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COORDINAMENTO NAZIONALE PER LA JUGOSLAVIA

ITALIJANSKA KOORDINACIJA ZA JUGOSLAVIJU


siete nella sezione dedicata alla disinformazione strategica su "foibe" ed "esodo" ed al neoirredentismo italiano

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Le Medaglie Per Gli Infoibati


Materiali e link in ordine cronologico inverso:

TRUFFE, FUFFE E FASCISTI… I “PREMIATI” DEL GIORNO DEL RICORDO. UN BILANCIO PROVVISORIO
di Sandi Volk – da Diecifebbraio.info, gennaio 2017

APPELLO ALL’ANPI DI FAR PROPRIA LA RICHIESTA DI ABROGAZIONE DELLA LEGGE N.92/2004 dal COMITATO ANTIFASCISTA ANTIMPERIALISTA E PER LA MEMORIA STORICA – PARMA 28/5/2015

REVOCA DELLA ONORIFICENZA A PARIDE MORI, UN RISULTATO INSUFFICIENTE. Lettera al Direttore della Gazzetta di Parma di G. Caggiati (26 aprile 2015 – anche su JUGOINFO)
Le ridicole e fuorvianti motivazioni della revoca della onorificenza al fascista Paride Mori

Elenco aggiornato ad aprile 2015 dei premiati per il "giorno del ricordo" (PDF, 324 schede)

Il #Giornodelricordo: dieci anni di medaglificio fascista. Un bilancio agghiacciante (N. Bourbaki / GIAP marzo 2015 – anche su JUGOINFO)

I DELATORI DELLA MISSIONE ALLEATA MOLINA RISULTANO TRA I MARTIRI DELLE FOIBE
di Claudia Cernigoi (febbraio 2013 - anche su La Nuova Alabarda e JUGOINFO)

I RICONOSCIMENTI PER GLI INFOIBATI AI CRIMINALI DI GUERRA ITALIANI
di Milovan Pisarri (marzo 2012 - anche su JUGOINFO)

Miracolosa moltiplicazione degli "infoibati" a Trieste (2012)

Su quale base di ricerca storica vengono conferite le onoreficenze in memoria degli "infoibati"?


RICORDIAMO LA GENESI DEL “GIORNO DEL RICORDO” (da La Nuova Alabarda, febbraio 2009)

BREVE ANALISI DELLA LEGGE ISTITUTIVA DEL RICONOSCIMENTO AGLI INFOIBATI  (da La Nuova Alabarda, giugno 2007)


Il caso di Vincenzo Serrentino

Il caso di Norma Cossetto

Il caso di Fortunato Matiassi (2007-2013)

 


MA COSA RICORDA LA REPUBBLICA?  (
Comunicato degli organizzatori del convegno "Foibe. La verità - contro il revisionismo storico" del 9 febbraio 2008)

Elenco parziale dei riconoscimenti conferiti per il "Giorno del Ricordo" (formato .doc - a cura degli organizzatori del convegno "Foibe. La verità - contro il revisionismo storico" del 9 febbraio 2008)


Appunti sulle medaglie conferite da Azeglio Ciampi (La Nuova Alabarda, 2006)

Giorno del Ricordo 2006 (da La Nuova Alabarda, febbraio 2006)


Altri link sullo stesso tema

  

Documento
Costitutivo

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TRUFFE, FUFFE E FASCISTI…
I “PREMIATI” DEL GIORNO DEL RICORDO. UN BILANCIO PROVVISORIO
di Sandi Volk – da Diecifebbraio.info, gennaio 2017

Il 30 marzo del 2004 il Parlamento istituiva il Giorno del Ricordo (Legge 30 marzo 2004, n. 92) quale solennità civile da tenersi ogni 10 febbraio al fine della conservazione della memoria “...della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra...” (nonché “delle più complesse vicende del confine orientale”)... In occasione di ogni 10 febbraio la legge prevede iniziative “per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado”, nonché “la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti” e stabilisce che nella data della ricorrenza vengano assegnati dei riconoscimenti (una medaglia di metallo con la scritta “L'Italia ricorda” e una pergamena) ai parenti (fino al 6° grado) di persone “soppresse e infoibate” e di quelle soppresse “mediante annegamento, fucilazione, massacro, attentato, in qualsiasi modo perpetrati...” “in Istria, in Dalmazia o nelle province dell'attuale confine orientale” nel periodo tra l'8 settembre 1943 ed il 10 febbraio del 1947 (data di entrata in vigore del Trattato di Pace degli Alleati con l'Italia che ha sancito il passaggio di una serie di territori appartenuti allo Stato italiano a Jugoslavia, Francia e Grecia, nonché più tardi a Somalia, Etiopia, Eritrea e Libia), ovvero di coloro che persero la vita tra il 10 febbraio del '47 ed il 21 dicembre del 1950 per le conseguenze di deportazioni, torture o maltrattamenti. Il termine entro cui si poteva presentare le domande per i riconoscimenti è stato fissato in 10 anni ed è scaduto nel 2015, ma nel 2016 il parlamento lo ha prorogato al 2025. ...
Il numero totale delle persone alla cui memoria sono stati attribuiti i riconoscimenti è di 323. Un numero estremamente deludente, inferiore persino alla cifra di 471 “martiri delle foibe” (per di più riferentesi agli uccisi nel solo periodo immediatamente seguente l'8 settembre) riportata dalla stampa fascista in occasione di quello che è stato in realtà il primo Giorno del Ricordo, cioè il 30 gennaio 1944, quando per decreto di Mussolini in tutto il territorio della RSI si tennero celebrazioni ufficiali di questi “martiri” della “barbarie slavobolscevica”... civili sono 63, ovvero poco più del 19% del totale. Va tenuto presente che tale definizione va presa con cautela perché nei pochi casi in cui ho avuto a disposizione fonti diverse è risultato che le persone in questione non erano affatto dei semplici ed innocui civili... in concreto sono due possibili antifascisti su 323 premiati (lo 0,62% del totale!), e per giunta si tratta di indipendentisti fiumani, quindi evidentemente non catalogabili come persone uccise perché difendevano l'appartenenza della città all'Italia. Ci sono poi 9 persone (il 2,79% del totale) di cui non ho potuto trovare dati di una qualche affidabilità su data e circostanze della scomparsa, né sulle loro appartenenze e qualificazioni. In tre casi la scomparsa è invece avvenuta per mano nazista, e una delle tre vittime è addirittura caduta da partigiano. ...
Coloro i cui corpi sono stati gettati in una foiba sono 33 (10,22%) ...
per un totale di 61 persone (18,89%) la [] scomparsa non è attribuibile alle formazioni della Resistenza e/o jugoslave...
per ben 18 (5,54%) persone non abbiamo alcun dato sul luogo della scomparsa...
... 3 persone ... vengono definite fasciste, mentre negli elenchi e nelle motivazioni del riconoscimento due vengono presentate come semplici civili... Ci sono poi le 6 persone ritenute responsabili di crimini di guerra da parte della Commissione statale jugoslava per l'accertamento dei crimini di guerra. Il caso più noto è quello di Vincenzo Serrentino... responsabile, in qualità di componente del Tribunale straordinario per la Dalmazia, della morte di almeno 18 persone a Sebenico e dintorni... A Serrentino gli jugoslavi imputarono anche la responsabilità, proprio nella sua qualità di “ultimo Prefetto di Zara italiana”, degli arresti, delle uccisioni, delle torture e di quant'altro subito dalla popolazione civile della zona... ci sono anche diversi appartenenti alle più famigerate formazioni fasciste: 9 Camicie Nere, 2 Brigatisti Neri e 1 squadrista “della prima ora”...
... Fortunato Matiassi (di Pisino): la stessa motivazione dice che fu fucilato a Pisino il 4 ottobre dalle truppe tedesche... Antonio Ruffini [fu] “impiccato, quale partigiano, dalle truppe naziste, il 31 marzo 1944 a Gragarske Ravne (Slovenia)...”.


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Miracolosa moltiplicazione degli "infoibati" a Trieste
La moltiplicazione degli infoibati tramite la proliferazione delle onorificenze

Nel corso delle celebrazioni per il Giorno del Ricordo a Trieste sono state conferite 5 onorificenze a discendenti di "infoibati", come previsto dalla legge. Si consideri che di questi 5 nominativi i seguenti erano già stati insigniti.
ANTONINI Antonino, avvocato, già insignito nel 2011 a Trieste. sempre tramite la figlia Antonini Maria Novella -
GHERSA Giulio, militare, già insignito a Trieste nel 2009 e nel 2011, nel 2011 tramite Ghersa Giulio, nel 2012 tramite le figlie Ghersa Onorina e Mirella e la nipote Beatrice.
Non è la prima volta che le onorificenze vengono conferite più volte alla stessa persona. Forse è anche per questo che è così difficile risalire ai nominativi.
 
(Claudia Cernigoi, 11 febbraio 2012)



Un interrogativo legittimo:

Su quale base di ricerca storica vengono conferite le onoreficenze in memoria degli "infoibati"?


Il dubbio ha avuto per noi solo di recente una chiarificazione parziale.
Nel sito dell'Unione degli Istriani si accenna ad un Archivio Storico Generale dell'Unione degli Istriani nel quale si trova anche il Fondo Luigi Papo, che << conserva le schede ed il materiale relativo agli studi e ricerche di Luigi Papo per conto dell’Unione degli Istriani, sul quale si è basato il lavoro di redazione e produzione dell’Albo d’Oro, unico testo di riferimento della Commissione ministeriale per l’assegnazione dei Riconoscimenti ai congiunti degli Infoibati. >>
Ci riserviamo di commentare.

(a cura di CC e AM)



RICORDIAMO LA GENESI DEL “GIORNO DEL RICORDO”

da La Nuova Alabarda, febbraio 2009
http://www.nuovaalabarda.org/leggi-articolo-ricordando_la_genesi_del_%93giorno_del_ricordo%94..php

Cinque anni fa fu istituita la solennità civile del “giorno del ricordo delle foibe, dell\'esodo e della più complessiva vicenda del confine orientale”, da commemorare il 10 febbraio. Intendiamo oggi parlare della genesi di tutto questo.
La legge che è stata approvata è frutto di un accordo tra diverse proposte presentate da vari parlamentari. A questo proposito riportiamo qui alcuni appunti tratti da una conferenza stampa svoltasi a Trieste il 6/2/04, nel corso della quale i parlamentari DS Fassino, Violante e Maran spiegarono l’iter dell’accordo tra le parti su questa proposta di legge.
Fassino ha ribadito la necessità di ricordare il 50° anniversario dell’esodo e di superare ogni forma di ambiguità e reticenza dopo la rimozione di una pagina di storia italiana, tragedia della sofferenza di centinaia di migliaia di italiani, e di rendere un omaggio doveroso alla vicenda dell’esodo da troppo tempo misconosciuta e rimossa.
Questa rimozione, ha spiegato, trova radici nella guerra fredda quando prevalsero le ragioni dell’ideologia sulle ragioni della storia, ed è doveroso ristabilire la verità storica ed assumersi le proprie responsabilità. Il PCI sbagliò a tacere, l’aggressione fascista alla Jugoslavia non poté giustificare né la perdita dei territori né l’esodo. Il PCI sbagliò nel vedere queste vicende come lotta tra destra e sinistra, va invece letta come manifestazione di quel nazionalismo pericoloso che fu prodotto in questa parte dell’Europa e che torna a risorgere, come dimostra la guerra nei Balcani.
Riguardo alla data, Fassino ha spiegato che loro avevano pensato al 20 marzo (data dell’ultimo viaggio del Tuscania, la nave che trasportò gli esuli dall’Istria in Italia), mentre le federazioni degli esuli avevano proposto il 10 febbraio (data della firma del trattato di pace del 1947); loro accolgono questa proposta di “giorno della memoria dell’esodo” perché l’enormità delle sofferenza patite dagli italiani non permette una disputa tra le date, la storia del paese deve essere patrimonio comune, in quanto “siamo tutti figli della storia”.
Violante ha aggiunto che bisogna riconnettere alla storia della Repubblica italiana la storia del confine orientale, vicende fino allora occultate, per ricompensare dall’oblio e dalla dimenticanza; questo il motivo delle proposte di legge sia di Menia (AN) che di Maran (DS) di una giornata della memoria in cui si chiede la più ampia collaborazione da parte di tutti.
A domanda in cosa si differenzino le due proposte di legge, Violante rispose che i DS hanno accolto la data del 10 febbraio perché “non si può imporre una volontà di ricordo”. Secondo Menia è necessario apparentare le foibe con l’esodo, secondo i DS l’esodo nasce dallo scontro fra stati e totalitarismi, quindi su queste cose si sarebbe discusso perché loro non volevano imposizioni di visioni di parte.
Maran aggiunse che i DS erano disposti a discutere sulle proposte, ma con la clausola che rimanessero distinte la giornata della memoria dell’esodo ed il riconoscimento agli infoibati.
Già in queste posizioni dei DS possiamo vedere come la loro interpretazione dei fatti storici si sia adattata a quella portata avanti dalle federazioni degli esuli ed in genere della destra irredentista, che vide nel trattato di pace non l’atto che portò a concludere un contenzioso iniziato dall’Italia con la sua politica di conquista dell’area balcanica, quanto il diktat che privò l’Italia di una parte consistente del suo territorio, senza considerare che le “terre perdute” erano state comunque annesse all’Italia in seguito ad una conquista militare (dopo la Prima guerra mondiale) e non comprendevano aree ad etnia totalmente italiana. E che la sconfitta dell’Italia nella Seconda guerra mondiale era dovuta come prima cosa al fatto che era stata l’Italia ad aggredire altri paesi; non si considera che non fu la Jugoslavia a dichiarare guerra all’Italia, ma l’Italia ad annettersi la cosiddetta “provincia di Lubiana”, e non si può, come ha dichiarato anche Fassino, liquidare questo fatto come se non avesse importanza per quello che è accaduto dopo e quindi non ammettere che la politica di espansionismo fascista fu un crimine, del quale pagarono le conseguenza non solo gli “esuli” dopo la fine della guerra, ma tutte le vittime (non solo slovene e croate, anche italiane) della Seconda guerra mondiale. Inoltre, nonostante i buoni propositi di Maran, alla fine anche i DS (e buona parte dell’area del “centrosinistra”) si sono allineati su quelle posizioni che non distinguono “memoria dell’esodo” e “riconoscimenti agli infoibati”, visto che il “giorno del ricordo” è divenuto di fatto una ricorrenza in cui si riabilitano anche criminali di guerra, fascisti, collaborazionisti, solo per il fatto che hanno trovato la morte “per mano jugoslava”.
Parliamo di posizioni cui si sono allineati esponenti del centrosinistra, a cominciare dal presidente della Repubblica Napolitano che nel suo discorso del 10/2/07 provocò le proteste del presidente croato Stipe Mesic asserendo:
“Vi fu dunque un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una \"pulizia etnica\"”.
Concetti del genere li troviamo anche nella presentazione di un’altra proposta di legge per una “giornata della memoria delle foibe e dell’esodo”, firmata dal parlamentare Willer Bordon (colui il quale, dopo essere vissuto di politica per 35 anni ha recentemente dato alle stampe un libro nel quale spiega perché sarebbe “uscito dalla casta”):
“La presente iniziativa però intende contribuire a recuperare alla memoria nazionale ed europea le dolorose e drammatiche vicende dell’esodo di istriani, fiumani e dalmati a seguito della vittoria militare della Jugoslavia di Tito, che, oltre i caratteri di reazione post bellica, assunse anche i caratteri di una vera pulizia etnica”.
Tornando alla legge del “giorno del ricordo” il punto più discutibile (a parer nostro) è quello che prevede un “riconoscimento” (una “insegna metallica in acciaio brunito e smalto”, con la scritta “La Repubblica italiana ricorda”) per i “congiunti fino al sesto grado di coloro che, dall’8 settembre 1943 al 10 febbraio 1947 in Istria, in Dalmazia o nelle province dell’attuale confine orientale, sono stati soppressi e infoibati” e degli “assimilati, a tutti gli effetti” e cioè “gli scomparsi e quanti, nello stesso periodo e nelle stesse zone, sono stati soppressi mediante annegamento, fucilazione, massacro, attentato, in qualsiasi modo perpetrati”.
Da questo riconoscimento sono esclusi “coloro che sono morti in combattimento” e “coloro che sono stati soppressi nei modi e nelle zone di cui ai commi 1 e 2 mentre facevano volontariamente parte di formazioni non a servizio dell’Italia”.
Ora, bisogna considerare che la zona determinata da “Istria, Dalmazia e province dell’attuale confine orientale”, come recita la legge, dopo l’8 settembre 1943 era state annesse al Reich, denominata Adriatisches Küstenland e sottoposta al diretto comando germanico. Così le forze armate del Küstenland erano agli ordini dell’esercito nazista, nessun militare era “a servizio dell’Italia”, neppure dell’Italia della golpista Repubblica di Salò: e come l’esercito erano agli ordini del Reich la polizia (Pubblica Sicurezza che all’epoca non era corpo civile ma militare), la Guardia di Finanza (della quale solo negli ultimi giorni di guerra alcuni reparti furono posti a disposizione del CLN triestino), e la Guardia Civica costituita in epoca nazista. L’arma dei Carabinieri ha una storia a parte: fu sciolta per ordine del Reich con decorrenza 25/7/44, ed i militi furono messi di fronte alla scelta di aderire ad uno dei corpi collaborazionisti o essere deportati in qualche lager germanico (molti furono coloro che, pur di non essere incorporati nelle forze armate germaniche, preferirono la deportazione e pagarono con la vita questa loro fedeltà all’Italia). Di fatto, quindi, chi era rimasto in zona dopo lo scioglimento dell’Arma poteva essere solo un ex carabiniere inquadrato in qualche altra formazione militare.
La legge precisa che sono esclusi coloro che “volontariamente” avevano fatto parte di queste formazioni, però qui va detto che è vero che il richiamo alle armi era obbligatorio, ma è vero anche che molti sceglievano in quale corpo entrare, piuttosto che accettare di essere inseriti nella Todt, il servizio del lavoro. Così come uno di coloro che rientrano nell’elenco dei “premiati”, Marco Sorge (padre dell’ex prefetto di Trieste, Anna Maria Sorge, che ritirò la targa), era sì stato carabiniere ma poi era entrato nella PS (come risulta anche dall’Albo d’Oro di Luigi Papo).
Osserviamo inoltre che nell’ambito degli “scomparsi e quanti, nello stesso periodo e nelle stesse zone, sono stati soppressi mediante annegamento, fucilazione, massacro, attentato, in qualsiasi modo perpetrati” possono essere inserite anche alcune vittime del nazifascismo, i morti in Risiera e delle rappresaglie (come ad esempio i 71 ostaggi fucilati ad Opicina nel marzo 1944; ma non i 51 impiccati – non fucilati – in via Ghega nell’aprile 1944).
La cosa più strana però è che non vi sono elenchi ufficiali di chi riceve questo riconoscimento (a differenza delle medaglie al valore, questi nomi non vengono pubblicati né sulla Gazzetta Ufficiale né sul sito della Presidenza della Repubblica) e che mentre il primo anno (2006) la stampa ha pubblicato un elenco di 26 nomi di “premiati”, nel 2007 abbiamo potuto leggere solo che furono attribuiti 350 riconoscimenti, dei quali siamo riusciti a reperire solo un centinaio di nomi tramite ricerche in Internet nei siti delle Prefetture (e va detto che per lo stesso nominativo sono stati a volte conferiti più riconoscimenti, come nel caso del finanziere Scialpi Gregorio i cui parenti ricevettero la targa una volta nel 2006 e due volte nel 2007). Invece quello che ci pare assurdo è che i parenti che avevano chiesto il riconoscimento alla Prefettura di Udine chiesero anche (ed ottennero!) non fossero resi noti i nomi loro e dei loro congiunti (come se, invece di essere onorati di ricevere tale encomio se ne vergognassero?). Nel 2008, infine, sull’identità dei riconoscimenti è calato il silenzio più totale, ed anche le nostre ricerche nei siti internet delle Prefetture non sono servite a molto.
Sul motivo di tale “clandestinità” sui riconoscimenti che dovrebbero essere (a logica) pubblicizzati il più possibile possiamo soltanto fare delle ipotesi. Forse i nominativi sono troppo pochi per giustificare tutta la pregressa propaganda sulle “migliaia di infoibati sol perché italiani”? questo ci riporta all’appello del Presidente Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani, Fiumani e Dalmati, Renzo Codarin, che leggiamo sulla “Voce giuliana” del 16/12/08: “nel 2008 sono state presentate circa settanta domande, per il 2009 si teme che il numero diminuisca ancora”; perciò invita “i nostri dirigenti a prendere diretto contatto con gli aventi diritto, mettendo magari a disposizione il proprio personale impegno e buona volontà per la compilazione della domanda”). Tornando indietro nel tempo, un comunicato governativo del febbraio 2006 rende noto che i 26 nominativi premiati nell’anno costituiscono l’80% del totale delle istanze presentate nel 2004 e l’80% di quelle presentate nel 2005: di conseguenza il totale delle domande presentate fino allora dovrebbe essere meno di cinquanta.
O forse questo “silenzio stampa” serve ad evitare quello che è accaduto nel 2006 e nel 2007, quando sono stati stigmatizzati alcuni nominativi che (a sensi di legge) non avrebbero avuto diritto al riconoscimento (perché uccisi in combattimento, oppure volontari), ed ha fatto un certo scalpore quantomeno nell’ambito universitario che un riconoscimento sia stata attribuito ai parenti di Vincenzo Serrentino, “ultimo prefetto di Zara italiana” e condannato a morte a Sebenico. Serrentino, che fu giudice del Tribunale speciale per la Dalmazia, fu denunciato alle Nazioni unite come criminale di guerra; arrestato a Trieste nel maggio 1945, fu condotto a Sebenico dove fu processato per l’attività compiuta dal Tribunale da lui presieduto e condannato a morte. Ci chiediamo quale eco internazionale avrebbe avuto una decorazione attribuita a qualcuno dei condannati a morte al processo di Norimberga.
Un’anteprima di chi dovrebbe ricevere la targa il prossimo 10 febbraio ci viene da una dichiarazione dell’avvocato Paolo Sardos Albertini, presidente della Lega Nazionale: si tratta della sorella di Dario Pitacco, il “ragazzo ucciso dalle truppe slovene il 1° maggio 1945 per avere issato la bandiera italiana” (sul “Piccolo” del 17/12/08).
In realtà, come scrive anche Papo, Pitacco faceva parte di quel gruppo di guardie civiche che al momento dell’insurrezione si trovavano al Municipio come corpo di guardia del podestà Pagnini; fu arrestato il 2 maggio, assieme alle altre guardie e condotto in prigionia in Jugoslavia, dove di lui si persero le tracce. Quanto all’esposizione della bandiera italiana sul municipio di Trieste, ricordiamo la testimonianza di Vasco Guardiani, il commissario politico della Brigata Frausin del CVL, che si trovava in municipio assieme ad altri esponenti del CLN triestino (tra cui don Marzari ed il colonnello Fonda Savio) al momento dell’arrivo dell’esercito jugoslavo il 2 maggio 1945. Guardiani voleva impedire ad un militare jugoslavo di ritirare il tricolore italiano che era stato esposto al balcone del municipio, ma fu minacciato di morte e desistette (sul “Piccolo” del 22/3/04). Questo racconto pone quantomeno dei dubbi sulle modalità dell’uccisione di Pitacco così come esposte da Sardos Albertini.
Del resto la coerenza non sembra essere una delle caratteristiche della Lega nazionale di Trieste, dato che nel maggio 2005 inviarono una lettera al Capo dello Stato per chiedere fosse conferita la medaglia al valore alla memoria ai “cinque cittadini di Trieste, caduti il 5 maggio 1945, sotto il piombo jugoslavo: Claudio Burla, Giovanna Drassich, Carlo Murra, Graziano Novelli e Mirano Sancin”, ciò nonostante lo storico Roberto Spazzali avesse pubblicato sul “ Piccolo” del 4 maggio 2005 uno studio sulla vicenda di questi caduti dove si legge “sulla lapide posta in via Imbriani nel 1947 compare pure il nominativo di Giovanna Drassich, ma è frutto di un’errata trascrizione, in quanto la signora spirò alle 5 di mattina del 5 maggio”.
I due testi (la lettera al Presidente della Repubblica, firmata da Sardos Albertini, e lo studio di Spazzali) sono ambedue disponibili sul sito della Lega nazionale, i cui curatori evidentemente non si prendono la briga di leggere attentamente quanto inseriscono. Quanto al modello culturale di questi signori, si veda la presentazione del testo di Giorgio Rustia “Contro operazione foibe”, scaricabile in PDF: “la risposta completa e dettagliata a tutte le teorie negazioniste di sedicenti storici e trinariciuti divulgatori che imperversano su internet, nelle librerie, ai convegni e nelle scuole”.
Tutto ciò non avrebbe molta importanza e si potrebbe archiviare nella categoria “il mondo è bello perché è vario”, se non fosse che alla Lega nazionale, non si sa per quale recondito motivo (il Museo della Risiera di San Sabba è gestito dai Civici musei del Comune di Trieste e le guide sono persone preparate in materia) è stata affidata la gestione delle “visite guidate” al museo della foiba di Basovizza. Quale tipo di informazione potranno ottenere le scolaresche e tutti gli altri visitatori che, ignari ed in perfetta buona fede, verranno “istruiti” da persone di cotanta cultura e serenità nell’affrontare lo studio di argomenti storici?
In calce un breve cenno sulla proposta di legge di istituzione di un “ordine del tricolore”. Nel 1999 era stata presentata (dal centrosinistra, infatti una delle relatrici fu Celeste Nardini del PRC) una proposta di legge sulla traccia di quella per l’Ordine di Vittorio Veneto (la legge 18 marzo 1968, n. 263 istituì l’Ordine di Vittorio Veneto, “in occasione del cinquantennale della fine della prima guerra mondiale. Si tratta, a suo avviso, di un progetto di legge coerente con la cultura di pace e di pacificazione dell’Italia post-bellica, che attribuisce pari dignità a coloro che hanno partecipato al conflitto in uno dei momenti più drammatici della storia italiana, che riconosceva lo status di ex combattenti a tutti coloro che avevano prestato servizio militare nella Prima guerra mondiale”, come disse l’onorevole Ciriello in seduta 12/11/08).
In http://www.camera.it/_dati/leg13/lavori/stampati/sk3000/articola/26810a.htm, leggiamo lo scopo di questa prima proposta di legge:
1. L\'onorificenza è conferita a coloro che prestarono servizio militare, per almeno tre mesi, in zona di operazioni, anche a più riprese, nelle Forze armate italiane durante la guerra 1940-1945, o nelle formazioni armate partigiane o gappiste, regolarmente inquadrate nelle formazioni dipendenti dal Corpo volontari della libertà, ed ai combattenti della guerra 1940-1945, ai mutilati ed invalidi della guerra 1940-1945 fruenti di pensione di guerra ed agli ex prigionieri o internati nei campi di concentramento o di prigionia.
La proposta di legge presentata nel 2008 riprende l’articolo 1 della precedente, con alcune differenze che evidenzieremo in grassetto (in http://www.camera.it/_dati/leg16/lavori/schedela/apriTelecomando_wai.asp?codice=16PDL0011740).
1. L\'onorificenza è conferita a coloro che hanno prestato servizio militare, per almeno sei mesi, in zona di operazioni, anche a più riprese, nelle Forze armate italiane durante la guerra 1940-1945 e invalidi, o nelle formazioni armate partigiane o gappiste, regolarmente inquadrate nelle formazioni dipendenti dal Corpo volontari della libertà, ai combattenti della guerra 1940-1945, ai mutilati e invalidi della guerra 1940-1945 titolari di pensione di guerra e agli ex prigionieri o internati nei campi di concentramento o di prigionia, nonché ai combattenti nelle formazioni dell\'esercito nazionale repubblicano durante il biennio 1943-1945.
Ecco la dimostrazione di come bastino poche parole aggiunte ad un articolo di legge a cambiare completamente il senso della storia.

febbraio 2009



Le Medaglie Per Gli Infoibati

BREVE ANALISI DELLA LEGGE ISTITUTIVA
DEL RICONOSCIMENTO AGLI INFOIBATI


da La Nuova Alabarda, giugno 2007
http://www.nuovaalabarda.org/leggi-articolo-le_medaglie_per_gli_infoibati.php


La legge 30 marzo 2004, n. 92, approvata alla quasi totale unanimità dal parlamento italiano ha istituito il “Giorno del Ricordo” in memoria “delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale”; all’interno di questa legge l’art. 3 sancisce quanto segue:
“1. Al coniuge superstite, ai figli, ai nipoti e, in loro mancanza, ai congiunti fino al sesto grado di coloro che, dall’8 settembre 1943 al 10 febbraio 1947 in Istria, in Dalmazia o nelle province dell’attuale confine orientale, sono stati soppressi e infoibati, nonché ai soggetti di cui al comma 2, è concessa, a domanda e a titolo onorifico senza assegni, una apposita insegna metallica con relativo diploma nei limiti dell’autorizzazione di spesa di cui all’articolo 7, comma 1.
2. Agli infoibati sono assimilati, a tutti gli effetti, gli scomparsi e quanti, nello stesso periodo e nelle stesse zone, sono stati soppressi mediante annegamento, fucilazione, massacro, attentato, in qualsiasi modo perpetrati. Il riconoscimento può essere concesso anche ai congiunti dei cittadini italiani che persero la vita dopo il 10 febbraio 1947, ed entro l’anno 1950, qualora la morte sia sopravvenuta in conseguenza di torture, deportazione e prigionia, escludendo quelli che sono morti in combattimento.
3. Sono esclusi dal riconoscimento coloro che sono stati soppressi nei modi e nelle zone di cui ai commi 1 e 2 mentre facevano volontariamente parte di formazioni non a servizio dell’Italia”.
L’insegna metallica, viene poi specificato, è “in acciaio brunito e smalto”, e porta la scritta “La Repubblica italiana ricorda”.

In seguito alle domande presentate nel corso del 2004 e del 2005, il 10/2/06 furono attribuite 26 onorificenze. Sul quotidiano triestino “Il Piccolo” del 9/2/06 è stato pubblicato l’elenco di 26 nominativi i cui familiari hanno ricevuto la targa con la scritta “La Repubblica italiana ricorda”. Prima di entrare nel merito dell’elenco, però, è necessario fare un breve inquadramento storico.
Dopo l’8 settembre 1943 l’Istria, la Dalmazia e le province dell’attuale confine orientale (cioè le province di Trieste e Gorizia) facevano parte del territorio dell’Adriatisches Küstenland (territorio staccato dall’Italia ed annesso al Reich germanico dal 10/9/43, che comprendeva le allora province di Trieste, Gorizia, Pola e Carnaro, più una parte del Friuli), dove, tutte le forze armate erano sottoposte al diretto comando germanico.
A questo proposito citiamo una ordinanza emessa dal “quartier generale del Führer” in data 10/9/43: “Gli Alti commissari nella zona d’operazione Litorale Adriatico, consistente nelle province del Friuli, di Gorizia, di Trieste, dell’Istria, di Fiume, del Quarnero, di Lubiana (…) ricevono le istruzioni fondamentali per lo svolgimento della loro attività da me”. Firmato Adolf Hitler (questo documento si trova nel Quaderno della Resistenza n.6, pubblicato dall’ANPI del Friuli-Venezia Giulia nel 1995, dal titolo “Giovane amico lo sapevi che...- Documenti di un drammatico periodo storico dedicati a quanti non li conoscono ed a quanti fingono di non conoscerli”).
Quindi (ciò va specificato a proposito del terzo comma dell’articolo 3 della legge di cui sopra) nel territorio del Küstenland nessun militare era “a servizio dell’Italia”, neppure dell’Italia della golpista Repubblica di Salò, in quanto dipendeva più o meno direttamente da Hitler.
I corpi armati che funzionarono all’epoca del Küstenland erano la Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale (MVSN, un corpo composto da squadristi inquadrati nell’esercito, trasformata nelle cosiddette “Camicie Nere”); la Milizia Difesa Territoriale (MDT), che era il corrispettivo della GNR (Guardia Nazionale Repubblicana) nelle nostre zone. Oltre ai vari corpi dell’esercito, anche la Pubblica Sicurezza (PS, che all’epoca non era corpo civile ma militare), la Guardia di Finanza (GDF, della quale solo negli ultimi giorni di guerra alcuni reparti furono posti a disposizione del CLN triestino), e la successivamente istituita Guardia Civica erano sottoposte direttamente al Reich. L’arma dei Carabinieri ha una storia a parte: fu sciolta per ordine del Reich con decorrenza 25/7/44, ed i militi furono messi di fronte alla scelta di aderire ad uno dei corpi collaborazionisti o essere deportati in qualche lager germanico (molti furono coloro che, pur di non essere incorporati nelle forze armate germaniche, preferirono la deportazione e pagarono con la vita questa loro fedeltà all’Italia). Di fatto, quindi, chi era rimasto in zona dopo lo scioglimento dell’Arma poteva essere solo un ex carabiniere inquadrato in qualche altra formazione militare.
Due parole infine a proposito del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) triestino, che era fuoriuscito dal CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia), poiché non voleva sottostare alle direttive di questo che imponevano una collaborazione con l’Osvobodilna Fronta-Fronte di Liberazione collegato con l’Esercito di Liberazione Jugoslavo.

Di seguito l’elenco dei nominativi premiati nel 2006: noi vi abbiamo aggiungo luogo e periodo di scomparsa (non risultante dall’elenco del “Piccolo”) e di seguito quanto siamo riusciti a ricostruire del ruolo da loro ricoperto in vita. Abbiamo tratto i dati dai seguenti testi: “Caduti, dispersi e vittime civili dei comuni della Regione Friuli-Venezia Giulia nella Seconda guerra mondiale”, a cura dell’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, volumi relativi alle province di Trieste e di Gorizia; “Albo d’Oro”, di Luigi Papo, “Pola, Istria, Fiume 1943-1945” di Gaetano La Perna; inoltre da documenti conservati nell’Archivio di Stato di Lubiana (riferimento archivistico As 1584 zks ae 141) e dalla stampa, sia dell’epoca, sia contemporanea. Se nel redigere questi dati abbiamo commesso degli errori ce ne scusiamo, ma purtroppo ricostruire fatti storici con il solo ausilio di nome e cognome non è per nulla facile.

BRUNO Luigi, Fiume 1945.
Guardia scelta di PS, fucilato a Grobnico (presso Fiume) il 16/6/45 (Papo).
CASADIO Alfredo, Trieste 1945.
MDT, scomparso, deportato a Lubiana. Papo scrive che fu arrestato il 3/5/45 nella caserma di via Cologna: ricordiamo che in via Cologna aveva sede l’Ispettorato Speciale di PS, corpo di polizia politica noto per l’efferatezza dei metodi di repressione; tale circostanza risulta anche dalla documentazione comprendente atti dell’OZNA conservata a Lubiana presso l’Archivio di stato (As 1584 zks ae 141).
CERNECCA Giuseppe, Istria 1943.
Vicesegretario comunale di Gimino, scomparso.
COSSETTO Giuseppe, Istria 1943, infoibato a Treghelizza.
Possidente, segretario del fascio a S. Domenica di Visinada (La Perna). Capomanipolo MVSN, squadrista sciarpa Littorio (necrologio sul Piccolo 23/11/43).
COSSETTO Norma, Istria 1943, infoibata a Villa Surani.
“Giovane vita tutta dedicata allo studio e alla Patria”, leggiamo nel necrologio apparso sul “Piccolo” del 16/12/43. La vicenda di Norma Cossetto è però controversa. La giovane, figlia di Giuseppe Cossetto, possidente istriano, nonché gerarca fascista, faceva parte ella stessa di diverse organizzazioni giovanili fasciste, amava le armi, insegnava, nonostante non fosse ancora laureata, nelle scuole italianizzate dell’Istria croata, girava l’Istria, in piena guerra e repressioni nazifasciste, per raccogliere dati per la sua tesi di laurea intitolata “L’Istria rossa”, specificando chiaramente che il colore rosso derivava dalla bauxite, e non certo dalle idee politiche dei suoi abitanti. Delle sevizie cui sarebbe stata sottoposta l’unica “testimonianza” che viene citata è quella di una donna, della quale non viene mai fatto il nome, che avrebbe visto, dall’interno della propria casa in cui stava nascosta con le finestre sbarrate, quello che accadeva nella scuola di fronte a casa sua, anch’essa con le finestre chiuse. Dal verbale redatto dal maresciallo Harzarich dei Vigili del Fuoco di Pola, che aveva diretto i recuperi dalle foibe istriane, il corpo della giovane non appare essere stato oggetto delle mutilazioni di cui parlano le “cronache”, né sarebbe stato possibile stabilire, con le conoscenze mediche dell’epoca, se fosse stata violentata prima di essere uccisa.
GIULIANO Isidoro, Trieste 1945.
GDF arrestato nella caserma di Campo Marzio, internato a Borovnica e scomparso.
Da varie testimonianze appare che le guardie di finanza di Campo Marzio non erano state notiziate dai loro superiori che la formazione era stata messa a disposizione del CLN triestino, quindi al momento in cui la IV Armata jugoslava arrivò a Trieste, essi spararono contro di essa assieme ai militari germanici che erano accasermati nella stesso edificio. In conseguenza di questo gli jugoslavi arrestarono una settantina di finanzieri, che furono poi internati a Borovnica, dove diversi morirono per un’epidemia di tifo.
GUARINI Pasquale, Gorizia 1945.
CC, arrestato 2/5/45; Papo scrive che nel novembre ‘45 lavorava in fabbrica a Sebenico.
MAINES Guido.
Non abbiamo trovato questo nome in nessuno dei testi da noi consultati.
MOLEA Domenico, Trieste 1945.
GDF, arrestato nella caserma di via Udine 1/5/45. “Il 16/5/45 trovavasi a Postumia e poi a San Vito di Vipacco, da dove si sono perdute le sue traccie” (As 1584 zks ae 141).
MUIESAN Domenico, Trieste 1945.
“Mio padre era irredentista, legionario fiumano, volontario della guerra d’Africa, di sentimenti fascisti insomma” (la figlia Annamaria Muiesan intervistata da Luca Tron, su “La Nazione”, 11/2/96).
“Squadrista delle squadre d’azione a Pirano – violenze” leggiamo nei documenti conservati presso l’Archivio di stato di Lubiana, tra le risposte dell’Ufficio del pubblico accusatore a richieste di informazioni sugli arrestati nei “40 giorni” (elenco nominativo inviato dall’ACDJ nel dicembre 1945, situazione alla data 17/12/45, conservato in As 1584 zks ae 141), dove leggiamo anche che fu “arrestato a Trieste 12/5/45 da due Guardie del Popolo e portato a Pirano, poi alle carceri di Capodistria”.
NARDINI Guido, Gorizia 1945.
Perito industriale, arrestato assieme al fratello Vittorio, scomparso.
NARDINI Vittorio, Gorizia 1945.
Fotografo, arrestato assieme al fratello Guido, scomparso.
NARDINI Mario, Trieste 1945.
“Capitano della milizia” (As 1584 zks ae 141), cioè della MDT; già XI Legione MACA, secondo lo Stato civile; “tribuno” in Papo; sarebbe stato internato a Prestranek e scomparso.
PATTI Egidio, Trieste 1945. Sembra essere stato infoibato presso Opicina.
Vice brigadiere del 2. Reggimento MDT “Istria” (Papo); “squadrista, MVSN, PFR, GNR, rastrellamenti” (As 1584 zks ae 141).
POCECCO Giovanni, Istria 1945.
Milite del 2. Reggimento MDT “Istria”, ucciso a Portole il 25/4/45 (La Perna); secondo Papo le circostanze della morte sono identiche, però lo mette come “civile”.
POLONIO BALBI Michele, Fiume 1945.
“Sottocapo manipolo del 3. Reggimento MDT “Carnaro”, scomparso 3/5/45 (a Fiume l’esercito jugoslavo arrivò il 3 maggio, quindi potrebbe essere “morto in combattimento”).
“Sottotenente carrista con la Divisione Ariete in Africa. Rientrato ferito dall’Africa. Dopo l’8 settembre fu destinato quale comandante al Comando Tappa presso la Caserma di finanza “Macchi” di Fiume (ciò risulta dall’elenco di fiumani caduti allegato alla proposta di legge presentata dal deputato di AN Roberto Menia per la concessione all’Associazione “Comune di Fiume in esilio” della medaglia d’oro al “valor militare” alla memoria dei suoi cittadini che in guerra e in pace hanno servito la Patria, Atti parlamentari XIII legislatura, Camera dei deputati n. 1565).
PONZO Mario, Trieste 1945.
Colonnello del Genio Navale, poi inquadrato nel Corpo Volontari della Libertà, l’organizzazione armata del CLN triestino. Fu arrestato assieme agli altri ufficiali di marina Luigi Podestà ed Arturo Bergera che avevano organizzato, all’interno del CLN triestino, un’attività di spionaggio in collaborazione con il commissario Gaetano Collotti, dirigente nonché noto torturatore dell’Ispettorato Speciale di PS, così riassunta dallo storico Roberto Spazzali: “Podestà avrebbe passato a Collotti tutte le informazioni sul movimento partigiano slavo e il poliziotto lo avrebbe agevolato nei suoi compiti” (“…l’Italia chiamò”, Libreria Editrice Goriziana 2003). Podestà e Bergera rimasero in carcere a Lubiana un paio d’anni, poi furono rilasciati; il colonnello Ponzo morì in prigionia.
RADIZZA Salvatore, Dalmazia 1943.
Papo scrive che si tratta di un operaio ucciso a Meleda nel cimitero dopo l’8/9/43.
SCIALPI Gregorio, Trieste 1945.
GDF, arrestato nella caserma di Campo Marzio, internato a Borovnica e scomparso in prigionia.
STEFANUTTI Romeo, Istria 1945.
Milite del 2. Reggimento MDT “Istria”, “ucciso dagli slavi nel maggio ‘45 nei pressi di Pisino” (Papo).
VERDELAGO Ervino.
Anche questo nominativo non l’abbiamo trovato nei testi analizzati.
VOLPI Ario Dante, Gorizia 1945.
“Aviere RSI prelevato dagli slavi a Gorizia il 13/5/45 e scomparso” (Papo).
VOLPI Renato, Istria 1943.
Leggiamo sul “Piccolo” del 15/11/43: “volontario in Grecia, in Russia e sul fronte dell’Italia meridionale”; ventunenne, era rientrato in Istria dopo avere saputo della morte del padre Edmondo, oste, “ucciso dai ribelli”, ed era stato “catturato ed ucciso”. Papo invece scrive: “Milite 9^ legione Camicie nere, ucciso in prigionia dagli slavi 4/10/43”.
ZAPPALÀ Alfio, Fiume 1945.
CC arrestato 13/5/45, scomparso.
ZAPPETTI Riccardo, Istria 1943.
Falegname da Montona infoibato a Gallignana.
ZAPPETTI Rodolfo, Istria 1943.
Capo cantoniere da Montona infoibato a Gallignana.

Più difficile reperire invece i nomi dei premiati del 2007: sulla stampa apparve la notizia che erano state attribuite 350 onorificenze, ma un elenco completo dei nomi non siamo riusciti a trovarlo da nessuna parte (non ci sembra sia stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale, né si trova nei siti istituzionali del Governo e della Presidenza della Repubblica). Tramite ricerche in Internet e sulla stampa locale siamo riusciti a ricostruire un elenco, logicamente parziale, di 125 nominativi di “premiati”. Per far comprendere la difficoltà di questa ricerca dobbiamo spiegare che le premiazioni avvenivano tramite le Prefetture, ed è dai siti delle Prefetture che abbiamo tratto i dati (per motivi di tempo non abbiamo cercato nei siti di tutte le Prefetture), però i nomi che vengono indicati sono spesso solo quelli dei parenti che hanno ritirato la medaglia e non sempre c’è il nome del deceduto, del quale mancano del tutto, inoltre, i dati relativi alla data ed alla causa di morte, nonché della qualifica.
Solo per i “premiati” al Quirinale abbiamo una nota Ansa del 10/2/07 che riporta i nomi delle “vittime delle foibe” con alcuni dati personali ed i nomi dei parenti che hanno ritirato l’onorificenza. Di seguito l’elenco con le nostre annotazioni.

ADAMO Emilio, Gorizia 1945.
PS arrestato maggio 1945, scomparso.
BURICCHI Gino, Fiume 1945
PS, arrestato maggio 45 scomparso
COSTA Ermenegildo, Zara 1944.
“Custode della Banca dalmata, militarizzato”, arrestato novembre 1944, scomparso. Secondo Papo faceva parte di un gruppo di abitanti di Borgo Erizzo che furono condannati a morte dal Tribunale militare jugoslavo e fucilati.
FARINATTI Antonio, Parenzo 1943
GDF, presumibilmente infoibato a Vines.
FOGAGNOLO Luigi, Gorizia 1945.
Capostazione, arrestato maggio 1945, scomparso.
GALANTE Giuseppe, Trieste 1944.
“Bigliettaio tranviario, scomparso settembre 1944 a Trieste, resti trovati nel 1959 in una foiba presso Padriciano”. In realtà era milite dell’MDT e fu catturato dai partigiani in un’azione di guerra nel 1944 presso Padriciano.
GALANTE Pietro, Visinada 1943.
Agricoltore, scomparso settembre 1943.
GIANA Andrea, Gorizia 1945.
“presidente associazione commercianti Gorizia, arrestato 3/5/45, scomparso”
HODL Enrichetta, Fiume 1945.
“studentessa”, arrestata giugno 1945, scomparsa.
LUCIANI Bruno, Trieste 1945.
PS, arrestato maggio 1945, scomparso.
LUXARDO Nicolò, Zara 1944.
Industriale, arrestato novembre 1944, “annegato” assieme alla moglie.
LUXARDO Pietro, Zara 1944.
Fratello del precedente, già prefetto di Zara, arrestato novembre 1944, “annegato”.
MORASSI Giovanni, Gorizia 1945.
Vice podestà e presidente della provincia di Gorizia, arrestato maggio 1945, scomparso.
QUERINCIS Ottavio, Gorizia 1944.
Autista per la società telefonica, scomparso durante un’azione partigiana presso Duttogliano nell’aprile 1944.
RAUNI Antonio, Fiume 1945.
PS, arrestato maggio 1945, scomparso.
ROSSARO Giorgio, Gorizia 1945.
Ufficiale sanitario a Gorizia, arrestato maggio 1945, scomparso.
SABADIN Stefano, Pola 1943.
Arrestato settembre 1943, scomparso.
SALATA Domenico, Orsera 1945.
Arrestato maggio 1945, scomparso.
SERRENTINO Vincenzo, Trieste 1945.
“Ultimo prefetto di Zara italiana”, arrestato a Trieste maggio 45, condannato a morte e fucilato a Sebenico 15/5/47. Faceva parte del Tribunale speciale per la Dalmazia, di cui parleremo più avanti.
SINCICH Giuseppe, Fiume 1945.
Agente immobiliare, arrestato maggio 1945, fucilato.
SORGE Marco, Gorizia 1945.
CC arrestato maggio 1945, scomparso. Secondo Papo “figura anche come maresciallo PS”, quindi potrebbe essere stato uno dei carabinieri poi inquadrati in altri corpi militari.
TOFFETTI Domenico, Trieste 1945.
Già interprete per i tedeschi, arrestato maggio 1945, resti recuperati dall’abisso Plutone.

Tornando alle modalità di attribuzione dei riconoscimenti aggiungiamo alla mancanza di trasparenza il fatto eclatante che i parenti dei “premiati” di Udine hanno richiesto ed ottenuto che, per “motivi di privacy”, i nominativi dei loro congiunti non fossero resi noti. Il fatto che non sia possibile avere un elenco ufficiale dei premiati, con la specificazione delle qualifiche, della data e causa di morte ci sembra una procedura non del tutto corretta: se la legge prevede che non possano ricevere l’onorificenza persone che hanno rivestito ruoli specifici bisogna pur essere in grado di verificare se le persone premiate non rientravano in qualche criterio di esclusione.
Del resto, se si chiede un’onorificenza per un proprio congiunto e questa viene concessa, non si comprende perché mai la cittadinanza deve restarne all’oscuro, è come se ci si vergognasse di quanto si è chiesto ed ottenuto, invece di averne motivo di orgoglio.
Entrando poi nel merito delle premiazioni abbiamo trovato incomprensibile che ben 4 nominativi di premiati nel 2006 siano stati nuovamente premiati nel 2007; e che, dato che il premio viene conferito al congiunto che ne ha fatto richiesta, è accaduto che altri 6 nominativi siano stati premiati due volte in quanto la medaglia è andata a due parenti. Particolarmente degno di nota a questo punto il caso di Scialpi Gregorio che risulta tre volte nell’elenco dei premiati, una volta nel 2006 e due volte nel 2007, in due distinte Prefetture (Lecco e Cagliari), anche se nel caso specifico la parente che ha ricevuto il premio è sempre la stessa.
Si diceva prima che questo “anonimato” con il quale sono state gestite le modalità della premiazione impedisce di valutare se le modalità siano state congrue o no alla disciplina di legge. Come abbiamo visto nel breve elenco di premiati del 2006, almeno per qualcuno di essi dei dubbi di legittimità dovrebbero porsi.

Invece un caso decisamente chiaro di premio che, sempre da nostre valutazioni, non avrebbe dovuto essere attribuito, è quello conferito all’ex membro del Tribunale speciale della Dalmazia Vincenzo Serrentino, che fu condannato a morte e fucilato da un tribunale jugoslavo nel 1946. Uno dei suoi a latere era quel Pietro Caruso che fu fucilato a Roma nel 1944 come criminale di guerra.
Serrentino era stato denunciato dalla Jugoslavia come criminale di guerra per il modo in cui era gestito il Tribunale del quale faceva parte, che comminava condanne a morte con una facilità ritenuta eccessiva anche dagli stessi militari italiani. Leggiamo nel sito www.criminidiguerra.it quanto scritto dal “Procuratore militare in Dalmazia, ten. generale della Giustizia Militare Umberto Maranghini, in una sua relazione (acquisita dalla Commissione d’inchiesta per i presunti criminali di guerra)” che “definisce questo tribunale come arbitrario sia nella legittimità formale sia nel funzionamento e sostiene che la difesa dell’imputato vi era facoltativa: “Esso girava per la Dalmazia, e dove si fermava le poche ore strettamente indispensabili per un frettoloso giudizio, pronunciava sentenze di morte; e queste erano senz’altro eseguite. Il suo presidente pare fremesse d’impazienza per aver gente da giudicare (“Prefetto, non avete da mandarmene altri?” aveva telefonato un giorno, sedendo a Spalato, a quel Prefetto, che mi riferì il truce aneddoto) né sembra ne avesse mai abbastanza (a Cattaro, a un Colonnello, che credo comandasse quel presidio, fece una partaccia, perché gl’imputati erano soltanto sei e, mi diceva questo colonnello, ancora stupefatto, il presidente gli aveva gridato che lui, per meno di dieci uomini non si muoveva; e non vorrei essere inesatto specificando che, come pur mi sembra, non alludesse a dieci imputati, ma a dieci fucilazioni)”.


Abbiamo redatto queste brevi note come spunto per una ricerca più approfondita e per rendere l’idea di come venga gestita la memoria storica nel nostro Paese. Fermo restando il dolore personale per la perdita di una persona cara, non riusciamo però a comprendere perché questo legittimo dolore debba essere trasformato a livello istituzionale in un riconoscimento anche a persone che non avrebbero, a norma di legge, diritto di averlo. D’altra parte concedere riconoscimenti di questo tipo ha chiaramente solo un valore demagogico, perché non si comprende quale differenza vi sia tra l’autista delle Telve morto durante un’azione partigiana solo perché ha avuto la sfortuna di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato e non dare altrettanti riconoscimenti anche a tutte le vittime dei bombardamenti, delle deportazioni e delle rappresaglie nazifasciste.
Ma la cosa più sconcertante è, a parer nostro, un particolare che non sembra essere stato colto da nessuno. Il secondo comma dell’art. 3 della legge che analizziamo sancisce che sono “assimilati agli infoibati” tutti gli scomparsi e quanti, dall’8 settembre 1943 al 10 febbraio 1947 in Istria, in Dalmazia o nelle province dell’attuale confine orientale sono stati soppressi mediante annegamento, fucilazione, massacro, attentato, in qualsiasi modo perpetrati. Dato che non si specifica che deve trattarsi di massacri od altro operati da partigiani o dall’esercito jugoslavo, per assurdo che possa sembrare, tutti i parenti delle vittime del nazifascismo, dei caduti nelle nostre terre, uccisi alla Risiera di San Sabba o deportati nei lager, fucilati o impiccati per rappresaglia, potrebbero chiedere (e, a rigor di legge, se non facevano “volontariamente” parte di “formazioni non a servizio dell’Italia”, anche ottenere) la targhetta di bronzo con la scritta “La Repubblica italiana ricorda”.
Visto che non c’è nessun altro articolo di legge che preveda un ricordo ufficiale per le vittime della guerra in via generale, sembra che l’unico modo che qualcuno ha di far ricordare il proprio parente sia quello di spacciarlo per “infoibato”.
Davvero una situazione grottesca che non fa onore né ai caduti, di ogni tipo, né a chi ha promulgato ed ora applica questa legge.

Giugno 2007






A proposito di onorificenze agli "infoibati"...

... uno dei "premiati" è Vincenzo Serrentino, con queste motivazioni:

 

Ultimo prefetto di Zara italiana, recatosi a Trieste per continuare ad espletare la sua attività istituzionale di Capo della provincia, venne ivi arrestato il 5 maggio 1945 dai partigiani titini. Fu poi deportato ed imprigionato in varie carceri della Croazia. Fu condannato a morte per fucilazione a Sebenico (Dalmazia) il 15 maggio 1947.

 

Nel sito Crimini di guerra www.criminidiguerra.it/TribunaleStraDalm.html

troviamo il seguente testo in proposito:

 

Il Tribunale Straordinario della Dalmazia



Venne istituito con ordinanza n. 34 dell'11 ottobre 1941 dal Governatore Giuseppe Bastianini


Era composto da tre militari:


Generale  MAGALDI Gherardo (presidente)


Ten.Col.  SORRENTINO Vincenzo


Ten.Col.  CARUSO Pietro.


Il sottotenente Centonze Francesco era il pubblico ministero.


Questo tribunale doveva essere mobile, ovvero di spostarsi nei vari luoghi dove occorreva processare dei sospetti ribelli, in modo da svolgere i procedimenti giudiziari ed emettere le sentenze in tempi brevissimi.

Un precedente lo si può trovare nel corso della campagna di riconquista della Cirenaica una decina di anni prima. Lo stesso gen. Graziani ricordava come "la Giustizia scende dal cielo", quando atterrava l'aereo che trasportava il tribunale volante pronto a giudicare sommariamente i cittadini libici colpevoli di non accettare l'occupazione italiana.


Venne accusato dalla Commissione di Stato jugoslava di avere emesso numerose condanne a morte e all'ergastolo, senza prove oggettive a carico degli imputati.


Conferme a queste accuse erano arrivate anche da parte italiana; il Procuratore militare in Dalmazia, ten. generale della Giustizia Militare Umberto Maranghini, in una sua relazione (acquisita dalla Commissione d'inchiesta per i presunti criminali di guerra), definisce questo tribunale come arbitrario sia nella legittimità formale sia nel funzionamento e sostiene che la difesa dell'imputato vi era facoltativa: ”Esso girava per la Dalmazia, e dove si fermava le poche ore strettamente indispensabili per un frettoloso giudizio, pronunciava sentenze di morte; e queste erano senz'altro eseguite. Il suo presidente pare fremes se d'impazienza per aver gente da giudicare ("Prefetto, non avete da mandarmene altri?" aveva telefonato un giorno, sedendo a Spalato, a quel Prefetto, che mi riferì il truce aneddoto) né sembra ne avesse mai abbastanza (a Cattaro, a un Colonnello, che credo comandasse quel presidio, fece una partaccia, perché gl'imputati erano soltanto sei e, mi diceva questo colonnello, ancora stupefatto, il presidente gli aveva gridato che lui, per meno di dieci uomini non si muoveva; e non vorrei essere inesatto specificando che, come pur mi sembra, non alludesse a dieci imputati, ma a dieci fucilazioni)”.


Questo tribunale non venne mai abolito, ma di fatto sostituito nelle sue attività dal Tribunale Speciale della Dalmazia.


I suoi membri compaiono come deferiti negli elenchi della Commissione d'inchiesta per i presunti criminali di guerra istituita presso il Ministero della Guerra italiano, ovvero avrebbero dovuto essere sottoposti a giudizio da parte della Magistratura militare italiana.

Questo processo per crimini di guerra non ebbe mai inizio.


Documenti:

- VJESNIK, Notiziario del Fronte Popolare Croato, Zagabria, 13 marzo 1946.

- Stralcio della relazione della Commissione Croata per l'accertamento dei crimini dell'occupatore e dei suoi satelliti.

- Stralcio della relazione sull'attività svolta dal Procuratore Militare (italiano) in Dalmazia.

 

Pietro Caruso dopo questa esperienza fu nominato questore di Roma agli inizi del ‘44, dopo essere stato questore a Verona. In precedenza era stato comandante della Milizia Portuaria di Trieste ed aveva diretto il rastrellamento dell’oro per conto dell’allora Prefetto Tamburini, che era stato tanto soddisfatto del suo lavoro da segnalarlo, quando divenne Capo della Polizia della RSI dopo l’8 settembre, quale persona degna di fiducia a Mussolini. Caruso fu perciò incaricato di procedere, a Roma al rastrellamento dell’oro bloccato con d.l. 3/9/41, operazione che condusse tra settembre e dicembre 1943. Nelle operazioni di polizia egli approfittò spesso dei servizi della famigerata “banda Koch”, squadra che, stando a quanto sostenuto da lui stesso, sarebbe dipesa direttamente dal Ministero dell’Interno più che non dalla Questura e diretta dall’ex ufficiale dei granatieri Pietro Koch che fu fucilato come criminale di guerra dopo essere stato processato dall’Alta Corte di Giustizia a Roma. Anche Caruso fu condannato a morte (in Italia).

Un tanto per la conoscenza storica, alla quale tanto tiene il nostro Presidente.

Saluti resistenti

Claudia Cernigoi




L'articolo che segue è apparso sul periodico triestino "La Nuova Alabarda", n. 203 (2/2006)

http://www.nuovaalabarda.org/leggi-articolo-giorno_del_ricordo_2006.php

Giorno del Ricordo 2006

Dopo il bombardamento mediatico del Giorno del ricordo delle foibe e
dell'esodo, cerchiamo di tirare un po' le somme di quello che può
essere rimasto a futura memoria tra i vari argomenti toccati.
Parliamo della questione del "riconoscimento" ai congiunti degli
"infoibati", ed iniziamo leggendo, nel sito www.governo.it, un
comunicato della Presidenza del Consiglio dei Ministri (senza data):
"La legge 30 marzo 2004, n. 92 ha istituito il "Giorno del Ricordo" in
memoria delle vittime delle foibe, dell'esodo giuliano-dalmata, delle
vicende del confine orientale e la concessione di un riconoscimento ai
congiunti degli "Infoibati".
Con successivo provvedimento (DPCM 10 febbraio 2005), è stata
istituita, presso il Segretariato Generale della Presidenza del
Consiglio, la "Commissione incaricata dell'esame delle domande per la
concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati".
Detta Commissione, insediatasi il 6 maggio u.s., ha provveduto, come
prima attività, alla definizione e alla realizzazione dell'insegna e
del relativo diploma, approvati dalla Presidenza del Consiglio dei
Ministri e dalla Presidenza della Repubblica.
Nell'ambito dei lavori della Commissione, sono state esaminate il 100%
delle istanze pervenute nel corso del 2004 e l'80% di quelle pervenute
nel 2005. Ne sono state accolte in totale l'80% circa e rinviate per
supplemento d'istruttoria il rimanente 20%.
Le istanze sono state istruite in rigoroso ordine cronologico di
ricezione e gli accertamenti hanno comportato essenzialmente la
consultazione dell\'ampia documentazione storica bibliografica a
disposizione della Commissione. In taluni casi è stato assai utile il
contributo degli Uffici Storici Militari, come fondamentale l'apporto
fornito dalle varie Associazioni e Centri di studio pertinenti.
Tali risultati hanno consentito, in concomitanza con il 1°
anniversario dell\'istituzione del "Giorno del Ricordo", di
organizzare una specifica cerimonia al Quirinale. In particolare, il
Signor Presidente della Repubblica consegnerà personalmente il
riconoscimento previsto dalla legge 92/2004 ad alcuni degli aventi
titolo il giorno 8 febbraio 2006".

Leggiamo l'art. 3 della legge 30 marzo 2004, n. 92:
"1. Al coniuge superstite, ai figli, ai nipoti e, in loro mancanza, ai
congiunti fino al sesto grado di coloro che, dall\'8 settembre 1943 al
10 febbraio 1947 in Istria, in Dalmazia o nelle province dell'attuale
confine orientale, sono stati soppressi e infoibati, nonché ai
soggetti di cui al comma 2, è concessa, a domanda e a titolo onorifico
senza assegni, una apposita insegna metallica con relativo diploma nei
limiti dell'autorizzazione di spesa di cui all'articolo 7, comma 1.
2. Agli infoibati sono assimilati, a tutti gli effetti, gli scomparsi
e quanti, nello stesso periodo e nelle stesse zone, sono stati
soppressi mediante annegamento, fucilazione, massacro, attentato, in
qualsiasi modo perpetrati. Il riconoscimento può essere concesso anche
ai congiunti dei cittadini italiani che persero la vita dopo il 10
febbraio 1947, ed entro l'anno 1950, qualora la morte sia sopravvenuta
in conseguenza di torture, deportazione e prigionia, escludendo quelli
che sono morti in combattimento.
3. Sono esclusi dal riconoscimento coloro che sono stati soppressi nei
modi e nelle zone di cui ai commi 1 e 2 mentre facevano
volontariamente parte di formazioni non a servizio dell'Italia".
Diciamo ancora che l'insegna metallica è "in acciaio brunito e
smalto", e porta la scritta "La Repubblica italiana ricorda";
riportiamo qui l'elenco dei membri della Commissione, così come
nominati in base al decreto del Presidente del Consiglio 10 febbraio 2005:
- Generale Alberto Ficuciello, Presidente, delegato dal Presidente del
Consiglio dei Ministri;
- Colonnello Massimo Multari, Capo dell'Ufficio Storico presso lo
Stato maggiore dell'Esercito,
- Capitano di vascello Piero Fabrizi, Capo del I Ufficio
dell'U.A.G.R.E. dello Stato maggiore della Marina,
- Colonnello Euro Rossi, Capo dell'Ufficio Storico dello Stato
maggiore dell\'Aeronautica,
- Ten. Colonnello Giancarlo Barbonetti, Capo dell'Ufficio Storico del
Comando generale dell'Arma dei carabinieri;
- Avv. Paolo Sardos Albertini, Presidente del Comitato per i martiri
delle foibe,
- Gen. Riccardo Basile, VicePresidente del Comitato per i martiri
delle foibe;
- Dott. Piero Delbello, Direttore dell'Istituto Regionale per la
cultura istriano-fiumano-dalmata;
- Dott. Marino Micich, rappresentante della Federazione delle
Associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati;
- Dott.ssa Luigia Contini, Viceprefetto, Ministero dell'Interno,
Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione.

Sul quotidiano triestino "Il Piccolo" del 9/2/06 è stato pubblicato
l'elenco di 26 nominativi i cui familiari hanno ricevuto la targa con
la scritta "La Repubblica italiana ricorda". La prima osservazione che
ci viene da fare è che se 26 nominativi costituiscono l'80% del totale
delle istanze presentate nel 2004 e l'80% di quelle presentate nel
2005, come da comunicato governativo, il totale delle domande
presentate dovrebbe corrispondere a meno di cinquanta.
L'esiguità di questo numero di domande ci conferma nella nostra teoria
che il cosiddetto "fenomeno foibe" (allargato a tutti coloro come
descritti nell'articolo delle legge) non abbia comportato migliaia di
morti, ma a questo punto neppure centinaia.
Ma vediamo adesso chi sono i 26 "infoibati" che la nostra Repubblica
"ricorda". A lato dei nominativi abbiamo riportato luogo e periodo di
scomparsa (non risultante dall'elenco del "Piccolo") e di seguito
quanto siamo riusciti a ricostruire del ruolo da loro ricoperto in
vita. Abbiamo tratti i dati dai seguenti testi:
"Caduti, dispersi e vittime civili dei comuni della Regione
Friuli-Venezia Giulia nella Seconda guerra mondiale", a cura
dell'Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione,
volumi relativi alle province di Trieste e di Gorizia; "Albo d'Oro",
di Luigi Papo, "Pola, Istria, Fiume 1943-1945" di Gaetano La Perna;
inoltre da documenti conservati nell'Archivio di Stato di Lubiana
(riferimento archivistico As 1584 zks ae 141) e dalla stampa, sia
dell'epoca, sia contemporanea.
Per l'inquadramento storico, specifichiamo che MVSN è la sigla della
Milizia Volontaria Salvezza Nazionale (un corpo composto da squadristi
inquadrati nell'esercito, le cosiddette "Camicie Nere); MDT significa
Milizia Difesa Territoriale, che era il corrispettivo della GNR
(Guardia Nazionale Repubblicana) nel territorio dell'Adriatisches
Küstenland (territorio staccato dall'Italia ed annesso al Reich
germanico dal 10/9/43, che comprendeva le allora province di Trieste,
Gorizia, Pola e Carnaro, più una parte del Friuli), dove, tutte le
forze armate erano sottoposte al diretto comando germanico. Quindi nel
territorio del Küstenland nessun militare era "a servizio
dell'Italia", neppure l'Italia della golpista Repubblica di Salò: come
pure, oltre ai vari corpi dell'esercito, anche la Pubblica Sicurezza
(PS, che all'epoca non era corpo civile ma militare), la Guardia di
Finanza (GDF, della quale solo negli ultimi giorni di guerra alcuni
reparti furono posti a disposizione del CLN triestino), e la
successivamente istituita Guardia Civica. L'arma dei Carabinieri ha
una storia a parte: fu sciolta per ordine del Reich con decorrenza
25/7/44, ed i militi furono messi di fronte alla scelta di aderire ad
uno dei corpi collaborazionisti o essere deportati in qualche lager
germanico (molti furono coloro che, pur di non essere incorporati
nelle forze armate germaniche, preferirono la deportazione e pagarono
con la vita questa loro fedeltà all'Italia). Di fatto, quindi, chi era
rimasto in zona dopo lo scioglimento dell'Arma poteva essere solo un
ex carabiniere inquadrato in qualche altra formazione militare.
Due parole infine a proposito del CLN (Comitato di Liberazione
Nazionale) triestino, che era fuoriuscito dal CLNAI (Comitato di
Liberazione Nazionale Alta Italia), poiché non voleva sottostare alle
direttive di questo che imponevano una collaborazione con
l'Osvobodilna Fronta-Fronte di Liberazione collegato con l'Esercito di
Liberazione Jugoslavo.

BRUNO Luigi, Fiume 1945.
Guardia scelta di PS, fucilato a Grobnico (presso Fiume) il 16/6/45
(Papo).
CASADIO Alfredo, Trieste 1945.
MDT, scomparso, deportato a Lubiana. Papo scrive che fu arrestato il
3/5/45 nella caserma di via Cologna: ricordiamo che in via Cologna
aveva sede l'Ispettorato Speciale di PS, corpo di polizia politica
noto per l'efferatezza dei metodi di repressione; tale circostanza
risulta anche dalla documentazione comprendente atti dell'OZNA
conservata a Lubiana presso l'Archivio di stato (As 1584 zks ae 141).
CERNECCA Giuseppe, Istria 1943.
Vicesegretario comunale di Gimino, scomparso.
COSSETTO Giuseppe, Istria 1943, infoibato a Treghelizza.
Possidente, segretario del fascio a S. Domenica di Visinada (La Perna).
Capomanipolo MVSN, squadrista sciarpa Littorio (necrologio sul Piccolo
23/11/43).
COSSETTO Norma, Istria 1943, infoibata a Villa Surani.
"Giovane vita tutta dedicata allo studio e alla Patria", leggiamo nel
necrologio apparso sul "Piccolo" del 16/12/43. La vicenda di Norma
Cossetto è però controversa. La giovane, figlia di Giuseppe Cossetto,
era stata attiva nelle organizzazioni giovanili fasciste, e delle
sevizie cui sarebbe stata sottoposta l'unica "testimonianza" che viene
citata è quella di una donna, della quale non viene mai fatto il nome,
che avrebbe visto, dall'interno della propria casa in cui stava
nascosta con le finestre sbarrate, quello che accadeva nella scuola di
fronte a casa sua, anch'essa con le finestre chiuse. Dal verbale
redatto dal maresciallo Harzarich dei Vigili del Fuoco di Pola, che
aveva diretto i recuperi dalle foibe istriane, il corpo della giovane
non appare essere stato oggetto delle mutilazioni di cui parlano le
"cronache", né sarebbe stato possibile stabilire, con le conoscenze
mediche dell'epoca, se fosse stata violentata prima di essere uccisa.
GIULIANO Isidoro, Trieste 1945.
GDF arrestato nella caserma di Campo Marzio, internato a Borovnica e
scomparso.
Da varie testimonianze appare che le guardie di finanza di Campo
Marzio non erano state notiziate dai loro superiori che la formazione
era stata messa a disposizione del CLN triestino, quindi al momento in
cui la IV Armata jugoslava arrivò a Trieste, essi spararono contro di
essa assieme ai militari germanici che erano accasermati nella stesso
edificio. In conseguenza di questo gli jugoslavi arrestarono una
settantina di finanzieri, che furono poi internati a Borovnica, dove
diversi morirono per un'epidemia di tifo.
GUARINI Pasquale, Gorizia 1945.
CC, arrestato 2/5/45; Papo scrive che nel novembre `45 lavorava in
fabbrica a Sebenico.
MAINES Guido.
Non abbiamo trovato questo nome in nessuno dei testi da noi consultati.
MOLEA Domenico, Trieste 1945.
GDF, arrestato nella caserma di via Udine 1/5/45. "Il 16/5/45
trovavasi a Postumia e poi a San Vito di Vipacco, da dove si sono
perdute le sue traccie" (As 1584 zks ae 141).
MUIESAN Domenico, Trieste 1945.
"Mio padre era irredentista, legionario fiumano, volontario della
guerra d'Africa, di sentimenti fascisti insomma" (la figlia Annamaria
Muiesan intervistata da Luca Tron, su "La Nazione", 11/2/96).
"Squadrista delle squadre d'azione a Pirano – violenze" leggiamo nei
documenti conservati presso l'Archivio di stato di Lubiana, tra le
risposte dell'Ufficio del pubblico accusatore a richieste di
informazioni sugli arrestati nei "40 giorni" (elenco nominativo
inviato dall'ACDJ nel dicembre 1945, situazione alla data 17/12/45,
conservato in As 1584 zks ae 141), dove leggiamo anche che fu
"arrestato a Trieste 12/5/45 da due Guardie del Popolo e portato a
Pirano, poi alle carceri di Capodistria".
NARDINI Guido, Gorizia 1945.
Perito industriale, arrestato assieme al fratello Vittorio, scomparso.
NARDINI Vittorio, Gorizia 1945.
Fotografo, arrestato assieme al fratello Guido, scomparso.
NARDINI Mario, Trieste 1945.
"Capitano della milizia" (As 1584 zks ae 141), cioè della MDT; già XI
Legione MACA, secondo lo Stato civile; "tribuno" in Papo; sarebbe
stato internato a Prestranek e scomparso.
PATTI Egidio, Trieste 1945. Sembra essere stato infoibato presso Opicina.
Vice brigadiere del 2. Reggimento MDT "Istria" (Papo); "squadrista,
MVSN, PFR, GNR, rastrellamenti" (As 1584 zks ae 141).
POCECCO Giovanni, Istria 1945.
Milite del 2. Reggimento MDT "Istria", ucciso a Portole il 25/4/45 (La
Perna); secondo Papo le circostanze della morte sono identiche, però
lo mette come "civile".
POLONIO BALBI Michele, Fiume 1945.
"Sottocapo manipolo del 3. Reggimento MDT "Carnaro", scomparso 3/5/45
(a Fiume l'esercito jugoslavo arrivò il 3 maggio, quindi potrebbe
essere "morto in combattimento").
"Sottotenente carrista con la Divisione Ariete in Africa. Rientrato
ferito dall'Africa. Dopo l'8 settembre fu destinato quale comandante
al Comando Tappa presso la Caserma di finanza "Macchi" di Fiume
(nell'elenco di fiumani caduti allegato alla proposta di legge
presentata dal deputato di AN Roberto Menia per la concessione
all'Associazione "Comune di Fiume in esilio" della medaglia d'oro al
"valor militare" alla memoria dei suoi cittadini che in guerra e in
pace hanno servito la Patria, Atti parlamentari XIII legislatura,
Camera dei deputati n. 1565).
PONZO Mario, Trieste 1945.
Colonnello del Genio Navale, poi inquadrato nel Corpo Volontari della
Libertà, l'organizzazione armata del CLN triestino. Fu arrestato
assieme agli altri ufficiali di marina Luigi Podestà ed Arturo Bergera
che avevano organizzato, all'interno del CLN triestino, un'attività di
spionaggio in collaborazione con il commissario Gaetano Collotti,
dirigente nonché noto torturatore dell'Ispettorato Speciale di PS,
così riassunta dallo storico Roberto Spazzali: "Podestà avrebbe
passato a Collotti tutte le informazioni sul movimento partigiano
slavo e il poliziotto lo avrebbe agevolato nei suoi compiti" (in
"…l'Italia chiamò", Libreria Editrice Goriziana). Podestà e Bergera
rimasero in carcere a Lubiana un paio d'anni, poi furono rilasciati;
il colonnello Ponzo morì in prigionia.
RADIZZA Salvatore, Dalmazia 1943.
Papo scrive che si tratta di un operaio ucciso a Meleda nel cimitero
dopo l'8/9/43.
SCIALPI Gregorio, Trieste 1945.
GDF, arrestato nella caserma di Campo Marzio, internato a Borovnica e
scomparso in prigionia.
STEFANUTTI Romeo, Istria 1945.
Milite del 2. Reggimento MDT "Istria", "ucciso dagli slavi nel maggio
`45 nei pressi di Pisino" (Papo).
VERDELAGO Ervino.
Anche questo nominativo non l'abbiamo trovato nei testi analizzati.
VOLPI Ario Dante, Gorizia 1945.
"Aviere RSI prelevato dagli slavi a Gorizia il 13/5/45 e scomparso"
(Papo).
VOLPI Renato, Istria 1943.
Leggiamo sul "Piccolo" del 15/11/43: "volontario in Grecia, in Russia
e sul fronte dell'Italia meridionale"; ventunenne, era rientrato in
Istria dopo avere saputo della morte del padre Edmondo, oste, "ucciso
dai ribelli", ed era stato "catturato ed ucciso". Papo invece scrive:
"Milite 9^ legione Camicie nere, ucciso in prigionia dagli slavi 4/10/43".
ZAPPALÀ Alfio, Fiume 1945.
CC arrestato 13/5/45, scomparso.
ZAPPETTI Riccardo, Istria 1943.
Falegname da Montona infoibato a Gallignana.
ZAPPETTI Rodolfo, Istria 1943.
Capo cantoniere da Montona infoibato a Gallignana.

Questi dunque i 26 "martiri delle foibe" ai quali lo Stato italiano ha
deciso di attribuire la targa ricordo. Fermo restando il nostro
rispetto per tutti i morti, anche per quelli che da vivi non ebbero
comportamenti da noi condivisibili, vorremmo però osservare che
l'attribuzione di questo riconoscimento a militari che avevano
combattuto per la repubblica di Salò o addirittura sotto il comando
dell'esercito di Hitler, non significa rendere giustizia ai morti,
significa semplicemente avere realizzato di carambola quello che non è
stato permesso alla scaduta legislatura parlamentare di approvare per
vie legali, cioè la parificazione e l'equiparazione dei combattenti di
Salò con i combattenti dell'Italia legittima.
Così come ci sembra molto grave che con le parole "la Repubblica
italiana ricorda" (una Repubblica che diciamo nata dalla Resistenza e
che dovrebbe avere come discriminante necessaria l'antifascismo) si
diano dei riconoscimenti anche a dei fascisti convinti, solo perché
uccisi sommariamente.
Possiamo anche riprendere il discorso che già abbiamo fatto su queste
pagine a proposito dell'uso invalso in questo Paese a dare medaglie,
onorificenze, attribuire pubblici riconoscimenti o intitolare strade a
persone che in vita non hanno fatto nulla di eroico o di
particolarmente positivo, ma solo per il fatto che sono morte in modo
violento ed ingiusto. Come se una morte ingiusta potesse di per se
stessa riscattare una vita passata a commettere errori od addirittura
azioni riprovevoli.
Del resto, il nostro Paese aveva già insignito di medaglia di bronzo,
negli anni `50, il torturatore dell'Ispettorato Speciale Gaetano
Collotti per un'azione antipartigiana condotta a Tolmino nel 1943; e
ricordiamo anche che Alma Vivoda, colei che viene ricordata come la
prima partigiana combattente caduta nella nostra regione, non ha mai
avuto un'onorificenza per il suo sacrificio, mentre il carabiniere
Antonio Di Lauro, che l'uccise, ha ricevuto per questa azione una
medaglia… anche questa dalla Repubblica italiana di cui si parlava sopra.
Tornando al riconoscimento agli "infoibati", non vorremmo però si
pensasse che secondo noi tutti coloro che hanno ricevuto questa
onorificenza siano state delle persone riprovevoli o da cui prendere
le distanze. Non abbiamo motivo di credere che i fratelli Nardini di
Gorizia oppure i fratelli Zappetti di Montona avessero commesso azioni
vergognose; però da qui a farne degli eroi, ce ne corre. Altrimenti,
per giustizia, bisognerebbe dare targhe, diplomi, medaglie e via di
seguito a tutti coloro che sono morti sotto i bombardamenti ed a tutti
quelli che sono morti nei campi di prigionia (germanici, ma anche
italiani); ad esempio, vorremmo sapere se i carabinieri che si
rifiutarono di prestare giuramento al Reich per mantenere il proprio
giuramento all'Italia ed hanno perso la vita nei lager nazisti hanno
avuto un qualche riconoscimento, un qualche "ricordo" da parte della
Repubblica italiana.

Se l'istituzione del Giorno del ricordo delle foibe e dell'esodo
avesse voluto essere veramente un'occasione per pacificare le parti
grazie ad un ricordo reciproco ed una reciproca ammissione di torti,
non si sarebbero dati i riconoscimenti che abbiamo visto prima. Questa
è stata per noi invece l'ulteriore conferma che il Giorno del ricordo
del 10 febbraio (inventato come contraltare al Giorno della memoria
del 27 gennaio), serve soltanto ad una, purtroppo non tanto ristretta,
parte politica, per continuare a rivendicare diritti di sangue e suolo
su territori che la storia ha ormai assegnato ad altri Stati sovrani;
per rivalutare il fascismo e per continuare ad infangare la lotta di
liberazione, ribadendo l'equazione "partigiani=infoibatori", siano
stati essi jugoslavi, o italiani; ed infine per proseguire
nell'atteggiamento razzista nei confronti della comunità slovena,
storicamente presente in questi territori, alla quale non si vuole
riconoscere il diritto alla propria cultura e lingua.

Febbraio 2006






APPUNTI SULLE ONORIFICENZE CONFERITE DA CIAMPI

(aprile 2006)

  È notizia di questi giorni che il Presidente Ciampi ha decorato di
medaglie al valore alcuni "martiri per l'italianità di Trieste", come
abbiamo letto sulla stampa, uccisi, ha scritto Silvio Maranzana sul
"Piccolo", da "forze armate jugoslave". Vediamo come anche in questo
caso la propaganda ha fatto sì che la storia sia stata per l'ennesima
volta falsata e massacrata.

  I primi 5 decorati sarebbero morti nel corso degli scontri seguiti
alla manifestazione del 5 MAGGIO 1945. Innanzitutto non entriamo qui
nel merito delle valutazioni che si possono fare sulla manifestazione
del 5 maggio, che fu di fatto una provocazione contro il movimento
partigiano, dato che in  città si combatteva ancora (ed a questo
proposito vorrei citare ciò che disse in proposito il comico triestino
Angelo Cecchelin, che non era certo un filo-jugoslavo, né un
comunista: "Il giorno prima (cioè il 4 maggio) era venuta a casa mia
una deputazione di maestri e maestre, per pregarmi di unirmi a loro
per organizzare una manifestazione italiana. Io dissi che non trovavo
il momento molto opportuno, ma ho accettato lo stesso, purché nella
manifestazione non entrasse nessun elemento fascista". Invece elementi
fascisti entrarono, come risulta da un articolo del "Nostro avvenire"
(il quotidiano che veniva pubblicato in quei giorni): "addosso ad uno
dei manifestanti uccisi, Augusto Mascia (veramente Mascia fu solo ferito e non morì), fu
trovato un documento, emesso il 3 marzo 1945, rilasciato dal Ministero
delle Forze Armate, 204° Comando Regionale Militare, bilingue" (cioè
redatto in italiano e tedesco). Questo documento, pubblicato sul
quotidiano, dice che "il Sottotenente Mascia Augusto, nato il 2 marzo
1920, si trova in servizio presso questo Comando. Egli è autorizzato a
portare armi anche in borghese. Tutte le autorità germaniche,
italiane, militari, di polizia e civili, sono pregate di porgergli
assistenza secondo le necessità". Firmato dal generale Esposito e dal
Comandante Militare tedesco (firma illeggibile).
  Però, a prescindere da questi fatti, dobbiamo dire che tra i
decorati da Ciampi (Graziano BURLA, Carlo  MURRA, Graziano NOVELLI e
Mirano SANZIN) c'è anche Giovanna DRASSICH, che però da uno studio di
Samo Pahor, basato sui registri ospedalieri e cimiteriali ("Elenco
provvisorio delle persone morte a Trieste e nei dintorni per ferite
riportate nei combattimenti dal 28/4 al 3/5/1945" pubblicato a Trieste
dalla Narodna in Studjiška Knjižnica 1978), risulta che morì sì il 5
maggio 1945 all'Ospedale Maggiore, però alle 5 del mattino, cioè sei
ore prima della sparatoria di via Imbriani. La donna era rimasta
ferita il 2 maggio in via Stuparich e ricoverata all'ospedale).

  LE ALTRE DUE ONORIFICENZE.

  BELTRAMINI Emilio, secondo lo studio "Caduti, dispersi e vittime
civili dei comuni della regione Friuli-Venezia Giulia nella seconda
guerra mondiale", a cura dell'Istituto Friulano per la Storia del
Movimento di Liberazione, Udine 1991, ex aviere internato in Germania,
risulta "ucciso a Trieste il 3/11/45 da elementi filojugoslavi per
cause collegabili a strascichi di guerra".
  Nella cronologia inserita nel libro "Nazionalismo e neofascismo
nella lotta politica al confine orientale 1945-75", IRSMLT 1977,
leggiamo che il 3/11/45 si svolsero a Trieste diverse manifestazioni
nazionaliste, ma non abbiamo trovato il fatto specifico in cui trovò
la morte Beltramini, quindi ci riserviamo di indagare ulteriormente.

  CONESTABO Alino, studente, n. 7/7/28. Secondo il citato studio
"Caduti, dispersi e vittime civili dei comuni della regione
Friuli-Venezia Giulia nella seconda guerra mondiale", Conestabo
sarebbe morto il 15/9/47 in seguito allo scoppio di una bomba a mano.
  Nella cronologia inserita nel libro "Nazionalismo e neofascismo
nella lotta politica al confine orientale 1945-75", IRSMLT 1977,
leggiamo che il 15/9/47 si svolsero a Trieste diverse manifestazioni
nazionaliste di protesta contro l'entrata in vigore del trattato di
pace, sfocianti anche in scontri ed aggressioni contro sedi e
militanti di sinistra o del fronte indipendentista. Tra gli episodi
più gravi, va ricordato che due giorni prima, il 13, "elementi
neofascisti sparano delle raffiche di mitra contro il Circolo di
cultura popolare di vicolo dell'Ospedale militare durante il
trattenimento del sabato sera e provocano il ferimento di una giovane
donna e la morte della giovinetta undicenne Emilia Passerini –
Vrabec". A queste violenze risposero gli antifascisti con
manifestazioni di protesta, e così il 15 "Diverse migliaia di persone,
per la maggior parte donne ed operai, iniziano una controdimostrazione
di protesta per le aggressioni e le provocazioni dei neofascisti e si
riversano nel centro cittadino, dopo avere spezzato i cordoni della
polizia in piazza Garibaldi. Raggiunta la via Imbriani al canto
dell'Internazionale, il corteo viene fatto segno al lancio di due
bombe che provocano la morte di un ignaro spettatore, lo studente
diciannovenne Alino Conestabo e il ferimento di parecchi dimostranti
(la stampa fornisce versioni contrastanti, suscitando nella città
vivaci reazioni; viene recisamente smentita la versione del Corriere
di Trieste, e cioè che il Conestabo sia deceduto per lo scoppio
fortuito di una bomba che egli intendeva lanciare contro i
manifestanti)" (p. 425 e 426).

  Da queste brevi note risulta che chi ha istruito le pratiche per le
onorificenze date da Ciampi non si è minimamente degnato di informarsi
sulle circostanze in cui queste persone hanno trovato la morte. Cosa
molto grave, non solo per il  fatto che nessun rispetto è dato ai
morti, ma anche perché le loro morti sono state strumentalizzate a
fini chiaramente propagandistici. Ci saremmo aspettati qualcosa di
diverso da un Presidente uscito dalla Resistenza.

(la redazione de La Nuova Alabarda)





IL CASO DI NORMA COSSETTO

(vedi anche
- ulteriori note biografiche e commenti
- IL CASO NORMA COSSETTO di C. Cernigoi, 2011 - file PDF)


...Giovane stu­dentessa istriana, catturata e imprigionata dai
partigiani slavi, veniva lungamente seviziata e violentata dai suoi
carcerieri e poi barbaramente gettata in un foiba. Luminosa
testimonianza di coraggio e di amor patrio...

(dalla motivazione della attribuzione di due onoreficenze alla memoria
di Norma Cossetto, Palazzo del Quirinale, 8 febbraio 2006)


...meritorio "L'esodo" di Arrigo Petacco, un libro pubblicato nel
1999. Mai prima di quel libro avevo letto di quella ragazza
ventitreenne che un pugno di bestie jugoslave stuprarono a lungo e
sino alla soglia della foiba dove la scaraventarono; né sapevo della
decisione - per una volta santa e benedetta - dei tedeschi che
catturarono i colpevoli e li costrinsero a passare la notte in piedi
accanto alla salma di Norma prima di essere fucilati all'alba...

(Giampiero Mughini su il Foglio)


...Norma Cossetto (...) era anche un alto gerarca del regime fascista,
esponente del GUF (Gioventù Universitaria Fascista), figlia di un
ricco possidente a sua volta segretario del Fascio a Santa Domenica di
Visinada. La Cossetto fu vittima di atrocità perpetrate da un manipolo
di cosiddetti "cani sciolti", che furono catturati dai fascisti e
giustiziati assieme ad altre quattordici persone da fascisti
repubblichini. Per quanto atroce sia stata la sua morte, per Norma
Cossetto furono prese ben 17 vite. Quello che dai documenti e dalle
testimonianze storiche risulta evidente è che Norma Cossetto morì da
fascista, inneggiando al Fascio. Sicuramente un esempio di coerenza e
di militanza politica, ma siamo sicuri che meriti una medaglia
dall'Italia Repubblicana?...

(Igor Canciani, segretario provinciale PRC Trieste
http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=7784 )


COSSETTO Norma, Istria 1943, infoibata a Villa Surani.
"Giovane vita tutta dedicata allo studio e alla Patria", leggiamo nel
necrologio apparso sul "Piccolo" del 16/12/43. La vicenda di Norma
Cossetto è però controversa. La giovane, figlia di Giuseppe Cossetto,
era stata attiva nelle organizzazioni giovanili fasciste, e delle
sevizie cui sarebbe stata sottoposta l'unica "testimonianza" che viene
citata è quella di una donna, della quale non viene mai fatto il nome,
che avrebbe visto, dall'interno della propria casa in cui stava
nascosta con le finestre sbarrate, quello che accadeva nella scuola di
fronte a casa sua, anch'essa con le finestre chiuse. Dal verbale
redatto dal maresciallo Harzarich dei Vigili del Fuoco di Pola, che
aveva diretto i recuperi dalle foibe istriane, il corpo della giovane
non appare essere stato oggetto delle mutilazioni di cui parlano le
"cronache", né sarebbe stato possibile stabilire, con le conoscenze
mediche dell'epoca, se fosse stata violentata prima di essere uccisa.

(da "La Nuova Alabarda", n. 203 - 2/2006)


Norma Cossetto pag. 32-33 ..... i vigili del fuoco di Pola, al comando del maresciallo Harzarich recuperarono la sua salma: era caduta nuda, supina.....; aveva ambedue i seni pugnalati ed altre parti del corpo sfregiate.
Al Rocchi piace le descrizioni crude, non per niente nell'intervista dice che è un uomo violento o qualcosa del genere.
Strano che il rapporto di Harzarich dica: "e il suo corpo non presentava a prima vista segni di sevizie. Sembrava dormire  e neppure lontanamente si poteva immaginare che fosse morta da diverse settimane (... .... la salma non era per niente in putrefazione, era ancora intatta." Arch. IRSMLT n. 346
Come è possibile che un corpo possa rimanere intatto per 44 giorni?
Ci sono parecchi dubbi sul fatto. Dicono cha accanto al corpo siano state trovate 17 bustine con la stella rossa (Il Piccolo, 16/12/43). Strano ancora che Rocchi parli di "17 torturatori" (pag. 34) esattamente quante erano le bustine trovate nella foiba. Era proprio nella foiba da 44 giorni???

(fonte: N.L. sulle falsificazioni contenute nel libro di Padre Flaminio Rocchi)

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Menzogne di regime
(di F. Guastarazze, 6 febbraio 2011)

Fra pochi minuti (o forse è già in onda) Rai Uno trasmetterà un bello specialone sulle foibe [*]. Chissà come saranno contenti i destri che avranno modo di sbandierare l'odio comunista antitaliano.

Oggi la figura centrale della puntata sarà Norma Cossetto, una giovane studentessa italiana uccisa, violentata e infoibata dai partigiani titini.
O almemo così dicono...

Chi era davvero Norma Cossetto? Era figlia di Giuseppe Cossetto dirigente del Partito Nazionale Fascista, membro della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, podestà di Visinada e commissario del Fascio. Insomma una fascista ben inserito. Norma non era da meno: all'Università di Padova si era iscritta ai Gruppi Universitari Fascisti, insomma in tutto e per tutto una fascista.

Quando gli storici parlano dell'odio antitaliano scatenato dai titini dopo l'8 settembre 1943 omettono di ricordare che la Jugoslavia veniva da anni di dominazione fascista, dallo stupro etnico della sue terre, dall'oppressione e dalla guerra.

Gli infoibati che ci furono in quel periodo non veniva uccisi in quanto italiani, ma in quanto "fascisti". Non a caso andarono a riempire le foibe carabinieri, finanzieri e poliziotti in genere, preti collaborazionisti e tutti coloro che avevano collaborato con il regime fascista. E naturalmente i fascisti come Norma e suo padre.

Fin qui quindi non ci sarebbe nulla di strano: sarebbe un vento tremendo e doloroso ma giustificato dalla complessa fase bellica.

Molto più infamante è l'accusa dello stupro e della sevizie. Si dice che Norma fu violentata per più giorni e che prima di ucciderla e di gettarla nella foiba le abbiano pugnalato i seni e conficcato un pezzo di legno nella vagina.
Però... c'è sempre un però...

Se leggete con attenzione la pagina che Wikipedia le dedica noterete che questa versione fa acqua da tutte le parti.

Si dice che Norma venne violentata: di fatto non c'è nessuna testimonianza certa che avvalori questa ipotesi se non quella di una "signora di Antignana" rimasta anonima che abitando vicino alla scuola del paese trasformata in base partigiana avrebbe sentito le urla e l'agonia di Norma. Una signora rimasta peraltro sempre anonima.

Le sevizie: quando Norma venne recuperata aveva "aveva ambedue i seni pugnalati ed altre parti del corpo sfregiate".  Qualche versione aggiunge che avesse un pezzo di legno conficcato nella vagina.

Ma ecco cosa dice la sorella Licia Cossetto del 10 dicembre 1943, giorno del ritrovamento:

"Ancora adesso la notte ho gli incubi, al ricordo di come l'abbiamo trovata: mani legate dietro alla schiena, tutto aperto sul seno il golfino di lana tirolese comperatoci da papà la volta che ci aveva portate sulle Dolomiti, tutti i vestiti tirati sopra all'addome... Solo il viso mi sembrava abbastanza sereno. Ho cercato di guardare se aveva dei colpi di arma da fuoco, ma non aveva niente; sono convinta che l'abbiano gettata giù ancora viva". Nessun segno sul corpo.

Frediano Sessi ribadisce (Frediano Sessi, Foibe rosse. Vita di Norma Cossetto uccisa in Istria nel '43, Gli specchi di Marsilio, 2007, pag 128): "un volo nel vuoto di oltre centotrentacinque metri, che tutti furono costretti a compiere da vivi. Sui loro corpi, in seguito, non si trovò traccia di fori di pallottole o di ferite da taglio mortali."

A dare retta a queste versioni quindi Norma fu gettata viva nella foiba ma non fu nè violentata nè tantomeno seviziata. Ma Arrigo Petacco scrive (L'esodo, Edizioni Mondadori, 1999, pag 61): "prima di precipitarla nella voragine, i giustizieri vollero ancora approfittare di lei. E dopo avere infierito su quel povero corpo ormai inanimato, le recisero i seni e le conficcarono un legno nei genitali".

Dunque Norma era morta o viva al momento che fu gettata nella foiba? E perchè Petacco ritorna sulle storia delle sevizie se Licia Cossetto e Frediano Sessi dicono che non c'erano segni?

A quanto pare anche la storia di Norma gettata viva nella foiba fa acqua.

Insomma, troppe incongruenze, troppe contraddizioni. L'unica cosa certa è che Norma venne giustiziata in quanto fascista dai partigiani.

Nulla di più e nulla di meno.

Inutile fare di lei una santa.


[*] E' possibile vedere online lo Speciale Tg1 trasmesso da RaiUno domenica 6 febbraio, condotto da Monica Maggioni e dedicato al Giorno del ricordo, a questo link (parte sinistra della pagina che si apre).





COSA RICORDA LA REPUBBLICA?


La Legge 30 marzo 2004 n° 92 , con la quale il parlamento ha dichiarato il 10 febbraio Giornata del Ricordo “al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della piu' complessa vicenda del confine orientale”, prevede anche che “al coniuge superstite, ai figli, ai nipoti e, in loro mancanza, ai congiunti fino al sesto grado di coloro che, dall'8 settembre 1943 al 10 febbraio 1947 in Istria, in Dalmazia o nelle province dell'attuale confine orientale, sono stati soppressi e infoibati, nonche' ai soggetti di cui al comma 2, e' concessa, a domanda” un diploma e una medaglietta con la scritta "La Repubblica italiana ricorda".

Tutto chiaro e semplice,fin qui. Ma in materia di “foibe” le cose non sono mai chiare e semplici e ciò è quanto possiamo ravvvisare leggendo con attenzione il testo della legge stessa. La legge infatti afferma che “agli infoibati sono assimilati, a tutti gli effetti, gli scomparsi e quanti, nello stesso periodo e nelle stesse zone, sono stati soppressi mediante annegamento, fucilazione, massacro, attentato, in qualsiasi modo perpetrati. Il riconoscimento puo' essere concesso anche ai congiunti dei cittadini italiani che persero la vita dopo il 10 febbraio 1947, ed entro l'anno 1950, qualora la morte sia sopravvenuta in conseguenza di torture, deportazione e prigionia, escludendo quelli che sono morti in combattimento”.

Tralasciando annegamento, fucilazioni e massacri, l’attentato era una tipica modalità operativa delle formazioni partigiane, rivolta contro singoli, gruppi o strutture naziste, fasciste e collaborazioniste.Si tratta, quindi, di una attività militare vera e propria, equivalente al combattimento -l’agguato teso dai partigiani a una colonna nemica,per esempio, può essere considerato anche come un attentato.E’ chiara la contraddizione con la succitata clausola di esclusione per i morti in combattimento.

Poche righe più avanti,il testo della legge pare però sciogliere tale contraddizione specificando che verranno esclusi dal riconoscomento coloro che sono stati “soppressi e infoibati”, annegati, massacrati, fucilati o vittime di attentato mentre facevano volontariamente parte di formazioni non a servizio dell'Italia.

Anche in questo caso dobbiamo rilevare che si tratta solo di un espediente che lascia senza risposta alcune domande fondamentali. Difatti non dice al servizio di quale Italia dovevano essere le formazioni in questione:di quella passata nel campo alleato – e che quindi combattevano CONTRO i tedeschi – o della Repubblica Sociale Italiana di Mussolini, che stava invece CON i tedeschi? In secondo luogo chi conosce minimamente la storia dei territori in questione sa che dopo l’8 settembre ’43 in tutte le formazioni naziste, fasciste e collaborazioniste (e d’altra parte anche in quelle partigiane) si entrava SOLO ed ESCLUSIVAMENTE su base volontaria. I nazisti,infatti, il territorio in questione lo avevano staccato dalla RSI costituendo la Zona d’Operazioni Litorale Adriatico, governata dalle leggi imposte da un Supremo Commissario nazista nominato da Hitler. Tale Commissario aveva tra l’altro proibito alla autorità della RSI di effettuare il richiamo obbligatorio di giovani di leva nelle sue formazioni armate,decretando invece la scelta, al momento del richiamo da parte della autorità tedesche, tra l’arruolamento come lavoratori nell’Organizzazione Todt oppure l’entrata – volontaria – in una qualsiasi delle formazioni tedesche o al servizio dei nazisti. Quindi è chiaro che tutti gli appartenenti alle SS italiane, alla Milizia difesa Territoriale (l’equivalente della Guardia Nazionale Repubblicana nella RSI), alle formazioni dei domobranci sloveni o ad altre formazioni collaborazioniste erano VOLONTARI. Ed erano al servizio dei tedeschi, non della RSI e tanto meno dell’Italia che combatteva dalla parte di Gran Bretagna, Stati Uniti e Unione Sovietica. Gli unici che non erano tutti volontari erano gli appartenenti alla Polizia e alla Guardia di Finanza, ma anche loro erano al servizio dei tedeschi e non certamente dell’Italia che combatteva i nazisti e i fascisti. Si trattava poi della stessa polizia che fino al 25 luglio ’43 era stata al servizio di Mussolini.

Ma gli espedienti tesi a salvare le apparenze non sono finiti qua.I legislatori,ancora piu’ furbescamente,sanciscono infatti l’esclusione dal riconoscimento per i parenti delle vittime “per le quali sia accertato, con sentenza, il compimento di delitti efferati contro la persona”.

Ora, come si può credere che qualcuno sia stato annegato, massacrato, soppresso in attentato (riguardo alle fucilazioni la questione è evidentemente un po’ diversa) “dopo sentenza”? E poi: quali sentenze vengono ritenute valide? Anche quelle dei tribunali partigiani? O quelle dei tribunali militari dell’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo? O solo quelle della magistratura italiana- che nei territori in questione durante la guerra era sottomessa alle autorità tedesche e che certamente non ha mai non solo condannato, ma nemmeno processato qualche appartenente alle formazioni naziste o collaborazioniste per “delitti efferati contro la persona”?. E quali genere di delitti rientrano tra quelli considerati efferati? La cosa ricorda molto il giochetto già visto all’epoca dell’amnistia Togliatti, grazie alla quale, proprio in virtù di una clausola del genere e alla sua interpretazione “di comodo” da parte della magistratura, poterono sfuggire alle pene inflitte in precedenza (in alcuni casi quella di morte) anche alcuni noti sadici torturatori.

 

Certo,le considerazioni finora fatte potrebbero sembrare null’altro che supposizioni dettate da preconcetti.Il fatto è che però tali supposizioni sono state confermate e addirittura superate da quanto accaduto con la effettiva applicazione della legge ovvero con la distribuzione dei riconoscimenti in occasione della Giornata del Ricordo.La prima assegnazione di medaglie ricordo con relativi diplomi avviene il 10 febbraio 2006;ne segue una seconda in data analoga nel 2007.

 

In seguito a tale riconoscimento ufficiale da parte dello stato ci si sarebbe potuti aspettare un’accoglienza piena di orgoglio da parte dei parenti dei deceduti e che perciò i nomi dei morti sarebbero stati resi pubblici con tanto di liste ufficiali (cosa che tra l’altro sarebbe servita a dimostrare la veridicità delle affermazioni di chi sostiene che i c.d. infoibati siano stati decine di migliaia - quando non milioni, come sostenuto dall’allora ministro Gasparri). E invece no. Non solo è difficilissimo riuscire a rintracciare i nomi dei premiati, ma a Udine coloro che hanno ricevuto il riconoscimento nel 2007 hanno chiesto – e ottenuto – che i nominativi dei congiunti deceduti non fossero resi noti! Quasi che, più che esserne fieri, ne provassero vergogna!

 

Siamo comunque riusciti a trovare i nominativi dei deceduti cui parenti hanno ricevuto il riconoscimento nel 2006 e solo di una parte di quelli del 2007. Abbiamo quindi fatto una breve ricerca cercando di capire chi fossero:oltre a quanto riportato nelle motivazioni per la concessione dei riconoscimenti (presenti solo per il 2006 ma non per il 2007), siamo andati a vedere cosa di questi morti si dicesse in vari elenchi di caduti (riportiamo il tutto in forma sintetica alla fine del presente testo) –prodotti da persone e ambienti che di tutto possono essere accusati, tranne che di essere dei filoslavi, dei filotitini o dei comunisti. Abbiamo infatti riportato i dati rintracciabili nel volume di Luigi Papo de Montona, Albo d’oro. La Venezia Giulia e la Dalmazia nell’ultimo conflitto mondiale (Unione degli Istriani, Trieste, 1989), nell’Albo caduti e dispersi della Repubblica sociale italiana, edito nel 2003 dalla Fondazione della R.S.I – Istituto storico Onlus (consultabile su http://www.istitutostoricorsi.org/newsite/memoria.php#caduti) a cura di Arturo Conti e l’Elenco dei caduti e dispersi della RSI dell’agosto 2007 (l’elenco viene aggiornato ogni due mesi) pubblicato sul sito http://www.laltraverita.it/elenco_caduti_e_dispersi.htm.

 

Abbiamo raccolto complessivamente 107 nominativi di persone i cui parenti hanno ricevuto il riconoscimento. 21 hanno avuto il riconoscimento nel 2006, 81 nel 2007, mentre 5 hanno ricevuto il riconoscimento sia nel 2006 che nel 2007. E per uno questi il riconoscimento è stato concesso adirittura tre volte: una nel 2006 e due nel 2007, da due prefetture distinte (Lecco e Cagliari). Si potrebbe pensare che più parenti abbiano presentato domanda ottenendo tutti il riconoscimento, ma invece esso è stato consegnato sempre alla medesima persona!

Negli elenchi da noi consultati non siamo riusciti a trovare alcundato su 3 persone della nostra lista.Quanto agli altri,60 erano nativi di Trieste, Gorizia, Istria, Fiume o Dalmazia, mentre ben 47 provenivano da altre provincie italiane (oppure non abbiamo dati sul loro luogo di nascita), in particolare da quelle del meridione. I civili sono 48, mentre 59 appartengono a formazioni militari, di polizia o della Guardia di Finanza.

Tra i militari gli appartenenti alla Guardia di Finanza sono 10, 2 sono i carabinieri, 9 i poliziotti, 2 gli appartenenti alla Polizia economica (istituita dai nazisti con compiti tributari ma utilizzata anche in funzione antipartigiana), 1 appartenente all'aviazione, 3 all'esercito e 3 alla marina della RSI, una Guardia civica (formazione collaborazionista costituita dal podestà di nomina nazista di Trieste), 3 sono le Camicie nere, 1 Brigatista nero (nonchè ex squadrista), 6 vengono qualificati come appartenenti alla GNR, 18 alla Milizia difesa territoriale (la principale formazione collaborazionista italiana, equivalente alla GNR nel teritorio della RSI). Uno di costoro viene però qualificato nelle motivazioni per la concessione della medaglia e del diploma come falegname, mentre in realtà non solo faceva parte di una delle formazioni armate fasciste, ma aveva un curriculum fascista di prim'ordine: era stato prima squadrista, poi milite della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (la forza armata in cui vennero inquadrati gli squadristi dopo l'ascesa al potere di Mussolini) e dopo l'8 settembre '43 membro del Partito fascista repubblicano (la riedizione del Partito Nazionale Fascista del periodo precedente).

Possiamo constatare quindi che tra i militari gli appartenenti alle formazioni più prettamente fasciste sono la gran maggioranza.

Tra i 48 qualificati come civili ben 22 sono ex appartenenti alla Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale o al Partito nazionale fascista, appartenenti al Partito fascista repubblicano o comunque persone che ricoprirono incarichi per conto dei nazisti (interpreti, ma anche podestà, vice podestà, prefetti e altro) e che possono essere qualificati come collaborazionisti. Va aggiunto che un'altra persona, qualificata nelle motivazioni della concessione del riconoscimento come »impiegato comunale« era, per ammissione della stessa figlia, uno squadrista della prima ora. Per quanto riguarda le formazioni armate è da tenere presente che gli appartenenti alla polizia erano gli stessi che fino al 25 luglio '43 avevano servito Mussolini e che nella Zona d'Operazioni Litorale Adriatico formazioni della Guardia di Finanza – unico caso in Italia a quanto pare - partecipavano ad azioni antipartigiane al fianco dei tedeschi. Inoltre l'arresto in massa di appartenenti alla polizia e alla Guarda di Finanza è dovuto anche al fatto che l'esercito jugoslavo considerava come nemiche – e quindi da disarmare, arrestare e internare - tutte le formazioni che erano state al servizio dei tedeschi, e quindi anche la polizia e la Guardia di Finanza.

A parte queste precisazioni, è facile constatare come quasi la metà dei riconoscimenti (58) sono andati a collaborazionisti e fascisti in armi o meno.

Mentre, per converso, uno solo dei nominativi raccolti viene qualificato come antifascista. E per di più si trattava di un autonomista fiumano, che voleva non il ritorno dell'Italia, ma la rinascita dello Stato libero di Fiume (1920-1924). Di un altro dei premiati, che risulta essere membro delle forze armate della RSI, sappiamo che viene tuttora annoverato tra gli appartenenti al CLN di Trieste.Quindi, essendo larghi di manica, su 107 nominativi di uccisi abbiamo due antifascisti. Ma non si racconta in giro che le uccisioni hanno riguardato anche (e spesso si aggiunge soprattutto) gli antifascisti?

Tutt'altro che antifascista era invece Vincenzo Serrentino, il caso più eclatante tra i premiati del 2007, causa di un incidente diplomatico con la Croazia. Nella motivazione ufficiale viene presentato semplicemente come »ultimo prefetto di Zara italiana«. In realtà Serrentino arrivò a Zara nel '19 come ufficiale del Regio esercito e fu all'inizio degli anni '20 tra i principali dirigenti del Fascio di combattimento di Zara. In seguito divenne tenente colonnello delle Camicie nere e dopo l'occupazione della Jugoslavia da parte delle truppe dell'Asse fece parte del Tribunale speciale per la Dalmazia, l'organo di »giustizia« che serviva a dare una copertura giuridica alle rappresaglie contro il movimento partigiano. Per questo la Jugoslavia inserì il Serrentino, assieme agli altri suoi colleghi del Tribunale speciale, nella lista di criminali di guerra italiani presentata alle Nazioni Unite. Lui fu però uno dei rari che gli jugoslavi riuscirono a catturare e portare davanti a un tribunale. Venne infatti giudicato a Sebenico e condannato a morte, sentenza che venne eseguita il 15 maggio del 1947. Quindi la repubblica italiana ha concesso un riconoscimento alla memoria non solo a tutta una serie di fascisti, ma addirittura a una persona giudicata e condannata per crimini di guerra!Oltre a Serrentino almeno un altro dei premiati è stato fucilato dopo essere stato condannato (nel caso in questione dal tribunale militare della 4. Armata jugoslava)

Ma ancora non è finita. Tra le persone premiate ce ne sono 14, la cui morte difficilmente può essere attribuita ad »infoibamento«, ma evidentemente tutto fa brodo per far lievitare i numeri degli »uccisi solo perché italiani«. Si tratta di scomparsi o uccisi dopo la fine del periodo di giustizia sommaria in Istria ( settembre-ottobre '43) e prima della conclusione della guerra nei territori in questione (3 maggio 1945)– dunque morti avvenute in piena guerra ( le date di uccisione o scomparsa vanno dal 12.11.'43 al 28.4.'45, ....), o ,secondo alcuni dati , in altri luoghi (una all'aereoporto di Cerveteri Furbara!).

Di alcune altre non si capisce in base a cosa la responsabilità della loro scomparsa possa essere attribuita ai partigiani. Ad esempio nel caso di un uomo »partito per Racia (Monte Maggiore) e scomparso il 16.1.44”, oppure di un altro “scomparso presso la Cava Faccanoni (Trieste) il 12.2.45”. Tra i premiati ci sono però addirittura persone morte in combattimento e che quindi – anche in base al testo della legge – non dovevano essere incluse. Il caso in questo senso più spudorato è quello di un milite della Milizia difesa Territoriale caduto il 2 febbraio del '44 nei pressi di Rifembergo nell'attacco portato dai partigiani all'autocolonna su cui viaggiava con i suoi camerati fascisti e tedeschi. Anche costui è un infoibato, ucciso solo perchè italiano? E perché non premiare anche gli altri caduti in quell'attacco? Perché assieme a lui vennero uccisi (o meglio, infoibati) – naturalmente »solo perchè italiani« - anche 81 suoi camerati italiani e ... tedeschi! Da aggiungere che la rappresaglia nazifascista fu immediata: vennero incendiati i paesi di Komen (Comeo), Tomacevica, Dovce, Mali Dol e Rihemberk (Rifembergo) e internate 1100 persone (in gran parte donne e bambini). Ma questo naturalmente non conta, non vale la pena ricordarlo. In fondo, se ci rifacciamo allo spirito del discorso pronunciato l'altr'anno nella Giornata del Ricordo dal presidente della repubblica Napolitano, si trattava di paesi e uomini e donne appartenenti a una civiltà inferiore. E per di più infettati dal bolscevismo.

 

Abbastanza chiaro chi e cosa ricorda la Repubblica nel Giorno del Ricordo?


A cura degli organizzatori del convegno "Foibe. La verità - contro il revisionismo storico",
9 febbraio 2008




Il caso di Fortunato Matiassi

Sul Piccolo dell'8/2/07, nell'elenco dei premiati per il Giorno del Ricordo, spicca questo nominativo:
Giuliano Mattiassi per il padre Fortunato (residente a Pisino fu li fucilato il 4 ottobre dalle truppe tedesche [sic] per rappresaglia sulla popolazione a seguito della precedente occupazione [sic] titina)
Sempre colpa dei titini... non ci fossero stati loro, i nazifascisti non avrebbero avuto bisogno di fare rappresaglie...

(segnalato da Claudia Cernigoi, maggio 2013)













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