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COORDINAMENTO NAZIONALE PER LA JUGOSLAVIA - onlus
ITALIJANSKA KOORDINACIJA ZA JUGOSLAVIJU


 
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Documento
Costitutivo
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La disinformazione strategica su "foibe" ed "esodo"
e il neoirredentismo italiano


documenti e link su "foibe" e revanscismo italiano su Istria e Dalmazia
(in ordine di importanza e/o attualità e/o inverso di inserimento sul nostro sito)





aggiornamento gennaio 2012:

  segnaliamo il nuovo sito internet

DIECI FEBBRAIO MILLENOVECENTOQUARANTASETTE
http://www.diecifebbraio.info


dove potete trovare tantissimo materiale legato a queste tematiche
ed anche i files alta definizione dei pannelli
della mostra "TESTA PER DENTE", da scaricare



INDICE




2017, più di 10 anni di "Giorno del Ricordo": BILANCIO PROVVISORIO DEI DANNI


LETTERA APERTA al Ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca


TRUFFE, FUFFE E FASCISTI…

I “PREMIATI” DEL GIORNO DEL RICORDO. UN BILANCIO PROVVISORIO
di Sandi Volk – da Diecifebbraio.info, gennaio 2017

Il 30 marzo del 2004 il Parlamento istituiva il Giorno del Ricordo (Legge 30 marzo 2004, n. 92) quale solennità civile da tenersi ogni 10 febbraio al fine della conservazione della memoria “...della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra...” (nonché “delle più complesse vicende del confine orientale”)... In occasione di ogni 10 febbraio la legge prevede iniziative “per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado”, nonché “la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti” e stabilisce che nella data della ricorrenza vengano assegnati dei riconoscimenti (una medaglia di metallo con la scritta “L'Italia ricorda” e una pergamena) ai parenti (fino al 6° grado) di persone “soppresse e infoibate” e di quelle soppresse “mediante annegamento, fucilazione, massacro, attentato, in qualsiasi modo perpetrati...” “in Istria, in Dalmazia o nelle province dell'attuale confine orientale” nel periodo tra l'8 settembre 1943 ed il 10 febbraio del 1947 (data di entrata in vigore del Trattato di Pace degli Alleati con l'Italia che ha sancito il passaggio di una serie di territori appartenuti allo Stato italiano a Jugoslavia, Francia e Grecia, nonché più tardi a Somalia, Etiopia, Eritrea e Libia), ovvero di coloro che persero la vita tra il 10 febbraio del '47 ed il 21 dicembre del 1950 per le conseguenze di deportazioni, torture o maltrattamenti. Il termine entro cui si poteva presentare le domande per i riconoscimenti è stato fissato in 10 anni ed è scaduto nel 2015, ma nel 2016 il parlamento lo ha prorogato al 2025. ...
Il numero totale delle persone alla cui memoria sono stati attribuiti i riconoscimenti è di 323. Un numero estremamente deludente, inferiore persino alla cifra di 471 “martiri delle foibe” (per di più riferentesi agli uccisi nel solo periodo immediatamente seguente l'8 settembre) riportata dalla stampa fascista in occasione di quello che è stato in realtà il primo Giorno del Ricordo, cioè il 30 gennaio 1944, quando per decreto di Mussolini in tutto il territorio della RSI si tennero celebrazioni ufficiali di questi “martiri” della “barbarie slavobolscevica”... civili sono 63, ovvero poco più del 19% del totale. Va tenuto presente che tale definizione va presa con cautela perché nei pochi casi in cui ho avuto a disposizione fonti diverse è risultato che le persone in questione non erano affatto dei semplici ed innocui civili... in concreto sono due possibili antifascisti su 323 premiati (lo 0,62% del totale!), e per giunta si tratta di indipendentisti fiumani, quindi evidentemente non catalogabili come persone uccise perché difendevano l'appartenenza della città all'Italia. Ci sono poi 9 persone (il 2,79% del totale) di cui non ho potuto trovare dati di una qualche affidabilità su data e circostanze della scomparsa, né sulle loro appartenenze e qualificazioni. In tre casi la scomparsa è invece avvenuta per mano nazista, e una delle tre vittime è addirittura caduta da partigiano. ...
Coloro i cui corpi sono stati gettati in una foiba sono 33 (10,22%) ...
per un totale di 61 persone (18,89%) la [] scomparsa non è attribuibile alle formazioni della Resistenza e/o jugoslave...
per ben 18 (5,54%) persone non abbiamo alcun dato sul luogo della scomparsa...
... 3 persone ... vengono definite fasciste, mentre negli elenchi e nelle motivazioni del riconoscimento due vengono presentate come semplici civili... Ci sono poi le 6 persone ritenute responsabili di crimini di guerra da parte della Commissione statale jugoslava per l'accertamento dei crimini di guerra. Il caso più noto è quello di Vincenzo Serrentino... responsabile, in qualità di componente del Tribunale straordinario per la Dalmazia, della morte di almeno 18 persone a Sebenico e dintorni... A Serrentino gli jugoslavi imputarono anche la responsabilità, proprio nella sua qualità di “ultimo Prefetto di Zara italiana”, degli arresti, delle uccisioni, delle torture e di quant'altro subito dalla popolazione civile della zona... ci sono anche diversi appartenenti alle più famigerate formazioni fasciste: 9 Camicie Nere, 2 Brigatisti Neri e 1 squadrista “della prima ora”...
... Fortunato Matiassi (di Pisino): la stessa motivazione dice che fu fucilato a Pisino il 4 ottobre dalle truppe tedesche... Antonio Ruffini [fu] “impiccato, quale partigiano, dalle truppe naziste, il 31 marzo 1944 a Gragarske Ravne (Slovenia)...”.


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Citazioni


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La celebre frase di Tito "Tuđe nećemo - svoje ne damo" (Ciò che è altrui non vogliamo - ciò che è nostro non diamo), pronunciata sulla riviera dell'isola di Lissa/Vis il 12 agosto 1944 all'inizio delle operazioni per la liberazione della Dalmazia, campeggiava dinanzi al municipio di Vis su di un monumento che è stato distrutto dal nuovo regime croato nel 1991.

Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava, non si
deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone.
I confini dell'Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche:
io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a
50.000 italiani.
(Benito Mussolini a Trieste, 1920)


... c'erano state, non dimentichiamolo, decine di migliaia di vittime dell'occupazione italiana dal 1941 al 1943,
e in quello stesso triste 1943,
dal 4 ottobre in poi, ci furono le vendette dei fascisti.
Che massacrarono 5000 civili
e ne fecero deportare altri 17 mila, con le rappresaglie
del reggimento «Istria» comandato da Italo Sauro e da Luigi Papo da Montona,
della guardia nazionale repubblicana (poi milizia territoriale),
della Decima Mas di Borghese operante con compagnie agli ordini di nazisti a Fiume, Pola, Laurana Brioni, Cherso, Portorose,
della compagnia «mazza di ferro», comandata da Graziano Udovisi,
della Brigata nera femminile «Norma Cossetto» presso Trieste,
della VI brigata nera Asara e altri reparti. Si macchiarono di tali crimini
che la loro ferocia fu denunciata persino dal Gauleiter Rainer, il quale chiese ufficialmente,
con un telegramma al generale Wolff, il ritiro della Decima Mas dalla Venezia Giulia a fine gennaio 1945.
Nel documento si parla di «una moltitudine di crimini, dal saccheggio allo stupro», dalle stragi di massa agli incendi di interi villaggi...
(Giacomo Scotti su Il Manifesto dell'11 febbraio 2009)



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Attualità, polemiche, iniziative




  • ../INIZIATIVE/volantini/volantVR110616.jpg
    Nostro volantino in occasione del presidio tenuto a Verona l'11/6/2016
    contro la proposta di cittadinanza onoraria per il golpista ucraino Porošenko:



    Tosi come Poroshenko
    Chi si somiglia si piglia

    Nella seduta dello scorso 25 febbraio il consiglio comunale di Verona ha approvato l’OdG n.205 “Divieto di concessione spazi pubblici per attività revisioniste sulle Foibe”.
    L’Odg pone le basi per la limitazione del diritto di libera espressione e ricerca storica “ad associazioni culturali, movimenti politici o singole persone che esplicitamente mistificano o riducono la portata dell’immane tragedia delle Foibe”. La disposizione rappresenta un precedente gravissimo per l’Italia, ma è del tutto analoga alle disposizioni che da anni vengono emanate in Ucraina per imporre a forza di legge la narrazione revisionista-revanscista degli eventi della Seconda Guerra Mondiale, criminalizzando i partigiani e riabilitando i nazifascisti. I veri revisionisti amministrano città e Stati, agli antifascisti e agli internazionalisti viene tappata la bocca.
    A questa deriva non pongono alcun argine né le istituzioni italiane né tantomeno quelle europee, di fatto impegnate anch’esse nella revisione della Storia sulla base della equiparazione tra Comunismo e Nazifascismo e di una visione slavofoba, specialmente antirussa, che ha radici millenarie.


    CONTRO IL REVISIONISMO PROMOSSO DALLA UNIONE EUROPEA
    DIFENDIAMO LA MEMORIA DEI PARTIGIANI SOVIETICI E JUGOSLAVI
    NO PASARAN!

  • GLI "ESPERTI" DELLA FOIBOLOGIA:
    • GIUSEPPINA MELLACE (di Claudia Cernigoi, marzo 2014, anche su JUGOINFO)
    • Da un commento sul blog di Wu Ming:
      "Qualche mese fa ero alla coop a fare la spesa, e mi cade l’occhio su un libro esposto su uno scaffale (alla coop sono intellettuali, quindi vendono anche i libri). Si tratta di “Una grande tragedia dimenticata. La tragedia delle foibe” (che titolo originale) di tale Giuseppina Mellace. Mi colpisce la foto in copertina. Non è proprio proprio una foto, sembra piuttosto la rielaborazione grafica di una foto. Però cazzo. Quell’immagine mi ricorda qualcosa, sono sicuro di averla già vista. E non mi convince. Cerca che ti cerca, finalmente oggi ho trovato questo. E ti credo che non mi convinceva! Quella foto non c’entra niente con le foibe. Infatti si tratta di tre cetnici che sgozzano un partigiano comunista a Belgrado. La foto proviene dagli atti del processo per collaborazionismo contro Draža Mihailović nel 1946."

  • ANCORA POLEMICHE SUL NUMERO DEGLI “INFOIBATI”: IL LAPIDARIO DI GORIZIA
    (di Claudia Cernigoi, 25 luglio 2014 – da Diecifebbraio.info, anche su JUGOINFO)
  • LETTERA AL PRESIDENTE NAPOLITANO di Miro Mlinar, Presidente dell’Associazione dei combattenti per i valori della lotta di liberazione nazionale (ZDRUŽENJE BORCEV ZA VREDNOTE NOB) di Cerknica (Slovenia). Sulle manipolazioni della fotografia in questione si veda anche il dossier. Scarica il pdf della lettera (29 febbraio 2012)


  • Personaggi e vicende dal fronte revanscista-irredentista:


    • IRREDENTIST ORGANIZATIONS
      Pubblichiamo un capitolo del libro di Ive Mihovilović “Italian expansionist policy towards Istria, Rijeka, and Dalmatia (1945-1953) – Documents” pubblicato dall’Istituto di economia e politica internazionale di Belgrado nel 1954  riguardante le organizzazioni irredentiste italiane. Il libro è la traduzione in lingua inglese dell’originale in serbocroato “Italijanska ekspanzionistička politika prema Istri, Rijeci i Dalmaciji (1945-1953) – Dokumenti” Beograd, Institut za medunarođnu politiku i privredu, 1954.
      SCARICA IN PDF IL CAPITOLO "IRREDENTIST ORGANIZATIONS"




Dibattito
sulle dichiarazioni revansciste di Napolitano e di altri soggetti istituzionali / iniziative e polemiche nei partiti comunisti e della sinistra / interventi di storici, intellettuali e studenti / commenti a proposito della fiction fascista "Il cuore nel pozzo":


  • L'offensiva del revisionismo e del neoirredentismo (JUGOINFO 18 marzo 2007):
      • FOIBE E CENTROSINISTRA: UNA VERGOGNA (G. Aragno)
      • STUPIDAGGINI (J. Tkalec)
      • B. e T. Bellone sul revisionismo e su Carlo Oliva a Bussoleno
      • Memoria e polpette avvelenate (M. Sarfatti)



ALTRE INIZIATIVE
(fino al febbraio 2012 - LE INIZIATIVE PIU' RECENTI SONO SEGNALATE AL NUOVO SITO: www.diecifebbraio.info )




Legge istitutiva del "Giorno del Ricordo" e storiografia di Stato


ANALISI DELLA LEGGE ISTITUTIVA DEL "GIORNO DEL RICORDO" E DELLE SUE CONSEGUENZE (RICONOSCIMENTI AGLI "INFOIBATI", STORIOGRAFIA DI STATO, CENSURA)
    • Attacchi contro la ricerca storica e la libertà di opinione dietro lo spauracchio del "negazionismo"



Documenti


IL RAPPORTO DELL’ISPETTORE DE GIORGI SULLE “FOIBE”
a cura di Claudia Cernigoi, Trieste, 20 giugno 2014 - dal sito Diecifebbraio.info

STRATEGIA DELLA TENSIONE IN ISTRIA: LA STRAGE DI VERGAROLLA
Conferenza stampa di presentazione della ricerca, a Trieste il 7/9/2013

LA CONDIZIONE DELLA COMUNITA' ITALIANA NELLA JUGOSLAVIA SOCIALISTA
Con l'istituzione del Giorno del Ricordo in data 10 Febbraio, le autorità italiane hanno cercato di diffondere una propria versione della storia riguardo alle vicende del confine orientale italiano nel dopoguerra. Molto spesso si sente parlare di "esodo", "foibe" e in genere di "pulizia etnica" ai danni degli italiani che si trovarono a vivere nei territori che l'Italia perdette a seguito della ratifica del Trattato di Pace nel 1947, e che passarono alla Repubblica Federativa Popolare di Jugoslavia. In realtà solo parte degli italiani autoctoni di questi territori emigrò in Italia. Una grossa fetta (ma comunque meno della metà) invece decise di restare nelle proprie terre. Questo articolo è dedicato alla riorganizzazione politica e culturale degli italiani che si trovarono a vivere nella nuova Jugoslavia socialista...
di Andrea Degobbis - per il sito Diecifebbraio.info, ottobre 2012
scarica il saggio in formato PDF (2,3MB) - anche dal nostro sito
vedi anche: GLI ITALIANI nella Repubblica Popolare Federativa di Jugoslavia (1948)

L’ESODO – STRUMENTALIZZAZIONE E REALTA’
di Alessandro (Sandi) Volk - marzo 2012 (originale PDF dal portale Diecifebbraio.info)

Porzûs: il più grande processo antipartigiano del dopoguerra - di A. Kersevan

  • TERRE IRREDENTE di A. Martocchia (resp. politico del CNJ)
      • A. Martocchia (politički zadužen za Nacionalnu Koordinaciju za Jugoslaviju, Italija): ZEMLJE IREDENTE








    Querelle storiografica






    Materiali utili, link e bibliografia




    • 2012: Nuovo sito internet tematico DIECI FEBBRAIO MILLENOVECENTOQUARANTASETTE
      • CARTOGRAFIA PER PRINCIPIANTI
        Per chi ignora, o vuole ignorare, “la complessa vicenda del confine orientale”, una selezione cartografica, da testi originali, per valutare l’evoluzione del confine orientale italiano tra occupazioni e guerre, con pubblicazioni sia dell’era fascista che relative alla guerra di liberazione nazionale jugoslava...




    • VOLANTINI:
    Predsedniče Napolitano
    ja se sećam... svega!
    sećam se kako su u periodu 1919-1922, fašisti nasrtali na desetine domova kulture "inojezičnih" naroda.
    sećam se kako su fašisti palili i uništavali sindikalna sedišta, zemljoradničke zadruge, redakcije radničkih listova i štamparije
    sećam se kako su napadani, tučeni i ubijani
    na desetine "slava" - političkih aktivista i građana.
    sećam se kako je posle puča 1922. godine, fašističko nasilje postalo "ozakonjeno" i kako je bilo planirano pravo etničko čišćenje: zatvaranja slovenačkih i hrvatskih škola, bezobzirna otpuštanja sa posla, oduzimanje zemljišta, zaključno sa prisilnom italijanizacijom prezimena i naziva mesta
    sećam se kako od 1941. godine, kada je otpočelo italijansko ratovanje po Jugoslaviji, pa do 1943., nije ostalo ni jedno jedino selo a da kuće u njemu nisu spaljene ili sravnjene sa zemljom,
    sećam se da se nijednoj jugoslovenskoj porodici nije desilo da joj jedan ili više njenih članova, ne budu deportovani u logore, ili streljani
    sećam se kako je suzbijanje narodnog ustanka u istri, 1943. godine, od strane naci-fašističke sile, imalo cenu od 13000 mrtvih ili ranjenih žrtava
    sećam se da su ti isti nacisti, 1944. godine, u "foibama"(jamama), našli ne više od 200 leševa koji su se u celini ticali pripadnika režima; a ne hiljada civila "bačenih u foibe samo zato što su italijani", kako naokolo navode neoiredentisti.
    sećam se kako je italijanska okupacija Jugoslavije imala za posledicu više od 200.000 žrtava
    sećam se kako je njih 11606, prvenstveno starih ljudi i dece, umrlo od gladi i bolesti u italijanskim koncentracionim logorima
    sećam se da za njih nije uveden nikakav "dan sećanja", niti je podignut ijedan spomenik ili dat naziv ulici u znak sećanja na njih
    sećam se kako su ova zbivanja bila odlučujuća za uklanjanje desetina fašista i kolaboracionista koji su potom bačeni u foibe, i kako su uvek i samo ti uzroci doveli do stvaranja društvenog stanja u kome je došlo do do preterivanja i ličnih osveta
    sećam se kako je evropa oslobođena prvenstveno zahvaljući milionima partizana i komunista

    sećam se kako je Italija republika koja je izrasla iz Pokreta otpora i uzimam sebi slobodu, gospodine Predsedniče, da i vas na to podsetim

    • LINK UTILI:

    ... 10 FEBBRAIO 1947 ANVGD BASOVIZZA CAMPI DI CONCENTRAMENTO ITALIANI CLN di Trieste NORMA COSSETTO CRIMINALI DI GUERRA CUORE NEL POZZO ESULI FOIBE GIORNO DEL RICORDO MAGAZZINO 18 ONORIFICENZE AGLI “INFOIBATI” PARTIGIANI ITALIANI IN JUGOSLAVIA PARTIGIANI JUGOSLAVI IN ITALIA PORZÛS “RIMASTI” GRAZIANO UDOVISI VERGAROLLA ...
    Piccolo glossario sul Confine Orientale
    immagini/foto_diecifebbraio.jpg
    dal sito www.diecifebbraio.info


    Bibliografia

    (in ordine cronologico inverso):


    • Piero Purini, METAMORFOSI ETNICHE. I cambiamenti di popolazione a Trieste, Gorizia, Fiume e in Istria. 1914-1975 (KappaVu 2010)


    • MICHIELI Roberta – ZELCO Giuliano, Venezia Giulia la regione inventata (Udine: KappaVu, 2008)
    • G. Scotti: numero speciale de IL PONTE DELLA LOMBARDIA, febbraio-marzo 1997
    • G. Scotti: L'urlo della menzogna. L'infinita e rancorosa "Giornata del Ricordo", pp.173-273 del volume:
    • Confini orientali. Gli italiani e i Balcani. Ed. Casa della Resistenza, Verbania
    • Pol Vice: SCAMPATI O NO. I racconti di chi "uscì vivo" dalla foiba
      Kappa Vu Edizioni, Udine 2005
      • dello stesso autore: SILENZI E GRIDA. A PROPOSITO DI NEOIRREDENTISMO. Appunti preliminari alla stesura di "Scampati e no". Contiene brani tratti da “FOIBE e FOBIE”, articolo di GIACOMO SCOTTI su ‘Il Ponte delle Lombardia”, n. 2, febbraio/marzo 1997, riportato dal periodico online "Storia in network" (www.storiain.net), numeri 30 e 31;
    • E. Collotti (a cura di): Fascismo e antifascismo (Bari 2000)
    • Milica Kacin Wohinc, Jože Pirjevec: Storia degli sloveni in Italia. 1866-1998
      Marsilio, Padova 1998
    • Giampaolo Valdevit (a cura di), Foibe, il peso del passato, Marsilio, Venezia 1997
    • A. Buvoli: Il fascismo nella Venezia Giulia e la persecuzione antislava, in: «Storia contemporanea in Friuli» XXVI n.27, 1996
    • (?): Il PCI e la Questione Nazionale (? 1980)
    • Commission d'Experts pour l'Etude de la Question de la Frontiere Italo-Yougoslave: RAPPORT. Paris - Palais du Luxembourg, 29 avril 1946 (Conseil des Ministres des Affaires Etrangeres - C.M.A.E. (46) 5 - PDF sul sito Diecifebbraio.info, 9MB)
    • Considérations sur le Mémorandum et sur d'autres Déclarations des Représentants Yougoslaves à la Première Session du Conseil des Ministres des Affaires Etrangères à Londres en Septembre 1945 (Rome, Mars 1946 - PDF sul sito Diecifebbraio.info, 5.3MB)




    Altre iniziative
    (in ordine cronologico inverso):




    1918: gli intrighi di Sonnino e Badoglio contro la Jugoslavia

    << Il governo italiano guidato dal ministro degli esteri, il barone Sidney Sonnino, entrò in guerra, come già accennato, in buona parte per annettersi Istria, Dalmazia e Albania. Appare quindi ovvio che le posizioni del governo italiano sullo jugoslavismo e l'unificazione jugoslava si dimostrarono tutt'altro che amichevoli nonostante l'Italia fosse diventata ufficialmente "alleata" del regno Serbo.
    Fu così che Sonnino, a guerra conclusa, essendo falliti i suoi tentativi di bloccare la costituzione del regno jugoslavo, cercò con ogni mezzo di spezzarlo attraverso un blocco economico, frenandone il riconoscimento da parte degli altri governi e non ultimo l'invio di missioni destabilizzanti.
    Vennero avanzate presso i governi alleati

    "...proteste jugoslave a proposito dell'invio da parte dell'Italia di agenti in Bulgaria per creare complicazioni con la Serbia e in questo modo suscitare all'estero l'impressione che l'occupazione italiana di Fiume e della Dalmazia era necessaria per il mantenimento dell'ordine nei Balcani. Si parlò d'ogni sorta d'intrighi, di macchinazioni e di operazioni spionistiche da parte italiana..."(5).

    Non sorprende quindi se [il generale e vice-comandante dell'esercito Pietro] Badoglio mise a punto un progetto di destabilizzazione su tutto il territorio jugoslavo oltre che nelle zone già occupate dall'esercito italiano nel momento in cui si rese conto che tutte le potenze alleate, sotto la spinta statunitense, avrebbero riconosciuto e appoggiato il nuovo regno dei serbi dei croati e degli sloveni proclamato il 1 dicembre 1918.
    Il progetto, allegato ad una lettera in cui si richiede l'autorizzazione a procedere e l'accesso ai fondi necessari, viene recapitata a Sonnino da parte dello stesso Badoglio il 3 dicembre 1918 (6). Si tratta di un preciso piano destabilizzante fondato sulla classicissima strategia del divide et impera e poggiante su tutte le forze in campo. Anche i soldati italiani già presenti su suolo dalmata, infatti, avrebbero dovuto contribuire "fraternizzando" con le donne slave, "...la cui facilità (...) favorirà relazioni i cui risultati non possono che essere benefici..." (7).
    Il progetto era suddiviso in due zone d'azione: l'una all'interno dei territori sotto il controllo italiano, l'altra al di fuori dei territori occupati. Per questa seconda zona in particolare era stato concepito tutto il piano:

    "1. E' in preparazione una numerosa squadra di agenti intelligentissimi, ben orientati (...) Già trovato gli individui adatti per assumere la direzione di quanto si farà in Slovenia, Croazia, Dalmazia. Spero tra giorni di avere l'individuo adatto anche per la Serbia (...)
    2. Sto cercando contatto coi due principali giornali di Lubiana ("Slovenski Narod" e "Slovenec") e coi tre principali di Zagabria ("Obzor", "Hrvatska Rijec'", "Novosti") cercando di compiere su di essi opera di convinzione .
    3. Cercherò contatto diretto cogli elementi malcontenti del passato regime"

    Ma la previsione dei costi aiuterà sicuramente a comprendere meglio le dimensioni e la portata del progetto. Da sottolineare come il clero risulti il capitolo di spesa più cospicuo:

    " - Squadra speciale. Raggiungerà i 200 agenti divisi in 4 gruppi. Si può preventivare in media una spesa minima di £ 10000 per agente (2 mesi di lavoro). Totale minimo 2.000.000 di lire.
    - Stampa. Si può preventivare una spesa di £ 150.000 per giornale. Dato che i più malleabili sono tre soli... una spesa di 450.000 lire.
    - Clero. Lire 3.500.000 mila.
    - Dirigenti ex regime. ...Da 2 a 500.000 lire.
    - Nota. Risulta già a me (...) che la propaganda unionista fatta dalla Francia é accompagnata da larghissimi mezzi. Questo spiega il numero di agenti ch'io intendo prendere"

    Sei giorni dopo aver ricevuto questa lettera, Sonnino approvò il progetto.
    L'obiettivo di Badoglio e Sonnino era chiaro: volevano tentare in tutti i modi di fare esplodere il neonato regno jugoslavo. >>


    NOTE citate nel testo:

    5 Ivo J. Lederer, La Jugoslavia dalla conferenza di pace al trattato di Rapallo, Il Saggiatore, Milano 1966, pag.82.

    6 Badoglio a Sonnino, 3 dicembre 1918, n.90 Riservatissima personale, Arch. gab.3687 (12/09/1918), ASME, Roma.

    7 Inutile specificare il genere di risultati. Ciò comunque dimostra come il così detto "stupro etnico" riscoperto dalla stampa di oggi con grande scalpore non abbia certo come ultimo riferimento storico il medioevo.





    Sull'irredentismo di Gianfranco Fini

    Menia e Fini, 1992
    L'8 novembre 1992 Gianfranco Fini, segretario del partito neofascista MSI-DN, veniva ritratto al fianco di Roberto Menia (allora segretario della federazione MSI-DN di Trieste, noto per le spedizioni in Carso con i suoi camerati a demolire i monumenti ai partigiani a colpi di piccozza), al largo dell'Istria, nell'atto di lanciare in mare bottiglie tricolori recanti il seguente testo:

    << Istria, Fiume, Dalmazia: Italia!...
    Un ingiusto confine separa l'Italia dall'Istria, da Fiume, dalla Dalmazia, terre romane, venete, italiche.
    La Yugoslavia [con la Y, sic] muore dilaniata dalla guerra: gli ingiusti e vergognosi trattati di pace del 1947 e di Osimo del 1975 oggi non valgono piu'...
    E' anche il nostro giuramento: "Istria, Fiume, Dalmazia: ritorneremo!" >>


    Aggiornamento 21 febbraio 2009:
    Gianfranco Fini, oramai Presidente della Camera dei Deputati, cioè terza carica dello Stato italiano, all'inaugurazione del monumento a Norma Cossetto afferma:
    "Nostra intenzione è riportare in terra d'Istria non il tricolore di Stato, ma il dialetto, la memoria patria, la cultura, senza  spirito aggressivo (...) ricordando però che l'Istria è terra veneta, romana, dunque italiana."
    "Occorre (...) combattere quelle piccole ma rumorose sacche di negazionismo o comunque di revisionismo che continuano a esserci, in uno spirito che deve essere quello della verità storica."  (fonte: il Piccolo del 22/02/2009, prima pagina, e ANSA)

    Aggiornamento 21 settembre 2010:
    << Non a caso è stata scelta la data del 21 settembre per la visita di Fini a Zagabria e Pola.
    Il 21 settembre del 1920, dunque 90 anni fa, Benito Mussolini arrivò a Pola con i suoi fascisti di Milano e Trieste. Tenne un discorso al teatro "Politeama Ciscutti", pieno di odio verso la popolazione slava. Quando uscì dal teatro un lavoratore gli si avvicinò dandogli due ceffoni e poi scappò. Di questo evento gli storici italiani non hanno scritto mai nulla.
    Mussolini si vendicò. Il 23 e il 24 settembre seguenti, i fascisti bruciarono la Camera degli operai e la sede dei Club internazionali, e devastarono la tipografia del giornale "Il proletario".
    L'indomani, nel corso degli scontri con i fascisti, fu gravemente ferito un carabiniere. Molti operai furono arrestati e poi rilasciati. Due operai furono condannati: Josip Vukic, croato, nato a Spalato (a 15 anni di carcere) ed Edoardo Fragiacomo, italiano, nato a Pola (a tre anni). >>
    [Il testo che abbiamo sopra riportato accompagna l'articolo-intervista: "Tomislav Ravnic: Fini nije poželjan u Puli i Istri" (Tomislav Ravnic, presidente dell' Unione dei combattenti antifascisti per l 'Istria: Fini e' indesiderato a Pola e in Istria"), a cura di Armando Cernjul, pubblicato sul sito http://www.parentium.com .]





    Recensione di "Operazione foibe: fra storia e mito"

    di Wu Ming (tratto da:www.wumingfoundation.com)

    Claudia Cernigoi, Operazione "Foibe" tra storia e mito, Kappa Vu, Udine 2005, pagg. 300, euro 16,00
    http://www.resistenzastorica.it, http://www.kappavu.it, info@kappavu.it 

    Un libro fon-da-men-ta-le, che deve circolare, che va diffuso con ogni mezzo necessario e letto dal maggior numero di persone possibile. La lettura spalanca il mondo davanti agli occhi. Questo saggio è uno strumento di lotta, è un'ascia di guerra dissepolta, alfine.
    Claudia Cernigoi, dopo anni di ricerche, ha riscritto e ampliato la sua opera del '97, Operazione "Foibe" a Trieste. Ora il libro parla anche dell'Istria e si chiama Operazione "Foibe" tra storia e mito, lo ha pubblicato la Kappa Vu di Udine nella collana "Resistenza storica". Trecento pagine fitte e documentatissime, costa sedici euro e sono ben spesi. Mooolto ben spesi.


    Cernigoi ha passato a pettine tutti gli archivi consultabili di qua e di là del confine. Il suo libro smantella con rara e lucida spietatezza le dicerie, le falsificazioni, le leggende contemporanee e le buffonate che, modellate dalla propaganda nazionalista sul confine orientale, si sono fatte strada nell'opinione pubblica senza mai essere messe in questione, fino a spingere il Parlamento a istituire una giornata commemorativa. Nel mentre, si è realizzata una fiction campionessa d'ascolti basandosi su fandonie che i vari "foibologi" hanno preso di pacca da Questo è il conto!, opuscolo in lingua italiana diffuso dai nazisti sul Litorale Adriatico, subito dopo i venti giorni del "potere popolare", nel 1943.
    Operazione "Foibe" tra storia e mito deve diventare IL testo di riferimento per chi voglia occuparsi di "foibe" in modo scientifico, e non sto parlando di geologi.

    Cernigoi dimostra che le liste degli "infoibati" sono state oggetto di pesanti manipolazioni. In quegli elenchi, gli pseudo-storici delle "foibe" (molti dei quali neofascisti: chi proveniente da "Ordine Nuovo", chi coinvolto nel golpe Borghese etc.) hanno infilato tutti i dispersi, compresa gente che nel frattempo era tornata a casa, non con le gambe in avanti o dentro un'urna bensì viva e vegeta. I "foibologi" hanno aggiunto anche i nominativi di partigiani e civili uccisi dai nazifascisti. Come spiega molto bene l'autrice, l'infoibamento fu teorizzato, evocato, minacciato dal nazionalismo italiano fin dall'inizio del secolo, per esser poi messo in pratica durante l'occupazione nazifascista. Va aggiunto che molti nomi di "infoibati" sono doppi o addirittura tripli, sovente la stessa persona figura "infoibata" in posti diversi, e in un caso tre nominativi di presunti "infoibatori" (Malvagi Partigiani Slavo-Comunisti) figurano pure nella lista dei relativi "infoibati"! Della serie: se la cantano e se la ridono.
    Una lista in particolare, quella degli "infoibati" (in realtò comprensiva di tutti i dispersi) della provincia di Trieste, dopo attento esame registra una percentuale d'errore superiore al 65%. Su 1458 nomi, ben 961 si rivelano sbagliati!

    Tutti gli altri caduti (e nemmeno questi furono tutti "infoibati") erano torturatori della Milizia di Difesa Territoriale o della X Mas, massacratori vari, collaborazionisti, delatori, etc. Di molti di costoro Cernigoi fornisce il cursus honorum, ricavato da documenti e fonti d'epoca. A conti fatti, viene smentita la propaganda sugli ammazzati "solo perché italiani". I motivi erano ben altri. Il "feeling" non era antitaliano, ma antifascista.
    Quanto alla soppressione del CLN di Trieste da parte dei "titini", spesso citata come esempio di politica fratricida tra nemici del fascismo, Cernigoi spiega in modo chiaro che - a causa della repressione tedesca - in città si susseguirono ben tre CLN, molto diversi l'uno dall'altro, l'ultimo dei quali composto da loschi figuri di destra, anche ex-X Mas. Col paravento dell'antifascismo, costoro cercavano addirittura alleanze con residui del regime fascista in funzione nazionalista e anti-slava, inoltre preparavano - e in alcuni casi eseguirono - attentati e azioni armate contro i partigiani di Tito. Risulta abbastanza normale che questi ultimi abbiano deciso di arrestarli, portarli a Lubiana e colà processarli.

    Per quanto riguarda i finti "infoibati", è particolarmente buffo (si fa per dire) il caso di Remigio Rebez, "il boia di Palmanova", tenente della X Mas e feroce torturatore. Condannato a morte dopo la Liberazione, gode dell'amnistia di Togliatti (o meglio, della sua interpretazione estensiva da parte dei magistrati) e si trasferisce a Napoli, dove muore addirittura nel 1996. La stampa triestina dà notizia del suo decesso, gli dedica distici elegiaci, ma si guarda bene dal dire ai lettori che il suo nome figura sulle liste degli "infoibati" fornite da vari storici di destra come Papo, Pirina etc.

    Un altro esempio di chi e cosa si possa trovare in quegli elenchi: viene presentato come "vittima degli slavi" tale Eugenio Serbo, "capitano 57° Rgt. Art. Div., rimpatriato dalla Germania fu catturato dagli Slavi e deportato nei pressi di Lubiana; risulta deceduto il 14/12/44 a Leitmeritz".
    Lapidaria, Cernigoi: "Leitmeritz è però il nome tedesco di Litomerice, cittadina che si trova nell'attuale Repubblica Ceca nei pressi di Terezin, praticamente a metà strada tra Praga e Dresda. Ci pare difficile che i non meglio identificato 'Slavi' nominati da Papo siano riusciti a deportare il capitano Serbo a Lubiana e farlo morire nel 1944 in un lager tedesco".

    Anche soffiando e gonfiando e gonfiandosi, come la rana che vuol competere col bue, i "foibologi" non sono mai riusciti a presentare elenchi plausibili. L'ammontare complessivo delle "vittime" non superebbe le 500 persone tra Venezia Giulia e Litorale Adriatico. Il resto ("decine di migliaia di vittime" etc.) è fantasy, non c'è nessun riscontro documentale. L'anno scorso il ministro Gasparri parlò addirittura di "milioni di infoibati", ma la verità è che siamo ben lontani da quel "genocidio per mano rossa" cercato disperamente dalla destra per contrapporlo alla Shoah e poter ricorrere al "benaltrismo" ogni volta che si parla di leggi razziali, Salò, stragi etc.
    Cernigoi non nega che vi siano state vendette personali ma, ricostruendo il contesto e riportando alla luce materiali d'archivio, dimostra che si trattò di azioni individuali e sporadiche, non certo di una politica di sterminio o "pulizia etnica" da parte dei partigiani jugoslavi.

    Altre truffe sono i resoconti degli scavi avvenuti nel dopoguerra, a opera di società speleologiche che stavano alla destra fascista come il negozio di fiori sta al Gruppo TNT. Più ci si allontana nel tempo, più si moltiplicano i morti trovati nella data foiba. Se, putacaso, nel '46 erano otto, si può star sicuri che oggi si dice che erano ottanta, e così via. La stessa foiba di Basovizza, divenuta monumento nazionale e frequente location di picchetti e commemorazioni, è più un oggetto di propaganda che di seri studi storici. Non è stato dimostrato in alcun modo che in fondo a quella cavità carsica sia finito "un numero rilevante di vittime, civili e militari, in maggioranza italiani, uccisi ed ivi fatti precipitare". Alla sola Basovizza, Cernigoi dedica un capitolo che pare la messa in scena di una lunga, macabra pochade.

    La "tragedia delle foibe" è una truffa ideologica, e la cosa peggiore è che studiosi come Cernigoi e Sandi Volk (autore di un altro saggio importante e recensituro, Esuli a Trieste. Bonifica nazionale e rafforzamento dell'italianità sul confine orientale, Kappa Vu, 2005) sono praticamente i soli a confutarla con gli strumenti della storiografia. La propaganda di destra viene accettata a cresta bassa anche a "sinistra", Bertinotti compreso. Tutt'al più si tratteggia vagamente il contesto, si fanno dei distinguo, gli eredi del PCI se ne chiamano fuori dicendo "Noi coi titini non c'entriamo niente" etc.

    Invece andrebbe smantellato tutto, ma proprio tutto, e senza alcun indugio.

    Il libro si può acquistare on line, sul sito della casa editrice, http://www.kappavu.it

    Tratto da: www.wumingfoundation.it
    http://www.fgci.it/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=56




    SULLA ALLEANZA REVANSCISTA-REVISIONISTA
    TRA "ESULI" ITALIANI ED "ESULI" GERMANOFONI
    vedi alla nostra pagina dedicata




    Intervista a cura del Prof. Angelo Floramo, apparsa nel febbraio 2005 sul settimanale friulano "Il Nuovo Friuli Venezia Giulia"

    Il 10 febbraio si è celebrato il giorno del ricordo. No, non quello della memoria (anche se i due lemmi potrebbero sembrare, ai più sprovveduti tra i lettori, comuni sinonimi); quello c'era già. Ma è una memoria che appartiene agli altri. Tutti gli altri: gli ebrei, gli zingari, gli omosessuali, i comunisti, i preti rossi, i partigiani... Un giorno che ogni 27 gennaio ritorna con il suo corredo dejavu di filo spinato, stivali, vagoni  piombati, divise a strisce e numeri tatuati sul braccio. Suggestioni belle e pronte, già divenute immaginario collettivo, tanto da agevolare migliaia di chilometri di pellicole, documentari, drammi con effetti speciali alla Steven Spielberg. Senza contare poi che quella giornata la si celebra in virtù dell'Armata Rossa, che come tutti ben sanno fu il braccio militare dell'Impero del Male. Furono i ragazzi del generale Zukov infatti ad  aprire i cancelli dei campi.
    No. Si sentiva proprio il bisogno di qualcosa di diverso, di "italiano". Di esclusivamente italiano, di "nostro", insomma, qualcosa da contrapporre alla memoria degli altri. In fondo Auschwitz non è un monumento che ci appartiene. Non del tutto, almeno. Come non ci appartiene San Saba, quel bubbone così politicamente scorretto che deturpa nel cuore della Trieste riguadagnata all'Italia il mito degli "italiani brava gente". Meglio dunque seguire il consiglio del poeta Carolus Cernigoy, che rivolgendo il pensiero proprio alla Risera chiedeva ironico ai triestini: "Su femo i bravi. / In fondo xe un brusar / ebrei e sciavi." Gli altri, appunto. Coloro che ben prima delle leggi razziali varate nel 1938 si videro negare i diritti più elementari di uomini e cittadini. Chissà se pensieri simili a questi hanno mosso il ministro Maurizio Gasparri quando ha patrocinato, voluto, richiesto l'istituzione di una "giornata del  ricordo", ispirato dalla "ferma volontà" di un deputato di Alleanza Nazionale,  l'italianissimo e triestinissimo Roberto Menia, "un autentico patriota che ha voluto con forza questo gesto di riparazione che il Parlamento ha condiviso e che finalmente ricolloca nella memoria collettiva pagine di storia a lungo rimosse", come lo stesso onorevole ha recentemente sottolineato sulle colonne del "Secolo d'Italia". Il ricordo delle foibe, dell'esodo di migliaia di istriani, fiumani e dalmati ha perfettamente soddisfatto alla bisogna. Era già pronto. Quale altra pagina di storia avrebbe mai potuto coniugare meglio tante ossessioni così care alla Destra come il comunismo, l'orda slava, l'amor di Patria che si spinge fino all'eroico martirio, il sacrificio dell'italianità e la subliminale (?) convinzione che in  fondo in fondo il Fascismo ha pur sempre rappresentato (pur con i suoi errori e le sue manchevolezze) la luce dell'italica virtù contro la barbarie dello straniero, e dello straniero slavo e comunista in particolare ! Lo  sosteneva anche l'irredentista Ruggero Timeus Fauro, in anni non sospetti (tra il  1911 e il 1915), spiegando che "la lotta nazionale è una fatalità che non può avere il suo compimento se non nella sparizione completa di una delle due razze che si combattono.Se una volta avremo la fortuna che il governo  sia quello della patria italiana, faremo presto a sbarazzarci di tutti  questi bifolchi sloveni e croati"! E la fortuna l'hanno avuta. Esercitandola per più di vent'anni. Comunque ora l'occasione è finalmente arrivata. Anche noi italiani abbiamo la nostra giornata del ricordo, guadagnandoci  finalmente il posto tra le vittime degli eccidi. Peccato che sia un ricordo senza memoria. Se di ricordo si deve parlare infatti, perché non ricodare tutto, fino in fondo, senza paura? Davanti ai "martiri delle foibe", in cui la follia nazionalista fece cadere molti innocenti, si rievochi anche l'incendio del Narodni Dom di Trieste, nel 1920, o la strage di Strunjan-Strugnano, del 1921, quando i fascisti, tra Isola e Pirano, spararono da un treno in corsa su di un gruppo di bambini intenti a giocare, uccidendone due, ferendone gravemente altri cinque. Si ricordi l'allontanamento forzato dagli uffici pubblici di tutti i dipendenti di etnia slovena e croata in virtù delle leggi speciali per la difesa dello Stato, varate nel 1926. Non si dimentichino le umiliazioni subite da coloro che dovettero cambiare nome, che non poterono più parlare la loro lingua, che videro violentata  l'identita dei loro paesi, in nome dello svettante tricolore. Ricordiamo anche le deportazioni di massa di civili nei campi fascisti di Rab-Arbe in Dalmazia o di Gonars, nella pianura friulana. Furono in tanti a non tornare più a casa. Sull'orlo delle foibe dovremmo avere il coraggio di chiamare per nome, uno ad uno, tutti gli 11606 internati croati e sloveni, tra cui moltissime  donne e bambini, morti nei lager italiani tra il 1941 e il 1943. La verità, tutta la verità, soltanto la verità potrà onorare la Storia. Ma forse il problema è un altro, e ben lontana dalla verità è la motivazione che sta alla  base di questa "giornata". Perché in fondo tutti questi non sono i "nostri"  morti. Sono i morti degli "altri" e la loro memoria non ci appartiene. Il 10 febbraio, da ieri, è un'esclusiva squisitamente italiana. Parola di Gasparri. E con parere quasi unanime di tutto il Parlamento italiano.
    A chi dunque il ricordo ? A noi !
    (Angelo Floramo)

    Intervista a Claudia Cernigoi, autrice del libro: Operazione foibe: tra storia e mito

    Claudia Cernigoi è nata a Trieste nel 1959. Giornalista pubblicista dal 1981, ha collaborato alle prime radio libere triestine e oggi dirige il periodico "la Nuova Alabarda" Ha iniziato ad occuparsi di storia della seconda guerra mondiale nel 1996, e nel 1997 ha pubblicato per la Kappa Vu il suo primo studio sulle foibe, Operazione foibe a Trieste. In seguito ha curato una serie di dossier (pubblicati come supplemento alla "Nuova Alabarda") su argomenti storici riguardanti la seconda guerra mondiale e sulla strategia della tensione. Nel 2002, assieme al veneziano Mario Coglitore, ha pubblicato La memoria tradita, sull'evoluzione del
    fascismo nel dopoguerra (ed. Zeroincondotta di Milano). Esce proprio in questi  giorni "Operazione Foibe. Tra storia e mito", edito dalla Kappa Vu  dell'editrice Alessandra Kersevan. La monografia, ricchissima di documentazione, è stata presentata a Trieste lo scorso 7 febbraio.

    La memoria lottizzata. In epoca di revisionismi, riletture, decontestualizzazioni, sembra proprio che il dibattito gridato diventi l'unica possibilità di intervento. Ma chi di storia si occupa lascia che siano i documenti a parlare, tacitando gli umori e gli isterismi di ogni colore. "Operazione Foibe", con i suoi ricchi apparati documentari, si prefigge questo scopo. E'una ricerca che l'ha impegnata per oltre sette anni, sette anni di meticolose indagini seguite a una prima edizione, già di per sé estremamente ricca e stimolante. Qual è stata la motivazione che l'ha spinta (ogni storico ne ha una!) e cosa ne è emerso ?

    Chi non vive a Trieste non può conoscere il clima che si respira in questa città che il poeta (triestino) Umberto Saba definì "la più fascista d'Italia". Quindi devo spiegare che da noi le campagne stampa o campagne politiche sulla "questione foibe" sono più o meno cicliche. Tanto per fare un paio di esempi: una campagna si sviluppò a metà anni Settanta, per fare da contraltare all'istruttoria e poi al processo in corso per i crimini della Risiera di San Saba. In altri periodi per contrastare le mobilitazioni per la legge di tutela degli Sloveni in Italia. Otto anni fa, quando per la prima volta ho iniziato ad occuparmi seriamente di "foibe", era il momento in cui era iniziata una nuova campagna, questa volta in parte come "risposta" di destra al processo Priebke ed in parte, a mio parere,  perché dopo lo sfascio della Jugoslavia c'era chi aveva interesse in Italia a destabilizzare ulteriormente Slovenia e Croazia che non vivevano una situazione proprio tranquilla, a scopo neoirredentista. Il fatto nuovo, all'epoca, fu che da polemiche politiche si era passati ad un più alto livello di scontro, se mi si passa l'espressione: cioè era iniziata un'inchiesta giudiziaria per i cosiddetti "crimini delle foibe", e questa inchiesta stava coinvolgendo ex partigiani che avevano ormai raggiunto una certa età, ed a questo punto decisi che era il caso di fissare dei paletti in merito ai presunti "crimini delle foibe", dato che non mi sembrava giusto che quelli che all'epoca, non conoscendoli, mi venne da definire "poveri vecchietti" (e voglio subito dire che i "poveri vecchietti" che ho conosciuto in  seguito a queste mie ricerche erano tutti anziani sì, logicamente, ma pieni di energie e di voglia di fare) dovessero venire messi sotto giudizio sulla base di inesistenti prove storiografiche, come i libri di Marco Pirina e di  Luigi Papo. Così presi in mano sia i libri di Pirina, sia gli studi sugli "scomparsi da Trieste per mano titina" (sia chiaro che certe terminologie non mi appartengono, ma le riporto perché questa, purtroppo, è la vulgata vigente), per cercare di capire l'entità reale del fenomeno "foibe". In base a questo è nato il primo "Operazione foibe", che aveva come scopo essenzialmente spiegare che gli "infoibati" non erano migliaia, né molte centinaia, nonostante quello che si diceva da cinquant'anni. Per  esempio, da Trieste nel periodo di amministrazione jugoslava (maggio 1945), scomparvero perché arrestati dalle autorità, o perché morti nei campi di internamento per militari, o ancora per vendette personali, circa 500 persone, e non le 1458 indicate da Pirina, che aveva inserito tra gli "infoibati" anche persone ancora viventi oppure partigiani uccisi dai nazifascisti.

    "Tra storia e mito". E' il significativo sottotitolo del suo libro. A sessant'anni di distanza sembra ancora molto difficile separare le due cose, o perlomeno impedire che si influenzino a vicenda. E' facile per chiunque voglia stravolgere i fatti vestire la storia con i panni del mito. Il recente dibattito stimolato dal discusso film in uscita per Rai Fiction: "Il cuore nel pozzo", ne è la più evidente dimostrazione. E proprio questa incerta lettura intorbida la memoria e agevola ogni possibile strumentalizzazione politica. Accade ancora per Porzus, accade per le foibe e per molte altre tragedie del Novecento. Perché ? E' forse colpa della controversa realtà di confine? O qui da noi la storia indugia, stenta a passare... e quindi diventa facile occasione di attualizzazione,
    veicolandola nei labirinti del dibattito politico?

    Sulla questione delle foibe non è mai stata fatta veramente ricerca storica. Altrimenti, come prima cosa, non si parlerebbe di una "questione foibe", perché le persone che veramente sono morte per essere state gettate  nelle foibe istriane o carsiche sono pochissime, rispetto non solo alle migliaia di morti (sempre per parlare del territorio della cosiddetta "Venezia  Giulia", cioè le vecchie province di Trieste, Gorizia, l'Istria e Fiume) di quella enorme carneficina che fu la seconda guerra mondiale, ma degli stessi morti per mano partigiana. Voglio ricordare che la maggioranza di questi fatti si riferiscono a cose accadute in periodo di guerra: ad esempio i circa 400 "infoibati" che furono uccisi nell'Istria del dopo armistizio (settembre '43), non possono che essere inseriti in un contesto di guerra.
    Però è da rilevare che mentre tutti (storici e mass media, oltre a politicanti e propagandisti) si sconvolgono all'idea di questi 400 morti, non battono ciglio di fronte alla notizia storicamente dimostrata che il ripristinato "ordine nazifascista" in Istria nell'ottobre '43 causò  migliaia di morti, deportati nei lager, paesi bruciati e rasi al suolo e violenze di ogni tipo. È come se ci fossero, secondo certa storiografia, istriani di serie A e istriani di serie B, cioè rispettivamente quelli di etnia italiana, la cui morte deve destare orrore e scandalo, mentre per gli altri, quelli di etnia croata o slovena, sembra essere stata una cosa "normale" che siano stati colpiti dalla repressione nazifascista.

    Al contrario uno dei pregi della sua ricerca è proprio la "contestualizzazione dei fatti", dalla quale è impensabile prescindere per tentare almeno di capire il fenomeno nella sua complessità. Come vanno contestualizzate le foibe? Qual è la chiave per comprenderne i significati storici, sociali... forse anche antropologici?

    Ho già accennato al fatto che le foibe sono diventate appunto un  "mito", in quanto il fenomeno in realtà è un "non fenomeno" che è diventato tale a suon di propaganda. Che questa propaganda sia stata sviluppata esclusivamente su fatti concernenti il confine orientale (ricordiamo che in Francia, dopo la liberazione, ci furono delle vendette contro gli italiani, già occupatori, che erano stati fatti prigionieri, però nessuno in Italia ha mai detto niente su questi episodi) ha secondo me diversi significati. Il primo è  che i vari governi italiani succedutisi negli anni (dalle guerre di indipendenza del Risorgimento, per intenderci) hanno sempre tentato l'espansione ad  est, quindi il fatto di avere perso, dopo la fine della guerra, un bel pezzo di territorio orientale ha significato una grossa frustrazione per i nazionalisti. Inoltre ha pesato il fatto che qui i vincitori erano non un esercito considerato regolare e di una potenza come potevano essere Gran Bretagna o Stati Uniti, ma si trattava di un esercito popolare, partigiano, comunista, e composto da popoli "slavi", considerati "inferiori" dal nazionalfascismo italiano. Quindi nella frustrazione per la perdita della guerra vanno qui inserite anche le componenti anticomuniste ed antislave.
    Grave mi è sembrato però leggere l'Unità (non il Secolo d'Italia o Libero!) che (cito) parla di "odio degli slavi verso gli italiani", generalizzando un concetto inesistente con connotazioni oserei dire razziste. Come si può attaccare la destra xenofoba quando se la prende con gli immigrati e poi esprimersi in questi termini?
    Quanto alla "contestualizzazione", vorrei dire che è impossibile fare un'analisi unica di un fenomeno che non è un fenomeno. Parliamo degli scomparsi da Trieste? Un centinaio di essi sono stati condotti a Lubiana e probabilmente fucilati dopo essere stati processati come criminali di guerra; centocinquanta o duecento sono forse i morti nei campi di internamento per militari; una cinquantina le vittime recuperate da varie foibe e per le quali si ricostruì che erano state uccise in regolamenti di conti e vendette. Però diciotto di questi "infoibati" erano stati uccisi da un gruppo di criminali comuni che si erano infiltrati tra i partigiani. Come si può contestualizzare una simile varietà di cause di morte? Ecco perché secondo me non si può parlare di "fenomeno" foibe. Quanto ad un'altra vulgata che va attualmente per la maggiore, cioè che si trattò di repressione politica contro chi poteva creare dei problemi  all'instaurazione di un nuovo stato comunista, secondo il mio parere se fosse stato  questo il motivo delle eliminazioni, non sarebbero state uccise così poche persone.
    Forse posso sembrare cinica mentre lo dico, voglio chiarire che la mia è solo un'analisi storico-politica, non intendo mancare di rispetto a nessuno. Ma teniamo presente che a Trieste gli squadristi della prima ora,  quelli che avevano la qualifica di "sciarpa littoria" e veterani della marcia su Roma erano più di 400; 600 membri contava l'Ispettorato speciale di PS (una struttura antiguerriglia che lavorava come squadrone della morte in funzione repressiva antipartigiana), e non contiamo poi le Brigate Nere, la Polizia non politica, la Milizia territoriale. i funzionari del Fascio che rimasero al proprio posto. Se si fosse voluto fare un "repulisti" politico, gli uccisi sarebbero stati dieci volte tanto, ritengo.

    "Su questa tragedia c'è stato un colpevole silenzio della sinistra che dev'essere rimosso". Sono le parole dell'onorevole WalterVeltroni, sindaco di Roma, pronunciate durante la sua recente visita alla foiba di  Basovizza. Come le interpreta ? Tenendo anche conto del fatto che tale silenzio  (che non ha riguardato la solo sinistra, in verità) ha anche permesso alle destre di classificare ideologicamente tutti i partigiani sloveni e croati (e non solo loro) come infoibatori, permettendo anche di rimuovere dalle coscienze degli italiani il clima politico e culturale che per vent'anni il regime fascista ha imposto a quelle terre, perpetrando violenze fisiche e psicologiche di estrema gravità !

    Io sono dell'opinione che, ammesso e non concesso che di foibe non si sia mai parlato prima (cosa che non è vera, visto che di libri - non solo di propaganda disinformativi, ma anche seri come il primo studio di Roberto Spazzali, "Foibe un dibattito ancora aperto", uscito nel 1992 - ne sono usciti molti), questo fatto non può giustificare in alcun modo che  adesso se ne parli senza cognizione di causa, ma solo riprendendo le vecchie  notizie della propaganda nazifascista, senza un minimo di senso critico. Quanto  ai crimini commessi dall'Italia fascista, coloniale e imperialista, in Africa come nei Balcani, fino a Grecia ed Albania durante la guerra, su di essi sì è calato un pesante silenzio, una censura totale, al punto che il buon documentario di Michael Palumbo, "Fascist legacy" sui crimini di guerra italiani (e su come i criminali se la sono cavata senza problemi) è stato "infoibato" dalla RAI che non ha la minima intenzione di mandarlo in onda, dopo averlo acquisito. Però la RAI finanzia sceneggiati televisivi di disinformazione sulle foibe: questo dovrebbe essere un motivo di  scandalo, non tanto che Gasparri promuova il filmato che lui stesso ha ispirato un paio di anni fa.

    Restiamo in tema. Quando l'onorevole Veltroni ha deposto la rituale corona d'alloro anche ai piedi del monumento che ricorda la fucilazione di cinque sloveni fucilati per ordine del Tribunale Speciale Fascista, ha suscitato lo sdegno di Roberto Menia il quale ha affermato che "mentre non vi e' nulla da  dire per cio' che riguarda le tappe di Veltroni alla Foiba di Basovizza e  alla Risiera, anche se fatte con qualche decennio di ritardo, e' evidente che non possono essere eletti a martiri di una italianita' cattiva nel 1930, coloro che erano dei terroristi macchiatisi di reati di sangue e di omicidi. Questi non possono essere contrabbandati per martiri ed e' evidente che  Veltroni sbaglia ed e' sbagliata questa ricostruzione che e' la ricostruzione che vuol fare la sinistra". Una ulteriore dimostrazione di quanto abbiamo  detto fin'ora ?

    È un dato di fatto che i martiri di Basovizza siano stati fucilati dopo una sentenza di un Tribunale speciale di uno stato non democratico. Quindi prima di accettare acriticamente la sentenza di questo Tribunale che li definiva "terroristi", io quantomeno pretenderei, in democrazia, un nuovo processo, per determinare quali fossero effettivamente le loro responsabilità concrete. Ma a prescindere da questo, resta il fatto che la loro lotta era contro un regime dittatoriale che, spero, nessun democratico di oggi intende avallare come legittimo. Quindi che loro fossero o no "terroristi", secondo me non ha la minima importanza da un punto di vista storico. Erano degli antifascisti che lottavano contro la dittatura: tutto qui. In Germania nessuno avrebbe il coraggio di chiamare "terroristi" gli attivisti della Rosa bianca o Canaris che attentò, senza successo a Hitler. In altri tempi, il tirannicidio era cosa considerata corretta, in fin dei conti.

    Alessandra Kersevan, il suo editore, ha affermato di essere consapevole che i risultati della ricerca non basteranno a tacitare la propaganda antipartigiana che continua con toni sempre più violenti, anche da  parte di alcuni autori ritenuti fino a qualche tempo fa vicini alle tematiche della Resistenza. L'auspicio è tuttavia che serva acciocchè si affrontino tali tematiche con il dovuto rispetto storiografico, tenendo conto della documentazione presentata . E' in fondo questo il valore civile della Storia, non le pare?



    ...A mia volta vi segnalo un articolo trovato in rete (Osservatorio Balcani, moderati dell'Ulivo). A parte l'informazione sulla foiba di Basovizza (i documenti angloamericani testimoniano che non vi furono infoibati neppure i centinaia di cui parla Scotti, come si dimostra nel nuovo libro di Claudia Cernigoi), il resto è molto interessante... Alessandra Kersevan

    [ vai alla pagina originaria per leggere anche i commenti dei lettori: 
    http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/3884/1/51/ ]

    La memoria delle foibe in Istria: intervista a Giacomo Scotti

    10.02.2005    scrive Andrea Rossini
    Un clima di nazionalismo insopportabile sta inquinando i rapporti tra Italiani, Croati e Sloveni. Giacomo Scotti, giornalista e scrittore di Fiume/Rijeka, racconta il clima di questi giorni e nella propria analisi contestualizza i fatti storici per i quali oggi in Italia si celebra il giorno del ricordo. Pubblichiamo ampi stralci  dell’intervista realizzata in collaborazione con Radio Onda d’Urto

    Osservatorio sui Balcani: Cosa furono le foibe e quante furono le vittime delle violenze avvenute tra il ’43 e il ’47 a Trieste, in Istria e Dalmazia?

    Giacomo Scotti: Oggi il termine di infoibati viene esteso a tutti  quindi anche alle persone che furono catturate in combattimento negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale, per esempio i repubblichini della Repubblica di Salò che operavano in Istria al servizio della Gestapo e dei nazisti, o in generale i caduti italiani negli scontri con i partigiani nel territorio dell’ex Venezia Giulia, quindi Istria e Quarnero. Qualche centinaio di loro morì di stenti, o di malattie nei campi di prigionia nei dintorni di Ljubljana, e anche questi vengono messi tra gli infoibati. I veri infoibati che sono stati fucilati e i cui corpi sono stati gettati nelle foibe sono verosimilmente alcune centinaia. La storiografia dell’estrema destra parla tuttavia di parecchie migliaia.

    Osservatorio sui Balcani: In Italia si parla per l’appunto di una cifra che arriva in certi casi alle 10.000 persone e oltre. Questa cifra dunque secondo te non è corretta?

    Giacomo Scotti: Non secondo me ma secondo gli storici triestini che potremmo definire di centro, come Galliano Fogar, e perfino secondo alcuni esuli istriani, come per esempio l’ex sindaco di Trieste, che hanno scritto libri sull’argomento. Ci sono state due fasi. Dopo la capitolazione italiana dell’8 settembre 1943 in Istria c’è stata una sollevazione, un’insurrezione di contadini che hanno assalito i Municipi, hanno assalito anche le case dei fascisti, di coloro che facevano parte della milizia volontaria della sicurezza nazionale, degli agenti dell’OVRA (la polizia segreta fascista, ndr) ammazzandone parecchi nelle loro case, e alcuni gettandoli nelle foibe. L’insurrezione istriana durò dal settembre fino al 4 ottobre del ’43, quindi circa 30 giorni. Dopo sono arrivati i Tedeschi e hanno messo a ferro e fuoco l’Istria. Le vittime dell’insurrezione erano per la maggior parte gerarchi fascisti, ma ci sono andati di mezzo anche degli innocenti, ci sono state rese di conti fra gente che aveva dei conti da regolare. Tuttavia non si può parlare di odio antiitaliano, in un certo senso non si facevano distinzioni. Prima ancora che calassero le grosse divisioni tedesche in Istria, i comandi italiani di Pola, ad esempio, avevano consegnato ad un battaglione di Tedeschi di 350 uomini una guarnigione di 15.000 soldati. I Tedeschi avevano messo questa gente nei vagoni per deportarli in Germania. I partigiani slavi, i partigiani per modo di dire, questi insorti che avevano preso i fucili gettati via dalle truppe italiane oppure i propri fucili da caccia, hanno atteso questi convogli diretti in Germania nella stazione di Pisino, nel cuore
    dell’Istria, assalendo due treni e liberando circa 3.000 marinai italiani, cadetti. Migliaia e migliaia di soldati italiani, non solamente di stanza in Istria ma anche provenienti dalla Croazia, disarmati, dopo l’8 settembre, che attraversavano l’Istria interna per andare a Trieste, non quella costiera, popolata in gran parte da popolazione italiana, ma l’Istria interna popolata quasi esclusivamente da popolazioni slave, sono stati accolti e rifocillati da queste popolazioni, che li hanno protetti per non essere presi dai Tedeschi che nel frattempo, ad ottobre, erano calati in gran numero da Gorizia e dal Brennero. Ci sono anche documenti, anche per esempio dell’episcopato di Trieste, che attestano questa solidarietà, quindi è falso sostenere che tutte le vittime erano italiane e che dall’altra parte c’erano solo i barbari slavi.

    Osservatorio sui Balcani: Nel maggio ’45 i partigiani jugoslavi occuparono Trieste. Quei 40 giorni vengono considerati e raccontati come il culmine delle violenze antitaliane. Come va inquadrato quel periodo?

    Giacomo Scotti: In Istria la caccia al fascista avvenne in quei trenta giorni del settembre, e poi non si è ripetuta più. A Trieste invece è avvenuta la seconda fase, quella appunto dei 45 giorni. Qui ci sono stati effettivamente episodi di pulizia etnica perché la cosiddetta guardia popolare - di cui facevano parte tra l’altro moltissimi Italiani, triestini, goriziani e friulani – e che a Trieste dava la caccia ai gerarchi, ai fascisti, ha colpito anche molti antifascisti la cui colpa era quella di battersi perché Trieste restasse italiana. Da una parte c’era l’idea di molti combattenti di costruire il socialismo fino all’Isonzo, però c’era anche molto nazionalismo da parte delle
    truppe di Tito arrivate a Trieste, che erano per la gran parte truppe della Quarta Armata, Dalmati. Erano circa 12.000 partigiani, anche se non si poteva più parlare di partigiani perché l’esercito cosiddetto partigiano era un esercito dei più potenti, che aveva ormai 800.000 uomini ben armati. Inoltre c’erano alcuni reparti del Nono Corpus sloveno, quindi uomini che avevano direttamente subito angherie dal fascismo. Non dimentichiamo che il fascismo oltre ad essersi annessi circa 600.000 Croati e Sloveni dopo la prima guerra mondiale, nella seconda guerra mondiale aveva occupato e si era annesso una parte della Slovenia, creando la provincia di Ljubljana, territori dove non c’era un solo Italiano. Anche una parte della Dalmazia era stata annessa dopo il 6 aprile ’41 all’Italia, era stata occupata e migliaia e migliaia di Dalmati Croati sono finiti nei ben 109 campi di concentramento in Italia. Quindi c’era rabbia, c’è stata anche vendetta, un revanscismo da parte di questi soldati e sono stati commessi crimini. Ho trovato un documento in questo senso, un telegramma di Tito inviato al comandante jugoslavo della piazzaforte di Trieste che viene rimproverato aspramente per non aver saputo controllare e moderare questo regime di occupazione, togliendogli addirittura il comando. Quanti siano stati i
    cosiddetti infoibati in questa fase non saprei dirlo non avendo studiato il problema direttamente, io mi sono occupato nei miei libri della storia istriana, però stando a storici triestini come Galliano Fogar che era un azionista, oppure Raoul Pupo, oggi professore universitario, si tratta anche là di alcune centinaia di persone finite nella foiba di Basovizza, che ora è diventata monumento nazionale italiano. Di fronte a queste vittime bisogna certamente inchinarsi. Però bisogna anche dire che quelli che parlano di 10.000 o 20.000 infoibati infangano le vere vittime perché con le menzogne finisce che la verità viene coperta e anche chi dice il vero non viene creduto.

    Osservatorio sui Balcani: Dopo queste violenze ci fu l’esodo da Istria e Dalmazia. In questo caso si parla di 350.000 Italiani che sarebbero partiti dopo il ’45. Si tratta di cifre attendibili?

    Giacomo Scotti: L’esodo complessivo dall’Istria e dalla Dalmazia e da tutte le terre che sono state date alla Jugoslavia in virtù del trattato di pace del ’47 e della sconfitta purtroppo dell’Italia, dopo l’avventura nella quale l’aveva precipitata il fascismo, è stato di 240.000 persone. Negli ultimi dieci anni alcuni storici seri hanno studiato questa questione, dopo il crollo del comunismo, tra di loro addirittura uno storico anticomunista, Zeljavic. Sono andati negli archivi, hanno preso i registri dello stato civile che ogni comune
    nelle cosiddette province italiane dell’Istria e della Dalmazia aveva, facendo ricerca. La Dalmazia in definitiva era Zara, una città di 20.000 abitanti sotto l’Italia, una piccola enclave. C’erano poi la provincia di Fiume, che aveva tre comuni, con circa 50.000 abitanti, e la provincia di Pola, che ne aveva 300 e poco più. Se veramente fossero 350.000 gli esiliati, sarebbero il 90% della popolazione che viveva in quelle zone, compresi i Croati, e invece secondo il censimento fatto dieci anni dopo la fine della guerra c’erano ancora 180.000 Croati presenti e oggi, a 60 anni dalla fine della guerra, ci sono ancora 35.000 Italiani. Questi storici hanno preso in mano i registri dello stato civile e i registri delle Questure, che sotto l’Italia erano precisissimi segnalando addirittura chi era ebreo, chi era ariano, chi non ariano, chi era antifascista ecc. Sono dati italiani, dello Stato italiano che in base al trattato di pace l’Italia ha dovuto restituire alla Jugoslavia come preda di guerra. Nell’esodo inoltre sono scappate moltissime persone che non erano italiane, 20.000 Croati soltanto dall’Istria, perché non volevano il comunismo, non volevano restare sotto Tito. Molti Istriani poi, ad esempio, che lavoravano come ferrovieri a Trieste e in Italia e non volevano perdere il posto di lavoro, se ne sono andati. Ci sono molti motivi diversi, ma alla fine sono partite 240.000 persone. Tra queste c’erano, veniamo alle cifre, 44.000 funzionari che erano venuti dall’Italia negli ultimi 18 anni di presenza italiana in Istria, maestri elementari, insegnanti, questurini, carabinieri, finanza ecc. che si iscrivevano nelle liste della cittadinanza ma non erano autoctoni istriani o dalmati o fiumani. Non li voglio certamente togliere, ma questi erano 44.000. C’erano poi 20.000 Croati. Quindi quando si parla di Italiani bisogna fare attenzione. Parliamo degli Istriani, di qualsiasi nazionalità, non erano soltanto Italiani i profughi.

    Osservatorio sui Balcani: Tu hai seguito un percorso contrario a quello di cui stiamo parlando, recandoti a vivere in Jugoslavia dopo la seconda guerra mondiale. Negli anni recenti per l’impegno pacifista che hai intrapreso nel corso delle guerre in ex Jugoslavia degli anni ’90 e anche in ragione della tua nazionalità italiana hai trascorso anni difficili... Come ti appresti a vivere questa giornata che in Italia è stata ufficialmente definita del ricordo, il 10 febbraio?

    Giacomo Scotti: Io e molti altri, quasi tutti gli Italiani qui, stiamo vivendo questi giorni con molto disagio, ci sentiamo veramente avviliti. Le destre, ovunque, i nazionalismi, ad esempio il nazionalismo dei dieci anni di Tudjman, durante il quale hanno cercato addirittura di chiuderci le scuole italiane, ci hanno perseguitato, ed ora questo nazionalismo da parte italiana, che è un’euforia insopportabile, con questi film che dicono menzogne, queste cifre che dicono menzogne, queste parate, ci avviliscono... Questi nostri vicini, amici con i quali viviamo qui nell’Istria, a Fiume, questi Croati, ci dicono: “Noi che abbiamo subìto un’aggressione durante la guerra, abbiamo subìto 360.000 morti dall’occupazione italiana, abbiamo subìto i campi di concentramento italiani... Invece di chiederci perdono ci attaccate ormai continuamente...” Come può fare un Italiano che vive qua a guardare in faccia questa gente? Con la quale ogni giorno vive? Dopo la morte di Tudjman di nuovo si era creato un clima di tolleranza, un clima di convivenza pacifica… Invece di dare agli esuli che hanno sofferto quella soddisfazione di essere ricordati al di sopra degli odi, al di sopra dei rancori, ora in Italia si sfrutta questa giornata per fare una campagna tremenda... Mi basta vedere la televisione, leggere
    i giornali – qui arriva il Piccolo di Trieste – per esempio il Piccolo ieri diceva che alla sala Tripcovich di Trieste è stato presentato questo film sulle foibe...

    Osservatorio sui Balcani: La fiction di Rai Uno, Il cuore nel pozzo?

    Giacomo Scotti: Sì. Tutta la platea era formata soltanto da aderenti al Fronte della Gioventù, della Fiamma Tricolore, e di Alleanza Nazionale. Voi sapete benissimo che a Trieste Alleanza Nazionale non è quella di Fini, si vantano di essere i picchiatori di Via Paduina, insomma sono rimasti sempre i soliti. Ebbene a un certo punto un soldato, un repubblichino prende la pistola e ammazza due persone, due partigiani, li ammazza dicendo che con questo vuole evitare che la sua fidanzata venga uccisa da loro. Ebbene è scoppiato un applauso, di fronte alla morte di questi due partigiani, di questi due slavi, è scoppiato un applauso irrefrenabile. Quando uno Sloveno, esponente della minoranza slovena di Trieste, ha cercato di entrare nella sala per protestare, lo hanno preso per il collo gridando alla polizia italiana: “Buttate fuori questa gentaglia.” Ecco questo è il clima che si è creato a Trieste e già da molti giorni... Il giorno della memoria viene celebrato il 10 febbraio, non ci siamo ancora ma è già un’ubriacatura di odio, di revanscismo, dove vogliamo arrivare con queste cose? La stampa di qui riporta queste cose. Oggi per esempio (5 febbraio, ndr) il Novi List di Fiume, che è il giornale a più grande tiratura in Croazia, titola: “Tutti gli italiani vittime, solo noi Croati e Sloveni siamo stati i carnefici.”

    Osservatorio sui Balcani: Nelle settimane scorse, in Croazia, c’è stato un attentato dinamitardo al monumento di Tito, nella nativa Kumrovec. Allo stesso tempo sono stati eretti [poi rimossi] monumenti ad esponenti ustascia del cosiddetto Stato Indipendente di Croazia di Ante Pavelic, Budak e Francetic. Nella Croazia del 2005 sono ancora forti i movimenti e le tendenze di estrema destra?

    Giacomo Scotti: La risposta te la posso dare citando i risultati delle recentissime elezioni presidenziali. A destra della candidata dell’HDZ si è schierato uno che ai tempi di Tudjman era tra i massimi esponenti dell’HDZ, un erzegovese, Ivic Pasalic, presentandosi come capo del Blocco Croato, che ha raccolto tutte le sedici associazioni degli ex combattenti della cosiddetta Guerra Patriottica, gli ustascia, insomma la crema della destra in camicia nera. Ha ottenuto solo lo 0.5% dei voti. Questa è la destra ustascia neofascista oggi in Croazia. Però è una destra che ha ancora appoggi nei servizi segreti del governo, l’HDZ non ha fatto pulizia nei suoi ranghi, ancora la polizia segreta tudjmaniana tira le fila nel sottosuolo. Tutti sanno dove si trova Gotovina [il generale ricercato dal Tribunale dell’Aja, ndr], ma nessuno lo va a prendere, la Croazia è diventata ostaggio di un cosiddetto eroe che sta facendo soffrire le pene dell’inferno alla Croazia che non può entrare in Europa finchè lui è latitante. Ma tutti questi alla fine raccolgono solo lo 0,5% dei voti, quindi la Croazia non è fascista, i fascisti sono pochi, però sono terroristi, mettono le bombe sotto i monumenti, provocano, sono una piccola minoranza di terroristi.



    Reality Foibe. Così iniziò la stagione di sangue

    Le stragi istriane vanno inserite nel contesto storico della guerra fascista e nazista alle popolazioni slave. [....]

    GIACOMO SCOTTI
    Da "Il Manifesto" di Venerdì, 04 Febbraio 2005
    (ripreso da: http://www.contropiano.org/ )

    Le stragi istriane vanno inserite nel contesto storico della guerra fascista e nazista alle popolazioni slave. Contro ogni strumentalizzazione, ma anche contro ogni rimozione
    «Si ammazza troppo poco», e «Non dente per dente, ma testa per dente», raccomandavano nel 1942 i generali italiani Marco Robotti e Mario Roatta. Furono 200.000 i civili «ribelli» falciati dai plotoni di esecuzione italiani in Slovenia, «Provincia del Carnaro», Dalmazia, Bocche di Cattaro e Montenegro

    Per una giusta comprensione del fenomeno delle foibe istriane - ma
    comprensione non significa affatto giustificazione di quei crimini - è
    assolutamente necessario inserire la questione nel contesto storico in
    cui si verificò e nel quadro più ampio del periodo tra la fine della
    prima e lo svolgimento della seconda guerra mondiale. Un periodo che fu
    particolarmente tragico per una larga parte della popolazione istriana
    venutasi a trovare inserita nel territorio di frontiera di un'Italia
    asservita al regime fascista e perciò negata a governare con giustizia
    territori plurietnici, plurilingui e multiculturali, spinta a
    realizzare un preciso programma di oppressione e snazionalizzazione dei
    sudditi cosiddetti allogeni e alloglotti. Ancor prima della firma del
    Trattato di Rapallo del 1920 che assegnò definitivamente l'Istria
    all'Italia, quando la regione era soggetta al regime di occupazione
    militare, la popolazione dell'Istria si trovò di fronte allo squadrismo
    in camicia nera, importato da Trieste, che si manifestò con particolare
    aggressività e ferocia. Gli stessi storici fascisti, tra i quali
    l'istriano G.A. Chiurco, vantandosi delle gesta degli squadristi e
    glorificandole nelle loro opere, hanno abbondantemente documentato i
    misfatti compiuti - dagli assassinii di antifascisti italiani quali
    Pietro Benussi a Dignano, Antonio Ive a Rovigno, Francesco Papo a Buie,
    Luigi Scalier a Pola ed altri - alla distruzione delle Camere del
    lavoro ed all'incendio delle Case del popolo, alle sanguinose
    spedizioni nei villaggi croati e sloveni della penisola, ecc. Questi
    misfatti continuarono sotto altra forma dopo la creazione del regime:
    furono distrutti e/o aboliti tutti gli enti e sodalizi culturali,
    sociali e sportivi della popolazione slovena e croata; sparì ogni segno
    esteriore della presenza dei croati e sloveni, vennero abolite le loro
    scuole di ogni grado, cessarono di uscire i loro giornali, i libri
    scritti nelle loro lingue furono considerati materiale sovversivo; con
    un decreto del 1927 furono forzosamente italianizzati i cognomi di
    famiglia; migliaia di persone finirono al confino. Nelle chiese le
    messe poterono essere celebrate soltanto in italiano, le lingue croata
    e slovena dovettero sparire perfino dalle lapidi sepolcrali, furono
    cacciate dai tribunali e dagli altri uffici, bandite dalla vita
    quotidiana. Alcune centinaia di democratici italiani, socialisti,
    comunisti e cattolici che lottarono per la difesa dei più elementari
    diritti delle minoranze subirono attentati, arresti, processi e lunghi
    anni di carcere inflitti dal Tribunale speciale per la difesa dello
    Stato.

    La sostituzione delle popolazioni allogene

    Mi è capitato per le mani un opuscolo del ministro dei Lavori Pubblici
    dell'era fascista Giuseppe Cobolli Gigli. Figlio del maestro elementare
    sloveno Nikolaus Combol, classe 1863, italianizzò spontaneamente il
    cognome nel 1928 anche perchè sin dal 1919 si era dato uno pseudonimo
    patriottico, Giulio Italico. Divenuto poi un gerarca, prese un secondo
    cognome, Gigli, dandosi un tocco di nobiltà. Questo signore, fu autore
    di opuscoletti altamente razzisti, fra i quali Il fascismo e gli
    allogeni, (da «Gerarchia», settembre 1927) in cui sosteneva la
    necessità della pulizia etnica, attraverso la sostituzione delle
    popolazioni «allogene» autoctone con coloni italiani provenienti da
    altre provincie del Regno. Tra l'altro volle tramandare ai posteri una
    canzoncina in voga fra gli squadristi di Pisino. Il paese sorge sul
    bordo di una voragine che - scrisse il Cobol-Cobolli - «la musa
    istriana ha chiamato Foiba, degno posto di sepoltura per chi, nella
    provincia, minaccia con audaci pretese, le caratteristiche nazionali
    dell'Istria». Quindi chi, fra i croati, aveva la pretesa, per esempio,
    di parlare nella lingua materna, correva il pericolo di trovar
    sepoltura nella Foiba. La canzoncina di Sua Eccelenza (testo dialettale
    e traduzione italiana a fronte) diceva:

    A Pola xe l'Arena/ la Foiba xe a Pisin:/ che i buta zo in quel fondo/
    chi ga certo morbin.

    (A Pola c'è l'Arena,/ a Pisino c'è la Foiba:/ in quell'abisso vien
    gettato/ chi ha certi pruriti).

    Dal che si vede che il brevetto degli infoibamenti spetta ai fascisti e
    risale agli inizi degli anni Venti del XX secolo. Putroppo essi non
    rimasero allo stato di progetto e di canzoncine. Riportiamo qui, dal
    quotidiano triestino Il Piccolo del 5 novembre 2001, la testimonianza
    di Raffaello Camerini, ebreo, classe 1924.

    «Nel luglio del 1940, ottenuta la licenza scientifica, dopo neanche un
    mese, sono stato chiamato al lavoro "coatto", in quanto ebreo, e sono
    stato destinato alle cave di bauxite, la cui sede principale era a S.
    Domenica d'Albona.

    Quello che ho veduto in quel periodo, sino al 1941 - poi sono stato
    trasferito a Verteneglio - ha dell'incredibile. La crudeltà dei
    fascisti italiani contro chi parlava il croato, invece che l'italiano,
    o chi si opponeva a cambiare il proprio cognome croato o sloveno, con
    altro italiano, era tale che di notte prendevano di forza dalle loro
    abitazioni gli uomini, giovani e vecchi, e con sistemi incredibili li
    trascinavano sino a Vignes, Chersano e altre località limitrofe, ove
    c'erano delle foibe, e lì, dopo un colpo di pistola alla nuca, li
    gettavano nel baratro. Quando queste cavità erano riempite, ho veduto
    diversi camion, di giorno e di sera, con del calcestruzzo prelevato da
    un deposito di materiali da costruzione sito alla base di Albona, che
    si dirigevano verso quei siti e dopo poco tempo ritornavano vuoti.
    Allora, io abitavo in una casa sita nella piazza di Santa Domenica
    d'Albona, adiacente alla chiesa, e attraverso le tapparelle della
    finestra della stanza ho veduto più volte, di notte, quelle scene che
    non dimenticherò finchè vivrò (...). Mi chiedo sempre, pur dopo 60
    anni, come un uomo può avere tanta crudeltà nel proprio animo. Sono
    stati gli italiani, fascisti, i primi che hanno scoperto le foibe ove
    far sparire i loro avversari. Logicamente, i partigiani di Tito,
    successivamente, si sono vendicati usando lo stesso sistema. E che dire
    dei fascisti italiani che il 26 luglio 1943 hanno fatto dirottare la
    corriera di linea - che da Trieste era diretta a Pisino e Pola - in un
    burrone con tutto il carico di passeggeri, con esito letale per tutti.
    (...) Ho lavorato fra Santa Domenica d'Albona, Cherso, Verteneglio
    sino all'agosto del `43 e mai ho veduto un litigio fra sloveni, croati
    e italiani (quelli non fascisti). L'accordo e l'amicizia era grande e
    l'aiuto, in quel difficile periodo, era reciproco. Un tanto per la
    verità, che io posso testimoniare».

    60mila slavi in fuga dall'Istria

    Per gli slavi il risultato del ventennio fascista e del triennio
    bellico 1940-43 fu la fuga dall'Istria di circa 60.000 persone.
    Purtroppo a rafforzare il nazionalismo anti-italiano fu ancora una
    volta il fascismo mussoliniano che nella seconda guerra mondiale portò
    l'Italia ad aggredire i popoli jugoslavi. Quell'aggressione tra il 6
    aprile 1941 e l'inizio di settembre 1943 fu caratterizzata dalle
    brutali annessioni di larghe fette di Croazia e Slovenia e da una lunga
    serie di crimini di guerra. Per ordine dello stesso Mussolini e di
    alcuni generali si giunse alle scelte più draconiane dei comandi
    militari italiani. Ne derivarono «rapine, uccisioni, ogni sorta di
    violenza perpetrata a danno delle popolazioni».

    Nelle regioni della Croazia annesse all'Italia dopo il 6 aprile `41 si
    ripetè quanto avvenuto in Istria dopo la Grande Guerra: si ricorse ad
    ogni mezzo per la snazionalizzazione e l'assimilazione, provocando
    inevitabilmente l'ostilità delle popolazioni. Nella toponomastica, per
    cominciare da questo aspetto non cruento dell'occupazione, fu recitata
    una vera e propria tragicommedia, avendo come regista il prefetto della
    Provincia del Carnaro e dei Territori Aggregati del Fiumano e della
    Kupa, Temistocle Testa. Con suo decreto dell'8 settembre 1941 fu
    ordinato di «adottare senza indugio i nomi italiani di tutti quei
    luoghi (comuni, frazioni, località) che erano da secoli italiani e che
    la ventennale dominazione jugoslava ha trasformato in denominazioni
    straniere». Così località del profondo territorio interno lungo il
    fiume Kupa e nel Gorski Kotar divennero: Belica= Riobianco, Bogovic =
    Bogovi, Brusic = Brissi, Buzdohanj = Buso, Crni Lug = Bosconero, Cabar
    = Concanera, Glavani = Testani, Jelenje = Cervi, Kacjak = Serpaio,
    Koziji Vrh= Montecarpino, Medvedek = Orsano, Orehovica = Nocera
    Inferiore, Padovo = Padova, Pecine = Grottamare e via traducendo o
    inventando. Trinajstici, presso Castua, divenne Sassarino in onore
    della divisione «Sassari» che vi teneva un reparto.

    Ma ben presto, dopo aver battezzato città, comuni, villaggi e frazioni,
    si passò a distruggere col fuoco quelli, fra di essi, che non
    tolleravano l'italianizzazione né l'occupazione. In data 30 maggio 1942
    il Prefetto Testa, rese noto con pubblici manifesti di aver fatto
    eseguire l'internamento nei campi di concentramento in Italia di un
    numero indeterminato di famiglie di Jelenje dalle cui abitazioni si
    erano allontanati giovani maggiorenni senza informarne le autorità. Ma
    non si limitò alle deportazioni. Con un manifesto si rendeva noto:
    «Sono stase rase al suolo le loro case, confiscati i beni e fucilati 20
    componenti di dette famiglie estratti a sorte, per rappresaglia». La
    rappresaglia continuò.

    Il 4 giugno gli uomini del II Battaglione Squadristi di Fiume
    incendiarono le case dei villaggi: Bittigne di Sotto (Spodnje Bitinje),
    Bittigne di Sopra (Gornje Bitnje), Monte Chilovi (Kilovce), Rattecevo
    in Monte (Ratecevo). A Kilovce furono fucilate 24 persone.

    Non c'è villaggio sul territorio di quelli che furono chiamati
    Territori Aggregati e/o Annessi a contatto con l'Istria e la regione
    del Quarnero, che non abbia avuto case bruciate o sia stato interamente
    raso al suolo; non ci fu una sola famiglia che non abbia avuto uno o
    più membri deportati oppure fucilati.

    Centomila nei campi di concentramento

    Ha scritto lo storiografo Carlo Spartaco Capogreco: «In Jugoslavia il
    soldato italiano, oltre che quello del combattente ha svolto anche il
    ruolo dell'aguzzino, non di rado facendo ricorso a metodi tipicamente
    nazisti quali l'incendio dei villaggi, le fucilazioni di ostaggi, le
    deportazioni in massa dei civili e il loro internamento nei campi di
    concentramento». In particolare evidenzia che il numero dei condannati
    e confinati «slavi» della Venezia Giulia e dell'Istria fu
    particolarmente elevato, sicchè dal giugno 1940 al settembre 1943 la
    maggioranza degli «ospiti» dei campi di concentramento italiani era
    costituita da civili sloveni e croati. Il numero totale dei civili
    internati dall'Italia fascista superò di diverse volte quello
    complessivamente raggiunto dai detenuti e confinati politici
    antifascisti in tutti i 17 anni durante i quali rimasero in vigore le
    «leggi eccezionali»; più di 800 italiani, fra alti gerarchi civili e
    comandanti militari, furono denunciati per crimini di guerra commessi
    durante la seconda guerra mondiale alla War Crimes Commission
    dell'Organizzazione delle Nazioni Unite. I campi di concentramento nei
    quali furono rinchiusi più di centomila civili croati, sloveni,
    montenegrini ed erzegovesi erano disseminati dall'Albania all'Italia
    meridionale, centrale e settentrionale, dall'isola adriatica di Arbe
    (Rab) fino a Gonars e Visco nel Friuli, a Chiesanuova e Monigo nel
    Veneto. Non si contano, poi, i campi «di transito e internamento» che
    funzionavano lungo tutta la costa dalmata, sulle isole di Ugliano
    (Ugljan) e Melada (Molat). Quest' ultimo fu definito da monsignor
    Girolamo Mileta, vescovo di Sebenico, «un sepolcro di viventi». In quei
    lager italiani morirono 11.606 sloveni e croati. Nel solo lager di Arbe
    ne morirono 2.600 circa, fra cui moltissimi vecchi e bambini per
    denutrizione, stenti, maltrattamenti e malattie. Il 15 dicembre 1942
    l'Alto Commissario per la Provincia di Lubiana, Emilio Grazioli,
    trasmise al Comando dell'XI Corpo d'Armata il rapporto di un medico in
    visita al campo di Arbe dove gli internati «presentavano nell'assoluta
    totalità i segni più gravi dell'inanizione da fame». Sotto quel
    rapporto il generale Gastone Gambara scrisse di proprio pugno: «Logico
    ed opportuno che campo di concentramento non significhi campo
    d'ingrassamento. Individuo malato = individuo che sta tranquillo».
    Sempre nel 1942, il 4 agosto, il generale Ruggero inviò un fonogramma
    al Comando dell'XI Corpo in cui si parlava di «briganti comunisti
    passati per le armi» e «sospetti di favoreggiamento» arrestati. In una
    nota scritta a mano il generale Mario Robotti impose: «Chiarire bene il
    trattamento dei sospetti (...). Cosa dicono le norme 4c e quelle
    successive? Conclusione: si ammazza troppo poco!». Il generale Mario
    Roatta, comandante della II Armata italiana in Slovenia e Croazia nel
    marzo del 1942 aveva diramato una Circolare 3C nella quale si legge:
    «Il trattamento da fare ai ribelli non deve essere sintetizzato dalla
    formula dente per dente ma bensì da testa per dente».

    Furono circa 200.000 i civili «ribelli» falciati dai plotoni di
    esecuzione italiani, dalla Slovenia alla «Provincia del Carnaro», dalla
    Dalmazia fino alle Bocche di Cattaro e Montenegro senza aver subito
    alcun processo, ma in seguito a semplici ordini di generali
    dell'esercito, di governatori o di federali e commissari fascisti.
    Potremmo citare altri documenti, centinaia, che ci mostrano il volto
    feroce dell'Italia monarchica e fascista in Istria e nei territori
    jugoslavi annessi o occupati nella seconda guerra mondiale. Gli stupri,
    i saccheggi e gli incendi di villaggi si ripetevano in ogni azione di
    rastrellamento. Mi limiterò, per l'Istria ad alcuni episodi che
    precedettero di pochi mesi i fatti del settembre 1943.

    Il 6 giugno 1942 furono deportate nei campi di internamento in Italia
    34 famiglie per un totale di 131 persone di Castua, Marcegli, Rubessi,
    San Matteo e Spincici; i loro beni, compreso il bestiame, furono
    confiscati o abbandonati al saccheggio delle truppe, le loro case
    incendiate, dodici persone vennero fucilate.

    I deportati in Italia, i villaggi rasi al suolo

    Ancora più terribile fu la sorte toccata agli abitanti della zona di
    Grobnico, a nord di Fiume. Per ordine del prefetto Temistocle Testa,
    reparti di camicie nere e di truppe regolari, irruppero nel villaggio
    di Podhum all'alba del 13 luglio. Rastrellata l'intera popolazione,
    questa fu condotta in una cava di pietra presso il campo di aviazione
    di Grobnico, mentre il villaggio veniva prima saccheggiato e poi
    incendiato. Oltre mille capi di bestiame grosso e 1300 di bestiame
    minuto furono portati via, 889 persone rispettivamente 185 famiglie
    finirono nei campi di internamento italiani: più di cento maschi furono
    fucilati nella cava: il più anziano aveva 64 anni, il più giovane 13
    anni appena.

    Con un telegramma spedito a Roma il 13 luglio, Testa informò: «Ierisera
    tutto l'abitato di Pothum nessuna casa esclusa est raso al suolo et
    conniventi et partecipi bande ribelli nel numero 108 sono stati passati
    per le armi et con cinismo si sono presentati davanti ai reparti
    militari dell'armata operanti nella zona, reparti che solo ultimi dieci
    giorni avevano avuto sedici soldati uccisi dai ribelli di Pothum stop
    Il resto della popolazione e le donne e bambini sono stati internati
    stop».

    Nel solo Comune di Castua subirono spedizioni punitive diciassette
    villaggi; furono passate per le armi 59 persone, altre 2311 furono
    deportate e precisamente 842 uomini, 904 donne e 565 bambini; furono
    incendiate 503 case e 237 stalle. Sempre nella zona di Fiume, il 3
    maggio 1943, reparti di Camicie Nere e di fanteria rastrellarono il
    villaggio di Kukuljani e alcune sue frazioni, portarono via tutto il
    bestiame, saccheggiarono le case, deportarono la popolazione e quindi
    appiccarono il fuoco alle abitazioni, alle stalle e agli altri edifici
    "covi di ribelli". Nei campi di internamento finirono 273 abitanti di
    Kukuljani e 200 di Zoretici.

    Queste sanguinose persecuzioni indiscriminate contro la popolazione
    civile slava furono denunciate anche da eminenti personalità politiche
    italiane di Trieste, tra cui i firmatari di un Promemoria presentato il
    2 settembre 1943 da un "Fronte nazionale antifascista" al Prefetto
    Giuseppe Cocuzza. Era passato un mese e mezzo dalla caduta del regime
    fascista. Nel documento, si fa una denuncia drammaticamente
    circostanziata delle vessazioni, arresti, devastazioni ed esecuzioni
    sommarie «operate con grande discrezionalità da bande di squadristi che
    avevano goduto per troppo tempo della mano libera e della compiacenza
    di certe autorità». Nell'iniziativa era evidente, oltretutto, un
    «diffuso senso di paura per una vendetta» che avrebbe potuto abbattersi
    indiscriminatamente sugli Italiani dell'Istria come reazione «alla
    tracotanza del Regime e dei suoi uomini più violenti che in Istria e
    nella Venezia Giulia avevano usato strumenti e atteggiamenti fortemente
    coercitivi nei riguardi delle popolazioni slave».




    << ...Il film "II cuore nel pozzo" e’ in effetti la continuazione della propaganda fascista sui crimini nelle foibe, che va avanti dal 1943 ai giorni nostri... >>

    Intervento del giornalista e scrittore Armando Černjul

    alla conferenza stampa della Presidenza dell'Unione delle associazioni dei Combattenti antifascisti,

    convocata a Pola il 4.02.2005.

    Riassunto dell'ampio testo "Foibomania nei media e libri italiani" preparato per la tavola rotonda sulle vittime delle foibe.


    Del film italiano "II cuore nel pozzo" del regista Alberto Negrin
    prodotto dalla RAI, non posso dir niente perche' non I'ho visto. Stando
    pero’ a certi articoli apparsi sulla stampa italiana e croata e'
    evidente che il film parla dei crimini dei partigiani di Tito e della
    riabilitazione del fascismo italiano, temi questi da anni cari al
    centrodestra al governo e all’estrema destra. Pero' questa stessa RAI
    negli scorsi 15 anni ha mandato in onda numerose trasmissioni e servizi
    nei quali vengono falsificati i fatti storici. Infatti sulle tre reti
    di questa TV stataIe, in vari periodi di tempo, sono stati presentati i
    crimini nelle foibe commessi, come piu' volte sottolineato, dai
    partigiani di Tito sugli Italiani solo perche' erano di nazionalita’
    italiana, anche se si sa molto bene che nelle foibe finivano Croati,
    Sloveni, Tedeschi e aItri. In base a queste trasmissioni nelle foibe
    sarebbero stati buttati 3.000, 5.000, 17.000 Italiani...! Dunque alla
    RAI o non sanno o non hanno ancora deciso quanta gente sia finita nelle
    foibe, poiche’ tirano in ballo cifre differenti e presentano i
    comunisti di Tito e i partigiani come criminali genocidi.

    Nel contempo non hanno voluto mostrare al pubblico italiano il
    documentario "Fascist Legacy" prodotto dalla BBC inglese nel quale sono
    illustrati i massacri commessi dai fascisti italiani, trasmesso due
    anni fa dall’emittente televisiva italiana La 7. In base ai dati
    trovati nell’archivio delle Nazioni Unite dallo storico Michael
    Palumbo, un americano di origini italiane, i fascisti in Jugoslavia,
    Albania, Grecia, Etiopia. Libia, Francia e Russia uccisero oltre un
    milione di persone. Solo nel territorio dell’ex Jugoslavia ne uccisero
    circa 300.000.

    Il film "II cuore nel pozzo" e’ in effetti la continuazione della
    propaganda fascista sui crimini nelle foibe, che va avanti dal 1943 ai
    giorni nostri. Dapprima si inizio' con articoli su giornali e riviste,
    poi, dopo la II guerra mondiale si passo' ai libri per proseguire con
    articoli su quotidiani e mensili, nonche' con trasmissioni radio e
    televisive.

    Gia’ da diversi anni voglio richiamare I’attenzione sulla foibomania
    nei media e libri italiani. Pero' in Croazia I’argomento non interessa
    a nessuno tranne che ai combattenti antifascisti o a qualche
    giornalista. Cio’ non deve meravigliare considerato che il Governo, il
    Parlamento e i vertici statali non hanno reagito al varo, un anno fa,
    della legge italiana con cui il 10 febbraio e’ stata proclamata
    Giornata del ricordo delle vittime delle foibe e dell’esodo degli
    Italiani istriani, fiumani e dalmati. Nella legge si dice, come riporta
    I'agenzia ANSA, che nelle foibe finirono 17,000 persone. Con queste
    falsita' hanno tentato di parificare le vittime del nazifascismo in
    Istria.

    Ogni crimine, e cosi’ anche quelli delle foibe in Italia e sul suolo
    dell'ex Jugoslavia, va condannato. Pero’ i crimini prima di tutto
    devono venir accertati da storici obiettivi. Purtroppo in Italia la
    maggioranza di essi falsifica i dati mentre nell’ex Jugoslavia e anche
    nella Croazia indipendente, non hanno fatto quasi nulla. Pertanto e'
    difficile seguire Ia foibomania in Italia, specie la sua presenza sui
    media che e' molto massiccia rnentre le case editrici fanno a gara a
     chi stampa piu' libri sul tema. Inoltre le citta', le province, le
    regioni e lo stato italiano finanziano le associazioni dei cosiddetti
    esuli che stampano libri e riviste e che hanno pretese verso i
    territori croati!

    Tra i primi autori che dopo la II guerra mondiale hanno scritto dei
    crimini nelle foibe c’erano persone nate o che hanno le radici
    nell’odierna Croazia e che hanno gonfiato i numeri degli infoibamenti.
    Essi sono Luigi Papo e il sacerdote Flaminio Rocchi, e altri e piu'
    tardi a loro si sono aggiunti Giorgio Bevilacqa, Marco Pirina e altri.
    Papo, vicepresidente dell’Unione degli Istriani a Trieste ed ex
    comandante della Guarnigione delle milizie fasciste a Montona ha
    scritto diversi libri e centinaia di articoli firmandosi con vari
    pseudonimi. A seconda delle necessita’ socio-politiche, nelle foibe
    gettava 7063, 3739 o addirittura 16.550 vittime. Si tratta dello stesso
    Papo che nel 1994, in una trasmissione della RAI, era stato presentato
    come testimone di quando durante la guerra venivano ammazzati gli
    Italiani, e come scrittore ricercatore. Ha dichiarato che in base alle
    sue ricerche, dopo il 1 maggio del 1945 nelle foibe erano finiti 3.739
    ltaliani e dal 1943 al 1945 tra Trieste e I' lstria 16.550. Piu' tardi
    ha cambiato i numeri affermando che alcuni di essi "sarebbero stati
    buttati nelle foibe".

    Undici anni dopo la RAI realizza il film "II cuore nel pozzo" che sara’
    trasmesso il 6 e il 7 di questo mese sulla prima rete!

    Uno degli autori piu' giovani e’ Marco Pirina, che ha scritto diversi
    libri sulle foibe e peggior bugiardo sul tema del suo "professore"
    Papo, di cui il piu' sporco e’ intitolato "Genocidio". Si tratta di un
    estremista di destra, suo padre era un u-comandante fascista fucilato
    in guerra dai partigiani. Papo e Pirina hanno preparato materiale per
    I’atto di accusa a Roma, dove dei crimini sono stati accusati gli
    antifascisti di Croazia e Slovenia. Papo a Roma era testimone al
    processo contro Oskar Piškulić, giudicato in contumacia.

    Va detto che i vertici delle cosiddette associazioni degli esuli, con
    l’aiuto del neoirredentismo e della destra al vertice del potere
    politico italiano, hanno definito il piano di stampare questi libri in
    tiratura limitata. Hanno anche accolto la proposta che bisognava
    trovare uno scrittore che "infiammasse” I’opinione pubblica, lo hanno
    trovato nel giornalista e scrittore di successo Arrigo Petacco di cui
    I’editore Mondadori (un tassello dell’impero editoriale di Berlusconi)
    nel 2002 ha pubblicato il libro "L'esodo degli Italiani d’lstria,
    Dalmazia e Venezia Giulia". Il libro ha avuto diverse edizioni e
    I’autore e’ stato premiato. Questo e' un libro pieno di falsita' e
    accuse. Cosa dire ancora dell'autore di molti libri? Per questa
    occasione e' sufficiente affermare che Petacco, servendosi della
    letteratura di quegli storici e di altri falsificatori, ha scritto che
    i partigiani di Tito tra il 1943 e il 1945 gettarono nelle foibe
    migliaia di vittime innocenti, piu’ di tutto Italiani, quindi qualche
    tedesco, ustascia, cetnici e Neozelandesi delle unita’ britanniche. In
    base ai suoi scritti nelle foibe istriane sono finiti 10.000 o 20.000
    oppure 30.000 persone.

    L’editore berlusconiano Mondadori pubblica il libro di Petacco e nei
    giorni scorsi ha stampato un libro sull’esodo e sulle foibe di cui e’
    autore Gianni Oliva. Allo stesso tempo il premier italiano grida "Mai
    piu’ il fascismo e il comunismo" mentre pone in rilievo il dittatore
    fascista Mussolini che secondo lui non avrebbe commesso crimini fuori
    dall’Italia.

    Oltre a cio', la sinistra italiana o meglio il centro sinistra dopo
    essersi inchinata ai neofascisti, ha cominciato a inchinarsi anche
    dinanzi ai monumenti eretti ai fascisti. E per i crimini delle foibe
    danno la colpa ai partigiani di Tito, in primo luogo Croati, Sloveni e
    Italiani. Ultimamente si fanno sentire certi politici e giornalisti
    croati con interventi a favore della gentaglia neofascista e di quanti
    vorrebbero riabilitare iI nazifascismo. Da Pola a Fiume, da Zagabria a
    Zara e Spalato parlano e scrivono contro i combattenti antifascisti
    come dei peggiori criminali. Riportero' il caso piu' fresco. Il critico
    cinematografico e scrittore Jurica Pavičić di Spalato, nel magazine del
    quotidiano "Jutarnji List" ( 22.01.2005) ha pubblicato l'articolo
    intitolato "Tito ucciso dalle sue armi". Occupandosi di Tito  e di
    Tudjman ha scritto tra l'altro: "l’uno e I' altro hanno attuato la
    pulizia etnica delle minoranze, Tito degli Italiani e Tedeschi e
    Tudjman dei Serbi." E’ chiaro che Pavičić ha ascoltato I'intervento di
    un anno fa al Parlamento croato di Furio Radin (oppure ne ha letto) e
    probabilmente non e’ cosciente di aver scritto falsità e calunnie!!!
    Della pulizia etnica a danno degli Italiani, molto prima di Radin e
    Pavičić hanno parlato e scritto anche i politici, scrittori e
    giornalisti italiani appartenenti all'estrema destra piu' radicale.




    "GIORNO DEL RICORDO" 2008:
    LA PROVINCIA DI FOGGIA "CONFONDE" AUSCHWITZ E LE FOIBE



    manifesto propagandistico stampato ed affisso dalla Provincia di Foggia per il "Giorno del Ricordo" 2008

    Impressioni di febbraio
    La Giornata del Ricordo si avvicina. E gli amministratori rovistano negli scaffali.

    Il manifesto, affisso in un centinaio di copie in città, è celeste e azzurro.
    Impaginato con evidente fretta, esteticamente respingente. Vi si legge: “10 febbraio, Giornata del Ricordo...”.
    Cinque foto completano l’opera: del filo spinato, un volto di donna e  – in basso a sinistra – dei bambini. Bambini, alcuni molto piccoli.  Vestiti alla stessa maniera, con dei camici a righe. Fotografati in  gruppo, sullo sfondo di un muro di pietra. Palesemente prigionieri.
    La foto è di quelle più che famose. È uno scatto celeberrimo,  paragonabile alla morte del repubblicano spagnolo o a quella del ghetto di Varsavia.
    È una testimonianza di Auschwitz.
    Superfluo dire: non c’entra nulla con le foibe. Nulla con l’esodo istriano. Nulla di nulla neppure con la Giornata del Ricordo. 
    Stallone aveva finito le fotografie tristi e, non avendo quella di  Campilongo a portata di mano, ha pensato bene di ricorrere ai bimbi  ebrei.
    Siamo laici e umanisti. Comprendiamo le debolezze, anche quando queste appartengono alle più alte cariche amministrative. L’ignoranza  allo stato brado, un arguto tentativo di parificazione, un’urgenza tecnica, un’ansia amministrativa colmata alla meno peggio.
    Qualunque sia il motivo che ha spinto la Provincia di Foggia ad onorare i “martiri” delle foibe con una foto di Auschwitz, beh, noi 
    lo comprendiamo. E ne facciamo tesoro. Giacché è il segnale più evidente di quanto andiamo dicendo da anni,   oramai.
    La Giornata del Ricordo è un semplice contraltare alla Giornata della Memoria, una sorta di commemorazione riparatrice, una ricorrenza 
    strappata ad un governo compiacente da una pattuglia di neofascisti, più o meno mascherati. Sul corpo vivo di un Paese immemore. E che, oltretutto, come la nostra amministrazione provinciale ha dimostrato in maniera lampante, non sa di cosa di stia parlando. Noi lo sappiamo, l’abbiamo sempre saputo. Per questo abbiamo il coraggio e sentiamo il dovere, da quattro anni a questa parte, di  denunciare la mistificazione della Storia e il miserabile tentativo di “pacificazione” nel segno di un presunto doppio orrore: quello  nazista e quello comunista, quello repubblichino e quello partigiano.
    Ma la Storia non si riscrive a suon di fiction. Questo deve essere chiaro, molto chiaro, ai nostri revisionisti.
    Siamo disponibili a parlare di quello che successe dopo la fine della Seconda guerra mondiale esclusivamente a patto che il dibattito  cominci da quello che è successo prima. Altrimenti è semplice propaganda.

    8 febbraio 2008 – Laboratorio Politico Jacob – via Mario Pagano, 38 –  Foggia
    www.agitproponline.com


    ALTRA DOCUMENTAZIONE SU "ACCOSTAMENTI ABERRANTI" TRA GENOCIDIO NAZIFASCISTA E "FOIBE"




    Operazione chiarezza sui fatti de La Sapienza

    Cari compagni,
    ritengo necessario operare delle precisazione in merito ai fatti de La Sapienza di questi giorni. Come tutti sappiamo, l'iniziativa provocatoria di Forza Nuova di svolgere un dibattito (?!) revisionista nella facoltà di Lettere sul tema delle foibe, è stata la risposta dei fascisti al nostro convegno del 13 maggio nella stessa facoltà.
    Soprattutto a causa dell'aggressione fascista di via de lollis, è stato creato un evento mediatico (con l'università presa d'assalto da giornalisti di tv e carta stampata tutti i giorni a tutte le ore) basata su una grande falsificazione dei fatti. In primo luogo, infatti, si è cercato di sostenere la tesi dello scontro tra gruppi di opposte fazioni e quindi degli opposti estremismi in lotta tra loro, quando invece si è trattato di una aggressione fascista in piena regola. Sul punto stiamo preparando un vero e proprio dossier di controinformazione, partendo dai fatti e dalle testimonianze raccolte, per sfatare questa diceria.
    L'altra grande mistificazione è stata quella condotta da diversi esponenti politici, ampiamente ed acriticamente ripresi da diversi organi di stampa, i quali hanno affermato che il nostro convegno del 13 maggio avrebbe avuto natura "negazionista", circostanza assolutamente non rispondente al vero, come facilmente dimostrabile. Purtroppo è passata questa versione dei fatti presso molte testate anche "titolate" quale ad es. il Corriere della Sera.
    Per tale ragione vi allego un volantone che abbiamo preparato e diffuso insieme ad i compagni di Militant e di A Pugno Chiuso per cercare di ricondurre a verità la vicenda, e soprattutto per riportare la discussione al suo ambito originario, ovvero la battaglia di revisionismo storico e culturale condotta dalla destra con la complicità di una certa sinistra.
    Abbiamo inoltre formalmente intimato il Corriere della Sera, di adempiere al proprio dovere di rettifica, avendo riportato notizie non rispondenti al vero, e finalmente nell'edizione di ieri è comparsa la lettera con la quale Hobel e la Kersevan, gli storici intervenuti al nostro convegno, hanno potuto chiarire la natura di tale iniziativa, connotata da una rigorosissima impostazione storica, e denunciare le mistificazioni della stampa.
    Vi prego, per tali ragioni, di dare massima diffusione al presente allegato, che è già stato ripreso dalla maggioranza dei siti di informazione e di movimento e dalle strutture della scena antifascista.
    A presto,
    Giordano (Laboratorio Politico Resistenza Universitaria - Roma; email circolata in internet il 3/6/2008)

    ___________________________________

    Pdci: Aggressione fascista alla Sapienza

    Ufficio Stampa

    Roma 27 maggio 2008

    "La segreteria nazionale del Pdci esprime la sua più viva preoccupazione e condanna con forza l'ennesimo atto di stampo fascista avvenuto oggi a Roma alla Sapienza. Alcuni ragazzi che attaccavano manifesti sono stati aggrediti da persone armate di coltelli e bastoni. Ora alcuni di loro sono in ospedale per le ferite riportate e uno dei ragazzi sembra in gravi condizioni. Secondo i testimoni l'attacco è stato premeditato ed è opera di militanti di Forza Nuova, organizzazione della destra estrema. A Roma, dopo la vittoria di Alemanno, fatti del genere si stanno susseguendo quotidianamente ed hanno sempre, come obiettivo, immigrati, gay e giovani di sinistra. E' un'escalation inquietante di rigurgiti di violenza fascista. Ai ragazzi feriti, ai loro compagni ed ai familiari va la solidarietà piena del Pdci".
    ________________________________________

    Il segretario della Federazione di Roma del PdCI Fabio Nobile: Aggressione alla Sapienza, basta con assalti neofascisti

    Roma 27 maggio 2008

    C'è ancora qualcuno che vuol provare a definire aggressioni di questo genere come episodi di bullismo? Ormai è chiaro che siamo di fronte a aggressioni di stampo neofascista. L'aggressione ad alcuni giovani di sinistra da parte di militanti di Forza nuova è l'ennesimno atto dall'uccisione di Biagietti all'assalto a Villa Ada, fino agli episodi di questi giorni. Tutti questi casi hanno visto partecipi militanti di gruppi diversi ma con il denominatore di essere tutti di estrema destra. Con l'aggressione di oggi, però, si è fatto un ulteriore salto di qualità poiché direttamente militanti di Forza nuova, in pieno giorno e in assoluta libertà, hanno aggredito ragazzi che avevano il solo torto di attaccare manifesti. Basta con le provocazioni neofasciste. Bene ha fatto la facoltà di Lettere a ritirare l'autorizzazione alla scandalosa assemblea sulle foibe dove avrebbe dovuto partecipare il neofascista Roberto Fiore.
    ________________________________________

    Sapienza, la verità non si arresta! (28.05.08)

    Sono ore convulse, dove poco è il tempo per scrivere, ma molto è il
    tempo che serve per raccontare. Per raccontare in primo luogo la verità
    sui fatti accaduti la mattina di ieri, la verità sulla violenza subita,
    la verità sociale e politica che continua a tenere lontani neofascisti e
    squadristi dall'università la Sapienza.
    Proviamo a procedere con ordine. La presidenza di Lettere e filosofia,
    lo storico moderno, compilativo e mediocre, di nome Guido Pescosolido,
    autorizza un convegno di Forza nuova all'interno della facoltà. Inutile
    dire che il preside, il mediocre, ha fatto finta di non sapere, di non
    aver capito, peggio si è protetto dietro lo scudo del pluralismo
    culturale: che ognuno parli, tanto parlare e far parlare non costa
    nulla, anzi frutta molti soldi e poco importa quali sono i gesti e le
    pratiche politiche che accompagnano il parlante. Mediocre nel mestiere,
    mediocre nella vita, questo preside piccolo piccolo che semmai merita un
    posto nella segreteria tecnica, fotocopie e fotocopie da fare.
    In modo tempestivo, lunedì mattina, occupiamo la presidenza, dopo sette
    ore il pro-rettore Frati revoca l'autorizzazione e il preside piccolo
    piccolo se ne torna a casa con la sua borsetta da uomo mediocre. Usciamo
    dalla facoltà e ci ritroviamo telefonicamente qualche ora dopo, voci
    fidate ci raccontano di un'attacchinaggio di Forza nuova lungo le mura
    della città universitaria. 5 macchine, armati, of course (fa parte del
    galateo politico del tempo presente). La notte trascorre, tutto si fa
    più chiaro.
    Sono le 13, è martedì, e noi usciamo dalla città universitaria per
    attacchinare e promuovere un'iniziativa sulle trasformazioni della
    formazione nella crisi della globalizzazione: radicalizzazione
    dell'autonomia, differenziazione, vuoti del mercato delle competenze,
    tanti temi e molti problemi per capire dove muove l'università che
    cambia. Passano pochi minuti e due macchine (forse noleggiate) ci
    raggiungono, scendono in tanti, scendono con tante armi: spranghe, mazze
    ferrate, catene, qualche coltello. Sono attimi durissimi. Alcuni di noi
    sono feriti (punti in testa e spalle rotte), ma loro, adulti (alcuni
    ultra quarantenni) e armati vanno via, vanno via.
    In tre in ospedale, molti di noi interrogati, la giornata procede dentro
    la facoltà di Lettere e in un corteo forte, pieno di studenti (almeno
    duemila), pieno di indignazione. Una giornata in cui in molti hanno
    deciso di rompere il silenzio, tra professori e ricercatori, molte le
    parole in nostra di difesa, potente la ricerca di verità. Eppure,
    puntuale la controffensiva mediatica: "è stata una rissa, uno scontro
    tra opposte fazioni". Ma di quale opposte fazioni si parla! Da una
    parte, la nostra, c'è l'università, gli studenti, dall'altra un manipolo
    di militanti e di squadristi che con l'università non centrano nulla,
    aggressori violenti e razzisti, funzionari politici di un partito che
    dovrebbe essere fuori legge. Inutile dire che alla finzione mediatica si
    è accompagnato l'arresto di Emiliano e Giuseppe, due studenti della
    Rete, aggrediti alle spalle e feriti. D'altronde all'arresto deve
    seguire la bugia e alla bugia l'arresto, il circolo è vizioso.
    Ma un passo importante si sta compiendo in questi giorni all'università
    di Roma la Sapienza: il partito di Forza nuova, sulla base della
    sollecitazione dei movimenti, viene considerato illegale da
    un'istituzione pubblica. Se esistesse un'opposizione in Italia, in
    seguito ai fatti di questa mattina si potrebbe pensare una campagna
    politica vincente per ottenere lo scioglimento delle forze politiche
    neo-squdriste e razziste. L'opposizione non c'è, ma ci sono i movimenti,
    ci sono le persone in carne ed ossa, c'è la voglia di verità, il
    desiderio di giustizia, e non saranno le finzioni e le menzogne a
    cancellarli.
    La partita, però, va vinta fino in fondo ed è per questo che è decisivo
    avere i nostri fratelli Emiliano e Giuseppe liberi subito, altrettanto
    dare vita quest'oggi ad una grande assemblea pubblica. Alle ore 9:00
    presidio a P. Clodio, in attesa del processo per direttissima, alle ore
    14:30 assemblea pubblica nella facoltà di Lettere. Giovedì, invece,
    fondamentale essere in tante e tanti presso l'entrata della facoltà (a
    partire dalle 8:30), per impedire che gli squadristi possano tornare e
    che mettano piede dentro l'università.

    La verità non si arresta, la Sapienza sarà libera,
    Emiliano e Giuseppe liberi subito!

    Rete per l'autoformazione -- Sapienza, Roma
    www.uniriot.org




    Per alcune note biografiche su Norma Cossetto:

    - Il caso di Norma Cossetto
    - Commenti sulla attribuzione del riconoscimento di Stato (2006)
    - Commenti sulla attribuzione del riconoscimento di Stato (2007)
    - Sulla inaugurazione del monumento a Norma Cossetto (Trieste, febbraio 2009)
    - IL CASO NORMA COSSETTO (C. Cernigoi, 2011 - file PDF)




    INTERVISTE AD ALESSANDRA KERSEVAN - febbraio 2009


    # FOIBE, REVISIONISMO DI STATO E AMNESIE DELLA REPUBBLICA
    Video intervista ad Alessandra Kersevan
    Lo scorso 5 febbraio, in un clima teso da minacce fasciste e dal diniego della Biblioteca Comunale da parte della giunta PD del Comune di Pisa, si è svolta la presentazione del libro "FOIBE, REVISIONISMO DI STATO E AMNESIE DELLA REPUBBLICA - Atti del convegno foibe: la verità", con una articolata relazione della ricercatrice storica Alessandra Kersevan.
    In quella giornata abbiamo intervistato Alessandra Kersevan sui temi toccati dal volume e dalla ricerca che da anni storici e ricercatori militanti come lei portano avanti con encomiabile determinazione, nonostante l'ostracismo bipartisan e le minacce di una destra reazionaria sempre piu' aggressiva.
    Vi proponiamo questa breve intervista come contributo alla incessante lotta antirevisionista che comunisti, antifascisti e democratici conseguenti portano avanti da decenni nel nostro paese.
    A cura della Rete dei Comunisti di Pisa

    http://www.youtube.com/watch?v=1NRqTCtaBdg
    http://www.contropiano.org/Documenti/2009/Febbraio09/24-02-09FoibeVideoIntervista.htm


    # Contro l'imperante falsificazione della storia: contributi video in occasione della "giornata del ricordo"
    10 febbraio 2009. Conversazione, in occasione della "giornata del ricordo", con Alessandra Kersevan, coordinatrice della collana Resistenza storica che ricostruisce le vicende del confine orientale, il nazionalismo italiano, il fascismo, il nazismo e le foibe. Un contributo importante contro l'imperante falsificazione della storia.
     
    Foibe: no alla falsificazione della storia (Prima parte della conversazione)
    http://www.pdcitv.it/video/744/Foibe-no-alla-falsificazione-della-storia
    Foibe: Fascisti e nazisti (Seconda parte della conversazione)
    http://www.pdcitv.it/video/745/Foibe-Fascisti-e-nazisti
    Foibe: tra storia e mito (Terza parte della conversazione)
    http://www.pdcitv.it/video/749/Foibe--tra-storia-e-mito




    http://www.senzasoste.it/per-non-dimenticare/le-foibe-tra-mito-e-realt-2.html

    Le foibe tra mito e realtà. Intervista ad Alessandra Kersevan

    Viste le molte imprecisioni e le ricostruzioni false e tendenziose (nonché clamorosamente errate dal punto di vista  storico) che circolano in questi giorni sulla controversa questione delle foibe anche sulla stampa locale, riproponiamo un'intervista realizzata due anni fa [dunque nel 2007] da Alessandro Doranti alla storica Alessandra Kersevan e pubblicata sul periodico locale Trentagiorni. Un'intervista che torna prepotentemente d'attualità.
     
    Non è mai stato semplice trattare la questione delle foibe: stereotipi consolidati, revisionismo, metodologie di lavoro inesatte e giochi politici dei vari schieramenti hanno sempre invaso il terreno della ricerca storica. In questi ultimi anni è stata ottenuta la costruzione di una verità ufficiale, fin troppo sbrigativa e di comodo, che ha dato il via a commemorazioni, monumenti, lapidi, intitolazioni di strade.
    Alessandra Kersevan, ex insegnante ed oggi paziente ricercatrice di storia e cultura della sua regione, il Friuli, da anni lavora al recupero della memoria storica in merito agli avvenimenti del confine orientale.

    A Trieste la storia non comincia il 1° maggio 1945…
    Sì, Sembra un'osservazione banale, eppure di fronte a tante cose che sono state scritte in questi anni sulle vicende del confine orientale occorre chiarire e ricordare che il fascismo in questa regione è stato più violento che in qualsiasi altra parte d'Italia: sloveni e croati, oltre cinquecentomila persone che abitavano le terre annesse dallo stato italiano dopo la prima guerra mondiale furono oggetto di persecuzioni razziali e ogni tipo di angherie: divieto di usare la loro lingua, chiusura delle scuole, delle associazioni ed enti economici sloveni e croati, arresto degli oppositori, esecuzioni di condanne a morte decise dal Tribunale Speciale. Con l'aggressione nazifascista alla Jugoslavia, nel 1941, la nostra regione divenne avamposto della guerra e le persecuzioni contro sloveni e croati, anche cittadini italiani, divennero ancora più gravi: interi paesi furono deportati nei campi di concentramento come Arbe/Rab, oggi in Croazia, ma allora annessa all'Italia dopo l'aggressione alla Jugoslavia, Gonars in provincia di Udine, Renicci di Anghiari in provincia di Arezzo, Chiesanuova di Padova, Monigo di Treviso, Fraschette di Alatri in provincia di Frosinone, Colfiorito in Umbria, Cairo Montenotte in provincia di Savona e decine e decine di altri, praticamente in tutte le regioni d'Italia. Fra 7 e 11 mila persone, donne, uomini, bambini, intere famiglie, morirono in questi campi, di fame e malattie. A Trieste nel 1942 fu istituito per la repressione della resistenza partigiana l'Ispettorato Speciale di Polizia per la Venezia Giulia, che si macchiò di efferati delitti contro gli antifascisti in genere, ma soprattutto contro sloveni e croati.

    Da chi è stato inaugurato l'uso delle foibe?
    Ci sono testimonianze autorevoli (per esempio dell'ispettore di polizia De Giorgi, colui che nel dopoguerra fu incaricato dei recuperi dalle foibe) che furono proprio uomini dell'Ispettorato speciale, in particolare quelli della squadra politica, la cosiddetta banda Collotti, a gettare negli "anfratti del Carso" degli arrestati che morivano sotto tortura. Comunque andando anche più indietro nel tempo, già durante la prima guerra mondiale, che fu combattuta soprattutto in queste terre, le foibe venivano usate come luogo di sepoltura "veloce" dopo le sanguinose battaglie, e nell'immediato dopoguerra i fascisti pubblicavano testi di canzoncine in cui si minacciava di buttare nelle foibe chi si ostinava a non parlare "di Dante la favella".

    Che funzione aveva la Banda Collotti?
    La banda Collotti era la squadra politica dell'Ispettorato speciale guidata appunto dal commissario Gaetano Collotti. Con la sua squadra batteva il Carso triestino per reprimere la resistenza che già nel '42 era iniziata in queste zone. Si macchiarono di efferati delitti, torturando e uccidendo centinaia di persone. Come Resistenzastorica stiamo pubblicando con la casa editrice Kappa Vu la ricerca di Claudia Cernigoi sulla banda Collotti. Nel corso di alcuni anni di ricerche Cernigoi è riuscita a trovare una quantità consistente di documentazione. Eppure in questo dopoguerra nessuno, neppure gli istituti storici di Trieste e di Udine, avevano pubblicato nulla sull'argomento.

    Definiamo le foibe. Chi ci è finito dentro? Donne? Bambini? Quanti in tutto? Perché c'è così grande attenzioni su queste esecuzioni, mentre in altre zone ce ne furono in numero assai maggiore?
    Nelle foibe non sono finite donne e bambini, i profili di coloro che risultano infoibati sono quasi tutti di adulti compromessi con il fascismo, per quanto riguarda le foibe istriane del '43, e con l'occupatore tedesco per quanto riguarda il '45. I casi di alcune donne infoibate sono legati a fatti particolari, vendette personali, che non possono essere attribuiti al movimento di liberazione. Questo diventa evidente quando si vanno ad analizzare i documenti, cosa che purtroppo la gran parte degli "storici" in questi anni non ha fatto, accontentandosi di riprendere i temi e le argomentazioni della propaganda neofascista. Va detto inoltre che i numeri non sono assolutamente quelli della propaganda di questi anni: è ormai assodato che in Istria nel '43 le persone uccise nel corso della insurrezione successiva all'8 settembre sono fra le 250 e le 500, la gran parte uccise al momento della rioccupazione del territorio da parte dei nazifascisti; nel '45 le persone scomparse, sono meno di cinquecento a Trieste e meno di mille a Gorizia, alcuni fucilati ma la gran parte morti di malattia in campo di concentramento in Jugoslavia. Uso il termine "scomparsi", ma purtroppo è invalso l'uso di definire infoibati tutti i morti per mano partigiana. In realtà nel '45 le persone "infoibate" furono alcune decine, e per queste morti ci furono nei mesi successivi dei processi e delle condanne, da cui risultava che si era trattato in genere di vendette personali nei confronti di spie o ritenute tali. C'è poi l'episodio della foiba Plutone, da cui furono estratti 18 corpi, in cui gli "infoibatori" erano appartenenti alla Decima Mas e criminali comuni infiltrati fra i partigiani, e furono arrestati e processati dagli stessi jugoslavi. Insomma se si va ad analizzare la documentazione esistente si vede che si tratta di una casistica varia che non può corrispondere ad un progetto di "pulizia etnica" da parte degli jugoslavi come si è detto molto spesso in questi anni.
    La grande attenzione a questi fatti è funzionale alla criminalizzazione della resistenza jugoslava che fu la più grande resistenza europea. Di riflesso si criminalizza tutta la resistenza, e si è aperto il varco per criminalizzare anche quella italiana, come sta dimostrando ora Pansa con i suoi libri.

    Gli studiosi delle foibe. Chi sono?
    Sono di svariati generi. Quelli che noi chiamiamo un po' ironicamente i "foibologi" sono tutti esponenti della destra più estrema, alcuni, come Luigi Papo hanno fatto addirittura parte della milizia fascista in Istria, di coloro cioè che collaborarono con i nazisti nella repressione della resistenza. Altri, più giovani, come Marco Pirina, sono stati esponenti di organizzazioni neofasciste negli anni della strategia della tensione (lui per esempio risulta coinvolto nel golpe Borghese). Poi c'è il filone degli storici che facevano riferimento al CLN triestino (organizzazione non collegata con il CLNAI) che fu il massimo organizzatore dell'"operazione foibe" a Trieste nel dopoguerra. Mentre può essere abbastanza facile capire le manipolazioni della "storiografia" fascista, è molto più difficile difendersi dalle manipolazioni della storiografia ciellenista, perché questi hanno un'aura di antifascismo che fa prendere per buone tutte le cose che scrivono. In realtà leggendo i loro libri ti accorgi che sono citazioni di citazioni da altri libri (spesso memorie di fascisti) non sottoposte a verifica. Il problema è che su tutta questa questione delle foibe ha pesato nel dopoguerra il clima della guerra fredda: voglio ricordare che un importantissimo documento di fonte alleata agli inizi del '46 diceva: sospendiamo, non avendo trovato nulla di interessante, le ricerche nel pozzo della miniera di Basovizza, ma perché gli Jugoslavi non possano dire che è stata tutta propaganda contro di loro, diremo che lo abbiamo fatto per mancanza di mezzi tecnici adeguati. Ha pesato e pesa inoltre molto la questione dei confini, e il sentimento delle "terre ingiustamente perdute", che anche se con toni un po' diversi, coinvolge anche gli storici che fanno riferimento politicamente al centro sinistra. Ci sono però anche tantissimi storici seri. Per "seri" intendo quelli che non si accontentano di quello che è già stato scritto, ma che cercano nuova documentazione, la analizzano, la confrontano con quanto è già stato pubblicato e inseriscono gli avvenimenti nel contesto in cui sono avvenuti. Questo è il metodo storiografico che tutti dovrebbero usare, ma, sembrerà incredibile, nella questione della foibe e dell'esodo anche storici accademici e "blasonati" si sono lasciati andare a metodi da propagandisti più che da storici, preferendo le citazioni di citazioni di citazioni, piuttosto che la fatica della ricerca.

    La foiba di Basovizza. C'è una lapide che commemora le vittime, eppure la storia sembra molto diversa…
    La documentazione esistente, una documentazione piuttosto corposa, dice che nella miniera di Basovizza non ci furono infoibamenti. Già nell'estate del '45, quindi pochissimo tempo dopo i pretesi infoibamenti, gli angloamericani procedettero per mesi a ricognizioni nel pozzo della miniera (infatti non si tratta di una foiba in senso geologico), in seguito alle denunce del CLN triestino che diceva che dovevano essere stati infoibati alcune centinaia di agenti della questura di Trieste. Poiché non fu trovato nulla di "interessante", nei primi mesi del '46 le ricerche furono sospese, come ho già spiegato prima. Tutto questo risulta da una gran quantità di documenti di fonte alleata, negli archivi di Washington e di Londra. Quindi nella "foiba" non ci sono i "500 metri cubi" di infoibati che sono scritti nella lapide, e neppure i duemila infoibati citati in libri. Dopo che Claudia Cernigoi  ha riportato questi documenti nel suo libro "Operazione foibe a Trieste" la cosa dovrebbe essere evidente a tutti che si occupano dell'argomento. Ma si fa finta di niente. Il comune di Trieste adesso ha ristrutturato il monumento sulla foiba e presto verrà il presidente del Senato Marini a inaugurarlo. La menzogna vive ormai di vita propria, e non si riesce a fermarla.

    Le leggende sulle foibe.
    Ho già spiegato che le biografie della gran parte degli uccisi sono di persone coinvolte a vario titolo nel regime fascista prima e nell'occupazione nazista poi. Come ben mette in luce Claudia Cernigoi nel suo libro, in una città come Trieste il collaborazionismo interessò tantissime categorie di persone, e molti di quelli che vengono definiti "civili" erano in realtà e collaborazionisti, delatori di professione, spioni di quartiere che denunciavano gli ebrei. Per esempio ai rastrellamenti sul Carso con la banda Collotti partecipavano anche persone che non erano ufficialmente appartenenti alla questura. Come gruppo di Resistenzastorica abbiamo condotto una ricerca sulla vicenda di Graziano Udovisi, conosciuto come "l'unico ad essere uscito vivo dalla foiba" e presentato come una vittima "solo perché italiano". Da questa ricerca è emerso, oltre alla assoluta falsità del suo racconto, che egli dal '43 al '45 era stato tenente della Milizia Difesa Territoriale, in un gruppo dal nome significativo di "Mazza di Ferro", specificamente preposto alla repressione della guerriglia, e che nel '46 fu condannato per crimini di guerra a 2 anni e 11 mesi di reclusione. Eppure nel 2005 Graziano Udovisi è diventato "uomo dell'anno", premiato con l'Oscar della Rai per una sua intervista a Minoli, che lo ha presentato come uno che è stato "infoibato" "solo perché italiano. Come ho già detto: storici, giornalisti e tutti coloro che scrivono di queste cose in questi anni di Giornate del Ricordo, dovrebbero sapere che intorno a queste vicende c'è tanta propaganda, e che quindi bisogna informarsi bene prima di scrivere.

    L'atteggiamento della destra e della sinistra.
    Non si vede una grande differenza. La destra fascista ha trovato in questo argomento la possibilità di ribaltare il discorso delle responsabilità nella seconda guerra mondiale, passando da carnefici a vittime, con la possibile riabilitazione dei repubblichini di Salò ecc. La sinistra ha trovato l'occasione per prendere le distanze dal proprio passato partigiano, con tutta una serie di distinguo e di "ammissioni" in cui le foibe erano funzionali in quanto venivano attribuite a partigiani, sì, ma "slavi" (e si sa che il razzismo antislavo è molto diffuso) e quindi la resistenza italiana poteva restarne fuori. La miopia di una simile posizione la si vede oggi, con un'operazione come quella di Giampaolo Pansa, che attacca direttamente la resistenza italiana.
    C'è da dire, inoltre, che l'"operazione foibe" è funzionale alla politica estera italiana, tradizionalmente "espansionistica" verso la penisola balcanica. Anche in questo senso, centrodestra e centrosinistra non si distinguono. Noi di Resistenzastorica abbiamo una raccolta impressionante di dichiarazioni di esponenti del centro sinistra in senso neoirredentista, cioè tese alla rivendicazione delle "terre perdute", tema che oltre ad essere stato sempre tipico della destra, sembrerebbe oggi anche antistorico, nel momento dell'allargamento dell'UE. Eppure le dichiarazioni ci sono, anche di personaggi come Fassino.

    Che cosa significa oggi commemorare i morti delle foibe?
    Come ho spiegato, commemorare i morti nelle foibe significa sostanzialmente commemorare rastrellatori fascisti e collaborazionisti del nazismo. Per gli altri morti, quelli vittime di rese dei conti o vendette personali, c'è il 2 di novembre.

    Che cosa andrebbe fatto per restituire dignità alla memoria storica del paese?
    Per quanto riguarda la dignità del paese, credo che l'unica cosa da fare sia smettere quella convinzione nazionale che gli italiani siano sempre stati "brava gente", che dovunque sono andati hanno portato la civiltà, anche quando bruciavano i villaggi della Croazia, o impiccavano i ribelli libici. Gli italiani debbono rendersi conto che la repubblica italiana non ha mai fatto veramente i conti con le responsabilità del fascismo. Dietro al discorso delle foibe c'è proprio l'interesse di continuare a nascondere queste responsabilità. Infatti la proposta italiana di incontro trilaterale fra i presidenti di Italia, Slovenia, Croazia, sui luoghi della memoria, inserendo la Risiera di San Sabba, il campo di concentramento di Gonars (o quello di Arbe) e la foiba di Basovizza, non è altro che un tentativo di gettare fumo negli occhi, di far dimenticare i crimini di guerra italiani in quei territori equiparando la foiba di Basovizza alla Risiera, unico campo di concentramento nazista con forno crematorio, in cui morirono oltre 3000 persone, soprattutto partigiani italiani, sloveni e croati, o ai campi di concentramento in cui morirono almeno settemila sloveni, croati, serbi, montenegrini. Il presidente della Repubblica dovrebbe andare di propria iniziativa ad Arbe in Croazia, o a Gonars a rendere omaggio alle vittime del fascismo, e a chiedere scusa agli ex jugoslavi. Questo dovrebbe essere la prima cosa da fare. Poi dovrebbe far pubblicare i risultati della commissione storica italo-slovena, che il governo italiano si era impegnato a pubblicare ma non ha mai fatto. Poi il governo di centro sinistra potrebbe obbligare la RAi a trasmettere in prima serata il documentario "Fascist legacy / L'eredità fascista", sui crimini di guerra italiani in Etiopia, Libia e Jugoslavia. Questo documentario della BBC fu acquistato nell'89 dalla RAI, ma mai trasmesso.





    INTERPELLANZA APERTA

                            Al Ministro degli Esteri
                                Franco Frattini


        Premesso che in data 23 maggio 2009 una nutrita delegazione dell’Unione degli Istriani si è recata nella Repubblica di Slovenia nel villaggio di Lokev (Corgnale), asseritamene per rendere omaggio “agli infoibati italiani e stranieri” nei pressi della grotta Golobivnica, non riuscendo ad arrivare fino all’imbocco della grotta stessa, che si trova su un terreno privato;
        Rilevato che la delegazione dell’Unione degli Istriani era accompagnata da alcuni rappresentanti istituzionali locali, ma soprattutto dal Sottosegretario del ministero dell’Ambiente Roberto Menia e dal Console italiano a Capodistria, Carlo Gambacurta;
        Atteso che, senza voler entrare nel merito dell’iniziativa specifica, giova sottolineare che l’Unione degli Istriani contesta pubblicamente il Trattao di Pace di Parigi e rivendica apertamente la necessità di rimettere in discussione i confini all’interno dell’Unione europea essendo di fatto fortemente contraria all’attuale assetto comunitario;
        Preso atto, con personale rammarico, che la città di Trieste a fine giugno ospiterà il prossimo G8 Esteri;

    Il sottoscritto consigliere regionale Interpella
    pubblicamente il signor ministro per sapere

    1.    Se fosse al corrente della presenza di un esponente del Governo Italiano e di un funzionario del Ministero degli Esteri all’iniziativa descritta in premessa.
    2.    Se ritiene che ad esponenti del Governo Italiano e funzionari nominati dal Ministero degli Esteri che ricoprono incarichi di rappresentanza effettiva dello Stato Italiano all’estero sia consentito partecipare a manifestazioni pubbliche a titolo personale o privato.
    3.    Se ritiene opportuno che rappresentanti del Governo Italiano o funzionari del Ministero degli Esteri partecipino - a titolo personale o privato - ad iniziative settarie, promosse da soggetti che perseguono  e praticano attivamente il conseguimento di obiettivi contrari allo spirito comunitario, a decisioni sancite da trattati internazionali ed alle politiche dell’Unione Europea in materia di intangibilità dei confini nazionali così come sanciti dal Trattato di Pace.

    Trieste, 25 maggio 2009


                                    Igor Kocijancic (*)
                                Consigliere regionale del FVG

    (*) Partito della Rifondazione Comunista





    Essere infoibati a Viterbo...

    In merito ai comunicati stampa [emessi nel 2009 dall'ANPI di Viterbo] vanno segnalati i due inerenti alla questione foibe, principale veicolo per gli attacchi mistificatori del revisionismo strumentale contro la Resistenza. Il primo riguarda l’intestazione al volontario viterbese in Jugoslavia Carlo Celestini di un cippo in piazza Martiri foibe istriane di Viterbo, che lo vuole, appunto, “sacrificato nelle foibe” nel 1945. Dalla documentazione conservata all’Archivio di Stato di Viterbo non emerge affatto che questi sia stato infoibato e non si riesce a capire su quali basi l’Amministrazione comunale di Viterbo abbia svolto le pratiche per l’intestazione. L’altro caso riguarda invece Vincenzo Gigante, un poliziotto pugliese di stanza a Fiume cui l’estate scorsa l’Associazione nazionale Polizia di Stato (Anps) di Capranica ha solennemente intestato la propria sezione, in quanto infoibato dai comunisti di Tito nel 1945. Anche qui, non si capisce su quali basi, mentre sono proprio gli enfatici reportage dei giornali sulla cerimonia d’intestazione a suscitare seri dubbi. In ambedue i casi non c’è stata risposta da parte dei diretti responsabili. Su Celestini, gli esponenti della maggioranza al Comune di Viterbo tacciono; su Gigante, l’Anps non ha emanato alcuna nota a seguito del nostro comunicato, né i giornali che hanno riportato la cerimonia sono tornati successivamente sull’argomento. Tuttavia, per ambedue gli interventi, ci sono arrivate alcune lettere, prive, va da sé, di documentazione sulle questioni sollevate ma in compenso ricche di insulti e accuse d’ogni tipo, che non hanno fatto altro che suffragare ulteriormente l’infondatezza di operazioni che di storico non hanno nulla. Che conclusioni trarne?

    (tratto da:
    "1945-2010: 65° della Liberazione. Una nuova stagione per l’Anpi. Appello per il tesseramento al Comitato provinciale di Viterbo", di Silvio Antonini, Segretario e Portabandiera, ANPI Viterbo - per contatti: anpi.vt @ libero.it )



    Viterbo: davvero Carlo Celestini è stato “sacrificato nelle foibe”?
    di Silvio Antonini*

    Sono passati quasi dieci anni esatti da quando l’amministrazione comunale di Viterbo ha dedicato la piazza (o largo) fuori porta Faul ai “martiri delle foibe istriane”, nella logica di contrassegnare le principali vie d’accesso al centro cittadino con intestazioni che non lascino alcun dubbio al forestiero circa l’orientamento politico e i propositi del Comune. Ai margini di questa piazza, una pleonastica targa di peperino aggiunge: “A perenne ricordo di migliaia di italiani sacrificati con la sola colpa di essere italiani”. Nel 2001, l’intestazione si arricchisce di un cippo su cui è scolpito “In ricordo del nostro concittadino Carlo Celestini, sacrificato nelle foibe. Viterbo marzo 1922 - Djakovo maggio 1945”.
    Non è il caso di tornare nuovamente a controbattere l’infondatezza di cifre improbabili o di asserzioni strumentali che nulla hanno di storico. Sapendo però delle regole della cosiddetta “operazione foibe”: intestazioni di vie e monumenti e assegnazioni di medaglie effettuate con disinvoltura, senza la pur minima ricerca storiografica, ho deciso di fare delle verifiche, soprattutto perché quel cognome, Celestini, mi era tutt’altro che nuovo.
    Mi sono così rivolto al direttore della Biblioteca Comunale di Viterbo Giovanni Battista Sguario: a lui esponenti locali d’Alleanza Nazionale avevano commissionato la ricerca su questa persona ai fini dell’intestazione. La risposta è stata che la documentazione allora utilizzata, di cui lui aveva posseduto copia che ora non riesce a recuperare, si trova all’Archivio di Stato di Viterbo (Asvt). Mi reco sul posto e cerco nel fondo Gabinetto della Prefettura. Qui però, alla lettera C della serie Caduti e Dispersi in Guerra, non esiste alcun fascicolo sul Celestini. Tra l’altro, m’informano gli impiegati dell’Archivio, ai tempi di tale ricerca questo fondo non era ancora inventariato; buste e fascicoli non erano censiti: nessuno potrebbe quindi sapere riguardo eventuali smarrimenti.
    L’unico documento sul Celestini che si trova all’Asvt è nella documentazione del Distretto Militare di Viterbo, ivi depositata alla chiusura del distretto stesso. Trattasi di un foglio matricolare (n. 10243) contenente notizie che mettono fortemente in dubbio i motivi dell’intestazione. Emerge subito un’ovvietà, trattandosi di foglio matricolare: il Celestini era un militare, non un semplice cittadino infoibato “con la sola colpa di essere italiano”. Poi, guardando la paternità, si apprende che lo stesso è figlio di Crescenziano Celestini, personaggio nel quale mi ero imbattuto durante gli studi sui fatti viterbesi del 1921-’22, quando questi, fascista “antemarcia”, era, assieme al fratello Giulio, dirigente del Fascio di Combattimento di Viterbo. Le camicie nere viterbesi in quel periodo non trovavano agio nella vita politica cittadina; per questo motivo chiedevano aiuto alle delegazioni forestiere che, a loro volta, nel 1921, si macchiavano dei delitti Antonio Prosperoni (2 maggio) e Tommaso Pesci (10 luglio). Crescenziano Celestini sarà poi impiegato alla Provincia, funzionario zelante pure durante la Rsi, ma non per questo epurato, tanto che è nell’elenco degli impiegati ancora negli anni ’50. Il figlio Carlo perciò non proveniva dalla cosiddetta “zona grigia” ma da un ambiente familiare spiccatamente fascista. Difatti, il foglio matricolare informa che questi parte volontario (molto probabilmente per convinzioni politiche) per il 56° Reggimento Fanteria di Venezia, con la ferma d’anni due, dal 5 dicembre 1940. Il 6 aprile dell’anno dopo è imbarcato per l’Albania (Durazzo). L’ultimo aggiornamento del foglio - ciò significa che da lì in poi il Distretto non ha più ricevuto informazioni - è del 13 ottobre 1947 e dice: “Disperso in occasione di eventi bellici in Croazia” a seguito dell’8 settembre 1943.  Da nessun fatto né luogo tra quelli riportati qui, nell’unico documento a nostra disposizione che ne parli, si evince un infoibamento, né “disperso in Croazia” equivale a “sacrificato nelle foibe”, cavità carsiche del territorio istriano. Sul cippo in suo ricordo è dato Djakovo come luogo di morte. Secondo quanto riferitomi da Sguario, che mi ha gentilmente citato a memoria alcuni particolari, sarebbe stato scelto questo luogo poiché da qui il Celestini inviava la sua ultima lettera ai familiari, nel gennaio 1945 (almeno all’epoca delle ricerche di Sguario due sorelle del Celestini risiedevano a Milano). Se questo rispondesse al vero, per quale motivo sul cippo il decesso è postdatato di quattro mesi? Djakovo inoltre si trova in Slavonia, regione croata ai confini con la Serbia, territorio – m’informa Sandi Volk della Biblioteca Nazionale Slovena e degli Studi di Trieste - di pertinenza tedesca durante l'occupazione della Jugoslavia. Qui non si sono verificati infoibamenti; siamo assai lontani dall’Istria: sarebbe come dire “sacrificato nel Viterbese” riferendosi ad un tale venuto a mancare, grossomodo, tra l’Emilia e la Lombardia.
    Il foglio ci dice - come abbiamo visto - che il Celestini era un volontario, circostanza che Sguario ricorda anche per il dopo 8 settembre. Facciamo presente che, per quanto riguarda gli occupanti italiani, sono proprio i volontari fascisti a distinguersi per ferocia nell’opera di rastrellamento, distruzione villaggi e deportazione delle popolazioni slave. Ragion per cui un volontario finito nelle mani della Resistenza jugoslava riusciva difficilmente a farla franca, aldilà delle responsabilità del singolo. In conformità a ciò, l’ipotesi più plausibile è che il Celestini nel periodo 1943-’45 fosse ancora volontario in Jugoslavia (Croazia, stando al foglio) per il fronte nazifascista - non è dato sapere in quale reparto (camicie nere, X MAS, SS italiane etc.) - e che fosse caduto in combattimento o, se vogliamo prender per buona la data del maggio 1945, giustiziato dai partigiani, dai civili, oppure deceduto successivamente in un campo di concentramento. Non vi è invece documentazione sul fatto che sia finito nelle foibe istriane, tanto è vero che non è menzionato in nessuno degli elenchi redatti in merito. C’è sì un soldato della provincia di Viterbo finito nelle foibe in quei frangenti, ma si tratta di Valentino Trauzzola di Lubriano, guarda caso un volontario fascista della Rsi (si veda: Luigi Catteruccia, Cominciò l’8 settembre in Jugoslavia l’odissea di migliaia di soldati, inserto di “Biblioteca e Società”, XIV, 1995, 23).    
    In conclusione - nel rispetto dovuto ad una persona morta in giovane età, senza che i familiari ne ottenessero la salma o almeno notizie sulle circostanze della morte, e di cui ignoriamo responsabilità individuali - è lecito sospettare che il Celestini sia stato scelto nell’intestazione per un solo motivo: è, a quanto pare, l’unico viterbese di idee fasciste disperso in Jugoslavia durante la seconda guerra mondiale. Da qui, senza perderci troppo tempo, è stato a lui conferito il ruolo toponomastico di “sacrificato nelle foibe con la sola colpa di essere italiano”, che ciò fosse vero o meno.       

    * Segretario e Portabandiera Anpi Comitato Provinciale di Viterbo.
    Viterbo 6/02/2009


    Replica ad Aldo Quadrani
    in merito alla lettera pubblicata su “il Nuovo Corriere Viterbese”, 8 febbraio 2009, p. 9.

    Su “Il Nuovo Corriere Viterbese” dell’8 febbraio è comparsa una replica di Aldo Quadrani, dirigente del Circolo Reale di Viterbo, in merito al mio intervento sull’inattendibilità storica dell’intestazione a Carlo Celestini di piazza Martiri delle foibe istriane, che lo stesso giornale aveva pubblicato integralmente – e per questo lo ringrazio – il giorno prima. 
    Il Quadrani, dicendosi altresì disgustato, definisce il mio scritto “neppure degno di replica anche per le tante inesattezze riportate”, dimenticandosi però di scrivere quali sarebbero queste inesattezze. Io ho citato tutte le fonti alle quali ho fatto riferimento, documenti fruibili da tutti, anche a meno dei tre chilometri di distanza sui quali l’esponente monarchico ironizza. È difatti sufficiente andare alla Biblioteca Comunale degli Ardenti e all’Archivio di Stato di Viterbo. Qui, ad es., ci si può rivolgere per sapere sulle vicende belliche del Celestini, chiedendo del fondo Distretto Militare, serie Fogli Matricolari, n. 10243. Piuttosto: il Quadrani di quale documentazione dispone? E soprattutto: è in grado di esibirla?
    Lo stesso Quadrani che poi fa una gaffe, quando dice che Djakovo - il luogo del decesso riportato sul cippo del Celestini - si trova in “Slovenia, che allora faceva parte della Croazia”. Ma Djakovo, come avevo scritto, è in Slavonia, regione ai confini con la Serbia, ancor oggi nel territorio croato, mentre la Slovenia, che con la Croazia non c’entra nulla, è uno stato che nel dopoguerra farà parte della federazione jugoslava e che oggi è indipendente, e nel quale comunque non ci sono foibe.
    Infine, il Quadrani informa in merito alle circostanze che portarono alla scelta del nome di Celestini - un tassello assai importante -, parlando di un convegno, tenuto dai monarchici viterbesi nel 1997, dal quale “scaturì la presenza e la scomparsa di Carlo Celestini”. Che sia stato presente e poi scomparso è ovvio, lo dice il foglio matricolare, ma in base a quale documentazione si stabilì che fosse stato infoibato e soprattutto che Djakovo si trovasse in Istria?
    Inverosimilmente, con questa nota, l’indiscusso leader dei monarchici locali rafforza la tesi sull’infondatezza storica di quell’intestazione.
     
    Silvio Antonini
    Segretario e Portabandiera
    ANPI CP Viterbo
    Viterbo 8/02/2009.



    Capranica (Viterbo): un altro bluff dell’”operazione foibe”?
    4 Agosto 2009

    Sabato 18 luglio, a Capranica (Vt), è stata inaugurata la locale sezione dell’Associazione Nazionale Polizia di Stato (Anps), alla presenza delle autorità politiche, civili e religiose del posto. La sezione è stata intestata al vicebrigadiere Vincenzo Gigante, poiché “vittima delle foibe istriane”. Nei resoconti della cerimonia usciti sui giornali locali, però, non si fa minimamente cenno alle circostanze di questo infoibamento. Insospettisce a tal proposito soprattutto l’articolo comparso su “Nuovo Viterbo oggi”, che titola: La Polizia omaggia il brigadiere Gigante, Collaborò con il commissario Palatucci nel salvare 5 mila ebrei, Finì infoibato il 16 giugno del 1945 per mano dei comunisti di Tito, (21 luglio 2009, p. 10). Il giornale edito da Giuseppe Ciarrapico muove l’accusa infamante contro la Resistenza jugoslava di aver infoibato addirittura una persona che aveva salvato migliaia di ebrei. Nel resoconto, il giornalista Marco Tartarini scrive che Gigante, nato in provincia di Lecce nel 1906, durante la seconda guerra mondiale è a Fiume con l’incarico di vigilanza nel porto franco. Quella che però nel titolo è data come notizia certa: la collaborazione con il commissario Giovanni Palatucci nel salvare gli ebrei dallo sterminio, nel testo è in realtà semplicemente ipotizzata e l’articolo, per tre colonne su sei, parla delle gesta di Palatucci, anziché argomentare le motivazioni dell’intestazione Anps, cioè l’infoibamento di Gigante. Su questo punto si dice soltanto che i familiari del vicebrigadiere - cui va comunque tutto il rispetto che si deve a chi ha perso un proprio caro - nel timore di ritorsioni, abbiano distrutto tutta la documentazione, “difatti – scrive Tartarini -, alla data odierna nessuna traccia è pervenuta se non una vecchia tessera ferroviaria rilasciata dall’allora Regio Ministero dell’Interno, da cui si è potuto riprendere una giovane foto in borghese del Gigante, da cui il ritratto in effige incorniciata, oggi, nella sede di Capranica a lui intitolata dell’Associazione Nazionale Polizia di Stato”. Qui, dopo aver mandato a farsi benedire sintassi e ortografia, si ammette In sostanza che sulle circostanze della morte di Gigante non vi siano documenti e che per l’intestazione sia stata sufficiente una fototessera!

    Pensando che il vicebrigadiere avesse qualche relazione con il nostro territorio, mi sono recato all’Archivio di stato di Viterbo per cercare il nome sui fogli matricolari, senza però trovarne traccia: il poliziotto evidentemente non aveva alcun rapporto con il Viterbese, men che mai con Capranica.

    Mi sono quindi rivolto altrove, per verificare se Gigante figurasse in qualche elenco d’italiani infoibati. Mi ha risposto Claudia Cernigoi, l’autrice di Operazione foibe, informandomi che un Vincenzo Gigante, nato nel 1906, è elencato tra i poliziotti fucilati a Fiume nel 1945. Coincidono con l’intestatario della sezione di Capranica il nome, il cognome, l’anno di nascita, la professione e, presumibilmente, il luogo di stanza. Da questa informazione si evince però che, innanzitutto, Gigante non è stato infoibato ma fucilato e che, come luogo di morte, figura Fiume, e a Fiume non ci sono foibe, cioè le cavità carsiche naturali del territorio istriano. Stando a questi dati, inoltre, sono ignote le responsabilità di Gigante durante il conflitto, aspetto tutt’altro che trascurabile soprattutto per la professione che questi svolgeva.

    Un’associazione può intestare le proprie sedi a chi ritiene più opportuno. Certo, in questo caso, i poliziotti di Capranica potevano semplicemente dedicare la sezione a Gigante, perché collega caduto in guerra e basta, ma siccome si sono mosse accuse infamanti contro i partigiani jugoslavi, senza uno straccio di prova, sarebbe bene che l’Anps e i giornali che con enfasi hanno dato spazio alla cerimonia pubblicassero anche la documentazione su cui si è basata l’intestazione.

    In conclusione va ricordato che c’è, in realtà, un Vincenzo Gigante senza ombra di dubbio degno di mille intestazioni. È un omonimo e corregionale del poliziotto: si tratta di un comunista, perseguitato durante il ventennio e Partigiano nelle Brigate Garibaldi a Trieste. Catturato su delazione nell’autunno 1944, il partigiano Gigante sarà orribilmente torturato dai nazifascisti e poi bruciato nel forno crematorio della risiera di San Sabba. Medaglia d’Oro al Valor Militare.

    Silvio Antonini
    Segretario e Portabandiera
    Anpi Cp Viterbo

    AGGIORNAMENTI 2011:

    Sulla pubblicazione dell’elenco dei viterbesi “infoibati”

    Nel 2001, l’Amministrazione comunale di Viterbo aveva intestato un cippo in largo Martiri delle foibe istriane a Carlo Celestini “sacrificato nelle foibe”. Due anni fa abbiamo redatto un comunicato stampa per dimostrare che, in base a documentazione inconfutabile, le circostanze dell’infoibamento non risultassero affatto. Il Comune di Viterbo non ha mai risposto.
    Durante le celebrazione del Giorno del ricordo 2010, però, il consigliere comunale di maggioranza Maurizio Federici aveva parlato di “dodici martiri, nati a Viterbo e provincia, che da alcune ricerche storiche risultano deceduti a seguito di deportazione, fucilazione o infoibamento”. Così avevamo inoltrato all’assessore una lettera per sapere circa i nomi di questi dodici, senza ottenere risposta.
      Stamattina, con una conferenza stampa tenuta da Federici assieme ad altri esponenti del locale centrodestra, sono stati pubblicati questi nomi che, frattanto, sono diventati diciotto. Faremo al più presto ricerche a riguardo, in quanto la storiografia, come tutte le scienze, comporta rigore, serietà e scrupolosità che possono venir meno in un semplice scambio di battute.
    Tralasciando ora il fatto che nella conferenza stampa, almeno da quanto riportano i giornali, non si sia fatto cenno delle politiche antislave del fascismo, né del martirio cui sono state sottoposte le popolazioni balcaniche occupate dai fascisti (deportazioni e fucilazioni di massa, distruzioni di interi villaggi etc.), veniamo ai dati forniti nell’elenco dei nomi. Nessuno di questi elencati - va da sé tutti soldati - risulta inoppugnabilmente infoibato e, “probabilmente infoibato” non necessariamente significa effettivamente infoibato. Per alcuni si dice esplicitamente che le cause della morte sono ancora in fase di accertamento, per altri si parla di fucilazione o decesso a seguito di internamento, mentre per qualche caso è notizia certa il solo avvenuto decesso, anche a distanza di anni dalla fine del conflitto! In sostanza, è sufficiente la sola circostanza di essere venuti a mancare nei Balcani per essere definiti “infoibati con la sola colpa di essere italiani”. Un infoibamento ormai esteso a tutte le possibili cause di morte. Senza contare che nei Balcani, dopo l’8 settembre 1943, i soldati italiani, a migliaia, sono stati fucilati, deportati nei campi di sterminio o sono deceduti nei campi di prigionia per mano dei nazifascisti.
    Proprio in merito a Celestini, la scheda, sospettosamente breve, riporta soltanto: “CELESTINI Carlo, di Crescenziano, nato a Viterbo nel 1922, scomparso, infoibato nel 1945 a Dyakovo”. Il Comune, in tutta evidenza, non intende rendere pubblica la documentazione su cui si basò l’intestazione del cippo, né motivare a riguardo. In compenso, Federici, parlando delle celebrazione del 10 febbraio, annuncia: “Deporremo un mazzo di fiori al monumento dedicato a Carlo Celestini, un martire delle foibe”. Come dire: alla faccia vostra!
    Fermo restando il rispetto e la pietà che si debbono a tutti i morti, siamo sempre più palesemente dinanzi ad un uso, quantomeno, scorretto delle fonti, privo anche dei più basilari criteri storiografici, sacrificati nel nome di opinioni e convinzioni personali, con l’obiettivo politico di diffamare la lotta partigiana.

    Silvio Antonini
    Segretario e Portabandiera
    Anpi Cp Viterbo 


    Estratto dal Resoconto del Congresso del Comitato provinciale Anpi di Viterbo:

    Sabato 29 gennaio 2011, presso la sede dell’associazione Viterbo con amore, via Cavour, 97, si è riunito il Congresso del Comitato provinciale (Cp) Anpi di Viterbo, in vista del 15° Congresso nazionale, che si terrà a Torino il 24-27 marzo. Hanno partecipato all’evento oltre trenta persone tra cui molti giovani e giovanissimi che mai si erano avvicinati all’Associazione. (...)
    In merito al Giorno del ricordo, il documento del Cn denuncia il fatto che la ricorrenza si sia trasformata in celebrazione “dell’orgoglio fascista”. Come Cp Viterbo affermiamo che l’istituzione di questa ricorrenza sia già di per sé strumentale, poiché finalizzata a denigrare l‘Antifascismo, la lotta partigiana e le popolazioni slave: siamo l’unico paese europeo ad aver fatto assurgere ad evento luttuoso un trattato di pace dopo una guerra che aveva visto l’Italia come aggressore di popoli vicini e, per giunta, sconfitta. Ormai è palese come l’ “operazione foibe” non si basi affatto su criteri storiografici, anche quelli più basilari (abbiamo trattato più volte l’argomento, sia a livello locale sia nazionale), ma su faziosità ideologiche e etniche, un tempo appannaggio dell’estrema destra, divenute istituzionali per ragioni politiche. In base a ciò, chiediamo che il 10 febbraio diventi la Giornata dell’amicizia tra il popolo italiano e quelli balcanici, contro la xenofobia e le guerre.  (...)
    Sulle questioni locali: il Cp intende fare una proposta circa la toponomastica del Comune di Viterbo, nello specifico sul largo Martiri delle foibe istriane e sul cippo che vi ricorda Carlo Celestini, viterbese “sacrificato nelle foibe”. Due anni fa siamo intervenuti pubblicamente denunciando il fatto che dalla documentazione dell’Archivio di Stato non risulta affatto che questi sia stato infoibato, chiedendo spiegazioni all’Amministrazione comunale, per un’intestazione fortemente sospetta di arbitrarietà, pure grossolana. Non abbiamo ottenuto risposta alcuna. È altresì inaccettabile, in termini di cifre e verità storica, quanto scritto sulla targa posta nel largo in questione, che riporta di “migliaia di italiani sacrificati con la sola colpa di essere italiani”. Chiediamo, quindi, che quel largo cambi intestazione per essere dedicato ai Viterbesi vittime del fascismo, a partire da quelli assassinati negli anni Venti (Antonio Prosperoni, Tommaso Pesci e Antonio Tavani) su cui si dispone di abbondante quanto inconfutabile documentazione. In questo largo, un cippo potrebbe ricordare proprio Tommaso Pesci, contadino ucciso, senza motivo, con un colpo dritto in faccia sparato da un fascista orvietano, mentre era inerme sull’uscio di casa, in via Lucchi, il 10 luglio 1921 (inaugurazione del gagliardetto fascista). Nel 90° anniversario dei fatti, Viterbo renderebbe omaggio a un suo cittadino, i cui familiari non ottennero giustizia.
    Il Congresso ha rappresentato un’occasione per il ridefinire l’assetto del Consiglio direttivo. È riconfermato l’incarico di Presidente a Renato Busich. Con la morte di Rosa Mecarolo, era rimasto vacante l’incarico della Presidenza onoraria, ora affidato a Nello Marignoli, Partigiano viterbese combattente in Jugoslavia, iscritto Anpi dal 1947. Marignoli, assente per motivi di salute, ha ringraziato della nomina per telefono. È stato eletto consigliere Francesco Antonaroli che, ormai da anni attivo per l’Anpi, ha dato prova di serietà e impegno costante. L’iscritto Carlo Boccolini è stato, invece, eletto nel collegio revisori conti.
    Per il resto, è confermato l’organico emerso dal Congresso straordinario del 2009.

    Il Direttivo del Comitato provinciale Anpi Viterbo





    Per infangare la Resistenza il TG3 manomette le foto dei crimini italiani nella Slovenia occupata

    Nei video mostrati il 10 febbraio 2010 dai telegiornali di Rai 3 e su Linea Notte, tra filmati e immagini sulle foibe sono state subdolamente inserite anche foto che documentano invece i crimini italiani nella Slovenia occupata.

    Il servizio per il TG3 di Sergio Criscuoli, montato da Roberto Barbanera, si può ancora vedere al sito:  
    http://www.tg3.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-246e6824-d129-42b4-a5aa-a6a65cee6e26.html

    Le foto si trovano più o meno al punto fra i minuti  2'17'' e 2'21''. Una, in cui si vedono alcune persone scavare una fossa, è riprodotta qui a fianco (fonte: http://muceniskapot.nuovaalabarda.org/galleria-ita-3.php ).

    Nel suo articolo "La malastoriografia" in Revisionismo storico e terre di confine Alessandra Kersevan già aveva documentato un caso analogo: sul Messaggero Veneto, tre anni fa avevano usato una immagine della fiction "Il cuore nel pozzo" apponendo la didascalia: "Immagini d'epoca. [sic] Rastrellamenti di partigiani jugoslavi contro la popolazione" [sic].
    Crimini commessi
                                        dall'esercito di occupazione
                                        italiano: partigiani jugoslavi
                                        costretti a scavarsi la fossa
                                        prima di essere uccisi

    (segnalato da Alessandra Kersevan, che ringraziamo)

    Vedi anche:
    Lettera Aperta alla direzione del TG3 - di A. Kersevan e P. Consolaro




    Dal periodico triestino "La Nuova Alabarda"

    GIORNO DEL RICORDO DELLE FOIBE E DELL’ESODO E DELL’AMNESIA STORICA

    La giornata commemorativa del 10 febbraio è stata istituita con la legge 30 marzo 2004, n. 92, “in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale”. Lo scopo di questo “ricordo” avrebbe dovuto essere lo studio e la diffusione della conoscenza degli avvenimenti al confine orientale d’Italia tra il 1943 ed il 1947 (fino alla firma del Trattato di pace, il cui anniversario cade proprio il 10 febbraio). Già la scelta della data costituisce di per se stessa uno stravolgimento storico: la firma del trattato di pace vista non come la fine della guerra ma come il giorno in cui l’Italia (che aveva perso una guerra che lei stessa aveva cominciato, particolare che nessuno ricorda) dovette rinunciare ad un parte del suo territorio.
    Fin dalla prima celebrazione, avvenuta nel 2005, abbiamo visto come la ricorrenza invece di essere un’occasione di approfondimento della storia è stata subito monopolizzata da associazioni nazionaliste ed irredentiste (Lega Nazionale, Unione degli istriani, Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia) e da forze politiche di destra più o meno estrema (Forza Nuova, Alleanza Nazionale, ed ora il PDL dopo che AN vi si è sciolta) con il risultato che il 10 febbraio è diventato, secondo una definizione (che condividiamo) dello storico Sandi Volk, il “Giorno dell’orgoglio fascista”.
    Infatti nelle celebrazioni, sia ufficiali, sia delle singole associazioni, sentiamo l’ostinata continua descrizione della ferocia dei partigiani (quelli comunisti) e dell’Esercito jugoslavo, che viene considerato non come uno degli eserciti alleati ma trattato alla stregua di un esercito di occupazione, e nel contempo vengono del tutto cancellate le responsabilità del fascismo nel conflitto; vediamo gerarchi fascisti, collaborazionisti, persino acclarati criminali di guerra descritti come “martiri” ed “eroi” in quanto “soppressi e infoibati” da forze jugoslave. Perché la legge prevede anche una onorificenza per questi “soppressi ed infoibati”, e pazienza se abbiamo visto “premiare” anche torturatori, o semplici militari collaborazionisti dei nazisti morti in combattimento, o ancora persone delle quali non si conoscono neppure le modalità della morte, mettendo tutti i nomi in un gran calderone di “vittime degli slavi”. Il fatto che negli ultimi anni non si siano neppure resi pubblici i nomi di coloro che hanno ricevuto questa onorificenza fa pensare che addirittura si temano obiezioni sulla liceità di queste attribuzioni. E però, nonostante le modalità piuttosto sui generis dei riconoscimenti, evidentemente le cose non sono andate come si aspettavano i promotori della legge (primo ideatore Roberto Menia), visto che nel sito del Consolato italiano di Madrid leggiamo che “finora, dopo 5 anni di lavoro della commissione, è pervenuto soltanto un limitato numero di domande a fronte del potenziale, elevato numero delle persone destinatarie del riconoscimento (circa 10.000, secondo le stime (stime inesatte, ndr), furono le persone che persero la vita la vita per infoibamento)”; e quindi “d’intesa con la Presidenza del Consiglio dei Ministri e con il Ministero Affari Esteri, si ritiene pertanto opportuna una capillare azione d’informazione anche all’estero, ove si trasferirono numerosissime famiglie di esuli dall’Istria, Fiume e Dalmazia, i cui discendenti potrebbero beneficiare della Legge di cui trattasi”. Come ammettere che si sta raschiando il fondo del barile dopo il flop, che si è dimostrata essere questa iniziativa.
    A fronte di tutta di questa propaganda e disinformazione, di diffusione di odio antijugoslavo ed anticomunista, di insulti alla Resistenza, un gruppo di storici (tra i quali chi scrive) ha in questi anni cercato di “resistere”, in collaborazione di volta in volta con l’Anpi, con partiti di sinistra (i soli Rifondazione Comunista e Comunisti italiani), con le Università e con i Centri sociali, con organizzazioni giovanili e di base, organizzando e partecipando ad iniziative di informazione storica per cercare di porre un freno alle falsità dilaganti che vengono a tutt’oggi diffuse. Dopo un lavoro ormai più che decennale di attività di informazione e di una vera e propria “resistenza storica” (spesso siamo stati tacciati di “negazionismo”, abbiamo subito contestazioni pesanti e tentativi di impedirci di parlare), piano piano il nostro discorso si è allargato al punto che lo storico Jože Pirjevec, accademico di fama e (fatto non indifferente) non comunista ha pubblicato per l’Einaudi lo studio “Foibe. Una storia d’Italia”, libro che ha creato un grande scompiglio.
    Infatti il 30 gennaio scorso due consiglieri regionali del PDL del FVG (Roberto Novelli e Edoardo Sasco) hanno lanciato un attacco a Pirjevec che viene accusato di “negare che la tragedia delle foibe sia da attribuirsi alla volontà di effettuare una pulizia etnica premeditata, frutto di un’azione politica tesa all’eliminazione di quanti si opponevano all’annessione alla Jugoslavia dopo la fine della seconda guerra mondiale”; di non avere preso “in considerazione fatti storicamente assodati”, perché le sue affermazioni “stridono con le testimonianze di tutte le persone che hanno vissuto il dramma dell’esodo dall’Istria e l’opera di epurazione perpetrata dai soldati titini durante e dopo la fine del secondo conflitto mondiale, secondo le quali le foibe rappresentano a tutti gli effetti fenditure carsiche in cui i partigiani jugoslavi gettarono i corpi dei nemici”.
    Come si vede, mentre Pirjevec ha scritto un libro di quasi 400 pagine basandosi su fonti storiche accertate come documenti ufficiali, gli specialisti del PDL, l’ingegnere Sasco ed il perito agrario Novelli si arrogano il diritto di decidere che, dato che le conclusioni di Pirjevec “stridono” con “le testimonianze” (non si sa bene di chi), è lo storico ad essere inattendibile e non la vulgata da rivedere.
    A sua volta il PDL nazionale (il responsabile della Consulta Cultura del partito, Fabio Garagnani e la vice Paola Frassinetti) propone di “istituire un albo nazionale di associazioni autorizzate a recarsi negli istituti scolastici a parlare del fenomeno delle foibe e dell\'esodo istriano-giuliano-dalmata”, in modo da “evitare che l’argomento venga affrontato nelle scuole da associazioni gestite da comunisti” (sic). Cioè non si chiede che chi intende parlare nelle scuole di questo argomento abbia la preparazione storica necessaria per farlo, ma semplicemente che non sia “comunista”. Così un Marco Pirina che riempie i suoi libri di falsità (assieme alla moglie Annamaria D’Antonio è stato recentemente condannato dalla sezione civile della Cassazione a risarcire i danni per diffamazione a tre ex partigiani da loro accusati senza alcuna prova di avere “infoibato” civili italiani) potrebbe andare a parlare agli studenti, non essendo “comunista”, mentre uno storico che si è specializzato sull’argomento non potrà farlo se l’associazione che lo propone è “gestita da comunisti”.
    Potremmo ora semplicisticamente affermare che ci troviamo in pieno regime, perché impedire la parola in base alle idee politiche è fascismo puro, e poi chi è che decide se un’associazione è “comunista”, o se è “comunista” chi parla, ma vorremmo invece cercare di essere costruttivi ed invitare i democratici, gli esponenti della cultura, tutti coloro che hanno a cuore la verità storica e la libertà di parola, gli antifascisti, ad opporsi a questo sfacciato tentativo di imbavagliare e censurare l’informazione storica, ad esprimere la propria solidarietà al professor Pirjevec ed a tutti gli studiosi che in questi anni, fra innumerevoli difficoltà, hanno studiato e si sono fatti carico di rendere noto il risultato dei loro studi spesso non “graditi” perché diversi da ciò che per sessant’anni la propaganda ha diffuso.

    febbraio 2010




    > > 20-GEN-10 17:09
    > > FOIBE: CASSAZIONE, NON PROVATO COINVOLGIMENTO PARTIGIANI
    > > EX ESPONENTE DEL FUAN MARCO PIRINA CONDANNATO PER DIFFAMAZIONE
    > > (ANSA) - ROMA, 20 GEN - Nessuna prova è fornita dagli autori del
    > > libro 'Genocidio' - Mario Pirina e la moglie Anna Maria D'Antonio -
    > > sul coinvolgimento, nella deportazione e nella scomparsa nelle foibe
    > > di civili italiani, dei partigiani che combatterono contro i
    > > nazifascisti nelle valli friulane del Natisone insieme alle forze
    > > jugoslave del maresciallo Tito trail 1943 e il 1945. Lo sottolinea
    > > la Cassazione - sentenza 706 della Prima sezione civile -
    > > confermando la condanna al risarcimento dei danni da diffamazione a
    > > carico di Pirina (ex esponente del Fuan ed ex militante della Lega
    > > Nord poi passato a Forza Italia) e della moglie che, ora, dovranno
    > > risarcire tre partigiani indicati nel libro, pubblicato nel 1995
    > > anche con fondi erogati dalla Regione Friuli, come deportatori e/
    > > ocollaborazionisti. In particolare, la Cassazione ha respinto il
    > > ricorso di Pirina e della D'Antonio confermando, in quanto "del
    > > tutto congrua e niente affatto contraddittoria", la sentenza emessa
    > > nel gennaio del 2004 dalla Corte di Appello di Trieste.
    > > Ad essere stati diffamati e indicati con l'epiteto di
    > > "collaborazionisti", da loro ritenuto offensivo, erano stati gli ex
    > > partigiani Mario Sdraulig, Giuseppe Osgnach e Francesco Pregelj. I
    > > loro nomi - nel libro -erano riportati insieme a un elenco di 85-90
    > > persone indicate come "responsabili di deportazioni e/o
    > > collaborazionisti del IXcorpus e delle armate titine" senza che per
    > > nessuno di loro fosse indicato il "reato specificamente commesso" e
    > > senza l'indicazione di una specifica documentazione storica che
    > > potesse suffragare l'accusa di coinvolgimento nella scomparsa di
    > > civili italiani. Il libro di Pirina e D'Antonio, ricorda la
    > > Cassazione citando il verdetto d'appello, si limita solo a una
    > > "generica e complessiva indicazione di fonti, lumeggiando come veri
    > > i fatti affermati" ma senza consentire al lettore "di apprezzare le
    > > conclusioni per quello che erano": la "personale valutazione"degli
    > > stessi autori del testo. La maggior parte delle fonti citate, ad
    > > esempio, si esaurisce nella sola indicazione di testate locali come
    > > 'La famiglia parentina' o 'La voce del Friuli Orientale'. E per gli
    > > archivi vale lo stesso discorso: non una rassegna di materiali ma
    > > solo 'Archivi Ozna di Lubiana' o 'Centro studi storici di Rovigno'.
    > > Citando ancora la Corte di Appello, la Cassazione rileva che "la
    > > scelta operativa degli autori non solo ha impedito ogni
    > > approfondimento circa l'effettiva esistenza dei fatti e delle
    > > condotte in base alle quali" i partigiani erano stati"indicati come
    > > responsabili di collaborazionismo o dideportazioni di persone con
    > > sentimenti di italianita", mapersino di"capire se Osgnach, Pregelj e
    > > Sdraulig furono solodei collaborazionisti dei 'titini' o anche dei
    > > responsabili della deportazione di avversari politici". La Suprema
    > > Corte, infine, prendendo atto che "la vicenda esaminata si iscrive
    > > nel retaggio di un contesto storico caratterizzato da efferatezze ed
    > > abomini solo tardivamente proclamati e nelle conseguenti tensioni
    > > derivatene", ha stabilito che le spese legali saranno pagate da
    > > tutte le parti in causa. I partigiani e le loro famiglie avevano
    > > affidato la loro difesa all'avvocato Fausto Tarsitano, scomparso lo
    > > scorso febbraio. (ANSA).

    dal "Manifesto" del 21-01-2010

    "Foibe non provato il coinvolgimento dei partigiani"

    Nessuna prova è fornita dagli autori del libro "Genocidio" - Mario Pirina e la moglie Anna Maria D'Antonio - sul coinvolgimento, nella deportazione e nella scomparsa nelle foibe di civili italiani, dei partigiani che combatterono contro i nazifascisti nelle valli friulane del Natisone insieme alle forze jugoslave del maresciallo Tito tra il 1943 e il 1945. Lo sottolinea la cassazione - sentenza 706 della Prima sezione civile - confermando la condanna al risarcimento dei danni da diffamazione a carico di Pirina (ex esponente del Fuan ed ex militante della Lega nord poi passato a Forza Italia) e della moglie che, ora, dovranno risarcire tre partigiani indicati nel libro (pubblicato nel 1995 anche con fondi erogati dalla Regione Friuli) come deportatori e o collaborazionisti. In particolare, la Cassazione ha respinto il ricorso confermando la sentenza emessa nel gennaio del 2004 dalla Corte di Appello di Trieste.





    Segnaliamo questa iniziativa dell'Unione Istriani che per il tramite del suo presidente Massimiliano Lacota criminalizza pubblicamente studiosi, attivisti e gruppi di militanti che non si "conformano" alla storiografia del regime. Peraltro, nelle sue "liste di proscrizione", Lacota mette nello stesso mazzo cose completamente diverse tra loro - studi scientifici e volantini estremistici, iniziative politiche di carattere collettivo e prese di posizione individuali - per suscitare una indignazione cieca ed umiliare una volta di più l'esigenza di un confronto razionale, che entri nel merito dei dati storici. (a cura di Italo Slavo, febbraio 2010)

    NEGAZIONISMO: LA PROPAGANDA MILITANTE
    Nel corso di un'affollata conferenza stampa in data odierna, il presidente dell'Unione degli Istriani Massimiliano Lacotaha presentato al pubblico ed ai giornalisti presenti in sala una copsicua documentazione sull'attività negazionista e sulla propaganda militante diffusa in occasione dello scorso 10 Febbraio.
    Nell'allegato PDF una sintetica fotocronaca con la riproduzione delle principali evidenze documentali
    (13/2/2010)
    http://www.unioneistriani.it/3t-data/files/1298.pdf

    --- LE CONSEGUENZE:

    Risoluzione della Commissione Cultura della Camera dei Deputati del 18 febbraio 2010 che chiede di impedire nelle scuole italiane la libertà di insegnamento sulle vicende della Resistenza al confine orientale


    Fini, Schifani e Gianni Letta appoggiano la richiesta dell’Unione degli Istriani di imporre una Verità Storica di Stato
    (16/3/2010)
    http://www.unioneistriani.it/3t-data/files/1334.pdf

    "EMERGENZA NEGAZIONISMO": LETTERA APERTA DEL DIRETTORE DELLA “NUOVA ALABARDA”
    http://www.nuovaalabarda.org/leggi-articolo-emergenza_negazionismo_a_trieste..php
    http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/6712




    LETTERA APERTA

    AL PRESIDENTE NAPOLITANO SU PORZÛS


    Esimio Presidente,

    Nella sua visita in Friuli Lei si fermerà anche a Faedis, uno dei paesi della Repubblica partigiana del Friuli Orientale, un’esperienza importantissima ed esaltante della guerra di liberazione, in cui gli abitanti di queste terre poterono, prima della fine della guerra e della vittoria sul nazifascismo, sperimentare alcuni tratti di democrazia e di autogoverno, dopo oltre vent’anni di dittatura fortemente centralistica, che aveva represso in particolare le numerose minoranze presenti nella nostra regione, prime fra tutte quella slovena. A questa esperienza, sviluppatasi dalla collaborazione delle varie componenti della Resistenza, diedero un determinante contributo i partigiani garibaldini, e fra essi molti erano gli aderenti a quel partito comunista italiano, di cui lei stesso ha fatto parte per decenni.

    Faedis è anche il comune in cui si trovano le malghe di Topli Uorch, nome effettivo del luogo in cui avvenne l’eccidio che va sotto il nome di Porzûs. Il programma che Lei seguirà non prevede, così è stato detto, la sua salita alle malghe. Io immagino che questo avvenga, molto opportunamente, per evitare il possibile disagio che alla più alta figura istituzionale della Repubblica verrebbe dal rendere omaggio ad una lapide, che contiene molti nomi che non c’entrano con l’eccidio stesso. Penso che un ruolo, in questa scelta, possa aver avuto anche la consapevolezza che, prima di istituire alle malghe un monumento nazionale, quella di Porzûs sia una vicenda che vada ancora indagata e chiarita. Infatti i processi che si susseguirono negli anni cinquanta e che videro imputati e condannati decine di partigiani e di gappisti garibaldini, avvennero nel periodo più buio della guerra fredda, quando l’attacco alla resistenza garibaldina e comunista era, in Italia, nel suo punto più alto, con l’istruzione di centinaia di processi contro partigiani, di cui quello di Porzûs fu sicuramente il più imponente. Questo processo fu finalizzato precisamente alla messa fuori legge del partito comunista sotto l’accusa di “tradimento della patria”, obiettivo che non venne raggiunto soltanto per l’impegno del comitato di difesa, di cui fece parte anche il senatore Terracini, e per la continua mobilitazione antifascista e solidarietà che si creò intorno agli imputati. Solidarietà e impegno che tuttavia non furono sufficienti a evitare la condanna e la prigione preventiva di tanti di essi.

    Nei decenni successivi si è detto che la verità processuale È la Verità. Le posso assicurare, signor Presidente, che le cose non stanno così. L’analisi della corposa documentazione processuale e di altra documentazione anche di fonte alleata resa disponibile negli ultimi decenni, dimostrano che le cose intorno all’eccidio di Porzûs sono molto diverse da come sono state riproposte. Purtroppo, ciò che risulta è che, con molta probabilità, alcuni comandanti osovani e fra questi anche Bolla, ebbero comportamenti di intesa con il nemico nazifascista, con trattative che costituirono un serio pericolo per le formazioni garibaldine.

    Si è detto, in questi ultimi anni, dopo che queste intese e trattative non poterono più essere nascoste e confuse, che tutto questo fu fatto in difesa dell’italianità delle terre del confine orientale dall’invadenza slava. Ma Lei sa, signor Presidente, che queste terre fra il ’43 e il ’45 non erano già più Italia, essendo state annesse dal Terzo Reich. Lei sa, signor Presidente, che in queste terre esisteva una forte componente slovena che aveva sofferto molto dall’Italia fascista. Lei sa, signor Presidente, che le forze della resistenza jugoslava facevano parte dell’alleanza antinazifascista e che la direttiva del CLNAI era quella della collaborazione con i partigiani “slavi”. Lei sa, signor Presidente, che queste trattative dei comandanti osovani con tedeschi e repubblichini, fra cui la X Mas, avvennero contro quelle che erano le precise direttive del Comitato di Liberazione Alta Italia e del Corpo Volontari della Libertà, che considerarono tradimento, senza mezzi termini, le trattative di qualsiasi tipo con il nemico. Soprattutto se queste trattative avvenivano senza aver avvisato le altre componenti della Resistenza e, anzi, alle spalle di una di queste componenti, come succedeva in queste trattative osovane a danno dei garibaldini. Lei sa che questo processo non sarebbe mai dovuto avvenire perché per farlo dovettero venire violati articoli del trattato di pace e leggi della nuova repubblica, fra cui quell’amnistia che va sotto il nome di Togliatti, che servì alla “pacificazione” liberando i fascisti epurati, ma, a causa di un’applicazione ingiusta di una magistratura a quel tempo ancora molto compromessa con il passato regime, non evitò l’arresto e la detenzione di tanti partigiani.

    L’eccidio di Porzûs, compiuto da partigiani gappisti a danno di partigiani osovani, si può giudicare che non sia stato un grande momento della storia della Resistenza, ma isolandolo dal contesto in cui avvenne e accettando in maniera acritica i risultati di una Giustizia che a quel tempo si dimostrò sicuramente non obiettiva, non si fa un grande servizio alla verità e alla giustizia storica.

    Le chiedo, quindi, che prima di istituire il monumento nazionale a Porzûs, la sua Presidenza favorisca la formazione di una commissione di ricercatori storici che analizzino la vasta documentazione esistente, onde arrivare a una ricostruzione il più possibile obiettiva della vicenda della malghe di Porzûs, stabilendo anche chi e quanti furono gli uccisi e perché, e arrivare finalmente – se i risultati della ricerca lo consentiranno, come io penso – alla riabilitazione di molti di quei partigiani che furono ingiustamente condannati.

    Udine, 27 maggio 2012

    Alessandra Kersevan




    A PROPOSITO DI "MARTIRI DELLE FOIBE"

    di Claudia Cernigoi, 6.10.2016 (fonte)

    Tra gli "infoibati" triestini troviamo anche queste due persone, Bruno Lubiana (nelle Brigate Nere, autista del federale del fascio repubblicano di Trieste Edgardo Sambo) e Giuseppe Mungherli (maresciallo dell'MDT ma anche brigatista nero e già nella Decima Mas). I due furono arrestati nel maggio 1945, il primo incarcerato a Lubiana e forse fucilato nel gennaio 1946, il secondo arrestato da partigiani di Longera ed incarcerato a Sesana, ma di lui si persero le tracce.
    Mungherli e Lubiana, ai quali ogni 10 febbraio le autorità civili e militari porgono omaggio in quanto "martiri delle foibe", avevano fatto parte, nella primavera del 1944, di una sorta di squadrone della morte annesso alla Decima Mas e comandato dal capitano Beniamino Fumai: «copertosi d’infamia» nel periodo repubblicano specialmente nelle zone d’Ivrea e Novara, responsabile di rastrellamenti, uccisioni ed atti d’inaudita ferocia, fu condannato all’ergastolo, come leggiamo nel quotidiano la Voce Libera del 24/5/47. Nei fatti, «esisteva un gruppo che si chiamava Mai Morti ed era composto da 43 ragazzi triestini e pugliesi, in divisa grigioverde, che arrivarono a La Spezia dal Lago Maggiore. Erano comandati da un ragazzo barese, alto e atletico, fama di ballerino e bevitore: Beniamino Fumai, uno che da giovane aveva militato nelle squadre d’azione e poi, dopo l’8 settembre, si era messo a capo di una specie di corte dei miracoli, dando ai suoi il permesso di fare razzia quando andavano a catturare gli antifascisti o a perquisirne le case. Li aveva tenuti a battesimo Christian Wirth il tedesco che stava alla Risiera di San Sabba. Avevano girato per l’Italia settentrionale, con le divise della Decima Mas, e una loro base era a Verbania. Dopo tante, troppe violenze, quel gruppo venne sciolto dagli stessi nazisti il 10/5/44», scrive Piero Colaprico in calce al romanzo da lui scritto a quattro mani con Pietro Valpreda, "La primavera dei Maimorti" (Tropea 2002), riassumendo quanto ricostruito da Ricciotti Lazzero nel suo "La Decima Mas" (Rizzoli 1984).
    Dopo lo scioglimento dei Mai Morti, Fumai andò a comandare il battaglione Sagittario della Decima Mas, mentre molti dei suoi accoliti entrarono nelle Brigate Nere: come Mungherli e Lubiana, appunto.
    Ricordiamoci anche di questi personaggi quando parliamo di "innocenti infoibati sol perché italiani".






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