... Due volantini prodotti nel 2010 ...
Indice
dei documenti su
"foibe" e revanscismo italiano su Istria e Dalmazia
(in ordine di importanza e/o attualità e/o inverso di
inserimento sul nostro sito):
- INTERVISTE
AD
ALESSANDRA KERSEVAN:
- ANALISI
DELLA LEGGE ISTITUTIVA DEL RICONOSCIMENTO AGLI INFOIBATI:
Fonti:
http://it.youtube.com/watch?v=zn9nbAQa_vg
http://www.lastoriasiamonoi.info/
http://www.militant-blog.org/
- Personaggi e vicende dal
fronte revanscista-irredentista:
- La fabbrica dell'odio. Due parole sulla
Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia
- TERRE
IRREDENTE di A. Martocchia (resp. politico del CNJ)
- A. Martocchia (politički zadužen
za
Nacionalnu Koordinaciju za Jugoslaviju, Italija): ZEMLJE
IREDENTE
- Sulla querelle storiografica:
Materiali
- manifesti
antifascisti del gruppo
"Progetto
Memoria" della Federazione di Roma del PRC
- ... il sindaco Veltroni li ha fatti
staccare: vedi JUGOINFO
27 febbraio 2007

- prevod
na s-h-om:
- Predsedniče
Napolitano
ja se sećam... svega!
sećam se kako su
u periodu 1919-1922, fašisti nasrtali na desetine domova kulture
"inojezičnih" naroda.
sećam se kako su
fašisti palili i uništavali sindikalna sedišta, zemljoradničke zadruge,
redakcije radničkih listova i štamparije
sećam se kako su
napadani, tučeni i ubijani
na desetine
"slava" - političkih aktivista i građana.
sećam se kako je
posle puča 1922. godine, fašističko nasilje postalo "ozakonjeno" i kako
je bilo planirano pravo etničko čišćenje: zatvaranja slovenačkih i
hrvatskih škola, bezobzirna otpuštanja sa posla, oduzimanje zemljišta,
zaključno sa prisilnom italijanizacijom prezimena i naziva mesta
sećam se kako od
1941. godine, kada je otpočelo italijansko ratovanje po Jugoslaviji, pa
do 1943., nije ostalo ni jedno jedino selo a da kuće u njemu nisu
spaljene ili sravnjene sa zemljom,
sećam se da se
nijednoj jugoslovenskoj porodici nije desilo da joj jedan ili više
njenih članova, ne budu deportovani u logore, ili streljani
sećam se kako je
suzbijanje narodnog ustanka u istri, 1943. godine, od strane
naci-fašističke sile, imalo cenu od 13000 mrtvih ili ranjenih žrtava
sećam se da su
ti isti nacisti, 1944. godine, u "foibama"(jamama), našli ne više od
200 leševa koji su se u celini ticali pripadnika režima; a ne hiljada
civila "bačenih u foibe samo zato što su italijani", kako naokolo
navode neoiredentisti.
sećam se kako je
italijanska okupacija Jugoslavije imala za posledicu više od 200.000
žrtava
sećam se kako je
njih 11606, prvenstveno starih ljudi i dece, umrlo od gladi i bolesti u
italijanskim koncentracionim logorima
sećam se da za
njih nije uveden nikakav "dan sećanja", niti je podignut ijedan
spomenik ili dat naziv ulici u znak sećanja na njih
sećam se kako su
ova zbivanja bila odlučujuća za uklanjanje desetina fašista i
kolaboracionista koji su potom bačeni u foibe, i kako su uvek i samo ti
uzroci doveli do stvaranja društvenog stanja u kome je došlo do do
preterivanja i ličnih osveta
sećam se kako je
evropa oslobođena prvenstveno zahvaljući milionima partizana i komunista
sećam se kako
je Italija republika koja je izrasla iz Pokreta otpora i uzimam sebi
slobodu, gospodine Predsedniče, da i vas na to podsetim
- Testi di e su GIACOMO SCOTTI:
Dibattito
sulle dichiarazioni revansciste di Napolitano e di altri soggetti
istituzionali / iniziative e polemiche nei partiti comunisti e della
sinistra / interventi di storici, intellettuali e studenti / commenti a
proposito della fiction fascista "Il cuore nel
pozzo":
- Sulla beatificazione di Don Francesco
Giovanni Bonifacio:
- Gli
studenti della Sapienza di
Roma impegnati contro la "storiografia" bugiarda degli squadristi
fascisti (primavera
2008):
- L'offensiva
del revisionismo e del
neoirredentismo
(JUGOINFO 18 marzo 2007):
- FOIBE
E CENTROSINISTRA: UNA VERGOGNA (G. Aragno)
- STUPIDAGGINI
(J. Tkalec)
- B. e T. Bellone sul revisionismo e
su
Carlo Oliva a Bussoleno
- Memoria e polpette avvelenate (M.
Sarfatti)
- Iniziative
della base PRC contro il revanscismo sulle "foibe"
Bibliografia e collegamenti
(in ordine cronologico
inverso):
- G. Scotti: numero
speciale de IL PONTE DELLA LOMBARDIA, febbraio-marzo 1997
- G. Scotti: L'urlo
della menzogna. L'infinita e rancorosa "Giornata del Ricordo",
pp.173-273 del volume:
- Confini
orientali.
Gli italiani e i Balcani. Ed. Casa della Resistenza, Verbania
- Pol Vice: SCAMPATI O NO. I racconti di chi
"uscì vivo" dalla foiba
Kappa Vu Edizioni, Udine 2005
- dello stesso autore: SILENZI E
GRIDA. A PROPOSITO DI
NEOIRREDENTISMO. Appunti preliminari alla stesura di "Scampati e no". Contiene brani
tratti da “FOIBE e FOBIE”, articolo
di GIACOMO SCOTTI su ‘Il Ponte delle Lombardia”, n. 2, febbraio/marzo
1997, riportato dal periodico online "Storia in network" (www.storiain.net), numeri 30 e 31;
- RELAZIONE DELLA
COMMISSIONE MISTA STORICO-CULTURALE
ITALO-SLOVENA
Un tentativo di
costruire una memoria storica condivisa dopo un secolo di tragiche
contrapposizioni. La Commissione venne istituita nell’ottobre 1993 su
iniziativa dei Ministri degli Esteri di Italia e Slovenia. I lavori
della Commissione sono terminati nel luglio 2000. La Relazione venne
divulgata tramite stampa nella primavera 2001:
- E. Collotti (a cura di): Fascismo e
antifascismo
(Bari 2000)
- Milica Kacin Wohinc, Jože Pirjevec: Storia
degli
sloveni in Italia. 1866-1998
Marsilio, Padova 1998
- Giampaolo Valdevit (a
cura di), Foibe, il peso del passato,
Marsilio, Venezia 1997
- A. Buvoli: Il
fascismo nella Venezia Giulia e la persecuzione antislava, in:
«Storia contemporanea in Friuli» XXVI n.27, 1996
- (?): Il PCI e la Questione Nazionale (? 1980)
Altre iniziative
(in ordine cronologico inverso):
- AL
BALKAN CON FURORE (Trieste/Trst 8 luglio 2010)
- STORIA E MEMORIA: IL CASO JUGOSLAVO (Bologna 1 giugno 2010)
- La
resistenza al nazifascismo non si processa! (Cesena
11 marzo 2010)
- IL GIORNO DEL RICORDO E LA FOIBA DI
BASOVIZZA (Trieste 5 marzo 2010)
- Dibattito con A.
Kersevan e S. Volk (Roma 25 febbraio 2010)
- FOIBE: CONTRO LA MISTIFICAZIONE DELLA
STORIA (Bagnolo Cremasco -CR-, 21 febbraio 2010)
- SETTIMANA
ANTIREVISIONISTA (Roma, 10-13 febbraio 2010)
- PRESIDIO,
CONFERENZA E PROIEZIONE in alternativa al "Giorno del Ricordo" (Parma 10-11 febbraio 2010)
- Canti
dal Campo d'Internamento Fascista n.97 - Renicci (Anghiari -AR- 7
febbraio 2010)
- BASTA
CON LE MENZOGNE (fasciste e non) SULLE FOIBE (Modena 6 febbraio
2010)
- Letture e
testimonianze del campo di concentramento di Gonars,
1942-1943 (Colugna -UD-, 28 gennaio 2010)
- La
politica concentrazionaria nell'Italia fascista (Trieste 22 gennaio
2010)
- Tavolo su Revisionismo, revisionismi,
memoria storica (Bologna
30 maggio 2009)
- Contro
la
mistificazione della storia: dibattito e spettacolo teatrale (Roma,
5 giugno 2009)
- Lettera
al Giornale di Vicenza (aprile 2009)
- PRESENTAZIONI
del libro FOIBE: LAVERITÀ. Contro il revisionismo storico
(Atti del Convegno)
- OPERAZIONE
FOIBE. Una menzogna tutta italiana (Fermo, 13 marzo 2009)
- Foibe
e fascismo. Il Revisionismo diventa "Storia" (Bagno a Ripoli - FI,
2 marzo 2009)
- I
CRIMINI DI GUERRA DEL FASCISMO (Monza, 13 febbraio 2009)
- SETTIMANA
ANTIREVISIONISTA (Roma, 9-10-11
febbraio 2009)
- FOIBE
E FASCISMO (Parma 10 febbraio 2009)
- PRESENTAZIONI
del libro LAGER ITALIANI
di Alessandra Kersevan
- Iniziativa
di
solidarietà con gli antifascisti della Sapienza (Prosecco /
Prosek -TS- 12 settembre 2008)
- OPERAZIONE
FOIBE (Roma "La Sapienza" 13 maggio 2008)
- ZAPRUDER
n.15
(Trst/Trieste 10 maggio 2008)
- FOIBE
E FASCISMO: Occupazione in 26
immagini (Parma 10 febbraio 2008)
- FOIBE
E FASCISMO (Parma 11 febbraio 2007)
- Revisionismo
storico e terre di confine (Trieste 5 febbraio 2007)
- MOSTRA
"PRIMA DELLE FOIBE" (ANPI
FANO-PESARO, febbraio 2007)
- Elenco
di infoibati! Sicuro? (Trieste/Trst 30 maggio 2006)
- 43 - '45 Italia,
Jugoslavia: Resistenza in Europa (Parma 29-30 aprile 2006)
- Trieste, Bologna, Trento, Parma, Scandiano
(RE),
Casalgrande (RE) 7-11 febbraio 2006:
INIZIATIVE
PER IL "GIORNO DEL RICORDO" 2006
- FOIBE, UN FALSO
STORICO (Milano 1 aprile 2005)
- per ulteriori
iniziative vai alle pagine dedicate
Sull'irredentismo di Gianfranco Fini

|
L'8
novembre 1992 Gianfranco Fini,
segretario del partito neofascista MSI-DN, veniva ritratto al
fianco di Roberto
Menia (allora segretario della federazione MSI-DN di Trieste, noto
per
le spedizioni in Carso con i suoi camerati a demolire i monumenti ai
partigiani a colpi di piccozza), al largo dell'Istria, nell'atto
di
lanciare in mare bottiglie tricolori recanti il seguente testo:
<< Istria, Fiume,
Dalmazia:
Italia!...
Un
ingiusto confine
separa l'Italia dall'Istria, da Fiume, dalla Dalmazia, terre
romane, venete, italiche.
La
Yugoslavia [con
la Y, sic] muore dilaniata dalla guerra:
gli ingiusti e vergognosi trattati di pace del 1947 e di Osimo del
1975 oggi non valgono piu'...
E'
anche il nostro
giuramento: "Istria, Fiume, Dalmazia: ritorneremo!" >>
|
Il 21 febbraio
2009 Gianfranco Fini, oramai
Presidente della Camera dei Deputati, cioè terza carica dello Stato italiano, all'inaugurazione del
monumento a Norma Cossetto affermava:
"Nostra
intenzione è riportare in terra d'Istria non il tricolore di
Stato, ma il dialetto, la memoria patria, la cultura, senza
spirito aggressivo (...) ricordando però che l'Istria è
terra veneta, romana, dunque italiana."
"Occorre
(...) combattere quelle piccole ma rumorose sacche di negazionismo o
comunque di revisionismo che continuano a esserci, in uno spirito che
deve essere quello della verità storica."
(fonte: il
Piccolo del 22/02/2009, prima pagina, e ANSA)
Recensione di "Operazione foibe: fra storia
e mito"
di Wu Ming (tratto
da:www.wumingfoundation.com)
Claudia Cernigoi,
Operazione "Foibe" tra storia e mito, Kappa Vu, Udine 2005, pagg. 300,
euro 16,00
http://www.resistenzastorica.it, http://www.kappavu.it,
info@kappavu.it
Un libro fon-da-men-ta-le, che deve circolare, che va diffuso con ogni
mezzo necessario e letto dal maggior numero di persone possibile. La
lettura spalanca il mondo davanti agli occhi. Questo saggio è
uno strumento di lotta, è un'ascia di guerra dissepolta, alfine.
Claudia Cernigoi, dopo anni di ricerche, ha riscritto e ampliato la sua
opera del '97, Operazione "Foibe" a Trieste. Ora il libro parla anche
dell'Istria e si chiama Operazione "Foibe" tra storia e mito, lo ha
pubblicato la Kappa Vu di Udine nella collana "Resistenza storica".
Trecento pagine fitte e documentatissime, costa sedici euro e sono ben
spesi. Mooolto ben spesi.
Cernigoi ha passato a pettine tutti gli archivi consultabili di qua e
di là del confine. Il suo libro smantella con rara e lucida
spietatezza le dicerie, le falsificazioni, le leggende contemporanee e
le buffonate che, modellate dalla propaganda nazionalista sul confine
orientale, si sono fatte strada nell'opinione pubblica senza mai essere
messe in questione, fino a spingere il Parlamento a istituire una
giornata commemorativa. Nel mentre, si è realizzata una fiction
campionessa d'ascolti basandosi su fandonie che i vari "foibologi"
hanno preso di pacca da Questo è il conto!, opuscolo in lingua
italiana diffuso dai nazisti sul Litorale Adriatico, subito dopo i
venti giorni del "potere popolare", nel 1943.
Operazione "Foibe" tra storia e mito deve diventare IL testo di
riferimento per chi voglia occuparsi di "foibe" in modo scientifico, e
non sto parlando di geologi.
Cernigoi dimostra che le liste degli "infoibati" sono state oggetto di
pesanti manipolazioni. In quegli elenchi, gli pseudo-storici delle
"foibe" (molti dei quali neofascisti: chi proveniente da "Ordine
Nuovo", chi coinvolto nel golpe Borghese etc.) hanno infilato tutti i
dispersi, compresa gente che nel frattempo era tornata a casa, non con
le gambe in avanti o dentro un'urna bensì viva e vegeta. I
"foibologi" hanno aggiunto anche i nominativi di partigiani e civili
uccisi dai nazifascisti. Come spiega molto bene l'autrice,
l'infoibamento fu teorizzato, evocato, minacciato dal nazionalismo
italiano fin dall'inizio del secolo, per esser poi messo in pratica
durante l'occupazione nazifascista. Va aggiunto che molti nomi di
"infoibati" sono doppi o addirittura tripli, sovente la stessa persona
figura "infoibata" in posti diversi, e in un caso tre nominativi di
presunti "infoibatori" (Malvagi Partigiani Slavo-Comunisti) figurano
pure nella lista dei relativi "infoibati"! Della serie: se la cantano e
se la ridono.
Una lista in particolare, quella degli "infoibati" (in realtò
comprensiva di tutti i dispersi) della provincia di Trieste, dopo
attento esame registra una percentuale d'errore superiore al 65%. Su
1458 nomi, ben 961 si rivelano sbagliati!
Tutti gli altri caduti (e nemmeno questi furono tutti "infoibati")
erano torturatori della Milizia di Difesa Territoriale o della X Mas,
massacratori vari, collaborazionisti, delatori, etc. Di molti di
costoro Cernigoi fornisce il cursus honorum, ricavato da documenti e
fonti d'epoca. A conti fatti, viene smentita la propaganda sugli
ammazzati "solo perché italiani". I motivi erano ben altri. Il
"feeling" non era antitaliano, ma antifascista.
Quanto alla soppressione del CLN di Trieste da parte dei "titini",
spesso citata come esempio di politica fratricida tra nemici del
fascismo, Cernigoi spiega in modo chiaro che - a causa della
repressione tedesca - in città si susseguirono ben tre CLN,
molto diversi l'uno dall'altro, l'ultimo dei quali composto da loschi
figuri di destra, anche ex-X Mas. Col paravento dell'antifascismo,
costoro cercavano addirittura alleanze con residui del regime fascista
in funzione nazionalista e anti-slava, inoltre preparavano - e in
alcuni casi eseguirono - attentati e azioni armate contro i partigiani
di Tito. Risulta abbastanza normale che questi ultimi abbiano deciso di
arrestarli, portarli a Lubiana e colà processarli.
Per quanto riguarda i finti "infoibati", è particolarmente buffo
(si fa per dire) il caso di Remigio Rebez, "il boia di Palmanova",
tenente della X Mas e feroce torturatore. Condannato a morte dopo la
Liberazione, gode dell'amnistia di Togliatti (o meglio, della sua
interpretazione estensiva da parte dei magistrati) e si trasferisce a
Napoli, dove muore addirittura nel 1996. La stampa triestina dà
notizia del suo decesso, gli dedica distici elegiaci, ma si guarda bene
dal dire ai lettori che il suo nome figura sulle liste degli
"infoibati" fornite da vari storici di destra come Papo, Pirina etc.
Un altro esempio di chi e cosa si possa trovare in quegli elenchi:
viene presentato come "vittima degli slavi" tale Eugenio Serbo,
"capitano 57° Rgt. Art. Div., rimpatriato dalla Germania fu
catturato dagli Slavi e deportato nei pressi di Lubiana; risulta
deceduto il 14/12/44 a Leitmeritz".
Lapidaria, Cernigoi: "Leitmeritz è però il nome tedesco
di Litomerice, cittadina che si trova nell'attuale Repubblica Ceca nei
pressi di Terezin, praticamente a metà strada tra Praga e
Dresda. Ci pare difficile che i non meglio identificato 'Slavi'
nominati da Papo siano riusciti a deportare il capitano Serbo a Lubiana
e farlo morire nel 1944 in un lager tedesco".
Anche soffiando e gonfiando e gonfiandosi, come la rana che vuol
competere col bue, i "foibologi" non sono mai riusciti a presentare
elenchi plausibili. L'ammontare complessivo delle "vittime" non
superebbe le 500 persone tra Venezia Giulia e Litorale Adriatico. Il
resto ("decine di migliaia di vittime" etc.) è fantasy, non
c'è nessun riscontro documentale. L'anno scorso il ministro
Gasparri parlò addirittura di "milioni di infoibati", ma la
verità è che siamo ben lontani da quel "genocidio per
mano rossa" cercato disperamente dalla destra per contrapporlo alla
Shoah e poter ricorrere al "benaltrismo" ogni volta che si parla di
leggi razziali, Salò, stragi etc.
Cernigoi non nega che vi siano state vendette personali ma,
ricostruendo il contesto e riportando alla luce materiali d'archivio,
dimostra che si trattò di azioni individuali e sporadiche, non
certo di una politica di sterminio o "pulizia etnica" da parte dei
partigiani jugoslavi.
Altre truffe sono i resoconti degli scavi avvenuti nel dopoguerra, a
opera di società speleologiche che stavano alla destra fascista
come il negozio di fiori sta al Gruppo TNT. Più ci si allontana
nel tempo, più si moltiplicano i morti trovati nella data foiba.
Se, putacaso, nel '46 erano otto, si può star sicuri che oggi si
dice che erano ottanta, e così via. La stessa foiba di
Basovizza, divenuta monumento nazionale e frequente location di
picchetti e commemorazioni, è più un oggetto di
propaganda che di seri studi storici. Non è stato dimostrato in
alcun modo che in fondo a quella cavità carsica sia finito "un
numero rilevante di vittime, civili e militari, in maggioranza
italiani, uccisi ed ivi fatti precipitare". Alla sola Basovizza,
Cernigoi dedica un capitolo che pare la messa in scena di una lunga,
macabra pochade.
La "tragedia delle foibe" è una truffa ideologica, e la cosa
peggiore è che studiosi come Cernigoi e Sandi Volk (autore di un
altro saggio importante e recensituro, Esuli a Trieste. Bonifica
nazionale e rafforzamento dell'italianità sul confine orientale,
Kappa Vu, 2005) sono praticamente i soli a confutarla con gli strumenti
della storiografia. La propaganda di destra viene accettata a cresta
bassa anche a "sinistra", Bertinotti compreso. Tutt'al più si
tratteggia vagamente il contesto, si fanno dei distinguo, gli eredi del
PCI se ne chiamano fuori dicendo "Noi coi titini non c'entriamo niente"
etc.
Invece andrebbe smantellato tutto, ma proprio tutto, e senza alcun
indugio.
Il libro si può acquistare on line, sul sito della casa
editrice, http://www.kappavu.it
Tratto da:
www.wumingfoundation.it
http://www.fgci.it/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=56
Intervista a cura del Prof. Angelo Floramo, apparsa nel febbraio 2005
sul settimanale friulano "Il
Nuovo Friuli Venezia Giulia"
Il 10 febbraio si
è celebrato il giorno del ricordo. No, non quello della memoria
(anche se i due lemmi potrebbero sembrare, ai più sprovveduti
tra i lettori, comuni sinonimi); quello c'era già. Ma è
una memoria che appartiene
agli altri. Tutti gli altri: gli ebrei, gli zingari, gli omosessuali, i
comunisti, i preti rossi, i partigiani... Un giorno che ogni 27 gennaio
ritorna con il suo corredo dejavu di filo spinato, stivali,
vagoni piombati, divise a strisce e numeri tatuati sul braccio.
Suggestioni belle e pronte, già divenute immaginario collettivo,
tanto da agevolare migliaia di chilometri di pellicole, documentari,
drammi con effetti speciali alla Steven Spielberg. Senza contare poi
che quella giornata la si celebra in virtù dell'Armata Rossa,
che come tutti ben sanno fu il braccio militare dell'Impero del Male.
Furono i ragazzi del generale Zukov infatti ad aprire i cancelli
dei campi.
No. Si sentiva proprio il
bisogno di qualcosa di diverso, di "italiano". Di esclusivamente
italiano, di "nostro", insomma, qualcosa da contrapporre alla memoria
degli altri. In fondo Auschwitz non è un monumento che ci
appartiene. Non del tutto, almeno. Come non ci appartiene San Saba,
quel bubbone così politicamente scorretto che deturpa nel cuore
della Trieste riguadagnata all'Italia il mito degli "italiani brava
gente". Meglio dunque seguire il consiglio del poeta Carolus Cernigoy,
che rivolgendo il pensiero proprio alla Risera chiedeva ironico ai
triestini: "Su femo i bravi. / In fondo xe un brusar / ebrei e sciavi."
Gli altri, appunto. Coloro che ben prima delle leggi razziali varate
nel 1938 si videro negare i diritti più elementari di uomini e
cittadini. Chissà se pensieri simili a questi hanno mosso il
ministro Maurizio Gasparri quando ha patrocinato, voluto, richiesto
l'istituzione di una "giornata del ricordo", ispirato dalla
"ferma volontà" di un deputato di Alleanza Nazionale,
l'italianissimo e triestinissimo Roberto Menia, "un autentico patriota
che ha voluto con forza questo gesto di riparazione che il Parlamento
ha condiviso e che finalmente ricolloca nella memoria collettiva pagine
di storia a lungo rimosse", come lo stesso onorevole ha recentemente
sottolineato sulle colonne del "Secolo d'Italia". Il ricordo delle
foibe, dell'esodo di migliaia di istriani, fiumani e dalmati ha
perfettamente soddisfatto alla bisogna. Era già pronto. Quale
altra pagina di storia avrebbe mai potuto coniugare meglio tante
ossessioni così care alla Destra come il comunismo, l'orda
slava, l'amor di Patria che si spinge fino all'eroico martirio, il
sacrificio dell'italianità e la subliminale (?) convinzione che
in fondo in fondo il Fascismo ha pur sempre rappresentato (pur
con i suoi errori e le sue manchevolezze) la luce dell'italica
virtù contro la barbarie dello straniero, e dello straniero
slavo e comunista in particolare ! Lo sosteneva anche
l'irredentista Ruggero Timeus Fauro, in anni non sospetti (tra il
1911 e il 1915), spiegando che "la lotta nazionale è una
fatalità che non può avere il suo compimento se non nella
sparizione completa di una delle due razze che si combattono.Se una volta
avremo la fortuna che il governo sia quello della patria
italiana, faremo presto a sbarazzarci di tutti questi bifolchi
sloveni e croati"! E la fortuna l'hanno avuta. Esercitandola per più di vent'anni. Comunque ora
l'occasione è finalmente arrivata. Anche noi italiani abbiamo la
nostra giornata del ricordo, guadagnandoci finalmente il posto
tra le vittime degli eccidi. Peccato che sia un ricordo senza memoria.
Se di ricordo si deve parlare infatti, perché non ricodare
tutto, fino in fondo, senza paura? Davanti ai "martiri delle foibe", in
cui la follia nazionalista fece cadere molti innocenti, si rievochi
anche l'incendio del Narodni Dom di Trieste, nel 1920, o la strage di
Strunjan-Strugnano, del 1921, quando i fascisti, tra Isola e Pirano,
spararono da un treno in corsa su di un gruppo di bambini intenti a
giocare, uccidendone due, ferendone gravemente altri cinque. Si ricordi
l'allontanamento forzato dagli uffici pubblici di tutti i dipendenti di
etnia slovena e croata in virtù delle leggi speciali per la
difesa dello Stato, varate nel 1926. Non si dimentichino le umiliazioni
subite da coloro che dovettero cambiare nome, che non poterono
più parlare la loro lingua, che videro violentata
l'identita dei loro paesi, in nome dello svettante tricolore.
Ricordiamo anche le deportazioni di massa di civili nei campi fascisti
di Rab-Arbe in Dalmazia o di Gonars, nella pianura friulana. Furono in
tanti a non tornare più a casa. Sull'orlo delle foibe dovremmo
avere il coraggio di chiamare per nome, uno ad uno, tutti gli 11606
internati croati e sloveni, tra cui moltissime donne e bambini,
morti nei lager italiani tra il 1941 e il 1943. La verità, tutta
la verità, soltanto la verità potrà onorare la
Storia. Ma forse il problema
è un altro, e ben lontana dalla verità è la
motivazione che sta alla base di questa "giornata". Perché
in fondo tutti questi non sono i "nostri" morti. Sono i morti
degli "altri" e la loro memoria non ci appartiene. Il 10 febbraio, da
ieri, è un'esclusiva squisitamente italiana. Parola di Gasparri.
E con parere quasi unanime di tutto il Parlamento italiano.
A chi dunque il ricordo ?
A noi !
(Angelo Floramo)
Intervista a Claudia Cernigoi, autrice del
libro: Operazione foibe: tra storia e mito
Claudia Cernigoi è nata a Trieste nel 1959. Giornalista
pubblicista dal 1981, ha collaborato alle prime radio libere triestine
e oggi dirige il periodico "la Nuova Alabarda" Ha iniziato ad occuparsi
di storia della seconda guerra mondiale nel 1996, e nel 1997 ha
pubblicato per la Kappa Vu il suo primo studio sulle foibe, Operazione
foibe a Trieste. In seguito ha curato una serie di dossier (pubblicati
come supplemento alla "Nuova Alabarda") su argomenti storici
riguardanti la seconda guerra mondiale e sulla strategia della
tensione. Nel 2002, assieme al veneziano Mario Coglitore, ha pubblicato
La memoria tradita, sull'evoluzione del
fascismo nel dopoguerra (ed. Zeroincondotta di Milano). Esce proprio in
questi giorni "Operazione Foibe. Tra storia e mito", edito dalla
Kappa Vu dell'editrice Alessandra Kersevan. La monografia,
ricchissima di documentazione, è stata presentata a Trieste lo
scorso 7 febbraio.
La memoria lottizzata. In epoca di revisionismi, riletture,
decontestualizzazioni, sembra proprio che il dibattito gridato diventi
l'unica possibilità di intervento. Ma chi di storia si occupa
lascia che siano i documenti a parlare, tacitando gli umori e gli
isterismi di ogni colore. "Operazione Foibe", con i suoi ricchi
apparati documentari, si prefigge questo scopo. E'una ricerca che l'ha
impegnata per oltre sette anni, sette anni di meticolose indagini
seguite a una prima edizione, già di per sé estremamente
ricca e stimolante. Qual è stata la motivazione che l'ha spinta
(ogni storico ne ha una!) e cosa ne è emerso ?
Chi
non vive a Trieste non può conoscere il clima che si respira in
questa città che il poeta (triestino) Umberto Saba definì
"la più fascista d'Italia". Quindi devo spiegare
che da noi le campagne stampa o campagne politiche sulla "questione
foibe" sono più o meno cicliche. Tanto per fare un paio di esempi: una campagna
si sviluppò a metà anni Settanta, per fare da contraltare
all'istruttoria e poi al processo in corso per i crimini della Risiera di San Saba.
In altri periodi per contrastare le mobilitazioni per la legge di tutela
degli Sloveni in Italia. Otto anni fa, quando per la prima volta ho
iniziato ad occuparmi seriamente di "foibe", era il momento in cui era iniziata
una nuova campagna, questa volta in parte come "risposta" di destra
al processo Priebke ed in parte, a mio parere, perché dopo lo sfascio della
Jugoslavia c'era chi aveva interesse in Italia a destabilizzare
ulteriormente Slovenia e Croazia che non vivevano una situazione proprio
tranquilla, a scopo neoirredentista. Il fatto nuovo, all'epoca, fu che da polemiche
politiche si era passati ad un più alto livello di scontro, se mi si
passa l'espressione: cioè era iniziata un'inchiesta giudiziaria per i
cosiddetti "crimini delle foibe", e questa inchiesta stava coinvolgendo ex
partigiani che avevano ormai raggiunto una certa età, ed a questo punto decisi
che era il caso di fissare dei paletti in merito ai presunti "crimini
delle foibe", dato che non mi sembrava giusto che quelli che all'epoca, non
conoscendoli, mi venne da definire "poveri vecchietti" (e voglio subito dire che
i "poveri vecchietti" che ho conosciuto in seguito a queste mie ricerche
erano tutti anziani sì, logicamente, ma pieni di energie e di voglia di fare)
dovessero venire messi sotto giudizio sulla base di inesistenti prove
storiografiche, come i libri di Marco Pirina e di Luigi Papo. Così
presi in mano sia i libri di Pirina, sia gli studi sugli "scomparsi da Trieste
per mano titina" (sia chiaro che certe terminologie non mi appartengono,
ma le riporto perché questa, purtroppo, è la vulgata vigente), per cercare
di capire l'entità reale del fenomeno "foibe". In base a
questo è nato il primo "Operazione foibe", che aveva come scopo essenzialmente
spiegare che gli "infoibati" non erano migliaia, né molte centinaia, nonostante
quello che si diceva da cinquant'anni. Per esempio,
da Trieste
nel periodo di amministrazione jugoslava (maggio 1945), scomparvero perché
arrestati dalle autorità, o perché morti nei campi di internamento per militari, o ancora
per vendette personali, circa 500 persone, e non le 1458 indicate da
Pirina, che aveva inserito tra gli "infoibati" anche persone ancora viventi
oppure partigiani uccisi dai nazifascisti.
"Tra storia e mito". E' il significativo sottotitolo del suo libro. A
sessant'anni di distanza sembra ancora molto difficile separare le due
cose, o perlomeno impedire che si influenzino a vicenda. E' facile per
chiunque voglia stravolgere i fatti vestire la storia con i panni del
mito. Il recente dibattito stimolato dal discusso film in uscita per
Rai Fiction: "Il cuore nel pozzo", ne è la più evidente
dimostrazione. E proprio questa incerta lettura intorbida la memoria e
agevola ogni possibile strumentalizzazione politica. Accade ancora per
Porzus, accade per le foibe e per molte altre tragedie del Novecento.
Perché ? E' forse colpa della controversa realtà di
confine? O qui da noi la storia indugia, stenta a passare... e quindi
diventa facile occasione di attualizzazione,
veicolandola nei labirinti del dibattito politico?
Sulla
questione delle foibe non è mai stata fatta veramente ricerca storica. Altrimenti, come prima
cosa, non si parlerebbe di una "questione foibe", perché le
persone che veramente sono morte per essere state gettate nelle foibe istriane o
carsiche sono pochissime, rispetto non solo alle migliaia di morti (sempre per
parlare del territorio della cosiddetta "Venezia Giulia",
cioè le vecchie province di Trieste, Gorizia, l'Istria e Fiume) di quella enorme
carneficina che fu la seconda guerra mondiale, ma degli stessi morti per mano
partigiana. Voglio ricordare che la maggioranza di questi fatti si riferiscono a
cose accadute in periodo di guerra: ad esempio i circa 400 "infoibati"
che furono uccisi nell'Istria del dopo armistizio (settembre '43), non
possono che essere inseriti in un contesto di guerra.
Però
è da rilevare che mentre tutti (storici e mass media, oltre a politicanti e
propagandisti) si sconvolgono all'idea di questi 400 morti, non battono ciglio di
fronte alla notizia storicamente dimostrata che il ripristinato "ordine
nazifascista" in Istria nell'ottobre '43 causò migliaia di morti, deportati
nei lager, paesi bruciati e rasi al suolo e violenze di ogni tipo. È
come se ci fossero, secondo certa storiografia, istriani di serie A e istriani di
serie B, cioè rispettivamente quelli di etnia italiana, la cui morte
deve destare orrore e scandalo, mentre per gli altri, quelli di etnia croata
o slovena, sembra essere stata una cosa "normale" che siano stati colpiti
dalla repressione nazifascista.
Al contrario uno dei pregi della sua ricerca è proprio la
"contestualizzazione dei fatti", dalla quale è impensabile
prescindere per tentare almeno di capire il fenomeno nella sua
complessità. Come vanno contestualizzate le foibe? Qual è
la chiave per comprenderne i significati storici, sociali... forse
anche antropologici?
Ho
già accennato al fatto che le foibe sono diventate appunto
un "mito", in quanto il fenomeno in
realtà è un "non fenomeno" che è diventato tale a suon di propaganda. Che
questa propaganda sia stata sviluppata esclusivamente su fatti concernenti il
confine orientale (ricordiamo che in Francia, dopo la liberazione, ci furono
delle vendette contro gli italiani, già occupatori, che erano stati fatti
prigionieri, però nessuno in Italia ha mai detto niente su questi
episodi) ha secondo me diversi significati. Il primo è che i vari governi
italiani succedutisi negli anni (dalle guerre di indipendenza del Risorgimento, per
intenderci) hanno sempre tentato l'espansione ad est, quindi il fatto di
avere perso, dopo la fine della guerra, un bel pezzo di territorio orientale
ha significato una grossa frustrazione per i nazionalisti. Inoltre
ha pesato il fatto che qui i vincitori erano non un esercito considerato
regolare e di una potenza come potevano essere Gran Bretagna o Stati
Uniti, ma si trattava di un esercito popolare, partigiano, comunista, e composto
da popoli "slavi", considerati "inferiori" dal nazionalfascismo
italiano. Quindi nella frustrazione per la perdita della guerra vanno qui
inserite anche le componenti anticomuniste ed antislave.
Grave
mi è sembrato però leggere l'Unità (non il Secolo
d'Italia o Libero!) che (cito) parla di
"odio degli slavi verso gli italiani", generalizzando un concetto inesistente
con connotazioni oserei dire razziste. Come si può attaccare la destra
xenofoba quando se la prende con gli immigrati e poi esprimersi in questi
termini?
Quanto
alla "contestualizzazione", vorrei dire che è impossibile fare un'analisi unica di un fenomeno
che non è un fenomeno. Parliamo degli scomparsi da Trieste? Un centinaio
di essi sono stati condotti a Lubiana e probabilmente fucilati dopo essere
stati processati come criminali di guerra; centocinquanta o
duecento sono forse i morti nei campi di internamento per militari; una
cinquantina le vittime recuperate da varie foibe e per le quali si
ricostruì che erano state uccise in regolamenti di conti e vendette. Però
diciotto di questi "infoibati" erano stati uccisi da un gruppo di criminali
comuni che si erano infiltrati tra i partigiani. Come si può
contestualizzare una simile varietà di cause di morte? Ecco
perché
secondo me non si può parlare di "fenomeno" foibe. Quanto ad
un'altra
vulgata che va attualmente per la maggiore, cioè che si
trattò di repressione politica
contro chi poteva creare dei problemi all'instaurazione di un nuovo stato
comunista, secondo il mio parere se fosse stato questo il motivo delle
eliminazioni, non sarebbero state uccise così poche persone.
Forse
posso sembrare cinica mentre lo dico, voglio chiarire che la mia
è
solo un'analisi storico-politica, non intendo mancare di rispetto a nessuno. Ma teniamo presente
che a Trieste gli squadristi della prima ora, quelli che avevano la qualifica
di "sciarpa littoria" e veterani della marcia su Roma erano più di
400; 600 membri contava l'Ispettorato speciale di PS (una struttura
antiguerriglia che lavorava come squadrone della morte in funzione repressiva
antipartigiana), e non contiamo poi le Brigate Nere, la Polizia non politica, la
Milizia territoriale. i funzionari del Fascio che rimasero al proprio posto. Se
si fosse voluto fare un "repulisti" politico, gli uccisi sarebbero stati
dieci volte tanto, ritengo.
"Su questa tragedia c'è stato un colpevole silenzio della
sinistra che dev'essere rimosso". Sono le parole dell'onorevole
WalterVeltroni, sindaco di Roma, pronunciate durante la sua recente
visita alla foiba di Basovizza. Come le interpreta ? Tenendo
anche conto del fatto che tale silenzio (che non ha riguardato la
solo sinistra, in verità) ha anche permesso alle destre di
classificare ideologicamente tutti i partigiani sloveni e croati (e non
solo loro) come infoibatori, permettendo anche di rimuovere dalle
coscienze degli italiani il clima politico e culturale che per
vent'anni il regime fascista ha imposto a quelle terre, perpetrando
violenze fisiche e psicologiche di estrema gravità !
Io
sono dell'opinione che, ammesso e non concesso che di foibe non si sia mai parlato prima
(cosa che non è vera, visto che di libri - non solo di propaganda
disinformativi, ma anche seri come il primo studio di Roberto Spazzali, "Foibe un
dibattito ancora aperto", uscito nel 1992 - ne sono usciti molti), questo
fatto non può giustificare in alcun modo che adesso se ne parli senza
cognizione di causa, ma solo riprendendo le vecchie notizie della propaganda
nazifascista, senza un minimo di senso critico. Quanto ai crimini commessi
dall'Italia fascista, coloniale e imperialista, in Africa come nei Balcani, fino
a Grecia ed Albania durante la guerra, su di essi sì è calato un
pesante silenzio, una censura totale, al punto che il buon documentario di
Michael Palumbo, "Fascist legacy" sui crimini di guerra italiani (e su come i
criminali se la sono cavata senza problemi) è stato "infoibato" dalla RAI
che non ha la minima intenzione di mandarlo in onda, dopo averlo acquisito.
Però la RAI finanzia sceneggiati televisivi di disinformazione sulle
foibe: questo dovrebbe essere un motivo di scandalo, non tanto che Gasparri
promuova il filmato che lui stesso ha ispirato un paio di anni fa.
Restiamo in tema. Quando l'onorevole Veltroni ha deposto la rituale
corona d'alloro anche ai piedi del monumento che ricorda la fucilazione
di cinque sloveni fucilati per ordine del Tribunale Speciale Fascista,
ha suscitato lo sdegno di Roberto Menia il quale ha affermato che
"mentre non vi e' nulla da dire per cio' che riguarda le tappe di
Veltroni alla Foiba di Basovizza e alla Risiera, anche se fatte
con qualche decennio di ritardo, e' evidente che non possono essere
eletti a martiri di una italianita' cattiva nel 1930, coloro che erano
dei terroristi macchiatisi di reati di sangue e di omicidi. Questi non
possono essere contrabbandati per martiri ed e' evidente che
Veltroni sbaglia ed e' sbagliata questa ricostruzione che e' la
ricostruzione che vuol fare la sinistra". Una ulteriore dimostrazione
di quanto abbiamo detto fin'ora ?
È
un dato di fatto che i martiri di Basovizza siano stati fucilati dopo una sentenza di un
Tribunale speciale di uno stato non democratico. Quindi prima di accettare
acriticamente la sentenza di questo Tribunale che li definiva "terroristi", io
quantomeno pretenderei, in democrazia, un nuovo processo, per determinare quali
fossero effettivamente le loro responsabilità concrete. Ma a
prescindere da questo, resta il fatto che la loro lotta era contro un regime
dittatoriale che, spero, nessun democratico di oggi intende avallare come
legittimo. Quindi che loro fossero o no "terroristi", secondo me non ha la minima
importanza da un punto di vista storico. Erano degli antifascisti che
lottavano contro la dittatura: tutto qui. In Germania nessuno avrebbe il
coraggio di chiamare "terroristi" gli attivisti della Rosa bianca o Canaris
che attentò, senza successo a Hitler. In altri tempi, il tirannicidio era
cosa considerata corretta, in fin dei conti.
Alessandra Kersevan, il suo editore, ha affermato di essere consapevole
che i risultati della ricerca non basteranno a tacitare la propaganda
antipartigiana che continua con toni sempre più violenti, anche
da parte di alcuni autori ritenuti fino a qualche tempo fa vicini
alle tematiche della Resistenza. L'auspicio è tuttavia che serva
acciocchè si affrontino tali tematiche con il dovuto rispetto
storiografico, tenendo conto della documentazione presentata . E' in
fondo questo il valore civile della Storia, non le pare?
...A mia volta vi
segnalo un
articolo trovato in rete (Osservatorio Balcani, moderati dell'Ulivo). A
parte l'informazione sulla foiba di Basovizza (i documenti
angloamericani testimoniano che non vi furono infoibati neppure i
centinaia di cui parla Scotti, come si dimostra nel nuovo libro di
Claudia Cernigoi), il resto è molto interessante... Alessandra Kersevan
[ vai alla pagina originaria per leggere anche i commenti dei
lettori:
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/3884/1/51/
]
La memoria delle foibe in Istria:
intervista a Giacomo Scotti
10.02.2005
scrive Andrea Rossini
Un clima di nazionalismo
insopportabile sta inquinando i rapporti tra Italiani, Croati e
Sloveni. Giacomo Scotti, giornalista e scrittore di Fiume/Rijeka,
racconta il clima di questi giorni e nella propria analisi
contestualizza i fatti storici per i quali oggi in Italia si celebra il
giorno del ricordo. Pubblichiamo ampi stralci dell’intervista
realizzata in collaborazione con Radio Onda d’Urto
Osservatorio sui Balcani:
Cosa furono
le foibe e quante furono le vittime delle violenze avvenute tra il ’43
e il ’47 a Trieste, in Istria e Dalmazia?
Giacomo Scotti: Oggi il termine di infoibati viene esteso a tutti
quindi anche alle persone che furono catturate in combattimento negli
ultimi mesi della seconda guerra mondiale, per esempio i repubblichini
della Repubblica di Salò che operavano in Istria al servizio
della
Gestapo e dei nazisti, o in generale i caduti italiani negli scontri
con i partigiani nel territorio dell’ex Venezia Giulia, quindi Istria e
Quarnero. Qualche centinaio di loro morì di stenti, o di
malattie nei
campi di prigionia nei dintorni di Ljubljana, e anche questi vengono
messi tra gli infoibati. I veri infoibati che sono stati fucilati e i
cui corpi sono stati gettati nelle foibe sono verosimilmente alcune
centinaia. La storiografia dell’estrema destra parla tuttavia di
parecchie migliaia.
Osservatorio sui Balcani:
In Italia
si parla per l’appunto di una cifra che arriva in certi casi alle
10.000 persone e oltre. Questa cifra dunque secondo te non è
corretta?
Giacomo Scotti: Non secondo me ma secondo gli storici triestini che
potremmo definire di centro, come Galliano Fogar, e perfino secondo
alcuni esuli istriani, come per esempio l’ex sindaco di Trieste, che
hanno scritto libri sull’argomento. Ci sono state due fasi. Dopo la
capitolazione italiana dell’8 settembre 1943 in Istria c’è stata
una
sollevazione, un’insurrezione di contadini che hanno assalito i
Municipi, hanno assalito anche le case dei fascisti, di coloro che
facevano parte della milizia volontaria della sicurezza nazionale,
degli agenti dell’OVRA (la polizia segreta fascista, ndr) ammazzandone
parecchi nelle loro case, e alcuni gettandoli nelle foibe.
L’insurrezione istriana durò dal settembre fino al 4 ottobre del
’43,
quindi circa 30 giorni. Dopo sono arrivati i Tedeschi e hanno messo a
ferro e fuoco l’Istria. Le vittime dell’insurrezione erano per la
maggior parte gerarchi fascisti, ma ci sono andati di mezzo anche degli
innocenti, ci sono state rese di conti fra gente che aveva dei conti da
regolare. Tuttavia non si può parlare di odio antiitaliano, in
un certo
senso non si facevano distinzioni. Prima ancora che calassero le grosse
divisioni tedesche in Istria, i comandi italiani di Pola, ad esempio,
avevano consegnato ad un battaglione di Tedeschi di 350 uomini una
guarnigione di 15.000 soldati. I Tedeschi avevano messo questa gente
nei vagoni per deportarli in Germania. I partigiani slavi, i partigiani
per modo di dire, questi insorti che avevano preso i fucili gettati via
dalle truppe italiane oppure i propri fucili da caccia, hanno atteso
questi convogli diretti in Germania nella stazione di Pisino, nel cuore
dell’Istria, assalendo due treni e liberando circa 3.000 marinai
italiani, cadetti. Migliaia e migliaia di soldati italiani, non
solamente di stanza in Istria ma anche provenienti dalla Croazia,
disarmati, dopo l’8 settembre, che attraversavano l’Istria interna per
andare a Trieste, non quella costiera, popolata in gran parte da
popolazione italiana, ma l’Istria interna popolata quasi esclusivamente
da popolazioni slave, sono stati accolti e rifocillati da queste
popolazioni, che li hanno protetti per non essere presi dai Tedeschi
che nel frattempo, ad ottobre, erano calati in gran numero da Gorizia e
dal Brennero. Ci sono anche documenti, anche per esempio
dell’episcopato di Trieste, che attestano questa solidarietà,
quindi è
falso sostenere che tutte le vittime erano italiane e che dall’altra
parte c’erano solo i barbari slavi.
Osservatorio sui Balcani:
Nel maggio
’45 i partigiani jugoslavi occuparono Trieste. Quei 40 giorni vengono
considerati e raccontati come il culmine delle violenze antitaliane.
Come va inquadrato quel periodo?
Giacomo Scotti: In Istria la caccia al fascista avvenne in quei trenta
giorni del settembre, e poi non si è ripetuta più. A
Trieste invece è
avvenuta la seconda fase, quella appunto dei 45 giorni. Qui ci sono
stati effettivamente episodi di pulizia etnica perché la
cosiddetta
guardia popolare - di cui facevano parte tra l’altro moltissimi
Italiani, triestini, goriziani e friulani – e che a Trieste dava la
caccia ai gerarchi, ai fascisti, ha colpito anche molti antifascisti la
cui colpa era quella di battersi perché Trieste restasse
italiana. Da
una parte c’era l’idea di molti combattenti di costruire il socialismo
fino all’Isonzo, però c’era anche molto nazionalismo da parte
delle
truppe di Tito arrivate a Trieste, che erano per la gran parte truppe
della Quarta Armata, Dalmati. Erano circa 12.000 partigiani, anche se
non si poteva più parlare di partigiani perché l’esercito
cosiddetto
partigiano era un esercito dei più potenti, che aveva ormai
800.000
uomini ben armati. Inoltre c’erano alcuni reparti del Nono Corpus
sloveno, quindi uomini che avevano direttamente subito angherie dal
fascismo. Non dimentichiamo che il fascismo oltre ad essersi annessi
circa 600.000 Croati e Sloveni dopo la prima guerra mondiale, nella
seconda guerra mondiale aveva occupato e si era annesso una parte della
Slovenia, creando la provincia di Ljubljana, territori dove non c’era
un solo Italiano. Anche una parte della Dalmazia era stata annessa dopo
il 6 aprile ’41 all’Italia, era stata occupata e migliaia e migliaia di
Dalmati Croati sono finiti nei ben 109 campi di concentramento in
Italia. Quindi c’era rabbia, c’è stata anche vendetta, un
revanscismo
da parte di questi soldati e sono stati commessi crimini. Ho trovato un
documento in questo senso, un telegramma di Tito inviato al comandante
jugoslavo della piazzaforte di Trieste che viene rimproverato
aspramente per non aver saputo controllare e moderare questo regime di
occupazione, togliendogli addirittura il comando. Quanti siano stati i
cosiddetti infoibati in questa fase non saprei dirlo non avendo
studiato il problema direttamente, io mi sono occupato nei miei libri
della storia istriana, però stando a storici triestini come
Galliano
Fogar che era un azionista, oppure Raoul Pupo, oggi professore
universitario, si tratta anche là di alcune centinaia di persone
finite
nella foiba di Basovizza, che ora è diventata monumento
nazionale
italiano. Di fronte a queste vittime bisogna certamente inchinarsi.
Però bisogna anche dire che quelli che parlano di 10.000 o
20.000
infoibati infangano le vere vittime perché con le menzogne
finisce che
la verità viene coperta e anche chi dice il vero non viene
creduto.
Osservatorio sui Balcani:
Dopo queste
violenze ci fu l’esodo da Istria e Dalmazia. In questo caso si parla di
350.000 Italiani che sarebbero partiti dopo il ’45. Si tratta di cifre
attendibili?
Giacomo Scotti: L’esodo complessivo dall’Istria e dalla Dalmazia e da
tutte le terre che sono state date alla Jugoslavia in virtù del
trattato di pace del ’47 e della sconfitta purtroppo dell’Italia, dopo
l’avventura nella quale l’aveva precipitata il fascismo, è stato
di
240.000 persone. Negli ultimi dieci anni alcuni storici seri hanno
studiato questa questione, dopo il crollo del comunismo, tra di loro
addirittura uno storico anticomunista, Zeljavic. Sono andati negli
archivi, hanno preso i registri dello stato civile che ogni comune
nelle cosiddette province italiane dell’Istria e della Dalmazia aveva,
facendo ricerca. La Dalmazia in definitiva era Zara, una città
di
20.000 abitanti sotto l’Italia, una piccola enclave. C’erano poi la
provincia di Fiume, che aveva tre comuni, con circa 50.000 abitanti, e
la provincia di Pola, che ne aveva 300 e poco più. Se veramente
fossero
350.000 gli esiliati, sarebbero il 90% della popolazione che viveva in
quelle zone, compresi i Croati, e invece secondo il censimento fatto
dieci anni dopo la fine della guerra c’erano ancora 180.000 Croati
presenti e oggi, a 60 anni dalla fine della guerra, ci sono ancora
35.000 Italiani. Questi storici hanno preso in mano i registri dello
stato civile e i registri delle Questure, che sotto l’Italia erano
precisissimi segnalando addirittura chi era ebreo, chi era ariano, chi
non ariano, chi era antifascista ecc. Sono dati italiani, dello Stato
italiano che in base al trattato di pace l’Italia ha dovuto restituire
alla Jugoslavia come preda di guerra. Nell’esodo inoltre sono scappate
moltissime persone che non erano italiane, 20.000 Croati soltanto
dall’Istria, perché non volevano il comunismo, non volevano
restare
sotto Tito. Molti Istriani poi, ad esempio, che lavoravano come
ferrovieri a Trieste e in Italia e non volevano perdere il posto di
lavoro, se ne sono andati. Ci sono molti motivi diversi, ma alla fine
sono partite 240.000 persone. Tra queste c’erano, veniamo alle cifre,
44.000 funzionari che erano venuti dall’Italia negli ultimi 18 anni di
presenza italiana in Istria, maestri elementari, insegnanti,
questurini, carabinieri, finanza ecc. che si iscrivevano nelle liste
della cittadinanza ma non erano autoctoni istriani o dalmati o fiumani.
Non li voglio certamente togliere, ma questi erano 44.000. C’erano poi
20.000 Croati. Quindi quando si parla di Italiani bisogna fare
attenzione. Parliamo degli Istriani, di qualsiasi nazionalità,
non
erano soltanto Italiani i profughi.
Osservatorio sui Balcani:
Tu hai
seguito un percorso contrario a quello di cui stiamo parlando,
recandoti a vivere in Jugoslavia dopo la seconda guerra mondiale. Negli
anni recenti per l’impegno pacifista che hai intrapreso nel corso delle
guerre in ex Jugoslavia degli anni ’90 e anche in ragione della tua
nazionalità italiana hai trascorso anni difficili... Come ti
appresti a
vivere questa giornata che in Italia è stata ufficialmente
definita del
ricordo, il 10 febbraio?
Giacomo Scotti: Io e molti altri, quasi tutti gli Italiani qui, stiamo
vivendo questi giorni con molto disagio, ci sentiamo veramente
avviliti. Le destre, ovunque, i nazionalismi, ad esempio il
nazionalismo dei dieci anni di Tudjman, durante il quale hanno cercato
addirittura di chiuderci le scuole italiane, ci hanno perseguitato, ed
ora questo nazionalismo da parte italiana, che è un’euforia
insopportabile, con questi film che dicono menzogne, queste cifre che
dicono menzogne, queste parate, ci avviliscono... Questi nostri vicini,
amici con i quali viviamo qui nell’Istria, a Fiume, questi Croati, ci
dicono: “Noi che abbiamo subìto un’aggressione durante la
guerra,
abbiamo subìto 360.000 morti dall’occupazione italiana, abbiamo
subìto
i campi di concentramento italiani... Invece di chiederci perdono ci
attaccate ormai continuamente...” Come può fare un Italiano che
vive
qua a guardare in faccia questa gente? Con la quale ogni giorno vive?
Dopo la morte di Tudjman di nuovo si era creato un clima di tolleranza,
un clima di convivenza pacifica… Invece di dare agli esuli che hanno
sofferto quella soddisfazione di essere ricordati al di sopra degli
odi, al di sopra dei rancori, ora in Italia si sfrutta questa giornata
per fare una campagna tremenda... Mi basta vedere la televisione,
leggere
i giornali – qui arriva il Piccolo di Trieste – per esempio il Piccolo
ieri diceva che alla sala Tripcovich di Trieste è stato
presentato
questo film sulle foibe...
Osservatorio sui Balcani:
La fiction di Rai Uno, Il cuore nel pozzo?
Giacomo Scotti: Sì. Tutta la platea era formata soltanto da
aderenti al
Fronte della Gioventù, della Fiamma Tricolore, e di Alleanza
Nazionale.
Voi sapete benissimo che a Trieste Alleanza Nazionale non è
quella di
Fini, si vantano di essere i picchiatori di Via Paduina, insomma sono
rimasti sempre i soliti. Ebbene a un certo punto un soldato, un
repubblichino prende la pistola e ammazza due persone, due partigiani,
li ammazza dicendo che con questo vuole evitare che la sua fidanzata
venga uccisa da loro. Ebbene è scoppiato un applauso, di fronte
alla
morte di questi due partigiani, di questi due slavi, è scoppiato
un
applauso irrefrenabile. Quando uno Sloveno, esponente della minoranza
slovena di Trieste, ha cercato di entrare nella sala per protestare, lo
hanno preso per il collo gridando alla polizia italiana: “Buttate fuori
questa gentaglia.” Ecco questo è il clima che si è creato
a Trieste e
già da molti giorni... Il giorno della memoria viene celebrato
il 10
febbraio, non ci siamo ancora ma è già un’ubriacatura di
odio, di
revanscismo, dove vogliamo arrivare con queste cose? La stampa di qui
riporta queste cose. Oggi per esempio (5 febbraio, ndr) il Novi List di
Fiume, che è il giornale a più grande tiratura in
Croazia, titola:
“Tutti gli italiani vittime, solo noi Croati e Sloveni siamo stati i
carnefici.”
Osservatorio sui Balcani:
Nelle
settimane scorse, in Croazia, c’è stato un attentato dinamitardo
al
monumento di Tito, nella nativa Kumrovec. Allo stesso tempo sono stati
eretti [poi rimossi] monumenti ad esponenti ustascia del cosiddetto
Stato Indipendente di Croazia di Ante Pavelic, Budak e Francetic. Nella
Croazia del 2005 sono ancora forti i movimenti e le tendenze di estrema
destra?
Giacomo Scotti: La risposta te la posso dare citando i risultati delle
recentissime elezioni presidenziali. A destra della candidata dell’HDZ
si è schierato uno che ai tempi di Tudjman era tra i massimi
esponenti
dell’HDZ, un erzegovese, Ivic Pasalic, presentandosi come capo del
Blocco Croato, che ha raccolto tutte le sedici associazioni degli ex
combattenti della cosiddetta Guerra Patriottica, gli ustascia, insomma
la crema della destra in camicia nera. Ha ottenuto solo lo 0.5% dei
voti. Questa è la destra ustascia neofascista oggi in Croazia.
Però è
una destra che ha ancora appoggi nei servizi segreti del governo, l’HDZ
non ha fatto pulizia nei suoi ranghi, ancora la polizia segreta
tudjmaniana tira le fila nel sottosuolo. Tutti sanno dove si trova
Gotovina [il generale ricercato dal Tribunale dell’Aja, ndr], ma
nessuno lo va a prendere, la Croazia è diventata ostaggio di un
cosiddetto eroe che sta facendo soffrire le pene dell’inferno alla
Croazia che non può entrare in Europa finchè lui è
latitante. Ma tutti
questi alla fine raccolgono solo lo 0,5% dei voti, quindi la Croazia
non è fascista, i fascisti sono pochi, però sono
terroristi, mettono le
bombe sotto i monumenti, provocano, sono una piccola minoranza di
terroristi.
Reality
Foibe. Così iniziò la stagione di sangue
Le stragi istriane vanno
inserite nel contesto storico della guerra fascista e nazista alle
popolazioni slave. [....]
GIACOMO SCOTTI
Da "Il Manifesto" di
Venerdì, 04 Febbraio 2005
(ripreso da: http://www.contropiano.org/ )
Le
stragi istriane vanno inserite nel contesto storico della guerra
fascista e nazista alle popolazioni slave. Contro ogni
strumentalizzazione, ma anche contro ogni rimozione
«Si
ammazza troppo poco», e «Non dente per dente, ma testa per
dente», raccomandavano nel 1942 i generali italiani Marco Robotti
e Mario Roatta. Furono 200.000 i civili «ribelli» falciati
dai plotoni di esecuzione italiani in Slovenia, «Provincia del
Carnaro», Dalmazia, Bocche di Cattaro e Montenegro
Per una giusta comprensione
del fenomeno delle foibe istriane - ma
comprensione non significa affatto giustificazione di quei crimini -
è
assolutamente necessario inserire la questione nel contesto storico in
cui si verificò e nel quadro più ampio del periodo tra la
fine della
prima e lo svolgimento della seconda guerra mondiale. Un periodo che fu
particolarmente tragico per una larga parte della popolazione istriana
venutasi a trovare inserita nel territorio di frontiera di un'Italia
asservita al regime fascista e perciò negata a governare con
giustizia
territori plurietnici, plurilingui e multiculturali, spinta a
realizzare un preciso programma di oppressione e snazionalizzazione dei
sudditi cosiddetti allogeni e alloglotti. Ancor prima della firma del
Trattato di Rapallo del 1920 che assegnò definitivamente
l'Istria
all'Italia, quando la regione era soggetta al regime di occupazione
militare, la popolazione dell'Istria si trovò di fronte allo
squadrismo
in camicia nera, importato da Trieste, che si manifestò con
particolare
aggressività e ferocia. Gli stessi storici fascisti, tra i quali
l'istriano G.A. Chiurco, vantandosi delle gesta degli squadristi e
glorificandole nelle loro opere, hanno abbondantemente documentato i
misfatti compiuti - dagli assassinii di antifascisti italiani quali
Pietro Benussi a Dignano, Antonio Ive a Rovigno, Francesco Papo a Buie,
Luigi Scalier a Pola ed altri - alla distruzione delle Camere del
lavoro ed all'incendio delle Case del popolo, alle sanguinose
spedizioni nei villaggi croati e sloveni della penisola, ecc. Questi
misfatti continuarono sotto altra forma dopo la creazione del regime:
furono distrutti e/o aboliti tutti gli enti e sodalizi culturali,
sociali e sportivi della popolazione slovena e croata; sparì
ogni segno
esteriore della presenza dei croati e sloveni, vennero abolite le loro
scuole di ogni grado, cessarono di uscire i loro giornali, i libri
scritti nelle loro lingue furono considerati materiale sovversivo; con
un decreto del 1927 furono forzosamente italianizzati i cognomi di
famiglia; migliaia di persone finirono al confino. Nelle chiese le
messe poterono essere celebrate soltanto in italiano, le lingue croata
e slovena dovettero sparire perfino dalle lapidi sepolcrali, furono
cacciate dai tribunali e dagli altri uffici, bandite dalla vita
quotidiana. Alcune centinaia di democratici italiani, socialisti,
comunisti e cattolici che lottarono per la difesa dei più
elementari
diritti delle minoranze subirono attentati, arresti, processi e lunghi
anni di carcere inflitti dal Tribunale speciale per la difesa dello
Stato.
La
sostituzione delle popolazioni allogene
Mi è capitato per le mani un opuscolo del ministro dei Lavori
Pubblici
dell'era fascista Giuseppe Cobolli Gigli. Figlio del maestro elementare
sloveno Nikolaus Combol, classe 1863, italianizzò spontaneamente
il
cognome nel 1928 anche perchè sin dal 1919 si era dato uno
pseudonimo
patriottico, Giulio Italico. Divenuto poi un gerarca, prese un secondo
cognome, Gigli, dandosi un tocco di nobiltà. Questo signore, fu
autore
di opuscoletti altamente razzisti, fra i quali Il fascismo e gli
allogeni, (da «Gerarchia», settembre 1927) in cui sosteneva
la
necessità della pulizia etnica, attraverso la sostituzione delle
popolazioni «allogene» autoctone con coloni italiani
provenienti da
altre provincie del Regno. Tra l'altro volle tramandare ai posteri una
canzoncina in voga fra gli squadristi di Pisino. Il paese sorge sul
bordo di una voragine che - scrisse il Cobol-Cobolli - «la musa
istriana ha chiamato Foiba, degno posto di sepoltura per chi, nella
provincia, minaccia con audaci pretese, le caratteristiche nazionali
dell'Istria». Quindi chi, fra i croati, aveva la pretesa, per
esempio,
di parlare nella lingua materna, correva il pericolo di trovar
sepoltura nella Foiba. La canzoncina di Sua Eccelenza (testo dialettale
e traduzione italiana a fronte) diceva:
A Pola xe l'Arena/ la
Foiba xe a Pisin:/ che i buta zo in quel fondo/
chi ga certo morbin.
(A Pola c'è l'Arena,/ a Pisino c'è la Foiba:/ in
quell'abisso vien
gettato/ chi ha certi pruriti).
Dal che si vede che il brevetto degli infoibamenti spetta ai fascisti e
risale agli inizi degli anni Venti del XX secolo. Putroppo essi non
rimasero allo stato di progetto e di canzoncine. Riportiamo qui, dal
quotidiano triestino Il Piccolo del 5 novembre 2001, la testimonianza
di Raffaello Camerini, ebreo, classe 1924.
«Nel luglio del
1940, ottenuta la licenza scientifica, dopo neanche un
mese, sono stato chiamato
al lavoro "coatto", in quanto ebreo, e sono
stato destinato alle cave
di bauxite, la cui sede principale era a S.
Domenica d'Albona.
Quello che ho veduto in
quel periodo, sino al 1941 - poi sono stato
trasferito a Verteneglio
- ha dell'incredibile. La crudeltà dei
fascisti italiani contro
chi parlava il croato, invece che l'italiano,
o chi si opponeva a
cambiare il proprio cognome croato o sloveno, con
altro italiano, era tale
che di notte prendevano di forza dalle loro
abitazioni gli uomini,
giovani e vecchi, e con sistemi incredibili li
trascinavano sino a
Vignes, Chersano e altre località limitrofe, ove
c'erano delle foibe, e
lì, dopo un colpo di pistola alla nuca, li
gettavano nel baratro.
Quando queste cavità erano riempite, ho veduto
diversi camion, di giorno
e di sera, con del calcestruzzo prelevato da
un deposito di materiali
da costruzione sito alla base di Albona, che
si dirigevano verso quei
siti e dopo poco tempo ritornavano vuoti.
Allora, io abitavo in una
casa sita nella piazza di Santa Domenica
d'Albona, adiacente alla
chiesa, e attraverso le tapparelle della
finestra della stanza ho
veduto più volte, di notte, quelle scene che
non dimenticherò
finchè vivrò (...). Mi chiedo sempre, pur dopo 60
anni, come un uomo
può avere tanta crudeltà nel proprio animo. Sono
stati gli italiani,
fascisti, i primi che hanno scoperto le foibe ove
far sparire i loro
avversari. Logicamente, i partigiani di Tito,
successivamente, si sono
vendicati usando lo stesso sistema. E che dire
dei fascisti italiani che
il 26 luglio 1943 hanno fatto dirottare la
corriera di linea - che
da Trieste era diretta a Pisino e Pola - in un
burrone con tutto il
carico di passeggeri, con esito letale per tutti.
(...) Ho lavorato fra
Santa Domenica d'Albona, Cherso, Verteneglio
sino all'agosto del `43 e
mai ho veduto un litigio fra sloveni, croati
e italiani (quelli non
fascisti). L'accordo e l'amicizia era grande e
l'aiuto, in quel
difficile periodo, era reciproco. Un tanto per la
verità, che io
posso testimoniare».
60mila
slavi in fuga dall'Istria
Per gli slavi il risultato del ventennio fascista e del triennio
bellico 1940-43 fu la fuga dall'Istria di circa 60.000 persone.
Purtroppo a rafforzare il nazionalismo anti-italiano fu ancora una
volta il fascismo mussoliniano che nella seconda guerra mondiale
portò
l'Italia ad aggredire i popoli jugoslavi. Quell'aggressione tra il 6
aprile 1941 e l'inizio di settembre 1943 fu caratterizzata dalle
brutali annessioni di larghe fette di Croazia e Slovenia e da una lunga
serie di crimini di guerra. Per ordine dello stesso Mussolini e di
alcuni generali si giunse alle scelte più draconiane dei comandi
militari italiani. Ne derivarono «rapine, uccisioni, ogni sorta
di
violenza perpetrata a danno delle popolazioni».
Nelle regioni della Croazia annesse all'Italia dopo il 6 aprile `41 si
ripetè quanto avvenuto in Istria dopo la Grande Guerra: si
ricorse ad
ogni mezzo per la snazionalizzazione e l'assimilazione, provocando
inevitabilmente l'ostilità delle popolazioni. Nella
toponomastica, per
cominciare da questo aspetto non cruento dell'occupazione, fu recitata
una vera e propria tragicommedia, avendo come regista il prefetto della
Provincia del Carnaro e dei Territori Aggregati del Fiumano e della
Kupa, Temistocle Testa. Con suo decreto dell'8 settembre 1941 fu
ordinato di «adottare senza indugio i nomi italiani di tutti quei
luoghi (comuni, frazioni, località) che erano da secoli italiani
e che
la ventennale dominazione jugoslava ha trasformato in denominazioni
straniere». Così località del profondo territorio
interno lungo il
fiume Kupa e nel Gorski Kotar divennero: Belica= Riobianco, Bogovic =
Bogovi, Brusic = Brissi, Buzdohanj = Buso, Crni Lug = Bosconero, Cabar
= Concanera, Glavani = Testani, Jelenje = Cervi, Kacjak = Serpaio,
Koziji Vrh= Montecarpino, Medvedek = Orsano, Orehovica = Nocera
Inferiore, Padovo = Padova, Pecine = Grottamare e via traducendo o
inventando. Trinajstici, presso Castua, divenne Sassarino in onore
della divisione «Sassari» che vi teneva un reparto.
Ma ben presto, dopo aver battezzato città, comuni, villaggi e
frazioni,
si passò a distruggere col fuoco quelli, fra di essi, che non
tolleravano l'italianizzazione né l'occupazione. In data 30
maggio 1942
il Prefetto Testa, rese noto con pubblici manifesti di aver fatto
eseguire l'internamento nei campi di concentramento in Italia di un
numero indeterminato di famiglie di Jelenje dalle cui abitazioni si
erano allontanati giovani maggiorenni senza informarne le
autorità. Ma
non si limitò alle deportazioni. Con un manifesto si rendeva
noto:
«Sono stase rase al suolo le loro case, confiscati i beni e
fucilati 20
componenti di dette famiglie estratti a sorte, per rappresaglia».
La
rappresaglia continuò.
Il 4 giugno gli uomini del II Battaglione Squadristi di Fiume
incendiarono le case dei villaggi: Bittigne di Sotto (Spodnje Bitinje),
Bittigne di Sopra (Gornje Bitnje), Monte Chilovi (Kilovce), Rattecevo
in Monte (Ratecevo). A Kilovce furono fucilate 24 persone.
Non c'è villaggio sul territorio di quelli che furono chiamati
Territori Aggregati e/o Annessi a contatto con l'Istria e la regione
del Quarnero, che non abbia avuto case bruciate o sia stato interamente
raso al suolo; non ci fu una sola famiglia che non abbia avuto uno o
più membri deportati oppure fucilati.
Centomila
nei campi di concentramento
Ha scritto lo storiografo Carlo Spartaco Capogreco: «In
Jugoslavia il
soldato italiano, oltre che quello del combattente ha svolto anche il
ruolo dell'aguzzino, non di rado facendo ricorso a metodi tipicamente
nazisti quali l'incendio dei villaggi, le fucilazioni di ostaggi, le
deportazioni in massa dei civili e il loro internamento nei campi di
concentramento». In particolare evidenzia che il numero dei
condannati
e confinati «slavi» della Venezia Giulia e dell'Istria fu
particolarmente elevato, sicchè dal giugno 1940 al settembre
1943 la
maggioranza degli «ospiti» dei campi di concentramento
italiani era
costituita da civili sloveni e croati. Il numero totale dei civili
internati dall'Italia fascista superò di diverse volte quello
complessivamente raggiunto dai detenuti e confinati politici
antifascisti in tutti i 17 anni durante i quali rimasero in vigore le
«leggi eccezionali»; più di 800 italiani, fra alti
gerarchi civili e
comandanti militari, furono denunciati per crimini di guerra commessi
durante la seconda guerra mondiale alla War Crimes Commission
dell'Organizzazione delle Nazioni Unite. I campi di concentramento nei
quali furono rinchiusi più di centomila civili croati, sloveni,
montenegrini ed erzegovesi erano disseminati dall'Albania all'Italia
meridionale, centrale e settentrionale, dall'isola adriatica di Arbe
(Rab) fino a Gonars e Visco nel Friuli, a Chiesanuova e Monigo nel
Veneto. Non si contano, poi, i campi «di transito e
internamento» che
funzionavano lungo tutta la costa dalmata, sulle isole di Ugliano
(Ugljan) e Melada (Molat). Quest' ultimo fu definito da monsignor
Girolamo Mileta, vescovo di Sebenico, «un sepolcro di
viventi». In quei
lager italiani morirono 11.606 sloveni e croati. Nel solo lager di Arbe
ne morirono 2.600 circa, fra cui moltissimi vecchi e bambini per
denutrizione, stenti, maltrattamenti e malattie. Il 15 dicembre 1942
l'Alto Commissario per la Provincia di Lubiana, Emilio Grazioli,
trasmise al Comando dell'XI Corpo d'Armata il rapporto di un medico in
visita al campo di Arbe dove gli internati «presentavano
nell'assoluta
totalità i segni più gravi dell'inanizione da
fame». Sotto quel
rapporto il generale Gastone Gambara scrisse di proprio pugno:
«Logico
ed opportuno che campo di concentramento non significhi campo
d'ingrassamento. Individuo malato = individuo che sta
tranquillo».
Sempre nel 1942, il 4 agosto, il generale Ruggero inviò un
fonogramma
al Comando dell'XI Corpo in cui si parlava di «briganti comunisti
passati per le armi» e «sospetti di favoreggiamento»
arrestati. In una
nota scritta a mano il generale Mario Robotti impose: «Chiarire
bene il
trattamento dei sospetti (...). Cosa dicono le norme 4c e quelle
successive? Conclusione: si ammazza troppo poco!». Il generale
Mario
Roatta, comandante della II Armata italiana in Slovenia e Croazia nel
marzo del 1942 aveva diramato una Circolare 3C nella quale si legge:
«Il trattamento da fare ai ribelli non deve essere sintetizzato
dalla
formula dente per dente ma bensì da testa per dente».
Furono circa 200.000 i civili «ribelli» falciati dai
plotoni di
esecuzione italiani, dalla Slovenia alla «Provincia del
Carnaro», dalla
Dalmazia fino alle Bocche di Cattaro e Montenegro senza aver subito
alcun processo, ma in seguito a semplici ordini di generali
dell'esercito, di governatori o di federali e commissari fascisti.
Potremmo citare altri documenti, centinaia, che ci mostrano il volto
feroce dell'Italia monarchica e fascista in Istria e nei territori
jugoslavi annessi o occupati nella seconda guerra mondiale. Gli stupri,
i saccheggi e gli incendi di villaggi si ripetevano in ogni azione di
rastrellamento. Mi limiterò, per l'Istria ad alcuni episodi che
precedettero di pochi mesi i fatti del settembre 1943.
Il 6 giugno 1942 furono deportate nei campi di internamento in Italia
34 famiglie per un totale di 131 persone di Castua, Marcegli, Rubessi,
San Matteo e Spincici; i loro beni, compreso il bestiame, furono
confiscati o abbandonati al saccheggio delle truppe, le loro case
incendiate, dodici persone vennero fucilate.
I
deportati in Italia, i villaggi rasi al suolo
Ancora più terribile fu la sorte toccata agli abitanti della
zona di
Grobnico, a nord di Fiume. Per ordine del prefetto Temistocle Testa,
reparti di camicie nere e di truppe regolari, irruppero nel villaggio
di Podhum all'alba del 13 luglio. Rastrellata l'intera popolazione,
questa fu condotta in una cava di pietra presso il campo di aviazione
di Grobnico, mentre il villaggio veniva prima saccheggiato e poi
incendiato. Oltre mille capi di bestiame grosso e 1300 di bestiame
minuto furono portati via, 889 persone rispettivamente 185 famiglie
finirono nei campi di internamento italiani: più di cento maschi
furono
fucilati nella cava: il più anziano aveva 64 anni, il più
giovane 13
anni appena.
Con un telegramma spedito a Roma il 13 luglio, Testa informò:
«Ierisera
tutto l'abitato di Pothum nessuna casa esclusa est raso al suolo et
conniventi et partecipi bande ribelli nel numero 108 sono stati passati
per le armi et con cinismo si sono presentati davanti ai reparti
militari dell'armata operanti nella zona, reparti che solo ultimi dieci
giorni avevano avuto sedici soldati uccisi dai ribelli di Pothum stop
Il resto della popolazione e le donne e bambini sono stati internati
stop».
Nel solo Comune di Castua subirono spedizioni punitive diciassette
villaggi; furono passate per le armi 59 persone, altre 2311 furono
deportate e precisamente 842 uomini, 904 donne e 565 bambini; furono
incendiate 503 case e 237 stalle. Sempre nella zona di Fiume, il 3
maggio 1943, reparti di Camicie Nere e di fanteria rastrellarono il
villaggio di Kukuljani e alcune sue frazioni, portarono via tutto il
bestiame, saccheggiarono le case, deportarono la popolazione e quindi
appiccarono il fuoco alle abitazioni, alle stalle e agli altri edifici
"covi di ribelli". Nei campi di internamento finirono 273 abitanti di
Kukuljani e 200 di Zoretici.
Queste sanguinose persecuzioni indiscriminate contro la popolazione
civile slava furono denunciate anche da eminenti personalità
politiche
italiane di Trieste, tra cui i firmatari di un Promemoria presentato il
2 settembre 1943 da un "Fronte nazionale antifascista" al Prefetto
Giuseppe Cocuzza. Era passato un mese e mezzo dalla caduta del regime
fascista. Nel documento, si fa una denuncia drammaticamente
circostanziata delle vessazioni, arresti, devastazioni ed esecuzioni
sommarie «operate con grande discrezionalità da bande di
squadristi che
avevano goduto per troppo tempo della mano libera e della compiacenza
di certe autorità». Nell'iniziativa era evidente,
oltretutto, un
«diffuso senso di paura per una vendetta» che avrebbe
potuto abbattersi
indiscriminatamente sugli Italiani dell'Istria come reazione
«alla
tracotanza del Regime e dei suoi uomini più violenti che in
Istria e
nella Venezia Giulia avevano usato strumenti e atteggiamenti fortemente
coercitivi nei riguardi delle popolazioni slave».
<< ...Il film "II
cuore nel pozzo" e’ in effetti la continuazione della propaganda
fascista sui crimini nelle foibe, che va avanti dal 1943 ai giorni
nostri... >>
Intervento del
giornalista e scrittore Armando Černjul
alla conferenza stampa della Presidenza dell'Unione delle associazioni
dei Combattenti antifascisti,
convocata a Pola il
4.02.2005.
Riassunto
dell'ampio testo "Foibomania nei media e libri italiani" preparato per
la tavola rotonda sulle vittime delle foibe.
Del film italiano "II cuore
nel pozzo" del regista Alberto Negrin
prodotto dalla RAI, non posso dir niente perche' non I'ho visto. Stando
pero’ a certi articoli apparsi sulla stampa italiana e croata e'
evidente che il film parla dei crimini dei partigiani di Tito e della
riabilitazione del fascismo italiano, temi questi da anni cari al
centrodestra al governo e all’estrema destra. Pero' questa stessa RAI
negli scorsi 15 anni ha mandato in onda numerose trasmissioni e servizi
nei quali vengono falsificati i fatti storici. Infatti sulle tre reti
di questa TV stataIe, in vari periodi di tempo, sono stati presentati i
crimini nelle foibe commessi, come piu' volte sottolineato, dai
partigiani di Tito sugli Italiani solo perche' erano di nazionalita’
italiana, anche se si sa molto bene che nelle foibe finivano Croati,
Sloveni, Tedeschi e aItri. In base a queste trasmissioni nelle foibe
sarebbero stati buttati 3.000, 5.000, 17.000 Italiani...! Dunque alla
RAI o non sanno o non hanno ancora deciso quanta gente sia finita nelle
foibe, poiche’ tirano in ballo cifre differenti e presentano i
comunisti di Tito e i partigiani come criminali genocidi.
Nel contempo non hanno voluto mostrare al pubblico italiano il
documentario "Fascist Legacy" prodotto dalla BBC inglese nel quale sono
illustrati i massacri commessi dai fascisti italiani, trasmesso due
anni fa dall’emittente televisiva italiana La 7. In base ai dati
trovati nell’archivio delle Nazioni Unite dallo storico Michael
Palumbo, un americano di origini italiane, i fascisti in Jugoslavia,
Albania, Grecia, Etiopia. Libia, Francia e Russia uccisero oltre un
milione di persone. Solo nel territorio dell’ex Jugoslavia ne uccisero
circa 300.000.
Il film "II cuore nel pozzo" e’ in effetti la continuazione della
propaganda fascista sui crimini nelle foibe, che va avanti dal 1943 ai
giorni nostri. Dapprima si inizio' con articoli su giornali e riviste,
poi, dopo la II guerra mondiale si passo' ai libri per proseguire con
articoli su quotidiani e mensili, nonche' con trasmissioni radio e
televisive.
Gia’ da diversi anni voglio richiamare I’attenzione sulla foibomania
nei media e libri italiani. Pero' in Croazia I’argomento non interessa
a nessuno tranne che ai combattenti antifascisti o a qualche
giornalista. Cio’ non deve meravigliare considerato che il Governo, il
Parlamento e i vertici statali non hanno reagito al varo, un anno fa,
della legge italiana con cui il 10 febbraio e’ stata proclamata
Giornata del ricordo delle vittime delle foibe e dell’esodo degli
Italiani istriani, fiumani e dalmati. Nella legge si dice, come riporta
I'agenzia ANSA, che nelle foibe finirono 17,000 persone. Con queste
falsita' hanno tentato di parificare le vittime del nazifascismo in
Istria.
Ogni crimine, e cosi’ anche quelli delle foibe in Italia e sul suolo
dell'ex Jugoslavia, va condannato. Pero’ i crimini prima di tutto
devono venir accertati da storici obiettivi. Purtroppo in Italia la
maggioranza di essi falsifica i dati mentre nell’ex Jugoslavia e anche
nella Croazia indipendente, non hanno fatto quasi nulla. Pertanto e'
difficile seguire Ia foibomania in Italia, specie la sua presenza sui
media che e' molto massiccia rnentre le case editrici fanno a gara a
chi stampa piu' libri sul tema. Inoltre le citta', le province,
le
regioni e lo stato italiano finanziano le associazioni dei cosiddetti
esuli che stampano libri e riviste e che hanno pretese verso i
territori croati!
Tra i primi autori che dopo la II guerra mondiale hanno scritto dei
crimini nelle foibe c’erano persone nate o che hanno le radici
nell’odierna Croazia e che hanno gonfiato i numeri degli infoibamenti.
Essi sono Luigi Papo e il sacerdote Flaminio Rocchi, e altri e piu'
tardi a loro si sono aggiunti Giorgio Bevilacqa, Marco Pirina e altri.
Papo, vicepresidente dell’Unione degli Istriani a Trieste ed ex
comandante della Guarnigione delle milizie fasciste a Montona ha
scritto diversi libri e centinaia di articoli firmandosi con vari
pseudonimi. A seconda delle necessita’ socio-politiche, nelle foibe
gettava 7063, 3739 o addirittura 16.550 vittime. Si tratta dello stesso
Papo che nel 1994, in una trasmissione della RAI, era stato presentato
come testimone di quando durante la guerra venivano ammazzati gli
Italiani, e come scrittore ricercatore. Ha dichiarato che in base alle
sue ricerche, dopo il 1 maggio del 1945 nelle foibe erano finiti 3.739
ltaliani e dal 1943 al 1945 tra Trieste e I' lstria 16.550. Piu' tardi
ha cambiato i numeri affermando che alcuni di essi "sarebbero stati
buttati nelle foibe".
Undici anni dopo la RAI realizza il film "II cuore nel pozzo" che sara’
trasmesso il 6 e il 7 di questo mese sulla prima rete!
Uno degli autori piu' giovani e’ Marco Pirina, che ha scritto diversi
libri sulle foibe e peggior bugiardo sul tema del suo "professore"
Papo, di cui il piu' sporco e’ intitolato "Genocidio". Si tratta di un
estremista di destra, suo padre era un u-comandante fascista fucilato
in guerra dai partigiani. Papo e Pirina hanno preparato materiale per
I’atto di accusa a Roma, dove dei crimini sono stati accusati gli
antifascisti di Croazia e Slovenia. Papo a Roma era testimone al
processo contro Oskar Piškulić, giudicato in contumacia.
Va detto che i vertici delle cosiddette associazioni degli esuli, con
l’aiuto del neoirredentismo e della destra al vertice del potere
politico italiano, hanno definito il piano di stampare questi libri in
tiratura limitata. Hanno anche accolto la proposta che bisognava
trovare uno scrittore che "infiammasse” I’opinione pubblica, lo hanno
trovato nel giornalista e scrittore di successo Arrigo Petacco di cui
I’editore Mondadori (un tassello dell’impero editoriale di Berlusconi)
nel 2002 ha pubblicato il libro "L'esodo degli Italiani d’lstria,
Dalmazia e Venezia Giulia". Il libro ha avuto diverse edizioni e
I’autore e’ stato premiato. Questo e' un libro pieno di falsita' e
accuse. Cosa dire ancora dell'autore di molti libri? Per questa
occasione e' sufficiente affermare che Petacco, servendosi della
letteratura di quegli storici e di altri falsificatori, ha scritto che
i partigiani di Tito tra il 1943 e il 1945 gettarono nelle foibe
migliaia di vittime innocenti, piu’ di tutto Italiani, quindi qualche
tedesco, ustascia, cetnici e Neozelandesi delle unita’ britanniche. In
base ai suoi scritti nelle foibe istriane sono finiti 10.000 o 20.000
oppure 30.000 persone.
L’editore berlusconiano Mondadori pubblica il libro di Petacco e nei
giorni scorsi ha stampato un libro sull’esodo e sulle foibe di cui e’
autore Gianni Oliva. Allo stesso tempo il premier italiano grida "Mai
piu’ il fascismo e il comunismo" mentre pone in rilievo il dittatore
fascista Mussolini che secondo lui non avrebbe commesso crimini fuori
dall’Italia.
Oltre a
cio', la sinistra italiana o meglio il centro sinistra dopo
essersi inchinata ai neofascisti, ha cominciato a inchinarsi anche
dinanzi ai monumenti eretti ai fascisti. E per i crimini delle foibe
danno la colpa ai partigiani di Tito, in primo luogo Croati, Sloveni e
Italiani. Ultimamente si fanno sentire certi politici e giornalisti
croati con interventi a favore della gentaglia neofascista e di quanti
vorrebbero riabilitare iI nazifascismo. Da Pola a Fiume, da Zagabria a
Zara e Spalato parlano e scrivono contro i combattenti antifascisti
come dei peggiori criminali. Riportero' il caso piu' fresco. Il critico
cinematografico e scrittore Jurica Pavičić di Spalato, nel magazine del
quotidiano "Jutarnji List" ( 22.01.2005) ha pubblicato l'articolo
intitolato "Tito ucciso dalle sue armi". Occupandosi di Tito e di
Tudjman ha scritto tra l'altro: "l’uno e I' altro hanno attuato la
pulizia etnica delle minoranze, Tito degli Italiani e Tedeschi e
Tudjman dei Serbi." E’ chiaro che Pavičić ha ascoltato I'intervento di
un anno fa al Parlamento croato di Furio Radin (oppure ne ha letto) e
probabilmente non e’ cosciente di aver scritto falsità e
calunnie!!!
Della pulizia etnica a danno degli Italiani, molto prima di Radin e
Pavičić hanno parlato e scritto anche i politici, scrittori e
giornalisti italiani appartenenti all'estrema destra piu' radicale.
"GIORNO DEL
RICORDO" 2008:
LA PROVINCIA DI FOGGIA "CONFONDE" AUSCHWITZ E LE FOIBE
manifesto propagandistico
stampato ed affisso dalla Provincia di Foggia per il "Giorno del
Ricordo" 2008
Impressioni
di febbraio
La Giornata del Ricordo si avvicina. E gli amministratori rovistano
negli scaffali.
Il manifesto, affisso in un centinaio di copie in
città, è celeste e azzurro.
Impaginato con evidente fretta, esteticamente respingente. Vi si legge:
“10 febbraio, Giornata del Ricordo...”.
Cinque foto completano l’opera: del filo spinato, un volto di donna
e – in basso a sinistra – dei bambini. Bambini, alcuni molto
piccoli. Vestiti alla stessa maniera, con dei camici a righe.
Fotografati in gruppo, sullo sfondo di un muro di pietra.
Palesemente prigionieri.
La foto è di quelle più che famose. È uno scatto
celeberrimo, paragonabile alla morte del repubblicano spagnolo o
a quella del ghetto di Varsavia.
È una testimonianza di Auschwitz.
Superfluo dire: non c’entra nulla con le foibe. Nulla con l’esodo
istriano. Nulla di nulla neppure con la Giornata del Ricordo.
Stallone aveva finito le fotografie tristi e, non avendo quella
di Campilongo a portata di mano, ha pensato bene di ricorrere ai
bimbi ebrei.
Siamo laici e umanisti. Comprendiamo le debolezze, anche quando queste
appartengono alle più alte cariche amministrative.
L’ignoranza allo stato brado, un arguto tentativo di
parificazione, un’urgenza tecnica, un’ansia amministrativa colmata alla
meno peggio.
Qualunque sia il motivo che ha spinto la Provincia di Foggia ad onorare
i “martiri” delle foibe con una foto di Auschwitz, beh, noi
lo comprendiamo. E ne facciamo tesoro. Giacché è il
segnale più evidente di quanto andiamo dicendo da
anni, oramai.
La Giornata del Ricordo è un semplice contraltare alla Giornata
della Memoria, una sorta di commemorazione riparatrice, una
ricorrenza
strappata ad un governo compiacente da una pattuglia di neofascisti,
più o meno mascherati. Sul corpo vivo di un Paese immemore. E
che, oltretutto, come la nostra amministrazione provinciale ha
dimostrato in maniera lampante, non sa di cosa di stia parlando. Noi lo
sappiamo, l’abbiamo sempre saputo. Per questo abbiamo il coraggio e
sentiamo il dovere, da quattro anni a questa parte, di denunciare
la mistificazione della Storia e il miserabile tentativo di
“pacificazione” nel segno di un presunto doppio orrore: quello
nazista e quello comunista, quello repubblichino e quello partigiano.
Ma la Storia non si riscrive a suon di fiction. Questo deve essere
chiaro, molto chiaro, ai nostri revisionisti.
Siamo disponibili a parlare di quello che successe dopo la fine della
Seconda guerra mondiale esclusivamente a patto che il dibattito
cominci da quello che è successo prima. Altrimenti è
semplice propaganda.
8 febbraio 2008 – Laboratorio Politico Jacob – via Mario Pagano, 38
– Foggia
www.agitproponline.com
Operazione chiarezza sui fatti de La
Sapienza
Cari compagni,
ritengo necessario
operare delle precisazione in merito ai fatti de La Sapienza
di questi giorni. Come tutti
sappiamo, l'iniziativa provocatoria di Forza Nuova di svolgere un
dibattito (?!) revisionista nella facoltà di Lettere sul tema
delle foibe, è stata la risposta dei fascisti al nostro convegno
del 13 maggio nella stessa facoltà.
Soprattutto a causa dell'aggressione fascista di via de lollis, è
stato creato un evento mediatico (con l'università presa
d'assalto da giornalisti di tv e carta stampata tutti i giorni a tutte
le ore) basata su una grande falsificazione dei fatti. In primo luogo,
infatti, si è cercato di sostenere la tesi dello scontro tra
gruppi di opposte fazioni e quindi degli opposti estremismi in lotta
tra loro, quando invece si è trattato di una aggressione
fascista in piena regola. Sul punto stiamo preparando un vero e proprio
dossier di controinformazione, partendo dai fatti e dalle testimonianze
raccolte, per sfatare questa diceria.
L'altra grande
mistificazione è stata quella condotta da diversi esponenti
politici, ampiamente ed acriticamente ripresi da diversi organi di
stampa, i quali hanno affermato che il nostro convegno del 13 maggio
avrebbe avuto natura "negazionista", circostanza assolutamente non
rispondente al vero, come facilmente dimostrabile. Purtroppo è
passata questa versione dei fatti presso molte testate anche "titolate"
quale ad es. il Corriere della Sera.
Per tale ragione vi
allego un volantone che abbiamo
preparato e diffuso insieme ad i compagni di Militant e di A Pugno
Chiuso per cercare di ricondurre a verità la vicenda, e
soprattutto per riportare la discussione al suo ambito originario,
ovvero la battaglia di revisionismo storico e culturale condotta dalla
destra con la complicità di una certa sinistra.
Abbiamo inoltre
formalmente intimato il Corriere della Sera, di adempiere al proprio
dovere di rettifica, avendo riportato notizie non rispondenti al vero,
e finalmente nell'edizione di ieri è comparsa la lettera
con la quale Hobel e la Kersevan, gli storici intervenuti al nostro
convegno, hanno potuto chiarire la natura di tale iniziativa,
connotata da una rigorosissima impostazione storica, e denunciare le
mistificazioni della stampa.
Vi prego, per tali
ragioni, di dare
massima diffusione al presente allegato, che è già
stato ripreso dalla maggioranza dei siti di informazione e di movimento
e dalle strutture della scena antifascista.
A presto,
Giordano
(Laboratorio Politico Resistenza Universitaria - Roma; email circolata
in internet il 3/6/2008)
___________________________________
Pdci: Aggressione fascista alla Sapienza
Ufficio Stampa
Roma 27 maggio 2008
"La segreteria nazionale del Pdci esprime la sua più viva
preoccupazione e condanna con forza l'ennesimo atto di stampo fascista
avvenuto oggi a Roma alla Sapienza. Alcuni ragazzi che attaccavano
manifesti sono stati aggrediti da persone armate di coltelli e bastoni.
Ora alcuni di loro sono in ospedale per le ferite riportate e uno dei
ragazzi sembra in gravi condizioni. Secondo i testimoni l'attacco
è stato premeditato ed è opera di militanti di Forza
Nuova, organizzazione della destra estrema. A Roma, dopo la vittoria di
Alemanno, fatti del genere si stanno susseguendo quotidianamente ed
hanno sempre, come obiettivo, immigrati, gay e giovani di sinistra. E'
un'escalation inquietante di rigurgiti di violenza fascista. Ai ragazzi
feriti, ai loro compagni ed ai familiari va la solidarietà piena
del Pdci".
________________________________________
Il segretario della Federazione di Roma del PdCI Fabio Nobile:
Aggressione alla Sapienza, basta con assalti neofascisti
Roma 27 maggio 2008
C'è ancora qualcuno che vuol provare a definire aggressioni di
questo genere come episodi di bullismo? Ormai è chiaro che siamo
di fronte a aggressioni di stampo neofascista. L'aggressione ad alcuni
giovani di sinistra da parte di militanti di Forza nuova è
l'ennesimno atto dall'uccisione di Biagietti all'assalto a Villa Ada,
fino agli episodi di questi giorni. Tutti questi casi hanno visto
partecipi militanti di gruppi diversi ma con il denominatore di essere
tutti di estrema destra. Con l'aggressione di oggi, però, si
è fatto un ulteriore salto di qualità poiché
direttamente militanti di Forza nuova, in pieno giorno e in assoluta
libertà, hanno aggredito ragazzi che avevano il solo torto di
attaccare manifesti. Basta con le provocazioni neofasciste. Bene ha
fatto la facoltà di Lettere a ritirare l'autorizzazione alla
scandalosa assemblea sulle foibe dove avrebbe dovuto partecipare il
neofascista Roberto Fiore.
________________________________________
Sapienza, la verità non si arresta!
(28.05.08)
Sono ore convulse, dove poco è il tempo per scrivere, ma molto
è il
tempo che serve per raccontare. Per raccontare in primo luogo la
verità
sui fatti accaduti la mattina di ieri, la verità sulla violenza
subita,
la verità sociale e politica che continua a tenere lontani
neofascisti e
squadristi dall'università la Sapienza.
Proviamo a procedere con ordine. La presidenza di Lettere e filosofia,
lo storico moderno, compilativo e mediocre, di nome Guido Pescosolido,
autorizza un convegno di Forza nuova all'interno della facoltà.
Inutile
dire che il preside, il mediocre, ha fatto finta di non sapere, di non
aver capito, peggio si è protetto dietro lo scudo del pluralismo
culturale: che ognuno parli, tanto parlare e far parlare non costa
nulla, anzi frutta molti soldi e poco importa quali sono i gesti e le
pratiche politiche che accompagnano il parlante. Mediocre nel mestiere,
mediocre nella vita, questo preside piccolo piccolo che semmai merita un
posto nella segreteria tecnica, fotocopie e fotocopie da fare.
In modo tempestivo, lunedì mattina, occupiamo la presidenza,
dopo sette
ore il pro-rettore Frati revoca l'autorizzazione e il preside piccolo
piccolo se ne torna a casa con la sua borsetta da uomo mediocre. Usciamo
dalla facoltà e ci ritroviamo telefonicamente qualche ora dopo,
voci
fidate ci raccontano di un'attacchinaggio di Forza nuova lungo le mura
della città universitaria. 5 macchine, armati, of course (fa
parte del
galateo politico del tempo presente). La notte trascorre, tutto si fa
più chiaro.
Sono le 13, è martedì, e noi usciamo dalla città
universitaria per
attacchinare e promuovere un'iniziativa sulle trasformazioni della
formazione nella crisi della globalizzazione: radicalizzazione
dell'autonomia, differenziazione, vuoti del mercato delle competenze,
tanti temi e molti problemi per capire dove muove l'università
che
cambia. Passano pochi minuti e due macchine (forse noleggiate) ci
raggiungono, scendono in tanti, scendono con tante armi: spranghe, mazze
ferrate, catene, qualche coltello. Sono attimi durissimi. Alcuni di noi
sono feriti (punti in testa e spalle rotte), ma loro, adulti (alcuni
ultra quarantenni) e armati vanno via, vanno via.
In tre in ospedale, molti di noi interrogati, la giornata procede dentro
la facoltà di Lettere e in un corteo forte, pieno di studenti
(almeno
duemila), pieno di indignazione. Una giornata in cui in molti hanno
deciso di rompere il silenzio, tra professori e ricercatori, molte le
parole in nostra di difesa, potente la ricerca di verità. Eppure,
puntuale la controffensiva mediatica: "è stata una rissa, uno
scontro
tra opposte fazioni". Ma di quale opposte fazioni si parla! Da una
parte, la nostra, c'è l'università, gli studenti,
dall'altra un manipolo
di militanti e di squadristi che con l'università non centrano
nulla,
aggressori violenti e razzisti, funzionari politici di un partito che
dovrebbe essere fuori legge. Inutile dire che alla finzione mediatica si
è accompagnato l'arresto di Emiliano e Giuseppe, due studenti
della
Rete, aggrediti alle spalle e feriti. D'altronde all'arresto deve
seguire la bugia e alla bugia l'arresto, il circolo è vizioso.
Ma un passo importante si sta compiendo in questi giorni
all'università
di Roma la Sapienza: il partito di Forza nuova, sulla base della
sollecitazione dei movimenti, viene considerato illegale da
un'istituzione pubblica. Se esistesse un'opposizione in Italia, in
seguito ai fatti di questa mattina si potrebbe pensare una campagna
politica vincente per ottenere lo scioglimento delle forze politiche
neo-squdriste e razziste. L'opposizione non c'è, ma ci sono i
movimenti,
ci sono le persone in carne ed ossa, c'è la voglia di
verità, il
desiderio di giustizia, e non saranno le finzioni e le menzogne a
cancellarli.
La partita, però, va vinta fino in fondo ed è per questo
che è decisivo
avere i nostri fratelli Emiliano e Giuseppe liberi subito, altrettanto
dare vita quest'oggi ad una grande assemblea pubblica. Alle ore 9:00
presidio a P. Clodio, in attesa del processo per direttissima, alle ore
14:30 assemblea pubblica nella facoltà di Lettere.
Giovedì, invece,
fondamentale essere in tante e tanti presso l'entrata della
facoltà (a
partire dalle 8:30), per impedire che gli squadristi possano tornare e
che mettano piede dentro l'università.
La verità non si arresta, la Sapienza sarà libera,
Emiliano e Giuseppe liberi subito!
Rete per l'autoformazione -- Sapienza, Roma
www.uniriot.org
INTERVISTE AD ALESSANDRA KERSEVAN -
febbraio 2009
http://www.senzasoste.it/per-non-dimenticare/le-foibe-tra-mito-e-realt-2.html
Le foibe tra mito e
realtà. Intervista ad Alessandra Kersevan
Viste le molte
imprecisioni e le ricostruzioni false e tendenziose (nonché
clamorosamente errate dal punto di vista storico) che circolano
in questi giorni sulla controversa questione delle foibe anche sulla
stampa locale, riproponiamo un'intervista
realizzata due anni fa [dunque nel 2007] da Alessandro Doranti alla
storica Alessandra Kersevan e pubblicata sul periodico locale
Trentagiorni. Un'intervista che torna prepotentemente
d'attualità.
Non è mai stato semplice trattare la questione delle foibe:
stereotipi consolidati, revisionismo, metodologie di lavoro inesatte e
giochi politici dei vari schieramenti hanno sempre invaso il terreno
della ricerca storica. In questi ultimi anni è stata ottenuta la
costruzione di una verità ufficiale, fin troppo sbrigativa e di
comodo, che ha dato il via a commemorazioni, monumenti, lapidi,
intitolazioni di strade.
Alessandra Kersevan, ex insegnante ed oggi paziente ricercatrice di
storia e cultura della sua regione, il Friuli, da anni lavora al
recupero della memoria storica in merito agli avvenimenti del confine
orientale.
A Trieste la storia non
comincia il 1° maggio 1945…
Sì, Sembra un'osservazione banale, eppure di fronte a tante cose
che sono state scritte in questi anni sulle vicende del confine
orientale occorre chiarire e ricordare che il fascismo in questa
regione è stato più violento che in qualsiasi altra parte
d'Italia: sloveni e croati, oltre cinquecentomila persone che abitavano
le terre annesse dallo stato italiano dopo la prima guerra mondiale
furono oggetto di persecuzioni razziali e ogni tipo di angherie:
divieto di usare la loro lingua, chiusura delle scuole, delle
associazioni ed enti economici sloveni e croati, arresto degli
oppositori, esecuzioni di condanne a morte decise dal Tribunale
Speciale. Con l'aggressione nazifascista alla Jugoslavia, nel 1941, la
nostra regione divenne avamposto della guerra e le persecuzioni contro
sloveni e croati, anche cittadini italiani, divennero ancora più
gravi: interi paesi furono deportati nei campi di concentramento come
Arbe/Rab, oggi in Croazia, ma allora annessa all'Italia dopo
l'aggressione alla Jugoslavia, Gonars in provincia di Udine, Renicci di
Anghiari in provincia di Arezzo, Chiesanuova di Padova, Monigo di
Treviso, Fraschette di Alatri in provincia di Frosinone, Colfiorito in
Umbria, Cairo Montenotte in provincia di Savona e decine e decine di
altri, praticamente in tutte le regioni d'Italia. Fra 7 e 11 mila
persone, donne, uomini, bambini, intere famiglie, morirono in questi
campi, di fame e malattie. A Trieste nel 1942 fu istituito per la
repressione della resistenza partigiana l'Ispettorato Speciale di
Polizia per la Venezia Giulia, che si macchiò di efferati
delitti contro gli antifascisti in genere, ma soprattutto contro
sloveni e croati.
Da chi è stato
inaugurato l'uso delle foibe?
Ci sono testimonianze autorevoli (per esempio dell'ispettore di polizia
De Giorgi, colui che nel dopoguerra fu incaricato dei recuperi dalle
foibe) che furono proprio uomini dell'Ispettorato speciale, in
particolare quelli della squadra politica, la cosiddetta banda
Collotti, a gettare negli "anfratti del Carso" degli arrestati che
morivano sotto tortura. Comunque andando anche più indietro nel
tempo, già durante la prima guerra mondiale, che fu combattuta
soprattutto in queste terre, le foibe venivano usate come luogo di
sepoltura "veloce" dopo le sanguinose battaglie, e nell'immediato
dopoguerra i fascisti pubblicavano testi di canzoncine in cui si
minacciava di buttare nelle foibe chi si ostinava a non parlare "di
Dante la favella".
Che funzione aveva la
Banda Colotti?
La banda Collotti era la squadra politica dell'Ispettorato speciale
guidata appunto dal commissario Gaetano Collotti. Con la sua squadra
batteva il Carso triestino per reprimere la resistenza che già
nel '42 era iniziata in queste zone. Si macchiarono di efferati
delitti, torturando e uccidendo centinaia di persone. Come
Resistenzastorica stiamo pubblicando con la casa editrice Kappa Vu la
ricerca di Claudia Cernigoi sulla banda Collotti. Nel corso di alcuni
anni di ricerche Cernigoi è riuscita a trovare una
quantità consistente di documentazione. Eppure in questo
dopoguerra nessuno, neppure gli istituti storici di Trieste e di Udine,
avevano pubblicato nulla sull'argomento.
Definiamo le foibe. Chi ci
è finito dentro? Donne? Bambini? Quanti in tutto? Perché
c'è così grande attenzioni su queste esecuzioni, mentre
in altre zone ce ne furono in numero assai maggiore?
Nelle foibe non sono finite donne e bambini, i profili di coloro che
risultano infoibati sono quasi tutti di adulti compromessi con il
fascismo, per quanto riguarda le foibe istriane del '43, e con
l'occupatore tedesco per quanto riguarda il '45. I casi di alcune donne
infoibate sono legati a fatti particolari, vendette personali, che non
possono essere attribuiti al movimento di liberazione. Questo diventa
evidente quando si vanno ad analizzare i documenti, cosa che purtroppo
la gran parte degli "storici" in questi anni non ha fatto,
accontentandosi di riprendere i temi e le argomentazioni della
propaganda neofascista. Va detto inoltre che i numeri non sono
assolutamente quelli della propaganda di questi anni: è ormai
assodato che in Istria nel '43 le persone uccise nel corso della
insurrezione successiva all'8 settembre sono fra le 250 e le 500, la
gran parte uccise al momento della rioccupazione del territorio da
parte dei nazifascisti; nel '45 le persone scomparse, sono meno di
cinquecento a Trieste e meno di mille a Gorizia, alcuni fucilati ma la
gran parte morti di malattia in campo di concentramento in Jugoslavia.
Uso il termine "scomparsi", ma purtroppo è invalso l'uso di
definire infoibati tutti i morti per mano partigiana. In realtà
nel '45 le persone "infoibate" furono alcune decine, e per queste morti
ci furono nei mesi successivi dei processi e delle condanne, da cui
risultava che si era trattato in genere di vendette personali nei
confronti di spie o ritenute tali. C'è poi l'episodio della
foiba Plutone, da cui furono estratti 18 corpi, in cui gli
"infoibatori" erano appartenenti alla Decima Mas e criminali comuni
infiltrati fra i partigiani, e furono arrestati e processati dagli
stessi jugoslavi. Insomma se si va ad analizzare la documentazione
esistente si vede che si tratta di una casistica varia che non
può corrispondere ad un progetto di "pulizia etnica" da parte
degli jugoslavi come si è detto molto spesso in questi anni.
La grande attenzione a questi fatti è funzionale alla
criminalizzazione della resistenza jugoslava che fu la più
grande resistenza europea. Di riflesso si criminalizza tutta la
resistenza, e si è aperto il varco per criminalizzare anche
quella italiana, come sta dimostrando ora Pansa con i suoi libri.
Gli studiosi delle foibe.
Chi sono?
Sono di svariati generi. Quelli che noi chiamiamo un po' ironicamente i
"foibologi" sono tutti esponenti della destra più estrema,
alcuni, come Luigi Papo hanno fatto addirittura parte della milizia
fascista in Istria, di coloro cioè che collaborarono con i
nazisti nella repressione della resistenza. Altri, più giovani,
come Marco Pirina, sono stati esponenti di organizzazioni neofasciste
negli anni della strategia della tensione (lui per esempio risulta
coinvolto nel golpe Borghese). Poi c'è il filone degli storici
che facevano riferimento al CLN triestino (organizzazione non collegata
con il CLNAI) che fu il massimo organizzatore dell'"operazione foibe" a
Trieste nel dopoguerra. Mentre può essere abbastanza facile
capire le manipolazioni della "storiografia" fascista, è molto
più difficile difendersi dalle manipolazioni della storiografia
ciellenista, perché questi hanno un'aura di antifascismo che fa
prendere per buone tutte le cose che scrivono. In realtà
leggendo i loro libri ti accorgi che sono citazioni di citazioni da
altri libri (spesso memorie di fascisti) non sottoposte a verifica. Il
problema è che su tutta questa questione delle foibe ha pesato
nel dopoguerra il clima della guerra fredda: voglio ricordare che un
importantissimo documento di fonte alleata agli inizi del '46 diceva:
sospendiamo, non avendo trovato nulla di interessante, le ricerche nel
pozzo della miniera di Basovizza, ma perché gli Jugoslavi non
possano dire che è stata tutta propaganda contro di loro, diremo
che lo abbiamo fatto per mancanza di mezzi tecnici adeguati. Ha pesato
e pesa inoltre molto la questione dei confini, e il sentimento delle
"terre ingiustamente perdute", che anche se con toni un po' diversi,
coinvolge anche gli storici che fanno riferimento politicamente al
centro sinistra. Ci sono però anche tantissimi storici seri. Per
"seri" intendo quelli che non si accontentano di quello che è
già stato scritto, ma che cercano nuova documentazione, la
analizzano, la confrontano con quanto è già stato
pubblicato e inseriscono gli avvenimenti nel contesto in cui sono
avvenuti. Questo è il metodo storiografico che tutti dovrebbero
usare, ma, sembrerà incredibile, nella questione della foibe e
dell'esodo anche storici accademici e "blasonati" si sono lasciati
andare a metodi da propagandisti più che da storici, preferendo
le citazioni di citazioni di citazioni, piuttosto che la fatica della
ricerca.
La foiba di Basovizza.
C'è una lapide che commemora le vittime, eppure la storia sembra
molto diversa…
La documentazione esistente, una documentazione piuttosto corposa, dice
che nella miniera di Basovizza non ci furono infoibamenti. Già
nell'estate del '45, quindi pochissimo tempo dopo i pretesi
infoibamenti, gli angloamericani procedettero per mesi a ricognizioni
nel pozzo della miniera (infatti non si tratta di una foiba in senso
geologico), in seguito alle denunce del CLN triestino che diceva che
dovevano essere stati infoibati alcune centinaia di agenti della
questura di Trieste. Poiché non fu trovato nulla di
"interessante", nei primi mesi del '46 le ricerche furono sospese, come
ho già spiegato prima. Tutto questo risulta da una gran
quantità di documenti di fonte alleata, negli archivi di
Washington e di Londra. Quindi nella "foiba" non ci sono i "500 metri
cubi" di infoibati che sono scritti nella lapide, e neppure i duemila
infoibati citati in libri. Dopo che Claudia Cernigoi ha riportato
questi documenti nel suo libro "Operazione foibe a Trieste" la cosa
dovrebbe essere evidente a tutti che si occupano dell'argomento. Ma si
fa finta di niente. Il comune di Trieste adesso ha ristrutturato il
monumento sulla foiba e presto verrà il presidente del Senato
Marini a inaugurarlo. La menzogna vive ormai di vita propria, e non si
riesce a fermarla.
Le leggende sulle foibe.
Ho già spiegato che le biografie della gran parte degli uccisi
sono di persone coinvolte a vario titolo nel regime fascista prima e
nell'occupazione nazista poi. Come ben mette in luce Claudia Cernigoi
nel suo libro, in una città come Trieste il collaborazionismo
interessò tantissime categorie di persone, e molti di quelli che
vengono definiti "civili" erano in realtà e collaborazionisti,
delatori di professione, spioni di quartiere che denunciavano gli
ebrei. Per esempio ai rastrellamenti sul Carso con la banda Collotti
partecipavano anche persone che non erano ufficialmente appartenenti
alla questura. Come gruppo di Resistenzastorica abbiamo condotto una
ricerca sulla vicenda di Graziano Udovisi, conosciuto come "l'unico ad
essere uscito vivo dalla foiba" e presentato come una vittima "solo
perché italiano". Da questa ricerca è emerso, oltre alla
assoluta falsità del suo racconto, che egli dal '43 al '45 era
stato tenente della Milizia Difesa Territoriale, in un gruppo dal nome
significativo di "Mazza di Ferro", specificamente preposto alla
repressione della guerriglia, e che nel '46 fu condannato per crimini
di guerra a 2 anni e 11 mesi di reclusione. Eppure nel 2005 Graziano
Udovisi è diventato "uomo dell'anno", premiato con l'Oscar della
Rai per una sua intervista a Minoli, che lo ha presentato come uno che
è stato "infoibato" "solo perché italiano. Come ho
già detto: storici, giornalisti e tutti coloro che scrivono di
queste cose in questi anni di Giornate del Ricordo, dovrebbero sapere
che intorno a queste vicende c'è tanta propaganda, e che quindi
bisogna informarsi bene prima di scrivere.
L'atteggiamento della
destra e della sinistra.
Non si vede una grande differenza. La destra fascista ha trovato in
questo argomento la possibilità di ribaltare il discorso delle
responsabilità nella seconda guerra mondiale, passando da
carnefici a vittime, con la possibile riabilitazione dei repubblichini
di Salò ecc. La sinistra ha trovato l'occasione per prendere le
distanze dal proprio passato partigiano, con tutta una serie di
distinguo e di "ammissioni" in cui le foibe erano funzionali in quanto
venivano attribuite a partigiani, sì, ma "slavi" (e si sa che il
razzismo antislavo è molto diffuso) e quindi la resistenza
italiana poteva restarne fuori. La miopia di una simile posizione la si
vede oggi, con un'operazione come quella di Giampaolo Pansa, che
attacca direttamente la resistenza italiana.
C'è da dire, inoltre, che l'"operazione foibe" è
funzionale alla politica estera italiana, tradizionalmente
"espansionistica" verso la penisola balcanica. Anche in questo senso,
centrodestra e centrosinistra non si distinguono. Noi di
Resistenzastorica abbiamo una raccolta impressionante di dichiarazioni
di esponenti del centro sinistra in senso neoirredentista, cioè
tese alla rivendicazione delle "terre perdute", tema che oltre ad
essere stato sempre tipico della destra, sembrerebbe oggi anche
antistorico, nel momento dell'allargamento dell'UE. Eppure le
dichiarazioni ci sono, anche di personaggi come Fassino.
Che cosa significa oggi
commemorare i morti delle foibe?
Come ho spiegato, commemorare i morti nelle foibe significa
sostanzialmente commemorare rastrellatori fascisti e collaborazionisti
del nazismo. Per gli altri morti, quelli vittime di rese dei conti o
vendette personali, c'è il 2 di novembre.
Che cosa andrebbe fatto
per restituire dignità alla memoria storica del paese?
Per quanto riguarda la dignità del paese, credo che l'unica cosa
da fare sia smettere quella convinzione nazionale che gli italiani
siano sempre stati "brava gente", che dovunque sono andati hanno
portato la civiltà, anche quando bruciavano i villaggi della
Croazia, o impiccavano i ribelli libici. Gli italiani debbono rendersi
conto che la repubblica italiana non ha mai fatto veramente i conti con
le responsabilità del fascismo. Dietro al discorso delle foibe
c'è proprio l'interesse di continuare a nascondere queste
responsabilità. Infatti la proposta italiana di incontro
trilaterale fra i presidenti di Italia, Slovenia, Croazia, sui luoghi
della memoria, inserendo la Risiera di San Sabba, il campo di
concentramento di Gonars (o quello di Arbe) e la foiba di Basovizza,
non è altro che un tentativo di gettare fumo negli occhi, di far
dimenticare i crimini di guerra italiani in quei territori equiparando
la foiba di Basovizza alla Risiera, unico campo di concentramento
nazista con forno crematorio, in cui morirono oltre 3000 persone,
soprattutto partigiani italiani, sloveni e croati, o ai campi di
concentramento in cui morirono almeno settemila sloveni, croati, serbi,
montenegrini. Il presidente della Repubblica dovrebbe andare di propria
iniziativa ad Arbe in Croazia, o a Gonars a rendere omaggio alle
vittime del fascismo, e a chiedere scusa agli ex jugoslavi. Questo
dovrebbe essere la prima cosa da fare. Poi dovrebbe far pubblicare i
risultati della commissione storica italo-slovena, che il governo
italiano si era impegnato a pubblicare ma non ha mai fatto. Poi il
governo di centro sinistra potrebbe obbligare la RAi a trasmettere in
prima serata il documentario "Fascist legacy / L'eredità
fascista", sui crimini di guerra italiani in Etiopia, Libia e
Jugoslavia. Questo documentario della BBC fu acquistato nell'89 dalla
RAI, ma mai trasmesso.
INTERPELLANZA
APERTA
Al Ministro degli Esteri
Franco Frattini
Premesso che in data 23 maggio 2009 una nutrita
delegazione dell’Unione degli Istriani si è recata nella
Repubblica di Slovenia nel villaggio di Lokev (Corgnale), asseritamene
per rendere omaggio “agli infoibati italiani e stranieri” nei pressi
della grotta Golobivnica, non riuscendo ad arrivare fino all’imbocco
della grotta stessa, che si trova su un terreno privato;
Rilevato che la delegazione dell’Unione degli
Istriani era accompagnata da alcuni rappresentanti istituzionali
locali, ma soprattutto dal Sottosegretario del ministero dell’Ambiente
Roberto Menia e dal Console italiano a Capodistria, Carlo Gambacurta;
Atteso che, senza voler entrare nel merito
dell’iniziativa specifica, giova sottolineare che l’Unione degli
Istriani contesta pubblicamente il Trattao di Pace di Parigi e
rivendica apertamente la necessità di rimettere in discussione i
confini all’interno dell’Unione europea essendo di fatto fortemente
contraria all’attuale assetto comunitario;
Preso atto, con personale rammarico, che la
città di Trieste a fine giugno ospiterà il prossimo G8
Esteri;
Il sottoscritto consigliere regionale
Interpella
pubblicamente il signor
ministro per sapere
1. Se fosse al corrente della presenza di un
esponente del Governo Italiano e di un funzionario del Ministero degli
Esteri all’iniziativa descritta in premessa.
2. Se ritiene che ad esponenti del Governo Italiano e
funzionari nominati dal Ministero degli Esteri che ricoprono incarichi
di rappresentanza effettiva dello Stato Italiano all’estero sia
consentito partecipare a manifestazioni pubbliche a titolo personale o
privato.
3. Se ritiene opportuno che rappresentanti del
Governo Italiano o funzionari del Ministero degli Esteri partecipino -
a titolo personale o privato - ad iniziative settarie, promosse da
soggetti che perseguono e praticano attivamente il conseguimento
di obiettivi contrari allo spirito comunitario, a decisioni sancite da
trattati internazionali ed alle politiche dell’Unione Europea in
materia di intangibilità dei confini nazionali così come
sanciti dal Trattato di Pace.
Trieste, 25 maggio 2009
Igor Kocijancic (*)
Consigliere regionale del FVG
( *) Partito della Rifondazione
Comunista
Essere infoibati a Viterbo...
In merito ai comunicati
stampa [emessi nel 2009 dall'ANPI di Viterbo] vanno segnalati i due inerenti alla
questione foibe, principale veicolo per gli attacchi mistificatori del
revisionismo strumentale contro la Resistenza. Il primo riguarda
l’intestazione al volontario viterbese in Jugoslavia Carlo Celestini
di un cippo in
piazza Martiri foibe istriane di Viterbo, che lo vuole, appunto,
“sacrificato nelle foibe” nel 1945. Dalla documentazione conservata
all’Archivio di Stato di Viterbo non emerge affatto che questi sia
stato infoibato e non si riesce a capire su quali basi
l’Amministrazione comunale di Viterbo abbia svolto le pratiche per
l’intestazione. L’altro caso riguarda invece Vincenzo Gigante, un poliziotto
pugliese di stanza a Fiume cui l’estate scorsa l’Associazione nazionale
Polizia di Stato (Anps) di Capranica ha solennemente intestato la
propria sezione, in quanto infoibato dai comunisti di Tito nel 1945.
Anche qui, non si capisce su quali basi, mentre sono proprio gli
enfatici reportage dei giornali sulla cerimonia d’intestazione a
suscitare seri dubbi. In ambedue i casi non c’è stata risposta
da parte dei diretti responsabili. Su Celestini, gli esponenti della
maggioranza al Comune di Viterbo tacciono; su Gigante, l’Anps non ha
emanato alcuna nota a seguito del nostro comunicato, né i
giornali che hanno riportato la cerimonia sono tornati successivamente
sull’argomento. Tuttavia, per ambedue gli interventi, ci sono arrivate
alcune lettere, prive, va da sé, di documentazione sulle
questioni sollevate ma in compenso ricche di insulti e accuse d’ogni
tipo, che non hanno fatto altro che suffragare ulteriormente
l’infondatezza di operazioni che di storico non hanno nulla. Che
conclusioni trarne?
(tratto da:
"1945-2010: 65° della Liberazione. Una nuova stagione per l’Anpi.
Appello per il tesseramento al Comitato provinciale di Viterbo", di
Silvio Antonini, Segretario e Portabandiera, ANPI Viterbo - per
contatti: anpi.vt @ libero.it )
Viterbo: davvero Carlo
Celestini è stato “sacrificato nelle foibe”?
di Silvio Antonini*
Sono passati quasi dieci anni esatti da quando l’amministrazione
comunale di Viterbo ha dedicato la piazza (o largo) fuori porta Faul ai
“martiri delle foibe istriane”, nella logica di contrassegnare le
principali vie d’accesso al centro cittadino con intestazioni che non
lascino alcun dubbio al forestiero circa l’orientamento politico e i
propositi del Comune. Ai margini di questa piazza, una pleonastica
targa di peperino aggiunge: “A perenne ricordo di migliaia di italiani
sacrificati con la sola colpa di essere italiani”. Nel 2001,
l’intestazione si arricchisce di un cippo su cui è scolpito “In
ricordo del nostro concittadino Carlo Celestini, sacrificato nelle
foibe. Viterbo marzo 1922 - Djakovo maggio 1945”.
Non è il caso di tornare nuovamente a controbattere
l’infondatezza di cifre improbabili o di asserzioni strumentali che
nulla hanno di storico. Sapendo però delle regole della
cosiddetta “operazione foibe”: intestazioni di vie e monumenti e
assegnazioni di medaglie effettuate con disinvoltura, senza la pur
minima ricerca storiografica, ho deciso di fare delle verifiche,
soprattutto perché quel cognome, Celestini, mi era tutt’altro
che nuovo.
Mi sono così rivolto al direttore della Biblioteca Comunale di
Viterbo Giovanni Battista Sguario: a lui esponenti locali d’Alleanza
Nazionale avevano commissionato la ricerca su questa persona ai fini
dell’intestazione. La risposta è stata che la documentazione
allora utilizzata, di cui lui aveva posseduto copia che ora non riesce
a recuperare, si trova all’Archivio di Stato di Viterbo (Asvt). Mi reco
sul posto e cerco nel fondo Gabinetto della Prefettura. Qui
però, alla lettera C della serie Caduti e Dispersi in Guerra,
non esiste alcun fascicolo sul Celestini. Tra l’altro, m’informano gli
impiegati dell’Archivio, ai tempi di tale ricerca questo fondo non era
ancora inventariato; buste e fascicoli non erano censiti: nessuno
potrebbe quindi sapere riguardo eventuali smarrimenti.
L’unico documento sul Celestini che si trova all’Asvt è nella
documentazione del Distretto Militare di Viterbo, ivi depositata alla
chiusura del distretto stesso. Trattasi di un foglio matricolare (n.
10243) contenente notizie che mettono fortemente in dubbio i motivi
dell’intestazione. Emerge subito un’ovvietà, trattandosi di
foglio matricolare: il Celestini era un militare, non un semplice
cittadino infoibato “con la sola colpa di essere italiano”. Poi,
guardando la paternità, si apprende che lo stesso è
figlio di Crescenziano Celestini, personaggio nel quale mi ero
imbattuto durante gli studi sui fatti viterbesi del 1921-’22, quando
questi, fascista “antemarcia”, era, assieme al fratello Giulio,
dirigente del Fascio di Combattimento di Viterbo. Le camicie nere
viterbesi in quel periodo non trovavano agio nella vita politica
cittadina; per questo motivo chiedevano aiuto alle delegazioni
forestiere che, a loro volta, nel 1921, si macchiavano dei delitti
Antonio Prosperoni (2 maggio) e Tommaso Pesci (10 luglio). Crescenziano
Celestini sarà poi impiegato alla Provincia, funzionario zelante
pure durante la Rsi, ma non per questo epurato, tanto che è
nell’elenco degli impiegati ancora negli anni ’50. Il figlio Carlo
perciò non proveniva dalla cosiddetta “zona grigia” ma da un
ambiente familiare spiccatamente fascista. Difatti, il foglio
matricolare informa che questi parte volontario (molto probabilmente
per convinzioni politiche) per il 56° Reggimento Fanteria di
Venezia, con la ferma d’anni due, dal 5 dicembre 1940. Il 6 aprile
dell’anno dopo è imbarcato per l’Albania (Durazzo). L’ultimo
aggiornamento del foglio - ciò significa che da lì in poi
il Distretto non ha più ricevuto informazioni - è del 13
ottobre 1947 e dice: “Disperso in occasione di eventi bellici in
Croazia” a seguito dell’8 settembre 1943. Da nessun fatto
né luogo tra quelli riportati qui, nell’unico documento a nostra
disposizione che ne parli, si evince un infoibamento, né
“disperso in Croazia” equivale a “sacrificato nelle foibe”,
cavità carsiche del territorio istriano. Sul cippo in suo
ricordo è dato Djakovo come luogo di morte. Secondo quanto
riferitomi da Sguario, che mi ha gentilmente citato a memoria alcuni
particolari, sarebbe stato scelto questo luogo poiché da qui il
Celestini inviava la sua ultima lettera ai familiari, nel gennaio 1945
(almeno all’epoca delle ricerche di Sguario due sorelle del Celestini
risiedevano a Milano). Se questo rispondesse al vero, per quale motivo
sul cippo il decesso è postdatato di quattro mesi? Djakovo
inoltre si trova in Slavonia, regione croata ai confini con la Serbia,
territorio – m’informa Sandi Volk della Biblioteca Nazionale Slovena e
degli Studi di Trieste - di pertinenza tedesca durante l'occupazione
della Jugoslavia. Qui non si sono verificati infoibamenti; siamo assai
lontani dall’Istria: sarebbe come dire “sacrificato nel Viterbese”
riferendosi ad un tale venuto a mancare, grossomodo, tra l’Emilia e la
Lombardia.
Il foglio ci dice - come abbiamo visto - che il Celestini era un
volontario, circostanza che Sguario ricorda anche per il dopo 8
settembre. Facciamo presente che, per quanto riguarda gli occupanti
italiani, sono proprio i volontari fascisti a distinguersi per ferocia
nell’opera di rastrellamento, distruzione villaggi e deportazione delle
popolazioni slave. Ragion per cui un volontario finito nelle mani della
Resistenza jugoslava riusciva difficilmente a farla franca,
aldilà delle responsabilità del singolo. In
conformità a ciò, l’ipotesi più plausibile
è che il Celestini nel periodo 1943-’45 fosse ancora volontario
in Jugoslavia (Croazia, stando al foglio) per il fronte nazifascista -
non è dato sapere in quale reparto (camicie nere, X MAS, SS
italiane etc.) - e che fosse caduto in combattimento o, se vogliamo
prender per buona la data del maggio 1945, giustiziato dai partigiani,
dai civili, oppure deceduto successivamente in un campo di
concentramento. Non vi è invece documentazione sul fatto che sia
finito nelle foibe istriane, tanto è vero che non è
menzionato in nessuno degli elenchi redatti in merito. C’è
sì un soldato della provincia di Viterbo finito nelle foibe in
quei frangenti, ma si tratta di Valentino Trauzzola di Lubriano, guarda
caso un volontario fascista della Rsi (si veda: Luigi Catteruccia, Cominciò l’8 settembre in
Jugoslavia l’odissea di migliaia di soldati, inserto di
“Biblioteca e Società”, XIV, 1995, 23).
In conclusione - nel rispetto dovuto ad una persona morta in giovane
età, senza che i familiari ne ottenessero la salma o almeno
notizie sulle circostanze della morte, e di cui ignoriamo
responsabilità individuali - è lecito sospettare che il
Celestini sia stato scelto nell’intestazione per un solo motivo:
è, a quanto pare, l’unico viterbese di idee fasciste disperso in
Jugoslavia durante la seconda guerra mondiale. Da qui, senza perderci
troppo tempo, è stato a lui conferito il ruolo toponomastico di
“sacrificato nelle foibe con la sola colpa di essere italiano”, che
ciò fosse vero o meno.
* Segretario e Portabandiera Anpi Comitato Provinciale di Viterbo.
Viterbo 6/02/2009
Replica ad Aldo Quadrani
in merito alla lettera
pubblicata su “il Nuovo Corriere Viterbese”, 8 febbraio 2009, p. 9.
Su “Il Nuovo Corriere Viterbese” dell’8 febbraio
è comparsa una replica di Aldo Quadrani, dirigente del Circolo
Reale di Viterbo, in merito al mio intervento
sull’inattendibilità storica dell’intestazione a Carlo Celestini
di piazza Martiri delle foibe istriane, che lo stesso giornale aveva
pubblicato integralmente – e per questo lo ringrazio – il giorno
prima.
Il Quadrani, dicendosi altresì disgustato, definisce il mio
scritto “neppure degno di replica anche per le tante inesattezze
riportate”, dimenticandosi però di scrivere quali sarebbero
queste inesattezze. Io ho citato tutte le fonti alle quali ho fatto
riferimento, documenti fruibili da tutti, anche a meno dei tre
chilometri di distanza sui quali l’esponente monarchico ironizza.
È difatti sufficiente andare alla Biblioteca Comunale degli
Ardenti e all’Archivio di Stato di Viterbo. Qui, ad es., ci si
può rivolgere per sapere sulle vicende belliche del Celestini,
chiedendo del fondo Distretto Militare, serie Fogli Matricolari, n.
10243. Piuttosto: il Quadrani di quale documentazione dispone? E
soprattutto: è in grado di esibirla?
Lo stesso Quadrani che poi fa una gaffe,
quando dice che Djakovo - il luogo del decesso riportato sul cippo del
Celestini - si trova in “Slovenia, che allora faceva parte della
Croazia”. Ma Djakovo, come avevo scritto, è in Slavonia, regione
ai confini con la Serbia, ancor oggi nel territorio croato, mentre la
Slovenia, che con la Croazia non c’entra nulla, è uno stato che
nel dopoguerra farà parte della federazione jugoslava e che oggi
è indipendente, e nel quale comunque non ci sono foibe.
Infine, il Quadrani informa in merito alle circostanze che portarono
alla scelta del nome di Celestini - un tassello assai importante -,
parlando di un convegno, tenuto dai monarchici viterbesi nel 1997, dal
quale “scaturì la presenza e la scomparsa di Carlo Celestini”.
Che sia stato presente e poi scomparso è ovvio, lo dice il
foglio matricolare, ma in base a quale documentazione si stabilì
che fosse stato infoibato e soprattutto che Djakovo si trovasse in
Istria?
Inverosimilmente, con questa nota, l’indiscusso leader dei monarchici
locali rafforza la tesi sull’infondatezza storica di quell’intestazione.
Silvio Antonini
Segretario e Portabandiera
ANPI CP Viterbo
Viterbo 8/02/2009.
Capranica (Viterbo): un altro bluff
dell’”operazione foibe”?
4 Agosto 2009
Sabato 18 luglio, a Capranica (Vt), è stata
inaugurata la locale sezione dell’Associazione Nazionale Polizia di
Stato (Anps), alla presenza delle autorità politiche, civili e
religiose del posto. La sezione è stata intestata al
vicebrigadiere Vincenzo Gigante,
poiché “vittima delle foibe istriane”. Nei resoconti della
cerimonia usciti sui giornali locali, però, non si fa
minimamente cenno alle circostanze di questo infoibamento.
Insospettisce a tal proposito soprattutto l’articolo comparso su “Nuovo
Viterbo oggi”, che titola: La Polizia omaggia il brigadiere Gigante,
Collaborò con il commissario Palatucci nel salvare 5 mila ebrei,
Finì infoibato il 16 giugno del 1945 per mano dei comunisti di
Tito, (21 luglio 2009, p. 10). Il giornale edito da Giuseppe Ciarrapico
muove l’accusa infamante contro la Resistenza jugoslava di aver
infoibato addirittura una persona che aveva salvato migliaia di ebrei.
Nel resoconto, il giornalista Marco Tartarini scrive che Gigante, nato
in provincia di Lecce nel 1906, durante la seconda guerra mondiale
è a Fiume con l’incarico di vigilanza nel porto franco. Quella
che però nel titolo è data come notizia certa: la
collaborazione con il commissario Giovanni Palatucci nel salvare gli
ebrei dallo sterminio, nel testo è in realtà
semplicemente ipotizzata e l’articolo, per tre colonne su sei, parla
delle gesta di Palatucci, anziché argomentare le motivazioni
dell’intestazione Anps, cioè l’infoibamento di Gigante. Su
questo punto si dice soltanto che i familiari del vicebrigadiere - cui
va comunque tutto il rispetto che si deve a chi ha perso un proprio
caro - nel timore di ritorsioni, abbiano distrutto tutta la
documentazione, “difatti – scrive Tartarini -, alla data odierna
nessuna traccia è pervenuta se non una vecchia tessera
ferroviaria rilasciata dall’allora Regio Ministero dell’Interno, da cui
si è potuto riprendere una giovane foto in borghese del Gigante,
da cui il ritratto in effige incorniciata, oggi, nella sede di
Capranica a lui intitolata dell’Associazione Nazionale Polizia di
Stato”. Qui, dopo aver mandato a farsi benedire sintassi e ortografia,
si ammette In sostanza che sulle circostanze della morte di Gigante non
vi siano documenti e che per l’intestazione sia stata sufficiente una
fototessera!
Pensando che il vicebrigadiere avesse qualche relazione con il nostro
territorio, mi sono recato all’Archivio di stato di Viterbo per cercare
il nome sui fogli matricolari, senza però trovarne traccia: il
poliziotto evidentemente non aveva alcun rapporto con il Viterbese, men
che mai con Capranica.
Mi sono quindi rivolto altrove, per verificare se Gigante figurasse in
qualche elenco d’italiani infoibati. Mi ha risposto Claudia Cernigoi,
l’autrice di Operazione foibe, informandomi che un Vincenzo Gigante,
nato nel 1906, è elencato tra i poliziotti fucilati a Fiume nel
1945. Coincidono con l’intestatario della sezione di Capranica il nome,
il cognome, l’anno di nascita, la professione e, presumibilmente, il
luogo di stanza. Da questa informazione si evince però che,
innanzitutto, Gigante non è stato infoibato ma fucilato e che,
come luogo di morte, figura Fiume, e a Fiume non ci sono foibe,
cioè le cavità carsiche naturali del territorio istriano.
Stando a questi dati, inoltre, sono ignote le responsabilità di
Gigante durante il conflitto, aspetto tutt’altro che trascurabile
soprattutto per la professione che questi svolgeva.
Un’associazione può intestare le proprie sedi a chi ritiene
più opportuno. Certo, in questo caso, i poliziotti di Capranica
potevano semplicemente dedicare la sezione a Gigante, perché
collega caduto in guerra e basta, ma siccome si sono mosse accuse
infamanti contro i partigiani jugoslavi, senza uno straccio di prova,
sarebbe bene che l’Anps e i giornali che con enfasi hanno dato spazio
alla cerimonia pubblicassero anche la documentazione su cui si è
basata l’intestazione.
In conclusione va ricordato che c’è, in realtà, un
Vincenzo Gigante senza ombra di dubbio degno di mille intestazioni.
È un omonimo e corregionale del poliziotto: si tratta di un
comunista, perseguitato durante il ventennio e Partigiano nelle Brigate
Garibaldi a Trieste. Catturato su delazione nell’autunno 1944, il
partigiano Gigante sarà orribilmente torturato dai nazifascisti
e poi bruciato nel forno crematorio della risiera di San Sabba.
Medaglia d’Oro al Valor Militare.
Silvio Antonini
Segretario e
Portabandiera
Anpi Cp Viterbo
Per infangare la Resistenza il TG3
manomette le foto dei crimini italiani nella Slovenia occupata
Nei video mostrati il 10 febbraio 2010 dai telegiornali di Rai 3 e su
Linea Notte, tra filmati e immagini sulle foibe sono state subdolamente
inserite anche foto che documentano invece i crimini italiani nella
Slovenia occupata.
Il servizio per il TG3 di Sergio Criscuoli, montato da Roberto
Barbanera, si può ancora vedere al sito:
http://www.tg3.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-246e6824-d129-42b4-a5aa-a6a65cee6e26.html
Le foto si trovano
più o meno al punto fra i minuti 2'17'' e 2'21''.
Una, in cui si vedono alcune persone scavare una fossa, è
riprodotta
qui a fianco (fonte: http://muceniskapot.nuovaalabarda.org/galleria-ita-3.php
).
Nel suo articolo "La malastoriografia" in Revisionismo
storico e terre
di confine Alessandra Kersevan già aveva documentato un caso
analogo: sul
Messaggero Veneto, tre anni fa avevano usato una immagine della fiction
"Il cuore nel pozzo" apponendo la didascalia: "Immagini d'epoca. [sic]
Rastrellamenti di partigiani jugoslavi contro la popolazione" [sic].
|

|
(segnalato da Alessandra Kersevan, che ringraziamo)
Vedi anche:
Lettera Aperta alla direzione del TG3
- di A. Kersevan e P. Consolaro
Dal periodico triestino " La
Nuova Alabarda"
GIORNO DEL RICORDO DELLE
FOIBE E DELL’ESODO E DELL’AMNESIA STORICA
La giornata commemorativa del 10 febbraio è stata istituita con
la legge 30 marzo 2004, n. 92, “in memoria delle vittime delle foibe,
dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale”. Lo
scopo di questo “ricordo” avrebbe dovuto essere lo studio e la
diffusione della conoscenza degli avvenimenti al confine orientale
d’Italia tra il 1943 ed il 1947 (fino alla firma del Trattato di pace,
il cui anniversario cade proprio il 10 febbraio). Già la scelta
della data costituisce di per se stessa uno stravolgimento storico: la
firma del trattato di pace vista non come la fine della guerra ma come
il giorno in cui l’Italia (che aveva perso una guerra che lei stessa
aveva cominciato, particolare che nessuno ricorda) dovette rinunciare
ad un parte del suo territorio.
Fin dalla prima celebrazione, avvenuta nel 2005, abbiamo visto come la
ricorrenza invece di essere un’occasione di approfondimento della
storia è stata subito monopolizzata da associazioni nazionaliste
ed irredentiste (Lega Nazionale, Unione degli istriani, Associazione
Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia) e da forze politiche di destra
più o meno estrema (Forza Nuova, Alleanza Nazionale, ed ora il
PDL dopo che AN vi si è sciolta) con il risultato che il 10
febbraio è diventato, secondo una definizione (che condividiamo)
dello storico Sandi Volk, il “Giorno dell’orgoglio fascista”.
Infatti nelle celebrazioni, sia ufficiali, sia delle singole
associazioni, sentiamo l’ostinata continua descrizione della ferocia
dei partigiani (quelli comunisti) e dell’Esercito jugoslavo, che viene
considerato non come uno degli eserciti alleati ma trattato alla
stregua di un esercito di occupazione, e nel contempo vengono del tutto
cancellate le responsabilità del fascismo nel conflitto; vediamo
gerarchi fascisti, collaborazionisti, persino acclarati criminali di
guerra descritti come “martiri” ed “eroi” in quanto “soppressi e
infoibati” da forze jugoslave. Perché la legge prevede anche una
onorificenza per questi “soppressi ed infoibati”, e pazienza se abbiamo
visto “premiare” anche torturatori, o semplici militari
collaborazionisti dei nazisti morti in combattimento, o ancora persone
delle quali non si conoscono neppure le modalità della morte,
mettendo tutti i nomi in un gran calderone di “vittime degli slavi”. Il
fatto che negli ultimi anni non si siano neppure resi pubblici i nomi
di coloro che hanno ricevuto questa onorificenza fa pensare che
addirittura si temano obiezioni sulla liceità di queste
attribuzioni. E però, nonostante le modalità piuttosto
sui generis dei riconoscimenti, evidentemente le cose non sono andate
come si aspettavano i promotori della legge (primo ideatore Roberto
Menia), visto che nel sito del Consolato italiano di Madrid leggiamo
che “finora, dopo 5 anni di lavoro della commissione, è
pervenuto soltanto un limitato numero di domande a fronte del
potenziale, elevato numero delle persone destinatarie del
riconoscimento (circa 10.000, secondo le stime (stime inesatte, ndr),
furono le persone che persero la vita la vita per infoibamento)”; e
quindi “d’intesa con la Presidenza del Consiglio dei Ministri e con il
Ministero Affari Esteri, si ritiene pertanto opportuna una capillare
azione d’informazione anche all’estero, ove si trasferirono
numerosissime famiglie di esuli dall’Istria, Fiume e Dalmazia, i cui
discendenti potrebbero beneficiare della Legge di cui trattasi”. Come
ammettere che si sta raschiando il fondo del barile dopo il flop, che
si è dimostrata essere questa iniziativa.
A fronte di tutta di questa propaganda e disinformazione, di diffusione
di odio antijugoslavo ed anticomunista, di insulti alla Resistenza, un
gruppo di storici (tra i quali chi scrive) ha in questi anni cercato di
“resistere”, in collaborazione di volta in volta con l’Anpi, con
partiti di sinistra (i soli Rifondazione Comunista e Comunisti
italiani), con le Università e con i Centri sociali, con
organizzazioni giovanili e di base, organizzando e partecipando ad
iniziative di informazione storica per cercare di porre un freno alle
falsità dilaganti che vengono a tutt’oggi diffuse. Dopo un
lavoro ormai più che decennale di attività di
informazione e di una vera e propria “resistenza storica” (spesso siamo
stati tacciati di “negazionismo”, abbiamo subito contestazioni pesanti
e tentativi di impedirci di parlare), piano piano il nostro discorso si
è allargato al punto che lo storico Jože Pirjevec, accademico di
fama e (fatto non indifferente) non comunista ha pubblicato per
l’Einaudi lo studio “Foibe. Una storia d’Italia”, libro che ha creato
un grande scompiglio.
Infatti il 30 gennaio scorso due consiglieri regionali del PDL del FVG
(Roberto Novelli e Edoardo Sasco) hanno lanciato un attacco a Pirjevec
che viene accusato di “negare che la tragedia delle foibe sia da
attribuirsi alla volontà di effettuare una pulizia etnica
premeditata, frutto di un’azione politica tesa all’eliminazione di
quanti si opponevano all’annessione alla Jugoslavia dopo la fine della
seconda guerra mondiale”; di non avere preso “in considerazione fatti
storicamente assodati”, perché le sue affermazioni “stridono con
le testimonianze di tutte le persone che hanno vissuto il dramma
dell’esodo dall’Istria e l’opera di epurazione perpetrata dai soldati
titini durante e dopo la fine del secondo conflitto mondiale, secondo
le quali le foibe rappresentano a tutti gli effetti fenditure carsiche
in cui i partigiani jugoslavi gettarono i corpi dei nemici”.
Come si vede, mentre Pirjevec ha scritto un libro di quasi 400 pagine
basandosi su fonti storiche accertate come documenti ufficiali, gli
specialisti del PDL, l’ingegnere Sasco ed il perito agrario Novelli si
arrogano il diritto di decidere che, dato che le conclusioni di
Pirjevec “stridono” con “le testimonianze” (non si sa bene di chi),
è lo storico ad essere inattendibile e non la vulgata da
rivedere.
A sua volta il PDL nazionale (il responsabile della Consulta Cultura
del partito, Fabio Garagnani e la vice Paola Frassinetti) propone di
“istituire un albo nazionale di associazioni autorizzate a recarsi
negli istituti scolastici a parlare del fenomeno delle foibe e
dell\'esodo istriano-giuliano-dalmata”, in modo da “evitare che
l’argomento venga affrontato nelle scuole da associazioni gestite da
comunisti” (sic). Cioè non si chiede che chi intende parlare
nelle scuole di questo argomento abbia la preparazione storica
necessaria per farlo, ma semplicemente che non sia “comunista”.
Così un Marco Pirina che riempie i suoi libri di falsità
(assieme alla moglie Annamaria D’Antonio è stato recentemente
condannato dalla sezione civile della Cassazione a risarcire i danni
per diffamazione a tre ex partigiani da loro accusati senza alcuna
prova di avere “infoibato” civili italiani) potrebbe andare a parlare
agli studenti, non essendo “comunista”, mentre uno storico che si
è specializzato sull’argomento non potrà farlo se
l’associazione che lo propone è “gestita da comunisti”.
Potremmo ora semplicisticamente affermare che ci troviamo in pieno
regime, perché impedire la parola in base alle idee politiche
è fascismo puro, e poi chi è che decide se
un’associazione è “comunista”, o se è “comunista” chi
parla, ma vorremmo invece cercare di essere costruttivi ed invitare i
democratici, gli esponenti della cultura, tutti coloro che hanno a
cuore la verità storica e la libertà di parola, gli
antifascisti, ad opporsi a questo sfacciato tentativo di imbavagliare e
censurare l’informazione storica, ad esprimere la propria
solidarietà al professor Pirjevec ed a tutti gli studiosi che in
questi anni, fra innumerevoli difficoltà, hanno studiato e si
sono fatti carico di rendere noto il risultato dei loro studi spesso
non “graditi” perché diversi da ciò che per sessant’anni
la propaganda ha diffuso.
febbraio 2010
> > 20-GEN-10 17:09
> > FOIBE:
CASSAZIONE, NON PROVATO COINVOLGIMENTO PARTIGIANI
> > EX ESPONENTE DEL
FUAN MARCO PIRINA CONDANNATO PER DIFFAMAZIONE
> > (ANSA) - ROMA, 20 GEN - Nessuna prova è fornita dagli
autori del
> > libro 'Genocidio' - Mario Pirina e la moglie Anna Maria
D'Antonio -
> > sul coinvolgimento, nella deportazione e nella scomparsa
nelle foibe
> > di civili italiani, dei partigiani che combatterono contro i
> > nazifascisti nelle valli friulane del Natisone insieme alle
forze
> > jugoslave del maresciallo Tito trail 1943 e il 1945. Lo
sottolinea
> > la Cassazione - sentenza 706 della Prima sezione civile -
> > confermando la condanna al risarcimento dei danni da
diffamazione a
> > carico di Pirina (ex esponente del Fuan ed ex militante della
Lega
> > Nord poi passato a Forza Italia) e della moglie che, ora,
dovranno
> > risarcire tre partigiani indicati nel libro, pubblicato nel
1995
> > anche con fondi erogati dalla Regione Friuli, come
deportatori e/
> > ocollaborazionisti. In particolare, la Cassazione ha respinto
il
> > ricorso di Pirina e della D'Antonio confermando, in quanto
"del
> > tutto congrua e niente affatto contraddittoria", la sentenza
emessa
> > nel gennaio del 2004 dalla Corte di Appello di Trieste.
> > Ad essere stati diffamati e indicati con l'epiteto di
> > "collaborazionisti", da loro ritenuto offensivo, erano stati
gli ex
> > partigiani Mario Sdraulig, Giuseppe Osgnach e Francesco
Pregelj. I
> > loro nomi - nel libro -erano riportati insieme a un elenco di
85-90
> > persone indicate come "responsabili di deportazioni e/o
> > collaborazionisti del IXcorpus e delle armate titine" senza
che per
> > nessuno di loro fosse indicato il "reato specificamente
commesso" e
> > senza l'indicazione di una specifica documentazione storica
che
> > potesse suffragare l'accusa di coinvolgimento nella scomparsa
di
> > civili italiani. Il libro di Pirina e D'Antonio, ricorda la
> > Cassazione citando il verdetto d'appello, si limita solo a
una
> > "generica e complessiva indicazione di fonti, lumeggiando
come veri
> > i fatti affermati" ma senza consentire al lettore "di
apprezzare le
> > conclusioni per quello che erano": la "personale
valutazione"degli
> > stessi autori del testo. La maggior parte delle fonti citate,
ad
> > esempio, si esaurisce nella sola indicazione di testate
locali come
> > 'La famiglia parentina' o 'La voce del Friuli Orientale'. E
per gli
> > archivi vale lo stesso discorso: non una rassegna di
materiali ma
> > solo 'Archivi Ozna di Lubiana' o 'Centro studi storici di
Rovigno'.
> > Citando ancora la Corte di Appello, la Cassazione rileva che
"la
> > scelta operativa degli autori non solo ha impedito ogni
> > approfondimento circa l'effettiva esistenza dei fatti e delle
> > condotte in base alle quali" i partigiani erano
stati"indicati come
> > responsabili di collaborazionismo o dideportazioni di persone
con
> > sentimenti di italianita", mapersino di"capire se Osgnach,
Pregelj e
> > Sdraulig furono solodei collaborazionisti dei 'titini' o
anche dei
> > responsabili della deportazione di avversari politici". La
Suprema
> > Corte, infine, prendendo atto che "la vicenda esaminata si
iscrive
> > nel retaggio di un contesto storico caratterizzato da
efferatezze ed
> > abomini solo tardivamente proclamati e nelle conseguenti
tensioni
> > derivatene", ha stabilito che le spese legali saranno pagate
da
> > tutte le parti in causa. I partigiani e le loro famiglie
avevano
> > affidato la loro difesa all'avvocato Fausto Tarsitano,
scomparso lo
> > scorso febbraio. (ANSA).
dal "Manifesto" del 21-01-2010
"Foibe non provato il
coinvolgimento dei partigiani"
Nessuna prova è fornita dagli autori del libro "Genocidio" -
Mario
Pirina e la moglie Anna Maria D'Antonio - sul coinvolgimento, nella
deportazione e nella scomparsa nelle foibe di civili italiani, dei
partigiani che combatterono contro i nazifascisti nelle valli friulane
del Natisone insieme alle forze jugoslave del maresciallo Tito tra il
1943 e il 1945. Lo sottolinea la cassazione - sentenza 706 della Prima
sezione civile - confermando la condanna al risarcimento dei danni da
diffamazione a carico di Pirina (ex esponente del Fuan ed ex militante
della Lega nord poi passato a Forza Italia) e della moglie che, ora,
dovranno risarcire tre partigiani indicati nel libro (pubblicato nel
1995 anche con fondi erogati dalla Regione Friuli) come deportatori e
o collaborazionisti. In particolare, la Cassazione ha respinto il
ricorso confermando la sentenza emessa nel gennaio del 2004 dalla Corte
di Appello di Trieste.
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