vision, obstacles, challenges;
Importance of the basic principle of sovereign equality as opposed to hierarchy, “exceptionality”;
What are the lessons of supporting separatism and terrorism in the province of Kosovo? NATO aggression in 1999.was precedent (Afghanistan, Iraq, Libya, Mali, Syria). Could unilateral illegal secession of Kosovo and Metohija (2008) be kept “unique”?
The need for new disarmament initiatives and closing of foreign military basis;
Indivisibility and equal security for all. NATO offensive military alliance, relic of the Cold War era should be dissolved.
Interdependence between inclusive economic development and sustainable peace. Inclusive socio-economic development, eradication of the roots of social gaps, massive migration and international terrorism.
Improvement and strengthening, not weakening and destruction of universal international organizations (UN, OSCE, UNESCO, WTO).
 
 
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Bologna, sabato 6 aprile 2019 
presso il Centro Katia Bertasi, via A. Fioravanti 22

 

BOMBE SU BELGRADO: VENT'ANNI DOPO
all'origine delle guerre umanitarie

 

promuovono: 
Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia ONLUS
rivista e sito MarxVentuno
rivista e sito Contropiano

 

[ LEGENDA: + relatori confermati – relatori invitati ]

 

MATTINO:

Introduzione e saluti: 
Andrea Catone (rivista Marx21)
– rappresentanza della Ambasciata di Serbia

Sessione IL LAVORO: 
Rajko Blagojević e Rajka Veljović (sindacalisti JSO-Zastava e associazione UMRS, Kragujevac)
Sergio Bellavita (sindacalista, USB)
Stefano Verzegnassi (presidente Non Bombe Ma Solo Caramelle ONLUS)

Sessione IL PRESENTE:
Andrea Martocchia (segretario Jugocoord Onlus)
Jean Toschi Marazzani Visconti (saggista, membro giuria premio "Torre")
Zivadin Jovanović (Forum di Belgrado per un Mondo di Eguali)
– Michel Chossudovsky (Global Research Institute)
– Siniša Mihajlović (allenatore del Bologna Calcio)

SESSIONE VIDEO
sui temi: caso Miloševic e "Tribunale" dell'Aia, bombardamenti 1999 e conseguenze, distruzioni del patrimonio artistico e ricolonizzazione in Kosovo; documentario "Tutto sarà dimenticato?"

POMERIGGIO:

Sessione I CRIMINI:
Rosa D'Amico (storica dell'arte, Com. scientifico-artistico Jugocoord)
Carlo Pona (fisico, Com. scientifico-artistico Jugocoord e "Tribunale Clark")

Sessione CONTRO LE GUERRE:
Marinella Correggia (giornalista, Rete No War)
Sergio Cararo (rivista e sito Contropiano)

Si raccolgono ulteriori libere adesioni di gruppi, associazioni, partiti, fino al 25 marzo 2019

Per aggiornamenti si faccia riferimento alla pagina: http://www.cnj.it/home/it/informazione/24-marzo-1999/9096-bologna-6-4-2019-bombe-su-belgrado,-vent-anni-dopo.html

 
 
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Secondo i Tribunali italiani, in Serbia si stimano tra 10mila e 18mila vittime dei bombardamenti NATO:
 
 
 
Italijanski sudovi potvrdili: U Srbiji se masovno umire od NATO bombardovanja
četvrtak 14.. februar 2019. 11:31

Sudovi će tražiti odštetu za građane Srbije obolele od raka i porodice umrlih. Zahtevaće i pomoć u lečenju onih koji se bore sa bolešću
 

Presude italijanskih sudova nedvosmisleno potvrđuju da je osiromašeni uranijum direktni uzročnik porasta broja obolelih od malignih oboljenja, pa će ove presude i veštačenja italijanskih lekara poslužiti advokatima koji pripremaju tužbe protiv članica NATO-a zbog bombardovanja Srbije 1999. godine. Tražiće odštetu za građane Srbije obolele od raka i porodice umrlih. Zahtevaće i pomoć u lečenju onih koji se bore sa bolešću.

Roditelji mladog italijanskog vojnika Valeri Melisa iz Kaljarija, koji je 2004, u 27. godini, preminuo od Hočkinovog limfoma, tužili su Ministarstvo odbrane Italije za patnju i duševnu bol. Sud u Kaljariju dosudio je svakom od roditelja po 233.776 evra, a bratu i sestri vojnika po 58.444 evra na ime naknade štete. Ministarstvo odbrane Italije osuđeno je na isplatu ovih odšteta, kao i sudskih troškova u iznosu od 23.352 evra. Sud je utvrdio da je vojnik imao savršeno zdravlje pre nego što je boravio na Kosovu od marta do juna 1999. godine.

– U ratnim dejstvima koja su prethodila intervenciji italijanskog kontingenta na Kosovu korišćene su velike količine naoružanja koje sadrži osiromašeni uranijum – naveli su sudski veštaci i potvrdili da su u telu preminulog vojnika pronađene nanočestice koje se lako udišu i putem krvi brzo stižu do tkiva i svih unutrašnjih organa, uključujući limfne čvorove, polne žlezde i nervno tkivo. Probijaju se unutar ćelija i mogu da izazovu toksične efekte na metabolizmu, na hromozomima i na DNK.

Bolesti su pogodile mnoge italijanske vojnike, pa se ova patologija naziva „balkanski sindrom”, naveli su italijanski doktori Luiđi Bernardini i Đovani Tatareli u veštačenju za sud u Kaljariju, koji je ovu presudu doneo još 2011.. godine. Naglasili su da je Hočkinov limfom vrlo česta pojava među vojnim i civilnim osobljem koje je učestvovalo u misijama na Balkanu.

U presudi Regionalnog upravnog suda pokrajine Kampanije, sa sedištem u Napulju, iz 2009. godine, navodi se da je podnosilac žalbe vojnik Vinčenco Bjondi tada bio jedan od 513 vojnika koji su prijavili patologiju u vezi sa izloženošću osiromašenim uranijumom – takozvanim balkanskim sindromom, koji je izazvan masovnom upotrebom te supstance u naoružanju koje su koristile vojne snage NATO-a tokom intervencija u toj oblasti.

Bjondi je od 2000. do 2002. godine na Kosovu bio odgovoran za čuvanje oružja i eksplozivnih naprava. Ubrzo je oboleo od raka štitne žlezde, zbog čega je operisan i podvrgnut ciklusima hemoterapije. Sudski veštak dr Masimo Niola, profesor Medicinskog fakulteta u Napulju, zaključio je da je uzrok nastanka bolesti – izlaganje oslobođenim jonizujućim zračenjima osiromašenog uranijuma.

Nesumnjivo je da je u nastanku karcinoma imalo udela i Ministarstvo odbrane, jer je i ono direktno koristilo oružje sa osiromašenim uranijumom i nije primenilo odgovarajuće mere da efikasno spreči kontaminaciju sopstvenih vojnika, navodi se u odluci suda, kojom je obolelom vojniku dosuđena odšteta od 9.445 evra, a ministarstvo je pored toga moralo da plati i 2.000 evra za sudske troškove.

Niški advokat Srđan Aleksić kaže da je od raka obolelo 7.600 italijanskih vojnika, od kojih je oko 400 umrlo. U saradnji sa lekarima, pravnicima i vojnim stručnjacima priprema dokumentaciju za tužbe u ime građana Srbije, a jedan od naših čuvenih onkologa, prof. dr akademik Slobodan Čikarić, sproveo je istraživanje i na osnovu egzaktnih podataka tvrdi da je NATO odgovoran za smrt 10.000 do 18.000 stanovnika Srbije i za još 15.000 do 30.000 novoregistrovanih obolelih od malignih tumora od 2001. do 2010. godine u našoj zemlji.

– Na Srbiju je za 78 dana bombardovanja bačeno 15 tona osiromašenog uranijuma. Dugi niz godina se prećutkuje da je to izazvalo pravu humanitarnu i ekološku katastrofu, posebno u Bujanovcu i Vranju – navodi advokat Aleksić.

Projektili sa osiromašenim uranijumom pali su i na njegovo rodno selo Buštranje, u opštini Preševo, zatim na sela Reljan, Bratoselce, Borovac i na brdo Pljačkovica iznad Vranja.

– Pržarsku ulicu u Vranju sada zovu ulicom smrti. Tuda često prolaze sahrane, a u svakoj kući ima bar jedan oboleli od raka – naglašava Aleksić.

Tužbe će, kako kaže, podneti kolege advokati iz evropskih zemalja, ali je stupio u kontakt i sa advokatima na drugim kontinentima, kako bi pravnička javnost u čitavom svetu bila upoznata sa razmerama zločina u Srbiji.

 
[SLIKA:
<< Na Srbiju je bačeno 15 tona osiromašenog uranjuma
Izmedju 10000 i 18000 ljudi umrlo je od poslednica bombardovanja
Od 15000 do 30000 novoobolelih Srba od 2001. do 2010. godine
Najteza situacija je u Vranju i Bujenovcu
U Italiji 7600 vojnika obolelo je zbog izlozenosti zračenju, a 400 preminuo >> ]
 

Izvor Politika, 13. februar 2019.

 
 
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NATO Member-states to be Sued for 1999 Attack on Serbia

By Srdjan Aleksic and Biljana Ristic
Global Research, January 03, 2019
 

A legal team is being put together in order to file lawsuits against NATO countries that took part in the 1999 bombing of Serbia. The team of experts is led by Mr Srdjan Aleksic, a well known Nis-based lawyer. The legal team will put together cases backed by firm material evidence, collected from medical documents that indicate a causal relationship between NATO’s use of (depleted) uranium ammunition, and the increased number of cancer cases in Serbia. Mr Aleksic is visiting Melbourne for few days and he has joind us to talk about his initiative in more details.

“Between 10 and 15 tons of uranium have been dropped on the territory of then Yugoslavia (Serbia and Montenegro). The number of those ill with cancer is alarming. 2.5 percent of Serbia’s population is diagnosed with malignant diseases each year, i.e.., 33,000 people. One child is diagnosed every day. Since 1999, the number of cancer patients has grown five times. The population is falling ill on a mass scale, especially in southern Serbia and in Kosovo and Metohija,” Aleksic said.

He stressed that during the aggression, so-called hazard facilities – chemical and petrochemical industry sites – have also been targeted, although this is prohibited by international law of war.
 

“Our prominent scientists, doctors, oncologists – who have been researching this for years – will take part in preparing the lawsuits. The fact that a court in Italy found the state guilty for sending their Carabinieri to Kosovo and Metohija, to locations attacked with depleted uranium, speaks in favor of the veracity of our claim. 45 soldiers got cancer, and Italy has been paying big damages for this. Our claim is based precisely on this – that even the soldiers who took part in the aggression have gotten sick, and that their countries have been paying damages because of this,” says Aleksic.

According to Aleksic, “it is very important to study and prepare the lawsuits well” – because some others filed against NATO members have been thrown out in the meantime.

There is also a documentary filmed with the support of Serbian lawyer Srdjan Aleksic, whose native village in southern Serbia was bombed during the NATO bombing campaign. As a result, the region’s environment was contaminated with depleted uranium. Aleksic’s mother, just like dozens of his fellow villages, friends and relatives, died of cancer several years after the bombing, his father was also diagnosed with a malicious tumor.

“The “Uranium-238.. My story” documentary tells about NATO bombings and the radioactive pollution of Serbia’s southern regions and the territory of Kosovo and Metohija which were considered environmentally pristine prior to the attack,” Aleksaic said.

 
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“Good” Bombing: NATO Op Against Yugoslavia Was a War Crime: Christopher Black

By Ekaterina Blinova
Global Research, October 12, 2018
Sputnik International 10 October 2018
 

Jens Stoltenberg’s claim that NATO “protected” Yugoslavia from the government of Slobodan Milosevic is nothing but propaganda, Christopher C. Black, a Toronto-based international criminal lawyer told Sputnik, stressing that NATO had no legal reason to attack Yugoslavia and de facto committed a war crime against the sovereign nation.

“The NATO attack on Yugoslavia has nothing whatsoever to do with protecting anyone since the claims made by NATO against the government of Yugoslavia were false and were just a pretext for their aggression,” says Christopher C. Black, a Toronto-based international criminal lawyer with 20 years of experience in war crimes and international relations.

Black’s comment comes in response to a statement made by NATO Secretary General Jens Stoltenberg who told Serbia’s RTS:

“We are aware in NATO that many people in Serbia still have bad memories about the bombing, the airstrikes in 1999. I stress that we did this to protect civilians and stop the Milosevic regime,” the NATO chief said.

“NATO countries had no legal right to bomb anyone for any reason as that is a violation of international law, the UN Charter, Nuremberg Principles etc.,” the scholar underscored. “Their attack was aggression and therefore a war crime and they committed war crimes during the attack.”

The NATO military campaign against sovereign Yugoslavia codenamed Operation Allied Force kicked off amid the Kosovo war (February, 1998 — June, 1999) between the country’s government forces and Albanian separatists. The alliance’s 78-day air raids resulted in 5,700 civilian deaths, infrastructural damages and contamination of the part of the region with depleted uranium.

Rambouillet Diktat: The Trigger for War

“The real reason NATO attacked is set out in the Rambouillet diktat presented by [then Secretary of State] Madeleine Albright to [then President of the Federal Republic of Yugoslavia Slobodan] Milosevic in early 1999 that Yugoslavia must surrender its sovereignty and allow its total occupation by NATO forces and give up its socialist system for a free enterprise one,” Black said. “If Yugoslavia refused NATO promised to attack. The Yugoslav government had to refuse such a diktat and so NATO attacked.”

Rambouillet Accords envisaged the creation of a de facto independent entity in Kosovo which violated Yugoslavia’s independence and sovereignty.

While the refusal to accept the unacceptable accord was used by the alliance as a trigger for the attack, there were several reasons behind NATO’s invasion, the lawyer explained.

“NATO wanted to establish a base in the Balkans against Russia, to take over mineral resources at the Trepca Mine complex in Kosovo and to destroy the last socialist state in Europe,” the legal practitioner said. “To justify their aggression they concocted the same types of lies against the government as they are now doing against Russia.”

Almost two decades after the NATO bombing, the Trepca mining and metallurgical complex in Kosovo still remains a bone of contention between Pristina and Belgrade. The complex is split between ethnic lines, however, in October 2016 the parliament of the self-proclaimed state of Kosovo voted to take control over the complex despite Serbia’s protests.

When commemorating the enterprise’s 90th anniversary in December 2017 — Europe’s largest lead-zinc and silver ore mine — Serbian President Aleksandar Vucic stressed that Belgrade would continue to fight for it, dubbing the complex “a part of family and national heritage, a part of tradition,” as quoted by Serbian news outlet RTV B92.

NATO’s Expansion in the Balkans

Besides claiming that NATO bombed Yugoslavia to “protect it,” Stoltenberg drew attention to the “close partnership” between NATO and Serbia. Although he noted that the alliance respected Belgrade’s neutrality, the question arises whether that the North Atlantic military bloc is seeking to absorb Serbia in the long run, after admitting Montenegro and signaling readiness to let Macedonia join.

Commenting on the issue, the lawyer recalled that

“the Yugoslav and Serbian government was overthrown in 2000 in a putsch organized by NATO forces and their fascist agents in the group called OTPOR and the DOS organizations which were NATO assets.”

He said that

“the president [was] arrested on false charges and the government [was] taken over by the Quislings of the DOS group.”

According to Black, these groups are still powerful in Serbia. They do not represent aspirations of the Serbian people, he stressed.

Manipulating the Judgments

Black, who has long criticized the imprisonment of Slobodan Milosevic at the International War Crimes Tribunal in The Hague, stressed that the tribunal “manipulated the judgments to put out different stories as it suits them.”

“As I said above the NATO claims were pure propaganda. It was NATO that used force and massive force to destroy a nation that resisted its diktats,” the lawyer highlighted, calling the International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia (ICTY) “a NATO tribunal under UN guise.”

“The point is that the charges against Milosevic were bogus, he proved it in his trial,” Black said.

The former Yugoslav president died in his prison cell on March 11, 2006 while on trial for war crimes at the ICTY. Although it was officially stated that Milosevic died from a heart attack the lawyer does not rule out that the ex-Yugoslav leader could have been killed, since “they did not want to release him and could not convict him.”

 
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Cara Vesna, la tua casa in mezzo alla strada 
 
Belgrado, quartiere Zemun, aprile 1999
 
Le guerre spostano i popoli e anche qualche pacifista occidentale. A proteggerci fu il solito stellone italiano, nella nostra piccola presenza di solidarietà con gli abitanti della Serbia sotto i bombardamenti della Nato, fra aprile e maggio 1999. Arrivati in pullman a Belgrado, avevamo bussato all’hotel Jugoslavia. Tutte le stanze erano più che libere, deserte, ma costava troppo per noi autopaganti: 40.000 lire per notte. 
 
Finimmo in un albergo più economico nel quartiere Zemun (il portiere ci disse la mattina seguente che l'hotel Jugoslavia era stato bombardato, a anche se per fortuna senza morti fra il personale). Due notti ardenti a parlare con voi, i miei vicini di stanza. Con te, Vesna, con tuo marito Neboish e vostro figlio Stephan di sette anni, begli occhi allungati come i tuoi. Vesna, sfollata perenne dalla sventurata Sarajevo, sventurata per tutte le etnie da quando queste erano diventate un fattore che conta, grazie alle interferenze esterne. Una sedia in più per me entrava a malapena nella vostra stanza: pochi metri ingombri, il letto dove dormivate in tre, i quaderni di scuola, il fornellino dove friggeva la frittatina palacinka, «se non c’era la guerra te la facevo più buona con le noci», i fagotti da profughi, le foto della vostra casa e di un’antica gita a Venezia, la chitarra e la Bhagavad Gita. Ti dichiaravi «jugoslava, io sono ancora jugoslava», e Neboish taciturno annuiva. Un po’ sdrammatizzavi le bombe che ruggivano sopra le vostre teste: «Non c’è morte senza destino. Anche a Sarajevo faceva…troppo caldo, ci siamo abituati. Ma certo il cielo ci è nemico. Il bambino di notte ha paura. Il 5 aprile hanno colpito a 100 metri. Devo chiedere il risarcimento danni psicologici alla Nato!»  Vesna, tuo marito mobilitato durante la guerra in Bosnia era diventato invalido; da 4 anni vegetariano per amore degli animali, questo pericoloso soldato serbo non trovava lavoro, solo una infima pensione. Ti arrangiavi tu, commerciando in biancheria intima, «ma adesso temendo una lunga guerra tutti risparmiano». 
 
Vesna, non dormivamo mai, chissà se ricordi. Il tuo senso di ospitalità e la reciproca voglia di amicizia ci tenevano sedute, mentre a gesti incrociavamo io italiano e inglese, tu serbo e tedesco. Mi obbligavate a bere tazze piene di quel pastoso caffè turco che ho sempre detestato, ma come dirvelo? Cosa mangiava il vegetariano Neboish, in questa Belgrado di guerra dove sembrava esser rimasta solo carne e io infatti, sua collega di dieta, ero a stecchetto? Scherzavi: «E già, i serbi mangiano i bambini. Violentano le donne. Invece le bombe Nato sono buone». Ridevate amaro. «Il problema era antico, in Kosovo. C’erano conflitti, certo. Ma l’intervento militare porta non solo altri morti, altri senzatetto, porta anche odio». E tu? Profuga già di un’altra guerra, che pensi di fare? «Già prima vivevamo giorno per giorno. Adesso è ora per ora. Siamo sfortunati. Forse abbiamo costruito la nostra casa in mezzo alla strada, così si dice da noi. Ma quasi sette settimane di bombe sono tante, non lo auguro a nessuno». Forse tornare a Sarajevo? «No, la nostra casa è abitata da altri, e poi non saremmo al sicuro. Spero nella pace qui». 
 
Vesna, la nostra sorellanza nell’emergenza. Io partii, tu rimanesti sotto le bombe, è sempre così. Dopo qualche tempo mi mandasti un regalino, con un volontario che faceva la spola. Sempre tramite lui, ricambiai. Poi ti ho persa. Dove sei adesso?
 
Marinella Correggia
 
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Corsi e ricorsi storici

 

Aprile 1999

Un gruppo di Tute Bianche (già Melting Pot, già Invisibili, già Centri Sociali del Nord Est, ogni tanto "Verdi", poi civettuoli con Rifondazione Comunista, più spesso municipalisti, ora Disobbedienti) si affaccia sulla scena internazionale e prende la testa di tutto un movimento di pacifisti, Terzo Settore, buonisti, preti, nonviolenti, che si precipita a Sarajevo a suonare la grancassa umanitaria che ottunda la nostra percezione delle bombe e dei secessionismi etnico-mafiosi in procinto di squartare una grande e nobile paese, la Jugoslavia. 

Inalberano i vessilli della civiltà interetnica e multiculturale che abbaglia le moltitudini.
Diffondono lo slogan CIA del "despota sanguinario" Milosevic, accreditano invenzioni delle agenzie di disinformazione USA poi smentita dagli stessi investigatori ONU e, in piena guerra di sterminio NATO contro la Serbia si presentano in 4 a Belgrado per blaterare alla Tv di Stato stereotipi diffamatori contro il governo. 
Vengono rispediti al confine. E gli è andata bene. 

Ad Aviano, nella grande manifestazione contro la guerra NATO assaltano un gruppetto di compagni che alzavano una bandiera jugoslava. 
Altri gli tengono bordone, vietando ai propri associati o iscritti di invitare le comunità serbe in Italia alle manifestazioni contro l'aggressione. 

In piena guerra e dopo, scambiano inviti e stringono rapporti con l'opposizione capitalista e filoamericana, capeggiata dall'organizzazione dei fighetti serbi di "OTPOR", messa in piedi e addestrata dalla CIA. 

I loro amici più stretti sono quelli della Radio B92, radio del circuito CIA "Free Europe", che organizza pogrom contro gli operai e i contadini che ricordano Tito (vedi il filmatino B92 che circola nei centri sociali dei Disobbedienti). 

Quando una vera teppaglia guidata da Otpor assalta armata il Parlamento e brucia le schede che avevano decretato la vittoria di comunisti e socialisti alle Elezioni Parlamentari, questo conglomerato dei diritti umani inneggia a "Belgrado che ride" e alla "Rivoluzione Democratica".

Quando dopo un po' Milosevic viene rapito e venduto per 30 milioni di dollari al tribunale USA della Del Ponte, dove disintegra tutte le accuse e i testimoni addestrati da CIA e MI5 e le ribalta sui veri criminali di guerra.
Quando a Belgrado si insedia la mafia e il paese va a catafascio tra svendite del patrimonio industriale e smantellamento di uno stato discretamente sociale che aveva resistito a guerre e embarghi, tutto tace. 

Della Jugoslavia non parla più nessuno. 
Tanto meno i fiancheggiatori della dissoluzione della Jugoslavia. 

Fulvio Grimaldi

 
[Riguardo a iniziative recenti sulla R.P.D. di Corea si veda anche la documentazione relativa: 
– alla recente celebrazione del Giorno della Stella Brillante, tenuta presso la sede G.A.MA.DI. di Roma
– alla iniziativa di conoscenza e di amicizia promossa a Bologna nel 2018 anche da Jugocoord Onlus:
 
 
NARODNA DEMOKRATSKA REPUBLIKA KOREJA
 
1) PODRŠKA HRABROM KIM JONG UNU (KS / D.. Jovanović, 1.3.2019.)
2) TRIBINA O KOREJAMA – IZLAGANJA (SRP/ V. Kapuralin i A. Sejdić, 22.12.2018.)
 
 
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PODRŠKA HRABROM KIM JONG UNU
 
1.3.2019.
 
Partija “Komunisti Srbije” je poslala telegram podrške Korejskom predsedniku Kim Jong Unu na hrabrosti  tokom sastanka sa  Donaldom Trampom

Partija „Komunisti Srbije“ čestita vašem Vrhovnom komandantu  Kim Jong Unu na komunističkom i principijelnom držanju prilikom razgovora sa predsednikom impreijalističke i neofašističke države Donaldom Trampom. Tom prilikom nas je podsetio na hrabrost i veličinu svoga dede Kim Il Sunga koji je takođe izašao kao pobednik u sukobu sa SAD. Uvereni smo da neće podleći pritisku imperijalističke SAD u vezi denuklearizacije Korejskog poluostrva, a takođe je ostao dosledan u zahtevima DNR Koreje da se ukinu sve sankcije prema bastionu komunizma.

Internacionalni sekretar,

Dejan Jovanović
 
 
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TRIBINA O KOREJAMA – IZLAGANJA

29. prosinca 2018.

 

U subotu, 22. 12. 2018. godine, nakon izvještajno-izborne skupštine SRP-a, održana je tribina posvećena Korejama. Izlaganja su iznijeli Vladimir Kapuralin i Azur Sejdić. Tekstove izlaganja donosimo u nastavku.

O KOREJAMA

 

Udruga prijateljstva s Narodnom Demokratskom Republikom Korejom na međunarodnoj razini osnovana je 2000. godine sa sjedištem u Tarragoni, Španjolska, i solidan je izvor informacija o ovoj dalekoj ali zanimljivoj zemlji. U ovom trenutku broji više od 15.000 članova u 120 zemalja. Udruga se sastoji od Međunarodnog sekretarijata, predstavnika iz 30 zemalja i jednog predstavništva u Pyongyangu. Predsjednik i osnivač udruge, Alejandro Cao de Benós, radi uz autorizaciju i potporu visokog predstavnika korejskog Ministarstva kulture za inozemstvo. Udruga se uglavnom bavi širenjem poznavanja i razumijevanja NDRK putem kulturnih inicijativa, izložbi, događanja, konferencija i sl.

Kao što vidimo, situacija u svijetu podliježe brzim i ponekad iznenadnim promjenama u kontekstu opće i nepovratne krize svjetskoga kapitalističkog sistema. Demokratska Narodna Republika Koreja se, međutim, čvrsto i principijelno drži nezavisne politike i ustraje na revolucionarnom putu.

To joj polazi za rukom zahvaljujući snažnom osjećaju solidarnosti i ljubavi za neovisnost uobličenih kroz ideju Juche, koja je omogućila korejskom narodu da se odupre pokušajima miješanja izvana i uspješno se s time nosi, oslanjajući se na vlastite snage. Time je izbjegnuta restauracija kapitalizma koja je zahvatila SSSR i istočnu Evropu 90-ih.

No, jasno je da neovisnost i autonomnost nisu sinonimi za autarhiju, kao što se često navodi u zapadnoj naraciji i propagandi.. Predsjednici Kim Il Sung i Kim Jong Il uvijek su naglašavali da ljubav prema vlastitoj zemlji i duh neovisnosti, s jedne strane, i internacionalizam, s druge strane, idu ruku pod ruku i pretpostavka su jedno drugome.

Doprinos socijalističkih zemalja, počevši još od SSSR-a i Kine u toku rata za oslobođenje, omogućili su DPRK razvijati privredu tako da je tokom 60-ih, 70-ih i 80-ih napredak bio dinamičniji od južnokorejskog, podržanog isključivo američkim, japanskim i, u manjoj mjeri, evropskim kapitalom. Usput, u rujnu 1984. godine, kada je poplava pogodila Južnu Koreju, sjever je poslao humanitarnu pomoć u hrani i materijalu: 7.200 tona riže, 550.000 metara tkanine, 759 paketa lijekova i 100.000 tona cementa za rekonstrukciju u ukupno 750 kamiona koji su prešli granicu kod Panmunjoma.

Treba reći da Južna Koreja nikad nije imala neovisnu politiku ili privredu: To je zato što južnokorejska država nikad nije postojala prije 1945. godine, jer je Koreja bila ujedinjena zemlja, na istom području narod je govorio isti jezik, imali su istu kulturu, iste običaje i istu nošnju u proteklih 5.000 godina postojanja. SAD su stvorile ovu marionetsku državu u južnom dijelu zemlje kako bi poslužila kao baza za osvajanje Azije i ostatka svijeta, počevši od okruženja Rusije i Kine. Prisustvo svojih trupa na tlu Južne Koreje, SAD su opravdavale zaštitom od „širenja komunizma“.

Osim toga, na zapadu žele prikazati Južnu Koreju kao zemlju „demokratskih tradicija“, ali prešućuju ukupno 36 godina vojne diktature od 72 godine postojanja: 12 pod Ri Sung Manom, od 1948. do 1960. godine, 16 pod Pak Jong Hui, od 1963. do 1979. godine, 8 pod Jeon Du Hwan, od 1980. do 1988. godine .

Još i dan danas, u Južnoj Koreji na snazi je Zakon o nacionalnoj sigurnosti kojeg su uveli Amerikanci, prema kojemu i samo izjašnjavanje kao komunista može stajati 7 godina zatvora, a ne treba ni naglašavati koliko rigorozno je kažnjavanje za samo čitanja knjiga ili slušanje muzike koje dolaze sa sjevera. Bez obzira na razloge zbog kojih bi se netko pobunio protiv južnokorejskog režima, biva etiketiran kao „agent sjevera“.

Usprkos represiji, korejski rodoljubi organizirano i kontinuirano u ilegalnim uvjetima, podržani sa sjevera, pružaju otpor režimu.. Jedan od prvih koraka bio je osnivanje Revolucionarne partije za ujedinjenje, čija je tajna radiostanica u Južnoj Koreji emitirala program od 1965. godine do 1985. godine.

Danas djeluje u ilegali Nacionalni demokratski antiimperijalistički front, kojeg vode južnokorejski komunisti koji imaju predstavništvo u Pyongyangu. Njihova je radiostanica prenosila glas Korejske partije rada od 1970. godine do 2003. godine. Njezin rad danas nastavlja Jeka ujedinjenja, koja je počela s aktivnostima 1. decembra 2012.

Na državnoj razini, odnosi između sjevera i juga bili su zamrznuti sve do 1971. godine, kada su se sastale delegacije Crvenog križa obiju država i održale sastanak na vrhu. Godinu nakon, na inicijativu Sjevera, održale su se dvije sjednice, u maju i septembru, rezultat kojih je bila povijesna zajednička izjava Sjever-Jug iz 1972. godine. Ali južnokorejski delegati, nakon povratka, odrekli su se stavova izrečenih pred predsjednikom Kim Il Sungom i nastavili su svoju neprijateljsku i obmanjujuću propagandu protiv sunarodnjaka na Sjeveru. Neki znakovi pomirenja došli su s Ro Dae U, u kasnim osamdesetima, koji je uveo “Sjevernu politiku”, zasnovanu na načelu da „Jug i Sjever moraju razbiti barijeru koja ih dijeli“. Ova nova politika rezultirala je 1991. godine sporazumom o neagresivnosti između dviju Koreja, nakon čega slijedi zajednička deklaracija u kojoj su se obavezali da ne posjeduju, proizvode ili koriste nuklearno oružje. Iz tog vremena postoji 68 zapisnika razgovora na visokoj razini, a Sjever i Jug počeli su se pojavljivati pod jednom zastavom na sportskim priredbama.

Kim Young Sam, koji je naslijedio Ro Dae Ua, pridonio je organiziranju prvog sastanka na vrhu Sjever-Jug nakon rata, 1994. godine, ali sjevernokorejski lider Kim Il Sung umire iste godine prije održavanja samita. Iste godine, oružane snage Sjeverne Koreje obaraju američki helikopter koji je bio ušao u njihov zračni prostor. Iste je godine Amerika planirala zajednički napad s vojskom Južne Koreje na njena nuklearna postrojenja, ali su odustali jer je procijenjeno da bi vlastiti gubici u ljudstvu bili previsoki.

Trebalo je, dakle, dočekati kraj 90-ih, kada dolazi do novog odmrzavanja međukorejskih odnosa, kada nastupa na dužnost Kim Dae Jung, koji potpisuje povijesnu zajedničku izjavu 15. juna 2000. prilikom posjete Pyongyangu, gdje se susreo s predsjednikom Kim Jong Ilom u sklopu takozvane „Sunshine Policy“ 1998. -2008. godine. Ta izjava, zajedno sa zajedničkom izjavom 4 oktobra 2007., potpisana od sjevernokorejskog predsjednika Kim Jong Ila i južnokorejskog No Mu Hyeona, predstavlja kamen temeljac u izmirenju dviju Koreja i poboljšavanju njihovih odnosa u XXI. stoljeću. One su ujedno bile i začetak duha „Između nas sunarodnjaka“, stvoren i njegovan od predsjednika Kim Jong Ila: ponovno ujedinjenje bi trebalo biti ostvareno naporom samih Koreanaca, neovisno, mirno i demokratski, bez pritiska ili uplitanja stranih sila, tko god one bile.

Za vrijeme mandata No Mu Hyeona, održano je 169 susreta s temama od najveće važnosti, koje je pratio 41 sporazum, sve to za manje od 5 godina. Bio je to najintenzivniji period susreta i dogovora Sjever-Jug sve do 2006., kada Južna Koreja prekida ekonomske odnose sa Sjeverom pod izgovorom njihovih nuklearnih pokusa, ali nastavlja aktivnosti iz ugovora iz 2000. godine.

Dakle, ne radi se o diplomatskim izjavama u cilju propagande: postavljena je podloga za ostvarenje prijedloga svojevremeno osmišljenog od predsjednika Kim Il Sunga koji se odnosi na stvaranje jedne Konfederalne demokratske republike Koryo, države u kojoj bi, bar u ovom trenutku, koegzistirali socijalizam i kapitalizam, dopuštajući slobodan promet roba i ljudi na cjelokupnom nacionalnom teritoriju, na kojemu bi se predstavnici Sjevera i Juga birali naizmjenično u predsjedništvo, u UN bi nastupali pod zajedničkim imenom.

Sporazumi iz 2000. i 2007., omogućili su otvaranje zračne linije Pyongyang-Seul, zajedničkim ulaganjem, joint ventures, između dviju država, što je omogućilo jačanje odnosa, kulturnu razmjenu i posjetu rodbine odvojene ratom.

Nažalost, ovakva atmosfera je narušena izborom konzervativnih proameričkih predsjednika, Lee Myung Baka i Park Geun Hye, koji su po nalogu Amerikanaca i Japanaca poticali na rat i širili nepovjerenje među sunarodnjacima sa Sjevera i Juga, između ostalog i lažiranjem potapanja korvete Cheonan, koje je prouzročila Amerika optužujući Sjevernu Koreju, a čime bi opravdali rat protiv Pyongyanga.

Ako pažljivo promatramo, to je oživljavanje tzv. „Nixonove doktrine“, koja navodi dvije ili više strana da se međusobno bore kako se ne bi ujedinili u borbi protiv zajedničkog neprijatelja – imperijalizma. U tom kontekstu, politika koju je usvojila DNR Koreja, usvajajući vještine korištenja nuklearne energije u vojne svrhe i izvršivši svoj prvi tekst takvog oružja oktobra 2006. godine, ispravna je i racionalna. Upravo je neprijateljska politika Amerike, Japana i južnokorejskog marionetskog režima prisilila DNRK da pribjegne izgradnji nuklearnih oružja za obranu vlastite nezavisnosti, suvereniteta i prava na postojanje.

Sankcije uvedene Koreji 2006. godine, kao posljedica prvog nuklearnog pokusa, nisu uspjeli slomiti njenu odlučnost u zaštiti svojeg suvereniteta. To nije uspjelo ni Trumpu veoma oštrom retorikom tokom 2017. godine, koja je izazivala strepnju kod mnogih miroljubivih ljudi. Danas DNR Koreja posjeduje suvremeno oružje i uređaje za lansiranje, kratkog, srednjeg i dugog dometa, koji uspješno odrađuju ulogu odvraćanja neprijatelja. Pitanje je da li možemo bez rezervi prihvatiti ili ne navod Mao Ze Donga da su SAD „tigar od papira“, ali činjenica je da one danas sve manje kontroliraju situaciju kod kuće i u svijetu.

Čak se i Južna Koreja počela progresivno distancirati od njihove dominacije izborom Mun Jae Ina. Pa ipak, čak i uz zastoje, ograničenja i proturječnosti, taj se proces oblikuje. Vrlo važan impuls doživio je početkom ove godine, održavanjem XXIII. Zimskih olimpijskih igara u Pyeongchangu. Osim sportskih uspjeha, postignuti su i oni diplomatski, na tim igrama, su Sjever i Jug nastupili pod jednom zastavom i jednim imenom, kao što bi to bila praksa u Demokratskoj Konfederaciji Koryo, koju je zagovarao predsjednik Kim Il Sung. Slijedilo je analogno sudjelovanje na XII. Zimskim paraolimpijskim igrama.

Pyongchang je bio prigoda za susret između predsjednika Vrhovne narodne skupštine i prvog sekretara Korejske partije rada, Kim Yong Una, i južnokorejskog predsjednika, Moon Jae Ina, prvi ove razine nakon više od deset godina i prvi uopće nakon tri godine.

Na osnovu informacija i činjenica s terena, nameće se zaključak, da je Sjeverna Koreja danas zemlja koja je u intenzivnoj izgradnji, koja je ovladala nuklearnom tehnologijom i koja razvija svemirski program. To joj polazi za rukom zahvaljujući snažnom osjećaju solidarnosti i ljubavi za neovisnost uobličenih kroz ideju Juche i dosljednom i kreativnom primjenom marksizma-lenjinizma, prilagođenog vlastitim uvjetima.

Posebno zanimljiva su svjedočenja onih kojih su posjetili Sjevernu Koreju u više navrata.. Svi su oni suglasni kad govore o dinamici i opsegu izgradnje koju su zapazili. Svjedočili su o porastu izgradnje stanova, škola, vrtića, privrednih objekata, zdravstvenih ustanova i o stotinama objekata u izgradnji, između dva ili više intervala svojih posjeta Koreji. Istakli su i širinu uvida koja im je omogućena odlaskom na bilo koje mjesto koje su željeli posjetiti, uz državnu pratnju, pa i obilazak njihovog nuklearnog programa, za što je privilegiju imao talijanski profesor nuklearne fizike Massimo Zucchetti, član međunarodnog komiteta Znanstvenici protiv rata. 

Svi oni koji nepristrano, na osnovu empirijskih saznanja i neopterećeni zapadnjačkim predrasudama, percipiraju sadašnjost NDRK, takvu dinamiku izgradnje pripisuju dvama parametrima: ideji Juche, koja promovira samodostatnost s ciljem očuvanja istinske neovisnosti, ali ne odbijajući suradnju i izmjenu dobara na ravnopravnoj osnovi, i statusu vojske. Vojska, osim primarnog zadatka čuvanja granica i suvereniteta zemlje, učestvuje aktivno u svim projektima izgradnje.

U Zagrebu, 22. XII. 2018.

Vladimir Kapuralin

 

Kratka povijest Sjeverne Koreje

 
Oslobođenje od japanske okupacije

Pri oslobođenju Koreje, ključnu ulogu odigrao je Sovjetski Savez. 1945. godine, SSSR je pred sebe postavio dva cilja:

a) izbacivanje japanske vojske i kolonijalne administracije s korejskog i kineskog teritorija,

b) razbijanje imperijalističkog Japana.

5. travnja 1945. godine, SSSR je poništio Sporazum o neutralnosti potpisan 13. travnja 1941. godine. U svibnju 1945. godine, započelo je prebacivanje vojske i tehnike sa zapada na Daleki istok. Na konferenciji saveznika u Potsdamu, 17. srpanj – 2. kolovoz 1945. godine, potvrđeno je učešće SSSR-a u ratu s Japanom.

8. kolovoza, dva dana nakon Hirošime, SSSR je Japanu objavio rat. Borbe su vođene 12. – 18. kolovoza, premda je Japan kapitulirao 15. kolovoza. Taj dan se obilježava kao Dan oslobođenja u obje Koreje. Važno je istaći ponašanje japanske vrhuške koja je smatrala da je za nju daleko bezbolnija kapitulacija pred SAD-om nego SSSR-om, jer Amerikanci nisu inzistirali na kažnjavanju carske obitelji za ratne zločine.

Do 25. kolovoza, japanska vojska je razoružana, a 25. rujna, Crvena armija je izašla na 38. paralelu, izgubivši pritom oko 1.500 vojnika.

Američka vojska je nakon napada Crvene armije minirala korejske luke. Ona se na poluotok iskrcala tek 8. rujna s ciljem sprječavanja Crvene armije da zauzme cijelu Koreju. Brza japanska kapitulacija spriječila je već pripremljeno sovjetsko iskrcavanje na otok  Hokaido.

 
Period 1945. – 1948. godina

Na cijelom korejskom teritoriju nakon oslobođenja pojavio se problem vlasti, jer su u cijelosti eliminirane institucije koje su obavljale funkcije vlasti. U rujnu 1945. godine, uspostavljena je Uprava sovjetske građanske administracije (USGA) s generalom A. A. Romanenkom na čelu (od 1947. godine, na čelu general N. G. Lebedjev). Razinu niže nalazili su se savjetnici u provincijama u sovjetskim vojnim komandama čiji je maksimum bio 113.

U direktivi Vrhovnog komandanta, od 20. rujna 1945. godine, navedeno je da Crvena armija ne namjerava u Koreju uvoditi sovjetski poredak, da ne namjerava zauzimati bilo koji dio korejskog teritorija, da ne sprječava formiranje demokratskih stranaka i organizacija te da poziva stanovništvo da mirno nastavi sa svojim svakodnevnim aktivnostima. Cjelokupna praksa komande Crvene armije, po riječima očevidaca, govorila je da ona buduću Koreju vidi kao neovisnu i neutralnu zemlju s tržišnom ekonomijom.

Istovremeno je na sjevernoj teritoriji poluotoka došlo do postupnog formiranja autohtonih organa vlasti, „narodnih komiteta“. Prvi je formiran već 16. kolovoza 1945. godine, dok ih se u konačnici formiralo 145. Oni su imali veliku podršku u narodu.. Nakon dolaska američke vojske na jug zemlje, narodni komiteti su u prosincu 1945. godine bili zabranjeni. Narodni komiteti se mogu smatrati izdankom organizacija formiranih 30-ih godina kao što su „crveni radnički sindikati“ i „crveni seljački savezi“. Nekolicina komiteta formirana je pod izravnim rukovodstvom „Komiteta za pripremu izgradnje države“.

U rujnu 1945. godine, veliki broj Korejaca koji su živjeli u SSSR-u vratio se u Koreju sa željom da pomognu postojećim demokratskim i komunističkim organizacijama u zemlji, odnosno njenoj obnovi. Među njima se našao i Kim Il Sung. U SSSR-u je, po popisu iz 1939. godine, živjelo preko 180 tisuća Korejaca.

11. rujna, u Seulu je formirana Korejska KP (Čoson konsandan), a 10. listopada njen sjevernokorejski odjel: Sjevernokorejski orgbiro KPK. Kim Il Sung tada nije bio komunistički lider, no njemu je sovjetska komanda dala mogućnost javnog djelovanja. On je nastupio na svečanom mitingu povodom oslobođenja Koreje na stadionu u Pjongjangu.

U listopadu i studenom, sovjetska komanda formirala je 10 administrativnih jedinica koje su davale pomoć narodnim komitetima u sferi ekonomije i kulture.

Prvih mjeseci, sovjetska vojna komanda je održavala poredak, promatrala i ocjenjivala lokalnu političku situaciju i, kad je zamijetila socijalističke i komunističke tendencije političkih lidera na sjeveru zemlje, ona im je počela davati aktivnu pomoć u izgradnji socijalističkog društva. Ako su lokalni politički djelatnici pokazivali osobnu inicijativu, koja nije proturječila sovjetskom shvaćanju o progresivnom i postepenom razvoju društva, sovjetska komanda nije ograničavala njihov rad.

Ipak, nakon što je, u februaru 1946. godine, Sjevernokorejski orgbiro KPK bio preimenovan u KP Sjeverne Koreje, ona je 28. kolovoza preimenovana u Radničku partiju Sjeverne Koreje. To je bila direktna posljedica formalnog početka Hladnog rata, odnosno Churchillovog govora u Fultonu. U svom odgovoru na Churchillovu ratnohuškačku retoriku, Staljin je, između ostalog, rekao:

G. Churchillu bi odgovaralo kad bi Poljskom upravljali Sosnovski i Anders, Jugoslavijom Mihajlović i Pavelić, Rumunjskom knez Stirbey i Radescu, Austrijom i Mađarskom nekakav kralj iz dinastije Habsburga itd. G. Churchill nas želi uvjeriti da ta gospoda iz fašističkog legla mogu osigurati „istinsku demokraciju“. Takva je „demokracija” g. Churchilla.

G. Churchill obilazi oko istine kad govori o rastu utjecaja komunističkih partija u Istočnoj Europi. Stoga se mora reći da njegove tvrdnje nisu sasvim točne. Utjecaj komunističkih partija nije porastao samo u Istočnoj Evropi, već u gotovo svim zemljama Europe gdje je ranije vladao fašizam (Italija, Njemačka, Mađarska, Bugarska, Finska) ili u zemljama koje su se nalazile pod njemačkom, talijanskom ili mađarskom okupacijom (Francuska, Belgija, Nizozemska, Norveška, Danska, Poljska, Čehoslovačka, Jugoslavija, Grčka, Sovjetski Savez itd.)

Rast utjecaja komunista ne treba smatrati slučajnim. Utjecaj komunista porastao je zato što su se komunisti tijekom teških godina vladavine fašizma u Europi pokazali pouzdanim, smjelim i samopožrtvovnim borcima protiv fašističkog režima i za slobodu naroda.

Sve izrečeno vrijedilo je i za Koreju i za druge azijske zemlje, žrtve japanskog militarizma.

U Moskvi je, 16. – 26. prosinca, održano savjetovanje ministara vanjskih poslova SSSR-a, SAD-a i Velike Britanije. SSSR je predložio da se odmah uspostavi Privremena korejska demokratska vlada uz pomoć Zajedničke komisije sastavljene od sovjetske i američke vojske. Savezničko tutorstvo bilo bi ograničeno na maksimalnih 5 godina. Bez obzira na potpisani dokument, Amerikanci ga nisu htjeli provesti u život. Oni su inzistirali na dugom i neodređenom tutorstvu, uz eventualno uvođenje tutorstva od strane UN-a.

Zajednička sovjetsko-američka komisija radila je od 20. ožujka 1946. do 18. listopada 1947. godine, no bez rezultata. Obje strane optuživale su drugu da želi podijeliti Koreju. Važno je ovdje napomenuti da je praktički kod svih korejskih političara jedinstvo zemlje bilo neupitno.

Komisija nije imala izgleda za uspjeh, jer je, primjerice, Truman 17. ožujka 1947. godine objavio da će SAD davati pomoć svim slobodnim narodima u borbi protiv komunističke opasnosti. Ujedinjenje Koreje u takvim uvjetima bilo je nemoguće.

Sukladno rezultatima Moskovskog savjetovanja, u veljači 1946. godine, u Pjongjangu  je formiran Privremeni narodni komitet Sjeverne Koreje, koji je započeo s demokratskim reformama. U studenom 1946. godine, provedeni su lokalni izbori svih razina. Na taj način, 17. ožujka 1947. godine, formirana je Narodna skupština kao najviši organ državne vlasti, a tri dana kasnije Narodni komitet kao najviši organ izvršne vlasti. Istovremeno se u Južnoj Koreji razvio pokret za stvaranje separatne države.

8. veljače 1948. godine, formirana je Korejska narodna armija, čiju su okosnicu činili oficiri školovani od strane sovjetskih oficira u zemlji i u SSSR-u.

Nakon što je, 15.kolovoza 1948. godine, na jugu poluotoka bila proglašena Republika Koreja, Narodna skupština Sjeverne Koreje donijela je odluku da se na teritoriji cijele zemlje provedu izbori za Vrhovnu narodnu skupštinu. Na prvom zasjedanju skupštine 9. rujna, uz prisutnost velikog broja delegata s juga, proglašena je Korejska narodno-demokratska republika, KNDR. Kim Il Sung je postao njen prvi premijer.

12. listopada, SSSR je priznao KNDR, što su slijedile ostale socijalističke zemlje. SSSR je već davao veliku materijalnu pomoć zemlji.

Do 26. prosinca 1948. godine, SSSR je povukao svoju vojsku iz Koreje. SSSR je vodio principijelnu politiku tako da se do kraja 1945. godine sovjetska vojska u potpunosti povukla iz Jugoslavije, Čehoslovačke i Norveške, u aprilu 1946. godine s danskog otoka Bornholm, a u maju iste godine iz Kine i Irana. U decembru 1947. godine, sovjetska vojska je napustila Bugarsku.

Neke od mjera američkih vlasti bile su slične sovjetskim. U rujnu 1945. godine, radi osiguranja poretka, bila je formirana Američka vojna administracija, AVA, na čelu s generalom Arnoldom. Na čelu korejskih provincija našli su se američki vojni guverneri. No, postojale su i znatne razlike. Amerikanci su zadržali kolonijalne zakone, a svoju administraciju proglasili jedinom punomoćnom vlašću. Amerikanci nisu dozvoljavali lokalnoj političkoj eliti, bez obzira na predznak, da samostalno odredi put daljnjeg razvoja. Amerikanci su, u suštini, nastojali očuvati status quo dok ne odluče o daljnjim koracima.

16. listopada, iz SAD je u zemlju prebačen tzv. „otac“ korejskog naroda, Rhee Syng-man, koji je bio vrlo popularan u korejskom narodu. No on je 2/3 dotadašnjeg života proveo u SAD-u tako da su Amerikanci u njemu našli lojalnog upravitelja. On je bio dosljedan zagovornik odijeljene južnokorejske države.

Od studenog 1945. godine, AVA je počela izdavati naredbe slijedom kojih je kontrola korejske ekonomije prešla u njene ruke. Naredbom br. 5 sva japanska skladišta prešla su u ruke AVA, naredbom br. 33, od 6. prosinca, AVA je postala vlasnikom svih japanskih poduzeća, zemlje i druge imovine. Naredbom br. 39, od 3. siječnja 1946. godine, uveden je američki monopol na vanjsku trgovinu (22. travnja 1918. godine, sovjetska vlast uvela je državni monopol na vanjsku trgovinu, DMVT; zapadne države bile su spremne sve oprostiti sovjetskoj vlasti pod uvjetom da ona ukine DMVT, odnosno da im omogući „direktnu trgovinu sa sovjetskim narodom“). Amerikanci su sprječavali razvoj bilo koje industrije, osim rudarstva, jer su nastojali da se sva dobra moraju uvoziti iz SAD-a. Naredbom br. 28, od 13. studenog 1945. godine, utemeljeni su odjeli kopnene vojske i mornarice. Tada se pristupilo obuci južnokorejskih vojnika u Koreji i SAD-u.

U veljači 1946. godine, zasjedala je Osnivačka skupština koja je imala status privremenog parlamenta. Premda su se mnogi politički lideri Južne Koreje i članovi Privremene vlade zalagali za stvaranje saveza s komunistima Sjeverne Koreje, Osnivačka skupština, pokazalo se, bila je prvi korak u pripremi stvaranja odijeljene južnokorejske države.

Osim AVA, u unutarnje poslove Koreje sve više se miješao Privremeni komitet UN-a, što je rezultiralo mnogobrojnim demonstracijama i štrajkovima u cijeloj zemlji, dok je, 3. travnja 1948. godine, na otoku Čeju-do započela partizanska borba. Borba protiv separatizma potrajala je do 1949. godine.

10. svibnja 1948. godine, američke vlasti provele su izbore za Ustavotvornu skupštinu Južne Koreje na čijem se čelu našao Rhee Syng-man. Iako je dio od 198 delegata bio protiv separatizma, Rhee Syng-man je uspio nametnuti odluku slijedom koje je Vrhovni organ vlasti u zemlji trebao biti jednodomni parlament koji bira predsjednika. Novi ustav proglašen je 17. srpnja 1948. godine. Na osnovi njega bila je formirana vlada. 20. srpnja, Rhee Syng-man bio je izabran za predsjednika, dok je 15. kolovoza službeno objavljena uspostava nove države, južno od 38. paralele, Republike Južne Koreje.

Ipak, Amerikanci nisu imali puno povjerenje u svoje satelite na jugu zemlje te su svoju vojsku iz Koreje povukli tek krajem lipnja 1949. godine, tj. 6 mjeseci nakon povlačenja sovjetske.

 
Period 1948 – 1950 godina

Povlačenje stranih vojski dalo je nadu korejskom narodu da je moguće očuvanje jedinstvene države stare tisuće godina.

Nakon oslobođenja zemlje, nizom reformi u Sjevernoj Koreji okončana je „antiimperijalistička i antifeudalna demokratska revolucija“ te je započeo „prijelazni period“ k socijalizmu, tijekom kojeg je uspostavljena „narodno-demokratska diktatura“. U zemlji su se zadržali određeni kapitalistički elementi.

8. veljače 1946. godine bio je utemeljen Privremeni narodni komitet, PNK, na čelu s Kim Il Sungom. PNK je 5. ožujka objavio dekret o agrarnoj reformi.. Sva zemlja bivših japanskih zemljoposjednika, kao i „višak“ zemlje kod korejskih zemljoposjednika, tj. sve iznad 5 ha, bili su oduzeti od strane države, a zatim raspodijeljeni seljacima. Kupoprodaja i davanje zemlje u najam bili su zabranjeni. Reformu su proveli seljački komiteti, njih 11.500, za 20-ak dana. Oduzeto je preko 1,3 milijuna hektara zemlje i predano u vlasništvo preko 720 tisuća seoskih domaćinstava. Ta je mjera imala široku podršku među seljacima, jer im je ispunila njihov vjekovni san. Za dobivenu zemlju, seljaci su platili 25 % državnog poreza.

Nakon toga, 23. ožujka, PNK je donio „Politički program u 20 točaka“ u kojem je jasno bila ocrtana perspektiva razvoja društva. U Programu su se našli zadaci poput eliminacije posljedica japanske kolonizacije, uspostave osmosatnog radnog vremena, jednakosti muškaraca i žena, slobode riječi i okupljanja itd. U Program su ušle i točke o neophodnosti suzbijanja „antidemokratskih“ i „fašističkih elemenata“, isticala se neophodnost izbora novih narodnih komiteta te preuzimanje od strane države banaka, velikih poduzeća i rudnika.

Uskoro nakon objave Političkog programa, PNK je započeo s njegovom realizacijom. 10. kolovoza, donesen je Zakon o nacionalizaciji industrije, komunikacija i banaka. 3. studenog, PNK je donio odluku o raspisivanju izbora koji su bili provedeni u veljači 1947. godine, kad je bila izabrana Narodna skupština Sjeverne Koreje. Tada je bio donesen plan razvoja narodne privrede, dok je zemlja krenula putem planske ekonomije. Plan za 1947. godinu bio je u cijelosti ispunjen.

Dan nakon proglašenja KNDR, 10. rujna 1948. godine, Vrhovna narodna skupština obratila se vladama SAD-a i SSSR-a sa zahtjevom za povlačenje njihovih vojski iz Koreje. Ubrzo su bili uspostavljeni diplomatski odnosi između KNDR-a i SSSR-a. Zemlju su priznale članice socijalističkog bloka, dok je SAD blokirao prijem KNDR u UN. Nastala je pat-pozicija, jer ni SSSR nije želio priznati Republiku Koreju kao legitimnog predstavnika Koreje.

U veljači 1949. godine, Vrhovna narodna skupština donijela je dvogodišnji plan obnove i razvoja narodne privrede. Već 1949. godine, industrijska proizvodnja je u odnosu na 1946. godinu porasla 3,4 puta, proizvodnja robe široke potrošnje 2,6 puta, s tim da je proizvodnja u tekstilnoj industriji porasla 6 puta. Proizvodnja žitarica je, u odnosu na 1944. godinu, porasla za 20 %.

Ovakvi uspjesi bili su mogući samo zato što je socijalistički program vlade odgovarao tradicionalnoj korejskoj kulturi s razvijenim kolektivizmom, s obiljem raznih oblika uzajamne pomoći na selu, kao i među rođacima ili zemljacima. U korejskoj kulturi davan je prioritet interesima države nad privatnim.

Pomogle su i zadnje godine japanske okupacije kad su na sjeveru zemlje bili otvoreni mnogobrojni rudnici.

Od ogromnog značaja bila je pomoć socijalističkih zemalja s kojima je KNDR ostvarivala 90 % svoje vanjske trgovine. 1948. godine, trgovinska razmjena KNDR i SSSR iznosila je 48,4 milijuna rubalja (preko 300 milijuna suvremenih dolara), a 1949. godine, 139,6 milijuna rubalja (preko 900 milijuna dolara). Oko 2/3 sovjetskog izvoza odnosilo se na industrijsku opremu i sirovine potrebne za obnovu starih, porušenih od strane Japanaca, poduzeća, kao i za izgradnju novih. Ovdje je važno istaći karakter sovjetske pomoći čiji je cilj bilo jačanje korejske ekonomske neovisnosti, što je predstavljalo suprotnost američkom pristupu koji se temeljio na težnji da se Južna Koreja, i svaka druga zemlja, pretvori u limitrof u potpunosti ovisan o SAD-u.

U periodu 1948. – 1950. godine, u KNDR boravio je veliki broj sovjetskih stručnjaka koji su radili, između ostalog, na izgradnji hidroelektrane Sup-ung, metalurškog kombinata u Čong-džinu te na uspostavi školskog sustava. 1948. godine, boravila je delegacija na čelu s biokemičarem A. I. Oparinom. Do 1950. godine, u KNDR radilo je već 15 visokoškolskih ustanova, 69 tehničkih i pedagoških škola.

S druge strane, prisutnost američke vojske na jugu zemlje, a još više mnogobrojne američke baze u Japanu, zahtijevali su jaku sjevernokorejsku armiju. Amerikanci na jugu nisu dozvoljavali agrarnu reformu ni bilo kakav vid preobražaja tako da je i tamo jačala Radnička partija, koja se 30. lipnja 1949. godine ujedinila s Radničkom partijom Sjeverne Koreje. Započeo je proces ujedinjenja zemlje.

11. rujna 1948. godine, AVA je s južnokorejskom vladom potpisala „Sporazum o reguliranju financijskih i vlasničkih odnosa“. Uglavnom se radilo o „bivšoj japanskoj imovini“. Vlada je morala privatnim osobama prodati 513 poduzeća, 839 nekretnina, ukupno 2.269 objekata. Amerikanci su za sebe zadržali niz zgrada i zemljišnih površina.

Slijedom američko-korejskog vojnog sporazuma od 26. siječnja 1950.. godine, SAD je Južnoj Koreji dostavio oružja u vrijednosti od 205,2 milijuna dolara. Ipak, sjevernokorejska armija je u tom trenutku bila daleko brojnija i bolje naoružana.

Unutarnjopolitička trvenja u Južnoj Koreji očitovala su se kroz dva zakona. 22. rujna 1948. godine, donesen je „Zakon o kažnjavanju osoba koje su počinile prijestupe protiv nacije“, tj. zakon za kažnjavanje kolaboracionista, no on nikad nije zaživio. Iako je Specijalni komitet, ustanovljen radi tog zakona, inzistirao na hapšenju i procesuiranju kolaboracionista, hapšenja su počela tek u siječnju 1949. godine, da bi u konačnici bilo osuđeno samo 7 ljudi. 14. veljače 1951. godine, taj zakon je ukinut, a osuđenici oslobođeni, što ne treba čuditi jer su hapšenja i procesuiranja također provodili bivši japanski kolaboracionisti. No, zato je zbog pobuna, štrajkova i drugih manifestacija narodnog nezadovoljstva, 20. studenog 1948. godine, donesen „Zakon o zaštiti države“, slijedom kojeg je uhapšena 118 621 osoba, među kojima i 16 članova Narodne skupštine Republike Koreje.

Na taj način je formalizirana podjela na sjeverni i južni dio zemlje. Na sjeveru su vlast preuzeli antifašisti, dok su na jugu vlast zadržali kolaboracionisti. Unutarnji korejski preduvjeti za budući rat bili su stvoreni. Ovome treba dodati da je tijekom 1949. godine zabilježeno oko 1.500 oružanih incidenata na demarkacijskoj liniji.

 
Korejski rat, 1950. – 1953. godina

Ipak, odlučujući događaji koji su doveli do rata u Koreji odigrali su se izvan korejskog poluotoka. 1949. godine, kineska Crvena armija odnijela je pobjedu nad Kuomintangom. U kolovozu je SSSR testirao svoju atomsku bombu, čime je u određenoj mjeri uspostavljena vojna ravnoteža sa SAD-om. U konkretnom slučaju, ni SAD ni SSSR nisu javno podržavali „svoje“ strane u Koreji. SAD je izvan svoje linije obrane od komunizma na Pacifiku ostavio i Koreju i Tajvan, no on je aktivno naoružavao i obučavao južnokorejsku armiju. Ipak, treba istaći da je u međuraću Pacifik predstavljao pozornicu na kojoj su se sukobili britanski, američki i japanski imperijalizmi te da su savezništva među imperijalistima bila višekratno mijenjana. Jasno, pobjednikom je izašao američki imperijalizam.

SSSR, sa svoje strane, nije htio dati zeleno svjetlo za napad na korejski jug, osobito za bilo kakvu vojnu intervenciju, no on je dao odriješene ruke Mau i Kimu, u veljači 1950. godine, da sami odluče, tj. da krenu u napad ako su sigurni da mogu brzo slomiti armiju Južne Koreje. 25. lipnja 1951. godine, sjevernokorejska vojska započela je ofenzivu nakon, kako njihovi povjesničari tvrde, veće južnokorejske provokacije. Na napredak sjevernokorejske vojske reagirao je SAD, koji je u Generalnoj skupštini UN-a uspio nametnuti rezoluciju koja je omogućila intervenciju UN-a protiv Sjeverne Koreje. SSSR nije uložio veto, jer je od siječnja 1950. godine bojkotirao rad VS UN-a zbog odbijanja zapadnih saveznika da se Maovu Kinu primi u VS umjesto Čang Kai-šekove.

Uspjesi sjevernokorejske vojske bili su prekinuti iskrcavanjem UN-ove, točnije američke, vojske. Smatra se da je u UN-ovim kopnenim jedinicama udio Amerikanaca bio 85,9%, u pomorskim snagama 93,4 %, a u zrakoplovstvu 98 %. Nakon nekoliko velikih ofenziva i kontraofenziva obiju strana, rat je završio tamo gdje je i započeo, na 38. paraleli, uz određene dobitke sjevernokorejske strane. Premda je rat službeno okončan 1953. godine, linija fronta se u principu stabilizirala na 38. paraleli već krajem 1951. godine, nakon čega su gotovo isključivo američka i južnokorejska vojska provodile ofenzivne operacije.

Rat je, što se tiče SSSR-a, ispunio jedan od glavnih ciljeva: pokazao je moć sovjetske avijacije. U to vrijeme, što je malo poznato, američka vojska je kovala velike planove o bombardiranju velikih sovjetskih gradova desecima i stotinama nuklearnih bombi. Sjeveroistočne dijelove Kine, otkud je tekla kineska pomoć Sjevernoj Koreji, čuvao je sovjetski 64. lovački korpus, naoružan lovcima tipa MiG-15, koji je u zračnim bitkama srušio 651 američki F-86 Saber i oko 200 „Letećih tvrđava“, dok je sam izgubio 355 aparata. Kad se govori o direktnom sovjetskom učešću u ratu, ono je od strane sovjetske vlasti dosljedno nijekano. Izbjegavane su sve situacije koje bi mogle rezultirati zarobljavanjem sovjetskih vojnika i drugih dužnosnika.

Smatra se da je rat odnio 1,5 milijuna života. U Sjevernoj Koreji, američka avijacija je uništila sve – tako da su potkraj rata njeni komandanti tvrdili da se tamo više nema ničega za bombardirati. Uništeno je 8,7 tisuća poduzeća i 600 tisuća stambenih objekata. Šteta počinjena ratom procjenjivala se na 3 milijarde tadašnjih dolara. Premda su, u skladu članka 4. mirovnog sporazuma, sve inozemne trupe trebale napustiti korejski teritorij, ipak su SAD i Južna Koreja 1. listopada 1953. godine potpisali „Sporazum o međusobnom osiguranju sigurnosti“ slijedom kojeg je američka vojska ostala na teritoriji Južne Koreje. Takva situacija može se smatrati prvim vanjskopolitičkim porazom sovjetskog poststaljinističkog rukovodstva i njegovom prvom izdajom saveznika, konkretno Kine, jer je time američka vojska stvorila mostobran na istočnoj obali azijskog kontinenta.

 
Južna Koreja

Poslijeratnu povijest Južne Koreje obilježila je, u političkom smislu, vlast trojice dugovječnih predsjednika. 50-e godine obilježila je autokratska vlast predsjednika Rhee Syng-man-a, 1948. – 1960., 60-e i 70-e Park Chung-heea, 1963. – 1979., a 80-e Chun Doo-hwana,1980. – 1988. godina.

Ekonomska kretanja u Južnoj Koreji tijekom 50-ih godina imaju proturječan karakter. S jedne strane, SAD je zemlju pretvarao u svog klijenta, u svog limitrofa, na vrlo sličan način kako je to činio s Izraelom. SAD je u periodu 1945. – 1961. godine Koreji isporučio dobara u vrijednosti od 3,137 milijardi dolara, s pikom 1957. godine kad je isporučeno roba u vrijednosti od 380 milijuna dolara. 42 % isporuka odnosilo se na sirovine i polufabrikate, 25 % na hranu. Eksport kapitala činio je manje od 9 %, a tehnike 5 %. Veliki dio američke pomoći bio je usmjeren na razvoj južnokorejske armije.

Isporuka hrane pomogla je narodu da preživi poslijeratnu glad, no ona je kočila razvoj domaće poljoprivrede i industrije. Isporuka poljoprivrednih sirovina omogućila je, isto tako, razvoj triju „bijelih“ industrija u Južnoj Koreji: proizvodnje brašna, proizvodnje šećera i proizvodnje pamučnih tkanina. Ogroman profit u tim djelatnostima dao je mogućnost za akumulaciju kapitala, no ta je akumulacija bila strogo reducirana na prijatelje i financijere predsjednika Rhee Syng-man-a i njegove Liberalne partije. Preraspodjela kapitala vršila se kroz:

1) izdavanje licenci za uvoz,

2) prodaju bivše japanske imovine po niskim cijenama,

3) privilegiran pristup fondovima i materijalima iz vanjske ekonomske pomoći,

4) privilegiran pristup jeftinim kreditima,

5) davanje ugovora s državom i s američkom vojskom.

Na taj način je, 1960. godine, najvećom kompanijom postao „Samsung“, osnovan još 1935. godine, koji je u svom sastavu imao 19 poduzeća koja su se bavila preradom šećera, proizvodnjom automobilskih felgi, proizvodnjom umjetnih gnojiva, cementa itd. Njih se nazivalo chaebol – „rod (obitelj) koji posjeduje bogatstva“. Istovremeno, zemlja je tonula u ekonomsku krizu. 1960. godine, inflacija je iznosila 20 %, nezaposlenost 40 %, a vanjskotrgovinski deficit 310 milijuna dolara.

1960. godine, Syng-man je pobjegao natrag u SAD, a u zemlji je donesen novi ustav. Zemlja je odlučila ići srednjim putem između kapitalizma i socijalizma. Iste godine, nastao je pokret za mirno ujedinjenje dviju Koreja bez američkog miješanja u taj proces. No, kako je zemlja i dalje bila materijalno i financijski ovisna o SAD-u čija je vojska i dalje bila na njenom tlu, korejska vlada bila je prisiljena 8. veljače 1961. godine potpisati američko-korejski ekonomski sporazum koji je omogućavao američkoj administraciji da se miješa u unutarnje korejske poslove. Već sljedeći mjesec, doneseni su „Privremeni izvanredni antikomunistički zakon“ i „Zakon o kontroli demonstracija“.

Zakoni su izazvali još veći val demonstracija u zemlji, što je rezultiralo vojnim udarom kojem je prešutnu podršku dala američka vojna vlast u Južnoj Koreji. Neformalnim prvim čovjekom zemlje postao je general Park Chung-hee, bivši japanski kolaboracionist. On je karijeru započeo kao učitelj, da bi se 1940. godine upisao u Mandžurijsku vojnu školu. 1942. godine, bio je na doškolovanju u Japanu, a 1954. godine u SAD-u. On je 1963. godine i formalno, nakon vrlo dvojbenih izbora, postao predsjednik države.

Prednost Chung-heea nad prethodnicima bila je njegova projapanska orijentacija. SAD je nastojao uspostaviti sigurnosni trokut SAD-Japan-Južna Koreja, tim prije što je Kina 1964. godine uspješno testirala atomsku bombu. Za izlazak iz bijednog položaja, Južnoj Koreji je trebala japanska financijska i tehnička pomoć te je Chung-hee, unatoč golemom otporu u zemlji, 22. lipnja 1965. godine s Japanom potpisao „Sporazum o osnovama odnosa između Republike Koreje i Japana“. Po raznim procjenama, zemlja je od Japana na ime ratne odštete primila 700 – 800 milijuna dolara, premda se u realnosti najčešće radilo o kreditima i isporukama opreme.

Daleko veće beneficije Južna Koreja je izvukla iz učešća u američkoj agresiji na Vijetnam. Već u veljači 1965. godine, Južna Koreja je u Vijetnam poslala dvije tisuće vojnika. SAD je zemlji dao 150 milijuna dolara bespovratne pomoći da bi, već do srpnja 1965. godine, u Vijetnamu ratovalo 20 tisuća korejskih vojnika. Do kraja Vijetnamskog rata, Južna Koreja je u Vijetnam poslala 24 tisuće radnika i 55 tisuća vojnika, od kojih je 4.407 poginulo (8,4 % od ukupno poginulih na američkoj strani). Zemlja je u periodu 1966. – 1970. godine, po raznim podacima, primila između 0,625 i 1,7 milijardi dolara američke pomoći.

Na unutarnjem planu razvoj se temeljio na uvođenju planske ekonomije. Prvi petogodišnji plan za period 1962. – 1966. godina predviđao je:

1) Povećanje poljoprivredne proizvodnje i prihoda seljaka,

2) Osiguranje zemlje električnom energijom, ugljem i drugim energentima,

3) Razvoj ključnih privrednih grana,

4) Maksimalno korištenje neiskorištenih resursa,

5) Povećanje izvoza i poboljšanje platne bilance zemlje,

6) Povećanje kapitalnih investicija u razvoj tehničke, kemijske i elektroničke industrije.

U tom periodu, ekonomija je rasla 7,8 % godišnje, dok je poljoprivreda porasla za 34 %. No, još uvijek je 60 % ekonomije ovisilo o inozemnom kapitalu.

Druga petoljetka, 1967. – 1971. godine, predstavljala je istinski preokret. Ciljevi su bili sljedeći:

1) Osiguranje prehrambene neovisnosti zemlje te razvoj šumarstva i ribolovstva,

2) Izgradnja industrijalizirane zemlje putem izgradnje poduzeća u kemijskoj, metalurškoj i metaloprerađivačkoj industriji,

3) Dostizanje izvoza od 700 milijuna dolara godišnje,

4) Povećanje zaposlenosti putem planiranja obitelji,

5) Podizanje prihoda stanovništva,

6) Podizanje obrazovne razine stručnih kadrova.

Tijekom tog perioda, zemlja bilježi rast od 9,7 % godišnje. 2/3 industrijske proizvodnje otpadalo je na tešku industriju. Zabilježen je i porast uvoza žitarica s 40 na 270 milijuna dolara godišnje.

U Trećoj petoljetki godišnji rast je iznosio 11,2 %, a u Četvrtoj 5,8 %, umjesto planiranih 9,2 %. Iako je izvoz vrlo brzo rastao, 33 milijuna dolara 1960. godine, 1,5 milijardi dolara 1971. godine te 15 milijardi dolara 1979. godine, rasla je i zaduženost zemlje i njen proračunski deficit. Osnovni razlog rasta vanjskog duga bio je, kao i u većini zemalja tadašnjeg svijeta, strelovit rast cijene nafte.

Glavni razlozi uspona Južne Koreje leže u očuvanju njene kulture kroz period industrijalizacije te na državnom planiranju ekonomije, tj. na eliminaciji tzv. tržišta. Na početku preobražaja, djeci je u školama bilo zabranjeno da jedu skupu kašu od riže, već su morali od kuće donositi kašu od ječma ili od grahorica. Prihodi korporacija prvenstveno su bili ulagani u proizvodnju umjesto na „nepotrebne potrebe stanovništva“. Industrija je bila visoko centralizirana.. 1979. godine, 10 najvećih chaebola držalo je 84,7 % kemijske i teške industrije. Kako je rasla vanjska zaduženost kompanija, predsjednik je 2. kolovoza 1972. godine izdao „Izvanredni ukaz br. 15“ kojim je korporacijama dan tjedan dana da vladu izvijeste o dugovanjima i mjerama za njihovu eliminaciju. Slijedom toga, 1973. godine, likvidirana je kompanija „Samho“, koja je 1960. godine bila druga po veličini kompanija u zemlji. Vlada je povremeno radila podjelu kompanija na jake i slabe. Slabe su bivale likvidirane, a njihova imovina predavana jakim.

1971. godine, vlada je u 33.267 sela poslala po 335 vreća cementa te im je ponudila mogućnost financiranja kapitalnih investicija. Kampanja se vodila pod parolama o „blagostanju za sve“, o „kvalitativnom i kvantitativnom poboljšanju životnih uvjeta“, o „jednakim pravima pri korištenju zajedničkog bogatstva“, o „jedinstvu nacije“ i o „realizaciji duha korejske nacije u suvremenim uvjetima“. Uspjeh je postignut u 16 tisuća sela. Pokazalo se da je razliku između uspješnih i neuspješnih činio rukovodeći kadar sela, tradicionalne staroste. Radi punog rješenja agrarnog problema, odnosno razvoja sela u suvremenom industrijskom društvu, osnovane su „Akademija za izučavanje i jačanje duha seoske obitelji“ i „Akademija rukovodilaca novog sela“.

Slijedom naftne krize, koja je znatno poskupjela poljoprivrednu proizvodnju 1974. godine, u poduzećima i u financijskim korporacijama počeli su se stvarati „Komiteti za pomoć Pokretu za novo selo“. Pokret je imao općenacionalni karakter te je bio utemeljen na tradicionalnoj korejskoj kulturi kolektivizma.

U oktobru 1979. godine, došlo je do građanskih nemira da bi, u svibnju 1980. godine, uslijedilo „korejsko proljeće“. Na vlast je došao Chun Doo-hwan. Zemlja se donekle liberalizirala i demokratizirala, no i dalje se razvoj temeljio na petogodišnjim planovima, dok je glavni ekonomski problem predstavljala inflacija. 1986. godine, država je zatvorila 50 velikih kompanija i njihovo vlasništvo predala „perspektivnim“ kompanijama.

Vlast je donijela zakone kojim se sve građane prisiljavalo da rade. Započela je kampanja za borbu protiv tri vida društvenog zla: nasilja, lopovluka i narkotika. Većinu privedenih, mahom mladih ljudi, slalo se na dvotjedni „preodgoj“, nakon čega je slijedilo pola godine prinudnog rada. Mjeru su provodili „Odredi za preodgoj“, sastavljeni od mladih ljudi. Tijekom kampanje, privedeno je 60.755 prijestupnika, dok ih je 54 prilikom privođenja bilo ubijeno. Građani su blagonaklono gledali na taj proces..

Postupna liberalizacija ekonomije nakon Chun Doo-hwana dovela je do usporenja izvoza i ubrzanja uvoza. 1989. godine, zemlja je bila u minusu 0,9 milijardi dolara, 1990. godine 5, a 1991. godine 9,6 milijardi dolara. Slom je došao 1997. godine kad je, u periodu rujan – prosinac, nacionalna valuta, von, devalvirala za 240 % (s 840 na 2000 za dolar). Nezaposlenost je 1998. godine porasla 3 puta, a pad BDP-a iznosio je 5,8 %. Slom su građani JK pripisali djelovanju MMF-a.

Za razliku od građana bivše SFRJ, građani Južne Koreje bili su spremni žrtvovati se za boljitak države pa su prihvatili poziv vlade za „prikupljanje“, tj. za prodaju vlastitog zlata i srebra državi po fiksnim i niskim cijenama, kao i za smanjenje potrošnje roba široke potrošnje.

Jasno, kampanja je bila nedovoljna te se vlada obratila MMF-u i Svjetskoj banci koji su dali sredstva dovoljna da se državne devizne rezerve podignu do 68 milijardi dolara. Uvjet MMF-a i SB za pomoć bilo je povećanje prava inozemnih investitora. Vlada se nadalje obvezala da će ograničiti kapitalna ulaganja velikih domaćih kompanija i da će zabraniti širenje njihovih sfera djelatnosti. Provedena je politika likvidacije „neefikasnih“ komercijalnih banaka. Ubrzan je proces privatizacije tako da je do kraja 1998. godine privatizirano 5 velikih i 33 srednja poduzeća. Smanjeni su prinosi s vrijednosnih papira za 3 puta, stabilizirana je nacionalna valuta, prvo na 1.573 vona za dolar, a potom na 1.171, stabilizirane su maloprodajne cijene te je centralni državni aparat smanjen za 26, a lokalne jedinice za 35 tisuća namještenika.

 
KNDR u periodu 1953. – 1960. godine

5. – 9. kolovoza 1953. godine, održan je VI. plenum Radničke partije Sjeverne Koreje gdje je donesen Trogodišnji plan, 1953. – 1956. godine, izbalansiranog razvoja narodne privrede, tj ravnomjernog razvoja grada i sela te teške i lake industrije, premda je akcent stavljen na tešku industriju. Kim Il Sung je razvoj temeljio na radnom iskustvu korejskog naroda, bogatim prirodnim resursima i pomoći bratskih zemalja. SSSR je trebao dati pomoć od milijarde rubalja (250 milijuna tadašnjih dolara). U rujnu je Kim boravio u Moskvi gdje mu je potvrđena pomoć pri gradnji hidroelektrane Sup-ung, metalurških kombinata u Čong-džinu i Nampou, otpisana polovica duga te obećana dostava roba široke potrošnje i hrane.

Obim industrijske proizvodnje 1954. godine bio je 50 % veći nego 1949. godine, a proizvodnja hrane 20 %. Tijekom troljetke, obnovljeno je 240 i izgrađeno 80 velikih poduzeća. Plaće su porasle 58 %, a BDP za 2,1 puta. Sovjetska pomoć bila je primana uz veliku zahvalnost, no ona je mogla biti efikasno upotrijebljena samo zahvaljujući radu i entuzijazmu korejskog naroda. To je omogućilo vanjskopolitičku ofenzivu, osobito u svjetlu mizerije u Južnoj Koreji, s ciljem ujedinjenja zemlje. Inicijativu su podržali i Korejci koji su tada živjeli u Japanu.

Krajem 1955. godine, Kim je održao govor pod naslovom: „O uklanjanju dogmatizma i formalizma te uspostavi čučhe u ideološkom radu“. Čučhe je stanje u kojem čovjek gospodari sobom i svojom okolinom, odnosno izvorno korejsko shvaćanje „samostalnosti“. Čučhe je posebno postao aktualan od 1957. godine, nakon XX. kongresa KPSS i kritike tzv. kulta ličnosti, tj. Staljina.

Nova, „neovisna“ politika KNDR formulirana je na III. kongresu RP SK 23. – 29. travnja 1956. godine, na kojem je potiho osuđen revizionizam XX. kongresa KPSS. Sljedeći mjesec, Kim je posjetio SSSR te je u osnovi utvrdio nastavak ekonomske, kulturne i vojne suradnje, premda se očekivala njena redukcija sa sovjetske strane. Kim je do kraja godine uspio partiju očistiti od „revizionista“ i frakcionaštva i pokrenuti zemlju u pravcu vlastitog puta u socijalizam. Reklo bi se da su SAD na jugu i SSSR na sjeveru, u kontekstu Hladnog rata, bili prisiljeni prihvatiti postulate autohtone korejske kulture.

Na prosinačkom plenumu CK RP KNDR, Kim je objavio da zemlja može napredovati oslanjajući se isključivo na svoje unutarnje resurse pod parolom: „Krenimo naprijed tempom Čollima“. Čollima je korejski mitski krilati konj koji je za dan mogao prevaliti tisuću lija (oko 500 km). Već je 1957.godine Čollima dala prve rezultate kad je zabilježen rast industrijske proizvodnje od 17 %. U lipnju 1958. godine, donesen je Prvi petogodišnji plan. Te je godine Čollima obuhvatila cijelu zemlju.

Pokret „za kooperaciju na selu“ podignut je na novu razinu 1958. godine te se odvijao u 3 osnovna pravca:

1) kooperacija na temelju zajedničke proizvodnje,

2) kooperacija na temelju zajedničke proizvodnje i zajedničke eksploatacije zemlje,

3) kooperacija na temelju zajedničke proizvodnje i zajedničkog korištenja kako zemlje, tako i stoke i oruđa.

Točka 3 je već imala vjekovnu tradiciju u Koreji tako da se već 1956. godine 80 % svih seljaka i 78 % zemlje nalazilo o kooperativama.

Petogodišnji plan ispunjen je za manje od 3 godine, tj. do 1960. godine kad je industrijska proizvodnja porasla za 3,5 puta. Godišnji rast u tom periodu iznosio je 36,3 %. Službena sjevernokorejska historiografija te uspjehe pripisuje mudrom rukovodstvu „velikog vođe“, što nije neutemeljeno, jer je on, nakon čišćenja partije od prosovjetskih revizionista, poslao partijski kadar u unutrašnjost zemlje sa zadatkom upoznavanja stvarne situacije.

Treba istaći da je SSSR znatno smanjio pomoć Sjevernoj Koreji, no ona je još uvijek bila značajna. SSSR je zemlji dao nepovratni kredit u visini od 300 milijuna rubalja (75 milijuna dolara). U listopadu 1957. godine, sovjetska i korejska Akademija znanosti potpisale su Sporazum o znanstvenoj suradnji, a u ožujku 1959. godine, Sporazum o davanju tehničke pomoći KNDR. U periodu 1953. – 1960. godine, u Sjevernoj Koreji radilo je oko 1,5 tisuća sovjetskih inženjera, znanstvenika i ekonomista.

Nakon državnog udara u Južnoj Koreji 1961. godine, Kim Il Sung je posjetio SSSR i s Hruščovom potpisao „Sporazum o prijateljstvu“. SSSR je unatoč idejnom raznoglasju bio spreman vojno braniti SK.

 
KNDR u periodu 1961. – 1972. godine

Na IV. kongresu RP SK 11. – 18. rujna 1961. godine, donesen je sedmogodišnji plan razvoja narodne privrede. Ovaj put KNDR nije mogla računati na kredite iz SSSR-a zbog privredne krize prouzrokovane Hruščovljevim pogreškama.

Na kongresu je službeno uvedena metoda Čonsanri, koja je dobila ime po selu u kojem je Kim u veljači 1960. godine izučavao stanje na selu. Ta se metoda sastoji u obvezi višeg rukovodstva da pomaže sebi podčinjenom. Viši rukovodilac bio je dužan doći kod podčinjenog i na licu mjesta utvrditi situaciju. Glavni zadatak višeg rukovodioca bio je politički rad, tj. podizanje entuzijazma i kreativne inicijative narodnih masa. Metoda Čonsanri predstavljala je produžetak pokreta Čollima. Na taj način, u zemlji je uvedena društvena institucija „rukovođenja na licu mjesta“. Tu je instituciju najviše koristio Kim Il Sung. Metoda se sa sela proširila na industriju i partijski rad.

Sljedeću fazu činio je tzv. „Teanski sustav rada“ koji je dobio ime po teanskoj elektromehaničkoj tvornici u kojoj je Kim boravio u prosincu 1961. godine te izučavao problematiku organizacije proizvodnje na licu mjesta. Doneseni su sljedeći zaključci:

1) Ukidanje neprikosnovene uloge direktora i predaja kontrole nad poduzećima partijskom komitetu uz uvođenje „kolektivnog“ rukovođenja, gdje su se u rukovođenje poduzećem uključili rukovodioci njegovih dijelova,

2) Upravljanje poduzećem moralo je biti kompleksno, jedinstveno i usmjereno na politički rad,

3) osiguranje materijala, a po mogućnosti i osiguranje potreba radnika poželjno je provoditi iz vlastitih rezervi.

Teanski sustav rada predstavljao je produžetak Čollima i metoda Čonsanri te je, umjesto na lokalnom rukovoditelju, bio utemeljen na lokalnom partijskom komitetu. Kim je želio da se socijalno-ekonomski, tehnički i kulturni razvoj postigne putem djelovanja na „stvaralačku inicijativu masa“.

1961. godine, osnovani su „Kotarski komiteti za upravljanje poljoprivrednim kooperativama“ koji su se osim proizvodnjom bavili financijama, kadrovima i nabavkom opreme. Postali su slični poduzećima.

1962. godine, plan proizvodnje nadmašen je za 20 %. No, te godine dogodila se Karipska kriza, a SAD je započeo ograničenu vojnu intervenciju u Vijetnamu. Stoga je zemlja, osim na ekonomiju, morala staviti akcent i na obranu, dok se na pomoć od Hruščovljeva SSSR-a nije moglo računati. Nova politika službeno je promovirana na V. plenumu CK RP u prosincu 1962. godine, kad je Kim izjavio da svi građani zemlje u jednoj ruci trebaju držati oružje, a u drugoj srp ili čekić. U armiji svi oficiri trebali su biti obučeni da mogu obavljati zadatke čina iznad sebe, armija je morala biti modernizirana u pogledu oružja i municije, svi građani morali su proći vojnu obuku, dok su obrambene utvrde, osim na granici, morale biti izgrađene i u pozadini.

Zemlja je, usprkos proklamaciji, morala veću pažnju posvetiti obrani nego ekonomici, osobito nakon 1965. godine, kad je američka vojna pomoć Južnoj Koreji znatno povećana, a Južna Koreja počela sa slanjem svojih trupa u Vijetnam. No, i SSSR je 1965. godine promijenio politiku te je započeo pomagati obrambene napore Sjeverne Koreje. 1965. godine, KNDR je dobila kredit od SSSR-a.

Ipak, zemlja je počela ekonomski zaostajati, planovi nisu bili ispunjavani pa se u partiji pojavila opozicija. Sazvana je izvanredna Konferencija RP u listopadu 1966. godine na kojoj je Kim dokazao da, zbog međunarodne situacije, zemlja mora ustrajati na putu samostalnosti i nezavisnosti. Ispunjenje sedmogodišnjeg plana je odgođeno s 1967. na 1970. godinu. Kimov stav nije odražavao samo trenutačan položaj zemlje, a još manje ideološku utemeljenost, već se temeljio na vjekovnom iskustvu Koreje koju su njeni veliki susjedi često podjarmljivali.

Na I. cesiji Vrhovne narodne skupštine KNDR, četvrtog saziva, u prosincu 1967. godine, Kim je iznio program u 10 točaka u kojima je formulirao čučhejsku liniju razvoja. Treba primijetiti da je Kim održao govor pred državnim, a ne partijskim organom, jer je opozicija u partiji vjerojatno još bila jaka.

Navedene mjere, uz komercijalni kredit od SSSR-a od 160 milijuna rubalja na 10 godina uz 2 % kamata, omogućile su brzi ekonomski rast zemlje. Industrijski rast 1967. godine iznosio je 17 umjesto planiranih 12 %. U periodu 1960. – 1970. godine, proizvodnja je porasla 3,3 puta, uz srednji godišnji rast od 12,8 %, elektrificiranost željezničkih pruga povećana je za 4 puta, a proizvodnja riže i kukuruza porasla je za 56 %. Udio industrije u ukupnom BDP-u porastao je s 34 %, 1956. godine, na 74 % 1970. godine S druge strane, prihodi seljaka porasli su 1,8, umjesto planiranih 2 puta, dok je plan izgradnje stambenih objekata ispunjen sa 66,7 %.

Važno je istaći da su trgovinski odnosi sa zemljama socijalističkog lagera u drugoj polovici 60-ih godina bili vrlo nestabilni te da je zemlja povećala privrednu suradnju sa Zapadnom Evropom. Osobito se to odnosi na Francusku, Austriju i Finsku, dok je Japan postao najveći sjevernokorejski trgovinski partner. Veliku ulogu u tome odigrala je asocijacija Korejaca u Japanu.

U tom periodu, na kulturnoj sceni pojavile su se „revolucionarne opere“ „Cvjećarka“ i „More krvi“.

U studenom 1970. godine, održan je V. kongres RP do kojeg je opozicija u partiji bila uglavnom razbijena. Donesen je šestogodišnji plan za period 1971. – 1976. godine gdje se predviđao godišnji rast od 14 %. Planirano je produbljenje odnosa sa zapadom.

Na kongresu je promovirana nova faza „triju tehničkih revolucija“ koja je trebala osigurati:

1) eliminaciju razlika između lakog i teškog rada,

2) brisanje razlika između rada u industriji i poljoprivredi,

3) stvaranje tehničkih preduvjeta za oslobođenje žena od rada u domaćinstvu.

Planirano je ravnomjerno povećanje blagostanja naroda te uvođenje, od srpnja 1972. godine, obaveznog i besplatnog 11-godišnjeg obrazovanja.

Na I. cesiji Vrhovne narodne skupštine, petog saziva, u prosincu 1972. godine, usvojen je novi ustav zemlje. U njemu je, osim potvrde dotadašnje borbe za neovisnost i razvoja zemlje, razrađen specifičan korejski put u socijalizam. U ustavu se više nije spominjalo privatno vlasništvo te su u zemlji mogla postojati 3 vlasništva: državno, kooperativno i osobno. Ukinuti su i porezi (članak 33).

 
KNDR u periodu 1970. – 1980. godine

70-ih godina, a i poslije, zemlja je nastojala nastaviti s razvojem uz očuvanje pune neovisnosti. O kompleksnosti situacije svjedoči činjenica da su nakon šestogodišnjeg plana, 1971. – 1976. godine, doneseni sedmogodišnji planovi za periode 1978. – 1984. i 1987. – 1993. godine. Pauze se mogu smatrati pripremnim periodima za nove sedmogodišnje planove.

Godišnji rast tijekom šestogodišnjeg plana iznosio je 16,3 %, dok je industrijska proizvodnja 1976. godine bila 2,5 puta veća nego 1970. godine.

Kako je došlo do daljnjeg zahladnjenja odnosa sa zemljama socijalističkog bloka, zemlja je morala pronaći nove izvore razvoja, unutarnje i vanjske.

U veljači 1973. godine, Kim je na zasjedanju proširenog sastava Političkog komiteta CK RP predložio osnivanje „grupa triju revolucija“, ideološke, tehničke i kulturne, sastavljenih od 20 – 30 partijskih djelatnika. One su slane u kooperative i poduzeća te su se borile protiv konzervativizma, birokratizma, prekomjernog oslanjanja na stare kadrove, kao i za uvođenje novih tehnologija i metoda rada. Na taj način započela je zamjena starih kadrova novim, dok je za nasljednika Kim Il Sunga na VIII. plenumu CK RP, u veljači 1974... godine, proglašen njegov sin Kim Jong-il. Na istom plenumu proglašeno je ukidanje poreza u zemlji.

Proturječje trenutka sastojalo se u činjenici da se Kim Jong-il morao dokazati kao dobar izbor prvog čovjeka zemlje. Otac je to učinio svojom borbom tijekom japanske okupacije, dok se on morao potvrditi u borbi za izgradnju zemlje i očuvanja njene neovisnosti. U to vrijeme, pojavio se niz „vojnih“ izraza kad se govorilo ekonomiji. Radnici su morali „zauzimati uzvisine“ u, primjerice, dobivanju 100 milijuna tona ugljena (Sjeverna Koreja posjeduje rezerve antracita vrijedne 645 milijardi dolara, ekvivalent minimalno 13 milijardi barela nafte.), proizvodnji 5 milijuna tona cementa (dva puta više od kampanje dostave cementa na selo u Južnoj Koreji 1971. godine), milijun tona obojenih metala… Te su „uzvisine“ kasnije ušle u program „10 najvećih zadaća izgradnje socijalističke ekonomije“. Radi rješenja tih zadaća, trebalo je otvoriti „5 frontova“: „front kapitalne izgradnje“, „industrijski front“, „poljoprivredni front“, „transportni front“ i „ribolovni front“. Na tim frontovima vođeni su „70-dnevni, 100-dnevni ili 200-dnevni bojevi“.

Složeni odnosi sa zemljama socijalističkog bloka, svojevrsni uvjeti samoizolacije, prisilili su rukovodstvo na povećanje trgovine sa zemljama Zapadne Evrope i Japanom. 1973. godine uspostavljeni su diplomatski odnosi sa Švedskom, Norveškom, Danskom i Finskom, 1974. godine s Australijom, Austrijom i Švicarskom. Sa zemljama s kojima nisu uspostavljeni diplomatski odnosi, primjerice Velikom Britanijom, 1973. godine osnovan je Trgovački savjet.

Ipak, u periodu 1975. – 1977. godine, došlo je do pada trgovinskih odnosa sa Zapadnom Europom, no zato je 1976. godine SSSR dao Sjevernoj Koreji kredit pomoću kojeg su obavljene rekonstrukcije poduzeća, izgrađena termoelektrana i niz drugih privrednih objekata.

Od 1978. godine, ponovno je došlo do znatnog povećanja robne razmjene sa Zapadnom Europom.

 
80-e godine

U listopadu 1980. godine, održan je VI. kongres RP kojeg se može nazvati kongresom kontinuiteta. Kim Il Sung je istakao politiku ujedinjenja zemlje u Demokratsku Konfederativnu Republiku Koreju. Na VI. plenumu CK RP, donesena je odluka o regulaciji donjeg toka rijeke Teadong, što je predstavljalo ogroman irigacijski projekt. 80-e godine karakterizira niz velikih graditeljskih poduhvata. 1982. godine, završena je izgradnja Dvorca nacionalnog sveučilišta (centralna državna biblioteka). Izgrađen je Monument idejama Čučhe, Trijumfalna vrata u čast korejskih partizana, Stadion Kim Il Sung, ogromni Kompleks za vodene sportove Čangvanvon, Rodilište u Pjongjangu, a 1986. godine u rad je puštena brana Nampho na rijeci Teadong široka 8 km. Tijekom sedmogodišnjeg plana, industrijska proizvodnja porasla je 2,2 puta, dok je njen godišnji rast iznosio 12,2 %.

1985. godine, KNDR je započela s objedinjavanjem poduzeća pod upravom jednog centra (moguće po uzoru na velike korporacije u Južnoj Koreji). 80-ih godina, vlada Sjeverne Koreje posvetila je veliku pažnju inozemnim iskustvima.

U periodu 16. svibanj – 1. jul 1984. godine, Kim Il Sung je boravio u SSSR-u. Putovao je vlakom i posjetio niz sovjetskih gradova te izučavao sovjetsko iskustvo. 24. svibnja susreo se s Černjenkom.

U rujnu 1984. godine, donesen je „Zakon KNDR o zajedničkom poduzetništvu“ s ciljem privlačenja zapadnog kapitala i tehnologija, sličan postojećim kineskim, no on nije rezultirao većim uspjesima.

U drugoj polovici 80-ih godina, došlo je do oživljavanja ekonomskih veza sa SSSR-om i zemljama socijalističkog bloka te Kinom. 1986. godine, Sjevernu Koreju posjetio je kineski predsjednik Li Xiannian, dok je u listopadu zemlju posjetio Erich Honecker. Krajem istog mjeseca, Kim Il Sung je posjetio novog genseka SSSR-a, Gorbačova. Taj put Kim je u SSSR letio avionom. Općenito je već 1985. godine uvoz sovjetskih strojeva i opreme bio udvostručen u odnosu na 1982. godinu.

Jačao je i međukorejski dijalog. U rujnu 1984. godine, KNDR poslala je pomoć Južnoj Koreji u riži, jer je njen urod te godine podbacio. Pojavile su se nade o zajedničkoj organizaciji 24. ljetnih OI, no one su se izjalovile. Kako je Sjeverna Koreja već izgradila niz sportskih i stambenih objekata, ona je 1989. godine organizirala 13. svjetski festival omladine i studenata uz učešće 179 zemalja. Na tom festivalu posebna pažnja bila je posvećena zemljama „trećeg svijeta“. Poseban gost bio je Robert Mugabe. Na kongresu je učestvovala južnokorejska studentica Lim Su-kyung, no kako je u Sjevernu Koreju doputovala bez dozvole vlasti Južne Koreje, na povratku je bila uhapšena i osuđena na 5 godina zatvora.. Općenito, 80-e godine karakterizira otkrivanje zemlje.

U travnju 1987. godine, donesen je novi sedmogodišnji plan.

 
Sjeverna Koreja nakon raspada socijalističkog bloka

Promjene u Istočnoj Evropi i u SSSR-u 90-ih godina, suludo i prostačko negiranje vlastite nedavne prošlosti, rezultiralo je rezanjem desetljetnih veza između Sjeverne Koreje i bivših socijalističkih zemalja. Novi istočnoeuropski vlastodršci su se odnosili prema Sjevernoj Koreji kao prema neprijatelju. Robna razmjena s Rusijom, primjerice, stalno je padala, tako da je s 430 milijuna dolara, 1993. godine, pala na 130 milijuna, 1994. godine, te na oko 100 milijuna dolara 1995. godine. Zemlja je ostala bez nafte i bez opreme i rezervnih dijelova, što je predstavljalo poseban problem, jer je većina postrojenja i opreme bila proizvedena u SSSR-u i drugim socijalističkim zemljama.

Zemlja je bilježila konstantan pad BDP-a. 1990. godine on je iznosio 3,7 %, 1991. godine 5,1 %, 1992. godine 7,7 %, 1993. godine 4,2 %, 1994. godine 1,8 %, a 1995. godine 4,6 %. U periodu 1990. – 1995. godine, BDP po glavi stanovnika pao je s 910 na 239 dolara.

Vlast je bila prisiljena na određena odstupanja.. Na sjeveroistoku zemlje 1993. godine, otvorena je slobodna ekonomska zona.. Dozvoljena je i obiteljska poljoprivredna proizvodnja, premda je pomaka u tom pravcu bilo još 80-ih godina kad su se sitnim obrtima mogli baviti umirovljenici.

1997. godine, tri godine nakon smrti Kim Il Sunga, započeo je proces njegovog obesmrćivanja. Kim Jong-il nikako nije mogao zauzeti njegovo mjesto. No, on je u listopadu 1997. godine postao generalni sekretar CK, a u rujnu 1998. godine, na I cesiji Vrhovne narodne skupštine, izabran je za predsjednika Državnog komiteta obrane.. Neposredno prije, kolovoz 1998. godine, Sjeverna Koreja je testirala raketu Taepodong-1. Zadnje 4 godine XX stoljeća obilježilo je intenziviranje međukorejskog dijaloga.

Istovremeno, započelo je oživljavanje rusko-korejskih odnosa. 1998. godine, okončane su konzultacije o tekstu novog rusko-korejskog sporazuma pod nazivom „Sporazum o prijateljstvu, dobrosusjedstvu i suradnji između KNDR i Republike RF“, koji je potpisan 9. veljače 2000. godine prilikom posjete Putina Sjevernoj Koreji.

Na kraju, treba se istaći korejski ustav iz 1992. godine. Iz njega je nestao marksizam-lenjinizam. Čučhe više nije bio definiran kao „stvaralačka primjena marksizma-lenjinizma u korejskim uvjetima“, već kao iskonsko korejska rukovodeća ideja  koja se prvenstveno temeljila na shvaćanju da se u centru svijeta nalazi čovjek. Nestali su proleterski internacionalizam i diktatura proletarijata. U članku 12 poglavlja „Politika“ govori se o „narodno-demokratskoj diktaturi“. KNDR je ostala socijalističkom državom koja predstavlja interese cijelog naroda i koja se brine za njegovu slobodu i sreću. Glavnu ulogu u tome imaju tradicionalni principi kolektivizma. Radikalno je reducirana uloga predsjednika zemlje.. Po ustavu iz 1972. godine, on je ratificirao i poništavao inozemne sporazume, dok je po novom ustavu, on imao samo formalno pravo njihovog proglašavanja, dok je ratifikaciju i poništenje mogla provesti samo Vrhovna narodna skupština (parlament). VNS ima pravo odaziva predsjednika.

 
Zaključak

Narod Sjeverne Koreje uspio je, pod istinski mudrim rukovodstvom zemlje, provesti transformaciju arhaično-agrarnog društva u moderno industrijsko. Sjeverna Koreja uspijevala je odgovoriti na svaki izazov koji se postavljao pred njom u periodu nakon oslobođenja od japanske okupacije. Modernizacija društva provedena je, što se mora istaći, gotovo bezbolno i uz očuvanje autohtone korejske kulture.

Korejsko rukovodstvo uspjelo je očuvati socijalistički društveni ustroj, i sve njegove stečevine, unatoč teškoj krizi prouzrokovanoj pobjedom kontrarevolucije u Istočnoj Europi. Kriza je prevladana i zemlja se nastavlja razvijati, kako u privrednom, tako i u znanstvenom i kulturnom smislu. Današnja DNRK, mala zemlja od 25 milijuna stanovnika na 120 tisuća kvadratni kilometara, jedna je od rijetkih istinski neovisnih zemalja u svijetu. Zemlja sa samodostatnom poljoprivredom, industrijom i energetikom. S vlastitom znanošću, s cjelovitim obrazovanjem i s autohtonom kulturom.

 

U Zagrebu, 22... XII. 2018.

Azur Sejdić



[[ https://it.groups.yahoo.com/neo/groups/crj-mailinglist/conversations/messages/9015 ]]

 
N.B. la registrazione audio della conferenza-dibattito tenuta domenica 24/2 u.s. a Roma è ascoltabile alla pagina della iniziativa:
http://www.cnj.it/home/it/informazione/confine-orientale/9079-aggiornato-roma-24-2-2019-resistenza-jugoslava,-foibe-o-fratellanza.htm
o scaricabile al link diretto:
http://www.cnj.it/home/images/INIZIATIVE/roma240219.mp3
 
L'intervento di A. Martocchia, che riproduciamo di seguito, è stato pubblicato anche su Contropiano
http://contropiano.org/documenti/2019/02/26/il-giorno-del-ricordo-ecco-dove-sta-il-problema-0112792
e Diecifebbraio.info
http://www.diecifebbraio.info/2019/02/giorno-del-ricordo-dove-sta-il-problema/
 
http://www.cnj.it/home/it/informazione/confine-orientale/9079-aggiornato-roma-24-2-2019-resistenza-jugoslava,-foibe-o-fratellanza.html#martocchia
 

“GIORNO DEL RICORDO”, DOVE STA IL PROBLEMA? 

 

di A. Martocchia (segretario, Jugocoord Onlus – intervento alla iniziativa “Resistenza jugoslava. Foibe o fratellanza?“, tenuta a Roma domenica 24 febbraio 2019)


L’iniziativa di oggi non nasce per esigenze di rito, né per la affermazione di meri principi o per testimonianza. E la mia non sarà una semplice Introduzione – anzi mi scuso da subito e vi chiedo pazienza per la lunghezza del mio intervento.Con quanto è successo quest’anno attorno al 10 Febbraio, nel nostro paese abbiamo oltrepassato il livello di guardia.È stato infatti abbattuto ogni residuo tabù in merito alla possibilità di offendere i valori antifascisti fondanti la nostra Repubblica, di distorcere in modo indecente la auto-percezione e coscienza storica della nazione. Siamo stati inoltre gettati in un clima di intimidazione permanente, una vera e propria “caccia alle streghe” – come l’ha definita Alessandra Kersevan – nei confronti dei pochi che non si allineano alla canea revisionista e revanscista.


GIORNO DEL RICORDO 2019


Quest’anno, le urla di Antonio Tajani per “Istria e Dalmazia italiane” hanno causato un nuovo incidente diplomatico con Slovenia e Croazia  Alla trasmissione in prima serata televisiva del film di propaganda fascista “Red Land / Rosso Istria” non hanno fatto seguito formali proteste da parte di alcuno, così come non ci sono state reazioni importanti alle affermazioni deliranti di Salvini su “i bimbi delle foibe e i bimbi di Auschwitz”. Alle invettive di Mattarella, che non è uno storico, contro gli storici da lui definiti “negazionisti”, ha fatto eco il presidente della Regione FVG secondo il quale tale “negazionismo è lo stadio supremo del genocidio“. Dopo che alla Commissione Cultura della Camera è passata una nuova Risoluzione che nega nelle scuole la facoltà di parola agli antifascisti in tema di Confine Orientale, gli squadristi di Blocco Studentesco hanno diligentemente applicato il provvedimento interrompendo, due giorni fa, una conferenza dell’ANPI all’Istituto Giordano Bruno di Roma. Per non parlare dei divieti di utilizzo delle sale comunali e pubbliche per le nostre iniziative, divieti che ogni anno abbiamo subito ma che sono oramai divenuti sistematici.


Ecco dunque sotto agli occhi di tutti le conseguenze ultime della istituzione del Giorno del Ricordo; conseguenze “gravissime” e non semplicemente “gravi” come le ha definite un paio di anni fa lo storico moderato, di area democristiana, Raoul Pupo. Noi andiamo lamentando tale gravità sin dall’inizio, cioè dal 2004 – anno di promulgazione della Legge istitutiva. In effetti la propaganda su “foibe” ed “esodo” era stata scatenata a livello di massa già prima, dalla metà degli anni Novanta, sulla base di molte menzogne e di lenti di ingrandimento ad hoc che fanno apparire come abnormi fatti sostanzialmente assimilabili a quelli accaduti ovunque durante la Seconda Guerra Mondiale. Inizialmente poteva sembrare che tale propaganda fosse solo la vendetta morale di chi avendo perso la guerra voleva adesso una rivincita dal punto di vista del giudizio storico; certamente, questa propaganda è anche la modalità specifica italiana di partecipare a quella riscrittura della Storia, che è in corso in Europa, dalla Croazia all’Ucraina alla Polonia, ovunque la politica abbia bisogno di un puntello ideologico alla operazione di inversione degli esiti della Seconda Guerra Mondiale.Tuttavia, la vera e propria escalation cui assistiamo di anno in anno, e la crescita degli investimenti in risorse finanziarie e di altro tipo, soprattutto da quando è stato istituito il Giorno del Ricordo, non sono spiegabili se non riferendosi ad interessi molto concreti e strutturali. 


DOVE VOGLIONO ANDARE A PARARE


Il noto massone Augusto Sinagra, legale di fiducia di Licio Gelli ed avvocato dell’accusa nel “processo foibe” che fallì ignominiosamente negli anni Novanta, all’epoca dichiarò che “il disfacimento della Jugoslavia” riapriva “per l’Italia prospettive un tempo impensabili, per dare concretezza all’irrinunciabile speranza di riportare il Tricolore nelle terre strappate alla Patria dal diktat [cioè dal Trattato di pace] e dal trattato di Osimo”.Negli anni successivi, l’integrazione di Slovenia e Croazia nella UE ha reso ardua, almeno per la fase attuale, tale prospettiva neo-irredentista, cioè di vero e proprio cambiamento dei confini. Ciononostante rimane un interesse geo-strategico ad esercitare pressioni ai danni dei nuovi piccoli Stati balcanici, sorti dallo squartamento della Jugoslavia, i quali non possono efficacemente difendersi né dalle campagne propagandistiche – essendo stati essi stessi fondati sulla diffamazione dell’esperienza jugoslava – né tantomeno dalle mire neocoloniali dei paesi limitrofi. In particolare, si punta tuttora:

1) a rinfocolare la vertenza sui cosiddetti “beni abbandonati” dagli esuli, mettendo in discussione il Trattato di Osimo e la soluzione già molto favorevole all’Italia che era stata concordata allora;
2) ad agevolare una più generale penetrazione economica sulla costa adriatica, aumentando l’influenza geopolitica italiana in quello scacchiere
.


Queste sono le chiavi di lettura materiali, alle quali nessuno fa mai riferimento, ma che invece dovrebbero incardinare il nostro discorso critico ogni volta che si scatena la propaganda sul Confine Orientale.


Noi possiamo organizzare infatti 100mila iniziative su questo o su quell’aspetto specifico riguardante il Confine Orientale, sui crimini italiani o sui falsi delle foibe, ma se non sintetizziamo una analisi critica complessiva sul perché lo Stato italiano da una ventina d’anni abbia investito tanti milioni di euro per una narrazione anti-fattuale su questi temi, non andremo mai al cuore del problema. 


COME INTERVENIRE


Dico questo perché, rispetto alla feroce offensiva in atto, esistono tra gli antifascisti strategie diverse, idee diverse sulle priorità, cioè su cosa sia più importante fare o evidenziare. Qualcuno dice: dobbiamo ricordare e celebrare il carattere internazionalista di quella Resistenza. Si tratta allora di ricordare i 40mila partigiani italiani inquadrati nell’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia, oppure di rievocare anche la storia simmetrica, quella degli antifascisti jugoslavi dapprima internati nei tanti campi di concentramento italiani e poi operanti nella Resistenza sul nostro Appennino, vicenda cui noi ci stiamo dedicando da qualche anno
Qualcun altro dice che si deve piuttosto parlare dei crimini italiani, cioè del contesto di occupazione militare e di prevaricazione nazionale da parte del nazifascismo. 
Altri ancora ritengono che sia prioritario entrare nel merito della questione “foibe” con ricerche di carattere storico e statistico che sbugiardano le esagerazioni della vulgata. Ecco allora, ad esempio, il nuovo ottimo libro di Claudia Cernigoi “Operazione Plutone”.


In effetti, di iniziative controcorrente importanti, anche dirompenti e di alto livello, ne sono state organizzate molte fino ad oggi. Su questi temi hanno lavorato egregiamente i ricercatori del gruppo Resistenza Storica formatosi attorno alla editrice KappaVu. Esistono comitati antifascisti, come quello di Parma, che ogni anno promuovono iniziative pubbliche di controinformazione nel Giorno dei Ricordo. Sono state iniziate campagne, come quella su “Magazzino 18” di Simone Cristicchi, che hanno fortemente disturbato i manovratori in alcuni frangenti. Abbiamo creato siti internet come Diecifebbraio.info dove si può trovare tutta la documentazione rilevante su questi temi, per contrastare la propaganda dominante.


Ogni approccio ovviamente va bene: ogni iniziativa è opportuna soprattutto se accresce la conoscenza e se permette di rifuggire dalla sterile dimensione dello scambio di insulti via Facebook. Tuttavia non basta! Non basta, perché il problema principale che dobbiamo affrontare quando arriva il Giorno del Ricordo è proprio… il Giorno del Ricordo! Cioè questa ricorrenza che è stata introdotta per legge nel calendario civile, con il suo significato e le sue conseguenze.


L’ANPI E IL “GIORNO DEL RICORDO”


Per spiegarmi faccio l’esempio della posizione ufficiale dell’ANPI, che appare mirata a “limitare il danno” derivante dalla istituzione del Giorno del Ricordo. All’origine l’ANPI non espresse una contrarietà netta, evidentemente risentendo dell’influenza del Partito Democratico i cui esponenti avevano partecipato al processo istitutivo (sin dall’incontro Fini-Violante a Trieste nel 1998) fino ad approvare il testo della Legge n.92/2004 contentandosi del fatto che esso contiene un accenno alla contestualizzazione nella “più complessa vicenda del confine orientale”.

Perciò, già nel primo decennio della Legge le sezioni ANPI sono andate in ordine sparso, talvolta promuovendo iniziative fortemente critiche, talaltra partecipando a incontri con esponenti dell’associazionismo revanscista istriano-dalmata nella logica della “memoria condivisa”. Quest’ultimo spirito è quello che sottende anche alla “pacificazione” promossa in Friuli attorno alla questione di Porzûs, per cui reduci partigiani garibaldini si sono incontrati con reduci combattenti “osovani”.
Solo nel 2015, a seguito dello scandalo scoppiato sul caso del repubblichino Paride Mori e quindi alla scoperta di centinaia di riconoscimenti assegnati a caduti che “facevano volontariamente parte di formazioni non a servizio dell’Italia” – riconoscimenti di cui ci dirà in dettaglio Sandi Volk – l’ANPI ha chiesto di sospendere gli effetti della Legge sul Giorno del Ricordo.. Viceversa, però, i termini per i suddetti riconoscimenti sono stati prorogati per ulteriori 10 anni: di qui nel 2016 una lettera dell’allora presidente nazionale ANPI Carlo Smuraglia con richiesta di chiarimenti, in particolare, agli esponenti PD Del Rio e Serracchiani, lettera cui non è stata data alcuna risposta pubblica.
A dicembre 2016 il Comitato Nazionale ANPI approvava il documento “Il confine italo-sloveno. Analisi e riflessioni”, sintesi di un seminario interno, nel quale però non si affronta la questione dei “premiati” né si contesta l’istituzione del Giorno del Ricordo.
Nel 2018 la neo-presidente nazionale Carla Nespolo salutava il convegno di Torino “Giorno del Ricordo. Un bilancio”, oggetto di un attacco politico-giornalistico e del divieto di celebrazione in una sala comunale. Tuttavia nel 2019, con una svolta di 180°, la stessa Carla Nespolo ha criticato come “non condivisibile” il convegno di Parma “Foibe e Fascismo”, quattordicesimo di una serie che per lunghi anni aveva sempre avuto la partecipazione dell’ANPI. 

ALLARME ROSSO PER L’ANPI

Con questa presa di posizione della Nespolo parrebbe iniziare una fase di aperto distanziamento dell’ANPI dalle ricerche storiche che su questi temi hanno realizzato in particolare il gruppo di ricercatori indipendenti di Resistenza Storica e Diecifebbraio.info. Questo è ovviamente molto inquietante, ma a ben vedere è difficilmente evitabile se si assume la premessa dell’avversario, cioè che, a prescindere da ogni ricerca scientifica nel merito e da ogni distinguo sulla moralità della Resistenza, le “foibe” sono comunque state “una tragedia nazionale” – espressione che quest’anno abbiamo sentito usare identica da due persone: Carla Nespolo e Sergio Mattarella.

Io stesso sono un iscritto all’ANPI e credo che l’attività che svolge l’ANPI sia lodevole e preziosa e vada tutelata. Perciò in questa sede lancio un segnale d’allarme alle istanze dell’ANPI a tutti i livelli, dagli iscritti ai dirigenti nazionali passando per le tantissime sezioni: guardate che l’istituzione del Giorno del Ricordo ha messo l’ANPI e l’antifascismo italiano in una trappola mortale. Se si accetta che esista per lo Stato italiano una celebrazione per i cosiddetti “infoibati” quando non ne esistono di analoghe non dico per le vittime dei bombardamenti angloamericani, ma nemmeno per le vittime delle grandi stragi nazifasciste, da Marzabotto a Sant’Agata sulla Majella passando per le Fosse Ardeatine, allora possiamo chiudere baracca e burattini. Istituendo il Giorno del Ricordo è stata aperta la falla che farà affondare la nave. Inoltre, non contestare le conseguenze della Legge – cioè l’attribuzione di riconoscimenti di Stato a centinaia di fascisti e collaborazionisti del nazismo –, non chiedere la sospensione degli effetti della Legge, significa lasciare aperto il varco dal quale stanno scappando tutti i buoi.


Non ci si può allora lamentare se agli antifascisti viene negata la parola nelle scuole.


SQUADRISMO STORIOGRAFICO E DISSIDENZA


Ho già menzionato il convegno “Giorno del Ricordo. Un bilancio” che abbiamo organizzato a Torino un anno fa. Con esso volevamo mettere a fuoco le conseguenze devastanti della istituzione di questa ricorrenza. Il convegno è stato ovviamente ostacolato dal solito tandem politico-giornalistico, al punto che abbiamo dovuto presentare una denuncia penale per diffamazione contro la giornalista Lucia Bellaspiga, organica alla lobby degli esuli, denuncia della quale ancora aspettiamo l’esito. Ciononostante, quel convegno si è tenuto, con grande clamore e partecipazione di pubblico. Eppure non possiamo dirci soddisfatti del suo esito. Non siamo soddisfatti perché i quesiti fondamentali e le necessità che il progetto del convegno voleva evidenziare sono stati scarsamente compresi e valorizzati anche da chi era in quel progetto assieme a noi. L’obiettivo, che avremmo dovuto coronare con la pubblicazione degli Atti del convegno, era quello di dare a questi temi una nuova dignità pubblicistica, uscendo dal solito giro dei “fissati” delle questioni del Confine Orientale. Come ho già detto, in passato sono state fatte tante iniziative, libri ed anche convegni, e di ottimo livello, su “foibe ed esodo”; ma nonostante la gravità di quanto accaduto con l’istituzione del Giorno del Ricordo siamo oggettivamente intrappolati in una dimensione autoreferenziale, per cui la polemica è troppo spesso condotta con toni e strumenti più consoni alla lite di condominio che non alla storiografia o all’analisi delle relazioni internazionali. 
Una delle poche strade forse ancora percorribili per il necessario salto di qualità poteva allora essere la presa di responsabilità da parte di un pezzo di mondo scientifico-accademico, che avrebbe dovuto rendere “oggetto scientifico” ad es. il dato di fatto che il numero degli “infoibati” onorati dallo Stato italiano è prossimo a trecentocinquanta, e tra questi la maggiorparte sono nazifascisti e loro collaboratori, mentre degli altri nemmeno uno è vittima di “pulizia etnica titina” – come spiegherà Sandi nel seguito


Però tale assunzione di responsabilità non c’è stata, e così noi rimaniamo confinati nel solito angolino di protesta minoritaria, con le solite coazioni a ripetere tipiche dei minuscoli ambienti della dissidenza nelle società totalitarie – per usare due categorie, quelle di “dissidenza” e “totalitarismo”, che a me non piacciono ma che dovrebbero far riflettere chi è abituato ad usarle.


QUANTO CI COSTA

 

Per concludere voglio dunque richiamare i temi di quel convegno di Torino, elencando le voci di tale necessario “bilancio” di 15 anni di esistenza del “Giorno del Ricordo”.


Innanzitutto, quanto ci è costato il Giorno del Ricordo finanziariamente? Quanto incide sulle tasche dei contribuenti?

Per rispondere dovremmo innanzitutto andare a vedere le spese per le realizzazioni in termini di Monumenti e di Toponomastica.Poi fare la somma dei costi delle Cerimonie di Stato, o organizzate da Enti Locali a tutti i livelli, o da enti terzi (non esclusi gli Istituti di Storia).
Si dovrebbero quantificare i costi delle produzioni di telefilm (come il “Cuore nel Pozzo”), film (come “Red Land”), o spettacoli come quelli di Cristicchi.Nota bene: Renzo Codarin presidente della ANVGD ha affermato che per «Red Land» hanno «compiuto un enorme sforzo economico» e nemmeno con i fondi del Giorno per Ricordo bensì con quelli «della legge dello Stato 72 del 2001 che finanzia le attività che noi svolgiamo per divulgare la nostra storia.»Quantifichiamole allora tutte, le elargizioni alle singole associazioni degli «esuli» ed alla loro Federazione. Ricordiamoci che già nel 2010 la trasmissione Report di RAI3 aveva sollevato lo scandalo dei milioni di euro elargiti ogni anno all’associazionismo revanscista in virtù della Legge istitutiva del Giorno del Ricordo. Ed oltre alle elargizioni in denaro, ricordiamo le cessioni di beni immobili, come ad esempio qui a Roma, a S. Giorgio al Velabro.E che dire dei finanziamenti mirati agli ISMLI, alle Deputazioni di Storia Patria, alle Università, per orientare le attività di ricerca e celebrative?
E quanto sono costate le iniziative «didattiche» del MIUR, i corsi di formazione annuali, i viaggi degli studenti a Basovizza?


Parlando dunque delle scuole, veniamo a quanto ci è costato il Giorno del Ricordo dal punto di vista culturale.

Parliamo della aperta violazione della libertà di insegnamento, prevista dall’Art.33 della Costituzione, esemplificata dalla azione squadristica di ieri all’Istituto Giordano Bruno di Roma.. I provvedimenti di censura derivano direttamente dalle Risoluzioni votate all’unanimità dalle Commissioni Cultura del Parlamento e non colpiscono più solamente gli storici non-allineati ed i ricercatori più coraggiosi, ma anche direttamente l’ANPI; e la teppa di Blocco Studentesco, Casapound, Forza Nuova ed affini possono presentarsi come i più consequenziali garanti del “nuovo ordine” storiografico.Veti e censure sono operanti da anni, specialmente con il diniego sistematico di sale comunali per le iniziative.Ma la involuzione culturale la misuriamo anche nelle intitolazioni (toponomastica, sale pubbliche, ecc.) in onore di personaggi compromessi con il nazifascismo. E poi, nel dilagare del revisionismo storico in TV, al cinema, al teatro, su giornali e riviste.Ci viene infine alienato il vocabolario: i termini «negazionisti», «giustificazionisti», «revisionisti», «pulizia etnica», «sterminio» non riguardano più necessariamente fatti e colpe del nazifascismo.


Il danno arrecato dalla istituzione del Giorno del Ricordo è quindi per la cultura di massa, ma è anche per il mondo scientifico e accademico, dal quale, già l’ho accennato, l’antifascismo è progressivamente marginalizzato. D’altronde, in questo scontiamo anche il declino verticale e generale del comparto della conoscenza e della funzione intellettuale, che ha altre cause sulle quali non posso soffermarmi qui. In ogni caso, la conseguenza è che non esiste un ambito di validazione scientifica per le ricerche di Claudia Cernigoi o di Sandi Volk, cioè: si può fare un enorme lavoro per pubblicare un libro che “scandaglia” la foiba Plutone ma i risultati di queste ricerche non sono materia di studio né di successivo sviluppo in alcuna Università o Istituto di Storia. Il dirottamento delle disponibilità accademiche (fondi, persone) è totale. Chi non si allinea è espulso dagli ambienti della ricerca, come è successo in prima persona a Sandi, licenziato dal posto di lavoro.
In tale maniera viene garantito il controllo di Stato sulla scrittura della Storia.


Vediamo infine cosa comporta l’esistenza del Giorno del Ricordo sul piano della politica.
La retorica su questi temi ha accompagnato il processo di equiparazione fascismo-antifascismo, o “memoria condivisa”, su cui si fondano la “Seconda” e “Terza” Repubblica.
Questa retorica è un formidabile piede di porco per lo svuotamento del dettato costituzionale.
Un’altra conseguenza è l’arretramento dell’ANPI e dell’associazionismo antifascista, arretramento che arriva dopo quello della sinistra “radicale” e dopo il vero e proprio tradimento della sinistra “storica”. La non comprensione dei processi storici al Confine Orientale complica inoltre la già difficile opera di chiarificazione sulle questioni jugoslave attuali. Assistiamo ad una paradossale diffamazione della esperienza della RFS di Jugoslavia, multietnica e internazionalista, accusata di essere il contrario di quello che era. Ovviamente anche questo fa il gioco di chi ha voluto la divisione e la guerra tra i nostri vicini.


Per concludere: qual è quindi il problema del Giorno del Ricordo? Sono i numeri delle foibe? Il fatto che non si parla dei crimini italiani? Il fatto che si offendono anche i partigiani italiani? Certamente anche tutto questo, ma soprattutto il problema del Giorno del Ricordo è l’esistenza stessa del Giorno del Ricordo. Di fronte a ciò, le

COSE DA ESIGERE, IN ORDINE DI URGENZA

sono le seguenti:

– Rilanciare la proposta avanzata dalla segreteria nazionale ANPI nel 2015 di sospensione degli effetti della Legge n.92/2004 spec. per quanto riguarda l’attribuzione delle onorificenze, e di un riesame di quelle finora attribuite. I materiali istruttori della Commissione che se ne è occupata devono essere resi pubblici.


– Operare per la abrogazione della Legge oppure, in subordine, trasformare il 10 Febbraio da giornata della recriminazione in giornata dell’amicizia tra i popoli che abitano le due sponde dell’Adriatico (questo può essere tentato con una proposta di revisione della Legge).

 – Al MIUR vanno ribadite le richieste di cui alla Lettera Aperta firmata il 10/2/2017 da numerose personalità antifasciste (inclusa la stessa Carla Nespolo) ad evitare ulteriori derive della didattica in senso revisionista, revanscista, anticostituzionale.

– Effettuare un bilancio complessivo dei finanziamenti pubblici che da 15 anni a questa parte sono andati a iniziative di ogni tipo su questi temi.


– Riesaminare le modifiche alla toponomastica introdotte negli ultimi anni, con due finalità:

(1) scongiurare che siano celebrati personaggi non degni (criminali di guerra, militanti fascisti); 

(2) eliminare le intitolazioni ai “martiri delle foibe” laddove introdotte, poiché trattasi di allocuzione letteralmente “fuori legge” in quanto l’espressione “martiri” non appare in alcun punto della stessa Legge 92/2004.

 
(english / slovenščina / hrvatskosrpski / deutsch / italiano)
 
 
Domani a Roma per contrastare lo squadrismo storiografico
 
1) PROMEMORIA Roma 24/2: RESISTENZA JUGOSLAVA: FOIBE O FRATELLANZA?
2) Demanding immediate resignation of Antonio Tajani / Zahtevamo takojšen odstop Antonia Tajanija, predsednika Evropskega parlamenta / Tražimo neopozivu ostavku Antonia Tajanija, predsjednika Europskog parlamenta / Wir fordern den sofortigen Rücktritt von Antonio Tajani, Präsident des Europäischen Parlaments / Chiediamo le dimissioni immediate di Antonio Taiani presidente del Parlamento europeo
3) Memorandum per il presidente Mattarella: pagine tratte dal libro di Angelo Del Boca "Italiani brava gente"
 
 
Si veda anche:
 
Roma, Blocco Studentesco contro l'Anpi: blitz interrompe una lezione sulle Foibe
22.2.2019 – Hanno interrotto il relatore e hanno iniziato a contestarlo recitando slogan come "Basta con questo revisionismo storico" o "La Storia non va infangata". Un gruppo di militanti di Blocco Studentesco, organizzazione giovanile vicina a CasaPound, ha fatto irruzione a una lezione dell'Istituto Giordano Bruno di Roma. Alcuni insegnanti hanno tentato di interropere il blitz dei militanti; sono seguiti alcuni minuti di disordine, terminato con l'abbandono dell'aula da parte degli studenti che stavano assistendo alla lezione. L'incontro, organizzato dall'Anpi capitolino in collaborazione con il Campidoglio, era dedicato ai massacri delle foibe e agli eccidi ai danni di militari e civili in prevalenza italiani tra Venezia Giulia e Dalmazia tra gli anni '30 e '40 [SIC] del secolo scorso.
 
 
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RESISTENZA JUGOSLAVA: FOIBE O FRATELLANZA?

 

Roma, domenica 24 febbraio 2019
presso il Teatro di Porta Portese, Via Portuense 102

 

Una conferenza di Sandi Volk e la pièce teatrale DRUG GOJKO. Per contrastare il revisionismo ed il negazionismo di chi getta fango sulla Lotta Popolare di Liberazione dei partigiani e sul suo carattere internazionalista


ore 16:30 Conferenza
– Andrea Martocchia: "Giorno del ricordo", dove sta il problema?
– Sandi Volk: "Giorno del ricordo", un bilancio 
ore 17:45 Discussione 
ore 18:30 Teatro
DRUG GOJKO di e con Pietro Benedetti
Monologo ispirato alle vicende di Nello Marignoli, partigiano nell'Esercito popolare di liberazione jugoslavo


Promuove: Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia ONLUS

ENTRATA A SOTTOSCRIZIONE LIBERA

 
ADESIONI RICEVUTE:

Miriam Pellegrini Ferri (partigiana)
Partito Comunista Italiano
Centro Studi Italia Cuba
Associazione Antifascista Italia-Donbass
Fronte Anti imperialista sezione Italia
Centro culturale Berkin Elvan Viareggio 
Comitato Ucraina Antifascista Massa Carrara
rivista e sito Contropiano
Rete dei Comunisti

Evento facebook: https://www.facebook.com/events/317886095527356/

Sullo spettacolo DRUG GOJKO
la nostra pagina dedicata: http://www.cnj.it/CULTURA/druggojko.htm
 
 
=== 2 ===
 
 
Socialni demokrati (SD) ha lanciato questa petizione e l'ha diretta a European Parliament e a Antonio Tajani, Presidente del Parlamento Europeo

Demanding immediate resignation of Antonio Tajani, president of the EU parliament
We, the citizens of the free and united European Union, are horrified by the unacceptable words the President of the European Parliament Mr Antonio Tajani declared at a commemoration on Sunday, February 10 2019 in Basovizza, Italy. 
His statement provoked sharp reactions by citizens of at least two neighbouring countries, the Republic of Slovenia and the Republic of Croatia, as well as in the public sphere of the wider region. 
Historical revisionism echoed in the words of Mr Tajani, which justifies fascism, encouraged us, the citizens of individual member states of the European Union, to demand his irrevocable resignation as a President of the European Parliament as he failed to show credibility needed for this honourable function. 
In his statements Mr Tajani used completely unacceptable rhetoric and clearly showed historical revisionism by saluting the ‘Italian Istria’ and ‘Italian Dalmatia’, undoubtedly expressing fascist, irredentist tendencies, which we deem absolutely  inappropriate in the 21st century Europe. 
Furthermore, the signatories of this petition demand immediate reaction by the European Commission and the European Council as we are convinced that this kind of rhetoric should be clearly condemned by the European Union.

FIRST SIGNATORIES (IN ALPHABETICAL ORDER):
• Davor Bernardić, president of SDP Croatia and MP of Croatian Parliament
• dr. Borut Bohte, professor at the Faculty of Law, University of Ljubljana
• Biljana Borzan, European MEP SDP Croatia/S&D
• dr. Milan Brglez, Slovenian MP and former President of the National Assembly of the Republic of Slovenia
• Neda R. Bric, actress and director
• Jan Cvitkovič, film director
• dr. Gabi Čačinovič Vogrinčič, psychologist and professor at the Faculty of Social Work, University of Ljubljana
• Mitja Čander, editor and essayist
• Tanja Fajon, MEP SD Slovenia/Vice-President of the S&D Group in the European Parliament
• Knut Fleckenstein, MEP SPD Germany/S&D
• Spomenka Hribar, Slovenian author, philosopher, sociologist and public intellectual
• Zoran Janković, Major of Ljubljana
• Roni Kordiš - Had, Slovenian blogger
• Jadranka Kosor, former Prime Minister of the Republic of Croatia
• Jurij Krpan, artistic director of the Kapelica Gallery Ljubljana
• Milan Kučan, former President of the Republic of Slovenia
• dr. Branko Marušič, Slovenian historian
• Stjepan Mesić, former President of the Republic of Croatia
• Matjaž Nemec, Slovenian MP and Chair of the Committee on Foreign Policy in the National Assembly of the Republic of Slovenia
• Tonino Picula, MEP SDP Croatia/S&D
• dr. Ciril Ribičič, a distinguished professor at the University of Ljubljana and a former constitutional judge
• ddr. Rudi Rizman, a distinguished professor at the University of Ljubljana and the University of Bologna
• Tatjana Rojc, Senator in the Italian Parliament in Rome
• Aldo Rupel, writer, sports teacher and translator
• dr. Vasilka Sancin, associate professor at the Faculty of Law, University of Ljubljana
• Jožef Školč, former President of the National Assembly of the Republic of Slovenia
• Davor Škrlec, MEP Greens/EES
• Marko Sosič, writer and director
• Barbara Spinelli, MEP Confederal Group of the European United Left - Nordic Green Left
• dr. Igor Šoltes, MEP Greens/EES
• Aleš Šteger, writer
• Tit Turnšek, president of the Union of the Associations for the Values of the National Liberation Movement of Slovenia
• dr. Danilo Türk, former President of the Republic of Slovenia
• dr.. Marta Verginella, Slovenian historian from the Slovene minority in Trieste/Italy
• dr. Patrick Vlačič, former Minister of the Government of the Republic of Slovenia and associate professor at the Faculty of Maritime Studies and Transport of the University of Ljubljana
• Lenart Zajc, writer
• mag. Dejan Židan, President of the Social Democrats and the National Assembly of the Republic of Slovenia
• Josef Weidenholzer, MEP SPÖ Austria/Vice-President of the S&D Group in the European Parliament
 
Zahtevamo takojšen odstop Antonia Tajanija, predsednika Evropskega parlamenta
Državljanke in državljani svobodne in povezane Evrope smo zgroženi nad nedopustnimi izjavami predsednika Evropskega parlamenta Antonia Tajanija, ki jih je izrekel v nedeljo, 10. februarja 2019, na spominski slovesnosti v Bazovici v Italiji.
Njegove izjave so izzvale burne reakcije pri ljudeh vsaj v dveh državah članicah Evropske unije, v Republiki Sloveniji in v Republiki Hrvaški, se pa javnost odziva tudi v širši regiji.
Revizionistične izjave predsednika Evropskega Parlamenta Antonija Tajanija, ki opravičujejo fašizem, so nas spodbudile, da kot državljanke in državljani posameznih držav Evrope zahtevamo njegov nepreklicni odstop s predsedniške funkcije izjemno pomembne institucije Evropske unije, ker je s takšnimi izjavami izgubil verodostojnost, ki jo mora imeti predsednik Evropskega parlamenta..
Tajani je v svojih izjavah v Bazovici s povsem nedopustno retoriko izvajal revizijo zgodovine in ob tem pozdravljal italijansko Istro, italijansko Dalmacijo, s tem pa izkazoval fašistične ozemeljske težnje, ki ne sodijo v Evropo 21. stoletja.
Ob tem podpisniki peticije zahtevamo, da se do izjav predsednika Evropskega parlamenta nujno opredelita tudi Evropski Svet in Evropska Komisija, saj želimo, da takšne retorike visokih funkcionarjev Evropske unije ne podpirata in jo zavračata.

PRVOPODPISNIKI PETICIJE (po abecednem vrstnem redu):
• Davor Bernardić, predsednik SDP Hrvaške in zastopnik v Saboru Republike Hrvaške
• dr. Borut Bohte, zaslužni profesor Pravne fakultete Univerze v Ljubljani
• Biljana Borzan, evropska poslanka SDP Hrvatske/S&D
• dr. Milan Brglez, poslanec SD in nekdanji predsednik Državnega zbora Republike Slovenije
• Neda R. Bric, igralka in režiserka
• Jan Cvitkovič, režiser
• dr. Gabi Čačinovič Vogrinčič, psihologinja in profesorica na Fakulteti za socialno delo Univerze v Ljubljani
• Mitja Čander, urednik in esejist
• Tanja Fajon, evropska poslanka SD/S&D
• Knut Fleckenstein, evropski poslanec SPD/S&D
• Spomenka Hribar, filozofinja, sociologinja in publicistka
• Zoran Janković, župan Mestne občine Ljubljana
• Roni Kordiš - Had, bloger
• Jadranka Kosor, nekdanja predsednica Vlade Republike Hrvaške
• Jurij Krpan, umetniški vodja Galerije Kapelica
• Milan Kučan, nekdanji predsednik Republike Slovenije
• dr. Branko Marušič, zgodovinar
• Stjepan Mesić, nekdanji predsednik Republike Hrvaške
• Matjaž Nemec, poslanec SD v Državnem zboru Republike Slovenije
• Tonino Picula, evropski poslanec SDP Hrvatske/S&D
• dr. Ciril Ribičič, zaslužni profesor Univerze v Ljubljani in nekdanji ustavni sodnik
• ddr. Rudi Rizman, zaslužni profesor Univerze v Ljubljani in Univerze Bologna
• Tatjana Rojc, senatorka v italijanskem Parlamentu v Rimu
• Aldo Rupel, pisatelj, športni pedagog in prevajalec
• dr. Vasilka Sancin, izredna profesorica Pravne fakultete Univerze v Ljubljani
• Jožef Školč, nekdanji predsednik Državnega zbora Republike Slovenije in ZSMS
• Davor Škrlec, evropski poslanec Zeleni/ESZ
• Marko Sosič, pisatelj in režiser
• Barbara Spinelli, evropska poslanka Konfederalna skupina Evropske združene levice - Zelene nordijske levice
• dr. Igor Šoltes, evropski poslanec Zeleni/ESZ
• Aleš Šteger, pisatelj
• Tit Turnšek, predsednik ZZB NOB Slovenije
• dr. Danilo Türk, nekdanji predsednik Republike Slovenije
• dr. Marta Verginella, zgodovinarka
• dr. Patrick Vlačič, nekdani minister Vlade Republike Slovenije in izredni profesor na Fakulteti za pomorstvo in promet Univerze v Ljubljani 
• Lenart Zajc, pisatelj
• mag. Dejan Židan, predsednik Socialnih demokratov in Državnega zbora Republike Slovenije
• Josef Weidenholzer, evropski poslanec SPÖ Avstrije in podpredsednik Skupine S&D v Evropskem parlamentu
 
Tražimo neopozivu ostavku Antonia Tajanija, predsjednika Europskog parlamenta
Mi građanke i građani slobodne i ujedinjene Europe šokirani smo nedopustivim izjavama predsjednika Europskog parlamenta Antonia Tajanija, izgovorenima na svečanosti u Bazovici u Italiji, u nedjelju 10. veljače 2019.
Njegove izjave izazvale su burne reakcije u barem dvama državama članicama Europske unije, Republici Hrvatskoj i Republici Sloveniji, no javnost se odazvala i u široj regiji.
Revizionistične izjave predsjednika Europskog parlamenta Antonia Tajanija, koje opravdavaju fašizam, potaknule su nas da kao građanke i građani pojedinih država Europe zatražimo njegovu neopozivu ostavku s mjesta predsjednika iznimno važne institucije Europske unije, budući da nije pokazao vjerodostojnost potrebnu za obnašanje takve časne funkcije.
Tajani je svojim izjavama u Bazovici izvršio reviziju povijesti i, služeći se potpuno nedopustivom retorikom, pozdravima talijanskoj Istri i talijanskoj Dalmaciji iskazao fašističke teritorijalne tendencije, za koje u Europi 21. stoljeća nema mjesta.
Također zahtijevamo da se Europsko vijeće i Europska komisija ograde od takvih izjava predsjednika Europskog parlamenta, budući da smatramo da visoki dužnosnici Europske unije ne bi smjeli odobravati takvu retoriku.
 
Wir fordern den sofortigen Rücktritt von Antonio Tajani, Präsident des Europäischen Parlaments
Wir, die Bürgerinnen und Bürger eines freien und vereinigten Europas sind schockiert über die empörenden Äußerungen des Präsidenten des Europäischen Parlaments, Antonio Tajani, am Sonntag, 10. Februar 2019, bei einer Gedenkzeremonie in Basovica/Basovizza, Italien.
Seine Äußerungen haben zumindest in zwei EU-Mitgliedstaaten, der Republik Slowenien und der Republik Kroatien, scharfe Reaktionen hervorgerufen, aber auch in der Öffentlichkeit der gesamten Region.
Die revisionistischen Töne des Präsidenten des Europäischen Parlaments, Antonio Tajani, die den Faschismus rechtfertigen, haben uns Bürgerinnen und Bürger verschiedener Länder Europas dazu veranlasst, seinen sofortigen Rücktritt von der Präsidentschaft einer äußerst wichtigen Institution der Europäischen Union zu fordern. Er hat seine Glaubwürdigkeit als Präsident des Europäischen Parlaments verloren.
In seinen Erklärungen in Bazovica/ Basovizza benutzte Tajani eine völlig inakzeptable Rhetorik und demonstrierte klar revisionistisches Gedankengut, indem er das "italienische Istrien" und das "italienische Dalmatien" hochleben ließ.. Er zeigte damit faschistisch-irredentistische Tendenzen, die absolut nicht in das Europa des 21. Jahrhunderts gehören.
Gleichzeitig fordern die Unterzeichner, dass  der Europäische Rat und die Europäische Kommission unverzüglich Stellung beziehen zu den Äußerungen Präsidenten des Europäischen Parlaments.. Wir sind der tiefen Überzeugung, dass eine solche Rhetorik von der Europäischen Union deutlich verurteilt werden sollte.
 
Chiediamo le dimissioni immediate di Antonio Taiani presidente del Parlamento europeo
I sottoscritti cittadini di questa Europa libera e unita siamo esterrefatti in merito alle dichiarazioni inaccettabili del Presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, pronunciate domenica, 10 febbraio 2019, durante la commemorazione svoltasi a Basovizza – Bazovica in Italia.
Le sue dichiarazioni hanno suscitato animate reazioni tra la gente in almeno due stati dell’Unione europea, nella Repubblica di Slovenia e nella Repubblica di Croazia, ma l’opinione pubblica si fa sentire in un’area anche più ampia.
Le dichiarazioni revisionistiche del Presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani che giustificano il fascismo ci hanno indotto, in veste di cittadine e cittadini di due Stati europei, ad esigere le sue irrevocabili dimissioni dalla funzione di Presidente di un’istituzione estremamente importante dell’Unione europea. Con le dichiarazioni di questo tenore ha perso la credibilità che deve distinguere il Presidente del Parlamento europeo.
Tajani ha messo in atto con la sua inammissibile enfasi oratoria la revisione della storia salutando al contempo l’Istria italiana e la Dalmazia italiana esplicitando in questo modo le mire territoriali fasciste che non appartengono all’Europa del XXI secolo.
Inoltre i sottoscritti chiediamo per mezzo di questa petizione che nei confronti delle dichiarazioni del Presidente di un’istituzione europea prendano posizione anche il Consiglio d’Europa e la Commissione europea. Auspichiamo che non supportino e, anzi, respingano le dichiarazioni pronunciate da un alto funzionario dell’Unione europea.
 
 
=== 3 ===
 
 
Memorandum per il presidente Mattarella
15/02/2019
 
Dedichiamo queste pagine tratte dal libro di un grande storico, Angelo Del Boca, Italiani brava gente, al presidente Mattarella – che nel giorno del ricordo, nell’escludere ogni nesso, fosse anche di contesto, tra l’orrore delle foibe e i “torti del fascismo” ha insinuato l’accusa di “negazionismo” e “riduzionismo” verso gli storici che quel nesso invece hanno indagato –  con l’augurio che gli possano in futuro evitare simili scivoloni storiografici.  Qui sono documentate le atroci sofferenze inflitte  dall’esercito fascista e dagli italiani alla popolazione slovena all’inizio degli anni ’40, senza considerare le quali  i successivi orrori delle foibe – che pur colpirono anche degli innocenti – non troverebbero altra spiegazione che la naturale barbarie slava e il delirante odio ideologico. Rimuovere le “nostre” colpe (le colpe dell’Italia fascista) come a suo tempo furono rimosse le responsabilità penali dei criminali di guerra che le ordinarono e compirono, significa attizzare nuovi odii tra popoli che invece dovrebbero e potrebbero convivere nel rispetto reciproco.
 

Capitolo 11

L’occupazione italiana nei Balcani

Oltre che sulle regioni dell’intero Corno d’Africa e sulla Libia, Vittorio Emanuele III regnava sull’Egeo, l’Albania, il Kosovo, il Dibrano, lo Struga, la provincia slovena di Lubiana, la Dalmazia, parte della provincia di Fiume … Ma truppe italiane presidiavano anche il Montenegro, parte della Bosnia e della Croazia, la Grecia, parte della Francia meridionale e la Corsica, alcune zone dell’Unione Sovietica. Alla fine del 1942, quando l’Africa Orientale Italiana era ormai persa, erano dislocati sui vari fronti all’estero oltre 1.200.000 uomini. Nei soli Balcani, sui quali si appunta maggiormente la nostra attenzione, erano presenti 650.000 soldati, suddivisi in dieci corpi d’armata, mediocremente equipaggiati (Posizione 3636).

Militari e funzionari civili miravano anzitutto a una fascistizzazione accelerata della regione, anche se, in cambio, non offrivano alla popolazione neppure la cittadinanza italiana a pieno titolo, ma soltanto l’ambigua qualifica di « cittadino per annessione » . E quando in Slovenia, come del resto in Dalmazia, in Montenegro, in Croazia, cominciavano ad accendersi i primi fuochi della rivolta, la repressione era immediata e inesorabile . D’altronde molti dei militari e dei funzionari impiegati nei Balcani si erano già fatti le ossa in Libia, in Etiopia, in Spagna. Essi consideravano le popolazioni slave appena un gradino più in su di quelle africane. Uno di essi, il generale Alessandro Pirzio Biroli, era riuscito, in qualità di governatore dell’Amhara, a riscuotere l’ammirazione dello stesso Graziani per aver ordinato l’impiccagione di 20 paesani di Quoratà e la fucilazione di quattro preti. Il 27 luglio 1937, il viceré così lo elogiava : «Ben ha fatto Sua Eccellenza Pirzio Biroli ad imitare l’esempio di Debrà Libanòs, che per il clero dell’ex Scioa è stato assai salutare, perché preti e monaci adesso filano che è una bellezza». Pirzio Biroli aveva anche coperto l’eliminazione segreta di alcuni capi villaggio, che erano stati gettati, con una pietra al collo, nelle acque del lago Tana (Posizione 3646).

 

Un bilancio terribile

Anche se la presenza dell’Italia fascista nei Balcani ha superato di poco i due anni, i crimini commessi dalle truppe di occupazione sono stati sicuramente, per numero e ferocia, superiori a quelli consumati in Libia e in Etiopia. Anche perché, nei Balcani, a fare il lavoro sporco, non c’erano i battaglioni amhara – eritrei e gli eviratori galla della banda di Mohamed Sultan. Nei Balcani, il lavoro sporco, lo hanno fatto interamente gli italiani, seguendo le precise direttive dei più bei nomi del gotha dell’esercito: i generali Mario Roatta, Mario Robotti, Gastone Gambara, Taddeo Orlando, Alessandro Maccario, Vittorio Ruggero, Guido Cerruti, Carlo Ghe, Renzo Montagna, Umberto Fabbri, Gherardo Magaldi, Edoardo Quarra – Sito. Si aggiungano i governatori della Dalmazia Giuseppe Bastianini e Francesco Giunta ; l’alto commissario per la provincia di Lubiana, Emilio Grazioli; il governatore del Montenegro, Alessandro Pirzio Biroli (Posizione 3660).

La «Relazione n. 4 (Slovenia)» [della Commissione di Stato Jugoslava sui crimini italiani alla United Nations War Crimes Commission di Londra, del febbraio 1945] ha un incipit terrificante: «Durante l’occupazione dall’11-IV-1941 all’8-IX-1943 gli invasori italiani, nella sola provincia di Lubiana, hanno fucilato 1000 ostaggi, ammazzato proditoriamente oltre 8000 persone, fra le quali alcune erano state prosciolte dal famigerato tribunale militare di guerra di Lubiana; incendiarono 3000 case, deportarono nei vari campi di concentramento in Italia oltre 35.000 persone, uomini, donne e bambini, e devastarono completamente 800 villaggi. Attraverso la questura di Lubiana passarono decine di migliaia di sloveni. Là furono sottoposti alle più orrende torture, donne vennero violentate e maltrattate a morte. Il tribunale militare di Lubiana pronunciò molte condanne all’ergastolo e alla reclusione, cosicché nel solo campo di Arbe perirono di fame più di 4500 persone».

In altre parole, più di 50.000 sloveni o persero la vita o subirono gravissime offese da parte delle truppe di occupazione, nell’arco di appena due anni (Posizione 3669).

Questi dati, per la provincia di Lubiana, venivano in seguito confermati, e anzi ampliati, da nuove e più estese ricerche. Facciamo riferimento, in modo particolare, a due indagini rese pubbliche nel 1999, quella di Tone Ferenc, dal titolo «”Si ammazza troppo poco !”. Condannati a morte, ostaggi, passati per le armi nella provincia di Lubiana, 1941-1943», e il testo della denuncia penale, presentata dall’avvocato Dus?an Puh, di Portorose, contro i criminali di guerra italiani. Quest’ultima indagine dà una cifra complessiva di 12.807 uccisi, così suddivisi: ostaggi fucilati 1500, civili assassinati durante l’offensiva Primavera 2500, civili deceduti in seguito a torture 84, civili arsi vivi o uccisi in altro modo 103, partigiani catturati e giustiziati 900, deceduti nei campi di concentramento 7000. Tone Ferenc, dal canto suo, fornisce notizie molto precise sull’attività del tribunale militare di guerra a Lubiana. Questo tribunale, presieduto dal colonnello Antonino Benincasa e, in seguito, dal colonnello dei carabinieri Ettore Giacomelli, trattò 8737 cause a carico di 13.186 imputati e comminò 83 condanne a morte, 434 ergastoli, 2695 pene detentive dai 3 ai 30 anni, per un totale di 25.459 anni (Posizione 3679).

 
[FOTO: La testa mozzata del partigiano Andrej Arko portata come trofeo dagli alpini nel novembre del 1942 ]
 

Una pulizia etnica

Che nella provincia di Lubiana si sia tentata, più che un’italianizzazione rapida e forzata, un’operazione di autentica bonifica etnica, non è soltanto confermato dall’altissimo numero degli uccisi e dei deportati, e dalle stesse dichiarazioni di alcuni alti ufficiali (generale Robotti: « Si ammazza troppo poco!»; maggiore Agueci: «Gli sloveni dovrebbero essere ammazzati tutti come cani e senza alcuna pietà»), ma da un documento che è rimasto agli atti, la famigerata circolare n. 3C, del primo marzo 1942, e i suoi allegati del 7 aprile, a firma del generale Mario Roatta. Questa circolare, che stabiliva le modalità per contrastare e liquidare i ribelli in Slovenia e in Dalmazia, non soltanto ordinava il «ripudio delle qualità negative compendiate nella frase “bono italiano”», ma contemplava l’incendio di case e di interi villaggi, la fucilazione degli ostaggi, la deportazione dei civili sospetti. Al punto IV, inoltre, stabiliva che «il trattamento da fare ai ribelli non deve essere sintetizzato dalla formula: “dente per dente” ma bensì da quella “testa per dente!”» (Posizione 3688).

Il governatore del Montenegro, Pirzio Biroli, nel giugno 1943 faceva fucilare 180 ostaggi a titolo di rappresaglia per l’uccisione di nove ufficiali del 383° reggimento di fanteria .

 

Il “rapporto riservato” del Commissario Rosin

In due «riservatissime personali», del 30 luglio e del 31 agosto 1942, indirizzate all’alto commissario per la provincia di Lubiana, Grazioli, il commissario civile Rosin del distretto di Longatico tracciava un quadro veramente disastroso della condotta dei soldati: «Si procede ad arresti, ad incendi ed a fucilazioni senza un perché positivo. […] Nei paesi avvengono scene veramente orrende e pietose di donne, uomini e bambini che si trascinano in ginocchio davanti ai nostri soldati implorando a mani giunte, seppure invano, di non incendiare le case, di lasciare in vita i loro cari. […] Le fucilazioni in massa fatte a casaccio e gli incendi dei paesi fatti per il solo gusto di distruggere (e i granatieri si sono conquistati un triste primato in questo campo) hanno incusso nella gente un sacro timore, ma ci hanno anche tolto molta simpatia e molta fiducia, tanto più che ognuno si accorge, se non è cieco, che i soldati sfogano sugli inermi la rabbia che non hanno potuto sfogare sui ribelli. […] La frase «gli italiani sono diventati peggiori dei tedeschi, che si sente mormorare dappertutto, compendia i sentimenti degli sloveni verso di noi».

Il commissario Rosin concludeva i suoi rapporti con una dura e precisa accusa alle autorità militari, le quali, essendo convinte «di avere un nemico in ogni sloveno, predicarono ai soldati la strage e la distruzione dei beni ottenendo effetti disastrosi, specialmente ai fini politici: mancando i ribelli, i reparti si dedicarono alla epurazione senza badare troppo per il sottile. Poiché il motto insegnato alle truppe è: “Ammazza e porta via tutto, perché dove prendi è ben preso”» (Posizione 3739).

 

Il rastrellamento infinito del luglio-novembre 1942

La «bella marcia» fra i campi e i boschi della Slovenia durava quasi cinque mesi, e mai rastrellamento fu più metodico, più feroce, più distruttivo. I partigiani uccisi in combattimento furono 1807 ; quelli fucilati dopo la cattura 847; i civili assassinati 167, comprese 11 donne 452. Il tremendo bilancio non deve sorprendere perché nella fase conclusiva dei preparativi per l’offensiva, il generale Robotti aveva manifestato molto chiaramente le proprie intenzioni ai suoi ufficiali: «A qualunque costo deve essere ristabilito il dominio e il prestigio italiano, anche se dovessero sparire tutti gli sloveni e distrutta la Slovenia» (Posizione 3746).

Il cappellano militare don Pietro Brignoli, aggregato al 2° reggimento della divisione di fanteria Granatieri di Sardegna, così descrive, in data 23 luglio 1942, l’attacco al paese di Kotel e il risultato delle fucilazioni e delle razzie: «Come lasciammo quel disgraziatissimo paese! Lo abbandonammo con una turba di vecchi senza figli, di donne senza mariti, di bambini senza padri, tutta gente impotente, in gran parte privata anche delle case, che erano state bruciate, completamente priva di mezzi di sussistenza (stalle, pollai, campi: tutto era stato spogliato), li lasciammo ignudi a morire di fame» (Posizione 3882). (...)

 
(hrvatskosrpski / italiano)
 
Foibe o fratellanza? Altre iniziative e documenti
 
1) Iniziative segnalate
– Orvieto (TR) 21 febbraio

– Terni 22 febbraio
– Perugia 23 febbraio

– Roma 24 febbraio
– Villanova (PN) 2 marzo
2) Kako su fojbe postale tema za potrebe ujednačenja dvaju totalitarizama (Federico Tenca Montini)
3) La "foiba" di Basovizza, monumento nazionale: cippi e lapidi del tutto fuori luogo e privi di valore storico (La Nuova Alabarda)
 
 
Si vedano anche:
 
Intervento di Claudia Cernigoi per "Foibe e confine orientale 1920-1947" (Rete Antifascista Cologno, 19.2.2019)
Riportiamo di seguito la traccia scritta dell’intervento della ricercatrice e giornalista Claudia Cernigoi pronunciato durante l’incontro Le foibe nelle complesse vicende del confine orientale (1920-1947), svoltasi presso la Casa del Popolo di Brugherio il 7 febbraio 2019
https://reteantifascistacologno.wordpress.com/2019/02/19/intervento-di-claudia-cernigoi-per-foibe-e-confine-orientale-1920-1947/
FILE PDF: https://reteantifascistacologno.files.wordpress.com/2019/02/intervento-cernigoi-7.2.2019.pdf

Perugia, strappato lo striscione per le vittime delle Foibe: le immagini delle telecamere (Redazione Perugia Today, 12 febbraio 2019)
Due giovani a volto coperto e un altro complice in auto hanno strappato e gettato via uno striscione a Perugia che ricordava il sacrificio dei martiri delle Foibe in occasione del giorno della Memoria. Il tutto è stato immortalato da alcune telecamere che i militanti di Casapound, autori dello striscione, hanno denunciati e messo sui social. Il fatto è avvenuto la sera del 10 dicembre a Perugia.
VIDEO: http://www.perugiatoday.it/video/striscione-vittime-foibe-strappato-immagini-telecamere.html
 
 
=== 1: Iniziative segnalate ===
 
Orvieto (TR), 21 febbraio 2019
alle ore 17:30 presso il Palazzo dei Sette, Sala del Governatore
 
presentazione del nuovo lavoro di Claudia Cernigoi 
 
"OPERAZIONE PLUTONE. Le inchieste sulle foibe triestine" 
 
(Udine: Edizioni Kappa Vu, 2018
 
alla presenza dell'Autrice
 
---
 
Terni, 22 febbraio 2019
alle ore 16:30 presso il CSA "Cimarelli", Via del Lanificio 19
 
La guerra della memoria
LE FOIBE E LA BRIGATA GRAMSCI
La storia e il suo uso pubblico tra dimensione nazionale e locale
 
Angelo Bitti: Giudicare o comprendere? Lo storico di fronte alla Storia: una riflessione sulla Resistenza in Umbria
Marco Venanzi: Il giudice e lo storico. Il cantastorie e il politico: la Resistenza ternana tra mito e realtà
Claudia Cernigoi: presentazione del libro "OPERAZIONE PLUTONE. Le inchieste sulle foibe triestine" 
 
incontro promosso da
CSA "Cimarelli" 
CESP Centro Studi per la Scuola Pubblica
COBAS
 
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Perugia 23 febbraio 2019
alle ore 18 presso il Circolo CRX Island (minimetrò Madonna Alta)
 
presentazione del nuovo lavoro di Claudia Cernigoi 
 
"OPERAZIONE PLUTONE. Le inchieste sulle foibe triestine" 
 
(Udine: Edizioni Kappa Vu, 2018
 
alla presenza dell'Autrice
 
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Roma, domenica 24 febbraio 2019
presso il Teatro di Porta Portese, Via Portuense 102
https://www.facebook.com/teatroportaportese/

RESISTENZA JUGOSLAVA: FOIBE O FRATELLANZA?
 
Una conferenza di Sandi Volk e la pièce teatrale DRUG GOJKO. Per contrastare il revisionismo ed il negazionismo di chi getta fango sulla Lotta Popolare di Liberazione dei partigiani e sul suo carattere internazionalista

ore 16:30 Conferenza
– Andrea Martocchia: "Giorno del ricordo", dove sta il problema?
– Sandi Volk: "Giorno del ricordo", un bilancio 
ore 17:45 Discussione 
ore 18:30 Teatro
DRUG GOJKO di e con Pietro Benedetti
Monologo ispirato alle vicende di Nello Marignoli, partigiano nell'Esercito popolare di liberazione jugoslavo

Promuove: Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia ONLUS
ENTRATA A SOTTOSCRIZIONE LIBERA
Evento facebook: https://www.facebook.com/events/317886095527356/
Eventuali aggiornamenti saranno riportati anche sulla pagina della iniziativa: 
http://www.cnj.it/home/it/informazione/confine-orientale/9079-aggiornato-roma-24-2-2019-resistenza-jugoslava,-foibe-o-fratellanza.html
Sullo spettacolo DRUG GOJKO si veda anche la nostra pagina dedicata: http://www.cnj.it/CULTURA/druggojko.htm
 
ADESIONI ricevute fino alle ore 12 del 20.2.2019:

Miriam Pellegrini Ferri (partigiana)
Partito Comunista Italiano
Centro Studi Italia Cuba
Associazione Antifascista Italia-Donbass
Fronte Anti imperialista sezione Italia
Centro culturale Berkin Elvan Viareggio 
Comitato Ucraina Antifascista Massa Carrara
 
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Villanova (PN) 2 marzo 2019
alle ore 18 presso il Prefabbricato di Via Pirandello 22
 
LE FOIBE NELLE COMPLESSE VICENDE DEL CONFINE ORIENTALE IERI E OGGI
storia, attualità e dibattito attorno alle speculazioni politiche
 
con
Alessandra Kersevan – ricercatrice storica, coordinatrice collana Resistenza Storica delle Edizioni KappaVu
Luca Meneghesso – Osservatorio Regionale Antifascista
 
seguirà dibattito
 
Biblioteca Mauro Cancian
Circolo libertario E. Zapata
 
 
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https://www.jutarnji.hr/magazin/kako-su-fojbe-postale-tema-za-potrebe-ujednacenja-dvaju-totalitarizama-one-su-od-uzajamne-koristi-za-postfasisticku-desnicu-i-postkomunisticku-ljevicu/8385791/

KAKO SU FOJBE POSTALE TEMA ZA POTREBE UJEDNAČENJA DVAJU TOTALITARIZAMA 

One su od uzajamne koristi za postfašističku desnicu i postkomunističku ljevicu

AUTOR: Federico Tenca Montini
OBJAVLJENO: 17.02.2019.

Fojbe su od uzajamne koristi za postfašističku desnicu, kojoj je bilo milo relativizirati krivnje fašizma, kao i za postkomunističku ljevicu koja se, odajući počast žrtvama stranih komunista, mogla distancirati od političkog naslijeđa talijanske Komunističke stranke

Ključ za razumijevanje najnovijih izjava koje dolaze iz vrha talijanske politike u tradicionalnom je govoru koji je predsjednik Republike Sergio Mattarella održao 10. veljače, za Dan sjećanja na žrtve u fojbama i egzodus talijanskih izbjeglica iz Istre, Rijeke i Dalmacije.

Predsjednik je, naime, opisao stanje talijanskog stanovništva u pograničnoj regiji nakon Drugoga svjetskog rata kao “istu sudbinu mnogih naroda europskog Istoka koji su izravno prešli od nacističkog do komunističkog tlačenja. Oni su na vlastitom životu iskusili cijeli dehumanizirajući repertoar velikih totalitarizma 20. stoljeća koji su, iako ideološko različiti, bili jako slični u metodama progona, kontrola, represije i ubijanja disidenata”.

Trebalo bi, u navedeni citat, ubaciti samo još jedan pojam, odnosno “ljude druge rase/narodnosti” kako bi razlika između jednog i drugog totalitarizma postala vidljiva. Ali tu nema mjesta za analizu povijesne ispravnosti govora. Ono što je tu relevantno političke su posljedice argumentacije ujednačavanja “dvaju totalitarizama”, koje su počele kružiti u devedesetima odmah nakon pada Berlinskog zida, danas, odnosno u vrijeme fake newsa kada se mnoge zemlje davne i nedavne demokratične tradicije suočavaju s krizom populizma i sa sve većim uspjehom neofašizma. Ali, bolje je krenuti redom.

Kratka povijest pitanja fojba u Italiji

Pitanje ubijanja osoba talijanske narodnosti od strane Jugoslavena prilikom istarskog ustanka u jeseni 1943. godine i nakon oslobođenja Trsta i Gorice u svibnju 1945. u Italiji je otišlo u zaborav nakon što je, sve do 1954., bilo intenzivno iskorištavano u diplomatskoj bici za priključenje Trsta Italiji. Tih je godina talijansko javno mnijenje u toj mjeri bilo preplavljeno temama “istočne granice” da je čak i pjevačica Nilla Pizzi osvojila glavnu nagradu u drugom izdanju festivala San Remo 1952. godine za pjesmu “Leti golubice” o čežnji za Trstom.

Početkom devedesetih fojbe su opet postale relevantne, i to u trenutku kada neki desničarski krugovi promatraju mogućnosti da bi rat u Jugoslaviji mogao Italiji otvoriti put do Istre. Od tog brašna nije bilo pogače, ali o temama vezanim za “istočnu granicu” nastavilo se govoriti. Bile su od uzajamne koristi za postfašističku desnicu, kojoj je bilo milo relativizirati krivnje fašizma, kao i za postkomunističku ljevicu koja se, odajući počast žrtvama stranih komunista, mogla distancirati od političkog naslijeđa talijanske Komunističke stranke.

Takav konsenzualni pakt sjećanja vodio je do proglašenja, uz suglasnost ogromne većine talijanskih parlamentarnih zastupnika, 10. veljače Danom sjećanja na žrtve u fojbama i egzodus talijanskih izbjeglica iz Istre, Rijeke i Dalmacije u 2004., bez obzira na dva problematična aspekta. Prvo, izabrati za datum obljetnice baš godišnjicu Ugovora mira značilo je tiho polemiziranje s tadašnjom odlukom velikih sila. Osim toga, datum koji dolazi samo 14 dana nakon 27. siječnja, odnosno Međunarodnog dana sjećanja na žrtve holokausta, olakšava homologaciju dvaju događaja - planiranog istrebljenja više milijuna europskih Židova i ubijanje, u raznim okolnostima, nekoliko tisuća ljudi talijanske narodnosti - koji zapravo imaju vrlo malo zajedničkog i samo ih politički potez može činiti istima.

Tako se došlo do govora Giorgia Napolitana, prvoga talijanskog predsjednika koji je prethodno bio član Komunističke stranke. On je u 2007. evocirao “krvoločnu mržnju i bijes te slavenske aneksionističke težnje”. Predsjednik Mesić u tom je govoru detektirao “natruhe otvorenoga rasizma, povijesnog revizionizma i političkog revanšizma”. Nakon toga je Napolitano, očito, shvatio teške posljedice talijanske politike sjećanja na razini odnosa triju (uključujući i Sloveniju) susjednih zemalja pa se u roku od samo tri godine došlo do koncerta u Trstu 2010. godine, prilikom čega su trojica predsjednika - Josipović, Napolitano i Türk - posjetili i jedan spomenik istarskom egzodusu kao i Narodni dom, sjedište raznih institucija slovenske manjine, a koje su fašisti spalili 1920. godine.

Nacionalizam 2.0 (BDP 0.2)

No, kako bi se shvatile najnovije izjave talijanskih političara oko fojba, koje su toliko uznemirile duhove na ovoj strani Jadrana, treba imati u vidu transformacije talijanskog političkog sustava nakon izbora prethodne godine. Ove su vodile do formacije takozvane žuto-zelene vlade, odnosno “najpopulističkije vlade Europe” prema ocjeni engleskog lista The Guardian. Tu vladu čine “žuti” Pokret 5 zvijezda, politička “ni lijevo ni desno” sila koju u vladi predstavlja ministar rada Di Maio i “zelena” Liga, reformirana verzija stranke talijanskog sjevera sa znatnim antiimigrantskim naglaskom pod geslom “Talijani prvo”.. Njezin je vođa ministar unutarnjih poslova Matteo Salvini.

Slučajno se u Italiji ujednačenje dvaju totalitarizama, koje je inače obilježje bivših zemalja pripadnika komunističkog bloka, sada podudaralo s formacijom jedne vlade u kojoj barem Liga Mattea Salvinija gleda na Orbánovu Mađarsku kao uzor. Takva je situacija rezultirala stanjem koje podsjeća na scenarij “postkomunističkog tipa”, odnosno otvoreni povijesni revizionizam, agresivnost prema “različitima” i popularnost fake newsa i raznih teorija zavjera koje su u porastu. Najvažnije, antikomunizam je u zemlji u kojoj nije bilo komunizma, ali je fašizam obilježio četvrtinu 20. stoljeća, značio dolijevati ulje na vatru najmračnijim težnjama desnice..

Danas, nakon što je provedba izbornih obećanja (reforma mirovinskog sustava u korist radnika i “dohodak od državljanstva”) ubrzo uputila talijansku ekonomiju u recesiju - BDP će u 2019. porasti samo 0,2 posto, što je bilo potvrđeno početkom siječnja - talijanska vlada je očito mislila poticati potporu birača igrajući na kartu nacionalnog ponosa i napetosti u odnosima sa susjednim državama. Tako je, na primjer, došlo do povlačenja francuskog veleposlanika u Rimu nakon što se “žuti” Luigi Di Maio službeno susreo u Parizu s jednim od vođa francuskog pokreta Žutih prsluka.

Nedavna obljetnica 10. veljače nudila je odličnu priliku da se ta strategija nastavi. Tada je “zeleni” Salvini u Bazovici kod Trsta izjavio da su - iako nema nijedan pravi dokaz da se takvo što dogodilo - “djeca ubijena u fojbama i djeca Auschwitza potpuno ista”. Istom je prilikom predsjednik Europskog parlamenta Antonio Tajani izrekao “Živio Trst, živjela talijanska Istra, živjela talijanska Dalmacija”, izjavu koju se, iako je prouzročila burne reakcije u Sloveniji kao i u Hrvatskoj, može najlogičnije tumačiti kao pokušaj jednog člana Berlusconijeve stranke Forza Italia, danas u opoziciji, da konkurira Salviniju kako mu ne bi “pojeo” glasove potomaka onih koji su napuštali Istru nakon Drugoga svjetskog rata, tradicionalno sklonih desnici. I to bez obzira na potencijalne posljedice takvih riječi iz usta predsjednika jedne od najvažnijih institucija Europske unije.

Tako se danas, skoro 70 godina nakon spomenute pjesme Nille Pizzi, u Italiji još govori uglavnom o fojbama i festivalu San Remo.. Poznatom je festivalu, naime, baš 10. veljače “žuti” Di Maio predlagao mijenjanje sustava nagrađivanja, i to nakon što je ove godine glavnu nagradu osvojio Mahmood, talijanski pjevač egipatskog podrijetla, o čijoj se seksualnoj orijentaciji dosta spekuliralo u javnosti.

*autor je talijanski povjesničar
 
 
=== 3 ===
 
 
dalla pagina FB de La Nuova Alabarda, 17.2.2019
 
La "foiba" di Basovizza, monumento nazionale

S'è più volte detto che il monumento "foiba di Basovizza" rappresenta un falso storico. In questa galleria fotografica troverete alcuni documenti e poi i cippi che sono stati posti a ricordo e nelle didascalie i motivi per cui tali cippi sono del tutto fuori luogo e privi di valore storico. Per chi volesse approfondire gli argomenti (le didascalie non possono ovviamente essere esaustive) segnaliamo il dossier sulla Foiba di Basovizza scaricabile qui: http://www.diecifebbraio.info/2012/01/la-foiba-di-basovizza-5/.
 
FOTO 1
Il monumento prima della "riqualificazione" del 2005
 
FOTO 2
La nuova copertura del pozzo, ancora più estesa della copertura precedente, però...
 
FOTO 3 
... va innanzitutto dimostrata la reale apertura del pozzo (esplorazione effettuata nel 1947 foto in Archivio Comune di Trieste)
 
FOTO 4
Secondo molti propagandisti, a Basovizza sarebbero stati condotti prigionieri legati uno ad uno col filo di ferro e poi, sparando al primo della fila, sarebbero precipitati a decine nel pozzo. Basta guardare l'apertura dell'abisso per rendersi conto che una cosa del genere è pura invenzione, ideata da chi non ha neppure mai visto lo stato dei luoghi (esplorazione effettuata nel 1947 foto in Archivio Comune di Trieste).
 
FOTO 5
Il cippo con lo spaccato del pozzo e la stratigrafia del contenuto. In realtà il pozzo è stato svuotato quasi completamente nel 1954 e poi usato come discarica fino alla copertura avvenuta nel 1959. Al centro della pietra è posta la "lampada della fraternità", per la quale vi consigliamo la lettura nel dossier citato prima.
 
FOTO 6
Particolare del cippo, foto scattata nel giugno 1996: 
- livello originario metri 500
- settore di 300 metri cubi contenenti salme infoibati
 
FOTO 7
Foto scattata nel giugno 1997:
- il livello originario passa a metri 256 (che è l'esatta profondità del pozzo, in effetti)
- ma i metri cubi contenenti salme infoibati passano da 300 a 500.
e questo è un monumento nazionale...
 
FOTO 8
La "lampada della fraternità", dietro cui è stato appeso un "santino" a ricordo.
 
FOTO 9
Ecco il particolare del "santino": come si vede si tratta di un militare morto in combattimento nella Slovenia occupata dall'Italia. Cosa c'entri con il monumento di Basovizza non si sa.
 
FOTO 10
Questo invece lo stato della lampada nell'estate del 2015 ricoperta da "santini" ed "ex voto".
 
FOTO 11
Nel 1943 i Carabinieri facevano parte dei corpi militari di repressione della Resistenza; dopo l'annessione dei nostri territori all'Adriatisches Kustenland furono inquadrati nell'esercito del Reich e poi sciolti il 25/7/44, perché la maggior parte di essi non erano "collaborativi". I carabinieri "infoibati, scomparsi e soppressi" da quel momento in poi non erano più appartenenti all'Arma ma inquadrati in altri corpi collaborazionisti. Il lasso di tempo che va fino al 1947 è invece del tutto incomprensibile, visto che dopo la fine della guerra non vi erano più Carabinieri a Trieste, che era stata staccata dall'Italia.
 
FOTO 12
Cippo in memoria degli agenti di PS "infoibati": dei 140 poliziotti "scomparsi" nei 40 giorni, 67 risultano nei ranghi dell'Ispettorato Speciale di PS corpo repressivo che si distinse per la brutalità e violenza del proprio comportamento. Risulta da atti giudiziari che un agente di PS fu ucciso ed il suo corpo gettato nel pozzo di Basovizza, il torturatore Mario Fabian, che era stato condannato a morte da un tribunale militare jugoslavo già nel corso del conflitto.
 
FOTO 13
Questo cippo ricorda le vittime civili. E' l'unico che potrebbe avere un senso (anche se non a Basovizza), ma non comprendiamo la simbologia esoterica che è riprodotta sulla pietra.
 
FOTO 14
Nei primi giorni del maggio 1945 un centinaio di guardie di finanza furono arrestate e condotte nei campi di prigionia oltre confine. Nessun finanziere però è stato infoibato a Basovizza, perché i nominativi degli arrestati non rientrati risultano negli elenchi degli internati, la maggior parte a Borovnica.
 
FOTO 15
Questa lapide si trovava, fino a qualche anno fa, sulla caserma della GdF al confine di Basovizza. I nominativi sono dati tutti per infoibati a Basovizza, mentre si sa che i seguenti furono tutti internati a Borovnica: Abbondanza, Acanfora, Barone, Battaglia, Bonaduce, Bonetto, Caruso, Cerulli, Chianura, Chironi, Ciarlante,
Coccimiglio, Corsale, Cunsolo, De Ninno, Di Gennaro, Di Gregorio, Gandini, Giuliano, Imbesi, LaSpada, Lecce, Lieggi, Malatesta, Manos, Marino, Murgia, Navetta, Pantalena, Peralta, Piucca, Porcedda, Saccone, Saraceni, Sardo, Scaglione Scialpi, Serra, Spinelli, Stassi, Testi, Tolardo, Zacchigna e Zappone. Molea invece morì durante il tragitto verso Borovnica.
 
FOTO 16
Si noti inoltre che Barone C., ultimo nome della prima colonna è anche il primo della seconda (tra l'altro fu arrestato a Fiume e non a Trieste); e che Giandino e Giardino sono la stessa persona, il cui nome è stato trascritto erroneamente.
 
FOTO 17
Cippo della Federazione Grigioverde, che anni dopo apporrà la targa che pubblichiamo più avanti. Si noti il riferimento ai militari "stranieri": ancora oggi si dice che anche militari neozelandesi furono "infoibati" a Basovizza. Però...
 
FOTO 18
... a proposito dei "neozelandesi infoibati a Basovizza": questa la smentita ufficiale del Ministero della Guerra neozelandese, pubblicata sul numero del 25/4/96 del periodico Novi Matajur.
 
FOTO 19
Il testo (della Federazione Grigioverde) non è molto leggibile, ma ne estraiamo alcune frasi, perché bene sintetizzano come la falsità propagandistica è stata poi eretta a "verità storica di regime": "fummo precipitati a centinaia (...) nessuno ci potrà mai contare (...) essere italiani la nostra colpa (...) torme di invasori calati nella nostra terra sotto l'influsso di una malefica stella vermiglia (...)". Certe frasi, tipiche del propagandismo fascista, non dovrebbero avere cittadinanza in un sito "monumento nazionale".
 
FOTO 20
Una "poesia", di scarso valore letterario ma interessante perché pone apposta un accento sbagliato sul nome della località di Borovnica, che è accentato sulla i e non sulla o, come invece pretende la figlia di un "infoibato" istriano, Domenico Muiesan, che lei stessa così descrisse: “Mio padre era irredentista, legionario fiumano, volontario della guerra d’Africa, di sentimenti fascisti insomma”. Fu arrestato a maggio 1945 a Pirano e presumibilmente fucilato (era stato anche accusato di avere compiuto malversazioni nel suo ruolo di impiegato comunale).
 
FOTO 21
Infine pubblichiamo il più volte citato "documento dell'Ozna" che (si dice) "ammetterebbe" gli infoibamenti a Basovizza. In realtà viene semplicemente riferito che gli angloamericani avevano recuperato circa 250 kg di resti umani (pari a circa dieci salme). Negli anni questa cifra verrà riferita non più al peso ma al volume e si inizierà a parlare di 250 "metri cubi" di salme...
 
Alain Finkielkraut, filosofo neo-tribale, ideologo dello "scontro di civiltà", agitatore da salotto sempre in prima fila negli ultimi decenni quando si è trattato di fornire un supporto propagandistico alla arroganza imperialista, può essere considerato un compagno di merende di BHL (al quale abbiamo dedicato un altro nostro post molto recentemente: http://www.cnj.it/home/it/informazione/jugoinfo/9089-9006-bhl-prepara-la-rivoluzione-colorata-anche-in-italia.html ). Noi Finkielkraut ce lo ricordiamo almeno dal 1991, per la sua forsennata campagna antijugoslava e antiserba di cui ha raccontato ad esempio Peter Handke (si veda: http://www.cnj.it/CULTURA/handke.htm#intervista ). Per un profilo politico più dettagliato di Finkielkraut si vedano tanti altri post su JUGOINFO: 
(a cura di Italo Slavo)
 
 
 
La costruzione scientifica della fake news di governo. Il caso Finkielkraut

di Redazione Contropiano, 18 febbraio 2019 - Jacques Pezet / Liberation
 

Il potere, si sa, aspira sempre al monopolio dell’informazione, oltre che a quello della violenza e dell’economia.

E viene fortemente disturbato, specie in tempi di “competizione globale”, che approssima un clima di guerra, dall’esistenza di un’informazione alternativa. Che ovviamente può essere di buona o pessima qualità, può produrre falsità e informazioni invece controllatissime.

Al potere, però interessa il monopolio. E quando un establishment internazionale – quanto meno europeo, in questo caso – decide di avviare una campagna contro le fake news in realtà sta dicendo che c’è una sola fonte d’i informazione “legalizzata e riconosciuta”: la propria. Per salvaguardare le apparenze della democrazia esistono, come sappiamo, molte testate di informazione mainstream, teoricamente in concorrenza tra loro, ma “stranamente” sincronizzate come fossimo sempre a Capodanno, la sera del messaggio a reti unificate del presidente della Repubblica.

Facciamo un esempio concreto di queste ore, per uscire dalle formulazioni generiche.

In occasione dell’Atto XIV del movimento dei gilet gialli è accaduto che Alain Finkielkraut, di professione filosofo, molto conosciuto in Francia per le sue posizioni fortemente sioniste e anti-palestinesi, sia stato preso a male parole da un folto gruppo di manifestanti.

Il governo francese, nella persona del ministro Benjamin Griveaux (quello che aveva insultato ripetutamente i gilet gialli, sfidandoli a “venirlo a cercare” – e guadagnandosi una ruspa che ha sfondato il portone del suo ministero), ha deciso che Finkielkraut era stato apostrofato come“sporco ebreo”. Insulto chiaramente antisemita, dunque utile a definire l’intero movimento come “fascista”.

La stampa mainstream italiana – a partire dall’ineffabile Corriere della Sera – ha accolto senza fiatare questo format, arrivando addirittura a sottotitolare in modo falso le frasi di un manifestante, traducendo “sionista” con “ebreo”. Come se uno traducesse “colonialista fascista” con “cristiano”. 

Lo diciamo per i non addetti ai lavori, scusandoci per lo schematismo: l’ebraismo, come il cristianesimo, è una religione. Che singoli o gruppi di fedeli di quella religione facciano cose riprovevoli e/o disumane non implica affatto che sia quella religione la “causa” di quegli atti (per quanto magari così giustificati da chi li compie). Dunque un ebreo può essere “colonialista fascista” tanto quanto un cristiano o un musulmano o un buddista. Se questa visione colonialista fascista si esercita intorno al “diritto” dello Stato di Israele di annettersi tutti i territori che rivendica, deportando o imprigionando le popolazioni che li abitano, secondo una personalissima visione della Storia, allora si usa definire questo atteggiamento come “sionista”.

Che è ovviamente un insulto politico, mentre “sporco ebreo” è un insulto razzista, di derivazione assolutamente fascista (i fascismi possono confliggere tra loro, visto che si fondano su un “prima noi” decisamente poco pacifista).

Mettere un insulto razzista al posto di uno politico è operazione sporca, infame, propagandistica. Di costruzione del nemico e di demonizzazione di quel nemico. Operazione, tra l’altro, molto pericolosa perché espone al rischio tutti gli ebrei del mondo, come se fossero corresponsabili delle attuali politiche dei governi israeliani.

L’operazione del governo francese, accettata supinamente dalla stampa cosiddetta “democratica” italiota, è così grave che un rispettato giornale francese come Libération si è sentito in dovere di decostruire la fake news governativa e ristabilire la verità.

Qui di seguito la traduzione dell’articolo di Jacques Pezet.

*****

Scendendo da un taxi nel 14 ° arrondissement, il filosofo Alain Finkielkraut è stato insultato da un gruppo di giubbotti gialli con le parole “sporca merda sionista” e “fascista” .

Interrogazione dell’on. Propaganda del 17/02/2019

Buongiorno,

Abbiamo riformulato la sua domanda iniziale: “Potresti controllare il suono del video in cui Alain Finkielkraut viene insultato? Benjamin Griveaux afferma di aver sentito “sporco ebreo”, ma molte persone sentono chiaramente “Palestina” e non “sporco ebreo“.

La tua domanda è relativa alle immagini filmate dal giornalista indipendente Charles Baudry, e pubblicate su Yahoo News, in cui il filosofo francese Alain Finkielkraut viene attaccato e insultato dai manifestanti durante le dimostrazione gilet gialli del 16 febbraio 2019 a Parigi. 

La scena avviene in un angolo del boulevard du Montparnasse e rue Campagne-Premiere, nel 14 ° distretto.

 

Questi due video, girati da due angolazioni diverse, permettono di sentire la raffica di insulti diretti verso l’accademico. 

“Sionista Zelante”, “stai per morire”, “vai a casa in Israele”

Nel video di Yahoo, girato da Alain Finkielkraut, c’è un distinto gruppo di uomini che gli urlano: “Barre-toi, sporca merda sionista. Sporca merda. Nique tua madre. Palestina.. Merda omofoba. Sei un razzista, vattene! Fascista militante. La Francia è nostra. Sporco figlio di puttana. Specie di razzista. Specie di hater. Sei un odiatore e stai per morire. Andrai all’inferno. Dio, ti punirà. Il popolo ti punirà. Noi siamo il popolo. Grande merda. Sarai riconosciuto. Specie di sionista. Grande merda. È venuto apposta per provocarci. Zitto!”.

In quello di Charles Baudry, girato da più lontano, sentiamo:  “Fascista! Palestina! Vai a casa … Vai a casa in Israele. Vai a casa in Israele. Antisemita!. La Francia è nostra. Rientroa a Tel Aviv. Sei un odiatore. Morirai. Noi siamo i francesi. Vai a casa. Ecco la strada! “

La diffusione di questa aggressione ha scatenato un’ondata di solidarietà a favore di Alain Finkielkraut su internet e da parte dell’intera classe politica, alcuni dei quali ricordano nella loro condanna dell’antisemitismo tutto ciò che li contraddice alle posizioni assunte filosofo conservatore.

Polemica attorno all’insulto “sporco ebreo”

In mezzo a queste accuse di attacco antisemita, altri, come la direttrice di Media, Aude Lancelin, hanno contestato la versione citata in un tweet dal portavoce del governo, Benjamin Griveaux, che ha condannato “il brutale odio per le strade di Parigi contro Finkielkraut, fischiato al grido di “Sporco ebreo”. La giornalista lo ha accusato di inventare “una nuova bugia molto grave per aumentare l’odio nel paese” perché secondo lei l’insulto “E Sporco ebreo” “non è udibile nel video” di Yahoo News.

CheckNews ha rianalizzato più volte i due video. Se alcuni pensano di aver identificato l’insulto “sporco ebreo”, questo non sembra distinto dal rumore della folla. Contattato da CheckNews, il giornalista Charles Baudry non è stato in grado di confermare o contestare questo insulto: “Non ho sentito nulla. Eravamo appena stati gasati. C’era molto rumore. Ho visto Alain Finkielkraut per la strada. Un manifestante ha sorriso e gli ha stretto la mano. Poi un gruppo ha cominciato ad insultarlo. Questo è quando ho iniziato le riprese, ma non posso dire se è stato insultato da “ebreo sporco”. C’era troppo rumore.”

Finkielkraut dice che non ha sentito chiaramente gli insulti

Intervistato su questo attacco da LCI, domenica mattina nello spettacolo  Le Brunch de l’actu, il filosofo ha anche detto di non aver sentito chiaramente gli insulti durante l’attacco, e che “è più chiaro sul video che nel momento in cui l’ho vissuto”. Spiega che si è trovato nella dimostrazione per caso e non per provocazione: “Avevo accompagnato mia suocera dopo un pranzo al ristorante. Sono sceso dal taxi, in rue Campagne-Première. Volevo andare a casa. E allo stesso tempo vedo questa manifestazione che scorre, quindi vado ancora a guardare. Non ero lì neanche da un minuto che sono stato effettivamente  attaccato molto violentemente dai manifestanti. E chi stava urlando cose che ho sentito male e, mio malgrado, ho dovuto tornare indietro.  Il filosofo dice di essere stato scortato via dalla polizia, e mette in evidenza il fatto che “tutti non erano in sintonia, ma la maggioranza delle persone di passaggio, in realtà, mi ha fatto vedere un astio molto anteriore al movimento dei gilet gialle”. 

Per quanto riguarda la controversia che circonda l’insulto “sporco ebreo”, Alain Finkielkraut ha detto a LCI che l’insulto di “razzista” lo ha ferito di più: “Il problema ebraico oggi, il dolore che viene loro inflitto, è che sono chiamati razzisti. Benjamin Griveaux ha protestato dicendo che ero stato definito uno sporco ebreo. Comprendo molto bene la sua protesta, sono commosso dalla testimonianza di solidarietà che ha dimostrato, ma non sono stato chiamato sporco ebreo. E non mi hanno mai chiamato uno sporco ebreo. Invece,  ogni volta che ho messo il naso fuori in questo tipo di eventi, mi chiamano  sporco razzista. […] Quando ti trattato da ebreo, puoi sollevare la testa e poi indossare quell’insulto come una corona; ma quando sei trattato da razzista, d’un tratto sei colpevole del peggiore dei crimini.” 

CheckNews ricevuto molte domande sull’attacco, alcuni lettori hanno chiesto perché insulto “sporco sionista” viene presentato come antisemita, visto che possiamo benissimo essere contro il sionismo, cioè contro l’idea di uno stato ebraico, senza essere contro l’ebraismo e coloro che lo praticano. Quando Alain Finkielkraut, accademico e filosofo francese, che vive in Francia, è insultato in piena Parigi da una folla che lo tratta di “sporca merda sionista”, e lo ha invita ad andare a casa a Tel Aviv, ossia in Israele, è perché è percepito come ebreo. È così che Benoît Hamon commenta l’insulto. In un tweet, il leader di Generation-S ha  condannato “Senza alcuna riserva quelli che hanno cospirato, insultato e trattato da “sporco sionista” che voleva dire “sporco ebreo”. E lasciare la Palestina separata da questa gratuita violenza antisemita“. 

***

Il che, diciamo noi, spiega sia la collocazione politica dei cosiddetti “socialisti” francesi – gli “inventori” di Emmanuel Macron – sia la loro sostanziale scomparsa dal panorama politico d’Oltralpe.

 

 

Roma, domenica 24 febbraio 2019
presso il Teatro di Porta Portese, Via Portuense 102

 

RESISTENZA JUGOSLAVA: FOIBE O FRATELLANZA?

 

Una conferenza di Sandi Volk e la pièce teatrale DRUG GOJKO. Per contrastare il revisionismo ed il negazionismo di chi getta fango sulla Lotta Popolare di Liberazione dei partigiani e sul suo carattere internazionalista


ore 16:30 Conferenza
– Andrea Martocchia: "Giorno del ricordo", dove sta il problema?
– Sandi Volk: "Giorno del ricordo", un bilancio 
ore 17:45 Discussione 
ore 18:30 Teatro
DRUG GOJKO di e con Pietro Benedetti
Monologo ispirato alle vicende di Nello Marignoli, partigiano nell'Esercito popolare di liberazione jugoslavo


Promuove: Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia ONLUS
ENTRATA A SOTTOSCRIZIONE LIBERA


LE REALTA' INTERESSATE AD ADERIRE E INTERVENIRE POSSONO CONTATTARCI FINO AL 20 FEBBRAIO: jugocoord@...

 

 

 

Evento facebook

Eventuali aggiornamenti saranno riportati anche sulla pagina della iniziativa

 

Sullo spettacolo DRUG GOJKO si veda anche la nostra pagina dedicata

 
 
Pillole di Storia sul Confine Orientale
 
1) 10 FEBBRAIO 2019, MOLTO OLTRE IL LIMITE DELLA DECENZA
Gli interventi di Marco Santopadre, Davide Conti, Angelo d’Orsi, Moni Ovadia, Enzo Collotti
2) LA STORIA DI LOJZE BRATUŽ E LJUBKA ŠORLI (di Sandro Scardigli)
3) CHI NON AMMAINO' LE BANDIERE (di Peter Behrens)
4) (DI NUOVO) FOTO DI STRAGI FASCISTE PER COMMEMORARE GLI "INFOIBATI" (ControInformazione Alto Adige - Südtirol)
5) I PEGGIORI CRIMINI DEL COMUNISMO: MIELI, PUPO, LE FOIBE… E VITTORIO VIDALI (di Gigi Bettoli)
6) CHI TORTURAVA ED INFOIBAVA AI TEMPI DELL’ADRIATISCHES KÜSTENLAND (di Claudia Cernigoi, 10 febbraio 2019)
7) FOIBE E INTERNATI: È NECESSARIO RISTABILIRE LA VERITÀ STORICA (di Livio Braida)
8) IL NONNO DI PANIZZUT "SCAMPATO ALLA FOIBA" ERA ERMANNO MATTIOLI... (di Claudia Cernigoi)
9) ZEVIO, INO MERCANTI E LA STRAGE DI LIPA (di Fabio Muzzolon)
10) QUANTI FURONO GLI ARRESTATI DAGLI JUGOSLAVI NEL MAGGIO 1945? ECCO L'ELENCO (di Claudia Cernigoi)
 
 
Si vedano anche:
 
LE FOIBE E IL 10 FEBBRAIO “GIORNO DEL RICORDO” (di Alessandro Pascale, II edizione 2019)
Quel che gli italiani non amano ricordare. Scritto che rientra nella battaglia contro il revisionismo storico portato avanti dal regime attuale, che definisco un "Totalitarismo liberale"...
PDF: https://www.academia.edu/38310212/LE_FOIBE_E_IL_10_FEBBRAIO_GIORNO_DEL_RICORDO_II_ediz._2019_.pdf

REVISIONISMO STORICO E ANTICOMUNISMO (da "nuova unità" n. 1/2019)
Una delle più sconcertanti e oltraggiose disposizioni di legge nel nostro paese... Non abbiamo visto l'ultimo prodotto anticomunista (partigiani che violentano una studentessa figlia di un dirigente fascista) passato alla TV l'8 febbraio col titolo "Red land-Rosso Istria", ma possiamo ricordare il film Porzus, uscito nel 1997 (recensito subito da "nuova unità"). Realizzato con ben 3 miliardi e 200 milioni di lire generosamente erogati dal governo dell'Ulivo. Ma appagava - da parte della "sinistra" ulivista - il presentare la Resistenza come uno scontro tra bande animate da smanie ideologiche per chiudere i conti con una importante pagina della storia italiana culminata con la Liberazione da parte dei partigiani dalla dittatura nazifascista...
richiedere l'articolo a: redazione@... 
 
 
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10 Febbraio 2019, molto oltre il limite della decenza
 
Di seguito i link agli interventi di: Marco Santopadre, Davide Conti, Angelo d’Orsi, Moni Ovadia, Enzo Collotti
 
Foibe, il revisionismo trasversale riscrive la storia (di Marco Santopadre, 14.2.2019)
... Il silenzio delle Comunità Ebraiche sulle affermazioni di Matteo Salvini – l’ultima e più grave di una lunga serie – pesa come un macigno. Viene da chiedersi con quale coraggio autorità politiche, intellettuali, comunità religiose e civili possano partecipare con uguale entusiasmo e contrizione tanto alla “giornata della memoria” (una memoria selettiva e strumentale comunque, che depreca solo un genocidio e tralascia gli altri) e la “giornata del ricordo”, celebrando a pochi giorni di distanza prima le vittime e poi gli aguzzini.
 
Foibe, il revisionismo storico forma della politica (di Davide Conti, su Il Manifesto del 13.02.2019)
Per settimane la classe politica italiana si è cimentata nell’uso politico della storia, misurato strumentalmente sulla torsione del passato ad uso pubblico del quotidiano e sulla caccia al «negazionista»... «In altre plaghe – scrisse Mussolini nel 1920 – i fasci di combattimento sono appena una promessa. Nella Venezia-Giulia sono l’elemento preponderante e dominante della situazione politica». I crimini di guerra italiani degli anni ’40 ne sarebbero stati la tragica conseguenza...
 
La questione foibe e la verità di Stato (di Angelo d’Orsi, 13.2.2019)
.... La narrazione delle foibe, mendace e infondata, anticomunista “a prescindere”, è divenuta, in quest’anno di grazia 2019, verità di Stato, con tanto di sanzioni per coloro che se ne distacchino... chi non si allinea, viene bollato con l’etichetta di “negazionista”. Strano destino quello della parola: da fase suprema del revisionismo, che si spinge a negare l’esistenza delle camere a gas nei lager nazisti e lo stesso progetto di sterminio del popolo ebraico e degli altri “sottoumani” internati. Ora la parola viene derubricata, con una perdita di senso e di valore rispetto alla quale la prudenza sarebbe obbligatoria. E Salvini, di scempiaggine in scempiaggine, è riuscito a dire, con sfrontatezza, “i bimbi di Auschwitz e quelli delle foibe sono uguali”…  stiamo assistendo non solo alla trasformazione della menzogna in verità, ma alla sua istituzionalizzazione...
 
Da Salvini equiparazioni perniciose (di Moni Ovadia, su Il Manifesto del 12.02.2019)
L’Italia è un paese ammorbato da molteplici retoriche, da un tasso patologico di falsa coscienza e per converso da un livello bassissimo di onestà intellettuale e di senso della memoria. Per questo è estremamente impervio affrontare il tema delle foibe senza intossicazioni ideologiche strumentali... Come ebreo italiano mi corre l’obbligo di ricordare che un popolo di «feroci slavi» i bulgari, hanno salvato i loro cinquantamila ebrei opponendosi direttamente a Hitler, e fra essi i miei genitori e mio fratello,  che i popoli sovietici hanno fermato i nazifascisti con un contributo immane di morti – fra i 20 e i 26 milioni di morti. Gli italiani, brava gente invece in stragrande maggioranza accolsero con indifferenza le leggi razziali, non ebbero pressoché nessuna reazione quando furono espulsi dalle scuole bambini di sei anni e non mossero un dito quando i loro concittadini ebrei furono avviati alla deportazione e allo sterminio... E ora dobbiamo ascoltare il gagliardo ministro degli interni ritentare l’equiparazione fra le foibe ed Auschwitz per il tramite dei bambini... Ritengo questa prassi priva di pietà nei confronti delle vittime verso cui si mostra cinismo e indifferenza. L’Italia non ha mai fatto veramente i conti con il proprio passato, ha sempre cercato capziosamente di aggiustarselo pur di non riconoscere le proprie responsabilità fino in fondo. I politicanti se ne fregano del loro paese e pensano al loro tornaconto, i cittadini sappiano che al futuro del prestigio nazionale non viene nulla di buono da simili sparate.
Foibe, la memoria corta degli italiani (di Enzo Collotti, su Il Manifesto del 10.02.2019)
A poco più di due settimane dal giorno della Memoria in ricordo della Shoah, gli italiani sono chiamati a celebrare con il giorno del Ricordo l’orrore e la tragedia delle Foibe. In entrambi i casi come vittime, ma in entrambi i casi come vittime non innocenti... La prassi tutta italiana di coprire con l’oblio passaggi storici che avrebbero meritato un forte impegno di autocritica e di verità in questo, come in tanti altri casi, si è alleata alla rimozione di memorie scomode e allo loro banalizzazione. L’orrore delle foibe deve servire a richiamarci periodicamente alle nostre responsabilità storiche e non certo a rinnovare il rito del nostro vittimismo. E alla fine spiace constatare che il presidente della Repubblica Mattarella non condivida questa per noi ovvia conclusione.
 
 
=== 2 ===
 
dalla pagina FB di Sandro Scardigli, 11 febbraio 2019
https://www.facebook.com/sandro.scardigli.73/posts/775038796198016
 
Quando Mattarella dara' un riconoscimento al martire goriziano Lojze Bratuž? Per aver diretto in chiesa canti sloveni gli venne fatto bere dai fascisti olio di macchina misto a benzina e frammenti di vetro. Mori' dopo lunga agonia a soli 36 anni.

LA STORIA DI LOJZE BRATUŽ E LJUBKA ŠORLI
Nella notte di Natale del 1936, a Podgora di Gorizia, i fascisti volevano impedire che la messa fosse cantata in sloveno. La sorveglianza della polizia permise che la messa si concludesse senza incidenti, ma all’uscita dalla chiesa una squadra di fascisti sequestrò l’organista Lojze Bratuž ed altri quattro coristi, che furono costretti a bere una considerevole quantità di olio di macchina al quale era stato aggiunto del benzolo. I coristi riuscirono a salvarsi ma Bratuž morì dopo sei settimane di terribile agonia. Le autorità obbligarono i medici a firmare un certificato di morte per polmonite e nel corso del processo, che si svolse a Gorizia nel novembre 1937, fu impedito alla vedova, Ljubomira (Ljubka) Šorli, di mostrare alla Corte il certificato di un medico di Padova che aveva visitato Bratuž e diagnosticato il grave avvelenamento. Il processo si concluse con due sole condanne a dieci mesi di arresto, gli altri imputati vennero assolti.
Dopo la morte del marito, Ljubka Šorli era tornata a vivere a Gorizia e viveva affittando camere a studenti: tra questi, nel 1943, c’erano due fratelli di Janko Premrl (il leggendario comandante Vojko, proclamato eroe nazionale) e Franc Mervič di Santa Lucia di Tolmino (Most na Soči). Nel 1976, quando iniziò a Trieste il processo per i crimini della Risiera, Ljubka Šorli inviò una propria testimonianza al presidente del Tribunale di Trieste, testimonianza che fu pubblicata in un articolo nel numero 6, anno 2001, del periodico sloveno “Rodoljub”, e che riassumiamo.
Il 1° aprile 1943 (un mese dopo che la madre e la sorella di Ljubka erano state arrestate ed internate nel campo di Fraschette di Alatri) alle due di notte, un camion di agenti dell’Ispettorato Speciale di PS circondò la casa e vi fece irruzione, probabilmente perché pensavano di trovare dei partigiani e forse lo stesso Janko Premrl, che però non aveva mai abitato lì.. I poliziotti perquisirono la casa e trovarono un sacco contenente armi che erano state lasciate da Mervič, presumibilmente per essere usate per un attentato alla ferrovia presso Trbiž, ma della cui presenza gli altri abitanti della casa erano del tutto ignari. Ljubka Šorli fu arrestata assieme alla domestica Cecilia Kovač e condotta a Trieste in via Bellosguardo (la sede dell’Ispettorato), mentre i suoi due bambini, Lojžka e Andrej, di 7 e 9 anni, rimasero nella casa con i poliziotti. Furono poi accolti da alcuni parenti.
Nella Villa Triste di via Bellosguardo Ljubka Šorli trovò due conoscenti che erano già state torturate, Silvia Bait e Dora Filli Ahametova (attivista del Fronte di Liberazione – Osvobodilna Fronta della zona di Tolmino). Poi fu il suo turno, fu picchiata e torturata per una settimana e nel corso della detenzione vide che i prigionieri venivano torturati gli uni davanti agli altri per terrorizzarli e quando venne portata nelle soffitte, le trovò piene di partigiani ridotti in fin di vita dalle torture e dei quali non seppe mai chi fosse sopravvissuto.
Il commissario Gaetano Collotti voleva farle confessare cose che non sapeva: dove fosse Janko Premrl, chi avesse portato le armi ed a cosa fossero destinate. Visto che la donna non parlava, dopo una settimana di torture fisiche Collotti tentò con la tortura psicologica: telefonò a Gorizia per farsi mandare a Trieste i due bambini per torturarli davanti alla madre per farla parlare.
Fortunatamente la cosa non gli riuscì, perché il piccolo Andrej era malato e non poteva essere trasportato. Di conseguenza Collotti si accanì ancora di più contro Ljubka, e la picchiò selvaggiamente, al punto da romperle sette costole.
Dopo tre settimane di detenzione e torture in Villa Triste, Ljubka Šorli fu portata al carcere dei Gesuiti, dove trovò la sorella Marica, che era stata riportata a Trieste dal campo di Alatri.
Successivamente le due donne furono internate: Ljubka nel campo di Zdravščina (Poggio Terza Armata) e Marica in quello di Kostanjevica, dove rimasero fino all’8 settembre, quando i campi furono svuotati.
 
 
=== 3 ===
 
https://www.facebook.com/peter.behrens.1000/posts/242966389983878?__tn__=C-R
 
CHI NON AMMAINO' LE BANDIERE

Il 10 febbraio sul monumento alla foiba di Basovizza Tajani e Salvini hanno parlato di “martiri” che non ammainarono la bandiera italiana. 
La storia però è diversa. In queste terre, Trieste, Istria e Dalmazia la bandiera italiana era proibita dai governanti tedeschi. 
Al punto che Italico Sauro, fondatore della milizia difesa territoriale preferì recarsi a Venezia sotto la RSI perché gli venne impedito di esporre la bandiera italiana. 
A Trieste i militi della guardia civica giuravano in tedesco fedeltà a Hitler.
La X Mas giunta a Gorizia in dicembre 1944 venne allontanata dai tedeschi nel febbraio del 1945 perché non intendevano vedere bandiere italiane che creavano scompiglio con i collaborazionisti sloveni e croati. 
Il preteso battaglione bersaglieri Mussolini era inquadrato come "Secondo battaglione volontario di polizia SS". 
Questa la realtà storica dei collaborazionisti in queste terre. 
Ci fu sì chi non ammainò mai la bandiera italiana e furono i combattenti partigiani della brigata Garibaldi che conquistarono il diritto di sventolarla, con la stella rossa al centro, combattendo contro il nazifascismo assieme alle forze alleate dell' esercito popolare di Liberazione jugoslavo. 

Peter Behrens 
segretario provinciale del PRC-SE Trieste-Trst
12.2.2019
 
 
=== 4 ===
 
Sul quotidiano Alto Adige del 10.2.2019, per l'ennesima volta sono state usate 
 
FOTO DI STRAGI FASCISTE PER COMMEMORARE GLI "INFOIBATI"
 
https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=2164002030333521&id=1085528318180903
 
Fonte: pagina FB "ControInformazione Alto Adige - Südtirol", 10.2.2019

L'istituzione della "giornata del ricordo", quindi il tentativo di rovesciare le responsabilità del fascismo e dell'imperialismo nazifascista all'interno delle vicende del confine orientale, è costellato di errori e mistificazioni storiche senza precedenti. Una delle cose più allucinanti e frequenti è l'utilizzo di foto che riguardano crimini di guerra compiuti dai soldati del Regio esercito italiano ai danni della popolazione slovena, trasformate in foto che rappresenterebbero teorici crimini di guerra ai "danni degli italiani", compiuti dai cattivi partigiani, ubriaconi, antiitaliani e stupratori, così come sono stati dipinti dal recente, pessimo film di propaganda revanscista RedLand e così dipinti anche dal ministro della polizia Salvini, in una delle sue solite, stupide uscite sui social network. 
Beh questo filone costellato da ignoranza e falsità ogni anno si nutre di nuovi capitoli, fra cifre inventate e fiction televisive, e anche il quotidiano Alto Adige, con il suo direttore Alberto Faustini, si rende protagonista di un nuovo capitolo di mistificazione sulle vicende del confine orientale, utilizzando una foto di crimini di guerra compiuti da italiani e associandola invece, in un'operazione orwelliana, alle vicende che portarono all'infoibamento, in massima parte, di fascisti e collaborazionisti del nazifascismo. 
Come minimo ci dovrebbero essere delle scuse per un errore incredibile come questo, ed una rettifica, per spiegare i crimini di guerra compiuti dal fascismo italiano e dai suoi alleati nazisti in Jugoslavia, dei quali alcune foto sono qui visibili. http://znaci.net/fotogalerija/fg/24.htm
Noi non dimentichiamo le vittime dei crimini di guerra dell'esercito italiano e tedesco. Non permettiamo che venga infangato l'onore della Resistenza e di chi ebbe il coraggio di ribellarsi alla barbarie nazifascista.
 
FOTO: https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=2164002030333521&id=1085528318180903
 
 
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http://www.storiastoriepn.it/i-peggiori-crimini-del-comunismo-mieli-pupo-le-foibe-e-vittorio-vidali/
 
I peggiori crimini del comunismo: Mieli, Pupo, le foibe… e Vittorio Vidali

Di Gigi Bettoli - 10 Febbraio 2019
 

10 febbraio: giunge tempestiva la nazionalfascista Giornata del Ricordo, a lavare velocemente l’ombra del 27 gennaio. Tanto era una questione di cattivacci tedeschi… ce l’hanno sempre avuto il chiodo in testa, i krukki; e comunque mica siamo ebrei, noi? Premesso che “mica siamo razzisti”, gli italiani sono “brava gggente”, le “nostre” truppe non hanno colonizzato nessuno, non hanno usato i gas contro popolazioni inermi o combattenti per la libertà, non hanno creato centinaia di campi di concentramento, non hanno fatto morire centinaia di migliaia di persone per fame. Già: questi metodi arretrati, mica come i germanici, con la loro tecnologia… E poi, nuovamente, cosa c’entriamo noi con gli ebrei? Mica qui si sono perseguitati – chessoio… – comunisti, socialisti, democratici, negri, gay, lesbiche, testimoni di geova, cinesi o quegli zozzoni degli zingari (che magari così si faceva un po’ di igiene…) ???

E così, appena approvata una giornata per ricordare, in coincidenza con gli ultimi anni di vita degli ultimi testimoni oculari, lo sterminio di decine di milioni di persone a causa della persecuzione nazista, fascista ed imperialgiapponese – vivaddio, ché manco hanno ancora chiesto scusa ai popoli asiatici vittime (ma ce ne frega poi qualcosa? – ci si appiccica una data posticcia, per ricordare l’esodo istriano-dalmata conseguente alla seconda guerra mondiale, come fosse la stessa cosa. Capisco che una morte vale tanto quanto mille morti, ma la storia è un’altra cosa. E fare confusione è pernicioso, oltre che politicamente sospetto.

Confusione, appunto: è la sensazione che si prova di fronte ad una trasmissione come quella di ieri, condotta dallo “zar della storiografia nazionale” – l’ex comunista diventato maturo “liberale” Paolo Mieli – ospite il massimo esperto delle vicende giuliano-dalmate, che poi è l’ultimo segretario della Democrazia Cristiana triestina Raoul Pupo.

[Visita di Fanfani in Friuli Venezia Giulia, 21.12.1985. Ritratto di gruppo in interno, Trieste: Palazzo Diana (sede della D.C. di Trieste). Da sinistra a destra: il Sindaco di Trieste: Franco Richetti; il Presidente della Giunta Regionale: Adriano Biasutti; il Segretario Provinciale della Democrazia Cristiana: Raoul Pupo; il Presidente del Senato: Amintore Fanfani. Fonte:  
http://www.ipac.regione.fvg.it/aspx/ViewProspIntermedia.aspx?idAmb=120&idsttem=6&tp=vRAP&tsk=F&idScheda=108293&START=1
FOTO: http://www.storiastoriepn.it/wp-content/uploads/2019/02/Segretario-Provinciale-della-Democrazia-Cristiana-Pupo-Raoul.png ]
 

Trasmissione nella quale appaiono solo sullo sfondo – Pupo è ambiguo e strumentale, ma non stupido, ed è antifascista – i crimini del nazionalismo italiano, ivi incluse en passant due guerre mondiali, vent’anni di snazionalizzazione fascista e la sanguinosa occupazione della Jugoslavia nel 1941-1945 (1945! non 1943: tanto è vero che tra le “vittime” delle “foibe” si commemorano anche i soldati e poliziotti italiani che hanno continuato a reprimere la Resistenza jugoslava sotto Salò e l’occupazione nazista, manco stessero lì per caso).

Trasmissione dove i due protagonisti fanno confusione mischiando le ondate di profughi istriano-dalmati (ovviamente “costretti”, come non ci fosse stata la terrorizzante propaganda nazifascista e poi la tranquillizzante propaganda democristiana; tanto che, a fianco di chi è fuggito terrorizzato od invogliato dalle promesse, non è inconsueto trovarsi di fronte a profughi che affermano con orgoglio di “aver scelto” l’Italia) con vicende altre e diverse, come quella del “controesodo” comunista di migliaia di operai monfalconesi, e di tanti altri operai italiani andati – clandestinamente – in Jugoslavia a lavorare in anni di fame in Italia. 

Per cui si arriva a due paradossi: di far apparire come vittime dell’esodo persone che erano andate in Jugoslavia per scelta politica, e che poi furono coinvolte nello scisma comunista di Tito da Stalin. E di far apparire come uno dei peggiori campi di concentramento del Novecento l’isola di Goli Otok, manco fosse un campo di sterminio. Dimenticando però di dire che in quel campo di concentramento (orrendo come tutti i campi di concentramento) ci stavano i sostenitori dell’Unione Sovietica di Stalin, e che chi li opprimeva era un comunismo autonomo, alleato degli occidentali della Nato. Come se, dal punto di vista occidentale, potessero aver ragione – al di là della compassione umana – quegli operai stalinisti che, se avessero prevalso, avrebbero esteso anche alla Jugoslavia le sanguinose repressioni sovietiche. Piccoli particolari, obviouly
Confusione deliberata, tanto che, quando uno dei giovani “secchioni” chiamati a fare da corifei alla trasmissione (lui, pure erede di profughi) si è azzardato a dire una cosa controcorrente – ovverossia che la vicenda delle foibe è stata strumentalizzata politicamente fin dalle origini, cioè dai nazisti in Istria nel 1943 in funzione antipartigiana – è stato immediatamente zittito da Mieli.

Ma, in cauda venenum, il massimo è stato tirare per i capelli nella trasmissione il leader comunista triestino Vittorio Vidali, senza neanche precisare che lui fu il dirigente politico che sfidò i comunisti jugoslavi nel porto giuliano nel 1948, emarginandoli e fissando un punto fermo nel destino di italianità della città. Con un’aggiunta nelle conclusioni da parte di Paolo Mieli: ovverossia che Vidali sarebbe stato il “grande vecchio” delle Brigate Rosse. Affermazione che, come altre del giornalista – uso ad infamare gratuitamente: vedasi il caso di un anarchico divenuto collaboratore di Vidali: Ezio Taddei – è basata su informazioni non documentate. Mentre recentemente è stato documentato che semmai, proprio nell’ambito delle politiche occidentali di contenimento del blocco orientale, Vidali lavorò per i servizi segreti britannici. 

E questa sarebbe l’informazione pubblica… 

Non c’è da stupirsi se poi, in calce all’articolo di uno storico, pure lui esule istriano, ci troviamo commenti che confondono l’approfondimento storico con il negazionismo, mischiati a cifre buttate lì senza verificare, e l’affermazione, tanto per legittimarsi, che chi commenta è pure del Pd! Come se un’excusatio non petita possa mascherare l’analfabetismo.

Gian Luigi Bettoli

Post scriptum: Il titolo, lo confesso, non è originale: rinvia senza ombra di dubbio al titolo di un mitico libro di Giulietto Chiesa e Vauro. Testo satirico dedicato ad un pugno di ex esponenti del Pci e della sinistra extraparlamentare, passati tranquillamente nelle file del centro e della destra italiani, a partire dagli anni in cui il Psi craxiano rompeva gli ormeggi, abbandonando quasi ogni rapporto con la tradizione della sinistra. Tra i biografati e quelli elencati come loro simili, non figura, chissà perché, il Mieli.

 
 
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https://www.facebook.com/notes/la-nuova-alabarda/chi-torturava-ed-infoibava-ai-tempi-delladriatisches-küstenland/864712993699268/?__tn__=C-R
 
Chi torturava ed infoibava ai tempi dell’Adriatisches Küstenland

La Nuova Alabarda, domenica 10 Febbraio 2019
 
Una nota del SAP, il sindacato di PS noto anche perché alcuni suoi dirigenti sono stati condannati per avere ripetutamente insultato ed offeso la famiglia di Stefano Cucchi, stigmatizza, in occasione del Giorno del Ricordo che «le recenti iniziative intraprese in alcune parti d’Italia da “associazioni negazioniste” di una pagina così tragica e buia della nostra storia, offendono la memoria di queste vittime innocenti, tra queste anche Poliziotti, Carabinieri e Finanzieri, che pagarono con la vita, il solo fatto di rappresentare i valori dell’Italia indossando una divisa a servizio degli italiani».
Nel periodo fascista i poliziotti ed i carabinieri si distinsero per la brutalità dei mezzi di repressione usati contro gli antifascisti, in tutta Italia, e nella Venezia Giulia non furono da meno; sotto l’occupazione nazista, quando il corpo dei Carabinieri venne sciolto (e quindi alla fine della guerra nessun “carabiniere”, a meno che fosse passato sotto altre formazioni collaborazioniste, fu “infoibato”) e la PS passò direttamente sotto gli ordini di Hitler, come tutte le forze armate dell’Adriatisches Kustenland annesso al Reich, le repressioni violente, con “orribili persecuzioni, torture ed infoibamenti” furono messe in atto proprio da corpi collaborazionisti come l’Ispettorato Speciale di PS per la Venezia Giulia, comandato dal vicecommissario Gaetano Collotti.
Leggiamo ora alcune testimonianze.
«Collotti (…) odiava con ferocia i partigiani italiani e slavi, ma per gli slavi nutriva un odio particolare. Infatti mentre sottoponeva gli italiani ad una serie di torture che andavano dalle busse alla (…) introduzione di decine di litri di acqua calda ed allo schiacciamento delle dita, per gli sloveni riservava dei tormenti inenarrabili (…) che costituiscono il tragico ricordo di uomini e donne della nostra città che sono passati dalle celle di Villa Triste alle camere di tortura e da qui ai campi di concentramento… »[1]. 
«Siccome le sevizie nei confronti dei Prodan [2] continuavano, la suocera disse al Collotti di avere pietà, al che egli rispose: “Vi distruggerò tutti, maledetta razza s’ciava!”»[3].
«Il teste [4] (…) specifica che il più accanito era il Miano che soleva dire alle sue vittime: “Ricordatevi di Miano che non lo dimenticherete mai più” tanto che le vittime ritenevano si trattasse di uno pseudonimo, sembrando impossibile che l’aguzzino desse il suo vero nome»[5].
«Il dottor Toncic racconta (…) che il Mazzuccato violentò diverse donne, fra cui alcune minorenni, per quanto fosse notoriamente affetto da sifilide»[6].
Un giorno che si era recato presso l’Ispettorato Speciale, Diego de Henriquez sentì le urla, sempre più forti di una donna; gli dissero che la stavano interrogando e lo invitarono ad uscire. De Henriquez fece in tempo a vedere un pesante scudiscio ed a udire una frase: “Se non parli ti spacco la testa”. Lo studioso annotò che tali metodi erano ben noti in città[7].
«L’apparecchio di tortura elettrico è stato portato nella sede dell’Ispettorato da Collotti al quale venne regalato dalle SS secondo quanto sentivo dire dagli agenti. L’apparecchio elettrico stava nella stanza di Collotti ma qualche volta ho sentito dire che passava nell’ufficio di Perris (…)»[8].
L’ispettore De Giorgi della Polizia Scientifica firmò in data 18/1/46 una «perizia sui metodi di tortura dell’Ispettorato Speciale». Tale perizia, richiesta dal Procuratore Generale Colonna per conto della Corte d’Assise Straordinaria di Trieste [9] descrive, tra le altre cose, i metodi di tortura della “cassetta” e della “sedia elettrica”. Leggiamone le descrizioni: «stando alle deposizioni testimoniali, allorquando la vittima non confessava (nonostante il dolore provocato dalla distensione forzata di tutto il corpo mediante trazione delle corde fissate agli arti e fatte scorrere negli anelli infissi al pavimento, che spesso provocavano la lussazione delle spalle), era costretta a subire l’introduzione nell’esofago del tubo dell’acqua, che le veniva fatta ingoiare fino a riempimento totale dello stomaco; indi per azione di compressione esercitata da un segugio sul torace, le veniva fatta rigurgitare a mo’ di fontana, che, stante la posizione supina, spesso doveva minacciare di soffocamento la vittima stessa; ed allorquando entrambe le azioni combinate non bastavano a farli confessare, gli interrogati vi venivano costretti, mediante l’azione termica di un fornello elettrico collocato sotto la pianta dei piedi denudati (…) la sedia elettrica consisteva in una sedia-poltrona, a spalliera alta, con leggera imbottitura in cuoio, a bracciuoli, su cui venivano legati gli avambracci della vittima ad uno dei quali veniva fissato un bracciale metallico unito al polo negativo di un apparecchio conduttore elettrico regolabile, a reostato. Al polo positivo era collegato una specie di pennello con manico isolato, e frangia metallica che serviva per chiudere il circuito su qualsiasi parte non isolata del corpo della vittima il quale veniva così attraversato dagli impulsi della frequenza della corrente elettrica. Questo metodo, apparentemente molto impressionante, non poteva produrre lesioni organiche o conseguenze dannose sul corpo umano. Tuttavia è noto che anche volgarissimi pregiudicati rotti a tutte le astuzie e raffinatezze per sfuggire agli interrogatori, si abbandonarono ad esaurientissime confessioni, che trovarono conferma nei fatti, alla sola visione dell’apparato, senza essere stati sottoposti alla sua azione ».
Probabilmente lo stesso estensore del rapporto si sarebbe “abbandonato ad esaurientissime confessioni” se messo nella prospettiva di dover subire la tortura della “sedia elettrica”. D’altra parte è per noi una novità che un corpo umano sottoposto a continue e potenti scariche elettriche non subisca alcuna conseguenza da questo trattamento: basterebbe chiedere a qualcuno che è stato torturato in questo modo, come Jordan Zahar, ad esempio.
L’ispettore De Giorgi dichiarò inoltre in una intervista: «Trovammo anche altri cadaveri, che la banda Collotti buttava in cespugli e anfratti dopo le torture, girando la notte con un furgoncino che aveva sequestrato alla ditta Zimolo». E tra gli “anfratti” (cioè le “foibe”) un teste ha indicato anche il pozzo della miniera di Basovizza: «Nell’estate del ‘44 pascolavamo il bestiame nei pressi del pozzo della miniera di Basovizza ed abbiamo visto più volte venire su due appartenenti alla Guardia Civica (riconosciuti per le loro buffe uniformi di colore blu e verde) che portavano con sé dei civili che, uno alla volta, gettavano dentro il pozzo. Abbiamo notato che spingevano giù sia maschi che femmine. Li vedemmo arrivare un giorno con un furgone della ditta Zimolo»[10]. 
Giuseppina Rovan, che fu anch’essa picchiata e torturata con la “cassetta”, denunciò fra i torturatori il brigadiere Fera e l’agente Mercadanti. Venne condotta ai Gesuiti «in condizioni disastrose di salute (…) sono stata visitata dal medico militare delle carceri (…) al quale ho narrato le torture subite perché perdevo sangue in gran copia dai genitali (…) era dipeso dal fatto che quando sono stata percossa nell’ufficio di Collotti, questi, mentre ero a terra abbattuta e nuda, è montato col peso della persona sul mio ventre (…) il medico ha detto che non poteva fare niente contro gli agenti di via Bellosguardo (…) ai primi di giugno durante la mia detenzione ai Gesuiti una donna proveniente da via Bellosguardo, in seguito a sevizie è stata trasportata all’Ospedale con la CRI, dove, secondo quanto si è narrato in carcere fra noi, è deceduta. Durante tale epoca è morto anche un uomo ai Gesuiti, sempre in seguito alle torture subite in via Bellosguardo (…)»[11].
Rosa Kandus testimoniò al processo contro il “collottiano” Lucio Ribaudo, che «portava i baffetti alla Hitler» e che tra i metodi di tortura pare privilegiasse quello del tubo di gomma, oltre alle sevizie sessuali sulle donne.
«La donna istriana è stata identificata per Angeluccia Paoletti (1893) (…) in data 18/8/44 ore 20.45 giungeva morta alla locale astanteria Ospedale Maggiore (…) in seguito a commozione cerebrale, frattura del braccio destro, frattura del femore sinistro, ferita lacero-contusa al ginocchio destro, gomito sinistro, probabili lesioni interne. La Paoletti era accompagnata dal commissario di polizia Tedeschi dell’ex Ispettorato di Polizia il quale dichiarava all’agente di polizia colà in servizio che detta donna poco prima si era gettata a scopo suicida da una finestra sita al primo piano del palazzo ove aveva sede l’Ispettorato stesso»[12].
Maria Merlach, incarcerata ai Gesuiti, «raccontò a tutte le detenute della cella n. 40 le sevizie che aveva subito (…) aveva il viso stravolto ed era talmente terrorizzata che ad ogni piccolo rumore sussultava». Era stata torturata con la “macchina elettrica” e disse che «preferiva darsi la morte anziché avere a che fare con quella gente. Il giorno in cui vennero gli agenti per prenderla di nuovo e condurla all’Ispettorato, la Merlach in preda ad una convulsione nervosa, si mise a piangere fortemente e diceva povera me, pregate perché io muoio»[13].
«Risulta che Maria Merlach nata a Trieste nel 1911 ebbe a suicidarsi il gennaio 1945 gettandosi in strada dagli uffici della polizia di via Cologna in Trieste, nei quali era stata accompagnata onde essere interrogata quale sospetta di appartenenza alle file partigiane e per sfuggire agli interrogatori stessi»[14].
Umberta Giacomini (nata Francescani), quando fu arrestata il 9/3/44, era incinta di quattro mesi. Il 15 marzo venne “interrogata” da Collotti, che la picchiò selvaggiamente assieme agli agenti Brugnerotto, Sica e Mignacca. A causa di questo abortì ed ebbe una forte emorragia, perciò fu trasportata all’ospedale. Successivamente Mignacca e Ribaudo vennero per riportarla all’Ispettorato, ma date le sue condizioni fisiche (non riusciva neanche a tenersi in piedi), come testimoniò lei stessa «soprassedettero dal tradurmi dal Collotti ed il Ribaudo mi disse pensate che abbiamo avuto pietà di voi perché eravate madre…»[15]. 
«In seguito venni inviata alle carceri dei Gesuiti, poi al Coroneo ed infine ad Auschwitz e mio marito in quello di Dachau, dove rimanemmo 18 mesi (…) Ritornammo dai campi di concentramento ammalati. Mio marito non si ristabilì più e tuttora è invalido»[16].
Marija Fontanot, nata nel 1928, fu arrestata da agenti dell’Ispettorato nella sua abitazione di via Cellini 2, perché «figlia di Bernobic Giuseppe, partigiano». Assieme a loro fu arrestata anche la sublocatrice del loro appartamento, Giuseppina Krismann. Furono portati in via Bellosguardo, dove rimasero per 8 giorni. Marija Fontanot fu ripetutamente violentata in presenza del padre. Le due donne furono poi condotte in carcere ed in seguito deportate ad Auschwitz, da dove furono liberate con l’arrivo dell’Armata Rossa. Quanto a Giuseppe Bernobic, una certa Danila, che era detenuta in via Bellosguardo, disse a Marjia che il padre era stato ucciso in Risiera[17]. 
Ci ha colpito il testo del comunicato del SAP, perché attribuisce ai partigiani esattamente gli stessi comportamenti criminosi dei poliziotti collaborazionisti nel corso della repressione degli antifascisti, agli ordini dell’occupatore germanico.
Ma siamo francamente stufi di tutte queste menzogne e mistificazioni diffuse sulla stampa e sui social, ancora più gravi se fatte da chi dovrebbe essere al servizio della democrazia e non della memoria nostalgica di chi ha tuttora un debole per certe idee e metodi dei tempi bui del secolo scorso.
 
Claudia Cernigoi, 10 febbraio 2019

    
[1] Il Lavoratore, 29/11/59.
[2] Nerina Prodan ed il fratello Pietro.
[3] Corriere di Trieste, 3/2/47, resoconto del processo Gueli.
[4] Il dottor Bruno Pincherle nel corso del processo Gueli.
[5] Corriere di Trieste” 3/2/47, resoconto del processo Gueli.
[6] Corriere di Trieste, 4/2/47, resoconto del processo Gueli.
[7] Diario n. 15, p. 2.438, conservato presso i Civici Musei di Trieste, nota raccolta da Vincenzo Cerceo.
[8] Testimonianza di Giuseppe Giacomini nel “Carteggio processuale Gueli” (archivio IRSMLT n. 914).
[9] Copia di tale perizia è conservata presso l’archivio IRSMLT, doc. 913, corredata dagli schizzi che illustrano i metodi di tortura.
[10] Sul Piccolo” del 3/11/99, dichiarazioni citate in una lettera scritta da Primož Sancin. Che Collotti usasse i carri della ditta di pompe funebri Zimolo è confermato dalla testimonianza della prof. Niny Rocco del CLN triestino (archivio IRSMLT n. 874). Quanto alle divise da Guardia civica, va detto che molti membri della Guardia civica erano stati inquadrati dell’Ispettorato Speciale.
[11] “Carteggio processuale Gueli”, cit.
[12] “Carteggio processuale Gueli”, cit.
[13] Testimonianza di Ada Benvenuti datata 6/2/45, in “Carteggio processuale Gueli”, cit..
[14] Attestazione del Procuratore Generale del 14/11/45, in “Carteggio processuale Gueli”, cit.
[15] Testimonianza di Umberta Francescani Giacomini, moglie di Guido Giacomini, in “Carteggio processuale Gueli”, cit. 
[16] Il Lavoratore, 29/11/54.
[17] Testimonianza di Marija Fontanot Crevatin, archivio IRSMLT 917bis.

La foto (Archivio IRSMLT 912) [https://i2.wp.com/images.bora.la/wp-content/uploads/2013/03/La-Banda-Collotti.jpg] raffigura la squadra volante dell’Ispettorato Speciale, comandata da Collotti, prima di un rastrellamento a Boršt nel gennaio 1945.  Questi i nomi degli agenti identificati: 1: Iadecola Antonio, autista; 2: “Seliska”, fiduciario di Collotti (Rado Seliskar); 3: altro fiduciario di Collotti, “Pap”, triestino (forse Mauro Padovan); 4: un ufficiale delle SS non identificato; 5: Collotti; 6: Andrian Dario, vicecommissario ausiliario, triestino; 7: altro fiduciario di Collotti, triestino, del quale Giacomini non ricorda il nome ma che negli appunti di Galliano Fogar viene indicato come Gustavo Giovannini; 8: Paccosi Bruno, guardia; 9: Simonich Mirko, ausiliario; 10: Greco Matteo, guardia; 11: Romano Gaetano, guardia; 12: “Guardia Alessandro” (dovrebbe trattarsi di Alessandro Nicola); 13: Giuffrida Salvatore 
Dai vari documenti da noi consultati ci risultano scomparsi durante l’amministrazione jugoslava i seguenti 67 agenti (anche ausiliari) dell’Ispettorato Speciale di PS (su un totale di 140 poliziotti scomparsi. Li elenchiamo di seguito, con l’annotazione di ciò che abbiamo saputo di loro.  
Andrian Dario (n. 6 nella foto [ https://i2.wp.com/images.bora.la/wp-content/uploads/2013/03/La-Banda-Collotti.jpg ]) arrestato 2/5/45; Aurino Avelardo, arrestato 2/5/45 [1]; Barezza Salvatore, cuoco presso l’Ispettorato, arrestato 1/5/45; Bilato Massimo, arrestato 1/5/45; Binetti Corrado, come PS risulta in servizio a Lubiana ed ucciso dai partigiani il 14/1/45, come Guardia civica risulta arrestato il 24/5/45 a Trieste e fatto uscire dal carcere di Lubiana il 6/1/46 [2]; Boato Argante, arrestato 4/5/45; Bottiglieri Domenico, anche membro del Sicherheit Dienst, arrestato 1/5/45; Braccini Augusto, arrestato 21/5/45; Bruneo Antonio, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana 6/1/46; Burzachechi Giovanni, già CC, poi anche SS, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 6/1/46; Camminiti Santo, riesumato dall’abisso Plutone (data morte presunta 23/5/45); Carbonini Antonio, arrestato e fatto uscire dal carcere di Lubiana il 6/1/46; Castagna Antonio, squadrista “squadra manganellatori” [3], arrestato 31/5/45; Cattai Mario, arrestato 1/5/45; Cattani Roberto, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana 6/1/46; Cipolli Aldo, anche membro del SI.DI., arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 30/12/45; Conte Mario, , fatto uscire dal carcere di Lubiana il 30/12/45; De Simone Mario, arrestato 1/5/45; Del Papa Filippo, anche agente di custodia, a Gorizia risulta scomparso (d.m.p.) nel gennaio 1945, mentre a Trieste risulta riesumato dall’abisso Plutone (d.m.p. 23/5/45); Della Favera Ferruccio, arrestato 1/5/45; Esposito Carmine, riesumato dalla Grotta del Cane di Gropada; Fabaz Aurelio, arrestato 1/5/45; Fabian Mario, infoibato nel Pozzo della Miniera di Basovizza (4/5/45); Fidanza Giordano, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 23/12/45; Fregnan Emilio, arrestato 2/5/45; Gatta Vittorio, squadrista sciarpa littoria, membro del Direttivo del Fascio, rastrellatore, risulta infoibato presso Basovizza; Geraci Giovanni, già comandante della tenenza dei Carabinieri di Sesana, poi di quella di via Cologna, dopo lo scioglimento dell’Arma entrò nell’Ispettorato, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 30/12/45; Giuffrida Francesco, “uno dei più temuti torturatori della banda Collotti” [4], arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 30/12/45; Greco Matteo (n. 10 nella foto [  https://i2.wp.com/images.bora.la/wp-content/uploads/2013/03/La-Banda-Collotti.jpg ]), riesumato dall’abisso Plutone (d.m.p. 23/5/45); Grieco Pasquale, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 6/1/46; Ingravalle Mauro, risulta anche milite dell’MDT, BN, arrestato il 30/4/45 nella caserma di via Rossetti [5], condotto a Villa Decani e disperso; Krisa (o Crisa) Ottocaro, squadrista, informatore dell’Ispettorato ed interprete della SS, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 23/12/45; Leban Vittorio, arrestato 1/5/45; Luciani Bruno (secondo il Pubblico accusatore di Ajdovščina responsabile degli arresti Wilma Varich, torturata e poi deportata in Germania e di Kavčič Bruno, fucilato dalle SS, Kavčič Antonia e Kavčič Josip, internati in Germania, dei quali Josip non rientrato [6]), arrestato il 21/5/45; Mignacca Alessio, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 30/12/45; Milano Gaetano, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 6/1/46; Minetti Giuseppe, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 6/1/46; Nelli Lanciotto, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 23/12/45; Nicoletti Cesidio, arrestato 2/5/45; Nussak Silvano, arrestato 1/5/45 (secondo il Pubblico accusatore di Ajdovščina responsabile degli arresti di Kavčič Bruno, fucilato dalle SS, Kavčič Antonia e Kavčič Josip, internati in Germania, dei quali Josip non rientrato [7]), Padovan Mauro (forse il n. 3 nella foto [ https://i2.wp.com/images.bora.la/wp-content/uploads/2013/03/La-Banda-Collotti.jpg ]), delatore infiltrato nel movimento di liberazione, scomparso non si sa se a Monfalcone o a Trieste; Pastore Paolo, arrestato 2/5/45, internato a Prestranek e disperso; Pasutto Giovanni, anche informatore della SS, arrestato 6/5/45, morto in carcere a Lubiana 30/8/45; Piani Mario, arrestato 1/5/45 [8]; Piccinini Pietro, riesumato dall’abisso Plutone (d.m.p. 23/5/45); Picozza Antonio, riesumato dall’abisso Plutone (d.m.p. 23/5/45); Pisciotta Salvatore, arrestato 1/5/45; Pisetta Luigi, arrestato 5/5/45; Polidoro Edmondo, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 6/1/46 [9]; Raelli Pietro, morto in carcere a Lubiana; Runce Giuseppe, arrestato 1/5/45; Sabbatini Bruno, squadrista, saccheggiatore di negozi ebraici, anche BN, rastrellatore, arrestato 6/5/45, fucilato ad Ospo; Sangiorgi Leopoldo, arrestato 2/5/45; Santini Bruno, arrestato 1/5/45; Santini Mario, arrestato 1/5/45, disperso a Hrpelje; Scimone Francesco, arrestato 1/5/45; Scionti Giuseppe, arrestato 1/5/45; Sciscioli Gasparo, riesumato dall’abisso Plutone (d.m.p. 23/5/45); Selvaggi Raimondo, riesumato dall’abisso Plutone (d.m.p. 23/5/45); Sfregola Cosimo Damiano, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 6/1/46; Soranzio Ferruccio, detto Crock, infiltrato nei gruppi partigiani, arrestato nel maggio 1945, secondo gli elenchi di Ferenc “fatto uscire”, ma ancora detenuto nella primavera del 1947, come visto precedentemente; Spinella Giovanni, riesumato dall’abisso Plutone (d.m.p. 23/5/45); Stolfa Ezechiele, arrestato 2/5/45; Suppani Mario, uno dei responsabili degli arresti del CLN di febbraio 1945, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 23/12/45; Terranino Pietro, arrestato 3/5/45; Tomicich Giorgio, già sottotenente Esercito Repubblicano, arrestato 1/5/45; Vescera Vincenzo, arrestato 2/5/45; Zarotti Adriano, arrestato 1/5/45, riesumato dalla foiba di Gropada Orlek (d.m.p. 12/5/45); Zian Gustavo, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 23/12/45 [10].
    
[1] Il 10/12/45 si svolse a Trieste, presso la Corte d’Assise Straordinaria, un processo a carico di Migliorini Renzo, Siderini Giuseppe, Buttinaz Giordano, Monacelli Salvatore ed Aurino Avelardo (quest’ultimo contumace) imputati di avere, nel gennaio 1945, «in correità tra loro e Fregnan Fulvio >, tentato di oltrepassare la linea del confine occidentale tedesco per entrare nell’Italia liberata ed organizzare «una resistenza nazifascista >. 
[2] La dicitura “forse fucilato a Lubiana” deriva dalla ricerca di Ferenc, “Kdaj so bili usmrčeni”, pubblicata nel “Primorski Dnevnik” del 7/8/90 .
[3] Nota in AS zks 1584 ae 459.
[4] Nota in AS zks 1584 ae 459.
[5] Nella caserma di via Rossetti era di stanza un gruppo della Guardia civica.
[6] SI AS 1827 fascicolo 34.
[7] SI AS 1827 fascicolo 34.
[8] Altra fonte lo dà come ucciso a Carbonera (TV) con Collotti.
[9] In una nota dell’Ufficio del Pubblico Accusatore leggiamo che nel 1946 Polidoro risultava in servizio presso la Questura di Venezia (nota in AS zks 1584 ae 459).
[10] Nelle citate note del Pubblico accusatore di Ajdovščina troviamo un fascicolo a nome di Ziani Guido, “segretario fascista di Trieste”, responsabile degli arresti di Josip e Ivan Pregarc di Ricmanje. SI AS 1827, fascicolo 34.

 
=== 7 ===
 
Foibe e internati: è necessario ristabilire la verità storica
di Livio Braida
su Il Messaggero Veneto del 7.2.2019, p.41
 
C'era una volta un caro zio, Bruno (deceduto nel 1998), militare della Finanza e combattente in Grecia e Istria durante la Seconda guerra mondiale. Raccontava, con l'ironia di chi ha visto l'impossibile, come alla calata dei titini a Trieste, l'1 maggio 1945, prestasse servizio alla caserma di campo Marzio. "Particolarmente tragica fu la sorte di 86 militari di cui 3 ufficiali, rastrellati nella caserma di campo Marzio e poi spariti nel nulla. Secondo alcune testimonianze tutti i finanzieri furono trucidati e gettati nelle foibe del Carso triestino"(http://www.gdf.gov.it). Così si legge nel sito ufficiale della Gdf sulla tragedia che accadde ai finanzieri in servizio. 
L'ALTRA VERSIONE. Lo zio ne forniva una versione diversa: non "tutti" ma una parte furono "selezionati", per un destino ignoto. C'era anche lui, infatti, ed ebbe la "fortuna" di essere deportato in un campo di prigionia titino, non si sa se presso Aidussina, o addirittura Borvnica, più addentro in Slovenia. Su questo argomento preferiva sorvolare. Alcune cose sono certe: mio padre Albino, suo fratello, come ex-patriota garibaldino - reclutato a fine febbraio 1945 nel raggruppamento del Collio, inquadrato nella Brigata Garibaldi Natisone (come molti coetanei 18-20enni di San Giovanni al Natisone) - prese inutilmente contatto con autorità titine a Trieste, durante i 40 giorni, per perorare la causa del fratello. Inutilmente (la reputazione dei garibaldini non contava a sufficienza per i parenti). Ma la sua forte tempra salvò lo zio. Tornò a casa sui 35-40 chili, non si sa quando, credo entro la fine del 1945.A noi nipoti accennava ai prigionieri del suo campo: qualcuno moriva di fame, altri catturavano ratti. Non si soffermava più di tanto sulla prigionia. Poi, reintegrato nella Gdf della nuova Repubblica, dopo il 2 giugno 1946, percorse con il consueto spirito di servizio e patriottismo la sua carriera, conclusa a Cividale. In seguito fu a lungo segretario della associazione Combattenti di San Giovanni al Natisone. 
CROCIATA ANTI-GARIBALDINA. Mio padre, ex-patriota garibaldino, subì la crociata democristiana anti-garibaldina in Friuli, che ha strumentalizzato Porzus in una logica manichea (bianco-verdi buoni, rossi cattivi), e fu addirittura tacciato di "spia titina". Qualcuno, una spia autentica filo fascista, aveva interesse a farlo fuori, per la sua militanza partigiana convinta, ma non idolatrica. Era partigiano in Italia, non oltre l'Isonzo. Comunque, per non sbagliare, gli venne stroncata la carriera di pilota aeronautico effettivo, decorato con l'argento al valor militare. Non fu reintegrato per filo-titoismo. Ma papà lasciò perdere, malgrado l'enorme menzogna e l'ingiustizia subita. Diceva: "Dei vermi si occuperà la Provvidenza...". 
IL CLIMA DEL DOPOGUERRA. Accennato così ai due destini incrociati dei fratelli, la cosa che alla luce delle polemiche sulla "Giornata del ricordo", risulta incomprensibile come i fratelli, figure moralmente integerrime, non sembrassero assolutamente a conoscenza dei campi di prigionia per internati sloveni, per esempio, quelli a loro vicini, non più di 10 chilometri, come Gonars, Visco; o in Istria, nell'isola di Raab (Arbe). A mio avviso non potevano non sapere. Allora? Purtroppo non ci sono più, prima non ne hanno parlato: possiamo formulare delle ipotesi. A nostro avviso, il clima del dopoguerra non predisponeva nessuno dei due a farne menzione, per ragioni diverse. Primo: il Friuli, di destra o di sinistra, non tollerava il nazionalismo sloveno; nè poi conveniva parlarne allo zio, in quanto pubblico ufficiale della Gdf; né a papà che, da potenziale pilota militare e poi Alitalia, si era riciclato nelle Ferrovie dello Stato, dove fece di tutto, inutilmente, per apparire democristiano, visto il clima di persecuzione antigaribaldino costruito dalla "Osoppo" nel dopoguerra, insieme a tutta la propaganda nazionalista di frontiera. 
LAVARSI LE MANI. Ecco perché appare quanto mai opportuno indagare su quei crimini fascisti con cui l'Italia di De Gasperi e di Togliatti (che fece l'amnistia ai criminali fascisti italiani) si lavò le mani, in nome dell'Atlantismo (piano Marshall, Nato). E, in nome della collaborazione politica economica con la Germania Ovest, si lavò le mani anche dai crimini nazisti (tranne Kappler - Fosse Ardeatine, poi lasciato libero nel 1977, fingendo una fuga; e Walter Reder - Marzabotto). E gli altri? Ufficiali dell'esercito italiano (Borghese della X Mas, Graziani, Roatta: "Si uccide troppo poco in Slovenia"), o criminali nazisti (Wolff capo delle SS, Dollmann, Eichmann, passato in Sud-America tramite l'Italia)? E quelli di Palmanova o di Torlano? È necessario ristabilire la verità storica sui crimini italiani fascisti da sempre taciuti. Perciò, siccome non la fanno parlare in Friuli, cercate le lezioni della storica Alessandra Kersevan su youtube. Per i docenti e gli storici, un punto di vista convincente, soffocato dalla retorica ufficiale.
 
 
=== 8 ===
 
 
Sulla pagina FB "Dieci Febbraio", Claudia Cernigoi l'11 luglio 2018 ha scritto:

Il nonno di Panizzut "scampato alla foiba" era Ermanno Mattioli
e sul libro da lui pubblicato scrivemmo una recensione nel lontano 2006.. La riproponiamo, visto che il nipote persevera nel cercare di mettere il bavaglio a chi non la pensa come lui (ricordiamo che nel 2008 si schierò contro lo svolgimento del convegno “Foibe: la verità. Contro il revisionismo storico” organizzato a Sesto San Giovanni, invitando a manifestare contro). 
Claudia Cernigoi
Ermanno Mattioli: “ISTRIA ‘45-‘46-Diario di prigionia”, Edizioni della Laguna.

Nonostante l’indicazione di copertina, questo libro, proposto come il diario di Ermanno Mattioli, “deportato da Tito”, sarebbe in realtà opera del nipote di Mattioli, Massimiliano Panizzut, il quale, intervenendo nel forum sul sito della Lega Nazionale, ha così scritto: “finalmente sono riuscito a far stampare il diario di prigionia di mio nonno, il polesano Ermanno Mattioli. Italiano, fascista prigioniero dei partigiani yugoslavi (sic) di Tito, alla fine della seconda guerra mondiale” 
Questo libro viene naturalmente spacciato come il “diario” (scritto però diversi anni dopo) di un “prigioniero dei titini”, deportato “sol perché italiano”. Invece, leggendo il testo, si comprende perchè Mattioli sia stato arrestato: è egli stesso ad affermare, ad un certo punto, di sperare che non conoscano (sottinteso i “titini”) tutto il suo curriculum, perché a Pola ha fatto la carriera completa nel fascio, escludendo solo la carica di “federale” (carica ricoperta da Bilucaglia, col quale Mattioli era comunque imparentato per parte della moglie).
Degno di nota quanto scrive il presentatore del libro, Gaetano Valenti (già sindaco di Gorizia): “mi ha molto colpito la data del suo arresto, 2 maggio, data che unisce in una lunga striscia rossa di sangue Gorizia e Pola per l’efferatezza delle deportazioni e uccisioni”. Affermazione molto melodrammatica ma non congrua: Mattioli infatti, leggiamo, non fu arrestato il 2 maggio, ma si presentò spontaneamente ai “titini” il 14 maggio 1945.
Tra i “maltrattamenti” inflittigli, Mattioli cita il fatto di essere stato obbligato a fare la vaccinazione contro il tifo, fatto che a molti (non a lui) provocò una forte reazione con febbre (cosa normale per una antitifica). D’altra parte, se la perfidia dei dirigenti dei campi di prigionia si misurasse col fatto di vaccinare i detenuti, potremmo pensare che i lager nazisti erano il massimo della pietà e della solidarietà umana. 
Mattioli è indicato tra gli “scomparsi” nel “Martirologio” di Gianni Bartoli, nonostante sia rientrato nel ‘46, ed abbia vissuto a Gorizia fino al 1980 facendo l’insegnante. Strano che Bartoli non ne sia stato al corrente.
Panizzut presenterà il suo (o di suo nonno?) libro a Licata il 18 dicembre, in occasione, leggiamo nel sito News Italia Press, dell’intitolazione di una piazza ai “Martiri delle Foibe” (tra i quali, fortunatamente, il nonno non va compreso, essendo sopravvissuto). Assieme a Panizzut un altro “studioso” (così definito nel sito), il triestino Giorgio Rustia. Chissà se Rustia, tanto preciso nel cercare il pelo nell’uovo nei testi che non condivide, sa del rientro di Mattioli oppure lo commemorerà nell’occasione come “infoibato”?
 
L'intervento di Massimiliano Panizzut alla Camera dei Deputati
 
 
=== 9 ===
 
Inizio messaggio inoltrato:
Da: Fabio Muzzolon
Oggetto: Zevio e la strage di Lipa
Data: 23 maggio 2018 22:20:30 CEST

A Zevio (Verona) si era detto di voler dedicare una via -oltre alla già esistente Via Martiri delle Foibe- a un tal Ino Mercanti, "eroe e martire" dell'italianità gettato nelle foibe.
http://www.larena.it/territori/est/zevio/ino-martire-delle-foibeuna-via-avrà-il-suo-nome-1.5440042 ]
Chi era costui? Fu sicuramente un fascista militante che andò a combattere prima nella guerra civile in Spagna a fianco del Generalissimo Franco.
Dopo il suo ritorno, intorno al 1940, se ne ripartì "per lavoro" (raccontano le cronache)  questa volta in direzione opposta, nella odierna Ilirska Bistrica, verso il fronte orientale e quella Jugoslavia a cui l'Italia dichiarò guerra nell'aprile 1941. Il nostro Ino fu in seguito trucidato dai feroci slavo-comunisti.
Questo sito sotto ricostruisce però in modo diverso come andarono le cose da quelle parti in quegli anni:

http://www.memoriaeimpegno.org/storia-e-memoria/2d-guerra-mondiale/rappresaglie-nazi-fasciste/50-la-strage-di-lipa  
Grazie Fabio Muzzolon
SGLupatoto


 

Dopo il 18 settembre 1943, il territorio di Fiume (Rijeka), l'Istria e la Venezia Giulia sono annesse al Terzo Reich. Gli oppositori politici (già attivatisi durante l'occupazione italiana) e i perseguitati dal nazismo sono deportati da questi territori a Trieste, dove sarà attivata la tristemente famosa della Risiera di San Sabba.
Da lì migliaia di persone saranno trasportate verso i campi di concentramento e di sterminio nell'Europa centro-settentrionale sotto il controllo nazista, ma molti vi verranno uccisi e cremati dopo atroci torture.
Infatti, circa la metà delle vittime del forno crematorio di Trieste erano di origine slava, in particolare croata.
La strada che collega direttamente Fiume a Trieste è strategica per i collegamenti dell'esercito tedesco, che ha anche una caserma molto importante a Ilirska Bistrica (oggi in Slovenia, da dove la strada si biforcava in direzione Lubiana o Trieste) ed attraverso essa vengono deportati i civili imprigionati e si spostano i rifornimenti ed i mezzi militari nazisti. Accanto ai nazisti operano milizie fasciste e militari italiani fedeli al Duce.


Lungo questa strada, a Rupa, un piccolo paese dell'altipiano sovrastante Fiume, nella ex-scuola ha sede un drappello fascista, composto da circa venti uomini, che aveva proprio funzioni di controllo di questa importante arteria.
Nonostante questo presidio i partigiani continuano da mesi a ostacolare ed attaccare i convogli tedeschi che passano; a questo punto i fascisti si mettono a controllare assiduamente la popolazione di Lipa, un villaggio a circa 2 km da Rupa e di un suo sobborgo, Novo cracina. 
Gli abitanti del paese vengono avvertiti di prestare attenzione da una ragazza che è fidanzata con un carabiniere di stanza a Rupa, il quale l'ha informata che le cose potrebbero finire male, ma gli abitanti di questi villaggi sono anche familiari dei partigiani e anch’essi profondamente anti nazifascisti, per cui non collaborano.
Il 30 aprile del 1944 i partigiani preparano un attacco contro il presidio di Rupa ed all'alba aprono il fuoco; qualcuno dal presidio riesce a raggiungere una colonna di soldati tedeschi che transita lungo l'arteria principale; mentre il comandante della colonna, composta da circa 30 soldati, decide che azioni prendere, una granata colpisce la colonna stessa uccidendo quattro soldati tedeschi. 
I tedeschi chiamano subito rinforzi da Ilirska Bistrica e quando questi arrivano, sotto la guida del drappello fascista, si dirigono verso il villaggio di Lipa che viene circondato. Il terrore è immediato perchè i primi abitanti che si fanno incontro vengono fucilati all'istante. Tra questi, Ivan Ivancich che, ferito, si finge morto e rimarrà uno dei pochi testimoni della strage. 
Nelle case sono rimasti quasi solamnete le donne i bambini e gli anziani. E contro di essi la violenza dei nazisti si sviluppa feroce. In poco meno di due ore. Le case vengono saccheggiate, molte persone sono uccise con violenza inaudita, alcune decine vengono radunate e stipate in un piccolo edificio all'entrata del paese e intanto le case vengono bruciate una per una. E l'atrocità estrema, dopo un pomeriggio di orrori, si compie con gli ostaggi rinchiusi in quella piccola casa: all'interno, su di essi viene gettata della benzina e vengono bruciati vivi! Chi cerca di scappare dall'edificio viene ucciso a colpi di mitra. Alcuni bambini riusciti a scappare vengono rigettati all'interno della casa in fiamme. Alla fine, i nazisti aiutati dai fascisti cercano di nascondere il massacro facendo saltare l'edificio con la dinamite; ma vengono visti da alcuni ragazzi di Lipa, che avevano portato il bestiame al pascolo, scampati alla strage perchè nascosti nei boschi circostanti il villaggio. 
I morti furono 269, fra cui tre bambine che non avevano neanche un anno.
 
 
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Sullo stesso tema si veda anche:
GUERRA GELIDA A BELGRADO. LE DEPORTAZIONI IN JUGOSLAVIA DALLA VENEZIA GIULIA NEL SECONDO DOPOGUERRA. LA QUESTIONE DEGLI ELENCHI E NUOVE FONTI (di Urška Lampe – su Acta Histriae, 2018 – Doi: 10.19233/AH.2018.28)
Abstract: ... The author reveals also an important investigation, conducted in the second part of the 50-ies by the Italian Institute for National Statistics (Istituto Centrale di Statistica). The secret investigation, which was conducted by the General Commission of the Government for the territory of Trieste (Commissariato generale del Governo per il territorio di Trieste), chaired by the former major of Gorizia Giovanni Palamara, ended in 1959 proposing the following results for the region of Trieste, Gorizia and Udine: death for several reasons after the arrest – 645; deported and repatriated – 1239; deportees who have not returned – 1982...
DOWNLOAD: https://www.academia.edu/38341575/GUERRA_GELIDA_A_BELGRADO._LE_DEPORTAZIONI_IN_JUGOSLAVIA_DALLA_VENEZIA_GIULIA_NEL_SECONDO_DOPOGUERRA._LA_QUESTIONE_DEGLI_ELENCHI_E_NUOVE_FONTI
 
 

ELENCO DEGLI INTERNATI IN JUGOSLAVIA ALLA DATA DEL 17/12/45

QUANTI FURONO GLI ARRESTATI DAGLI JUGOSLAVI NEL MAGGIO 1945?

Da quando è stata istituita la data del Giorno del Ricordo (10 febbraio) sembra che la ricerca storica sugli eventi al confine orientale d’Italia alla fine della seconda guerra mondiale sia diventata del tutto inutile, perché al posto degli storici prendono la parola solo i propagandisti, i politici neoirredentisti, i neofascisti, o semplici persone che pur non avendo alcuna cognizione dei fatti, si ritengono autorizzati a prendere una posizione, il più delle volte del tutto fallace.

Un paio di settimane fa abbiamo letto le parole di un critico d’arte della Biennale di Venezia Daniele Radini Tedeschi: “Tito che aveva invaso Trieste nel 1944, deportando e trucidando 11.000 italiani, causando quel tragico eccidio di massa conosciuto col nome di foibe”.

Affermazioni che dimostrano la totale ignoranza dei fatti da parte di Radini Tedeschi (quantomeno dovrebbe sapere che nel 1944 Trieste era sì invasa, ma dai nazisti), e purtroppo riprese da tanti altri “commentatori” dei social e della carta stampata.

Abbiamo perciò pensato di pubblicare un documento, curato dall’Ufficio del Pubblico Accusatore di Trieste in data 17/12/45, che riprende l’elenco dei nomi degli arrestati dagli Jugoslavi nel maggio 1945 redatto dal “comitato per la ricerca degli internati in Jugoslavia”, arrestati dei quali, secondo i richiedenti, non si aveva notizia. Nella premessa leggiamo che l’elenco è formato di 939 nomi, “molti di meno quindi di quanti parla la propaganda avversaria. Di questi, inoltre, alcuni sono stati giudicati dalla Corte Straordinaria d’Assise, altri si trovano in libertà a Trieste o in altri posti, altri, infine, sono Partigiani Giuliani di cui le famiglie chiedono notizie. Da mettere in rilievo il fatto che molti nominativi risultano essere stati arrestati o fatti prigionieri durante azioni belliche e altri spariti durante ancora la dominazione tedesca e la cui sparizione dovrebbe imputarsi alle forze armate tedesche e non a quelle jugoslave”.

L’elenco è diviso in sezioni: la prima (p. 1-12) comprende 139 nominativi di persone che non risultavano internate e di cui non si avevano notizie (con le accuse che però erano state rivolte nei loro confronti); seguono altri elenchi di 80 internati con le informazioni che erano in possesso dell’Ufficio. Sono segnalati anche nominativi che risultavano rientrati dalla prigionia.

Il documento è interessante soprattutto perché vengono descritte le figure degli arrestati, militi, collaborazionisti, torturatori, rastrellatori e via di seguito, tanto per sfatare il mito degli “arrestati solo perché italiani” o perché si opponevano all’annessione di Trieste alla Jugoslavia.

La posizione presso l’Archivio di Stato di Lubiana (Arhiv Slovenije) è AS 1584 a.e. 141.

 

ELENCO DEGLI INTERNATI IN JUGOSLAVIA ALLA DATA DEL 17/12/45

 

Claudia Cernigoi, 5 settembre 2018

 

[Aggiornamento 26.2.2019: TESTO e AUDIO] Una conferenza di Sandi Volk e la pièce teatrale DRUG GOJKO. Per contrastare il revisionismo ed il negazionismo di chi getta fango sulla Lotta Popolare di Liberazione dei partigiani e sul suo carattere internazionalista

(hrvatskosrpski / slovenščina / français / italiano)
 
Giorno del Ricordo, attacco frontale contro i vicini sloveni e croati
 
1) Prossime iniziative segnalate
– San Stino di Livenza (VE) 16/2
– Empoli (FI) 17/2
– Roma 24/2
2) Tajani andrà a San Sabba. Novelli (FI): "Gravissimo errore aver inserito le Valli del Natisone e Resia e la "romana" Forum Iulii all'interno delle zone di tutela della minoranza linguistica slovena" (da Il Messaggero Veneto, 13.2.2019)
3) Reakcija na skandalozni završetak govora predsjednika Europskog parlamenta (SRP, 12. veljače 2019.)
4) "Viva Istria e Dalmazia italiane", sdegno in Croazia e Slovenia per le frasi di Antonio Tajani (La Repubblica / Radio Capodistria)
 
 
Nel frattempo... commemorazione partigiana in Slovenia – dalla pagina FB di Igor Jerele, 11.2.2019:
1.SPOMINSKI DOLENJSKI BATALJON se je danes 10.2.2019 poklonil spominu na hrabre borce XIV divizije
 
Scarica di insulti a Eric Gobetti sulla pagina FB dell'Unione degli Istriani:
 
FLASHBACK: La storica smaschera il revisionismo e Vespa s'infuria (Libero Pace, 10 feb 2018)
La storica Alessandra Kersevan smaschera le strategie del revisionismo storico sulla questione delle foibe a "Porta a porta". Bruno Vespa s'infuria...
 
Altri link:
 
NATIONALISME : AVIS DE TEMPÊTE POUR LA MINORITÉ SLOVÈNE D’ITALIE (Courrier des Balkans | De notre correspondant à Ljubljana | jeudi 14 février 2019)
Montée de l’intolérance, suppression des aides à la presse et enfin nouvelle loi électorale qui rendra virtuellement impossible l’élection de députés slovènes. L’année 2019 s’annonce très difficile pour la minorité slovène d’Italie, qui compte de 70 000 à 100 000 membres...
 
“PRESIDENTE MATTARELLA NON SI UNISCA PIÙ AL CORO CHE FOMENTA L’ODIO”. LETTERA APERTA AL PRESIDENTE MATTARELLA (di Stojan Spetič, già senatore del PCI, 13 febbraio 2019)
... Vede, Signor Presidente, la legge istitutiva del Giorno del Ricordo fissa la data del 10 febbraio che invece dovrebbe essere una festa per ricordare la firma del Trattato di pace a Parigi nel 1947 quando 21 paesi della vittoriosa alleanza antifascista riconobbero, grazie alla Resistenza che la riscattò, l’Italia come paese cobelligerante e quindi parte della comunità dei paesi democratici e civili, mentre la Germania e l’Austria vennero divise in zone di occupazione militare...
 
PRESIDENTE, NEGAZIONISTA A CHI? TRIESTE NEL GIORNO DEL RICORDO (di Roberto Caligiuri, su Il Manifesto del 10.02.2019)
... In effetti, il clima cittadino si è riscaldato fin dai primi di gennaio: la presentazione del libro di Claudia Cernigoi sulle foibe triestine (Operazione Plutone, ed. KappaVu) sollecita il governatore leghista della regione Fedriga a bacchettare il sindacato dei giornalisti per essere «veicolo di promozione di un convegno negazionista sulle foibe» e la Rai per essere «tv di parte, con un chiaro indirizzo politico». E ancora, sulle foibe, la politica regionale disegna convergenze sorprendenti: di nuovo Fedriga guadagna il sostegno di Serracchiani e Rosato contro la proiezione di un documentario sulle foibe a cura dell’Anpi di Parma... il 2 febbraio Casa Pound inaugura la sede giuliana – la quarta in regione – con il suo presidente nazionale, blindata alla stampa non gradita... a Gorizia, a due giorni dalla cerimonia triestina – nella giornata della cultura slovena e della concordia – il braccio giovanile di Casa Pound affigge alcuni manifesti coi i motti “Devoti alla vittoria” e “Tamburo dell’Avanguardia” proprio sui muri delle scuole superiori slovene. “Nulla accade per caso” ha dichiarato il preside dell’istituto goriziano... E infatti ieri, com’era immaginabile, il “fascismo di frontiera” si è materializzato anche a Trieste col presidio “Trieste non scorda” organizzato dal movimento neonazista “Veneto Fronte Skinheads”, “Comunità Avanguardia Nazionale Norditalia” e “Unione Difesa”... Intanto, attorno alla foiba, proprio accanto ai labari «negazionisti» – questi sì – della Xª Mas e a 700 alpini, ci sono anche 400 studenti provenienti da tutta Italia...
https://ilmanifesto.it/presidente-negazionista-a-chi-trieste-nel-giorno-del-ricordo/
 
 
=== 1: Prossime iniziative segnalate ===
 
San Stino di Livenza (VE), sabato 16 febbraio 2019
dalle ore 18:30 presso la Saletta Comunale, Via Roma
 
IL CONFINE ORIENTALE: UN'ALTRA STORIA
 
interventi dei ricercatori storici del gruppo di Resistenza Storica
Alessandra Kersevan
Piero Purich Purini
 
a cura di B.S. in collaborazione con Collettivo Comunista "Broz" Veneto Orientale
 
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Empoli (FI), domenica 17 febbraio 2019
alle ore 18:30 presso il Circolo Arci Brusciana
Via Senese Romana 132
 
FOIBE E GIORNATA DELLA MEMORIA: TRA REVISIONISMO E RIABILITAZIONE FASCISTA. INCONTRO CON LA STORICA ALESSANDRA KERSEVAN

... Con il contributo della storica e saggista Alessandra Kersevan, una delle più attive ed esperte in questo campo, analizzeremo tutta la storia che viene taciuta, se non addirittura negata, quando si parla di foibe e confine orientale; in modo da avere una visione più completa ed ampia della vicenda aldilà di quella che è ormai la narrazione di questa giornata, quasi totalmente a senso unico, che ci viene offerta dagli organi d'informazione e comunicazione.

L'Iniziativa comincerà alle 18.30 in forma di relazione supportata da immagini e diapositive per rendere più scorrevole l'esposizione.
All'incirca intorno alle 20:30 verrà servita l'usuale apericena-buffet della Domenica, al termine della quale sarà possibile intervenire al dibattito con domande ed osservazioni.

 
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Roma, domenica 24 febbraio 2019
presso il Teatro di Porta Portese, Via Portuense 102

 

RESISTENZA JUGOSLAVA: FOIBE O FRATELLANZA?

 

Una conferenza di Sandi Volk e la pièce teatrale DRUG GOJKO. Per contrastare il revisionismo ed il negazionismo di chi getta fango sulla Lotta Popolare di Liberazione dei partigiani e sul suo carattere internazionalista


ore 16:30 Conferenza
– Andrea Martocchia: "Giorno del ricordo", dove sta il problema?
– Sandi Volk: "Giorno del ricordo", un bilancio 
ore 17:45 Discussione 
ore 18:30 Teatro
DRUG GOJKO di e con Pietro Benedetti
Monologo ispirato alle vicende di Nello Marignoli, partigiano nell'Esercito popolare di liberazione jugoslavo

Promuove: Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia ONLUS
ENTRATA A SOTTOSCRIZIONE LIBERA

LE REALTA' INTERESSATE AD ADERIRE E INTERVENIRE POSSONO CONTATTARCI FINO AL 20 FEBBRAIO: jugocoord@...

 

Evento facebook

Eventuali aggiornamenti saranno riportati anche sulla pagina della iniziativa

 
 
=== 2 ===
 
Fonte: Il Messaggero Veneto, 13.2.2019
 
Il presidente del Parlamento europeo invitato dalla commissaria Bulc
Dalla Slovenia richieste di scuse e dimissioni. Novelli (Fi): «Attacchi inaccettabili»

Foibe, la bufera non si placa
e Tajani andrà a San Sabba

UDINE. Un invito via Twitter rivolto al presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, dalla commissaria europea ai Trasporti, Violeta Bulc, a visitare insieme a lei l'ex campo di concentramento alla Risiera di San Sabba a Trieste. Invito accettato. È questa l'evoluzione della rovente polemica esplosa in seguito alle dichiarazioni di Tajani che domenica, a Basovizza, durante le celebrazioni della Giornata del Ricordo, aveva esaltato «l'Istria italiana» e «la Dalmazia italiana». Parole mal interpretate, secondo il presidente del Parlamento Ue, che ha in seguito precisato che il riferimento andava «agli esuli istriani e dalmati di lingua italiana, ai loro figli e nipoti, molti dei quali presenti alla cerimonia», respingendo le critiche di irredentismo e di rivendicazioni territoriali. Spiegazioni «insufficienti» per il rappresentante della minoranza italiana al Parlamento di Zagabria, Furio Radin, «perché anche noi che siamo rimasti, apparteniamo alla cultura italiana di Fiume e dell'Istria». Una dichiarazione che conferma il clima acceso in Slovenia rispetto alla vicenda che ha registrato prima le prese di posizione del presidente Borut Pahor e del governo guidato da Marjan Sarec, e ieri anche quella del presidente del Consiglio delle organizzazioni slovene Walter Bandelj. «Un politico del livello di Tajani non dovrebbe andate a Basovizza senza sapere quale sia la storia» ha ribadito, definendo offensive le parole del parlamentare italiano. Il ministro degli Esteri sloveno Miro Cerar chiede inoltre «scuse chiare e una presa di posizione netta a favore dei valori europei. Non sono sufficienti le spiegazioni fornite a Strasburgo, la Slovenia aspetta, oltre alle scuse, anche un vero e proprio riconoscimento dell'errore e una condanna della tendenza al revisionismo», ha concluso Cerar. Non bastasse, i Socialdemocratici, Sd, e Nuova Slovenija, Nsi, partito di ispirazione cattolica, invocano senza mezzi termini le dimissioni di Tajani.Ieri il governatore del Fvg Massimiliano Fedriga, rifuggendo la polemica, ha richiamato «l'intervento molto lucido del presidente della Lega Nazionale Paolo Sardos Albertini che ha sottolineato i drammi vissuti dai cittadini italiani nel confine orientale» e il fatto che «anche croati e sloveni sono stati perseguitati da un regime comunista titino che non guardava in faccia a nessuno se non alla gestione del potere utilizzando, sporcando e umiliando le vite umane». Sull'intervento poi del vicepremier Matteo Salvini, con riferimento ai bambini morti nelle Foibe («e ce ne sono stati diversi», ha sottolineato Fedriga) e ad Auschwitz, il presidente del Fvg ha aggiunto: «C'è stata una persecuzione purtroppo drammatica alla stessa maniera, non penso che i morti si misurino in numeri o in serie A o serie B. Questo è un discorso responsabile penso condiviso da tutti». Definisce «incredibili e inaccettabili gli attacchi dei governi sloveno e croato al presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani» il deputato di Forza Italia Roberto Novelli. «Vale la pena forse ricordare che se fosse stato per il maresciallo Tito nelle nostre terre avremmo portato per decenni la stella rossa sul berretto. Non è solo la storia a rendere inaccettabili le reazioni scomposte di questi giorni, è anche l'attualità - aggiunge Novelli - che racconta di un tentativo subdolo di slovenizzare, grazie alle concessioni della legge 38 del 2001, zone del Friuli, come ad esempio le valli del Natisone e Resia».«Dove fortunatamente ha fallito Tito con la forza delle armi - rincara il parlamentare azzurro - vogliono riuscire loro forzando la storia e sfruttando i benefici di una legge che, per un gravissimo errore, ha inserito le Valli del Natisone e Resia e la "romana" Forum Iulii, all'interno delle zone di tutela della minoranza linguistica slovena. Un falso storico - conclude - questo sì grave, altro che le dichiarazioni di Tajani».
 
 
=== 3 ===
 
 

Reakcija na skandalozni završetak govora predsjednika Europskog parlamenta

 

PRSTE K SEBI ANTONIO TAJANI!

Predsjednik Europskog parlamenta Antonio Tajani govorio je na Danu sjećanja na žrtve fojbi u Bazovici i govor završio usklikom “Živio Trst, živjela talijanska Istra, živjela talijanska Dalmacija!”

Ideja da su Istra i Dalmacija dijelovi Italije bila je jedna od temeljnih ideja talijanskog fašizma. Iako je prepuštanje Istre i Dalmacije Italiji počelo Rapalskim ugovorima, kao dio ratnog plijena iz 1. svjetskog rata, dokrajčeno je još sramotnijim Rimskim ugovorima o razgraničenju između Italije i NDH koje je potpisao Pavelić.

Zemaljsko antifašističko vijeće narodnog oslobođenja Hrvatske, pozivajući se na pravo naroda na samoopredjeljenje, svojom je »Odlukom o priključenju Istre, Rijeke, Zadra i ostalih okupiranih krajeva Hrvatskoj« od 20. rujna 1943. godine potvrdilo već ranije donesenu Pazinsku odluku o sjedinjenju. U tom su dokumentu ništavnim proglašeni prethodni ugovori Kraljevine Jugoslavije i tzv. Nezavisne Države Hrvatske s Italijom, kojima su Istra, Dalmacija i otoci pripali Italiji.

[FOTO / SLIKA: "Odluka o priključenju Istre, Rijeke, Zadra i ostalih okupiranih krajeva Hrvatskoj (ZAVNOH, 20. rujna 1943.god.)
 

U Italiji (kao i kod nas!) postoje snažne revizionističke struje, ali ovo je prvi put da je jedan visoko pozicionirani čelnik EU-a kazao nešto ovako sramotno.

Najoštrije osuđujemo imperijalističku i profašističku izjavu gospodina Tajanija koja nije dostojna funkcije koju obnaša. Istra i Dalmacija su svoju slobodu i priključenje matici zemlji krvavo izborile u Narodnooslobodilačkoj borbi. Revidiranje povijesti neće proći!

NO PASARAN!

 
=== 4 ===
 
 
"Viva Istria e Dalmazia italiane", polemica in Croazia e Slovenia per le frasi di Antonio Tajani
 
Proteste dei premier sloveni e croati e degli eurodeputati croati dopo il discorso del presidente del Parlamento europeo in occasione della Giornata della memoria per le vittime delle foibe. Lui si difende: "Nessuna rivendicazione territoriale"
 
11 febbraio 2019
 
ZAGABRIA - Stanno suscitando forti polemiche in Croazia e in Slovenia le frasi pronunciate ieri dal presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, in occasione delle commemorazioni per le vittime delle foibe. Al termine del discorso tenuto alla foiba di Basovizza per la Giornata del ricordo, Tajani ha esclamato: Viva Trieste, viva l'Istria italiana, viva la Dalmazia italiana, viva gli esuli italiani, viva gli eredi degli esuli italiani", "evviva coloro che difendono i valori della nostra Patria". Dopo i primi attacchi lo stesso Tajani è intervenuto nella seduta plenaria dell'Europarlamento per difendersi, spiegando di non aver voluto dare alcun carattere di "rivendicazione territoriale" alle sue parole.
 
Il premier solveno Marjan Sarec ha condannato con forza le parole di Tajani, definendole espressione di un "revisionismo storico senza precedenti". "Il fascismo era un fatto, e aveva lo scopo di distruggere il popolo sloveno", ha scritto il premier sul suo account Twitter.
 
 
Subito dopo è arrivata la condanna del premier croato, Andrej Plenkovic: "Rifiutiamo la sua affermazione che contiene elementi di rivendicazioni territoriali e di revisionismo. Il Governo e la Hdz sono fortemente contrari", ha affermato il premier ai microfoni dell'emittente N1. Plenkovic ha aggiunto inoltre di aver sentito telefonicamente Tajani e di avergli chiesto dei chiarimenti,

Anche la ministra degli Esteri croata, Marija Pejcinovic Buric, ha condannato le parole di Tajani, parlando di "revisionismo storico inaccettabile, soprattutto perché proviene da un alto funzionario che rappresenta il Parlamento europeo", una delle istituzioni dell'Ue, che, ha ricordato, "è stata fondata con l'intenzione ch in Europa non si ripetano mai più le guerre". "Tali dichiarazioni sono assolutamente inappropriate, soprattutto se espresse dal presidente del Parlamento europeo", ha aggiunto.. Per Pejcinovic Buric simili messaggi possono giovare solo a coloro che vogliono un'Europa diversa da quella che da sempre viene costruita dall'Unione europea. "Sono contrari allo spirito della riconciliazione, della convivenza e di tutti i valori della civiltà su cui è stata costruita l'Ue", ha detto.

 
Quasi tutti gli eurodeputati croati hanno condannato oggi l'uscita di Tajani, ritenuto incongrua con il suo ruolo ai vertici delle istituzioni europee. "È una vergogna per il presidente del Parlamento europeo. Ha perso la mia fiducia", ha brevemente commentato su twitter Ivan Jakovic, eurodeputato della Dieta democratica istriana (Ddi), partito regionalista istriano di centro-sinistra. Secondo Dubravka Suica, dell'Unione democratica croata (Hdz), al governo a Zagabria, "parlare dell'Istria e Dalmazia italiane è un relitto di tempi passati".

Il presidente del Parlamento europeo si è difeso nel corso della seduta plenaria a Strasburgo: "Nel corso del mio intervento di ieri ho voluto sottolineare il percorso di pace e di riconciliazione tra i popoli italiani, croati e sloveni e il loro contributo al progetto europeo - ha detto Tajani - Il mio riferimento all'Istria e alla Dalmazia italiana non era in alcun modo una rivendicazione territoriale. Mi riferivo agli esuli istriani e dalmati di lingua italiana, ai loro figli e nipoti, molti dei quali presenti alla cerimonia".  E ha concluso: "Mi spiace se il senso delle mie parole sia stato mal interpretato. Non era mia intenzione offendere nessuno. Volevo solo inviare un messaggio di pace tra i popoli, affinché ciò che è accaduto allora non si ripeta mai più".
 
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Il premier Šarec reagisce alla cerimonia di Basovizza: "Il fascismo aveva come obiettivo quello di distruggere il popolo sloveno"

Dopo la cerimonia di ieri a Basovizza, in occasione della Giornata del Ricordo, non si sono fatte attendere le reazioni slovene

11/2/2019 14:09:16 | Capodistria | Radio Capodistria
 
Il capo dello stato Borut Pahor, in una lettera inviata al presidente italiano Sergio Mattarella, ha espresso preoccupazione a causa di quelle che sono state definite “inaccettabili dichiarazioni di alti esponenti dello stato italiano (…) che vorrebbero far credere che le foibe furono pulizia etnica”. 

Dura reazione anche del premier sloveno Marjan Šarec che in un tweet ha parlato di falsificazioni e revisionismo storico senza precedenti, messo in atto da alti politici e persino da funzionari dell’Unione europea. Šarec ha anche aggiunto che il fascismo aveva come obiettivo quello di distruggere il popolo sloveno.

Pronta risposta del leader dell'opposizione Janez Janša che con un altro tweet ribattuto a Šarec dicendo che è lui a travisare la storia e aggiungendo che il fascismo ed i suoi crimini orribili sono stati smascherati, mentre Mussolini è stato impiccato dagli stessi italiani. "In Slovenia - ha aggiunto Janša - i comunisti sloveni in pochi mesi hanno ammazzato più sloveni che i fascisti in vent'anni".

In una nota il Ministero degli esteri ha parlato di un’interpretazione unilaterale e selettiva della storia, non in linea con lo spirito europeo. Nella missiva si esprime preoccupazione per quelle che sono definite “affermazioni che vanno sulla via del revisionismo storico e non sono in linea con i fondamenti dell’Unione europea, definiti nella Carta di Helsinki sulla sicurezza e la stabilità in Europa”. Per il Ministero degli esteri la base per la comprensione di quanto accaduto durante la guerra ed il dopoguerra sta nella relazione della Commissione storica italo slovena, che ha analizzato i rapporti tra italiani e sloveni dal 1880 al 1956..

Il ministro degli esteri, Miro Cerar, ha precisato che la retorica di Tajani è assolutamente inaccettabile, ma ha anche auspicato la questione si chiuda e non si ripeta più. Nodo del contendere le dichiarazioni sull’Istria e la Dalmazia italiana del presidente del parlamento europeo.

L’eurodeputata socialdemocratica Tanja Fajon ha accusato di revisionismo Tajani, che assieme al capo dello stato Sergio Mattarella e al ministro dell’Interno Matteo Salvini sono stati additati di “risvegliare il fascismo”. La Fajon, insieme all’europarlamentare del Partito dei pensionati Ivo Vajgel, se l'è presa anche contro la mostra sull’esodo organizzata all’europarlamento nei giorni scorsi. Vajgel non mancato nemmeno di protestare vibratamente per la parole di Salvini e Tajani. 

ll vicepresidente dei socialdemocratici, Matjaž Nemec, tornando alla cerimonia di Basovizza, ha detto che i rappresentanti italiani hanno parlato di “fatti irreali” presentati in “una luce diversa”. Per Nemec oggi come cent’anni fa si sta rinfocolando il fascismo. Il presidente del partito Dejan Židan invece ha parlato di dichiarazioni che turbano la serenità ed ha invitato, per il bene dei rapporti reciproci, ad interpretare i fatti in linea con il rapporto della Commissione storica mista italo – slovena.

Il deputato capodistriano della Sinistra, Matej Tašner Vatovec ha chiesto al governo di inviare una nota di protesta per le parole di Salvini e Tajani, per i manifesti di CasaPound di fronte alle scuole Slovene di Gorizia e di agire per la tutela della minoranza slovena in Italia.

Alle reazioni dei politici si sono aggiunte anche quelle di personaggi più o meno influenti sui social. A finire nel mirino, fin da venerdì scorso, anche il film Red Land, che narra la vicenda di Norma Cossetto, bollato come una mera operazione di propaganda fascista e di revisionismo storico. Più di un appunto è piovuto anche su Unione Italiana e sulla Comunità autogestita della nazionalità italiana di Isola che il 22 ed il 23 febbraio prossimo organizzeranno una proiezione privata della pellicola.

Stefano Lusa
 
 
... Solo nel 2015, a seguito dello scandalo scoppiato sul caso del repubblichino Paride Mori e quindi alla scoperta di centinaia di riconoscimenti assegnati a caduti che “facevano volontariamente parte di formazioni non a servizio dell’Italia”, l’ANPI ha chiesto di sospendere gli effetti della Legge sul GIORNO DEL RICORDO. Viceversa i termini per i suddetti riconoscimenti sono stati prorogati per ulteriori 10 anni: di qui nel 2016 una lettera dell’allora presidente nazionale ANPI Carlo Smuraglia con richiesta di chiarimenti, in particolare, agli esponenti PD Del Rio e Serracchiani, lettera cui non è stata data alcuna risposta pubblica.
A dicembre 2016 il Comitato Nazionale ANPI approvava il documento “Il confine italo-sloveno. Analisi e riflessioni”, sintesi di un seminario interno organizzato per dipanare le questioni, nel quale però non si affronta la questione dei “premiati” né si contesta l’istituzione del GIORNO DEL RICORDO...