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Ottobre 1944: i giovanissimi combattenti che, nelle file della Seconda Brigata Proletaria, hanno preso parte ai combattimenti per la liberazione di Belgrado, posano soddisfatti per la foto-ricordo (dal libro: Pokret!, di A. Clementi, ed. ANPI Roma, 1989)

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Il nostro amico Dejan Karadaglić ha realizzato un accurato e interessante video per la Giornata della Vittoria (9 Maggio) 2020

In esso ricostruisce le vicende di suo nonno JOVAN KARADAGLIĆ – tra i caduti onorati a Pozza –, del fratello NIKOLA – anch'egli perito nella lotta al nazifascismo – e della intera famiglia. Lo presentiamo doppiato in lingua italiana dallo stesso Autore; segue la trascrizione del testo e le versioni in serbocroato, inglese e russo.

 

 

Trascrizione:

I MIEI PROGENITORI NEL “REGGIMENTO IMMORTALE” – in occasione della 75.ma Giornata della Vittoria (2020)

 

Per i miei followers sui social network, e in occasione della Giornata della Vittoria, ho deciso di realizzare un breve video sui miei antenati che hanno lottato contro il nazismo: a loro, eterna riconoscenza.

Sono Dejan Karadaglic, docente di ingegneria elettronica e strumentazione all’università Caledonian di Glasgow, in Scozia, e, come si può vedere dalla nostra genealogia, mio nonno Jovan Karadaglic e suo fratello Nikola morirono nella Seconda guerra mondiale lottando contro il nazismo.

Jovan era il fratello maggiore ed era nato nel villaggio di Vranj sulle rive del lago Scutari nel 1900.

All’epoca, era una località di confine dell’impero Ottomano e apparteneva al vilajet cioè distretto di Scutari.

Nel 1912, l’attacco dell’esercito del regno di Montenegro contro l’impero ottomano diede inizio alla prima guerra balanica, e uno dei primi luoghi ad essere liberato fu Vranj.

In questa foto dell’epoca, si vedono i soldati montenegrini davanti alla fortezza di Vranj dinanzi all’accampamento di frontiera dell’armata ottomana. Esattamente nei giorni della liberazione di Vranj, nasceva Nikola, il fratello più giovane.

Nel 1916, durante la Prima guerra mondiale, il villaggio  fu occupato dall’esercito austroungarico. Il padre di Jovan e Nicola, Krsto, che era stato precedentemente ferito durante una delle rivolte contro il dominio turco, e rimasto invalido, fu rinchiuso nel campo di concentramento di Boldogasszony in una città che ora si chiama Frauenkirchen, nello stato austriaco del Burgenland, non lontano da Vienna.

Ho visitato quel posto l’anno scorso. Lì furono detenuti prigionieri di guerra dalla Serbia, dal Montenegro, dalla Russia e dall’Italia. Krsto rimase nel campo fino alla fine della guerra, e quando fece ritorno al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni appena fondato, scoprì che gli altri suoi due figli erano morti nella pandemia dell’influenza spagnola.

Dato che la formazione di Jovan ebbe luogo durante il periodo molto turbolento delle rivolte contro i turchi, di due guerre balcaniche e della Prima guerra mondiale, la sua istruzione non andava oltre la letteratura di base, ed egli rimase nel suo villaggio natale, lavorando nell’agricoltura e nella pesca.

L’educazione di Nikola fu interamente quella prevista nel Regno dei Serbi, Croati e Sloveni – che diventerà la Jugoslavia: Nikola seguì l’intero percorso e si laureò all’Accademia militare di Belgrado e divenne un ufficiale dell’esercito reale jugoslavo. La guerra d’aprile del 1941 lo vide nei ranghi di tenente presso la base della regia aviazione a Mostar. Dopo la resa incondizionata delle forze armate del regno di Jugoslavia, Nicola sfuggì alla prigionia tornando a piedi al suo paese natale.

Jovan partecipò alla guerra come riservista militare e fu gravemente ferito mentre con la sua unità proteggeva la fuga aerea del re jugoslavo e del governo dalla città di Nikšić.

Il 13 luglio 1941, gran parte del popolo del Montenegro si sollevò in armi per lottare contro gli occupatori italiani fascisti. Nicola, come ufficiale militare attivo, divenne il vice comandante del battaglione partigiano della Zeta e, dopo la tragica morte del comandante, divenne lui il comandante di quel battaglione. Sfortunatamente, anche lui morì tragicamente nell’aprile del 1942, vicino al villaggio di Meterizi, nei pressi di Rijeka Crnojevića.

Jovan prese parte alla battaglia di Pljevlja nel dicembre del 1941 come combattente e, dopo il fallimento di quell’operazione, ritornò nella sua regione natale dove fu catturato dagli occupatori nel febbraio del 1942. Durante la prigionia, passò attraverso numerosi campi di detenzione: a Scutari, Bar, Kavaja e Durazzo. Fu poi trasferito in Italia, dove passò attraverso i campi di detenzione di Bari, Foggia e alla fine al campo di Colfiorito, vicino a Foligno. Dopo che il regno d’Italia cambiò alleanza nel settembre del 1943, lui e gran parte dei detenuti fuggirono dal campo e marciarono verso il Sud Italia, allo scopo di incontrare le truppe angloamericane che avanzavano, mentre il Terzo Reich occupava il Nord Italia. Scoppiò la guerra civile e Jovan si unì al movimento di Resistenza italiano. Nel marzo del 1944, la sua unità, sotto il comando di un ufficiale italiano, ma composta soprattutto di stranieri, ex prigionieri di guerra del Montenegro, di Gran Bretagna e Commonwealth e degli Stati Uniti, assaltò la stazione dei Carabinieri di Acquasanta Terme, nella regione delle Marche.

In seguito, l’11 marzo le forze di occupazione della Wermacht attaccarono la città e massacrarono la popolazione locale che proteggeva i ribelli, ed i ribelli stessi.

Mentre molti membri della resistenza riuscirono a scappare a sud, Jovan fu di nuovo gravemente ferito e impossibilitato a fuggire. Il suo migliore amico Kosto Vujačić, non volendo abbandonarlo, rimase a prendersi cura di lui e si nascosero nel paese di Quintodecimo per circa 40 giorni, alloggiando presso simpatizzanti della Resistenza. Dopo la soffiata di qualcuno, arrivarono membri delle milizie italiane naziste collaborazioniste e massacrarono brutalmente Kosto e Jovan.

Loro, insieme ad altri combattenti e civili uccisi l’11 marzo, furono sepolti nel cimitero locale, che è stato restaurato l’anno scorso.

Per la sua partecipazione alla guerra in Italia, Jovan è stato insignito dalla sezione locale dell’ANPI, Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, della provincia di Ascoli Piceno, con la loro medaglia d’oro.

Dopo la grande vittoria, Nikola fu sepolto al centro di Golubovci sotto il famoso monumento ai combattenti partigiani, al posto d’onore. Il memoriale stesso è stato descritto nella rivista del Guardian del 2018 come un capolavoro dell’architettura “brutalista” jugoslava. Il monumento è opera di due famosi architetti e scultori.

I nomi di entrambi, di mio nonno e del mio prozio, sono incisi nel monumento, insieme ai nomi di altri combattenti nella lotta contro l’occupazione nazista originari della regione della Zeta.

Inoltre, nel villaggio di Mataguži, i nomi di entrambi sono scolpiti sul monumento locale.

Oggi contavo di essere a Mosca oggi, nel 75° anniversario della Grande Vittoria, come lo ero dieci anni fa nel 65° anniversario della vittoria, ma la pandemia del coronavirus me lo ha impedito.

 

[traduzione di Manuela Marianetti, revisione di Andrea Martocchia]

 

na srpskohrvatskom: https://www.youtube.com/watch?v=xAjsK2VJZN0 (takodje na Vimeo-u)

 

in english: https://youtu.be/ysXgXBamB8M

 

по русский: https://www.youtube.com/watch?v=jc8OmEFH5bw