# Introduzione,
bibliografia, collegamenti (IN
COSTRUZIONE)
Peter Handke è il più grande drammaturgo contemporaneo
di lingua tedesca. Di Handke è il libro Gerechtigkeit fuer
Serbien - Eine winterliche Reise zu den Flüssen Donau, Save, Morawa und
Drina (Suhrkamp
1996
- nella versione italiana: "Giustizia
per
la Serbia - Viaggio d'inverno lungo i fiumi Danubio, Sava, Morava e
Drina", Einaudi 1996), nonchè una "Appendice estiva" al Viaggio
d'Inverno, Sommerlicher
Nachtrag zu einer winterlichen Reise
(sempre per i tipi Einaudi nell'edizione italiana: "Appendice Estiva a
un viaggio d'inverno", Einaudi 1997, lire 10mila).
Entrambi i racconti, insieme a tutte le prese di posizione dell'autore
contro la disinformazione e la demonizzazione del popolo serbo, hanno
suscitato grande scandalo soprattutto nei paesi di lingua tedesca.
Già nel 1991 Handke era stato al centro di una forte polemica
con Milan Kundera, che viceversa aveva proclamato il suo sostegno
all'indipendenza slovena nel nome della Mitteleuropa. Si legga
in proposito l'Addio al
sognatore del nono paese (in
italiano all'interno di "Jugoslavia
perche'", a cura di Tommaso
di Francesco) e l'intervista pubblicata su "Ai confini e nei
dintorni del nono paese",
ed. Braitan, Brazzano 1994 (lire 15.000).
Per il teatro, sugli stessi temi Handke ha scritto "Viaggio in
piroga" e "Un
disinvolto mondo di criminali" (Einaudi 2002).
Di Handke, sul "Tribunale ad hoc" dell'Aia e sul
"processo" a Milosevic, ricordiamo in particolare il testo: "Le
Tablas di Daimiel - relazione di un testimone di passaggio sul processo
contro Slobodan Milosevic". Esso risale al gennaio 2005, ed
è
apparso nel fascicolo estivo 2005 del bimestrale tedesco "Literaturen".
Una lunga recensione, a cura di Italo Slavo, è leggibile qui:
http://www.cnj.it/documentazione/phandke05.htm
# Parliamo dunque della Jugoslavia
di Peter Handke

Questo articolo dello scrittore e drammaturgo austriaco
censurato dalla Comédie Française «perché è andato al funerale
di Milosevic», è uscito mercoledì 10 su Libération, è stato
pubblicato su Il Manifesto del 12 Maggio 2006, ed è ora
ripresentato qui in una traduzione più corretta a cura del CNJ.
Finalmente,
dopo più di un decennio di linguaggio giornalistico a
senso (e a non-senso) unico, sembra che si stia creando un'apertura
in Francia nella stampa (1), forse non soltanto in Francia, per
parlare in modo diverso - o semplicemente per cominciare a parlare -
della Jugoslavia.
Sembrano divenuti possibili un dibattito, una discussione, un
discorso, una fruttuosa contesa, un interrogarsi comune, e narrazioni
che si parlano... Prima c'era il nulla e ancora il nulla,
diffamazioni al posto del dibattito, costruite con parole
prefabbricate, ripetute all'infinito e utilizzate come armi automatiche.
Allarghiamo dunque questa breccia o apertura, questa primavera di
parole. Ascoltiamoci finalmente gli uni e gli altri invece di urlare
e abbaiare da due campi nemici. Ma non tolleriamo più nemmeno quegli
esseri (?), quelle anime (?) cattive (!) che, nel tragico dilemma
jugoslavo, continuano a lanciare parole-proiettili come
«revisionismo», «apartheid», «Hitler», «dittatura sanguinaria», ecc.
Fermiamo ogni paragone e parallelo su quello che riguarda la guerra
nella Jugoslavia. Restiamo agli avvenimenti che, come avvenimenti di
una guerra civile, innescata o almeno coprodotta da un'Europa in
malafede o, perlomeno, ignorante, pure se già messi a nudo restano
per tutte le parti comunque terribili. Smettiamola di paragonare
Slobodan Milosevic a Hitler. Smettiamola di paragonare lui e sua
moglie Mira Markovic a Macbeth e alla sua Lady o di fare paralleli
tra la coppia e il dittatore Ceausescu e la sua donna. E non usiamo
mai più per i campi disseminati nella guerra di secessione in
Jugoslavia l'espressione «campi di concentramento».
E' vero: c'erano campi intollerabili tra il 1992 e il 1995 nel
territorio delle Repubbliche jugoslave, soprattutto in Bosnia. Però
smettiamo di legare meccanicamente nella nostra testa questi campi ai
serbi bosniaci: c'erano anche campi croati e anche campi musulmani, e
i crimini che vi sono stati commessi vengono e verranno giudicati dal
Tribunale dell'Aja. E, finalmente, smettiamola di legare i massacri
(dei quali - al plurale - quelli di Srebrenica del luglio 1995 sono
di gran lunga i più atroci) alle forze armate o ai paramilitari
serbi. Ascoltiamo anche - finalmente - i sopravvissuti ai massacri
compiuti dai musulmani nei numerosi villaggi serbi attorno a
Srebrenica - musulmana - massacri commessi e ripetuti nei tre anni
che precedettero la caduta di Srebrenica, stragi guidate dal
comandante di Srebrenica che portarono nel luglio 1995 - una vendetta
infernale e una vergogna incancellabile per i responsabili
serbobosniaci - alla grande mattanza, e per una volta la parola che è
stata spesso ripetuta è davvero giusta, «la più grande in Europa dopo
la Seconda guerra mondiale». Aggiungendo questa informazione: che
tutti i soldati e gli uomini di Srebrenica che sono fuggiti dalla
Bosnia serba traversando il fiume Drina, la frontiera tra i due
Stati, fuggivano in Serbia, paese all'epoca sotto l'autorità di
Milosevic, che tutti questi soldati arrivando nella cosiddetta Serbia
nemica venivano salvati, senza che lì si verificassero uccisioni o
stragi.
Sì, ascoltiamo, dopo aver ascoltato «le madri di Srebrenica», anche
le madri o una sola madre del vicino villaggio serbo di Kravica,
raccontare il massacro del Natale ortodosso 1992-1993, perpetrato
dalle forze musulmane di Srebrenica, un massacro anche contro le
donne e i bambini di Kravica (il solo crimine per il quale vale la
parola genocidio).
E smettiamola di associare gli «snipers» di Sarajevo ciecamente ai
«serbi»: la maggior parte dei caschi blu francesi uccisi a Sarajevo
furono vittime dei cecchini musulmani. E smettiamola di collegare
l'assedio (orribile, stupido, incomprensibile) di Sarajevo
esclusivamente all'armata serbobosniaca: nella Sarajevo degli anni
1992-1995, decine di migliaia di civili serbi rimasero bloccati nei
quartieri del centro, come Grbavica, che a loro volta erano assediati
- eccome se lo erano! - dalle forze musulmane. E basta attribuire gli
stupri soltanto ai serbi. Smettiamola di collegare le parole in modo
unilaterale, alla maniera del cane di Pavlov. Allarghiamo l'apertura
che ci si presenta. Che la breccia non sia più ostruita da parole
marce e avvelenate. Resti fuori ogni mente malvagia. Abbandoniamo
finalmente questo linguaggio. Impariamo l'arte della domanda,
viaggiamo nel paese sonoro, in nome della Jugoslavia, in nome di
un'altra Europa. Viva l'altra Europa. Viva la Jugoslavia. Zivela
Jugoslavija.
(1) Tra gli altri, gli articoli di Brigitte Salino e di Anne
Weber su
Le Monde del 4 maggio, il commento di Pierre Marcabru nel
Figaro
dello stesso giorno e l'appello di Christian Salmon su
Libération del 5.
INTERVISTA A PETER HANDKE
effettuata dal giornalista televisivo tedesco
Martin Lettmayer nel gennaio 1997 e trascritta in
inglese sul sito del Congresso dell'Unità Serba. Le note tra
parentesi quadre sono del traduttore J. Peter Maher, a meno di altra
indicazione.
Un'altra
intervista in lingua inglese
Oggi, molte settimane dopo l'apparizione del
suo libro, come si sente?
Come mi sento? Bene, sono contento di averlo
scritto. Naturalmente sono grato al mio editore che lo ha pubblicato,
dopo che ha riscosso tanta attenzione sui quotidiani.
E' stato pubblicato per questo o nonostante
questo?
No, si era già deciso che questa storia sulla
Serbia sarebbe uscita un paio di settimane dopo il pezzo sulla
Suddeutsche Zeitung.
L'idea di scrivere un libro e' nata insieme
alla sua decisione di intraprendere il viaggio?
Il viaggio volevo farlo comunque. Durante il
viaggio, come ho sottolineato altrove, non ho preso appunti su quanto
vedevo in Serbia. E' stato durante il
viaggio di ritorno, lasciata la Serbia, mentre guidavo attraverso
l'Ungheria verso Ovest, attraverso l'Austria e la Germania, che
gradualmente mi sono reso conto del contrasto tra i vari paesi, ed ho
sentito che bisognava scrivere qualcosa sulla Serbia. In questi anni
non mi era mai accaduto. Cosi', l'idea del libro mi e' venuta durante
il viaggio di ritorno.
Qual e' stato il fattore decisivo?
Come ho detto, tutte le storie che ho letto
riguardanti la guerra sono state scritte come di fronte ad uno
specchio. Io volevo arrivare al di la' dello specchio. Non si e' mai
scritto niente sulla Serbia in quanto paese [durante la guerra].
Un'unica volta ho trovato qualche cosa su Belgrado, ma sempre frammista
ad una marea di cliché: "e' tutto grigio, nessuno vuole parlare,
l'opposizione e' debole, i feriti di guerra non hanno modo di ritornare
a casa", ecc. ecc. Ogni reportage era lo stesso, e sempre
Belgrado...Pensai che mi sarebbe piaciuto andare in Serbia, ma fuori,
in campagna. Volevo farlo, dovevo andare nella Bosnia martoriata dalla
guerra, ma non come la gran parte dei giornalisti. Loro arrivavano
sempre da Ovest. Io volevo arrivare in Bosnia dalla parte opposta,
dall'Est, attraverso la Serbia e passando la Drina, il fiume che segna
il confine con la Bosnia. Ecco il mio piano di viaggio. Nessuno lo
aveva fatto in tutti e cinque Gli anni di guerra.
Si sentiva adirato... per questi reportage dei
media?
Si. All'inizio credevo ai reportage, ma sentivo
che non c'era equilibrio. Continuavo a sentire lo stesso giro di frasi,
la stessa contorsione grammaticale e nella scelta dei vocaboli...
Sentivo che o non poteva essere, oppure, se e', allora ognuno - che sia
giornalista o scrittore - almeno ha il dovere di considerare l'altra
parte senza fare un processo.
Una volta un giornalista ha scritto: "se
osservi dalla torre d'avorio, allora e' tutto uguale".
Beh, per me non e' tutto uguale, perche' io da
sempre mi sento vicino alla Jugoslavia, e' stato cosi' per tutta la mia
vita, a cominciare dai miei avi, che erano slavi, della Slovenia, o
meglio della minoranza slovena che si trova in Carinzia, da parte di
mia madre. In secondo luogo, per me la Jugoslavia era l'Europa. Io ci
andavo, anche a piedi, non solo in autobus o in macchina o in
aereoplano. La Jugoslavia, per quanto frammentata sia potuta essere,
era il modello per l'Europa del futuro. Non l'Europa come e' adesso, la
nostra Europa in un certo senso artificiale, con le sue zone di libero
scambio, ma un posto in cui nazionalita' diverse vivono mischiate l'una
con l'altra, specialmente come facevano i giovani in Jugoslavia, anche
dopo la morte di Tito. Ecco, penso che quella sia l'Europa, per come io
la vorrei. Percio', in me l'immagine dell'Europa e' stata distrutta con
la distruzione della Jugoslavia.
Questa immagine dell'Europa... multiculturale,
multietnica... [confuso]?
Si, certo, cosi'. Ma non sopporto piu' la parola
"multi-culturale". E' stata una scusa disonesta per far nascere dal
nulla uno stato musulmano in Bosnia. Non posso accettarla, se la parola
e' applicata a Sarajevo. Se invece ci si riferisce alla vecchia
Jugoslavia, dove le nazionalita' vivevano insieme, l'una con l'altra,
eppur autonomamente, allora posso accettare le parole "multi-etnica" e
"multi-culturale" - non, tuttavia, se ci si riferisce alla Bosnia. Per
me creare uno Stato da quella che era una regione, una pura unita'
amministrativa - e questa era la Bosnia nella vecchia Jugoslavia - e'
stata una infamia. La Bosnia non aveva mai costituito uno Stato
sovrano. Per me, creare Stati autonomi in Slovenia,
Croazia e Bosnia-Erzegovina
e' stato proprio come fabbricare delle menzogne storiche. All'inizio
credevo anch'io a tutto il discorso sulla liberta' ed i suoi paladini,
in lotta contro il "panzer"-comunismo per la multietnicita'...
All'inizio ci credevo. Ma adesso non credo piu' ad una sola parola di
tutto cio'.
Come spiega che gli sloveni ed i croati
abbiano improvvisamente voluto i loro Stati nazionali?
Era un momento opportuno. Io non sono un
commentatore politico e non lo saro' mai. Era un momento favorevole,
dopo la morte di Tito, un momento in cui
ognuno ha potuto scapicollarsi ad afferrare quanto piu' poteva per se'
stesso.
E' stato scritto troppo poco su quello che ha
fatto Hitler, insieme con la Chiesa Cattolica,
nei Balcani. Anche la Chiesa Cattolica e' stata terribilmente dannosa
in Croazia, a tutti gli effetti fondamentalista e distruttiva - forse
in misura solo un po' minore in Slovenia. E sui crimini commessi in
Croazia durante la Seconda Guerra Mondiale dalla Chiesa Cattolica e dal
nazismo, dal nazionalismo... C'era il campo di concentramento di
Jasenovac, dove sono stati eliminati tra i seicentomila e gli
ottocentomila serbi, ebrei, ed anche musulmani. Questo ha portato alla
rivalsa degli uomini di Tito per i crimini del regime degli ustascia in
Croazia e dei domobranci in Slovenia. Ci sono state deportazioni,
spesso ingiustificate, dalla Croazia e dalla Slovenia verso tutta
l'Europa, in Argentina, ed anche in
America.
Il terreno di coltura in cui si sono poste le
basi per la distruzione della Jugoslavia e' la Croazia, con la sua
ignota storia nazi-cattolica della Seconda Guerra Mondiale, ed anche
prima. Noi europei, e tutto il mondo attorno, sappiamo troppo poco di
tutto questo. E proprio mentre la storia degli ebrei prima e durante la
Seconda Guerra Mondiale viene esaminata e chiarita, come ho detto nel
mio libro, adesso e' necessario portare alla luce tutto quello che ha
fatto il fascismo durante la Seconda Guerra mondiale in Jugoslavia, ed
il suo Olocausto degli ebrei.
A piu' riprese sentiamo pronunciare la parola
"Jasenovac". Questo per i serbi e' un trauma. La guerra attuale,
nonostante il lungo intervallo di tempo intercorso, e' in fondo una
continuazione di quella di 40 anni fa?
Si, e' una metamorfosi, anzi: una metastasi, come
si dice per il cancro. E' una continuazione della Seconda Guerra
Mondiale. E' significativo che, mentre i Croati conquistavano l'area di
Jasenovac [di nuovo il primo maggio 1995, dopo le
distruzioni del 1991; n.d.crj], abbiano distrutto ogni monumento
a chi li' fu ucciso. Il campo di Jasenovac - in quanto monumento - e'
stato distrutto di nuovo quest'anno [1996]. E' significativo. Ecco che
cosa mi ha portato a scrivere.
Il suo libro non e' proprio politico, oppure
si?
Che vuol dire "politico"? Il mio libro tratta dei
problemi. Racconta dei problemi, i problemi che ha un lettore di
quotidiani a capire. Parla dei problemi di un lettore di storia. Parla
dei problemi di visuale di uno che osserva una foto, i problemi di uno
spettatore televisivo. Parla inoltre dei problemi di come un lettore
distante, come me, come quasi tutti noi, come veda, come legga i
reportage di guerra. La critica e' rivolta alle strutture. Uno critica
le forme estetiche della tecnica di ripresa, della grammatica,
dell'arte dell'inviato di guerra. Al mio libro vengono rivolte critiche
di cecita' estetica. La politica e la poetica si fondono nel mio libro.
E' perche' lei afferma che tanto il politico
quanto il poetico sono presenti nella sua storia sulla Serbia.
Non c'e' contraddizione.
C'e' una frase nel suo libro: "Wilhelm, non
farti instupidire dal tuo afflato poetico verso il mondo".
Io ci ho messo tanto prima che il mio sentimento
per il mondo divenisse sentimento poetico, un sentimento delle piccole
cose, un sentire i "pars pro toto". Io credo che nei piccoli
fenomeni si possa intravedere un grande affresco. E' un metodo
induttivo (...). Mi piace partire dal fenomeno piccolo e vedere dove
riesco ad arrivare. Naturalmente voglio andare il piu' lontano
possibile. Questo e' il processo induttivo, o poetico.
Anche Peter Handke può essere tratto in
inganno talvolta dal suo senso poetico per il mondo? A questo ha
pensato qualche volta, o no?
No, non posso esserlo. Se e' inganno allora e',
come si dice, un metodo del tipo 'prova e sbaglia': uno impara dai
propri errori. Ecco il mio atteggiamento di base quando scrivo delle
cose del mondo. Sbagliando mi rendo conto di cosa non andava. Non posso
affermare in anticipo che quello che scrivo e' la verita', ma facendo
un errore capisco come puo' essere la verita'. E' tutto qui il mio
lavoro di narratore.
C'e' un'altra frase: "Se solo la dimensione
poetica e quella politica potessero essere una ed una sola..." In
questo libro lo sono solo parzialmente?
Io penso che non siamo molto lontani da una
sintesi ideale tra la dimensione storica, quella politica e quella
poetica, proprio come tre percorsi separati che si riuniscono formando
una specie di radura dentro ad un bosco, il bosco della storia. Non
sono molto lontano da questo.
Cito ancora: "Quella sarebbe la fine della
nostalgia, e la fine del mondo". E lei ha detto da qualche parte di non
sapere, dopo la pubblicazione del libro, se non tornerà mai a scrivere
qualcosa.
E' assurdo. Questo e' quello che hanno scritto di
me solo come per reagire al mio libro sulla Serbia. In primo luogo,
vogliono reagire proprio contro la mia impudenza per aver scritto
questa storia. (...) [Qui inizia un lungo scambio di battute di
argomento letterario che poco hanno a che vedere con il problema della
Serbia]
Lei ha affermato che l'osservazione vale di
piu' dell'immaginazione quando si scrive.
Per quanto riguarda i libri, in altre parole la
letteratura - in una parola, la scrittura - io non sono un amante del
fantastico. A questo riguardo uno scrittore svizzero, Ludwig Hohl, ha
detto che la fantasia e' una evocazione degli oggetti che ti sono di
fronte, come un tavolo, una pietra, l'occhio di un'altra persona. Tutto
questo acquista significato e senso improvvisamente. (...)
Immagino che il suo libro ha provocato una
tale opposizione in Germania ed in Austria soprattutto perche' mette in
discussione due dogmi assolutamente essenziali della politica
occidentale. Il primo e' la questione dell'aggressore: esiste un
aggressore?
Non per come e' stato rappresentato. Ecco
ripresentarsi il problema dell'autorita'. La "Repubblica di Croazia"
[come ex-unita' amministrativa della SFRJ] diventa uno Stato. Di essa
e' stato arbitrariamente fatto uno Stato sovrano con poteri
costituzionali, ma questo su di un territorio abitato da 600mila
persone di un'altra nazionalita'. Prima della Seconda Guerra Mondiale,
prima del regime ustasha di Pavelic', li' abitavano un milione di
serbi. Persino adesso [all'inizio della guerra] in Croazia vivevano
circa 400mila serbi. Almeno un quinto della popolazione apparteneva ad
un'altra nazione. Sotto la costituzione croata questi sono diventati
cittadini di seconda classe, una minoranza. Si era ritenuto che questi
fossero d'accordo ad essere trattati come cittadini di seconda classe.
Ecco la questione che ho sollevato nel mio libro: come
si puo' creare uno Stato laddove esiste una minoranza cosi' forte,
considerevole, appartenente ad un'altra nazionalita'? Non si puo'
considerare un'aggressione questa? Non puo' uno difendere la sua
nazione di fronte a cio'? Non c'e' modo di confutare il fatto che
questa e' un'aggressione contro l'altra nazionalita' [da parte del
nuovo Stato].
Ma tutto questo non e' un po' troppo in
bianco-e-nero, come i bambini che strillano "hai cominciato tu, hai
cominciato tu!"?
Questo e' proprio quanto affermo nel mio libro.
Posso difendere me stesso in base a quanto ho scritto. Naturalmente io
ho le mie opinioni e le mie convinzioni, ma quello che ho scritto non
ha niente a che fare con esse: ha a che fare esclusivamente con
questioni basilari. La mia espressione migliore per questo e' la
seguente: si tratta di raccontare una storia, per come essa e', come ho
fatto sempre nella mia letteratura sin da quando cominciai a scrivere.
Non ho mai lasciato trapelare le mie opinioni. Ecco perche' trovo
incredibile questa esplosione di odio ed astio contro il mio libricino,
soprattutto in Germania.
Lei sarebbe disposto ad "allungare il collo"
tanto da affermare che gli aggressori non si sa chi siano, ma
certamente non sono i serbi?
Non sono loro gli aggressori. E' precisamente
cosi'. Le cose possono e devono essere viste diversamente. E' quello
che chiedo nel mio libro.
Il secondo dogma: lei riflette su Srebrenica e
si pone degli interrogativi su questo [seconda cassetta] (...)
Come per Srebrenica, dove il massacro e' stato
commesso subito prima della fine, nel giugno-luglio 1995, io mi chiedo:
"perche' [sarebbe successo]?". Per fini argomentativi, diciamo ch'io
non mettero' in dubbio i fatti nemmeno per un attimo. Non sono
competente per dare giudizi... Ma gli altri dovrebbero avere dei dubbi
sui fatti, visto che la storia del massacro e' stata rivenduta per
cinque volte su tutta la stampa mondiale. Finora nessuno ha provato che
siano state ammazzate tra le tre e le ottomila persone. Non e' stato
provato. - Pero', chiedo io, se dopo tre anni di spargimento di sangue
e' potuta accadere una cosa del genere, perche'. Come si e' potuto
verificare li' un massacro di 3-8mila uomini musulmani. Perche' questo?
E perche' si leggono di nuovo e di nuovo interventi su quel fatto? Dal
giugno 1995 la storia del massacro e' stata riciclata quattro o cinque
o sei volte nella stampa mondiale. Nell'autunno ci sono state delle
copertine sul Time, sul Nouvel Observateur, sullo Spiegel e cosi' via.
Di nuovo e di nuovo, in primavera, in autunno... Vengono mostrate
fotografie aeree di zone dove, si dice, sarebbero situate delle fosse
comuni. Da una fotografia satellitare ricavano che un bulldozer avrebbe
dilaniato i cadaveri. Ma anche assumendo, a soli fini argomentativi,
che tutto questo sia accaduto, perche', chiedo io, dopo tre anni,
mentre tutti erano cosi' stanchi di ammazzare, sarebbe dovuta o potuta
accadere una cosa del genere? Io mi chiedo perche' il generale Mladic'
avrebbe potuto far saltare in aria tutta quella gente. Ecco cosa mi
chiedo. Sarebbe bene che uno storico, od un giornalista, sollevasse
questa questione - perche'?
Qui ho ascoltato due cose, il "perche'?" e ...
Quel "perche'" sta nel mio libro. Io chiedo
"perche'?".
Ha una risposta?...
Alcuni serbi della regione mi hanno detto - ed io
non so se questo corrisponde a verita', mi limito a riferire quanto mi
hanno detto - mi hanno detto che i villaggi attorno a Srebrenica furono
attaccati dai musulmani. Srebrenica e' una cittadina piccola, di
modeste dimensioni, abitata da musulmani. I villaggi rurali che la
circondano sono serbi. Laggiu', da tempo immemorabile, le citta' sono
musulmane ed i villaggi di campagna sono serbi. All'inizio della
guerra, contadini serbi furono fatti a pezzi da musulmani. La guerra e'
stata una guerra delle citta' contro la campagna. Il comandante
musulmano di Srebrenica era particolarmente portato a distruggere.
Prima della caduta dell'enclave questo comandante di Srebrenica, uno
dei pochi musulmani sospettati di crimini di guerra, [Nasir] Oric, fu
trasferito a Tuzla dal Comando Generale bosniaco-musulmano una
settimana prima della caduta della citta'. Nel frattempo costui ha
aperto una discoteca a Tuzla. Bisogna chiedersi se questo tizio non sia
uno dei profittatori di guerra.
Personalmente non ho informazioni dirette di
prima mano, ma i miei amici serbi mi dicono che il massacro, se ha
avuto luogo, e' stato per rivalsa per tutti i villaggi serbi attorno a
Srebrenica, distrutti [dai musulmani] in tre anni di guerra. E' stata
una rivalsa per le distruzioni e gli annientamenti, e sicuramente per i
massacri attuati a danno dei serbi attorno a Sarajevo. Questo e' cio'
che mi e' stato raccontato.
E non la preoccupa il fatto ...
[incomprensibile]
Per lo meno quella e' una spiegazione, una
spiegazione che non ho mai visto dare sulla stampa occidentale. Ho
anche sentito che molti soldati musulmani che scappavano da Srebrenica
non cercavano rifugio ad ovest, nella loro Bosnia musulmana, ma nel
paese del nemico, al di la' della Drina, all'est... Cercavano la loro
salvezza nella madrepatria dei serbi. Hanno attraversato la Drina su
zattere e simili. Hanno attraversato la Drina verso est e tanti di loro
li' sono stati internati in campi di concentramento, dove certamente
non venivano trattati bene, eppure sono sopravvissuti. Ora, bisogna che
si chiarisca a quanti dei soldati musulmani in ritirata e' stata
garantita la liberta' di transito. Pare chiaro che qualcuno ha
attraversato la Drina per andare in Serbia e qualcun altro ha cercato
di muoversi a nord-est di Srebrenica, per raggiungere il cuore della
Bosnia musulmana. Io vorrei sapere quanti sono stati e che cosa e'
realmente successo loro.
E la disturbano le speculazioni su questa
sofferenza?
Mi preoccupano molto.
E la preoccupa la manipolazione...
Inizialmente non la vedevo in questa maniera.
Come molti altri ritenevo che l'esercito dei serbi di Bosnia fosse un
manipolo di meri assassini. Questo pensavo. Stazionando sulle alture
strategiche attorno a Sarajevo, pensavo, questi potevano proprio
giocare con la citta' di Sarajevo. Era tremendo. Di nuovo e di nuovo un
bambino colpito a morte sulla strada. Vedevi le foto, e sembrava
giustificato il paragone con i peggiori crimini di questo secolo. Nel
frattempo ho cambiato opinione.
Hans Koschnick, amministratore della citta' di
Mostar, ha detto bene quando ha affermato che la creazione di una
Bosnia-Erzegovina dominata dai musulmani e dalla quale i serbi erano
esclusi comportava un terribile vuoto di potere. Perche' la Bosnia e'
un paese montagnoso, fatto di villaggi isolati che si susseguono.
Qualcuno come Karadzic, o persino uno come il generale Mladic, non
potrebbe assolutamente esercitare il potere dappertutto. Percio'
abbiamo creato a tutti gli effetti un sistema di bande, proprio secondo
il vecchio stereotipo balcanico, che non e' completamente errato. Ma
questa idea del vuoto di potere, laddove la forza bruta riempie il
vuoto, e' solo una spiegazione. Tutti noi cerchiamo spiegazioni - e
questa non mi sembra del tutto errata.
Trogir (Croazia), 1997:
"Jugonostalgicare U jamu" ("gli jugo-nostalgici nella fossa", con la U
maiuscola secondo la grafia ustascia); "Oj, Hrvati, Srbe cemo klati"
("oh, croati, massacreremo i serbi") - da "Feral Tribune",
settembre 1997
Nel suo libro si legge: "Quasi tutti ritengono
che la Jugoslavia non risorgera' per i prossimi cento anni." Risorgera'
o no?
Credo che non possa essere altrimenti.
Risorgera'. E' l'unica cosa sensata. Guardiamo l'economia, la geografia
- i fiumi, le catene montuose. La storia comune dopo il 1918 non e'
stata poi cosi' malvagia. C'e' stato il Regno di Jugoslavia, c'e' stata
la Jugoslavia comunista dei partigiani di Tito.
Con il 1980 il comunismo finisce. Per me quello
e' stato un fatto dal sapore quasi religioso. A differenza di molti
Stati europei, la Jugoslavia era un modello per tutta l'Europa. Essa
non puo' restare spezzettata, a dispetto di questi poteri occulti, come
la Chiesa Cattolica. La Chiesa Cattolica ha un potere incredibile - io
stesso sono cattolico e tale voglio restare per tutta la vita. - Ma nei
Balcani la Chiesa Cattolica pratica le conversioni. Questa e' l'essenza
della Chiesa Cattolica, il proselitismo: qualcosa che la Chiesa serbo-ortodossa non ha mai fatto. A
parte le uccisioni a danno dei serbi, durante la seconda Guerra
mondiale ci sono state ripetutamente conversioni forzate, violente di
Serbi da parte dei cattolici. In molte epoche della storia la Chiesa e'
stata accusata di questo. Cosi', finché ci sara' il nazionalismo ed una
chiesa militante, non si potra' far rinascere la Jugoslavia.
Quali sono le cose che l'hanno colpita in
particolare?
Ho chiesto qualcosa sulla leggenda del Memorandum dell'Accademia Serba delle Scienze del 1986,
come racconto nel mio libro. Si dice che nel libro si sostiene che
ovunque nel mondo abiti un serbo, li' c'e' uno Stato serbo. Questo
diventa poco a poco un mito del "back stab" [pugnalata alla schiena]
[come la "teoria della pugnalata" relativa alla sconfitta tedesca nella
seconda Guerra Mondiale, ndt]. Ma personalmente ritengo che questo
Memorandum non sia nulla in confronto con le molteplici attivita' dei
desperados e degli agit-prop croati, e forse anche rispetto a quelli
della "diaspora" - in Germania, America, Argentina,
Italia, qualcuno di meno in Francia, eppure anche li' -, forse anche in
buona fede. E' un fenomeno molto piu' massiccio e con caratteri di
militanza. C'e' stato un vero movimento per la Grande Croazia. Il
Memorandum dell'Accademia Serba delle Scienze del 1986, consistente di
pochi paragrafi neanche ben articolati, e' stato usato come un coltello
affilato contro la gente serba. Contemporaneamente io ho smesso di
credere alle storielle sulla "Grande Serbia". Eppure c'e' molta piu'
evidenza dell'esistenza di una ideologia della Grande Croazia che di
quella della "Grande Serbia". L'ideologia della Grande Croazia era e
rimane un fatto.
Belgrado (Serbia/RFJ), 1997:
allo svincolo autostradale di Novi Beograd, sul vecchio cartello
(ancora non rimosso) che indica la direzione per Zagabria qualcuno ha
imbrattato il nome della città affiancandolo ad una svastica, ed ha
scritto la parola "Izdaja" ("tradimento") - foto CRJ, agosto 1997
Le persone generalmente hanno percezione del
mondo attraverso i media - televisione, giornali...
Anche io.
E cosi' tutti quelli che non vanno in loco
Ma anche se uno va in loco, ci va con gli
interpreti, per cui io non credo necessariamente nell'evidenza che uno
trae solo dall'essere stato in un posto. Molti giornalisti possono
rimediare a questo quando usano gli interpreti, ma e' molto raro che ci
riescano. La maggior parte dei giornalisti occidentali prendono un
interprete che parli inglese o tedesco. Dove lo prendono? Cosa gli
racconta poi quell'interprete? Dove li porta? Prima di tutto, i
giornalisti di solito non capiscono l'idioma locale. Non sanno leggere
l'alfabeto cirillico e non hanno la minima idea, per tacere poi di
conoscenze reali, su cosa fosse la Jugoslavia prima dello scoppio della
guerra. Vengono sempre portati dove sono le vittime o in base ad
accordi, o in base a notizie giornalistiche. Tutti sono stati a
Sarajevo. Questo ha sempre destato dei sospetti in me, a parte tutto.
Sente che sarebbe stato strumentalizzato,
depistato, ingannato?
Molti giornalisti, della cui bravura non ho
dubbi, sono stati "nuetzliche Idioten" ["useful idiots", nelle
parole di Lenin] nelle mani dei due regimi che si sono dichiarati prime
vittime, cioe' quello croato e quello dei musulmani di Bosnia.
Lei personalmente che esperienza ha avuto dei
serbi? Sono un popolo intollerante, privo di interesse per le altre
culture?
Questa e' una delle bugie peggiori e piu'
mostruose. Quasi degna di Goebbels. Cio' che si dice sul conto dei
serbi e' falso. Io credo che non si tratti solo della mia esperienza
personale, ma di chiunque abbia avuto a che fare con
la cultura serba e con la gente serba. Se c'e' un popolo nei
Balcani aperto sia all'Est che all'Ovest, al Sud o semplicemente che ha
una qualche sensibilita' nei confronti del resto del mondo, questo e'
in Serbia, non certo in Croazia ne' in Slovenia. Dov'e' che si possono
trovare libri provenienti dal mondo intero, oggi come ieri, pubblicati
e tradotti? In Serbia. Molto di meno in Croazia, ed ancor meno in
Slovenia. La Serbia posso raccomandarla entusiasticamente a chiunque si
interroghi su come puo' essere un paese. Un paese di fiumi, che altro
puo' essere un paese situato lontano dal mare? Naturalmente, la Serbia
e' svantaggiata nella visuale dei media se la confrontiamo con la
Croazia - Dubrovnik, Spalato, Zara... Ma a parte queste citta'
incantevoli sull'Adriatico, la Croazia e' un paese che si estende
interamente all'interno, quasi sconosciuto al viaggiatore o al
turista... Ma la Serbia, direi, e' un paese caldo... Nella sua storia
la Serbia e' stata sempre tollerante. Nella seconda Guerra Mondiale se
c'era un paese che accettava gli ebrei, che li proteggeva, che li
ospitava nelle sue case, questo non era la Croazia, ne' la Slovenia, ma
la Serbia. La Serbia fu l'unico paese filosemita nei Balcani, insieme
alla Grecia - benche' la Grecia, a voler essere precisi, non e'
Balcani... Quello che e' stato fatto al popolo serbo ed alle sue terre
negli ultimi cinque anni e' una enorme ingiustizia. E' una ingiustizia
da urlare fino al cielo il fatto che si sia paragonata la Serbia alla
Germania nazista. Ma qual era lo slogan durante la guerra civile
spagnola? - no pasaran!, non passeranno. Ecco, non potranno continuare
cosi' per sempre.
Cosa pensa delle illazioni sugli interventi
militari occidentali contro i serbi?
Le trovo oscene. Disgraziatamente, il governo
francese e quello britannico, che inizialmente mostravano scetticismo
sulla propaganda anti-serba, sono sprofondati in tutto questo agitar di
braccia e questa violenta propaganda anti-serba. La Francia e la Gran
Bretagna hanno preso parte a questo terribile affare della NATO contro
Pale, con giustificazioni da santarellini. Percio' non mi sarei
sorpreso se alla fine, per costringere alla pace, avessero bombardato
Belgrado per la terza volta in questo secolo. Prima furono i nazisti,
poi gli inglesi e gli americani, a distruggere Belgrado di nuovo nel
gennaio del 1944. Ed anche stavolta probabilmente a Belgrado ci sono
andati vicino.
...Kinkel affermo' che gli aggressori serbi
dovevano essere messi in ginocchio. Questa per lei e' arroganza ed
infamia. Cosa si sente di dire?
Se uno come Klaus Kinkel dice una cosa del
genere, beh secondo me si tratta di una persona che e' priva di
ginocchia, che non sa cosa siano le ginocchia, che ha soltanto trampoli
o forse una baionetta al posto della gamba. Nessuno dovrebbe parlare in
quella maniera, eppure stanno succedendo un sacco di cose nella
politica e nella pubblica opinione tedesca... Io credo che il mio libro
abbia portato un soffio d'aria fresca.
Lei e' austriaco, e anche l'Austria ha giocato
un ruolo significativo con gli interventi del Ministro degli Esteri
Alois Mock. Egli e' stato uno dei primi a riconoscere Slovenia e
Croazia, e quindi a demolire il paese. Ma almeno egli si e' mosso dalla
sua scrivania.
Io conosco appena l'ex Ministro degli Esteri
austriaco. Ma credo di poter dire che egli e' un convinto antifascista,
poiche' egli proviene, come una volta mi disse, dalla regione del campo
di concentramento di Mathausen. Egli ha passato li un'infanzia e
un'adolescenza scioccante. Non credo che abbia fatto cio' cercando
qualche rivincita. Il regime austriaco e' piu' meritevole di biasimo.
Piu' o meno consapevolmente noi rimproveriamo ai serbi,
collettivamente, di aver fatto crollare l'impero asburgico. Il popolo
austriaco, ovviamente non tutto, ancora mantiene un grande odio per
l'assassino di Sarajevo, Gavrilo Princip. Gli austriaci sono convinti
che egli fu mandato li' dal governo serbo e dallo stato serbo. Essi
incolpano i serbi di aver ridotto l'Austria a un paese cosi' piccolo.
Per me questo e' un evidente atavismo (...). Per quanto mi concerne,
Alois Mock non e' personalmente responsabile per il riconoscimento di
Slovenia e Croazia.
Questo diritto all'autodeterminazione veniva
sbandierato da tutti, ma non l'ho mai sentito applicato ai serbi.
Questo e' il massimo dell'assurdo. La nazione
serba in Croazia e il 35% dei serbi in Bosnia Erzegovina: nessuno ha
riconosciuto per loro il diritto all'autodeterminazione. Dove sta la
giustizia? Ci sono un mucchio di chiacchiere ipocrite sul diritto
alla'autodeterminazione nazionale. Ma queste nazioni, i croati e gli
sloveni, credo, se ne era gia' andate via dallo stato Jugoslavo.
Specialmente nei dieci anni dopo la morte di Tito, esse non si sono mai
lamentate di maltrattamenti o di essere svantaggiate sotto il governo
federale di Belgrado. I loro (recenti) reclami per questi motivi, sono
delle bugie provate storicamente. I croati e gli sloveni, al contrario,
hanno ricevuto trattamenti privilegiati, economicamente, per quanto
riguarda il commercio con il Mediterraneo, e per il turismo, e altro.
Il loro cattolicesimo li ha collegati di piu' all'Europa di quanto non
sia stato per gli ortodossi.
Ha notato che i serbi, per anni, hanno
lasciato in pace il ponte, ma che i croati lo hanno fatto saltare in
aria?
Certo, a Mostar, e' stata una evidente pazzia.
Ha qualche spiegazione per questo fatto? se i
serbi avessero ridotto il ponte di Mostar a pezzi, allora avremmo letto
articoli su questo sui giornali, un giorno e si e un giorno no? ... Si
puo' dire che i serbi hanno piu' rispetto per la cultura e i suoi
tesori, come Dubrovnik, dei croati?
Questo puo' avere a che fare con il vuoto di
potere. Io non mi considero competente e autorizzato a dire che
l'esercito croato porta delle responsabilita' per la distruzione del
ponte, ma apparentemente non c'erano vuoti di potere, la'. Ancora: non
mi piace speculare.
La Germania ha un grande interesse per il
diritto all'autodeterminazione, specialmente di Slovenia e Croazia.
Sospetta che ci sia sotto un altro motivo?
Sospetto? Che cosa potrebbe essere piu' chiaro di
cosi! Temo che sia la solita lezione amara della storia per cui accade
sempre quando la Germania si espande. Non c'e' sempre bisogno di un
piano dietro a cio'. Io credo che questo avviene attraverso il
magnetismo economico. I negoziati politici vengono fatti sempre
attraverso il potere economico. Non credo che avvenga nell'altro modo,
cioe' che la politica venga prima.
Quale puo' essere l'interesse
della Germania nella dissoluzione della Jugoslavia?
Mi chiede troppo. Non mi piace parlare di
politica. Ci sono libri che lei conosce, in cui si dice che i servizi
segreti tedeschi hanno collaborato con il governo croato (jugoslavo) e
hanno sistematicamente preparato il collasso della Jugoslavia. Anche
prima della guerra, negli anni '80, ci sono documenti che azzardano
tali sospetti. Ma come autore, io devo tenere la bocca chiusa.
Una volta, lei disse che la Germania aveva
interesse ad avere dei piccoli stati lacche' attorno ai suoi confini...
E' vero. Dopo il crollo della Jugoslavia, sono
stato spesso in Slovenia, che una volta era una delle regioni mie
favorite, in parte per via dei miei antenati, mia madre e i fratelli di
mia madre, che erano sloveni. Ci sono andato spesso, e ogni volta ho
constatato... che lo stato [indipendente] di Slovenia veniva
ridisegnato o come una provincia dell'Austria o come una fonte di
manodopera per la Germania. Anche le persone che si trovavano a capo
della Repubblica di Slovenia, quando faceva parte della Jugoslavia,
avevano piu' presenza, piu' potere, piu' carisma come uomini di Stato
di quanto ne abbiano adesso. La leadership della Slovenia e' diventata
un tirapiedi, come degli inservienti di teatro, e neanche cosi' capaci,
per servire Germania, Austria, e in qualche modo, anche l'Italia. E
questo e' qualcosa che chiunque va li' puo' notare subito.
Con Tudjman hanno fatto male i calcoli...
Ora e prima della guerra, ho apprezzato molto
alcuni articoli apparsi sul supplemento della domenica della "Frankfurter
Allgemeine Zeitung" ["FAZ" - Gazzetta Generale di Francoforte, il
principale quotidiano tedesco; n.d.crj]. Essi hanno sempre presentato
la Slovenia in un modo che a me piaceva molto; per esempio c'era una
fotografia di una chiesa barocca in un campo di grano e cosi' via. Mi
piacevano questi articoli; non c'era irredentismo, ma soltanto un
soffermarsi sul paesaggio, sulle regioni, sulla vita di villaggio. Non
si stava scrivendo la storia, la'. Ma appena la guerra e' iniziata,
tutto questo ha avuto fine. Non lo notai sul momento, ma non sono da
biasimare (...)
... Il sig. Reissmueller [editorialista della
FAZ per le questioni internazionali, n.d.crj] e' molto aggressivo...
Per me quell'uomo e' un criminale di guerra.
Qualcuno dovrebbe raccogliere con precisione tutto quello che ha
scritto, esaminarlo alla lettera. Lo farei molto rispettosamente. E'
trasparente incitamento alla guerra, come dicevano loro, un chiaro caso
di odio etnico. Non c'e' niente di piu' da dire.
Ho sentito delle storie di stupro. Su queste
storie sono state fatte pochissime ricerche. Ma poi il parlamento
tedesco ha tenuto una sessione speciale. Mi chiedo se non sia venuta
prima l'iniziativa politica e poi gli articoli e i commenti.
No, seppure strano, non penso sia stato cosi'.
Non e' venuta prima la politica tedesca e poi la stampa. E' stata la
stampa tedesca, specialmente la stampa di destra, la "Frankfurter
Allgemeine Zeitung" e i suoi giornalisti, che hanno fortemente
influenzato la politica tedesca. E' chiaro! E' un fenomeno strano,
questo immenso potere che oggi hanno i media e la stampa. Avevo ragione
a dire, forse con durezza, che per quanto riguarda la Germania, la
stampa, e in particolare il Frankfurter Allgemeine, costituisce il
"Quarto Reich". Esattamente come Viktor Klemperer, ebreo, ha di recente
studiato il linguaggio del Terzo Reich, cosi' oggi noi possiamo
caratterizzare, in base al linguaggio, il Frankfurter Allgemeine come
il linguaggio del Quarto Reich.
... e Reissmueller e' il Goebbels del Quarto
Reich.
Quello di Reissmueller e' un misto di visionario
piu' Goebbels. Ma Reissmueller non ha il gergo sportivo di Goebbels.
Egli parlava sempre come un pugile o un maratoneta. No e' piu' un misto
tra un utopista e un boia. Questa gente dovrebbe essere portata davanti
a un giudice e incriminata. [Essi richiedono] questo e quello; sarebbe
meglio fare questo, oppure... Questo e' il modo in uso nei Tribunali
del popolo nazisti [Volksgericht]. Ricordiamoci di Mr. Roland Fleicher
[avvocato nazista]. Anche se il confronto puo' sembrare un po' forzato,
ogni epoca ha i suoi demonizzatori e nuove forme di maliziosita' e
disprezzo per l'umanita' e sempre nuove tecniche di travestimento. Al
momento, le cose sono state camuffate per bene. La cosa peggiore e' che
gli affari del Quarto Reich non si fermano mai. Andra' avanti fino alla
fine del tempo. La stampa, un certo tipo di stampa, avra' potere fino
al Giudizio Universale. E a sua disposizione ha apparenze civilizzate.
Un racconto di un testimone oculare funziona sempre. Notevole. Ho fatto
una ricerca sulla grammatica e sulla struttura di questi racconti
apparentemente obiettivi. Dallo stile grammaticale della prima frase,
gia' si capisce quale sara' la conclusione. Pochi mesi fa sul New
Yorker Magazine ho letto una storia ambientata a Tuzla. La guida
dell'autore vive la' e naturalmente parla inglese. E' andata ad una
scuola americana. Si trovavano a Tripoli, in Libia... Questo giovane
uomo che parla inglese, diventa cosi' l'eroe della storia. La prima
frase dice: "Harun - oppure Haris - subi' la pulizia etnica giocando a
carte con gli amici a Sarajevo." Questa e' la prima frase, e, io penso,
prima di tutto, che questa e' pessima letteratura. In secondo luogo il
taglio della storia diventa immediatamente trasparente. Terzo: e'
politicamente miope scrivere certe cose. E la cosa va avanti cosi' per
tutto l'articolo.
Per me il modo come sono stati trattati i serbi,
come popolo intero, e' chiaramente il primo grande passo dei media
verso il Quarto Reich.
... un breve chiarimento: In Austria,
attualmente, circola l'idea del Quarto Reich come una nuova edizione,
se non una continuazione, del Terzo Reich. E' questo quello che
intende? oppure lei ha in mente in Quarto Reich come un quarto potere
nello stato?
E' una metastasi del Terzo Reich. Il Quarto Reich
e' proprio altrettanto pessimo come lo fu il Terzo. La sola differenza
e' che si nasconde sotto una superficie umana. Esso scatta per aiutare
le vittime. Ma e' altrettanto pessimo. E' un altro cancro, che temo non
sia curabile. Si diffonde soltanto.
Il sig. Levy e il sig.
Finkielkraut, naturalmente l'hanno attaccata...
Esatto. Ma loro non sono scrittori. Loro sono "I
nuovi filosofi". Non so perché siano stati chiamati "nuovi" o
"filosofi". C'è stata un'epoca all'inizio della guerra in cui loro
hanno avuto bisogno di me. Avevano bisogno di qualcuno che non fosse un
filosofo, ma un autore, un autore riconosciuto che, al contrario di
loro, avesse una qualche conoscenza della Jugoslavia. Dopo alcuni
incontri con Finkielkraut e Bernard Henri Levy, mi fu chiaro che loro
volessero soltanto usarmi. Ma appena presi le difese della Serbia, non
mi vollero più vedere. Questo è un gruppo veramente poco comunicativo.
E appartiene al Quarto Reich. Ci sono un sacco di soldi in ballo. E
potere. In Francia i libri e i mezzi elettronici sono completamente
controllati da una catena di gente come questa. Non si riesce più a far
arrivare nessuna notizia. La stampa francese e la TV sono pressoché
totalmente sotto il controllo di Bernard Henri Levy, così come di
Finkielkraut. Alcune persone lo ridicolizzano, ma in virtù di tutti
quegli indecenti, decorati, pessimi diari che lui [Levy] pubblica sulla
guerra in Bosnia, nessuno lo attacca più. Non un singolo attacco.
Prendono tutto come una buona letteratura. Tutto quello che basta fare
è prendere un paio di frasi nel dizionario Robert's dei luoghi comuni.
Il suo lavoro è sbagliato nei suoi punti di vista, e pieno di errori di
grammatica. Da non credere. Ma nessuno fa niente. C'è in giro un sacco
di denaro, e di potere. Tutto questo mi fu chiaro dopo che mi incontrai
un paio di volte con i "nuovi filosofi". Decisi di non firmare nulla. E
non sarei più andato ai loro incontri. Hanno usato questo fatto contro
di me, ma è meglio così.
Questi signori Finkielkraut e Levy pero' mi
interessano. Potrebbero guadagnare soldi scrivendo altro, invece il
primo elogia la democrazia di Tudjman, l'altro dice che l'Europa inizia
a Sarajevo. Chi li ha ingaggiati?
Gli intellettuali (non intendendo niente di
negativo) non sono a corto di denaro, oggigiorno. Perciò non è il
denaro che li spinge. E' il potere, il potere più del denaro.
Certamente denaro e potere sono strettamente connessi. Bernard Henri
Levy, credo, non ha una spiegazione per la sua demonologia. E'
taciturno, ma ingannevole. Taciturno e ingannevole, malizioso. E' una
meraviglia speculare come il suo diario di Bosnia ci mostri una quadro
in cui esiste un secondo potere, oltre a quello del governo, di Chirac,
etc., un potere etico e morale. Questo è quello che lui immagina. Ma
questa è la difficoltà, poiché moralmente ed eticamente, lui è una
papera morta. (Come noi diciamo in un proverbio austriaco, "sotto il
cane").
Una volta vidi una scena girata, penso, dalla TV
tedesca, in cui Levy va al Centro Culturale Jugoslavo a Parigi, con un
gruppo di suoi seguaci. A questo punto la donna che dirige il centro
desidera chiudere l'edificio. Lei rifiuta di passare la chiave agli
intrusi. Levy e il suo assistente, prendono la chiave alla donna con la
forza. Per due o tre minuti questa donna, abbastanza anziana, urla,
grida: "No, non voglio darvi la chiave, non vi appartiene. Non potete
entrare qui."
Levy rimane li, proprio come il commissario
comunista dei film di seconda categoria con il suo soprabito di pelle
nero, e, sorridendo, osserva il suo amico mentre rigira e strappa la
chiave dalle mani della donna. Questa immagine dovrebbe essere
trasmessa dai notiziari della sera, per tutti i tre minuti, su ogni
emittente TV del mondo per far vedere come questo autoproclamato
difensore di Sarajevo e della Bosnia, si comporta con la gente di tutti
i giorni. Mi piacerebbe che tutto il mondo lo guardasse.
E' convinto che tutte queste persone che oggi
fanno queste cose, potranno correggersi?
No, sarebbe troppo facile. E' tragica, la storia
della Jugoslavia, la storia dell'Europa in questo secolo. Come la
storia avviene e come la storia viene scritta, sono due cose unite
insieme. Questa storia va insieme con la storia del popolo ebreo.
Queste sono le due storie tragiche. E probabilmente non saranno
corrette. Pensare in questo modo, che un giorno le cose potranno essere
viste differentemente, penso, sarebbe un falso ottimismo. Questa gente
non cambia. Con il loro linguaggio e le loro immagini hanno commesso
così tanti crimini, crimini veri, contro la Jugoslavia. Ci sono crimini
che possono solo essere perpetuati. Non c'è via di ritorno.
Quale è stata la sua peggiore esperienza dopo
la pubblicazione del libro? Ha ricevuto incoraggiamenti da qualcuno al
di fuori della sua famiglia?
Non ho avuto nessuna brutta esperienza. Ci sono
stati insulti e manifestazioni di odio verso di me nei media,
specialmente nei tedeschi, austriaci e svizzeri, e anche francesi e
spagnoli. Mi hanno colpito, ma come un personaggio di Kafka, li
accetto, come se appartenessero alla storia.
...Posso incassare tutto quello che dicono di
me, senza che mi colpiscano realmente...
La "Frankfurter Allgemeine Zeitung" (di
destra) scrive del mio "respirare l'odore di sangue, di terra, di corpi
e di guerra" etc. E la "Frankfurter Rundschau" (di sinistra)
dice che io "passeggio sui corpi", con quello che scrivo. Questo mi
colpisce. Ma quando vado indietro e passo al setaccio ogni frase che ho
scritto, trovo, dopo tutto quello che viene detto e fatto, che io non
ho scritto una sola frase che sottovaluti le vittime. Ognuna delle mie
frasi, credo, è estetica, morale e giusta.
In Francia il mio libro uscirà tra due mesi. E
sono pressoché certo che la critica dirà, come in Germania, che io ho
macchiato il mio lavoro precedente con quello che ho scritto qui. Il
mio unico traduttore in Francia, mi disse: "Non osare pubblicare quella
cosa, oppure farai kaputt da te stesso, o sarai la rovina di te
stesso." Ma sono grato alla Gallimard che mi ha pubblicato il libro.
Reissmueller la bolla come profittatore di
guerra.
Non credo di esserlo. Per la prima volta in 24
anni, ho dato una lettura pubblica del libro, in Austria e in Germania.
E il piccolo guadagno che ho fatto l'ho donato per aiutare le vittime.
Il viaggio nella Serbia l'ho pagato con i miei soldi, di tasca mia -
biglietto aereo, albergo, cibo, tutto - Mi piacerebbe sapere se i
giornalisti fanno la stessa cosa, se esiste un solo giornalista in
tutto il mondo che abbia viaggiato nelle zone di guerra a proprie
spese.
I media sono i più grandi profittatori di
guerra. Chi li appoggia?
Molta, molta gente che io non conosco mi scrive,
molti lettori. Essi dicono: "almeno prendiamo una boccata di aria
fresca. Almeno leggo qualcosa di diverso sulla guerra."
Nessun personaggio pubblico ha avuto la
ventura di appoggiarla?
Nessuno, ma non ne ho bisogno.
Sarebbe potuto succedere che qualcuno dicesse:
"Bene, ci uniremo al movimento. Hai ragione." E' impossibile avere
questa opinione in Europa Occidentale?
E' impossibile. E' anche peggio del politically
s-correct. E' come un tabù. E' come rompere un tabù o commettere
un crimine contro la storia. E' qualcosa che non deve essere fatto, non
ora, almeno. Nel frattempo, prima del mio, sono apparsi altri libri, ma
parzialmente nascosti alla visione pubblica. Altri ancora appariranno.
Il giornalista Mira Becher, che probabilmente lei conosce, ha
pubblicato una storia dei media in tutte le guerre degli ultimi 150
anni, cominciando con la guerra di Crimea e terminando con la guerra in
Bosnia. L'editore e' la DTV. E' un buon segno che questo libra esca con
la DTV, poiché è un grande editore. Ma rimane da vedere se questo
problema verrà discusso sul serio. Finora ci sono stati uno o due casi
di pensiero alternativo sulla guerra in Jugoslavia, ma nessuno ha
raggiunto il pubblico. Anche l'articolo di Bittermann, che avete
pubblicato. Io non credo neanche che abbia attratto un gran numero di
lettori. Il mio e' stato il primo e potrebbe essere l'ultimo libro
sulla guerra in Jugoslavia. Potrebbe anche non essere mai letto, ma la
parola è uscita, rivolta al popolo tedesco, al popolo austriaco -
semmai esiste un "popolo tedesco".
Cio' che sento per strada è: "Hai ragione". La
gente dice: "I serbi non dovrebbero essere trattati così". Una cosa,
allora, è venuta fuori: i serbi non possono essere così. E anche se il
libro non venisse letto, sarà utile quando la gente in questo paese
penserà: "No, non possiamo più accettare questa roba". [L'articolo
viene presentato per provocare commenti, critiche e ricerche, sotto il
"fair use" delle leggi sul copyright.]
(Traduzione in italiano a cura del Coordinamento
Romano per la Jugoslavia, 1997)
# Handke su
Milosevic
---
Peter
Handke attacca gli ipocriti
(da "Target", Vienna, n.14 - aprile 2003)
"Nessuno parla piu' della Jugoslavia, benche' Milosevic non si possa
paragonare con Saddam Hussein ne' tantomeno con Hitler. E' un crimine
semantico paragonare cio' che non e' paragonabile, come i campi di
sterminio con i campi di prigionia: e' con questo paravento che la
Germania ha aggredito la Jugoslavia. Tutti i crimini veri e propri
hanno inizio con dei crimini semantici."
http://www.vorstadtzentrum.org/cgi-bin/joesb/news/viewnews.cgi?category=5&id=1049745775
---
Da: icdsm-italia
Data: Gio 30 Giu 2005 19:23:44 Europe/Rome
Oggetto: [icdsm-italia] Peter Handke su Milosevic
SERBIA: PETER HANDKE CRITICA TRIBUNALE L'AJA SU MILOSEVIC
(ANSA) - BERLINO, 22 GIU - Lo scrittore austriaco Peter
Handke, gia' oggetto di polemiche in passato per le sue
simpatie per la Serbia, ha criticato adesso il tribunale
dell'Onu per i crimini di guerra con sede all'Aja
contestandogli la legittimita' a condannare l'ex
presidente Slobodan Milosevic. ''Sono profondamente
convinto che il tribunale mondiale, nel modo in cui si
riunisce (e si riunisce) nella sala uno della vecchia
camera di commercio dell'Aja non serve a nulla'', ha scritto
il 62/enne Handke in un saggio di una ventina di pagine
sull'edizione di luglio-agosto della rivista tedesca
'Letterature' che esce venerdi'. Il tribunale resta
''dall'inizio, di fondo e in origine sbagliato'' e non
aiutera' ''a una virgola'' all'accertamento della verita',
afferma lo scrittore. Il tribunale dell'Onu e' stato messo in
piedi ''proprio da quelle forze e quei poteri'' che erano
parte in causa nei bombardamenti in Jugoslavia nel 1999
e nel conflitto in Kosovo. E' sua ''profonda convinzione'' che
Milosevic sia davanti al tribunale sbagliato e che
''non sia colpevole nel senso dell'accusa'', afferma ancora
Handke che si e' ripetutamente adoperato per Milosevic e lo
scorso anno lo ha anche visitato in carcere in Olanda.
Lo scrittore accusa inoltre i giudici di essere prevenuti
nei suoi confronti. A dispetto dell'insufficienza di prove e'
praticamente sicuro che Milosevic e' il principale
responsabile di una ''associazione criminale'' per il
massacro di Srebrenica nel 1995. Questo e' uno ''stravolgimento
dell'istituzione del tribunale'', sostiene. I giudici
all'Aja sono una ''corporazione che non dipende da nessuno e da
niente''. Nel 1996 Handke aveva provocato uno scandalo con la
pubblicazione del testo ''Un viaggio invernale sui fiumi
Danubio, Save, Morawa e Drina ovvero giustizia per i serbi'',
in quanto la tesi ivi contenuta era che le vere vittima delle
guerra civile in Jugoslavia sarebbero stati i serbi. La
guerra nel Balcani e' stata provocata da una ''macchina
infernale che non poteva essere fermata da nessuna delle singole
repubbliche e che e' stata ulteriormente inasprita dalla
scesa in campo unilaterale di singoli stati'', afferma. Da anni
ormai e' abituato a essere chiamato ''amico dell'assassino di
massa''. ''Ognuna delle mie frasi dove non venivano menzionati i
massacri ecc. era prova della mia complicita' con il
dittatore macchiato di sangue e macellaio del Balcani'', prosegue
nel saggio. Quanto alla visita da Milosevic in prigione a
Scheveningen, ha detto, non ha avuto ''un attimo di
esitazione'' a farla: e' stato ''un dovere'', ha spiegato. Secondo
Handke, davvero pacificatore sarebbe un processo contro
la ''guerra delle bombe della Nato''. Tutti i tribunali
del mondo non si sarebbero pero' detti competenti per
il caso. Molto piu' urgenti del processo a Milosevic
sarebbero a suo dire processi contri i politici serbi
Radovan Karadzic e Ratko Mladic, entrambe alla macchia, cosi' come
pure contro i guerriglieri bosniaco musulmani. Alla luce del gran
numero di profughi serbi si e' schierato fin troppo
tardi dalla loro parte, ha sottolineato. (ANSA). BUS
22/06/2005 20:11
SEMANARIO SERBIO
http://usuarios.lycos.es/alexmalex/html/modules.php?name=News&file=article&sid=559
PETER HANDKE VISITA A S. MILOSEVIC
Enviado el Miércoles, 22 junio
a las 19:17:52 por kopaonik
Peter Handke dice que La Haya no tiene
derecho juzgar a Milosevic
22.6.2005.
El escritor austríaco Peter Handke cree que el TPIY no tiene
derecho a juzgar al ex presidente serbio Slobodan Milosevic, al
que ya se le ha condenado antes de empezar el juicio, y
a´nade que a quien habría que juzgar es a la OTAN
por sus bombardeos.
Estas aseveraciones están contenidas en un ensayo de veinte
páginas del escritor, una figura controvertida por su postura
pro-serbia, que publicará la revista alemana 'Literaturen' el
próximo viernes, en su número de julio/agosto.
'Estoy convencido en lo más profundo de que el tribunal mundial,
tal como delibera en la sala Uno de la antigua Cámara Económica
de La Haya, no sirve para nada', manifiesta.
El Tribunal Penal Internacional para los crímenes de guerra en la
antigua Yugoslavia (TPIY) es algo 'equivocado en su principio,
motivo y origen', establecido 'precisamente por aquellas fuerzas
y poderes' que tomaron partido en el conflicto de Kosovo y en
los bombardeos sobre Yugoslavia en 1999, escribe Handke.
Asimismo, expresa su 'profunda convicción' de que Milosevic
está 'ante el tribunal equivocado' y 'no es culpable en el
sentido de la acusación'.
El escritor austríaco acusa a los jueces de haber condenado
a Milosevic antes de que empiece el juicio, pues pese a la
falta de pruebas ahora ya está claro que es el principal
responsable de una 'organización criminal' que es culpable de
la matanza de Srebrenica en 1995, y eso es una 'inversión
del sentido del sistema judicial'.
Handke, de 62 a´nos, ha defendido reiteradamente a Milosevic,
a quien visitó el pasado a´no en la cárcel en Holanda, y
en 1996 provocó un escándalo con su ensayo 'Eine
winterliche Reise zu den Flüssen Donau, Save, Morawa
und Drina', (UN VIAJE DE INVIERNO A LOS RÍOS DANUBIO, SAVE,
MORAVA Y DRINA O JUSTICIA PARA SERBIA - cómpralo en la
Casa del Libro
[http://www.casadellibro.com/homeAfiliado?codigoCategoria=20000&ca=847])
en el que decía que los serbios fueron las auténticas víctimas
de la guerra balcánica.
En su ensayo de 'Literaturen', Handke asevera que la guerra de
los Balcanes fue desatada por una 'máquina infernal' que no
pudo parar ninguna de las repúblicas implicadas y que se
intensificó por la toma de partido de algunos países.
Dice estar acostumbrado desde hace muchos a´nos a que le
llamen 'amigo de un asesino de masas' (en referencia a
Milosevic): 'Cualquier frase mía en la que no estaba
escrito nada de masacres empezó a mostrar de repente
mi complicidad con el dictador y carnicero de los Balcanes', se
queja.
Su visita a Milosevic en la cárcel de Scheveningen (Holanda)
la hizo 'sin dudar', pues era para él 'una obligación'.
Sí sería una contribución a la paz un proceso contra 'la guerra
de bombas de la OTAN', pero por desgracia ningún tribunal
del mundo se ha declarado competente para ello, a´nade.
original AQUI
[http://actualidad.terra.es/cultura/articulo/peter_handke_haya_milosevic_365115.htm]
---
http://www.liberation.fr/page.php?Article=379630
Il discorso integrale dello scrittore austriaco
sulla tomba di Milosevic
LIBERATION.FR : giovedì 4 maggio 2006 - 18:24
Il 18 marzo, Peter
Handke si è recato al funerale di Slobodan Milosevic. Ecco
la versione integrale del discorso che ha letto per l'occasione,
e che ha in seguito inviato al giornale tedesco «Focus».
Le annotazioni tra parentesi sono sue.
«Avrei
desiderato non essere l'unico scrittore qui, a Pozarevac.
Avrei desiderato essere al fianco di un altro scrittore, per esempio
Harold Pinter. Sarebbero state parole forti. Io non ho che parole
di
debolezza. Ma la debolezza si impone oggi, in questo luogo. È un
giorno non solo per le parole forti, ma anche per parole di debolezza.
»(Ciò che segue è stato pronunciato in serbocroato - testo redatto da
me medesimo! - e ritradotto in seguito da me stesso in tedesco). Il
mondo, quello che viene chiamato il mondo, sa tutto sulla Jugoslavia,
sulla Serbia. Il mondo, quello che viene chiamato il mondo, sa tutto
su Slobodan Milosevic. Quello che viene chiamato il mondo sa la
verità. Ecco perchè quello che viene chiamato il mondo oggi è
assente, e non solamente oggi, e non solamente qui. Quello che viene
chiamato il mondo non è il mondo. Io so di non sapere. Io non so la
verità. Ma io guardo. Io ascolto. Io sento. Io mi ricordo. Io
interrogo. Per questo io oggi sono presente, con la Jugoslavia, con
Slobodan Milosevic.»
Con il suo discorso, Handke ha inviato a "Focus" un testo d'accompagnamento,
che ha intitolato: "Le ragioni del mio viaggio a Pozarevac, in
Serbia, sulla tomba di Slobodan Milosevic."
<<
Contrariamente all' "opinione generale", di cui metto in dubbio il
carattere generale, non ho reagito "con soddisfazione" alla notizia
della morte di Slobodan Milosevic, essendosi peraltro verificato che
il tribunale ha lasciato morire il prigioniero imprigionato da cinque
anni in una prigione cosiddetta "a cinque stelle" (secondo i termini
usati dal giornale francese" Liberation"). Mancata assistenza a
persona in pericolo: non è un crimine? Riconosco di avere provato, la
sera che seguì la notizia della sua morte, qualcosa che somigliava a
dispiacere e che fece germinare in me, mentre andavo per piccole vie,
l'idea di accendere da qualche parte una candela per il morto.
E le cose sarebbero dovute restare là. Non avevo l'intenzione di
rendermi a Pozarevac per la sepoltura. Alcuni giorni più tardi, ho
ricevuto l'invito, non dal partito, ma da membri della famiglia, che
del resto assistettero in seguito, la maggiorparte, alla sepoltura,
contrariamente a ciò che è stato detto.
Ovviamente, questo mi ha indotto a fare il viaggio meno che le
reazioni dei mass media occidentali, completamente ostili a Milosevic
(ed ancora più ostili dopo la sua morte), come pure del portavoce del
tribunale e di questo o quello "storico". È stato il linguaggio usato
da tutti loro che mi ha indotto a prendere la strada. No, Slobodan
Milosevic non era un "dittatore". No, Slobodan Milosevic non deve
essere qualificato come "macellaio di Belgrado". No, Slobodan
Milosevic non era un "apparatchik", né un "opportunista". No,
Slobodan Milosevic non era colpevole "senza alcun dubbio". No,
Slobodan Milosevic non era un "autistico" (quando del resto gli
autistici si opporranno a che la loro malattia sia utilizzata come un
insulto?) No, Slobodan Milosevic, con la sua morte nella sua cella di
Scheveningen, non "ci" ha (al tribunale) giocato "un tiro
mancino" (Carla del Ponte, procuratrice del tribunale penale
internazionale). No, Slobodan Milosevic, con la sua morte, non ci ha
"tagliato l'erba sotto i piedi" e non "ci" ha "spento la luce" (la
stessa). No, Slobodan Milosevic non si è sottratto "alla sua pena
irrefutable di prigione a vita".
Slobodan Milosevic non sfuggirà, in compenso, al verdetto degli
storici, termine di uno "storico": di nuovo, opinioni non soltanto
false ma indecenti. È questa lingua che mi ha indotto a tenere il mio
mini-discorso a Pozarevac - questa lingua in prima ed ultima istanza.
Ciò mi ha spinto a fare intendere un'altra lingua, non, l'altra
lingua, non per fedeltà verso Slobodan Milosevic, quanto verso
quest'altra lingua, questa lingua non giornalistica, non dominante.
Ascoltando l'uno o l'altro oratore che precedeva a Pozarevac,
quest'impulso, lo stesso: no, non bisogna parlare dopo questo deciso
generale, né dopo quest'altro membro del partito, che chiede
vendetta, i quali entrambi tentano di eccitare la folla, la quale
ovviamente, esclusi alcuni individui isolati che urlano con i lupi,
non si è lasciata in alcun modo trascinare ad una risposta collettiva
di odio o di rabbia: poiché si trattava di una folla di esseri in
lutto, profondamente e silenziosamente afflitti. Tale è stata la mia
impressione più duratura.
Ed è per questi esseri afflitti, contro le formule forti e vigorose,
che finisco lo stesso per aprire la bocca, come risaputo. A titolo di
membro di questa comunità in lutto. Reazione: Peter Handke la
"claque" ("Frankfurter Allgemeine Zeitung"). C'è linguaggio più
stravolto di questo? Una claque, che cos'è? Qualcuno che applaude per
denaro. E dove sono gli applausi? E non ho mai dichiarato neppure di
essere "felice" ("FAZ") presso il morto. E dove è il denaro? Ho
pagato io stesso il mio biglietto d'aereo ed il mio hotel.
Tuttavia, la necessità principale che mi ha spinto a recarmi sulla
sua tomba era quella di essere testimone. Né testimone a carico né
testimone a difesa. Ormai, non voler essere testimone a carico
significa essere testimone a difesa? "Senza alcuno dubbio", per
riprendere una delle espressioni principali del linguaggio dominante.
>>
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Documentazione sulla censura operata dalle istituzioni culturali
francesi e tedesche contro Peter Handke
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http://www.ilmanifesto.it/
il manifesto, 4 Maggio 2006
Handke, accuse di censura alla Comédie Française
Oggi la «difesa» dell'amministratore Marcel Bozonnet dopo le
polemiche seguite alla sua scelta di cancellare la pièce dell'autore
austriaco dal cartellone . 40 artisti hanno intanto firmato una
petizione in sostegno dello scrittore
Anna Maria Merlo
Parigi - Oggi, nella conferenza stampa sulla programmazione sulla
stagione 2006-2006 della Comédie française, l'amministratore generale
Marcel Bozonnet dovrebbe reagire alla polemica che sta suscitando la
sua decisione di eliminare dal cartellone la pièce di Peter Handke,
Voyage au pays sonore ou l'art de la question, regia di Bruno Bayern
(prevista al teatro del Vieux Colombier dal 17 al 24 febbraio 2007).
Una quarantina di personalità hanno già firmato una petizione contro
la decisione di Bozonnet, denunciando «la censura» contro Handke.
Tra i firmatari, la Nobel austriaca Elfriede Jelinek, scrittori come
Patrick Mondiano e Patrick Besson, registi come Luc Bondy e Emir
Kusturica. Jelinek, in una lettera a Le Monde, accusa la Comédie
française di inserirsi «nella peggiore tradizione di quelle
istituzioni culturali che mettono al bando gli artisti imbarazzanti e
li condannano al silenzio».
La petizione ripercorre la storia della deprogrammazione di Voyage :
all'origine, un articolo del Nouvel Observateur dove la giornalista
Ruth Valentini accusa Handke di «revisionismo» e di aver «perso
l'onore» partecipando il 18 marzo scorso al funerale di Milosevic.
Bozonnet ha affermato di essersi basato su questo articolo per
decidere di annullare Voyage, perché «la presenza di Handke alle
esequie di Milosevic è un oltraggio alle vittime» del regime serbo.
Bozonnet ha proposto a Bruno Bayern una pièce di un altro autore, ma
il regista (anche traduttore di Handke) ha rifiutato, perché, afferma
«pensavo che programmare Handke fosse il segno di un tempo di pace».
La petizione accusa Bozonnet : «senza essersi preoccupato di
verificare le affermazioni della giornalista, ne ha approfittato per
porsi pubblicamente come difensore delle vittime e eroe dei diritti
dell'uomo».
Per i firmatari, l'unica cosa vera è che Handke si è recato al
funerale di Milosevic : «non si tratta qui di decidere se ha avuto
torto o meno di andarci. Si tratta di sapere se questo fatto deve
giustificare o meno il ristabilimento in Francia di una forma di
censura esercitata dai benpensanti». Per i firmatari della petizione,
Handke è da alcuni anni vittima «di una messa la bando sistematica»,
al punto che, denunciano, «ormai delle librerie rifiutano di avere
dei libri di Handke nei loro scaffali». Questa «messa al bando»
avrebbe avuto origine quando Handke ha «cominciato a denunciare la
demonizzazione dei serbi e a porre delle domande sulla guerra
jugoslava».
Oggi, Marcel Bozonnet spiegherà le sue ragioni. Per la programmazione
del Vieux Colombier, è l'amministratore generale a decidere
autonomamente (a differenza della sala Richelieu, dove le devono
essere accettate da un voto del comitato di amministrazione).
Nel comitato alcune voci si sono comunque levate, in nome della
«separazione tra l'autore e l'opera», contro la decisione di
Bozonnet. L'amministratore generale non le ha però volute ascoltare,
sulla base del testo pubblicato da Handke sulla rivista tedesca
Focus, dove l'autore austriaco accusa il tribunale internazionale di
«non assistenza a persona in pericolo» per aver lasciato morire
Slobodan Milosevic in carcere.
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http://www.ilmanifesto.it/
il manifesto, 5 Maggio 2006
Insulti alla Comédie française e al pubblico
Teatro. Dalla Francia un pericoloso precedente di censura
Gianfranco Capitta
Censura in senso stretto, non se ne ricorda in Italia da tempo, se si
esclude un infelice episodio a Siracusa nel 2002, quando il
forzitaliota Micciché, avendo letto sul Corriere che nelle Rane di
Aristofane al Teatro Greco per la regia di Luca Ronconi sarebbero
apparsi in quanto rappresentanti del potere pubblico, come indicato
dal testo di 2500 anni fa, i volti di Berlusconi Fini e Bossi, si
arrabbiò e pretese che quelle facce non apparissero. Perfino Dario Fo
al Piccolo teatro, se ha avuto qualche scaramuccia preventiva sul suo
Anomalo Bicefalo, era perché raccontava di Berlusconi, e il primo a
difenderlo è stato il direttore dell'ente milanese Escobar. La
censura da noi si è fatta insomma di merito, all'interno di una
creazione artistica, come ogni tanto è stato lì lì per accadere per
qualche artista, soprattutto visivo, che faceva vedere quello che non
doveva apparire. La decisione censoria del sovrintendente della
gloriosa Comédie Française, è però ancora più grave, perché fa
esplodere sui giornali e in rete quello che era una abitudine morbida
e «normale», pratica quotidiana che ovunque viene condotta senza
tante polemiche e chiacchiere. In Italia questi cinque anni di
governo berlusconiano hanno reso indolore la censura e l'autocensura,
l'oscuramento l'allontanamento e la rimozione non di chi fosse
«filoserbo», ma di chi solo non fosse schierato col capo e con i suoi
amici. Nei programmi dei teatri e delle istituzioni, per venire tanto
nettamente quanto «dolcemente» esclusi non è stato certo necessario
pensarla come Handke, ma solo differentemente dagli eroi del
Bagaglino. L'esempio più grossolano sono le minacce assai volgari e
gridate alla prossima Biennale teatro. E non c'è Handke in programma,
ma solo Goldoni e Gozzi di cui si incrociano i centenari: il
direttore però, Maurizio Scaparro, ha partecipato poco prima delle
elezioni a un dibattito (proprio sui tagli...) indetto dai Ds, e
questo è inaccettabile per il governatore veneto Galan. Lo scandalo è
esploso invece a Parigi perché la Francia, con tutti i suoi
condizionamenti politici, i suoi schieramenti e i suoi giochi di
potere, poi alle forme ci crede, così come alle istituzioni e ai suoi
fondamenti. Per secoli la Comédie ha rappresentato solo classici di
autori defunti da un pezzo, e solo recentemente si era aperta alla
contemporaneità. Tra l'altro, benché il sovrintendente abbia un
grande potere, quel teatro nazionale vede gli attori come
societaires, corresponsabili di tutte le scelte. E il motivo della
censura non sta nel testo, che come molti di Peter Handke sarà bello
e molto teatrale, tanto più se diretto da un regista di rango come
Bruno Bayen. Il suo comportamento ai funerale di Milosevic diventa il
pretesto per l'ennesimo eccesso di malinteso politically correct.
Quasi che le posizioni di Handke rispetto al paese che ben conosce,
non siano note e manifeste da sempre, oltre che lecite anche per chi
non le condividesse.
Alla fine di questa travagliata era Chirac, cade un altro baluardo
dei principi del 1789. Ma il problema, come dicono i moltissimi blog
e buona parte della stampa, non è Handke, quanto il narcisismo del
sovrintendente Bozonnet, che spera di passare così infaustamente dal
palcoscenico alla storia. Qualche anno fa anche Pinter fu attaccato
per aver avanzato dubbi sulla legittimità del tribunale dell'Aja, ma
a nessuno venne in mente di proibirne la rappresentazione dei testi.
Ora a Parigi, il titolo forse più famoso di Handke, Insulti al
pubblico, si trasforma in un mesto insulto alla libertà.
Parigi mette a tacere Peter Handke
La Comédie française cancella dal cartellone del teatro la pièce
dello scrittore austriaco, «Ha partecipato ai funerali di Milosevic».
Polemiche e proteste, ma ieri è arrivata la conferma dell'esclusione
Il testo dell'opera «Voyage au pays sonore ou l'arte de la question»
è del 1989 e non parla di Jugoslavia. Handke si dice «disgustato»
dalla censura. Nobel, scrittori e registi schierati con lo scrittore
Anna Maria Merlo
Parigi - Ieri mattina, l'amministratore generale della Comédie
française, Marcel Bozonnet, ha precisato le ragioni che lo hanno
spinto a deprogrammare dal cartellone del teatro del Vieux Colombier
per la stagione 2006-2007 la pièce dell'autore austriaco Peter
Handke, Voyage au pays sonore ou l'art de la question: «Quando ho
letto che era andato al funerale di Milosevic e letto cosa aveva
detto, sono rimasto secco. Peter Handke non sa dov'è il mondo, dov'è
la verità, non crede alle testimonianze, è questo che ha detto sulla
tomba di Milosevic. In un teatro non si fa venire chicchesia, ma chi
si stima e al quale è possibile stringere la mano. Non sono un
censore, perché non sono un prefetto, e solo il ministro degli
interni potrebbe decidere la censura». Per Bozonnet, «andare al
funerale è stato un gesto molto forte. Stupefacente. Rispetto il
principio della separazione dell'uomo e dell'opera. Ma in questo
caso, non posso».
Nei fatti, viste le regole che vigono per il Vieux Colombier, la
pièce di Peter Handke resta quindi deprogrammata, perché è
l'amministratore generale che decide da solo, mentre per gli altri
due teatri della Comédie française (sala Richelieu e Studio-Théâtre)
c'è un voto al consiglio di amministrazione. E in questa sede, alcuni
hanno criticato la decisione di Bozonnet. Ieri, Handke si è detto
«disgustato» dal caso e afferma di «non aver mai avuto posizioni
negazioniste. Perché non si aprono i miei libri invece di accusarmi?
Ho scritto sulle vittime serbe perché nessuno aveva scritto su di esse».
Il testo del Voyage non ha nulla a che vedere con la Jugoslavia e la
sua tragica storia. È stato pubblicato in tedesco nell'89, quindi
prima della fine dell'ex Jugoslavia, poi tradotto in francese nel
'93. Un anno fa, era stato proprio Bozonnet a scegliere la pièce di
Peter Handke, con la regia di Bruno Bayen, che ne è anche il
traduttore, prevista al Vieux Colombier dal 17 gennaio al 24 febbraio
2007. Bozonnet afferma di aver cambiato idea quando ha saputo, da un
breve articolo apparso sul Nouvel Observateur il 6 aprile scorso, che
Handke si era recato, il 18 marzo, ai funerali di Milosevic a
Pozarevac, in Serbia, e dopo aver letto quello che lo scrittore aveva
affermato in un breve intervento: «Il presunto mondo sa tutto su
Milosevic. Il presunto mondo conosce la verità. Per questo il
presunto mondo è assente oggi, e non solo qui e non solo oggi. Io non
so la verità. Ma guardo. Sento. Provo. Mi ricordo. Domando».
Sulla rivista tedesca Focus, Handke ha spiegato le ragioni della sua
presenza a Pozarevac: a causa delle «reazioni unanimamente ostili dei
media occidentali» e a causa del «linguaggio» usato nei confronti
dell'ex presidente serbo. «No, Slobodan Milosevic non è un dittatore
- ha scritto Handke su Focus - No, Slobodan Milosevic non può essere
definito il boia di Belgrado. Il motivo principale del mio viaggio
era di essere testimone. Testimone né nel senso dell'accusa né in
quello della difesa».
La decisione di Bozonnet ha sollevato una forte polemica nel mondo
intellettuale europeo. La scrittrice austriaca, premio Nobel,
Elfriede Jelinek, scrittori come Patrick Mondiano e Patrick Besson,
registi di teatro e di cinema, come Luc Bondy e Emir Kusturica, hanno
firmato una petizione, a cui ieri si sono aggiunti i nomi della casa
editrice tedesca Suhrkamp e del sovrintendente del Berliner Ensemble,
Claus Peymann, dove denunciano la «censura» contro Handke.
Elfriede Jelinek, in una lettera a Le Monde, accusa la Comédie
française di inserirsi «nella peggiore tradizione di quelle
istituzioni culturali che, ai tempi delle dittature, mettono al bando
gli artisti imbarazzanti e li condannano al silenzio».
In un testo che pubblica Le Monde di oggi, il regista e traduttore
Bruno Bayen denuncia la «decisione settaria» di Bozonnet, che
«pretende designare, al posto degli artisti e del pubblico, chi sta
dalla parte dei buoni e chi dei cattivi». Per Bayen, è una decisione
controproducente: «A chi serve l'annullazione della pièce? Chi
rafforza?».
Emir Kusturica, su Libération, ironizza: «Considerando questa
proibizione, d'ora in avanti gli autori dovranno inserire nelle
propria nota biografica i funerali a cui hanno assistito? Quelli a
cui non sono andati?». Invece, Jacques Blanc, direttore del teatro di
Brest, propone a tutti i direttori di teatro europei di «sospendere»
le rappresentazioni di opere di Peter Handke per una stagione:
«Difendo in assoluto l'idea di mantenere, costi quel che costi, le
rappresentazioni teatrali come ultimo baluardo dello scambio
dell'essere con l'essere in un mondo dove la tecnologia sta per
ottenere una vittoria totale. Sono contro tutte le annullazioni. Ma
ogni assoluto ha la sua eccezione e l'eccezione qui si chiama crimine
contro l'umanità». Per Jacques Blanc, gli europei «devono condannare
con questo gesto ogni assenso a una politica di purificazione etnica,
religiosa e culturale».
Il ministro della cultura, Renaud Donnedieu de Vabres, è imbarazzato.
Ieri ha scritto una lettera a Marcel Bozonnet, dove afferma che
«avrebbe potuto essere utile far ascoltare» le domande poste dalla
pièce di Handke. «Benché comprenda e rispetti la sua posizione di
cittadino - scrive Donnedieu de Vabres - non posso che prendere atto
della sua decisione». Per il ministro il Voyage «opera ben nota, pone
domande di portata universale ai nostri contemporanei, che in questi
tempi agitati avrebbe potuto essere utile far sentire al pubblico,
provenendo da un autore di reputazione internazionale».
Elfriede Jelinek
La dittatura delle istituzioni culturali
Tra i firmatari del manifesto «Contro la censura dell'opera di Peter
Handke», anche il premio Nobel per la letteratura Elfriede Jelinek.
«Sono inorridita - ha dichiarato la scrittrice austriaca - dal fatto
che la Comédie-Française possa comportarsi come un'autorità censoria
e ritirare dal suo programma una pièce di Peter Handke per togliere
allo scrittore, a causa delle sue posizioni prosebe, la sua
«visibilità pubblica».
Nel non mettere in scena la sua pièce per queste ragioni, la Comedie-
Française, in passato così ricca, si iscrive nella peggiore
tradizione di quelle istituzioni culturali che, in tempo di
dittatura, accantonano gli aristi «fastidiosi» e li condannano al
silenzio. Chiunque impedisca a un artista di fare il proprio mestiere
(e di presentare le sue opere al pubblico) commette un crimine non
solo contro quel poeta, ma contro l'intero pubblico. Un comportamento
di questo genere è di certo il meno appropriato per rendere giustizia
alle vittime del regime di Milosevic».
«La libertà deve essere totale»
Cristina Piccino
Roma - Ora è ufficiale. Voyages au pays sonore ou l'art de la
question non sarà nel cartellone della stagione 2006/7 della Comedie
française. Michel Bozonnet, amministratore generale della Comedie, ha
confermato ciò che già si sapeva da giorni. Il testo di Peter Handke
che doveva essere messo in scena da Bruno Bayon è stato tolto perché
Handke ha partecipato ai funerali di Slobodan Milosevic. Nulla dunque
che riguarda il testo stesso scritto tra l'altro nell'89, prima della
guerra nella ex-Jugoslavia - il che sarebbe già atroce - ma una
censura sulla persona e sulle sue opinioni senza nessuno spazio di
discussione.
«Da direttore di teatro, nella mia esperienza all'Argentina di Roma,
l'ultima cosa che potevo pensare era l'esercizio di una qualsiasi
forma di censura. Ho l'impressione però che questo episodio sia il
sintomo di qualcosa di più grande» dice Mario Martone, regista di
teatro e di cinema, che ha lavorato sul conflitto nella ex-Jugoslavia
in Teatro di guerra «Questa storia ci dice infatti che la guerra
nella ex-Jugoslavia con tutto quanto ha comportato è ancora oggi un
problema irrisolto nella coscienza europea. Uscirei allora dalla
censura, è ovvio che nessuno è felice se un testo viene censurato a
teatro o altrove, che siamo tutti contro la censura ... Qui però la
censura è la rimozione di un cratere mai colmato e occultato da
tragedie planetarie venute dopo, l'11 settembre, la guerra in Iraq,
che continua a essere una grande ferita per tutti. In Teatro di
guerra parlavo di un vuoto nella discussione sulla ex-Jugoslavia che
è rimasto tale. Anche chi ha lavorato a lungo su questo oggi ha
gettato la spugna. L'occultamento però non ha guarito il trauma, era
una guerra che riguardava il cuore dell'Europa, c'erano nodi
fondamentali, la chiesa, il comunismo, i confini europei che non sono
mai stati sciolti. Questo episodio ci dice che è come se dovessimo
ancora tornare lì. Handke ha scelto una posizione coraggiosa anche se
non condivisibile, ma questo ovviamente non vuol dire censurarlo».
«D'istinto oggi sono forse la persona meno indicata a commentare i
rapporti con le istituzioni visto che per avere partecipato a un
incontro sui tagli del Fus (il fondo unico dello spettacolo, ndr), mi
hanno tolto i fondi della Biennale» dice Maurizio Scaparro, regista e
direttore della Biennale teatro di Venezia, finito nel mirino di
Galan, presidente della regione Veneto per avere preso una posizione
critica sui tagli alla cultura. «La libertà deve essere totale. Mi
auguro che ci ripensino, altrimenti si crea un brutto precedente. Le
scelte e i comportamenti personali non devono diventare un motivo di
censura. Fanno male i direttori delle istituzioni a sposare questo
atteggiamento, non pensano al danno che causano. Viviamo momenti
strani, ma una scelta del genere è abnorme. Non la si può scusare in
nessun modo, la libertà è la prima cosa nel rapporto con le
istituzioni. Poi si può essere in disaccordo con le idee di un altro,
ovviamente, ma questo deve rimanere un fatto personale, non può
diventare una scelta di censura pubblica».
«La libertà è libertà e è una sola. Certo che avrei lasciato nel
cartellone il testo di Handke, declinare la libertà è complicato, e
l'arte non può essere soffocata con un gesto così drammaticamente
violento» dice Ninni Cutaja direttore del Mercadante, lo stabile di
Napoli. «Non permettere a un'opera di andare in scena è sempre un
gesto politicamente non corretto. Penso che abbiamo la responsabilità
di accogliere un artista, anche se non ci piace fino in fondo, e
soprattutto una decisione come quella presa alla Comedie française
può essere spunto per altre nefandezze. Si può criticare la scelta di
Handke di partecipare ai funerali di Milosevic ma separarei l'uomo
dalla sua arte».
«L'arte è libertà e questo non bisogna mai dimenticarlo. E un artista
per sensibilità è più attento al mondo, alla violenza, alle
persecuzioni, sa capire e intuire chi sono i 'dittatori' in questo
momento storico nel quale tutto è ambiguo e rischia di essere
mascherato» dice Pippo Delbono, regista molto amato in Francia. «Mi
avevano chiamato tempo fa alla Comedie proponendomi di fare un testo
di Brecht. Quando gli ho detto che volevo la massima libertà per
metterlo in scena la cosa non ha più avuto seguito. Alla Comedie c'è
un comitato che deve decidere i testi, una commissione che valuta se
sono conformi ai criteri artistici del loro repertorio, incarnano
insomma un conservatorismo culturale che è molto poco democratico.
Quanto a Handke, si potrebbe dire lo stesso per chi è andato ai
funerali del papa... O a quelli di Bush anche se non è ancora morto.
L'arte aiuta a scoprire i veri criminali che oggi si camuffano da
politici, che sono dentro a figure poco chiare della democrazia.
Questa censura è assurda. E mi ricorda la stessa malattia che porta
alla mancanza di democrazia».
---
From:
jugocoord
Subject: [JUGOINFO] E' scoppiato un nuovo caso
Handke in Germania !
Date: May 31, 2006 12:43:51 PM GMT+02:00
E' di circa una settimana fa la notizia dell'assegnazione a Peter
Handke, da parte della giuria, del premio Heinrich Heine consistente
nella somma di 50000 Euro che dovevano essere consegnati all'insigne
letterato austriaco a dicembre prossimo a Düsseldorf (si veda http://it.
groups.yahoo.com/group/jugoinfo/message/544).
La longa manus (pelosa) del circo del politically correct non è stata
certo ferma nemmeno stavolta. La consigliera comunale dei Verdi
tedeschi (il partito di Joska Fischer, tra i più slavofobi e attivi nel
fomentare lo squartamento della Jugoslavia) Karin Trepke ha dichiarato
che intende esercitare il diritto del consiglio comunale di Düsseldorf
di sovvertire il verdetto della giuria e revocare l'assegnazione del
premio al "serbo" Handke "amico del genocida Milosevic".
Come era facile prevedere in Germania si è sollevato un vespaio di
polemiche, sull'onda di quanto avvenuto recentemente in Francia dopo la
cancellazione di una pièce teatrale del perseguitato autore austriaco...
---
http://archivio.corriere.it/archivio/buildresults.jsp
Corriere della Sera
sabato, 3 giugno, 2006
Dietrofront su Handke «Il premio sarà annullato»
Wenders lo difende: «È un poeta, ragiona senza compromessi»
Il Comune di Düsseldorf ritirerà i fondi per l' Heine Preis.
«Lo scrittore è filoserbo»
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE BERLINO - Diventa tormento nazionale in
Germania, terreno di feroce polemica e scambi di accusa tra
politici
e intellettuali, la vicenda dell' assegnazione del Premio
Heinrich
Heine allo scrittore austriaco Peter Handke. Definita scandalosa
e
condannata da più parti, a causa del sostegno dato da Handke alla
causa filoserba e personalmente a Slobodan Milosevic, da lui difeso
e
onorato fino alla tomba, la decisione è stata presa di mira dal
Consiglio comunale di Düsseldorf, la città dove ha sede il
premio,
che ha fatto sapere di volerla annullare, anche bloccando il
finanziamento dei 50 mila euro della dotazione. Una mossa senza
precedenti, che ha spinto ieri due membri della giuria letteraria
a
dimettersi dall' incarico, denunciando l' ingerenza dei politici e
la
«caccia alle streghe» scatenata contro Handke, definito «uno dei
più
significativi autori contemporanei». Si difende lo scrittore,
nell'
intervento pubblicato in questa pagina, chiarendo e in parte
aggiustando il tiro su alcune ambiguità del passato. Intervengono
a
suo favore il regista Wim Wenders e la sezione tedesca del Pen
Club,
l' associazione degli scrittori, che parla di «spettacolo
indegno»
offerto dalle autorità di Düsseldorf, pronte a delegittimare e
diffamare una giuria di loro scelta, in nome del politicamente
corretto. Una scelta sbagliata, uno sberleffo alle vittime della
pulizia etnica nei Balcani, un riconoscimento all' avvocato dei
tiranni, il più irriducibile difensore del boia Milosevic sul cui
feretro egli ha depositato una rosa rossa e tenuto l' orazione
funebre: così era stato bollato nelle scorse settimane l'
annuncio
che Handke avrebbe ricevuto il prestigiosissimo Heine Preis.
Giornali
come Die Welt, premier regionali come quello del Nord
Reno-Vestfalia,
Jürgen Rüttgers, leader femministe come Alice Schwarzer, perfino
il
capo dei Verdi, Fritz Kuhn, avevano contestato l' assegnazione
del
premio all' autore di «Un viaggio d' inverno», 1995, celebre
racconto
di viaggio nella Serbia in guerra, dove, ecco una delle accuse,
taceva sulle stragi di massa, mentre descriveva la dolce e
struggente
bellezza del paesaggio. Ma quando, come a un segnale convenuto,
anche
i consiglieri comunali di Düsseldorf si sono adeguati all'
opinione
prevalente annunciando il dietro front, l' incendio polemico è
divampato. A chi abbia davvero letto i lavori di Handke, scrive
Wenders sulla Süddeutsche Zeitung, «non solo gli scritti sull' ex
Jugoslavia degli ultimi 15 anni, ma quelli di 40 ricchissimi
anni,
non sfuggirà certo che si tratta di un grande poeta, un pensatore,
un
umanista anche, che ha ragionato in modo audace e senza
compromessi
sul nostro tempo e ha reinventato la nostra lingua». Uno così,
continua il regista, «non è un fascista, non è di destra, né di
sinistra, ma in quanto autore è semplicemente se stesso. Questo
onore
bisogna meritarlo, Heine era uno così». Wenders ricorda che lo
stesso
Handke ha ritirato, scusandosi, le sue affermazioni più
controverse,
come quella in cui paragonò il destino dei serbi a quello degli
ebrei. E conclude: «Se Heine potesse ancora esprimersi, se di
notte
potesse riflettere sulla Germania, o su Düsseldorf, oso pensare
che
starebbe dalla parte del poeta, ostinato, tenace, coraggioso,
anche
se non libero da errori e sbagli». Ma il gesto più clamoroso sono
le
dimissioni dalla giuria del premio della critica austriaca,
Sigrid
Löffler e del docente di letteratura francese, Jean-Pierre
Lefevre.
«Non vogliamo più appartenere a un collegio che non è in grado di
attenersi alla proprie decisioni» scrivono in una lettera
pubblicata
dal quotidiano bavarese. Formata da 17 persone, 12 esperti più 5
rappresentanti del Comune, la giuria aveva votato per 12 a 5,
quindi
con una maggioranza dei due terzi, a favore di Handke. «Nessuno -
spiegano i dimissionari - vuole minimizzare le azioni bizzarre di
Handke nella vicenda Milosevic, né condividerne le posizioni sui
Balcani. Ma le sue vedute dissenzienti non possono in alcun modo
giustificare la cieca aggressività con cui un autore viene
isolato
umanamente e politicamente, ridotto al silenzio e danneggiato».
Valentino Paolo
---
http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=9873
"Difendo Peter Handke è lo scrittore del secolo"
di Wim Wenders
su la Repubblica del 03/06/2006
Mercoledì scorso, con un articolo intitolato «Inscenare le
maldicenze
sul proprio conto», la Süddeutsche Zeitung ha preso le distanze
dalla
piega che aveva preso il dibattito sul premio Heinrich Heine.
Oltre
tutto, fin da martedì scorso lo stesso Peter Handke è intervenuto
personalmente sulla Frankfürter Allgemeine Zeitung («Quello che
non
ho detto»), e quindi giovedì sempre sulla Süddeutsche, come già
una
settimana prima su Libération, con un titolo significativo: «Alla
fine non si capisce più nulla».
Per chi legga le sue argomentazioni, e più in generale chiunque
sia
portato a farsi una sua idea in base alle proprie letture, e può
quindi far parte della platea dei lettori ai quali Handke si
rivolge
come autore, è sconcertante - o anche ridicolo, se non fosse
tanto
triste - che a un tratto chiunque si senta autorizzato a
intervenire
senza sapere nulla dei precedenti, e ovviamente senza aver letto
neppure un libro di Handke. E non mi riferisco qui solo agli
scritti
- sei racconti, alcuni lavori teatrali e vari articoli - dedicati
in
questi ultimi quindici anni alla ex Jugoslavia, bensì in generale all
´opera di Peter Handke in quarant´anni di intenso lavoro. A
incominciare da Prima del calcio di rigore, passando per
Infelicità
senza desideri, fino a Perdita dell´immagine - che per me è il
libro
del secolo - il «lettore» deve aver percepito - e sicuramente ha
percepito il respiro di un grande poeta, pensatore e umanista. Di
uno
che ha rifatto daccapo il percorso della nostra epoca, con coraggio
e
senza compromessi. Che usa la nostra lingua in maniera nuova e
stimolante, e rifonda il mondo (e non solo il suo proprio mondo)
con
i mezzi di questa lingua. Uno così non è un «fascista» (come si è
sentito dire ultimamente in Francia) e neppure «di destra». In
quanto
autore, è «se stesso». Quest´onore, bisogna innanzitutto
esserselo
guadagnato (Heinrich Heine era appunto «uno così»).
«Uno così» può e deve possedere un senso dell´ingiustizia diverso
da
quello dei nostri politici dalla memoria corta. «Uno così» può e
deve
avere un senso della giustizia incorruttibile. «Uno così» può e
deve
insorgere contro le opinioni correnti, come Handke aveva fatto fin
da
prima che iniziasse la guerra della Nato contro Belgrado. C´è da
chiedersi quanti di coloro che oggi lo trattano con sufficienza
siano
stati a Rambouillet, e quanti si rammentino l´oggetto di quelle
trattative.
«Uno così» può e deve anche potersi comportare come gli dettano
le
sue emozioni. E nessuno può seriamente biasimare Peter Handke se
per
lui quella dei serbi è una questione molto personale e fortemente
sentita. O forse non è così? Forse è giusto biasimare chi ha il
coraggio di una totale franchezza e umanità, nel mondo freddo e
impersonale che è quello della politica? (E anche se così fosse,
non
sarebbero comunque giustificate certe etichette e certe accuse
che
rasentano il linciaggio morale). Il fatto che abbia detto una
frase
di troppo (quell´infelice paragone tra i serbi e gli ebrei) lo ha
ammesso, e per iscritto, già da anni (un´ammissione apparsa anche
sui
giornali tedeschi). All´epoca se ne prese atto senza alcuna
replica.
Perché ora tutto questo viene tirato un´altra volta in ballo, come
se
lo stesso Handke non avesse ritrattato quella frase?
Chi si accontenta di basarsi sul sentito dire, su voci o su fonti
anonime, non esita neppure un attimo a demonizzare un uomo come
Peter
Handke. E sempre esaltante veder cadere un grande dall´altare
nella
polvere. (Come nello sport, che pochi paesi seguono come il
nostro.)
Ma il «lettore», che giudica con cognizione di causa (o meglio
evita
di giudicare) non esiterà a schierarsi contro la denigrazione in
atto. Di fatto, non può che solidarizzare con il suo autore e
dargli
manforte. Anche perché altrimenti «il suo leggere» ne uscirebbe
screditato.
Indubbiamente - su questo possiamo contare - sarà la storia a dire
l'ultima parola sui conflitti dell´ex Jugoslavia, da quelli
secolari
ai più recenti, così come sul ruolo di Milosevic in queste
vicende.
Ma se un autore insorge con veemenza in difesa dei serbi e contro
la
tendenza a condannare in blocco un intero popolo, allora la
Germania
in particolare dovrebbe usare estrema cautela delle sue reazioni
e
argomentazioni. Mai come nel nostro caso i vicini e gli ex nemici
hanno dato prova di tanta buona volontà a fronte della passata
dominazione nazista. «Noi tedeschi» siamo stati perdonati. Fin dall
´indomani della guerra, quanta disponibilità a distinguere tra
responsabili e innocenti! E quanto ne abbiano approfittato!
Chi oggi si reca in Serbia (io ci sono stato nel marzo scorso)
non
può non sentirsi profondamente sconcertato e turbato davanti al
profondo senso di disperazione per essere segnati a dito dal
mondo
come «i cattivi». Anche per questo, in Germania più che altrove
un
autore che insorge contro le condanne generalizzate dovrebbe
essere
preso sul serio.
Ai membri della giunta comunale di Düsseldorf (che è la mia
città,
ragion per cui mi sento particolarmente coinvolto) non posso che
raccomandare di diventare al più presto «lettori», e di non farsi
condizionare dai giudizi prefabbricati. La lettura è fonte di
coraggio, magari anche per dissociarsi dal voto del proprio
gruppo
consiliare! Per favore, leggetelo, prima di giudicare se sia
giusto
revocare a uno dei maggiori scrittori del nostro tempo una
distinzione che ha meritato - se posso dire la mia - più di
chiunque
altro, precisamente a motivo del suo impegno politico.
(Anche se qualche volta può aver sbagliato nei suoi giudizi.
Anche se il suo intervento al funerale di Milosevic fosse stato
un
errore. Ma può sbagliare uno che vuole solo essere un
«testimone»,
perché ritiene che questo paese emarginato abbia bisogno di testimoni?)
Se Heinrich Heine avesse voce in capitolo, se potesse ancora una
volta «pensare alla Germania nella notte» (anzi, in questo caso a
Düsseldorf). Beh, non lo può più fare. Ma oserei dire che su una
cosa
si può mettere la mano sul fuoco: Heine non esiterebbe un attimo
a
schierarsi con il poeta coraggioso, caparbio, certo non
infallibile
ma fedele alle proprie idee.
(Traduzione di Elisabetta Horvat)
# Altri testi ed interviste
---
BOSNIA: MATVEJEVIC E LE POLEMICHE FRA GLI
INTELLETTUALI
(ANSA) - Bologna 16 gennaio 1996 - "La posizione di Peter Handke e'
esageratissima, ma c'e' anche un po' di verita' in quello che dice. Non
si puo' permettere la demonizzazione di tutti i serbi, anche se la
colpevolezza piu' grande e' certamente di Milosevic e dei serbi". Lo
scrittore Predrag Matvejevic entra nella polemica scoppiata fra gli
intellettuali tedeschi. Lo ha fatto a Bologna nel corso della
Conferenza Stampa di presentazione della nuova rivista trimestrale
"Pluriverso. Biblioteca delle idee per la civilta' planetaria", nata
dall'incontro di un gruppo internazionale di scienziati e filosofi che
hanno contribuito allo sviluppo delle teorie della complessita', una
complessita' che trova nella ex Jugoslavia e in Bosnia il terreno forse
piu' difficile, e che fa sentire i suoi drammatici riflessi anche nel
mondo della cultura...
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Peter Handke attacca gli ipocriti
(da "Target", Vienna, n.14 - aprile 2003)
"Giorno dopo giorno divento sempre piu' furioso. Improvvisamente sono
diventati tutti contro la guerra. Persino Monsieur Chirac dice che per
ogni cosa ci vuole il Diritto. Ma per la Jugoslavia, che aveva
contribuito a liberare il mondo dal nazismo, il Diritto non contava
niente (...) Il Diritto era senza importanza, adesso invece va
improvvisamente tutelato. Percio' non voglio immischiarmi con chi ha
approvato la guerra contro la Jugoslavia. Gli Stati europei si sono
resi colpevoli per sempre. Adesso hanno placato la loro sete di sangue
in Jugoslavia - soprattutto la Germania ne aveva un gran bisogno - ed
improvvisamente tutti questi criminali sono per la pace."
"Nessuno parla piu' della Jugoslavia, benche' Milosevic non si possa
paragonare con Saddam Hussein ne' tantomeno con Hitler. E' un crimine
semantico paragonare cio' che non e' paragonabile, come i campi di
sterminio con i campi di prigionia: e' con questo paravento che la
Germania ha aggredito la Jugoslavia. Tutti i crimini veri e propri
hanno inizio con dei crimini semantici."
http://www.vorstadtzentrum.org/cgi-bin/joesb/news/viewnews.cgi?category=5&id=1049745775
---
http://www.blic.co.yu/danas/broj/E-Index.htm#9
Blic (Serbia e Montenegro) - 28 aprile 2006
Lo scrittore austriaco Peter Handke in Kosovo
"Questo è un universo di dolore"
Schierandosi dalla parte della giustizia, come egli stesso ha detto,
e sempre con le vittime, lo scrittore austriaco Peter Handke alcuni
giorni fa ha visitato il Kosovo.
Nei pressi delle case incendiate delle famiglie Nikolic, Kostic,
Bozanic e Bandic, nei villaggi di Retimlje ed Opterusa presso
Orahovac, Handke ha detto: "Questi sono universi di dolore. Io non ho
il diritto di parlare. Starò in silenzio, devo stare in silenzio.
Grazie per avermi dato la possibilità di vedere questo orrore in
prima persona. Questo non è il 21esimo secolo."
Insieme ad un gruppo di scrittori locali e stranieri, Handke ha
visitato i luoghi più martoriati del Kosovo sotto il patrocinio del
Centro di Coordinamento. "Era senza parole ma ha promesso di
raccontare, a modo suo, l'orrore a cui sono sottoposti i serbi
kosovari", ha detto l'organizzatore della visita, Ranko Djinovic.
"Vivendo come terribile il fatto che una madre non possa trovare la
tomba del figlio in un cimitero devastato, quello di Retimlje, Handke
ha preso le difese di una donna serba che in quel momento era
aggredita verbalmente da albanesi.
È riuscito ad ottenere di essere condotto in elicottero dal
comandante della KFOR austriaca per continuare la visita, ma è
rimasto sconvolto nell'assistere alla sassaiola contro un convoglio,
nel centro di Decani, nonostante la scorta, ed un minuto dopo mentre
si avvicinava al monastero di Visoki Decani", ha detto Djinovic.
Handke è ripartito ieri ma ha promesso di ritornare presto con un
numero ben più grande di scrittori di reputazione mondiale nonostante
le minacce che ha ricevuto, "allo scopo di risvegliare questo mondo
che dorme".
---
HANDKE
DICE QUE KOSOVARES NO MERECEN SU ESTADO
"La prensa ha
preparado bien la guerra, es culpable"
http://www.semanarioserbio.com/modules.php?name=News&file=article&sid=2614
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/5829
---
«In Kosovo c'è solo odio»
Intervista
a Peter Handke
TOMMASO
DI FRANCESCO su IL MANIFESTO - http://www.ilmanifesto.it/
16 GENNAIO 2008 - pagina 3
«Senza il coinvolgimento nelle ferite dei Balcani non sarei un vero
scrittore»
«Niente diritti umani, né garanzie democratiche. Ai serbi rimasti non è
permesso neanche il culto dei morti, vivono nel terrore. E l'Ue,
guidata dallo sloveno Janez Janza, primo criminale del dramma
jugoslavo, riconoscerà l'indipendenza, altrimenti gli albanesi
minacciano una nuova guerra»
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/5859
---
La nostra venerabile Europa ha perso
il cuore
Di Peter Handke, scrittore
La Jugoslavia è stata durante la
seconda guerra mondiale, un paese che si è liberato (quasi) da solo
dall’occupazione nazista. Cos’è che penserebbero oggi, i partigiani, i
resistenti dell'epoca, quegli sloveni, quei croati, quei bosniaci, quei
serbi, macedoni ed anche quegli albanesi nel sentire il refrain
(diventato assillante) che la grande Jugoslavia, per la quale si sono
battuti insieme, era uno "Stato artificiale" e che il suo
smantellamento non è stato uno strappo e soprattutto non una tragedia?
Riconoscendo lo Stato albanese del Kosovo (KOCOBO in cirillico), questi
autoproclamatisi medici dell'emisfero occidentale si sono schierati per
un paziente contro un altro paziente. Riconoscendo lo Stato albanese
del Kosovo, questi medici hanno violato il giuramento di Ippocrate e si
sono dimostrati falsi medici. Riconoscendo lo Stato albanese del
Kosovo, gli stati criminali occidentali, che avevano prima bombardato e
distrutto l'Jugoslavia serba, hanno accolto tra loro uno Stato
criminale per eccellenza. Riconoscendo lo Stato albanese kosovaro,
l'occidente ha privato, in un solo colpo mortale, il popolo serbo del
Kosovo della sua patria e lo ha reso, prigioniero ed esiliato allo
stesso tempo, nel suo paese. Riconoscendo lo Stato albanese del Kosovo,
la nostra degna Europa ha definitivamente perso il suo cuore. Piangiamo
silenziosamente insieme a tutti gli esseri imparziali e di buona
volontà, con il popolo serbo del Kosovo perduto.
KOSOVO
KOCOBO. Da Le Figaro (22/02/08)
Traduz a cura del FBIt
Notre
vénérable Europe a perdu son cœur
http://www.lefigaro.fr/debats/2008/02/20/01005-20080220ARTFIG00656-notre-venerable-europea-perdu-son-cur-.php
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/5934
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Handke: Evropa je ostala bez duše
Dragana ZEČEVIĆ, 15.10.2009 20:54:42
Srbi će preživeti sigurno. Oni moraju da prežive baš zato što im je
učinjena najveća nepravda. U skali nepravdi svih naroda na svetu, Srbi
su, uveren sam, na vodećoj listi - ponavljao je ove reči, gotovo
ogorčeno, Peter Handke na svako pitanje mogu li Srbi promeniti odnos
sveta prema njima i šta još nisu učinili da se to dogodi. Uveren je da
politička borba Srbije nije moguća i da neće doneti željene rezultate.
Teško pristaje na razgovor, jer ne želi da se odvoji od prijatelja iz
Velike Hoče, koji su se u njegovu čast okupili u dečanskoj vinici. Uz
pesme i vino obeležili su Miholjdan. Peteru Handkeu tog dana uručena je
nagrada ”Zlatni krst kneza Lazara”, najveće priznanje u okviru
obeležavanja Vidovdanskog pesničkog pričešća na Kosovu.
* Verujete li da se u
skorije vreme ništa neće promeniti?
- Mislim da se nikada nije dogodilo da se jednom tako pravednom narodu
vrati tolikom nepravdom. Tragičnost je u tome što se nepravda
pričinjena Srbima ne može prezentovati na pravi način, jer svetska
javnost jednostavno ne želi da prihvati činjenicu da je Srbima tako
nešto učinila.
* Zašto smo mi jedini
narod za koji ne važe ista pravda, ni ista pravila, kao za sve druge?
- Austrijanci misle da su Srbi i dalje krivi što je pala njihova
monarhija jer je Srbin ubio Franca Ferdinanda, Nemci verovatno misle da
su im Srbi ostali neprijatelji zbog rata sa partizanima, ali mislim da
je veliku grešku oko raspada biše Jugoslavije učinila Francuska bez
čijeg odobrenja Jugoslavija nikada ne bi doživela propast. Za mene je
jedan od glavnih krivaca za raspad bivše Jugoslavije Fransoa Miteran.
Srbi i Francuzi su uvek bili prijatelji i među njima je vladalo veliko
poverenje, ali zbog političkih i ekonomskih razloga između Nemačke i
Francuske, Miteran je žrtvovao Jugoslaviju za jednu Evropu. Za Evropu
kakva je sada. Za Evropu bez duše....
* Osećate li tugu što ni
vaša borba za dokazivanje istine nije uspela?
- Mislim da gubitnici uvek imaju pravo. Kao što Kafka piše da su
optuženi uvek lepi ljudi, smatram da su gubitnici bolji od pobednika.
Ponekad volim i pobednike, ali su za mene gubitnici u stvari -
pobednici. Gubitnici prave lepe snove za budućnost... Zapravo, mislim
da srpska tragedija pravi snove za budućnost čovečanstva, a navodni
pobednici Albanci na Kosovu, Bošnjaci u Bosni, ili Slovenci u Sloveniji
ne prave budućnost - jer oni ne sanjaju...
* Hoćete li se i dalje
boriti za dokazivanje pravednosti Srba i kako?
- Jedinim načinom na koji ja mogu, pričom, pisanjem i slikama koje
nosim iz ovog kraja.
* Nalazite li još
inspiraciju u Kosovu?
- Za moje stvaranje potrebni su mi ljudi, čovek mora da doživi ljude
oko sebe, dodir ruke, šta i kako rade... Ja sam tu, na Kosovu, za mene
je Velika Hoča odmor za dušu, a ljudi odavde bili su inspiracija i za
moju poslednju knjigu koja se zove ”Kukavice iz Velike Hoče”.
* Kakav osećaj imate ovde
u Velikoj Hoči? Da je Kosovo izgubljeno? Oteto? Da ga ne mogu oteti?
- Ja se skoro uvek u životu osećam na pogrešnom mestu, ali ovde
ponajmanje. Ovde, uvek mislim da sam na pravom mestu. Smatram da je
Srbiji na Kosovu pričinjena nepravda, ali bez dokazivanja nepravde ja
nisam pisac. A pisanje o tome je jedna lepa dužnost za mene. Ako ja na
tu nepravdu ne reagujem, onda se ne smem piscem nazvati. Mnogo je
nepravdi na svetu, ali se za ovu osećam odgovornim i dužnost mi je da o
tome pišem.
UMREĆU
KAO PRAVOSLAVAC
Peter Handke odavno je
vezan prijateljstvom sa Srbima. O tome svedoči činjenica da je početkom
aprila 1999. doputovao u
Srbiju u znak protesta zbog bombardovanja, vratio Bihnerovu nagradu i
istupio iz Katoličke crkve i poželeo da bude sahranjen po pravoslavnim običajima.
Njegovi eseji o Srbiji spadaju među najtemeljnije koji su pisani
poslednjih godina.
PRIJATELjI
SAMO U NARODU
Dok na pitanje ima li
među političarima i umetnicima u Srbiji prijatelja odgovara negativno,
Handke ističe da jednostavno voli
srpski narod zbog toga što su mu svi prijatelji.
- Drago mi je što na svoj
način mogu da učinim nešto za Srbe - odgovara poznati pisac koji upitan
zašto je svojevremeno
nagradu od 50.000 evra
poklonio baš srpskoj deci u Velikoj Hoči, ogovara u šali:
- Velika Hoča je mala.
Ovde mogu da kontrolišem kako je potrošen taj novac.
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Handke: L'Europa è
senza anima
Dragana ZEČEVIĆ, 15.10.2009 20:54:42
I Serbi sopravvivranno di sicuro. Devono sopravvivere proprio perché
gli è stata inflitta un'enorme ingiustizia. Nella scala delle
ingiustizie subite da tutte le nazioni del mondo, i Serbi, credo,
stanno al primo posto della lista - ripete queste parole quasi
amareggiato Peter Handke, alla domanda se i Serbi possano cambiare
l'atteggiamento del mondo verso di loro e che cosa non hanno ancora
fatto perchè ciò accada. E' convinto che la lotta politica della Serbia
non è possibile e che non porterà i risultati sperati.
Accetta di parlare a malavoglia, perché non si vuole separare dagli
amici di Velika Hoča, che si sono riuniti in suo onore nella cantina di
Dečane. Loro hanno celebrato San Michele con canti e vino. In questo
giorno a Peter Handke è stato conferito il premio "Croce d'Oro del
Principe Lazar", il più importante premio letterario del Kosovo,
nell'ambito dell’"Eucaristia poetica" di Vidovdan.
* Crede che a breve
termine non cambierà nulla?
- Penso che non sia mai accaduta una tale ingiustizia ad un popolo così
giusto. La tragicità è che l'ingiustizia causata ai Serbi non si può
interpretare nel modo corretto, perchè l'opinione pubblica mondiale
semplicemente non vuole accettare di aver fatto contro i Serbi qualcosa
del genere.
* Per quale motivo noi
siamo l'unico popolo a cui non si applica la stessa giustizia, né le
stesse regole, come per tutti gli altri?
- Gli Austriaci pensano che i Serbi siano ancora colpevoli per la
caduta della loro monarchia, in quanto un Serbo ha assassinato Franz
Ferdinand. I Tedeschi probabilmente pensano che i Serbi siano rimasti
loro nemici per via della loro guerra, con i partigiani, ma credo che
il grosso errore circa la disintegrazione della Jugoslavia lo abbia
commesso la Francia, poiché senza la sua approvazione, la Jugoslavia
non sarebbe mai andata verso il disastro. Per me, uno dei principali
responsabili della disgregazione dell'ex Jugoslavia è Francois
Mitterrand. Serbi e Francesi sono sempre stati amici e tra loro regnava
una grande fiducia reciproca, ma a causa di ragioni politiche ed
economiche tra Germania e Francia, Mitterrand ha sacrificato la
Jugoslavia per l'Europa. Per un'Europa com'è oggi. Per l'Europa senza
anima...
* Sente il magone perché
neanche la vostra lotta per la verità ha avuto successo?
- Credo che i perdenti abbiano sempre ragione. Come nel modo in cui
anche Kafka scrive che gli imputati sono sempre persone belle, penso
che i perdenti siano migliori del vincitore. A volte mi piacciono anche
i vincitori, ma per me, in realtà, i perdenti sono i vincitori. I
perdenti sognano un futuro migliore... In realtà, penso che la tragedia
serba prefiguri il sogno del futuro dell'umanità, mentre i presunti
vincitori, gli Albanesi del Kosovo, i Bosgnacchi in Bosnia, e gli
Sloveni in Slovenia, non forgino il futuro - perché non lo sognano...
* Vuole continuare a
lottare per dimostrare la rettitudine dei Serbi? Ed in quale modo?
- L'unico modo in cui sono capace, con il mio raccontare, il mio
scrivere, e con delle immagini che mi porto da questi paesi.
* Trova ancora
l'ispirazione in Kosovo?
- Per la mia opera ho bisogno delle persone, perché l'uomo deve sentire
gli altri intorno a se, li tocco con le mani, che cosa fanno e come ce
la fanno... Io sono qui in Kosovo e per me, Velika Hoča rappresenta una
festa per l'anima. Le persone da queste parti mi sono servite da
ispirazione per il mio ultimo libro intitolato "I cuculi di Velika
Hoča".
* Che cosa presagisce
mentre sta qui a Velika Hoča? Che il Kosovo è perduto? Sequestrato? Che
non potrà essere sequestrato?
- Quasi sempre nella mia vita mi sento di stare nel posto sbagliato, ma
qui questa sensazione mi assale di meno che in tutti gli altri posti.
Qui penso sempre di trovarmi al posto giusto. Credo che in Kosovo alla
Serbia sia stata arrecata una ingiustizia, ma se io non dimostrassi
l'ingiustizia, non mi considerei uno scrittore. E la scrittura su
questo tema per me rappresenta un dovere gradevole. Se io non reagissi
a quest'ingiustizia, allora non mi potrei considerare uno scrittore. Ci
sono molte ingiustizie nel mondo, ma per questa che è stata commessa
qui, io mi sento responsabile, ed è mio dovere
raccontarla.
MORIRO'
DA ORTODOSSO
Peter Handke è legato da
amicizia ai Serbi da lunga data. Ciò è testimoniato dal fatto che
all'inizio dell'aprile 1999 arrivò in Serbia per protestare contro i
bombardamenti, restituì il premio Bichner, abbandonò la Chiesa
cattolica ed espresse il desiderio d'essere sepolto secondo la
tradizione ortodossa. I suoi saggi sulla Serbia sono tra i più fondati
tra tutti quelli che sono stati scritti negli ultimi anni.
AMICI
ESCLUSIVAMENTE TRA LE PERSONE DEL POPOLO
Mentre risponde
negativamente alla domanda se abbia amici tra politici ed artisti in
Serbia, Handke sottolinea che lui semplicemente ama il popolo serbo
perché considera amici tutti quanti.
- Sono lieto che a mio
modo io possa fare qualcosa per i Serbi - risponde il famoso scrittore
alla domanda su perché abbia donato il premio di 50.000 euro proprio ai
bambini serbi di Velika Hoča, e scherza:
- Velika Hoča è un posto
piccolo. Qui sono in grado di controllare come viene speso il denaro.
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Razgovor
nedelje: Peter Handke
Kada vas volim, to je moja krivica
Niko nije u pravu do
kraja. Ni ja nisam mogao da budem, pišući svoje knjige, u pravu do
kraja. Pokušavao sam da uspostavim ravnotežu, ali nisam uspeo
U Gračanici, na Kosovu i Metohiji, Peteru Handkeu (1942), austrijskom
piscu, uručena je nagrada „Zlatni krst kneza Lazara”, priznanje
Vidovdanskog pesničkog pričešća. Iz Gračanice Handke je došao u Veliku
Hoču, svoje omiljeno mesto na Kosovu i Metohiji. Ovoj srpskoj varošici
u kojoj postoji trinaest pravoslavnih crkava (neke su iz 14. veka),
Handke je poklonio svojevremeno 50.000 evra. U Velikoj Hoči, gde smo
napravili ovaj razgovor, dočekuju ga kao najmilijeg, ovoga puta
harmonikaši s pesmom „Prazna čaša na mom stolu”. Ubrzo stiže čuveno
hočansko vino, Handke pije belo. Piše mi posvetu na knjizi „Juče, na
putu”, koju je objavila Srpska književna zadruga, u prevodu Zlatka
Krasnog. Ime Peter piše latinicom, prezime Handke ćirilicom, onda
dodaje ćirilicom Petar. Kaže da je dolazeći, u avionu, čitao „Politiku”
i da mu je drago što je njegova inicijativa, koju su podržali srpski
pisci i naše novine, prihvaćena i da će se na Smederevskoj pesničkoj
jeseni jedna nagrada zvati – Zlatko Krasni.
Handke je rođen u Grifenu u Koruškoj. Studirao je prava u Gracu.
Romanom „Stršljen” i dramom „Psovanje publike” postaje kultni pisac
bit-generacije. Objavio je pedesetak knjiga, među kojima su i prevodi
sa engleskog, francuskog, starogrčkog i slovenačkog jezika (majka mu je
Slovenka). Živi u Šavilu, kod Versaja, rado dolazi u Srbiju, posebno na
Kosovo i Metohiju. O raspadu Jugoslavije i demonizovanju Srbije napisao
je više knjiga: „Oproštaj sanjara od devete zemlje”, „Zimsko putovanje
na reke Dunav, Savu, Moravu i Drinu” (ili „Pravda za Srbiju”), „Letnji
dodatak za zimsko putovanje”, „Kroz suze pišući”, „Oko velikog
tribunala”, „Ptice kukavice iz Velike Hoče”, „Moravske noći”, „Juče, na
putu” (zapisi od novembra 1987. do jula 1990). Kod nas su prevedeni i
njegov roman „Don Huan”, drama „Podzemni bluz” i knjiga izabranih
pesama „Unutrašnji svet spoljašnjeg sveta unutrašnjeg sveta”. Dobitnik
je najvažnijih evropskih nagrada, osim Nobelove, mnogi veruju – iz
političkih razloga.
Mnogo ste učinili za
Kosovo i Metohiju. U znak zahvalnosti, dodeljena Vam je nagrada „Zlatni
krst kneza Lazara”, najznačajnije književno priznanje u južnoj srpskoj
pokrajini. Šta Vam znači ova nagrada?
Značenje ove nagrade ću, pretpostavljam, naknadno shvatiti. Sada mi još
nije sve dokraja jasno.
Neke druge nagrade,
dobijene u Evropi, upravo zato što ste branili Srbiju, Vama su oduzete,
a neke ste i sami vratili?
U Diseldorfu mi je dodeljena nagrada „Hajnrih Hajne”, a posle polemike
oduzeta. Odbio sam da primim tu nagradu. Posle bombardovanja
Jugoslavije od strane NATO-a odbio sam da primim i nagradu „Georg
Bihner”, 1999. godine.
Volite da dođete u Srbiju,
branite nas i kada to ne zaslužujemo. Šta Vas vezuje za naš narod?
Volim Srbiju, ali ne uvek. A kada vas volim, to je moja krivica.
U svojim knjigama ne
bavite se istorijskim činjenicama, Vas zanima sudbina malog čoveka u
vrtlogu istorije?
Interesuje me istorija. Istorija Jugoslavije je mnogo komplikovana i
tragična. Niko nije u pravu dokraja. Ni ja nisam mogao da budem, pišući
svoje knjige, u pravu dokraja. Pokušavao sam da uspostavim ravnotežu,
ali nisam uspeo. Ipak, vidimo se sledeće godine u Jerusalimu.
Da li ste svojim knjigama
uspeli da promenite sliku Srbije u Evropi?
Malo, vrlo malo, kod malog broja ljudi. Ali, taj mali broj ljudi se
svakim danom uvećava. I bilo bi dobro da oni prave što veći broj dece.
Zašto je Srbija toliko
oklevetana i medijski satanizovana?
Kada se vodi rat, neko mora da bude zao momak. I kada se za zlog momka
proglasi dobar momak, mediji na Zapadu nikada neće priznati grešku. Ta
se greška čak povećava, na nemačkom se to kaže – bežanje napred.
Ko je više doprineo
raspadu Jugoslavije: Evropa ili mi sami?
Evropa, svakako Evropa. Evropa nije mogla da podnese da postoji jedna
tako uspešna država kao Jugoslavija. Putovao sam 1990. godine po
Jugoslaviji. Mladi ljudi su podržavali opstanak zemlje, a oni stariji
su počeli da vode bitke započete u Drugom svetskom ratu. Prevladali su
zli ljudi.
U Haškom tribunalu se
sudi, pre svega, Srbima. Ima li tu pravde?
Haški tribunal bi bio uspešan da je sudio lokalnim zapovednicima, onima
koji su počinili zločine. Balkan nije isto što i zapadni svet. Lokalni
moćnici su mnogo odgovorniji od vrhovne komande. U Hagu se sudilo
najvišim rukovodiocima Srbije, čime se došlo do – pravedne laži. To je
velika tragedija za Srbiju. U Jugoslaviji je vođen građanski i verski
rat, žrtava je podjednako bilo i na hrvatskoj, i na muslimanskoj, i na
srpskoj strani. Logore su imali i Muslimani i Srbi. Bilo je pravičnih
suđenja u Haškom tribunalu protiv muslimanskih komandanata, ali su
mediji pisali samo o suđenjima Srbima. To nije bilo moguće ispraviti.
To vam je kao u Kafkinom „Procesu”, s tim što je Kafka bio optimista.
Šta očekujete od
Međunarodnog suda pravde o samoproglašenoj nezavisnosti Kosova i
Metohije na ročištu zakazanom za početak decembra?
Jedna nemačka izreka kaže da postoji samo jedno dobro iznenađenje,
bojim se da Međunarodni sud nije dobar ni za jedno iznenađenje.
Rekli ste jednom prilikom
da želite da budete sahranjeni po pravoslavnom obredu. Ostajete li pri
tome i dalje?
Napisao sam to u svom testamentu. Imam dogovor sa vladikom
zapadnoevropskim Lukom. Želim da budem sahranjen po pravoslavnom
obredu, bilo gde, možda u Šavilu, pored Pariza, gde živim i gde postoji
jedna mala pravoslavna crkva u koju idem. Nisam još ništa platio, ali
sve ću platiti.
Kada dođete u Srbiju, na
Kosovo i Metohiju, kakvu muziku slušate u kafani, imate li svoju
omiljenu pesmu?
To je starogradska pesma: „Ima dana kada ne znam šta da radim”. A volim
i pesme koje pevaju Ceca i Tozovac.
Šta savetujete Srbima na
Kosovu i Metohiji, šta je za njih najbolje?
Na to vam pitanje mogu da odgovorim samo minutom ćutanja!
Zoran
Radisavljević
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Nobelova nagrada
Nobelovu nagradu za
književnost dobila je ove godine Herta Miler, srpskim čitaocima malo
poznata spisateljica. Šta Vi o njoj znate?
Žestoko me je napadala kada sam branio Jugoslaviju. Miloševića je
upoređivala sa Čaušeskuom. Nisam je mnogo čitao, ali znam da je dobar
prozni pisac. Ali, njenoj prozi nedostaje duša. To što je ona doživela
u vreme diktature u Rumuniji nije dovoljno za literaturu. Dobra proza
se piše iz duše, mora da dođe iz stomaka. Ali, pre nje, mnogo lošiji
pisci su dobili Nobelovu nagradu.
Da li to znači da se
politika umešala i u dodelu najvažnijih književnih nagrada?
Nobelova nagrada za književnost više ne predstavlja neku veliku
važnost. Ona je poslednjih godina provokacija, ponekad vrlo dobra
provokacija. Ovo sa Hertom Miler je prazna provokacija.
[objavljeno: 18/10/2009]
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“Politika” -
Interviste nella Rubrica di Cultura
Conversazione di domenica:
Peter Handke
Quando vi amo, la
colpa è mia.
Nessuno ha ragione fino in fondo. Neanch’io ho potuto averla fino in
fondo, mentre scrivevo i miei libri. Ho cercato di trovare un
equilibrio, ma non ci sono riuscito
A Gračanica nel Kosovo e Metohija, a Peter Handke (1942), scrittore
austriaco, è stato conferito il premio "Croce d'Oro del principe
Lazar”, il riconoscimento dell’Eucaristia poetica del Vidovdan. Da
Gračanica Handke è andato a Velika Hoča, il suo posto preferito in
Kosovo e Metohija. A questa cittadina serba dove ci sono tredici chiese
ortodosse (alcune dal 14° secolo), Handke aveva donato 50.000 euro. A
Velika Hoča, dove abbiamo realizzato questa conversazione, lo hanno
accolto questa volta, sempre come l'ospite più gradito, i musicisti con
le fisarmoniche, suonando "Il bicchiere vuoto sul mio tavolo" ("Prazna
čaša na mom stolu" ndt). Ben presto è arrivato il famoso vino di Hoča,
e Handke ha scelto il bianco. Mi ha scritto la dedica sul suo libro
"Ieri, mentre ero in viaggio", pubblicato dall'editore serbo "Srpska
književna zadruga", nella traduzione di Zlatko Krasni. Il suo nome
Peter dapprima lo ha scritto in caratteri latini, ed il cognome in
cirillico, ed in seguito ha aggiunto il nome in cirillico Петер. Ha
detto che mentre arrivava in aereo leggeva il quotidiano "Politika", e
che gli è piaciuto che la sua iniziativa, accettata dagli scrittori
serbi e dal nostro giornale, sia stata apprezzata. Cosicchè, in
occasione del Festival autunnale della poesia a Smederevo, uno dei
premi porterà nome di Zlatko Krasni.
Handke è nato a Griffen in Carinzia. Ha studiato giurisprudenza a Graz.
Con il romanzo "Il Calabrone" e il dramma "Abuso del pubblico" è
diventato uno scrittore "cult" della generazione beat. Ha pubblicato
una cinquantina di titoli, tra cui anche traduzioni dall'inglese,
francese, antico greco e sloveno (sua madre era slovena). Risiede a
Shaville nei pressi di Versailles. Arriva sempre volentieri in Serbia,
ed in Kosovo e Metohija in modo particolare. Sul tema della
disintegrazione della Jugoslavia e della demonizzazione della Serbia ha
scritto vari libri: „L'addio del sognatore dal nono paese”, „Il viaggio
d'inverno sui fiumi Danubio, Sava, Morava e Drina” (noto come
„Giustizia per la Serbia”), l'„Annesso d'estate al viaggio d'inverno”,
„Scrivendo tra le lacrime”, „Sul Grande Tribunale”, „I cuculi di Velika
Hoča”, „Le notti sulla Morava”, „Ieri, mentre ero in viaggio” (scritti
tra il novembre 1987 e il luglio 1990). Da noi è stato tradotto il suo
romanzo "Don Juan", il dramma "Underground Blues" e la raccolta delle
poesie scelte "Il mondo interiore del mondo al di fuori del mondo
interiore". Ha ottenuto i più importanti riconoscimenti europei, ad
eccezione del Nobel - e molti credono, per motivi politici.
Ha fatto tanto per il
Kosovo e Metohija. In segno di gratitudine, Le è stato conferito il
premio "Croce d'Oro del Principe Lazar", il più importante premio
letterario nella provincia meridionale serba. Che cosa rappresenta per
Lei questo premio?
Il significato di questo premio, credo, lo comprenderò in seguito. Ora
non mi è del tutto chiaro.
Alcuni altri premi
ricevuti in Europa, solo perché stava difendendo la Serbia, Le sono
stati tolti, ed alcune li ha restituiti Lei...
A Düsseldorf mi era stato assegnato il premio "Heinrich Heine", poi
confiscato dopo le polemiche. Mi sono rifiutato di ricevere quel
premio. Dopo il bombardamento della Jugoslavia da parte della NATO, ho
rifiutato di ricevere anche il premio "Georg Bihner" nel 1999.
Le piace venire in Serbia,
ci difende anche quando non lo meritiamo. Che cosa La lega al
nostro popolo?
Io amo la Serbia, ma non sempre. E quando vi amo, la colpa è mia.
Nei suoi libri non
affronta i fatti storici, Le interessa il destino del piccolo uomo nel
vortice della storia?
Mi interessa la storia. La storia della Jugoslavia è molto complessa e
tragica. Nessuno ha ragione fino in fondo. Neanche io ho potuto averla
fino in fondo, mentre scrivevo i miei libri. Ho cercato di trovare un
equilibrio, ma non ci sono riuscito. Tuttavia, ci vediamo l'anno
prossimo a Gerusalemme.
Con i suoi libri è
riuscito a cambiare l'immagine della Serbia in Europa?
Poco, molto poco, nell'ambito di un piccolo numero di persone.
Tuttavia, questo piccolo numero di persone aumenta di giorno in giorno.
E sarebbe bene che facessero tanta prole.
Perché la Serbia è così
calunniata e demonizzata sui mezzi di comunicazione?
Quando si conduce una guerra, qualcuno deve fare il ruolo dell'uomo
cattivo. E quando per il ruolo dell'uomo cattivo si sceglie un uomo per
bene, i media occidentali non riconosceranno mai questo errore. Questo
errore perfino aumenta di intensità. In tedesco questo si chiama - fuga
in avanti.
Chi ha contribuito di più
al crollo della Jugoslavia: L'Europa, o soltanto noi?
L'Europa, certamente l'Europa. L'Europa non poteva tollerare
l'esistenza di un paese di successo come la Jugoslavia. Nel 1990 ho
viaggiato per la Jugoslavia. I giovani appoggiavano la sopravvivenza
del paese, mentre quelli più anziani hanno ricominciato a condurre la
battaglie iniziate nella Seconda guerra mondiale. Gente malvagia ha
preso il sopravvento.
Il tribunale dell'Aja
processa principalmente i Serbi. E' giusto questo?
Il Tribunale dell'Aja sarebbe stato efficace nel condannare i leader
locali, quelli che hanno commesso delitti. I Balcani non sono uguali
all'Occidente. I potenti locali sono molto più responsabili che non il
comando supremo. All'Aja hanno sottoposto al giudizio i più alti
funzionari della Serbia, e con questo si è realizzata - una menzogna
giudiziaria. Questa è una grande tragedia per la Serbia. In Jugoslavia
è stata combattuta una guerra civile e religiosa, le vittime sono
cadute ugualmente sia sul lato croato, che dal lato mussulmano o serbo.
Entrambi i Mussulmani e i Serbi avevano dei campi di concentramento. Ci
sono stati dei processi equi al Tribunale dell'Aja contro i comandanti
mussulmani, ma i media hanno scritto solo dei processi contro i Serbi.
Questo non era possibile rettificarlo. E' successo come nel "Processo"
di Kafka, soltanto che Kafka fu ottimista.
Che cosa si aspetta dalla
Corte Internazionale di Giustizia sul dibattimento fissato per l'inizio
del mese di dicembre, riguardo l'autoproclamata indipendenza di Kosovo
e Metohija?
Un proverbio tedesco dice che esiste soltanto una sorpresa bella. Credo
che la Corte non sia in grado di produrre neanche una sorpresa.
Lei ha detto una volta che
desidera essere sepolto secondo il rito ortodosso. Rimane ancora su
questa decisione?
L'ho scritto nel mio testamento. Mi sono messo d'accordo con
l'Arcivescovo occidentale Luka. Voglio essere sepolto secondo il rito
ortodosso, in qualunque posto, forse a Shaville nei pressi di Parigi
dove vivo e dove c'è una piccola chiesa ortodossa che frequento. Non ho
ancora versato il pagamento, ma lo farò per intero.
Quando arriva in Serbia,
in Kosovo e Metohija, che tipo di musica le piace ascoltare nei caffè,
ha una sua canzone preferita?
Sì, è una vecchia "starogradska" ["canzone della città vecchia", tipica
canzone tradizionale serba]: "Ci sono dei giorni in cui non so cosa
fare" („Ima dana kada ne znam šta da radim” ndt.). Mi piacciono anche
le canzoni di Ceca e Tozovac.
Che cosa consiglia ai
Serbi in Kosovo, cosa è meglio per loro?
Su questa domanda si può rispondere solo con un minuto di silenzio!
Zoran
Radisavljevic
---
Premio Nobel
Quest'anno il Premio Nobel
per la letteratura lo ha ricevuto la scrittrice Herta Müller, poco nota
ai lettori serbi. Che cosa ne sa di lei?
Lei mi attaccava ferocemente quando io difendevo la Jugoslavia.
Paragonava Milosevic a Ceausescu. Di lei non ho letto molto, ma so che
è una brava scrittrice di prosa. Solo che la sua prosa manca di anima.
Il fatto che lei ha vissuto durante la dittatura in Romania non è
sufficiente per la letteratura. La buona prosa è scritta dall'anima,
deve provenire dallo stomaco. Ma prima di lei, scrittori molto peggiori
hanno ricevuto il Premio Nobel.
Ciò significa che la
politica interviene nel conferimento dei premi letterari più importanti?
Il Premio Nobel per la letteratura non ha più una grande importanza.
Negli anni recenti, è diventata una provocazione, a volte molto
riuscita. Questa di Herta Müller è una provocazione priva di senso.
[pubblicato il:
18/10/2009]
|
VIVA IL
SOGNATORE DEL NONO PAESE
ES
LEBE DER TRÄUMER, DER AN DAS „NEUNTE LAND“ GLAUBTE
ŽIVEO ZALJUBLJENIK U
9. ZEMLJU !
LONG LIVE THE DREAMER OF THE NINTH COUNTRY
ŽIVEL ZALJUBLJENI V
9. DEŽELO !
Qualcuno pensava
di avere già visto tutto; invece mancava
ancora qualcosa.
Avevamo già visto
la
guerra fratricida, scatenata dai revanscisti dell'Ordine Europeo
hitleriano. Fatta di distruzioni, sevizie e spostamenti forzati di
popolazioni intere.
Avevamo visto la
cancellazione di un grande paese per decreto della "comunità
internazionale", e, sempre per decreto della
"comunità internazionale", la sua sostituzione con sei
republichette delle banane, che pare diventeranno almeno otto,
secondo il criterio del sangue, il criterio delle SS.
D'altronde, avevamo
visto santificare i nazisti; bombardare i
treni; trafficare armi nelle autoambulanze; delocalizzare lo
sfruttamento; imporre che la stessa lingua fosse chiamata con
quattro o cinque nomi diversi; chiamare "invasore" chi abitava la
propria terra e "liberatore" chi usava uranio impoverito; regalare
un feudo al contrabbandiere di sigarette; stuprare con le
bottiglie; rapire e non restituire il cadavere; prendere a
piccozzate gli affreschi medioevali; cannoneggiare i ponti;
tagliare le teste; espropriare le case ai poveri per darle agli
investitori stranieri; riscrivere la storia per infangare i
partigiani della libertà e riabilitare visir e feudatari.
Qualcuno di noi
pensava di avere già visto tutto. E invece mancava ancora la messa
all'Indice dei poeti.
Al più grande
drammaturgo di lingua tedesca contemporaneo stanno ritirando
i riconoscimenti e stanno impendendo la rappresentazione delle sue
pièces.
Non
avviene laggiù, nel "paese delle guerre", bensì qui, in Francia
e Germania, nell'Europa che vorrebbe essere di Voltaire e di
Goethe. È qui, nel paese della Commissione, che viene considerato
peccato mortale aver visto tutto quanto sopra e volerne persino
riferire. È qui, nel paese dei Tribunali Internazionali, che è
vietato porsi domande, viaggiare, interloquire con chi non si deve
conoscere. È qui che è vietato descrivere il "nemico" come un
essere umano, parlargli, capire.
La "colpa mortale" di
Handke è infatti quella di aver presenziato - da "testimone", come ha
precisato egli stesso - ai funerali di Slobodan Milosevic. Milosevic,
che l' "Europa", per assolvere se stessa, vorrebbe capro espiatorio
assoluto del dramma jugoslavo. Milosevic, che ha resistito alla
prepotenza devastante dell' "Europa" fino a perirne.
Questa "Europa"
che crea nemici mortali nel suo seno è ripugnante. L'Europa senza
la Jugoslavia è ripugnante. Essa non potrà mai essere il nostro
paese.
Handke si riferì
al "Nono Paese" come metafora della Jugoslavia nel primo testo da lui
scritto in merito alla tragedia scatenatasi nei Balcani dal 1991.
Abbiamo un
fortissimo bisogno di "sognatori del Nono Paese"come Peter Handke.
A lui va tutta la nostra stima, ammirazione e solidarietà.
<< La Jugoslavia, per quanto frammentata sia potuta essere, era
il modello per l'Europa del futuro. Non l'Europa come e' adesso, la
nostra Europa in un certo senso artificiale, con le sue zone di libero
scambio, ma un posto in cui nazionalità diverse vivono mischiate l'una
con l'altra, specialmente come facevano i giovani in Jugoslavia, anche
dopo la morte di Tito. Ecco, penso che quella sia l'Europa, per come io
la vorrei. Perciò, in me l'immagine dell'Europa è stata distrutta con
la distruzione della Jugoslavia. >>
(P. Handke)
Primi firmatari (in ordine alfabetico):
Tamara Bellone (Torino)
Peter Behrens (Trieste / Trst)
Giuseppe Catapano (Roma)
Paola Cecchi (Firenze)
Claudia Cernigoi (Trieste / Trst)
Adriana Chiaia (Milano)
Spartaco Ferri (partigiano, Roma)
Mauro Gemma (Torino)
Fulvio Grimaldi (Roma)
Dragomir Kovacevic (Alessandria)
Olga Juric
(Paris)
Teodoro Lamonaca (Torino)
Serena
Marchionni (Bologna)
Andrea Martocchia (Bologna)
Gian Luigi Nespoli (Sanremo)
Sandra Paganini (Roma)
Ivan Pavicevac (Roma)
Miriam Pellegrini Ferri (partigiana, Roma)
Fausto Sorini (Bologna)
Jasna Tkalec (Zagreb)
Gilberto Vlaic (Trieste / Trst)
Giuseppe Zambon (Frankfurt am Main)
Successive adesioni pervenute (in ordine cronologico):
Enzo Apicella (London)
Alessandro Leoni (PRC Toscana)
Aldo Manetti (PRC Toscana)
Mauro Lenzi (PRC Toscana)
Stefano Cristiano (PRC Toscana)
Susanna Angeleri (PRC Arezzo)
Donella Petrucci (PRC Toscana)
Ugo Bazzani (PRC Pistoia)
Sandro Trotta (PRC Livorno)
Luciano Giannoni (PRC Livorno)
Roberto Cappellini (PRC Pistoia)
Claudia Rosati (PRC Firenze)
Jacopo Borsi (PRC Firenze)
Mauro Gibellini (PRC Massa-Carrara)
Sergio Quarta (Giugliasco, CH)
Mirella Ruo (Casale Monferrato)
Francesco Pappalardo (PRC Piombino)
Angela Biscotti (Mainz)
Luciano Giannoni (PRC Livorno)
Gio Batta (Titen) Prevosto (Circolo SanremoCuba, Sanremo)
Pasquale Vilardo (Giuristi Democratici, Roma)
Carlo Pona (Roma)
Marcello Graziosi (Modena)
Andrea Catone (Bari)
Enrico Barba (Gorizia / Stara Gorica)
Jean Toschi Marazzani Visconti (Milano)
Boris Bellone (Torino)
Rudolf Baloh (Kočevje SLO)
Massimiliano Ay (Partito Svizzero del Lavoro, Bellinzona CH)
Alexander Hobel (Napoli)
Silvano Ceccoli (Genova)
Giuseppe Aragno (Napoli)
Uberto Tommasi (Verona)
Paolo Teobaldelli (Buenos Aires)
Curzio Bettio (Padova)
Gianni Volonté (Como)
Carla Francone (Nuova Unità, Firenze)
Daniele De Berardinis (Nereto, TE)
Centro Popolare La Fucina / Pacifico Saber (Sesto San Giovanni MI)
Enrico Vigna (Torino)
Angelo Baracca (Firenze)
Amélie Glissant (Paris)
Marie-Françoise Philippart (Paris)
Radmila Wolf (Paris)
Robert Wolf (Paris)
René Lefort (Paris)
Annie Lacrox Riz (Paris)
Joseph Kaminski (Paris)
Branko Kitanovic (NKPJ Beograd)
Branimir Ivanovic (Beograd)
Tiziano Cavalieri (PRC Firenze)
Nikola Stojiljkovic (Vranje)
ALJ / Paola Ferroni (Bologna)
Anita Krstic (Milano / Beograd)
Ida Vagli (Torino)
Stana Milanovic (Torino)
Mauro Cristaldi (Roma)
Francesco Bachis (Cagliari)
Pierfrancesco Semerari (Bari)
Gianni Ursini (Trieste)
Ljiljana Milic (Vranje)
Ivana Kerecki (Milano)
Roberto Capizzi (PRC Enna)
Emanuela Caldera (Milano)
Hannes A. Fellner (Wien)
Claudio Debetto (Pontestura AL)
Alfred L. Marder (USA)
Roman Mulic (NKPJ Beograd)
Branko Ivanovic, (NKPJ Beograd)
Vladimir Jankovic (NKPJ Beograd)
Dusan Tomovic, (NKPJ Beograd)
Vesna Milunovic (NKPJ Beograd)
Aleksandar Jovanovic (NKPJ Beograd)
Ljubisav Krunic (NKPJ Beograd)
Andrej Glisic (NKPJ Pančevo)
Aleksandar Djordjevic (NKPJ Kobilje)
Biljana Knezevic (NKPJ Stara Pazova)
Vlastimir Petrovic (NKPJ Golubac)
Djordje Junkovic (NKPJ Požarevac)
Zivorad Mitic (NKPJ Makce)
Radomir Milojevic (NKPJ Veliko Gradište)
Petar Susnjar (NKPJ Novi Sad)
Predrag Jeremic (SKOJ Beograd)
Marijan Kubik (SKOJ Veliko Gradište)
Mirjana Milojevic (SKOJ Veliko Gradište)
Bojan Radosavljevic (SKOJ Kragujevac)
Teodor Stankovic (SKOJ Vrnjačka Banja)
Communist Youth League of Norway
New Communist Party of Britain / Andy Brooks (General Secretary)
Bruno Steri (Roma)
Romanian Peace Council (member of the BAN-Center)
Antonio Grassedonio (CGIL Torino)
Guido Montanari (Torino)
Aleksandra Radonic (Srbija)
Mario Favaro (Albaredo - TV)
Federico Degni Carando (Roma, mailing list RESISTENZA PARTIGIANA)
Libera Palmeri (Tortona - AL)
Per aderire
all'appello scrivere a: jugocoord @
tiscali.it . Per informazioni sulle opere di
Handke e per alcuni dei suoi testi riguardanti Milosevic e la
Jugoslavia, oltre a tutti gli aggiornamenti sulle censure operate dalla
Comedie Francaise e dal Comune di Duesseldorf si veda:
http://www.cnj.it/CULTURA/handke.htm
ES LEBE DER TRÄUMER, DER AN DAS „NEUNTE LAND“
GLAUBTE
Irgendjemand glaubte bereits alles gesehen zu haben, doch es fehlte
noch etwas.
Wir sahen bereits den
Bruderkrieg, entfesselt durch die Revanchisten der neuen europäischen
Hitler-Ordnung mit all der Zerstörung, Folter und gewaltsamen
Vertreibung ganzer Bevölkerungsgruppen. Wir sahen, wie die
„Internationale Gemeinschaft“ beschloss, ein großes Land von der
Landkarte verschwinden zu lassen, sechs Bananenrepubliken zu schaffen,
die nach völkischer Methode der SS möglicherweise bald acht sein
werden.
Darüber hinaus sahen wir, dass die Nazis heilig gesprochen
wurden. Züge wurden bombardiert, Waffen in Krankenwagen verschoben,
Arbeitsplätze ausgelagert, die Menschen gezwungen, die selbe von ihnen
benutzte Sprache mit vier oder fünf verschiedenen Namen zu bezeichnen.
Die bodenstämmige Landbevölkerung wurde als „Invasor“ bezeichnet und
als „Befreier“ jene, die die Uranabreicherung brauchen.
Der Zigarettenschmuggler wurde mit einem Lehen beschenkt; Menschen
wurden
mit Flaschen vergewaltigt, oder entführt und ihre Leiche tauchte nicht
mehr auf;
mittelalterliche Fresken wurden mit Pickeln herausgeschlagen, Brücken
mit Kanonen beschossen, Köpfe abgeschnitten, Häuser der armen
Bevölkerung beschlagnahmt und fremden Investoren gegeben. Die
Geschichte wird neu geschrieben, um die Partisanen mit Schmutz zu
bewerfen und Wesire und Feudalherren zu rehabilitieren.
Irgendjemand von uns meinte,
dass er bereits alles gesehen hätte. Es fehlte allerdings noch, dass
Dichter auf den Index gesetzt wurden. Dem größten zeitgenössischen
deutschsprachigen Dramaturg werden die Anerkennungen entzogen und seine
Stücke zensiert.
Es kommt nicht von dort unten,
aus dem „Land der Kriege“, wohl aber von hier, aus Frankreich und
Deutschland, aus jenem Europa, welches jenes von Voltaire und Goethe
sein möchte. All das gesehen zu haben und sogar darüber berichten zu
wollen, wird jetzt hier, in diesem Europa als Todsünde betrachtet. Hier
auf dem Boden der internationalen Gerichte, wo es verboten wird, Fragen
zu stellen, zu reisen, Gespräche zu führen mit jenen, die man nicht
kennen darf. Hier ist es, wo es verboten ist, den „Feind“ wie einen
Menschen zu beschreiben, mit ihm zu reden, zu verstehen.
Die „Todsünde“ Peter Handkes ist tatsächlich, dass er als „Zeuge“ –
wie er es selbst bezeichnete – an der Beerdigung von Slobodan
Milosevic teilnahm. Jenem Milosevic, der für Europa als einziger,
absoluter Sündenbock herhalten soll, jener Milosevic, der bis zuletzt
der zerstörerischen Rechthaberei Europas Widerstand leistete und
schliesslich in den Tod getrieben wurde.
Dieses „Europa“, das sich seine
Todfeinde aus seinen eigenen Reihen schafft, ist einfach widerwärtig.
Europa ohne Jugoslawien ist unerträglich. Es kann niemals unsere Heimat
sein.
Handke bezieht sich auf das „neunte Land“ als
Metapher für Jugoslawien, wie er in seinem ersten Text, den er zu
Beginn der losbrechenden Tragödie auf dem Balkan im Jahre 1991 schrieb.
Wir haben den dringenden Bedarf von Menschen wie Peter Handke, die vom
„neunten Land träumen“. Ihm gilt unsere Hochachtung, Bewunderung und
Solidarität.
„Das multiethnische Jugoslawien war das Modell für
ein Europa der Zukunft. Anders als unser künstliches Europa des
Freihandels von heute. Jugoslawien war ein Ort, in dem verschiedene
Nationalitäten auch nach dem Tod Titos friedlich miteinander lebten.
Das wäre ein Europa, wie ich es gern hätte. Deshalb wurde Europa, so
wie ich es mir vorgestellt hatte, mit der Zerstörung von Jugoslawien
zerstört.“
(Peter Handke)
Um die Petition zu unterstuetzen: jugocoord @ tiscali.it
Die Unterzeichner
ŽIVEO ZALJUBLJENIK U
9. ZEMLJU !
Mozda je neko
smatrao da smo sve videli, ne, ima toga jos !
Videli smo bratoubilacki
rat revansista Novog evropskog hitlerovskog poretka, rat u kome su
upotrebljenja sva oruzja, rat jezovitih zverstava, razaranja i masovnog
izgona stanovnistva.
Videli smo "medjunarodnu
zajednicu" kako ukazom brise jednu suverenu zemlju i umesto nje upisuje opet
ukazom, sest banana-republika, kojima ce se ce po svemu sudeci
pridruziti jos dve, opet uzimajuci krv za jedini kriterijum, po
uzoru na SS-ovce.
Videli smo naciste
uzdignute u svece, bombardovanje putnickih vozova, krijumcarenje oruzja u
kolima hitne pomoci, kalemljenje eksploatacije, komadanje
srpskohrvatskog na 4-5 izmisljenih jezika, zigosanje vekovnog
stanovnistva kao uljeza a velicanje okupatora koji se uranijumskim bombama ustolicio. Videli smo
kako sverceru za nagradu dodeljuju pasaluk, silovanje flasom,
kidnapovanje i uskracivanje posmrtnih ostataka ubijenih,
otsecanje glava, oduzimanje licnih stanova i njihovog ustupanja stranim
lihvarima, revidiranje istorije i kaljanje uspomene na slavnu NOB,
rehabilitovanje fasistickih slugu.
I nije to sve! Sada
eto glasovitih pesnika na stubu srama! NAJVECEM NEMACKOM DRAMSKOM PISCU ODUZETA JE KNJIZEVNA
NAGRADA A NJEGOV KOMAD SKINUT SA PROGRAMA UKAZOM.
Ne, nije rec
o Brdovitom Balkanu. To bezcasce je u Nemackoj i Francuskoj, u Evropi
koja se
toboze dici Geteom i Volterom. Na prostoru Komisije vlada
misljenje da je neoprostiv greh videti i licno se uveriti
u gore navedeno, ovde u zemlji Medjunarodnih tribunala zabranjeno je
postavljati pitanja, putovati, opstiti sa
prokazanima, ovde je zabranjeno "neprijatelja" tretirati kao ljudskog
stvora.
Neoprostiva
greska Petera Handkea ogleda se u tome sto je prisustvovao
sahrani
Slobodana Milosevica, sto je bio ocevidac, kako se licno izrazio. Da, u
pitanju je sahrana Milosevica koga "Evropa"
da bi sprala sopstvenu krivicu koristi kao zrtvenog jarca, Milosevica
koji je odolevao
pomahnitaloj "Evropi" dok ga nije mucki likvidirala. Gadna je ta
"Evropa" koja prozdire svoje najdarovitije sinove.
Gadna je ta "Evropa" koja je iz sopstvenih nedara iscupala Jugoslaviju.
Takva nam nikada ne moze biti otadzbina!
U prvom svom
osvrtu na Jugoslaviju u povodu tragedije koja se srucila na Balkan
1991. Handke pominje 9. zemlju metaforicki. Osecajuci neizmernu
potrebu za pesnicima 9. zemlje, Handkeu upucujemo svo nase
divljenje, postovanje i solidarnost.
"Bez obzira na to sto je
mozda bila
razjedinjena, Jugoslavija je bila uzor za buducu Evropu. Ne Evropu
kakva je ona postala danas, donekle izvestacenu sa
svim tim zonama slobodne razmene, vec prostor gde narodi zive izmesani,
a narocito omladina, kako je to bilo u Jugoslaviji pa i posle Titove smrti.
Eto, ja takvu
Evropu zelim. Zato je sa unistenjem Jugoslavije u meni unistena ideja o
Evropi."
P. HANDKE
potpise slati na adresu : jugocoord @
tiscali.it
Potpisi
LONG LIVE THE DREAMER OF THE NINTH COUNTRY
Somebody thought
to have seen all of it; but there was still something to come.
We had seen a fratricidal war unleashed by Hitler’s New World Order
reborn. A war waged with every weapon of destruction, with every
savagery, with forced expulsions of entire populations.
We had seen one big country wiped off the map by the “international
community" and, again by decree of the “international community”,
replaced by six puppet banana republics, and there may be at least two
more to come. All of them are based on the blood principle, the
founding idea of the SS.
In fact, we had seen nazis being sanctified, passenger trains being
rocketed, weapons smuggled in ambulances, labour exploitation being
delocalised; we had seen what once was one and the same language to be
labeled as four or five languages. We had seen peoples living for
centuries on their own territory to be now stigmatised as “aggressors”,
while foreigners coming from a thousands of miles to drop depleted
uranium bombs were called “liberators”. We had seen cigarette-smugglers
to be rewarded with fiefdoms; the rape of a man refusing to sell up his
land; the bodies of the kidnapped refused to their loved ones for
proper burial; medieval frescoes hammered to smithereens; bridges
pulverized by cannon fire; beheadings; houses of the poor people being
stolen for the foreign investors benefit; history being re-written to
demonise the Liberation partisans and rehabilitate viziers and
landlords.
Some of us thought to have seen all of it. But putting poets on the
Index of Prohibited Books was still to come.
Indeed, the
greatest living german-language playwrighter is stripped of his honors
and awards and his plays are being cancelled in theaters.
No, not “down there” in the “Balkan powder keg”, but right here, in
France and Germany, in that Europe that would call itself Voltaire's
and Goethe's Europe. It is here, in the land of the Commission, that
bearing witness to the abovementioned horrors is considered a mortal
sin. It is here, in the land of the International Tribunals, that
wittiness is forbidden, even to travel or talk to people you are not
supposed to. It is here that it is prohibited to treat “the enemy” as a
human being, to speak to him and to understand. The mortal sin of the
poet Handke is that of bearing witness - as he explained - to the
funerals of Slobodan Milosevic. Indeed, Milosevic, the exclusive
scapegoat for the whole Yugoslav tragedy, the scapegoat used by
"Europe" to absolve her own crimes. Indeed, Milosevic, the one who
resisted the devastating arrogance of “Europe" up to the point he had
to perish.
This “Europe”, that uses to create enemies within its own bosom, is
repulsive. Without Yugoslavia, Europe is repulsive. Such a Europe can
never be our country.
Handke referred to the “Ninth Country” as a metaphor of Yugoslavia in
1991, in his first writing about the Yugoslav tragedy. We are very much
in a need of “dreamers of the Ninth Country” like Handke. All our
admiration, respect and solidarity go to him!
“Yugoslavia,
however riven it was by problems, could have been the model for a
Europe of the future. The Europe of today cannot. This Europe may have
its “free trade” zones, but former Yugoslavia was a place where diverse
nationalities lived mixed one with another, and specially the young
people, even so after the death of Tito. That would be Europe, as I
would want it. For me the very image of Europe is destroyed with the
destruction of Yugoslavia.”
(Peter Handke)
To join the appeal: jugocoord @
tiscali.it
The subscribers
ŽIVEL ZALJUBLJENI V 9. DEŽELO !
Morebiti je nekdo pomislil, da smo videli vse, ne, še več je.
Videli smo bratomorno vojno
revanšistov Novega evropsko hitlerjevskega reda, vojno v kateri so
uporabljena vsa orožja, vojno zverinskih grozovitosti, uničevanja in
masovnega preganjanja prebivalstva.
Videli smo »mednarodno skupnost« kako z dekretom briše suvereno
državo in namesto nje zopet z dekretom formira šest banana-republik,
katerim se bosta po vsemu sodeč pridružili še dve, s krvavim
kriterijem, po vzoru na SS-ovce.
Videli smo naciste povzdignjene v svetnike, bombardiranje
potniških vlakov, tihotapljenje orožja v vozilih prve pomoči,
izkoriščanje, razkosanje srbohrvatskega na 4 – 5 izmišljenih jezikov,
ožigosanje tisočletnega prebivalstva kot uzurpatorja in veličanje
okupatorja kateri se je ustoličil z uranovimi bombami.
Videli smo kako tihotapcu za nagrado dodeljujejo pašaluk,
posiljevanje s steklenico, ugrabitve in prikrivanje posmrtnih
ostankov likvidiranih, obglavljanja, odvzemanje lastnih stanovanj
in odstopanje le teh tujim špekulantom, revidiranje zgodovine in
blatenja slavne narodno osvobodilne borbe, rehabilitiranje
fašističnih služabnikov.
To pa še ni vse! Sedaj so
eminentni pesniki na sramotilnem stebru!
NAJVEČJEMU NEMŠKEMU DRAMATIKU JE ODVZETA KNJIŽNA NAGRADA,
NJEGOVO DELO Z UKAZOM ODSTRANJENO Z REPERTOARJA. Ne, ne govorimo o
hribovitem Balkanu. Ta nečastnost se dogaja v Nemčiji in Franciji, v
Evropi katera se bojda ponaša z Goethejem in Voltairom. Na teritoriju
Komisije vlada mišljenje, da je neodpustljiv greh videti ter se osebno
prepričati v zgoraj navedenem, tukaj v deželi Mednarodnih tribunalov je
prepovedano postavljati vprašanja, potovati, komunicirati s
stigmatiziranimi, tukaj je prepovedano »sovražnika« obravnavati kot
človeško bitje.
Neoprostljiva napaka Petera
Handkea je v tem, da je prisostvoval pogrebu Slobodana Miloševića, ker
je bil očevidec, kot se je sam izrazil. Da, sporen je pogreb Miloševića
katerega »Evropa«, da bi sprala lastno krivdo izkorišča kot grešnega
kozla, Miloševića kateri je kljuboval podivjani »Evropi« dokler ga ni
zahrbtno likvidirala.
Gnusna je ta »Evropa« katera žre svoje najbolj nadarjene sinove. Gnusna
je ta »Evropa« katera je iz lastnih nedrji iztrgala Jugoslavijo. Takšna
nam nikoli ne more biti domovina.
V svojem prvem pogledu na Jugoslavijo, na tragedijo, ki se je zgrnila
na Balkan leta 1991. Handke metaforično imenuje deveto deželo. Z
neizmerno potrebo po pesnikih 9. dežele, Handkeju pošiljamo vse naše
občudovanje, spoštovanje in solidarnost.
»Ne glede na to, da je bila morebiti
razdvojena, je bila Jugoslavija vzor za bodočo Evropo. Ne Evropo
kakršna je postala danes, izumetničena z vsemi conami svobodne menjave,
temveč prostor kjer živijo narodi pomešani med seboj, posebno mladina,
kakor je bilo to v Jugoslaviji še po Titovi smrti. Torej, jaz si želim
takšne Evrope. Zato je z uničenjem Jugoslavije v meni uničena ideja o
Evropi.«
P. HANDKE
potpise slati na adresu: jugocoord @ tiscali.it
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