Indice
dei documenti
su "foibe" e revanscismo italiano su
Istria e Dalmazia
(in ordine di importanza e/o
attualità e/o inverso di inserimento
sul nostro sito):
- INTERVISTE
AD
ALESSANDRA
KERSEVAN:
- ANALISI
DELLA LEGGE ISTITUTIVA DEL
RICONOSCIMENTO AGLI INFOIBATI:
Fonti:
http://it.youtube.com/watch?v=zn9nbAQa_vg
http://www.lastoriasiamonoi.info/
http://www.militant-blog.org/
- Personaggi e
vicende dal fronte revanscista-irredentista:
- La fabbrica
dell'odio. Due parole sulla Associazione
Nazionale Venezia Giulia Dalmazia
- Falsificazioni
e manipolazioni della documentazione
foto/video per il "Giorno del Ricordo"
- 2010-2011: NO
all’intitolazione di una via di Parma
ai “martiri delle foibe”. SI
all’intitolazione di una via di Parma
ai partigiani italiani all’estero
(Comitato antifascista e per la memoria
storica - Parma)
- Dal volantino: <<
Riportiamo alcuni nominativi di
italiani riconosciuti
quali “martiri delle foibe”.
- Cossetto
Giuseppe, infoibato nel ’43 a
Treghelizza, possidente, segretario
del fascio a S. Domenica di Visinada,
capomanipolo MVSN (Milizia Volontaria
Sicurezza Nazionale, sottoposta
direttamente ai tedeschi), già
squadrista sciarpa Littorio;
- Morassi
Giovanni, arrestato a Gorizia
nel maggio ’45 e scomparso,
Vicepodestà e Presidente della
Provincia di Gorizia;
- Muiesan
Domenico, ucciso nel ’45 a
Trieste, irredentista, legionario
fiumano, volontario della guerra
d’Africa, squadrista delle squadre
d’azione a Pirano;
- Nardini
Mario, ucciso nel ’45 a
Trieste, capitano della MDT (Milizia
Difesa Territoriale, sottoposta
direttamente ai tedeschi), già
XI Legione MACA (milizia fascista
speciale di artiglieria controaerei);
- Patti
Egidio, ucciso nel ’45, pare
infoibato presso Opicina,
vicebrigadiere del 2° Reggimento
MDT, già MVSN, GNR (Guardia
Nazionale Repubblicana), squadrista;
- Polonio
Balbi Michele, scomparso a
Fiume il 3 maggio ’45, sottocapo
manipolo del 3° Reggimento MDT;
- Ponzo
Mario, morto nel ‘45 in
prigionia, colonnello del Genio
Navale, poi inquadrato nel Corpo
Volontari della Libertà del
Comitato di Liberazione Nazionale
(antifascista) di Trieste, arrestato
per spionaggio sul movimento
partigiano jugoslavo in favore del
fascista Ispettorato Speciale di PS
(Pubblica Sicurezza, sottoposta
direttamente ai tedeschi);
- Serrentino
Vincenzo, arrestato nel
maggio ’45 a Trieste, condannato a
morte da tribunale jugoslavo e
fucilato nel ’47, ultimo prefetto di
Zara italiana, membro del Tribunale
Speciale della Dalmazia che comminava
condanne a morte con eccessiva
facilità secondo gli stessi
comandanti militari italiani (“girava
per la Dalmazia, e dove si fermava le
poche ore strettamente indispensabili
per un frettoloso giudizio,
pronunciava sentenze di morte; e
queste erano senz’altro eseguite”)...
>>
- La discussione
(C.
Cernigoi, Com. Antifascista Parma)
- Lettera
di ANPI e ANPPIA di Parma al
Prefetto affinchè si
opponga alla decisione del Comune
di Parma di intitolare una via col
nome "martiri delle foibe"
- TERRE IRREDENTE
di A. Martocchia (resp. politico del CNJ)
- A.
Martocchia (politički zadužen za
Nacionalnu Koordinaciju za
Jugoslaviju, Italija): ZEMLJE IREDENTE
- Sulla querelle
storiografica:
Materiali
- RELAZIONI
ITALO-SLOVENE
1880-1956
Relazione della Commissione
storico-culturale italo-slovena.
Koper-Capodistria, 25 luglio 2000
- manifesti
antifascisti del gruppo
"Progetto Memoria" della Federazione di
Roma del PRC
- ... il
sindaco Veltroni li ha fatti staccare:
vedi JUGOINFO
27
febbraio 2007

- prevod na
s-h-om:
- Predsedniče
Napolitano
ja se sećam... svega!
sećam
se kako su u periodu 1919-1922,
fašisti nasrtali na desetine domova
kulture "inojezičnih" naroda.
sećam
se kako su fašisti palili i
uništavali sindikalna sedišta,
zemljoradničke zadruge, redakcije
radničkih listova i štamparije
sećam
se kako su napadani, tučeni i
ubijani
na
desetine "slava" - političkih
aktivista i građana.
sećam
se kako je posle puča 1922. godine,
fašističko nasilje postalo
"ozakonjeno" i kako je bilo
planirano pravo etničko čišćenje:
zatvaranja slovenačkih i hrvatskih
škola, bezobzirna otpuštanja sa
posla, oduzimanje zemljišta,
zaključno sa prisilnom
italijanizacijom prezimena i naziva
mesta
sećam
se kako od 1941. godine, kada je
otpočelo italijansko ratovanje po
Jugoslaviji, pa do 1943., nije
ostalo ni jedno jedino selo a da
kuće u njemu nisu spaljene ili
sravnjene sa zemljom,
sećam
se da se nijednoj jugoslovenskoj
porodici nije desilo da joj jedan
ili više njenih članova, ne budu
deportovani u logore, ili streljani
sećam
se kako je suzbijanje narodnog
ustanka u istri, 1943. godine, od
strane naci-fašističke sile, imalo
cenu od 13000 mrtvih ili ranjenih
žrtava
sećam
se da su ti isti nacisti, 1944.
godine, u "foibama"(jamama), našli
ne više od 200 leševa koji su se u
celini ticali pripadnika režima; a
ne hiljada civila "bačenih u foibe
samo zato što su italijani", kako
naokolo navode neoiredentisti.
sećam
se kako je italijanska okupacija
Jugoslavije imala za posledicu više
od 200.000 žrtava
sećam
se kako je njih 11606, prvenstveno
starih ljudi i dece, umrlo od gladi
i bolesti u italijanskim
koncentracionim logorima
sećam
se da za njih nije uveden nikakav
"dan sećanja", niti je podignut
ijedan spomenik ili dat naziv ulici
u znak sećanja na njih
sećam
se kako su ova zbivanja bila
odlučujuća za uklanjanje desetina
fašista i kolaboracionista koji su
potom bačeni u foibe, i kako su uvek
i samo ti uzroci doveli do stvaranja
društvenog stanja u kome je došlo do
do preterivanja i ličnih osveta
sećam
se kako je evropa oslobođena
prvenstveno zahvaljući milionima
partizana i komunista
sećam
se kako je Italija republika koja je
izrasla iz Pokreta otpora i uzimam
sebi slobodu, gospodine Predsedniče,
da i vas na to podsetim
- Testi di e su GIACOMO
SCOTTI:
Dibattito
sulle dichiarazioni revansciste di
Napolitano e di altri soggetti
istituzionali / iniziative e polemiche nei
partiti comunisti e della sinistra /
interventi di storici, intellettuali e
studenti / commenti a proposito della
fiction fascista "Il cuore nel pozzo":
- Dall' Iniziativa civica per il
litorale sloveno / Civilna iniciativa “ZA
PRIMORSKO”
- Malga Bala, ennesimo caso di
revisionismo storico
- Sulla
beatificazione di Don Francesco Giovanni
Bonifacio:
- Gli
studenti
della Sapienza
di Roma impegnati contro la
"storiografia" bugiarda degli squadristi
fascisti (primavera 2008):
- L'offensiva
del
revisionismo e del neoirredentismo (JUGOINFO
18 marzo 2007):
- FOIBE
E
CENTROSINISTRA: UNA VERGOGNA (G.
Aragno)
- STUPIDAGGINI (J. Tkalec)
- B. e T. Bellone sul
revisionismo e su Carlo Oliva a
Bussoleno
- Memoria e polpette avvelenate
(M. Sarfatti)
- Iniziative della
base PRC contro il revanscismo sulle
"foibe"
Bibliografia
(in ordine cronologico inverso):
- Piero
Purini, METAMORFOSI
ETNICHE. I
cambiamenti di popolazione a Trieste,
Gorizia, Fiume e in Istria. 1914-1975 (KappaVu
2010)
- G. Scotti: numero
speciale de IL PONTE DELLA LOMBARDIA,
febbraio-marzo 1997
- G. Scotti: L'urlo
della menzogna. L'infinita e rancorosa
"Giornata del Ricordo",
pp.173-273 del volume:
- Confini
orientali.
Gli
italiani e i Balcani. Ed. Casa
della Resistenza, Verbania
- Pol Vice:
SCAMPATI O NO. I
racconti di chi "uscì vivo"
dalla foiba
Kappa Vu Edizioni, Udine 2005
- dello stesso autore: SILENZI
E GRIDA. A PROPOSITO DI
NEOIRREDENTISMO.
Appunti preliminari alla stesura di "Scampati
e no". Contiene brani tratti
da “FOIBE
e FOBIE”, articolo di GIACOMO SCOTTI
su ‘Il Ponte delle Lombardia”, n. 2,
febbraio/marzo 1997,
riportato dal periodico online "Storia
in network" (www.storiain.net),
numeri 30 e 31;
- E. Collotti (a cura di): Fascismo e
antifascismo (Bari 2000)
- Milica Kacin Wohinc, Jože
Pirjevec: Storia degli sloveni in
Italia. 1866-1998
Marsilio, Padova 1998
- Giampaolo Valdevit
(a cura di), Foibe, il
peso del passato, Marsilio,
Venezia 1997
- A. Buvoli: Il
fascismo nella Venezia Giulia e la
persecuzione antislava, in:
«Storia contemporanea in
Friuli» XXVI n.27, 1996
- (?): Il PCI e la Questione
Nazionale (? 1980)
Altre iniziative
(in ordine cronologico inverso):
- “TESTA
per DENTE”. CRIMINI FASCISTI IN
JUGOSLAVIA 1941/1945. Le presentazioni
- LE INIZIATIVE PIU'
RECENTI SONO SEGNALATE AL NUOVO SITO
www.diecifebbraio.info
- Foibe
e fascismo - VII edizione (Parma 10
febbraio 2012)
- Crimini
di guerra dell'Italia fascista
(Anghiari -AR- 5 febbraio 2012)
- Quando morì
mio padre. DISEGNI
E TESTIMONIANZE DEI BAMBINI DAI
CAMPI DI CONCENTRAMENTO DEL CONFINE
ORIENTALE 1942-1943 (Sala Bolognese,
21 gennaio - 5 febbraio 2012)
- I
Campi di concentramento italiani e
fascisti di Gonars e Visco (Aquileia
-UD- 3 febbraio 2012)
- Foibe
tra storia e mito - incontro con S.
Volk (Roma 1 febbraio 2012)
- Le vicende delle foibe
e le mancate epurazioni. Incontro
con CLAUDIA CERNIGOI (Rovato
-BS- 1 febbraio 2012)
- Voci
dall’interno del campo ... di
Gonars (Carlino -UD- 28
gennaio 2012)
- Occupazione
dei Balcani e razzismo "antislavo"
(Brescia 26 febbraio 2011)
- Proiezione
del documentario "Fascist Legacy"
(Moncalieri -TO- 16 febbraio 2011)
- Iniziative
sul
"Giorno del Ricordo" (Parma 10-12
febbraio 2011)
- iniziative a latere
della
mostra TESTA PER DENTE
(Vicenza 2011)
- L'occupazione
italiana nei Balcani
(Colle Val d'Elsa -SI- 10 febbraio 2011)
- Iniziativa
sul
"Giorno del Ricordo" (Lecce 10
febbraio 2010)
- Il Campo di
concentramento di Bergamo
(Grumello al Piano) e mostra
"Testa per dente"
(Camerata Cornello -BG- 6 febbraio 2011)
- I rapporti
italo-sloveni (1880-1956)
(San Vendemiano -TV- 5 febbraio
2011)
- FOIBE: LA VERITA' CONTRO IL
REVISIONISMO (Firenze 2 febbraio
2011)
- I
NOSTRI ESODI / NAŠA BEGUNSTVA
(Trieste/Trst 31 gennaio 2011)
- I
CAMPI DI CONCENTRAMENTO IN FRIULI:
GONARS E VISCO (Marano Lagunare
-UD- 29-30/1/2011)
- VIA
COLOGNA 6, OD MUČILNICE DO DOMA
SPOMINA / DA LUOGO DI
TORTURA A CASA DELLA MEMORIA
(Trieste/Trst, 28 gennaio 2011)
- Esuli
e
pulizia etnica a Trieste (Brescia
20 gennaio 2011)
- Presentazione
del
libro di M. Kacin Wohinc "Alle
origini del fascismo di confine"
(Trieste/Trst, 17 gennaio 2011)
- AL
BALKAN
CON FURORE (Trieste/Trst 8 luglio
2010)
- STORIA
E MEMORIA: IL CASO JUGOSLAVO (Bologna
1 giugno 2010)
- La
resistenza
al nazifascismo non si processa!
(Cesena 11 marzo 2010)
- IL
GIORNO DEL RICORDO E LA FOIBA DI
BASOVIZZA (Trieste 5
marzo 2010)
- Dibattito
con A. Kersevan e S. Volk (Roma 25
febbraio 2010)
- FOIBE:
CONTRO LA MISTIFICAZIONE DELLA
STORIA (Bagnolo Cremasco
-CR-, 21 febbraio 2010)
- SETTIMANA
ANTIREVISIONISTA (Roma, 10-13
febbraio 2010)
- PRESIDIO,
CONFERENZA
E PROIEZIONE in alternativa al
"Giorno del Ricordo"
(Parma 10-11 febbraio 2010)
- Canti
dal
Campo d'Internamento Fascista n.97
- Renicci (Anghiari -AR- 7 febbraio
2010)
- BASTA
CON
LE MENZOGNE (fasciste e non) SULLE
FOIBE (Modena 6 febbraio 2010)
- Letture e testimonianze
del campo di concentramento di
Gonars, 1942-1943
(Colugna -UD-, 28 gennaio 2010)
- La
politica
concentrazionaria nell'Italia fascista
(Trieste 22 gennaio 2010)
- Tavolo
su Revisionismo, revisionismi,
memoria storica
(Bologna 30 maggio 2009)
- Contro
la
mistificazione
della storia: dibattito e spettacolo
teatrale (Roma, 5 giugno 2009)
- Lettera
al
Giornale di Vicenza (aprile 2009)
- PRESENTAZIONI
del
libro FOIBE: LAVERITÀ. Contro il
revisionismo storico (Atti del
Convegno)
- OPERAZIONE
FOIBE.
Una menzogna tutta italiana
(Fermo, 13 marzo 2009)
- Foibe
e
fascismo. Il Revisionismo diventa
"Storia" (Bagno a Ripoli - FI, 2
marzo 2009)
- I
CRIMINI DI GUERRA DEL FASCISMO
(Monza, 13 febbraio 2009)
- SETTIMANA
ANTIREVISIONISTA
(Roma, 9-10-11 febbraio 2009)
- FOIBE
E
FASCISMO (Parma 10 febbraio 2009)
- PRESENTAZIONI
del
libro LAGER ITALIANI
di Alessandra Kersevan
- Iniziativa
di
solidarietà
con gli antifascisti della Sapienza
(Prosecco / Prosek -TS- 12 settembre
2008)
- OPERAZIONE
FOIBE (Roma "La Sapienza" 13
maggio 2008)
- ZAPRUDER
n.15 (Trst/Trieste 10 maggio 2008)
- FOIBE
E
FASCISMO: Occupazione in 26 immagini
(Parma 10 febbraio 2008)
- FOIBE
E
FASCISMO (Parma 11 febbraio 2007)
- Revisionismo
storico
e terre di confine (Trieste 5
febbraio 2007)
- MOSTRA
"PRIMA
DELLE FOIBE" (ANPI FANO-PESARO,
febbraio 2007)
- Elenco
di
infoibati! Sicuro? (Trieste/Trst
30 maggio 2006)
- 43
- '45 Italia, Jugoslavia: Resistenza
in Europa (Parma 29-30 aprile
2006)
- Trieste, Bologna, Trento, Parma,
Scandiano (RE), Casalgrande (RE) 7-11
febbraio 2006:
INIZIATIVE
PER
IL "GIORNO DEL RICORDO" 2006
- FOIBE,
UN FALSO STORICO (Milano 1 aprile
2005)
- per
ulteriori iniziative vai alle
pagine dedicate
1918: gli
intrighi di Sonnino e Badoglio contro la
Jugoslavia
<< Il governo italiano guidato dal ministro degli
esteri, il barone Sidney Sonnino,
entrò in guerra, come già
accennato, in buona parte per annettersi Istria,
Dalmazia e Albania. Appare quindi ovvio che le
posizioni del governo italiano sullo
jugoslavismo e l'unificazione jugoslava si
dimostrarono tutt'altro che amichevoli
nonostante l'Italia fosse diventata
ufficialmente "alleata" del regno Serbo.
Fu così che Sonnino, a guerra conclusa,
essendo falliti i suoi tentativi di bloccare la
costituzione del regno jugoslavo, cercò
con ogni mezzo di spezzarlo attraverso un blocco
economico, frenandone il riconoscimento da parte
degli altri governi e non ultimo l'invio di
missioni destabilizzanti.
Vennero avanzate presso i governi alleati
"...proteste jugoslave a
proposito dell'invio da parte dell'Italia
di agenti in Bulgaria per creare
complicazioni con la Serbia e in questo
modo suscitare all'estero l'impressione
che l'occupazione italiana di Fiume e
della Dalmazia era necessaria per il
mantenimento dell'ordine nei Balcani. Si
parlò d'ogni sorta d'intrighi, di
macchinazioni e di operazioni spionistiche
da parte italiana..."(5).
Non sorprende quindi se [il generale e
vice-comandante dell'esercito Pietro]
Badoglio mise a punto un progetto di
destabilizzazione su tutto il territorio
jugoslavo oltre che nelle zone già
occupate dall'esercito italiano nel momento in
cui si rese conto che tutte le potenze
alleate, sotto la spinta statunitense,
avrebbero riconosciuto e appoggiato il nuovo
regno dei serbi dei croati e degli sloveni
proclamato il 1 dicembre 1918.
Il progetto, allegato ad una lettera in cui si
richiede l'autorizzazione a procedere e
l'accesso ai fondi necessari, viene recapitata
a Sonnino da parte dello stesso Badoglio il 3
dicembre 1918 (6).
Si tratta di un preciso piano destabilizzante
fondato sulla classicissima strategia del divide
et impera e poggiante su tutte le forze
in campo. Anche i soldati italiani già
presenti su suolo dalmata, infatti, avrebbero
dovuto contribuire "fraternizzando" con le
donne slave, "...la cui facilità
(...) favorirà relazioni i cui
risultati non possono che essere benefici..."
(7).
Il progetto era suddiviso in due zone
d'azione: l'una all'interno dei territori
sotto il controllo italiano, l'altra al di
fuori dei territori occupati. Per questa
seconda zona in particolare era stato
concepito tutto il piano:
"1. E' in preparazione una
numerosa squadra di agenti
intelligentissimi, ben orientati (...)
Già trovato gli individui adatti
per assumere la direzione di quanto si
farà in Slovenia, Croazia,
Dalmazia. Spero tra giorni di avere
l'individuo adatto anche per la Serbia
(...)
2. Sto cercando contatto coi due
principali giornali di Lubiana ("Slovenski
Narod" e "Slovenec") e coi tre principali
di Zagabria ("Obzor", "Hrvatska Rijec'",
"Novosti") cercando di compiere su di essi
opera di convinzione .
3. Cercherò contatto diretto cogli
elementi malcontenti del passato regime"
Ma la previsione dei costi aiuterà
sicuramente a comprendere meglio le dimensioni
e la portata del progetto. Da sottolineare
come il clero risulti il capitolo di spesa
più cospicuo:
" - Squadra speciale.
Raggiungerà i 200 agenti divisi in
4 gruppi. Si può preventivare in
media una spesa minima di £ 10000
per agente (2 mesi di lavoro). Totale
minimo 2.000.000 di lire.
- Stampa. Si può preventivare una
spesa di £ 150.000 per giornale.
Dato che i più malleabili sono tre
soli... una spesa di 450.000 lire.
- Clero. Lire 3.500.000 mila.
- Dirigenti ex regime. ...Da 2 a 500.000
lire.
- Nota. Risulta già a me (...) che
la propaganda unionista fatta dalla
Francia é accompagnata da
larghissimi mezzi. Questo spiega il numero
di agenti ch'io intendo prendere"
Sei giorni dopo aver ricevuto questa lettera,
Sonnino approvò il progetto.
L'obiettivo di Badoglio e Sonnino era chiaro:
volevano tentare in tutti i modi di fare
esplodere il neonato regno jugoslavo. >>
NOTE citate nel testo:
5 Ivo J. Lederer, La
Jugoslavia
dalla conferenza di pace al trattato di
Rapallo, Il Saggiatore, Milano 1966,
pag.82.
6 Badoglio a Sonnino, 3
dicembre 1918, n.90 Riservatissima
personale, Arch. gab.3687 (12/09/1918),
ASME, Roma.
7 Inutile
specificare il genere di risultati.
Ciò comunque dimostra come il
così detto "stupro etnico"
riscoperto dalla stampa di oggi con grande
scalpore non abbia certo come ultimo
riferimento storico il medioevo.
Sull'irredentismo
di Gianfranco Fini

|
L'8 novembre 1992 Gianfranco
Fini, segretario del partito
neofascista MSI-DN, veniva
ritratto al fianco di Roberto
Menia (allora segretario della
federazione MSI-DN di Trieste, noto
per le spedizioni in Carso con i suoi
camerati a demolire i monumenti ai
partigiani a colpi di piccozza), al
largo dell'Istria, nell'atto di
lanciare in mare bottiglie tricolori
recanti il seguente testo:
<<
Istria, Fiume,
Dalmazia: Italia!...
Un ingiusto
confine separa l'Italia dall'Istria,
da Fiume, dalla Dalmazia, terre
romane, venete, italiche.
La Yugoslavia
[con la Y, sic] muore dilaniata dalla
guerra: gli ingiusti e vergognosi
trattati di pace del 1947 e di Osimo
del 1975 oggi non valgono piu'...
E' anche il
nostro giuramento: "Istria,
Fiume, Dalmazia: ritorneremo!" >>
|
Aggiornamento
21 febbraio 2009:
Gianfranco Fini, oramai Presidente della Camera dei
Deputati, cioè terza carica dello Stato italiano,
all'inaugurazione del monumento a Norma
Cossetto afferma:
"Nostra intenzione è riportare
in terra d'Istria non il tricolore di Stato,
ma il dialetto, la memoria patria, la cultura,
senza spirito aggressivo (...)
ricordando però che l'Istria è
terra veneta, romana, dunque italiana."
"Occorre (...) combattere quelle
piccole ma rumorose sacche di negazionismo o
comunque di revisionismo che continuano a
esserci, in uno spirito che deve essere quello
della verità storica." (fonte: il
Piccolo del 22/02/2009, prima pagina, e
ANSA)
Aggiornamento
21 settembre 2010:
<< Non a caso è stata scelta la
data del 21 settembre per la visita di Fini a
Zagabria e Pola.
Il 21
settembre del 1920, dunque 90 anni fa, Benito
Mussolini arrivò a Pola con i
suoi fascisti di Milano e Trieste. Tenne un
discorso al teatro "Politeama Ciscutti", pieno
di odio verso la popolazione slava. Quando
uscì dal teatro un lavoratore gli si
avvicinò dandogli due ceffoni e poi
scappò. Di questo evento gli storici
italiani non hanno scritto mai nulla.
Mussolini si vendicò. Il 23 e il 24
settembre seguenti, i fascisti bruciarono la
Camera degli operai e la sede dei Club
internazionali, e devastarono la tipografia del
giornale "Il proletario".
L'indomani, nel corso degli scontri con i
fascisti, fu gravemente ferito un carabiniere.
Molti operai furono arrestati e poi rilasciati.
Due operai furono condannati: Josip Vukic,
croato, nato a Spalato (a 15 anni di carcere) ed
Edoardo Fragiacomo, italiano, nato a Pola (a tre
anni). >>
[Il testo che abbiamo sopra riportato
accompagna l'articolo-intervista: "Tomislav Ravnic:
Fini nije poželjan u Puli i Istri"
(Tomislav Ravnic, presidente dell' Unione dei
combattenti antifascisti per l 'Istria: Fini
e' indesiderato a Pola e in Istria"), a cura
di Armando Cernjul, pubblicato sul sito http://www.parentium.com
.]
Recensione di
"Operazione foibe: fra storia e mito"
di Wu Ming
(tratto da:www.wumingfoundation.com)
Claudia
Cernigoi, Operazione "Foibe" tra storia e
mito, Kappa Vu, Udine 2005, pagg. 300, euro
16,00
http://www.resistenzastorica.it,
http://www.kappavu.it, info@kappavu.it
Un libro fon-da-men-ta-le, che deve circolare,
che va diffuso con ogni mezzo necessario e letto
dal maggior numero di persone possibile. La
lettura spalanca il mondo davanti agli occhi.
Questo saggio è uno strumento di lotta,
è un'ascia di guerra dissepolta, alfine.
Claudia Cernigoi, dopo anni di ricerche, ha
riscritto e ampliato la sua opera del '97,
Operazione "Foibe" a Trieste. Ora il libro parla
anche dell'Istria e si chiama Operazione "Foibe"
tra storia e mito, lo ha pubblicato la Kappa Vu
di Udine nella collana "Resistenza storica".
Trecento pagine fitte e documentatissime, costa
sedici euro e sono ben spesi. Mooolto ben spesi.
Cernigoi ha passato a pettine tutti gli archivi
consultabili di qua e di là del confine.
Il suo libro smantella con rara e lucida
spietatezza le dicerie, le falsificazioni, le
leggende contemporanee e le buffonate che,
modellate dalla propaganda nazionalista sul
confine orientale, si sono fatte strada
nell'opinione pubblica senza mai essere messe in
questione, fino a spingere il Parlamento a
istituire una giornata commemorativa. Nel
mentre, si è realizzata una fiction
campionessa d'ascolti basandosi su fandonie che
i vari "foibologi" hanno preso di pacca da
Questo è il conto!, opuscolo in lingua
italiana diffuso dai nazisti sul Litorale
Adriatico, subito dopo i venti giorni del
"potere popolare", nel 1943.
Operazione "Foibe" tra storia e mito deve
diventare IL testo di riferimento per chi voglia
occuparsi di "foibe" in modo scientifico, e non
sto parlando di geologi.
Cernigoi dimostra che le liste degli "infoibati"
sono state oggetto di pesanti manipolazioni. In
quegli elenchi, gli pseudo-storici delle "foibe"
(molti dei quali neofascisti: chi proveniente da
"Ordine Nuovo", chi coinvolto nel golpe Borghese
etc.) hanno infilato tutti i dispersi, compresa
gente che nel frattempo era tornata a casa, non
con le gambe in avanti o dentro un'urna
bensì viva e vegeta. I "foibologi" hanno
aggiunto anche i nominativi di partigiani e
civili uccisi dai nazifascisti. Come spiega
molto bene l'autrice, l'infoibamento fu
teorizzato, evocato, minacciato dal nazionalismo
italiano fin dall'inizio del secolo, per esser
poi messo in pratica durante l'occupazione
nazifascista. Va aggiunto che molti nomi di
"infoibati" sono doppi o addirittura tripli,
sovente la stessa persona figura "infoibata" in
posti diversi, e in un caso tre nominativi di
presunti "infoibatori" (Malvagi Partigiani
Slavo-Comunisti) figurano pure nella lista dei
relativi "infoibati"! Della serie: se la cantano
e se la ridono.
Una lista in particolare, quella degli
"infoibati" (in realtò comprensiva di
tutti i dispersi) della provincia di Trieste,
dopo attento esame registra una percentuale
d'errore superiore al 65%. Su 1458 nomi, ben 961
si rivelano sbagliati!
Tutti gli altri caduti (e nemmeno questi furono
tutti "infoibati") erano torturatori della
Milizia di Difesa Territoriale o della X Mas,
massacratori vari, collaborazionisti, delatori,
etc. Di molti di costoro Cernigoi fornisce il
cursus honorum, ricavato da documenti e fonti
d'epoca. A conti fatti, viene smentita la
propaganda sugli ammazzati "solo perché
italiani". I motivi erano ben altri. Il
"feeling" non era antitaliano, ma antifascista.
Quanto alla soppressione del CLN di Trieste da
parte dei "titini", spesso citata come esempio
di politica fratricida tra nemici del fascismo,
Cernigoi spiega in modo chiaro che - a causa
della repressione tedesca - in città si
susseguirono ben tre CLN, molto diversi l'uno
dall'altro, l'ultimo dei quali composto da
loschi figuri di destra, anche ex-X Mas. Col
paravento dell'antifascismo, costoro cercavano
addirittura alleanze con residui del regime
fascista in funzione nazionalista e anti-slava,
inoltre preparavano - e in alcuni casi
eseguirono - attentati e azioni armate contro i
partigiani di Tito. Risulta abbastanza normale
che questi ultimi abbiano deciso di arrestarli,
portarli a Lubiana e colà processarli.
Per quanto riguarda i finti "infoibati",
è particolarmente buffo (si fa per dire)
il caso di Remigio Rebez, "il boia di
Palmanova", tenente della X Mas e feroce
torturatore. Condannato a morte dopo la
Liberazione, gode dell'amnistia di Togliatti (o
meglio, della sua interpretazione estensiva da
parte dei magistrati) e si trasferisce a Napoli,
dove muore addirittura nel 1996. La stampa
triestina dà notizia del suo decesso, gli
dedica distici elegiaci, ma si guarda bene dal
dire ai lettori che il suo nome figura sulle
liste degli "infoibati" fornite da vari storici
di destra come Papo, Pirina etc.
Un altro esempio di chi e cosa si possa trovare
in quegli elenchi: viene presentato come
"vittima degli slavi" tale Eugenio Serbo,
"capitano 57° Rgt. Art. Div., rimpatriato
dalla Germania fu catturato dagli Slavi e
deportato nei pressi di Lubiana; risulta
deceduto il 14/12/44 a Leitmeritz".
Lapidaria, Cernigoi: "Leitmeritz è
però il nome tedesco di Litomerice,
cittadina che si trova nell'attuale Repubblica
Ceca nei pressi di Terezin, praticamente a
metà strada tra Praga e Dresda. Ci pare
difficile che i non meglio identificato 'Slavi'
nominati da Papo siano riusciti a deportare il
capitano Serbo a Lubiana e farlo morire nel 1944
in un lager tedesco".
Anche soffiando e gonfiando e gonfiandosi, come
la rana che vuol competere col bue, i
"foibologi" non sono mai riusciti a presentare
elenchi plausibili. L'ammontare complessivo
delle "vittime" non superebbe le 500 persone tra
Venezia Giulia e Litorale Adriatico. Il resto
("decine di migliaia di vittime" etc.) è
fantasy, non c'è nessun riscontro
documentale. L'anno scorso il ministro Gasparri
parlò addirittura di "milioni di
infoibati", ma la verità è che
siamo ben lontani da quel "genocidio per mano
rossa" cercato disperamente dalla destra per
contrapporlo alla Shoah e poter ricorrere al
"benaltrismo" ogni volta che si parla di leggi
razziali, Salò, stragi etc.
Cernigoi non nega che vi siano state vendette
personali ma, ricostruendo il contesto e
riportando alla luce materiali d'archivio,
dimostra che si trattò di azioni
individuali e sporadiche, non certo di una
politica di sterminio o "pulizia etnica" da
parte dei partigiani jugoslavi.
Altre truffe sono i resoconti degli scavi
avvenuti nel dopoguerra, a opera di
società speleologiche che stavano alla
destra fascista come il negozio di fiori sta al
Gruppo TNT. Più ci si allontana nel
tempo, più si moltiplicano i morti
trovati nella data foiba. Se, putacaso, nel '46
erano otto, si può star sicuri che oggi
si dice che erano ottanta, e così via. La
stessa foiba di Basovizza, divenuta monumento
nazionale e frequente location di picchetti e
commemorazioni, è più un oggetto
di propaganda che di seri studi storici. Non
è stato dimostrato in alcun modo che in
fondo a quella cavità carsica sia finito
"un numero rilevante di vittime, civili e
militari, in maggioranza italiani, uccisi ed ivi
fatti precipitare". Alla sola Basovizza,
Cernigoi dedica un capitolo che pare la messa in
scena di una lunga, macabra pochade.
La "tragedia delle foibe" è una truffa
ideologica, e la cosa peggiore è che
studiosi come Cernigoi e Sandi Volk (autore di
un altro saggio importante e recensituro, Esuli
a Trieste. Bonifica nazionale e rafforzamento
dell'italianità sul confine orientale,
Kappa Vu, 2005) sono praticamente i soli a
confutarla con gli strumenti della storiografia.
La propaganda di destra viene accettata a cresta
bassa anche a "sinistra", Bertinotti compreso.
Tutt'al più si tratteggia vagamente il
contesto, si fanno dei distinguo, gli eredi del
PCI se ne chiamano fuori dicendo "Noi coi titini
non c'entriamo niente" etc.
Invece andrebbe smantellato tutto, ma proprio
tutto, e senza alcun indugio.
Il libro si può acquistare on line, sul
sito della casa editrice, http://www.kappavu.it
Tratto da:
www.wumingfoundation.it
http://www.fgci.it/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=56
Intervista a cura del Prof. Angelo Floramo,
apparsa nel febbraio 2005 sul settimanale
friulano "Il
Nuovo Friuli Venezia Giulia"
Il 10 febbraio
si è celebrato il giorno del ricordo.
No, non quello della memoria (anche se i due
lemmi potrebbero sembrare, ai più
sprovveduti tra i lettori, comuni sinonimi);
quello c'era già. Ma è una
memoria che appartiene agli altri. Tutti gli
altri: gli ebrei, gli zingari, gli
omosessuali, i comunisti, i preti rossi, i
partigiani... Un giorno che ogni 27 gennaio
ritorna con il suo corredo dejavu di filo
spinato, stivali, vagoni piombati,
divise a strisce e numeri tatuati sul braccio.
Suggestioni belle e pronte, già
divenute immaginario collettivo, tanto da
agevolare migliaia di chilometri di pellicole,
documentari, drammi con effetti speciali alla
Steven Spielberg. Senza contare poi che quella
giornata la si celebra in virtù
dell'Armata Rossa, che come tutti ben sanno fu
il braccio militare dell'Impero del Male.
Furono i ragazzi del generale Zukov infatti
ad aprire i cancelli dei campi.
No. Si sentiva
proprio il bisogno di qualcosa di diverso, di
"italiano". Di esclusivamente italiano, di
"nostro", insomma, qualcosa da contrapporre
alla memoria degli altri. In fondo Auschwitz
non è un monumento che ci appartiene.
Non del tutto, almeno. Come non ci appartiene
San Saba, quel bubbone così
politicamente scorretto che deturpa nel cuore
della Trieste riguadagnata all'Italia il mito
degli "italiani brava gente". Meglio dunque
seguire il consiglio del poeta Carolus
Cernigoy, che rivolgendo il pensiero proprio
alla Risera chiedeva ironico ai triestini: "Su
femo i bravi. / In fondo xe un brusar / ebrei
e sciavi." Gli altri, appunto. Coloro che ben
prima delle leggi razziali varate nel 1938 si
videro negare i diritti più elementari
di uomini e cittadini. Chissà se
pensieri simili a questi hanno mosso il
ministro Maurizio Gasparri quando ha
patrocinato, voluto, richiesto l'istituzione
di una "giornata del ricordo", ispirato
dalla "ferma volontà" di un deputato di
Alleanza Nazionale, l'italianissimo e
triestinissimo Roberto Menia, "un autentico
patriota che ha voluto con forza questo gesto
di riparazione che il Parlamento ha condiviso
e che finalmente ricolloca nella memoria
collettiva pagine di storia a lungo rimosse",
come lo stesso onorevole ha recentemente
sottolineato sulle colonne del "Secolo
d'Italia". Il ricordo delle foibe, dell'esodo
di migliaia di istriani, fiumani e dalmati ha
perfettamente soddisfatto alla bisogna. Era
già pronto. Quale altra pagina di
storia avrebbe mai potuto coniugare meglio
tante ossessioni così care alla Destra
come il comunismo, l'orda slava, l'amor di
Patria che si spinge fino all'eroico martirio,
il sacrificio dell'italianità e la
subliminale (?) convinzione che in fondo
in fondo il Fascismo ha pur sempre
rappresentato (pur con i suoi errori e le sue
manchevolezze) la luce dell'italica
virtù contro la barbarie dello
straniero, e dello straniero slavo e comunista
in particolare ! Lo sosteneva anche
l'irredentista Ruggero Timeus Fauro, in anni
non sospetti (tra il 1911 e il 1915),
spiegando che "la lotta nazionale è una
fatalità che non può avere il
suo compimento se non nella sparizione
completa di una delle due razze che si
combattono.Se una volta avremo la fortuna che
il governo sia quello della patria
italiana, faremo presto a sbarazzarci di
tutti questi bifolchi sloveni e croati"!
E la fortuna l'hanno avuta. Esercitandola per più di
vent'anni. Comunque ora l'occasione è
finalmente arrivata. Anche noi italiani
abbiamo la nostra giornata del ricordo,
guadagnandoci finalmente il posto tra le
vittime degli eccidi. Peccato che sia un
ricordo senza memoria. Se di ricordo si deve
parlare infatti, perché non ricodare
tutto, fino in fondo, senza paura? Davanti ai
"martiri delle foibe", in cui la follia
nazionalista fece cadere molti innocenti, si
rievochi anche l'incendio del Narodni Dom di
Trieste, nel 1920, o la strage di
Strunjan-Strugnano, del 1921, quando i
fascisti, tra Isola e Pirano, spararono da un
treno in corsa su di un gruppo di bambini
intenti a giocare, uccidendone due, ferendone
gravemente altri cinque. Si ricordi
l'allontanamento forzato dagli uffici pubblici
di tutti i dipendenti di etnia slovena e
croata in virtù delle leggi speciali
per la difesa dello Stato, varate nel 1926.
Non si dimentichino le umiliazioni subite da
coloro che dovettero cambiare nome, che non
poterono più parlare la loro lingua,
che videro violentata l'identita dei
loro paesi, in nome dello svettante tricolore.
Ricordiamo anche le deportazioni di massa di
civili nei campi fascisti di Rab-Arbe in
Dalmazia o di Gonars, nella pianura friulana.
Furono in tanti a non tornare più a
casa. Sull'orlo delle foibe dovremmo avere il
coraggio di chiamare per nome, uno ad uno,
tutti gli 11606 internati croati e sloveni,
tra cui moltissime donne e bambini,
morti nei lager italiani tra il 1941 e il
1943. La verità, tutta la
verità, soltanto la verità
potrà onorare la Storia. Ma forse il problema è
un altro, e ben lontana dalla verità
è la motivazione che sta alla
base di questa "giornata". Perché in
fondo tutti questi non sono i "nostri"
morti. Sono i morti degli "altri" e la loro
memoria non ci appartiene. Il 10 febbraio, da
ieri, è un'esclusiva squisitamente
italiana. Parola di Gasparri. E con parere
quasi unanime di tutto il Parlamento italiano.
A chi dunque
il ricordo ? A noi !
(Angelo Floramo)
Intervista a
Claudia Cernigoi, autrice del libro:
Operazione foibe: tra storia e mito
Claudia Cernigoi è nata a Trieste nel
1959. Giornalista pubblicista dal 1981, ha
collaborato alle prime radio libere triestine e
oggi dirige il periodico "la Nuova Alabarda" Ha
iniziato ad occuparsi di storia della seconda
guerra mondiale nel 1996, e nel 1997 ha
pubblicato per la Kappa Vu il suo primo studio
sulle foibe, Operazione foibe a Trieste. In
seguito ha curato una serie di dossier
(pubblicati come supplemento alla "Nuova
Alabarda") su argomenti storici riguardanti la
seconda guerra mondiale e sulla strategia della
tensione. Nel 2002, assieme al veneziano Mario
Coglitore, ha pubblicato La memoria tradita,
sull'evoluzione del
fascismo nel dopoguerra (ed. Zeroincondotta di
Milano). Esce proprio in questi giorni
"Operazione Foibe. Tra storia e mito", edito
dalla Kappa Vu dell'editrice Alessandra
Kersevan. La monografia, ricchissima di
documentazione, è stata presentata a
Trieste lo scorso 7 febbraio.
La memoria lottizzata. In epoca di revisionismi,
riletture, decontestualizzazioni, sembra proprio
che il dibattito gridato diventi l'unica
possibilità di intervento. Ma chi di
storia si occupa lascia che siano i documenti a
parlare, tacitando gli umori e gli isterismi di
ogni colore. "Operazione Foibe", con i suoi
ricchi apparati documentari, si prefigge questo
scopo. E'una ricerca che l'ha impegnata per
oltre sette anni, sette anni di meticolose
indagini seguite a una prima edizione,
già di per sé estremamente ricca e
stimolante. Qual è stata la motivazione
che l'ha spinta (ogni storico ne ha una!) e cosa
ne è emerso ?
Chi non vive a Trieste non può
conoscere il clima che si respira in questa
città che il poeta (triestino) Umberto
Saba definì "la più fascista d'Italia".
Quindi devo spiegare che da noi le campagne
stampa o campagne politiche
sulla "questione foibe" sono più o meno
cicliche. Tanto per fare un paio
di esempi: una campagna si
sviluppò a metà anni Settanta,
per fare da contraltare
all'istruttoria e poi al processo in corso per
i crimini della
Risiera di San Saba. In altri periodi per
contrastare le mobilitazioni per
la legge di tutela degli Sloveni in Italia.
Otto anni fa, quando per la
prima volta ho iniziato ad occuparmi
seriamente di "foibe", era il momento
in cui era iniziata una nuova campagna, questa
volta in parte come
"risposta" di destra al processo Priebke ed in
parte, a mio parere, perché
dopo lo sfascio della Jugoslavia c'era chi
aveva interesse in Italia a
destabilizzare ulteriormente Slovenia e
Croazia che non vivevano una
situazione proprio tranquilla, a scopo
neoirredentista. Il fatto nuovo, all'epoca,
fu che da polemiche politiche si era passati
ad un più alto livello di
scontro, se mi si passa l'espressione:
cioè era iniziata un'inchiesta
giudiziaria per i cosiddetti "crimini delle
foibe", e questa inchiesta stava
coinvolgendo ex partigiani che avevano ormai
raggiunto una certa età, ed
a questo punto decisi che
era il caso di fissare dei paletti in merito
ai presunti "crimini delle
foibe", dato che non mi sembrava giusto che quelli
che all'epoca, non conoscendoli, mi venne da
definire "poveri vecchietti"
(e voglio subito dire che i
"poveri vecchietti" che ho conosciuto in
seguito a
queste mie ricerche erano tutti anziani
sì, logicamente, ma pieni di energie
e di voglia di fare) dovessero venire messi
sotto giudizio sulla base di
inesistenti prove storiografiche, come i libri
di Marco Pirina e di Luigi
Papo. Così presi in mano sia i libri di
Pirina, sia gli studi sugli
"scomparsi da Trieste per mano titina" (sia
chiaro che certe terminologie
non mi appartengono, ma le riporto
perché questa, purtroppo, è la vulgata
vigente), per cercare di capire
l'entità reale del fenomeno "foibe". In
base
a questo è nato il primo "Operazione
foibe", che aveva come scopo
essenzialmente spiegare che gli "infoibati"
non erano migliaia, né molte
centinaia, nonostante quello che si diceva da
cinquant'anni. Per esempio,
da Trieste nel periodo di
amministrazione jugoslava (maggio 1945), scomparvero
perché arrestati dalle autorità,
o perché morti nei campi di internamento
per militari, o ancora per vendette personali,
circa 500 persone, e non le
1458 indicate da Pirina, che aveva inserito
tra gli "infoibati" anche
persone ancora viventi oppure partigiani
uccisi dai nazifascisti.
"Tra storia e mito". E' il significativo
sottotitolo del suo libro. A sessant'anni di
distanza sembra ancora molto difficile separare
le due cose, o perlomeno impedire che si
influenzino a vicenda. E' facile per chiunque
voglia stravolgere i fatti vestire la storia con
i panni del mito. Il recente dibattito stimolato
dal discusso film in uscita per Rai Fiction: "Il
cuore nel pozzo", ne è la più
evidente dimostrazione. E proprio questa incerta
lettura intorbida la memoria e agevola ogni
possibile strumentalizzazione politica. Accade
ancora per Porzus, accade per le foibe e per
molte altre tragedie del Novecento.
Perché ? E' forse colpa della controversa
realtà di confine? O qui da noi la storia
indugia, stenta a passare... e quindi diventa
facile occasione di attualizzazione,
veicolandola nei labirinti del dibattito
politico?
Sulla questione delle foibe non
è mai stata fatta veramente ricerca storica.
Altrimenti, come prima cosa, non si parlerebbe
di una "questione foibe",
perché le persone che veramente sono
morte per essere state gettate nelle
foibe istriane o carsiche sono pochissime,
rispetto non solo alle migliaia
di morti (sempre per parlare del territorio
della cosiddetta "Venezia
Giulia", cioè le vecchie province di
Trieste, Gorizia, l'Istria e Fiume)
di quella enorme
carneficina che fu la seconda guerra mondiale,
ma degli stessi
morti per mano partigiana. Voglio ricordare
che la maggioranza di questi
fatti si riferiscono a cose accadute in
periodo di guerra: ad esempio i
circa 400 "infoibati" che furono uccisi
nell'Istria del dopo armistizio
(settembre '43), non possono che essere
inseriti in un contesto di guerra.
Però è da rilevare che
mentre tutti (storici e mass media, oltre a
politicanti e propagandisti) si sconvolgono
all'idea di questi 400 morti,
non battono ciglio di fronte alla notizia
storicamente dimostrata che il
ripristinato "ordine nazifascista" in Istria
nell'ottobre '43 causò migliaia
di morti, deportati nei lager, paesi bruciati
e rasi al suolo e violenze
di ogni tipo. È come
se ci fossero, secondo certa storiografia,
istriani di serie A e istriani
di serie B, cioè rispettivamente quelli
di etnia italiana, la cui morte
deve destare orrore e scandalo, mentre per gli
altri,
quelli di etnia croata o slovena, sembra
essere stata una cosa "normale"
che siano stati colpiti
dalla repressione nazifascista.
Al contrario uno dei pregi della sua ricerca
è proprio la "contestualizzazione dei
fatti", dalla quale è impensabile
prescindere per tentare almeno di capire il
fenomeno nella sua complessità. Come
vanno contestualizzate le foibe? Qual è
la chiave per comprenderne i significati
storici, sociali... forse anche antropologici?
Ho già accennato al fatto che
le foibe sono diventate appunto un
"mito", in quanto il fenomeno
in realtà è un "non fenomeno"
che è diventato tale a suon
di propaganda. Che questa propaganda sia stata
sviluppata esclusivamente su
fatti concernenti il confine orientale
(ricordiamo che in Francia, dopo la
liberazione, ci furono delle vendette contro
gli italiani, già occupatori,
che erano stati fatti prigionieri, però
nessuno in Italia ha mai detto
niente su questi episodi) ha secondo me
diversi significati. Il primo è che
i vari governi italiani succedutisi negli anni
(dalle guerre di indipendenza
del Risorgimento, per intenderci) hanno sempre
tentato l'espansione ad est,
quindi il fatto di avere perso, dopo la fine
della guerra, un bel pezzo di
territorio orientale ha significato una grossa
frustrazione per i
nazionalisti. Inoltre ha pesato il fatto che
qui i vincitori erano non un
esercito considerato regolare e di una potenza
come potevano essere Gran
Bretagna o Stati Uniti, ma si trattava di un
esercito popolare, partigiano,
comunista, e composto da popoli "slavi",
considerati "inferiori" dal
nazionalfascismo italiano. Quindi nella
frustrazione per la perdita della
guerra vanno qui inserite anche le componenti
anticomuniste ed antislave.
Grave mi è sembrato
però leggere l'Unità (non il
Secolo d'Italia o Libero!)
che (cito) parla di "odio degli slavi verso
gli italiani", generalizzando
un concetto inesistente con
connotazioni oserei dire razziste. Come si
può attaccare la
destra xenofoba quando se la prende con gli
immigrati e poi
esprimersi in questi termini?
Quanto alla "contestualizzazione",
vorrei dire che è impossibile fare un'analisi
unica di un fenomeno che non è un
fenomeno. Parliamo degli scomparsi da
Trieste? Un centinaio di essi sono stati
condotti a Lubiana e probabilmente
fucilati dopo essere stati processati come
criminali di guerra;
centocinquanta o duecento sono forse i morti
nei campi di internamento per
militari; una cinquantina le vittime
recuperate da varie foibe e per le
quali si ricostruì che erano state
uccise in regolamenti di conti e
vendette. Però diciotto di questi
"infoibati" erano stati uccisi da un
gruppo di criminali comuni che si erano
infiltrati tra i partigiani. Come
si può
contestualizzare una simile varietà di
cause di morte? Ecco perché
secondo me non si può parlare di
"fenomeno" foibe. Quanto ad un'altra
vulgata che va attualmente per la maggiore,
cioè che si trattò di
repressione politica contro chi poteva creare
dei problemi all'instaurazione
di un nuovo stato comunista, secondo il mio
parere se fosse stato questo
il motivo delle
eliminazioni, non sarebbero state uccise
così poche persone.
Forse posso sembrare cinica mentre lo
dico, voglio chiarire che la mia è
solo un'analisi storico-politica, non intendo
mancare di rispetto a nessuno.
Ma teniamo presente che a Trieste gli
squadristi della prima ora, quelli
che avevano la qualifica di
"sciarpa littoria" e veterani della marcia su
Roma
erano più di 400; 600 membri contava
l'Ispettorato speciale di PS (una
struttura antiguerriglia che lavorava come
squadrone della morte in funzione
repressiva antipartigiana), e non contiamo poi
le Brigate Nere, la Polizia
non politica, la Milizia territoriale. i
funzionari del Fascio che rimasero
al proprio posto. Se si fosse voluto fare un
"repulisti" politico, gli
uccisi sarebbero stati dieci volte tanto,
ritengo.
"Su questa tragedia c'è stato un
colpevole silenzio della sinistra che dev'essere
rimosso". Sono le parole dell'onorevole
WalterVeltroni, sindaco di Roma, pronunciate
durante la sua recente visita alla foiba
di Basovizza. Come le interpreta ? Tenendo
anche conto del fatto che tale silenzio
(che non ha riguardato la solo sinistra, in
verità) ha anche permesso alle destre di
classificare ideologicamente tutti i partigiani
sloveni e croati (e non solo loro) come
infoibatori, permettendo anche di rimuovere
dalle coscienze degli italiani il clima politico
e culturale che per vent'anni il regime fascista
ha imposto a quelle terre, perpetrando violenze
fisiche e psicologiche di estrema gravità
!
Io sono dell'opinione che, ammesso e
non concesso che di foibe non si sia
mai parlato prima (cosa che non è vera,
visto che di libri - non solo di
propaganda disinformativi, ma anche seri come
il primo studio di Roberto
Spazzali, "Foibe un dibattito ancora aperto",
uscito nel 1992 - ne sono
usciti molti), questo fatto non può
giustificare in alcun modo che adesso
se ne parli senza
cognizione di causa, ma solo riprendendo le
vecchie notizie
della propaganda nazifascista, senza un minimo
di senso critico. Quanto ai
crimini commessi dall'Italia fascista,
coloniale e imperialista, in Africa
come nei Balcani, fino a Grecia ed Albania
durante la guerra, su di essi
sì è calato un
pesante silenzio, una censura totale, al punto
che il buon documentario di
Michael Palumbo, "Fascist legacy" sui crimini
di guerra italiani (e su
come i criminali se la sono cavata senza
problemi) è stato
"infoibato" dalla RAI che non ha la minima
intenzione di mandarlo in onda,
dopo averlo acquisito. Però la RAI
finanzia sceneggiati televisivi di
disinformazione sulle foibe: questo dovrebbe
essere un motivo di scandalo,
non tanto che Gasparri promuova il filmato che
lui stesso ha ispirato un
paio di anni fa.
Restiamo in tema. Quando l'onorevole Veltroni ha
deposto la rituale corona d'alloro anche ai
piedi del monumento che ricorda la fucilazione
di cinque sloveni fucilati per ordine del
Tribunale Speciale Fascista, ha suscitato lo
sdegno di Roberto Menia il quale ha affermato
che "mentre non vi e' nulla da dire per
cio' che riguarda le tappe di Veltroni alla
Foiba di Basovizza e alla Risiera, anche
se fatte con qualche decennio di ritardo, e'
evidente che non possono essere eletti a martiri
di una italianita' cattiva nel 1930, coloro che
erano dei terroristi macchiatisi di reati di
sangue e di omicidi. Questi non possono essere
contrabbandati per martiri ed e' evidente
che Veltroni sbaglia ed e' sbagliata
questa ricostruzione che e' la ricostruzione che
vuol fare la sinistra". Una ulteriore
dimostrazione di quanto abbiamo detto
fin'ora ?
È un dato di fatto che i
martiri di Basovizza siano stati fucilati dopo
una
sentenza di un Tribunale speciale di uno stato
non democratico. Quindi prima
di accettare acriticamente la sentenza di
questo Tribunale che li definiva
"terroristi", io quantomeno pretenderei, in
democrazia, un nuovo processo,
per determinare quali fossero effettivamente
le loro responsabilità
concrete. Ma a prescindere da questo, resta il
fatto che la loro lotta era
contro un regime dittatoriale che, spero,
nessun democratico di oggi intende
avallare come legittimo. Quindi che loro
fossero o no "terroristi", secondo
me non ha la minima importanza da un punto di
vista storico. Erano degli
antifascisti che lottavano contro la
dittatura: tutto qui. In Germania
nessuno avrebbe il coraggio di chiamare
"terroristi" gli attivisti della
Rosa bianca o Canaris che attentò,
senza successo a Hitler. In altri tempi,
il tirannicidio era cosa considerata corretta,
in fin dei conti.
Alessandra Kersevan, il suo editore, ha
affermato di essere consapevole che i risultati
della ricerca non basteranno a tacitare la
propaganda antipartigiana che continua con toni
sempre più violenti, anche da parte
di alcuni autori ritenuti fino a qualche tempo
fa vicini alle tematiche della Resistenza.
L'auspicio è tuttavia che serva
acciocchè si affrontino tali tematiche
con il dovuto rispetto storiografico, tenendo
conto della documentazione presentata . E' in
fondo questo il valore civile della Storia, non
le pare?
...A
mia volta vi segnalo un articolo trovato in
rete (Osservatorio Balcani, moderati
dell'Ulivo). A parte l'informazione sulla
foiba di Basovizza (i documenti
angloamericani testimoniano che non vi
furono infoibati neppure i centinaia di cui
parla Scotti, come si dimostra nel nuovo
libro di Claudia Cernigoi), il resto
è molto interessante... Alessandra
Kersevan
[ vai alla pagina originaria per leggere anche i
commenti dei lettori:
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/3884/1/51/
]
La memoria
delle foibe in Istria: intervista a
Giacomo Scotti
10.02.2005
scrive
Andrea Rossini
Un clima di
nazionalismo insopportabile sta inquinando i
rapporti tra Italiani, Croati e Sloveni.
Giacomo Scotti, giornalista e scrittore di
Fiume/Rijeka, racconta il clima di questi
giorni e nella propria analisi contestualizza
i fatti storici per i quali oggi in Italia si
celebra il giorno del ricordo. Pubblichiamo
ampi stralci dell’intervista realizzata
in collaborazione con Radio Onda d’Urto
Osservatorio
sui Balcani: Cosa furono le foibe e quante
furono le vittime delle violenze avvenute tra
il ’43 e il ’47 a Trieste, in Istria e
Dalmazia?
Giacomo Scotti: Oggi il termine di infoibati
viene esteso a tutti quindi anche alle
persone che furono catturate in combattimento
negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale,
per esempio i repubblichini della Repubblica di
Salò che operavano in Istria al servizio
della Gestapo e dei nazisti, o in generale i
caduti italiani negli scontri con i partigiani
nel territorio dell’ex Venezia Giulia, quindi
Istria e Quarnero. Qualche centinaio di loro
morì di stenti, o di malattie nei campi
di prigionia nei dintorni di Ljubljana, e anche
questi vengono messi tra gli infoibati. I veri
infoibati che sono stati fucilati e i cui corpi
sono stati gettati nelle foibe sono
verosimilmente alcune centinaia. La storiografia
dell’estrema destra parla tuttavia di parecchie
migliaia.
Osservatorio
sui Balcani: In Italia si parla per l’appunto
di una cifra che arriva in certi casi alle
10.000 persone e oltre. Questa cifra dunque
secondo te non è corretta?
Giacomo Scotti: Non secondo me ma secondo gli
storici triestini che potremmo definire di
centro, come Galliano Fogar, e perfino secondo
alcuni esuli istriani, come per esempio l’ex
sindaco di Trieste, che hanno scritto libri
sull’argomento. Ci sono state due fasi. Dopo la
capitolazione italiana dell’8 settembre 1943 in
Istria c’è stata una sollevazione,
un’insurrezione di contadini che hanno assalito
i Municipi, hanno assalito anche le case dei
fascisti, di coloro che facevano parte della
milizia volontaria della sicurezza nazionale,
degli agenti dell’OVRA (la polizia segreta
fascista, ndr) ammazzandone parecchi nelle loro
case, e alcuni gettandoli nelle foibe.
L’insurrezione istriana durò dal
settembre fino al 4 ottobre del ’43, quindi
circa 30 giorni. Dopo sono arrivati i Tedeschi e
hanno messo a ferro e fuoco l’Istria. Le vittime
dell’insurrezione erano per la maggior parte
gerarchi fascisti, ma ci sono andati di mezzo
anche degli innocenti, ci sono state rese di
conti fra gente che aveva dei conti da regolare.
Tuttavia non si può parlare di odio
antiitaliano, in un certo senso non si facevano
distinzioni. Prima ancora che calassero le
grosse divisioni tedesche in Istria, i comandi
italiani di Pola, ad esempio, avevano consegnato
ad un battaglione di Tedeschi di 350 uomini una
guarnigione di 15.000 soldati. I Tedeschi
avevano messo questa gente nei vagoni per
deportarli in Germania. I partigiani slavi, i
partigiani per modo di dire, questi insorti che
avevano preso i fucili gettati via dalle truppe
italiane oppure i propri fucili da caccia, hanno
atteso questi convogli diretti in Germania nella
stazione di Pisino, nel cuore
dell’Istria, assalendo due treni e liberando
circa 3.000 marinai italiani, cadetti. Migliaia
e migliaia di soldati italiani, non solamente di
stanza in Istria ma anche provenienti dalla
Croazia, disarmati, dopo l’8 settembre, che
attraversavano l’Istria interna per andare a
Trieste, non quella costiera, popolata in gran
parte da popolazione italiana, ma l’Istria
interna popolata quasi esclusivamente da
popolazioni slave, sono stati accolti e
rifocillati da queste popolazioni, che li hanno
protetti per non essere presi dai Tedeschi che
nel frattempo, ad ottobre, erano calati in gran
numero da Gorizia e dal Brennero. Ci sono anche
documenti, anche per esempio dell’episcopato di
Trieste, che attestano questa
solidarietà, quindi è falso
sostenere che tutte le vittime erano italiane e
che dall’altra parte c’erano solo i barbari
slavi.
Osservatorio
sui Balcani: Nel maggio ’45 i partigiani
jugoslavi occuparono Trieste. Quei 40 giorni
vengono considerati e raccontati come il
culmine delle violenze antitaliane. Come va
inquadrato quel periodo?
Giacomo Scotti: In Istria la caccia al fascista
avvenne in quei trenta giorni del settembre, e
poi non si è ripetuta più. A
Trieste invece è avvenuta la seconda
fase, quella appunto dei 45 giorni. Qui ci sono
stati effettivamente episodi di pulizia etnica
perché la cosiddetta guardia popolare -
di cui facevano parte tra l’altro moltissimi
Italiani, triestini, goriziani e friulani – e
che a Trieste dava la caccia ai gerarchi, ai
fascisti, ha colpito anche molti antifascisti la
cui colpa era quella di battersi perché
Trieste restasse italiana. Da una parte c’era
l’idea di molti combattenti di costruire il
socialismo fino all’Isonzo, però c’era
anche molto nazionalismo da parte delle
truppe di Tito arrivate a Trieste, che erano per
la gran parte truppe della Quarta Armata,
Dalmati. Erano circa 12.000 partigiani, anche se
non si poteva più parlare di partigiani
perché l’esercito cosiddetto partigiano
era un esercito dei più potenti, che
aveva ormai 800.000 uomini ben armati. Inoltre
c’erano alcuni reparti del Nono Corpus sloveno,
quindi uomini che avevano direttamente subito
angherie dal fascismo. Non dimentichiamo che il
fascismo oltre ad essersi annessi circa 600.000
Croati e Sloveni dopo la prima guerra mondiale,
nella seconda guerra mondiale aveva occupato e
si era annesso una parte della Slovenia, creando
la provincia di Ljubljana, territori dove non
c’era un solo Italiano. Anche una parte della
Dalmazia era stata annessa dopo il 6 aprile ’41
all’Italia, era stata occupata e migliaia e
migliaia di Dalmati Croati sono finiti nei ben
109 campi di concentramento in Italia. Quindi
c’era rabbia, c’è stata anche vendetta,
un revanscismo da parte di questi soldati e sono
stati commessi crimini. Ho trovato un documento
in questo senso, un telegramma di Tito inviato
al comandante jugoslavo della piazzaforte di
Trieste che viene rimproverato aspramente per
non aver saputo controllare e moderare questo
regime di occupazione, togliendogli addirittura
il comando. Quanti siano stati i
cosiddetti infoibati in questa fase non saprei
dirlo non avendo studiato il problema
direttamente, io mi sono occupato nei miei libri
della storia istriana, però stando a
storici triestini come Galliano Fogar che era un
azionista, oppure Raoul Pupo, oggi professore
universitario, si tratta anche là di
alcune centinaia di persone finite nella foiba
di Basovizza, che ora è diventata
monumento nazionale italiano. Di fronte a queste
vittime bisogna certamente inchinarsi.
Però bisogna anche dire che quelli che
parlano di 10.000 o 20.000 infoibati infangano
le vere vittime perché con le menzogne
finisce che la verità viene coperta e
anche chi dice il vero non viene creduto.
Osservatorio
sui Balcani: Dopo queste violenze ci fu
l’esodo da Istria e Dalmazia. In questo caso
si parla di 350.000 Italiani che sarebbero
partiti dopo il ’45. Si tratta di cifre
attendibili?
Giacomo Scotti: L’esodo complessivo dall’Istria
e dalla Dalmazia e da tutte le terre che sono
state date alla Jugoslavia in virtù del
trattato di pace del ’47 e della sconfitta
purtroppo dell’Italia, dopo l’avventura nella
quale l’aveva precipitata il fascismo, è
stato di 240.000 persone. Negli ultimi dieci
anni alcuni storici seri hanno studiato questa
questione, dopo il crollo del comunismo, tra di
loro addirittura uno storico anticomunista,
Zeljavic. Sono andati negli archivi, hanno preso
i registri dello stato civile che ogni comune
nelle cosiddette province italiane dell’Istria e
della Dalmazia aveva, facendo ricerca. La
Dalmazia in definitiva era Zara, una
città di 20.000 abitanti sotto l’Italia,
una piccola enclave. C’erano poi la provincia di
Fiume, che aveva tre comuni, con circa 50.000
abitanti, e la provincia di Pola, che ne aveva
300 e poco più. Se veramente fossero
350.000 gli esiliati, sarebbero il 90% della
popolazione che viveva in quelle zone, compresi
i Croati, e invece secondo il censimento fatto
dieci anni dopo la fine della guerra c’erano
ancora 180.000 Croati presenti e oggi, a 60 anni
dalla fine della guerra, ci sono ancora 35.000
Italiani. Questi storici hanno preso in mano i
registri dello stato civile e i registri delle
Questure, che sotto l’Italia erano precisissimi
segnalando addirittura chi era ebreo, chi era
ariano, chi non ariano, chi era antifascista
ecc. Sono dati italiani, dello Stato italiano
che in base al trattato di pace l’Italia ha
dovuto restituire alla Jugoslavia come preda di
guerra. Nell’esodo inoltre sono scappate
moltissime persone che non erano italiane,
20.000 Croati soltanto dall’Istria,
perché non volevano il comunismo, non
volevano restare sotto Tito. Molti Istriani poi,
ad esempio, che lavoravano come ferrovieri a
Trieste e in Italia e non volevano perdere il
posto di lavoro, se ne sono andati. Ci sono
molti motivi diversi, ma alla fine sono partite
240.000 persone. Tra queste c’erano, veniamo
alle cifre, 44.000 funzionari che erano venuti
dall’Italia negli ultimi 18 anni di presenza
italiana in Istria, maestri elementari,
insegnanti, questurini, carabinieri, finanza
ecc. che si iscrivevano nelle liste della
cittadinanza ma non erano autoctoni istriani o
dalmati o fiumani. Non li voglio certamente
togliere, ma questi erano 44.000. C’erano poi
20.000 Croati. Quindi quando si parla di
Italiani bisogna fare attenzione. Parliamo degli
Istriani, di qualsiasi nazionalità, non
erano soltanto Italiani i profughi.
Osservatorio
sui Balcani: Tu hai seguito un percorso
contrario a quello di cui stiamo parlando,
recandoti a vivere in Jugoslavia dopo la
seconda guerra mondiale. Negli anni recenti
per l’impegno pacifista che hai intrapreso nel
corso delle guerre in ex Jugoslavia degli anni
’90 e anche in ragione della tua
nazionalità italiana hai trascorso anni
difficili... Come ti appresti a vivere questa
giornata che in Italia è stata
ufficialmente definita del ricordo, il 10
febbraio?
Giacomo Scotti: Io e molti altri, quasi tutti
gli Italiani qui, stiamo vivendo questi giorni
con molto disagio, ci sentiamo veramente
avviliti. Le destre, ovunque, i nazionalismi, ad
esempio il nazionalismo dei dieci anni di
Tudjman, durante il quale hanno cercato
addirittura di chiuderci le scuole italiane, ci
hanno perseguitato, ed ora questo nazionalismo
da parte italiana, che è un’euforia
insopportabile, con questi film che dicono
menzogne, queste cifre che dicono menzogne,
queste parate, ci avviliscono... Questi nostri
vicini, amici con i quali viviamo qui
nell’Istria, a Fiume, questi Croati, ci dicono:
“Noi che abbiamo subìto un’aggressione
durante la guerra, abbiamo subìto 360.000
morti dall’occupazione italiana, abbiamo
subìto i campi di concentramento
italiani... Invece di chiederci perdono ci
attaccate ormai continuamente...” Come
può fare un Italiano che vive qua a
guardare in faccia questa gente? Con la quale
ogni giorno vive? Dopo la morte di Tudjman di
nuovo si era creato un clima di tolleranza, un
clima di convivenza pacifica… Invece di dare
agli esuli che hanno sofferto quella
soddisfazione di essere ricordati al di sopra
degli odi, al di sopra dei rancori, ora in
Italia si sfrutta questa giornata per fare una
campagna tremenda... Mi basta vedere la
televisione, leggere
i giornali – qui arriva il Piccolo di Trieste –
per esempio il Piccolo ieri diceva che alla sala
Tripcovich di Trieste è stato presentato
questo film sulle foibe...
Osservatorio
sui Balcani: La fiction di Rai Uno, Il cuore
nel pozzo?
Giacomo Scotti: Sì. Tutta la platea era
formata soltanto da aderenti al Fronte della
Gioventù, della Fiamma Tricolore, e di
Alleanza Nazionale. Voi sapete benissimo che a
Trieste Alleanza Nazionale non è quella
di Fini, si vantano di essere i picchiatori di
Via Paduina, insomma sono rimasti sempre i
soliti. Ebbene a un certo punto un soldato, un
repubblichino prende la pistola e ammazza due
persone, due partigiani, li ammazza dicendo che
con questo vuole evitare che la sua fidanzata
venga uccisa da loro. Ebbene è scoppiato
un applauso, di fronte alla morte di questi due
partigiani, di questi due slavi, è
scoppiato un applauso irrefrenabile. Quando uno
Sloveno, esponente della minoranza slovena di
Trieste, ha cercato di entrare nella sala per
protestare, lo hanno preso per il collo gridando
alla polizia italiana: “Buttate fuori questa
gentaglia.” Ecco questo è il clima che si
è creato a Trieste e già da molti
giorni... Il giorno della memoria viene
celebrato il 10 febbraio, non ci siamo ancora ma
è già un’ubriacatura di odio, di
revanscismo, dove vogliamo arrivare con queste
cose? La stampa di qui riporta queste cose. Oggi
per esempio (5 febbraio, ndr) il Novi List di
Fiume, che è il giornale a più
grande tiratura in Croazia, titola: “Tutti gli
italiani vittime, solo noi Croati e Sloveni
siamo stati i carnefici.”
Osservatorio
sui Balcani: Nelle settimane scorse, in
Croazia, c’è stato un attentato
dinamitardo al monumento di Tito, nella nativa
Kumrovec. Allo stesso tempo sono stati eretti
[poi rimossi] monumenti ad esponenti ustascia
del cosiddetto Stato Indipendente di Croazia
di Ante Pavelic, Budak e Francetic. Nella
Croazia del 2005 sono ancora forti i movimenti
e le tendenze di estrema destra?
Giacomo Scotti: La risposta te la posso dare
citando i risultati delle recentissime elezioni
presidenziali. A destra della candidata dell’HDZ
si è schierato uno che ai tempi di
Tudjman era tra i massimi esponenti dell’HDZ, un
erzegovese, Ivic Pasalic, presentandosi come
capo del Blocco Croato, che ha raccolto tutte le
sedici associazioni degli ex combattenti della
cosiddetta Guerra Patriottica, gli ustascia,
insomma la crema della destra in camicia nera.
Ha ottenuto solo lo 0.5% dei voti. Questa
è la destra ustascia neofascista oggi in
Croazia. Però è una destra che ha
ancora appoggi nei servizi segreti del governo,
l’HDZ non ha fatto pulizia nei suoi ranghi,
ancora la polizia segreta tudjmaniana tira le
fila nel sottosuolo. Tutti sanno dove si trova
Gotovina [il generale ricercato dal Tribunale
dell’Aja, ndr], ma nessuno lo va a prendere, la
Croazia è diventata ostaggio di un
cosiddetto eroe che sta facendo soffrire le pene
dell’inferno alla Croazia che non può
entrare in Europa finchè lui è
latitante. Ma tutti questi alla fine raccolgono
solo lo 0,5% dei voti, quindi la Croazia non
è fascista, i fascisti sono pochi,
però sono terroristi, mettono le bombe
sotto i monumenti, provocano, sono una piccola
minoranza di terroristi.
Reality Foibe. Così
iniziò la stagione di sangue
Le stragi
istriane vanno inserite nel contesto storico
della guerra fascista e nazista alle
popolazioni slave. [....]
GIACOMO SCOTTI
Da "Il
Manifesto" di Venerdì, 04 Febbraio 2005
(ripreso da: http://www.contropiano.org/ )
Le stragi istriane vanno inserite nel
contesto storico della guerra fascista e
nazista alle popolazioni slave. Contro ogni
strumentalizzazione, ma anche contro ogni
rimozione
«Si ammazza troppo poco»,
e «Non dente per dente, ma testa per
dente», raccomandavano nel 1942 i
generali italiani Marco Robotti e Mario
Roatta. Furono 200.000 i civili
«ribelli» falciati dai plotoni di
esecuzione italiani in Slovenia,
«Provincia del Carnaro», Dalmazia,
Bocche di Cattaro e Montenegro
Per una giusta
comprensione del fenomeno delle foibe istriane
- ma
comprensione non significa affatto
giustificazione di quei crimini - è
assolutamente necessario inserire la questione
nel contesto storico in
cui si verificò e nel quadro più
ampio del periodo tra la fine della
prima e lo svolgimento della seconda guerra
mondiale. Un periodo che fu
particolarmente tragico per una larga parte
della popolazione istriana
venutasi a trovare inserita nel territorio di
frontiera di un'Italia
asservita al regime fascista e perciò
negata a governare con giustizia
territori plurietnici, plurilingui e
multiculturali, spinta a
realizzare un preciso programma di oppressione
e snazionalizzazione dei
sudditi cosiddetti allogeni e alloglotti.
Ancor prima della firma del
Trattato di Rapallo del 1920 che
assegnò definitivamente l'Istria
all'Italia, quando la regione era soggetta al
regime di occupazione
militare, la popolazione dell'Istria si
trovò di fronte allo squadrismo
in camicia nera, importato da Trieste, che si
manifestò con particolare
aggressività e ferocia. Gli stessi
storici fascisti, tra i quali
l'istriano G.A. Chiurco, vantandosi delle
gesta degli squadristi e
glorificandole nelle loro opere, hanno
abbondantemente documentato i
misfatti compiuti - dagli assassinii di
antifascisti italiani quali
Pietro Benussi a Dignano, Antonio Ive a
Rovigno, Francesco Papo a Buie,
Luigi Scalier a Pola ed altri - alla
distruzione delle Camere del
lavoro ed all'incendio delle Case del popolo,
alle sanguinose
spedizioni nei villaggi croati e sloveni della
penisola, ecc. Questi
misfatti continuarono sotto altra forma dopo
la creazione del regime:
furono distrutti e/o aboliti tutti gli enti e
sodalizi culturali,
sociali e sportivi della popolazione slovena e
croata; sparì ogni segno
esteriore della presenza dei croati e sloveni,
vennero abolite le loro
scuole di ogni grado, cessarono di uscire i
loro giornali, i libri
scritti nelle loro lingue furono considerati
materiale sovversivo; con
un decreto del 1927 furono forzosamente
italianizzati i cognomi di
famiglia; migliaia di persone finirono al
confino. Nelle chiese le
messe poterono essere celebrate soltanto in
italiano, le lingue croata
e slovena dovettero sparire perfino dalle
lapidi sepolcrali, furono
cacciate dai tribunali e dagli altri uffici,
bandite dalla vita
quotidiana. Alcune centinaia di democratici
italiani, socialisti,
comunisti e cattolici che lottarono per la
difesa dei più elementari
diritti delle minoranze subirono attentati,
arresti, processi e lunghi
anni di carcere inflitti dal Tribunale
speciale per la difesa dello
Stato.
La sostituzione delle popolazioni
allogene
Mi è capitato per le mani un opuscolo
del ministro dei Lavori Pubblici
dell'era fascista Giuseppe Cobolli Gigli.
Figlio del maestro elementare
sloveno Nikolaus Combol, classe 1863,
italianizzò spontaneamente il
cognome nel 1928 anche perchè sin dal
1919 si era dato uno pseudonimo
patriottico, Giulio Italico. Divenuto poi un
gerarca, prese un secondo
cognome, Gigli, dandosi un tocco di
nobiltà. Questo signore, fu autore
di opuscoletti altamente razzisti, fra i quali
Il fascismo e gli
allogeni, (da «Gerarchia»,
settembre 1927) in cui sosteneva la
necessità della pulizia etnica,
attraverso la sostituzione delle
popolazioni «allogene» autoctone
con coloni italiani provenienti da
altre provincie del Regno. Tra l'altro volle
tramandare ai posteri una
canzoncina in voga fra gli squadristi di
Pisino. Il paese sorge sul
bordo di una voragine che - scrisse il
Cobol-Cobolli - «la musa
istriana ha chiamato Foiba, degno posto di
sepoltura per chi, nella
provincia, minaccia con audaci pretese, le
caratteristiche nazionali
dell'Istria». Quindi chi, fra i croati,
aveva la pretesa, per esempio,
di parlare nella lingua materna, correva il
pericolo di trovar
sepoltura nella Foiba. La canzoncina di Sua
Eccelenza (testo dialettale
e traduzione italiana a fronte) diceva:
A Pola xe
l'Arena/ la Foiba xe a Pisin:/ che i buta zo
in quel fondo/
chi ga certo
morbin.
(A Pola c'è l'Arena,/ a Pisino
c'è la Foiba:/ in quell'abisso vien
gettato/ chi ha certi pruriti).
Dal che si vede che il brevetto degli
infoibamenti spetta ai fascisti e
risale agli inizi degli anni Venti del XX
secolo. Putroppo essi non
rimasero allo stato di progetto e di
canzoncine. Riportiamo qui, dal
quotidiano triestino Il Piccolo del 5 novembre
2001, la testimonianza
di Raffaello Camerini, ebreo, classe 1924.
«Nel
luglio del 1940, ottenuta la licenza
scientifica, dopo neanche un
mese, sono
stato chiamato al lavoro "coatto", in quanto
ebreo, e sono
stato
destinato alle cave di bauxite, la cui sede
principale era a S.
Domenica
d'Albona.
Quello che
ho veduto in quel periodo, sino al 1941 -
poi sono stato
trasferito a
Verteneglio - ha dell'incredibile. La
crudeltà dei
fascisti
italiani contro chi parlava il croato,
invece che l'italiano,
o chi si
opponeva a cambiare il proprio cognome
croato o sloveno, con
altro
italiano, era tale che di notte prendevano
di forza dalle loro
abitazioni
gli uomini, giovani e vecchi, e con sistemi
incredibili li
trascinavano
sino a Vignes, Chersano e altre
località limitrofe, ove
c'erano
delle foibe, e lì, dopo un colpo di
pistola alla nuca, li
gettavano
nel baratro. Quando queste cavità
erano riempite, ho veduto
diversi
camion, di giorno e di sera, con del
calcestruzzo prelevato da
un deposito
di materiali da costruzione sito alla base
di Albona, che
si
dirigevano verso quei siti e dopo poco tempo
ritornavano vuoti.
Allora, io
abitavo in una casa sita nella piazza di
Santa Domenica
d'Albona,
adiacente alla chiesa, e attraverso le
tapparelle della
finestra
della stanza ho veduto più volte, di
notte, quelle scene che
non
dimenticherò finchè
vivrò (...). Mi chiedo sempre, pur
dopo 60
anni, come
un uomo può avere tanta
crudeltà nel proprio animo. Sono
stati gli
italiani, fascisti, i primi che hanno
scoperto le foibe ove
far sparire
i loro avversari. Logicamente, i partigiani
di Tito,
successivamente,
si sono vendicati usando lo stesso sistema.
E che dire
dei fascisti
italiani che il 26 luglio 1943 hanno fatto
dirottare la
corriera di
linea - che da Trieste era diretta a Pisino
e Pola - in un
burrone con
tutto il carico di passeggeri, con esito
letale per tutti.
(...) Ho
lavorato fra Santa Domenica d'Albona,
Cherso, Verteneglio
sino
all'agosto del `43 e mai ho veduto un
litigio fra sloveni, croati
e italiani
(quelli non fascisti). L'accordo e
l'amicizia era grande e
l'aiuto, in
quel difficile periodo, era reciproco. Un
tanto per la
verità,
che io posso testimoniare».
60mila slavi in fuga dall'Istria
Per gli slavi il risultato del ventennio
fascista e del triennio
bellico 1940-43 fu la fuga dall'Istria di
circa 60.000 persone.
Purtroppo a rafforzare il nazionalismo
anti-italiano fu ancora una
volta il fascismo mussoliniano che nella
seconda guerra mondiale portò
l'Italia ad aggredire i popoli jugoslavi.
Quell'aggressione tra il 6
aprile 1941 e l'inizio di settembre 1943 fu
caratterizzata dalle
brutali annessioni di larghe fette di Croazia
e Slovenia e da una lunga
serie di crimini di guerra. Per ordine dello
stesso Mussolini e di
alcuni generali si giunse alle scelte
più draconiane dei comandi
militari italiani. Ne derivarono
«rapine, uccisioni, ogni sorta di
violenza perpetrata a danno delle
popolazioni».
Nelle regioni della Croazia annesse all'Italia
dopo il 6 aprile `41 si
ripetè quanto avvenuto in Istria dopo
la Grande Guerra: si ricorse ad
ogni mezzo per la snazionalizzazione e
l'assimilazione, provocando
inevitabilmente l'ostilità delle
popolazioni. Nella toponomastica, per
cominciare da questo aspetto non cruento
dell'occupazione, fu recitata
una vera e propria tragicommedia, avendo come
regista il prefetto della
Provincia del Carnaro e dei Territori
Aggregati del Fiumano e della
Kupa, Temistocle Testa. Con suo decreto dell'8
settembre 1941 fu
ordinato di «adottare senza indugio i
nomi italiani di tutti quei
luoghi (comuni, frazioni, località) che
erano da secoli italiani e che
la ventennale dominazione jugoslava ha
trasformato in denominazioni
straniere». Così località
del profondo territorio interno lungo il
fiume Kupa e nel Gorski Kotar divennero:
Belica= Riobianco, Bogovic =
Bogovi, Brusic = Brissi, Buzdohanj = Buso,
Crni Lug = Bosconero, Cabar
= Concanera, Glavani = Testani, Jelenje =
Cervi, Kacjak = Serpaio,
Koziji Vrh= Montecarpino, Medvedek = Orsano,
Orehovica = Nocera
Inferiore, Padovo = Padova, Pecine =
Grottamare e via traducendo o
inventando. Trinajstici, presso Castua,
divenne Sassarino in onore
della divisione «Sassari» che vi
teneva un reparto.
Ma ben presto, dopo aver battezzato
città, comuni, villaggi e frazioni,
si passò a distruggere col fuoco
quelli, fra di essi, che non
tolleravano l'italianizzazione né
l'occupazione. In data 30 maggio 1942
il Prefetto Testa, rese noto con pubblici
manifesti di aver fatto
eseguire l'internamento nei campi di
concentramento in Italia di un
numero indeterminato di famiglie di Jelenje
dalle cui abitazioni si
erano allontanati giovani maggiorenni senza
informarne le autorità. Ma
non si limitò alle deportazioni. Con un
manifesto si rendeva noto:
«Sono stase rase al suolo le loro case,
confiscati i beni e fucilati 20
componenti di dette famiglie estratti a sorte,
per rappresaglia». La
rappresaglia continuò.
Il 4 giugno gli uomini del II Battaglione
Squadristi di Fiume
incendiarono le case dei villaggi: Bittigne di
Sotto (Spodnje Bitinje),
Bittigne di Sopra (Gornje Bitnje), Monte
Chilovi (Kilovce), Rattecevo
in Monte (Ratecevo). A Kilovce furono fucilate
24 persone.
Non c'è villaggio sul territorio di
quelli che furono chiamati
Territori Aggregati e/o Annessi a contatto con
l'Istria e la regione
del Quarnero, che non abbia avuto case
bruciate o sia stato interamente
raso al suolo; non ci fu una sola famiglia che
non abbia avuto uno o
più membri deportati oppure fucilati.
Centomila nei campi di
concentramento
Ha scritto lo storiografo Carlo Spartaco
Capogreco: «In Jugoslavia il
soldato italiano, oltre che quello del
combattente ha svolto anche il
ruolo dell'aguzzino, non di rado facendo
ricorso a metodi tipicamente
nazisti quali l'incendio dei villaggi, le
fucilazioni di ostaggi, le
deportazioni in massa dei civili e il loro
internamento nei campi di
concentramento». In particolare
evidenzia che il numero dei condannati
e confinati «slavi» della Venezia
Giulia e dell'Istria fu
particolarmente elevato, sicchè dal
giugno 1940 al settembre 1943 la
maggioranza degli «ospiti» dei
campi di concentramento italiani era
costituita da civili sloveni e croati. Il
numero totale dei civili
internati dall'Italia fascista superò
di diverse volte quello
complessivamente raggiunto dai detenuti e
confinati politici
antifascisti in tutti i 17 anni durante i
quali rimasero in vigore le
«leggi eccezionali»; più di
800 italiani, fra alti gerarchi civili e
comandanti militari, furono denunciati per
crimini di guerra commessi
durante la seconda guerra mondiale alla War
Crimes Commission
dell'Organizzazione delle Nazioni Unite. I
campi di concentramento nei
quali furono rinchiusi più di centomila
civili croati, sloveni,
montenegrini ed erzegovesi erano disseminati
dall'Albania all'Italia
meridionale, centrale e settentrionale,
dall'isola adriatica di Arbe
(Rab) fino a Gonars e Visco nel Friuli, a
Chiesanuova e Monigo nel
Veneto. Non si contano, poi, i campi «di
transito e internamento» che
funzionavano lungo tutta la costa dalmata,
sulle isole di Ugliano
(Ugljan) e Melada (Molat). Quest' ultimo fu
definito da monsignor
Girolamo Mileta, vescovo di Sebenico,
«un sepolcro di viventi». In quei
lager italiani morirono 11.606 sloveni e
croati. Nel solo lager di Arbe
ne morirono 2.600 circa, fra cui moltissimi
vecchi e bambini per
denutrizione, stenti, maltrattamenti e
malattie. Il 15 dicembre 1942
l'Alto Commissario per la Provincia di
Lubiana, Emilio Grazioli,
trasmise al Comando dell'XI Corpo d'Armata il
rapporto di un medico in
visita al campo di Arbe dove gli internati
«presentavano nell'assoluta
totalità i segni più gravi
dell'inanizione da fame». Sotto quel
rapporto il generale Gastone Gambara scrisse
di proprio pugno: «Logico
ed opportuno che campo di concentramento non
significhi campo
d'ingrassamento. Individuo malato = individuo
che sta tranquillo».
Sempre nel 1942, il 4 agosto, il generale
Ruggero inviò un fonogramma
al Comando dell'XI Corpo in cui si parlava di
«briganti comunisti
passati per le armi» e «sospetti
di favoreggiamento» arrestati. In una
nota scritta a mano il generale Mario Robotti
impose: «Chiarire bene il
trattamento dei sospetti (...). Cosa dicono le
norme 4c e quelle
successive? Conclusione: si ammazza troppo
poco!». Il generale Mario
Roatta, comandante della II Armata italiana in
Slovenia e Croazia nel
marzo del 1942 aveva diramato una Circolare 3C
nella quale si legge:
«Il trattamento da fare ai ribelli non
deve essere sintetizzato dalla
formula dente per dente ma bensì da
testa per dente».
Furono circa 200.000 i civili
«ribelli» falciati dai plotoni di
esecuzione italiani, dalla Slovenia alla
«Provincia del Carnaro», dalla
Dalmazia fino alle Bocche di Cattaro e
Montenegro senza aver subito
alcun processo, ma in seguito a semplici
ordini di generali
dell'esercito, di governatori o di federali e
commissari fascisti.
Potremmo citare altri documenti, centinaia,
che ci mostrano il volto
feroce dell'Italia monarchica e fascista in
Istria e nei territori
jugoslavi annessi o occupati nella seconda
guerra mondiale. Gli stupri,
i saccheggi e gli incendi di villaggi si
ripetevano in ogni azione di
rastrellamento. Mi limiterò, per
l'Istria ad alcuni episodi che
precedettero di pochi mesi i fatti del
settembre 1943.
Il 6 giugno 1942 furono deportate nei campi di
internamento in Italia
34 famiglie per un totale di 131 persone di
Castua, Marcegli, Rubessi,
San Matteo e Spincici; i loro beni, compreso
il bestiame, furono
confiscati o abbandonati al saccheggio delle
truppe, le loro case
incendiate, dodici persone vennero fucilate.
I deportati in Italia, i villaggi
rasi al suolo
Ancora più terribile fu la sorte
toccata agli abitanti della zona di
Grobnico, a nord di Fiume. Per ordine del
prefetto Temistocle Testa,
reparti di camicie nere e di truppe regolari,
irruppero nel villaggio
di Podhum all'alba del 13 luglio. Rastrellata
l'intera popolazione,
questa fu condotta in una cava di pietra
presso il campo di aviazione
di Grobnico, mentre il villaggio veniva prima
saccheggiato e poi
incendiato. Oltre mille capi di bestiame
grosso e 1300 di bestiame
minuto furono portati via, 889 persone
rispettivamente 185 famiglie
finirono nei campi di internamento italiani:
più di cento maschi furono
fucilati nella cava: il più anziano
aveva 64 anni, il più giovane 13
anni appena.
Con un telegramma spedito a Roma il 13 luglio,
Testa informò: «Ierisera
tutto l'abitato di Pothum nessuna casa esclusa
est raso al suolo et
conniventi et partecipi bande ribelli nel
numero 108 sono stati passati
per le armi et con cinismo si sono presentati
davanti ai reparti
militari dell'armata operanti nella zona,
reparti che solo ultimi dieci
giorni avevano avuto sedici soldati uccisi dai
ribelli di Pothum stop
Il resto della popolazione e le donne e
bambini sono stati internati
stop».
Nel solo Comune di Castua subirono spedizioni
punitive diciassette
villaggi; furono passate per le armi 59
persone, altre 2311 furono
deportate e precisamente 842 uomini, 904 donne
e 565 bambini; furono
incendiate 503 case e 237 stalle. Sempre nella
zona di Fiume, il 3
maggio 1943, reparti di Camicie Nere e di
fanteria rastrellarono il
villaggio di Kukuljani e alcune sue frazioni,
portarono via tutto il
bestiame, saccheggiarono le case, deportarono
la popolazione e quindi
appiccarono il fuoco alle abitazioni, alle
stalle e agli altri edifici
"covi di ribelli". Nei campi di internamento
finirono 273 abitanti di
Kukuljani e 200 di Zoretici.
Queste sanguinose persecuzioni indiscriminate
contro la popolazione
civile slava furono denunciate anche da
eminenti personalità politiche
italiane di Trieste, tra cui i firmatari di un
Promemoria presentato il
2 settembre 1943 da un "Fronte nazionale
antifascista" al Prefetto
Giuseppe Cocuzza. Era passato un mese e mezzo
dalla caduta del regime
fascista. Nel documento, si fa una denuncia
drammaticamente
circostanziata delle vessazioni, arresti,
devastazioni ed esecuzioni
sommarie «operate con grande
discrezionalità da bande di squadristi
che
avevano goduto per troppo tempo della mano
libera e della compiacenza
di certe autorità».
Nell'iniziativa era evidente, oltretutto, un
«diffuso senso di paura per una
vendetta» che avrebbe potuto abbattersi
indiscriminatamente sugli Italiani dell'Istria
come reazione «alla
tracotanza del Regime e dei suoi uomini
più violenti che in Istria e
nella Venezia Giulia avevano usato strumenti e
atteggiamenti fortemente
coercitivi nei riguardi delle popolazioni
slave».
<< ...Il
film "II cuore nel pozzo" e’ in effetti la
continuazione della propaganda fascista sui
crimini nelle foibe, che va avanti dal 1943 ai
giorni nostri... >>
Intervento
del giornalista e scrittore Armando
Černjul
alla conferenza stampa della Presidenza
dell'Unione delle associazioni dei Combattenti
antifascisti,
convocata a
Pola il 4.02.2005.
Riassunto dell'ampio testo
"Foibomania nei media e libri italiani"
preparato per la tavola rotonda sulle vittime
delle foibe.
Del film
italiano "II cuore nel pozzo" del regista
Alberto Negrin
prodotto dalla RAI, non posso dir niente
perche' non I'ho visto. Stando
pero’ a certi articoli apparsi sulla stampa
italiana e croata e'
evidente che il film parla dei crimini dei
partigiani di Tito e della
riabilitazione del fascismo italiano, temi
questi da anni cari al
centrodestra al governo e all’estrema destra.
Pero' questa stessa RAI
negli scorsi 15 anni ha mandato in onda
numerose trasmissioni e servizi
nei quali vengono falsificati i fatti storici.
Infatti sulle tre reti
di questa TV stataIe, in vari periodi di
tempo, sono stati presentati i
crimini nelle foibe commessi, come piu' volte
sottolineato, dai
partigiani di Tito sugli Italiani solo perche'
erano di nazionalita’
italiana, anche se si sa molto bene che nelle
foibe finivano Croati,
Sloveni, Tedeschi e aItri. In base a queste
trasmissioni nelle foibe
sarebbero stati buttati 3.000, 5.000, 17.000
Italiani...! Dunque alla
RAI o non sanno o non hanno ancora deciso
quanta gente sia finita nelle
foibe, poiche’ tirano in ballo cifre
differenti e presentano i
comunisti di Tito e i partigiani come
criminali genocidi.
Nel contempo non hanno voluto mostrare al
pubblico italiano il
documentario "Fascist Legacy" prodotto dalla
BBC inglese nel quale sono
illustrati i massacri commessi dai fascisti
italiani, trasmesso due
anni fa dall’emittente televisiva italiana La
7. In base ai dati
trovati nell’archivio delle Nazioni Unite
dallo storico Michael
Palumbo, un americano di origini italiane, i
fascisti in Jugoslavia,
Albania, Grecia, Etiopia. Libia, Francia e
Russia uccisero oltre un
milione di persone. Solo nel territorio
dell’ex Jugoslavia ne uccisero
circa 300.000.
Il film "II cuore nel pozzo" e’ in effetti la
continuazione della
propaganda fascista sui crimini nelle foibe,
che va avanti dal 1943 ai
giorni nostri. Dapprima si inizio' con
articoli su giornali e riviste,
poi, dopo la II guerra mondiale si passo' ai
libri per proseguire con
articoli su quotidiani e mensili, nonche' con
trasmissioni radio e
televisive.
Gia’ da diversi anni voglio richiamare
I’attenzione sulla foibomania
nei media e libri italiani. Pero' in Croazia
I’argomento non interessa
a nessuno tranne che ai combattenti
antifascisti o a qualche
giornalista. Cio’ non deve meravigliare
considerato che il Governo, il
Parlamento e i vertici statali non hanno
reagito al varo, un anno fa,
della legge italiana con cui il 10 febbraio e’
stata proclamata
Giornata del ricordo delle vittime delle foibe
e dell’esodo degli
Italiani istriani, fiumani e dalmati. Nella
legge si dice, come riporta
I'agenzia ANSA, che nelle foibe finirono
17,000 persone. Con queste
falsita' hanno tentato di parificare le
vittime del nazifascismo in
Istria.
Ogni crimine, e cosi’ anche quelli delle foibe
in Italia e sul suolo
dell'ex Jugoslavia, va condannato. Pero’ i
crimini prima di tutto
devono venir accertati da storici obiettivi.
Purtroppo in Italia la
maggioranza di essi falsifica i dati mentre
nell’ex Jugoslavia e anche
nella Croazia indipendente, non hanno fatto
quasi nulla. Pertanto e'
difficile seguire Ia foibomania in Italia,
specie la sua presenza sui
media che e' molto massiccia rnentre le case
editrici fanno a gara a
chi stampa piu' libri sul tema. Inoltre
le citta', le province, le
regioni e lo stato italiano finanziano le
associazioni dei cosiddetti
esuli che stampano libri e riviste e che hanno
pretese verso i
territori croati!
Tra i primi autori che dopo la II guerra
mondiale hanno scritto dei
crimini nelle foibe c’erano persone nate o che
hanno le radici
nell’odierna Croazia e che hanno gonfiato i
numeri degli infoibamenti.
Essi sono Luigi Papo e il sacerdote Flaminio
Rocchi, e altri e piu'
tardi a loro si sono aggiunti Giorgio
Bevilacqa, Marco Pirina e altri.
Papo, vicepresidente dell’Unione degli
Istriani a Trieste ed ex
comandante della Guarnigione delle milizie
fasciste a Montona ha
scritto diversi libri e centinaia di articoli
firmandosi con vari
pseudonimi. A seconda delle necessita’
socio-politiche, nelle foibe
gettava 7063, 3739 o addirittura 16.550
vittime. Si tratta dello stesso
Papo che nel 1994, in una trasmissione della
RAI, era stato presentato
come testimone di quando durante la guerra
venivano ammazzati gli
Italiani, e come scrittore ricercatore. Ha
dichiarato che in base alle
sue ricerche, dopo il 1 maggio del 1945 nelle
foibe erano finiti 3.739
ltaliani e dal 1943 al 1945 tra Trieste e I'
lstria 16.550. Piu' tardi
ha cambiato i numeri affermando che alcuni di
essi "sarebbero stati
buttati nelle foibe".
Undici anni dopo la RAI realizza il film "II
cuore nel pozzo" che sara’
trasmesso il 6 e il 7 di questo mese sulla
prima rete!
Uno degli autori piu' giovani e’ Marco Pirina,
che ha scritto diversi
libri sulle foibe e peggior bugiardo sul tema
del suo "professore"
Papo, di cui il piu' sporco e’ intitolato
"Genocidio". Si tratta di un
estremista di destra, suo padre era un
u-comandante fascista fucilato
in guerra dai partigiani. Papo e Pirina hanno
preparato materiale per
I’atto di accusa a Roma, dove dei crimini sono
stati accusati gli
antifascisti di Croazia e Slovenia. Papo a
Roma era testimone al
processo contro Oskar Piškulić, giudicato in
contumacia.
Va detto che i vertici delle cosiddette
associazioni degli esuli, con
l’aiuto del neoirredentismo e della destra al
vertice del potere
politico italiano, hanno definito il piano di
stampare questi libri in
tiratura limitata. Hanno anche accolto la
proposta che bisognava
trovare uno scrittore che "infiammasse”
I’opinione pubblica, lo hanno
trovato nel giornalista e scrittore di
successo Arrigo Petacco di cui
I’editore Mondadori (un tassello dell’impero
editoriale di Berlusconi)
nel 2002 ha pubblicato il libro "L'esodo degli
Italiani d’lstria,
Dalmazia e Venezia Giulia". Il libro ha avuto
diverse edizioni e
I’autore e’ stato premiato. Questo e' un libro
pieno di falsita' e
accuse. Cosa dire ancora dell'autore di molti
libri? Per questa
occasione e' sufficiente affermare che
Petacco, servendosi della
letteratura di quegli storici e di altri
falsificatori, ha scritto che
i partigiani di Tito tra il 1943 e il 1945
gettarono nelle foibe
migliaia di vittime innocenti, piu’ di tutto
Italiani, quindi qualche
tedesco, ustascia, cetnici e Neozelandesi
delle unita’ britanniche. In
base ai suoi scritti nelle foibe istriane sono
finiti 10.000 o 20.000
oppure 30.000 persone.
L’editore berlusconiano Mondadori pubblica il
libro di Petacco e nei
giorni scorsi ha stampato un libro sull’esodo
e sulle foibe di cui e’
autore Gianni Oliva. Allo stesso tempo il
premier italiano grida "Mai
piu’ il fascismo e il comunismo" mentre pone
in rilievo il dittatore
fascista Mussolini che secondo lui non avrebbe
commesso crimini fuori
dall’Italia.
Oltre a cio', la sinistra italiana o
meglio il centro sinistra dopo
essersi inchinata ai neofascisti, ha
cominciato a inchinarsi anche
dinanzi ai monumenti eretti ai fascisti. E per
i crimini delle foibe
danno la colpa ai partigiani di Tito, in primo
luogo Croati, Sloveni e
Italiani. Ultimamente si fanno sentire certi
politici e giornalisti
croati con interventi a favore della gentaglia
neofascista e di quanti
vorrebbero riabilitare iI nazifascismo. Da
Pola a Fiume, da Zagabria a
Zara e Spalato parlano e scrivono contro i
combattenti antifascisti
come dei peggiori criminali. Riportero' il
caso piu' fresco. Il critico
cinematografico e scrittore Jurica Pavičić di
Spalato, nel magazine del
quotidiano "Jutarnji List" ( 22.01.2005) ha
pubblicato l'articolo
intitolato "Tito ucciso dalle sue armi".
Occupandosi di Tito e di
Tudjman ha scritto tra l'altro: "l’uno e I'
altro hanno attuato la
pulizia etnica delle minoranze, Tito degli
Italiani e Tedeschi e
Tudjman dei Serbi." E’ chiaro che Pavičić ha
ascoltato I'intervento di
un anno fa al Parlamento croato di Furio Radin
(oppure ne ha letto) e
probabilmente non e’ cosciente di aver scritto
falsità e calunnie!!!
Della pulizia etnica a danno degli Italiani,
molto prima di Radin e
Pavičić hanno parlato e scritto anche i
politici, scrittori e
giornalisti italiani appartenenti all'estrema
destra piu' radicale.
"GIORNO
DEL RICORDO" 2008:
LA PROVINCIA DI FOGGIA "CONFONDE"
AUSCHWITZ E LE FOIBE
manifesto
propagandistico stampato ed affisso dalla
Provincia di Foggia per il "Giorno del
Ricordo" 2008
Impressioni di febbraio
La Giornata del Ricordo si avvicina. E gli
amministratori rovistano negli scaffali.
Il manifesto, affisso in un centinaio
di copie in città, è celeste
e azzurro.
Impaginato con evidente fretta,
esteticamente respingente. Vi si legge:
“10 febbraio, Giornata del Ricordo...”.
Cinque foto completano l’opera: del filo
spinato, un volto di donna e – in
basso a sinistra – dei bambini. Bambini,
alcuni molto piccoli. Vestiti alla
stessa maniera, con dei camici a righe.
Fotografati in gruppo, sullo sfondo
di un muro di pietra. Palesemente
prigionieri.
La foto è di quelle più che
famose. È uno scatto
celeberrimo, paragonabile alla morte
del repubblicano spagnolo o a quella del
ghetto di Varsavia.
È una testimonianza di Auschwitz.
Superfluo dire: non c’entra nulla con le
foibe. Nulla con l’esodo istriano. Nulla
di nulla neppure con la Giornata del
Ricordo.
Stallone aveva finito le fotografie tristi
e, non avendo quella di Campilongo a
portata di mano, ha pensato bene di
ricorrere ai bimbi ebrei.
Siamo laici e umanisti. Comprendiamo le
debolezze, anche quando queste
appartengono alle più alte cariche
amministrative. L’ignoranza allo
stato brado, un arguto tentativo di
parificazione, un’urgenza tecnica,
un’ansia amministrativa colmata alla meno
peggio.
Qualunque sia il motivo che ha spinto la
Provincia di Foggia ad onorare i “martiri”
delle foibe con una foto di Auschwitz,
beh, noi
lo comprendiamo. E ne facciamo tesoro.
Giacché è il segnale
più evidente di quanto andiamo
dicendo da anni, oramai.
La Giornata del Ricordo è un
semplice contraltare alla Giornata della
Memoria, una sorta di commemorazione
riparatrice, una ricorrenza
strappata ad un governo compiacente da una
pattuglia di neofascisti, più o
meno mascherati. Sul corpo vivo di un
Paese immemore. E che, oltretutto, come la
nostra amministrazione provinciale ha
dimostrato in maniera lampante, non sa di
cosa di stia parlando. Noi lo sappiamo,
l’abbiamo sempre saputo. Per questo
abbiamo il coraggio e sentiamo il dovere,
da quattro anni a questa parte, di
denunciare la mistificazione della Storia
e il miserabile tentativo di
“pacificazione” nel segno di un presunto
doppio orrore: quello nazista e
quello comunista, quello repubblichino e
quello partigiano.
Ma la Storia non si riscrive a suon di
fiction. Questo deve essere chiaro, molto
chiaro, ai nostri revisionisti.
Siamo disponibili a parlare di quello che
successe dopo la fine della Seconda guerra
mondiale esclusivamente a patto che il
dibattito cominci da quello che
è successo prima. Altrimenti
è semplice propaganda.
8 febbraio 2008 – Laboratorio Politico
Jacob – via Mario Pagano, 38 –
Foggia
www.agitproponline.com
Operazione
chiarezza sui fatti de La Sapienza
Cari
compagni,
ritengo
necessario operare delle precisazione in
merito ai fatti de La
Sapienza di questi giorni. Come tutti
sappiamo, l'iniziativa provocatoria di Forza
Nuova di svolgere un dibattito (?!)
revisionista nella facoltà di Lettere
sul tema delle foibe, è stata la
risposta dei fascisti al nostro convegno
del
13 maggio nella stessa facoltà.
Soprattutto
a causa dell'aggressione
fascista di via de lollis, è
stato creato un evento mediatico (con
l'università presa d'assalto da
giornalisti di tv e carta stampata tutti i
giorni a tutte le ore) basata su una grande
falsificazione dei fatti. In primo luogo,
infatti, si è cercato di sostenere la
tesi dello scontro tra gruppi di opposte
fazioni e quindi degli opposti estremismi in
lotta tra loro, quando invece si è
trattato di una aggressione fascista in
piena regola. Sul punto stiamo preparando un
vero e proprio dossier di
controinformazione, partendo dai fatti e
dalle testimonianze raccolte, per sfatare
questa diceria.
L'altra
grande mistificazione è stata quella
condotta da diversi esponenti politici,
ampiamente ed acriticamente ripresi da
diversi organi di stampa, i quali hanno
affermato che il nostro convegno del 13
maggio avrebbe avuto natura "negazionista",
circostanza assolutamente non rispondente al
vero, come facilmente dimostrabile.
Purtroppo è passata questa versione
dei fatti presso molte testate anche
"titolate" quale ad es. il Corriere della
Sera.
Per tale
ragione vi allego un
volantone che abbiamo preparato e diffuso
insieme ad i compagni di Militant e di A
Pugno Chiuso per cercare di ricondurre a
verità la vicenda, e
soprattutto per riportare la discussione al
suo ambito originario, ovvero la battaglia
di revisionismo storico e culturale condotta
dalla destra con la complicità di una
certa sinistra.
Abbiamo
inoltre formalmente intimato il Corriere
della Sera, di adempiere al proprio dovere
di rettifica, avendo riportato notizie non
rispondenti al vero, e finalmente
nell'edizione di ieri è comparsa la lettera
con
la quale Hobel e la Kersevan, gli storici
intervenuti al nostro convegno, hanno
potuto chiarire la natura di tale
iniziativa, connotata da una
rigorosissima impostazione storica, e
denunciare le mistificazioni della stampa.
Vi prego,
per tali ragioni, di dare
massima
diffusione al presente allegato, che
è già stato ripreso dalla
maggioranza dei siti di informazione e di
movimento e dalle strutture della scena
antifascista.
A presto,
Giordano
(Laboratorio Politico Resistenza Universitaria
- Roma; email circolata in internet il
3/6/2008)
___________________________________
Pdci: Aggressione fascista alla
Sapienza
Ufficio Stampa
Roma 27 maggio 2008
"La segreteria nazionale del Pdci esprime la
sua più viva preoccupazione e
condanna con forza l'ennesimo atto di stampo
fascista avvenuto oggi a Roma alla Sapienza.
Alcuni ragazzi che attaccavano manifesti
sono stati aggrediti da persone armate di
coltelli e bastoni. Ora alcuni di loro sono
in ospedale per le ferite riportate e uno
dei ragazzi sembra in gravi condizioni.
Secondo i testimoni l'attacco è stato
premeditato ed è opera di militanti
di Forza Nuova, organizzazione della destra
estrema. A Roma, dopo la vittoria di
Alemanno, fatti del genere si stanno
susseguendo quotidianamente ed hanno sempre,
come obiettivo, immigrati, gay e giovani di
sinistra. E' un'escalation inquietante di
rigurgiti di violenza fascista. Ai ragazzi
feriti, ai loro compagni ed ai familiari va
la solidarietà piena del Pdci".
________________________________________
Il segretario della Federazione di Roma del
PdCI Fabio Nobile: Aggressione alla
Sapienza, basta con assalti neofascisti
Roma 27 maggio 2008
C'è ancora qualcuno che vuol provare
a definire aggressioni di questo genere come
episodi di bullismo? Ormai è chiaro
che siamo di fronte a aggressioni di stampo
neofascista. L'aggressione ad alcuni giovani
di sinistra da parte di militanti di Forza
nuova è l'ennesimno atto
dall'uccisione di Biagietti all'assalto a
Villa Ada, fino agli episodi di questi
giorni. Tutti questi casi hanno visto
partecipi militanti di gruppi diversi ma con
il denominatore di essere tutti di estrema
destra. Con l'aggressione di oggi,
però, si è fatto un ulteriore
salto di qualità poiché
direttamente militanti di Forza nuova, in
pieno giorno e in assoluta libertà,
hanno aggredito ragazzi che avevano il solo
torto di attaccare manifesti. Basta con le
provocazioni neofasciste. Bene ha fatto la
facoltà di Lettere a ritirare
l'autorizzazione alla scandalosa assemblea
sulle foibe dove avrebbe dovuto partecipare
il neofascista Roberto Fiore.
________________________________________
Sapienza, la verità non
si arresta! (28.05.08)
Sono ore convulse, dove poco è il
tempo per scrivere, ma molto è il
tempo che serve per raccontare. Per
raccontare in primo luogo la verità
sui fatti accaduti la mattina di ieri, la
verità sulla violenza subita,
la verità sociale e politica che
continua a tenere lontani neofascisti e
squadristi dall'università la
Sapienza.
Proviamo a procedere con ordine. La
presidenza di Lettere e filosofia,
lo storico moderno, compilativo e mediocre,
di nome Guido Pescosolido,
autorizza un convegno di Forza nuova
all'interno della facoltà. Inutile
dire che il preside, il mediocre, ha fatto
finta di non sapere, di non
aver capito, peggio si è protetto
dietro lo scudo del pluralismo
culturale: che ognuno parli, tanto parlare e
far parlare non costa
nulla, anzi frutta molti soldi e poco
importa quali sono i gesti e le
pratiche politiche che accompagnano il
parlante. Mediocre nel mestiere,
mediocre nella vita, questo preside piccolo
piccolo che semmai merita un
posto nella segreteria tecnica, fotocopie e
fotocopie da fare.
In modo tempestivo, lunedì mattina,
occupiamo la presidenza, dopo sette
ore il pro-rettore Frati revoca
l'autorizzazione e il preside piccolo
piccolo se ne torna a casa con la sua
borsetta da uomo mediocre. Usciamo
dalla facoltà e ci ritroviamo
telefonicamente qualche ora dopo, voci
fidate ci raccontano di un'attacchinaggio di
Forza nuova lungo le mura
della città universitaria. 5
macchine, armati, of course (fa parte del
galateo politico del tempo presente). La
notte trascorre, tutto si fa
più chiaro.
Sono le 13, è martedì, e noi
usciamo dalla città universitaria per
attacchinare e promuovere un'iniziativa
sulle trasformazioni della
formazione nella crisi della
globalizzazione: radicalizzazione
dell'autonomia, differenziazione, vuoti del
mercato delle competenze,
tanti temi e molti problemi per capire dove
muove l'università che
cambia. Passano pochi minuti e due macchine
(forse noleggiate) ci
raggiungono, scendono in tanti, scendono con
tante armi: spranghe, mazze
ferrate, catene, qualche coltello. Sono
attimi durissimi. Alcuni di noi
sono feriti (punti in testa e spalle rotte),
ma loro, adulti (alcuni
ultra quarantenni) e armati vanno via, vanno
via.
In tre in ospedale, molti di noi
interrogati, la giornata procede dentro
la facoltà di Lettere e in un corteo
forte, pieno di studenti (almeno
duemila), pieno di indignazione. Una
giornata in cui in molti hanno
deciso di rompere il silenzio, tra
professori e ricercatori, molte le
parole in nostra di difesa, potente la
ricerca di verità. Eppure,
puntuale la controffensiva mediatica:
"è stata una rissa, uno scontro
tra opposte fazioni". Ma di quale opposte
fazioni si parla! Da una
parte, la nostra, c'è
l'università, gli studenti,
dall'altra un manipolo
di militanti e di squadristi che con
l'università non centrano nulla,
aggressori violenti e razzisti, funzionari
politici di un partito che
dovrebbe essere fuori legge. Inutile dire
che alla finzione mediatica si
è accompagnato l'arresto di Emiliano
e Giuseppe, due studenti della
Rete, aggrediti alle spalle e feriti.
D'altronde all'arresto deve
seguire la bugia e alla bugia l'arresto, il
circolo è vizioso.
Ma un passo importante si sta compiendo in
questi giorni all'università
di Roma la Sapienza: il partito di Forza
nuova, sulla base della
sollecitazione dei movimenti, viene
considerato illegale da
un'istituzione pubblica. Se esistesse
un'opposizione in Italia, in
seguito ai fatti di questa mattina si
potrebbe pensare una campagna
politica vincente per ottenere lo
scioglimento delle forze politiche
neo-squdriste e razziste. L'opposizione non
c'è, ma ci sono i movimenti,
ci sono le persone in carne ed ossa,
c'è la voglia di verità, il
desiderio di giustizia, e non saranno le
finzioni e le menzogne a
cancellarli.
La partita, però, va vinta fino in
fondo ed è per questo che è
decisivo
avere i nostri fratelli Emiliano e Giuseppe
liberi subito, altrettanto
dare vita quest'oggi ad una grande assemblea
pubblica. Alle ore 9:00
presidio a P. Clodio, in attesa del processo
per direttissima, alle ore
14:30 assemblea pubblica nella
facoltà di Lettere. Giovedì,
invece,
fondamentale essere in tante e tanti presso
l'entrata della facoltà (a
partire dalle 8:30), per impedire che gli
squadristi possano tornare e
che mettano piede dentro
l'università.
La verità non si arresta, la Sapienza
sarà libera,
Emiliano e Giuseppe liberi subito!
Rete per l'autoformazione -- Sapienza, Roma
www.uniriot.org
INTERVISTE AD
ALESSANDRA KERSEVAN - febbraio 2009
http://www.senzasoste.it/per-non-dimenticare/le-foibe-tra-mito-e-realt-2.html
Le
foibe tra mito e realtà.
Intervista ad Alessandra Kersevan
Viste le molte
imprecisioni e le ricostruzioni false e
tendenziose (nonché clamorosamente
errate dal punto di vista storico) che
circolano in questi giorni sulla controversa
questione delle foibe anche sulla stampa
locale, riproponiamo un'intervista
realizzata due anni fa [dunque nel 2007] da
Alessandro Doranti alla storica Alessandra
Kersevan e pubblicata sul periodico locale
Trentagiorni. Un'intervista che torna
prepotentemente d'attualità.
Non è mai stato semplice trattare la
questione delle foibe: stereotipi consolidati,
revisionismo, metodologie di lavoro inesatte e
giochi politici dei vari schieramenti hanno
sempre invaso il terreno della ricerca storica.
In questi ultimi anni è stata ottenuta la
costruzione di una verità ufficiale, fin
troppo sbrigativa e di comodo, che ha dato il
via a commemorazioni, monumenti, lapidi,
intitolazioni di strade.
Alessandra Kersevan, ex insegnante ed oggi
paziente ricercatrice di storia e cultura della
sua regione, il Friuli, da anni lavora al
recupero della memoria storica in merito agli
avvenimenti del confine orientale.
A Trieste la
storia non comincia il 1° maggio 1945…
Sì, Sembra un'osservazione banale, eppure
di fronte a tante cose che sono state scritte in
questi anni sulle vicende del confine orientale
occorre chiarire e ricordare che il fascismo in
questa regione è stato più
violento che in qualsiasi altra parte d'Italia:
sloveni e croati, oltre cinquecentomila persone
che abitavano le terre annesse dallo stato
italiano dopo la prima guerra mondiale furono
oggetto di persecuzioni razziali e ogni tipo di
angherie: divieto di usare la loro lingua,
chiusura delle scuole, delle associazioni ed
enti economici sloveni e croati, arresto degli
oppositori, esecuzioni di condanne a morte
decise dal Tribunale Speciale. Con l'aggressione
nazifascista alla Jugoslavia, nel 1941, la
nostra regione divenne avamposto della guerra e
le persecuzioni contro sloveni e croati, anche
cittadini italiani, divennero ancora più
gravi: interi paesi furono deportati nei campi
di concentramento come Arbe/Rab, oggi in
Croazia, ma allora annessa all'Italia dopo
l'aggressione alla Jugoslavia, Gonars in
provincia di Udine, Renicci di Anghiari in
provincia di Arezzo, Chiesanuova di Padova,
Monigo di Treviso, Fraschette di Alatri in
provincia di Frosinone, Colfiorito in Umbria,
Cairo Montenotte in provincia di Savona e decine
e decine di altri, praticamente in tutte le
regioni d'Italia. Fra 7 e 11 mila persone,
donne, uomini, bambini, intere famiglie,
morirono in questi campi, di fame e malattie. A
Trieste nel 1942 fu istituito per la repressione
della resistenza partigiana l'Ispettorato
Speciale di Polizia per la Venezia Giulia, che
si macchiò di efferati delitti contro gli
antifascisti in genere, ma soprattutto contro
sloveni e croati.
Da chi è
stato inaugurato l'uso delle foibe?
Ci sono testimonianze autorevoli (per esempio
dell'ispettore di polizia De Giorgi, colui che
nel dopoguerra fu incaricato dei recuperi dalle
foibe) che furono proprio uomini
dell'Ispettorato speciale, in particolare quelli
della squadra politica, la cosiddetta banda
Collotti, a gettare negli "anfratti del Carso"
degli arrestati che morivano sotto tortura.
Comunque andando anche più indietro nel
tempo, già durante la prima guerra
mondiale, che fu combattuta soprattutto in
queste terre, le foibe venivano usate come luogo
di sepoltura "veloce" dopo le sanguinose
battaglie, e nell'immediato dopoguerra i
fascisti pubblicavano testi di canzoncine in cui
si minacciava di buttare nelle foibe chi si
ostinava a non parlare "di Dante la favella".
Che funzione
aveva la Banda Colotti?
La banda Collotti era la squadra politica
dell'Ispettorato speciale guidata appunto dal
commissario Gaetano Collotti. Con la sua squadra
batteva il Carso triestino per reprimere la
resistenza che già nel '42 era iniziata
in queste zone. Si macchiarono di efferati
delitti, torturando e uccidendo centinaia di
persone. Come Resistenzastorica stiamo
pubblicando con la casa editrice Kappa Vu la
ricerca di Claudia Cernigoi sulla banda
Collotti. Nel corso di alcuni anni di ricerche
Cernigoi è riuscita a trovare una
quantità consistente di documentazione.
Eppure in questo dopoguerra nessuno, neppure gli
istituti storici di Trieste e di Udine, avevano
pubblicato nulla sull'argomento.
Definiamo le
foibe. Chi ci è finito dentro? Donne?
Bambini? Quanti in tutto? Perché
c'è così grande attenzioni su
queste esecuzioni, mentre in altre zone ce ne
furono in numero assai maggiore?
Nelle foibe non sono finite donne e bambini, i
profili di coloro che risultano infoibati sono
quasi tutti di adulti compromessi con il
fascismo, per quanto riguarda le foibe istriane
del '43, e con l'occupatore tedesco per quanto
riguarda il '45. I casi di alcune donne
infoibate sono legati a fatti particolari,
vendette personali, che non possono essere
attribuiti al movimento di liberazione. Questo
diventa evidente quando si vanno ad analizzare i
documenti, cosa che purtroppo la gran parte
degli "storici" in questi anni non ha fatto,
accontentandosi di riprendere i temi e le
argomentazioni della propaganda neofascista. Va
detto inoltre che i numeri non sono
assolutamente quelli della propaganda di questi
anni: è ormai assodato che in Istria nel
'43 le persone uccise nel corso della
insurrezione successiva all'8 settembre sono fra
le 250 e le 500, la gran parte uccise al momento
della rioccupazione del territorio da parte dei
nazifascisti; nel '45 le persone scomparse, sono
meno di cinquecento a Trieste e meno di mille a
Gorizia, alcuni fucilati ma la gran parte morti
di malattia in campo di concentramento in
Jugoslavia. Uso il termine "scomparsi", ma
purtroppo è invalso l'uso di definire
infoibati tutti i morti per mano partigiana. In
realtà nel '45 le persone "infoibate"
furono alcune decine, e per queste morti ci
furono nei mesi successivi dei processi e delle
condanne, da cui risultava che si era trattato
in genere di vendette personali nei confronti di
spie o ritenute tali. C'è poi l'episodio
della foiba Plutone, da cui furono estratti 18
corpi, in cui gli "infoibatori" erano
appartenenti alla Decima Mas e criminali comuni
infiltrati fra i partigiani, e furono arrestati
e processati dagli stessi jugoslavi. Insomma se
si va ad analizzare la documentazione esistente
si vede che si tratta di una casistica varia che
non può corrispondere ad un progetto di
"pulizia etnica" da parte degli jugoslavi come
si è detto molto spesso in questi anni.
La grande attenzione a questi fatti è
funzionale alla criminalizzazione della
resistenza jugoslava che fu la più grande
resistenza europea. Di riflesso si criminalizza
tutta la resistenza, e si è aperto il
varco per criminalizzare anche quella italiana,
come sta dimostrando ora Pansa con i suoi libri.
Gli studiosi
delle foibe. Chi sono?
Sono di svariati generi. Quelli che noi
chiamiamo un po' ironicamente i "foibologi" sono
tutti esponenti della destra più estrema,
alcuni, come Luigi Papo hanno fatto addirittura
parte della milizia fascista in Istria, di
coloro cioè che collaborarono con i
nazisti nella repressione della resistenza.
Altri, più giovani, come Marco Pirina,
sono stati esponenti di organizzazioni
neofasciste negli anni della strategia della
tensione (lui per esempio risulta coinvolto nel
golpe Borghese). Poi c'è il filone degli
storici che facevano riferimento al CLN
triestino (organizzazione non collegata con il
CLNAI) che fu il massimo organizzatore
dell'"operazione foibe" a Trieste nel
dopoguerra. Mentre può essere abbastanza
facile capire le manipolazioni della
"storiografia" fascista, è molto
più difficile difendersi dalle
manipolazioni della storiografia ciellenista,
perché questi hanno un'aura di
antifascismo che fa prendere per buone tutte le
cose che scrivono. In realtà leggendo i
loro libri ti accorgi che sono citazioni di
citazioni da altri libri (spesso memorie di
fascisti) non sottoposte a verifica. Il problema
è che su tutta questa questione delle
foibe ha pesato nel dopoguerra il clima della
guerra fredda: voglio ricordare che un
importantissimo documento di fonte alleata agli
inizi del '46 diceva: sospendiamo, non avendo
trovato nulla di interessante, le ricerche nel
pozzo della miniera di Basovizza, ma
perché gli Jugoslavi non possano dire che
è stata tutta propaganda contro di loro,
diremo che lo abbiamo fatto per mancanza di
mezzi tecnici adeguati. Ha pesato e pesa inoltre
molto la questione dei confini, e il sentimento
delle "terre ingiustamente perdute", che anche
se con toni un po' diversi, coinvolge anche gli
storici che fanno riferimento politicamente al
centro sinistra. Ci sono però anche
tantissimi storici seri. Per "seri" intendo
quelli che non si accontentano di quello che
è già stato scritto, ma che
cercano nuova documentazione, la analizzano, la
confrontano con quanto è già stato
pubblicato e inseriscono gli avvenimenti nel
contesto in cui sono avvenuti. Questo è
il metodo storiografico che tutti dovrebbero
usare, ma, sembrerà incredibile, nella
questione della foibe e dell'esodo anche storici
accademici e "blasonati" si sono lasciati andare
a metodi da propagandisti più che da
storici, preferendo le citazioni di citazioni di
citazioni, piuttosto che la fatica della
ricerca.
La foiba di
Basovizza. C'è una lapide che commemora
le vittime, eppure la storia sembra molto
diversa…
La documentazione esistente, una documentazione
piuttosto corposa, dice che nella miniera di
Basovizza non ci furono infoibamenti. Già
nell'estate del '45, quindi pochissimo tempo
dopo i pretesi infoibamenti, gli angloamericani
procedettero per mesi a ricognizioni nel pozzo
della miniera (infatti non si tratta di una
foiba in senso geologico), in seguito alle
denunce del CLN triestino che diceva che
dovevano essere stati infoibati alcune centinaia
di agenti della questura di Trieste.
Poiché non fu trovato nulla di
"interessante", nei primi mesi del '46 le
ricerche furono sospese, come ho già
spiegato prima. Tutto questo risulta da una gran
quantità di documenti di fonte alleata,
negli archivi di Washington e di Londra. Quindi
nella "foiba" non ci sono i "500 metri cubi" di
infoibati che sono scritti nella lapide, e
neppure i duemila infoibati citati in libri.
Dopo che Claudia Cernigoi ha riportato
questi documenti nel suo libro "Operazione foibe
a Trieste" la cosa dovrebbe essere evidente a
tutti che si occupano dell'argomento. Ma si fa
finta di niente. Il comune di Trieste adesso ha
ristrutturato il monumento sulla foiba e presto
verrà il presidente del Senato Marini a
inaugurarlo. La menzogna vive ormai di vita
propria, e non si riesce a fermarla.
Le leggende
sulle foibe.
Ho già spiegato che le biografie della
gran parte degli uccisi sono di persone
coinvolte a vario titolo nel regime fascista
prima e nell'occupazione nazista poi. Come ben
mette in luce Claudia Cernigoi nel suo libro, in
una città come Trieste il
collaborazionismo interessò tantissime
categorie di persone, e molti di quelli che
vengono definiti "civili" erano in realtà
e collaborazionisti, delatori di professione,
spioni di quartiere che denunciavano gli ebrei.
Per esempio ai rastrellamenti sul Carso con la
banda Collotti partecipavano anche persone che
non erano ufficialmente appartenenti alla
questura. Come gruppo di Resistenzastorica
abbiamo condotto una ricerca sulla vicenda di
Graziano Udovisi, conosciuto come "l'unico ad
essere uscito vivo dalla foiba" e presentato
come una vittima "solo perché italiano".
Da questa ricerca è emerso, oltre alla
assoluta falsità del suo racconto, che
egli dal '43 al '45 era stato tenente della
Milizia Difesa Territoriale, in un gruppo dal
nome significativo di "Mazza di Ferro",
specificamente preposto alla repressione della
guerriglia, e che nel '46 fu condannato per
crimini di guerra a 2 anni e 11 mesi di
reclusione. Eppure nel 2005 Graziano Udovisi
è diventato "uomo dell'anno", premiato
con l'Oscar della Rai per una sua intervista a
Minoli, che lo ha presentato come uno che
è stato "infoibato" "solo perché
italiano. Come ho già detto: storici,
giornalisti e tutti coloro che scrivono di
queste cose in questi anni di Giornate del
Ricordo, dovrebbero sapere che intorno a queste
vicende c'è tanta propaganda, e che
quindi bisogna informarsi bene prima di
scrivere.
L'atteggiamento
della destra e della sinistra.
Non si vede una grande differenza. La destra
fascista ha trovato in questo argomento la
possibilità di ribaltare il discorso
delle responsabilità nella seconda guerra
mondiale, passando da carnefici a vittime, con
la possibile riabilitazione dei repubblichini di
Salò ecc. La sinistra ha trovato
l'occasione per prendere le distanze dal proprio
passato partigiano, con tutta una serie di
distinguo e di "ammissioni" in cui le foibe
erano funzionali in quanto venivano attribuite a
partigiani, sì, ma "slavi" (e si sa che
il razzismo antislavo è molto diffuso) e
quindi la resistenza italiana poteva restarne
fuori. La miopia di una simile posizione la si
vede oggi, con un'operazione come quella di
Giampaolo Pansa, che attacca direttamente la
resistenza italiana.
C'è da dire, inoltre, che l'"operazione
foibe" è funzionale alla politica estera
italiana, tradizionalmente "espansionistica"
verso la penisola balcanica. Anche in questo
senso, centrodestra e centrosinistra non si
distinguono. Noi di Resistenzastorica abbiamo
una raccolta impressionante di dichiarazioni di
esponenti del centro sinistra in senso
neoirredentista, cioè tese alla
rivendicazione delle "terre perdute", tema che
oltre ad essere stato sempre tipico della
destra, sembrerebbe oggi anche antistorico, nel
momento dell'allargamento dell'UE. Eppure le
dichiarazioni ci sono, anche di personaggi come
Fassino.
Che cosa
significa oggi commemorare i morti delle
foibe?
Come ho spiegato, commemorare i morti nelle
foibe significa sostanzialmente commemorare
rastrellatori fascisti e collaborazionisti del
nazismo. Per gli altri morti, quelli vittime di
rese dei conti o vendette personali, c'è
il 2 di novembre.
Che cosa
andrebbe fatto per restituire dignità
alla memoria storica del paese?
Per quanto riguarda la dignità del paese,
credo che l'unica cosa da fare sia smettere
quella convinzione nazionale che gli italiani
siano sempre stati "brava gente", che dovunque
sono andati hanno portato la civiltà,
anche quando bruciavano i villaggi della
Croazia, o impiccavano i ribelli libici. Gli
italiani debbono rendersi conto che la
repubblica italiana non ha mai fatto veramente i
conti con le responsabilità del fascismo.
Dietro al discorso delle foibe c'è
proprio l'interesse di continuare a nascondere
queste responsabilità. Infatti la
proposta italiana di incontro trilaterale fra i
presidenti di Italia, Slovenia, Croazia, sui
luoghi della memoria, inserendo la Risiera di
San Sabba, il campo di concentramento di Gonars
(o quello di Arbe) e la foiba di Basovizza, non
è altro che un tentativo di gettare fumo
negli occhi, di far dimenticare i crimini di
guerra italiani in quei territori equiparando la
foiba di Basovizza alla Risiera, unico campo di
concentramento nazista con forno crematorio, in
cui morirono oltre 3000 persone, soprattutto
partigiani italiani, sloveni e croati, o ai
campi di concentramento in cui morirono almeno
settemila sloveni, croati, serbi, montenegrini.
Il presidente della Repubblica dovrebbe andare
di propria iniziativa ad Arbe in Croazia, o a
Gonars a rendere omaggio alle vittime del
fascismo, e a chiedere scusa agli ex jugoslavi.
Questo dovrebbe essere la prima cosa da fare.
Poi dovrebbe far pubblicare i risultati della
commissione storica italo-slovena, che il
governo italiano si era impegnato a pubblicare
ma non ha mai fatto. Poi il governo di centro
sinistra potrebbe obbligare la RAi a trasmettere
in prima serata il documentario "Fascist legacy
/ L'eredità fascista", sui crimini di
guerra italiani in Etiopia, Libia e Jugoslavia.
Questo documentario della BBC fu acquistato
nell'89 dalla RAI, ma mai trasmesso.
INTERPELLANZA APERTA
Al
Ministro degli Esteri
Franco Frattini
Premesso che in data 23
maggio 2009 una nutrita delegazione dell’Unione
degli Istriani si è recata nella
Repubblica di Slovenia nel villaggio di Lokev
(Corgnale), asseritamene per rendere omaggio
“agli infoibati italiani e stranieri” nei pressi
della grotta Golobivnica, non riuscendo ad
arrivare fino all’imbocco della grotta stessa,
che si trova su un terreno privato;
Rilevato che la delegazione
dell’Unione degli Istriani era accompagnata da
alcuni rappresentanti istituzionali locali, ma
soprattutto dal Sottosegretario del ministero
dell’Ambiente Roberto Menia e dal Console
italiano a Capodistria, Carlo Gambacurta;
Atteso che, senza voler
entrare nel merito dell’iniziativa specifica,
giova sottolineare che l’Unione degli Istriani
contesta pubblicamente il Trattao di Pace di
Parigi e rivendica apertamente la
necessità di rimettere in discussione i
confini all’interno dell’Unione europea essendo
di fatto fortemente contraria all’attuale
assetto comunitario;
Preso atto, con personale
rammarico, che la città di Trieste a fine
giugno ospiterà il prossimo G8 Esteri;
Il sottoscritto
consigliere regionale Interpella
pubblicamente
il signor ministro per sapere
1. Se fosse al corrente della
presenza di un esponente del Governo Italiano e
di un funzionario del Ministero degli Esteri
all’iniziativa descritta in premessa.
2. Se ritiene che ad esponenti
del Governo Italiano e funzionari nominati dal
Ministero degli Esteri che ricoprono incarichi
di rappresentanza effettiva dello Stato Italiano
all’estero sia consentito partecipare a
manifestazioni pubbliche a titolo personale o
privato.
3. Se ritiene opportuno che
rappresentanti del Governo Italiano o funzionari
del Ministero degli Esteri partecipino - a
titolo personale o privato - ad iniziative
settarie, promosse da soggetti che
perseguono e praticano attivamente il
conseguimento di obiettivi contrari allo spirito
comunitario, a decisioni sancite da trattati
internazionali ed alle politiche dell’Unione
Europea in materia di intangibilità dei
confini nazionali così come sanciti dal
Trattato di Pace.
Trieste, 25 maggio 2009
Igor
Kocijancic (*)
Consigliere regionale del FVG
( *) Partito
della Rifondazione Comunista
Essere
infoibati a Viterbo...
In merito ai
comunicati stampa [emessi nel 2009
dall'ANPI di Viterbo] vanno segnalati
i due inerenti alla questione foibe,
principale veicolo per gli attacchi
mistificatori del revisionismo strumentale
contro la Resistenza. Il primo riguarda
l’intestazione al volontario viterbese in
Jugoslavia Carlo
Celestini di un cippo in
piazza Martiri foibe istriane di Viterbo,
che lo vuole, appunto, “sacrificato nelle
foibe” nel 1945. Dalla documentazione
conservata all’Archivio di Stato di Viterbo
non emerge affatto che questi sia stato
infoibato e non si riesce a capire su quali
basi l’Amministrazione comunale di Viterbo
abbia svolto le pratiche per l’intestazione.
L’altro caso riguarda invece Vincenzo Gigante, un
poliziotto pugliese di stanza a Fiume cui
l’estate scorsa l’Associazione nazionale
Polizia di Stato (Anps) di Capranica ha
solennemente intestato la propria sezione,
in quanto infoibato dai comunisti di Tito
nel 1945. Anche qui, non si capisce su quali
basi, mentre sono proprio gli enfatici
reportage dei giornali sulla cerimonia
d’intestazione a suscitare seri dubbi. In
ambedue i casi non c’è stata risposta
da parte dei diretti responsabili. Su
Celestini, gli esponenti della maggioranza
al Comune di Viterbo tacciono; su Gigante,
l’Anps non ha emanato alcuna nota a seguito
del nostro comunicato, né i giornali
che hanno riportato la cerimonia sono
tornati successivamente sull’argomento.
Tuttavia, per ambedue gli interventi, ci
sono arrivate alcune lettere, prive, va da
sé, di documentazione sulle questioni
sollevate ma in compenso ricche di insulti e
accuse d’ogni tipo, che non hanno fatto
altro che suffragare ulteriormente
l’infondatezza di operazioni che di storico
non hanno nulla. Che conclusioni trarne?
(tratto da:
"1945-2010: 65° della Liberazione. Una
nuova stagione per l’Anpi. Appello per il
tesseramento al Comitato provinciale di
Viterbo", di Silvio Antonini, Segretario e
Portabandiera, ANPI Viterbo - per contatti:
anpi.vt @ libero.it )
Viterbo:
davvero Carlo Celestini è stato
“sacrificato nelle foibe”?
di Silvio Antonini*
Sono passati quasi dieci anni esatti da
quando l’amministrazione comunale di Viterbo
ha dedicato la piazza (o largo) fuori porta
Faul ai “martiri delle foibe istriane”,
nella logica di contrassegnare le principali
vie d’accesso al centro cittadino con
intestazioni che non lascino alcun dubbio al
forestiero circa l’orientamento politico e i
propositi del Comune. Ai margini di questa
piazza, una pleonastica targa di peperino
aggiunge: “A perenne ricordo di migliaia di
italiani sacrificati con la sola colpa di
essere italiani”. Nel 2001, l’intestazione
si arricchisce di un cippo su cui è
scolpito “In ricordo del nostro concittadino
Carlo Celestini, sacrificato nelle foibe.
Viterbo marzo 1922 - Djakovo maggio 1945”.
Non è il caso di tornare nuovamente a
controbattere l’infondatezza di cifre
improbabili o di asserzioni strumentali che
nulla hanno di storico. Sapendo però
delle regole della cosiddetta “operazione
foibe”: intestazioni di vie e monumenti e
assegnazioni di medaglie effettuate con
disinvoltura, senza la pur minima ricerca
storiografica, ho deciso di fare delle
verifiche, soprattutto perché quel
cognome, Celestini, mi era tutt’altro che
nuovo.
Mi sono così rivolto al direttore
della Biblioteca Comunale di Viterbo
Giovanni Battista Sguario: a lui esponenti
locali d’Alleanza Nazionale avevano
commissionato la ricerca su questa persona
ai fini dell’intestazione. La risposta
è stata che la documentazione allora
utilizzata, di cui lui aveva posseduto copia
che ora non riesce a recuperare, si trova
all’Archivio di Stato di Viterbo (Asvt). Mi
reco sul posto e cerco nel fondo Gabinetto
della Prefettura. Qui però, alla
lettera C della serie Caduti e Dispersi in
Guerra, non esiste alcun fascicolo sul
Celestini. Tra l’altro, m’informano gli
impiegati dell’Archivio, ai tempi di tale
ricerca questo fondo non era ancora
inventariato; buste e fascicoli non erano
censiti: nessuno potrebbe quindi sapere
riguardo eventuali smarrimenti.
L’unico documento sul Celestini che si trova
all’Asvt è nella documentazione del
Distretto Militare di Viterbo, ivi
depositata alla chiusura del distretto
stesso. Trattasi di un foglio matricolare
(n. 10243) contenente notizie che mettono
fortemente in dubbio i motivi
dell’intestazione. Emerge subito
un’ovvietà, trattandosi di foglio
matricolare: il Celestini era un militare,
non un semplice cittadino infoibato “con la
sola colpa di essere italiano”. Poi,
guardando la paternità, si apprende
che lo stesso è figlio di
Crescenziano Celestini, personaggio nel
quale mi ero imbattuto durante gli studi sui
fatti viterbesi del 1921-’22, quando questi,
fascista “antemarcia”, era, assieme al
fratello Giulio, dirigente del Fascio di
Combattimento di Viterbo. Le camicie nere
viterbesi in quel periodo non trovavano agio
nella vita politica cittadina; per questo
motivo chiedevano aiuto alle delegazioni
forestiere che, a loro volta, nel 1921, si
macchiavano dei delitti Antonio Prosperoni
(2 maggio) e Tommaso Pesci (10 luglio).
Crescenziano Celestini sarà poi
impiegato alla Provincia, funzionario
zelante pure durante la Rsi, ma non per
questo epurato, tanto che è
nell’elenco degli impiegati ancora negli
anni ’50. Il figlio Carlo perciò non
proveniva dalla cosiddetta “zona grigia” ma
da un ambiente familiare spiccatamente
fascista. Difatti, il foglio matricolare
informa che questi parte volontario (molto
probabilmente per convinzioni politiche) per
il 56° Reggimento Fanteria di Venezia,
con la ferma d’anni due, dal 5 dicembre
1940. Il 6 aprile dell’anno dopo è
imbarcato per l’Albania (Durazzo). L’ultimo
aggiornamento del foglio - ciò
significa che da lì in poi il
Distretto non ha più ricevuto
informazioni - è del 13 ottobre 1947
e dice: “Disperso in occasione di eventi
bellici in Croazia” a seguito dell’8
settembre 1943. Da nessun fatto
né luogo tra quelli riportati qui,
nell’unico documento a nostra disposizione
che ne parli, si evince un infoibamento,
né “disperso in Croazia” equivale a
“sacrificato nelle foibe”, cavità
carsiche del territorio istriano. Sul cippo
in suo ricordo è dato Djakovo come
luogo di morte. Secondo quanto riferitomi da
Sguario, che mi ha gentilmente citato a
memoria alcuni particolari, sarebbe stato
scelto questo luogo poiché da qui il
Celestini inviava la sua ultima lettera ai
familiari, nel gennaio 1945 (almeno
all’epoca delle ricerche di Sguario due
sorelle del Celestini risiedevano a Milano).
Se questo rispondesse al vero, per quale
motivo sul cippo il decesso è
postdatato di quattro mesi? Djakovo inoltre
si trova in Slavonia, regione croata ai
confini con la Serbia, territorio –
m’informa Sandi Volk della Biblioteca
Nazionale Slovena e degli Studi di Trieste -
di pertinenza tedesca durante l'occupazione
della Jugoslavia. Qui non si sono verificati
infoibamenti; siamo assai lontani
dall’Istria: sarebbe come dire “sacrificato
nel Viterbese” riferendosi ad un tale venuto
a mancare, grossomodo, tra l’Emilia e la
Lombardia.
Il foglio ci dice - come abbiamo visto - che
il Celestini era un volontario, circostanza
che Sguario ricorda anche per il dopo 8
settembre. Facciamo presente che, per quanto
riguarda gli occupanti italiani, sono
proprio i volontari fascisti a distinguersi
per ferocia nell’opera di rastrellamento,
distruzione villaggi e deportazione delle
popolazioni slave. Ragion per cui un
volontario finito nelle mani della
Resistenza jugoslava riusciva difficilmente
a farla franca, aldilà delle
responsabilità del singolo. In
conformità a ciò, l’ipotesi
più plausibile è che il
Celestini nel periodo 1943-’45 fosse ancora
volontario in Jugoslavia (Croazia, stando al
foglio) per il fronte nazifascista - non
è dato sapere in quale reparto
(camicie nere, X MAS, SS italiane etc.) - e
che fosse caduto in combattimento o, se
vogliamo prender per buona la data del
maggio 1945, giustiziato dai partigiani, dai
civili, oppure deceduto successivamente in
un campo di concentramento. Non vi è
invece documentazione sul fatto che sia
finito nelle foibe istriane, tanto è
vero che non è menzionato in nessuno
degli elenchi redatti in merito. C’è
sì un soldato della provincia di
Viterbo finito nelle foibe in quei
frangenti, ma si tratta di Valentino
Trauzzola di Lubriano, guarda caso un
volontario fascista della Rsi (si veda:
Luigi Catteruccia, Cominciò l’8 settembre in
Jugoslavia l’odissea di migliaia di
soldati, inserto di “Biblioteca e
Società”, XIV, 1995, 23).
In conclusione - nel rispetto dovuto ad una
persona morta in giovane età, senza
che i familiari ne ottenessero la salma o
almeno notizie sulle circostanze della
morte, e di cui ignoriamo
responsabilità individuali - è
lecito sospettare che il Celestini sia stato
scelto nell’intestazione per un solo motivo:
è, a quanto pare, l’unico viterbese
di idee fasciste disperso in Jugoslavia
durante la seconda guerra mondiale. Da qui,
senza perderci troppo tempo, è stato
a lui conferito il ruolo toponomastico di
“sacrificato nelle foibe con la sola colpa
di essere italiano”, che ciò fosse
vero o
meno.
* Segretario e Portabandiera Anpi Comitato
Provinciale di Viterbo.
Viterbo 6/02/2009
Replica ad
Aldo Quadrani
in merito
alla lettera pubblicata su “il Nuovo
Corriere Viterbese”, 8 febbraio 2009, p. 9.
Su “Il Nuovo Corriere Viterbese” dell’8
febbraio è comparsa una replica di
Aldo Quadrani, dirigente del Circolo Reale
di Viterbo, in merito al mio intervento
sull’inattendibilità storica
dell’intestazione a Carlo Celestini di
piazza Martiri delle foibe istriane, che lo
stesso giornale aveva pubblicato
integralmente – e per questo lo ringrazio –
il giorno prima.
Il Quadrani, dicendosi altresì
disgustato, definisce il mio scritto
“neppure degno di replica anche per le tante
inesattezze riportate”, dimenticandosi
però di scrivere quali sarebbero
queste inesattezze. Io ho citato tutte le
fonti alle quali ho fatto riferimento,
documenti fruibili da tutti, anche a meno
dei tre chilometri di distanza sui quali
l’esponente monarchico ironizza. È
difatti sufficiente andare alla Biblioteca
Comunale degli Ardenti e all’Archivio di
Stato di Viterbo. Qui, ad es., ci si
può rivolgere per sapere sulle
vicende belliche del Celestini, chiedendo
del fondo Distretto Militare, serie Fogli
Matricolari, n. 10243. Piuttosto: il
Quadrani di quale documentazione dispone? E
soprattutto: è in grado di esibirla?
Lo stesso Quadrani che poi fa una gaffe,
quando dice che Djakovo - il luogo del
decesso riportato sul cippo del Celestini -
si trova in “Slovenia, che allora faceva
parte della Croazia”. Ma Djakovo, come avevo
scritto, è in Slavonia, regione ai
confini con la Serbia, ancor oggi nel
territorio croato, mentre la Slovenia, che
con la Croazia non c’entra nulla, è
uno stato che nel dopoguerra farà
parte della federazione jugoslava e che oggi
è indipendente, e nel quale comunque
non ci sono foibe.
Infine, il Quadrani informa in merito alle
circostanze che portarono alla scelta del
nome di Celestini - un tassello assai
importante -, parlando di un convegno,
tenuto dai monarchici viterbesi nel 1997,
dal quale “scaturì la presenza e la
scomparsa di Carlo Celestini”. Che sia stato
presente e poi scomparso è ovvio, lo
dice il foglio matricolare, ma in base a
quale documentazione si stabilì che
fosse stato infoibato e soprattutto che
Djakovo si trovasse in Istria?
Inverosimilmente, con questa nota,
l’indiscusso leader dei monarchici locali
rafforza la tesi sull’infondatezza storica
di quell’intestazione.
Silvio Antonini
Segretario e Portabandiera
ANPI CP Viterbo
Viterbo 8/02/2009.
Capranica
(Viterbo): un altro bluff dell’”operazione
foibe”?
4 Agosto 2009
Sabato 18 luglio, a Capranica (Vt),
è stata inaugurata la locale sezione
dell’Associazione Nazionale Polizia di Stato
(Anps), alla presenza delle autorità
politiche, civili e religiose del posto. La
sezione è stata intestata al
vicebrigadiere Vincenzo Gigante,
poiché “vittima delle foibe
istriane”. Nei resoconti della cerimonia
usciti sui giornali locali, però, non
si fa minimamente cenno alle circostanze di
questo infoibamento. Insospettisce a tal
proposito soprattutto l’articolo comparso su
“Nuovo Viterbo oggi”, che titola: La Polizia
omaggia il brigadiere Gigante,
Collaborò con il commissario
Palatucci nel salvare 5 mila ebrei,
Finì infoibato il 16 giugno del 1945
per mano dei comunisti di Tito, (21 luglio
2009, p. 10). Il giornale edito da Giuseppe
Ciarrapico muove l’accusa infamante contro
la Resistenza jugoslava di aver infoibato
addirittura una persona che aveva salvato
migliaia di ebrei. Nel resoconto, il
giornalista Marco Tartarini scrive che
Gigante, nato in provincia di Lecce nel
1906, durante la seconda guerra mondiale
è a Fiume con l’incarico di vigilanza
nel porto franco. Quella che però nel
titolo è data come notizia certa: la
collaborazione con il commissario Giovanni
Palatucci nel salvare gli ebrei dallo
sterminio, nel testo è in
realtà semplicemente ipotizzata e
l’articolo, per tre colonne su sei, parla
delle gesta di Palatucci, anziché
argomentare le motivazioni dell’intestazione
Anps, cioè l’infoibamento di Gigante.
Su questo punto si dice soltanto che i
familiari del vicebrigadiere - cui va
comunque tutto il rispetto che si deve a chi
ha perso un proprio caro - nel timore di
ritorsioni, abbiano distrutto tutta la
documentazione, “difatti – scrive Tartarini
-, alla data odierna nessuna traccia
è pervenuta se non una vecchia
tessera ferroviaria rilasciata dall’allora
Regio Ministero dell’Interno, da cui si
è potuto riprendere una giovane foto
in borghese del Gigante, da cui il ritratto
in effige incorniciata, oggi, nella sede di
Capranica a lui intitolata dell’Associazione
Nazionale Polizia di Stato”. Qui, dopo aver
mandato a farsi benedire sintassi e
ortografia, si ammette In sostanza che sulle
circostanze della morte di Gigante non vi
siano documenti e che per l’intestazione sia
stata sufficiente una fototessera!
Pensando che il vicebrigadiere avesse
qualche relazione con il nostro territorio,
mi sono recato all’Archivio di stato di
Viterbo per cercare il nome sui fogli
matricolari, senza però trovarne
traccia: il poliziotto evidentemente non
aveva alcun rapporto con il Viterbese, men
che mai con Capranica.
Mi sono quindi rivolto altrove, per
verificare se Gigante figurasse in qualche
elenco d’italiani infoibati. Mi ha risposto
Claudia Cernigoi, l’autrice di Operazione
foibe, informandomi che un Vincenzo Gigante,
nato nel 1906, è elencato tra i
poliziotti fucilati a Fiume nel 1945.
Coincidono con l’intestatario della sezione
di Capranica il nome, il cognome, l’anno di
nascita, la professione e, presumibilmente,
il luogo di stanza. Da questa informazione
si evince però che, innanzitutto,
Gigante non è stato infoibato ma
fucilato e che, come luogo di morte, figura
Fiume, e a Fiume non ci sono foibe,
cioè le cavità carsiche
naturali del territorio istriano. Stando a
questi dati, inoltre, sono ignote le
responsabilità di Gigante durante il
conflitto, aspetto tutt’altro che
trascurabile soprattutto per la professione
che questi svolgeva.
Un’associazione può intestare le
proprie sedi a chi ritiene più
opportuno. Certo, in questo caso, i
poliziotti di Capranica potevano
semplicemente dedicare la sezione a Gigante,
perché collega caduto in guerra e
basta, ma siccome si sono mosse accuse
infamanti contro i partigiani jugoslavi,
senza uno straccio di prova, sarebbe bene
che l’Anps e i giornali che con enfasi hanno
dato spazio alla cerimonia pubblicassero
anche la documentazione su cui si è
basata l’intestazione.
In conclusione va ricordato che c’è,
in realtà, un Vincenzo Gigante senza
ombra di dubbio degno di mille intestazioni.
È un omonimo e corregionale del
poliziotto: si tratta di un comunista,
perseguitato durante il ventennio e
Partigiano nelle Brigate Garibaldi a
Trieste. Catturato su delazione nell’autunno
1944, il partigiano Gigante sarà
orribilmente torturato dai nazifascisti e
poi bruciato nel forno crematorio della
risiera di San Sabba. Medaglia d’Oro al
Valor Militare.
Silvio
Antonini
Segretario e
Portabandiera
Anpi Cp
Viterbo
AGGIORNAMENTI 2011:
Sulla
pubblicazione
dell’elenco dei viterbesi “infoibati”
Nel 2001, l’Amministrazione comunale di
Viterbo aveva intestato un cippo in largo
Martiri delle foibe istriane a Carlo
Celestini “sacrificato nelle foibe”. Due
anni fa abbiamo redatto un comunicato stampa
per dimostrare che, in base a documentazione
inconfutabile, le circostanze
dell’infoibamento non risultassero affatto.
Il Comune di Viterbo non ha mai risposto.
Durante le celebrazione del Giorno del
ricordo 2010, però, il consigliere
comunale di maggioranza Maurizio Federici
aveva parlato di “dodici martiri, nati a
Viterbo e provincia, che da alcune ricerche
storiche risultano deceduti a seguito di
deportazione, fucilazione o infoibamento”.
Così avevamo inoltrato all’assessore
una lettera per sapere circa i nomi di
questi dodici, senza ottenere risposta.
Stamattina, con una conferenza stampa
tenuta da Federici assieme ad altri
esponenti del locale centrodestra, sono
stati pubblicati questi nomi che, frattanto,
sono
diventati
diciotto. Faremo al più presto
ricerche a riguardo, in quanto la
storiografia, come tutte le scienze,
comporta rigore, serietà e
scrupolosità che possono venir meno
in un semplice scambio di battute.
Tralasciando ora il fatto che nella
conferenza stampa, almeno da quanto
riportano i giornali, non si sia fatto cenno
delle politiche antislave del fascismo,
né del martirio cui sono state
sottoposte le popolazioni balcaniche
occupate dai fascisti (deportazioni e
fucilazioni di massa, distruzioni di interi
villaggi etc.), veniamo ai dati forniti
nell’elenco dei nomi. Nessuno di questi
elencati - va da sé tutti soldati -
risulta inoppugnabilmente infoibato e,
“probabilmente infoibato” non
necessariamente significa effettivamente
infoibato. Per alcuni si dice esplicitamente
che le cause della morte sono ancora in fase
di accertamento, per altri si parla di
fucilazione o decesso a seguito di
internamento, mentre per qualche caso
è notizia certa il solo avvenuto
decesso, anche a distanza di anni dalla fine
del conflitto! In sostanza, è
sufficiente la sola circostanza di essere
venuti a mancare nei Balcani per essere
definiti “infoibati con la sola colpa di
essere italiani”. Un infoibamento ormai
esteso a tutte le possibili cause di morte.
Senza contare che nei Balcani, dopo l’8
settembre 1943, i soldati italiani, a
migliaia, sono stati fucilati, deportati nei
campi di sterminio o sono deceduti nei campi
di prigionia per mano dei nazifascisti.
Proprio in merito a Celestini, la scheda,
sospettosamente breve, riporta soltanto:
“CELESTINI Carlo, di Crescenziano, nato a
Viterbo nel 1922, scomparso, infoibato nel
1945 a Dyakovo”. Il Comune, in tutta
evidenza, non intende rendere pubblica la
documentazione su cui si basò
l’intestazione del cippo, né motivare
a riguardo. In compenso, Federici, parlando
delle celebrazione del 10 febbraio,
annuncia: “Deporremo un mazzo di fiori al
monumento dedicato a Carlo Celestini, un
martire delle foibe”. Come dire: alla faccia
vostra!
Fermo restando il rispetto e la pietà
che si debbono a tutti i morti, siamo sempre
più palesemente dinanzi ad un uso,
quantomeno, scorretto delle fonti, privo
anche dei più basilari criteri
storiografici, sacrificati nel nome di
opinioni e convinzioni personali, con
l’obiettivo politico di diffamare la lotta
partigiana.
Silvio Antonini
Segretario e Portabandiera
Anpi Cp Viterbo
Estratto
dal Resoconto del Congresso del Comitato
provinciale Anpi di Viterbo:
Sabato 29 gennaio 2011, presso la sede
dell’associazione Viterbo con amore, via
Cavour, 97, si è riunito il Congresso
del Comitato provinciale (Cp) Anpi di
Viterbo, in vista del 15° Congresso
nazionale, che si terrà a Torino il
24-27 marzo. Hanno partecipato all’evento
oltre trenta persone tra cui molti giovani e
giovanissimi che mai si erano avvicinati
all’Associazione. (...)
In merito al Giorno del ricordo, il
documento del Cn denuncia il fatto che la
ricorrenza si sia trasformata in
celebrazione “dell’orgoglio fascista”. Come
Cp Viterbo affermiamo che l’istituzione di
questa ricorrenza sia già di per
sé strumentale, poiché
finalizzata a denigrare l‘Antifascismo, la
lotta partigiana e le popolazioni slave:
siamo l’unico paese europeo ad aver fatto
assurgere ad evento luttuoso un trattato di
pace dopo una guerra che aveva visto
l’Italia come aggressore di popoli vicini e,
per giunta, sconfitta. Ormai è palese
come l’ “operazione foibe” non si basi
affatto su criteri storiografici, anche
quelli più basilari (abbiamo trattato
più volte l’argomento, sia a livello
locale sia nazionale), ma su
faziosità ideologiche e etniche, un
tempo appannaggio dell’estrema destra,
divenute istituzionali per ragioni
politiche. In base a ciò, chiediamo
che il 10 febbraio diventi la Giornata
dell’amicizia tra il popolo italiano e
quelli balcanici, contro la xenofobia e le
guerre. (...)
Sulle questioni locali: il Cp intende fare
una proposta circa la toponomastica del
Comune di Viterbo, nello specifico sul largo
Martiri delle foibe istriane e sul cippo che
vi ricorda Carlo Celestini, viterbese
“sacrificato nelle foibe”. Due anni fa siamo
intervenuti pubblicamente denunciando il
fatto che dalla documentazione dell’Archivio
di Stato non risulta affatto che questi sia
stato infoibato, chiedendo spiegazioni
all’Amministrazione comunale, per
un’intestazione fortemente sospetta di
arbitrarietà, pure grossolana. Non
abbiamo ottenuto risposta alcuna. È
altresì inaccettabile, in termini di
cifre e verità storica, quanto
scritto sulla targa posta nel largo in
questione, che riporta di “migliaia di
italiani sacrificati con la sola colpa di
essere italiani”. Chiediamo, quindi, che
quel largo cambi intestazione per essere
dedicato ai Viterbesi vittime del fascismo,
a partire da quelli assassinati negli anni
Venti (Antonio Prosperoni, Tommaso Pesci e
Antonio Tavani) su cui si dispone di
abbondante quanto inconfutabile
documentazione. In questo largo, un cippo
potrebbe ricordare proprio Tommaso Pesci,
contadino ucciso, senza motivo, con un colpo
dritto in faccia sparato da un fascista
orvietano, mentre era inerme sull’uscio di
casa, in via Lucchi, il 10 luglio 1921
(inaugurazione del gagliardetto fascista).
Nel 90° anniversario dei fatti, Viterbo
renderebbe omaggio a un suo cittadino, i cui
familiari non ottennero giustizia.
Il Congresso ha rappresentato un’occasione
per il ridefinire l’assetto del Consiglio
direttivo. È riconfermato l’incarico
di Presidente a Renato Busich. Con la morte
di Rosa Mecarolo, era rimasto vacante
l’incarico della Presidenza onoraria, ora
affidato a Nello Marignoli, Partigiano
viterbese combattente in Jugoslavia,
iscritto Anpi dal 1947. Marignoli, assente
per motivi di salute, ha ringraziato della
nomina per telefono. È stato eletto
consigliere Francesco Antonaroli che, ormai
da anni attivo per l’Anpi, ha dato prova di
serietà e impegno costante.
L’iscritto Carlo Boccolini è stato,
invece, eletto nel collegio revisori conti.
Per il resto, è confermato l’organico
emerso dal Congresso straordinario del 2009.
Il Direttivo del Comitato provinciale Anpi
Viterbo
Per infangare la
Resistenza il TG3 manomette le foto dei
crimini italiani nella Slovenia occupata
Nei video mostrati il 10 febbraio 2010 dai
telegiornali di Rai 3 e su Linea Notte, tra
filmati e immagini sulle foibe sono state
subdolamente inserite anche foto che
documentano invece i crimini italiani nella
Slovenia occupata.
Il servizio per il TG3 di Sergio Criscuoli,
montato da Roberto Barbanera, si può
ancora vedere al sito:
http://www.tg3.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-246e6824-d129-42b4-a5aa-a6a65cee6e26.html
Le foto
si trovano più o meno al punto
fra i minuti 2'17'' e 2'21''.
Una, in cui si vedono alcune persone
scavare una fossa, è riprodotta
qui a fianco (fonte: http://muceniskapot.nuovaalabarda.org/galleria-ita-3.php
).
Nel suo articolo "La malastoriografia"
in Revisionismo
storico
e terre di confine Alessandra
Kersevan già aveva documentato
un caso analogo: sul Messaggero
Veneto, tre anni fa avevano usato una
immagine della fiction "Il cuore nel
pozzo" apponendo la didascalia:
"Immagini d'epoca. [sic]
Rastrellamenti di partigiani jugoslavi
contro la popolazione" [sic].
|

|
(segnalato da Alessandra Kersevan, che
ringraziamo)
Vedi anche:
Lettera Aperta
alla direzione del TG3 - di A.
Kersevan e P. Consolaro
Dal periodico triestino " La
Nuova
Alabarda"
GIORNO DEL
RICORDO DELLE FOIBE E DELL’ESODO E
DELL’AMNESIA STORICA
La giornata commemorativa del 10 febbraio
è stata istituita con la legge 30 marzo
2004, n. 92, “in memoria delle vittime delle
foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle
vicende del confine orientale”. Lo scopo di
questo “ricordo” avrebbe dovuto essere lo
studio e la diffusione della conoscenza degli
avvenimenti al confine orientale d’Italia tra
il 1943 ed il 1947 (fino alla firma del
Trattato di pace, il cui anniversario cade
proprio il 10 febbraio). Già la scelta
della data costituisce di per se stessa uno
stravolgimento storico: la firma del trattato
di pace vista non come la fine della guerra ma
come il giorno in cui l’Italia (che aveva
perso una guerra che lei stessa aveva
cominciato, particolare che nessuno ricorda)
dovette rinunciare ad un parte del suo
territorio.
Fin dalla prima celebrazione, avvenuta nel
2005, abbiamo visto come la ricorrenza invece
di essere un’occasione di approfondimento
della storia è stata subito
monopolizzata da associazioni nazionaliste ed
irredentiste (Lega Nazionale, Unione degli
istriani, Associazione Nazionale Venezia
Giulia e Dalmazia) e da forze politiche di
destra più o meno estrema (Forza Nuova,
Alleanza Nazionale, ed ora il PDL dopo che AN
vi si è sciolta) con il risultato che
il 10 febbraio è diventato, secondo una
definizione (che condividiamo) dello storico
Sandi Volk, il “Giorno dell’orgoglio
fascista”.
Infatti nelle celebrazioni, sia ufficiali, sia
delle singole associazioni, sentiamo
l’ostinata continua descrizione della ferocia
dei partigiani (quelli comunisti) e
dell’Esercito jugoslavo, che viene considerato
non come uno degli eserciti alleati ma
trattato alla stregua di un esercito di
occupazione, e nel contempo vengono del tutto
cancellate le responsabilità del
fascismo nel conflitto; vediamo gerarchi
fascisti, collaborazionisti, persino acclarati
criminali di guerra descritti come “martiri”
ed “eroi” in quanto “soppressi e infoibati” da
forze jugoslave. Perché la legge
prevede anche una onorificenza per questi
“soppressi ed infoibati”, e pazienza se
abbiamo visto “premiare” anche torturatori, o
semplici militari collaborazionisti dei
nazisti morti in combattimento, o ancora
persone delle quali non si conoscono neppure
le modalità della morte, mettendo tutti
i nomi in un gran calderone di “vittime degli
slavi”. Il fatto che negli ultimi anni non si
siano neppure resi pubblici i nomi di coloro
che hanno ricevuto questa onorificenza fa
pensare che addirittura si temano obiezioni
sulla liceità di queste attribuzioni. E
però, nonostante le modalità
piuttosto sui generis dei riconoscimenti,
evidentemente le cose non sono andate come si
aspettavano i promotori della legge (primo
ideatore Roberto Menia), visto che nel sito
del Consolato italiano di Madrid leggiamo che
“finora, dopo 5 anni di lavoro della
commissione, è pervenuto soltanto un
limitato numero di domande a fronte del
potenziale, elevato numero delle persone
destinatarie del riconoscimento (circa 10.000,
secondo le stime (stime inesatte, ndr), furono
le persone che persero la vita la vita per
infoibamento)”; e quindi “d’intesa con la
Presidenza del Consiglio dei Ministri e con il
Ministero Affari Esteri, si ritiene pertanto
opportuna una capillare azione d’informazione
anche all’estero, ove si trasferirono
numerosissime famiglie di esuli dall’Istria,
Fiume e Dalmazia, i cui discendenti potrebbero
beneficiare della Legge di cui trattasi”. Come
ammettere che si sta raschiando il fondo del
barile dopo il flop, che si è
dimostrata essere questa iniziativa.
A fronte di tutta di questa propaganda e
disinformazione, di diffusione di odio
antijugoslavo ed anticomunista, di insulti
alla Resistenza, un gruppo di storici (tra i
quali chi scrive) ha in questi anni cercato di
“resistere”, in collaborazione di volta in
volta con l’Anpi, con partiti di sinistra (i
soli Rifondazione Comunista e Comunisti
italiani), con le Università e con i
Centri sociali, con organizzazioni giovanili e
di base, organizzando e partecipando ad
iniziative di informazione storica per cercare
di porre un freno alle falsità
dilaganti che vengono a tutt’oggi diffuse.
Dopo un lavoro ormai più che decennale
di attività di informazione e di una
vera e propria “resistenza storica” (spesso
siamo stati tacciati di “negazionismo”,
abbiamo subito contestazioni pesanti e
tentativi di impedirci di parlare), piano
piano il nostro discorso si è allargato
al punto che lo storico Jože Pirjevec,
accademico di fama e (fatto non indifferente)
non comunista ha pubblicato per l’Einaudi lo
studio “Foibe. Una storia d’Italia”, libro che
ha creato un grande scompiglio.
Infatti il 30 gennaio scorso due consiglieri
regionali del PDL del FVG (Roberto Novelli e
Edoardo Sasco) hanno lanciato un attacco a
Pirjevec che viene accusato di “negare che la
tragedia delle foibe sia da attribuirsi alla
volontà di effettuare una pulizia
etnica premeditata, frutto di un’azione
politica tesa all’eliminazione di quanti si
opponevano all’annessione alla Jugoslavia dopo
la fine della seconda guerra mondiale”; di non
avere preso “in considerazione fatti
storicamente assodati”, perché le sue
affermazioni “stridono con le testimonianze di
tutte le persone che hanno vissuto il dramma
dell’esodo dall’Istria e l’opera di epurazione
perpetrata dai soldati titini durante e dopo
la fine del secondo conflitto mondiale,
secondo le quali le foibe rappresentano a
tutti gli effetti fenditure carsiche in cui i
partigiani jugoslavi gettarono i corpi dei
nemici”.
Come si vede, mentre Pirjevec ha scritto un
libro di quasi 400 pagine basandosi su fonti
storiche accertate come documenti ufficiali,
gli specialisti del PDL, l’ingegnere Sasco ed
il perito agrario Novelli si arrogano il
diritto di decidere che, dato che le
conclusioni di Pirjevec “stridono” con “le
testimonianze” (non si sa bene di chi),
è lo storico ad essere inattendibile e
non la vulgata da rivedere.
A sua volta il PDL nazionale (il responsabile
della Consulta Cultura del partito, Fabio
Garagnani e la vice Paola Frassinetti) propone
di “istituire un albo nazionale di
associazioni autorizzate a recarsi negli
istituti scolastici a parlare del fenomeno
delle foibe e dell\'esodo
istriano-giuliano-dalmata”, in modo da
“evitare che l’argomento venga affrontato
nelle scuole da associazioni gestite da
comunisti” (sic). Cioè non si chiede
che chi intende parlare nelle scuole di questo
argomento abbia la preparazione storica
necessaria per farlo, ma semplicemente che non
sia “comunista”. Così un Marco Pirina
che riempie i suoi libri di falsità
(assieme alla moglie Annamaria D’Antonio
è stato recentemente condannato dalla
sezione civile della Cassazione a risarcire i
danni per diffamazione a tre ex partigiani da
loro accusati senza alcuna prova di avere
“infoibato” civili italiani) potrebbe andare a
parlare agli studenti, non essendo
“comunista”, mentre uno storico che si
è specializzato sull’argomento non
potrà farlo se l’associazione che lo
propone è “gestita da comunisti”.
Potremmo ora semplicisticamente affermare che
ci troviamo in pieno regime, perché
impedire la parola in base alle idee politiche
è fascismo puro, e poi chi è che
decide se un’associazione è
“comunista”, o se è “comunista” chi
parla, ma vorremmo invece cercare di essere
costruttivi ed invitare i democratici, gli
esponenti della cultura, tutti coloro che
hanno a cuore la verità storica e la
libertà di parola, gli antifascisti, ad
opporsi a questo sfacciato tentativo di
imbavagliare e censurare l’informazione
storica, ad esprimere la propria
solidarietà al professor Pirjevec ed a
tutti gli studiosi che in questi anni, fra
innumerevoli difficoltà, hanno studiato
e si sono fatti carico di rendere noto il
risultato dei loro studi spesso non “graditi”
perché diversi da ciò che per
sessant’anni la propaganda ha diffuso.
febbraio 2010
> >
20-GEN-10 17:09
> >
FOIBE: CASSAZIONE, NON PROVATO
COINVOLGIMENTO PARTIGIANI
> > EX
ESPONENTE DEL FUAN MARCO PIRINA CONDANNATO
PER DIFFAMAZIONE
> > (ANSA) - ROMA, 20 GEN - Nessuna
prova è fornita dagli autori del
> > libro 'Genocidio' - Mario Pirina e
la moglie Anna Maria D'Antonio -
> > sul coinvolgimento, nella
deportazione e nella scomparsa nelle foibe
> > di civili italiani, dei partigiani
che combatterono contro i
> > nazifascisti nelle valli friulane
del Natisone insieme alle forze
> > jugoslave del maresciallo Tito trail
1943 e il 1945. Lo sottolinea
> > la Cassazione - sentenza 706 della
Prima sezione civile -
> > confermando la condanna al
risarcimento dei danni da diffamazione a
> > carico di Pirina (ex esponente del
Fuan ed ex militante della Lega
> > Nord poi passato a Forza Italia) e
della moglie che, ora, dovranno
> > risarcire tre partigiani indicati
nel libro, pubblicato nel 1995
> > anche con fondi erogati dalla
Regione Friuli, come deportatori e/
> > ocollaborazionisti. In particolare,
la Cassazione ha respinto il
> > ricorso di Pirina e della D'Antonio
confermando, in quanto "del
> > tutto congrua e niente affatto
contraddittoria", la sentenza emessa
> > nel gennaio del 2004 dalla Corte di
Appello di Trieste.
> > Ad essere stati diffamati e indicati
con l'epiteto di
> > "collaborazionisti", da loro
ritenuto offensivo, erano stati gli ex
> > partigiani Mario Sdraulig, Giuseppe
Osgnach e Francesco Pregelj. I
> > loro nomi - nel libro -erano
riportati insieme a un elenco di 85-90
> > persone indicate come "responsabili
di deportazioni e/o
> > collaborazionisti del IXcorpus e
delle armate titine" senza che per
> > nessuno di loro fosse indicato il
"reato specificamente commesso" e
> > senza l'indicazione di una specifica
documentazione storica che
> > potesse suffragare l'accusa di
coinvolgimento nella scomparsa di
> > civili italiani. Il libro di Pirina
e D'Antonio, ricorda la
> > Cassazione citando il verdetto
d'appello, si limita solo a una
> > "generica e complessiva indicazione
di fonti, lumeggiando come veri
> > i fatti affermati" ma senza
consentire al lettore "di apprezzare le
> > conclusioni per quello che erano":
la "personale valutazione"degli
> > stessi autori del testo. La maggior
parte delle fonti citate, ad
> > esempio, si esaurisce nella sola
indicazione di testate locali come
> > 'La famiglia parentina' o 'La voce
del Friuli Orientale'. E per gli
> > archivi vale lo stesso discorso: non
una rassegna di materiali ma
> > solo 'Archivi Ozna di Lubiana' o
'Centro studi storici di Rovigno'.
> > Citando ancora la Corte di Appello,
la Cassazione rileva che "la
> > scelta operativa degli autori non
solo ha impedito ogni
> > approfondimento circa l'effettiva
esistenza dei fatti e delle
> > condotte in base alle quali" i
partigiani erano stati"indicati come
> > responsabili di collaborazionismo o
dideportazioni di persone con
> > sentimenti di italianita", mapersino
di"capire se Osgnach, Pregelj e
> > Sdraulig furono solodei
collaborazionisti dei 'titini' o anche dei
> > responsabili della deportazione di
avversari politici". La Suprema
> > Corte, infine, prendendo atto che
"la vicenda esaminata si iscrive
> > nel retaggio di un contesto storico
caratterizzato da efferatezze ed
> > abomini solo tardivamente proclamati
e nelle conseguenti tensioni
> > derivatene", ha stabilito che le
spese legali saranno pagate da
> > tutte le parti in causa. I
partigiani e le loro famiglie avevano
> > affidato la loro difesa all'avvocato
Fausto Tarsitano, scomparso lo
> > scorso febbraio. (ANSA).
dal "Manifesto" del 21-01-2010
"Foibe non
provato il coinvolgimento dei partigiani"
Nessuna prova è fornita dagli autori
del libro "Genocidio" - Mario Pirina e la
moglie Anna Maria D'Antonio - sul
coinvolgimento, nella deportazione e nella
scomparsa nelle foibe di civili italiani, dei
partigiani che combatterono contro i
nazifascisti nelle valli friulane del Natisone
insieme alle forze jugoslave del maresciallo
Tito tra il 1943 e il 1945. Lo sottolinea la
cassazione - sentenza 706 della Prima sezione
civile - confermando la condanna al
risarcimento dei danni da diffamazione a
carico di Pirina (ex esponente del Fuan ed ex
militante della Lega nord poi passato a Forza
Italia) e della moglie che, ora, dovranno
risarcire tre partigiani indicati nel libro
(pubblicato nel 1995 anche con fondi erogati
dalla Regione Friuli) come deportatori e o
collaborazionisti. In particolare, la
Cassazione ha respinto il ricorso confermando
la sentenza emessa nel gennaio del 2004 dalla
Corte di Appello di Trieste.
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